PERDO TEMPO MA PRECISO

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Non me ne voglia nessuno, ma ho a volte l’impressione che potrei evitare certe precisazioni e perdere meno tempo rinviando alle centinaia e centinaia di pagine che ho scritto; in particolare dopo il 1996 (quello che viene prima lo abbonerei ai miei potenziali lettori). In particolare, per quanto dirò qui di seguito, potrei consigliare anche solo il mio Tutto torna ma diverso, che contiene in forma più “aulica” tutto l’essenziale. Tuttavia, perderò un po’ di tempo, cercando di esprimermi “come si mangia”, nel modo più semplice e colloquiale possibile (secondo le mie capacità). Inoltre, com’è mia abitudine, non mi fermerò a contestare singole affermazioni di singoli “obiettori”; se per caso non colgo in pieno il senso delle obiezioni, non importa poi tanto, poiché l’importante è capirsi sull’essenziale. Ovviamente, capirsi con chi si sforza di capire; a volte, ho infatti l’impressione che ci sia come un diaframma che impedisce l’effettiva comprensione: non soltanto di quello che dico, ma proprio di quali sono le esigenze del momento.
Entrando immediatamente in tema, affermo con la massima decisione che sono io ad essere il vero politico nella situazione data (l’attuale). La mia predilezione di una teoria di fase non è dovuta ad un certo rigore teorico, magari da scienziato, che mi porterebbe a non proporre soluzioni politiche. Mentre magari invece chi parla di Uomo, di “ente generico umano” o che so io – sono talmente lontano da simili fantasticherie che ammetto di non saperle riprodurre nemmeno bene – darebbe una prospettiva politica. Questa mi sembra proprio un’idea bizzarra.
Vorrei essere chiaro. Non mi dà alcun fastidio chi crede in qualcosa, anche di “superiore” (personalmente non so bene che cosa sia, ma non lo considero essenziale). Ammetto di preferire, tutto sommato, quelli che credono in Dio piuttosto che nell’Uomo. Tuttavia, non considero con antipatia nessuno dei due generi di credenti. In generale, penso che le grandi correnti e trasformazioni verificatesi nella storia – e anche le grandi opere artistiche e del pensiero: non solo filosofico ma pure scientifico – siano frutto di epoche dense di tragedia; e quest’ultima è a mio avviso promossa dalle qualità “non migliori” dell’uomo (quello minuscolo, scritto quindi senza troppa enfasi). Trovo un po’ succinte, ma illuminanti, le considerazioni di Orson Welles (del personaggio che interpreta) nel Terzo uomo (Carol Reed): si consideri l’Italia del Rinascimento, congiure, tradimenti, avvelenamenti e ammazzamenti vari, ma tutto un fiorire d’arte e di pensiero. Si paragoni alla Svizzera, secoli di pace e serenità i cui unici prodotti sono stati: cioccolata e orologio a cucù. Un po’ ingeneroso invero e approssimativo, ma efficace.
Se riflettiamo su tutte le grandi svolte e sconvolgimenti storici, sulla formazione di imperi o delle grandi nazioni, sulle rivoluzioni e “grandi trasformazioni”, ecc., ci convinciamo che sono merito di personaggi, di gruppi dirigenti, ecc. non particolarmente “buoni”. Tutti sanno che ho grande ammirazione per Lenin, e lo ritengo uno spartiacque netto tra chi ha senso politico e chi no; ma non credo fosse tanto buono e generoso. E sono certo che, se lo fosse stato, non avrebbe combinato gran che né quindi lo ammirerei. Tutto ciò non cambia in nulla la mia simpatia anche per chi ha forti aspirazioni all’elevazione spirituale, all’indignazione morale, ecc. Basta che si sappia con chiarezza che questo non è far politica, che il senso della politica è un altro. Certo che la politica deve anche servirsi – e perfino servire – i moti d’indignazione e di ribellione; ma il far politica, e cercate di capire cosa intendo, è un’altra cosa!
