Gnosi di Marx?

Karl-Marx

 

Scrive Giampietro Berti, già professore ordinario di Storia contemporanea presso l’Università di Padova, nell’articolo che trovate nel link “Si sa: il marxismo è una pseudoscienza, precisamente è una gnosi travestita da scienza, che mantiene intatta la forza evocativa del profetismo”. In realtà non si sa, anzi non è affatto vero. Piuttosto, è chi dice di saperlo ad avere le idee molto confuse. Poiché con La Grassa ed il compianto Tozzato abbiamo scritto un libro sul pensiero scientifico di Marx (e sulle ipotesi scientifiche marxiane non verificatesi o falsificate, fate voi), “L’illusione perduta” (Novaeuropa), dunque vi rimando a quello per approfondimenti. Qui però evidenziamo brevemente qualcosa.
La critica di Berti va totalmente fuori bersaglio ed è anzi fuori luogo. Di profetico in Marx non c’è assolutamente niente , tanto che lui stesso affermava di non avere ricette per le osterie del futuro. L’ipotesi scientifico-predittiva di Marx (che non si è concretata, come può capitare a qualsiasi elucubrazione scientifica) è semplicissima. Egli riteneva che nel processo produttivo fosse in corso di formazione una nuova classe sociale (che non è quella operaia) ma una fusione tra alti livelli gestionali e bassi livelli manuali. Lui la chiama la classe del General Intellect (dal primo ingegnere all’ultimo manovale, scritto pari pari nel III libro del Capitale). Questa classe sociale (di nuovo tipo) si sarebbe scontrata con una classe proprietaria (di rentier) ormai disinteressata alla produzione ed impegnata esclusivamente nei giochi di borsa (vedeva nascere le prime s.p.a. ed era convinto che queste confermassero la tendenza dalla concentrazione alla centralizzazione dei capitali, in mano a pochi speculatori). Lo Stato accentratore della proprietà pubblica in nome del proletariato non c’entra con Marx che, tutt’al più, ne vaticina la fine (o la distruzione con “spallata” rivoluzionaria) in quanto esso è per lui soprattutto accentramento dei mezzi di coercizione, non della proprietà. “Il potere statale centralizzato, con i suoi organi dappertutto presenti: esercito permanente, polizia, burocrazia, clero e magistratura – organi prodotti secondo il piano di divisione del lavoro sistematica e gerarchica…”. Per gestire i beni collettivi basta un’amministrazione di altro tipo (poiché non sarebbero più esistite le classi e la loro lotta), non uno Stato che è egemonia corazzata di coercizione. Inoltre, c’è un altro aspetto della teoria di Marx che non è stato del tutto invalidato, quello che La Grassa chiama il suo “I disvelamento” (che però non è più sufficiente a comprendere l’attuale formazione dei funzionari privati del capitale di matrice americana) benché sappiamo benissimo che destino di ogni teoria scientifica, come diceva Weber, sia quello di essere superata. Marx ha spiegato che l’eguaglianza formale dei soggetti, scambiantisi le merci (compreso la forza lavorativa) sul mercato, al loro valore, avviene in assenza di vincoli personali. Questa parità di diritti degli attori economici sul mercato maschera però la disuguaglianza effettiva nel processo produttivo che discende dai differenziali di proprietà e, dunque, di potere tra chi detiene i mezzi produttivi e chi no. Chi non ha i mezzi vende liberamente la sua forza lavoro ma una volta inserito nella produzione produce più di quanto gli viene effettivamente pagato (è il plusvalore). Lo scambio delle merci quali equivalenti (in media) nasconde la fondamentale (sottostante) produzione, e appropriazione capitalistica, del plusvalore che è pluslavoro; ancor più decisiva è però la riproduzione del rapporto durante lo svolgimento del processo produttivo, da cui escono il capitalista, arricchito dal profitto (plusvalore), e l’operaio in quanto semplice possessore della sua forza lavoro pronta per essere rivenduta, dando così inizio ad un nuovo ciclo dello stesso processo. Tutto qui, si fa per dire.
Ribadisco, egli ha sbagliato la sua previsione sull’avvento della società comunistica come parto ormai maturo (quindi da concretarsi in pochi decenni, non secoli) nelle viscere stesse del capitalismo. Bisogna prendere atto che dalla prospettiva di Marx il comunismo è impossibile. Non si è realizzato e non si realizzerà. Tuttavia, egli non immaginava la società comunistica come un sogno ma la vedeva già in fieri nello sviluppo delle contraddizioni capitalistiche. Chi oggi continua a sperare nel comunismo è un fesso ma Marx non può essere ritenuto responsabile delle utopie altrui.

