LA BATTAGLIA PER IL GAS TURCMENO E’ APPENA COMINCIATA – PARTE II

IL SECONDO PIÙ GRANDE PRODUTTORE DI GAS DELLA CSI SOFFRE PER LA DEBOLEZZA DELL’INVESTIMENTO DIRETTO ESTERO

Hélène Rousselot,

responsabile « Asia Centrale » della rivista on-line Regard sur l’Est (www.regard-est.com)

Trad. di G.P.

 

 

Il Turkmenistan è, con l’Uzbekistan, il più grande produttore di gas dell’Asia centrale ed il secondo della CSI. La produzione del Turkmenistan, inferiore a quella dell’Uzbekistan fino al 2003, ha superato in gran parte quest’ultima .

Produzione di gas naturale turcmeno et uzbeko

Mld di m3

2000

2001

2002

2003

2004

2005

2006

2007

(previsioni)

Turcménistan

    47,2

    51,3

    53,5

    59,1

    58,3

     63,0

66,7

80

Ouzbékistan

    56,4

    57,4

    57,4

    57,5

    59,9

     58,9

fonte : Comité interétatique des statistiques de la CEI, Turkmenistan.ru

 

È il bacino dello Amou Daria con il giacimento di Dovletabad che produce la gran parte del gas turcmeno dagli anni ’80. Per sfruttare gli altri giacimenti, aumentare le capacità d’esportazione e realizzare il "Programma di sviluppo dell’industria degli idrocarburi del Turkmenistan verso il 2030" che prevede un aumento dei lavori d’esplorazione del 70%, il Turkmenistan deve attirare i leaders mondiali del settore ed i loro investimenti che mancano da quando il paese ha raggiunto l’indipendenza. Infatti, nessuna società straniera ha investito in maniera massiccia sotto il "regno" di S. Niazov. Oltre alla creazione dell’agenzia per la gestione e l’utilizzo degli idrocarburi, per decreto presidenziale del 10 marzo 2007, il nuovo responsabile turcmeno sembra, in altre forme, volere iniziare una rifondazione della politica economica del suo paese ed in particolare nel settore degli idrocarburi. L’idea faro di questa rifondazione consiste nell’esportare non solo materie prime ma piuttosto dei prodotti finiti, a tale scopo è prevista la costruzione di due fabbriche di liquefazione del gas nella regione di Lebap. Se le informazioni disponibili sulle riserve di gas turcmeno sono parcellari e suscettibili di controversie, quelle sulle esportazioni non lo sono di meno. Questi dubbi sono tanto più grandi in quanto tutti i contratti firmati con il governo turcmeno prima del 2005 sancivano che una parte delle consegne di gas veniva regolata sotto forma di baratto. Questo tipo di scambi non facilitano il calcolo ed il controllo dei dati sulle esportazioni. D’altra parte, come sottolineava Alexandre Huet(ix), nel 2002, "gli impegni contrattuali ai quali Achkhabad deve conformarsi in seguito alla firma di tutta una serie di accordi bilaterali non sono realistici". Così, non sono i volumi annunciati in occasione della firma di contratti che dovrebbero essere esaminati ma piuttosto le consegne effettive le cui cifre sono difficili da trovare. Ad esempio, appaiono nella tabella qui di seguito le esportazioni in miliardi di m3, forniti dalla ricercatrice americana M.B. Olcott per il periodo dal 2000 al 2005 e quelli del ministero degli idrocarburi e delle risorse minerali del Turkmenistan.

 Esportazioni di gas turcmeno

 

2000

2001

2002

2003

2004

2005

2006

2007

(previsioni)

mld de m3

35,7 / 33,7

38,6 / 37,3

39,3 / 39,4

43,4 / 53,0

42,2 / 42

45,2 / 48,5

58

% produzione di gas

66

72,5

73,4

73,4

72,3

71,7

Totale ex-URSS (mld m3)

32,8

35,3

40,0

37,0

39,7

40,5

Iran

(mld m3)

4,5

4,0

3,0

5,0

5,5

5,7

Fonte: M.B. Olcott, International gas trade in central Asia: Turkmenistan, Iran, Russia and Afghanistan, mai 2004, geopolitics of gaz working paper series, James Baker III Institute for public policy energy forum, RBK daily, 27 mars 2007, Radvanyi, 2003, Le Courrier des Pays de l’Est n° 1059, ministère des hydrocarbures et des ressources minérales du Turkménistan

 

Il 2006 è l’anno decisivo per il commercio gazifero del Turkmenistan, dell’Ucraina e della Russia. I contratti che questi paesi stipulano tra loro in questo anno trasformano la Russia nel primo cliente del Turkmenistan, mentre nel 2005, veniva soltanto al 3 posto, con l’8% delle esportazioni di gas turcmeno, dopo l’Ucraina (75%) e l’Iran (11%).

 

L’Ucraina, principale acquirente di gas turcmeno fino al 2006

 

S. Niazov aveva concluso, il 4 gennaio 2006, un accordo con Naftogaz Ukrainy (società nazionale ucraina del petrolio e del gas, creata nel 1998) ed il ministro ucraino dell’economia, per la consegna nel 2006 di 40 miliardi di gas al prezzo di 44 dollari ogni 1.000 m3 nel corso del primo semestre e di 60 dollari nel corso del secondo. Questo contratto non è stato onorato perché il Turkmenistan doveva consegnare altrettanto alla Gazprom; essendo la sua produzione insufficiente, Achkhabad per giustificare la sua incapacità di consegnare quanto pattuito, avrebbe preso a pretesto il rifiuto di Gazprom di rilasciare una licenza per il transito del gas. Le consegne dirette di gas turcmeno all’Ucraina si sono dunque interrotte nel gennaio 2006. Dopo questa data, esse si effettuano attraverso RosUkrEnergo che consegna a sua volta alla società UkrgazEnergo. RosUkrEnergo società registrata in Svizzera (e detenuta in parti uguali da Gazprom attraverso una holding austriaca e da un’altra società austriaca CentraGas Holding AG, essa stessa filiale della banca Raiffeisen Investment), fornitrice esclusiva di gas all’Ucraina, ai sensi degli accordi firmati tra la Russia e l’Ucraina nel gennaio 2006. Il gas passa per i tubi che appartengono a Gazprom poiché conformemente ad accordi intergovernativi, Gazprom garantisce il transito del gas turcmeno destinato all’Ucraina (è anche l’operatore del transito di questo stesso gas attraverso l’Uzbekistan ed il Kazachstan). La battaglia che ha opposto a fine dicembre 2005 – inizio gennaio 2006, l‘Ucraina e la Russia, aveva per oggetto il prezzo del gas venduto dalla seconda alla prima ed il prezzo del transito del gas attraverso l’Ucraina che non è stato, da allora, più pagato con il baratto. Una delle argomentazioni avanzate, in buona fede o no, dall’Ucraina consisteva nel dire che riceveva gas turcmeno e non russo, ad un prezzo troppo elevato (x). Sembra abbastanza difficile sapere se il gas turcmeno comperato da Gazprom alimenta soltanto l’Ucraina o se arriva anche all’Europa. Alcune fonti di informazione sottolineano che tale gas non alimenterebbe la Russia e sarebbe destinato esclusivamente al "suo vicino straniero ". Così, all’inizio del 2006, il sito Regnum ha affermato che il gas turcmeno comperato da Gazprom transita  principalmente dall’Ucraina ed è destinato, come tutto il gas dell’Asia centrale, alle regioni del basso Volga, al Nord Caucaso, al sud degli Urali, al sud della Siberia e sarebbe anche esportato verso l’Armenia, l’Azerbaigian, la Georgia e la Moldavia. Nel gennaio 2007, la stessa fonte, riporta le opinioni del sig. Viktor Tchernomyrdine, ambasciatore della Russia in Ucraina, secondo il quale la gran parte del gas turcmeno è comperata dalla Russia che lo consegna e lo vende all’Ucraina. Questa situazione potrebbe nel frattempo essere cambiata in virtù dell’accordo concluso, nel settembre 2006, per una durata di 3 anni, tra la Gazprom ed il Turkmenistan e che dà al gigante gazifero russo il controllo delle esportazioni del gas turcmeno in Europa (xi). Tale evoluzione sembra confermata dalla firma nell’ottobre 2006 di un accordo tra RosUkrEnergo ed UkrGazEnergo secondo il quale quest’ultima vende 55 miliardi di m3 di gas turcmeno all’Ucraina al prezzo di 130 dollari ogni 1.000 m3, per cui la maggior parte del gas turcmeno alimenterebbe l’Ucraina.

