TEMPO DI VITA E TEMPO D’AZIONE, di GLG

LA GRASSA

 1. Sembra intuitivo il fatto che la linea di scorrimento temporale avvenga sempre in un unico senso, sia irreversibile. Come si dice, la freccia del tempo sarebbe costantemente rivolta in avanti; gli avvenimenti si snoderebbero insomma dal passato verso il presente, dal presente verso il futuro, e mai in direzione contraria. “Non ci si bagna due volte nello stesso fiume”(attribuito ad Eraclito), cioè nella stessa acqua di quel dato fiume, poiché quest’acqua, proprio come il tempo, non può mai scorrere a ritroso, dalla foce alla sorgente.

 Quest’idea di irreversibilità è parte integrante di ogni visione umana comune, e comunemente accettata. E’ per noi del tutto naturale pensare così e credere appunto che tale scorrimento temporale appartenga all’ordine della natura. Si tratta invece di un portato socio-culturale. Altri animali non dovrebbero avere alcuna vera concezione del tempo, né quindi dell’irreversibilità dello stesso. L’idea dello scorrere del tempo – e della sua freccia unidirezionale, irreversibile – è stata infine legata nell’essere umano alla scansione d’esso in unità convenzionali che, in seguito a lenta e lunga evoluzione, hanno trovato infine sistematizzazione in anni, mesi, giorni, ore, ecc.

 Quando si è riusciti a suddividere il corso temporale, prima considerato un blocco unitario e del tutto indistinto, in tante unità convenzionali di “periodo”, in unità di una certa lunghezza, si èindubbiamente fissata in modo più netto l’irreversibilità degli accadimenti naturali e umani, biologici e sociali. Si è compreso, ad es., che quando ci si trova nuovamente in presenza di avvenimenti già verificatisi, non si tratta affatto di ritorno all’indietro del tempo, ma più semplicemente della ripetitività periodica – regolare o irregolare; dove regolarità e irregolarità sono ancora una volta concetti socio-culturali, legati all’unità di tempo convenzionalmente stabilita – di accadimenti che presentano fra loro molti aspetti somiglianti. Si tratta insomma di accadimenti simili, ma diversi; non fosse altro perché si verificano in tempi successivi, senza nessuna possibilità di andamento a ritroso.

 Quanto detto fin qui appartiene ormai alla coscienza comune dell’uomo civilizzato. Tuttavia, non è proprio così che intende iltempo Proust nella sua “Recherche”; egli si rifà al senso attribuitogli da Henri Bergson, ma se non ho capito male con alcune imprecisioni rispetto al concetto di tempo di quest’ultimo, anche se con risultati artistici evidentemente più che notevoli. Vi è una sostanziale differenza rispetto all’usuale modo di intendere l’irreversibilità temporale. Quest’ultima infatti, nella sua versione tradizionale e usuale, implica pur sempre la linea di scorrimento temporale ESTERNA al verificarsi degli eventi in successione  (passati, presenti e futuri). E’ come se il tempo (e lo spazio) fosse uno scatolone vuoto entro cui accadono gli eventi, disposti secondo un prima ed un poi, che sono considerati “oggettivi” nel senso che le scansioni temporali di questo “prima” e di questo “poi” sono calcolate secondo le unità di misura convenzionalmente – e quindi intersoggettivamente (socialmente) – stabilite. Nella concezione bergsoniana (ripresa in qualche modo da Proust), di cui stiamo parlando, il tempo è pensato DENTROgli avvenimenti che si susseguono, ne è parte costitutiva essenziale, li conforma in modo specifico e attribuisce loro una dinamica e una direzionalità che sono peculiari di ognuno d’essi. Tutto questo ha precise conseguenze.

 Ogni avvenimento ha intanto una sua DURATA caratteristica e non suddivisibile secondo le scansioni temporali convenzionali. Se in un secondo viene compiuto un passo lungo 1 m., solo astrattamente quel metro e quel secondo possono essere suddivisi (ad es., in dm. e in decimi di secondo o in cm. e in centesimi di secondo, e così via). L’accadimento “passo” (quel DETERMINATO passo) ha un tempo REALE ed uno spazio REALE, che solo convenzionalmente sono indicati come 1 sec. ed 1 m.; ma si tratta in realtà di un evento che ha una sua unicità e singolarità, non è affatto suddivisibile senza che se ne perda l’intimo ed essenziale carattere e significato. E’ in tal senso, ad es., che viene risolto il ben noto paradosso di Achille e latartaruga. Che cosa sostiene quest’ultimo? Mettiamo che la tartaruga sia un metro avanti ad Achille. Quando il “piè veloce” ha percorso il metro, essa è avanzata, mettiamo, di 10 cm. Quando Achille ha percorso pure questi 10 cm., la lenta bestia ha comunque pur essa compiuto un piccolo balzo di 1 cm. E così via all’infinito. Achille sarebbe via via sempre più vicino alla tartaruga, ma mai la raggiungerebbe. No, nient’affatto, per il semplice motivo che se il passo di Achille è di 1 metro per secondo, come nell’esempio appena fatto, questa è la sua specificacaratteristica individuale; mentre la tartaruga ha un passo, sempre come esempio, di un decimetro per secondo. Quindi Achille, quando ha compiuto due passi (in due secondi), ha percorso inevitabilmente ben due metri, mentre la bestiola ha fatto nello stesso tempo un avanzamento di soli due decimetri, quindi si trova ormai 80 cm dietro ad Achille.

Tempi e spazi sono dunque eminentemente individuali, non sono suddivisibili astrattamente come nell’esplicazione del “paradosso” secondo cui Achille non raggiungerebbe mai la tartaruga.  Il tempo astratto (“oggettivo”) può sempre essere ricordato facilmente con l’uso del calendario, dell’orologio, ecc.; è facile, e definitorio, ricordarsi che il 1-12-2017 viene prima del 4-7-2018, che le ore 10 di un certo giorno vengono prima delle 18 dello stesso giorno, ecc. Così pure, se in certe date abbiamo segnato (e descritto più o meno esaurientemente) determinati avvenimenti, possiamo ricordarci facilmente d’essi nella loro astratta, ESTRINSECA, connessione con QUEL tempo; gli avvenimenti in questione vengono insomma ricordati nell’ESTERIORE descrizione fatta da noi o da altri che ce li hanno tramandati.