Girellando in qua e in là, come sto facendo, andiamo all’uomo che sognò le fate di Po-chu-i, poesia (e poeta) che amo moltissimo e che non mi lascia per nulla indifferente. A quest’uomo apparve in sogno uno sciame di fate che lo condusse davanti all’Imperatore di Giada, da cui fu preavvertito della sua ammissione, dopo quindici anni di prove, nel Regno degli Immortali. Si svegliò tutto scosso ed emozionato, salì su un monte, visse trent’anni di sacrifici in attesa del momento supremo; invecchiò, appassì, caddero capelli e denti, si curvò, le sue forze scemarono e infine “lo colse il mutamento comune” (espressione semplicissima, che mi piace immensamente), “il suo corpo s’unì alla polvere e al fango dei monti”. Non avverto alcuna propensione all’irrisione nei confronti di
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quest’uomo, non sono nemmeno del tutto d’accordo con gli ultimi versi del poeta: “triste l’uomo che vide in sogno le fate! / con un unico sogno sciupò l’intera sua vita”. E allora noi? Con il sogno del comunismo avremmo sciupato l’intera nostra vita? Non lo penso affatto.
Se anche l’uomo che sognò le fate, invece di ritirarsi sui monti, fosse andato in giro facendo proseliti, predicando un’elevazione dello spirito e una missione di pietà o qualcosa di simile (a questo proposito potrei anche rifarmi al film l’Arpa birmana, che almeno nei miei ricordi di tanti anni fa resta assai commovente), manifesterei sempre viva simpatia per quest’uomo. Se però si fosse messo in testa di influenzare, con quelle idee, qualche organizzazione politica per convincerla a professare una simile fede in vista di un riscatto sociale, proiettato allora nei secoli dei secoli, la mia simpatia sarebbe rapidamente scemata. Mi dispiace, ma ritengo molto sensata l’espressione “date a Cesare quel che è di Cesare …. ecc. ecc.”. Si capisca finalmente che cos’è la politica, che non è pratica per “mammolette” di “tanto buoni sentimenti” (quanto alla sincerità di questi, spesso è meglio non indagare).
3) Passiamo ad un altro capitoletto. Inviterei tutti a leggersi L’économie du rentier di Bucharin (lo indico in francese perché è l’edizione che ho letto, ma credo sia stato tradotto nella nostra lingua). E’ una critica della teoria economica neoclassica; critica che oggi ritengo del tutto sbagliata perché fondata sulla vecchia credenza marxista della divisione della società, nel capitalismo monopolistico della fase imperialistica, in rentier (capitalisti finanziari assenteisti rispetto alla produzione), da una parte, e classi lavoratrici, dall’altra (sapete bene quel che voglio dire a tal proposito). L’interessante, e da me tuttora approvato toto corde, è quel che Bucharin scrive nell’introduzione e che, andando a memoria, si riferisce alla necessità, per qualsiasi rivoluzionario in un’epoca riconosciuta non rivoluzionaria, di dedicarsi alla teoria: in quel libro, alla critica delle teorie avversarie, alle teorie dei dominanti. Tuttavia, nulla di meglio che elaborare teoricamente l’epoca, in cui ci si trova nel mentre si pensa e si scrive, e le strutture in essa vigenti, con particolare riferimento alla società in cui il rivoluzionario vuol operare. Ed infatti lo stesso Bucharin, più avanti, scrisse L’economia mondiale e l’imperialismo, prefato (con giudizio favorevole) da Lenin.
