“Marx non era marxista” di G. Moretti

Karl-Marx

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Qualcosa di molto simile a ciò che riguarda il presunto “razzismo di Marx” (http://www.conflittiestrategie.it/marx-razzista-si-vergogni-chi-lo-ha-scritto), che in questo momento storico penso davvero si configuri nell’ambito del nascènte movimento BLM di otporiàni abbattitòri/imbrattatòri di statue, stavolta in chiave anti trumpiana ma in reminiscenza della furia iconoclasta che si abbatté in Europa alla caduta dell’URSS, si può dire a proposito del notorio “Marx non era marxista”, su cui Diego Fusaro incentrò il suo “Bentornato Marx! Rinascita di un pensiero rivoluzionario”.

Che Marx sia stato largamente frainteso e manipolato è chiaro a tutti, o comunque a molti. Certo non è marxista così come la stessa critica, molto spesso ma certamente non esclusivamente destrorsa, a Marx, vuole intendere. Per esempio, l’operaio marxiano (qui si intende il riferimento a Karl Marx) non è quello marxista (e qui s’intende il luogo comune sul personaggio e sulla sua dottrina economico-filosofica). Nell’ontologia marxiana operaio è il lavoratore salariato tanto quanto, anzi, lo è soprattutto, l’imprenditore che quell’opera, appunto, produce, anch’esso sfruttato dai modi di produzione capitalistica attraverso la doppia metamorfosi del ciclo produttivo che dal primordiale m-d-m tramuta in d-m-d e successivamente in d-d. In epoca preindustriale, il lemma “operaio” non aveva la semantica che la neolingua, marxista ma non solo, ci ha imposto tra i cassonetti delle catene di montaggio di Mirafiori. In Marx, la figura dell’operaio è la riduzione a livello ontico del “lavoratore collettivo”, a cui lo stesso Marx si riferisce esplicitamente per esempio nel celebre frammento accelerazionista, di concezione platonica e che dà forma alla materia grezza rendendola pienamente sensibile e ..suscettibile di valutazione economica. Dunque, la lotta di classe, in Marx, non è affatto da ridurre al dualismo imprenditore/lavoratore salariato di un “marxismo” popolare alla “Sciur padrun da li beli braghi bianchi” delle mondine vercellesi così come il monismo materialista marxiano ha poco a che vedere con quello hegeliano.

«Affermare che l’unità non è, non può essere l’unità dell’essenza semplice, originaria e universale, non significa dunque, come credono coloro che sognano il “monismo”, concetto ideologico estraneo al marxismo, sacrificare l’unità sull’altare del “pluralismo” – significa tutt’altro: che l’unità di cui parla il marxismo è l’unità della complessità stessa, che il modo di organizzazione e di articolazione della complessità costituisce precisamente la sua unità. Significa affermare che il tutto complesso possiede l’unità di una struttura articolata e dominante. È questa struttura che fonda in ultima istanza i rapporti di dominanza esistenti tra le contraddizioni e tra i loro aspetti, che Mao descrive come essenziali … se si considera il tutto complesso con l’unità semplice di una totalità; se si considera il tutto complesso come il semplice sviluppo di un’unica essenza o sostanza originaria, allora si cade, nel migliore dei casi, da Marx a Hegel, e nel peggiore dei casi a Haeckel!» Louis Althusser, Pour Marx, Paris, 1996.

Il monismo panteistico è la particolare cosmogonia che sviluppa l’idealismo assoluto e da cui però Marx si dissocia, preferendo riferirsi all’uomo vivo, anziché alla sua “astrazione concreta” di althusseriana memoria. Marx, dunque, non era, diciamo così, hegelianamente monista. Il marxismo da cui Marx si discosta tende dunque a confondere capitalismo e imprenditoria; pesca nella produzione del “filosofo” di Treviri e radicalizza il concetto di alienazione e plusvalore identificati nello sfruttamento dell’operaio inglese a danno del quale avviene la famosa accumulazione originaria, privandolo della proprietà dei mezzi di produzione e in questo identificando l’intera “sovrastruttura” della lotta di classe in cui contrappone, ribaltando Marx, salariati e imprenditori. Inoltre, e forse soprattutto, a differenza del rossobrunismo, Karl Marx ritiene che lo Stato, che in quanto anch’egli prussiano identificava nello stesso tipo di potere oligarchico a cui si contrapposero i bolscevichi, sia strumento funzionale della classe dominante la cui “estinzione” è il naturale processo storico (da cui al materialismo storico/dialettico di reminescenza hegeliana) cui è destinato. Questo differenzia sostanzialmente Marx da Lenin. Marx non è un rivoluzionario nel senso bolscevico del termine, ma insieme ad Engels, nel ’48, scrive il Manifesto del Partito Comunista ed è proprio in questo documento fondante dell’ideologia comunista, che descrive fin quasi nel dettaglio il concetto di nazionalizzazione del sistema industriale strategico, del sistema bancario ordinario e della banca centrale, che i bolscevichi (sono stati i soli a provarci) tentarono di realizzare senza riuscirvi pienamente.

