North Stream2: il conflitto si sposta dentro la UE – di Piergiorgio Rosso

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A che punto è la costruzione del nuovo gasdotto Russia-Germania nel Baltico (North Stream-2 o NS2)? Ottenute quasi tutte le autorizzazioni di transito e ambientali – mancano quelle di Svezia e Danimarca – sembrerebbe dover avere la strada in discesa e poter mantenere l’obiettivo di primo avviamento fissato al 2019. Difficile del resto pensare diversamente considerato che il percorso del NS2 segue quello del NS1 che opera da diversi anni a pieno regime.

Anche i pareri espressi alla fine del 2017 dall’ufficio legale del Consiglio d’Europa sono risultati promettenti, nella misura in cui hanno chiarito che la direttiva UE denominata Terzo Pacchetto Energia (TEP) non si applica ai gasdotti che connettono uno Stato membro ad uno Stato terzo. L’NS2 sarebbe dunque in particolare esentato sia dall’obbligo della separazione fra proprietà dell’infrastruttura e proprietà del gas naturale trasmesso, che dall’obbligo di garantire l’accesso alla infrastruttura a terzi con tariffe eque e concorrenziali. Obbligo, quest’ultimo che cozzerebbe con lo stato di monopolista che Gazprom detiene all’esportazione del gas naturale russo.

Dunque nulla osta?

Proprio per niente: il Consiglio dell’UE è stato recentemente chiamato a discutere una proposta di emendamento alla Direttiva TEP avanzata dalla Commissione, proprio per includervi i gasdotti extra-UE. Emendamento già approvato dal Parlamento UE con osservazioni aggiuntive. Una vera e propria legge ad gasductum con la conseguenza però di applicarsi a tutti i gasdotti internazionali con implicazioni serie di compatibilità con le leggi internazionali che regolano la materia e per i rapporti istituzionali fra Stati membri e UE.

Nel caso di gasdotti sottomarini, il transito nelle Zone Economiche Esclusive (EEZ) degli Stati – distinte dalle acque territoriali – è regolato da una Convenzione delle Nazioni Unite (UNCLOS) che garantisce i diritto di transito a certe condizioni di sicurezza ed ambientali.

L’ufficio legale del Consiglio d’Europa ha dichiarato in data 1.3.2018 che tale estensione di applicabilità della Direttiva TEP contrasterebbe il diritto internazionale negli art. 56 e 58 dell’UNCLOS. Ora è la politica che deve decidere.

Che gli Stati membri dell’UE abbiano un crescente fabbisogno di gas naturale è certo, una volta deciso di uscire gradualmente dal nucleare e dal carbone per la produzione di elettricità. Che questo gas naturale debba essere importato, è altrettanto ovvio dato che la produzione interna, già insufficiente, cala costantemente. Che esso venga per circa il 40% dalla Federazione Russa, beh questo non sta bene né agli Stati russofobi del Centro ed Est Europeo né agli Stati Uniti che vorrebbero eliminare o ridimensionare questa leva di influenza politica e strategica in mano al loro principale competitore geopolitico.

Anche, se possibile, esportando il loro GNL, ma questo è secondario.

Ciò che è veramente essenziale per gli USA è che il gas naturale russo destinato all’Europa continui a passare prevalentemente attraverso l’Ucraina e la Polonia come ora – nonostante le frequenti interruzioni già subite nella storia recente – e non certo per sostenere quelle economie con la tariffa di transito pagata da Gazprom, ma perché questi due Paesi si prestano volentieri a cedere agli USA il potere di interdizione che la loro posizione geografica consente. Oggi loro sono in mezzo al “gasdotto” che collega Russia ed Europa occidentale; con il NS2 – ed il Turkish Stream, che però ora è bloccato sulle rive del Mar Nero in Turchia – finirebbero invece in coda all’infrastruttura, ricevendo gas naturale dalla Germania.

Lo scontro fra Commissione e Consiglio d’Europa è dunque decisivo per questa partita, ma non solo. Qualora dovesse prevalere la Commissione, il NS2 forse si farebbe anche – ne dubitiamo – ma a condizioni capestro inerenti la regolazione dei flussi e le garanzie di transiti complementari attraverso i gasdotti esistenti in Polonia ed in Ucraina.

