L’EUROPA NEL CAOS MEDIORIENTALE (di G. Gabellini)

Su "The Indipendent", Robert Fisk scrive che "E' stato lo stesso Javier Solana, capo della politica estera dell’Unione Europea (già segretario generale della NATO) a dichiarare lo scorso anno che “Israele, è di fatto un membro dell’UE, ma senza essere membro dell’istituzione”, per poi chiedersi ironicamente se "Per caso ne eravamo a conoscenza? Abbiamo votato per la sua ufficiosa introduzione? Chi ha autorizzato tutto questo?".
Effettivamente Fisk non fa che puntare il dito contro il re nudo, indicando apertamente una realtà di per sé evidentissima, che vede un'Europa succube non solo degli Stati Uniti, ma anche del suo fido sodale Israele. Sono decenni che la UE eroga denaro per la ricostruzione delle infrastrutture mediorientali regolarmente distrutte dall'esercito israeliano, armato di tutto punto dalle industrie belliche statunitensi. La precisione chirurgica con cui vengono distrutte queste infrastrutture edificate coi soldi dei contribuenti europei conferisce un significato politico all'azione militare, mediante il quale Tel Aviv intende "invitare" gli stati europei a guardarsi bene dal mettere il becco nelle faccende che non li riguardano direttamente. Un bel giorno risalente al novembre 2003, i servili burocrati di Bruxelles, forse in preda ai fumi dell'alcool, decisero di disporre un’interpellanza di 7.500 cittadini europei di quindici differenti paesi, chiedendo il loro parere su quale fosse lo stato più pericoloso per la pace mondiale. L'esito del sondaggio rivelò che il 60% circa degli intervistati considerava Israele quale principale nemico della pace mondiale. Irritati da un verdetto tanto "ingeneroso", molti uomini politici e intellettuali ebrei tornarono ad agitare il solito spauracchio dell'antisemitismo, evitando accuratamente di entrare nel merito del problema. Accortesi di aver fatto il passo più lungo della gamba, le diplomazie europee si misero immediatamente in moto per ricucire quello che molti prezzolati commentatori ritenevano uno strappo insostenibile e ingiustificato. Gli sforzi delle diplomazie diedero luogo dapprima a un'opera di pianificazione di esercitazioni militari congiunte, poi all'intensificazione dei rapporti politici ed economici con Tel Aviv. La ciliegina sulla torta la pose, come al solito, l'Italia, che inviò a Gerusalemme niente meno che Gianfranco Fini, il quale, in preda a una incontrollabile smania rinnegatrice, definì il fascismo come "Male assoluto", con tanto di Kippà in testa. L'Italia rompeva così la tradizionale politica estera filoaraba propugnata dai protagonisti della Prima Repubblica, da Enrico Mattei a Bettino Craxi, passando per Giulio Andreotti. Una politica abile e saggia, che, tenuto conto della logica scaturita da Yalta, ha garantito all'Italia ampi margini di autonomia nazionale per svariati decenni. Un filoarabismo pagato però a caro prezzo, se si pensa al silenzio assordante, imposto a furia di segreti di stato, sulle connivenze, sugli "incidenti" e sulle molte stragi irrisolte su cui molto spesso è aleggiata l'ombra del Mossad. Dagli stetti rapporti intrattenuti da membri della "X Mas" di Junio Valerio Borghese con uomini politici israeliani al caso "Argo 16", dalla strage di Ustica a quella di Bologna, dal rapimento di Aldo Moro a quello del tecnico nucleare Mordechai Vanunu a Roma. Una fitta rete di misteri, sospetti, omissioni e depistaggi su cui non è mai stata fatta piena luce. In ogni caso, dopo la scomparsa dell'Unione Sovietica, tradizionalmente legata a paesi "canaglia" come Siria, Libia e Libano, sono saltati i precari equilibri che avevano regolato l'area per un cinquantennio, facendo pendere l'ago della bilancia nettamente a favore di Israele, che ha approfittato della situazione per spadroneggiare incontrastato nella zona, forte del pieno appoggio del democratico Clinton prima e del repubblicano Bush poi. Qualcosa però si è alterato da allora, specie dopo il cambio di rotta intrapreso dal premier turco Recep Erdogan. Il partito di Erdogan, ad esempio, fu il principale scoglio su cui si infransero le pesanti spinte di Washington alla vigilia dell'aggressione all'Iraq. Il parlamento turco, facendosi interprete della soverchiante opposizione popolare alla sciagurata operazione bellica, si rifiutò di mettere il territorio turco a disposizione delle forze armate statunitensi, suscitando una reazione infuriata di Washington. Il "falco" Paul