UN PASSAGGIO ESSENZIALE NELLA TEORIA DI MARX

gianfranco

 

Si tratta di un brano, un semplice e solo brano delle migliaia di pagine scritte da Marx e spesso pubblicate dai suo successori, magari con aggiunte non sempre messe in evidenza nella loro non stesura (o almeno non completa e letterale) fatta proprio da lui. Ma non m’interessa nulla di tutto questo. L’importante è fissare le parti salienti di una teoria scientifica e mostrarne la rilevanza ancora attuale e, ancor più, laddove essa va rielaborata alla luce dell’esperienza storica di un secolo e mezzo! Riporto quindi un brano tratto dal III Libro de “Il Capitale”, cap. XVII.

<<<Trasformazione del capitalista realmente operante in semplice dirigente, amministratore di capitale altrui, e dei proprietari di capitale in puri e semplici proprietari, puri e semplici capitalisti monetari. Anche quando i dividendi che essi ricevono comprendono l’interesse e il guadagno d’imprenditore, ossia il profitto totale (poiché lo stipendio del dirigente è o dovrebbe essere semplice salario di un certo tipo di lavoro qualificato, il cui prezzo sul mercato è regolato come quello di qualsiasi altro lavoro), questo profitto totale è intascato unicamente a titolo d’interesse, ossia un semplice indennizzo della proprietà del capitale, proprietà che ora è, nel reale processo di riproduzione, così separata dalla funzione del capitale come, nella persona del dirigente, questa funzione è separata dalla proprietà del capitale. In queste condizioni il profitto (e non più soltanto quella parte del profitto, l’interesse, che trae la sua giustificazione dal profitto di chi prende a prestito) si presenta come semplice appropriazione di plusvalore altrui, risultante dalla trasformazione dei mezzi di produzione in capitale, ossia dalla loro estraniazione rispetto ai produttori effettivi, dal loro contrapporsi come proprietà altrui a tutti gli individui REALMENTE ATTIVI NELLA PRODUZIONE, DAL DIRIGENTE ALL’ULTIMO GIORNALIERO [maiuscolo mio]. Nelle società per azioni la funzione è separata dalla proprietà del capitale e per conseguenza anche il lavoro è completamente separato dalla proprietà dei mezzi di produzione e dal plusvalore. Questo risultato del massimo sviluppo della produzione capitalistica è un momento necessario di transizione per la ritrasformazione del capitale in proprietà dei produttori, non più però come proprietà privata di singoli produttori [come erano gli artigiani precapitalistici; nota mia], ma come proprietà di essi in quanto associati, come proprietà sociale immediata. E inoltre è momento di transizione per la trasformazione di tutte le funzioni, che nel processo di riproduzione sono ancora connesse con la proprietà del capitale, in semplici funzioni dei produttori associati, in funzioni sociali.
…………………………[qui vi è un pezzo che si può tralasciare]
Questo significa la soppressione del modo di produzione capitalistico nell’ambito dello stesso modo di produzione capitalistico, quindi è una contraddizione che si distrugge da se stessa, che prima facie si presenta come semplice momento di transizione verso una nuova forma di produzione. Essa si presenta poi come tale anche all’apparenza. In certe sfere stabilisce il monopolio e richiede quindi l’intervento dello Stato. Ricostituisce una nuova aristocrazia finanziaria, una nuova categoria di parassiti nella forma di escogitatori di progetti, di fondatori e di direttori che sono tali semplicemente di nome; tutto un sistema di frodi e di imbrogli che ha per oggetto la fondazione di società, l’emissione e il commercio di azioni [non vi fischiano le orecchie?]. E’ produzione privata senza il controllo della proprietà privata. >>>.

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Discorso che mi sembra estremamente chiaro e non bisognoso di molti commenti per quel che significa. Certamente Marx scrive (appunti poi sistemati da Engels) un secolo e mezzo fa. E mi sembra presentare alcuni momenti di modernità. Tuttavia, ha in testa il capitalismo <<borghese>>, nato da quello mercantile e che presenta varie commistioni con elementi delle tradizioni, cultura, mentalità, della società precedente, in mano alla nobiltà. Ad un certo punto, almeno nella traduzione, salta fuori il nome di imprenditore, ma Marx non ha nozione dell’impresa come si andrà configurando già a partire dagli ultimi decenni del XIX secolo; e che vedrà soprattutto il fiorire novecentesco del capitalismo statunitense, quello definito assai più tardi (1941) da Burnham capitalismo “manageriale”. Si tratta di quel capitalismo che per il momento ho definito, dopo un paio di decenni di studio, <<formazione sociale degli strateghi (funzionari) del capitale>>.
In Marx il fulcro dell’impresa è in realtà l’opificio industriale, sede del processo lavorativo in quanto trasformazione di materia prima in prodotto finito: di consumo oppure di investimento come ad es. le macchine e il complesso strumentale da impiegare in ulteriori processi trasformativi. Egli prende dunque in considerazione soltanto il dirigente di fabbrica, quello che poi verrà indicato dal marxismo successivo, ivi compreso Lenin, quale “specialista borghese”. Marx, insomma, attribuisce chiaramente al dirigente in oggetto, nella prima fase del capitalismo, la proprietà dei mezzi di produzione. Come scrive anche nelle Glosse a Wagner, l’ultimo lavoro economico di Marx scritto (ma pubblicato dopo la sua morte) negli anni 1881-82 – tra l’altro lo stesso periodo in cui invia la lettera (risposta) a Vera Zasulič, da cui i “marxisti” fuori di testa hanno tratto la conclusione che Marx smentisse tutta l’analisi de “Il Capitale” – in cui si afferma che il proprietario capitalista “contribuisce a creare ciò di cui si appropria”, cioè il plusvalore (che è il pluslavoro della forza lavoro salariata). E anzi per Marx (come per Lenin e ogni marxista scientifico e non “pietistico”) “senza direttore d’orchestra l’orchestra non suona” (per quanto bravi siano gli orchestrali). Di conseguenza, il capitalista di quella prima fase del modo di produzione capitalistico non solo “contribuisce a creare”, ma è proprio essenziale per la creazione (la produzione); senza di lui, addio pluslavoro e plusvalore, non si crea nulla.
Successivamente – per effetto non della “lotta di classe”, ma invece della competizione intercapitalistica in cui pochi hanno successo e molti falliscono – si verifica la centralizzazione del capitale con passaggio alla forma oligopolistica di mercato, caratterizzata fra l’altro dall’impresa quale “società per azioni”. A questo punto, nella previsione di Marx, il dirigente della “fabbrica” diventerebbe un lavoratore salariato a tutti gli effetti e verrebbe quindi a far parte dell’“associazione dei produttori”, cui spetterebbe ormai l’esecuzione dell’intero processo produttivo; il capitalista si riduce a mero proprietario (ad es. azionista) e il suo profitto è una “quasi” rendita (il dividendo azionario). Questa appunto l’interpretazione marxiana del processo evolutivo capitalistico, che risulta in tutta evidenza dal lungo brano citato.
“Qui casca il palco”. E qui è iniziata tutta la mia opera di revisione per eliminare quella centralità della proprietà, ormai superata. Si tratta di quella privata, quella di cui parla Marx. Non cambia proprio un gran che con quella statale. Questa potrebbe perfino essere ancora peggiore se dà vita ad un ceto di “burocrati” pressoché incapaci e soltanto succubi di un potere politico miope; assai diversa l’attitudine produttiva attribuita da Marx all’insieme dei produttori associati, “dal primo dirigente all’ultimo giornaliero”. Egli però scriveva nel 1860 e anni successivi; non è certo lui il responsabile della perdita di efficacia interpretativa del marxismo, ma i suoi seguaci incancreniti per ben oltre un secolo a cianciare sul preteso “socialismo”, sulla formazione sociale di quelli che non sono mai diventati “produttori associati”.
Già Kautsky (e Lenin non lo critica su tale punto) aveva capito che non si andava per nulla costituendo qualcosa di simile. Il gruppo dirigente dei processi produttivi, pur eventualmente privo della proprietà, era indicato come insieme di “specialisti borghesi”, pienamente assegnati alla classe dominante in convergenza semmai con i proprietari assenteisti (rispetto alla direzione di detti processi produttivi), che tuttavia invece sono spesso proprio gli strateghi delle politiche imprenditoriali nella “concorrenza” che solo gli stupidi liberisti riducono a semplice competizione nel mercato. In realtà, il grande dirigente d’impresa (ma non più dei processi produttivi) è proprio colui che assicura il collegamento con i veri apparati del potere politico, funzionale a detta “concorrenza”. Non a caso, un grande dirigente rivoluzionario come Lenin intuisce benissimo che il “monopolio” (la centralizzazione dei capitali) “non annulla la concorrenza, ma la spinge al suo livello più alto”. Ed è ovvio che sia così, dato che non si tratta più di concorrenza ma di reale conflitto (strategico) per le “sfere d’influenza”, conflitto che ingloba e dà forma specifica alla concorrenza mercantile.
I marxisti – dovendo riconoscere che l’alta dirigenza della produzione, pur non proprietaria, non faceva parte del “proletariato” o “classe operaia”, presunto soggetto della “rivoluzione anticapitalistica” – hanno allora insistito sulla rivoluzionarietà del “semplice giornaliero” (o poco più su), insomma dell’operaio di fabbrica, del Charlot di “Tempi moderni”. Veri fraintendimenti, che sono stati pure miei. Tuttavia, da più di vent’anni ho faticosamente iniziato una “marcia” almeno in buona parte diversa, di cui non parlo qui (ho scritto ormai centinaia, anzi potrei dire migliaia, di pagine in proposito). Tuttavia, ci sono problemi lungo la nuova via che non ho certo risolto. Ho scritto negli ultimissimi anni alcuni libri sempre dibattendo tale problema onde affinarlo per quanto possibile.
Ultimamente ho anche consegnato ad un blocco di video su Marx (le “dieci discussioni” accompagnate da un libro su “Denaro e forme sociali”) la coerentizzazione del suo modello teorico. Che io sappia, non esiste una altrettanto rigorosamente organica esposizione del modello teorico (scientifico) di Marx; anche al di là di ciò che egli avrebbe effettivamente detto o voluto dire. Non m’interessa affatto riempire le pagine di sue citazioni e cercare di diventarne l’esegeta e il “corretto interprete”. Per me Marx è una sorta di Galilei della scienza sociale. Bisogna capire quale salto ha fatto fare a quest’ultima al di là della consapevolezza che poteva averne all’epoca; mettendo inoltre in luce i limiti di tale modello teorico, proprio dovuti ai tempi in cui esso fu formulato.
Non pretendo però di aver risolto il problema. Non lo posso fare io, che appartengo alla vecchia epoca storica iniziata grosso modo con il marxiano “Manifesto del Partito comunista” (1848) e già in fase di trapasso (troppo lenta per la vita umana) da alcuni (pochi) decenni; fase oggi in accelerazione, ma non ancora vicina alla piena entrata nella nuova epoca. Quelli come me (di orientamento marxista ovviamente) hanno il compito di mettere ordine nella vecchia teoria, di estrarne il “succo” in base alle conoscenze attuali e alla esperienza storica di un buon secolo e mezzo. La mia reale intenzione è di far rilevare sia le alterazioni che essa subì già appena morto Marx sia l’errata sua previsione di dati eventi e la non realizzazione di altri pur iniziati in suo nome. Al massimo si possono indicare alcune ipotesi di revisione e fuoriuscita (ma sempre da “quella porta”). A chi saprà vivere realmente la “fase storica” che avanza, senza inutili nostalgie e indebite “frenate”, spetterà il compito di arrivare a nuove ipotesi e magari anche a effettive sintesi in ben diverse teorizzazioni intorno alla società, alle sue strutture e dinamiche evolutive.
Per questo ritengo fondamentale l’effettiva messa in circolazione delle mie “dieci discussioni su Marx” con il libro “Denaro e forme sociali”. ESIGO che tale mia “fatica” venga distribuita senza ulteriori indugi. In tutta la vita sono stato boicottato soprattutto dagli schifosi intellettuali e “operatori culturali” di una “sinistra”, che da alcuni decenni ormai è il cancro della nostra società; e che molti idioti (di ogni orientamento) confondono con i comunisti. Io sono stato comunista. E parlo al passato non per abiura, ma solo per il riconoscimento che nella storia certi movimenti si esauriscono. Per fare un esempio, continuo a nutrire grandi simpatie per i giacobini e il loro essenziale “anno del terrore”. Non posso però dirmi giacobino ai giorni nostri. E quindi nemmeno mi dico comunista, ma certo stimo e ricordo con affetto i “fu” comunisti e odio invece mortalmente gli ancora “sinistri”; perfino più degli ancora “destri” (ma anche loro…. per carità!). Parlo ovviamente dei gruppi dirigenti dei diversi schieramenti. I seguaci vanno considerati con ben altro atteggiamento più benevolo. I nervi però saltano spesso di fronte a certi farabutti e mentitori.

AVANTI CON MARX IN UNA SUA COMPLETA RIFORMULAZIONE!