 Assai diverso è il carattere dell’avvenimento con cui siamo entrati in collegamento in dati momenti della nostra vita e che la nostra memoria lega a sé ritenendolo nella sua durata REALE e SPECIFICA. Innanzitutto, è evidente che l’avvenimento è qui “soggettivo”, perché afferrato dalla coscienza di singoli individui (non esiste una coscienza universale di un superindividuo: la società tutta, ad es.; perché la società non è un “individuo”, non è dotata di coscienza propria se non per similitudine compiuta da noi individui umani). Inoltre, la temporalità è un periodo di durata REALE, tipico di quel certo evento singolo, che viene trattenuto dalla memoria e non registrato come, ad es., il suono su un nastro registratore. Non è possibile, a propria discrezione, posizionarecon assoluta precisione il “disco” della memoria su quel dato accadimento (in quel dato tempo, cioè in quel dato spazio del “nastro registratore”) per riprodurlo a semplice decisione. Per essere più precisi, è possibile ricordare volontariamente brani, spezzoni, della nostra vita passata, avulsi dal contesto in cui si sono verificati. La nostra memoria COSCIENTE, quindi, può ricordare questi avvenimenti nella loro astrattezza – astrazione dal contesto specifico, di cui fa parte anche la loro durata temporaleREALE, la durata che assegna loro quella particolare coloritura e significazione – esattamente nello stesso senso in cui ognuno di noi può annotare nel diario, ad una data particolare (stabilita secondo le solite convenzioni di anno, mese, giorno, ecc.), un certo “fatto” della propria vita.

 Ben diverso è il comportamento della nostra memoria INCONSCIA. Essa non registra singoli avvenimenti, non fissa date convenzionali; invece raccoglie e lega “in fascio”, per una particolare durata REALE, una costellazione di avvenimenti, che da quella durata – e perciò dal loro reciproco intrecciarsi in quest’ultima – ricevono la loro coloritura, il loro significato spirituale, cioè più profondo, più essenziale, non meramente descrivibile mediante registrazione discorsiva o scritta. Si pensi, per esempio, alle difficoltà di Proust, alla lunghissima e laboriosa ricerca fatta per trovare il linguaggio più appropriato a descrivere ciò che, in linea di principio, non dovrebbe essere passibile di descrizione linguistica; proprio perché la lingua è <<discreta>>, mentre la coloritura e il significato essenziale del fascio di eventi,strettamente uniti da una durata temporale REALE, dovrebbero essere colti nella <<continuità>> del contesto relativo a tale durata.

 In definitiva, una durata REALE, non marcata secondo unità convenzionali di misura temporale, è la fusione unitaria di avvenimenti da essa penetrati, pervasi; pregni d’essa insomma. Avvenimenti di cui quest’ultima è parte costitutiva integrante. L’accadimento, in quanto concrezione di una certa durata (del tipo appena indicato), non soltanto, dunque, la porta in se stesso, è ad essa consustanziale, ma si integra strettamente con ogni altro evento che si sostanzia della (e nella) stessa durata, che porta entro di sé quella stessa particolare (e individuale) durata. Proprio per questo Bergson credé di aver capito la “relatività” einsteiniana in cui tempo e spazio non sono fra loro separati e in mera interrelazione estrinseca, bensì invece strettamente connessi. Einstein lo smentì e disse che Bergson non aveva gran che capito la sua teoria; e credo avesse ragione, ma neppure lui afferrò quanto il filosofo voleva intendere con la profonda unione, di fattouna sintesi, di spazio e temporalità, che in detto intreccio unitariohanno quindi significati particolari e strettamente individuali, legati alla coscienza dei singoli esseri umani che rammemorano.In ciò certamente la teoria einsteiniana non c’entra per nullaperché c’è solo unione di tempo e spazio, mentre Bergson vi aggiunge un’altra cosa ancora, di carattere in fondo “spirituale”: la coscienza del singolo essere umano in cui si ripresentano i diversi eventi spazio-temporali da lui – PROPRIO da lui e SOLO da lui – vissuti.

2. Quando la memoria INCONSCIA – quella che non registra brani di vita staccati da un contesto, soltanto situati in unità di tempo convenzionalmente stabilite – viene stimolata da qualche accadimento anche banalissimo, che si ripete nel tempo sia pure casualmente, erraticamente (ad es. la famosa mattonella su cui poggia il piede il protagonista de “La Recherche”), è tutta una durata REALE, cioè un intero fascio di eventi, un effettivo pezzo della propria vita (con il suo più profondo, essenziale, significato) che irrompe nel presente, si mescola al presente, si integra infine nel presente.

 Da qui nasce l’emozione della parte finale del celebre romanzo di Proust. Una volta accaduto il primo erompere della memoria INCONSCIA, altri momenti dello stesso genere si susseguono e, ad un certo punto, è come se l’intera vita del protagonista (intera non certo nel senso di tutti, esaustivamente, gli avvenimenti che in questa vita si sono susseguiti, il che sarebbe assurdo) si disponesse nel presente, davanti ai suoi occhi attoniti, su un piano di “unità di tempo” tra passato e presente. In questa simbiosi sincronica dell’intera vita, di passato e presente, non è più possibile l’irruzione del futuro (sotto forma di previsioni, evidentemente); non è perciò nemmeno pensabile la morte, la stessa decadenza fisica. Il protagonista ha allora un sussulto, un momento di vera gioia, come di recupero al presente di tutto ciò che era stato, anzi perfino di ciò che avrebbe potuto essere; un recupero, cioè, della possibilità stessa che le cose fossero andate diversamente da come in realtà erano andate.

C’è, insomma, una sorta di pacificazione al presente di tutto il corso della vita, di tutti i suoi affanni; ogni accadimento, anche passato, pare avere al presente il suo più corretto significato. L’intera vita si manifesta all’individuo pensante quale coordinamento necessitato di tutti gli eventi realmente accaduti che – belli o brutti che siano apparsi in passato – vengono nell’oggi ad inverarsi nel loro armonico, perché sincronico, significato interrelazionale complessivo. Siamo qui tuttavia in presenza solo del primo movimento della coscienza (individuale, soggettiva), quando irrompe in essa il passato per l’azione casuale della memoria INCONSCIA.

 Questa prima sistemazione sincronica non può permanere; la visione (di persone e cose) nel presente provoca una nuova distanziazione del passato rimemorato. L’irreversibilità del trascorrere temporale ritorna in primo piano nella presa d’atto della decadenza e corrompimento di uomini e cose. Riconsiderare la vecchiaia delle persone ammirate quando erano giovani (e quando era giovane pure l’“osservatore”), induce una nuova dislocazione diacronica degli avvenimenti per l’innanzi fusi in armonica sincronia. Ancora una volta, non si tratta però semplicemente (e superficialmente) di un diverso posizionamento nel tempo e nello spazio, poiché viene in primo piano il senso profondo del passare del tempo e dello spostamento nello spazio come presenza ormai assillante della vecchiaia e decadimento, che indirizzano verso la fine definitiva (e di tempo e di spazio)dell’individuo.  

