NON E’ TUTTO COMUNISMO QUELLO CHE ARROSSISCE

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Con Gianfranco La Grassa abbiamo fatto un video per “commemorare” i cento anni dalla nascita del Pci (http://www.conflittiestrategie.it/cento-anni-dalla-nascita-del-pci). Metto la parola commemorazione tra virgolette proprio perché non di celebrare si tratta per noi ma di analizzare quanto accaduto in un lungo periodo storico, nazionale ed internazionale, al fine di comprendere gli sbocchi odierni degli eventi. Credo che il video sia interessante ma, ovviamente, non esaustivo. Il PCI ha attraversato almeno tre tornanti epocali che ne hanno definito il ruolo nel tempo e nella società italiana. Il primo è quello che va dal 1921, anno della sua nascita, fino al 1944 (svolta di Salerno). Questa fase è caratterizzata dall’influenza che la rivoluzione sovietica aveva avuto sul clima europeo, poi dal fascismo e dal nazismo, dunque dalla guerra che si concluderà con l’occupazione americana (altro che liberazione!) dei paesi sconfitti. Appunto, nell’Aprile del 1944 Togliatti, su indirizzo sovietico, accantonava definitivamente i principi rivoluzionari del Pci per partecipare al governo di unità nazionale con le forze democratiche e liberali antifasciste. Fu il preludio a quanto sarebbe successo anche in seguito, con la conclusione del conflitto (ufficialmente nel 1945) e lo stabilmento di determinati equilibri mondiali tra i paesi vincitori, Usa e Urss, i quali si divideranno l’Europa limitando l’autonomia di tutto il Continente. Dopo quei fatti le velleità rivoluzionarie del PCI tramonteranno definitivamente ed il Partito resterà stretto tra l’essere inserito in una nazione sotto dominio statunitense e l’essere ideologicamente e finanziariamente dipendente dall’Unione Sovietica, dunque senza margini propri di manovra. Questa specie di equilibrio insano verrà spezzato da un’ulteriore giravolta i cui prodromi si avvertono tra la fine degli anni ’60 e gli inizi dei ’70. Nonostante l’apparenza di una subordinazione all’URSS la classe dirigente picciista prenderà la strada della Casa Bianca, sulle gambe di esponenti come Berlinguer e Napolitano, sorretta da camuffamenti ideologici come l’eurocomunismo (1976). Quella che inizialmente appariva solo una lettura senza prove o appena sintomale viene confermata dal desecretamento dei documenti ufficiali dei servizi Usa. Se Togliatti nel 1944 è costretto dalla forza di fatti soverchianti a ricollocare il PCI quanto avverrà in seguito rientra nel novero di opzioni molto più meschine, assimilabili al tradimento. Quest’ultimo è sì un fatto oggettivo ma richiede “forzature” dei tempi che non sono minimamente accostabili alle strettoie dei “tempi forzati”. Il caso togliattiano rientra nella seconda categoria (l’Italia era uno Stato sconfitto preso tra due blocchi di potenza), possiamo anche catalogarlo come opportunismo ma non oltre, quello berlingueriano è stato invece molto di più, uno studio consapevole a scopo liquidatorio, finalizzato a velocizzare una procedura dismissoria che avrebbe potuto avere esiti meno infausti. Non aggiungiamo altro ma la scenografia è abbastanza chiara. Rinviamo, a supporto di quanto esplicitato (anche in altri scritti sul nostro sito) a quello che scrive il giornalista Marcello Sorgi nel suo libro “Presunto colpevole” del 2020:
“La lettura, o la rilettura delle carte desecretate della Cia è molto interessante per capire il reale atteggiamento degli americani. Occorre partire dalla metà degli anni Settanta, quando appunto l’Italia appare agli osservatori americani un Paese allo sbando, a rischio di scivolare, non tanto nel comunismo, ma in una sorta di anarchia terroristica che dilaga senza argini, con una politica che non riesce a mantenere un livello accettabile di ordine pubblico. L’instabilità dei governi italiani è un lusso che gli americani pagherebbero a caro prezzo. Il territorio del Paese è strategico non solo per la sua posizione al centro del Mediterraneo, ma perché sul nostro suolo sono collocate le basi militari della Nato. L’obiettivo principale degli americani è la stabilizzazione dell’Italia, la politica e i suoi esponenti solo un derivato. La Cia arriverà a chiedersi a un certo punto se anche il Pci non possa dare una mano a trovare un baricentro al Paese. Un approccio sorprendente, se paragonato all’invalicabile argine anticomunista degli anni Cinquanta e Sessanta. Infatti, già prima della vittoria elettorale nelle amministrative del 1975, che porta il Pci a ridosso della Dc, facendo emergere, da parte dell’elettorato italiano, il desiderio di un’alternativa al ventennale regime democristiano, la Cia instaura un contatto stabile, ancorché riservato, con il gruppo dirigente comunista guidato da Enrico Berlinguer. Se ne occupa Martin Wenick, funzionario dell’ambasciata, che ha periodicamente appuntamento con Luciano Barca, membro della direzione del Pci, per scambiare impressioni e confrontarsi sulla situazione del Paese. Dopo ogni incontro, Barca manda una relazione scritta al segretario del suo partito. Ma quando la notizia di questi colloqui salta fuori, forse veicolata dallo stesso Pci, che dopo la vittoria elettorale può aver interesse a dimostrare che il veto degli Usa sta per cadere, l’amministrazione americana fa un passo indietro. Il visto per un viaggio in America, promesso a Giorgio Napolitano, uno dei pochi dirigenti del Pci che parli un inglese fluente, sarà negato e concesso solo nel 1978.
I colloqui però riprendono. E contribuiscono, nel giugno ’75, dopo i risultati elettorali, alla redazione di un rapporto segreto della direzione centrale della Cia, in cui per la prima volta si manifesta un’apertura verso i comunisti.
«Se il Pci entrasse nel governo, – recita il documento, – seguirebbe una linea relativamente moderata sul piano interno e sociale. In molti aspetti si troverebbe a destra del Psi. Il Pci si impegnerebbe a fondo in un negoziato con la Dc per avere una voce nell’amministrazione della gigantesca struttura parastatale. Non chiederebbe ulteriori nazionalizzazioni o radicali riforme economiche e sociali. Tutto quel che sappiamo, sia da fonti pubbliche sia segrete, lascia pensare che la leadership del partito crede e desidera una società democratica e un sistema parlamentare». Qualche dubbio rimane in materia di politica estera. Ma sarà presto fugato nel 76 dallo stesso Berlinguer, che in un’intervista rilasciata al «Corriere della Sera» dichiara di sentirsi piú sicuro «sotto l’ombrello della Nato».