Spero non mi si vorrà raccontare che il bolscevico, uno dei massimi dirigenti del partito, fosse un astratto teorico e basta. Cambiando l’epoca, ha dimostrato di essere capace di pratica politica. Tuttavia, il rivoluzionario (così anche Lenin quando era in Svizzera o alla Coupole nella Montparnasse parigina) deve ben capire quando la situazione è oggettivamente – una oggettività che non muta perché ci sono in giro predicatori del riscatto sociale – non rivoluzionaria. In simile periodo storico, è necessario quindi dedicarsi alla pratica teorica che è far politica al 100%, è far politica così com’è possibile farla data quella configurazione degli eventi sociali. Un conto è la Teoria (anch’essa comunque utile in molte circostanze), un conto è la pratica teorica. Ripeto per i sordi: in una situazione non rivoluzionaria, non modificabile per semplice predica dei “volenterosi”, la pratica teorica è attività politica (sia come critica delle teorie avversarie e disvelamento del loro significato ideologico di difesa del dominio degli uni e dell’oppressione su altri; sia come elaborazione di uno schema interpretativo di quella data fase storica e del suo possibile evolversi).
Quindi, mi dispiace, non si fa per null’affatto politica predicando sull’Uomo e sulle sue – più o meno sincere e generose – aspettative circa l’affermarsi di una “calda comunità”; la politica si fa invece esattamente con la teoria di fase che invito tutti a praticare seriamente e senza “svolazzi lirici” e “commoventi aspirazioni”. Io pratico la teoria perché ho avuto la disgrazia di attraversare, nel corso dell’intera mia vita, una situazione che non è mai stata rivoluzionaria; e che, da trent’anni e anzi ancor più a questa parte, è addirittura andata in picchiata e ha visto il dissolversi, lo sprofondamento, di un intero sistema teorico (ideologico) e di ben oltre cent’anni di pratica sociale di un certo tipo (quello che abbiamo chiamato, di volta in volta, “movimento operario”, “movimento comunista”, ecc.).
Quando, dopo il ’68, qualcuno ha voluto sostenere che si riapriva una fase rivoluzionaria, ho detto NO, questa è aberrazione mentale che condurrà a pratiche in grado di farci perdere decenni e
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decenni di tempo. Quando qualcuno ha voluto credere che, con Gorbaciov, si stesse rimettendo in moto il “socialismo”, ho detto NO, quel processo è ormai esaurito, non so come e quando finirà, ma finirà. Non mi sono aggrappato al “socialismo di mercato”, questa obbrobriosa contraddizione in termini. Non immaginavo quell’ultimo “crollo” così vile e degradante, ma sapevo che quella società – da me non considerata socialista in alcun senso! – era già in pratica finita mentre altri, i mascalzoni e cretini, inneggiavano prima a Walesa e poi, appunto, a Gorbaciov. Allora chiedo a tutti, con virulenza e anche un po’ di cattiveria: chi aveva ragione? I cretini e mascalzoni o il sottoscritto? Cosa sono io? Un profeta o un indovino forse? No, sono un politico che sapeva di vivere un’epoca non semplicemente non rivoluzionaria, ma addirittura di dissoluzione della teoria e prassi che pur avevano alimentato la mia vita. E come mai sapevo di questa fine? Grazie alla pratica teorica, che ho iniziato a sviluppare in modo particolarmente vivace, dopo il 1968, immergendomi, nel 1970-71, non nei bagni “di folla” e delle “masse urlanti” (tanto meno nelle esoteriche pratiche del cosiddetto terrorismo, che io definivo in altro modo, senza condanne morali e altre aberrazioni consimili dei “benpensanti”, anche sedicenti comunisti), ma nell’althusserismo dei corsi di Bettelheim all’Ecole Pratique, con la successiva continuazione in Italia in vari luoghi e momenti.