L’OGGETTIVITA’ DELLE DINAMICHE SOCIALI, di GLG

gianfranco

L’OGGETTIVITA’ DELLE DINAMICHE SOCIALI

PRIMA PARTE

PARLIAMO DI MARX

1. Assai spesso quella che indichiamo quale oggettività (addirittura “realtà oggettiva” proprio “vera”) è invece un’intersoggettività mascherata. Ad es., anche la “lotta di classe”, cui si riferiva Althusser – cui nei tempi che furono demmo giustamente molti meriti per lo svecchiamento del marxismo – sembrava qualcosa di superiore ad ogni volontà soggettiva, una specie di demiurgo del reale, che procedeva per conto suo, coinvolgendo i soggetti in lotta. In realtà, già a quel tempo non ero affatto convinto che avesse posto la questione nei giusti termini. Di fatto, ogni singolo soggetto in lotta non poteva non pensarsi coinvolto da qualcosa che andava al di là della sua volontà, della stessa prevedibilità del suo andamento e risultato finale. Tuttavia, mi sembrava contraddittorio concludere che tale lotta portava esattamente alla formazione di due (e solo due) classi sociali fra loro antagoniste: borghesia e proletariato, classe capitalistica e classe operaia. La prima classe, borghesia, era quella proprietaria dei mezzi di produzione; la seconda, proletariato od operai, aveva il solo possesso della capacità (o forza) di lavoro, da vendere come merce per poter vivere. E queste due diverse forme di possesso sarebbero state appunto il risultato dello scontro tra due classi, in realtà già definite nei termini di proprietà dei mezzi produttivi o di semplice forza lavorativa? Secondo me, un autentico circolo vizioso del tutto irrisolvibile.

In definitiva, quella presa per “oggettività” non si situava a monte del conflitto tra i soggetti (le classi), era semplicemente il conflitto stesso. Non a caso Althusser sostenne che la classi stesse si formavano nel reciproco confronto, non erano come due squadre già costituite che entravano nel “campo da gioco”. Ma ho già appena detto del pieno circolo vizioso in cui ci si avvita. In Marx, al contrario, tali squadre erano proprio già in essere quando poi andavano alla “lotta di classe”. Non venivano ad esistenza in quest’ultima; prima di scontrarsi in (supposto) netto antagonismo, si erano progressivamente enucleate e consolidate nel processo storico della transizione dal feudalesimo al capitalismo. La borghesia (proprietaria non della sola terra, ma di tutti i mezzi di produzione) era venuta crescendo all’interno della formazione sociale precedente e aveva infine sconfitto la classe (feudale) dominante in essa, ponendo in essere il fondamentale movimento di liberazione dai vincoli servili di enormi masse di individui (in un primo tempo coinvolti nel vagabondaggio), che per poter vivere nulla avevano da offrire se non la propria forza lavorativa, alla fine venduta come merce alla nuova classe dominante (il cui primo nucleo di rilevante importanza era stato non a caso quello dei mercanti).

Di conseguenza, quando si pensano le dinamiche sociali occorre certo una preliminare indagine di dati svolgimenti storici. Bisogna poi ricordare che non esiste dinamica alcuna senza la sussistenza di conflitti e tensioni più o meno acuti. Infine si deve pensare al formarsi di una situazione oggettiva, che stia a monte del conflitto e ne orienti le modalità e le conseguenze. Ed è questa situazione a “creare” i soggetti in lotta in quanto esige certo che ci siano dei PORTATORI della stessa. Non sono però questi ultimi, con la loro presunta volontà e intenzioni soggettive, a determinare l’andamento storico degli eventi. Fare teoria esige allora una qualche conoscenza storica, pur magari sommaria e non fatta soltanto di ricerche d’archivio, ecc. ecc. Poi però la teoria, se non vuol solo dedicarsi ad una sorta di introspezione psichica dei cosiddetti grandi personaggi, degli “eroi” e via dicendo, deve sottrarsi alla complessità del reale (che mai si conoscerà nella sua REALTA’ effettiva.), deve fissare alcuni termini della situazione studiata (che in realtà sono sempre molto variegati e “in subbuglio”) e da qui fare derivare appunto – salvo modifiche in fondo abbastanza marginali, anche se ad alcuni storici piuttosto superficiali sembrano invece di enorme portata – i comportamenti di quelli che, appunto, diventano semplici PORTATORI “soggettivi” di un movimento fondamentalmente OGGETTIVO, anche se i termini dello stesso non possono essere individuati nella loro in(de)finita complessità, ma ridotti ad alcuni elementi che si ritengono essenziali, i più decisivi e ricchi di effetti.

Allora, in definitiva, l’althusseriana “lotta di classe” è stato un espediente di scarsa riuscita se         voleva delineare un’oggettività dei conflitti intersoggettivi e della formazione dei gruppi in conflitto. Nella concezione del filosofo francese, i vari soggetti lottano e in questa lotta si vanno poi formando le classi. Perché queste vengano di fatto ridotte a due – in antagonismo irriducibile, che alla fine conduce al mutamento storico di una determinata formazione sociale in altra – non viene secondo me chiarito adeguatamente. Gira e rigira, in tale conflitto – appunto considerato nel suo aspetto dualistico, estremamente semplificato e non convincentemente spiegato – non esiste effettiva oggettività esterna e al di sopra dei soggetti in esso implicati. La lotta resta pur sempre di carattere intersoggettivo. Secondo me, la visione dualistica è senz’altro tipica del marxismo, discende proprio dal pensiero di Marx; tuttavia, questi suppone un ben preciso percorso storico che porta la borghesia alla proprietà di tutti i mezzi di produzione mentre di fronte ad essa – una volta caduti i vincoli servili – si pone un’altra classe di soggetti, che non hanno altro da offrire, vendendola come merce, la propria forza lavorativa (e produttiva). Le due classi sono proprio come due squadre di calcio, già costituite, che entrano nel campo da gioco con la “propria maglietta”. Vediamo un po’ il ragionamento di Marx.

2. E’ notorio che Marx prende la sfera economica quale “base” della società sulla quale si ergono poi le sovrastrutture politiche e ideologiche. Non vi è affatto uno stretto determinismo, ma indubbiamente tale sfera, in sostanza quella produttiva, è considerata la principale e strutturante la società complessiva. Marx non parla della produzione in quanto semplice processo lavorativo nei suoi aspetti tecnici ed organizzativi; egli prende in considerazione invece i rapporti sociali detti appunto di produzione in quanto struttura portante del modo di produzione, che è il nucleo essenziale (strutturale appunto) della società o formazione sociale. Del modo di produzione, incardinate nella sua rete di rapporti sociali di forma storicamente specifica, sono parte integrante le forze produttive (oggettive, cioè i vari mezzi di produzione, e soggettive, la capacità lavorative dei soggetti produttori), il cui sviluppo è senz’altro elemento assai dinamico e di mutamento dei modi di produrre (che non c’entrano nulla, sia chiaro, con le modalità produttive, essendo forme peculiari dei rapporti sociali esistenti nella sfera in questione).

In Marx, gli individui, i soggetti umani, non sono quelli empirici, concretamente esistenti con le loro singole particolarità. Egli li tratta come determinazioni (dei rapporti) sociali (di produzione). Già nella Prefazione a “Il Capitale” precisa la questione; e semmai dice, en passant, che talvolta detti soggetti possono elevarsi (un tantino) al di sopra di queste loro determinazioni, ma non sfuggire ad esse. In realtà, quindi, gli individui, nella teoria marxiana, sono maschere sociali, vengono considerati per i ruoli (le “caselline”) che occupano in quanto ad essi assegnati dalla specifica struttura dei rapporti di produzione caratterizzante quella storicamente data formazione sociale.

All’inizio del “Manifesto” del ’48, Marx afferma che “tutta la storia è storia di lotte di classi”. Egli ne indica sempre due fondamentali e fra loro antagoniste in quanto dominante e dominata. Esse sono definite tenendo appunto conto della priorità della sfera produttiva nell’evoluzione della società; e sono contraddistinte dalla proprietà o meno dei mezzi di produzione: proprietari di schiavi e schiavi (che sono produttori e mezzi di produzione nel contempo), feudatari (proprietari della terra) e servi della gleba (vincolati ad una data terra), mastri artigiani (proprietari della bottega) e garzoni, capitalisti (proprietari di tutti i mezzi di produzione) e operai, ecc. La proprietà o meno dei mezzi produttivi caratterizza in definitiva le due classi antagoniste; e l’individualità dei loro componenti è semplice accidentalità rispetto alla classe cui sono assegnati in base a detto connotato (“storicamente specifico”).

La proprietà (non semplicemente giuridica, bensì l’effettivo “potere di disporre”) dei mezzi produttivi è già un elemento oggettivo che precede ogni conflitto tra i due soggetti antagonisti (proprietari e non proprietari). La lotta tra i due non crea la proprietà o l’assenza di proprietà; potrà al massimo variare la distribuzione di tale proprietà. E’ la proprietà (sua presenza per una classe e assenza per un’altra) il carattere che definisce le due “squadre” in competizione antagonistica; proprio come se esse fossero già formate, contrariamente a quanto Althusser sosteneva. Al massimo tali squadre possono cambiare alcuni dei loro giocatori (che da proprietari diventano non proprietari e viceversa).

Siamo più precisi ancora. In realtà, le due classi antagonistiche (e l’antagonismo, ripetiamolo, si basa sul controllo o meno dei mezzi di produzione) si formano, prima ancora della loro reciroca lotta, in determinati processi storici che attraversano la società in fase di transizione da una data formazione sociale (strutturata in base ad un determinato modo di produzione) ad un’altra. Prendiamo pure il passaggio, fondamentale per il costituirsi della nostra forma di società (soprattutto dei suoi rapporti sociali di produzione), dal feudalesimo al capitalismo. Ricordiamo innanzitutto il processo di recinzione delle terre, su cui Marx si diffonde molto nel capitolo sull’accumulazione originaria (XXIV del I libro de “Il Capitale”). Le terre vengono messe a pascolo – per allevare pecore, la cui lana viene esportata in Olanda per alimentare la sua industria tessile – e masse di contadini vanno ad alimentare il vagabondaggio. Le manifatture artigiane diventano di tipo capitalistico e, nella competizione mercantile, pur esse alimentarono le masse di vagabondi che infine diventeranno lavoro salariato. Più tardi si ebbe la decisiva rivoluzione industriale (1760-70/1830-40) con introduzione delle macchine ed espulsione massiccia dei lavoratori, già salariati ma ancora in possesso di parziali saperi artigiani; infine venne formandosi la vera classe operaia in senso già moderno.

Una volta stabilizzatasi la divisione tra proprietà complessiva dei mezzi di produzione (e formazione della classe detta borghesia, ma con netta predominanza di quella industriale) e lavoro salariato (ormai appunto classe operaia), inizia effettivamente la “lotta di classe” dell’epoca prettamente capitalistica, che alla fine mostrerà di non essere antagonistica nel senso pensato dai marxisti tradizionali e mai da essi “riveduto e corretto”. Comunque la lotta si sviluppa, cresce, una volta “coagulatesi” le classi in contrasto nella compravendita della forza lavoro. Non è la lotta a dar vita alle classi, il processo logico è il contrario (anche se storicamente ben si capisce la confusione e intreccio tra i due aspetti del problema). Semmai, la lotta serve ad alterare la composizione e la consistenza delle due classi. Tuttavia, anche su questo punto, il marxismo non ha dato sufficiente rilevanza ad un aspetto del conflitto in corso, che non è così duale e ben definito come gli anticapitalisti avrebbero voluto.

Fondamentale è stata la competizione tra proprietari, che conduce al processo di centralizzazione dei capitali nella società industriale. In effetti, nel marxismo vi è stata sempre una sostanziale sottovalutazione di detta competizione (mercantile) tra capitalisti che – pur non antagonistica nello stesso senso di quella tra le “due classi” definite dalla proprietà o meno dei mezzi produttivi – è del tutto necessaria per dar vita a quella dinamica sociale, intrinseca al modo di produzione capitalistico, da cui deriva la previsione marxiana (ormai contraddetta dalla storia di un secolo e mezzo) di transizione dal capitalismo alla formazione socialista e poi comunista. Ne tratteremo diffusamente più avanti.

E’ adesso necessario ricordare un altro fattore rilevantissimo di tipo oggettivo, estrinseco alla “lotta di classe”, fattore che viene prima di quest’ultima, la mette in moto e la spiega. Vediamo un po’. Marx accetta dai classici la teoria del valore dei beni prodotti in quanto lavoro in essi incorporato. Tale lavoro, pur essendo di varia complessità (e, dunque, di differente qualità), viene sempre ridotto ad una data quantità: il lavoro COMPLESSO è multiplo di quello considerato SEMPLICE, mai lo stesso bensì sempre di tipo diverso in ogni determinata epoca storica. L’uomo è l’unica specie animale realmente in grado di produrre più di quanto è necessario al suo sostentamento; il prodotto è variabile e in aumento tendenziale con il passare del tempo e delle generazioni. Inoltre, l’uomo è animale che fabbrica strumenti e accresce la produttività del lavoro. Quindi, pur ad un valore (lavoro incorporato) magari costante, la quantità di beni prodotti cresce comunque. E non semplicemente cresce la quantità, ma pure la loro varietà poiché l’uomo moltiplica i suoi bisogni oltre lo stretto necessario del vivere animale.

Indichiamo come PLUSPRODOTTO la quantità e varietà dei beni al di sopra della sussistenza umana, che è ovviamente di carattere storico-sociale e non certo soltanto biologico; anch’esso cresce tendenzialmente nel corso dell’evoluzione della società umana. Per semplicità, denotiamo con N la quantità del lavoro NECESSARIA a produrre i beni che costituiscono il sostentamento storico-sociale degli esseri umani; e con M il PLUSLAVORO incorporato nel PLUSPRODOTTO. Il pluslavoro è pure PLUSVALORE, data la concezione del “valore-lavoro”, da Marx appunto ereditata dagli economisti “classici”. Ovviamente, PLUSPRODOTTO e PLUSLAVORO (quindi PLUSVALORE) sono fra loro in correlazione diretta; certamente, però, con l’aumento della produttività del lavoro (evoluzione delle tecniche e dell’organizzazione dei processi produttivi/lavorativi), la quantità dei beni prodotti cresce a parità di N + M (lavoro/valore complessivo incorporato nel prodotto totale); e anche lo stesso pluslavoro/plusvalore (M) può dunque rappresentarsi in quantità crescenti dei beni di cui consta il plusprodotto.

