Elezioni tedesche, lezioni europee

il ratto d'europa

 

Anche nel Paese più prospero d’Europa cresce un certo malcontento. Parliamo della Germania felix degli ultimi anni che, rispetto agli altri membri della zona europea, ha fatto sicuramente meglio in molti settori, anche se non a livelli sorprendenti. Semmai, questi sono tali paragonandoli alla decrescita italiana che i nostri istituti statistici rovesciano in fantomatica ripresina, interpretando i numeri a tutto vantaggio della classe politica.
E’ la sicurezza il problema più sentito dai tedeschi che quanto meglio stanno economicamente tanto più non vogliono essere esposti a rischi inutili, a causa di scelte superficiali del loro governo.
Le scriteriate politiche sull’immigrazione della Merkel non tranquillizzano la società tedesca. Per punire la cancelliera, una parte dell’elettorato, piuttosto emotivamente, si è rivolta all’unico partito che ha saputo cavalcare le sue ansie. Ovviamente, benché l’Afd, si collochi all’estrema destra non ha niente a che vedere con il nazismo, fenomeno politico che deve considerarsi definitivamente esaurito. In Germania come altrove.
Semmai, sventolare lo spauracchio dei fanatismi del passato, preparando il terreno a faziosità ben più pericolose, è funzionale alla lettura consolatrice (o sconsolante) di chi ha perso voti e a quella dei loro corrispondenti europei che proprio non vogliono saperne di cambiare direzione di marcia. Poiché i flussi migratori incontrollati sono il risultato degli interventi americani in alcune aree calde del pianeta, bloccarli significherebbe mettersi contro Washington. L’Europa è succube degli Usa e non è in grado di elaborare politiche all’altezza delle sue potenzialità, in una fase in cui si salva solo chi può o vuole farlo, potenziando lo Stato e i suoi apparati. E’ vero che con Trump alla Casa Bianca dovrebbero verificarsi mutamenti anche nella configurazione delle élite europee, affinché se ne affermino di più ricettive alle parole d’ordine e alle iniziative del nuovo corso americano, ma, attualmente, il Presidente Usa non è riuscito a stabilizzare la sua situazione in Patria e resta ancora sotto attacco del precedente establishment democratico, quello dal quale i drappelli subdominanti europei continuano a prendere ordini. Questo bailamme sta generando attriti in tutta l’area atlantica e di queste contraddizioni bisognerebbe approfittarne, hic et nunc, per iniziare a ragionare con la propria testa fino a sganciarsi da vecchie alleanze ormai deleterie, rompendo gli schemi geopolitici . Di sicuro non è un compito assolvibile dagli attuali governanti europei che sono di una pasta putrefatta e servile, completamente succube all’impero americano.
Bisogna però anche smettere di nutrire speranze nei piccoli partiti che, ogni tanto, riescono a collocarsi nei parlamenti, con agende politiche apparentemente antisistemiche, trascinati dai malumori generali. Sono soggetti troppo deboli politicamente (ed idealisticamente) per rovesciare i destini delle singole nazioni e quelli del Continente. La stessa scelta della via democratica è già un segnale di cedimento. Difatti, solitamente, la spinta rivoluzionaria con la quale questi neofiti conducono la campagna elettorale, infiammando le praterie, si spegne dopo la distribuzione dei seggi e l’ingresso nelle Camere della rappresentanza legislativa. Il sistema democratico ha proprio questa funzione di neutralizzazione delle forze antagonistiche per la protezione dello statu quo, ricorrendo a regole e rituali precisi in cui tutti devono restare invischiati. In Parlamento si entra incendiari e si diventa pompieri. L’AfD ne sta già facendo le spese (in Italia lo abbiamo riscontrato con i grillini che dovevano rivoltare le aule come calzini ed, invece, sono finiti a tessere reti di relazioni per conservare le sedie), da quanto riporta Il Giornale: “La storica ex leader Frauke Petry ha annunciato questa mattina in conferenza stampa che non si unirà al gruppo parlamentare eletto al Bundestag per la formazione populista ed anti-europea. La sua scelta, spiega, è arrivata “dopo una lunga riflessione”, attaccando il copresidente Alexander Gauland, accusato di fare “retorica che gli elettori civili non considerano costruttiva”: il riferimento è alle parole pronunciate da Gauland subito dopo l’annuncio dei primi risultati nella giornata di ieri, quando il leader dell’Afd aveva promesso di “dare la caccia alla Merkel”.” Mi sembra chiaro che, al di là delle dichiarazioni della Petry, dietro ci sia solo l’ennesima lotta per interessi personali, quelli preferiti dai poteri costituiti per corrompere gli individui e i concorrenti, assicurandosi la continuità. Sotto la cenere della storia sta covando qualcosa di grosso ma ancora non si vede (nel senso di avanguardia politica) chi potrà addomesticare il fuoco per bruciacchiare i laidi che ci sgovernano.

VULNERANT OMNES, ULTIMA NECAT, di GLG

gianfranco

Questa è la scritta in bella mostra sul campanile del Duomo della mia cittadina subito sotto il grande orologio, a sua volta sottostante ad ampie aperture attraverso le quali s’intravedono le solide campane battenti ogni ora che passa. La scritta mi sembra ben adattarsi alla fase temporale attraversata dal nostro “pauvre pays” a causa di una grossa (ma non maggioritaria) quota dei suoi abitanti che va opportunamente denominata “populace”. Non è maggioritaria eppure chi ci governa e ci porta a quell’“ultima necat” è eletto dai voti di questa parte “infetta”; mentre un’altra parte, evidentemente ammorbata dall’“elettoralite” (passatemi il termine), continua pur essa ad alimentare un’altra “malattia” che impedisce il formarsi degli “anticorpi” in grado di distruggere i germi dell’infezione.
Mi consento di infliggervi due articoli non eccelsi, però indicativi del continuo calare delle difese immunitarie:

http://www.ilgiornale.it/news/politica/suggestione-unaltra-lega-bobo-leader-pi-moderato-1421912.html

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http://www.ilgiornale.it/news/politica/berlusconi-smentisce-su-maroni-premier-solo-fandonie-io-1421911.html

