Alcune pagine importanti di storia (a cura di G. La Grassa)

gianfranco

http://www.dellarepubblica.it/congressi-pci/viii-congresso-roma-palazzo-dell-eur-8-14-dicembre-1956

leggere soprattutto relazione Togliatti nell’Unità del 9 dicembre e tutte le chiacchiere sulla “via italiana al socialismo”; con riforme di struttura, alleanza con i ceti medi, ecc. Non è l’inizio della via opportunistica di Togliatti, ma certo un passo importante, una svolta ancora più svolta di quella di Salerno, entro certi limiti necessaria e con tutta probabilità effettivamente “consigliata” da Stalin. Comunque di queste pagine di storia e di quelle a queste vicine si parlerà in qualche video. E bisognerebbe trovare qualcuno che affronti il problema da vero storico con ricerche varie. Metto ancora altri testi. Intanto il discorso commemorativo di Stalin, che Togliatti pronunciò il 6 marzo 1953, il giorno dopo la morte del “supremo” dirigente sovietico. E poi un documento sulla svolta di Salerno (1944) e infine l’intervista a “Nuovi Argomenti”, dove si lancia appunto la “via italiana al socialismo”, dopo aver approvato, con pieno opportunismo (di tipico stampo “togliattiano”, a noi di una certa età ben noto e mi sembra dimenticato dai più giovani), il rapporto di Krusciov al XX Congresso del PCUS (febbraio 1956), una delle pagine più meschine e miserabili della storia sovietica. Di tutto questo, ripeto, bisognerà parlare a voce perché ci vuole troppo tempo per commenti scritti.

http://files.spazioweb.it/aruba27963/file/palmiro_togliatti_commemorazione_di_giuseppe_stalin_6_marzo_1953.pdf

https://it.wikipedia.org/wiki/Svolta_di_Salerno

https://www.sitocomunista.it/pci/documenti/togliatti/nuoviargomenti.html

Chi vuol imparare qualcosa leggerà. So già quanto pochi lo faranno. Comunque, si tratta di pagine importanti della nostra storia. Almeno questo mi auguro verrà un po’ compreso.

I FINANZIAMENTI DELL’URSS AL PCI

gianfranco

http://www.ilgiornale.it/news/politica/lurss-pagava-tutti-non-soltanto-pci-greganti-gigante-1725618.html

Credo che l’ex magistrata sia persona onesta e sincera. E certamente ha pagato per non essersi allineata all’operazione così come era stata pensata non certo dalla magistratura, una cui parte è stata solo strumento di un’operazione assai rilevante, messa in atto solo quando il campo “socialista” si sfasciò. Prima non si poteva mettere in crisi il regime DC-PSI che garantiva una buona sudditanza agli USA. Tuttavia, il nuovo regime, che si sarebbe voluto installare – postpiciisti e sinistri diccì – era ancora più servo e quindi gli USA (assieme ai nostri “cotonieri”, i confindustriali privati) si scatenarono in tal senso. Il tutto fu mal calcolato, non si tenne conto della rabbia degli elettori della DC (quella maggioritaria, non l’escrescenza “di sinistra”) e del PSI, che votarono Berlusconi (non proprio per lui nel ’94, ma per sconfiggere quelli che consideravano da sempre i nemici). In ogni caso, i rubli (o anche dollari) dall’URSS saranno anche arrivati, ma solo perché una parte minoritaria del PCI (comunque importante fin quasi alla fine) era ancora dalla parte dei sovietici mentre la maggioranza era in fase di “cambio di campo” dalla fine anni ’60, inizio ’70. Del resto, non è che i sovietici (e loro “alleati”) non sapessero di questo “spostamento”; ci si ricordi del solito falso incidente occorso a Berlinguer a Sofia nel 1973. E poi solo gli sciocchi poterono pensare che il viaggio “napoletano” del 1978 – in piena costanza di rapimento Moro – fosse culturale; e ricordiamoci la dichiarazione di Kissinger, che aveva minacciato il dirigente diccì poi ucciso (e non dalle BR!), secondo cui quel comunista era “il suo preferito”.
Tornando a noi, voglio anche dire che l’ex magistrata intervistata sbaglia nel dichiarare “gigante” Greganti. Molto bravo e anche coraggioso nell’assumersi tutte le responsabilità. Tuttavia, il vero amministratore (occulto) del PCI – e veramente geniale – non era Greganti e nemmeno Stefanini. Era un altro, il cui nome è saltato fuori una sola volta per una questione marginale. Lo conoscevo bene – assieme al suo segretario, altra persona di grande intelligenza “pratica” – poiché entrambi erano amici del mio Maestro. Quindi nei dieci anni in cui sono stato assistente di quest’ultimo a Pisa, ho incontrato più volte i personaggi in questione, che ricordo ancora con grande simpatia e perfino rimpianto (è “un secolo” che non li vedo; nemmeno so se sono ancora vivi). Questo è tutto. Tanti ricordi di tempi che, secondo la mia opinione, erano imparagonabili con questa mediocrità assoluta e generale. Di Savoini semmai parlerò un’altra volta.