Naturalmente, essendo “per natura” portato a ragionamenti per blocchi piuttosto compatti, giacché m’infastidisce il pensiero “a sprizzi e sprazzi”, a “brillanti intuizioni” non cotte a dovere, ho sempre dimostrato un qualche rigore nelle mie argomentazioni; dove ci sono buchi in esse, li turo con un po’ di stoppa ideologica, cosa che fanno tutti, anche quelli che si piccano di rispettare completamente la pura connessione logica dei vari passaggi. Questo può avere creato in qualcuno l’impressione che io mi attenessi semplicemente a criteri scientifici. No, “carini”, manco pe’ gnente! Io sono un politico di una fase non rivoluzionaria, anzi di completo disfacimento di una teoria e una prassi precedentemente rivoluzionarie (ma tanto, tanto tempo fa). La mia non è Teoria ma pratica teorica. Se in base ad essa, che è e non può non essere di fase, affermo, ad esempio, che dovremmo tendere ad una situazione policentrica, i giovani amici che mi seguono sanno che al massimo fra 10-15, mettiamo (ed è già tanto) 20 anni, saranno in grado di valutare il realismo delle mie previsioni e supposizioni (poiché intanto, sulla base di quella previsione, io sviluppo anche tutta una serie di altre considerazioni ancora più contingenti e “minute”). Se al contrario, mi mettessi a concionare sul futuro dell’Uomo e sul suo, per me inesistente, “caldo spirito di comunità”, campa cavallo: fra cento e mille anni, malgrado mille e una smentite storiche di inaudita ferocia, si troverà sempre qualcuno intento a sostenere che ancora quel “caldo spirito” non si è potuto sprigionare, ma vedrete che un bel giorno mamma mia che cosa mai vedremo: l’inaudito, l’inascoltato!
La si smetta quindi di non comprendere questioncelle così semplici. Io non sono uno abbastanza scientifico ma che, parlando solo di fase, non offro soluzioni politiche, mentre le offrirebbe chi parla di sogni per il futuro, ma un futuro che più futuro non si potrebbe immaginare. Amo molto La vida es sueño, ma perché l’ha scritta uno come Calderon de la Barca e perché non la pensava come guida per far politica. Ma chi sogna e invita al sogno in politica, lo posso tenere come amico ma non certo instaurarci un qualsiasi dialogo in tale campo del pensiero e della prassi. Io sono un politico, piaccia o non piaccia a qualcuno. Solo che, proprio perché sono un politico, so che è necessaria “l’analisi concreta della situazione concreta”; so, detto in termini secondo me più corretti, che è necessario praticare adesso la pratica teorica, e che quest’ultima implica teorie di fase, controllabili e rivedibili (e perfino abbandonabili), nelle loro ipotesi anche più generali e “astratte”, entro e non oltre i prossimi decenni; senza dover aspettare lo scorrere del secolo XXI o addirittura un lungo e indeterminato periodo, quello del “mutamento genetico” – implicante, almeno mi sembra, l’aleatorietà – dell’Uomo che, da intelligente animale da preda e da scontro “bellico” per la supremazia, si trasformi in mansueto animale da gregge, belante e un po’ tonto. E se il “mutamento” lo facesse al contrario diventare un’ancora più potente “macchina bellica”?
Vogliamo intanto, in attesa di così straordinari eventi, tornare alla teoria di fase, alla pratica teorica eminentemente politica nell’attuale epoca storica di assai probabile “grande trasformazione”, ma certamente non rivoluzionaria? Nessuno però sa se poi magari non lo diventerà; allora si cam-
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bierà passo. In tale evenienza, sia però chiaro a tutti, non si lascerà da parte soltanto la teoria di fase, bensì ancor più i discorsi sull’Uomo e sulla “calda comunità”; ci sarà da menare legnate, cari miei. E chiunque si metta in mezzo, predicando fratellanze e buoni sentimenti umanitari, sarà soppresso come fastidioso importuno, come uno che indebolisce l’energia necessaria al cambiamento, a vincere contro le forze della conservazione che hanno dalla loro la pigra abitudine, il pensiero lento del conformista. In quei momenti – e non è detto che io voglia esserci, avendo già superato una certa età – bisogna essere duri come l’acciaio. Io almeno, per quanto ragazzino, ho visto che cosa erano quelli che volevano cambiare questa “sporca società” (pur se poi, per motivi a tutti noti, non l’hanno potuto fare, non glielo hanno lasciato fare). Non li ho mai sentiti parlare dell’Uomo né di sentimenti umanitari; eppure non crediate che tra loro non ci fossero anche persone colte, intellettuali che di libri ne avevano letti e che sapevano commuoversi di fronte al “poeta”.
