PERCORSI NEL CAPITALE: NUOVE IPOTESI E PARADIGMI

(di G. La Grassa)

 

PRESENTAZIONE di G. P.

 

Vi presentiamo un nuovo saggio di Gianfranco La Grassa sul Capitale Finanziario che entrerà a far parte di un libro più ampio di prossima pubblicazione

(link: http://www.ripensaremarx.it/percorsi_nel_capitale%201.pdf).

 

In questa sezione La Grassa indaga la specificità finanziaria nei sistemi capitalistici (soprattutto nelle formazioni occidentali egemonizzate dal modello USA), attraverso un più logico riposizionamento di questa sfera nell’ambito della complessiva articolazione sistemica, mostrandone gli stretti legami con la sfera politica e con quella ideologico-culturale.

Notoriamente, il pensiero di La Grassa, su questo tema, costituisce un unicum a fronte delle proclamazioni fanatiche provenienti dai cosiddetti economisti di scuola liberista (i quali vedono all’opera nei mercati ogni specie di automatismo virtuoso, atto a riportare costantemente “in asse” gli eventuali scompensi in essi originatisi) o dei toni apocalittici di tanti pensatori marxisti ortodossi i quali, proclivi al piano teorico kautskyano o hilferdinghiano, interpretano l’estensione ipertrofica di tale sfera, sul resto delle attività capitalistiche, come conseguenza diretta di una irreversibile centralizzazione dei capitali (che trasformerebbe la classe proprietaria in ristretta casta di rentier avulsa dalla produzione) la quale darebbe infine la stura ad una semplificazione del campo sociale, fino a rendere irrimediabilmente evidente la divaricazione tra sfruttati (i più) e sfruttatori (i pochi).

Ma perché nel capitalismo la sfera finanziaria assurge ad un ruolo così determinante? 

Nella formazione sociale capitalistica i prodotti sono esitati come merci, cioè, immediatamente, come valori di scambio che esprimono un prezzo. Come detto da Marx: “Preso in se stesso il prezzo non è altro che la espressione monetraia del valore" ovverosia esso è “esponente della grandezza di valore della merce, cioè del suo rapporto di scambio col denaro” .

Senza voler entrare nelle diverse funzioni svolte dal denaro (cioè quello di essere misura dei valori, mezzo di circolazione, segno del valore e, infine, di tesaurizzazione), diciamo che questo assume, nella società capitalistica, compiti e scopi affatto diversi da quelli svolti nelle organizzazioni umane precedenti. Dirà ancora Marx che finché la merce si scambiava contro merce vi era solo “ricambio organico sociale”, ma quando interviene il denaro, in quanto “mezzo di circolazione delle merci”, il capitalismo si afferma modificando tutto il “panorama” sociale anteriore. Tuttavia, è solo l’estensione di determinati rapporti sociali che consente al denaro di poter dispiegare le sue funzioni specifiche, come quella di equivalente generale delle merci nello scambio, dopo che la forma-merce dei prodotti umani è divenuta la regola (i valori di scambio delle merci non sono che funzioni sociali di queste, Marx).

Lo stesso discorso deve essere, pertanto, allargato alla complessiva società mercantile che si impernia sulla proprietà privata dei mezzi di produzione. Quest’ultimi non sono Capitale per il solo fatto di essere privati, ma lo diventano se la struttura sociale (ed i rapporti nei quali essa si sostanzia) è organizzata sulla base di una divisione netta tra proprietari di detti mezzi e possessori di mera forza-lavoro (quindi soggetti de-privati degli strumenti produttivi) costretti ad impiegarsi presso i primi per la loro stessa sopravvivenza.

Questo spossessamento iniziale permetterà agli: “… imprenditori capitalisti di produrre un plusvalore, o, il che è poi la stessa cosa, di appropriarsi di una certa quantità di lavoro non pagato, questo fatto consente al proprietario dei mezzi di lavoro, che egli presta in tutto o in parte all’imprenditore capitalista, cioè, in una parola, consente al capitalista che presta il denaro di reclamare per sé un’altra parte di questo plusvalore, sotto il nome di interesse". Ampliandosi i rapporti sociali capitalistici anche le funzioni del denaro si estendono, rendendo la sfera finanziaria (che si occupa precipuamente della merce-denaro) autonoma rispetto alla stessa base produttiva. Al proposito seguiamo le illuminanti parole di Marx: “Il possessore di denari diventa capitalista nella sua qualità di veicolo consapevole di tale movimento. La sua persona, o piuttosto la sua tasca, è il punto di partenza e di ritorno del denaro. Il contenuto oggettivo di quella circolazione – la valorizzazione del valore – è il suo fine soggettivo, ed egli funziona come capitalista, ossia capitale personificato, dotato di volontà e di consapevolezza, solamente in quanto l’unico motivo propulsore delle sue operazioni è una crescente appropriazione della ricchezza astratta. Quindi il valore d’uso non dev’esser mai considerato fine immediato del capitalista. E neppure il singolo guadagno: ma soltanto il moto incessante del guadagnare”. (Marx, Il Capitale)