Alcune pagine importanti di storia (a cura di G. La Grassa)

gianfranco

http://www.dellarepubblica.it/congressi-pci/viii-congresso-roma-palazzo-dell-eur-8-14-dicembre-1956

leggere soprattutto relazione Togliatti nell’Unità del 9 dicembre e tutte le chiacchiere sulla “via italiana al socialismo”; con riforme di struttura, alleanza con i ceti medi, ecc. Non è l’inizio della via opportunistica di Togliatti, ma certo un passo importante, una svolta ancora più svolta di quella di Salerno, entro certi limiti necessaria e con tutta probabilità effettivamente “consigliata” da Stalin. Comunque di queste pagine di storia e di quelle a queste vicine si parlerà in qualche video. E bisognerebbe trovare qualcuno che affronti il problema da vero storico con ricerche varie. Metto ancora altri testi. Intanto il discorso commemorativo di Stalin, che Togliatti pronunciò il 6 marzo 1953, il giorno dopo la morte del “supremo” dirigente sovietico. E poi un documento sulla svolta di Salerno (1944) e infine l’intervista a “Nuovi Argomenti”, dove si lancia appunto la “via italiana al socialismo”, dopo aver approvato, con pieno opportunismo (di tipico stampo “togliattiano”, a noi di una certa età ben noto e mi sembra dimenticato dai più giovani), il rapporto di Krusciov al XX Congresso del PCUS (febbraio 1956), una delle pagine più meschine e miserabili della storia sovietica. Di tutto questo, ripeto, bisognerà parlare a voce perché ci vuole troppo tempo per commenti scritti.