Ciò che rimarrebbe come implicazione preoccupante sarebbe il fatto che con la modifica alla Direttiva TEP, la separazione proprietaria e l’accesso a terzi dovrebbe essere garantito a tutti i gasdotti offshore che collegano Paesi membri con terzi: che fine farebbero gli italiani Greenstream (Libia), Transmed(Algeria) e TAP (Azerbajan)? Sarà Gentiloni a discutere in Consiglio d’Europa la questione? Potrà l’Italia mantenere il diritto di “determinare le condizioni di utilizzo delle sue risorseenergetiche” e di “scegliere fra diverse fonti energetiche” (art. 194/Trattato UE)?

Con la modifica proposta e la conseguente necessità di ridiscutere i termini dei contratti internazionali relativi ai gasdotti di trasmissione, la Commissione UE sarebbe in grado di influenzare e bloccare tali possibilità, riservandosi un diritto di veto a suo favore, dovesse uno Stato membro contrattare delle esenzioni con la controparte terza.

Gli Stati membri della UE, ma in particolare l’Italia, dovrebbero interrogarsi se davvero conviene loro concedere tali poteri alla Commissione, – che facilmente si traslerebbero agli elettrodotti – mettere a rischio la loro sicurezza energetica e le future opportunità di connessioni con Stati terzi, per il solo scopo di bloccare una singola infrastruttura.

Forse la Commissione vuole approfittare delle tensioni fra Russia e NATO per estendere i suoi poteri nei confronti dei Paesi membri?

La politica energetica UE … terremotata di Piergiorgio Rosso

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L’estrazione di gas naturale a Loppersum (Groningen – Paesi Bassi) è stata interrotta con effetto immediato a seguito dell’ordinanza dell’ente statale supervisore delle miniere olandesi (SoDM). L’ordinanza subito accolta dal Ministro degli Affari Economici Eric Wiebes, seguiva un forte terremoto – scala 3.6 Richter – avvertito in tutta la città di Groningen, il sesto in ordine di tempo ed il più forte in un solo mese. Da tempo l’attività sismica in quella zona è sotto osservazione da parte degli enti preposti ed è condivisa l’opinione secondo cui essi sono causati dall’attività di estrazione del gas naturale che ha raggiunto un livello tale da abbassare la pressione nei giacimenti al di là dei livelli di guardia per la stabilità geologica. Il SoDM ha anche scritto che l’estrazione di gas naturale dovrà necessariamente dimezzarsi nel prossimo futuro da un livello di 22 Miliardi di m3 (BCM) ad un livello di 12 BCM all’anno: “ .. sarà una tremenda questione sociale” ha detto il Ministro Wiebes. Il gas naturale serve più di 7 milioni di famiglie olandesi, il sistema industriale e la rete elettrica dell’intero paese. Non solo, l’Olanda è esportatrice netta di gas naturale tramite contratti a lungo termine con Belgio, Francia, Germania ed Inghilterra. Il mantenimento degli impegni sarà costoso per le casse dell’erario olandese che vedrà ribaltarsi la posizione commerciale/finanziaria del settore da esportatore ad importatore netto. Uno scenario da incubo. Una transizione accelerata alle rinnovabili come vorrebbero Verdi e organizzazioni non governative, sarebbe estremamente costosa per lo Stato e per le famiglie. L’unica alternativa realistica a breve termine (5-10 anni) è importare gas naturale da paesi come Norvegia, Qatar o Russia. Un nuovo gasdotto dalla Norvegia richiede tempo così come un nuovo ri-gassificatore per l’LNG dal Qatar, mentre i gasdotti dalla Russia già ci sono (via Germania) e aumenteranno la loro capacità con la costruzione del North Stream-2.
Accettare questa realtà sarebbe come ricevere uno schiaffo in faccia per il governo olandese e per l’Unione Europea il cui impegno per la diversificazione delle fonti di approvvigionamento di gas naturale è sinonimo di diminuzione della quota di mercato di Gazprom. La Russia, minacciata da nuove sanzioni dalla UE ed in rotta di collisione col governo olandese sulla questione dell’abbattimento del volo MH17 in Ucraina, si porrà come l’unica àncora di salvezza dell’intera economia dell’Europa nord-occidentale.
Il terremoto di Groningen aprirà un vaso di Pandora: si tornerà a discutere di North Steam-2 e di dipendenza europea dal gas russo nel prossimo futuro, ma in uno scenario completamente diverso da prima.