 

PASSI DI MARX TRATTI DAL CAP. XXVII DEL III LIBRO DE IL “CAPITALE”

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(La funzione del credito)

Si tratta di appunti di Marx, poi sistemati da Engels; come tutto ciò che è stato pubblicato sotto il titolo di II e III libro della sua massima opera. Solo il I libro di quest’ultima è stato in realtà elaborato, rifinito e pubblicato da Marx nel 1867. Riporto appunto dal terzo libro alcune rilevanti considerazioni contenute nel cap. XXVII sulla funzione del credito. E cito espressamente il punto in cui si nota la concezione fondamentale marxiana, poi dimenticata di fatto da tutti i marxisti successivi: quella relativa al formarsi della classe costituita dall’insieme dei produttori nelle loro funzioni sia direttive che esecutive, tutti divenuti venditori di merce forza lavoro (salariata) ai proprietari dei mezzi di produzione. Le notazioni messe tra parentesi quadra sono mie interpolazioni.

<<Le osservazioni generali, che abbiamo avuto occasione di fare finora trattando del credito, sono le seguenti:

I. Formazione necessaria del credito, ecc……[questo non c’interessa]

II. Riduzione dei costi di circolazione, ecc….[idem come sopra]

III. Formazione di società per azioni. Donde:

 

  1. Un ampliamento enorme della scala della produzione e delle imprese, ecc…….

  2. Il capitale, che si fonda per se stesso su un modo di produzione sociale, ecc…..

[ed ecco arrivare quello che qui ci interessa in modo specifico]:  

3. Trasformazione del capitalista realmente operante in semplice dirigente, amministratore di capitale altrui, e dei proprietari di capitale in puri e semplici proprietari, puri e semplici capitalisti monetari. Anche quando i dividendi che essi ricevono comprendono l’interesse e il guadagno d’imprenditore, ossia il profitto totale (poiché lo stipendio del dirigente è o dovrebbe essere semplice salario di un certo tipo di lavoro qualificato, il cui prezzo sul mercato è regolato come quello di qualsiasi altro lavoro), questo profitto totale è intascato unicamente a titolo d’interesse, ossia un semplice indennizzo della proprietà del capitale, proprietà che ora è, nel reale processo di riproduzione, così separata dalla funzione del capitale come, nella persona del dirigente, questa funzione è separata dalla proprietà del capitale. In queste condizioni il profitto (e non più soltanto quella parte del profitto, l’interesse, che trae la sua giustificazione dal profitto di chi prende a prestito) si presenta come semplice appropriazione di plusvalore altrui, risultante dalla trasformazione dei mezzi di produzione in capitale, ossia dalla loro estraniazione rispetto ai produttori effettivi, dal loro contrapporsi come proprietà altrui a tutti gli individui REALMENTE ATTIVI NELLA PRODUZIONE, DAL DIRIGENTE ALL’ULTIMO GIORNALIERO [maiuscolo mio]. Nelle società per azioni la funzione è separata dalla proprietà del capitale e per conseguenzaanche il lavoro è completamente separato dalla proprietà dei mezzi di produzione e dal plusvalore. Questo risultato del massimo sviluppo della produzione capitalistica è un momento necessario di transizione per la ritrasformazione del capitale in proprietà dei produttori, non più però come proprietà privata di singoli produttori [come erano gli artigiani precapitalistici; nota mia], ma come proprietà di essi in quanto associati, come proprietà sociale immediata. E inoltre è momento di transizione per la trasformazione di tutte le funzioni, che nel processo di riproduzione sono ancora connesse con la proprietà del capitale, in semplici funzioni dei produttori associati, in funzioni sociali.