http://files.spazioweb.it/aruba27963/file/palmiro_togliatti_commemorazione_di_giuseppe_stalin_6_marzo_1953.pdf

https://it.wikipedia.org/wiki/Svolta_di_Salerno

https://www.sitocomunista.it/pci/documenti/togliatti/nuoviargomenti.html

Chi vuol imparare qualcosa leggerà. So già quanto pochi lo faranno. Comunque, si tratta di pagine importanti della nostra storia. Almeno questo mi auguro verrà un po’ compreso.

I FINANZIAMENTI DELL’URSS AL PCI

gianfranco

http://www.ilgiornale.it/news/politica/lurss-pagava-tutti-non-soltanto-pci-greganti-gigante-1725618.html

Credo che l’ex magistrata sia persona onesta e sincera. E certamente ha pagato per non essersi allineata all’operazione così come era stata pensata non certo dalla magistratura, una cui parte è stata solo strumento di un’operazione assai rilevante, messa in atto solo quando il campo “socialista” si sfasciò. Prima non si poteva mettere in crisi il regime DC-PSI che garantiva una buona sudditanza agli USA. Tuttavia, il nuovo regime, che si sarebbe voluto installare – postpiciisti e sinistri diccì – era ancora più servo e quindi gli USA (assieme ai nostri “cotonieri”, i confindustriali privati) si scatenarono in tal senso. Il tutto fu mal calcolato, non si tenne conto della rabbia degli elettori della DC (quella maggioritaria, non l’escrescenza “di sinistra”) e del PSI, che votarono Berlusconi (non proprio per lui nel ’94, ma per sconfiggere quelli che consideravano da sempre i nemici). In ogni caso, i rubli (o anche dollari) dall’URSS saranno anche arrivati, ma solo perché una parte minoritaria del PCI (comunque importante fin quasi alla fine) era ancora dalla parte dei sovietici mentre la maggioranza era in fase di “cambio di campo” dalla fine anni ’60, inizio ’70. Del resto, non è che i sovietici (e loro “alleati”) non sapessero di questo “spostamento”; ci si ricordi del solito falso incidente occorso a Berlinguer a Sofia nel 1973. E poi solo gli sciocchi poterono pensare che il viaggio “napoletano” del 1978 – in piena costanza di rapimento Moro – fosse culturale; e ricordiamoci la dichiarazione di Kissinger, che aveva minacciato il dirigente diccì poi ucciso (e non dalle BR!), secondo cui quel comunista era “il suo preferito”.
Tornando a noi, voglio anche dire che l’ex magistrata intervistata sbaglia nel dichiarare “gigante” Greganti. Molto bravo e anche coraggioso nell’assumersi tutte le responsabilità. Tuttavia, il vero amministratore (occulto) del PCI – e veramente geniale – non era Greganti e nemmeno Stefanini. Era un altro, il cui nome è saltato fuori una sola volta per una questione marginale. Lo conoscevo bene – assieme al suo segretario, altra persona di grande intelligenza “pratica” – poiché entrambi erano amici del mio Maestro. Quindi nei dieci anni in cui sono stato assistente di quest’ultimo a Pisa, ho incontrato più volte i personaggi in questione, che ricordo ancora con grande simpatia e perfino rimpianto (è “un secolo” che non li vedo; nemmeno so se sono ancora vivi). Questo è tutto. Tanti ricordi di tempi che, secondo la mia opinione, erano imparagonabili con questa mediocrità assoluta e generale. Di Savoini semmai parlerò un’altra volta.