I SOLDI DALL’ESTERO

RUSSIAN PRESIDENT VLADIMIR PUTIN VISITS CHINA

Questo Paese ha perso la memoria. La magistratura che ha dormito per tutta la guerra fredda ora va processando questo o quel partito (sgradito per certe posizioni politiche) o questa e quella impresa pubblica (che tenta di fare gli interessi della nazione e non solo quelli degli americani) in ossequio a principi di pulizia morale che non hanno nulla a che vedere con la giustizia. Con tangentopoli i togati hanno assunto un ruolo invasivo ed ipertrofico che prima si sognavano e lo hanno ottenuto grazie ad interferenze straniere. Gli statunitensi vincenti sui sovietici, all’indomani del crollo di Mosca, decisero di modificare gli equilibri europei. In Italia fu organizzato un golpe a suon di avvisi di garanzia e condanne contro gli “storici” partiti di governo. Il PCI-PDS fu risparmiato perché ormai più atlantista dei democristiani e socialisti messi insieme. Bisognerebbe mettere fine una volta per tutte a questa “anomalia” che produce paradossi autolesionistici come quello dello Stato che processa lo Stato. E’ bene ricordare che i soldi dalle potenze straniere li prendevano e li prendono tutti. Anzi, spesso non si tratta di passaggio diretto di denaro ma di “affari” che coinvolgono importanti player strategici istituzionali che garantiscono commercio e politica estera. Gli “intermediari” che li facilitano fanno un favore a se stessi ma anche all’economia nazionale.

Di più, vorrei ricordare che in tempi passati si era maggiormente uomini di mondo su tali questioni. Cossiga, per esempio, sui finanziamenti dei Sovietici al PCI invitava a non alzare inutili polveroni: perché sarebbe stato “assai strano che l’ Urss non avesse finanziato i comunisti italiani” dato che “partiti occidentali erano finanziati soprattutto dagli Stati Uniti”. Cossiga, inoltre, rammentava, che spesso i servizi segreti italiani “scortavano” a distanza i compagni che facevano la spola tra Roma e Mosca affinché il passaggio di rubli avvenisse in tutta sicurezza evitando guai peggiori. La provenienza “sicura” dei fondi impediva ai comunisti di lanciarsi in forme di autofinanziamento più spregiudicate.

Francesco Cossiga ricordava Poi un piccolo emblematico episodio: «Cossutta è un amico e so che non era una spia, semmai era spiato… Una volta, per avere i finanziamenti dal Kgb per Paese Sera, dovette andare dall’ambasciatore di Parigi, non fidandosi di quello in Italia, che avrebbe potuto riferire a Berlinguer… L’episodio divertente però fu un altro: l’aereo con il quale tornava fu costretto a un atterraggio d’emergenza… Quando, evocando la storia in un’occasione pubblica, Cossutta raccontò: Riparammo a Copenaghen, io lo corressi: No, Stoccolma. Come fai a saperlo?, sbalordì. Eravamo meno fessi di quanto tu pensavi, potetti dire con soddisfazione».

In Italia, ancora oggi, arrivano aiuti da fuori. Li incassano tutti, con modalità e intenti differenti, e quelli che li negano sono solo i più ipocriti. Salutame a Soros.

A.Moro: ancora solo mezze verità, ma utili di Piergiorgio Rosso

Moro

-guzzanti-qui

Paolo Guzzanti sul Giornale on-line di ieri ha vomitato ancora una volta tutto l’armamentario standard dell’anticomunismo ed anti-sovietismo – di cui lui è portatore da anni – nella sua ricostruzione degli scenari dentro i quali si era svolto il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro, nella ricorrenza della telefonata delle BR che informava su dove e come ritrovare il corpo dello statista democristiano.

Dentro l’articolo però sono annidate tesi che supportano alcune delle verità che da anni noi tentiamo di portare in primo piano: prima fra tutte quella secondo cui E. Berlinguer – ed il gruppo dirigente che a lui faceva capo – fu l’attore protagonista del cambiamento di campo del PCI verso la sfera d’influenza USA fin dai primi anni ’70 e che questo spostamento era promosso e sostenuto da una parte dell’Amministrazione USA dei tempi. Dice Guzzanti: “Moro fu assassinato per impedire che il Partito comunista [italiano – NdR] si sganciasse dall’Unione Sovietica, come tutto l’Occidente sperava…” Ovviamente Guzzanti imputa ai “servizi segreti sovietici e alla Stasi tedesca”, l’esecuzione di A. Moro per mano dei brigatisti “arruolati” dai russi. Ma nel sostenere questa tesi rivela che “ … La liquidazione di Moro mandò all’aria il progetto”. Quale e di chi? : “… questa è la storia negata e insabbiata. L’operazione che avevano preparato gli americani vedi L’Italia vista dalla Cia di Paolo Mastrolilli e Maurizio Molinari, con tutti i documenti originali del corteggiamento americano al Partito comunista guidato da Enrico Berlinguer, consisteva allora nel tentativo di far fuori una parte della Dc sgradita.

E aggiunge: “Operazione che riuscì perfettamente qualche anno più tardi con l’eliminazione programmata di tutta la classe politica democratica italiana con l’operazione Clean Hands, Mani Pulite come ben documentato in The Italian Guillotine di Luca Mantovani e Stanton H. Burnett, libro mai tradotto in Italia, per eloquente prudenza.  

Come si può notare tesi che su questo blog sono state sostenute più volte da Gianfranco La Grassa, senza avere a disposizione documenti secretati o accesso a fonti riservate: semplicemente grazie alla lucidità di pensiero che deriva dall’avere riletto la storia dei comunisti – russi ed europei – senza sconti ma anche senza prevenzioni ideologiche filo-liberali e filo-americane.