Il vile “nano” – ormai il punto di putrefazione del sistema politico italiano avendo in questo superato Renzi, in effettiva difficoltà al momento – continua con il suo dire una cosa e poi far trapelare l’altra, il suo sostenere che lavora per il centro-destra unito e non ha più ormai alcuna intenzione di rapportarsi al Pd per poi invece insistere che bisogna essere moderati, andare al centro (dove cominciano a spostarsi anche alcuni ex seguaci di Alfano, da lui “perdonati” per il marcio opportunismo voltagabbana che li caratterizza, così simile al suo). In realtà, questo germe “anti-immunitario” prende atto delle attuali difficoltà renziane, vuol vedere quindi se si addiviene alla necessità per il Pd di mutare leader. Se per caso ciò avvenisse, egli si prepara a spingere ancor più per una visione “centrista e moderata” che lo veda garante della “governabilità” del paese; e sicuramente intrallazza già con Gentiloni, senza troppo esporsi perché non è per nulla sicuro che il Pd sostituisca Renzi e, anche lo sostituisse, potrebbe non trattarsi dell’attuale premier. Sempre più appare evidente la meschineria (elettoralistica) di Salvini – per nulla aiutato (anzi!) dalla Meloni – che non ha denunciato con energia le “capriole” berlusconiane datate da ormai anni e anni (dal 2011 come minimo e come ripeto da allora).
Il “viscido” d’Arcore sembra agire, in ben altra situazione di rilevanza delle sue azioni, come Trump, che procede a zig zag. Quest’ultimo (seguendo certo i consigli dei gruppi che lo supportano) ha contro, e in modo assai “eccitato”, l’establishment americano (perfino all’interno del partito repubblicano) ed è quindi sulla difensiva, tentando manovre apparentemente incoerenti per sfuggire al “cacciatore”. Il vile “nano” è invece ormai lo strumento di chi vuol impedire la nascita in Italia di una forza realmente indipendentista, che metta termine alla devastazione del paese tesa a renderlo soltanto uno stuoino per le operazioni dei predominanti statunitensi. Tramite le mene del primo “rappresentante” degli interessi di costoro in Italia – fattosi rieleggere presidente d’Italia per due anni onde condurre a termine l’operazione – sono stati nominati, “nano” consenziente (pur fingendo di protestare per essere stato defraudato), i governi Monti e Letta, di mera “transizione”. Poi si riteneva di avere infine stabilizzato la situazione con Renzi. Ci si avviava lentamente, di soppiatto ma con decisione, verso il Renzusconi.
Fra le altre difficoltà, è avvenuto l’improvviso scossone della non prevista elezione di Trump. Oltre a ciò, è pure sfuggita in parte di mano la devastazione da condurre in Italia tramite l’accoglimento selvaggio dei migranti; per il quale si è premurata di dare un aiuto anche la Chiesa di Bergoglio, che dall’indebolimento politico del nostro paese ha tutto da guadagnarci in termini di influenza presso la “populace”, giacché si nota una crescente irritazione di una parte consistente della popolazione che potrebbe creare problemi. Renzi è in difficoltà, non si troverà a buon partito almeno fin quando non si risolverà il problema creato da questo arrivo incontrollato dei migranti e, per di più, dallo scontro in atto negli Usa con i suoi riflessi sull’establishment dei servi europei ancora legati ai precedenti vertici del paese “padrone”. A Berlusconi è stato impartito l’ordine di rallentare l’avanzata verso il renzusconi adesso in difficoltà di esecuzione. Deve dunque far finta d’essere fedele all’unità del centrodestra e tuttavia, nel contempo, condurre un’operazione di disgregazione dello stesso, minando dall’interno la Lega con Maroni (e Bossi) contro Salvini, che rischia di pagare grosso per la sua insulsaggine e forse un pizzico di presunzione; certamente ha fatto dei calcoli di semplice ampliamento del suo elettorato per avere la leadership del centrodestra. Sembra di fatto un ben meschino leader politico senza vera strategia di lungo respiro.
Berlusconi non è un genio come vogliono farci credere. E’ il classico “uomo per tutte le stagioni”, prono ormai passivamente ai voleri dei ceti dominanti: sia quelli italiani (ed europei) servi dei “padroni” Usa, sia quelli attualmente in scontro acutissimo in questo paese. Situazione fra le più marce di tutta la storia del nostro paese, sempre più indecente nell’incapacità di darsi uno scossone decisivo, liberandosi con metodi (non elettorali e molto “incisivi”) di tutta la marmaglia detta “politicamente corretta”, “progressista”, ecc. Non c’è reale opposizione. Chi tende solo ad avere il voto di masse in sfascio – mentre aumenta l’astensione e la diffidenza di chi comincia ad avere un barlume di coscienza del disastro in corso – si pone allo stesso livello di piddini e forzaitalioti. E del resto, crediamo all’esistenza di un’opposizione alla “sinistra” del Pd? Avete sentito l’intervista in cui D’Alema afferma che abbiamo bisogno nei prossimi decenni di almeno trenta milioni di immigrati? E’ a mio avviso poco intelligente – come l’ho sempre conosciuto fin da Pisa quand’era giovanetto e montato da dementi del suo stesso stampo (lo chiamavano, i coglioni, il vero successore di Togliatti) – ma è anche peggiore di così. Pensate che cosa significherebbe in pochi decenni, per una popolazione di 60 milioni di abitanti (e già un bel po’ non sono italiani), ricevere 30 milioni di stranieri (e che stranieri!).
Quindi non c’è soluzione possibile per via pacifica. Chi la tenta sarà travolto dalla più pura “merda italica”, quella dei “progressisti” (e di certi ambienti cattolici seguaci dell’attuale Papa). Se si vuol essere ridotti ad una massa amorfa, vessata e indirizzata da farabutti e aspiranti criminali (poiché sono pronti a tutto pur di non perdere il loro attuale controllo della società italiana), stesi ai piedi dei nostri padroni “cow-boys”, ci si accomodi e ci si prepari al “grande letamaio”. O qualcuno si leva in piedi e avvia la “grande pulizia” o altrimenti restiamo a guardare la fine di un paese che qualcosa ha pur significato per il suo passato.