I SOLDI DALL’ESTERO

RUSSIAN PRESIDENT VLADIMIR PUTIN VISITS CHINA

Questo Paese ha perso la memoria. La magistratura che ha dormito per tutta la guerra fredda ora va processando questo o quel partito (sgradito per certe posizioni politiche) o questa e quella impresa pubblica (che tenta di fare gli interessi della nazione e non solo quelli degli americani) in ossequio a principi di pulizia morale che non hanno nulla a che vedere con la giustizia. Con tangentopoli i togati hanno assunto un ruolo invasivo ed ipertrofico che prima si sognavano e lo hanno ottenuto grazie ad interferenze straniere. Gli statunitensi vincenti sui sovietici, all’indomani del crollo di Mosca, decisero di modificare gli equilibri europei. In Italia fu organizzato un golpe a suon di avvisi di garanzia e condanne contro gli “storici” partiti di governo. Il PCI-PDS fu risparmiato perché ormai più atlantista dei democristiani e socialisti messi insieme. Bisognerebbe mettere fine una volta per tutte a questa “anomalia” che produce paradossi autolesionistici come quello dello Stato che processa lo Stato. E’ bene ricordare che i soldi dalle potenze straniere li prendevano e li prendono tutti. Anzi, spesso non si tratta di passaggio diretto di denaro ma di “affari” che coinvolgono importanti player strategici istituzionali che garantiscono commercio e politica estera. Gli “intermediari” che li facilitano fanno un favore a se stessi ma anche all’economia nazionale.

Di più, vorrei ricordare che in tempi passati si era maggiormente uomini di mondo su tali questioni. Cossiga, per esempio, sui finanziamenti dei Sovietici al PCI invitava a non alzare inutili polveroni: perché sarebbe stato “assai strano che l’ Urss non avesse finanziato i comunisti italiani” dato che “partiti occidentali erano finanziati soprattutto dagli Stati Uniti”. Cossiga, inoltre, rammentava, che spesso i servizi segreti italiani “scortavano” a distanza i compagni che facevano la spola tra Roma e Mosca affinché il passaggio di rubli avvenisse in tutta sicurezza evitando guai peggiori. La provenienza “sicura” dei fondi impediva ai comunisti di lanciarsi in forme di autofinanziamento più spregiudicate.

Francesco Cossiga ricordava Poi un piccolo emblematico episodio: «Cossutta è un amico e so che non era una spia, semmai era spiato… Una volta, per avere i finanziamenti dal Kgb per Paese Sera, dovette andare dall’ambasciatore di Parigi, non fidandosi di quello in Italia, che avrebbe potuto riferire a Berlinguer… L’episodio divertente però fu un altro: l’aereo con il quale tornava fu costretto a un atterraggio d’emergenza… Quando, evocando la storia in un’occasione pubblica, Cossutta raccontò: Riparammo a Copenaghen, io lo corressi: No, Stoccolma. Come fai a saperlo?, sbalordì. Eravamo meno fessi di quanto tu pensavi, potetti dire con soddisfazione».

In Italia, ancora oggi, arrivano aiuti da fuori. Li incassano tutti, con modalità e intenti differenti, e quelli che li negano sono solo i più ipocriti. Salutame a Soros.

A.Moro: ancora solo mezze verità, ma utili di Piergiorgio Rosso

Moro

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Paolo Guzzanti sul Giornale on-line di ieri ha vomitato ancora una volta tutto l’armamentario standard dell’anticomunismo ed anti-sovietismo – di cui lui è portatore da anni – nella sua ricostruzione degli scenari dentro i quali si era svolto il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro, nella ricorrenza della telefonata delle BR che informava su dove e come ritrovare il corpo dello statista democristiano.