Delle mezze verità dunque per noi, che non potranno mai godere dell’approfondimento e delle verifiche storiche che meriterebbero, perché affogate dentro articoli o tesi chiaramente di parte ed interessate a difendere interessi di parte.

Eppure sempre verità che ci devono spronare ad insistere nella ricerca di conferme e nella loro diffusione, una volta tolte dal nascondimento e spogliate dal loro uso strumentale.

Un commento al pezzo su Moro (di P. Rosso)

Moro

 

” … la strada del dialogo tra Dci e Pci, approntata in quei termini da Berlinguer, non piaceva affatto a Moro …”
Rileggendo l’ultimo discorso di Aldo Moro rivolto ai Gruppi Parlamentari DC il 28 febbraio 1978 e usando la griglia interpretativa di C&S, si trovano numerosi passaggi che supportano la tesi della smentita alla vulgata di “Aldo Moro protagonista del compromesso storico”.
Moro innanzitutto riepiloga il momento politico: ” …Prima delle elezioni vi è stata quella dichiarazione che ha pesato e pesa tuttora nella realtà italiana, con la quale, senza successivi ritorni e pentimenti, il Partito Socialista ha dichiarato chiusa la esperienza di centro-sinistra….”
Il governo monocolore della non-sfiducia aveva logorato la DC – ” …abbiamo ritenuto che questo allineamento, in forma di obiettivo e non negoziato contributo, del Partito Comunista, in forma di astensione, potesse esser accettato…” – ma la dichiarazione di De Martino chiudeva le porte a qualsiasi riedizione del centro-sinistra classico.
Dunque si trattava di procedere nell’apertura al PCI ma escludendo una coalizione pienamente politica: ” … qualche accordo parziale su cose da fare, per un certo tempo. Abbiamo detto che questa operazione non comportava la formazione di una maggioranza politica … ” eppure indietro non si poteva tornare e qualcosa la DC doveva proporre:
” …Abbiamo delle difficoltà. Dobbiamo fare qualche cosa, e nel fare qualche cosa rischiamo di cambiare la nostra linea, di menomare la Democrazia Cristiana, di compromettere la identità della Democrazia Cristiana ed il suo dialogo aperto e costruttivo con l’opinione pubblica? Questo è il quesito. Che cosa possiamo fare per fronteggiare la situazione ed insieme per non rompere, per non distruggere, per non far nulla di catastrofico, per non guastare delle cose che sono essenziali, per noi, che sono ragioni di vita per la Democrazia Cristiana? Questo è il punto … ”
E ancora: ” … Ecco, vedo il rischio di una deviazione nella gestione del potere, cioè di quello che si dice “passare la mano”. Non passare la mano da un uomo ad un altro, come accadeva una volta quando avevamo tanto spazio, ma passare la mano da uno schieramento all’altro. E’ una cosa possibile? E’ una cosa probabile? Io non lo so. Mettiamola tra le cose problematiche, tra le tante cose problematiche che devono occupare la nostra coscienza …”
Moro aveva come stella polare la centralità della DC – altro che compromesso storico – per la semplice ragione che lui vedeva la DC e la sua capacità di essere flessibile nelle fasi di cambiamento sociale – a torto o a ragione – come unica salvezza della democrazia italiana.
E quindi tutt’al più: ” … cioè al sistema della astensione, della non opposizione, dovrebbe sostituirsi un sistema di adesioni….” per un tempo limitato: ” …un accordo opportuno, misurato, legato al momento particolare nel quale viviamo”. Perché una DC – ma anche un PCI – all’opposizione Moro non la vede proprio: ” … ma immaginate cosa accadrebbe in Italia, in questo momento storico, se fosse condotta fino in fondo la logica della opposizione, da chiunque essa fosse condotta, da noi o da altri, se questo Paese dalla passionalità intensa e dalle strutture fragili, fosse messo ogni giorno alla prova di una opposizione condotta fino in fondo?”
E la prospettiva? Moro la delinea lucidamente nel passaggio forse più conosciuto di questo intenso discorso:
” … Se voi mi chiedete fra qualche anno cosa potrà accadere, fra qualche tempo cosa potrà accadere (e io non parlo di logoramenti dei partiti, linguaggio che penso non sia opportuno ma parlo del muoversi delle cose, del movimento delle opinioni, della dislocazione delle forze politiche), se mi chiedete fra qualche tempo che cosa accadrà, io dico: può esservi qualche cosa di nuovo.
Se fosse possibile dire: saltiamo questo tempo e andiamo direttamente a questo domani, credo che tutti accetteremmo di farlo, ma, cari amici, non è possibile; oggi dobbiamo vivere, oggi è la nostra responsabilità. Si tratta di essere coraggiosi e fiduciosi al tempo stesso, si tratta di vivere il tempo che ci è stato dato con tutte le sue difficoltà. Quello che è importante è affinare l’anima, delineare meglio la fisionomia, arricchire il patrimonio ideale della Democrazia Cristiana, quello che è importante in questo passaggio (se voi lo vorrete, se sarà possibile obiettivamente, moderato e significativo), è preservare ad ogni costo l’unità della Democrazia Cristiana.”
Arricchire il patrimonio ideale e preservare AD OGNI COSTO l’unità della DC: più chiaro di così …