Nella teoria marxiana, mi sembra chiaro che la quantità di lavoro costitutiva del valore di ogni bene prodotto non dipende SOPRATTUTTO dall’interazione tra soggetti umani; non è tanto una INTERSOGGETTIVITA’ conflittuale (ad es. la “lotta di classe”) quanto invece una OGGETTIVITA’ (non del tutto ma largamente) autonoma rispetto a quest’ultima per quanto, ovviamente, dipenda dal lavoro speso dai soggetti per produrre i vari beni. Tale spesa di lavoro, insomma, viene – dal punto di vista logico – prima della “lotta”; quest’ultima serve semmai a definire, nella somma lavorativa complessiva, quale parte rappresenta N (lavoro necessario ad ottenere la parte di prodotto, che serve alla sussistenza dei produttori) e quanto M (il pluslavoro, dunque plusvalore, che va alla classe dominante, proprietaria dei mezzi produttivi; quello denominato nella nostra forma di società profitto capitalistico). Semmai, è ancora una volta da non dimenticare la lotta interclasse (competizione mercantile tra capitalisti) che certo dà un contributo alla diminuzione di spesa lavorativa (e dunque di valore) per unità di bene prodotto. L’innovazione tecnica e organizzativa, che riduce la quantità di lavoro (valore) di detta unità, dipende sempre meno nella società di avanzato progresso tecnologico dall’altezza del salario operaio – questa concezione è in larga parte diffusa dai sindacati dei lavoratori, ormai divenuti apparati burocratici che pesano su questi ultimi più di quanto non ne difendano gli interessi – e sempre più dalla necessità della competizione anche tra grandi concentrazioni produttive.

Un’altra delle concezioni errate non del solo marxismo (anche di molti liberali assai “arretrati”) è stata quella secondo cui la centralizzazione dei capitali, la creazione delle grandi imprese, avrebbe dato vita al monopolio (più precisamente oligopolio) con riduzione della competizione e dunque del progresso tecnologico. Anche qui si nota la grande capacità intuitiva di Lenin. Egli disse con molta chiarezza che il monopolio non avrebbe portato all’attenuazione della concorrenza, bensì l’avrebbe spinta al suo massimo livello. Ma aggiunse che ciò dipendeva non semplicemente dalla competizione interimprenditoriale per i mercati, bensì pure dall’ancor più violento conflitto tra potenze per la supremazia mondiale. Chi ha visto giusto? Il fatto è che Lenin ha dovuto principalmente dedicarsi alla rivoluzione in senso proprio. Fosse stato nella situazione di Marx, ne avrebbe ben colto i limiti – dovuti fondamentalmente all’analisi esclusiva dell’unico vero capitalismo avanzato a metà ‘800, quello inglese (borghese) – e avrebbe riformulato ampie parti della sua teoria in base all’entrata nella grande epoca dell’imperialismo (lotta antagonistica tra potenze), che giungeva all’effettiva “maturità” già nei primi decenni del XX secolo. E’ stato dunque piuttosto corretto definire la teoria, certo assai più elaborata da Marx, marxismo-leninismo; anche se poi i successivi “marx-leninisti” hanno dato cattiva prova di sé (compreso chi scrive, sia chiaro).  

3. Abbiamo adesso tutto quanto ci serve a comprendere meglio i meccanismi della società moderna, quella detta capitalistica, in cui si generalizza la produzione di beni nella forma di merci fra loro scambiabili. Potrebbe esserci anche scambio di merce contro merce (baratto); tuttavia, nella società capitalistica lo scambio è mediato dal denaro (nelle sue diverse figure monetarie) che funge da equivalente generale. Ciò rende enormemente più agevole e generalizzato lo scambio dei beni in quanto merci. In detto scambio si afferma, IN MEDIA, l’equivalenza delle merci passate di mano. Questa è una legge oggettiva, nel pensiero marxiano, non dipende certamente da una interattività conflittuale tra gli scambisti. E’ ovvio che sono in gioco due soggetti, altrimenti vi sarebbe l’acquisizione personale e l’autoconsumo. Questo è il comportamento di Robinson, che in effetti non presuppone il mercato, il quale semmai segue in quanto incontro tra i vari Robinson; ognuno d’essi ritiene di avere prodotto fin troppo di un determinato bene, che soddisfa solo uno dei suoi molti bisogni, e dunque lo scambia con altri beni (di altri Robinson) per soddisfare al massimo grado possibile la molteplicità delle sue esigenze di consumo. In Marx (come nei classici), il mercato precede “logicamente” il soddisfacimento dei bisogni poiché – pur esistendo negli “interstizi” della società da tempi antichi – si è generalizzato nel processo storico della transizione dal feudalesimo al capitalismo. Il mercato è rifornito tramite la produzione di beni che sono MERCI fin dal momento del loro apprestamento; sono quindi già merci IN POTENZA e poi lo sono IN ATTO una volta avviate al mercato.

In definitiva, si produce avendo già in vista lo sbocco nel mercato; quest’ultimo detta perciò le sue leggi. In questo senso, Smith parla della “mano invisibile” del mercato, che orienta il comportamento dei produttori. Non è ognuno d’essi (ogni singolo Robinson) a decidere di scambiare con gli altri il sovrappiù del bene prodotto in relazione al suo bisogno; tutti hanno già di fronte a loro questa situazione generale detta mercato e in base ad essa ognuno decide la produzione del bene che lì comunque dovrà affluire. In Marx, fino a questo punto, non c’è grande diversità da Smith. Che cos’è infatti il “feticismo della merce”, di cui parla subito nel primo capitolo della sua opera fondamentale? Non è l’alienazione (del produttore nel prodotto, distaccatosi ahimè da lui, dalla sua personalità, che per ciò stesso “soffre”) come pensano i filoso-fessi che mai hanno capito qualcosa del pensatore di Treviri. La merce è un “feticcio” (un oggetto/idolo cui si attribuisce un potere magico e superiore alla “libera” volontà umana), che si impone ai soggetti suoi produttori. E s’impone tramite questa legge oggettiva, indipendente dalla volontà dei produttori: la legge dello scambio tra equivalenti (in media), cioè tra prodotti/merce che hanno lo stesso valore, essendo costati la stessa spesa di lavoro. Poi, subentra semmai il conflitto tra gli scambisti (l’intersoggettività) che altera tale equivalenza a favore di uno dei due; ma l’alterazione ha sempre come punto di partenza, come sua base oggettiva, l’equivalenza dei tempi di lavoro, cioè dei valori delle merci.

Questo il carattere di “feticcio” che si appiccica alle merci, cui si devono inchinare gli scambisti pur nella competizione reciproca, che condurrà alla soddisfazione chi in essa prevarrà e allo sconforto chi soccomberà. Lo sconforto deriva insomma dal fallimento nella competizione, non nasce per la separazione dal frutto del proprio lavoro. Simile misera conclusione è del tutto simmetrica, anche se diversa, rispetto alla concezione del singolo Robinson che soddisfa il suo bisogno e porta al mercato il sovrappiù. Siamo sempre nell’idea di una somma di tanti individui, ben costituiti in questa individualità, che poi entrano in relazione fra loro, essendovi in un certo senso costretti da un personale bisogno. Nei classici come in Marx la socialità invece precede l’individualità; nessuno può essere individuo se non nell’ambito di un sistema di relazioni (rapporti) sociali, formatosi storicamente e caratterizzato da un susseguirsi di vari conflitti (per Marx soprattutto quelli definiti “lotta di classe”) che vi si svolgono nel progressivo trasformarsi ed evolversi di detto sistema.

4. Una volta arrivati a questo punto, il gioco è già stabilito con le sue regole ben precise a causa dei processi storici che hanno condotto alla liberazione di tutti gli individui umani da ogni vincolo di schiavitù o servaggio, dividendoli tuttavia in una minoranza che ha la proprietà dei mezzi produttivi ed in una maggioranza che ne è priva. Quest’ultima come fa a vivere? Come può ricongiungersi con tali mezzi senza i quali non può riprodurre la sua esistenza? Ha quanto serve a rendere effettivamente produttivi quei mezzi di proprietà altrui; ha cioè la sua capacità di lavoro, manuale e intellettuale, direttiva ed esecutiva, ecc. Non può però fornirla direttamente alla minoranza proprietaria, perché da questa è nettamente separata appunto dall’assenza della servitù; gode di una cosiddetta libertà che in tal caso rischia di tradursi in condanna a non poter sopravvivere. C’è però il mercato, la “suprema divinità”; in questo si può vendere anche la capacità di lavoro (la forza lavoro). Basta rispettare nello scambio l’equivalenza già segnalata. La forza lavoro non ha valore diretto, non è costata spesa di lavoro in un processo produttivo. Si aggira l’ostacolo: esiste la spesa lavorativa per produrre i beni indispensabili alla sussistenza (storico-sociale, non biologica) dei lavoratori (produttori). Il gioco è fatto.

La forza lavoro, in quanto merce, viene pagata (sempre “in media”) al suo valore; il lavoratore riceve quanto è necessario alla sua riproduzione di essere vivente in una determinata fase storica dell’evoluzione della società (ormai capitalistica). Questo NECESSARIO costa per l’appunto una data spesa di lavoro, avvenuta in precedenti processi produttivi che hanno messo capo ai beni indispensabili alla sussistenza del possessore e venditore di forza lavoro. L’essere umano – che, come già sappiamo, è l’unica specie animale capace di metter capo al plusprodotto – eroga più lavoro di quanto non sia necessario a produrre i beni per la sua sussistenza. Una volta che la forza lavoro sia stata acquisita tramite il pagamento di un prezzo (salario), in media corrispondente al lavoro incorporato nei suddetti beni per la sussistenza (ripeto: storico-sociale e non puramente biologica) del lavoratore (e produttore), essa eroga nel processo di lavoro, che sostanzia la produzione, una quantità di lavoro supplementare (pluslavoro), rappresentante il “di più” di valore (plusvalore) del prodotto rispetto a quello dei mezzi di produzione utilizzati e dei salari pagati ai produttori. Del plusvalore si appropria chi fornisce detti mezzi di produzione (e la terra), cioè il loro proprietario che per ciò stesso gode del profitto (e della rendita per la terra).

Anche per questa via si riscontra il feticismo che si appiccica alle merci. In questo caso, si tratta di una merce del tutto particolare, la forza lavoro o capacità lavorativa. Essa viene venduta (dal lavoratore) e comprata (dal capitalista proprietario) al suo valore/lavoro. La legge del valore si afferma oggettivamente, indipendentemente da ogni volontà e decisione degli scambisti, si impone ad essi. L’oscillazione del prezzo (salario) attorno al valore è processo dipendente dai rapporti reciproci tra quantità domandata e offerta; così come per ogni altra merce. Questa indipendenza del prezzo della merce dalle decisioni soggettive dei due scambisti non comporta alienazione di nessuno dei due; può consentire a volte arricchimento (e non solo materiale appunto) di entrambi. Tutto dipende dai metodi del cosiddetto plusvalore RELATIVO, uniti ad un ampliamento della produzione, con possibile invenzione di nuovi prodotti ed eventuale crescita della domanda di forza lavoro; problemi su cui qui sorvolo. L’aumento del profitto non è solo accrescimento della ricchezza, il capitalista non è un Arpagone. Quando sale pure il salario, migliora il tenore di vita dei lavoratori, anche in tal caso non necessariamente limitato al solo suo lato materiale.    

Può esserci, e anzi normalmente c’è, conflitto tra le due schiere di scambisti; e il salario (che dietro la forma monetaria occulta il tempo di lavoro necessario a produrre i beni con esso acquistati) oscilla allora al di sopra o al di sotto del suo valore. Tuttavia, la media, il punto base attorno a cui la lotta conduce l’oscillazione del salario è il valore della forza lavoro (il lavoro speso per produrre i beni indispensabili alla vita del suo possessore). Risulta perciò evidente che l’oggettività del valore di scambio della forza lavoro viene LOGICAMENTE prima del conflitto tra i due scambisti, prima di quella che viene detta lotta tra capitale e lavoro, quasi sempre semplicisticamente identificata e dunque confusa con la “lotta di classe”, quella che in Marx non conduceva ad oscillazioni salariali attorno al valore (legge oggettiva dello scambio), ma si riferiva al ben più gigantesco e generale combattimento tra due raggruppamenti sociali opposti per il superamento della formazione sociale capitalistica. E – guarda caso – anche tale lotta trasformativa dei rapporti sociali (di produzione) aveva come passo antecedente un processo oggettivo: l’estraneazione progressiva dei proprietari dalla direzione dei processi produttivi e la formazione in questi ultimi del corpo dei “produttori associati” (“dal dirigente all’ultimo giornaliero”, cap. XXVII del III libro de “Il Capitale”).

Tale processo avrebbe realmente creato – secondo quanto pensava erroneamente Marx – la BASE SOCIALE dell’espropriazione dei capitalisti e la proprietà (potere di disposizione) collettiva dei mezzi di produzione da parte di tale corpo dei produttori associati (il “lavoratore collettivo cooperativo” come l’ho definito io). Il vero conflitto intersoggettivo sarebbe nato intorno alla conquista e poi distruzione della macchina statale borghese, l’organo d’ultima difesa dei proprietari resi ormai estranei alla produzione (di cui, in una prima fase capitalistica, avevano la direzione) a causa di una dinamica sociale del tutto oggettiva. Non per le “belle idee” di giustizia, di eguaglianza e tutte le altre autentiche invenzioni di un comunismo che pensava d’essere marxista mentre sprofondava in una visione del tutto ideologica; e perfettamente fallimentare poiché giustizia ed eguaglianza si possono raggiungere, per chi sia profondamente e realmente religioso, soltanto in un’altra dimensione del tutto incomparabile con quella terrena.