…………………………[qui vi è un pezzo che si può tralasciare]

Questo significa la soppressione del modo di produzione capitalistico nell’ambito dello stesso modo di produzione capitalistico, quindi è una contraddizione che si distrugge da se stessa, che prima facie si presenta come semplice momento di transizione verso una nuova forma di produzione. Essa si presenta poi come tale anche all’apparenza. In certe sfere stabilisce il monopolio e richiede quindi l’intervento dello Stato. Ricostituisce una nuova aristocrazia finanziaria, una nuova categoria di parassiti nella forma di escogitatori di progetti, di fondatori e di direttori che sono tali semplicemente di nome; tutto un sistema di frodi e di imbrogli che ha per oggetto la fondazione di società, l’emissione e il commercio di azioni [non vi fischiano le orecchie?]. E’ produzione privata senza il controllo della proprietà privata. >>>.

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Discorso che mi sembra estremamente chiaro e non bisognoso di molti commenti per quel che significa. Certamente Marx scrive (appunti poi sistemati da Engels) un secolo e mezzo fa. E mi sembra presentare alcuni momenti di modernità. Tuttavia, ha in testa il capitalismo <<borghese>>, nato da quello mercantile e che presenta varie commistioni con elementi delle tradizioni, cultura, mentalità, della società precedente, in mano alla nobiltà. Ad un certo punto, almeno nella traduzione, salta fuori il nome di imprenditore, ma Marx non ha nozione dell’impresa come si andrà configurando già a partire dagli ultimi decenni del XIX secolo, e che vedrà soprattutto il fiorire novecentesco del capitalismo statunitense, quello definito assai più tardi (1941) da Burnham capitalismo manageriale. Si tratta di quel capitalismo che per il momento ho definito, dopo un paio di decenni di studio, <<formazione sociale degli strateghi (funzionari) del capitale>>.

In Marx il fulcro dell’impresa è in realtà l’opificio industriale, sede del processo lavorativo in quanto processo di trasformazione di materia prima in prodotto finito: di consumo (individuale) oppure di investimento come ad es. le macchine e il complesso strumentale da impiegare in ulteriori processi trasformativi. Egli prende dunque in considerazione soltanto il dirigente di fabbrica, quello che poi verrà indicato dal marxismo successivo, ivi compreso Lenin, quale “specialista borghese”. Marx, insomma, attribuisce chiaramente al dirigente in oggetto, nella prima fase del capitalismo, la proprietà dei mezzi di produzione (lo farà anche nelle Glosse a Wagner, l’ultimo lavoro economicodi Marx; si trovano in un quaderno di estratti degli anni 1881-82). Questi diventerebbe invece poi, in specie con la formazione della società per azioni, un lavoratore salariato a tutti gli effetti, separato da detta proprietà (dal capitale); e a tutti gli effetti verrebbe a far parte dei “produttori associati”, cui spetterebbe ormai l’esecuzione dell’intero processo produttivo mentre il capitalista sarebbe divenuto mero proprietario (azionista) e percettore di interesse (il dividendo azionario). Questa appunto l’interpretazione marxiana del processo evolutivo capitalistico, che risulta in tutta evidenza dal lungo brano citato.

“Qui casca il palco”. E qui è iniziata tutta la mia opera di revisione per eliminare quella centralità della proprietà, ormai superata. Si tratta di quella privata, quella di cui parla Marx. Non cambia proprio un gran che con quella statale. Questa potrebbe perfino essere ancora peggiore se dàvita ad un ceto di “burocrati” pressoché incapaci e soltanto succubi di un potere politico miope; assai diversa l’attitudine produttiva attribuita da Marx all’insieme dei produttori associati, “dalprimo dirigente all’ultimo giornaliero”. Egli però scriveva nel 1860 e anni successivi; non è certolui il responsabile della perdita di efficacia interpretativa del marxismo, ma i suoi seguaciincancreniti per ben oltre un secolo a cianciare sul preteso “socialismo”, sulla formazione sociale di quelli che non sono mai diventati produttori associati “dal primo dirigente all’ultimo giornaliero”.Già Kautsky (e Lenin non lo critica su tale punto) aveva capito che non si andava per nulla costituendo il gruppo di questi fantasmatici produttori associati. Il gruppo dirigente dei processi produttivi, pur eventualmente privo della proprietà, era indicato come insieme di “specialisti borghesi”, pienamente assegnati alla classe dominante in piena convergenza con i proprietari assenteisti (rispetto alla direzione di detti processi produttivi).

