ROSSANA ROSSANDA: COLEI CHE PRESE UN CAPPELLO PER UN CERVELLO I (DI A. BERLENDIS)

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Pubblichiamo qui di seguito l’articolo di Rossana Rossanda, scritto dopo gli scioperi in Polonia del mese di agosto del 1980, avvenuti nei cantieri di Danzica, che sono all’origine del sindacato Solidarnosc. Suggeriamo di indirizzare l’attenzione sul tipo di lettura della natura sociale delle formazioni sociali dell’est, sulla lettura della fase  e sull’analogia storica proposta nelle frasi conclusive dell’articolo. A fianco proponiamo uno scritto in cui si (di)mostra, dato che ogni angolazione teorica da cui ci si pone nella lettura degli eventi produce effetti politici, quale sia la matrice teorica generatrice degli svarioni analitici e previsionali (ripetuti anche in altre circostanze).

 

Andrea Berlendis

 

Ebbene sì

 

Rossana Rossanda ‘Il manifesto’ 31 agosto 1980

 

Dunque avevano ragione, gli operai del baltico. Avevano ragione di tenere duro e hanno vinto. E non solo vinto per sé; hanno voltato una pagina della storia. Hanno riaperto una speranza, contro ogni previsione; nel momento più oscuro per la sinistra. La sigla dell’accordo a Danzica e Stettino non risolve una crisi, ma la svela nella sua verità, le dà un itinerario di svolgimento, produce l’embrione d’un blocco sociale che la salva dal precipizio. Mette in moto società immobilizzate e marcescenti nel monolitismo e le mette in moto sui binari operai. La vecchia talpa ha scavato bene. Ne è investito, con la nascita del sindacato autogestito, quel pilastro dello stalinismo che vedeva nel partito, nella sua linea e nel suo Stato, l’intera forma presente e futura, della società. Questo principio che non è stato mai vero, era diventato ormai putrido; se vi poteva credere ancora qualche nostalgico qui (basti vedere le lettere sull’Unità e sapere di alcuni dibattiti, anche di base sindacale e operaia), né a Mosca né a Varsavia né a Praga da tempo non ci credeva più alcuno. Da tempo era chiaro, in quei paesi, che quella ideologia aveva prodotto soltanto un ceto dirigente, formatosi attorno al partito e garantito da un’ideologia pseudo marxista, che deteneva tutti i poteri, e di fronte ad esso, inchiodati in una rigida divisione del lavoro, tutti i non potenti. Situazione non solo intollerabile, ma tanto più pericolosa in quanto coperta dalla facciata di menzogna dello ‘Stato operaio’. Dal 1956 in poi, chiunque a sinistra abbia pensato al presente e al futuro blocco dell’est lo ha visto, dunque, come una caldaia che prima o poi sarebbe esplosa. Una grande corrente attorno alla cultura comunista ha a lungo sperato che un correttivo sarebbe venuto dallo sviluppo stesso delle forze produttive; esso avrebbe indotto la sfera politica a flessibilizzarsi, riacquistare trasparenza, ridare alla realtà sociale un’articolazione e quindi una dialettica. Le speranze del XX congresso erano state queste. Le chiudeva l’invasione della Cecoslovacchia giusto l’agosto di dodici anni fa. I carri armati russi a Praga non demolirono soltanto l’indipendenza d’un popolo, ma la speranza d’un rinnovamento—magari lento ma inevitabile—dei partiti comunisti dal loro interno. La loro rigidità parve inesorabile e assieme obbligata dalle ragioni di Stato dell’Urss. Da quel momento il blocco dell’est, è sembrato senza vie d’uscita che non fosse il crollo e la catastrofe: il fascistizzarsi progressivo delle strutture, le tentazioni di espansionismo, e, fuori delle istituzioni, il ripiegare delle coscienze non solo verso il privato, ma verso tentazioni torbide del passato, razzismo e nazionalismo, irrazionalismi di marche varie. La crisi sarebbe prima o poi scoppiata, ma sull’onda di agenti oscuri che avrebbero ‘legittimata’ la repressione, costringendo questi paesi in una lunga tragica oscillazione fra rivolta di destra e regime, regime e rivolta di destra.

La grande conquista del proletariato del Baltico è di avere spezzato quella gabbia sull’onda di un limpido movimento di classe. E attraverso la ripresa dell’espressione diretta degli sfruttati attraverso la loro forma politica prima, il sindacato. Il sindacato nascente, quello che viene dal basso, che funziona per coordinamenti orizzontali, che ha la sua legittimazione nelle assemblee, le sue forme nell’occupazione della fabbrica. Esso comincia col restituire verità ai rapporti sociali: nei cantieri di Danzica, fra Jagielski e gli operai in questi giorni si chiamavano le cose con il loro nome, datori di lavoro e lavoratori, potere dello Stato e un potere di base da liberare. Veniva alla luce lo schema soggiacente dell’alienazione e dello sfruttamento in un meccanismo di accumulazione capitalistica gestita dallo Stato-partito con la sua specificità e complessità. Per una volta, e con minore angoscia che a Stettino nel 1970, nessuno più mentiva.