Ai giovani amici, comunque, per il momento – un momento che non credo tanto breve – io propongo il percorso della teoria di fase, cioè della pratica teorica, e dico loro: commovetevi di fronte alla poesia e alle forme d’arte in generale (quelle vere, quelle che nascono dalla tragedia!), poiché parlano profondamente all’animo che le sappia “ascoltare”. Lasciate però perdere in politica quelli che vi invitano alla “calda comunità” fra millant’anni; sono purtroppo “artisti mancati”. Alcuni sono comunque buoni e la loro amicizia è perciò sacra; altri sono carogne perché incattiviti dalla sorte che non li ha dotati delle qualità del “poeta”. E’ bene che questi non si augurino una rivoluzione; sarebbero i primi ad essere tolti di mezzo perché estremamente negativi sotto ogni punto di vista.
4) Non è però finita, purtroppo. Da molto tempo, in effetti, filosofi, e anche non, sono terrorizzati dal dualismo tra soggetto e oggetto. In varia guisa, si danno da fare per dimostrare che “i due” di fatto coincidono, che vige il più assoluto monismo. Forse sono più convincenti quelli che pongono tra i “poli” una tensione dialettica, sempre risolta e sempre ricreantesi, il tutto però nel mero gioco degli sviluppi verbali del pensiero, ecc. Ogni pensatore monista è sempre insoddisfatto della soluzione escogitata da chi l’ha preceduto, critica quest’ultima e ne propone un’altra che è, manco a dirlo, quella vera. Credo che una serie di considerazioni critiche di tali posizioni si potrebbe sviluppare, con poche differenze, sia riguardo alle scienze fisiche e naturali che a quelle sociali. Solo per convenienza, e per interesse precipuo, mi limito alla società.
Tutti spero sapranno che non sono un fautore dell’ ipse dixit e che non ritengo Marx la fonte della Verità. Tuttavia, ritengo utile citarlo in tale contesto: egli pensava che “le determinazioni astratte conducono alla riproduzione del concreto nel cammino del pensiero” (Introduzione del ’57, parte III). Appena più sotto scrive: “L’insieme, il tutto, come esso appare nel cervello quale un tutto del pensiero, è un prodotto del cervello pensante che si appropria il mondo nella sola maniera che gli è possibile Il soggetto reale [cioè quello che noi indichiamo come oggetto; ndr] rimane, sia prima che dopo, saldo nella sua indipendenza fuori della mente; fino a che, almeno, il cervello si comporta solo speculativamente, solo teoreticamente [qui è implicito che Marx sta pensando alla prassi come solo mezzo affinché l’oggetto non resti semplicemente saldo là davanti a noi, ma subisca invece la nostra azione di incidenza trasformativa; ndr.]. Anche nel metodo teorico, perciò, il soggetto, la società [vedete che si tratta di quello che noi possiamo indicare, in altro contesto, quale oggetto; ndr], deve essere presente alla mente come presupposto”.
Mi sembra evidente che Marx, e credo si possa essere d’accordo con lui, vede quale unico legame effettivo – tra pensiero che pensa un oggetto, ben saldo al di fuori di chi lo pensa, e questo stesso oggetto – l’attività pratica che si svolge su di esso. Tuttavia, si agisce su un oggetto pensato e costruito tramite una serie di ipotesi nate ed elaborate nella nostra testa. Una testa sempre individuale, pur se ha subito milioni di influssi dal complesso del suo vivere in una data società. Nessun individuo, per quanto cervellone sia, può evitare una drastica selezione di tutte le informazioni – per una parte infinitesimale assunte direttamente, per il resto provenienti da altre “fonti” – nonché di tutta una serie di precedenti, più o meno elaborate, formulazioni teoriche (“ingenue” o “raffinate” che siano). Se uno ha poi una forte attitudine alla caratterizzazione teorica e concettuale dell’espressione
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(linguistica, sia naturale che matematico-logica) del suo pensiero, non è passivo e puramente recettivo (non lo è nessuno, nemmeno il più imbecille e primitivo dei cervelli umani), ma si va formando – e mutando nel suo sviluppo individuale di tipo teorico (ingenuo o sorvegliato) – determinati angoli di visuale dai quali osserva, assumendole, le varie informazioni e formulazioni teoriche degli altri.