In effetti, gli eventi si ri-posizionano in un prima e in un poi; e il futuro riprende allora il suo posto accanto alla successione degli accadimenti passati e presenti. La rimemorazione improvvisa del passato, proprio nella sua sincronica correlazione al presente, serve infine a misurare la distanza e la differenziazione degli eventi fra loro, il loro trascorrere e trasmutare, il loro provenire da un passato e attraversare il presente verso un futuro, di cui non si possono certo prevedere i singoli e specifici accadimenti, ma senza dubbio invece il corrompimento finale, la decadenza decisiva: la morte (pur sempre INDIVIDUALE). Ne “La Recherche”, il “tempo ritrovato” mi sembra proprio questo. Sembrava esserci sincronia, intersecazione tra passato (ricordato improvvisamente dalla memoria INCONSCIA) e presente (le sensazioni della madeleine e del the, gusto e profumo ecc.); invece si RITROVA IL TEMPO nella DIACRONIA dei suoi diversi periodi, ma non secondo le ore, i giorni, ecc. della misurazione temporale “astratta” dalla realtà della vita effettivamente vissuta.

 Secondo me, questo avviene più o meno sempre. Il primo impeto di gioia all’irrompere improvviso e brusco del passato, il senso di stordimento provocato dalla sorpresa del suo presentarsi come era realmente ALLORA, sfuma in genere abbastanza presto e sopraggiunge una ben diversa acquisizione: la ruota del tempo corre inesorabilmente in avanti, la durata REALE (non quella astratta, delle ore, minuti, ecc.) direziona i fenomeni vitali verso la fine, ed esige perciò dall’individuo una scelta tempestiva per la sua esistenza. Logicamente, le scelte sono strettamente individuali; ciononostante, credo che ognuno debba direzionare i suoi sforzi nel posizionarsi in modo responsabile – e secondo le sue particolari attitudini, sfruttando l’intelligenza di cui è in possesso (grande o piccola, non importa) – per assolvere quei compiti alla portata delle sue capacità non nulle.

Questo mi sembra essere l’insegnamento più generale. Ognuno, al suo proprio livello, secondo le sue prerogative e possibilità, deve prendere atto dell’irreversibilità del tempo REALE, del tempo della propria vita; e deve agire di conseguenza senza sprecarlo in continui rinvii, in continue inazioni, comportandosi insomma come se gli accadimenti, che in futuro gli capiteranno, fossero soltanto un cristallo privo di movimento interno, sempre eguale a se stesso, mancante di quegli aspetti che lo differenzieranno rispetto al presente e al passato. Mentre invece la nostra vita reale è proprio caratterizzata non dal semplice trascorrere degli anni, mesi, giorni, ma dal succedersi di passato, presente e futuro in quanto durate REALI che sostanziano, articolano, direzionano, fasci di eventi pregni di significazioni singolari e irripetibili. Dobbiamo perciò VIVERLI REALMENTE, non per durate temporali del tipo di quellemarcate dagli orologi e dai calendari; e per vitalizzarli dobbiamo ricordare il passato nella sua stretta unione di tempo e spazio carichi del significato di cui il nostro pensiero e le nostre sensazioni (sentimenti) li hanno caricati e ormai forgiati,rendendoli così disponibili quale antecedente necessario delle nostre scelte e decisioni da prendere oggi e domani.

Potremmo considerare il tempo come uno scorrere continuo e uniforme, scandito appunto dalle lancette di un orologio o dal pulsare del nostro cuore (se batte regolarmente) o con modalità consimili. E potremmo muovere i nostri passi nello spazio con la mente e gli occhi (se abituati alla misurazione), che contano i tratti percorsi in un ambiente dei cui mutamenti continui (quasi impercettibili) non teniamo alcun conto per passività e disattenzione. Vivremmo come già cadaveri ma in movimento, come gli ormai ben noti zombi di certi bei film di fantascienza. Tuttavia, malgrado tutti gli sforzi di appiattimento totale della nostra vita, capiterà ad un certo punto di “pestare una mattonella”, non ben fissa e che ci procura un’oscillazione; e allora una folla di ricordi verrà improvvisamente a galla e da questi nascerà improvvisa la loro differenziazione (soprattutto emotiva) rispetto al momento presente e ne risulterà anche una prospettiva di quanto potrebbe seguire da lì a poco, obbligandoci a scelte fino ad allora impensate, sepolte nel torpore della nostra mente.

3. Tuttavia, l’emergere dal torpore appena ricordato non deve condurci soltanto, in modo impulsivo e troppo immediato, ad un nuovo interesse alla vita pulsante e all’attività che risorge dalle sue ceneri. La mente umana deve rimettere in moto il pensieroanche nella sua parte razionale, talvolta facendo perfino tacere (o almeno cercando di farlo) le sensazioni, diciamo pure i “sentimenti”. Ci si deve atteggiare per quanto possibile alla massima “freddezza e lucidità” nel tentativo di spiegare chi siamo e che cosa stiamo facendo. Quanto abbiamo detto circa l’emergere della “memoria inconscia”, che ci fa penetrare in momenti dati della nostra vita, è rilevante per molti aspetti; se però ci si limita a ciò, rischiamo di chiuderci nella nostra mera individualità. Aprirsi “al mondo” non è soltanto afferrare quanto questo solleciti la nostra personalità nei suoi lati più sensibili, ma deve anche spingerci all’“uscita” dai noi stessi, da quanto agita e smuove le nostre “fibre” più interiori, per tentare di capire come ci collochiamo all’interno di una data rete di rapporti con gli altri componenti la società in cui siamo inseriti, rete in evoluzione che comporta la trasformazione della stessa con momenti (fasi storiche) di autentico rivoluzionamento.