Dentro l’articolo però sono annidate tesi che supportano alcune delle verità che da anni noi tentiamo di portare in primo piano: prima fra tutte quella secondo cui E. Berlinguer – ed il gruppo dirigente che a lui faceva capo – fu l’attore protagonista del cambiamento di campo del PCI verso la sfera d’influenza USA fin dai primi anni ’70 e che questo spostamento era promosso e sostenuto da una parte dell’Amministrazione USA dei tempi. Dice Guzzanti: “Moro fu assassinato per impedire che il Partito comunista [italiano – NdR] si sganciasse dall’Unione Sovietica, come tutto l’Occidente sperava…” Ovviamente Guzzanti imputa ai “servizi segreti sovietici e alla Stasi tedesca”, l’esecuzione di A. Moro per mano dei brigatisti “arruolati” dai russi. Ma nel sostenere questa tesi rivela che “ … La liquidazione di Moro mandò all’aria il progetto”. Quale e di chi? : “… questa è la storia negata e insabbiata. L’operazione che avevano preparato gli americani vedi L’Italia vista dalla Cia di Paolo Mastrolilli e Maurizio Molinari, con tutti i documenti originali del corteggiamento americano al Partito comunista guidato da Enrico Berlinguer, consisteva allora nel tentativo di far fuori una parte della Dc sgradita.

E aggiunge: “Operazione che riuscì perfettamente qualche anno più tardi con l’eliminazione programmata di tutta la classe politica democratica italiana con l’operazione Clean Hands, Mani Pulite come ben documentato in The Italian Guillotine di Luca Mantovani e Stanton H. Burnett, libro mai tradotto in Italia, per eloquente prudenza.  

Come si può notare tesi che su questo blog sono state sostenute più volte da Gianfranco La Grassa, senza avere a disposizione documenti secretati o accesso a fonti riservate: semplicemente grazie alla lucidità di pensiero che deriva dall’avere riletto la storia dei comunisti – russi ed europei – senza sconti ma anche senza prevenzioni ideologiche filo-liberali e filo-americane.

Delle mezze verità dunque per noi, che non potranno mai godere dell’approfondimento e delle verifiche storiche che meriterebbero, perché affogate dentro articoli o tesi chiaramente di parte ed interessate a difendere interessi di parte.

Eppure sempre verità che ci devono spronare ad insistere nella ricerca di conferme e nella loro diffusione, una volta tolte dal nascondimento e spogliate dal loro uso strumentale.

Un commento al pezzo su Moro (di P. Rosso)

Moro

 