Come vedete, in Marx vi è sempre un processo oggettivo che precede, e dunque fonda, l’intersoggettività dei contendenti, degli schieramenti in lotta. Sia se questa è semplicemente sindacale – con oscillazione del salario attorno al valore, cioè al tempo di lavoro necessario a produrre la sussistenza dei possessori e fornitori della forza lavoro – sia che miri invece alla trasformazione della formazione sociale capitalistica, cioè in definitiva della sua “base economica” (i RAPPORTI SOCIALI DI PRODUZIONE), che andava liberata dalla sua “sovrastruttura” – lo Stato borghese, da abbattere, distruggere – sostituendola con tutt’altro organismo (ma anche qui dobbiamo soprassedere). E’ chiaro, stupidi “comunisti” soltanto moralisti e per ciò stesso ipocriti? Voi alla fine avete combinato un sacco di guai e screditato proprio il comunismo con un tipo di lotta insensata perché inconsapevole dell’oggettività di dati processi storici, mai guidati dalla volontà degli individui sia pure raccolti in massa tramite forti ideologie. Si voleva “costruire” il socialismo. Incoscienti! Il socialismo non si costruisce, si deve formare oggettivamente nel processo storico dell’evoluzione capitalistica. La rivoluzione avrebbe quindi soltanto il compito di portarlo in evidenza e in primo piano, lottando contro i “portatori soggettivi” di un vecchio e ormai superato sistema di rapporti sociali – di produzione, per cui il potere decisivo era quello di proprietà, quello di disporre dei mezzi produttivi – ormai disfatto e impossibilitato a reggere. Se questo sistema invece ha retto – e siamo stati noi a dover constatare il completo disfacimento di quanto si credeva d’aver “costruito” – si deve capire d’avere sbagliato qualcosa nella propria analisi. Invece alcuni scriteriati hanno ripiegato, da perfetti miserabili e meschini di pensiero, sui “buoni sentimenti”, su ciò che sarebbe “il bene per l’umanità”, sull’“eguaglianza” che sarebbe il desiderio della “maggioranza”. Andate pure con Bergoglio e non procurate altri danni a qualcosa che ha comunque dato vita ad un grandioso processo di trasformazione; solo non verso il socialismo! E tanto meno il comunismo!!

5. Come credo di aver chiarito con estrema evidenza nelle “Dieci discussioni su Marx” (video che spero apparirà infine nel “mercato” on line ma anche in libreria), la previsione marxiana – relativa alla formazione del corpo dei produttori associati in antagonismo con la classe dei proprietari ormai avulsi dalla sfera produttiva e dediti ad operazioni in quella finanziaria e dintorni – non si è affatto realizzata. Gli stessi immediati successori di Marx (sia riformisti che rivoluzionari) considerarono, molto realisticamente, i dirigenti produttivi degli “specialisti borghesi”, assegnati quindi di fatto alla classe antagonistica di quella lavoratrice, ridotta soltanto agli operai di fabbrica nel senso specifico in cui furono poi intesi per tutto il secolo (e passa) successivo. Non esisteva più il “nocciolo oggettivo” (e complessivo in campo produttivo), che assicurava già il passaggio al socialismo, necessaria fase di transizione al comunismo.

Si leggano le poche pagine dell’ultimo paragrafo del cap. XXIV del I libro de “Il Capitale” (capitolo sull’ “accumulazione originaria”), di cui cito al momento solo le righe finali: <<<La trasformazione della proprietà privata sminuzzata poggiante sul lavoro personale degli individui [quella produzione mercantile caratterizzata dalla presenza di tanti piccoli produttori/proprietari, cui Sismondi voleva tornare arretrando dalla società ormai trasformata dalla prima rivoluzione industriale; nota mia] in proprietà capitalistica [da una parte i proprietari e dall’altra i produttori, fornitori di merce forza lavoro, che alla fine del processo storico del capitalismo diverranno il “lavoratore collettivo cooperativo” di cui si è detto; nota mia] è naturalmente un processo incomparabilmente più lungo, più duro e più difficile della trasformazione della proprietà capitalistica, che già poggia di fatto sulla conduzione sociale della produzione [appunto quando siamo alla fase finale del processo cui ho appena accennato; nota mia], in proprietà sociale. Là si trattava dell’espropriazione della massa della popolazione [però ormai costituita dai piccoli produttori/proprietari in competizione mercantile, cioè liberi dalla schiavitù o dal servaggio feudale; nota mia] da parte di pochi usurpatori [il gruppo di capitalisti ormai avulsi dalla sfera produttiva e solo adusi ai giochi finanziari, di borsa, ecc., fase finale dell’evoluzione capitalistica; nota mia], qui si tratta dell’espropriazione di pochi usurpatori da parte della massa del popolo [guidata dall’associazione dei produttori “dal primo dirigente all’ultimo giornaliero”; nota mia]>>>.

Avete capito? Già quando Marx scrive (a metà ‘800), si stavano secondo la sua convinzione consolidando, nella “base economica” (la produzione), le condizioni fondamentali del socialismo (non ancora il comunismo, non si faccia confusione). Era solo necessaria la “rivoluzione proletaria” – nel senso di quella che Lenin (in “Stato e rivoluzione”) definì “distruzione della macchina statale borghese”, ancora in mano agli “usurpatori” – al fine di creare lo “Stato di dittatura proletaria”, non più strumento di dominio della borghesia (proprietaria privata dei mezzi di produzione), ma dell’insieme dei produttori associati, ormai in piena disposizione collettiva dell’uso di quei mezzi. Altro che le idiozie dei poveri sciocchi e ignoranti, distruttori del marxismo, che al crollo del sedicente “socialismo” e dell’URSS si misero a dire: in fondo per il passaggio dal feudalesimo al capitalismo ci sono voluti secoli; quindi avremo il socialismo e comunismo fra qualche secolo. Non sto scherzando. Alle riunioni delle riviste marxiste, tenutesi grosso modo tra il ’92 e il ’94 a Roma, sentii deficienti, osannati come grandi intellettuali marxisti, dire simili assurdità per consolarsi del fallimento totale del loro “rivoluzionarismo” sessantottardo. E oggi sono questi sciocchi (qualcuno è morto, ma ne restano ancora) a imperversare in TV e giornali per difendere tutto il marcio di quella che viene ancora chiamata “sinistra”, schierata con gli Usa più criminali – quelli che hanno provocato il terribile disordine a partire dall’aggressione alla Serbia fino alla “primavera araba” con sconvolgimenti tuttora in svolgimento – e con il marcio filo-europeismo di “popolari” (democristiani) e “socialisti” ormai degenerati in puri devastatori della nostra antica civiltà.              

Politicamente bisogna silenziarli. Il problema è che solo gli stupidi sottovalutano l’importanza di una più attenta comprensione dei processi storici che sono stati vissuti negli ultimi secoli. Come ho detto più volte, sono i dementi del “vale più la pratica della grammatica”. Non si è in grado di parlare, facendosi capire, senza l’uso di una grammatica. Oggi è riesploso il vecchio e strasuperato liberalismo con la sua falsa democrazia (“una testa e un voto”, altra espressione dei dementi o dei farabutti) e il liberismo in economia. In fondo, non si supera (teoricamente) il vecchio “robinsonismo” anche quando si crede di poterlo fare parlando di macro invece che di microeconomia. Resto dell’idea che Marx sia allora un migliore punto di partenza. Proprio perché ammette la piena libertà degli scambisti nel mercato, non parla certo alla Dühring del profitto capitalistico ottenuto con la spada in pugno (tesi non molto differente da quella del becero e degenerato operaismo sessantottardo con il suo “comando capitalistico”). Solo che “sotto il mercato” sta un altro carattere capitalistico fondamentale: appunto la separazione tra proprietà (potere di disposizione) dei mezzi di produzione e produttori solo “fornitori” di forza lavorativa.

Nelle “forme che precedono la produzione capitalistica”, tale forza lavoro deve essere ceduta dai produttori (i dominati nella società) ai controllori dei mezzi produttivi (fra cui la terra, in un certo senso la principale per millenni), che sono i dominanti; e lo deve in modo forzato a causa di rapporti di schiavitù, servaggio, ecc. In ogni caso, come detto in più occasioni, la specie animale uomo (e non solo il sapiens, anche se poi è restato solo quest’ultimo) produce più di quanto è necessario alla sua esistenza e riproduzione: c’è insomma un plusprodotto. Ed è quest’ultimo che i dominati devono per forza, a causa dei suddetti rapporti di dipendenza, cedere ai dominanti. Nel passaggio al capitalismo – più precisamente, al modo di produzione capitalistico, modo caratterizzato da una specifica forma dei rapporti sociali di produzione – cade ogni vincolo servile. Tutti sono “liberi ed eguali”. No, qui c’è un inganno fondamentale. Il processo storico conduce questi “liberi” allo scambio generalizzato nel mercato. E in tale luogo si può certo affermare infine la libertà di contrattazione; con il “piccolo particolare” che i contraenti non sono in condizioni di eguaglianza nella loro “libertà”. La competizione iniziale tra i piccoli “produttori/proprietari” (si veda il passo marxiano citato all’inizio del paragrafo) conduce all’accentrarsi della proprietà in una parte (“classe”) della società, sempre più minoritaria, mentre alla maggioranza (altra “classe”) non resta che vendere come merce la propria forza lavorativa. E per quanto abbiamo già detto circa lo scambio delle merci (“in media”) al loro “valore-lavoro”, i produttori/lavoratori cedono di fatto il plusprodotto ai proprietari (dei mezzi produttivi). Da qui tutto il tema della “lotta di classe”, intesa da alcuni in senso riformistico, da altri in senso rivoluzionario; e che avrebbe dovuto portare alla trasformazione del modo di produzione capitalistico. Non mi diffondo su questo enorme argomento (di storia ultrasecolare oltre che di teoria), su cui sono state scritte, credo, milioni di paginate (alcune migliaia perfino da me). Andiamo oltre.

6.  Il marxismo resta, secondo la mia opinione, la teoria della società più avanzata. Il liberal-liberismo ne ha prodotto una diversa, che ci racconta alcune realtà – non la “realtà” alla quale, sia chiaro, non attinge nemmeno il marxismo poiché nessuna teoria la può riprodurre nella sua tumultuosa, fluida, continuamente mutevole “consistenza” – restando però alla superficie dei fenomeni. Si può forse criticare l’uso della terminologia “essenza/fenomeno” (almeno io preferisco non usarla), ma esiste comunque una “superficie” ed una “profondità” sottostante. Oppure, si può usare un’altra immagine: il “palcoscenico” e il “dietro le quinte”, dove si preparano i cambiamenti di scena. Il liberal-liberismo resta appunto alla superficie, al palcoscenico. Il marxismo pone il problema di dove la dinamica sociale “più profonda” prepara gli eventi visibili in superficie, nel palcoscenico. Questo merito di Marx non va minimamente rigettato, anzi rivendicato e difeso contro l’arroganza e prepotenza delle teorie di “superficie”, del tutto congrue alle classi dominanti nella formazione sociale capitalistica. E anche contro i falsi critici di tali dominanti, che fanno appello alle ancora più superficiali – anzi “amputanti” – dichiarazioni di tutti i chiacchieroni sulla generosità e bontà umana, sulla misericordia da mostrare verso i propri simili, sulla volontà di darsi al bene di tutti.

A volte costoro sono in buona fede; spesso sono invece dei falsari, sono dediti alla menzogna, all’inganno, al raggiro. I simili sono invece dissimili; ogni individuo è diverso dagli altri, ha una sua specifica differenziazione. Ciò è particolarmente rilevabile tra gli uomini, ma lo si nota bene anche tra gli animali di maggior rilievo. Sono inoltre convinto che se avessimo strumenti sofisticati in modo oggi impossibile a pensarsi, potremmo perfino distinguere il diverso comportamento di ogni singola formica (di una stessa specie) nel suo nido d’appartenenza. Ed è tutto dire parlando dei formicai. Tornando agli individui umani, questi sono un necessario misto di bene e male, di generosità ed egoismo, di apertura ad alcune amicizie sincere e alla chiusura verso chi si avverte ostile e pericoloso. C’è chi ha l’ambizione d’essere ritenuto un eroe e chi non ce la fa ad esserlo e si comporta da vigliacco. Si desidera essere miti e non aspirare alla supremazia, ma altri inseguono il contrario o sono costretti ad essere aggressivi anche nella semplice difesa del proprio ambito. E via dicendo, si potrebbe continuare ancora per un pezzo.

Il vero fatto è che la morte di ogni cosa sta appunto nella ben nota entropia, dove tutto è eguale, piatto, oscuro, indistinguibile. La vita esige il conflitto, l’affermazione di una propria individualità, di una specifica diversità. La vita deve sempre mangiare altra vita per vivere. Anche i poveri vegetariani, che si credono tanto generosi verso gli animali, devono comunque sopprimere la vita dei vegetali. Non viviamo di rocce e terra, di sabbia e polvere. Ciò che è vitale continuerà ad esserlo nutrendosi di altra vita. L’amore, l’amicizia, ecc. sono sentimenti decisivi proprio perché consentono di “stringersi a coorte” e di annientare il nemico, l’odiato. Così si sopravvive, sciocchi “umanitari” (molto spesso farabutti o autentici criminali). Se si ama, se si aspira a qualche cambiamento positivo della nostra vita, sia individuale che sociale, bisogna essere pronti ad affrontare e spesso sopprimere quelli che si trovavano meglio nelle vecchie situazioni e che per mantenerle sono pronti a perseguitarti ed eliminarti.