VIVA L’UMANITA’, di GLG

gianfranco

Per reggere la noia della cyclette ho guardato stasera il TG di Rai due. E mi sono “divertito”, certo inorridendo di fronte allo sfacelo della politica e della cronaca giornalistica. Non racconto tutto, mi fisso solo sulla cronaca dei due eventi verificatisi in Francia. La mattina c’è stata la sfilata e manifestazione per il 14 luglio, data simbolo di una rivoluzione epocale. Ho visto Trump rigido sull’attenti con il classico gesto del braccio destro piegato e mano sul cuore. Accanto un Macron molto “sciolto”, che muoveva anche la testa di qua e di là come ad un qualsiasi spettacolo interessante ma su cui non “fissarsi” troppo. Il commento parlato indicava le caratteristiche dei due personaggi, che non posso citare alla lettera, non alterandone però il senso. Macron era indicato quale giovane molto colto e raffinato, Trump…. “non è certo un intellettuale” (questo è letterale). Ho provato una certa soddisfazione perché mai ho avuto tanto disprezzo e schifo come verso gli intellettuali degli ultimi decenni. Li considero degni di soppressione globale. Ci sono ovviamente le eccezioni, ma temo non giungano nemmeno al 5% del totale.
Questo la mattina. Poi nel pomeriggio ci si è spostati a Nizza per la commemorazione, il ricordo commosso (e indignato), o non so bene quale altro termine usare, degli assassinati nel tragico attentato “terroristico” di un anno fa. Il commento ha subito iniziato affermando che è stato un evento contrassegnato dal pianto per quei poveri morti. Esattamente nello stesso momento del commento si sono mostrati, pur brevemente, due “movimenti” dei coniugi Macron: uno mentre stavano raggiungendo il palco e l’altro mentre vi erano giunti e assistevano alla commemorazione. In entrambe queste scene ho visto due visi ilari, con sorriso tanto largo ed ampio tipo quelli che pongono in mostra gli attori o i calciatori o i cantanti o insomma altri personaggi che si mettono in posa per le riprese filmate. Sì, anche i capi di Stato o di governo, ecc. assumono quest’aspetto negli incontri ufficiali, mentre si stringono la mano o “cianciano” fra loro delle “cruciali” decisioni per il “bene del mondo”. In genere, però, quando partecipano ad una cerimonia di ricordo di fatti tragici, soprattutto riguardanti il loro popolo, sono molto seri e compunti. Immagino che “dentro” non sentano nulla, non vedano magari l’ora che tutto finisca, pensino ai prossimi appuntamenti che avranno, ecc. Tuttavia, in quel momento fanno mostra dei sentimenti che si devono provare di fronte a tanto dolore. Sono restato allibito da simile atteggiamento dei due personaggi; di uno specialmente, com’è ovvio. Mi ha invece quasi reso soddisfatto constatare la stupidità di chi ha fatto il montaggio del filmato, con la sovrapposizione del “commosso pianto” al viso “giocondo” dei due protagonisti. Abbiamo giornalisti di una asineria da “premio Nobel”.
Ho letto della rabbia feroce dei congiunti delle vittime per le foto pubblicate su “Paris Match” e del ritiro del settimanale per ordine giudiziario. Sono certo che nessun cittadino dirà niente del “viso giocondo” di chi li rappresenta (beh, qualcuno s’indignerà, ma troppo pochi). Anche questo mi soddisfa perché mi dimostra che cos’è il popolo, che osanna sempre i vincitori e non ha nulla da ridire contro di loro; poi, però, guai se perdono, sono esposti al ludibrio e talvolta a molto peggio, ci perdono la vita. Una bella umanità, fa molto piacere sentirsi parte di questa. E ancora più piacere provo nell’avvertire tutto lo schifo che mi provoca gran parte dei suoi componenti. Beh, adesso vado a letto a leggermi qualche bella poesia di “Spoon River”. Vediamo quante ne trovo di adatte a rappresentare questi presunti esseri umani.

Lettera aperta a Putin e a Trump

Mr. Trump- Yellow Tie

Lettera aperta a Putin e a Trump di:

Des Browne (ex segretario della difesa britannico)
Wolfgang Ischinger (ex ambasciatore tedesco negli Stati Uniti)
Igor S. Ivanov (ex ministro degli Esteri russo e segretario del Consiglio di sicurezza della Federazione russa dal 2004 al 2007)
Sam Nunn (ex senatore statunitense e presidente della commissione per i servizi armati del Senato)

Caro Presidente Putin e caro Presidente Trump,

Il divario tra Russia e Occidente sembra essere più ampio ora che in qualsiasi altro monento dalla guerra fredda. In assenza di nuove iniziative, il nodo della sfiducia si sta stringendo, soffocando la capacità dei governi di discutere, per non parlare dei passi essenziali per migliorare la sicurezza di tutte le persone che vivono nella regione euro-atlantica.

Il vostro primo incontro a Amburgo sarà un’occasione unica per sottolineare che, nonostante le significative differenze, gli Stati Uniti, la Russia e l’Europa possono e devono collaborare sui temi di comune interesse esistenziale, primi fra tutti la riduzione dei rischi nucleari e di altri rischi militari e la prevenzione di attacchi terroristici catastrofici.

Il punto di partenza potrebbe essere una nuova dichiarazione congiunta dei presidenti degli Stati Uniti e della Federazione russa che riconosca che una guerra nucleare non può essere vinta e non deve essere mai combattuta. Questo renderebbe ancora più chiaro che i leader riconoscono la loro responsabilità di lavorare insieme per prevenire la catastrofe nucleare, cosa che sarebbe accolta positivamente dai leader mondiali e istituzionali.

Un secondo passo potrebbe essere quello di incrementare la comunicazione military-to-military attraverso un nuovo gruppo di gestione delle crisi NATO-Russia. Riavviare il dialogo militare bilaterale tra Stati Uniti e Russia, essenziale per tutta la guerra fredda, dovrebbe essere una priorità immediata e urgente. L’obiettivo di queste iniziative dovrebbe essere quello di ridurre i rischi di un errore catastrofico o di un incidente, ripristinando la comunicazione e aumentando la trasparenza e la fiducia.

Un terzo passo potrebbe essere quello di collaborare per impedire all’ ISIS e ad altri gruppi terroristici di acquisire materiali nucleari e radiottivi attraverso un’iniziativa congiunta per prevenire il terrorismo con armi di distruzione di massa. Esiste un’urgente necessità di cooperare per mettere in sicurezza materiali radioattivi vulnerabili che potrebbero essere utilizzati per produrre una “bomba sporca”. Tali materiali sono ampiamente disponibili in più di 150 paesi e spesso si trovano in strutture poche sicure, come ospedali e università.

In quarto luogo, il dialogo è imperativo per raggiungere un’intesa informale sui pericoli informatici legati all’interferenza nei sistemi di alllarme strategico e nel comando e controllo nucleari. Ciò dovrebbe essere affrontato urgentemente per impedire una guerra per errore. Che non ci sia un chiaro “codice della strada” nel cyber mondo nucleare strategico è allarmante.