I marxisti hanno allora insistito sulla rivoluzionarietà del “semplice giornaliero” (o poco più su), insomma dell’operaio di fabbrica, del Charlot di “Tempi moderni”. Veri fraintendimenti, che sono stati pure miei; tuttavia da più di vent’anni ho faticosamente iniziato una “marcia” almeno in buona parte diversa, di cui non parlo qui (ho scritto ormai migliaia pagine in proposito). Tuttavia, ci sono problemi lungo la nuova via che non ho certo risolto. Ho scritto negli ultimissimi anni alcuni libri sempre dibattendo tale problema onde affinarlo sempre più. Ultimamente ho anche consegnato ad un blocco di video su Marx (dieci di discussione e coerentizzazione del suo modello teorico; e tre di ridiscussione critica dello stesso) una a mio avviso buona sistemazione dell’intera questione.

Non pretendo però di aver risolto il problema. Non lo posso fare io, che appartengo alla vecchia epoca storica iniziata grosso modo con il marxiano “Manifesto del Partito comunista” (1848) e già in fase di trapasso (troppo lenta per la vita umana) da almeno due-tre decenni, fase oggi in accelerazione (ma ci vorrà ancora del tempo per trovarsi nel pieno della nuova epoca). Quelli come me (di orientamento marxista ovviamente) hanno il compito di mettere ordine nella vecchia teoria, di renderla massimamente coerente (al di là di ciò che ha “veramente” detto Marx) onde far rilevare sia le alterazioni ch’essa subì a partire già dalla sua morte sia l’errata previsione di dati eventi e la non realizzazione di altri. Al massimo si possono indicare alcune ipotesi di revisione e fuoriuscita (ma sempre da “quella porta”). A chi saprà vivere realmente la nuova epoca che avanza, senza inutili nostalgie e indebite “frenate”, spetterà il compito di arrivare a nuove ipotesi e magari anche a effettive sintesi in ben diverse teorizzazioni intorno alla società, alle sue strutture e dinamiche evolutive.

 

Marx: ma li mortacci vostra!

Karl-Marx

 

“ALL’ELISEO VA IN SCENA IL PROCESSO A KARL MARX: DOMENICO DE MASI INTERPRETA IL FILOSOFO COMUNISTA, ACCUSATO DAL PM FIAMMETTA PALMIERI – FAUSTO BERTINOTTI VESTE I PANNI DELL’AVVOCATO DIFENSORE….

l’accusa del Pubblico Ministero Fiammetta Palmieri (Magistrato del CSM) che ha sottolineato quanto Marx, pur partendo da fatti veri e corretti come il tema della lotta di classe e dello slittamento del proletariato, abbia poi proposto soluzioni illusionistiche e irragionevoli, diventando il motore di una rivoluzione violenta che aveva come fine ultimo il cambiamento radicale della società con lo smantellamento dello Stato in favore dell’autogoverno….

[Bertinotti, avvocato difensore] le accuse rivolte a Marx sarebbero più correttamente da destinare a Vladimir Il’ic Ul’janov, meglio noto come Lenin e Iosif Vissarionovic Dzugašvili, meglio noto come Stalin. Il concetto di rivoluzione marxista non era concepito come un colpo di Stato, ma come lotta di classe, quella tra oppressi e oppressori che fa parte da sempre della storia dell’umanità.

De Masi, alias Karl Marx, ha concluso il suo intervento ricordando quanto la sua opera sia stata un lungo e densissimo percorso finalizzato alla felicità dell’uomo e del genere umano”.

Va bene, è solo un gioco, ma perché costoro non si sono fatti una partita a burraco invece di rompere i coglioni a Marx?