I dominanti nella società in cui viviamo – quella detta capitalistica troppo genericamente perché di capitalismi (se così vogliamo continuare a chiamarli) ce ne sono stati almeno due (inglese e statunitense) e altri ne stanno venendo (o sono già venuti?) – si attengono alla superficie, al palcoscenico, troppo spesso limitato al solo mercato, perché in questo tipo di mascheramento del conflitto (ridotto alla “virtuosa” concorrenza) perdura il loro potere e la supremazia di alcuni di loro su altri, che accettano la sudditanza appunto per “durare”. Marx andò sotto la “superficie”, “dietro le quinte”, per porre in piena luce i più decisivi processi (la “determinazione sociale”), che stabiliscono dominanti e dominati, che affermano la supremazia della parte sociale minoritaria su quella maggioritaria. Questo suo “approfondimento” non va buttato a mare, tornando alla “superficie” (per di più quella mercantile, proprio la più falsificatrice della realtà) e al semplice e banale (e spesso disgustosamente furfantesco) “umanitarismo”, alla ignobile farsa della “difesa dei più deboli”, “degli ultimi”. Gli “ultimi” abbiano il coraggio di diventare estremamente violenti, eliminando, proprio come mossa iniziale, gli “umanitari”; allora si accorgeranno subito di quanto saranno avvantaggiati nella lotta contro “i primi”. L’insegnamento di Marx, il suo sforzo di indagare la “regia” di quanto viene “recitato sul palcoscenico”, deve perciò essere recuperato o quanto meno tenuto presente nello sforzo di approfondire realmente la dinamica sociale “più profonda”.

Ed è qui dove, a mio avviso, ci si trova oggi in “ritardo”. Per quanto mi riguarda ho preso atto dei punti di debolezza del modello teorico marxiano, già mutato di coordinate rilevanti dai suoi immediati successori: sia un Kautsky e sia un Lenin, anche se in modi assai diversi. Ed è appunto su tale punto che sviluppo le per me non irrilevanti “dieci discussioni su Marx”. Qui mi limiterò ad un riassunto.

 

LA FINE DEL DISPOSITIVO LIBERISTA

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Vladimir Putin ha dichiarato al Financial Times che l’idea liberale ha esaurito il suo scopo. Questo è vero ma solo in parte. Non l’idea liberale e nemmeno le teorie liberal-liberiste sono completamente esaurite, piuttosto, come scrive Corrado Ocone, in un articolo su formiche.net, è “il dispositivo liberal-liberista”, derivante da queste, ad essere definitivamente degenerato, tanto da dover essere combattuto (attualmente attraverso una battaglia culturale più tardi anche in altra “maniera”) all’ultimo sangue. Dagli autori e dalle categorie liberali abbiamo ancora molto da imparare. Così come abbiamo ancora molto da apprendere dalla scienza marxiana, dalle sue acquisizioni e dai suoi errori previsionali. Tante volte si è sottolineato che solo attraverso lo studio di Marx è veramente possibile comprendere perché il comunismo non si è mai affacciato in nessun luogo, benché molte formazioni sociali si siano definite comuniste. Secondo la stessa lettera di Marx il comunismo è impossibile (perché le condizioni di “possibilità” che egli aveva immaginato non si sono concretate) ed oggi può esistere solo reazionariamente nella testa di alcuni rimasugli di sbandati, come utopia degradata a sciocco umanesimo antiscientifico. Perciò abbiamo sempre rintuzzato gli anatemi degli stolti che hanno collegato il pensatore di Treviri ai gulag o a stermini vari avvenuti in nome del suo apparato concettuale.
Ugualmente, respingiamo oggi l’idea che i teorici del liberalismo-liberismo siano responsabili per le derive globalistiche o mercatistiche che hanno devastato buona parte del pianeta. Studiare liberali e liberisti, da Croce a von Hayek, avrà sempre una certa utilità, sia perché è bene conoscere il nemico, sia perché il nemico ha sempre una diversa visione delle cose da offrire. Ora però, quel che davvero non si deve risparmiare in una lotta serrata, senza esclusione di colpi, è l’altra faccia del liberalismo, quella di una democrazia fasulla la quale occidentalizzandosi, cioè americanizzandosi, ha proiettato fattori patogeni di sudditanza nei contesti dipendenti dallo strapotere a stelle e strisce. Le nostre democrazie, come ho scritto altrove, sono affette da una falsa ideologia universalistica che rappresenta il concreto interesse, non di tutti, ma di una nazione o area egemone in particolare. La democrazia e la sua sorella libertà sono figurazioni “razionali e universalmente valide” di interessi specifici che si traducono in una maggior subordinazione di chi si piega a detto sistema, soprattutto nella presente epoca di incipiente scoordinamento geopolitico. La democrazia è un cavallo di Troia che gli statunitensi hanno esportato ad ogni latitudine, con la persuasione o la guerra. Scrive La Grassa: “la democrazia è quel regime dei dominanti, nel quale il popolo (la stragrande maggioranza dei dominati) viene chiamato ogni tot anni ad eleggere i rappresentanti (nella sfera politica) di coloro che lo opprimono e sfruttano. Lo stesso Lenin considerava la Repubblica democratica “borghese” (poiché a quell’epoca esisteva ancora, per quanto fosse ormai arrivato al suo “ultimo stadio”, il capitalismo borghese) il migliore involucro formale della reale “dittatura” della borghesia: dittatura di classe con un significato diverso da quello in uso presso tutti quelli che sono soltanto studiosi, formalisti, di politologia e diritto, autentici ideologi dei dominanti, trattati quali specialisti, anzi “scienziati” (figuriamoci!)”.Considerato lo stato di sottomissione dagli Usa dei suoi satelliti europei e la longue durée democratica che da un pezzo plasma simili società non sarà assolutamente possibile divincolarsi dal dominio della potenza d’oltreatlantico attraverso i riti elettorali. Sono i suoi cerimoniali. Quest’ultimi riproducono massonerie parlamentari che non vanno mai contro gli Usa. A volte si travestono di sovranismo, come recentemente accaduto, ma esclusivamente perché questa è la nuova parola d’ordine del trumpismo, da intendersi quale mutamento strategico principiato in America dopo le difficoltà dell’ultimo quindicennio che hanno decretato la fine del monocentrismo a stelle e strice. E’ necessario, invece, un fattivo decisionismo da parte di autentiche élite nazionali, in grado di coinvolgere la popolazione con forme di partecipazione diversa dalle votazioni, al fine di rompere la gabbia d’acciaio dell’atlantismo. Piuttosto, in passato, sono state proprio le dittature ad aver trovato metodologie di trascinamento delle masse nell’arena politica, molto più attive e dinamiche della passiva liturgia delle urne, laddove occorreva liberarsi da condizionamenti esterni ormai troppo pesanti. Nel frangente in corso, con l’avvio del multipolarismo, si ripresentano necessità speculari. Quando è la libertà ad opprimere i popoli, i popoli hanno il dovere di opprimere la libertà.
Ancora più cogente, considerati i tempi, è il pensiero elaborato da La Grassa secondo cui la cosiddetta dittatura non è il risultato di una decomposizione della democrazia ma il risvolto di un differente decisionismo, nascente in contesti storici determinati, in cui recupero della potenza nazionale e rafforzamento complessivo del Paese, in un clima di multipolarismo e policentrismo, divengono fattori centrali. In alcune epoche è possibile “parlamentare” data la stabilità internazionale, in altre, si deve agire tempestivamente per anticipare le mosse “resistenziali” di un ordine in progressivo scollamento. In ogni caso, il popolo non governa mai e mai governerà perché la politica è soprattutto serie di mosse strategiche, dunque coperte, segrete, per assumere la preminenza. I liberali odierni, che ululano contro i totalitarismi sono antistorici, vittime di una cultura del piagnisteo ipocrita che nasconde i guasti propri con l’enfatizzazione di quelli altrui. La democrazia è altrettanto assassina, subdola, manipolante e intrigante di qualsiasi altro sistema statale. Allora sì, una dittatura (o altro metodo meno “dispersivo” di azione), che punta alla solidità dello Stato, è sicuramente preferibile ad una democrazia asservita ad interessi stranieri.
E’ quello che Putin vuole probabilmente segnalare con le sue parole.

TEMPO DI VITA E TEMPO D’AZIONE, di GLG

LA GRASSA

 1. Sembra intuitivo il fatto che la linea di scorrimento temporale avvenga sempre in un unico senso, sia irreversibile. Come si dice, la freccia del tempo sarebbe costantemente rivolta in avanti; gli avvenimenti si snoderebbero insomma dal passato verso il presente, dal presente verso il futuro, e mai in direzione contraria. “Non ci si bagna due volte nello stesso fiume”(attribuito ad Eraclito), cioè nella stessa acqua di quel dato fiume, poiché quest’acqua, proprio come il tempo, non può mai scorrere a ritroso, dalla foce alla sorgente.

 Quest’idea di irreversibilità è parte integrante di ogni visione umana comune, e comunemente accettata. E’ per noi del tutto naturale pensare così e credere appunto che tale scorrimento temporale appartenga all’ordine della natura. Si tratta invece di un portato socio-culturale. Altri animali non dovrebbero avere alcuna vera concezione del tempo, né quindi dell’irreversibilità dello stesso. L’idea dello scorrere del tempo – e della sua freccia unidirezionale, irreversibile – è stata infine legata nell’essere umano alla scansione d’esso in unità convenzionali che, in seguito a lenta e lunga evoluzione, hanno trovato infine sistematizzazione in anni, mesi, giorni, ore, ecc.

 Quando si è riusciti a suddividere il corso temporale, prima considerato un blocco unitario e del tutto indistinto, in tante unità convenzionali di “periodo”, in unità di una certa lunghezza, si èindubbiamente fissata in modo più netto l’irreversibilità degli accadimenti naturali e umani, biologici e sociali. Si è compreso, ad es., che quando ci si trova nuovamente in presenza di avvenimenti già verificatisi, non si tratta affatto di ritorno all’indietro del tempo, ma più semplicemente della ripetitività periodica – regolare o irregolare; dove regolarità e irregolarità sono ancora una volta concetti socio-culturali, legati all’unità di tempo convenzionalmente stabilita – di accadimenti che presentano fra loro molti aspetti somiglianti. Si tratta insomma di accadimenti simili, ma diversi; non fosse altro perché si verificano in tempi successivi, senza nessuna possibilità di andamento a ritroso.

 Quanto detto fin qui appartiene ormai alla coscienza comune dell’uomo civilizzato. Tuttavia, non è proprio così che intende iltempo Proust nella sua “Recherche”; egli si rifà al senso attribuitogli da Henri Bergson, ma se non ho capito male con alcune imprecisioni rispetto al concetto di tempo di quest’ultimo, anche se con risultati artistici evidentemente più che notevoli. Vi è una sostanziale differenza rispetto all’usuale modo di intendere l’irreversibilità temporale. Quest’ultima infatti, nella sua versione tradizionale e usuale, implica pur sempre la linea di scorrimento temporale ESTERNA al verificarsi degli eventi in successione  (passati, presenti e futuri). E’ come se il tempo (e lo spazio) fosse uno scatolone vuoto entro cui accadono gli eventi, disposti secondo un prima ed un poi, che sono considerati “oggettivi” nel senso che le scansioni temporali di questo “prima” e di questo “poi” sono calcolate secondo le unità di misura convenzionalmente – e quindi intersoggettivamente (socialmente) – stabilite. Nella concezione bergsoniana (ripresa in qualche modo da Proust), di cui stiamo parlando, il tempo è pensato DENTROgli avvenimenti che si susseguono, ne è parte costitutiva essenziale, li conforma in modo specifico e attribuisce loro una dinamica e una direzionalità che sono peculiari di ognuno d’essi. Tutto questo ha precise conseguenze.

 Ogni avvenimento ha intanto una sua DURATA caratteristica e non suddivisibile secondo le scansioni temporali convenzionali. Se in un secondo viene compiuto un passo lungo 1 m., solo astrattamente quel metro e quel secondo possono essere suddivisi (ad es., in dm. e in decimi di secondo o in cm. e in centesimi di secondo, e così via). L’accadimento “passo” (quel DETERMINATO passo) ha un tempo REALE ed uno spazio REALE, che solo convenzionalmente sono indicati come 1 sec. ed 1 m.; ma si tratta in realtà di un evento che ha una sua unicità e singolarità, non è affatto suddivisibile senza che se ne perda l’intimo ed essenziale carattere e significato. E’ in tal senso, ad es., che viene risolto il ben noto paradosso di Achille e latartaruga. Che cosa sostiene quest’ultimo? Mettiamo che la tartaruga sia un metro avanti ad Achille. Quando il “piè veloce” ha percorso il metro, essa è avanzata, mettiamo, di 10 cm. Quando Achille ha percorso pure questi 10 cm., la lenta bestia ha comunque pur essa compiuto un piccolo balzo di 1 cm. E così via all’infinito. Achille sarebbe via via sempre più vicino alla tartaruga, ma mai la raggiungerebbe. No, nient’affatto, per il semplice motivo che se il passo di Achille è di 1 metro per secondo, come nell’esempio appena fatto, questa è la sua specificacaratteristica individuale; mentre la tartaruga ha un passo, sempre come esempio, di un decimetro per secondo. Quindi Achille, quando ha compiuto due passi (in due secondi), ha percorso inevitabilmente ben due metri, mentre la bestiola ha fatto nello stesso tempo un avanzamento di soli due decimetri, quindi si trova ormai 80 cm dietro ad Achille.