Moro e (im)moralismi di sinistra

Moro

 

Chi emise la condanna a morte per Moro? Troppo spesso vengono accusati Cossiga e Andreotti ma ci si dimentica dell’uomo che più di tutti gli altri persegui’ la linea della fermezza: Enrico Berlinguer. Cossiga si chiedeva come mai il segretario del Pci non subisse le stesse accuse che toccarono a lui e Andreotti, eppure era anche più tetragono di loro nella chiusura di ogni trattativa coi brigatisti. Berlinguer il buono e il moralista era in realtà un essere pericoloso, come rivelò Leone a Squitieri. Furono lui e Benigno Zaccagnini a far fallire la trattativa per la liberazione del politico pugliese. Un comunista e un democristiano di “sinistra”. Basta con questa palla secondo la quale Moro sarebbe stato ucciso perché avrebbe voluto coinvolgere i comunisti nel governo.
Abbiamo scritto nel nostro ultimo libro con La Grassa (In Cammino, verso una nuova epoca) qualcosa su questa faccenda e da lì traggo il passaggio: “Storicamente, è il golpe cileno del ‘73 l’evento rivelatore, quello che fa trasparire quanto si andava elaborando nella segreteria piccìista. In quell’anno Berlinguer, approfittando di un’interpretazione errata dei fatti della Moneda (e di quanto sarebbe potuto avvenire anche in Italia), s’inventò la necessità di un compromesso storico tra le forze responsabili del Paese. Si voleva evitare una possibile svolta autoritaria ma l’occasione fu più che altro propizia per un salto di campo dei comunisti, i cui vertici avevano ormai deciso di entrare a far pienamente parte del cosiddetto “occidente” a guida statunitense.

Nell’ottobre dello stesso anno il segretario comunista esce malconcio da un “incidente” in Bulgaria. I servizi segreti dell’est, non necessariamente il Kgb, vollero dare un preavviso al politico che si stava spingendo troppo oltre le sue possibilità, dettate dal contesto geopolitico. In ogni caso, la strada del dialogo tra Dci e Pci, approntata in quei termini da Berlinguer, non piaceva affatto a Moro, il quale non è mai stato vero interlocutore di quella svolta che si concretizzerà, sebbene in forma ancor più ambigua, solo nel ’76, con il governo della “non sfiducia” di Andreotti.

Piuttosto, all’interno della Dc furono gli elementi della sinistra ad intavolare le vere trattative. Sono gli stessi protagonisti che condivideranno, sempre con il comunista sardo, la linea della fermezza allorché le Br rapiranno Moro.

Su questa triste vicenda risultano interessanti le dichiarazioni rilasciate, qualche anno prima di morire, dal regista Pasquale Squitieri. Secondo quanto afferma il cineasta, il Presidente Leone aveva già firmato la grazia per alcuni brigatisti che non si erano macchiati di reati di sangue. Si sarebbe dovuto effettuare uno scambio con i terroristi per liberare il politico di Maglie ma Benigno Zaccagnini ed Enrico Berlinguer fecero saltare i negoziati. Era stato proprio Leone a rivelarlo, aggiungendo che quest’ultimi erano davvero pericolosi. E’ ovvio, tuttavia, che questi “pericoli pubblici” avevano le spalle molto coperte, essendo a contatto con ambienti Usa che stavano approntando una strategia di distacco del Pci dai sovietici.

L’eurocomunismo era il volto presentabile di questo piano internazionale che destrutturava i partiti comunisti europei per il medesimo obiettivo di allontanamento dalla “casa madre”. Non dimentichiamo che nell’aprile ’78, un mese prima dell’omicidio di Moro, c’era stata pure la gita culturale di Napolitano in America. Una insolita condensazione di eventi che produce significative alterazioni sulla vita politica italiana. Alterazioni che solo un quindicennio dopo, con il collassamento del campo socialista, si mostreranno in tutti i loro decisivi effetti. Basta mettere insieme i pezzi del puzzle per giungere a delle conclusioni: 1) delitto Moro, 2) implosione dell’URSS, 3) cambio di nome del PCI, 4) liquidazione giudiziaria della prima Repubblica. Chi si salva da questa immane tempesta storica che tutto cambia eccetto, appunto, qualcosa? Gli ex comunisti e la sinistra DC. Sono loro l’eccezione, i prescelti per gestire la transizione da un’America (quella del bipolarismo) all’altra (quella del monopolarismo), in tempi non sospetti, quando i sintomi del mutamento mondiale erano ancora emergenti”.

Riflettete su questi avvenimenti, sulle loro dinamiche intrinseche e sui risultati ultimi, avrete così i colpevoli di 40 anni di cancrena italiana.