La cosa più curiosa di tutte, oggi, è che oltre ai rossobruni anche i sovranisti identificano il punto centrale del loro manifesto politico nel celebre quinto punto del manifesto del ’48, che a proposito di fraintendimenti di Marx a detta di taluni fu scritto “sotto minaccia”. La “Lega dei Giusti”, nata a Parigi e organizzata come la carboneria francese, sorta, questa, sul modello della carboneria italiana del Buonarroti, il discendente di Michelangelo che organizzò la Congiura degli Eguali, che aveva lo scopo, come l’aveva Proudhon, di abolire la proprietà privata sostenendo, come Rousseau, che la terra non è proprietà di nessuno mentre i suoi frutti appartengono a tutti, era capeggiata da Engels e Marx. Dalla Lega dei Giusti ebbe origine la Lega dei Comunisti – che poi diventò la celebèrrima Internazionale Comunista – sorta con la fusione dei “Democratici Comunisti di Londra” e dei Fraternal Democrats, e che commissionò il “lavoro” ad Engels e Marx. Detto questo, il Marx che scrive il Manifesto del PC nel 1848 è sostanzialmente antipodico, rispetto a quello che solo quattro anni prima scriveva i Manoscritti Filosofici, ma la “rottura epistemologica”, se pur solo a detta di Althusser ma avvenuta proprio in quegli anni, giustifica questa stranezza ben più di un ritardo nella consegna dello scritto rispetto alla data pattuita, che produsse la “minaccia di provvedimenti” da parte della Lega.

A questo si aggiunga il fatto che quando Engels riporta la famosa frase “Tout ce que Je sais, c’est que je ne suis pas marxiste” lo fa a riguardo della posizione che l’Internazionale assume rispetto ai “marxismi nazionali”, in generale, e in particolare al movimento operaio francese di Malon, Geusde e Lafargue, da cui Marx prende nettamente le distanze definendolo come un “terrorismo del futuro che durerà fino a che l’inchiostro della stampa non avrà ghigliottinato anche l’ultimo oppressore borghese”. Quindi sì, è vero che Marx ed Engels non erano marxisti, di quel marxismo che anche Gianfranco la Grassa e Gianni Petrosillo criticano giustamente e ferocemente, ma lo erano invece totalmente e nonostante le “minacce”, anche queste da contestualizzare all’ambito storico in cui vengono pronunziate, quando scrissero il Manifesto del ’48. Lo stesso, del resto, è necessario dire dell’ancor più celebre frase secondo cui “la religione è l’oppio dei popoli”, che va ben oltre il semplice outing di una critica religiosa così facilmente utilizzabile, e utilizzata e strumentalizzata, sia dal “marxismo” che dalla sua controparte politico/dialettica, e si configura invece, sempre a proposito della “rottura epistemologica”, nella più ampia e ben più profonda critica filosofica al misticismo dialettico dell’idealismo assoluto hegeliano – fra resto iniziata da Feuerbach. la frase in questione infatti è sua – e della “coscienza infelice” con cui Hegel descrive la prima delle fasi del rapporto dialettico servo/padrone.

MARX RAZZISTA? SI VERGOGNI CHI LO HA SCRITTO!

Karl-Marx

 

Cercherò di mantenere la calma intellettuale anche se in questo momento vorrei agitare una clava poco intellettuale per fracassare ccc (crani di cazzo cattedratici) . Facciamo una piccola premessa. Il politicamente corretto, con il quale i progressisti vorrebbero mettere a tacere chiunque non la pensi come loro, è una vergogna inaudita che testimonia la decadenza della nostra civiltà. Tuttavia, i destri che si contrappongono ai radical chic non sono meglio di questi ultimi, anzi sono così rozzi e ignoranti che meritano uguale disprezzo e sdegno. Ci vorrebbe più saliva del necessario per benedire tutti questi sciocchi. Anche se insegnano nelle Università o scrivono libri di qualche “sembianza” culturale. Veniamo a noi. In tre puntate, su Il Giornale, a firma di Spartaco Pupo (Professore associato di storia delle dottrine politiche a Cosenza), sono apparsi tre articoli così intitolati:
1. Ecco il Marx colonialista e razzista
2. Quando il compagno Engels faceva il tifo per la razza ariana
3. La difesa della razza di F. Engels

Sono onestamente choccato dal contenuto delle insinuazioni ma, soprattutto, dalle falsità scritte da questo docente che andremo subito a smentire, “carte” alla mano.
Afferma questo Pupo che:

‘Marx credeva nelle differenze razziali, non solo per gli epiteti meschini e a sfondo razzista con cui bollava gli avversari politici, ma anche per certe posizioni teoriche espresse chiaramente nelle sue opere…In nessuno scritto di Marx, tanto per cominciare, è rinvenibile una qualche opposizione alle teorie della supremazia bianca. Al contrario, la differenza da lui più di una volta enfatizzata tra epoche, paesi e popoli «civili» e «incivili», a partire da Per la critica dell’Economia Politica (1859), tradisce la convinzione di Marx circa una dicotomia di ordine razziale esistente fra gli uomini. Nel Capitale egli parla addirittura dell’esistenza di «caratteristiche razziali innate» come agenti di sviluppo sociale da accertarsi attraverso «un’attenta analisi».
In un articolo apparso sul New York Daily Tribune nell’agosto 1853, dal titolo «La dominazione britannica in India», Marx rivelò candidamente di non essere in grado di riconoscere la storia come tale nel mondo non bianco…Dinanzi a una siffatta liquidazione sbrigativa di razze e culture diverse da quelle bianche nord-europee non è difficile immaginare quale fosse la concezione di Marx dei neri in generale, non solo di quelli dell’India”…

Ecco cosa scrive veramente Marx sulla schiavitu’, i neri, gli indiani ecc. e i loro persecutori occidentali che egli detesta senza scampo (le citazioni sono tratte da il Capitale, da atti dell’Internazionale… e da Miseria della Filosofia):

‘Proprio nelle coltivazioni tropicali, dove spesso i profitti annuali eguagliano il capitale complessivo delle piantagioni, la vita dei negri viene sacrificata senza nessuno scrupolo. Proprio quell’agricoltura delle Indie Occidentali, che da secoli sono culla di fastosa ricchezza, ha inghiottito milioni di uomini di razza africana. E oggi, proprio a Cuba, dove i redditi si contano in milioni e dove i piantatori sono principi, vediamo che gran parte della classe degli schiavi, a parte il nutrimento estremamente rozzo e le vessazioni accanitissime e incessanti, è indirettamente distrutta di anno in anno dalla tortura lenta del sopralavoro e della mancanza di sonno e di riposo». Mutato nomine de te fabula narratur!’

