"Nondum matura est; nolo acerbam sumere", vulpecula dixit.di P. Pagliani

 

Ullallà! Chi non muore si rivede!

Il simbolo del sogno americano, Barack Obama, ha iniziato a prendere le sue decisioni: ha scelto come suoi rappresentanti informali al vertice del G20 in calendario Sabato a Washington, nientemeno  che l’ex Segretario di Stato Madeleine Albright e il deputato repubblicano Jim Leach. Attenzione, benché “informali” i due potranno esprimersi a nome del presidente eletto. Non sono belle statuine.

Guarda caso avevo parlato di entrambi recentemente.

Madeleine Albright è diventata famosa, ricordo ancora, perché in quanto Segretario di Stato di Bill Clinton, durante il programma televisivo “60 Minutes” affermò che 500.000 bambini iracheni morti per l’embargo erano un prezzo giusto (“The price is worth it”).

Il secondo, un repubblicano aperto sul tema dei diritti civili, come ad esempio l’aborto, favorevole alla Guerra del Golfo ma contrario all’invasione dell’Iraq nel 2002, ha associato il suo nome al Gramm-Leach-Bliley Act che smantellò il Glass-Steagall Act, aprendo una delle tante strade a quei meccanismi finanziari che sono stati la causa tecnica della crisi politica attuale. Così a prima vista, comunque, mi sta leggermente più simpatico della democratica Albright.

Ma vediamo di capire, se possibile, cosa possono dire queste nomine.

Non sono ancora elementi di prova chiari, ma ho tuttavia la netta sensazione che mi stiano confermando che Obama attuerà una politica neoclintoniana all’incontrario.

Se Clinton aveva iniziato a saggiare il terreno e le possibilità di manovra nell’Europa dell’Est e in Asia dopo la caduta del Muro di Berlino e se Bush ha imperversato, una volta valutato che le possibilità di manovra erano ampie, ora Obama, stretto tra una rianimata Russia, una Cina zeppa di mezzi di pagamento e una crisi economica, dovrà fare marcia indietro saggiando di nuovo il terreno qua e là, in modo qualche volta più cauto, qualche volta più deciso e aggressivo.

Va da sé che questo sensatissimo atteggiamento pragmatico della nuova amministrazione USA sarà salutato dalla sinistra come una riprova del cambiamento epocale ideale e del rinvigorimento e rilancio del sogno americano.

E qui passiamo al secondo argomento.

Perché c’è da rimanere allibiti.

E’ mai possibile che una sinistra che sventola appena può le bandiere del Che, che viene dalla protesta contro la guerra del Vietnam, contro l’ingerenza della CIA in Cile (e dei “Chicago boys” cresciuti alla scuola monetarista di Milton Friedman, ma questo se lo sono dimenticati tutti), che ha fatto fuoco e fiamme contro il sostegno americano al golpe di Pinochet, la sinistra che ha protestato contro la Guerra del Golfo, l’invasione dell’Iraq e quella dell’Afghanistan, arriva Barack Obama e, oplà, si lascia incantare demenzialmente dal “sogno americano” che invece aveva fino a ieri denunciato come un puro e semplice inganno ideologico del capitalismo e dell’imperialismo: è mai possibile? Si è completamente dimenticata che il Che sosteneva che gli USA erano “il più grande nemico dell’umanità” (che diavolo le sventolano a fare quelle bandiere)?

In effetti la guerra criminale contro la Serbia era stata il primo importante segnale che saremmo arrivati a questo punto. Ma la sinistra “radicale”, per lo meno, sembrava aver fatto ammenda. Già: sembrava. Ed invece il virus si stava ormai espandendo.

E così siamo arrivati al punto che ci vuole Giulio Tremonti a dire che i banchieri che falliscono devono andare a casa o in galera. La sinistra è ancora lì a cantare “In galera li panettieri/se credevano già baroni/ d’affamà la pupulazione/nun se devano penzieri.”

E siamo arrivati al punto che le niente più che sensate parole di Silvio Berlusconi e del ministro Frattini sulla crisi Russia-Occidente (da loro giustamente riportata ad una crisi Russia-Usa) invece di essere state pronunciate dalla sinistra (almeno quella “radicale”! e invece niente), sono state pronunciate dal filoamericano Cavaliere Nero (ops! abbronzato).

Lo fa per gli affaracci suoi? Sì: lo fa per realpolitik e realaffarik. Anzi: realaffaraccik. Perché qualcuno crede ancora alle favole? Il democratico Kennedy aveva lasciato col culo a bagno alla Baia dei Porci la spedizione di reazionari che voleva rovesciare Castro perché le stava prendendo o perché era stato improvvisamente illuminato dal “sogno americano”? Nixon si è ritirato dal Vietnam perché le stava prendendo o perché era pacifista? Bismark si era fatto in quattro per mantenere la pace in Europa perché gli faceva orrore la guerra o perché pensava agli affaracci dell’Impero Tedesco?

E a proposito di Bismark, io più che delle pittoresche manie di grandezza di Berlusconi mi preoccuperei delle caotiche manie di piccolezza della sinistra. Per lo meno quelle di Berlusconi hanno recentemente irritato l’ineffabile stratega Edward Luttwak, consigliere statunitense della NATO e della National Security, preoccupato che “l’Italia cambi posizione” sullo scudo missilistico USA, considerato da Berlusconi e Frattini una “provocazione contro la Russia”.

Vogliamo continuare a credere alle favole?

E va bene. Ma che per lo meno non si pensi che aveva ragione la volpe a dire che l’uva non era matura o che non si dia ragione al povero lupo assetato contro quell’inquinatore dell’agnello.

 

P. Pagliani