Tempi e spazi sono dunque eminentemente individuali, non sono suddivisibili astrattamente come nell’esplicazione del “paradosso” secondo cui Achille non raggiungerebbe mai la tartaruga.  Il tempo astratto (“oggettivo”) può sempre essere ricordato facilmente con l’uso del calendario, dell’orologio, ecc.; è facile, e definitorio, ricordarsi che il 1-12-2017 viene prima del 4-7-2018, che le ore 10 di un certo giorno vengono prima delle 18 dello stesso giorno, ecc. Così pure, se in certe date abbiamo segnato (e descritto più o meno esaurientemente) determinati avvenimenti, possiamo ricordarci facilmente d’essi nella loro astratta, ESTRINSECA, connessione con QUEL tempo; gli avvenimenti in questione vengono insomma ricordati nell’ESTERIORE descrizione fatta da noi o da altri che ce li hanno tramandati.

 Assai diverso è il carattere dell’avvenimento con cui siamo entrati in collegamento in dati momenti della nostra vita e che la nostra memoria lega a sé ritenendolo nella sua durata REALE e SPECIFICA. Innanzitutto, è evidente che l’avvenimento è qui “soggettivo”, perché afferrato dalla coscienza di singoli individui (non esiste una coscienza universale di un superindividuo: la società tutta, ad es.; perché la società non è un “individuo”, non è dotata di coscienza propria se non per similitudine compiuta da noi individui umani). Inoltre, la temporalità è un periodo di durata REALE, tipico di quel certo evento singolo, che viene trattenuto dalla memoria e non registrato come, ad es., il suono su un nastro registratore. Non è possibile, a propria discrezione, posizionarecon assoluta precisione il “disco” della memoria su quel dato accadimento (in quel dato tempo, cioè in quel dato spazio del “nastro registratore”) per riprodurlo a semplice decisione. Per essere più precisi, è possibile ricordare volontariamente brani, spezzoni, della nostra vita passata, avulsi dal contesto in cui si sono verificati. La nostra memoria COSCIENTE, quindi, può ricordare questi avvenimenti nella loro astrattezza – astrazione dal contesto specifico, di cui fa parte anche la loro durata temporaleREALE, la durata che assegna loro quella particolare coloritura e significazione – esattamente nello stesso senso in cui ognuno di noi può annotare nel diario, ad una data particolare (stabilita secondo le solite convenzioni di anno, mese, giorno, ecc.), un certo “fatto” della propria vita.

 Ben diverso è il comportamento della nostra memoria INCONSCIA. Essa non registra singoli avvenimenti, non fissa date convenzionali; invece raccoglie e lega “in fascio”, per una particolare durata REALE, una costellazione di avvenimenti, che da quella durata – e perciò dal loro reciproco intrecciarsi in quest’ultima – ricevono la loro coloritura, il loro significato spirituale, cioè più profondo, più essenziale, non meramente descrivibile mediante registrazione discorsiva o scritta. Si pensi, per esempio, alle difficoltà di Proust, alla lunghissima e laboriosa ricerca fatta per trovare il linguaggio più appropriato a descrivere ciò che, in linea di principio, non dovrebbe essere passibile di descrizione linguistica; proprio perché la lingua è <<discreta>>, mentre la coloritura e il significato essenziale del fascio di eventi,strettamente uniti da una durata temporale REALE, dovrebbero essere colti nella <<continuità>> del contesto relativo a tale durata.

 In definitiva, una durata REALE, non marcata secondo unità convenzionali di misura temporale, è la fusione unitaria di avvenimenti da essa penetrati, pervasi; pregni d’essa insomma. Avvenimenti di cui quest’ultima è parte costitutiva integrante. L’accadimento, in quanto concrezione di una certa durata (del tipo appena indicato), non soltanto, dunque, la porta in se stesso, è ad essa consustanziale, ma si integra strettamente con ogni altro evento che si sostanzia della (e nella) stessa durata, che porta entro di sé quella stessa particolare (e individuale) durata. Proprio per questo Bergson credé di aver capito la “relatività” einsteiniana in cui tempo e spazio non sono fra loro separati e in mera interrelazione estrinseca, bensì invece strettamente connessi. Einstein lo smentì e disse che Bergson non aveva gran che capito la sua teoria; e credo avesse ragione, ma neppure lui afferrò quanto il filosofo voleva intendere con la profonda unione, di fattouna sintesi, di spazio e temporalità, che in detto intreccio unitariohanno quindi significati particolari e strettamente individuali, legati alla coscienza dei singoli esseri umani che rammemorano.In ciò certamente la teoria einsteiniana non c’entra per nullaperché c’è solo unione di tempo e spazio, mentre Bergson vi aggiunge un’altra cosa ancora, di carattere in fondo “spirituale”: la coscienza del singolo essere umano in cui si ripresentano i diversi eventi spazio-temporali da lui – PROPRIO da lui e SOLO da lui – vissuti.

2. Quando la memoria INCONSCIA – quella che non registra brani di vita staccati da un contesto, soltanto situati in unità di tempo convenzionalmente stabilite – viene stimolata da qualche accadimento anche banalissimo, che si ripete nel tempo sia pure casualmente, erraticamente (ad es. la famosa mattonella su cui poggia il piede il protagonista de “La Recherche”), è tutta una durata REALE, cioè un intero fascio di eventi, un effettivo pezzo della propria vita (con il suo più profondo, essenziale, significato) che irrompe nel presente, si mescola al presente, si integra infine nel presente.

 Da qui nasce l’emozione della parte finale del celebre romanzo di Proust. Una volta accaduto il primo erompere della memoria INCONSCIA, altri momenti dello stesso genere si susseguono e, ad un certo punto, è come se l’intera vita del protagonista (intera non certo nel senso di tutti, esaustivamente, gli avvenimenti che in questa vita si sono susseguiti, il che sarebbe assurdo) si disponesse nel presente, davanti ai suoi occhi attoniti, su un piano di “unità di tempo” tra passato e presente. In questa simbiosi sincronica dell’intera vita, di passato e presente, non è più possibile l’irruzione del futuro (sotto forma di previsioni, evidentemente); non è perciò nemmeno pensabile la morte, la stessa decadenza fisica. Il protagonista ha allora un sussulto, un momento di vera gioia, come di recupero al presente di tutto ciò che era stato, anzi perfino di ciò che avrebbe potuto essere; un recupero, cioè, della possibilità stessa che le cose fossero andate diversamente da come in realtà erano andate.

C’è, insomma, una sorta di pacificazione al presente di tutto il corso della vita, di tutti i suoi affanni; ogni accadimento, anche passato, pare avere al presente il suo più corretto significato. L’intera vita si manifesta all’individuo pensante quale coordinamento necessitato di tutti gli eventi realmente accaduti che – belli o brutti che siano apparsi in passato – vengono nell’oggi ad inverarsi nel loro armonico, perché sincronico, significato interrelazionale complessivo. Siamo qui tuttavia in presenza solo del primo movimento della coscienza (individuale, soggettiva), quando irrompe in essa il passato per l’azione casuale della memoria INCONSCIA.

 Questa prima sistemazione sincronica non può permanere; la visione (di persone e cose) nel presente provoca una nuova distanziazione del passato rimemorato. L’irreversibilità del trascorrere temporale ritorna in primo piano nella presa d’atto della decadenza e corrompimento di uomini e cose. Riconsiderare la vecchiaia delle persone ammirate quando erano giovani (e quando era giovane pure l’“osservatore”), induce una nuova dislocazione diacronica degli avvenimenti per l’innanzi fusi in armonica sincronia. Ancora una volta, non si tratta però semplicemente (e superficialmente) di un diverso posizionamento nel tempo e nello spazio, poiché viene in primo piano il senso profondo del passare del tempo e dello spostamento nello spazio come presenza ormai assillante della vecchiaia e decadimento, che indirizzano verso la fine definitiva (e di tempo e di spazio)dell’individuo.  

In effetti, gli eventi si ri-posizionano in un prima e in un poi; e il futuro riprende allora il suo posto accanto alla successione degli accadimenti passati e presenti. La rimemorazione improvvisa del passato, proprio nella sua sincronica correlazione al presente, serve infine a misurare la distanza e la differenziazione degli eventi fra loro, il loro trascorrere e trasmutare, il loro provenire da un passato e attraversare il presente verso un futuro, di cui non si possono certo prevedere i singoli e specifici accadimenti, ma senza dubbio invece il corrompimento finale, la decadenza decisiva: la morte (pur sempre INDIVIDUALE). Ne “La Recherche”, il “tempo ritrovato” mi sembra proprio questo. Sembrava esserci sincronia, intersecazione tra passato (ricordato improvvisamente dalla memoria INCONSCIA) e presente (le sensazioni della madeleine e del the, gusto e profumo ecc.); invece si RITROVA IL TEMPO nella DIACRONIA dei suoi diversi periodi, ma non secondo le ore, i giorni, ecc. della misurazione temporale “astratta” dalla realtà della vita effettivamente vissuta.

 Secondo me, questo avviene più o meno sempre. Il primo impeto di gioia all’irrompere improvviso e brusco del passato, il senso di stordimento provocato dalla sorpresa del suo presentarsi come era realmente ALLORA, sfuma in genere abbastanza presto e sopraggiunge una ben diversa acquisizione: la ruota del tempo corre inesorabilmente in avanti, la durata REALE (non quella astratta, delle ore, minuti, ecc.) direziona i fenomeni vitali verso la fine, ed esige perciò dall’individuo una scelta tempestiva per la sua esistenza. Logicamente, le scelte sono strettamente individuali; ciononostante, credo che ognuno debba direzionare i suoi sforzi nel posizionarsi in modo responsabile – e secondo le sue particolari attitudini, sfruttando l’intelligenza di cui è in possesso (grande o piccola, non importa) – per assolvere quei compiti alla portata delle sue capacità non nulle.

Questo mi sembra essere l’insegnamento più generale. Ognuno, al suo proprio livello, secondo le sue prerogative e possibilità, deve prendere atto dell’irreversibilità del tempo REALE, del tempo della propria vita; e deve agire di conseguenza senza sprecarlo in continui rinvii, in continue inazioni, comportandosi insomma come se gli accadimenti, che in futuro gli capiteranno, fossero soltanto un cristallo privo di movimento interno, sempre eguale a se stesso, mancante di quegli aspetti che lo differenzieranno rispetto al presente e al passato. Mentre invece la nostra vita reale è proprio caratterizzata non dal semplice trascorrere degli anni, mesi, giorni, ma dal succedersi di passato, presente e futuro in quanto durate REALI che sostanziano, articolano, direzionano, fasci di eventi pregni di significazioni singolari e irripetibili. Dobbiamo perciò VIVERLI REALMENTE, non per durate temporali del tipo di quellemarcate dagli orologi e dai calendari; e per vitalizzarli dobbiamo ricordare il passato nella sua stretta unione di tempo e spazio carichi del significato di cui il nostro pensiero e le nostre sensazioni (sentimenti) li hanno caricati e ormai forgiati,rendendoli così disponibili quale antecedente necessario delle nostre scelte e decisioni da prendere oggi e domani.

Potremmo considerare il tempo come uno scorrere continuo e uniforme, scandito appunto dalle lancette di un orologio o dal pulsare del nostro cuore (se batte regolarmente) o con modalità consimili. E potremmo muovere i nostri passi nello spazio con la mente e gli occhi (se abituati alla misurazione), che contano i tratti percorsi in un ambiente dei cui mutamenti continui (quasi impercettibili) non teniamo alcun conto per passività e disattenzione. Vivremmo come già cadaveri ma in movimento, come gli ormai ben noti zombi di certi bei film di fantascienza. Tuttavia, malgrado tutti gli sforzi di appiattimento totale della nostra vita, capiterà ad un certo punto di “pestare una mattonella”, non ben fissa e che ci procura un’oscillazione; e allora una folla di ricordi verrà improvvisamente a galla e da questi nascerà improvvisa la loro differenziazione (soprattutto emotiva) rispetto al momento presente e ne risulterà anche una prospettiva di quanto potrebbe seguire da lì a poco, obbligandoci a scelte fino ad allora impensate, sepolte nel torpore della nostra mente.

3. Tuttavia, l’emergere dal torpore appena ricordato non deve condurci soltanto, in modo impulsivo e troppo immediato, ad un nuovo interesse alla vita pulsante e all’attività che risorge dalle sue ceneri. La mente umana deve rimettere in moto il pensieroanche nella sua parte razionale, talvolta facendo perfino tacere (o almeno cercando di farlo) le sensazioni, diciamo pure i “sentimenti”. Ci si deve atteggiare per quanto possibile alla massima “freddezza e lucidità” nel tentativo di spiegare chi siamo e che cosa stiamo facendo. Quanto abbiamo detto circa l’emergere della “memoria inconscia”, che ci fa penetrare in momenti dati della nostra vita, è rilevante per molti aspetti; se però ci si limita a ciò, rischiamo di chiuderci nella nostra mera individualità. Aprirsi “al mondo” non è soltanto afferrare quanto questo solleciti la nostra personalità nei suoi lati più sensibili, ma deve anche spingerci all’“uscita” dai noi stessi, da quanto agita e smuove le nostre “fibre” più interiori, per tentare di capire come ci collochiamo all’interno di una data rete di rapporti con gli altri componenti la società in cui siamo inseriti, rete in evoluzione che comporta la trasformazione della stessa con momenti (fasi storiche) di autentico rivoluzionamento.