‘…Si tratta della stessa stampa che per vent’anni ha deificato Luigi Bonaparte come la provvidenza dell’Europa e ha plaudito freneticamente alla ribellione degli schiavisti americani. Oggi come allora si schiera dalla parte dei negrieri.’

‘…Meravigliosa, in verità, fu la trasformazione operata dalla Comune a Parigi! Sparita ogni traccia della putrida Parigi del Secondo Impero! Parigi non fu più il ritrovo di grandi proprietari fondiari inglesi, dei latifondisti assenteisti irlandesi, degli ex negrieri e loschi affaristi americani, degli ex proprietari di servi russi e dei boiardi valacchi. Non più cadaveri alla Morgue, non più rapine e scassi notturni, quasi spariti i furti. Invero, per la prima volta dopo i giorni del febbraio 1848, le vie di Parigi furono sicure senza alcun servizio di polizia.’

E a proposito degli inglesi e delle loro angherie contro gli indiani, il suo disprezzo è ancora più forte:

‘Non si deve dimenticare, d’altra parte, che mentre delle crudeltà degli inglesi si discorre come di atti di vigor marziale, e se ne parla in tutta semplicità, rapidamente, senza trattenersi su particolari disgustosi, le violenze dei ribelli, sia pure rivoltanti, vengono esagerate di proposito. Da chi è venuto, per esempio, il racconto circostanziato delle atrocità commesse a Delhi e a Meerut, che, apparso prima sul Times, fece poi il giro di tutta la stampa londinese? Da un parroco codardo residente a più di mille miglia in linea d’aria dal teatro dell’azione, a Bangalore: e il resoconto ufficiale trasmesso da Delhi conferma che l’immaginazione di un parroco anglicano può partorire orrori quali neppure la fantasia esaltata di un indù ribelle concepisce. Naturalmente, per la sensibilità europea le orribili mutilazioni inflitte dai sepoys, il taglio di nasi, seni ecc., sono più rivoltanti che il lancio di palle infocate sulle catapecchie di Canton a opera di un segretario della manchesteriana Società della pace6 o il rogo di arabi stipati in caverne per ordine di un maresciallo francese,7 o il gatto dalle sette code che scortica vivi i soldati britannici per sentenza di corti marziali giudicanti per direttissima, o qualunque altro filantropico arnese usato nei penitenziari britannici. La crudeltà, come tutte le cose di questa terra, ha le sue mode che variano a seconda del tempo e del luogo. Cesare, il raffinato uomo di cultura, narra candidamente di aver dato ordine di tagliare la mano destra ad alcune migliaia di guerrieri galli. Napoleone ne sarebbe arrossito: preferiva mandare i suoi reggimenti sospetti di simpatie repubblicane a morire di peste, o per mano dei negri, a Santo Domingo. Le orrende mutilazioni dei sepoys ricordano una delle tante pratiche del cristiano impero bizantino, o gli articoli del codice penale di Carlo V, o le pene inglesi per i reati di alto tradimento descritte dal giudice Blackstone.8 Per gli indù, virtuosi per tradizione religiosa nell’arte di torturare se stessi, queste torture inflitte a nemici della loro razza e della loro fede sembrano affatto naturali: e come non dovrebbero sembrare altrettanto naturali agli inglesi, che in anni recenti solevano trarre profitti dalle cerimonie nel tempio di Jaggernaut, proteggendo e favorendo i riti sanguinari di una religione crudele? Le urla frenetiche dell’old bloody Times,9 come era solito chiamarlo Cobbett – quel suo recitare la parte del personaggio collerico di una delle opere di Mozart [il Ratto dal Serraglio, aria di Osmino nel finale] che si scioglie nel canto più melodioso pregustando d’impiccare l’avversario, poi arrostirlo, poi squartarlo, poi metterlo allo spiedo e infine scuoiarlo vivo; quel ridurre la passione della vendetta in cenci e brandelli tutto questo potrebbe sembrare stupido se, dietro il pathos della tragedia, non fossero visibili i trucchi della commedia. Non è soltanto il panico che spinge il Times a caricare la sua parte. Esso fornisce alla commedia un personaggio che perfino Molière si era lasciato sfuggire: il Tartufo della vendetta. Il suo scopo è uno solo: giustificare le spese in bilancio, e coprire il governo. Non essendo Delhi caduta al primo soffio di vento come le mura di Gerico, è necessario immergere in grida di vendetta John Bull, fino alle orecchie, per fargli dimenticare che del malanno causato, e delle dimensioni colossali che gli si è lasciato prendere, è responsabile primo il suo governo. (New York Daily Tribune, 16 settembre 1857).’

Ovviamente, Marx è, innanzitutto, uno scienziato e anche della schiavitu’ dà una lettura distaccata, in termini di analisi economica, quindi con un linguaggio crudo e diretto, come teoria reclama:

‘cos’è uno schiavo negro? Un uomo di razza nera. Una spiegazione vale l’altra. Un negro è un negro. Soltanto in determinate condizioni egli diventa uno schiavo.’