Dietro questa asserzione c’è il convincimento marxiano che la tendenza di fondo del capitalismo sia quella di un restringimento dell’interesse per la produzione, a causa della progressiva centralizzazione dei capitali che crea una classe di puri rentier dediti al taglio delle cedole. Se da un lato la centralizzazione dei capitali riversa nelle mani di pochi gruppi tutto il potere sociale, dall’altro la base produttiva sistemica si ricompone nel lavoratore collettivo cooperativo associato, il quale rientra in possesso della visione complessiva della produzione e dei saperi ad essa sono sottesi.

In sostanza, controllo sociale (nonché politico e statale) e basi materiali riproduttive si disgiungono essendo le seconde non più appannaggio dei proprietari capitalistici (i quali agiscono di conserva per spartirsi i loro superprofitti) ma di un soggetto collettivo che nella produzione individua i suoi reali interessi, maturando, così, la consapevolezza di poter fare benissimo a meno della proprietà.

In verità, il fenomeno che più balzava agli occhi (ma che veniva mal interpretato nei suoi sbocchi ultimi) riguardava il moltiplicarsi del cosiddetto “segno moneta” nella società a modo di produzione capitalistico e che faceva crescere a dismisura le imprese che trattavano tali segni (le banche). Secondo la teoria elaborata da Marx, ripresa anche da Kautsky, i processi di centralizzazione sarebbero divenuti, a questo, punto ancor più incipienti tanto che il settore bancario, per via dei finanziamenti agli investimenti imprenditoriali, avrebbe finito per controllare interamente il settore industriale. Si completava, a quel punto, il processo di separazione tra economia reale e finanziaria, con trasformazione dei soggetti che detenevano la proprietà azionaria in una classe ristretta di individui interessati ai soli profitti da rendita, proprio come i signori feudali del precedente modo di produzione.

Da questa constatazione, si diramavano due differenti pratiche (intese come altrettante visioni del mondo antinomiche) che rispondevano a due modi contrapposti di fare la lotta al sistema: la via riformista e lineare che prevedeva l’estromissione pacifica dei “signori della rendita” dallo Stato e dalla produzione, in quanto essi non collaboravano più allo sviluppo della società essendone divenuti semplici parassiti; la via rivoluzionaria la quale aveva, invece, ben presente un ulteriore problema (seppur analizzato nell’ambito di questa visione deterministica). E qui dobbiamo fare riferimento a Lenin. È vero, secondo Lenin, che tali processi sono invitabili, almeno tendenzialmente, ma prima che si fosse giunti all’unico trust mondiale preconizzato da Kautsky si sarebbero acuiti i conflitti tra borghesie nazionali per il controllo di più ampie aree d’influenza (all’interno delle quali rientravano quei paesi capitalisticamente arretrati). Ciò implicava l’uso della guerra per il regolamento dei conti tra potenze al fine di conquistare la preminenza, tanto sul mondo capitalistico che su quello non capitalistico (le colonie). Di conseguenza, anche la finanza doveva svolgere un ruolo attivo per il proprio paese di riferimento incanalando risorse e mezzi verso le imprese che meglio aggredivano gli altrui mercati, accrescendo la potenza (economica, militare, statale) della propria borghesia imperialista.

Lenin opera qui una correzione decisiva della teoria ortodossa pur non mettendo in discussione le premesse errate che sorreggono il modello dottrinale iniziale. Ma ciò che in quel dato momento storico viene risolto con l’astuzia pratica di un rivoluzionario intelligente si riprospetterà, amplificandosi, in tutti i suoi aspetti deleteri dopo le sconfitte “seriali” del movimento comunista internazionale.  