 

La proiezione di Gazprom in Turkmenistan

 

Fino al 1996, l‘acquisto di gas turcmeno da parte di Gazprom si effettuava su base di accordi intergovernativi a breve termine e la Russia tentava, senza successo, di ottenere la firma di un contratto a lungo termine e la creazione di una società mista per il trasporto "dell’oro blu". Nel 1997, una vertenza oppose Achkhabad alla società Itera(xii) che controllava le esportazioni di gas turcmeno verso l’Ucraina. Ciò condurrà all’interruzione delle esportazioni alla Russia che riprenderanno soltanto nel 1999. Secondo l’americana T. Sabonis-Helf(xiii), Achkhabad e Gazprom si affrontavano per i diritti di utilizzo del gasdotto russo o per il non pagamento delle consegne. Con il suo arrivo alla testa della Russia, Vladimir Putin mostrò un interesse crescente per il Turkmenistan. Incaricò il nuovo proprietario di Gazprom, Aleksei Miller, di riprendere il controllo delle attività della società che si trovavano sotto il controllo di Itera. Si trattava soprattutto di ottenere ciò che B. Eltsin non aveva potuto fare, cioè garantire gli approvvigionamenti alla Russia sul lungo termine. È dunque dopo molti anni di negoziati il Turkmenneftegaz (struttura creata nel 1996 per succedere al ministero del petrolio e del gas quindi eliminata da S. Niazov nel 2006 per fare passare tutto il settore energetico direttamente sotto il suo controllo) firma nell’aprile 2003 con Gazeksport (filiale al 100% di Gazprom) un accordo strategico per 25 anni che prevede, tra l’altro, la consegna di 5 miliardi di m3 a partire dal 2004, 6-7 nel 2005, quindi 10 miliardi di m3 nel 2006 e 60 miliardi di metri cubi di gas nel 2007 e di 80 (o 90) a partire dal 2009, ad un prezzo rinegoziabile. Questa tariffa passerà da 44 a 100 dollari ogni 1.000 m3 dal 1 gennaio 2007. Del resto, il Turcmenistan non è il solo paese oggetto delle attenzioni di Gazprom, poiché quest’ultima ha firmato nel 2002 e nel 2003 degli accordi con il Kazachstan, il Kirghisistan e l’Uzbekistan. Per onorare questo contratto con la Russia, Achkhabad deve essere in grado di garantire fisicamente il trasporto di tali volumi di gas, per questo sono state realizzate un insieme di disposizioni riguardanti la rete dei tubi. Il 18 agosto 2004, è stato concluso un accordo tra Gazprom, il principale produttore turcmeno di gas, Turkmengaz, e Turkmneftegaz per una cooperazione tecnica destinata a sviluppare e rinnovare la rete di tubi denominata "Asia media – centro". Principale via d’esportazione attuale del gas turcmeno (non tenendo in conto quella che va verso l’Iran) costruita in tappe tra il 1960 ed il 1974, di una lunghezza totale di 2.750 km e di una capacità di 45 o 54 miliardi di m3 per anno, questa rete trasporta anche il gas uzbeko e kazako verso la Russia. Una sezione ha raggiunto Tachkent in Uzbekistan alla fine degli anni 1960, quindi Bichkek (la capitale della repubblica del Kirghisistan che si chiamava allora Frounzé) nel 1970 ed Almaty in Kazachstan nel 1971 da cui viene inviato ancora oggi il gas verso la Russia. Questa rete è anche collegata al gasdotto Pericaspico, costruito, anch’esso, in epoca sovietica e che passa vicino al Mar Caspio per 360 km in territorio turcmeno. Tale sezione è stata realizzata nella regione di Beïneou, in Kazachstan. È dotata di una capacità di 10 miliardi di metri cubi. In occasione del suo viaggio in Asia centrale, nel mese di novembre 2006, il ministro degli esteri tedesco, Frank-Walter Steinmeier, si era visto presentare da parte di S. Niazov il progetto di un gasdotto "bis" che passasse accanto al Mar Caspio, con una capacità di 30-40 miliardi di m3 e che passasse altresì per il Kazachstan, la Russia e l’Ucraina. Finalmente, il 12 maggio 2007, nella città portuale di Turkmenbachi, questo progetto è stato adottato, con un accordo tra il Turkmenistan, l’Uzbekistan, il Kazachstan e la Russia prevedendo un’ammodernamento del gasdotto esistente e gli investimenti russi nello sfruttamento dei siti. I dettagli di quest’accordo saranno precisati in occasione di un vertice in Turkmenistan nel settembre 2007. L‘interesse di quest’aumento di capacità dei gasdotti è grande per il Turkmenistan che soffrirà meno per la concorrenza dei suoi due vicini esportatori che prendono in prestito la stessa rete di smistamento per fornire la Russia. La Russia teme che il gas turcmeno possa sfuggirgli, cosa che la costringerebbe nel breve ad investire nei suoi giacimenti prima di avere esaurito quelli dei suoi parenti vicini. Questa preoccupazione dovrebbe essere alleviata con questa ultima tappa della proiezione di Gazprom nel settore gazifero turcmeno. La progressione di Gazprom in Turkmenistan non deve fare dimenticare che il Turkmenistan ha altri clienti al di fuori della CSI che sono l’Iran e, prossimamente, la Cina.

