La dittatura sanitaria e’ l’ultimo rifugio degli imbecilli

Karl-Marx

 

La situazione di emergenza mondiale nella quale siamo ancora immersi è stata una “fortuna” per la compagine eteroclita che guida l’esecutivo italiano. Senza questo “imprevisto” il governo dell’avvocato del popolo, ad insaputa del popolo, avrebbe avuto molte più difficoltà a tenere insieme la sua squadra fino a questo punto. La totale incompetenza dei nostri (in)decisori che non hanno saputo prendere di petto la pandemia (come hanno fatto altri Paesi, occidentali e non) con misure sanitarie adeguate e, soprattutto, correttivi economici di vero rilievo, sta mettendo in ginocchio la stabilità del sistema, già compressa da un decennio e passa di crisi globale.
C’è da aggiungere che una opposizione inesistente, incapace di assumersi le proprie responsabilità, ha favorito il degenerare di tutti gli aspetti della vita sociale. Questa opposizione non ha alcuna intenzione di sostituirsi alla maggioranza perché, probabilmente, ha meno idee di essa sul da farsi, vive di slogan assurdi buoni per la pancia ma non per la testa. Meglio aspettare il logoramento di chi c’è in sella ora per riprendersi la greppia domani. Le interessano i posti a sedere non cogliendo la natura del potere che non è spirito di razzia ai danni dei propri connazionali ma strategia per affrontare le sfide dei tempi.
Tutto ciò rappresenta il punto più basso della (non) politica mai raggiunto nello Stivale. La gente è stata colpevolizzata ed abbandonata, trattata alla stregua di bambini da rimproverare senza nemmeno il premio educativo per aver rispettato le regole. Ed infatti, a fronte di un gruppo dirigente che manda allo sbaraglio l’intera popolazione sono fioriti biechi complottismi da quattro soldi, alimentati da finti intellettuali del piffero i quali stanno soffiando sul fuoco per impedire che la collettività si svegli davvero. Ormai se ne sentono di tutti i colori. Ci sarebbe un disegno delle élite per calare sul mondo una dittatura sanitaria, i più arditi parlano persino di schiavitu’ sanitario-finanziaria, sublimando una sublimazione  “figosofica” già tutta da ridere, il cui segno bestiale sarebbero gli aghi di vaccini obbligatori conficcati nella pelle.
Ormai la si spara sempre più grossa per mistificare ciò che è già stato ampiamente sofisticato da lustri di cattive teoresi filosofiche e sociali. Siamo letteralmente nella merda concettuale, disabituati all’analisi seria e rigorosa dei rapporti che innervano il tessuto sociale. Ho persino letto che scopo di questa “dittatura sanitaria” sarebbe quello di desocializzarci per impedire il formarsi di una resistenza. Il problema è opposto, il capitale ha sempre socializzato tutto quel che si è trovato davanti. Questi guitti lanciano simili campagne da strapazzo sui social dai quali ovviamente vengono censurati ottenendo la prova provata dei loro deliri. Brutti imbecilli, state scambiando Facebook per la realtà e facendo questa incredibile confusione vi sentite perseguitati perché avete profferito chissà quale posizione scomoda. Come può la vostra mancanza di pensiero essere contrastiva di un pensiero unico, peraltro inesistente o non esistente nei termini in cui lo descrivete?
Maledetti filosofi della nuda vita e della desocializzazione. Costoro non hanno capito un bel niente ne’ del capitalismo passato e nemmeno di quello presente, se è lecito chiamarlo ancora così.
Eppure ci sono pagine bellissime de Il Capitale di Marx in cui il pensatore tedesco descriveva a quale grado di socializzazione il Capitale avesse portato la forze produttive e sociali dell’umanità. Vi siete dimenticati dell’isolamento delle campagne e della compartimentazione in cui agivano gli artigiani nelle città? Marx leggeva il capitalismo come un fenomeno comunque progressivo, un avanzamento incredibile nella storia degli uomini e dei loro rapporti sociali, qualcosa che tra mille contraddizioni li avrebbe condotti ad una società dell’abbondanza e del vero sviluppo individuale, ben oltre il becero individualismo psicologico borghese e l’odioso plusvalore sottratto alla gran massa dei lavoratori. Il capitalismo avrebbe posto le condizioni del comunismo che sarebbe sorto dalle viscere del primo e non dall’animo umano, la scappatoia più ipocrita mai inventata da intellettuali rivoluzionari e biechi arruffapopoli del cazzo. Tornate a studiare le cose serie e non fatevi derubare del cervello dai desocializzatori del buon senso.