Dobbiamo quindi compiere “astrazione” da noi stessi in quanto individualità, sempre del tutto specifiche, per cogliere gli aspetti che ci accomunano agli altri. Nel periodo storico successivo all’esistenza di rapporti di dipendenza personale (schiavistici, di servitù feudale, ecc.), si sono seguite, fondamentalmente, due vie nell’effettuare tale “astrazione”. Il liberalismo ha creduto di poter immaginare un individuo pressoché isolato dagli altri nei suoi rapporti con il mondo in cui deve sopravvivere soddisfacendo i suoi bisogni DATI. Una volta pensato l’individuo secondo questa visuale, che dovrebbe assicurare la sua completa libertà di pensare e agire indipendentemente dagli altri, si può poi immaginare che i diversi singoli si mettano in contatto tra loro scambiandosi quantosembrano poter acquisire da soli, seguendo le proprie predisposizioni e desideri (i propri bisogni, come già detto).Secondo tale impostazione, anche lo Stato – che non può non essere preso in considerazione in quanto fondamentale per l’unità di ogni particolare popolazione – viene trattato quale soggetto che ha il compito di proteggere i cittadini, di emanare leggi per garantire appunto l’ordinato svolgimento degli scambi interindividuali, senza però troppo interferire in essi e su come vengono effettuati secondo le decisioni dei singoli tesi a massimizzare il vantaggio che ognuno d’essi ne trae.

C’è invece chi ha visto nell’associazione dei vari individui qualcosa che li condiziona nella loro stessa personalità; qualcosa quindi che si pone al di sopra dei singoli, che ne sono in varia misura creature. Gli individui sono quindi “socialmente determinati”; e questa determinazione è stata in particolare sostenuta dalla teoria fondata da Karl Marx, che ha cercato di approfondirne le differenti varianti nell’evoluzione storica delle diverse epoche. Si è anche cercato di analizzare le particolari caratterizzazioni di tale determinazione, riunendo così gli individui in gruppi a seconda delle funzioni svolte nell’ambito di una data società. Non si negano le specificità individuali, ma si ritengono “contenute” entro ambiti i cui confini sono appunto ben disegnati dalla rete dei rapporti sociali con i ruoli (le caselline) occupati dai vari singoli adibiti allo svolgimento delle suddette funzioni, in diversificazione crescente con lo sviluppo della società contrassegnato da epoche di trasformazione anche radicale (“rivoluzionaria”). In Marx dati gruppi sociali – considerati quelli decisivi e più dinamici, inerenti alle funzioni svolte nella sfera produttiva sono definiti “classi”. Su questo rinvio alle “10 discussioni su Marx”, che ho già prodotto recentemente.

Qui m’interessa porre in evidenza ben altro problema. Se l’individualità (con la sua evidente particolarità) è comunque delimitata dalla rete dei rapporti sociali e dalle funzioni ivi svolte, siamo obbligati a non restare alla semplice esistenza del TEMPOnella sua durata REALE, secondo quanto detto in precedenza. Si deve evitare di dimenticarla, di ritenerla una pura “soggettività” quasi sognata e di fatto realmente inesistente. No, ciò sarebbe sbagliato e fuorviante. Tuttavia, non ci possiamo arrestare lì. Siamo obbligati a pensare pure la nostra indubbia determinatezzasociale, condizionante e implicante ben precisi limiti per noi stessi come individui, pur se volessimo godere della più completa libertà di autodeterminazione nel compiere le nostre azioni nella società. Non c’è affatto questo preteso godimento, siamo imbrigliati – nel fluire del nostro vivere in associazione – da quest’ultima. Siamo individui in un “gruppo sociale”. Qualsiasi pretesa di liberarci dalla determinazione in oggetto ci conduce solo all’essere avulsi, anche espulsi, dalla società. Diventeremmo dei “folli”, dei brufoli fastidiosi per il complesso associato. Non a caso il pensiero liberale, che tanto ciancia della libertà dell’individuo, poi lo assegna allo scambio interattivo di tipo mercantile; e alla fine il “Mercato” diventa il vero fattore decisivo di ogni comportamento individuale, la ben nota “mano invisibile” ai cui giochi il singolo deve inchinarsi altrimenti viene espulso da questo “luogo meraviglioso”, diventa solo un “fallito”. Che bella libertà! Semplice ipocrisia che nasconde il gioco dei più potenti, di coloro che condizionano, in pochissimi, la vita dei moltissimi.        

E così pure lo Stato non appare allora più come un “soggetto” cui demandare – tramite la pura invenzione della democrazia quale “governo del popolo”, mai avutosi nei nostri paesi del mondo moderno dove pure non esistono più rapporti di dipendenza personale, i rapporti schiavistici o servili in senso proprio – la trattazione degli affari detti generali, quelli chedovrebbero riguardare indifferentemente, senza preferenze di sorta, tutta la popolazione di un determinato paese. Vi sono certamente questi affari generali e quindi vi sono anche apparati statali, centrali o decentrati (tipo i Comuni, ecc.), che se ne assumono i compiti. Vi sono però apparati ben più importanti dove si svolge una complessa lotta “interna”, che dipende in realtà dall’“esterno” dello Stato in senso proprio; una lotta che si svolge tra dati gruppi sociali, più o meno ben organizzati in determinate associazioni (molte tenute ben nascoste nella loro effettiva intima struttura e nel loro operare), che si combattono per il controllo della direzione da far assumere all’azione politica attribuita appunto allo Stato nella sua finta rappresentanza dell’interesse sociale generale, che è invece l’interesse dei gruppi in lotta fra loro; e anzi, più specificamente, dei vertici che dirigono tali gruppi di individui (di “cittadini” di ogni dato paese) unificandoli in specifici svolgimenti delle operazioni tese alle dichiarate (e per null’affatto tali) “collettive” finalità dell’intera popolazione della “nazione”.  

4. Qui giungiamo al cuore del problema. Per quanto dotati di ragione, non possiamo esimerci dal conflitto. Siamo animali e, come già rilevato in altri scritti, lottiamo sempre per la supremazia. L’unica differenza che ci attribuisce la ragione (differenza essenziale, decisiva) è che siamo capaci di strategie alternative e complesse per conseguire lo scopo perseguito e inoltre, elemento rilevantissimo, ci diamo da fare per convincere il maggior numero dei partecipanti allo scontro che ci si batte (ogni gruppo in lotta lo dichiara in continuazione) per l’interesse supremo dell’intera collettività (magari addirittura dell’umanità tutta). Assente la Ragione (nel nostro senso specifico), gli altri animali sono assai più “sinceri” nell’esplicitare le loro intenzioni. Si mangiano l’un l’altro e pensano alla propria specie o gruppo di appartenenza. Per noi uomini ciò è impossibile; chi si comportasse così, verrebbe ritenuto un selvaggio, un primitivo, pericolosissimo per l’umanità, che deve invece vivere costantemente di ipocrisia, di umanità che nasconde l’egoismo e l’interesse proprio di differenti gruppi in tenzone.