BIGHELLONANDO DI QUA E DI LA’, di GLG

gianfranco

 

 

E’ una bella giornata, finalmente calda, ma sono vagamente annoiato di questa politica “quotidiana”, che diventa sempre più demenziale. Andrò a ruota libera a seconda di quanto mi viene in mente. Intanto, ricordo ancora che con i miei amici ho scritto “L’illusione perduta”. Non è per farne adesso nuova pubblicità, ma solo perché effettivamente sono certo che vi viene spiegato meglio che altrove (quanto meno dal ’68 in poi) chi era e che cosa ha fatto Marx e quali limiti sono ormai evidenti nella sua teorizzazione. Tuttavia, va chiarito che non rinnego proprio nulla di quanto ho fatto e pensato in passato, sia dal punto di vista teorico, in cui alla fine ho scelto il marxismo, sia dal punto di vista politico, in cui sempre alla fine ho scelto il comunismo. Considerare oggi i limiti, e anche l’invecchiamento, sia della teoria che della pratica politica di tempi trascorsi non significa per nulla passare ad altre impostazioni teoriche o ad altre scelte politiche nette e precise. Non rivaluto per nulla ad es. il liberal-liberismo, che mi sembra molto più superato ancora del marxismo. Critico, e sempre più decisamente, la concezione della dinamica sociale troppo appiattita sulla lotta tra due classi, stabilite in base alla centralità della proprietà/potere di disporre (o meno) dei mezzi produttivi; ma certamente non mi metto a credere alle virtù taumaturgiche del “libero mercato” (visione di una superficialità che a mio modo di vedere confina oggi con l’imbecillità) e nemmeno all’eguaglianza e libertà dei singoli individui, come fossero tutti dei Robinson ben soli nelle loro isolette, in semplice lotta con l’ambiente da cui trarre, secondo il principio del minimo sforzo e massimo risultato (principio cardine della mentalità capitalistica, non certo di quella di epoche storiche precedenti), di che sostentarsi e anche progredire.

Nemmeno ho mai seguito dottrine sociali derivate dalla religione. Non ho mai disprezzato i credenti, li rispetto pur sempre, ma non mi sono mai posto il problema di Dio con tutto ciò che ne deriva. Avevo da ragazzino (e per alcuni anni) – come sempre nelle “famiglie bene” – il padre confessore (un francescano), cui volevo molto bene, deludendolo però sempre profondamente. Non ho nulla contro chi crede, ma io sento semplicemente di non sapere da dove provengo né perché l’essere umano è così diverso dagli altri animali; e nemmeno riesco a chiedermi il senso della vita e se ce n’è in altre parti dell’Universo. Per il momento ritengo che non si sappia nulla. So soltanto che, da molto presto (poco sopra i dieci anni), ho avuto la sensazione di una nostra vita troppo corta anche quando si diventa vecchi; e che ci sono un mucchio di problemi con le varie malattie da cui siamo colti. Di conseguenza, come sopra detto, non ho mai gran che preso in considerazione trattazioni dell’organizzazione e delle dinamiche sociali improntate troppo nettamente a credenze religiose, senza dubbio ben rilevanti in altri ambiti. Del resto, è troppo netta in me la convinzione di ineliminabili conflitti sociali che tendono ad essere mal intesi se ci si diletta troppo in discorsi “amorevoli”. Beh, non divaghiamo.

In definitiva, quando ho scoperto il marxismo, mi è sembrato che fosse un po’ più adeguato a quanto m’interessava conoscere. L’ho preso come sapere scientifico e, fin da dall’inizio (avevo in fondo già 18 anni), non ci ho creduto per fede. Mi sembrava molto convincente la scoperta che – dietro la presunta eguaglianza degli scambisti, in effetti abbastanza credibile finché si resta appunto al semplice scambio della merce da ciascuno posseduta e ceduta, in media, al suo valore (lavoro, di varia complessità, speso per produrla) – ci fosse comunque l’esistenza di una diseguaglianza dovuta alla proprietà dei mezzi di produzione da parte di una certa classe che, proprio per questa sua condizione, di fatto otteneva il pluslavoro dell’altra, in possesso di sola forza lavoro. Adesso non ripeto quanto spiegato da me mille volte e ben sintetizzato nel libro sopra citato. Dico solo che una volta convinto di quanto leggevo in Marx e altri suoi seguaci (ma sempre in termini di scienza, che mai deve essere creduta intoccabile e non criticabile ove se ne riscontrino limiti), ho anche aderito alle conseguenze di questa scelta, implicante l’adesione ad una determinata pratica politica.

Dal marxismo si poteva trarre la soluzione riformista (allora ormai detta definitivamente socialdemocratica) e quella rivoluzionaria (comunista); non sto a dilungarmi in merito (anche questo l’ho spiegato a iosa). Fin da allora (ripeto, 18 anni) mi infastidiva la frase: “le teste si contano, non si rompono”. Sono sempre stato convinto che alla fine (certo nel “lungo periodo”, insomma quando se ne creano le possibilità) è difficile, e forse impossibile, non spaccare una notevole quantità di teste. Non si cambia quasi nulla con il semplice convincimento o, dicendo assai meglio, con il mero tentativo di convincere. Anche perché non esiste il vero convincimento. Semplicemente, quando le situazioni sono relativamente tranquille, milioni di individui, pensando a tutt’altro che alla politica in senso stretto, si adeguano alle menzogne che chi comanda e ha in mano gli strumenti di imbonimento e rincoglionimento “di massa” racconta per continuare a imporre il proprio volere. Sono in pochi a predicare quasi nel deserto che certe cose dovrebbero essere cambiate; spesso si innervosiscono e incattiviscono. Ed è certo sbagliato, bisogna accettare che, se le cose vanno discretamente per una larga maggioranza della popolazione, tutto resta inalterato o con mutamenti minori; cambiano certe abitudini di vita, modi di passare il tempo, avanzano le tecnologie e mutano determinate modalità lavorative, sono diverse le canzoni più amate, così pure gli abiti che vestiamo e le acconciature dei capelli, le sedicenti “libertà” sessuali, ecc. ecc. Tutto il sostanziale – in merito al potere reale – resta abbastanza inalterato anche se si avvicendano individui vari nell’esercizio di questo potere.