(libere citazioni da: https://oilprice.com/Energy/Energy-General/Dutch-Gas-Goals-Rocked-By-Earthquakes.html)

Cambiamenti Tecnologici (di Piergiorgio Rosso)

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L’articolo originale di Irina Slav è uscito il giorno 8 agosto 2017 su OILPRICE.com con il titolo: “Dear Millennials, Big Oil is not your enemy”. Uno spot rivolto ai giovani neo-laureati in cerca di occupazione. Lo riportiamo comunque ampiamente – con traduzione libera – perché ci sembra abbastanza utile per rinforzare il nostro punto di vista sulla questione della transizione energetica in generale: una tecnologia – lo sfruttamento delle fonti di energia fossile – è storicamente determinata e viene superata non perché finiscano quelle determinate materie prime e neanche per decisione “illuminata” di un comitato di scienziati riuniti in un organismo ONU (Comitato IPCC), ma solo e quando una nuova tecnologia più efficiente – nel senso della razionalità strumentale del mini-max più volte citata da G. La Grassa – viene resa disponibile e solo e quando nuovi agenti delle sfere politica ed economica (industriale e finanziaria), decidono di utilizzarla nel contesto del conflitto strategico che li oppone ad altri. Nel frattempo la tecnologia esistente non sta ferma, si “efficienta” anch’essa e i suoi sostenitori non stanno a guardare ma invadono il campo avversario, se necessario e utile alla loro sopravvivenza.
Buona lettura.
Quella del petrolio e gas è, apparentemente, l’ultima industria che i millennials [convenzionalmente la fascia di età compresa fra 15 e 35 anni – NdR] hanno segnato a morte. Non vogliono lavorare nel settore perché è sporco, difficile e pericoloso. Per quanto precisa possa essere, questa non è la storia completa del petrolio e del gas.
Per i millennials, l’industria petrolifera si cura solo di fare più soldi possibile, pompare e vendere quanto più petrolio possibile e danneggiare l’ambiente irrimediabilmente. Ma questa è una descrizione piuttosto ristretta. E’ decisamente troppo facile mettere da parte il fatto che migliaia di prodotti quotidiani siano totalmente o parzialmente ricavati da petrolio e gas naturale.
Per essere onesti, alcuni dei prodotti derivati del petrolio hanno sostituti più ecologici, ma certamente non tutti, per esempio prodotti importanti come valvole cardiache e fibre sintetiche. E le alternative non sono sempre innocue. Le alternative alle fibre sintetiche sono cotone, canapa, lana, pelle e pelliccia.

Ora, alcuni autori affermano che l’industria dei combustibili fossili debba morire e che i millennials sarebbero solo felici di aiutarli. Ma per quanto sporca sia, l’industria dei combustibili fossili sopravvive. Il suo modello di business – almeno il modello di quelli che tendono a sopravvivere ad ogni crash dei prezzi – è sostenibile nel senso più generale della parola.
Una caratteristica di un modello di business sostenibile è la diversità di applicazioni per i suoi prodotti. Un altro è quello che recentemente ha ricevuto una grande spinta: l’innovazione tecnologica volta a migliorare l’efficienza produttiva e ridurre i costi di produzione. Quando il nuovo prezzo normale è la metà di quello che è stato tre anni fa, puoi andare avanti in uno spirito di innovazione, oppure puoi sprofondare. Questa innovazione, per quanto strano possa sembrare, aiuta la sostenibilità ambientale.
“E’ abbastanza semplice – dice l’analista Peter Bryant – ciò che è buono per il business è buono per l’ambiente”. Bryant, ha tre decenni di esperienza in energia, tra le altre industrie, e co-autore di una relazione che riesamina in anticipo ciò che si annuncia per i giocatori dell’industria del petrolio e del gas. Quello che può favorirli è più tecnologia, processi più semplici e maggiore produttività. Tutto ciò ridurrà l’effetto negativo che l’industria ha sull’ambiente, dice Bryant, perché la strada del petrolio e del gas verso la sostenibilità interna corre parallela alla sostenibilità ambientale. È vero che la sostenibilità ambientale non è stato l’impulso primario dell’innovazione, ma ora che l’attenzione del settore è orientata verso incrementi di efficienza e costi di produzione più bassi, una riduzione delle emissioni di anidride carbonica, ad esempio, è una conseguenza logica. Un’altra conseguenza di questo tipo è ridurre la quantità di risorse come combustibili e acqua utilizzati per lo sviluppo di campi di petrolio e gas a terra e in mare aperto. Un terzo è assicurarsi di estrarre tutto ciò che puoi estrarre dai giacimenti esistenti prima di passare a quelli nuovi. Questo va bene per le imprese in quanto costa meno, ed è anche un bene per l’ambiente in quanto conserva risorse e riduce le emissioni. Gli azionisti ambientalisti hanno avuto un ruolo in tutto questo così come le nuove normative, rafforzando la motivazione del settore del petrolio e del gas in favore del cambiamento, ancorché contro voglia. Questa motivazione ha portato ad investimenti di Big Oil nelle energie rinnovabili e nelle iniziative per la cattura e stoccaggio del carbonio – stiamo parlando di centinaia di milioni di dollari versati in energia verde e ricerca sulla sostenibilità, che non è affatto male per un settore che agli occhi dell’opinione pubblica è l’opposto dell’economia verde. Alcune grandi compagnie petrolifere stanno sostenendo a gran voce una tassa sul carbonio negli Stati Uniti.