La Russia, gli Stati Uniti e l’Europa si stanno confrontando su una serie di questioni significative. Ma nessuno dovrebbe distogliere l’attenzione dall’urgenza di fare passi concreti per arrestare la spirale discendente dei loro rapporti e ridurre i pericoli reali. Vi esortiamo rispettosamente di iniziare a farlo ad Amburgo.
(traduzione di Conflittiestrategie)

SITUAZIONE DECISAMENTE DISPERANTE, di GLG

gianfranco

 

 

Non è che abbia particolare simpatia per Trump. In effetti, certe “sfuriate” (perché tali sembrano essere nel modo di manifestarsi) contro piccoli paesi detti “socialisti” (i cretini li chiamano addirittura “comunisti”) come Nord Corea e adesso anche Cuba (debolissima e ormai lontana dai “fasti”, quanto meno ideologici, di tanti anni fa) mi sembrano un po’ ridicole e non proprio comprensibili. Poco spiegabile pure l’accanimento contro l’Iran, che ha posizioni assai differenti (ad es. su Assad in Siria e sull’Isis) rispetto al Qatar, dichiarato Stato canaglia da altri paesi arabi, ma certamente su suggerimento, e anzi spinta, della nuova presidenza Usa. Nello stesso tempo questa ha posizioni assai variegate sulla Cina, che certamente non è, come spesso si favoleggia, in urto con la Corea del Nord. Lo stesso dicasi, nella sostanza, nei confronti della Russia, con cui Trump viene accusato, in piena malafede, d’aver fin troppo “flirtato”. Non si constata comunque una qualche coerenza nel comportamento di questo personaggio, che certamente non agisce in modo individuale e umorale. Tuttavia, è difficile comprendere bene chi rappresenta, dato che il “coro” contro di lui sembra generale.

E’ in ogni caso piuttosto evidente che il vecchio establishment (e lo ripeto: vecchio ma non superato) è rimasto sbilanciato dall’inaspettata sconfitta della propria rappresentante e sta accentuando la pressione per cacciare il vincente. I gruppi di vertice, tutti tesi ad abbattere quest’ultimo, non sono soltanto quelli democratici, ma anche, almeno in larga parte, i repubblicani. Mostrano tutti molta fretta di raggiungere lo scopo, sembrano preoccupati di una permanenza troppo lunga di Trump nella sua posizione di potere. Nel contempo, i vari gruppi che controllano la UE e i paesi europei sono pressoché tutti allineati con questo establishment del paese “padrone” e pur essi sono contrari alla durata della nuova presidenza. Direi che il tentativo in atto è quello di risolvere la situazione entro l’anno o almeno entro un anno; ma proprio come massimo limite e con preoccupazione apparentemente in veloce rafforzamento man mano che passa il tempo.

Insomma, non è facile capire cosa c’è dietro questo scontro effettivamente assai duro tra un fronte abbastanza ben individuabile – i democratici che puntavano tutti sulla Clinton, e quella cospicua quota dei repubblicani esplicitamente non favorevoli al neopresidente – e un altro che invece non lo è, almeno così mi sembra. In definitiva, Trump sarà forse il più debole, ma non proprio così facilmente eliminabile. Non è escluso che l’imprevedibilità delle sue mosse sia in definitiva ragionata e programmata per mettere in confusione e disorientare il preciso, e più compatto, fronte avversario. Faccio l’esempio della gazzella che fugge davanti al leone. Cerca in tutti i modi di cambiare la direzione di fuga, si mette insomma a zigzagare, nel modo più disordinato, casuale e difficilmente precisabile possibile; così crea incertezza e anche rabbia nell’inseguitore, che talvolta abbandona la caccia perché accusa stanchezza. In campo animale, il comportamento è dettato da quello che definiamo istinto (magari perché non capiamo bene da che cosa è determinato); nel nostro mondo, vi è il ragionamento, il calcolo delle conseguenze di improvvisi e apparentemente erratici mutamenti del comportamento e degli obiettivi posti, che a volte lo sono per pura finzione onde sviare l’avversario.

Ripeto che mi sembra piuttosto certa la necessità per gli anti-Trump di liquidarlo al più presto. Il fatto che si sia arrivati addirittura a parlare di un (vero o presunto) amante della moglie, di cui lui sarebbe informato (e tollerante), sta proprio a indicare non solo lo squallore di una lotta per null’affatto politica, ma anche una fretta di arrivare al successo, fretta che potrebbe risultare controproducente (in effetti, mi sembra che non si sia troppo insistito su questa vergognosa mossa). L’interessante è notare che tra i servi europei, si sta manifestando la stessa preoccupazione e desiderio di veloce liquidazione. Evidentemente, un cambio del fronte “padronale” al comando negli Stati Uniti, provocherebbe gravi sconquassi anche fra i servi. Si manifesta, fra l’altro, lo stesso livore verso il governo inglese; non perché ritenuto proprio vicino a Trump, ma perché in ogni caso indebolisce il fronte dei servi con l’uscita di quel paese dalla UE. Anche in tal caso, si arriva a mosse squallide come il dar ampia voce a poco sensate accuse verso la May perfino per l’incendio del grattacielo.

Qui in Europa, si sono mostrati tutto sommato soddisfatti della vittoria di Trump quelli che vengono definiti “populisti” (prima erano “fascisti” o perfino “nazisti”; e talvolta così sono ancora chiamati). Si tratta di presunte “destre” – oggi “destra” e “sinistra” non hanno proprio più il significato che ci si ostina a voler loro attribuire per semplificarsi i compiti della lotta politica, incapace di porsi in linea con la nuova “epoca” in fase di apertura – per il momento in difficoltà dopo un breve periodo in cui sembravano avere il vento in poppa. O tali partiti politici riadattano velocemente e con energia i loro obiettivi, le loro mosse politiche, le alleanze stipulate fra formazioni che si guardano con sospetto (invero non irragionevole); o deperiranno e al massimo vivacchieranno senza troppo infastidire chi comanda. Ribadisco che uno dei motivi della debolezza di tali forze è la loro testarda subordinazione all’ideologia della “democrazia” elettorale; basata scioccamente sull’affermazione “ogni testa un voto” per poi trovare sempre nuove formule di tipo maggioritario (o di un proporzionale “impuro”) in nome della governabilità, cioè del predominio di una parte della popolazione votante anche inferiore al 50%; e senza minimamente tener conto che se l’astensionismo cresce, come sta avvenendo da decenni, ciò significa che quote sempre più consistenti di “teste” non avvertono alcuna preferenza per dei politicanti cialtroni in aumento esponenziale.