In tutto questo procedere, non riesco a capire come si possa supporre che non permanga sempre uno iato incolmabile tra il soggetto (un individuo che pensa e che, per quanti influssi sociali subisca, non è mai rappresentativo di un presunto cervello collettivo, invece del tutto inesistente se non nella fantasia del pensatore megalomane) e l’oggetto che sta pensando, che non è mai l’oggetto reale, proprio quello veramente esistente, poiché è invece quello pensato mediante i nostri schemi teorici incorporanti un punto di vista, strettamente intrecciato nella pratica (ivi compresa la pratica teorica su cui mi sono già diffuso) con una scelta di campo, di pertinenza della politica e dell’ideologia. Come ho già sostenuto, la pratica teorica è comunque politica, pur se non si traduce, nelle congiunture non rivoluzionarie, in immediata azione, in pratica pratica.
Del resto, credo che perfino un qualsiasi individuo – quando inizia a tirare il bilancio della sua vita, e pure se lo ritiene nella sostanza molto positivo (e non sono molti in questa situazione) – debba concludere di aver realizzato poco di quanto aveva progettato e sperato; se è soddisfatto è perché si adatta al conseguimento di obiettivi comunque assai diversi rispetto a quelli propostisi (e lungamente pensati e accarezzati). E’ però soprattutto quando valutiamo gli sbocchi di processi iniziati da movimenti sociali, diretti da determinati gruppi di agenti, che riscontriamo, con quella prospettiva storica che si raggiunge dopo molto tempo (intere epoche), come gli obiettivi perseguiti da detti movimenti, cioè dai gruppi dirigenti degli stessi, non siano per null’affatto raggiunti; e siano sostituiti da altri, mai pensati e voluti da nessuno. Eppure, si producono periodicamente vere cesure e svolte radicali nella storia, che però c’entrano poco o nulla con quanto creduto da chi si è “mosso” provocando quelle svolte.
Si è sofferto, si è data spesso la vita, per gli scopi che si era convinti di poter realizzare. In certi casi arride il successo, nel senso che i movimenti, o meglio i loro gruppi dirigenti, sembrano assumere la testa dei processi, afferrare il cosiddetto potere. Essi sono convinti di essere ormai in grado di proseguire rapidamente lungo la strada segnata dalle loro credenze e convinzioni, spesso basate sulla più attenta analisi delle condizioni “oggettive”. Poi, ci si ritrova con la delusione e i “fallimenti”, anch’essi tuttavia solo pensati e creduti poiché si misura l’enorme cambiamento, comunque provocato da un certo movimento, sulla base degli obiettivi che si era sicuri di aver posto in realizzazione e di stare realizzando.