Allo stesso tempo, Big Oil si è rapidamente direzionata verso le energie rinnovabili. Oltre ai leader come Total e Statoil, che da anni si sono espansi in energia eolica e solare, Shell ha recentemente annunciato un investimento annuo di miliardi di dollari in iniziative rinnovabili e il suo amministratore delegato, Ben van Beurden, ha dichiarato che la sua prossima vettura sarà elettrica. Un rinnegato?
Per coloro che si fondono sulle vecchie ipotesi che il mondo non possa sopravvivere senza combustibili fossili, questo crescente spostamento verso le fonti rinnovabili potrebbe apparire come un rinnegamento. Per coloro che si trovano all’estremità opposta del campo, questo appare come i topi che lasciano una nave che affonda. La realtà è che il petrolio è un business. Non è un’ideologia e non è una fede. È un’impresa e le imprese, se i loro proprietari vogliono mantenerle in funzione, sono sistemi adattativi.
L’impulso delle energie rinnovabili sta ancora guadagnando slancio, spinto in avanti dalla normativa e dall’innovazione tecnologica. Se i regolamenti pro-verde continuano ad espandersi e l’innovazione tecnologica mantiene il ritmo attuale – o addirittura aumenta – il petrolio potrebbe diventare obsoleto prima della fine del secolo, almeno come fonte di carburante per veicoli e centrali elettriche. Il gas, il carburante “ponte”, continuerà ad essere richiesto per la durata del passaggio alle rinnovabili, che richiederà decenni.
In altre parole, il petrolio e il gas non scompaiono e le aziende che li estraggono e li raffinano non sbiadiranno nell’oblio: cambieranno. Alcune di loro potrebbero anche trasformarsi in leader di mercato dell’energia rinnovabile. Quale millennials non vorrebbe lavorare per un leader del mercato dell’energia rinnovabile?

Dominanza energetica

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L’Amministrazione Trump ha detto di volere per gli USA il “dominio energetico”. Le parole del Segretario per l’Energia Rick Perry sono state: “Un America che abbia il dominio energetico significa che deve contare su stessa. Significa una nazione sicura, libera dalle turbolenze indotte da quelle nazioni che usano l’energia come arma economica. Il dominio energetico significa che gli USA esporteranno energia in tutto il mondo aumentando la nostra leadership e la nostra influenza”

Diversamente dal passato l’accento energetico dell’Amministrazione Trump è dunque passato dall’indipendenza, dalla sicurezza, al dominio.