Ci sono certo gli “alti fini”, ci sono gruppi che perseguono“scopi elevati” e ci sono a capo di questi gruppi, talvolta, “grandi personaggi”, che la Storia onora. Spesso hanno – perché non possono non avere a causa delle particolari condizioni conflittuali esistenti – le mani grondanti di sangue; altre volte possono fare i pacifisti e gli “amanti” dell’essere umano in generale. Gandhi non era un “buono” e “pacifista”, l’esatto contrario di un Gengis Khan. Ha potuto agire nel pieno del rovinoso declino dell’imperialismo e colonialismo inglese, ha potuto approfittare infine della sconfitta che, nonostante le apparenze, quel paese lungamente predominante (in specie per gran parte dell’800) ha subito nella seconda guerra mondiale (gli unici vincitori furono USA e URSS).Se avesse avuto di fronte l’Inghilterra di metà secolo XIX, sarebbe stato spazzato via o avrebbe dovuto lottare con mezzi decisamente “energici”. Basta retorica; la realtà va affermata senza le buffonate del falso (ipocrita o imbelle) umanitarismo.

Chiarito con la massima onestà che per vincere un conflitto sono necessari anche l’inganno, la menzogna, il raggiro, ecc., nessuno vuol negare la compresenza di vasti movimenti ideologici (spesso religiosi), di cui non va affatto negata la positività e una certa qual nobiltà. E chi li dirige non è privo di ideali veri che persegue anche a costo della propria vita. Tuttavia, con l’andare del tempo, quella corrente spesso intensa e fortemente sentita – per la quale appunto si può dare la propria vita – mostra i suoi lati d’ombra, appassisce e muta carattere, diventa spesso un ostacolo al “nuovo che avanza”. E allora avanzano altre passioni ma ancheulteriori inganni per renderle vincenti. L’importante sarebbe eliminare dal nostro modo di pensare il manicheismo. Notiamo molto spesso che quando una delle due forze in acuto conflitto vince e magari addirittura sopprime l’altra accanendosi contro le sue idee essa onora i propri più o meno reali “eroi” e “martiri”, mentre i perdenti vengono considerati poco meno che “mostri”, temporanee deviazioni dalla “retta via” dell’umanità. Menzogne che dovrebbero essere bandite nell’analisi dei processi storici.

Gli orrori, i massacri, le azioni anche aberranti commesse pur di vincere un conflitto sono equamente divisi tra chi vince e chi perde. Questo è valido per ogni singolo individuo quanto per i piccoli o invece grandi gruppi di uomini in lotta fra loro. E questa si scatena sia per sordidi interessi (di quei dati individui o gruppi in conflitto) sia anche per effettive speranze di elevazione della“spiritualità” dell’essere umano o almeno per il supposto miglioramento delle condizioni di vita della società. Non ci sono i buoni e i cattivi, non ci sono eroi o malefici seguaci del peggio. C’è sempre un impasto di questo e di quello. Tuttavia, è logico che alla fine qualcuno vince ed è vero che, a seconda di chi vince, possiamo attraversare periodi che poi, in una più lontana prospettiva storica (in genere deve passare un bel po’ di tempo per emettere un giudizio minimamente “oggettivo”), vengono giudicati “bui” o invece di miglioramento del sistema di relazioni in quell’epoca storica di quella data società. Ed è anche abbastanza ovvio che, quando siamo nel pieno del conflitto o comunque ancora ben vicini al momento storico in cui questo si è concluso, tendiamo a dare un giudizio più negativo di coloro che sono in contrasto con la “nostra parte”, e invece più positivo per chi si batte assieme a noi. Tuttavia, è certo cosa positiva che, nello scontro, si compia una scelta; mentre mi sembrano sommamente negativi coloro che non scelgono, che si tirano fuori, che si vantano perfino del loro atteggiamento “neutrale” mentre poi a giochi fatti si mettono, quasi sempre e da veri opportunisti, dalla parte di chi vince.

Adesso però ci stiamo introducendo in un discorso diverso da quello da cui eravamo partiti e che voleva in qualche modo indicare in quale modo ci atteggiamo rispetto al Tempo della nostra vita. Lo consideriamo in un modo quando ci “stringiamo innoi” e sentiamo a fondo quanto in questa vita si è svolto e ci ha procurato gioia o dolore, momenti di felicità o di sofferenza; e in tal caso, è normale che più eventi possano fondersi e poi magari nuovamente dipanarsi secondo svolgimenti temporali, che non sono quelli scanditi secondo le convenzionali unità di misura. In altri casi, avvertiamo la nostra “determinazione sociale”, la nostra individualità tende a sfumare e ci collochiamo dentro dimensioni temporali appunto più convenzionali. Anche in tal caso, tuttavia,andiamo incontro a temporalità che non sono proprio dello stesso senso e misura. Più frequentemente siamo calati dentro un “tranquillo” scorrere del vivere quotidiano; gli “altri” ci appaiono nella loro dimensione individuale, ma influenzano egualmente in mille modi la nostra vita. Poi vi è il momento della scelta d’appartenere ad un più vasto movimento in contrasto con altri, per cui avvertiamo bene il condizionamento collettivo; e anche se decidiamo la “neutralità” nei confronti delle parti in lotta, siamopur sempre influenzati dalla loro presenza e attività. Inoltre, in dati momenti storici, queste parti entrano in un più acuto, anche violentissimo, scontro; e qui il condizionamento tende perfino ad annullare la possibilità d’essere ancora individui. I cosiddetti “eroi” o “martiri” vengono cantati come singoli, ma invece questaloro “individualità” è pura proiezione del collettivo sociale rottosi in frazioni fra cui si svolge una non più mediabile lotta senza quartiere.

Ripeto: questo apre a nuovi discorsi, per cui qui chiudo intanto il presente scritto.          

 

Gnosi di Marx?