Piuttosto interessante, e intelligente a quanto sembra, il comportamento del governo russo. Lasciamo da parte la balla dell’aver influenzato, anzi aiutato in modo decisivo, l’elezione di Trump. Una simile accusa, che mette in dubbio la “fedeltà” nazionale di comunque rilevanti centri di potere statunitensi, serve per i fini di quell’establishment che puntava sul caos per creare un terreno “acquitrinoso” tutto intorno al vero antagonista degli Usa. In realtà, il vertice russo sembra aver capito che lo scontro in atto oltre atlantico riduce l’efficacia della strategia americana avversa al proprio paese e offre spazi e tempi più ampi al suo rafforzamento. Ambigua mi sembra invece la politica cinese, che non è affatto, come si racconta, in alleanza con quella russa. Forse ci saranno alcuni accordi, tipici di ogni situazione multipolare, in cui si nota sempre una serie di balletti fra paesi vari. Tuttavia, credo che Putin sappia di doversi guardare le spalle; e lo scontro in corso negli Stati Uniti offre possibilità anche in questa direzione. Più perdura, meglio è per i russi. Per un più acconcio giudizio sulle posizioni cinesi, mi sembra necessario attendere ancora.

Se l’Europa continua con questo tran tran, il suo servaggio si acuirà e sarà sempre più appiattito verso una parte durante lo scontro multipolare in accentuazione nel prossimo futuro. E l’appiattimento aprirà la strada al decadimento e degrado europei sempre più accelerati e devastanti. Sarà la fine di ogni nostro apporto positivo al futuro del mondo. Saremo un enorme pantano, con l’incrocio di un gran numero di correnti fangose per null’affatto amalgamate; e con piccoli gruppi di orrendi rospi che gracideranno ossequienti in direzione ovest, mentre più ampi raggruppamenti di mollicci ranocchi d’ogni colore s’infastidiranno vicendevolmente e impediranno ogni e qualsiasi ordine nel loro movimento differenziato alla superficie di una melma sempre più putrida e maleodorante.

Oltre questa previsione è difficile andare; a meno che non si veda avanzare, non so però da quale direzione, un deciso gruppo di armati con ottimi strumenti, che stabilisca alleanze diverse (più verso est che verso ovest) e usi metodi di adeguata e metodica disinfestazione nei confronti dei rospi gracidanti e dei ranocchi riuniti intorno a questi

La vendetta della Merkel di R. Vivaldelli

Mr. Trump- Yellow Tie

Le tensioni diplomatiche fra Germania e Stati Uniti riflettono la strategia egemonica sull’Europa di Angela Merkel. In vista del G20 la Cancelliera vuole isolare Donald Trump – il quale ha annunciato di voler ridurre il deficit commerciale con la Germania – e consolidare il primato di Berlino sull’Unione Europea. Terminato il G7 di Taormina, Angela Merkel ha dichiarato che «di Trump non ci si può fidare», aggiungendo che «i tempi in cui si poteva fare pieno affidamento sugli altri sono passati da un bel pezzo, l’ho capito negli ultimi giorni. Noi europei dobbiamo prendere il nostro destino nelle nostre mani». Trattasi, naturalmente, di un chiaro riferimento agli Stati Uniti. Le divisioni fra Trump e la Germania – dal clima al commercio passando per la Nato – sono l’emblema di diverse strategie geopolitiche e di visioni incompatibili, frutto di un rapporto controverso.

Isolare Trump sul clima

Le difficili relazioni transatlantiche non hanno scoraggiato la Cancelliera che martedì ha avuto aBerlino un incontro estremamente positivo e cordiale con il premier indiano Narendra Modi. «L’India vuole non solo che il mondo sia interconnesso, ma che sia gestito in maniera ragionevole» – ha dichiarato Angela Merkel. «Che si tratti di relazioni bilaterali, questioni umanitarie, regionali o globali, ogni discussione con la Cancelliera è stata molto utile per me» – ha ribadito Modi. «Lo sviluppo delle nostre relazioni è veloce, la direzione è positiva e la destinazione è chiara. La Germania troverà sempre nell’India un partner potente, preparato e capace». L’india e la Germania sono due delle più grandi economie mondiali che cercano di implementare l’accordo di Parigi: la stessa Merkel ha elogiato Modi per l’impegno dimostrato nell’ambito dello sviluppo dell’energia solare.

Come sottolinea il Washington Post, l’India entro il 2022 produrrà oltre la metà dell’energia solare di tutto il pianeta. Nonostante le smentite di rito della Cancelliera, il summit con Modi rappresenta un chiaro messaggio a Trump in vista del G20 di luglio. Non a caso Angela Merkel ha voluto sottolineare che l’incontro bilaterale con l’India «non è diretto in nessun modo contro altre relazioni e tanto meno contro le relazioni transatlantiche, che sono per noi di grande importanza e lo resteranno anche in futuro».

Focus su clima e commercio anche con la Cina

Medesima strategia adottata dalla Cancelliera in occasione dell’incontro con premier cinese Li Keqiang, arrivato a Berlino nella giornata di mercoledì. Secondo quando riporta il Deutsche Welle, «l’Ue si è rivolta alla Cina per rafforzare gli sforzi sul cambiamento climatico dopo che il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha annunciato di voler ritirarsi dall’accordo di Parigi. L’Unione Europea e la Cina intendono riaffermare il loro impegno». Secondo una dichiarazione congiunta riportata dalle agenzie di stampa, inoltre, «l’Ue e la Cina considerano l’accordo di Parigi come un risultato storico e sottolineano il loro impegno politico per l’effettiva attuazione di tale accordo in tutti i suoi aspetti».

Sotto il profilo delle relazioni commerciali, la Deutsche Bank ha annunciato 2,7 miliardi di euro di investimenti in collaborazione la China Development Bank nell’ambito della Nuova via della seta, l’iniziativa strategica della Cina per il miglioramento dei collegamenti e della cooperazione tra i paesi dell’Eurasia.

“Visioni incompatibili sul futuro dell’Europa”

Secondo l’analista geopolitico George Friedman, quelle di Germania e Stati Uniti sono visioni incompatibili. Berlino e Washington non parlano più la stessa lingua. «Quando Angela Merkel dice che l’Europa non deve dipendere da nessuno, sostiene che l’Europa deve rimanere unita e non essere attratta dalla visione americana del mondo. Questo sarebbe successo prima o poi,Trump o meno. Gli Stati Uniti e la Germania hanno interessi ed esperienze assolutamente diverse. La visione americana e la visione tedesca dell’Europa sono incompatibili. Il futuro dell’Europa – sottolinea l’esperto – ha molta più importanza per la Germania che non per gli Stati Uniti. Gli Usa possono involontariamente incoraggiare la frammentazione dell’Ue e per questo motivo la Germania si è dichiarata autosufficiente. Il problema è che l’idea stessa dell’Europa come entità politica, e non solo quella, è in crisi».