A prima vista questo sembrerebbe in continuità con la politica statunitense di tutte le amministrazioni da Nixon a Carter fino a Obama che, ricordiamolo, ha eliminato lo storico divieto di esportazione di petrolio e fatto rilasciare 24 licenze di esportazione di GNL [Gas Naturale Liquefatto] senza negarne alcuna. L’indipendenza energetica è in realtà un obiettivo irrealistico in un mercato globale mentre la sicurezza significa che gli approvvigionamenti devono provenire da nazioni alleate e fedeli. Criterio da sempre – per lo meno dagli anni ’80 – seguito dagli USA nella sua politica nei confronti del Medio Oriente.

La relativa novità sta dunque nell’enfasi sull’esportazione di energia. Il boom dello shale oil americano è stato imponente ed ha dimostrato una discreta resilienza al crollo del prezzo internazionale del barile. Abbiamo già osservato che ci sono però vincoli fisici ed infrastrutturali tali da limitare l’uso geopolitico dello shale oil. Sarà dunque il GNL l’obiettivo primario dell’Amministrazione Trump. Esportare GNL permetterà di creare legami stabili con nazioni/clienti di preminente interesse strategico per gli USA espandendo la loro capacità di influenza.

Gli USA di Trump si ri-posizioneranno pertanto come grandi esportatori di energia che potranno usare il loro stato come fonte di leva politica. Se ne sono sentiti gli echi durante il recente incontro fra Trump ed il Primo Ministro indiano Narenda Modi.

Perseguire questa agenda non sarà semplice. Al di là dell’opposizione tutta strumentale che subirà in casa contro qualsiasi promozione destinata alle fonti fossili, le altre nazioni potrebbero indugiare nel comprare qualcosa che porta con sè specifiche condizioni politiche. Potrebbero rivolgersi alla concorrenza di Australia, Qatar e Iran già grandi esportatori di GNL e meno “esigenti” in termini geo-politici. Finora poi hanno giocato una parte dominante i prezzi internazionali: con il barile stabilmente intorno a 50$ e il gas naturale disponibile a 30-40 €/MWh c’è poco spazio per il GNL americano, economico fintantoché non deve essere spedito lontano. Il liquefatore di GN di Sabine Pass dellla Chenière ha per ora commerciato con America Latina e Asia dell’est, con qualche puntata in Europa (Polonia, UK, Portogallo, Italia) di piccoli carichi spot ad alta simbologia politica ma scarsa significatività economica.

La fluttuazione dei prezzi internazionali ed i cambiamenti a lungo termine del mercato saranno dunque i fattori che condizioneranno maggiormente il successo della strategia di dominio energetico dell’Amministrazione Trump.

Dove invece prevarranno ragioni geo-politiche – in particolare quelle legate al contenimento della Russia – il commercio di GNL subirà una spinta potente dall’Amministrazione Trump. Chenière ha recentemente annunciato un accordo con la Lituania e la Polonia ha confermato la sua volontà di divenire un centro di smistamento del GNL americano per l’Europa Centro-Orientale e segnatamente per gli stati che aderiscono al Gruppo di Visegrad + Ucraina. Allargandosi poi alla Croazia – altro possibile futuro punto di ingresso di GNL destinato all’Europa centro-orientale. Una prospettiva da leggere in chiave apertamente antitedesca a favore della Iniziativa dei Tre Mari che è stata ufficialmente battezzata da Trump nel suo ultimo viaggio a Varsavia ed in linea con le annunciate sanzioni statunitensi contro le imprese tedesche e austriache – ma non solo – che hanno finanziato il gasdotto russo North Stream-2. Rivale diretto di tutti i ri-gassificatori di GNL europei.

 

POST SCRIPTUM: è interessante osservare le analogie che la storia dell’”inseguimento” fra GNL e gasdotti in Europa offre, all’analista interessato, rispetto alla storia della “corsa” al controllo delle rive dell’Eufrate nella guerra siriana: in entrambi i casi gli aspetti materiali e tecnologici (gas naturale vs. acqua), quelli economici (enormi infrastrutture), quelli politici (sovranità nazionale) e quelli strategici (sfere di influenza) collidono fra loro condensandosi in precise aree geografiche e verranno in ultima analisi risolti da uno scontro militare. In Siria è cronaca, in Europa …. ancora no

