“Socialismo” e conflitto in America Latina (di Cambronne)


“Il Socialismo a Cuba ha fallito” ha dichiarato Fidel Castro al giornalista di “The Atlantic” Jeffrey Goldberg l’otto settembre scorso, affermazione che il Lìder Maximo ha poi ritrattato tre giorni dopo specificando che ad essere fallito non è stato il socialismo a Cuba ma il tentativo di esportare l’esperienza cubana.

Quale che fosse il significato delle parole di Castro una cosa sembra oramai assodata, a meno che non si continui a guardare il mondo con deformanti lenti ideologiche: il “socialismo cubano” ebbe senso solamente nel quadro di una contrapposizione politico-militare (ancor prima che ideologica) della Guerra Fredda.

È noto infatti come Fidel Castro, negli anni della guerriglia e immediatamente successivi la presa di potere (anni ’50), definisse sé stesso e il suo “Movimento 26 Luglio” come né socialista né comunista ma con il termine generico di “umanista”, e come il movimento riscuotesse le simpatie degli ambienti progressisti nordamericani e non certo del “blocco socialista”.

Fu solamente l’ingerenza statunitense, culminata nel 1961 con il maldestro tentativo contro-rivoluzionario della Baia dei Porci, a spingere gradualmente Cuba verso l’Unione Sovietica, unica potenza in grado di controbilanciare la pressione dell’ingombrante vicino nordamericano, e ad adottare integralmente il modello politico-economico “sovietico”, con un unico Partito Comunista al potere e un’economia interamente statale e pianificata.

Dalla già citata invasione della Baia dei Porci, il disastroso sbarco di esiliati anti-castristi armati e addestrati dalla CIA, si è creato quindi il mito dell’eroica Cuba socialista che resiste contro il gigante imperialista americano.

Grazie all’utilizzo propagandistico da parte del regime castrista dell’epopea di Ernesto “Che” Guevara e grazie all’intenso attivismo terzomondista cubano (con la fondazione nel 1966 dell’Organizzazione di Solidarietà dei Popoli dell'Africa, Asia, America Latina, meglio nota come “Tricontinentale”), che non di rado cozzava contro gli interessi degli stessi protettori sovietici.

Si diffuse anche il mito di un socialismo cubano “differente” da quello sovietico; la “Tricontinentale” poteva sembrare, agli occhi di molti rivoluzionari, come una “Nuova Internazionale” espressione dei “Popoli del Sud del Mondo”, i fanoniani “ultimi della Terra”.

La realtà di fondo del cosiddetto “socialismo cubano” è stata ben diversa: se l’isola caraibica ha potuto resistere all’assedio statunitense fu soltanto perché l’Unione Sovietica la sostenne militarmente, facendo dell’esercito cubano una forza ben armata e addestrata (pronta alla bisogna anche a combattere guerre “per procura” in Africa) , ed economicamente, comprando a prezzi politicamente maggiorati e assolutamente anti-economici lo zucchero di canna e il tabacco cubano; se non fosse stato quindi per la figura carismatica di Fidel e per il suo intenso attivismo politico internazionale potremmo dire che Cuba era una “repubblica della canna da zucchero”.

L’ “epopea cubana” è stata resa possibile quindi solo grazie al supporto economico e militare della potenza mondiale sovietica, potenza che in fin dei conti appoggiava il regime castrista per ragioni più strategico-militari che ideologiche.

L’interesse geopolitico curiosamente fece in modo anche che la Spagna del Generale Franco, di sicuro non sospettabile di simpatie “comuniste”, non si associasse alle sanzioni occidentali all’isola caraibica; troppo importante era per Franco il rapporto con i “fratelli ispanici” d’oltreoceano e troppo bruciante la sconfitta spagnola ad opera degli USA patita proprio a Cuba nel 1898 per sottomettersi ai diktat della potenza statunitense (non è un caso forse che l’Ammiraglio Luis Carrero Blanco, “delfino” di Franco e artefice di una politica pragmatica nei confronti del blocco socialista e dei paesi arabi sia saltato in aria ad opera dell’ETA) .

Anche durante la “guerra fredda”, come durante tutti i conflitti, gli schieramenti internazionali furono dettati da logiche geopolitiche di potenza che non di rado cozzavano contro la giustificazione ideologica stessa del conflitto fra i blocchi.

Nella stessa America Latina degli anni della “guerra fredda”, convenzionalmente associata all’immagine di dittature militari “di destra” appoggiate dagli USA contro movimenti insurrezionali più o meno “marxisti”, si è avuto un esempio macroscopico, anche se dimenticato nella sua dimensione geopolitica, di apparente discrepanza fra ideologia e politica.