Karl-Marx

 

Scrive Giampietro Berti, già professore ordinario di Storia contemporanea presso l’Università di Padova, nell’articolo che trovate nel link “Si sa: il marxismo è una pseudoscienza, precisamente è una gnosi travestita da scienza, che mantiene intatta la forza evocativa del profetismo”. In realtà non si sa, anzi non è affatto vero. Piuttosto, è chi dice di saperlo ad avere le idee molto confuse. Poiché con La Grassa ed il compianto Tozzato abbiamo scritto un libro sul pensiero scientifico di Marx (e sulle ipotesi scientifiche marxiane non verificatesi o falsificate, fate voi), “L’illusione perduta” (Novaeuropa), dunque vi rimando a quello per approfondimenti. Qui però evidenziamo brevemente qualcosa.
La critica di Berti va totalmente fuori bersaglio ed è anzi fuori luogo. Di profetico in Marx non c’è assolutamente niente , tanto che lui stesso affermava di non avere ricette per le osterie del futuro. L’ipotesi scientifico-predittiva di Marx (che non si è concretata, come può capitare a qualsiasi elucubrazione scientifica) è semplicissima. Egli riteneva che nel processo produttivo fosse in corso di formazione una nuova classe sociale (che non è quella operaia) ma una fusione tra alti livelli gestionali e bassi livelli manuali. Lui la chiama la classe del General Intellect (dal primo ingegnere all’ultimo manovale, scritto pari pari nel III libro del Capitale). Questa classe sociale (di nuovo tipo) si sarebbe scontrata con una classe proprietaria (di rentier) ormai disinteressata alla produzione ed impegnata esclusivamente nei giochi di borsa (vedeva nascere le prime s.p.a. ed era convinto che queste confermassero la tendenza dalla concentrazione alla centralizzazione dei capitali, in mano a pochi speculatori). Lo Stato accentratore della proprietà pubblica in nome del proletariato non c’entra con Marx che, tutt’al più, ne vaticina la fine (o la distruzione con “spallata” rivoluzionaria) in quanto esso è per lui soprattutto accentramento dei mezzi di coercizione, non della proprietà. “Il potere statale centralizzato, con i suoi organi dappertutto presenti: esercito permanente, polizia, burocrazia, clero e magistratura – organi prodotti secondo il piano di divisione del lavoro sistematica e gerarchica…”. Per gestire i beni collettivi basta un’amministrazione di altro tipo (poiché non sarebbero più esistite le classi e la loro lotta), non uno Stato che è egemonia corazzata di coercizione. Inoltre, c’è un altro aspetto della teoria di Marx che non è stato del tutto invalidato, quello che La Grassa chiama il suo “I disvelamento” (che però non è più sufficiente a comprendere l’attuale formazione dei funzionari privati del capitale di matrice americana) benché sappiamo benissimo che destino di ogni teoria scientifica, come diceva Weber, sia quello di essere superata. Marx ha spiegato che l’eguaglianza formale dei soggetti, scambiantisi le merci (compreso la forza lavorativa) sul mercato, al loro valore, avviene in assenza di vincoli personali. Questa parità di diritti degli attori economici sul mercato maschera però la disuguaglianza effettiva nel processo produttivo che discende dai differenziali di proprietà e, dunque, di potere tra chi detiene i mezzi produttivi e chi no. Chi non ha i mezzi vende liberamente la sua forza lavoro ma una volta inserito nella produzione produce più di quanto gli viene effettivamente pagato (è il plusvalore). Lo scambio delle merci quali equivalenti (in media) nasconde la fondamentale (sottostante) produzione, e appropriazione capitalistica, del plusvalore che è pluslavoro; ancor più decisiva è però la riproduzione del rapporto durante lo svolgimento del processo produttivo, da cui escono il capitalista, arricchito dal profitto (plusvalore), e l’operaio in quanto semplice possessore della sua forza lavoro pronta per essere rivenduta, dando così inizio ad un nuovo ciclo dello stesso processo. Tutto qui, si fa per dire.
Ribadisco, egli ha sbagliato la sua previsione sull’avvento della società comunistica come parto ormai maturo (quindi da concretarsi in pochi decenni, non secoli) nelle viscere stesse del capitalismo. Bisogna prendere atto che dalla prospettiva di Marx il comunismo è impossibile. Non si è realizzato e non si realizzerà. Tuttavia, egli non immaginava la società comunistica come un sogno ma la vedeva già in fieri nello sviluppo delle contraddizioni capitalistiche. Chi oggi continua a sperare nel comunismo è un fesso ma Marx non può essere ritenuto responsabile delle utopie altrui.

 

PASSI DI MARX TRATTI DAL CAP. XXVII DEL III LIBRO DE IL “CAPITALE”

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(La funzione del credito)

Si tratta di appunti di Marx, poi sistemati da Engels; come tutto ciò che è stato pubblicato sotto il titolo di II e III libro della sua massima opera. Solo il I libro di quest’ultima è stato in realtà elaborato, rifinito e pubblicato da Marx nel 1867. Riporto appunto dal terzo libro alcune rilevanti considerazioni contenute nel cap. XXVII sulla funzione del credito. E cito espressamente il punto in cui si nota la concezione fondamentale marxiana, poi dimenticata di fatto da tutti i marxisti successivi: quella relativa al formarsi della classe costituita dall’insieme dei produttori nelle loro funzioni sia direttive che esecutive, tutti divenuti venditori di merce forza lavoro (salariata) ai proprietari dei mezzi di produzione. Le notazioni messe tra parentesi quadra sono mie interpolazioni.

<<Le osservazioni generali, che abbiamo avuto occasione di fare finora trattando del credito, sono le seguenti:

I. Formazione necessaria del credito, ecc……[questo non c’interessa]

II. Riduzione dei costi di circolazione, ecc….[idem come sopra]

III. Formazione di società per azioni. Donde:

 

  1. Un ampliamento enorme della scala della produzione e delle imprese, ecc…….

  2. Il capitale, che si fonda per se stesso su un modo di produzione sociale, ecc…..

[ed ecco arrivare quello che qui ci interessa in modo specifico]:  

3. Trasformazione del capitalista realmente operante in semplice dirigente, amministratore di capitale altrui, e dei proprietari di capitale in puri e semplici proprietari, puri e semplici capitalisti monetari. Anche quando i dividendi che essi ricevono comprendono l’interesse e il guadagno d’imprenditore, ossia il profitto totale (poiché lo stipendio del dirigente è o dovrebbe essere semplice salario di un certo tipo di lavoro qualificato, il cui prezzo sul mercato è regolato come quello di qualsiasi altro lavoro), questo profitto totale è intascato unicamente a titolo d’interesse, ossia un semplice indennizzo della proprietà del capitale, proprietà che ora è, nel reale processo di riproduzione, così separata dalla funzione del capitale come, nella persona del dirigente, questa funzione è separata dalla proprietà del capitale. In queste condizioni il profitto (e non più soltanto quella parte del profitto, l’interesse, che trae la sua giustificazione dal profitto di chi prende a prestito) si presenta come semplice appropriazione di plusvalore altrui, risultante dalla trasformazione dei mezzi di produzione in capitale, ossia dalla loro estraniazione rispetto ai produttori effettivi, dal loro contrapporsi come proprietà altrui a tutti gli individui REALMENTE ATTIVI NELLA PRODUZIONE, DAL DIRIGENTE ALL’ULTIMO GIORNALIERO [maiuscolo mio]. Nelle società per azioni la funzione è separata dalla proprietà del capitale e per conseguenzaanche il lavoro è completamente separato dalla proprietà dei mezzi di produzione e dal plusvalore. Questo risultato del massimo sviluppo della produzione capitalistica è un momento necessario di transizione per la ritrasformazione del capitale in proprietà dei produttori, non più però come proprietà privata di singoli produttori [come erano gli artigiani precapitalistici; nota mia], ma come proprietà di essi in quanto associati, come proprietà sociale immediata. E inoltre è momento di transizione per la trasformazione di tutte le funzioni, che nel processo di riproduzione sono ancora connesse con la proprietà del capitale, in semplici funzioni dei produttori associati, in funzioni sociali.