Il nucleo logico della dinamica capitalistica non sta nella proprietà privata dei mezzi di produzione poiché, se di questo si fosse trattato, la previsione circa la centralizzazione (o anche la formazione del General Intellect), avrebbe potuto avere un senso ed una coerenza.

Ma cosa cambia se invece rintracciamo la natura dinamica del Capitale nel flusso conflittuale della lotta interdominanti che struttura e ristruttura costantemente la società? Avviene che il paradigma iniziale perde di significato essendo mutato il piano di analisi dell’oggetto sociale. La teoria deve allora riposizionarsi tenendo conto dei fenomeni storici che si sono prodotti e che non potevano essere letti attraverso i suoi precedenti paradigmi, i quali escono, pertanto, ridimensionati nella loro portata scientifica.

Lenin, trovandosi di fronte a questo impasse “reagisce”, per così dire,  cambiando l’“ordine” di alcuni fattori, non volendo (o non potendo) destrutturare l’impianto teorico marxista; il risultato complessivo, ovviamente, non cambia (il sistema teorico di riferimento è insufficiente a cogliere la natura del capitalismo) ma almeno si ottiene un vantaggio momentaneo, utile a districarsi in quella specifica situazione (ed ecco l’analisi concreta della situazione concreta). La finanza viene così nuovamente sottoposta ad una volontà politica superiore, quella statale, intesa come stanza di compensazione dei conflitti tra classi dominanti, il "Comitato d’affari della Borghesia" (il tema dello Stato dovrà essere ampiamente affrontato in altro saggio, poichè, come abbiamo più volte ribadito, esso non è il luogo di sintesi sociale dove le classi dominanti ricompongono i loro interessi). Con questo riposizionamento, la finanza torna a svolgere una “mansione” più coadiutoria nella formazione sociale capitalistica.

Oggi quella “correzione” leniniana (un vero gioco di prestigio per non inficiare l’impianto teorico generale), non è più di alcuna utilità pratica ed ha esaurito ampiamente la sua carica rivoluzionaria. Occorre prendere coscienza del fatto che il capitalismo non è intrinsecamente destinato all’autodissoluzione (a causa di crisi viepiù profonde, sempre ultime e definitive, che costituiscono un limite invalicabile al suo avanzamento); al contrario, le crisi devono essere considerate alla stregua di epifenomeni scatenati da un movimento magmatico sotterraneo il quale, eruttando in alcuni punti, cambia tutta la morfologia del “paesaggio” in superficie. Per La Grassa, tale movimento è il risultato del flusso conflittuale che muove le “classi dominanti” alla lotta reciproca.

 

Uno dei principali sviamenti del marxismo viene dall’aver accettato la cosiddetta razionalità strumentale (minimo spreco di risorse per l’ottenimento di un risultato massimo) quale elemento basale della dinamica capitalistica. Se tale principio permea la sfera economica nella sua interezza è perché in questa si producono le energie per l’approntamento delle strategie di tutti i settori dominanti; inoltre, anche nella sfera economica il perseguimento dei massimi profitti non sempre risponde alla logica univoca del minimax, poiché, a volte, l’adozione di decisioni non immediatamente profittevoli, dal punto di vista monetario, può dare una maggiore performatività all’azione contro i concorrenti nel medio-lungo periodo (si pensi all’abbassamento dei prezzi di certi prodotti, al di sotto dei costi, per un certo periodo, al fine sbarazzarsi di quelle imprese che versano già in situazione di difficoltà) .

Nella sfera politica e in quella ideologico-culturale l’azione degli agenti dominanti, benché spesso l’ideologia economicistica penetri anche in queste aree con i suoi “pungoli” strumentali, è orientata alla “massimizzazione” strategica. La visione dei processi sociali è qui sicuramente più ampia ed è indirizzata all’occupazione di aree d’influenza, attraverso lo scontro con altri settori dominanti, tanto all’interno che all’esterno della formazione sociale dove questi operano. Del resto, l’acerrima competizione senza veli della sfera economica, qualora non venisse ricomposta a livello politico ed ideologico, manderebbe in pezzi tutta l’impalcatura societaria.