Dobbiamo quindi compiere “astrazione” da noi stessi in quanto individualità, sempre del tutto specifiche, per cogliere gli aspetti che ci accomunano agli altri. Nel periodo storico successivo all’esistenza di rapporti di dipendenza personale (schiavistici, di servitù feudale, ecc.), si sono seguite, fondamentalmente, due vie nell’effettuare tale “astrazione”. Il liberalismo ha creduto di poter immaginare un individuo pressoché isolato dagli altri nei suoi rapporti con il mondo in cui deve sopravvivere soddisfacendo i suoi bisogni DATI. Una volta pensato l’individuo secondo questa visuale, che dovrebbe assicurare la sua completa libertà di pensare e agire indipendentemente dagli altri, si può poi immaginare che i diversi singoli si mettano in contatto tra loro scambiandosi quantosembrano poter acquisire da soli, seguendo le proprie predisposizioni e desideri (i propri bisogni, come già detto).Secondo tale impostazione, anche lo Stato – che non può non essere preso in considerazione in quanto fondamentale per l’unità di ogni particolare popolazione – viene trattato quale soggetto che ha il compito di proteggere i cittadini, di emanare leggi per garantire appunto l’ordinato svolgimento degli scambi interindividuali, senza però troppo interferire in essi e su come vengono effettuati secondo le decisioni dei singoli tesi a massimizzare il vantaggio che ognuno d’essi ne trae.

C’è invece chi ha visto nell’associazione dei vari individui qualcosa che li condiziona nella loro stessa personalità; qualcosa quindi che si pone al di sopra dei singoli, che ne sono in varia misura creature. Gli individui sono quindi “socialmente determinati”; e questa determinazione è stata in particolare sostenuta dalla teoria fondata da Karl Marx, che ha cercato di approfondirne le differenti varianti nell’evoluzione storica delle diverse epoche. Si è anche cercato di analizzare le particolari caratterizzazioni di tale determinazione, riunendo così gli individui in gruppi a seconda delle funzioni svolte nell’ambito di una data società. Non si negano le specificità individuali, ma si ritengono “contenute” entro ambiti i cui confini sono appunto ben disegnati dalla rete dei rapporti sociali con i ruoli (le caselline) occupati dai vari singoli adibiti allo svolgimento delle suddette funzioni, in diversificazione crescente con lo sviluppo della società contrassegnato da epoche di trasformazione anche radicale (“rivoluzionaria”). In Marx dati gruppi sociali – considerati quelli decisivi e più dinamici, inerenti alle funzioni svolte nella sfera produttiva sono definiti “classi”. Su questo rinvio alle “10 discussioni su Marx”, che ho già prodotto recentemente.

Qui m’interessa porre in evidenza ben altro problema. Se l’individualità (con la sua evidente particolarità) è comunque delimitata dalla rete dei rapporti sociali e dalle funzioni ivi svolte, siamo obbligati a non restare alla semplice esistenza del TEMPOnella sua durata REALE, secondo quanto detto in precedenza. Si deve evitare di dimenticarla, di ritenerla una pura “soggettività” quasi sognata e di fatto realmente inesistente. No, ciò sarebbe sbagliato e fuorviante. Tuttavia, non ci possiamo arrestare lì. Siamo obbligati a pensare pure la nostra indubbia determinatezzasociale, condizionante e implicante ben precisi limiti per noi stessi come individui, pur se volessimo godere della più completa libertà di autodeterminazione nel compiere le nostre azioni nella società. Non c’è affatto questo preteso godimento, siamo imbrigliati – nel fluire del nostro vivere in associazione – da quest’ultima. Siamo individui in un “gruppo sociale”. Qualsiasi pretesa di liberarci dalla determinazione in oggetto ci conduce solo all’essere avulsi, anche espulsi, dalla società. Diventeremmo dei “folli”, dei brufoli fastidiosi per il complesso associato. Non a caso il pensiero liberale, che tanto ciancia della libertà dell’individuo, poi lo assegna allo scambio interattivo di tipo mercantile; e alla fine il “Mercato” diventa il vero fattore decisivo di ogni comportamento individuale, la ben nota “mano invisibile” ai cui giochi il singolo deve inchinarsi altrimenti viene espulso da questo “luogo meraviglioso”, diventa solo un “fallito”. Che bella libertà! Semplice ipocrisia che nasconde il gioco dei più potenti, di coloro che condizionano, in pochissimi, la vita dei moltissimi.        

E così pure lo Stato non appare allora più come un “soggetto” cui demandare – tramite la pura invenzione della democrazia quale “governo del popolo”, mai avutosi nei nostri paesi del mondo moderno dove pure non esistono più rapporti di dipendenza personale, i rapporti schiavistici o servili in senso proprio – la trattazione degli affari detti generali, quelli chedovrebbero riguardare indifferentemente, senza preferenze di sorta, tutta la popolazione di un determinato paese. Vi sono certamente questi affari generali e quindi vi sono anche apparati statali, centrali o decentrati (tipo i Comuni, ecc.), che se ne assumono i compiti. Vi sono però apparati ben più importanti dove si svolge una complessa lotta “interna”, che dipende in realtà dall’“esterno” dello Stato in senso proprio; una lotta che si svolge tra dati gruppi sociali, più o meno ben organizzati in determinate associazioni (molte tenute ben nascoste nella loro effettiva intima struttura e nel loro operare), che si combattono per il controllo della direzione da far assumere all’azione politica attribuita appunto allo Stato nella sua finta rappresentanza dell’interesse sociale generale, che è invece l’interesse dei gruppi in lotta fra loro; e anzi, più specificamente, dei vertici che dirigono tali gruppi di individui (di “cittadini” di ogni dato paese) unificandoli in specifici svolgimenti delle operazioni tese alle dichiarate (e per null’affatto tali) “collettive” finalità dell’intera popolazione della “nazione”.  

4. Qui giungiamo al cuore del problema. Per quanto dotati di ragione, non possiamo esimerci dal conflitto. Siamo animali e, come già rilevato in altri scritti, lottiamo sempre per la supremazia. L’unica differenza che ci attribuisce la ragione (differenza essenziale, decisiva) è che siamo capaci di strategie alternative e complesse per conseguire lo scopo perseguito e inoltre, elemento rilevantissimo, ci diamo da fare per convincere il maggior numero dei partecipanti allo scontro che ci si batte (ogni gruppo in lotta lo dichiara in continuazione) per l’interesse supremo dell’intera collettività (magari addirittura dell’umanità tutta). Assente la Ragione (nel nostro senso specifico), gli altri animali sono assai più “sinceri” nell’esplicitare le loro intenzioni. Si mangiano l’un l’altro e pensano alla propria specie o gruppo di appartenenza. Per noi uomini ciò è impossibile; chi si comportasse così, verrebbe ritenuto un selvaggio, un primitivo, pericolosissimo per l’umanità, che deve invece vivere costantemente di ipocrisia, di umanità che nasconde l’egoismo e l’interesse proprio di differenti gruppi in tenzone.

Ci sono certo gli “alti fini”, ci sono gruppi che perseguono“scopi elevati” e ci sono a capo di questi gruppi, talvolta, “grandi personaggi”, che la Storia onora. Spesso hanno – perché non possono non avere a causa delle particolari condizioni conflittuali esistenti – le mani grondanti di sangue; altre volte possono fare i pacifisti e gli “amanti” dell’essere umano in generale. Gandhi non era un “buono” e “pacifista”, l’esatto contrario di un Gengis Khan. Ha potuto agire nel pieno del rovinoso declino dell’imperialismo e colonialismo inglese, ha potuto approfittare infine della sconfitta che, nonostante le apparenze, quel paese lungamente predominante (in specie per gran parte dell’800) ha subito nella seconda guerra mondiale (gli unici vincitori furono USA e URSS).Se avesse avuto di fronte l’Inghilterra di metà secolo XIX, sarebbe stato spazzato via o avrebbe dovuto lottare con mezzi decisamente “energici”. Basta retorica; la realtà va affermata senza le buffonate del falso (ipocrita o imbelle) umanitarismo.

Chiarito con la massima onestà che per vincere un conflitto sono necessari anche l’inganno, la menzogna, il raggiro, ecc., nessuno vuol negare la compresenza di vasti movimenti ideologici (spesso religiosi), di cui non va affatto negata la positività e una certa qual nobiltà. E chi li dirige non è privo di ideali veri che persegue anche a costo della propria vita. Tuttavia, con l’andare del tempo, quella corrente spesso intensa e fortemente sentita – per la quale appunto si può dare la propria vita – mostra i suoi lati d’ombra, appassisce e muta carattere, diventa spesso un ostacolo al “nuovo che avanza”. E allora avanzano altre passioni ma ancheulteriori inganni per renderle vincenti. L’importante sarebbe eliminare dal nostro modo di pensare il manicheismo. Notiamo molto spesso che quando una delle due forze in acuto conflitto vince e magari addirittura sopprime l’altra accanendosi contro le sue idee essa onora i propri più o meno reali “eroi” e “martiri”, mentre i perdenti vengono considerati poco meno che “mostri”, temporanee deviazioni dalla “retta via” dell’umanità. Menzogne che dovrebbero essere bandite nell’analisi dei processi storici.

Gli orrori, i massacri, le azioni anche aberranti commesse pur di vincere un conflitto sono equamente divisi tra chi vince e chi perde. Questo è valido per ogni singolo individuo quanto per i piccoli o invece grandi gruppi di uomini in lotta fra loro. E questa si scatena sia per sordidi interessi (di quei dati individui o gruppi in conflitto) sia anche per effettive speranze di elevazione della“spiritualità” dell’essere umano o almeno per il supposto miglioramento delle condizioni di vita della società. Non ci sono i buoni e i cattivi, non ci sono eroi o malefici seguaci del peggio. C’è sempre un impasto di questo e di quello. Tuttavia, è logico che alla fine qualcuno vince ed è vero che, a seconda di chi vince, possiamo attraversare periodi che poi, in una più lontana prospettiva storica (in genere deve passare un bel po’ di tempo per emettere un giudizio minimamente “oggettivo”), vengono giudicati “bui” o invece di miglioramento del sistema di relazioni in quell’epoca storica di quella data società. Ed è anche abbastanza ovvio che, quando siamo nel pieno del conflitto o comunque ancora ben vicini al momento storico in cui questo si è concluso, tendiamo a dare un giudizio più negativo di coloro che sono in contrasto con la “nostra parte”, e invece più positivo per chi si batte assieme a noi. Tuttavia, è certo cosa positiva che, nello scontro, si compia una scelta; mentre mi sembrano sommamente negativi coloro che non scelgono, che si tirano fuori, che si vantano perfino del loro atteggiamento “neutrale” mentre poi a giochi fatti si mettono, quasi sempre e da veri opportunisti, dalla parte di chi vince.

Adesso però ci stiamo introducendo in un discorso diverso da quello da cui eravamo partiti e che voleva in qualche modo indicare in quale modo ci atteggiamo rispetto al Tempo della nostra vita. Lo consideriamo in un modo quando ci “stringiamo innoi” e sentiamo a fondo quanto in questa vita si è svolto e ci ha procurato gioia o dolore, momenti di felicità o di sofferenza; e in tal caso, è normale che più eventi possano fondersi e poi magari nuovamente dipanarsi secondo svolgimenti temporali, che non sono quelli scanditi secondo le convenzionali unità di misura. In altri casi, avvertiamo la nostra “determinazione sociale”, la nostra individualità tende a sfumare e ci collochiamo dentro dimensioni temporali appunto più convenzionali. Anche in tal caso, tuttavia,andiamo incontro a temporalità che non sono proprio dello stesso senso e misura. Più frequentemente siamo calati dentro un “tranquillo” scorrere del vivere quotidiano; gli “altri” ci appaiono nella loro dimensione individuale, ma influenzano egualmente in mille modi la nostra vita. Poi vi è il momento della scelta d’appartenere ad un più vasto movimento in contrasto con altri, per cui avvertiamo bene il condizionamento collettivo; e anche se decidiamo la “neutralità” nei confronti delle parti in lotta, siamopur sempre influenzati dalla loro presenza e attività. Inoltre, in dati momenti storici, queste parti entrano in un più acuto, anche violentissimo, scontro; e qui il condizionamento tende perfino ad annullare la possibilità d’essere ancora individui. I cosiddetti “eroi” o “martiri” vengono cantati come singoli, ma invece questaloro “individualità” è pura proiezione del collettivo sociale rottosi in frazioni fra cui si svolge una non più mediabile lotta senza quartiere.

Ripeto: questo apre a nuovi discorsi, per cui qui chiudo intanto il presente scritto.          

 

Gnosi di Marx?