Il ruolo della Nato

Ad amplificare le divisioni tra Germania e Stati Uniti c’è anche il ruolo e il futuro della Nato:  «Abbiamo un deficit commerciale enorme con la Germania, inoltre paga molto meno di quanto dovrebbe alla Nato e in [spese] militari. Terribile per gli Stati Uniti. Questo cambierà» – ha ribadito Donald Trump in un tweet. «Gli americani hanno capito che la Nato non è più rilevante per i problemi che gli Stati Uniti stanno affrontando. E’ diventato sempre più difficile per gli Usa considerare l’Europa nel suo insieme – sottolinea Friedman  – non si è comportata come tale e l’alleanza euro-americana non va al di là della missione della Nato – una missione che sembra aver perso significato».

La fine dell’Ue

Mr. Trump- Yellow Tie

Non è credibile la Merkel che fa di testa sua contro l’America. La Cancelliera non è antiestablishment statunitense ma nemica giurata di Trump, per ordine delle élite obamiane. Discorso valevole anche per i suoi colleghi europei. Servi che non hanno potuto cambiare cavallo perché sotto lo schiaffo dei circoli democratici di oltreoceano, ai quali devono tutto. Se tradiscono si ritrovano impallinati o irrimediabilmente screditati. Ma qui arriva il bello. Rischiano ugualmente di finire a gambe all’aria qualora l’ex tycoon newyorkese si dimostrerà in grado respingere gli assalti (dall’impeachment a qualche pallottola vagante) dei suoi avversari in patria. Costui, rafforzatosi in casa, passerà certamente alla resa dei conti percuotendo i vassalli e gli zimbelli del vecchio continente che lo hanno osteggiato (non solo politici ma anche giornalisti, professori, banchieri, imprenditori ed altri ancora). Sarà un terremoto perchè il libro nero è già zeppo di nomi. Per questo, se vogliamo vedere dei piccoli cambiamenti in Europa dobbiamo augurare lunga vita al Presidente. Non illudiamoci però. Ciò non determinerà un allentamento dei vincoli atlantici sull’Europa, anche se avremo il piacere di sentire il rumore delle teste rotolanti degli invertiti che hanno ridotto la Comunità all’attuale bordello. Tuttavia, è probabile che nella fase di sostituzione delle leadership, nei passaggi di consegne più o meno cruenti e nei vuoti di potere conseguenti, possano crearsi le condizioni giuste per l’emergere di soggetti politici meno assuefatti all’impero e più inclini ad un progetto di sganciamento da Washington. Non sarà scontato né automatico ma è una eventualità da non farsi sfuggire. La difficile ascesa di Trump indica che è in corso un cambio di strategia ai vertici della superpotenza mondiale che vuole avere tutt’altro approccio verso i problemi globali. Obama era il caos. Trump è il colpo a sorpresa. Obama anteponeva la narrazione alla bomba. Trump prima fa fuoco e poi tratta. In ogni caso, si concretizzerà quello che un analista americano aveva previsto tempo fa e di cui avevamo riferito su questo sito. L’armamentario politicamente corretto, eretto dai benpensanti liberaldemocratici, è divenuto una pesante zavorra per gli stessi americani che si sentono limitati nei movimenti in un momento in cui le sfide si fanno dirette. L’epoca richiede nuovi sistemi: “per gli Usa è arrivato il momento di smettere i panni del gendarme buono e di vestire quelli dell’agente cattivo che opera ad esclusiva tutela dei propri interessi diretti, senza troppi infingimenti e giri di parole. Tale motivazione è sufficiente per intraprendere qualsiasi azione indirizzata alla preservazione dell’ordine mondiale di cui sono alla guida.. il periodo della carota si è irrimediabilmente concluso, ora è il momento del bastone. Basta con i discorsi demagogici e le perdite di tempo per perorare, soprattutto presso gli alleati, la causa della democrazia e dei diritti umani come mezzo di persuasione “gentile” e di coinvolgimento collettivo. Occorre derubricare il soft power e ricorrere alla mano pesante per ottenere la vittoria e non perdere posizioni. Washington dovrebbe avere il coraggio d’intervenire nelle contese internazionali facendo appello all’unica ragione che davvero conta: la sua sicurezza nazionale che ha come limite i margini della sua capacità di proiezione. Essa, infatti, viene prima delle grandi narrazioni di copertura, delle forme di esortazione blanda, quelle col guanto di velluto, di cui l’America si è servita in precedenza per “legalizzare” le sue ingerenze all’estero. Dunque, fine dell’ipocrisia e bando alle ciance, è la ragione del più forte che autorizza qualsiasi intromissione negli affari altrui. L’America deve mostrarsi per quello che è, il perno del pianeta e il vertice della sua gerarchia e come tale deve comportarsi, picchiando sulle teste di chi si oppone ed alzando il prezzo della resistenza dei recalcitranti. Se c’è qualcuno che vuole sfidare la preminenza degli Usa ne pagherà le conseguenze senza pietà”.
Prepariamoci al peggio che coincide, in questo caso, col meglio.