La giunta militare argentina che resse il paese dal 1976 al 1983, autodenominatasi “Processo di Riorganizzazione Nazionale”, è oramai universalmente nota per l’estrema brutalità con la quale trattò i propri dissidenti interni, eliminati in segreto senza regolare processo e spesso fatti sparire gettandone i cadaveri nell’Atlantico
( i famosi “voli della morte”).

Meno universalmente noto è che questa dittatura, ferocemente anticomunista , abbia goduto se non proprio dell’appoggio diretto almeno della benevola neutralità da parte dell’Unione Sovietica e del “blocco socialista” (Cuba compresa!), nonostante inizialmente il colpo di stato fosse stato accolto favorevolmente a Washington, da sempre timorosa di qualsiasi destabilizzazione nel “giardino di casa” sudamericano.

Tale fatto non va comunque letto come dimostrazione di “malafede sovietica” o di un improbabile “cripto-sovietismo” di Jorge Videla e soci, ma della particolare convergenza di interessi concreti fra l’Unione Sovietica e la giunta argentina.

L’Unione Sovietica a cavallo fra la seconda metà degli anni ’70 e i primi anni ’80 era nel pieno dello sforzo, risultato poi vano, di rivaleggiare e di superare l’avversario statunitense in una contesa per la supremazia mondiale che era, prima ancora che ideologica, militare e geopolitica.

L’appoggio del blocco sovietico, tramite Cuba, al confuso esperimento socialista di Salvador Allende in Cile aveva provocato, nel 1973, il contraccolpo del golpe del generale Augusto Pinochet, che incoraggiato dagli Stati Uniti ruppe le relazioni diplomatiche con i paesi del blocco socialista facendo arretrare non di poco la posizione strategica sovietica nel delicato scacchiere dell’Atlantico Meridionale e dell’Antartico.

Per questo motivo per l’Unione Sovietica, impegnata a contendere agli Stati Uniti anche la supremazia sui mari, era importante mantenere un punto d’appoggio nel settore atlantico-antartico e in quel contesto un partner come l’Argentina era di vitale importanza, qualunque fosse il profilo ideologico del suo governo; inoltre il paese sudamericano era per Mosca un’importante fornitore di prodotti agro-alimentari (grano e carni principalmente).

La giunta militare di Jorge Videla da parte sua agì con pragmatismo e, nonostante le pressioni nordamericane, non interruppe i rapporti con l’Unione Sovietica non volendo perdere il proficuo mercato agro-alimentare sovietico e non volendo rinunciare alle tecnologie sovietiche per la costruzione di centrali idroelettriche e per il progettato avvio di un programma nucleare.

A livello politico e diplomatico l’URSS si rifiutò sistematicamente in sede ONU di votare sanzioni, sostenute dagli USA di Carter, contro il regime argentino per inadempienze sui diritti umani, spingendo i satelliti del Patto di Varsavia e la stessa Cuba a fare altrettanto; la “Junta” da parte sua non si associò alle sanzioni occidentali contro i sovietici per l’invasione dell’Afghanistan.

La rimozione in seno alla Giunta dei generali Jorge Videla e RobertoViola, in seguito ad un “auto-golpe” interno nel 1981, portò l’Argentina a un breve riavvicinamento alla nuova politica statunitense attivamente anti-sovietica di Ronald Reagan; tale riallineamento tuttavia, pur concretizzatosi nell’invio di istruttori argentini ai “Contras” antisandinisti del Nicaragua, non portò a rotture diplomatiche o commerciali con Mosca e venne messo definitivamente da parte dalla sfortunata guerra delle Malvinas (Falkland per i britannici) contro la Gran Bretagna della Thatcher, alleato ben più importante per Reagan di un’instabile giunta militare sudamericana.

L’ultimo appoggio sovietico ai generali di Buenos Aires arrivò proprio durante la guerra delle Malvinas, quando tutto il blocco comunista appoggiò le rivendicazioni territoriali argentine e quando gli stessi sovietici fecero pervenire, tramite Cuba, preziose informazioni militari sullo schieramento delle forze navali britanniche nell’area.

I militari della “Junta”, sebbene imbevuti di un profondo e radicato anticomunismo di matrice cattolico tradizionalista, avevano ben presente come la minaccia “sovversiva” interna non fosse rappresentata dal minoritario e rigidamente filo-sovietico Partito Comunista Argentino (PCA), ma da una schiera di movimenti insurrezionali di ispirazione guevarista-trotzkista, come l’Esercito Popolare Rivoluzionario-Partito Rivoluzionario dei Lavoratori (ERP-PRT), e di estrema sinistra peronista, come i famosi “Montoneros” i cui militanti e fiancheggiatori costituirono il grosso dei “desaparecidos”.