Marx ha avuto il grande merito di svelare cosa si nascondesse dietro l’uguaglianza e la libertà formale del modo di produzione capitalistico nella sfera circolatoria. Sul mercato si confrontano uomini “liberi” che autonomamente decidono di vendere e comprare merci, tuttavia l’origine di tale “barbaglio egualitario” rinviene dall’aver imposto una profonda ineguaglianza nella sfera produttiva, laddove il Capitale ha già vinto essendosi erto di fronte a uomini spossessati di tutto (e che per questo sono costretti a vendere l’unica cosa ancora in loro godimento, la capacità di erogare energia lavorativa) con la sua forza razionalizzatrice.

L’essersi concentrato sulle contraddizione nella sfera produttiva (dove si apre il conflitto Capitale/Lavoro) ha impedito a Marx di dare il giusto peso allo scontro tra agenti strategici dominanti nella sfera politica e in quella statale (il cruccio che lo ha attanagliato per tutta la sua produzione teorica), portandolo ad accettare l’impostazione dominante che assegnava alla razionalità strumentale il massimo impulso sistemico.

In una concezione di questo tipo l’economia prende il davanti della scena sociale e la stessa politica viene intrappolata dai meccanismi di razionalizzazione strumentale che operano nella prima. Sulla base di questa errata inversione nasce la convinzione che gli agenti politici sono aggregati, in posizione subordinata, alla proprietà capitalistica ed è solo nella sfera statale (camera di compensazione dei gruppi dominanti borghesi) che si realizza l’unità universale di questa classe.

La Grassa, invece, capovolge lo schema classico subordinando la logica del minimax alla più decisiva razionalità strategica. In primo luogo, è la razionalità strumentale ad essere al servizio di quella strategica, ergo sono gli agenti che approntano le risolutive strategie conflittuali a sottoporre alle più vaste esigenze di riproduzione sistemica gli addetti alla razionalizzazione economica e produttiva. Il fine dell’agente capitalistico è la supremazia sulla società e per raggiungere tale scopo i gruppi dominanti necessitano di risorse (economiche) con le quali attivare ed organizzare l’azione strategica.

Tale conflitto strategico, che persisteva anche nei precedenti modi di produzione (esplicandosi nella sola sfera politica e militare), con l’affermarsi del capitalismo penetra direttamente nella sfera economica ove produce cambiamenti radicali che modificano forme e strutture di tutta la vecchia società.

La conflittualità nella sfera economica si condensa in nuclei concorrenziali chiamati imprese. Le imprese si moltiplicano e creano una fittissima rete di rapporti che cresce in seguito alla “duplicazione del prodotto lavorativo in merce e denaro”. All’interno di ciascuna impresa si combinano i fattori produttivi (materie prime, lavoranti…) al fine di esitare output che contengono lavoro non pagato, dal quale il capitalista ricava il suo profitto. La frammentazione degli organismi lavorativi, in seguito alla penetrazione del flusso conflittuale nelle attività produttive, sdoppia la stessa sfera economica in una sfera precipuamente produttiva e in un’altra banco-finanziaria. La forma impresa pervade così anche la finanza, laddove operano corpi capitalistici che maneggiano denaro quale rappresentante “segnico” della ricchezza generale. Compito di queste imprese è quello di moltiplicare detti “segni” e per raggiungere questi risultati tali enti devono intrecciare le loro attività con quelle dei settori industriali.

 L’incessante sviluppo produttivo assunto dalle imprese fa di queste l’anello vitale della sfera economica. All’interno di esse i ruoli si stratificano, si complessificano, portando alla formazione di:  “a) uno strato lavorativo, pur sempre dotato di spessore gerarchico, con una larga base di attività spogliate di saperi o al massimo dotate di quelli soltanto ultraspecialistici e del tutto sminuzzati; b) un ben più ristretto apparato, articolato in diversi settori (dipartimenti, divisioni o altre partizioni imprenditoriali), di manager in possesso di poteri (e capacità) direttivi, che applicano al settore sottoposto alla loro giurisdizione la razionalità del minimax (se è limitata o meno non è affatto la questione più interessante da sollevare da parte di chi elabora scientificamente le sue teorie, senza mescolare livelli diversi di astrazione); c) un vertice ancora più ristretto di imprenditori strateghi, i cui ruoli debbono essere occupati da chi sa usare saperi politici, per quanto applicati alla sfera sociale di cui si sta trattando”. (La Grassa)

E’ proprio la presenza delle imprese che rende propulsiva la formazione sociale capitalistica, poiché la costante pressione da queste esercitata nella direzione dello sviluppo delle forze produttive impedisce alla stessa di stagnare, nonostante si verifichino periodiche crisi. Il meccanismo della crisi s’innesca proprio a causa della sottesa corrente conflittuale che spinge i gruppi dominanti alla conquista della preminenza con eliminazione degli avversari (espulsione dal mercato). Anche quando vengono strette delle alleanze tra imprese e gruppi dominanti, per governare la conflittualità eccessiva, questa viene solo momentaneamente risospinta sullo sfondo.