Wolfowitz, uomo assai influente all'interno del Dipartimento di Stato, se la prese pubblicamente con l'esercito turco, storicamente filoatlantico, per non aver rovesciato la decisione del governo. A questo pesante screzio con gli USA, alle dure parole di condanna espresse da Erdogan in occasione del rapporto Goldstone, si aggiunge ora la recente, ferma reazione di Ankara di fronte al rifiuto israeliano di porgere le scuse per l'attacco criminale sferrato alla "Freedom Flotilla", che ha determinato la morte di nove attivisti turchi. La Turchia ha negato il proprio spazio aereo ai voli militari israeliani e ha chiarito che se Israele non presenterà le scuse ufficiali per l'accaduto, le relazioni potranno considerarsi definitivamente rotte. Tutte le mosse elencate dimostrano effettivamente che Ankara sta portando avanti una politica sempre meno interessata all'Occidente e aperta al dialogo con i paesi islamici, anche non allineati ai diktat imposti da Washington e Tel Aviv, cosa dimostrata palesemente al Consiglio di Sicurezza dell'ONU, quando la Turchia ha espresso il proprio parere negativo in merito all'applicazione delle sanzioni all'Iran. Va tenuto conto del fatto che la Turchia è un paese in continuo incremento demografico, che sta registrando tassi di crescita economica nell'ordine del 6% annuo. Alla luce di questi dati, è ovvio che le sue scelte di politica estera assumano un peso enorme nel complesso scenario mediorientale. Israele si è dimostrato turbato da questa brusca inversione di tendenza intrapresa da Erdogan, e si trova in evidente stato confusionale, dovuto probabilmente al fatto che il continuo ricorso alla forza bruta che i suoi vertici politici fanno da svariati decenni a questa parte abbia atrofizzato ogni strumento politico alternativo. Una linea d'azione che poteva andar bene all'epoca unipolare, ma del tutto inadeguata in un periodo che vede l'ascesa di numerose potenze regionali (e non solo). Fino a ieri si poteva tranquillamente radere al suolo ogni infrastruttura libanese, rivelando apertamente (altro che Hezbollah!) l'intenzione di gettare una seria ipoteca sull'autonomia del paese da un lato, e di inviare un serio messaggio a Siria e Iran dall'altro. Dal momento, però, che gli Stati Uniti si trovano invischiati in una situazione estremamente critica da qualsiasi punto di osservazione la si guardi, Israele si vede costretto a fare di necessità virtù, e di porre un freno alle proprie smanie espansionistiche (calza a pennello su Israele la battuta di John Galbraith, il quale disse che "Se in mano si ha soltanto un martello, ciò che si vede sono soltanto dei chiodi"). In questo contesto si sarebbe potuta inserire l'Europa, prendendo in mano le redini della situazione e costringendo Israele a rivedere i propri intenti, arrischiandosi in una delicatissima operazione politica, il cui eventuale successo le avrebbe conferito un prestigio tale da poter essere indicata quale parziale contraltare dello strapotere atlantico nell’area. Impugnando l'esito del sondaggio promosso nel 2003,
l'Europa avrebbe potuto innescare un processo di progressivo distacco da Israele, ma scelse malauguratamente di ritirare la mano dopo aver lanciato il sasso. Alla ridicola sceneggiata di Fini in Kippà, fece seguito una serie di operazioni congiunte, di spionaggio e controterrorismo, tra Israele e la Nato; si tratta di miserabili operazioni di retroguardia, volte a inserire quel cavallo di Troia che è Israele all’interno di un’Unione Europa già abbondantemente asservita agli Stati Uniti, allo scopo di riallineare ogni singolo paese ad essa aderente sulla direttrice atlantica. Di fronte a questa operazione, l’Italia si pone, come sempre, coi piedi in due staffe, dimostrando la colossale inadeguatezza dell’attuale classe politica da cui è guidata. Le sparate di Berlusconi su Ahmadinejad alla Knesset di febbraio stridono in maniera piuttosto acuta con il fatto ineluttabile che l’Italia è uno dei principali partner commerciali dell’Iran (cosa peraltro sacrosanta in vista di una minima autonomia nazionale).  Ancora una volta il Medio Oriente (per noi si tratta, in realtà, di Vicino Oriente) si conferma la chiave di volta in grado di ridefinire i rapporti di forza in questo contorto scenario che si avvia verso il multipolarismo. L’Europa (l’Italia in primis) dovrà giocare abilmente le proprie carte, puntando forte su quest’area. Finora, però, in quel di Bruxelles tira tutta un’altra aria.