‘Non si tratta della schiavitù del proletariato; si tratta della schiavitù diretta, la schiavitù dei negri a Surinam, nel Brasile, negli stati meridionali dell’America del Nord. La schiavitù diretta è il fulcro della nostra industria odierna, proprio come le macchine, il credito ecc. Senza schiavitù, niente cotone; senza cotone, niente industria moderna. La schiavitù ha cominciato a dare il loro valore alle colonie, le colonie hanno cominciato a creare il commercio mondiale che è la condizione necessaria della grande industria meccanizzata.
Così infatti, le colonie, prima che cominciasse la tratta dei negri, fornivano al vecchio mondo solo pochissimi prodotti e non provocarono cambiamenti sensibili sulla faccia della terra. Di conseguenza, la schiavitù è una categoria economica della massima importanza. Senza la schiavitù l’America del Nord, il paese più progredito, si trasformerebbe in un paese patriarcale. Si cancelli l’America del Nord dalla carta geografica e si ha l’anarchia, la decadenza totale del mercato e della civiltà moderna. Ma far scomparire la schiavitù vorrebbe dire certa mente cancellare l’America dalla carta geografica. E così infatti, poiché la schiavitù è una categoria economica, la si riscontra presso tutti i popoli sin dall’inizio del mondo. I popoli moderni hanno saputo soltanto mascherare la schiavitù nei loro paesi e introdurla apertamente nel mondo nuovo. Che cosa farà ora il buon signor Proudhon dopo queste riflessioni sulla schiavitù? Egli cerca la sintesi tra libertà e schiavitù, la vera via di mezzo, in altre parole: l’equilibrio tra schiavitù e libertà.’

Dimostrato che Marx (ma anche Engels) non erano affatto razzisti, ci chiediamo perché certi professori si prestino a queste campagne d’odio alla rovescia, favorendo simili pessimi quotidiani, contro grandi pensatori del passato che dovrebbero essere patrimonio dell’umanità intera?
Quando i sinistri usano il razzismo per mettere a tacere il dissenso contro di loro noi siamo restiamo sinceramente disgustati e vorremmo vederli sprofondare nelle fosse di luoghi comuni che essi stessi hanno scavato. Quando però vediamo i destri, spesso bersaglio di dette infamanti accuse, usare i medesimi sistemi da quattro soldi, ci convinciamo della necessità di un giudizio universale sulla nostra epoca senza distinzioni di razza, religione, ideologia e pensiero politico.

Marco Rizzo e la caduta tendenziale del saggio di profitto

pci

 

Marco Rizzo mi sta simpatico, tuttavia non ho potuto non strabuzzare gli occhi quando ho letto la sua intervista a Libero in cui affermava: “si sta verificando quella che Marx chiamava la caduta tendenziale del saggio di profitto…la progressiva espropriazione di molti capitalisti da parte di pochi”. A parte la sbrigativa sovrapposizione tra due categorie marxiane che producono esiti diversi – in quanto la prima “legge” attiene alla cosiddetta composizione organica del capitale (il rapporto tra capitale costante, investito in mezzi di produzione, e il capitale variabile, investito nel pagamento dei salari), mentre la seconda, a fenomeni più esterni al processo produttivo, accesi dalla competizione intracapitalistica che determina la concentrazione prima e la centralizzazione poi dei capitali, i quali finiscono sempre più in mano a pochi individui che rigettano la gran massa dei propri simili tra i ceti inferiori – ci riesce difficile vedere nella realtà odierna queste previsioni del pensatore tedesco che appunto sono errate. Bisogna però dire che Marx non si impuntava su questi risvolti economicistici, non trattava il Capitale come cosa ma come rapporto sociale e non si arrovellava troppo sul tentativo di arrivare all’esatta misurazione del pluslavoro/plusvalore “estorto” alla classe operaia o alla dimostrazione della “trasformazione” (dei valori in prezzi di produzione). In realtà per il Nostro, anche la teoria del valore assumeva importanza cruciale laddove forniva una spiegazione della “struttura e dinamica dei rapporti sociali di produzione capitalistici”. Questo è lo spirito con cui Marx si cimenta nella sua elaborazione, tutt’altro che meramente economicistica. Marx riconosce alla sfera economica nel capitalismo una certa supremazia (legata all’efficacia dei sistemi di estrazione del pluslavoro/plusvalore), ma va appuntato che gli interessano in primo luogo i rapporti sociali (il capitale non è cosa ma rapporto sociale) di detta sfera. Le operazioni cervellotiche dei suoi epigoni, alcuni dei quali, anche nostri contemporanei, avrebbero risolto il dilemma dei dilemmi, quello della esatta coincidenza tra valori e prezzi di produzione, avrebbero fatto sobbalzare Marx dal suo scrittoio. Fu lui stesso ad affermare che tale riscontro sarebbe stato impossibile in circostanze reali e non puramente teoriche. Se vogliamo dirla tutta, tra realtà e legisimilità (astratta) c’è uno scarto e l’autore del Capitale lo ribadisce a più riprese, sia quando parla della “trasformazione” ma anche quando affronta le leggi interne della produzione capitalistica mediante l’azione di domanda e offerta. In questo passaggio viene in evidenza la modalità scientifica marxiana allorché precisa:

“Spiegare le vere leggi interne della produzione capitalistica mediante l’azione e reazione di domanda ed offerta è chiaramente impossibile (a prescindere da un’analisi più profonda, che qui tralasciamo, di queste due forze motrici sociali), perché tali leggi appaiono realizzate nella loro purezza solo allorché domanda ed offerta cessano di operare, cioè coincidono. In realtà, domanda ed offerta non coincidono mai o, se ciò avviene, è solo per caso; dunque, dal punto di vista scientifico, la loro coincidenza va posta = 0, deve ritenersi non accaduta. Eppure, nell’economia politica si suppone che esse coincidano. Perché? Da un lato, per poter studiare i fenomeni nella loro forma normale, corrispondente al loro concetto, dunque fuori dell’apparenza generata dal movimento di domanda ed offerta; dall’altro, per individuare la tendenza effettiva del loro movimento e, in qualche modo, fissarla (sottolineature mie). Le diseguaglianze sono infatti di natura antagonistica e, dato che seguono costantemente l’una all’altra, finiscono per compensarsi appunto in virtù delle loro opposte direzioni, del loro antagonismo. Se perciò domanda e offerta non coincidono in nessun caso singolo dato, le loro diseguaglianze si susseguono — e il risultato della deviazione in un senso è di provocarne un’altra in senso inverso — in modo che, considerando l’insieme di un periodo più o meno lungo, offerta e domanda costantemente si pareggiano, ma solo come media del movimento trascorso e solo come moto costante del loro antagonismo. Così i prezzi di mercato divergenti dai valori di mercato si livellano, ove se ne consideri il numero medio, sui valori di mercato, perché gli scarti in più e in meno da questi ultimi si elidono a vicenda. E, per il capitale, questo numero medio ha un’importanza non puramente teorica ma pratica, in quanto il suo investimento è calcolato in base alle oscillazioni e compensazioni su un arco di tempo più o meno preciso. Dunque, da un lato il rapporto fra domanda ed offerta spiega soltanto le deviazioni dei prezzi di mercato dai valori di mercato, dall’altro spiega la tendenza ad annullare tali deviazioni, cioè gli effetti del rapporto fra domanda ed offerta (Karl Marx, Il Capitale, sez.IV, Cap.X, Utet).”
Marx è un Galileo della scienza sociale, sostiene La Grassa, perché intuisce che “per esporre le leggi dell’economia politica nella loro purezza, si astrae dalle frizioni, allo stesso modo che, nella meccanica pura, si astrae da frizioni determinate che, in ogni caso singolo della sua applicazione, devono essere superate”. Sono questioni che sono state trattate da La Grassa nell’ultimo libro, Da Marx in poi, in corso di pubblicazione per Mimesis.
So che Gianfranco la Grassa ha inviato a Rizzo il suo saggio “Crisi economiche e mutamenti geopolitici”, è arrivato il momento che il leader comunista si aggiorni un po’ leggendolo. Ovviamente è solo un consiglio però essendo lui persona intelligente ne trarrebbe giovamento e sicuramente migliorerebbe anche le sue scelte politiche in una fase di profonda trasformazione degli assetti mondiali. Il capitalismo non si sta suicidando anche perché è già diversissimo dal sistema studiato da Marx più di 150 anni fa. Rizzo può dare certamente un grande contributo ai soggetti sociali che intende difendere ma soltanto in una nuova prospettiva che non ricorra a letture superate da un bel pezzo, ormai del tutto inservibili.

I marxisti antimarxisti che non capiscono la scienza

Karl-Marx

 

Chi definisce Marx un filosofo ha solo intenzione di sminuirlo. Di fronte a Kant, Hegel o anche Schopenhauer, ai loro sistemi filosofici compiuti, il pensatore di Treviri apparirebbe un dilettante. Infatti, tutti quelli che vogliono fare di Marx un filosofesso devono basarsi sui suoi scritti giovanili oppure devono andare a scovare una sua presunta filosofia spontanea nei suoi lavori sociali. Lo stesso Preve che ha in tutti i modi cercato di intruppare Marx tra i filosofi era costretto ad ammettere che in “ Karl Marx, ed ancor più nel marxismo successivo, non esiste uno spazio filosofico propriamente detto, nel senso dello spazio teorico di una conoscenza filosofica specifica distinta dalla conoscenza quotidiana, scientifica ed artistica. La filosofia di Marx è quindi una non-filosofia”.