Questo illimpidimento dei rapporti sociali reali, la fine d’un mito, ha permesso alla parte operaia di valutare appieno lo sfondamento che produceva, in quale quadro, in quali limiti, con quale compatibilità, senza estremismi e senza lasciarsi convincere a cedere, come tutti la consigliavano; ma ha obbligato anche la parte ‘datori di lavoro’, partito e governo, a vedere se stessi in termini decisivi, a scegliere la repressione o la fluidificazione. Questo ha dato al conflitto la sua drammaticità e maturità, ma ne ha delineato lo sbocco—la prima relativa democratizzazione non a chiacchiere delle società dell’est.

La prima. Se l’accordo è stato così difficile, è perché con essa la Polonia entra in movimento, con essa entreranno in movimento gli altri paesi del blocco. Il segno dominante all’est diventa quello del mutamento. Come muterà? Con grande fastidio abbiamo veduto in questi giorni la stampa italiana non saper pensare che in termini di immobilismo o repressione; forse non voler pensare diversamente. L’operaio che fa di se stesso la prima compatibilità dà angoscia a tutti; non ha scritto Repubblica che con questi scioperi erano ormai ammainate in Polonia le conquiste del socialismo? La sinistra rispettosa intendeva da un pezzo per socialismo il potere dei gruppi dirigenti dei partiti comunisti; meglio se in sintonia con il cardinale Wyszynski. In verità queste settimane di lotte operaie sono il primo barlume a una speranza socialista che rinasca in quelle terre. Il primo e non sicuro barlume che la crisi si sciolga a sinistra.

Non sicuro, perché occorrerà invertire le tendenze; corrodere le resistenze e le strutture che le si opporranno; costruire negli stessi lavoratori, e anche fuori dal momento chiarificante della lotta, un’idea di sé, dei rapporti di lavoro che vogliono, del modello di sviluppo in cui possano riconoscersi, di un modello di istituzioni da ricostruire. E una strategia di cambiamento che metta in moto le forze, senza precipitare e senza aprire varchi ai molti corvi che le svolazzano attorno. Non sarà semplice per il Poup, né per gli operai, né per le opposizioni: significherà mutare tutte le carte, mutare anche se stessi, in un quadro interno e internazionale complesso e fragile.

Il modo in cui gli operai del Baltico, ma non solo del Baltico, si sono mossi, permette di credere che essi posseggano la maturità e lucidità necessaria perché stavolta il successo non sia corroso o dissipato.

Le mosse del comitato della costa baltica sono state senza errori. Il tempismo con cui sono entrati in scena gli altri complessi, ultimi e decisivi i minatori della Slesia, roccaforte del partito, sono un modello di tattica vincente. La forza operaia s’è sentita in tutto il paese, da nord a  sud, irriducibile e severa, dietro Walesa ha preso corpo la verità d’un paese, che nessun gruppo dirigente poteva più giocare, e che ha offerto una carta a chi, all’interno del potere politico, voleva un cambiamento. E accanto agli operai s’è delineato un gruppo di intellettuali anch’esso, e per la prima volta, intrinseco al comitato di sciopero, suo prolungamento ed espressione ‘colta’, suo specialista ‘organico’. Così come si è rivelata esatta l’intuizione del Kor dopo il 1976: aveva visto giusto la zona di società che occorreva difendere, perché solo di là poteva venire uno sbocco.

 

Questa vittoria proletaria è, in questi anni di conclamata crisi del marxismo, il primo segno di contraddizione. Ma quale segno. E’ ormai iscritto per tutto l’est. Suggerisce ‘si può’ agli operai russi e tedeschi, cecoslovacchi e ungheresi. Fra tutti, forse i cecoslovacchi sono quelli che vivranno questi giorni con più partecipazione e assieme amarezza: si vede oggi come la tragedia di Praga fosse un episodio assieme definitivo e non ripetibile. Di là sulle ceneri del nuovo corso, e a che prezzo, cominciava la crisi dell’Urss, non si consolidava la sua forza. Le forme di questa crisi svolgeranno negli anni che ci aspettano riportando in movimento un’Europa dove cessala spartizione di Yalta. Molte categorie sono destinate a saltare, molte ambiguità spunteranno. Se l’Urss vorrà far politica non potrà più fare la guerra; ma la guerra poteva farlo restando com’è, per far politica deve cambiare. Non sarà, come per il partito e lo Stato polacco, un cambiamento indolore. Ma è iniziato, in questo agosto grande e terribile; e un giorno conterà—o forse sogniamo, ma perché proibircelo?—come una seconda data dopo il 1917.”