“La proprietà privata acquistata col proprio lavoro, fondata per così dire sulla unione intrinseca della singola e autonoma individualità lavoratrice e delle sue condizioni di lavoro, viene soppiantata dalla proprietà privata capitalistica che è fondata sullo sfruttamento di lavoro che è sì lavoro altrui, ma, formalmente, è libero.
Appena questo processo di trasformazione ha decomposto a sufficienza l’antica società in profondità e in estensione, appena i lavoratori sono trasformati in proletari e le loro condizioni di lavoro in capitale, appena il modo di produzione una nuova forma la ulteriore socializzazione del lavoro e l’ulteriore trasformazione della terra e degli altri mezzi di produzione in mezzi di produzione sfruttati socialmente, cioè in mezzi di produzione collettivi, e quindi assume una forma nuova anche l’ulteriore espropriazione dei proprietari privati. Ora, quello che deve essere espropriato non è più iL lavoratore indipendente che lavora per sè, ma il capitalista che sfrutta molti operai.
Questa espropriazione si compie attraverso il giuoco delle leggi immanenti della stessa produzione capitalistica, attraverso la centralizzazione dei capitali. Ogni capitalista ne ammazza molti altri. Di pari passo con questa centralizzazione ossia con l’espropriazione di molti capitalisti da parte di pochi, si sviluppano su scala sempre crescente la forma cooperativa del processo di lavoro, la consapevole applicazione tecnica della scienza, lo sfruttamento metodico della terra, la trasformazione dei mezzi di lavoro in mezzi di lavoro utilizzabili solo collettivamente, la economia di tutti i mezzi di produzione mediante il loro uso come mezzi di produzione del lavoro sociale, combinato, mentre tutti i popoli vengono via via intricati nella rete del mercato mondiale e così si sviluppa in misura sempre crescente il carattere internazionale del regime capitalistico. Con la diminuzione costante del numero dei magnati del capitale che usurpano e monopolizzano tutti i vantaggi di questo processo di trasformazione, cresce la massa della miseria, della pressione, dell’asservimento, della degenerazione, dello sfruttamento, ma cresce anche la ribellione della classe operaia che sempre più s’ingrossa ed è disciplinata, unita e organizzata dallo stesso meccanismo del processo di produzione capitalistico. Il monopolio del capitale diventa un vincolo del modo di produzione, che è sbocciato insieme ad esso e sotto di esso. La centralizzazione dei mezzi di produzione e la socializzazione del lavoro raggiungono un punto in cui diventano incompatibili col loro involucro capitalistico. Ed esso viene spezzato. Suona l’ultima ora della proprietà privata capitalistica. Gli espropriatori vengono espropriati.
Il modo di appropriazione capitalistico che nasce dal modo di produzione capitalistico, e quindi la proprietà privata capitalistica, sono la prima negazione della proprietà privata individuale, fondata sul lavoro personale.
Ma la produzione capitalistica genera essa stessa, con l’ineluttabilità di un processo naturale, la propria negazione. È la negazione della negazione. E questa non ristabilisce la proprietà privata, ma invece la proprietà individuale fondata sulla conquista dell’era capitalistica, sulla cooperazione e sul possesso collettivo della terra e dei mezzi di produzione prodotti dal lavoro stesso.
La trasformazione della proprietà privata sminuzzata poggiante sul lavoro personale degli individui in proprietà capitalistica è naturalmente un processo incomparabilmente più lungo, più duro e più difficile della trasformazione della proprietà capitalistica, che già poggia di fatto sulla conduzione sociale della produzione, in proprietà sociale. Là si trattava dell’espropriazione della massa della popolazione da parte di pochi usurpatori, qui si tratta dell’espropriazione di pochi usurpatori da parte della massa del popolo”.