Detto ciò Preve avrebbe dovuto tirare le somme di questa sua intuizione e finirla lì, tuttavia non lo fece perché il nome di Marx “tirava” soprattutto quando male interpretato e associato ad un umanesimo sciocco di cui il filosofo torinese si faceva portavoce. Ricordo la nostra polemica quando gli feci notare queste sue esagerazioni e ne riporto tra parentesi quadre una parte [La sua interpretazione di Marx, entro cardini pienamente idealistici e umanistici, comincia a diventare stucchevole oltre che totalmente fuorviante. Con questa operazione che trova larghi consensi nelle allegre brigate utopistiche del nostro tempo (decrescisti, umanisti, ambientalisti, buonisti di ogni risma ecc. ecc.) – e per favore si torni a leggere Il Manifesto per vedere come Marx trattava le combriccole del “socialismo sentimentale” che affollavano il panorama sociale ottocentesco, delle quali egli descrive, con la solita perspicuità, gli “effetti speciali” mistificatori: “la veste tessuta di ragnatela speculativa, ornata di fiori retorici da anime belle, imbevuta di rugiada sentimentale ebbra d’amore, questa veste d’esaltazione nella quale… avvolgevano un paio di scheletriche “verità eterne”non fece che moltiplicare lo spaccio della loro merce presso il grande pubblico”; o ancora, come quanto sta scritto nella Critica della filosofia hegeliana del diritto pubblico (testo giovanile di Marx) dove egli denuncia, chiaro e tondo, l’uso disinvolto delle categorie dell’alienazione dell’essere umano per nascondere l’incomprensione delle categorie economico-politiche (c’è qualcuno tra noi che si sente tirato in causa?) – il nucleo scientifico principale della teoria marxiana viene derubricato ad aspetto accidentale di un’impostazione utopistica primaria.
E’ vero che non si può giudicare un autore dall’idea che egli ha di sé stesso, ma è altrettanto vero che non si possono fare le sedute spiritiche o i corsi accelerati di parapsicologia per mettergli in bocca cose che non ha mai detto. Ed, invece, Preve fa proprio questo quando insiste su un argomento indimostrabile che dà prova solo di un certo eclettismo intellettualistico, nel quale egli sta inesorabilmente sprofondando. Preve sostiene, per sé o per conto terzi (dico questo perché ho una memoria di ferro e ricordo che qualche “manina zelante” ha lasciato, come commento sul blog, la storia del radiologismo e dell’ “innesto” post-manchesteriano, evidentemente invogliato dallo stesso Preve) che la marxiana critica dell’economia politica si basa sull’innesto del concetto (economico) di valore sul concetto (filosofico) di alienazione “i quali, fusi dialetticamente insieme, danno luogo al “mondo rovesciato” chiamato “feticismo della merce”. Per me questo è un esempio di invocazione spiritistica che non ha nulla a che vedere con il testo marxiano. Non vado oltre perché Gianfranco ha già detto nel suo pezzo di ieri, in maniera molto più sobria, cosa rappresenta il feticismo delle merci per Marx [Il feticismo della merce, nell’argomentazione che svolge Marx, è soltanto un’ulteriore elaborazione del processo conoscitivo teso alla rivelazione del movimento reale celato da quello apparente, che sovrasta la vita degli “uomini” (in quanto maschere di rapporti sociali) e che quindi impone alla società la già più volte considerata “legge della sregolatezza…”]
Ma Preve, che tanto accusa gli altri di non sentire da un orecchio le sue ragioni di filosofo, dovrebbe ascoltare meglio le motivazioni teoriche altrui, invece di tapparsi entrambe le orecchie per non essere distolto dal suo asserragliamento dottrinale, a difesa di non so quale bastione (in realtà lo so benissimo!), che gli sta facendo perdere letteralmente la bussola. Per questo ho parlato di filosofismo previano che non ha nulla a vedere con il radiologismo (stavolta il paragone è davvero fuori luogo), il quale è solo tecnica per fotografare e fornire immagini dell’interno del corpo umano. Adesso non vorrei che Preve, dopo essersela presa con Althusser per aver ridotto la filosofia ad epistemologia, sia invece disposto ad accettarne la riduzione a tecnica. Il filosofismo è, per me, una forma di autoreferenzialismo che, al pari dello storicismo o dell’economicismo, tenta di esaurire, teleologicamente, ogni prospettiva umana, nell’ambito del proprio campo disciplinare ricorrendo, per esempio, a verità eterne quanto indimostrabili. Certo Preve ha tutti i diritti di affermare che Marx era un idealista al 100% (del resto lo ha già fatto in molti saggi), ma noi abbiamo il sacrosanto dovere di dirgli che si sta sbagliano al 100%. Preve si assumerà la responsabilità delle sue tesi e dei danni immani che ne seguiranno, in termini di disconoscimento teorico e di isterilimento di qualsivoglia prospettiva politica antisistemica (è lui stesso che dice di non aver prospettive politiche, altro che scomparsa dei dominati in la Grassa!), e per di più in una fase che si preannuncia drammatica (rispetto alla quale finiremo ancora una volta per trovarci impreparati, perché troppo presi a discutere sull’ente naturale generico). Concludo, provocatoriamente, con le parole di Althusser: “Conoscete molti filosofi che hanno riconosciuto di essersi sbagliati? Un filosofo non si sbaglia mai” (e, aggiungo io, evadendo le sue responsabilità).]

Comunque, non è per la sua filosofia che Marx è importante. Marx ha fatto molto di più, egli ha inventato una nuova scienza, la scienza dei modi di produzione e con essa un linguaggio specifico che era inesistente prima delle sue elaborazioni. Lo scrive chiaramente anche Engels quando afferma: “Ogni nuova presentazione di una scienza implica una rivoluzione nella terminologia specifica di questa stessa scienza.” Sia Marx che il suo socio Engels si ritengono due scienziati e non due filosofi ma non si capisce perché alcuni vogliano per forza iscriverli nell’albo della filosofia contro la loro volontà e la natura del loro stesso lavoro.
Gli errori di Marx devono essere trattati scientificamente altrimenti non si scorgono e tutto finisce in vacca, tutto va a finire in filosofia, in profezie inverificabili, in utopie che guastano anche quello che è ancora valevole nella sua teoria. Chi considera Marx un filosofo non solo non ha capito nulla del suo pensiero ma contribuisce persino alla sua diminutio. Tacciano gli ignoranti di Marx e si occupino sul serio di filosofi che non capiranno ugualmente.