GRILLO SPARLANTE

grillo-vacci-tuUn Paese con i grilli intesta non va da nessuna parte. Se addirittura ne basta uno solo, con la testa grande e globosa più dei suoi stessi simili, per piegare un’intera nazione, allora vuol dire che stiamo messi proprio male. In una favola a lieto fine il Grillo parlante deve necessariamente finire spiaccicato vicino ad un muro ma siccome noi viviamo una brutta novella lo abbiamo persino trasformato in un oracolo vivente. Questo esserino verde che frinisce di rabbia ed è poco avvezzo all’educazione, tanto che sfancula chiunque si azzardi a contestarlo, non è molto coerente eppure è riuscito a gabbare migliaia di persone volenterose.  Quest’ultime non hanno ben compreso che una volontà cieca e mal riposta danneggia più dell’inerzia o del malaffare che giustamente si tenta di debellare. E così il distruttore della modernità, dopo aver criticato processori e processati, si è scelto un canale moderno per amplificare il suo messaggio beat, riversandolo in bit e byte avvelenati, per meglio  ingannare questa Italia addormentata da Trento a Canicattì.

Grillo, in realtà, è riuscito a trasformarsi in un ologramma onnipresente ed ubiquo prima ancora di beccarsi una martellata sulle antenne e di divenire puro spirito. Ogni tanto appare in qualche manifestazione per fare casino, vomitare parolacce ed incitare alla violenza, salvo sparire al momento opportuno inghiottito da ombre lunghe e forze oscure che lo proteggono e lo finanziano. Pare che il comico più che una maschera sia una marionetta che si muove a comando e su ordine degli dèi della finanza mascherati da persone per bene. I fili del burattino sono tirati da uomini e gruppi callidi più che coscienziosi. Dietro di lui, che fa gestire ogni sua attività dal guru dell’informatica e dei social network Gianroberto Casaleggio, ci sarebbe in primo luogo la Camera di commercio americana in Italia, ovvero come riportato in un articolo su Dagospia “una lobby indirizzata a favorire i rapporti commerciali delle corporation americane in Italia», nel cui consiglio di amministrazione compaiono nomi ….di rilievo: il vice di Microsoft Italia, Umberto Paolucci, Gian Battista Merlo, presidente e amministratore delegato Exxon Mobil Mediterranea, Gianmaria Donà dalle Rose, amministratore delegato della Twentieth century Fox home entertainment Italia, Massimiliano Magrini, country manager di Google Italia, Luciano Martucci, presidente e amministratore delegato di Ibm Italia, Gina Nieri, consigliere di amministrazione Mediaset, Maria Pierdicchi, direttore generale Standard & Poor’s, Massimo Ponzellini, presidente di Impregilo, Cristina Ravelli, country legal director The Walt Disney co. Italia, Dario Rinero, presidente e numero uno di Coca-Cola Hbc Italia, Cesare Romiti, presidente onorario Rcs.” Ed ancora sul medesimo pezzo possiamo leggere: Micromega nel 2010 segnalava [che] oggi nell’American chamber of commerce in Italy troviamo altre figure di spicco come Gianluca Comin, dirigente Enel e Giuseppe Cattaneo dell’Aspen Institute Italia, il prestigioso pensatoio, creatura di Gianni Letta, presieduto da Giulio Tremonti. E l’Aspen Institute pesa, ovunque agisca. Luogo di incontro fra intellettuali, economisti, politici, scienziati e imprese. Nell’Aspen transita l’élite italiana, che faccia riferimento al centrodestra o al centrosinistra”. C’è un bel calderone di interessi bancari, finanziari e politici alle spalle di Grillo eppure costui ha la bella faccia tosta di frinire contro i fossili degli schieramenti politici nostrani. Ma più di ogni altra cosa Grillo sparlante si mette di traverso a qualsiasi iniziativa di modernizzazione del paese, si tratti di Tav, di nucleare, gas o di inceneritori. E’ lui il vero dinosauro che porta nella pancia una funesta trappola come il Cavallo di Troia. Questo testone della preistoria vuole ricacciarci indietro nel tempo per soddisfare i suoi pessimi sponsor e rendere l’Italia un orto botanico dove gli insetti si sollazzano e gli italiani regrediscono. Il nostro è il Belpaese e non Quelpaese tanto citato che i vermi vorrebbero colonizzare.

MAR CASPIO: Cinque paesi per una ripartizione difficile

di Kimia Sanati (fonte IPS, traduzione di G.P.)