Passi di
MARX: Il Capitale

“Marx non era marxista” di G. Moretti

Karl-Marx

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Qualcosa di molto simile a ciò che riguarda il presunto “razzismo di Marx” (http://www.conflittiestrategie.it/marx-razzista-si-vergogni-chi-lo-ha-scritto), che in questo momento storico penso davvero si configuri nell’ambito del nascènte movimento BLM di otporiàni abbattitòri/imbrattatòri di statue, stavolta in chiave anti trumpiana ma in reminiscenza della furia iconoclasta che si abbatté in Europa alla caduta dell’URSS, si può dire a proposito del notorio “Marx non era marxista”, su cui Diego Fusaro incentrò il suo “Bentornato Marx! Rinascita di un pensiero rivoluzionario”.

Che Marx sia stato largamente frainteso e manipolato è chiaro a tutti, o comunque a molti. Certo non è marxista così come la stessa critica, molto spesso ma certamente non esclusivamente destrorsa, a Marx, vuole intendere. Per esempio, l’operaio marxiano (qui si intende il riferimento a Karl Marx) non è quello marxista (e qui s’intende il luogo comune sul personaggio e sulla sua dottrina economico-filosofica). Nell’ontologia marxiana operaio è il lavoratore salariato tanto quanto, anzi, lo è soprattutto, l’imprenditore che quell’opera, appunto, produce, anch’esso sfruttato dai modi di produzione capitalistica attraverso la doppia metamorfosi del ciclo produttivo che dal primordiale m-d-m tramuta in d-m-d e successivamente in d-d. In epoca preindustriale, il lemma “operaio” non aveva la semantica che la neolingua, marxista ma non solo, ci ha imposto tra i cassonetti delle catene di montaggio di Mirafiori. In Marx, la figura dell’operaio è la riduzione a livello ontico del “lavoratore collettivo”, a cui lo stesso Marx si riferisce esplicitamente per esempio nel celebre frammento accelerazionista, di concezione platonica e che dà forma alla materia grezza rendendola pienamente sensibile e ..suscettibile di valutazione economica. Dunque, la lotta di classe, in Marx, non è affatto da ridurre al dualismo imprenditore/lavoratore salariato di un “marxismo” popolare alla “Sciur padrun da li beli braghi bianchi” delle mondine vercellesi così come il monismo materialista marxiano ha poco a che vedere con quello hegeliano.

«Affermare che l’unità non è, non può essere l’unità dell’essenza semplice, originaria e universale, non significa dunque, come credono coloro che sognano il “monismo”, concetto ideologico estraneo al marxismo, sacrificare l’unità sull’altare del “pluralismo” – significa tutt’altro: che l’unità di cui parla il marxismo è l’unità della complessità stessa, che il modo di organizzazione e di articolazione della complessità costituisce precisamente la sua unità. Significa affermare che il tutto complesso possiede l’unità di una struttura articolata e dominante. È questa struttura che fonda in ultima istanza i rapporti di dominanza esistenti tra le contraddizioni e tra i loro aspetti, che Mao descrive come essenziali … se si considera il tutto complesso con l’unità semplice di una totalità; se si considera il tutto complesso come il semplice sviluppo di un’unica essenza o sostanza originaria, allora si cade, nel migliore dei casi, da Marx a Hegel, e nel peggiore dei casi a Haeckel!» Louis Althusser, Pour Marx, Paris, 1996.