Marx non c’entra coi gulag e nemmeno coi centri sociali

Karl-Marx

 

Tutti parlano di Marx, pochi lo hanno letto e molti meno lo hanno veramente capito. Purtroppo, più che andare direttamente alle opere del barbuto di Treviri, la maggior parte dei critici (e non) di Marx ha attinto dai suoi interpreti, da quel marxismo divenuto scuola mentre egli, ancora vivente, smentiva l’“‘ismo” discendente dal suo nome.
Marx era, del resto, uno scienziato non un leader di partito. Fatta questa premessa è davvero spiacevole, se non disgustoso, sentire che tale studioso sia stato, con le sue teorie, l’iniziatore del gulag o il mandante di eccidi di massa.
Chi lo afferma sarebbe capace di simili nefandezze, non Marx, il quale ha faticato sui libri per interpretare la struttura del capitalismo dei suoi tempi.
Marx non allestiva ricette per le “osterie del futuro” (“Il metodo usato nel Capitale è stato poco compreso, a giudicare dalle interpretazioni contrastanti che se ne sono date. Così la ce Revue Positiviste» mi rimprovera, da una parte, di trattare l’economia in modo metafisico, dall’altra — immaginate un po’ — di limitarmi a un’analisi puramente critica dei fatti, invece di prescrivere ricette (comtiane?) per la trattoria dell’avvenire”) ma analizzava, ricorrendo all’astrazione concettuale, le caratteristiche del sistema sociale sotto i suoi occhi.
Non si interessava delle persone ma delle categorie sociali e delle loro funzioni:

“Una parola per evitare possibili malintesi. Non dipingo affatto in luce rosea le figure del capitalista e del proprietario fondiario. Ma qui si tratta delle persone soltanto in quanto sono la personificazione di categorie economiche, incarnazione di determinati rapporti e di determinati interessi di classi. Il mio punto di vista, che concepisce lo sviluppo della formazione economica della società come processo di storia naturale, può meno che mai rendere il singolo responsabile di rapporti dei quali esso rimane socialmente creatura, per quanto soggettivamente possa elevarsi al di sopra di essi”.

Scienza allo stato puro rafforzata anche da quest’altra definizione: “La forma valore, di cui la forma denaro è la figura perfetta, è vuota di contenuto ed estremamente semplice. Eppure, da oltre due millenni la mente umana cerca invano di scandagliarla, mentre d’altra parte l’analisi di forme molto più ricche di contenuto e molto più complesse è almeno approssimativamente riuscita. Perché? Perché è più facile studiare il corpo nella sua forma completa che la cellula del corpo. Inoltre, nell’analisi delle forme economiche non servono né il microscopio, né i reagenti chimici: la forza dell’astrazione deve sostituire l’uno e gli altri. Ma, per la società borghese, la forma merce del prodotto del lavoro, o la forma valore della merce, è la forma economica . cellulare elementare. Alla persona incolta, sembra che la sua analisi si smarrisca in mere sottigliezze; e di sottigliezze in realtà si tratta, ma solo come se ne ritrovano nell’anatomia microscopica… Il fisico osserva i processi naturali là dove appaiono nella forma più pregnante e meno velata da influssi perturbatori, ovvero, se possibile, compie esperimenti in condizioni che assicurino lo svolgersi del processo allo stato puro. Oggetto della mia ricerca in quest’opera sono il modo di produzione capitalistico e i rapporti di produzione e di scambio che gli corrispondono. La loro sede classica è fino ad oggi l’Inghilterra, che quindi serve da principale illustrazione dei miei sviluppi teorici. Se poi il lettore tedesco scrollasse farisaicamente le spalle sulle condizioni dei lavoratori inglesi dell’industria e dell’agricoltura, o si cullasse nell’ottimistico pensiero che in Germania le cose sono ancora ben lungi dall’andar così male, io ho l’obbligo di gridargli: De te fabula narratur!”.
In questo importante passaggio vi è anche molto di più della scienza, c’è la delimitazione del campo storico-geografico della sua indagine, la “sede inglese” della sua epoca in cui egli si reca per comprendere più a fondo l’oggetto della sua ricerca. Un rigore epistemologico ormai sconosciuto dai nostri contemporanei abituati a mescolare ideologia e moralismo per l’affermazione delle loro teoresi al fin di soldi e successo.
Marx, dunque, non ha nessuna utopia nella testa, non crede nell’avvento di un mondo nuovo per afflato umanistico ma crede nella necessità del comunismo “rebus sic stantibus”. La nozione che segue è fondamentale nell’analisi marxiana perché in essa si definisce la forma produttiva che emergerà dalle stesse viscere del modo di produzione capitalistico (non dai sogni di qualche visionario umanitario):

“Nel sistema azionario è già presente il contrasto con la vecchia forma nella quale i mezzi di produzione sociale appaiono come proprietà individuale; ma la trasformazione in azioni rimane ancora chiusa entro le barriere capitalistiche; in luogo di annullare il contrasto fra il carattere sociale ed il carattere privato della ricchezza, essa non fa che darle una nuova forma.
Le fabbriche cooperative degli stessi operai sono, entro la vecchia forma, il primo segno di rottura della vecchia forma, sebbene dappertutto riflettano e debbano riflettere, nella loro organizzazione effettiva, tutti i difetti del sistema vigente. Ma l’antagonismo tra capitale e lavoro è abolito all’interno di esse, anche se dapprima soltanto nel senso che gli operai, come associazione, sono capitalisti di se stessi, cioè impiegano i mezzi di produzione per la valorizzazione del proprio lavoro. Queste fabbriche cooperative dimostrano come, a un certo grado di sviluppo delle forze produttive materiali e delle forme di produzione sociale ad esse corrispondenti, si forma e si sviluppa naturalmente da un modo di produzione un nuovo modo di produzione.Senza il sistema di fabbrica, che nasce dal modo di produzione capitalistico, e così pure senza il sistema creditizio, che nasce dallo stesso modo di produzione, non si potrebbe sviluppare la fabbrica cooperativa. Il sistema creditizio, come forma la base principale per la graduale trasformazione delle imprese private capitalistiche in società per azioni capitalistiche, così offre il mezzo per la graduale estensione delle imprese cooperative su scala più o meno nazionale. Le imprese azionarie capitalistiche sono da considerarsi, al pari delle fabbriche cooperative, come forme di passaggio dal modo di produzione capitalistico a quello associato, con la unica differenza che nelle prime l’antagonismo è stato eliminato in modo negativo, nelle seconde in modo positivo”.