 

[ix] Courrier des pays de l’Est, n° 1027

[x] Regnum, 7 janvier 2006

[xi] Regnum, 14 septembre 2006

[xii] Rapport de Global witness « it’s a gas Funny business in the Turkmen-Ukraine Gaz Trade », avril 2006

[xiii] The Rise of the Post-Soviet Petro-States: Energy Exports and Domestic Governance in Turkmenistan and Kazakhstan, In the Tracks of Tamerlane: Central Asia’s Path to the 21st Century eds. Burghart, Dan & Sabonis-Helf, Theresa, Washington, D.C.: National Defense University, Center for Technology and National Security Policy, 2004

 

 

 

IN OCCIDENTE FANNO CONGETTURE SU COME PUTIN RAGGIUNGERÀ IL SUO TERZO MANDATO

(fonte Bitacora.com, trad G.P.)

di Leonid Dobrojotov (*)

Come sappiamo, negli anni precedenti Washington si considerava il Padrino del regime postsovietico in Russia: Gorbi Yeltsin e il suo entourage, più che vendere, hanno consegnato l’URSS e la Russia, poiché, alla fine e all’inizio, non erano i ”loro” paesi, in quanto gli ”elementi ” della Russia, terre, acque, ricchezze minerali, beni immobili, fabbriche, centri energetici e manodopera, non gli appartenevano propriamente.

 

È strano, ma in occidente non si aspettavano in nessuna maniera, che in piena corrispondenza con le leggi dell’accumulazione capitalistica, tutto questo potesse trasformarsi in proprietà privata di quelli che Putin rappresenta. E ora questi clan putinisti non hanno la minima intenzione di consegnare questa proprietà – che produce vantaggi inimmaginabili – all’occidente, che con il fine di utilizzare questi mezzi è andato appoggiando, in tutto questo tempo, la “rivoluzione democratica” e le “riforme”. In questo senso, le ultime manovre del Cremlino, compresa la designazione di Zubkov (come primo ministro. N del T) e la presentazione di Putin come primo in lista per “Russia unita”, hanno irritato estremamente i politici e i mezzi di comunicazione occidentali che hanno valutato la questione con nervosismo notevole. Nelle parole di un uno dei periodici americani più importanti: ”Now Putin stays forever” (Ora Putin rimane per sempre). E la sola domanda che si pongono è come (Putin), continuerà a governare la Russia senza limitazione di potere né di tempo. Durante questi mesi, hanno continuato con i loro giornali, come se si trattasse di un film di suspense, generando timore con la sceneggiata del terzo mandato presidenziale. In seguito, dopo le numerose smentite di Putin stesso (secondo il giornale ”Kommersant”, quest’ultimo ha anche dato la sua parola al famoso politologo americano d’origine russa, Nikolai Zlobin), sembrarono comprendere, che Putin non violerà in questo modo la costituzione di Yeltsin, e si sono messi a fare congetture su come sarebbe potuto restare al potere (nessuno dubita che sarà così). Dopo gli ultimi eventi e le dichiarazioni di Putin stesso, i “cremlinologi” occidentali (questa professione, che è sembrata morire con il Politburo, e che ora riappare nuovamente), si sono lanciati a discutere la versione moscovita del trapasso dell’attuale presidente alla poltrona di primo ministro, con la conseguente diminuzione di poteri, o il pronto ritorno alla poltrona del Cremlino (al termine dei 4 anni, o molto prima). Tuttavia, in questa versione si continua a non comprende un aspetto determinante: cosa succede allora con Zubkov o con un altro pretendente, che occupa il posto del presidente nel 2008? Comunque e nonostante la sua lealtà, Putin non può essere sicuro al 100%, che vadano a realizzarsi le promesse e che gli venga ceduto l’incarico secondo ciò che è già deciso. Di conseguenza, Putin non assumerebbe questo rischio. Gleb Pavlovsky uno dei politologi più vicini al presidente, ha recentemente confermato quest’ipotesi. Ma potrebbe essere così, per cui che senso ha tutta questa baraonda messa in scena da V.V.P.? (Vladimir Vladimirovich Putin. N del T) si chiede a ragione l’altro V.V.P. (Pozner, conducente del programma televisivo famoso ”Vremena” (Tempi). A giudicare dai diversi segnali, si valuta in occidente, oltre a Pavlovsky, Surkov e compagnia cantante, che contando sul gusto di sorprendere che accompagna Putin, si sta preparando una nuova alternativa per sorprendere il paese ed il mondo.

In mancanza di altre idee, il consorzio ”Jamestown Fondation ” con sede a Washington, che si presume avere fonti vicine alla CIA, distribuì in pochi giorni una nuova versione. Secondo loro, gli eventi si possono sviluppare nel modo seguente: immediatamente dopo la vittoria trionfale alle legislative di ”Russia unita ” con Putin in testa, quest’ultimo rassegna le dimissioni da presidente e passa immediatamente a presentarsi come candidato di ”Russia unita ”per le elezioni anticipate della presidenza (senza violare così la costituzione, poiché Putin agirebbe già come un politico qualunque, e le elezioni sarebbero anticipate). Come è risaputo, in accordo con la costituzione, queste dovrebbero avere luogo entro un termine massimo di tre mesi, dopo le dimissioni del presidente. In accordo con questa stessa costituzione, Zubkov diventerebbe presidente, ma per un periodo massimo di tre mesi, il che difficilmente gli permetterebbe di accumulare tutto il potere nelle sue mani, per poterlo mantenere più avanti (benché dubito molto che aspiri a farlo). In questo modo, Putin prende parte alle elezioni e vince in modo sconcertante senza dovere violare nessuna norma costituzionale. Come assicura ”Jamestown Fondation”, Putin non soltanto apparirà con le mani linde dinanzi alla legge. Secondo questo copione, risulterebbe il primo presidente russo scelto come candidato di un partito politico, cosa che può essere interpretata dagli strateghi del Cremlino come un’argomentazione di peso per il successivo cammino della Russia verso la “democrazia sovrana” (Charles Gurin. Will Putin Step Dawn Early in Order To Run Again? Jamestown Foundation Eurasie Daily Monitor. October 3, 2007). Cosa possiamo dire? Non è chiaro se questa pubblicazione digitale è in grado di filtrare i piani reali di una parte dell’ambiente di Putin, o è il frutto dell’immaginazione di ciò che sono i “cremlinologi” di Washington. Ciò che è sicuro è che Putin ed il suo enorme clan, sono interessati al governo perpetuo, e non consegneranno volontariamente il potere. La questione è vedere come pensano di farlo. E ciò che è più importante: è chiaro che tutto ciò non ha nulla a che vedere con gli interessi reali della Russia e del suo popolo. da questo punto di vista, il PCFR può e deve avere un solo obiettivo: presentarsi alle elezioni ed ottenere la più grande rappresentazione possibile alla Duma. Inoltre, se si trasforma in una Duma bipartica, tanto meglio. Andare alle presidenziali e ottenere che il candidato del partito, ottenga il più grande numero possibile di voti. Il popolo deve sapere che ha un’alternativa reale. Il popolo deve sapere che c’è un partito, capace di fare pressione sul governo e difendere i suoi interessi. Il popolo deve ricordare le lezioni della storia e capire, che come per gli inizi del secolo scorso, il cammino verso la vittoria può molto risultare più breve, anche di quello che pensava il medesimo Lenin. Occorre essere pronti a prendere il potere e combattere per esso. Quello è l’obiettivo reale, che dà senso all’esistenza di qualsiasi partito politico.