Il monismo panteistico è la particolare cosmogonia che sviluppa l’idealismo assoluto e da cui però Marx si dissocia, preferendo riferirsi all’uomo vivo, anziché alla sua “astrazione concreta” di althusseriana memoria. Marx, dunque, non era, diciamo così, hegelianamente monista. Il marxismo da cui Marx si discosta tende dunque a confondere capitalismo e imprenditoria; pesca nella produzione del “filosofo” di Treviri e radicalizza il concetto di alienazione e plusvalore identificati nello sfruttamento dell’operaio inglese a danno del quale avviene la famosa accumulazione originaria, privandolo della proprietà dei mezzi di produzione e in questo identificando l’intera “sovrastruttura” della lotta di classe in cui contrappone, ribaltando Marx, salariati e imprenditori. Inoltre, e forse soprattutto, a differenza del rossobrunismo, Karl Marx ritiene che lo Stato, che in quanto anch’egli prussiano identificava nello stesso tipo di potere oligarchico a cui si contrapposero i bolscevichi, sia strumento funzionale della classe dominante la cui “estinzione” è il naturale processo storico (da cui al materialismo storico/dialettico di reminescenza hegeliana) cui è destinato. Questo differenzia sostanzialmente Marx da Lenin. Marx non è un rivoluzionario nel senso bolscevico del termine, ma insieme ad Engels, nel ’48, scrive il Manifesto del Partito Comunista ed è proprio in questo documento fondante dell’ideologia comunista, che descrive fin quasi nel dettaglio il concetto di nazionalizzazione del sistema industriale strategico, del sistema bancario ordinario e della banca centrale, che i bolscevichi (sono stati i soli a provarci) tentarono di realizzare senza riuscirvi pienamente.

La cosa più curiosa di tutte, oggi, è che oltre ai rossobruni anche i sovranisti identificano il punto centrale del loro manifesto politico nel celebre quinto punto del manifesto del ’48, che a proposito di fraintendimenti di Marx a detta di taluni fu scritto “sotto minaccia”. La “Lega dei Giusti”, nata a Parigi e organizzata come la carboneria francese, sorta, questa, sul modello della carboneria italiana del Buonarroti, il discendente di Michelangelo che organizzò la Congiura degli Eguali, che aveva lo scopo, come l’aveva Proudhon, di abolire la proprietà privata sostenendo, come Rousseau, che la terra non è proprietà di nessuno mentre i suoi frutti appartengono a tutti, era capeggiata da Engels e Marx. Dalla Lega dei Giusti ebbe origine la Lega dei Comunisti – che poi diventò la celebèrrima Internazionale Comunista – sorta con la fusione dei “Democratici Comunisti di Londra” e dei Fraternal Democrats, e che commissionò il “lavoro” ad Engels e Marx. Detto questo, il Marx che scrive il Manifesto del PC nel 1848 è sostanzialmente antipodico, rispetto a quello che solo quattro anni prima scriveva i Manoscritti Filosofici, ma la “rottura epistemologica”, se pur solo a detta di Althusser ma avvenuta proprio in quegli anni, giustifica questa stranezza ben più di un ritardo nella consegna dello scritto rispetto alla data pattuita, che produsse la “minaccia di provvedimenti” da parte della Lega.

A questo si aggiunga il fatto che quando Engels riporta la famosa frase “Tout ce que Je sais, c’est que je ne suis pas marxiste” lo fa a riguardo della posizione che l’Internazionale assume rispetto ai “marxismi nazionali”, in generale, e in particolare al movimento operaio francese di Malon, Geusde e Lafargue, da cui Marx prende nettamente le distanze definendolo come un “terrorismo del futuro che durerà fino a che l’inchiostro della stampa non avrà ghigliottinato anche l’ultimo oppressore borghese”. Quindi sì, è vero che Marx ed Engels non erano marxisti, di quel marxismo che anche Gianfranco la Grassa e Gianni Petrosillo criticano giustamente e ferocemente, ma lo erano invece totalmente e nonostante le “minacce”, anche queste da contestualizzare all’ambito storico in cui vengono pronunziate, quando scrissero il Manifesto del ’48. Lo stesso, del resto, è necessario dire dell’ancor più celebre frase secondo cui “la religione è l’oppio dei popoli”, che va ben oltre il semplice outing di una critica religiosa così facilmente utilizzabile, e utilizzata e strumentalizzata, sia dal “marxismo” che dalla sua controparte politico/dialettica, e si configura invece, sempre a proposito della “rottura epistemologica”, nella più ampia e ben più profonda critica filosofica al misticismo dialettico dell’idealismo assoluto hegeliano – fra resto iniziata da Feuerbach. la frase in questione infatti è sua – e della “coscienza infelice” con cui Hegel descrive la prima delle fasi del rapporto dialettico servo/padrone.