Dunque, il prodotto ultimo del capitalismo, come chiarisce Gianfranco la Grassa è appunto “la fabbrica cooperativa direttamente gestita dai produttori associati. Con lo sviluppo di tale forma produttiva viene posta la prima pietra del nuovo modo di produzione, il quale, sebbene ancora costretto nella vecchia forma, avrebbe superato il fatidico antagonismo tra capitale e lavoro”.

Per Marx il comunismo è figlio del capitalismo e la rivoluzione, che scaccia i parassiti dallo Stato ridotto a “ultima thule” dei rentier, è mera “ostetrica” di un parto ormai maturo all’interno della vecchia società.

Esplicitato a sommi capi tutto ciò, cosa diavolo c’entra Marx con i gulag, l’Unione sovietica, i centri sociali, i socialisti del XXI secolo, i compagni che sbagliano, il terrorismo, l’Arcadia umanitaria, le guerre mondiali ecc. ecc.? Niente, assolutamente niente ma gli idioti continuano a vedere fils rouges che da Marx conducono a tutti gli stermini commessi in nome del comunismo.
L’ipotesi di Marx si è rivelata senz’altro errata poiché dalla pancia del capitalismo non è uscito il comunismo ma ben altro (quella che La Grassa chiama la società dei funzionari privati del capitale di matrice statunitense). Una scienza che sbaglia alcune delle sue previsioni, fino a prova contraria, non è un abominio ma uno stimolo a proseguire sul cammino della conoscenza e di ulteriori interpretazioni più vicine alla realtà (sempre cangiante). Se ogni scienziato che non c’entra il bersaglio (o che non prevede le ricadute delle sue scoperte) diventa un lestofante allora qui non si salva più nessuno. Chi accuserebbe Einstein per Hiroshima? Esclusivamente degli ignoranti, gli stessi che si sbizzarriscono a stigmatizzare Marx. A loro va tutto il nostro disprezzo.
Spiace constatare che anche persone intelligenti inciampino su Marx come dilettanti. Nell’ultimo numero di Limes, dedicato alla caduta del Muro di Berlino, G. Friedman ci tiene a farci sapere che “La passione del giovane Karl Marx, che scriveva tra i clamori del 1848, portò direttamente a Lenin e poi a Stalin…Tale dottrina è stata il culmine dell’illuminismo: non solo perché predicava la forma più estrema di eguaglianza, ma anche perché era spietatamente logico, conseguenziale e onnicomprensivo. La sua visione non abbracciava solo politica ed economia, ma anche l’arte, il modo di crescere i figli, l’agricoltura e lo sport. Aveva teorie su tutto e, con il potere dello Stato a disposizione, niente era fuori dalla sua portata. Da ultimo, il marxismo ha screditato l’illuminismo: era la reductio ad absurdum del pensiero razionale. Il marxismo ha frantumato l’illuminismo in una miriade di prismi, ognu- no libero di incarnare le contraddizioni che il marxismo stesso non tollerava. Siamo gli eredi dell’incoerenza che ha lasciato.
Ma il marxismo non solo ha fallito nel creare la società che predicava, è stato anche incapace di motivare la Nuova sinistra. Esso non è mai riuscito ad affrancarsi dalla realtà primordiale della condizione umana. Non parlo dell’egoismo e della corruzione, bensì della comunità come fondamento dell’esistenza umana, più importante dell’individuo e di certo più importante della classe”.

Sono tutte sciocchezze scritte da uno che non ha mai letto Marx ma lo ha assorbito dai suoi falsi epigoni. Le poche citazioni di Marx che ho riportato bastano a smentire Friedman e gli altri che sostengono tesi della stessa portata. Eppure, un punto corretto Friedman lo coglie:

“Marx sosteneva che la rivoluzione sarebbe avvenuta in un paese industrialmente avanzato [proprio perché il comunismo risolveva le insormontabili contraddizioni di un capitalismo sviluppato fino ai suoi limiti estremi in cui le forze produttive risultavano ostacolate dagli esistenti rapporti di produzione] come la Germania. Invece giunse in un luogo e in condizioni che smentivano la teoria e dove costruire il comunismo era impossibile: l’entroterra euroasiatico, non la penisola europea; un paese impoverito, senza sbocchi ai mari caldi, con un sistema dei trasporti disastroso e una popolazione dispersa”.

Costruire il comunismo era impossibile ovunque, anche nei paesi ipercapitalistci perchè la classe intermodale di transizione dal capitalismo al comunismo (il General Intellect) non si veniva formando, contrariamente al vaticinio di Marx. A fortiori Friedman risulta allora inconseguente o arbitrariamente conseguente a premesse errate da lui stesso poste. Se Marx pensava all’Inghilterra e alla Germania (in quanto lì lo conduceva la sua teoria) perché accusarlo di questioni anche logisticamente illogiche?

Che c’entra la teoria di Marx col socialismo (ir)realizzato dell’Urss? Perché Marx deve essere ritenuto responsabile delle prove di forza di Stalin orientate alla costruzione di una politica di potenza in Russia e nei paesi orbitanti intorno ad essa? Secondo noi Stalin, in quel contesto, ha fatto ciò che doveva, tuttavia, Marx è incolpevole per faccende che proprio non lo riguardavano, né teoricamente e nemmeno storicamente. Chi vuole tirare in ballo il grande intellettuale tedesco si prenda almeno la briga di approfondirlo adeguatamente, dai suoi lavori, per piacere, e non dai riassunti, per carità!, dei suoi Improvvisati sostenitori o convinti detrattori.

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