 

(*)  Doctor en historia. Rusia.

LA RUSSIA (trad. di G.P.)

a cura di Annette Ciattoni, edizioni SEDES, 10 octobre 2007. Con contributi di C. Bayou, P. Marchand, Y. Richard, P. Thorez, P. Verluise, Y. Veyret
IL LIBRO IN ALCUNE FRASI
 
A seguito del crollo dell’URSS, la Russia, che ha perso la sua espansione esterna di "repubbliche sorelle" e che ha vissuto una forte instabilità interna, è ora di ritorno sulla scena internazionale. Come i Russi organizzano e gestiscono un territorio immenso in uno spazio impegnativo? Come si ripartiscono? Di quali vantaggi questo Stato-continente dispone per ritrovare uno statuto di grande potenza? Quali dinamiche influiscono su uno spazio ancora segnato dalla eredità di molti decenni di sovietizzazione? L’obiettivo di questo libro che riunisce molti specialisti è di fornire le risposte a queste domande. Propone anche elementi nuovi ed approfondimenti originali per comprendere le sfide che questa nuova Russia deve affrontare.
 
Copertina: http://www.diploweb.com/images/geographierussiesedes.pdf
 
Introduzione di A. Ciattoni
 
La nostra scelta ha riguardato volontariamente alcuni temi generali ma inevitabili per comprendere la Russia d’oggi nei suoi cambiamenti, nelle sue difficoltà ma anche nelle sue potenzialità. Paese più grande del pianeta con più di 17 milioni di km2, che si prolunga su 11 fusi orari, la Russia è nata dallo smembramento dell’URSS, un impero immenso, risultato di un’espansione territoriale cominciata nel xv secolo. È anche l’erede di una superpotenza mondiale, guida di un mondo socialista di fronte all’altra superpotenza, gli Stati Uniti, alla testa del mondo liberale. Il cammino è dunque stato difficile per questo paese oggi iscritto in nuove frontiere ed alla ricerca dello status perduto di grande potenza. La Russia ha attraversato, a seguito della caduta del regime sovietico nel 1991, una grave crisi politica, demografica, economica e sociale. Il passaggio da un’economia pianificata, che funziona in complementarità con tutte le repubbliche che costituiscono la Federazione, e con i paesi dell’Europa dell’Est, ad un’economia liberale, aperta, concorrenziale non è stato realizzato senza disaccordi, senza eccessi. Inoltre l’apprendistato della democrazia si è accompagnato a difficoltà politiche. Il potere centrale, a partire dal 1998, ha poco a poco ripreso in mano la situazione dopo un periodo d’indebolimento. La Russia è ora impegnata a percorrere una via nuova, con importanti vantaggi, il cui immenso potenziale di risorse del suo territorio ed il suo ritorno sulla scena internazionale sono reali. Le ricchezze favolose in petrolio e gas naturale sono le basi della geopolitica russa, i mezzi del suo ritorno sulla scena internazionale. Gazprom è uno Stato nello Stato. Per comprendere ciò che la Russia è al giorno d’oggi, vi proponiamo un’analisi in cinque capitoli. Tenuto conto delle difficoltà che hanno potuto incontrare e che incontrano gli uomini per controllare il loro territorio e i cambiamenti in corso nell’organizzazione spaziale della Russia, un primo capitolo presenta i caratteri dell’ambiente intorno ai temi della immensità e del freddo (Y. Veyret, A. Ciattoni). Il secondo tema presenta il popolamento e le città della Russia (P. Thorez). Le varie crisi infatti hanno influito sulla ripartizione della popolazione; hanno in particolare invertito i flussi migratori interni; la politica autorevole di popolamento delle regioni orientali è stata abbandonata. I Russi delle vecchie repubbliche si sono diretti verso le grandi città della Russia dell’Ovest. Il controllo del territorio costituisce il terzo aspetto dello studio a partire da una presa in considerazione dell’eredità dell’ex-URSS (P. Marchand). Il quarto tema ci rinvia alla geopolitica della Russia, le cui risorse in gas diventano indispensabili per l’Europa (P. Verluise et C. Bayou). Grazie all’energia, la Russia ritrova un’influenza esterna che aveva perso con la caduta del regime sovietico. Infine, l’ultimo aspetto fa il punto sulle evoluzioni regionali (Y. Richard); una nuova organizzazione del territorio russo deriva dagli sconvolgimenti politici e socioeconomici. Un’importante bibliografia è proposta alla fine di ogni capitolo per approfondire la questione.
 
Contattare le Edizioni Sedes e gli autori
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LA FRANCIA DI RITORNO NELL’ORDINE INTEGRATO DELLA NATO?

Pierre Verluise, specialista di géopolitica (fonte diploweb.com, trad. di G.P.)

 

L’11 settembre 2007, il ministro della difesa Hervé Morin ha cominciato pubblicamente a riflettere sul possibile ritorno della Francia nella struttura militare integrata della Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico (NATO). Presa di posizione che annullerebbe la decisione presa dal generale di Gaulle nel marzo 1966. Lasciando la struttura militare integrata della NATO, la Francia intendeva allora affermare il principio dell’ordine nazionale delle sue forze fino al loro inserimento eventuale sotto l’ordine NATO ma solo in caso di conflitto. Il generale Gaulle desiderava così impedire ogni possibilità d’impegno automatico delle forze francesi senza una preliminare decisione politica nazionale. Come sono arrivate le autorità francesi a rompere questo tabù? Creata nel 1949 per coinvolgere gli Stati Uniti nella difesa dell’Europa occidentale di fronte alla minaccia sovietica, la NATO è un puro prodotto della guerra fredda. Quaranta anni più tardi si verifica la caduta della cortina di ferro, nel 1989. Se, nel 1990, la fine della guerra fredda è stata un successo per la NATO, molti esperti si sono rapidamente interrogati sulla sua perennità. Per ragioni diverse, si trovano allora a Washington, ma anche a Parigi ed a Mosca, dei sostenitori della chiusura di questa esperienza. Mentre il Patto di Varsavia è scomparso, occorre constatare che la NATO è, non soltanto sopravvissuta alla guerra fredda ma ha saputo fare del dopo-guerra fredda un momento per estendersi considerevolmente in Europa. Per cominciare, la Germania è stata riunificata nel 1990 nel quadro della NATO, contrariamente a ciò che desiderava l’Unione della repubbliche socialiste sovietiche (URSS). Il gioco degli Stati Uniti consiste allora nel rompere l’ordine derivato dalla seconda guerra mondiale. Una Germania riunificata nella NATO firma la sconfitta dell’URSS come potenza vittoriosa del 1945. La scomparsa della repubblica democratica della Germania (RDT), finestra del comunismo in Europa, simbolizza la rovina di quest’ideologia. Senza parlare dell’implosione dell’URSS, l’8 dicembre 1991.