” … la strada del dialogo tra Dci e Pci, approntata in quei termini da Berlinguer, non piaceva affatto a Moro …”
Rileggendo l’ultimo discorso di Aldo Moro rivolto ai Gruppi Parlamentari DC il 28 febbraio 1978 e usando la griglia interpretativa di C&S, si trovano numerosi passaggi che supportano la tesi della smentita alla vulgata di “Aldo Moro protagonista del compromesso storico”.
Moro innanzitutto riepiloga il momento politico: ” …Prima delle elezioni vi è stata quella dichiarazione che ha pesato e pesa tuttora nella realtà italiana, con la quale, senza successivi ritorni e pentimenti, il Partito Socialista ha dichiarato chiusa la esperienza di centro-sinistra….”
Il governo monocolore della non-sfiducia aveva logorato la DC – ” …abbiamo ritenuto che questo allineamento, in forma di obiettivo e non negoziato contributo, del Partito Comunista, in forma di astensione, potesse esser accettato…” – ma la dichiarazione di De Martino chiudeva le porte a qualsiasi riedizione del centro-sinistra classico.
Dunque si trattava di procedere nell’apertura al PCI ma escludendo una coalizione pienamente politica: ” … qualche accordo parziale su cose da fare, per un certo tempo. Abbiamo detto che questa operazione non comportava la formazione di una maggioranza politica … ” eppure indietro non si poteva tornare e qualcosa la DC doveva proporre:
” …Abbiamo delle difficoltà. Dobbiamo fare qualche cosa, e nel fare qualche cosa rischiamo di cambiare la nostra linea, di menomare la Democrazia Cristiana, di compromettere la identità della Democrazia Cristiana ed il suo dialogo aperto e costruttivo con l’opinione pubblica? Questo è il quesito. Che cosa possiamo fare per fronteggiare la situazione ed insieme per non rompere, per non distruggere, per non far nulla di catastrofico, per non guastare delle cose che sono essenziali, per noi, che sono ragioni di vita per la Democrazia Cristiana? Questo è il punto … ”
E ancora: ” … Ecco, vedo il rischio di una deviazione nella gestione del potere, cioè di quello che si dice “passare la mano”. Non passare la mano da un uomo ad un altro, come accadeva una volta quando avevamo tanto spazio, ma passare la mano da uno schieramento all’altro. E’ una cosa possibile? E’ una cosa probabile? Io non lo so. Mettiamola tra le cose problematiche, tra le tante cose problematiche che devono occupare la nostra coscienza …”
Moro aveva come stella polare la centralità della DC – altro che compromesso storico – per la semplice ragione che lui vedeva la DC e la sua capacità di essere flessibile nelle fasi di cambiamento sociale – a torto o a ragione – come unica salvezza della democrazia italiana.
E quindi tutt’al più: ” … cioè al sistema della astensione, della non opposizione, dovrebbe sostituirsi un sistema di adesioni….” per un tempo limitato: ” …un accordo opportuno, misurato, legato al momento particolare nel quale viviamo”. Perché una DC – ma anche un PCI – all’opposizione Moro non la vede proprio: ” … ma immaginate cosa accadrebbe in Italia, in questo momento storico, se fosse condotta fino in fondo la logica della opposizione, da chiunque essa fosse condotta, da noi o da altri, se questo Paese dalla passionalità intensa e dalle strutture fragili, fosse messo ogni giorno alla prova di una opposizione condotta fino in fondo?”
E la prospettiva? Moro la delinea lucidamente nel passaggio forse più conosciuto di questo intenso discorso:
” … Se voi mi chiedete fra qualche anno cosa potrà accadere, fra qualche tempo cosa potrà accadere (e io non parlo di logoramenti dei partiti, linguaggio che penso non sia opportuno ma parlo del muoversi delle cose, del movimento delle opinioni, della dislocazione delle forze politiche), se mi chiedete fra qualche tempo che cosa accadrà, io dico: può esservi qualche cosa di nuovo.
Se fosse possibile dire: saltiamo questo tempo e andiamo direttamente a questo domani, credo che tutti accetteremmo di farlo, ma, cari amici, non è possibile; oggi dobbiamo vivere, oggi è la nostra responsabilità. Si tratta di essere coraggiosi e fiduciosi al tempo stesso, si tratta di vivere il tempo che ci è stato dato con tutte le sue difficoltà. Quello che è importante è affinare l’anima, delineare meglio la fisionomia, arricchire il patrimonio ideale della Democrazia Cristiana, quello che è importante in questo passaggio (se voi lo vorrete, se sarà possibile obiettivamente, moderato e significativo), è preservare ad ogni costo l’unità della Democrazia Cristiana.”
Arricchire il patrimonio ideale e preservare AD OGNI COSTO l’unità della DC: più chiaro di così …

Moro e (im)moralismi di sinistra

Moro

 