…………………………[qui vi è un pezzo che si può tralasciare]

Questo significa la soppressione del modo di produzione capitalistico nell’ambito dello stesso modo di produzione capitalistico, quindi è una contraddizione che si distrugge da se stessa, che prima facie si presenta come semplice momento di transizione verso una nuova forma di produzione. Essa si presenta poi come tale anche all’apparenza. In certe sfere stabilisce il monopolio e richiede quindi l’intervento dello Stato. Ricostituisce una nuova aristocrazia finanziaria, una nuova categoria di parassiti nella forma di escogitatori di progetti, di fondatori e di direttori che sono tali semplicemente di nome; tutto un sistema di frodi e di imbrogli che ha per oggetto la fondazione di società, l’emissione e il commercio di azioni [non vi fischiano le orecchie?]. E’ produzione privata senza il controllo della proprietà privata. >>>.

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Discorso che mi sembra estremamente chiaro e non bisognoso di molti commenti per quel che significa. Certamente Marx scrive (appunti poi sistemati da Engels) un secolo e mezzo fa. E mi sembra presentare alcuni momenti di modernità. Tuttavia, ha in testa il capitalismo <<borghese>>, nato da quello mercantile e che presenta varie commistioni con elementi delle tradizioni, cultura, mentalità, della società precedente, in mano alla nobiltà. Ad un certo punto, almeno nella traduzione, salta fuori il nome di imprenditore, ma Marx non ha nozione dell’impresa come si andrà configurando già a partire dagli ultimi decenni del XIX secolo, e che vedrà soprattutto il fiorire novecentesco del capitalismo statunitense, quello definito assai più tardi (1941) da Burnham capitalismo manageriale. Si tratta di quel capitalismo che per il momento ho definito, dopo un paio di decenni di studio, <<formazione sociale degli strateghi (funzionari) del capitale>>.

In Marx il fulcro dell’impresa è in realtà l’opificio industriale, sede del processo lavorativo in quanto processo di trasformazione di materia prima in prodotto finito: di consumo (individuale) oppure di investimento come ad es. le macchine e il complesso strumentale da impiegare in ulteriori processi trasformativi. Egli prende dunque in considerazione soltanto il dirigente di fabbrica, quello che poi verrà indicato dal marxismo successivo, ivi compreso Lenin, quale “specialista borghese”. Marx, insomma, attribuisce chiaramente al dirigente in oggetto, nella prima fase del capitalismo, la proprietà dei mezzi di produzione (lo farà anche nelle Glosse a Wagner, l’ultimo lavoro economicodi Marx; si trovano in un quaderno di estratti degli anni 1881-82). Questi diventerebbe invece poi, in specie con la formazione della società per azioni, un lavoratore salariato a tutti gli effetti, separato da detta proprietà (dal capitale); e a tutti gli effetti verrebbe a far parte dei “produttori associati”, cui spetterebbe ormai l’esecuzione dell’intero processo produttivo mentre il capitalista sarebbe divenuto mero proprietario (azionista) e percettore di interesse (il dividendo azionario). Questa appunto l’interpretazione marxiana del processo evolutivo capitalistico, che risulta in tutta evidenza dal lungo brano citato.

“Qui casca il palco”. E qui è iniziata tutta la mia opera di revisione per eliminare quella centralità della proprietà, ormai superata. Si tratta di quella privata, quella di cui parla Marx. Non cambia proprio un gran che con quella statale. Questa potrebbe perfino essere ancora peggiore se dàvita ad un ceto di “burocrati” pressoché incapaci e soltanto succubi di un potere politico miope; assai diversa l’attitudine produttiva attribuita da Marx all’insieme dei produttori associati, “dalprimo dirigente all’ultimo giornaliero”. Egli però scriveva nel 1860 e anni successivi; non è certolui il responsabile della perdita di efficacia interpretativa del marxismo, ma i suoi seguaciincancreniti per ben oltre un secolo a cianciare sul preteso “socialismo”, sulla formazione sociale di quelli che non sono mai diventati produttori associati “dal primo dirigente all’ultimo giornaliero”.Già Kautsky (e Lenin non lo critica su tale punto) aveva capito che non si andava per nulla costituendo il gruppo di questi fantasmatici produttori associati. Il gruppo dirigente dei processi produttivi, pur eventualmente privo della proprietà, era indicato come insieme di “specialisti borghesi”, pienamente assegnati alla classe dominante in piena convergenza con i proprietari assenteisti (rispetto alla direzione di detti processi produttivi).

I marxisti hanno allora insistito sulla rivoluzionarietà del “semplice giornaliero” (o poco più su), insomma dell’operaio di fabbrica, del Charlot di “Tempi moderni”. Veri fraintendimenti, che sono stati pure miei; tuttavia da più di vent’anni ho faticosamente iniziato una “marcia” almeno in buona parte diversa, di cui non parlo qui (ho scritto ormai migliaia pagine in proposito). Tuttavia, ci sono problemi lungo la nuova via che non ho certo risolto. Ho scritto negli ultimissimi anni alcuni libri sempre dibattendo tale problema onde affinarlo sempre più. Ultimamente ho anche consegnato ad un blocco di video su Marx (dieci di discussione e coerentizzazione del suo modello teorico; e tre di ridiscussione critica dello stesso) una a mio avviso buona sistemazione dell’intera questione.