Le posizioni difese da Parigi all’inizio degli anni 1990

Solo Stato membro della NATO a non partecipare alla struttura militare integrata, dal 1966, la Francia considera, all’inizio degli anni ’90, che l’alleanza atlantica non è più giustificata, poiché il nemico potenziale ad Est è scomparso. François Géré spiega così la posizione difesa da Parigi: "La concezione francese del futuro dell’alleanza obbedisce innanzitutto ad una logica cartesiana: un’alleanza non sopravvive alle ragioni che la hanno fatta sorgere. Largo dunque alla messa in sicurezza dell’Europa da parte degli europei”. Esiste un progetto francese, relativamente ambizioso, quale la visione di un’Europa forte la cui estensione geografica sarebbe diversa da quella della NATO in corso d’allargamento. Ma sembra che nessuno ci senta da quest’orecchio. Né la volontà politica, né le risorse finanziarie, né i mezzi militari sono disponibili per quest’appuntamento con i tempi nuovi. Questo progetto francese è radicalmente opposto a quello degli Stati Uniti.  Giorgio-Henri Soutou ha scritto: "(…) la prima reazione di François Mitterrand fu di tentare di rallentare la riunificazione tedesca, che ai suoi occhi comprometteva lo statuto della Francia in Europa." Contava per ciò in particolare sul processo detto “4+2” per il quale si designava un negoziato tra i quattro e le due “Germanie”. Nel febbraio 1990, pensava che con il 4+2 la riunificazione avrebbe richiesto anni. D’altra parte, cercò inizialmente di inserire la riunificazione nella costruzione di una Grande Europa che includesse l’URSS: egli disse a Gorbatchev a Kiev il 6 dicembre 1989:  “Ci deve essere riunificazione ma nel quadro di una grande Europa”. Da qui il 31 dicembre seguiva la sua proposta per una confederazione europea che comprendesse l’URSS; con lo stesso spirito, voleva sviluppare le strutture di sicurezza in Europa tra i due patti per definire la riunificazione, cosa che perveniva al concetto di Casa Comune di Gorbatchev, come già detto nel maggio 90 a Mosca. Questa grande Europa sarebbe stata facilitata, nello spirito del presidente della repubblica, dalla fine del comunismo sovietico di tipo classico e con la comparsa in URSS ed in Europa dell’Est di un comunismo riformato compatibile con il socialismo democratico dell’Europa occidentale. È con questo spirito che nel suo discorso di Valladolid, nell’ottobre 1989, esortava i popoli dell’Europa orientale a non respingere “i valori del socialismo”. Questa grande Europa avrebbe d’altra parte permesso alla Francia di inquadrare la riunificazione tedesca in un accordo discreto con l’URSS; Parigi avrebbe potuto così mantenere il suo ruolo internazionale nella nuova situazione, secondo la concezione globale ricordata più su, con l’URSS riformata che aiutava la Francia a controbilanciare il peso della Germania e degli Stati Uniti. Ovviamente, questo progetto non ha suscitato un entusiasmo nei vecchi satelliti dell’URSS. Occorre rilevare, d’altra parte, che il trattato di Maastricht (1992) non fonda soltanto la moneta unica ma anche la politica estera e di sicurezza comune. L’articolo 17 impedisce alla PESC di essere incompatibile con gli interessi della NATO. In altre parole, la speranza francese di condurre l’Europa comunitaria a liberarsi dal quadro della NATO incontra delle difficoltà.

La NATO attua due allargamenti

Nel 1999, la crisi del Kosovo vede la NATO intervenire tramite un’offensiva aerea che intende forzare le autorità di Belgrado a cessare la repressione degli Albanesi del Kosovo. Molte volte, gli Stati Uniti danno l’impressione – attraverso le operazioni della NATO – di cercare il terreno migliore per contrastare la Russia sul suo territorio. Quest’operazione aerea è controversa, in particolare sul piano giuridico. Tuttavia la NATO resta alla fine degli anni ‘90 un elemento determinante dell’architettura di sicurezza europea, mentre l’OSCE non è riuscita ad imporsi, contrariamente al volere di Parigi e Mosca. Ne è testimonianza l’allargamento della NATO a paesi usciti dal blocco dell’Est. Fin dal 12 marzo 1999, si verifica un evento inimmaginabile appena quindici anni prima. Nonostante l’opposizione virulenta della Russia post-sovietica, tre paesi rinvenienti dal blocco dell’Est s’integrano nell’alleanza militare ostile all’URSS: la NATO. Si tratta della Polonia, della Repubblica Ceca e dell’Ungheria. Che gli Stati Uniti possano imporlo a Mosca testimonia dei rapporti di forza post-guerra fredda appena dieci anni dopo la caduta del muro. E Washington non si ferma lì. Nel 2004 si verifica un vero big bang geopolitico. La NATO si apre, il 29 marzo 2004, a sette paesi precedentemente comunisti: l’Estonia, la Lettonia, la Lituania, la Slovacchia, la Romania, la Bulgaria e Slovenia. Così, non soltanto gli Stati Uniti si permettono di integrare nell’alleanza militare da loro dominata vecchi satelliti dell’URSS ma osano integrare tre vecchie repubbliche sovietiche. Sotto diversi aspetti, si tratta di una vera rivoluzione. La zona franca russa di Kaliningrad si trova così "circondata" da due stati membri della NATO, la Polonia a sud e la Lituania a nord. Catherine Durandin nota che: "L’integrazione nella NATO, secondo il calendario che va da Madrid nel 1997 a Praga nel novembre 2002, ha seguito una logica pilotata, in ultima analisi, cioè in occasione del vertice di Praga del 2002, agli obiettivi principali della dottrina di sicurezza degli Stati Uniti." Così Washington, che spazza via le sue riserve precedenti all’indirizzo di candidati giudicati ancora troppo poco avanzati nella loro ristrutturazione militare, decide un big bang d’integrazione, con sette nuovi membri, per il vertice della NATO di Praga. Il tempo della NATO va più veloce e spinge, per precederlo, il tempo dell’Europa (comunitaria – PV). La logica degli Stati Uniti risponde al bisogno di controllo dello spazio del Sud-Est europeo, con gli alleati bulgari e rumeni, in una strategia di conseguimento di spazi aerei e di basi per le future operazioni in Iraq, in Medio Oriente, e come ponte verso il Caspio e l’Asia centrale. Queste basi dovrebbero essere punti d’appoggio, relè di allerta, relè di proiezione di forze militari. I nuovi partner degli Stati Uniti hanno potuto “prendere questa possibilità storica”, quest’opportunità straordinaria di un’integrazione nella NATO, in un momento, durante l’anno 2002, quando le relazioni tra Mosca e Washington potevano essere considerate buone, se non interdipendenti nella guerra contro il terrorismo.