Chi emise la condanna a morte per Moro? Troppo spesso vengono accusati Cossiga e Andreotti ma ci si dimentica dell’uomo che più di tutti gli altri persegui’ la linea della fermezza: Enrico Berlinguer. Cossiga si chiedeva come mai il segretario del Pci non subisse le stesse accuse che toccarono a lui e Andreotti, eppure era anche più tetragono di loro nella chiusura di ogni trattativa coi brigatisti. Berlinguer il buono e il moralista era in realtà un essere pericoloso, come rivelò Leone a Squitieri. Furono lui e Benigno Zaccagnini a far fallire la trattativa per la liberazione del politico pugliese. Un comunista e un democristiano di “sinistra”. Basta con questa palla secondo la quale Moro sarebbe stato ucciso perché avrebbe voluto coinvolgere i comunisti nel governo.
Abbiamo scritto nel nostro ultimo libro con La Grassa (In Cammino, verso una nuova epoca) qualcosa su questa faccenda e da lì traggo il passaggio: “Storicamente, è il golpe cileno del ‘73 l’evento rivelatore, quello che fa trasparire quanto si andava elaborando nella segreteria piccìista. In quell’anno Berlinguer, approfittando di un’interpretazione errata dei fatti della Moneda (e di quanto sarebbe potuto avvenire anche in Italia), s’inventò la necessità di un compromesso storico tra le forze responsabili del Paese. Si voleva evitare una possibile svolta autoritaria ma l’occasione fu più che altro propizia per un salto di campo dei comunisti, i cui vertici avevano ormai deciso di entrare a far pienamente parte del cosiddetto “occidente” a guida statunitense.

Nell’ottobre dello stesso anno il segretario comunista esce malconcio da un “incidente” in Bulgaria. I servizi segreti dell’est, non necessariamente il Kgb, vollero dare un preavviso al politico che si stava spingendo troppo oltre le sue possibilità, dettate dal contesto geopolitico. In ogni caso, la strada del dialogo tra Dci e Pci, approntata in quei termini da Berlinguer, non piaceva affatto a Moro, il quale non è mai stato vero interlocutore di quella svolta che si concretizzerà, sebbene in forma ancor più ambigua, solo nel ’76, con il governo della “non sfiducia” di Andreotti.

Piuttosto, all’interno della Dc furono gli elementi della sinistra ad intavolare le vere trattative. Sono gli stessi protagonisti che condivideranno, sempre con il comunista sardo, la linea della fermezza allorché le Br rapiranno Moro.

Su questa triste vicenda risultano interessanti le dichiarazioni rilasciate, qualche anno prima di morire, dal regista Pasquale Squitieri. Secondo quanto afferma il cineasta, il Presidente Leone aveva già firmato la grazia per alcuni brigatisti che non si erano macchiati di reati di sangue. Si sarebbe dovuto effettuare uno scambio con i terroristi per liberare il politico di Maglie ma Benigno Zaccagnini ed Enrico Berlinguer fecero saltare i negoziati. Era stato proprio Leone a rivelarlo, aggiungendo che quest’ultimi erano davvero pericolosi. E’ ovvio, tuttavia, che questi “pericoli pubblici” avevano le spalle molto coperte, essendo a contatto con ambienti Usa che stavano approntando una strategia di distacco del Pci dai sovietici.

L’eurocomunismo era il volto presentabile di questo piano internazionale che destrutturava i partiti comunisti europei per il medesimo obiettivo di allontanamento dalla “casa madre”. Non dimentichiamo che nell’aprile ’78, un mese prima dell’omicidio di Moro, c’era stata pure la gita culturale di Napolitano in America. Una insolita condensazione di eventi che produce significative alterazioni sulla vita politica italiana. Alterazioni che solo un quindicennio dopo, con il collassamento del campo socialista, si mostreranno in tutti i loro decisivi effetti. Basta mettere insieme i pezzi del puzzle per giungere a delle conclusioni: 1) delitto Moro, 2) implosione dell’URSS, 3) cambio di nome del PCI, 4) liquidazione giudiziaria della prima Repubblica. Chi si salva da questa immane tempesta storica che tutto cambia eccetto, appunto, qualcosa? Gli ex comunisti e la sinistra DC. Sono loro l’eccezione, i prescelti per gestire la transizione da un’America (quella del bipolarismo) all’altra (quella del monopolarismo), in tempi non sospetti, quando i sintomi del mutamento mondiale erano ancora emergenti”.

Riflettete su questi avvenimenti, sulle loro dinamiche intrinseche e sui risultati ultimi, avrete così i colpevoli di 40 anni di cancrena italiana.

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