DI TRUMP…..IN TRUMP, di GLG

gianfranco

Come avevo già rilevato, la battaglia attorno a Trump ricorda, in un certo senso, il watergate. Tuttavia, le differenze sono notevoli e tutte mostrano l’attuale campagna anti-neopresidente come qualcosa di assai più grave e forse mai visto nella storia americana. Si sono avuti assassinii di presidenti e tuttavia non ci si è spinti fino a rivelare fratture così gravi. Il watergate durò due anni e la scusa fu lo spionaggio, considerato illegale, in “casa democratica”. Qui si vuol andare per le spicce e si arriva fino a considerare Trump connivente con l’antagonista russo; addirittura pagato sulla base della dichiarazione di un importante deputato repubblicano che afferma: “PENSO che Putin paghi Trump”. E con quel “penso” si dà già tutto per dimostrato. Questa è appunto la “democrazia” all’americana – che l’Europa “unita” (e serva) sta scopiazzando da molti decenni – uno dei più bassi e poco raccomandabili regimi politici che si possano immaginare.
Non è però questo il più interessante. E’ evidente il ridicolo che dovrebbe ricadere sull’establishment americano, all’origine di questa scatenata campagna per assoluta incapacità di tollerare anche un momentaneo allontanamento (e per null’affatto totale) dai gangli del potere. Solo popolazioni al limite della totale demenza ormai dilagante possono credere alla favoletta secondo cui la Russia avrebbe pagato un presidente americano, riuscendo inoltre a farlo eleggere. Che si dovrebbe dire di Gorbaciov che di fatto liquidò il cosiddetto impero sovietico e poi l’Urss? E di Eltsin, un vero corrotto? Di fatto, nessuno pensa a veri ingaggi da parte americana, solo l’incapacità politica unita a difficoltà ormai al limite dell’insostenibile per il regime sovietico e un totale distacco da quelli che erano stati i moventi ideologici e politici della nascita, sviluppo e poi stasi di quel sistema preso per “socialismo”.
Interessante è anche notare che i servi europei hanno accolto malissimo l’elezione di Trump e continuano a flirtare con Obama e con quei gruppi di dominanti (dei quali, con divergenze assai minori fra loro, fanno parte anche consistenti quote del partito repubblicano), che evidentemente sentono pericoloso restare troppo a lungo lontani dal centro di potere presidenziale. Mi consento di sospettare che, come già a fine ottocento per quanto riguardava allora l’Inghilterra, sia iniziato un certo declino del predominio mondiale americano, che sembrava ormai affermato stabilmente dopo la fine dell’Urss nel 1991. La crisi iniziata nel 2008 è stata un sintomo di multipolarismo in marcia così come lo fu quella del 1873-95 per quanto riguardava il progressivo ridimensionamento della potenza inglese insidiata allora dalla crescita di Usa, Germania e, subito dopo, Giappone. Indubbiamente, per il momento la potenza bellica statunitense è ancora pienamente in testa. Inoltre, questo paese – a “democrazia” marcia e pregna di criminalità, ma comunque abbastanza flessibile e “amebicamente” adattabile – ha infiltrato un po’ dappertutto gli ambienti militari, dell’Intelligence, ecc.; e anche quelli culturali con una marea di intellettuali venduti, mediocri, ma portati in auge e imposti alle varie popolazioni (soprattutto dei paesi a capitalismo più avanzato), una buona parte delle quali è di ignoranza abissale e confonde l’annullamento delle proprie tradizioni, civiltà, ecc. con il “progresso” e una “maggiore tolleranza”, presa per grande risalto dato ai valori umani (un po’ sulla falsariga delle mediocri furberie dell’attuale Papa, che va per la maggiore).
Il vero fatto è che ancora non riusciamo a ben afferrare la mutazione di quell’anticapitalismo tipo ’68 e seguenti, divenuto ormai l’asse portante di una società (soprattutto quella detta “occidentale”) indubbiamente diversa dalla sua precedente configurazione, ma con ancora maggiori diseguaglianze, prepotenze e disgregazione. Non c’è stato progresso né regresso, solo un disfacimento e liquefazione sociale, politica (e ovviamente ideologica) finora sconosciuti. Continuiamo, ad es., a chiamare sinistra qualcosa che è nato con pretese di mutamento migliorativo della società ed è finito in una sostanza gelatinosa, che tutto avvolge e poi si diffonde senza limiti né fissazione di nuovi orizzonti solidi. Si è partiti dall’esaltazione degli operai (proprio quelli esecutivi e di fabbrica, non i marxiani produttori associati) da parte di intellettualoidi “piccolo-borghesi” (e talvolta anche di ricche famiglie); alla fine, delusi, questi sono ripiegati sulla lotta all’imperialismo da parte delle masse popolari dei paesi “sottosviluppati” (i “dannati della terra” di Franz Fanon) oppure su quella di coloro che, nei paesi sviluppati, avevano più basse condizioni di vita. Poi, in mancanza di veri rivolgimenti anche in quest’ambito, è avvenuto il completo mutamento, e peggiorativo, proprio di questa parte politica.
Quella che chiamiamo ancora sinistra si compone oggi, certo semplificando, di due comparti: uno minoritario al vertice e uno di base, di gran lunga più consistente, completamente “cloroformizzato” perché succube dell’altro impadronitosi di ogni mezzo di informazione e di istupidimento “globale”, tramite cui è stata cancellata ogni memoria storica di secoli e millenni di civiltà. Al vertice sta una sorta di ceto medio ad alto reddito che svolge le attività meno produttive e utili; si tratta di politicanti di basso rango e di conduttori, intrattenitori, ecc, coadiuvati da pretesi intellettuali che sono soltanto emeriti furbastri ormai privi di qualsiasi intenzione a veramente comprendere il mondo. Costoro, e i loro “figliastri”, hanno abbandonato la velleità di lottare contro il capitale o l’imperialismo e ormai si dedicano soltanto a predicare ipocritamente i “buoni sentimenti” di fratellanza, di mescolamento delle popolazioni, con grandi chiacchiere sull’arricchimento culturale tramite stretto intreccio delle “diversità”, e via dicendo.
Al vertice, insomma, ci stanno quelli che non credono minimamente a quanto sostengono e si arricchiscono in vari modi (oggi con i migranti, ma è solo l’ultima delle “trovate”). Alla base stanno le “pecore belanti”, rincoglionite dai loro “padri” ex anticapitalisti, ex antimperialisti, opportunamente riciclatisi dopo i loro ripetuti fallimenti; conditi anche da delitti vari in anni passati e che si cerca di far passare per errori o atti criminali di “altri”, mentre sono semplicemente all’origine della sconfitta e dell’infame rimescolamento delle carte da parte di questi disgustosi predicatori odierni della bontà e fratellanza tra “esseri umani”. Questi sono per me i veri colpevoli, da considerarsi ben più dannosi di qualsiasi assassino, anche “seriale”. Sono l’infezione mortale di questa società. Tuttavia, è evidente che anche la massa dei beoti è assai pericolosa, pur se si può ammettere la buona fede e la semplice ignoranza del passato. Tuttavia, la buona fede mette egualmente in pericolo la nostra sopravvivenza per quello che siamo stati da secoli e millenni. Trovarsi senza più radici – e mescolati ad altre popolazioni pur esse sradicate dalle loro tradizioni e cultura, che non sono affatto da trattare come inferiori, solo assai spesso troppo diverse – può condurre tutti all’annullamento come avviene quando materia e antimateria s’incontrano. Occorre una misura e un’intelligenza che si scontrano con la volontà d’arricchimento (non certo culturale) dei farabutti al vertice delle pretese “sinistre”.
Dall’“internazionalismo proletario”, dall’unione dei popoli soggetti all’imperialismo, questi sconfitti e ideologicamente azzerati dalle vicende dell’ultimo mezzo secolo (e anche più) sono passati alla glorificazione della globalizzazione. La “destra”, più tradizionalmente liberista, racconta le virtù del libero mercato, dell’universale circolazione delle merci senza barriere che arricchirebbe tutti. E mente sapendo di mentire poiché gli Usa sono divenuti la più ricca e grande potenza del mondo con la guerra civile scatenata non per liberare gli schiavi della “Confederazione”, bensì per affermare il protezionismo vivificatore della potenza industriale del nord “unionista”. E anche le altre grandi potenze come Germania e Giappone hanno seguito la stessa strada. I liberal-liberisti mentono e sono assolutamente dannosi, sono quelli che vogliono che la UE resti la serva degli Usa, sono quelli che attualmente s’inventano i “Macron”. Tuttavia, i furbastri al vertice della “sinistra” ingannano ancor di più poiché s’inventano l’abolizione delle barriere nazionali come sinonimo di universalismo “dell’amore”, come “virtuoso” annullamento di ogni grande e millenaria tradizione culturale in un’unica grande comunità mondiale pacificata e solidale. I liberal-liberisti sarebbero da bastonare solennemente. I globalizzatori di “sinistra” dovrebbero essere trattati con metodi un po’ più “definitivi”.
E finiamo allora con Trump. Non ci s’inganni su questo personaggio e non si creda che rappresenti una svolta ad U nella politica di predominio degli Usa. Alcuni di quei centri strategici – che stanno dietro alle politiche dei paesi preminenti e che i fessi vedono solo come centri finanziari, anzi addirittura quali singoli finanzieri alla Soros – hanno preso atto delle difficoltà degli Stati Uniti dopo la sparizione del mondo bipolare. Le politiche di Bill Clinton, Bush jr. e Obama non hanno condotto ad un nuovo predominio monocentrico. Il multipolarismo è in marcia; e non credo proprio che si fermerà, solo sarà come al solito ad andamento sinuoso e con percorso accidentato. Trump, considerato rozzo e confusionario, è il risultato di tentativi complicati e probabilmente destinati, infine, all’insuccesso. Non penso ci si avvierà mai verso un nuovo monocentrismo, ma piuttosto in direzione del policentrismo conflittuale acuto dopo un “opportuno” periodo multipolare. Da qui le difficoltà di Trump e l’acutezza dello scontro in atto negli Usa, di cui, tutto sommato, dobbiamo essere soddisfatti per le indicazioni che ci fornisce.
Seguiamo, seguiamo attentamente. Tuttavia, se qui da noi, in Europa e in Italia, non nascono nuove forze in grado di dare una spallata a questa devastante e infetta “democrazia” elettorale, se si continua a credere soltanto nel sovranismo (magari quasi soltanto nazionalista), dubito che otterremo reali risultati. Per fortuna ci sono Russia e Cina; speriamo tengano il passo e una giusta attenzione ai vari tentativi che saranno continuamente compiuti dagli Stati Uniti (sempre più “nervosi”) per ottenere il completo predominio nel mondo. Speriamolo, senza tuttavia risparmiare critiche a queste deboli forze accusate oggi di populismo (per non dire fascismo), che ancora si perdono dietro a discussioni elettoralistiche per conquistare qualche 0,… o anche l’1-2-3% in più. E’ necessaria una svolta molto radicale e opportunamente violenta; nel senso di una violenza lucida, ben diretta, non con la volontà di vendicarsi dei mascalzoni che indubbiamente ci stanno rovinando, ma semplicemente al fine di metterli nella condizione di non più nuocerci.