La prova nel 2003

Fin dal 2003, il mercato alla guerra in Iraq è l’occasione di una nuova dimostrazione dell’attrattiva degli Stati Uniti. Gli stati membri o candidati alla NATO e/o all’Ue manifestano il loro sostegno alla strategia di Washington con "La lettera degli otto paesi dell’Europa per un fronte unito in Iraq", il 30 gennaio 2003 e "La Dichiarazione dei paesi del gruppo di Vilnius", il 5 febbraio 2003." La Francia e la Germania, appoggiate alla Russia di V. Poutine, non suscitano  l’entusiasmo degli stati membri o candidati all’Ue per la loro critica della strategia statunitense, tuttavia in gran parte fondata. Come immaginare, nondimeno, che i vecchi paesi satelliti diventati membri o candidati alla NATO possano vedere benevolmente una posizione sostenuta da Mosca? Un altro danno concomitante, il presidente J. Chirac “ferisce” i paesi candidati all’Ue, deteriorando l’immagine della Francia nell’Europa baltica, centrale ed orientale. Dopo la crisi diplomatica del 2003 e nella prospettiva dell’allargamento del 2004, Guy Millière scrive: "(…) l’allargamento appare all’entourage di Bush (fils – PV) come una prospettiva eccellente." Poiché si sa bene fra i candidati all’Ue che hanno subito il giogo sovietico, che se questo giogo è finito, non è certamente per merito della Germania e della Francia, ma grazie agli Stati Uniti e alla politica di riarmo materiale e morale degli anni Reagan. (…) l’allargamento dunque integrerà nella Ue, si pensa da parte americana, i paesi per i quali non c’è difesa credibile che in rapporto stretto con gli Stati Uniti. Si potrebbero suonare i rintocchi delle speranze francesi: fare dell’Europa un sostituto alla potenza che la Francia non ha più da decenni e pretendere con ciò di pesare sugli affari del mondo da una posizione di rivalità con gli americani (…) l’allargamento dell’Ue potrebbe servire, dal punto di vista dei partigiani della dottrina Bush, ad isolare e circoscrivere il pericolo che incarna, in Francia, l’ossessione anti-americana e le nostalgie di grandezza”. L’adesione dei paesi dell’Europa baltica, centrale ed orientale alla NATO nel 1999 o nel 2004 segna simbolicamente la predominanza degli Stati Uniti in Europa. Occorre ammettere con Ronald Hatto ed Odette Tomescu che "la penetrazione americana in Europa centrale ed orientale non dipende soltanto dalla sola volontà di Washington, ma che si basa anche sulle attese dei paesi ex sovietici”. L’allineamento relativo di molti di questi paesi deriva da una fascinazione per l’America e dal timore di un ritorno prepotente della Russia. La ricettività delle società interessate facilita il gioco di Washington. Dagli anni ‘90, molti giovani diplomatici ed uomini di Stato est-europei si sono formati nelle università americane, e gli Usa danno il senso del loro impegno con le basi militari a vantaggio dei nuovi membri della NATO, in particolare in Polonia, Romania, Bulgaria e forse Ungheria. Ciò permette loro, allo stesso tempo, di avvicinare le truppe americane agli "archi di instabilità" e di consolidare il loro primato in uno spazio chiave del pianeta. Per Ronald Hatto ed Odette Tomescu: "(…) la strategia del primato americano tende ad evitare un’integrazione troppo accurata dell’Ue." Lo scopo non è di impedire l’integrazione come tale, ma piuttosto assicurarsi che un certo grado di divisione persista tra i suoi membri. Fino ad un certo punto, l’installazione di elementi di un sistema anti-missile in Polonia ed in Repubblica Ceca potrebbe iscriversi in questo processo."

Una nuova configurazione

Probabilmente più che mai, gli Stati Uniti dispongono dal 2004 di strumenti e di mezzi per avere sott’occhio il funzionamento delle istituzioni europee. In un certo modo, gli ultimi adeguamenti governativi realizzati nel secondo semestre 2004 sulle relazioni tra la politica estera e di sicurezza comune e la NATO nel progetto di trattato costituzionale ne sono un esempio. Gli ultimi arbitrati tra governi degli stati membri prevedevano di fare della NATO "la base" e "l’istanza" della messa in opera della difesa collettiva degli stati membri della NATO, cioè della grande maggioranza dei membri dell’Ue. Ciò palesa uno stato d’animo complessivo. Il risultato negativo del referendum francese del 29 maggio 2005 – ed il ritiro del testo – non toglie nulla a questo stato d’animo. Con tale arretramento, il rappresentante permanente della Francia alla NATO dal 2001 al 2005, Benoît di Aboville, deve convenire che: "Era una visione troppo lineare quella di pensare che dopo la fine della guerra fredda la NATO si sarebbe sciolta da sé”. La Francia si trova dunque forzata a riconsiderare completamente il suo approccio alla NATO. La ridefinizione delle relazioni tra la Francia e la NATO sono il risultato secondario dei cambiamenti geopolitici dell’Europa dal 1989. Come non immaginare la soddisfazione dei dirigenti americani dopo le parole del presidente della repubblica francese, Jacques Chirac, che dichiarava nel 2004 al vertice della NATO ad Istanbul: "La Francia concepisce i suoi impegni nell’Unione europea e nell’alleanza come perfettamente compatibili." Non esiste, non può esistere, un’opposizione tra la NATO e l’Unione europea. Ecco un effetto collaterale della caduta della cortina di ferro. I dirigenti francesi – gradualmente e penosamente – sono stati obbligati a sanzionare il lutto del loro obiettivo iniziale… e ad avvicinarsi, abbastanza maldestramente, alla NATO a partire dal 1995. La Francia reintegra allora il Comitato militare, la più alta autorità militare dell’alleanza, che riunisce i capi di stato maggiore degli eserciti degli Stati membri. Nel 2004, la Francia partecipa in particolare alle istanze intergovernative seguenti all’alleanza: Consiglio Nord-Atlantico, Comitato militare e stato maggiore internazionale. Tuttavia, ancora a questa data, "la Francia non partecipa al funzionamento della struttura militare integrata ma dispone di compiti militari o di ufficiali di collegamento presso i principali stati maggiori (SACEUR, SACLANT, ordini regionali e locali…) per tenere conto delle necessità di coordinamento e d’interoperabilità necessarie ad un’eventuale implicazione delle forze francesi nelle operazioni di difesa collettiva o di gestione di crisi. Nel 2004, la Francia conta 170 persone nei posti di comando della NATO. Cifra che occorre comparare con i 2.805 americani, 2.212 tedeschi, 1.216 italiani, 632 Turchi, 405 spagnoli… Gli allargamenti della NATO e dell’Unione europea non sono dunque giochi a somma zero. La natura di configurazione geopolitica è cambiata. L’integrazione di 12 nuovi Stati membri ha parzialmente modificato l’Unione europea e la sua relazione con la NATO. Poco dopo l’allargamento del 2004, C. Durandin pone pubblicamente i nuovi dati del problema: "Il dibattito è lanciato. Evitiamo almeno le contraddizioni; cessiamo da parte francese di porci come polo di costruzione di un’Europa potente avente come obiettivo quello di pesare contro gli Stati Uniti proseguendo in modo ambivalente affermando la complementarità e la non concorrenza tra la NATO e la difesa europea. Siamo coerenti e cessiamo di spingerci in avanti tanto come europei contro Washington tanto come europei/occidentali con gli Stati Uniti. Quest’ambivalenza può generare soltanto una distanza che indebolisce, mentre sfide e responsabilità comuni si pongono alle società sviluppate, alle nazioni conquistatrici che si affermeranno successivamente nel mondo”.