 

 

TEHERAN, feb (IPS) – i cinque paesi bagnati dal Mar Caspio non realizzano come dividerselo. Molto iraniani credono che il governo del presidente Mahmoud Ahmadinejad preveda concessioni alla Russia in cambio dell’appoggio alle sue politiche nucleari. Con una dichiarazione firmata da 370 figure politiche e sociali di spicco è stato criticato lo spirito "avventuristico" della politica estera di Ahmadinejad, cosa che include la divisione del Mar Caspio, ragione di conflitto dalla dissoluzione, nel 1991, dell’Unione sovietica. Le distanze si aggravano a causa dalle ricchezze enormi in petrolio e in gas sottostanti al letto del mare. I paesi con litorale sul Caspio "hanno scelto il momento più adeguato per presentare annunci illegittimi." L’Iran è ora sotto pressione politica e delle sanzioni per il suo programma nucleare e per la sua politica estera ", hanno ammesso. "Ai firmatari di questa lettera preoccupano le azioni e decisioni, occultate agli occhi della nazione, che sono prese in seguito alla debolezza della sovranità nazionale", indica la dichiarazione. L’Iran perse il diritto di avere una flotta nel Caspio dopo essere stato sconfitto in guerra nel 1828 dalla Russia zarista. L’armistizio mise termine alla sovranità iraniana sulle città della costa occidentale. I diritti iraniani furono ripristinati un secolo dopo, con il trattato d’amicizia firmato nel 1921 con l’Unione Sovietica. Un accordo sul commercio ed il trasporto nel Mar Caspio è stato anche firmato tra i due paesi nel 1940, cosa che ha dato ai due paesi la sovranità comune sul mare ed uguali diritti di pesca e di navigazione. Il trattato del 1940 ha stabilito in 10 miglia nautiche il territorio di pesca esclusivo dei due paesi, ma non ha stabilito i limiti delle acque territoriali né ha distinto tra le flotte di trasporto e militari. L’utilizzazione delle risorse del letto marino non è stata esaminata, né nel trattato del 1921 né in quello del 1940. Politici e storici iraniani accampano il fatto che il mare è stato già diviso in parti uguali tra Iran e la oggi dissolta Unione sovietica. Credono anche che i due paesi abbiano diritti uguali su tutte le risorse del mare. Coloro che difendono questo punto di vista credono che la quota dell’Unione sovietica dovrebbe ripartita tra gli Stati che sono ad essa succeduti dopo la dissoluzione del 1991.

Trentuno partiti politici che difendono questa prospettiva hanno imposto al governo di astenersi dal firmare accordi bilaterali con qualsiasi Stato costiero, come Azerbaidjan e Turkmenistan. La polemica si è approfondita in gennaio, quando il cancelliere iraniano Manouchehr Mottaki ha annunciato che l’Iran non mai ha posseduto il 50 per cento del mare e che l’Unione sovietica non gli ha mai permesso di attraversare la linea di Hosseingholi-Astara. Questa delimitazione assegna all’Iran il 11.3 per cento della superficie del Mar Caspio. La cancelleria sottolineò dal giorno seguente che l’Iran non avrebbe consentito di disporre di meno del 20 per cento del Caspio. Il cancelliere Mottaki è stato in seguito convocato dal Comitato nazionale di sicurezza del Parlamento. Non ha ottenuto di convincere i membri del parlamento, molti legislatori della minoranza riformista hanno proposto di sottoporlo ad un giudizio politico. La procedura non è ancora arrivata, tuttavia, all’ordine del giorno parlamentare. "I trattati assegnano all’Iran e l’Unione sovietica la sovranità congiunta del Mar Caspio." Ciò dà luogo alla presunzione erronea che il mare dovrebbe essere diviso a metà, da un lato all’Iran e dall’altro alle vecchie repubbliche sovietiche, in tutti gli aspetti, in particolare per le risorse petrolifere e gazifere ", ha detto a IPS un analista di Teheran. "L’Iran ha lasciato fuori da questi trattati, di proposito, il modo di sfruttamento delle risorse del letto marino." Per questo, Teheran non era sufficientemente forte per difendere i suoi interessi con il suo potente vicino settentrionale", ha aggiunto l’informatore, che ha chiesto di non rivelare la sua identità."