Tuttavia, lo strato strategico dominante, operante nella sfera produttiva e in quella finanziaria, non viene a contatto solo con i corrispondenti omologhi operanti nello stesso ambito, ma viene, altresì, ad intrecciare la propria azione con gli agenti strategici della sfera politica i quali mettono in campo condotte di più ampio respiro, definendo la collocazione di ciascuna formazione nazionale all’interno della formazione capitalistica globale. Sicché si verificano delle pressioni da parte degli agenti politici affinché il flusso conflittuale sociale sia incanalato anche nella lotta contro l’ “esterno”. Come si vede, la teoria lagrassiana pone la sfera economica (nella sua duplicità produttiva e finanziaria) a supporto di quella politica che agisce ricomponendo l’”anarchia” conflittuale, al fine di una maggiore coordinazione  in ambito geospaziale e geopolitico.

Ma, come detto, l’azione di questi agenti strategici deve essere corroborata dalle risorse prodotte nella sottostante sfera economica, con le quali i dominanti politici ordiscono le loro trame per dare all’intera formazione sociale una maggiore copertura ideologica, attraverso la rappresentazione di interessi comuni a tutti gli strati sociali che la sostanziano. Senza questa uniformità non è possibile condurre una lotta verso l’esterno.

Diviene chiaro allora che le angustie del conflitto capitale/lavoro spiegano solo una piccola parte dello svolgimento della formazione sociale capitalistica. Se il dato in essa preminente è il conflitto strategico interdominanti tutta la legalità sistemica deve essere sottoposta ad un riorientamento d’indagine, perché dell’oggetto analizzato si sono colte appena le sfumature.  

Il conflitto strategico implica dunque un rapporto strettissimo tra gli agenti che operano nella sfera economica, in quella politica e in quella ideologico-culturale. Mentre ribadiamo che sono gli agenti decisori nella sfera politica ad avere una visione omnicomprensiva degli indirizzi strategici utili a primeggiare nella formazione capitalistica globalmente intesa, la preminenza di una sfera sull’altra dipende da specifiche congiunture:  “Nei periodi in cui vanno accentuandosi gli scontri tra le strategie degli agenti dominanti … il commercio del mezzo monetario si sviluppa in modo sempre più squilibrato, concentrandosi spesso su se stesso e divenendo così lo scopo centrale degli agenti capitalistici. In fasi simili, più complicati e ramificati divengono i vari strumenti di tale commercio e si ampliano le dimensioni e l’influenza sociale di quella che viene denominata finanza. Ricchezza e potere sembrano dipendere fondamentalmente dalla crescita di quest’ultima, dall’intensificarsi del commercio monetario (nei suoi via via più numerosi segni rappresentativi). Questa “visione distorta” è caratteristica precipua degli agenti capitalistici dominanti nella sfera economica, che perseguono i loro obiettivi di supremazia attuando strategie relativamente più ristrette – rispetto a certi gruppi di agenti nelle altre sfere – sia in senso spaziale che temporale”.  

La crisi è perciò il meccanismo che rimette in ordine le cose, gli agenti politici riconducono quelli finanziari al loro ruolo precipuo di alimentatori delle strategie conflittuali adeguate a sostenere gli agenti strategici nella sfera politica. Ma la crisi è anche il sintomo, a livello globale, di una più accesa conflittualità tra formazioni sociali, laddove gruppi di agenti dominanti si scontrano con altri per la conquista di aree d’influenza o nel tentativo di sottrarre spazio a quelli che hanno già assunto la preminenza. Ciò implica che a fasi di monocentrismo (con una formazione nazionale a fare da guida ad un’area più o meno omogenea di paesi, in virtù di una egemonia esercitata con strumenti di varia natura) si alternano fasi accese di policentrismo (con il compattarsi di zone di contrasto e di resistenza all’egemonia della formazione in quel momento dominante).