Il cambiamento geopolitico dell’Europa conduce ad un nuovo approccio

Dopo il vertice di Riga del novembre 2006, François Géré dimostra che la Francia è diventata un membro importante della NATO. "Trasposizione del vertice di Praga del 2002, la Francia ed il Regno Unito ottengono nel 2005 l‘etichetta di nazioni quadro della componente aerea (della NATO – PV). "A tale scopo, l’aviazione realizza una struttura di comando atta a condurre 250 uscite aeree quotidiane. Le alte autorità francesi danno mandato all’esercito di terra di realizzare uno stato maggiore multinazionale per la NATO che prenda quartiere nella fortezza Vauban di Lille. La marina nazionale mette in servizio bastimenti di proiezione e di comando, le BPC, che potranno essere destinate alle NRF(Risposte di forza). (…) notiamo che le nostre forze restano sotto ordine nazionale fino alla loro assegnazione ad una NRF; passano allora sotto ordine della NATO. Quanto ai soldati francesi inseriti nelle strutture della NATO, restano sotto la responsabilità diretta del capo di stato maggiore delle armate. Ma, la nostra politica di difesa ha saputo apprezzare ciò che è essenziale nella sua relazione alla NATO. Nel settore strategico della guerra elettronica, ed è poco conosciuto, il nostro paese accoglie a varie riprese le campagne Embow e Mace dedicate all’autoprotezione degli aeromobili. Nel marzo 2005 gli aerei di informazioni elettroniche francesi (in particolare Gabriel ed Awacs) hanno partecipato alle esercitazioni della Nato Trial Hammer (organizzate sui cieli della Francia e della Germania) quindi Spartan Hammer in Grecia nel novembre 2006. Oggi (dicembre 2006), le forze francesi sono impegnate in Kosovo, ma soprattutto in Afghanistan. Là, l’apparato francese comprende più di un migliaio di soldati e molti caccia-bombardieri Mirage 2000 D, ha ricevuto alla fine del 2006 l‘appoggio di due elicotteri EC-725 Resco dell’aviazione, delle macchine molto recenti concepite per le missioni speciali in zone ostili. In breve, non è possibile dire che la Francia, membro dell’alleanza atlantica, non fa parte della NATO”. Dal 1 aprile al 31 luglio 2007 si è svolta una missione poco conosciuta ma significativa. L’aviazione francese ha garantito la protezione del cielo degli stati baltici, nel quadro della NATO. Per la prima volta dal 1966, non è più Parigi ma il comando della NATO che può dare direttamente ad un pilota francese un ordine di tiro contro un aeromobile. Tenuto conto di quello che è recentemente accaduto con i caccia russi che hanno violato lo spazio aereo degli stati baltici, ciascuno comprende che questa situazione poteva tradursi in un ordine dato dalla NATO ad un aeromobile francese contro tale incursione. Per chi conosce allo stesso tempo la cronistoria delle relazioni tra la Francia e la NATO dal 1966 e quella delle relazioni tra la Francia e la Russia, si tratta di un momento interessante. Alla fine di quest’operazione e poco prima della presa di posizione pubblica del ministro della difesa citata in introduzione, una relazione della commissione degli affari esteri del senato dedicata alle sfide dell’evoluzione della NATO testimonia nel mese di luglio 2007 di un mutamento d’animo. "Le evoluzioni future della NATO interessano direttamente la Francia alla stregua di tutti gli altri alleati." Quindi essa avrebbe interesse a definire più chiaramente il ruolo che intende svolgere nell’alleanza negli anni a venire. A questo titolo, il volontarismo francese al servizio del rafforzamento della politica europea di sicurezza e di difesa non deve essere esclusivamente di un realismo necessario, tenendo conto delle concezioni e del livello d’ambizione dei nostri partner della NATO nelle loro politiche di sicurezza. Per essere maggiormente inserita nella NATO, la Francia non deve dissipare le ambiguità di alcune delle sue posizioni e chiarire il suo progetto per un’organizzazione che funge da quadro ad una parte considerevole dei suoi impegni militari? (…) occorre dunque, per la Francia, definire chiaramente ciò che attende dall’alleanza atlantica, proporre un’articolazione coerente e credibile tra questa e la difesa europea, e darsi i mezzi per promuovere le sue idee in un’organizzazione in cui il suo ruolo politico non sembra all’altezza del suo contributo militare. Durante l’esame nella commissione, Josselin De Rohan ha convenuto che “gli Stati Uniti detenevano le chiavi del futuro del PESD." Tuttavia si è interrogato sull’interesse che avrebbe Washington a lasciare prendere corpo alla PESD, perchè un’Europa più autonoma rischia di essere meno predisposta a conciliarsi con i desiderata degli Stati Uniti. La situazione è, infatti, complessa. Benoît d’Aboville, rileva che: "(…) il problema della relazione tra la NATO e l’Ue è anzitutto quello della cooperazione diretta tra l’Ue e gli Stati Uniti." Ciò implica che questi riconoscano politicamente il suo ruolo internazionale autonomo, un passo che non hanno ancora osato fare finora perché pensano, a torto, che la NATO potrebbe essere indebolita. La rifondazione della relazione transatlantica passa necessariamente da ciò. I risultati per lo meno mitigati della strategia americana in Iraq porteranno forse il successore di G.W. Bush ad una migliore predisposizione. Ancora, occorrerebbe che gli europei avessero una posizione comune da far valere.