Ci sono anche momenti di finta rivoluzione (tipo il ’68 e simili). E sia chiaro che io lo considerai sempre un periodo di forte turbolenza (anche con atti delinquenziali), ma che avrebbe cambiato soltanto alcune forme del potere, non certo favorito l’avanzata verso quella “società più giusta” (in quanto appunto comunista), che in molti, soprattutto giovani, inseguivano in grande confusione e troppo urlando. Non sono mai stato entusiasta di quel movimento che appoggiai, restandovi di fatto esterno, per motivi soprattutto “tattici”, legati alla polemica e lotta contro il Pci (da me abbandonato di fatto nel 1963, dopo la crisi dei missili a Cuba e la rottura tra Urss e Cina, perché convinto del suo “revisionismo” e perdita di ogni carica trasformativa), contro cui fui da allora sempre schierato pur mantenendo contatti amichevoli con alcuni suoi ambiti (e a livello “centrale”). Comunque, di questo semmai racconterò in altra occasione.

Le vere rivoluzioni, i cambiamenti sostanziali, avvengono in situazioni di particolare crisi di una data società, di forte malcontento per condizioni di vita in netto peggioramento e quando si vanno sfacendo e disgregando gli apparati del “potere costituito”. E nelle rivoluzioni non si va più per il sottile e non si contano le teste, “si tagliano” in discreto numero. Voglio però essere chiaro. Ho scelto il comunismo e ritengo che sia giusto ad un certo punto, soprattutto quando si presentano alternative nettamente distinte, fare una scelta. E una volta fatta, ci si schiera con decisione da una parte. Tuttavia, non ho mai ritenuto sensata l’esaltazione e la convinzione irremovibile d’essere dalla parte, assolutamente e totalmente, giusta. Soprattutto non ritengo che tutti quelli che stanno con me siano i “buoni” e gli altri “i cattivi”. Fin dall’inizio della mio avvicinamento al Pci vidi una quantità non indifferente di individui in chiara malafede, ambiziosi, invidiosi delle migliori condizioni altrui e con la volontà di prendere il posto di questi altri. Constatai la presenza di una buona quota di stupidi o di settari o di invasati. Esattamente come l’avevo constatata – e ho sempre continuato a constatarla – dall’altra parte, nel cui ambito sono nato. Perché io sono nato “molto bene”, in condizioni di tale agiatezza da farmi ricordare con piacere la mia vita perfino durante la guerra, di cui ho sofferto ben poche privazioni e disagi (anzi, direi, nessuna privazione e limitati disagi). Sto decisamente peggio proprio nella parte finale della mia esistenza.

Mi sono allontanato dalla mia “classe” di appartenenza per scarsa stima di molti suoi appartenenti, ma soprattutto, lo ribadisco, perché convinto di una certa teoria relativa alla dinamica della società detta capitalistica. Passato dall’altra parte – non come modo e condizioni di vita, meglio specificare – non ho trovato esseri umani migliori; esattamente come sono e saranno sempre. Ho avuto cari amici (e ne ho mantenuti anche tra quelli dell’ambiente da cui provenivo) e conosciuto (e pure frequentato) una discreta quantità di odiosi, anche in tal caso come nell’altro ambiente. Tuttavia, ho ritenuto di dover puntare su una parte e, assunta tale posizione, è chiaro che ho dovuto più di una volta polemizzare con chi stimavo di più e magari solidarizzare con chi stimavo ben poco. E mi è andata bene poiché mai si sono presentate situazioni in cui si devono usare modi “assai bruschi” verso gli avversari, che anzi diventano “nemici”.

In ogni caso, resto tuttora convinto che una scelta vada fatta, che sia sbagliato e talvolta proprio vile restare sempre indecisi perché si crede che questo sia l’atteggiamento corretto. Non è corretto, è spesso quello dell’opportunista che attende di vedere chi vince o del pauroso che teme gli scontri o di chi, insomma, si comporta comunque “anguillescamente”. Sono assai pochi i veri “virtuosi” che non si schierano. E di una cosa, man mano che s’invecchia, ci si rende conto: qualsiasi sia la convinzione assunta e seguita, si arriverà sempre ad accorgersi – se non si è stupidi o settari e chiusi in se stessi fino alla cecità – di aver commesso errori più o meno gravi. Più passa il tempo e più gli errori si fanno evidenti, si comprende che si dovevano compiere altri passi o che, in ogni caso, non si è giunti dove si era convinti di arrivare. “Sbagliando s’impara” dice un sensato detto popolare. E si deve precisare ancor di più. Lo sbaglio non si nota subito perché spesso non è uno sbaglio fin dall’inizio. La realtà in cui agiamo è di una complessità incalcolabile, irriproducibile dalla nostra mente; ed è sempre cangiante con rapidità variabile (e variabile in modo diverso nelle sue diverse componenti “fluide”). Non si può agire sensatamente se non la si irrigidisce in schemi più semplici e dotati di una o al massimo alcune direzioni di movimento, cui si attribuiscono date probabilità.