MARX RAZZISTA? SI VERGOGNI CHI LO HA SCRITTO!

Karl-Marx

 

Cercherò di mantenere la calma intellettuale anche se in questo momento vorrei agitare una clava poco intellettuale per fracassare ccc (crani di cazzo cattedratici) . Facciamo una piccola premessa. Il politicamente corretto, con il quale i progressisti vorrebbero mettere a tacere chiunque non la pensi come loro, è una vergogna inaudita che testimonia la decadenza della nostra civiltà. Tuttavia, i destri che si contrappongono ai radical chic non sono meglio di questi ultimi, anzi sono così rozzi e ignoranti che meritano uguale disprezzo e sdegno. Ci vorrebbe più saliva del necessario per benedire tutti questi sciocchi. Anche se insegnano nelle Università o scrivono libri di qualche “sembianza” culturale. Veniamo a noi. In tre puntate, su Il Giornale, a firma di Spartaco Pupo (Professore associato di storia delle dottrine politiche a Cosenza), sono apparsi tre articoli così intitolati:
1. Ecco il Marx colonialista e razzista
2. Quando il compagno Engels faceva il tifo per la razza ariana
3. La difesa della razza di F. Engels

Sono onestamente choccato dal contenuto delle insinuazioni ma, soprattutto, dalle falsità scritte da questo docente che andremo subito a smentire, “carte” alla mano.
Afferma questo Pupo che:

‘Marx credeva nelle differenze razziali, non solo per gli epiteti meschini e a sfondo razzista con cui bollava gli avversari politici, ma anche per certe posizioni teoriche espresse chiaramente nelle sue opere…In nessuno scritto di Marx, tanto per cominciare, è rinvenibile una qualche opposizione alle teorie della supremazia bianca. Al contrario, la differenza da lui più di una volta enfatizzata tra epoche, paesi e popoli «civili» e «incivili», a partire da Per la critica dell’Economia Politica (1859), tradisce la convinzione di Marx circa una dicotomia di ordine razziale esistente fra gli uomini. Nel Capitale egli parla addirittura dell’esistenza di «caratteristiche razziali innate» come agenti di sviluppo sociale da accertarsi attraverso «un’attenta analisi».
In un articolo apparso sul New York Daily Tribune nell’agosto 1853, dal titolo «La dominazione britannica in India», Marx rivelò candidamente di non essere in grado di riconoscere la storia come tale nel mondo non bianco…Dinanzi a una siffatta liquidazione sbrigativa di razze e culture diverse da quelle bianche nord-europee non è difficile immaginare quale fosse la concezione di Marx dei neri in generale, non solo di quelli dell’India”…

Ecco cosa scrive veramente Marx sulla schiavitu’, i neri, gli indiani ecc. e i loro persecutori occidentali che egli detesta senza scampo (le citazioni sono tratte da il Capitale, da atti dell’Internazionale… e da Miseria della Filosofia):

‘Proprio nelle coltivazioni tropicali, dove spesso i profitti annuali eguagliano il capitale complessivo delle piantagioni, la vita dei negri viene sacrificata senza nessuno scrupolo. Proprio quell’agricoltura delle Indie Occidentali, che da secoli sono culla di fastosa ricchezza, ha inghiottito milioni di uomini di razza africana. E oggi, proprio a Cuba, dove i redditi si contano in milioni e dove i piantatori sono principi, vediamo che gran parte della classe degli schiavi, a parte il nutrimento estremamente rozzo e le vessazioni accanitissime e incessanti, è indirettamente distrutta di anno in anno dalla tortura lenta del sopralavoro e della mancanza di sonno e di riposo». Mutato nomine de te fabula narratur!’