Non pretendo però di aver risolto il problema. Non lo posso fare io, che appartengo alla vecchia epoca storica iniziata grosso modo con il marxiano “Manifesto del Partito comunista” (1848) e già in fase di trapasso (troppo lenta per la vita umana) da almeno due-tre decenni, fase oggi in accelerazione (ma ci vorrà ancora del tempo per trovarsi nel pieno della nuova epoca). Quelli come me (di orientamento marxista ovviamente) hanno il compito di mettere ordine nella vecchia teoria, di renderla massimamente coerente (al di là di ciò che ha “veramente” detto Marx) onde far rilevare sia le alterazioni ch’essa subì a partire già dalla sua morte sia l’errata previsione di dati eventi e la non realizzazione di altri. Al massimo si possono indicare alcune ipotesi di revisione e fuoriuscita (ma sempre da “quella porta”). A chi saprà vivere realmente la nuova epoca che avanza, senza inutili nostalgie e indebite “frenate”, spetterà il compito di arrivare a nuove ipotesi e magari anche a effettive sintesi in ben diverse teorizzazioni intorno alla società, alle sue strutture e dinamiche evolutive.

 

Marx: ma li mortacci vostra!

Karl-Marx

 

“ALL’ELISEO VA IN SCENA IL PROCESSO A KARL MARX: DOMENICO DE MASI INTERPRETA IL FILOSOFO COMUNISTA, ACCUSATO DAL PM FIAMMETTA PALMIERI – FAUSTO BERTINOTTI VESTE I PANNI DELL’AVVOCATO DIFENSORE….

l’accusa del Pubblico Ministero Fiammetta Palmieri (Magistrato del CSM) che ha sottolineato quanto Marx, pur partendo da fatti veri e corretti come il tema della lotta di classe e dello slittamento del proletariato, abbia poi proposto soluzioni illusionistiche e irragionevoli, diventando il motore di una rivoluzione violenta che aveva come fine ultimo il cambiamento radicale della società con lo smantellamento dello Stato in favore dell’autogoverno….

[Bertinotti, avvocato difensore] le accuse rivolte a Marx sarebbero più correttamente da destinare a Vladimir Il’ic Ul’janov, meglio noto come Lenin e Iosif Vissarionovic Dzugašvili, meglio noto come Stalin. Il concetto di rivoluzione marxista non era concepito come un colpo di Stato, ma come lotta di classe, quella tra oppressi e oppressori che fa parte da sempre della storia dell’umanità.

De Masi, alias Karl Marx, ha concluso il suo intervento ricordando quanto la sua opera sia stata un lungo e densissimo percorso finalizzato alla felicità dell’uomo e del genere umano”.

Va bene, è solo un gioco, ma perché costoro non si sono fatti una partita a burraco invece di rompere i coglioni a Marx?

1. Al pubblico Ministero. Marx non parte da fatti veri (ammesso che questo significhi qualcosa). Marx parte da ciò che non si vede sensibilmente, appunto, da ciò che è l’esatto contrario di un fatto (i fatti, per lo più, sono sempre ingannevoli). Già Hegel diceva che ciò che è noto è meno conosciuto. Marx vuole smontare i fatti, ciò che appare come dato inequivocabile ma non lo è, in quanto tra “l’essenza delle cose e la loro forma fenomenica” non c’è diretta coincidenza. E scrive nella “Prefazione”: “Che ogni inizio sia diffìcile, vale per ogni scienza. Perciò la comprensione del primo capitolo, specialmente nella parte dedicata all’analisi della merce, presenterà le difficoltà maggiori. Ho invece reso per quanto è possibile divulgativa l’analisi della sostanza del valore e della grandezza del valore. La forma valore, di cui la forma denaro è la figura perfetta, è vuota di contenuto ed estremamente semplice. Eppure, da oltre due millenni la mente umana cerca invano di scandagliarla, mentre d’altra parte l’analisi di forme molto più ricche di contenuto e molto più complesse è almeno approssimativamente riuscita. Perché? Perché è più facile studiare il corpo nella sua forma completa che la cellula del corpo. Inoltre, nell’analisi delle forme economiche non servono né il microscopio, né i reagenti chimici: la forza dell’astrazione deve sostituire l’uno e gli altri. Ma, per la società borghese, la forma merce del prodotto del lavoro, o la forma valore della merce, è la formaeconomica cellulare elementare. Alla persona incolta, sembra che la sua analisi si smarrisca in mere sottigliezze; e di sottigliezze in realtà si tratta, ma solo come se ne ritrovano nell’anatomia microscopica”.

Che da questa indagine – che poi è “ricerca sul modo di produzione capitalistico e sui rapporti di produzione e di scambio che gli corrispondono” – siano potute nascere “soluzioni illusorie e irragionevoli”, sfociate in violenza, è una tale sciocchezza da non meritare nemmeno commenti. Da un Pm, del resto, di più non ci si può aspettare, questi metterebbero tutti in galera senza uno straccio di prova.

2. All’ Avvocato difensore. La responsabilità, secondo Bertinotti, noto Bertinights dei salotti romani, sarebbe di quelli che non hanno capito Marx, il giusto. Lenin e Stalin sono i veri colpevoli, i truci assassini della buona idea e degli uomini di buona volontà. Cosicché ora abbiamo un sospettato e due colpevoli certi. Come leguleio Berti(notti)è un vero disastro, proprio come ex Segretario comunista. In ogni caso, Marx non era Gesù, non voleva liberare gli oppressi nel senso religioso bertinottiano. Marx riteneva che dalle contraddizioni del capitale sarebbe sorto un nuovo rapporto sociale, non più fondato sull’estorsione del pluslavoro nella forma del plusvalore. La Classe intermodale che avrebbe garantito questo passaggio era il General Intellect (braccia e menti, giornalieri e ingegneri della produzione), non la classe operaia tout court, sfruttato dai capitalisti ma non genericamente oppresso. Berty, sempre meglio in cachemire che in toga.

3. L’alter ego. De Masi, dopo il lavoro a gratis, ci propina questa coglionatura di Marx San Francesco che cercava la felicità dell’uomo, no che dico, dell’intero genere umano, come se fosse un santo e non uno scienziato. In verità, Marx in vita non fece altro che disprezzare gli umanisti alla De Masi, quelli che parlavano degli interessi “del genere umano, dell’uomo, in generale, dell’uomo che… non appartiene neanche alla realtà, ma soltanto al cielo nebuloso della fantasia filosofica”. Marx non sopportava la “dolce rugiada traboccante amore” degli umanisti, dei protettori degli animali, dei fautori di progressivi miglioramenti delle condizioni di vita degli oppressi, non perché fosse cinico ma perché odiava l’ipocrisia.

I signori di cui sopra, alla fine, hanno mandato assolto Marx. Quest’ultimo, se li avessi giudicati, li avrebbe senz’altro condannati alla sua derisione.

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