Anche ammettendo che non si sbagli fin dall’inizio la supposizione circa l’andamento della realtà, l’errore si manifesterà in seguito perché vi è stato un cambiamento. Si dirà: si deve essere attenti a individuare tali cambiamenti. Non si può essere così elastici e flessibili com’è la realtà, altrimenti ci muoveremmo soltanto con sommo disordine e si può essere certi che inizieremmo fin da subito a capitombolare di qua e di là perdendo ogni possibilità di un qualsiasi costrutto minimamente stabile, di cui si ha bisogno per potere proseguire nell’azione e anche correggerci; ma lo si può fare ogni tanto, non in ogni infinitesima parte del tempo di cui avvertiamo lo scorrimento (e lo avvertiamo proprio così com’è?).

Uno si trova sulla riva di un fiume assai vorticoso e decide di passarlo; e fissa pure il punto dell’altra riva in cui, per vari motivi ben pensati e valutati, gli sembra assai positivo giungere. Si butta nel fiume, ma deve immergersi dove l’acqua è più tranquilla poiché alla superficie è impossibile procedere senza essere continuamente rovesciato e accecato dagli schizzi d’acqua. Ogni tanto il nuotatore riemerge, guarda verso l’altra riva e, vedendo che si è troppo spostato di traiettoria per giungere al punto desiderato, la corregge e s’immerge nuovamente. Poiché le riemersioni debbono essere poco numerose e assai brevi, se non si vuol essere travolti e allora “immersi per sempre”, si può essere sicuri che non si giungerà a riva dove si voleva, bensì “più in giù”, in luoghi che non erano assolutamente visibili dall’altra parte del fiume quando si è deciso di attraversarlo. Molti si scoraggiano già all’inizio e non si gettano nel fiume. Io, lo ribadisco, credo che si debba decidere di buttarsi e di fissare una meta, consci però che non sarà quella che alla fine verrà raggiunta. Quando in qualche punto si approderà all’altra riva, di tenterà di capire dove si è arrivati e quale effettivo percorso si è seguito nell’attraversare il tumultuoso corso d’acqua.

Già prima del 1989 (“crollo del muro”) e del 1991 (fine dell’Urss) ero giunto, e non da poco tempo, alla conclusione che non vi era stata la sedicente “costruzione del socialismo”, che questa non era stata neppure innescata. Per un certo periodo, non nego di avere pensato il contrario; che la “transizione” era stata avviata e poi si era arenata e aveva preso un’altra strada. All’inizio della svolta avvenuta in Cina con la “rivoluzione culturale” avevo pensato – pur non approvando molti aspetti di quel processo – che si trattasse di un tentativo di superare l’impasse dell’Urss (e della stragrande maggioranza del movimento comunista mondiale) per ritrovare la strada della rivoluzione. Tuttavia, con la fine di quell’evento – su cui avevo già seri dubbi – avvenuta subito dopo la morte di Mao (1976), mi ero convinto che tutto andava ripensato. E l’arrivo dell’’89-’91 non mi creò proprio nessuno sconforto o nostalgia di “cose perdute”, poiché erano cose già perse da tempo, anzi soltanto immaginate per credenza ideologica. Devo dire inoltre che ritenni tutto sommato positiva la fine del mondo bipolare, un periodo che fin da allora consideravo una vera “cristallizzazione” della storia, insomma una “perdita di tempo”. Tanto più che poi, via via, mi sono convinto che l’Urss non aveva proprio nessuna reale capacità di vero contenimento della potenza statunitense. Con la sedicente “guerra fredda”, l’“equilibrio del terrore” e altre imprecise definizioni similari si è nascosto il fatto che semmai la potenza “imperiale” americana si è sbagliata di strategia (o tattica) più di una volta – come forse sta accadendo ancor oggi – ma l’Urss, già a partire dagli anni ’50, la conteneva abbastanza malamente.

In definitiva, non sono stato minimamente sconvolto, come tantissimi, per il disfacimento del sedicente “socialismo reale”. So bene che comunque gli Usa hanno ancor più fatto quello che volevano con molta arroganza, molta più di quando esisteva l’Unione Sovietica. Tuttavia, il contrasto che poteva opporre quest’ultima si era indebolito soprattutto dopo la morte di Stalin e già con Kruscev; e poi in definitiva la struttura sociale del paese, per errori vistosi nella effettivamente inesistente “costruzione socialistica”, si era irrigidita creando le condizioni della sua fine, indubbiamente pure accelerata dalla mediocrità assoluta dei suoi ultimi vertici dirigenti. Quindi, nessuna nostalgia è possibile; bisogna solo ripensare un intero periodo storico di fantasiose rappresentazioni ideologiche. Tutto questo, però, non mi conduce certamente a rinnegare la “rivoluzione d’ottobre”. Non portava al “socialismo”, non era in senso gramsciano una “rivoluzione contro il Capitale” (il libro teorico di Marx). Erano tutte visioni completamente stravolte da quello che è normale in ogni fenomeno rivoluzionario. Si pensa di stare rivoltando un mondo, di star realizzando i migliori intenti di radicale rinnovamento e poi, come sempre avviene, si raggiungono altri obiettivi del tutto diversi da quelli perseguiti; e s’instaura un altro ordinamento di potere con nuovi gruppi dominanti, che a volte credono di star proseguendo lungo il percorso indicato dagli iniziali gruppi rivoluzionari. In realtà, si sta andando in tutt’altra direzione, ma anche perché gli stessi promotori di quel movimento avevano già compiuto passi in direzioni divergenti da quelle pensate e dichiarate, spesso perfino con sincerità.