Anche se militanti e simpatizzanti del Partito Comunista finirono fra le maglie del sistema repressivo del regime il PCA in quanto tale non venne mai dichiarato illegale dalla giunta, che si “limitò” a sospenderne le attività politiche senza sciogliere le sue strutture, misura del resto applicata anche agli altri partiti “borghesi” (peronisti, socialisti, radicali, democristiani) cui vennero sospese le attività politiche pubbliche fino a quando la situazione del paese non fosse stata “normalizzata”.

Da parte sua il PCA non assunse, se non nelle fasi finali della dittatura, posizioni ostili al “Processo di Riorganizzazione Nazionale”, limitandosi ad appoggiare all’interno della giunta militare quegli elementi considerati più “progressisti” (leggasi: meno anti-sovietici) , come i generali Videla e Viola, a scapito dei settori “reazionari”, e cioè apertamente anti-sovietici, e a caldeggiare l’evoluzione del “Processo” in un governo misto di “converge
nza civile-militare”, formula che implicava l’accettazione di fatto del potere militare sul Paese.

La “Junta” tollerava il PCA fintantoché esso si limitava alla funzione di “società di amicizia Sovieto-Argentina”, mentre i vertici del PC più filo-sovietico del Sud America erano disposti a fornire un “appoggio critico” a un regime militare “reazionario” purché ciò favorisse le strategie di potenza del “Paese del socialismo realizzato”; una coerente convergenza di interessi politici che, come si suol dire, “non faceva una piega”.

Queste digressioni storiche esemplificano la natura del conflitto nell’America Latina che, ora come in passato, vede contrapporsi le velleità geopolitiche ed economiche nordamericane di controllo sul “(ex?) giardino di casa” sudamericano e i contrastanti sforzi dei vari soggetti statali sudamericani per affrancarsi all’ingombrante tutela “yankee”.

Tale conflitto però neppure durante la Guerra Fredda coincise necessariamente con lo scontro fra “capitalismo” e “socialismo”, datosi, come abbiamo visto, l’esempio di dittature militari “ultra-reazionarie” sostenute senza eccessivi scrupoli ideologici dalla potenza mondiale “comunista”.

Nemmeno oggi la presenza di fenomeni come il militare nazional-populista Chavez autorizza a dare per certa l’esistenza di un “socialismo del XXI secolo”.

Il Venezuela di Chavez infatti può permettersi una politica estera indipendente e “audace” (alleanza con Russia, Cina e con l’Iran di Ahmadinejad) e una politica interna di redistribuzione “populista” della ricchezza unicamente grazie alle massicce rendite petrolifere, frutto anche delle vendite del greggio venezuelano al “nemico” statunitense.

Certamente il fatto che le rendite del petrolio siano state reinvestite in senso nazionale e populista da un Chavez e non vadano esclusivamente ad arricchire una casta politica asservita a poteri economici “yankee” è una differenza non di poco in un’ottica di contenimento del potere nordamericano, ma da qui a poter parlare di un “socialismo del XXI secolo” il passo è assai lungo, a meno che non si voglia far passare la parola “socialismo” come sinonimo di “politica di autonomia nazionale”, mutamento semantico che farebbe diventare il conservatore di destra De Gaulle un apostolo del Socialismo.

Il deludente esito delle ultime elezioni in Venezuela, con i voti per Chavez assai inferiori alle previsioni, non è quindi una battuta d’arresto del “socialismo del XXI secolo”, come temono molti “sinistri” o come si auspicano certi “destri” occidentalisti, ma il capitolo di una lunga battaglia per il controllo del continente americano che in due secoli ha visto gli Stati Uniti scontrarsi di volta in volta con i “sudisti” della Confederazione, a loro volta sostenuti da Inglesi e Francesi, partigiani messicani di Massimiliano d’Asburgo, sostenuti da Napoleone III, con gli Spagnoli a Cuba e con tutta una serie di movimenti insurrezionali e “caudilli” nazionalisti sudamericani che si appoggiarono ai vari avversari geopolitici degli USA (non è un caso se personaggi della sinistra sudamericana degli anni ’60 e ’70, fra tutti Salvador Allende, avessero guardato con favore ai fascismi europei negli anni ’30 e ’40).

Il corretto punto di vista di una forza sovranista europea (o eurasiatica) dovrebbe limitarsi a considerare soggetti come il Venezuela “chavista” come spine nel fianco alla strategia di potenza statunitense, non come avanguardie di qualche futuribile rivoluzione anticapitalista mondiale.