Come allora non capire che mai e poi mai si colma lo iato tra il soggetto agente e l’oggetto su cui si esercita l’azione? L’oggetto sta ben saldo al di fuori di chi lo pensa, e che non può non pensarlo prima di agire su di esso. Egli agisce, però, non aderendo, non immergendosi, non fondendosi – o non so quale altro termine usare per indicare il superamento di ogni “fossato” tra soggetto e oggetto, come vorrebbero certi pensatori – nell’oggetto, poiché ogni tentativo di conoscere quest’ultimo richiede sia che lo si ponga invece ad una certa distanza da noi, lo si fissi e stabilizzi mentre esso è in realtà in movimento, in “sobbollimento” (più o meno tumultuoso o invece relativamente calmo), sia che lo si indaghi tramite opportuni schemi teorici all’uopo formulati, costruiti. Dal relativo successo (oppure no) seguente all’azione – che è spesso la semplice interpretazione di un evento passato o la previsione di un evento futuro, non necessariamente la prassi trasformativa – deriva l’accettazione o la revisione o l’abbandono dello schema utilizzato. Sempre, comunque, quando è passato un po’ di tempo – mesi o anni o pochi decenni, non assolutamente i secoli nel caso dell’attività in ambito sociale (diverso forse il caso delle scienze naturali) – si rivela che quegli schemi teorici sono largamente superati e non consentono più alcun successo; anzi ci si accorge, come sopra rilevato, che i risultati conseguiti, seguendo la “visione del reale” da detti schemi consentita, sono completamente diversi da quelli che erano stati pensati all’inizio e perseguiti con tanta fatica, magari sangue, violenza, drammi.
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So bene che il monismo è stato sostenuto e argomentato da grandi pensatori. Non mi sognerei mai di suggerire di non studiarli, discuterli, sviscerali, ecc. Però, mi permetto di considerarli in errore, e piuttosto “irrealisti”. Non userei il termine idealista; così come indicherei quali semplici realisti – senza scomodare il “materialismo” – quelli che accettano l’insanabile dicotomia, il dualismo, tra soggetto e oggetto. E’ la mia opinione, su questa base io lavoro teoricamente. Su tale punto, direi di essere sostanzialmente marxista, stando ai passi di Marx sopra citati, pur se personalmente accentuo il lato della costruzione ipotetica degli schemi teorici (interpretativi e previsivi) e non mi riallaccio alla concezione di una “riproduzione del concreto nel cammino del pensiero”. Non è in ogni caso fondamentale essere marxisti o quasi, ma ritengo, appunto, realista colui che accetta per l’essenziale una simile impostazione. Quindi, è per me effettivamente realista colui che ritiene impossibile aderire completamente alla “realtà”, a quella supposta vera, reale (soltanto nella presunzione del monista). Se invece di realista, preferite chiamarlo un individuo di semplice buon senso, per me va bene egualmente. Lungi da me disquisire sulla terminologia usata, inveterata abitudine di molti “raffinati” pensatori. Io sono rozzo, e lo so. Vado giù con l’accetta, come suol dirsi; cosa volete, mi annoiano le elucubrazioni, pur se colte e molto intelligenti.
Anche quando io pongo al primo posto la cosiddetta “intuizione” strategica rispetto a quel tipo di razionalità che, necessariamente, riduce a schemi analitici (ipotetici) la “realtà”, non immagino alcuna possibilità di immersione e totale adesione al flusso degli eventi di cui consterebbe la reale realtà. Non mi rifaccio ad alcuna concezione “orientalista”. L’“intuizione” di cui si tratta è più che altro differente per grado, e non tanto invece per natura, rispetto all’analisi. Tiene conto di una serie di elementi, di cui constano quelle unicità che sono dati eventi storico-sociali (ad esempio determinate battaglie, che servono spesso di esempio nei ragionamenti di tipo strategico), elementi che il ragionare scientifico-analitico invece espunge dal quadro assai schematico utilizzato per fissare le relazioni (strutturate), da cui immaginiamo sia caratterizzata la “realtà” in cui operiamo (anche solo mediante la pratica teorica), che non ha invece alcuna struttura (o almeno, se per caso ce l’ha, noi non siamo in grado di appurarlo, aderendo ad essa come credono di poter fare gli “ingenui” monisti).