Tuttavia mi sembra errato concludere: non si doveva fare nulla, era perfettamente inutile. Così pensando e agendo, non si cambierà mai nulla. E’ indispensabile “gettarsi nel fiume” e “nuotare, sia pure sott’acqua”. E’ il necessario modo d’agire di quell’essere umano che, per motivi che non sto a discutere (non ne avrei la capacità e la conoscenza), è dotato di pensiero; non possiamo non porci dei fini che rappresentano un cambiamento rispetto alla situazione del presente vissuto. Giungeremo sempre a situazioni di vita sociale in cui siamo insoddisfatti delle attuali condizioni e avvertiamo la necessità, forse ancor più del bisogno, che queste cambino. E cerchiamo di mutarle a seconda di quanto abbiamo pensato e conosciuto della situazione presente e di quelle che ci si prospettano come possibili da conseguire. E sbaglieremo sempre; sia perché abbiamo costruito una assai imperfetta rappresentazione del presente (salvo magari per quanto concerne la sensazione di forte disagio nel viverlo) e sia perché, conseguentemente, incorreremo in errori nelle pratiche di mutamento. E’ però praticamente impossibile conoscerli fin dall’inizio; in senso proprio, diventeranno errori man mano che la realtà muta nel suo incessante scorrere fluido e vorticoso (e casuale) mentre noi mai potremmo agire se non la fissassimo, di volta in volta, secondo “strutture relazionali” dotate di stabilità e mutamento “ordinato”.

Quando entriamo in un’epoca storica in cui si esigono dei netti mutamenti – e a mio avviso ci stiamo inoltrando in una di queste epoche – dobbiamo essere consci che vi sono gruppi sociali al comando che non vogliono perdere le loro posizioni di privilegio; altri sono insoddisfatti, si sentono in condizioni di inferiorità e disagio, ma temono ancor più fortemente i rivolgimenti diretti a situazioni non conosciute in anticipo; coloro che optano per il cambiamento si dividono a seconda delle mete presunte migliori cui si vuol giungere; coloro che optano grosso modo per la stessa meta (o quasi) si dividono circa i percorsi e le modalità creduti più idonei al conseguimento dello scopo. Insomma, vi sono tanti motivi che conducono gli esseri umani a contrasti reciproci. E quanto più i cambiamenti s’impongono, se ne sente l’urgenza, tanto più i contrasti diventano acuti, veri scontri accesi, in cui le diverse “frazioni” d’esseri umani si sentono nemiche e pronte a farsi molto male. E quelli che si mettono a predicare l’amore, la fratellanza, sono raramente uomini veramente buoni; sovente sono emeriti ipocriti interessati a preservare certe posizioni per loro vantaggiose.

Come tutti, posso sbagliare di grosso; tuttavia, così a occhio e croce, temo che i più giovani, coloro che hanno davanti a sé alcuni decenni di vita, debbano prepararsi ad affrontare periodi assai duri di intensi conflitti. E sarà soprattutto necessario dismettere gli abiti del “buon cuore” e del “siamo tutti fratelli”. Del resto, sappiamo bene come si trattano i fratelli fra di loro quando urgono esigenze sempre più divergenti. In questo momento, vi è ancora molta confusione, non è ben chiaro dove si sta andando. Le indecisioni sono comprensibili. Certe ideologie sono franate e solo alcuni gruppi di inveterati e sconclusionati “fedeli” possono ancora crederci sinceramente; i più semmai fingono di crederci quando se ne sentono serviti nei loro vantaggiosi rapporti sociali. Si avvicinano i momenti della maggiore chiarezza (sempre se non erro troppo vistosamente). Si capisca che bisognerà decidersi, schierarsi, farsi seguire o seguire dati capi che sanno prendere decisioni definitive. Si dovrà scegliere da che parte stare, quale meta preferire, quale direzione seguire per giungervi. Si sia pronti a capire che non si arriverà proprio nel punto prescelto “dell’altra sponda”; e tuttavia, non ci si deve “spompare” e rinunciare a combattere. Il malcontento della situazione presente comunque dilagherà, il cambiamento sarà necessario, “tagliare la testa” di coloro che non lo vogliono diventerà esigenza imprescindibile. Quindi preparatevi a decidere, a scegliere, a lottare. E a dare la morte a tanti, morendo in tanti. E mandate al diavolo chi vi predica i buoni sentimenti. Per ogni “santo” esistente, ci sono mille farabutti da “inviare in cielo”, togliendo loro i privilegi goduti per decenni o secoli.

Beh, finiamo la scampagnata. La giornata è sempre bella, ma volge a sera e si deve concludere. Ho evidentemente espresso con sincerità quello che penso della realtà del mondo in base all’esperienza che posso averne avuta. Non pretendo d’essere infallibile e non sostengo che quanto ho sostenuto sia l’assoluta verità. La penso così, così valuto l’andamento delle vicende nella società degli uomini. Ho semplicemente esposto, e molto in sintesi, le mie idee in proposito. Arrivederci.

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