Il policentrismo è proprio l’espressione più sintomatica della tensione conflittuale che attraversa il capitalismo, mentre le fasi monocentriche sono il risultato di un allentamento di tale tensione che, tuttavia, è sempre transeunte e dipende dal tentativo di governare tale flusso conflittuale da parte della potenza che ha conquistato l’egemonia politica, economica, militare ecc.ecc.

La Grassa mette l’accento sull’aspetto policentrico e sulla ricorsività della lotta tra gruppi dominanti ridefinendo la griglia teorica per l’interpretazione della formazione capitalistica: “l’idea dell’ascesa, apogeo e declino di certi paesi quali potenze centrali e mondialmente preminenti nasce dal “materialismo ingenuo” che assegna la priorità alla “pesantezza” e “compattezza” dei “corpi” (macrosociali). Come oggi la scienza fisica, attraverso fasi successive (di cui credo la meccanica quantistica sia stata solo la prima o comunque quella all’inizio decisiva), tende a stabilire e ricercare, in modo sempre più sottile, le basi della macrofisica nella microfisica (in cui le particelle sembrano, mi si passi il termine un po’ da ignorante, “evaporare” in flussi energetici di sempre maggior potenza), così il macrosociale deve ricercare le sue basi decisive nel microsociale. Parlare di basi non deve affatto comportare la diluizione del macro nel micro, la scomparsa di fatto del primo per porre in risalto quasi solo il secondo. Si tratta appunto di basi, che implicano quindi la massima considerazione delle sovrastrutture (macrocorporee) che in esse si condensano o coagulano”. Come si evince da queste affermazioni, per La Grassa, la concezione marxiana delle basi materiali e della sovrastruttura politico-ideologica, non tiene in debito conto il “fondamento microreticolare” dove s’incanala il flusso energetico conflittuale che precede la solidificazione dei macroapparati sociali. Nondimeno si precisa che: “I fondamenti microreticolari – costituiti appunto, principalmente, dai flussi interrelati del conflitto strategico – e la loro condensazione in macrocorpi (apparati, nazioni, Stati, ecc.) non vanno però semplicemente dedotti gli uni dagli altri; devono invece essere mantenuti nella loro relativa autonomia”.

 

L’ipertrofia della sfera finanziaria (e il suo eventuale tracollo in qualche punto della formazione capitalistica globale) non annuncia la “fine del mondo”, quanto piuttosto, una risistemazione degli assetti generali del campo capitalistico medesimo.

Le difficoltà dell’economia americana oggi, per esempio, non dipendono tanto da fattori endogeni ma dalla sfida lanciata dai giganti asiatici che non sottostanno più, come accadeva un tempo, all’egemonia statunitense. Per tale ragione la conflittualità internazionale si fa più caustica, in quanto gli Usa sono costretti ad intervenire (anche militarmente) per puntellare le loro sfere d’influenza o per guadagnarne di nuove, in modo da frenare le velleità delle potenze emergenti e recalcitranti al suo predominio.  Le fasi policentriche si fanno preannunciare da periodi di crisi nel settore finanziario a causa del rimettersi in moto, senza più “strozzature” derivanti da “stabilizzazioni egemoniche”, del conflitto tra strategie di cui sono portatori i vari gruppi dominanti. Tanto che“dalla crisi si esce solo … quando gruppi di agenti dominanti della sfera politica, dotati di più ampia visione strategica, fanno rientrare la finanza nel suo alveo “normale” (in una società capitalistica, quindi mercantile, ben s’intende) con un’azione più o meno drastica di ‘regolamento di conti’ ”.

La situazione di attuale incertezza che aleggia sul mondo (e che ha portato alcuni analisti a parlare di nuova fase di caos geopolitico) deriva, sostanzialmente, dall’emergere di potenze, espressione di una rinnovata forza geopolitica, ad Est (in alleanza tra loro, seppur con alcune incertezze di fondo).

L’unica cosa indiscutibile è che il mondo si avvia a rientrare in una fase policentrica che stravolgerà gli attuali bilanciamenti mondiali e che potrebbe avere una lunga durata (con conseguenze che sono solo minimamente immaginabili). Molto dipenderà dalla reazione (la cui virulenza è già visibile nelle guerre condotte in questi ultimi anni e nelle continue provocazioni messe in opera contro Russia e Cina) con cui la potenza attualmente in auge affronterà la messa in discussione della sua supremazia. Sarà un periodo molto caldo.

Non aggiungo altro rinviandovi al corposo saggio di La Grassa.