In conclusione, per semplice buon senso pratico, consiglio di accettare il dualismo, la dicotomia, tra soggetto e oggetto. Poniamo di fronte a noi quest’ultimo, ben saldo al di fuori di noi, e studiamolo secondo una serie di schemi – che non riproducono alcunché, semplicemente costruiscono l’oggetto pensato – necessari a mettere, nella nostra testa come nella nostra attività pratica, quell’ordine necessario a qualsiasi azione si voglia compiere e che è interpretativa e previsiva prima ancora che trasformativa. I bestioni ottusi e anarcoidi, che agiscono alla cieca, devono sempre essere eliminati proprio nel corso delle più radicali trasformazioni (rivoluzioni), poiché è ben noto che queste ultime non sono mai il caos ma un nuovo ordine. Per questo, nessuna cesura storica avviene senza violenza, e non soltanto contro i cosiddetti reazionari, ma – direi proprio in primo luogo, come primo passo – nei confronti di coloro che confondono rivoluzione con disordine permanente, sia pratico che teorico e mentale. Ghigliottina e plotoni di esecuzione debbono innanzitutto funzionare per questi ottusi, come funzionarono per i “marinai di Kronstadt”.
Si tratta, nella pratica pratica, dello stesso principio che, in forma meno cruenta, funziona nella pratica teorica: chi pensa ad un flusso continuo, in cui soggetto e oggetto si fondono e si sovrappongono aderendo l’uno all’altro, deve essere “bastonato”, considerato eminentemente negativo. Non a caso, egli confonde talmente il suo pensiero con la realtà stessa da diventare poi dogmatico, da non voler mai rivedere, di periodo in periodo, gli schemi ipotetici che il pratico-teorico formula, invece, con la piena consapevolezza della loro transitorietà (di lunghezza indeterminata); di conseguenza, dopo un certo (mai determinabile a priori) periodo storico, ci si deve tornare sopra cercando di capire, sempre in base a revisione dei vecchi schemi o loro sostituzione con nuovi, quali risultati sono stati in realtà realizzati al posto di quelli che si era convinti di star perseguendo; ma, ancora una volta, astenendosi dal credere di aver infine interpretato “giustamente” (cioè con perfetta aderenza alla realtà) tali risultati realizzati, essendo così in grado di formulare nuove “corrette” previ-
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sioni atte finalmente a conseguire, questa volta, i nuovi scopi (o ripetizione “aggiornata” dei vecchi) che ci siamo prefissi.
Basta con questi giochetti, che il marxismo ha ripetuto per un secolo, con finte revisioni ma senza mai risolversi a prendere atto della sua ormai decrepita vecchiezza e sterilitภaprendo così la strada agli errori teorici e pratici degli attuali comun(itar)isti, alle nuove utopie premarxiste e alle pratiche di un cieco e reazionario movimentismo. I “vecchi” come me possono solo indicare gli errori madornali – non attribuibili a Marx, Lenin, ecc., ma perfettamente constatabili ormai con il famoso “senno di poi” – di quella teoria; e possono solo cercare di aggiornarla, strappando e ricucendo secondo un’altra tramatura quel vecchio tessuto. I più giovani dovranno invece avere il coraggio di tesserne un altro, più solido e coerente; ma senza ricadere nel solito errore dei monisti. Tra teoria e realtà, tra il soggetto che formula la prima e l’“oggetto reale” su cui egli opererà in base a quel “nuovo ordine teorico”, c’è uno iato incolmabile, un perpetuo andirivieni tra l’un polo e l’altro. E’ necessario ammettere l’impossibilità di agire senza una teoria (l’ordine schematico posto per ipotesi) – implicante il posizionamento di dati scopi da perseguire – ma pure l’ineliminabilità del suo progressivo isterilirsi e, dunque, della realizzazione di scopi differenti e mai pensati né perseguiti (anzi fino allora impensabili). Si deve perciò tornare sempre daccapo, rifiutando dogmatismo e utopismo.
A chi non lo capisce, “sputi” in campo teorico, “piombo” in quello pratico (metaforico nelle situazioni non rivoluzionarie come quella odierna). E’ ora di finirla con gli sclerotizzati e i meri chiacchieroni, sia nella pratica teorica che nella pratica pratica, entrambe parte integrante della politica.
Spero di essere stato chiaro ed esplicito.
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