‘…Si tratta della stessa stampa che per vent’anni ha deificato Luigi Bonaparte come la provvidenza dell’Europa e ha plaudito freneticamente alla ribellione degli schiavisti americani. Oggi come allora si schiera dalla parte dei negrieri.’

‘…Meravigliosa, in verità, fu la trasformazione operata dalla Comune a Parigi! Sparita ogni traccia della putrida Parigi del Secondo Impero! Parigi non fu più il ritrovo di grandi proprietari fondiari inglesi, dei latifondisti assenteisti irlandesi, degli ex negrieri e loschi affaristi americani, degli ex proprietari di servi russi e dei boiardi valacchi. Non più cadaveri alla Morgue, non più rapine e scassi notturni, quasi spariti i furti. Invero, per la prima volta dopo i giorni del febbraio 1848, le vie di Parigi furono sicure senza alcun servizio di polizia.’

E a proposito degli inglesi e delle loro angherie contro gli indiani, il suo disprezzo è ancora più forte:

‘Non si deve dimenticare, d’altra parte, che mentre delle crudeltà degli inglesi si discorre come di atti di vigor marziale, e se ne parla in tutta semplicità, rapidamente, senza trattenersi su particolari disgustosi, le violenze dei ribelli, sia pure rivoltanti, vengono esagerate di proposito. Da chi è venuto, per esempio, il racconto circostanziato delle atrocità commesse a Delhi e a Meerut, che, apparso prima sul Times, fece poi il giro di tutta la stampa londinese? Da un parroco codardo residente a più di mille miglia in linea d’aria dal teatro dell’azione, a Bangalore: e il resoconto ufficiale trasmesso da Delhi conferma che l’immaginazione di un parroco anglicano può partorire orrori quali neppure la fantasia esaltata di un indù ribelle concepisce. Naturalmente, per la sensibilità europea le orribili mutilazioni inflitte dai sepoys, il taglio di nasi, seni ecc., sono più rivoltanti che il lancio di palle infocate sulle catapecchie di Canton a opera di un segretario della manchesteriana Società della pace6 o il rogo di arabi stipati in caverne per ordine di un maresciallo francese,7 o il gatto dalle sette code che scortica vivi i soldati britannici per sentenza di corti marziali giudicanti per direttissima, o qualunque altro filantropico arnese usato nei penitenziari britannici. La crudeltà, come tutte le cose di questa terra, ha le sue mode che variano a seconda del tempo e del luogo. Cesare, il raffinato uomo di cultura, narra candidamente di aver dato ordine di tagliare la mano destra ad alcune migliaia di guerrieri galli. Napoleone ne sarebbe arrossito: preferiva mandare i suoi reggimenti sospetti di simpatie repubblicane a morire di peste, o per mano dei negri, a Santo Domingo. Le orrende mutilazioni dei sepoys ricordano una delle tante pratiche del cristiano impero bizantino, o gli articoli del codice penale di Carlo V, o le pene inglesi per i reati di alto tradimento descritte dal giudice Blackstone.8 Per gli indù, virtuosi per tradizione religiosa nell’arte di torturare se stessi, queste torture inflitte a nemici della loro razza e della loro fede sembrano affatto naturali: e come non dovrebbero sembrare altrettanto naturali agli inglesi, che in anni recenti solevano trarre profitti dalle cerimonie nel tempio di Jaggernaut, proteggendo e favorendo i riti sanguinari di una religione crudele? Le urla frenetiche dell’old bloody Times,9 come era solito chiamarlo Cobbett – quel suo recitare la parte del personaggio collerico di una delle opere di Mozart [il Ratto dal Serraglio, aria di Osmino nel finale] che si scioglie nel canto più melodioso pregustando d’impiccare l’avversario, poi arrostirlo, poi squartarlo, poi metterlo allo spiedo e infine scuoiarlo vivo; quel ridurre la passione della vendetta in cenci e brandelli tutto questo potrebbe sembrare stupido se, dietro il pathos della tragedia, non fossero visibili i trucchi della commedia. Non è soltanto il panico che spinge il Times a caricare la sua parte. Esso fornisce alla commedia un personaggio che perfino Molière si era lasciato sfuggire: il Tartufo della vendetta. Il suo scopo è uno solo: giustificare le spese in bilancio, e coprire il governo. Non essendo Delhi caduta al primo soffio di vento come le mura di Gerico, è necessario immergere in grida di vendetta John Bull, fino alle orecchie, per fargli dimenticare che del malanno causato, e delle dimensioni colossali che gli si è lasciato prendere, è responsabile primo il suo governo. (New York Daily Tribune, 16 settembre 1857).’