Una parte difficile per Parigi

Quanto ai francesi, rimane loro da negoziare meglio rispetto agli anni ‘90 il loro nuovo riavvicinamento con la NATO. Infatti, la Francia ha dichiarato sotto il governo di Alain Juppé (1995 – 1997) di avere l’intenzione di ritornare nell’ordine integrato della NATO. Poco dopo, Parigi ha posto una condizione al suo ritorno: ottenere un grande comando, ad esempio quello dell’Europa del Sud. Dinanzi al rifiuto degli Stati Uniti, Parigi ha cambiato di nuovo la sua posizione e ha chiesto un grande comando per un paese europeo, ad esempio l’Italia o la Spagna poiché la sfida è l’Europa del Sud. Ma Roma e Madrid si affrettate a dichiarare che non vogliono di tale onore. Concludendo, le aspirazioni francesi fanno un buco nell’acqua. L’ambasciatore Jacques Jessel ha formulato l’osservazione seguente: "Un diplomatico debuttante lo sa: se si avvia un negoziato avendo un’esigenza essenziale, occorre formularla prima di assumere un impegno di cui costituisce la condizione sine qua non! La domanda francese di un comando dovrebbe essere abbordata in occasione di negoziati discreti con gli Stati Uniti. Poiché la Francia ha avuto ruoli importanti nella NATO prima di lasciare l’ordine integrato, era logico che Parigi formulasse tale domanda. In compenso, era prevedibile che Washington rifiutasse il comando dell’Europa del Sud, perché include quello del VI flotta americana che gli Stati Uniti non possono ovviamente porre sotto un’autorità straniera. Parigi avrebbe probabilmente potuto ottenere un altro posto, ma non in questo modo incoerente. Non si poteva farlo fallire meglio. Nel settembre 2007, Laurent Zecchini ha scritto: "Parigi pone fin d’ora due condizioni principali. Un ritorno della Francia nella struttura militare integrata dell’alleanza (Atlantica – PV) può prevedersi soltanto parallelamente a proiezioni sostanziali dell’Europa nella sua politica di difesa. E, in secondo luogo, la NATO deve intraprendere un rinnovamento profondo, che passa per un nuovo concetto strategico (…) il ragionamento è il seguente: se la Francia cessa di essere un partner difficile, i suoi partner europei dell’alleanza cesseranno forse di rallentare i progressi della difesa europea.” Quali saranno i fattori d’inerzia? Le rappresentazioni della Francia ereditate della sua posizione precedente saranno difficili da superare? Quale sarà il gioco della Russia? Come la prossima presidenza degli Stati Uniti concepirà le relazioni nella NATO? Nessuno può dire quali saranno i risultati della politica europea di sicurezza e di difesa nel 2025, ma si tratta senza alcuno dubbio di un affare da seguire.

 

LA RUSSIA VITTIMA DELLE SANZIONI AMERICANE CONTRO L’IRAN (FONTE Rossiiskaïa Gazeta, TRAD. G.P.)

L’atteggiamento paranoico dell’elite americana in relazione all’Iraq è andato chiaramente rafforzandosi nell’ultimo periodo. La classe politica degli Stati Uniti si è maggiormente allontanata della realtà e della percezione oggettiva di questa. Ne è testimonianza il progetto di legge che è stato appena adottato dalla camera dei rappresentanti americana, intitolato "Atto di lotta contro la proliferazione di armi nucleari in Iran". Avendo capito che era impossibile risolvere militarmente il conflitto iraniano in virtù di reazioni internazionali addolcite e delle prospettive di vittoria sfocate, Washington cerca ormai di ritornare alle leve di pressione economica su Teheran. Le pressioni si annunciano forti, e rischiano di toccare anche i paesi che cooperano con l’Iran. In questo progetto di legge, ci si può rendere conto degli sforzi fatti da molti paese arabi che vedono di cattivo occhio il rafforzamento dell’Iran e la sua trasformazione in superpotenza nucleare regionale. È ovvio che questi paesi hanno contribuito alla redazione di questo documento. Essendo uno dei principali partner economici dell’Iran, la Russia è direttamente interessata da questo nuovo progetto di legge. Così, il congresso americano ha deciso di impedire a Mosca di sostenere politicamente Teheran e sviluppare con essa una cooperazione economica bilaterale. Nella parte che riguarda la Russia, si può chiaramente percepire un elemento di concorrenza politica ed economica. Tutte le misure adottate oggi dal congresso americano mirano a ridurre le possibilità concorrenziali della Russia, in particolare alla vigilia delle elezioni parlamentari e presidenziali. Alexeï Malachenko esperto del centro Carnegie di Mosca, ammette che l’Atto finirà per assumere la forma di una legge. "È difficile dire se questa legge sarà efficace." Nel caso della sua adozione, la Russia e la Cina potrebbero passarsi nuovi progetti energetici con gli Stati Uniti, cosa che le spingerà ancora di più a confrontarsi con Teheran. È per questo che non sono sicuro che questa legge rappresenti una misura efficace in sé ", ha spiegato.

 

LA RUSSIA INTERESSATA AD UN IRAK POTENTE E INDIPENDENTE (Fonte Ria Novisti, tratto da Geostrategie.com, trad. G.P.)

La Russia è interessata affinché  l’Iraq sia forte ed indipendente, ha dichiarato il ministro russo degli affari esteri ad interim, Sergueï Lavrov, che ha inaugurato recentemente negoziati con il suo omologo iracheno Hoshyar Zebari in visita di lavoro di tre giorni a Mosca. "Siamo a favore di un Iraq potente ed indipendente e per la messa in atto di tale Stato (iracheno) a protezione dei suoi interessi (nazionali)", ha detto il diplomatico. C’è da aggiungere che il Vicino-Oriente ha bisogno precisamente di tale Iraq per il mantenimento della pace e della stabilità nella regione. Come ha fatto osservare il ministro russo degli affari esteri, nel corso delle visite dei dirigenti russi nei paesi del Vicino-Oriente, si può sottolineare l’atteggiamento unitario degli stati della regione a favore del rafforzamento della sovranità e della sicurezza del Iraq. "In ogni tappa per il rafforzamento della sovranità dell’ Iraq, la Russia si è applicata apportando il suo contributo al conseguimento di quest’obiettivo", ha sottolineato Sergueï Lavrov. Il diplomatico ha segnalato che considerava la sua riunione con il ministro iracheno degli affari esteri come una possibilità di esporre nei dettagli la cooperazione bilaterale con l’Iraq e provare a comprendere quali passi concreti potrebbero essere intrapresi da Mosca per contribuire al processo di rafforzamento della pace e della sicurezza nella regione. In risposta, il ministro iracheno degli affari esteri Hoshyar Zebari ha dichiarato essere felice di incontrare per la seconda volta il suo amico, il capo della diplomazia russa (ad interim) Sergueï Lavrov. "Porto a Mosca un messaggio d’amicizia e di cooperazione da parte del governo e del popolo dell’Iraq", ha detto. Secondo Hoshyar Zebari, il problema dell’ Iraq non è un problema d’ampiezza locale o regionale, ma internazionale. Quanto alla Russia, ha proseguito, tenuto conto dell’importanza del suo ruolo nell’arena internazionale, essa è un "partner molto importante sul piano dello scambio di opinioni sulle questioni della stabilità e della sicurezza in Iraq". "L’Iraq sta attraversando un periodo molto complicato", ha detto il ministro iracheno degli affari esteri. Hoshyar Zebari ha auspicato che la futura riunione di Istanbul dei ministri degli esteri dei paesi vicini dell’Iraq che assocerà anche i capi diplomatici dei membri permanenti del Consiglio di sicurezza dell’ONU, nel prossimo ottobre, non trascuri di contribuire alla soluzione del problema iracheno. D’altra parte, i negoziati di oggi con Sergueï Lavrov dovrebbero anche riguardare la cooperazione bilaterale.

 

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