Il problema della divisione del Mar Caspio è nato con il crollo dell’Unione Sovietica nel 1991, con la nascita di quattro nuovi stati sulle coste della più grande massa d’acqua mediterranea del mondo. Dopo la formazione dei nuovi stati, tanto l’Iran che la Russia hanno sostenuto che i trattati firmati tra Iran e Unione sovietica sul Mar Caspio dovevano essere rispettati, e che, quindi, i cinque stati dovevano usufruire della sovranità sul mare. Tuttavia, il Kazachstan, il Turkmenistan ed Azerbaidjan hanno richiesto un nuovo regime. Lo stato legale del mare è praticamente entrato nel limbo da tale richiesta. "Gli accordi precedenti tra Iran  l’Unione Sovietica appartengono ora alla storia", ha detto il presidente del Kazachstan, Nursultan Nazarbayev, il 16 ottobre a Teheran dinanzi ai capi dei cinque stati costieri, tra loro c’era anche il presidente russo Vladimir Putin. In questo vertice non c’è stato accordo sulla divisione del mare, ma si è emessa una dichiarazione la quale ha stabilito che il regime giuridico del Caspio sarà approvato col consenso degli stati costieri e, dunque, da un trattato definitivo di delimitazione del letto del mare. I capi di Stato hanno anche deciso che il mare dovrebbe soltanto essere utilizzato con fini pacifici, ed hanno invitato a prevenire la soluzione dei conflitti manu militari. Questi paesi non permetteranno che nessun altro utilizzi il proprio suolo in un attacco contro gli altri, ha sancito la dichiarazione.

Il Mar Caspio contiene la terza riserva più grande di petrolio e di gas del mondo, secondo il calcoli degli esperti. La maggioranza dei pozzi petroliferi si trova nel settore marittimo corrispondente all’ Azerbaidjan, ma ulteriori riserve di grezzo e gas ancora non sfruttati sono distribuiti in tutti i settori del Caspio. L’Azerbaidjan ed il Kazachstan sfruttano oggi le risorse petrolifere del Caspio, da cui si estrae tra l’1.6 e il 2.0 per cento della produzione mondiale. L’Iran ha affidato molti studi ad imprese del settore internazionale come Shell e London and Scottish Marine Oil Company, ma ancora non ha cominciato lo sfruttamento reale di un nessuno dei giacimenti petroliferi e gaziferi, alcuni di questi disputati con l’Azerbaidjan. D’altra parte, il Caspio ha un importante potenziale di trasporto marittimo.

Gli Stati Uniti e l’Unione europea, preoccupati dalla sicurezza energetica, fanno pressioni perché le condutture ed i gasdotti che attraversano il Caspio, trasportano energia dal Turkmenistan e dal Kazachstan verso occidente. Di conseguenza, il tracciato passa per il territorio russo.

Dopo crollo dell’Unione Sovietica, alcune repubbliche che la integravano si sono divise il Mar Caspio. La Russia ed il Kazachstan hanno deciso di dividere la parte settentrionale del mare lungo la linea mediana, il 6 giugno 1998. Nel gennaio 2001, la Russia ed Azerbaidjan hanno fatto una divisione simile del letto del mare. Di conseguenza, il settore diviso rappresenta il 54 per cento del letto del mare e delle acque di superficie. L’Iran ed il Turkmenistan, che hanno coste più strette, propongono una divisione del Caspio in parti uguali (20 per cento per ognuno dei cinque stati), mentre gli altri tre paesi incoraggiano una divisione proporzionale alla lunghezza della costa di ciascuno.

"I russi hanno un accesso duale sul Mar Caspio." Benché difendano i diritti di equità degli stati litoranei di utilizzare le acque di superficie, esigono la divisione del letto marino perché l’utilizzo comune della superficie permetterà naturalmente alla flotta militare russa di circolare liberamente sul Caspio ", ha detto a IPS l’analista consultato a Teheran."

"La preoccupazione di molti partiti politici in Iran sulle concessioni alla Russia hanno consistenza, perché il presidente Ahmadinejad si è mostrato disposto a sacrificare fette di sovranità per raggiungere l’obiettivo di integrare il paese nel club nucleare", ha aggiunto. (FIN/2008)