1. Al pubblico Ministero. Marx non parte da fatti veri (ammesso che questo significhi qualcosa). Marx parte da ciò che non si vede sensibilmente, appunto, da ciò che è l’esatto contrario di un fatto (i fatti, per lo più, sono sempre ingannevoli). Già Hegel diceva che ciò che è noto è meno conosciuto. Marx vuole smontare i fatti, ciò che appare come dato inequivocabile ma non lo è, in quanto tra “l’essenza delle cose e la loro forma fenomenica” non c’è diretta coincidenza. E scrive nella “Prefazione”: “Che ogni inizio sia diffìcile, vale per ogni scienza. Perciò la comprensione del primo capitolo, specialmente nella parte dedicata all’analisi della merce, presenterà le difficoltà maggiori. Ho invece reso per quanto è possibile divulgativa l’analisi della sostanza del valore e della grandezza del valore. La forma valore, di cui la forma denaro è la figura perfetta, è vuota di contenuto ed estremamente semplice. Eppure, da oltre due millenni la mente umana cerca invano di scandagliarla, mentre d’altra parte l’analisi di forme molto più ricche di contenuto e molto più complesse è almeno approssimativamente riuscita. Perché? Perché è più facile studiare il corpo nella sua forma completa che la cellula del corpo. Inoltre, nell’analisi delle forme economiche non servono né il microscopio, né i reagenti chimici: la forza dell’astrazione deve sostituire l’uno e gli altri. Ma, per la società borghese, la forma merce del prodotto del lavoro, o la forma valore della merce, è la formaeconomica cellulare elementare. Alla persona incolta, sembra che la sua analisi si smarrisca in mere sottigliezze; e di sottigliezze in realtà si tratta, ma solo come se ne ritrovano nell’anatomia microscopica”.

Che da questa indagine – che poi è “ricerca sul modo di produzione capitalistico e sui rapporti di produzione e di scambio che gli corrispondono” – siano potute nascere “soluzioni illusorie e irragionevoli”, sfociate in violenza, è una tale sciocchezza da non meritare nemmeno commenti. Da un Pm, del resto, di più non ci si può aspettare, questi metterebbero tutti in galera senza uno straccio di prova.

2. All’ Avvocato difensore. La responsabilità, secondo Bertinotti, noto Bertinights dei salotti romani, sarebbe di quelli che non hanno capito Marx, il giusto. Lenin e Stalin sono i veri colpevoli, i truci assassini della buona idea e degli uomini di buona volontà. Cosicché ora abbiamo un sospettato e due colpevoli certi. Come leguleio Berti(notti)è un vero disastro, proprio come ex Segretario comunista. In ogni caso, Marx non era Gesù, non voleva liberare gli oppressi nel senso religioso bertinottiano. Marx riteneva che dalle contraddizioni del capitale sarebbe sorto un nuovo rapporto sociale, non più fondato sull’estorsione del pluslavoro nella forma del plusvalore. La Classe intermodale che avrebbe garantito questo passaggio era il General Intellect (braccia e menti, giornalieri e ingegneri della produzione), non la classe operaia tout court, sfruttato dai capitalisti ma non genericamente oppresso. Berty, sempre meglio in cachemire che in toga.

3. L’alter ego. De Masi, dopo il lavoro a gratis, ci propina questa coglionatura di Marx San Francesco che cercava la felicità dell’uomo, no che dico, dell’intero genere umano, come se fosse un santo e non uno scienziato. In verità, Marx in vita non fece altro che disprezzare gli umanisti alla De Masi, quelli che parlavano degli interessi “del genere umano, dell’uomo, in generale, dell’uomo che… non appartiene neanche alla realtà, ma soltanto al cielo nebuloso della fantasia filosofica”. Marx non sopportava la “dolce rugiada traboccante amore” degli umanisti, dei protettori degli animali, dei fautori di progressivi miglioramenti delle condizioni di vita degli oppressi, non perché fosse cinico ma perché odiava l’ipocrisia.

I signori di cui sopra, alla fine, hanno mandato assolto Marx. Quest’ultimo, se li avessi giudicati, li avrebbe senz’altro condannati alla sua derisione.

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