Ovviamente, Marx è, innanzitutto, uno scienziato e anche della schiavitu’ dà una lettura distaccata, in termini di analisi economica, quindi con un linguaggio crudo e diretto, come teoria reclama:

‘cos’è uno schiavo negro? Un uomo di razza nera. Una spiegazione vale l’altra. Un negro è un negro. Soltanto in determinate condizioni egli diventa uno schiavo.’

‘Non si tratta della schiavitù del proletariato; si tratta della schiavitù diretta, la schiavitù dei negri a Surinam, nel Brasile, negli stati meridionali dell’America del Nord. La schiavitù diretta è il fulcro della nostra industria odierna, proprio come le macchine, il credito ecc. Senza schiavitù, niente cotone; senza cotone, niente industria moderna. La schiavitù ha cominciato a dare il loro valore alle colonie, le colonie hanno cominciato a creare il commercio mondiale che è la condizione necessaria della grande industria meccanizzata.
Così infatti, le colonie, prima che cominciasse la tratta dei negri, fornivano al vecchio mondo solo pochissimi prodotti e non provocarono cambiamenti sensibili sulla faccia della terra. Di conseguenza, la schiavitù è una categoria economica della massima importanza. Senza la schiavitù l’America del Nord, il paese più progredito, si trasformerebbe in un paese patriarcale. Si cancelli l’America del Nord dalla carta geografica e si ha l’anarchia, la decadenza totale del mercato e della civiltà moderna. Ma far scomparire la schiavitù vorrebbe dire certa mente cancellare l’America dalla carta geografica. E così infatti, poiché la schiavitù è una categoria economica, la si riscontra presso tutti i popoli sin dall’inizio del mondo. I popoli moderni hanno saputo soltanto mascherare la schiavitù nei loro paesi e introdurla apertamente nel mondo nuovo. Che cosa farà ora il buon signor Proudhon dopo queste riflessioni sulla schiavitù? Egli cerca la sintesi tra libertà e schiavitù, la vera via di mezzo, in altre parole: l’equilibrio tra schiavitù e libertà.’

Dimostrato che Marx (ma anche Engels) non erano affatto razzisti, ci chiediamo perché certi professori si prestino a queste campagne d’odio alla rovescia, favorendo simili pessimi quotidiani, contro grandi pensatori del passato che dovrebbero essere patrimonio dell’umanità intera?
Quando i sinistri usano il razzismo per mettere a tacere il dissenso contro di loro noi siamo restiamo sinceramente disgustati e vorremmo vederli sprofondare nelle fosse di luoghi comuni che essi stessi hanno scavato. Quando però vediamo i destri, spesso bersaglio di dette infamanti accuse, usare i medesimi sistemi da quattro soldi, ci convinciamo della necessità di un giudizio universale sulla nostra epoca senza distinzioni di razza, religione, ideologia e pensiero politico.

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