Karl-Marx

 

Scrive Giampietro Berti, già professore ordinario di Storia contemporanea presso l’Università di Padova, nell’articolo che trovate nel link “Si sa: il marxismo è una pseudoscienza, precisamente è una gnosi travestita da scienza, che mantiene intatta la forza evocativa del profetismo”. In realtà non si sa, anzi non è affatto vero. Piuttosto, è chi dice di saperlo ad avere le idee molto confuse. Poiché con La Grassa ed il compianto Tozzato abbiamo scritto un libro sul pensiero scientifico di Marx (e sulle ipotesi scientifiche marxiane non verificatesi o falsificate, fate voi), “L’illusione perduta” (Novaeuropa), dunque vi rimando a quello per approfondimenti. Qui però evidenziamo brevemente qualcosa.
La critica di Berti va totalmente fuori bersaglio ed è anzi fuori luogo. Di profetico in Marx non c’è assolutamente niente , tanto che lui stesso affermava di non avere ricette per le osterie del futuro. L’ipotesi scientifico-predittiva di Marx (che non si è concretata, come può capitare a qualsiasi elucubrazione scientifica) è semplicissima. Egli riteneva che nel processo produttivo fosse in corso di formazione una nuova classe sociale (che non è quella operaia) ma una fusione tra alti livelli gestionali e bassi livelli manuali. Lui la chiama la classe del General Intellect (dal primo ingegnere all’ultimo manovale, scritto pari pari nel III libro del Capitale). Questa classe sociale (di nuovo tipo) si sarebbe scontrata con una classe proprietaria (di rentier) ormai disinteressata alla produzione ed impegnata esclusivamente nei giochi di borsa (vedeva nascere le prime s.p.a. ed era convinto che queste confermassero la tendenza dalla concentrazione alla centralizzazione dei capitali, in mano a pochi speculatori). Lo Stato accentratore della proprietà pubblica in nome del proletariato non c’entra con Marx che, tutt’al più, ne vaticina la fine (o la distruzione con “spallata” rivoluzionaria) in quanto esso è per lui soprattutto accentramento dei mezzi di coercizione, non della proprietà. “Il potere statale centralizzato, con i suoi organi dappertutto presenti: esercito permanente, polizia, burocrazia, clero e magistratura – organi prodotti secondo il piano di divisione del lavoro sistematica e gerarchica…”. Per gestire i beni collettivi basta un’amministrazione di altro tipo (poiché non sarebbero più esistite le classi e la loro lotta), non uno Stato che è egemonia corazzata di coercizione. Inoltre, c’è un altro aspetto della teoria di Marx che non è stato del tutto invalidato, quello che La Grassa chiama il suo “I disvelamento” (che però non è più sufficiente a comprendere l’attuale formazione dei funzionari privati del capitale di matrice americana) benché sappiamo benissimo che destino di ogni teoria scientifica, come diceva Weber, sia quello di essere superata. Marx ha spiegato che l’eguaglianza formale dei soggetti, scambiantisi le merci (compreso la forza lavorativa) sul mercato, al loro valore, avviene in assenza di vincoli personali. Questa parità di diritti degli attori economici sul mercato maschera però la disuguaglianza effettiva nel processo produttivo che discende dai differenziali di proprietà e, dunque, di potere tra chi detiene i mezzi produttivi e chi no. Chi non ha i mezzi vende liberamente la sua forza lavoro ma una volta inserito nella produzione produce più di quanto gli viene effettivamente pagato (è il plusvalore). Lo scambio delle merci quali equivalenti (in media) nasconde la fondamentale (sottostante) produzione, e appropriazione capitalistica, del plusvalore che è pluslavoro; ancor più decisiva è però la riproduzione del rapporto durante lo svolgimento del processo produttivo, da cui escono il capitalista, arricchito dal profitto (plusvalore), e l’operaio in quanto semplice possessore della sua forza lavoro pronta per essere rivenduta, dando così inizio ad un nuovo ciclo dello stesso processo. Tutto qui, si fa per dire.
Ribadisco, egli ha sbagliato la sua previsione sull’avvento della società comunistica come parto ormai maturo (quindi da concretarsi in pochi decenni, non secoli) nelle viscere stesse del capitalismo. Bisogna prendere atto che dalla prospettiva di Marx il comunismo è impossibile. Non si è realizzato e non si realizzerà. Tuttavia, egli non immaginava la società comunistica come un sogno ma la vedeva già in fieri nello sviluppo delle contraddizioni capitalistiche. Chi oggi continua a sperare nel comunismo è un fesso ma Marx non può essere ritenuto responsabile delle utopie altrui.

 

PASSI DI MARX TRATTI DAL CAP. XXVII DEL III LIBRO DE IL “CAPITALE”

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(La funzione del credito)

Si tratta di appunti di Marx, poi sistemati da Engels; come tutto ciò che è stato pubblicato sotto il titolo di II e III libro della sua massima opera. Solo il I libro di quest’ultima è stato in realtà elaborato, rifinito e pubblicato da Marx nel 1867. Riporto appunto dal terzo libro alcune rilevanti considerazioni contenute nel cap. XXVII sulla funzione del credito. E cito espressamente il punto in cui si nota la concezione fondamentale marxiana, poi dimenticata di fatto da tutti i marxisti successivi: quella relativa al formarsi della classe costituita dall’insieme dei produttori nelle loro funzioni sia direttive che esecutive, tutti divenuti venditori di merce forza lavoro (salariata) ai proprietari dei mezzi di produzione. Le notazioni messe tra parentesi quadra sono mie interpolazioni.

<<Le osservazioni generali, che abbiamo avuto occasione di fare finora trattando del credito, sono le seguenti:

I. Formazione necessaria del credito, ecc……[questo non c’interessa]

II. Riduzione dei costi di circolazione, ecc….[idem come sopra]

III. Formazione di società per azioni. Donde:

 

  1. Un ampliamento enorme della scala della produzione e delle imprese, ecc…….

  2. Il capitale, che si fonda per se stesso su un modo di produzione sociale, ecc…..

[ed ecco arrivare quello che qui ci interessa in modo specifico]:  

3. Trasformazione del capitalista realmente operante in semplice dirigente, amministratore di capitale altrui, e dei proprietari di capitale in puri e semplici proprietari, puri e semplici capitalisti monetari. Anche quando i dividendi che essi ricevono comprendono l’interesse e il guadagno d’imprenditore, ossia il profitto totale (poiché lo stipendio del dirigente è o dovrebbe essere semplice salario di un certo tipo di lavoro qualificato, il cui prezzo sul mercato è regolato come quello di qualsiasi altro lavoro), questo profitto totale è intascato unicamente a titolo d’interesse, ossia un semplice indennizzo della proprietà del capitale, proprietà che ora è, nel reale processo di riproduzione, così separata dalla funzione del capitale come, nella persona del dirigente, questa funzione è separata dalla proprietà del capitale. In queste condizioni il profitto (e non più soltanto quella parte del profitto, l’interesse, che trae la sua giustificazione dal profitto di chi prende a prestito) si presenta come semplice appropriazione di plusvalore altrui, risultante dalla trasformazione dei mezzi di produzione in capitale, ossia dalla loro estraniazione rispetto ai produttori effettivi, dal loro contrapporsi come proprietà altrui a tutti gli individui REALMENTE ATTIVI NELLA PRODUZIONE, DAL DIRIGENTE ALL’ULTIMO GIORNALIERO [maiuscolo mio]. Nelle società per azioni la funzione è separata dalla proprietà del capitale e per conseguenzaanche il lavoro è completamente separato dalla proprietà dei mezzi di produzione e dal plusvalore. Questo risultato del massimo sviluppo della produzione capitalistica è un momento necessario di transizione per la ritrasformazione del capitale in proprietà dei produttori, non più però come proprietà privata di singoli produttori [come erano gli artigiani precapitalistici; nota mia], ma come proprietà di essi in quanto associati, come proprietà sociale immediata. E inoltre è momento di transizione per la trasformazione di tutte le funzioni, che nel processo di riproduzione sono ancora connesse con la proprietà del capitale, in semplici funzioni dei produttori associati, in funzioni sociali.

…………………………[qui vi è un pezzo che si può tralasciare]

Questo significa la soppressione del modo di produzione capitalistico nell’ambito dello stesso modo di produzione capitalistico, quindi è una contraddizione che si distrugge da se stessa, che prima facie si presenta come semplice momento di transizione verso una nuova forma di produzione. Essa si presenta poi come tale anche all’apparenza. In certe sfere stabilisce il monopolio e richiede quindi l’intervento dello Stato. Ricostituisce una nuova aristocrazia finanziaria, una nuova categoria di parassiti nella forma di escogitatori di progetti, di fondatori e di direttori che sono tali semplicemente di nome; tutto un sistema di frodi e di imbrogli che ha per oggetto la fondazione di società, l’emissione e il commercio di azioni [non vi fischiano le orecchie?]. E’ produzione privata senza il controllo della proprietà privata. >>>.

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Discorso che mi sembra estremamente chiaro e non bisognoso di molti commenti per quel che significa. Certamente Marx scrive (appunti poi sistemati da Engels) un secolo e mezzo fa. E mi sembra presentare alcuni momenti di modernità. Tuttavia, ha in testa il capitalismo <<borghese>>, nato da quello mercantile e che presenta varie commistioni con elementi delle tradizioni, cultura, mentalità, della società precedente, in mano alla nobiltà. Ad un certo punto, almeno nella traduzione, salta fuori il nome di imprenditore, ma Marx non ha nozione dell’impresa come si andrà configurando già a partire dagli ultimi decenni del XIX secolo, e che vedrà soprattutto il fiorire novecentesco del capitalismo statunitense, quello definito assai più tardi (1941) da Burnham capitalismo manageriale. Si tratta di quel capitalismo che per il momento ho definito, dopo un paio di decenni di studio, <<formazione sociale degli strateghi (funzionari) del capitale>>.

In Marx il fulcro dell’impresa è in realtà l’opificio industriale, sede del processo lavorativo in quanto processo di trasformazione di materia prima in prodotto finito: di consumo (individuale) oppure di investimento come ad es. le macchine e il complesso strumentale da impiegare in ulteriori processi trasformativi. Egli prende dunque in considerazione soltanto il dirigente di fabbrica, quello che poi verrà indicato dal marxismo successivo, ivi compreso Lenin, quale “specialista borghese”. Marx, insomma, attribuisce chiaramente al dirigente in oggetto, nella prima fase del capitalismo, la proprietà dei mezzi di produzione (lo farà anche nelle Glosse a Wagner, l’ultimo lavoro economicodi Marx; si trovano in un quaderno di estratti degli anni 1881-82). Questi diventerebbe invece poi, in specie con la formazione della società per azioni, un lavoratore salariato a tutti gli effetti, separato da detta proprietà (dal capitale); e a tutti gli effetti verrebbe a far parte dei “produttori associati”, cui spetterebbe ormai l’esecuzione dell’intero processo produttivo mentre il capitalista sarebbe divenuto mero proprietario (azionista) e percettore di interesse (il dividendo azionario). Questa appunto l’interpretazione marxiana del processo evolutivo capitalistico, che risulta in tutta evidenza dal lungo brano citato.

“Qui casca il palco”. E qui è iniziata tutta la mia opera di revisione per eliminare quella centralità della proprietà, ormai superata. Si tratta di quella privata, quella di cui parla Marx. Non cambia proprio un gran che con quella statale. Questa potrebbe perfino essere ancora peggiore se dàvita ad un ceto di “burocrati” pressoché incapaci e soltanto succubi di un potere politico miope; assai diversa l’attitudine produttiva attribuita da Marx all’insieme dei produttori associati, “dalprimo dirigente all’ultimo giornaliero”. Egli però scriveva nel 1860 e anni successivi; non è certolui il responsabile della perdita di efficacia interpretativa del marxismo, ma i suoi seguaciincancreniti per ben oltre un secolo a cianciare sul preteso “socialismo”, sulla formazione sociale di quelli che non sono mai diventati produttori associati “dal primo dirigente all’ultimo giornaliero”.Già Kautsky (e Lenin non lo critica su tale punto) aveva capito che non si andava per nulla costituendo il gruppo di questi fantasmatici produttori associati. Il gruppo dirigente dei processi produttivi, pur eventualmente privo della proprietà, era indicato come insieme di “specialisti borghesi”, pienamente assegnati alla classe dominante in piena convergenza con i proprietari assenteisti (rispetto alla direzione di detti processi produttivi).

I marxisti hanno allora insistito sulla rivoluzionarietà del “semplice giornaliero” (o poco più su), insomma dell’operaio di fabbrica, del Charlot di “Tempi moderni”. Veri fraintendimenti, che sono stati pure miei; tuttavia da più di vent’anni ho faticosamente iniziato una “marcia” almeno in buona parte diversa, di cui non parlo qui (ho scritto ormai migliaia pagine in proposito). Tuttavia, ci sono problemi lungo la nuova via che non ho certo risolto. Ho scritto negli ultimissimi anni alcuni libri sempre dibattendo tale problema onde affinarlo sempre più. Ultimamente ho anche consegnato ad un blocco di video su Marx (dieci di discussione e coerentizzazione del suo modello teorico; e tre di ridiscussione critica dello stesso) una a mio avviso buona sistemazione dell’intera questione.

Non pretendo però di aver risolto il problema. Non lo posso fare io, che appartengo alla vecchia epoca storica iniziata grosso modo con il marxiano “Manifesto del Partito comunista” (1848) e già in fase di trapasso (troppo lenta per la vita umana) da almeno due-tre decenni, fase oggi in accelerazione (ma ci vorrà ancora del tempo per trovarsi nel pieno della nuova epoca). Quelli come me (di orientamento marxista ovviamente) hanno il compito di mettere ordine nella vecchia teoria, di renderla massimamente coerente (al di là di ciò che ha “veramente” detto Marx) onde far rilevare sia le alterazioni ch’essa subì a partire già dalla sua morte sia l’errata previsione di dati eventi e la non realizzazione di altri. Al massimo si possono indicare alcune ipotesi di revisione e fuoriuscita (ma sempre da “quella porta”). A chi saprà vivere realmente la nuova epoca che avanza, senza inutili nostalgie e indebite “frenate”, spetterà il compito di arrivare a nuove ipotesi e magari anche a effettive sintesi in ben diverse teorizzazioni intorno alla società, alle sue strutture e dinamiche evolutive.

 

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