ALCUNE VERITA CHE SEMBRANO DIMENTICATE, di GLG

gianfranco

ALCUNE VERITA’ CHE SEMBRANO DIMENTICATE, di GLG

 

http://www.ilgiornale.it/redirect/mondo/parla-lufficiale-dei-servizi-usa-attacco-corea-nord-sar-1389826.html

 

“Isolazionista o interventista? Dopo il ridimensionamento del guru Steve Bannon, la strategia geopolitica del presidente statunitense Donald Trump appare contraddittoria e per certi versi enigmatica, indecifrabile, potenzialmente imprevedibile. Ha ceduto alle pressioni del Deep State e dell’apparato da lui tanto osteggiato in passato oppure fa parte di una tattica più ampia della sua amministrazione?”.

 

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A questo punto sembra più probabile la seconda ipotesi. Dopo quelle di Bill Clinton e Bush jr (direttamente aggressive) e quella di Obama (caos e creazione di zone “melmose”; con interventi di “sicari”, fra cui l’alimentato “terrorismo islamico”), sembra si cerchi una strategia ancora diversa (anche se ci sono aspetti di quelle passate). E’ solo perché le precedenti strategie sarebbero fallite o perché il pur non facile né lineare avanzamento del multipolarismo complica viepiù il quadro? La questione è tutt’altro che chiara e non è detto sia molto chiara nemmeno per chi effettua certe manovre politico-militari. Dobbiamo capire che ci stiamo avviando verso una nuova fase policentrica (non imminente, è bene saperlo), che infine conoscerà scontri di sempre più ampia acutezza, accompagnati come d’abitudine da sforzi mediatori e da chiacchiere sulla volontà di pace dei contendenti; alla fine, tuttavia, essi dovranno stabilire chi predomina. In un certo senso vi saranno costretti; nemmeno i gruppi di vertice, con tutta la loro “oggettiva” abitudine alla criminalità, sono così vogliosi di mettere a rischio i loro poteri in uno scontro decisivo ed estremamente cruento. Bisogna però infine capire che non si crea nessun ordine minimamente accettabile se non c’è un centro coordinatore; e chi coordina è quello che vince lo scontro dopo un periodo di disordine crescente. Quanto appena affermato è valido sia all’interno di un paese sia nei rapporti tra paesi. Le chiacchiere sulla speranza di pace perpetua, gli sforzi degli “uomini di buona volontà”, ecc. devono infine lasciare il posto alla reale necessità di ordine e coordinamento, che si non si ottengono con l’abbracciamoci e il vogliamoci tanto bene. Chi racconta simili storielle è un infame mentitore o un illuso senza spina dorsale, un semplice “piagnone”.

Possiamo allora soltanto attendere fatalisticamente il reciproco massacro? Evidentemente no; tuttavia, se vogliamo ridurre al minimo gli “incidenti mortali”, dobbiamo accettare infine il confronto e lo scontro con chi da troppo tempo ci sta riducendo alla subordinazione più completa. L’eccezionalità del “mondo bipolare”, durato abbastanza a lungo, ha assicurato nella parte “centrale” del mondo (quella più sviluppata) un periodo di pace, legato però alla subordinazione di molti paesi all’uno o all’altro polo. Adesso siamo entrati in una fase molto diversa, che per di più va cambiando a sua volta “pelle” in periodi successivi e con il tentativo del predominante di uno dei due poli (il sopravvissuto) di avere il completo controllo della situazione. Tale tentativo non è per nulla favorevole al mantenimento di un minimo di equilibrio; da qui il disordine crescente attuale. Quindi, quel predominante (evidentemente gli Usa) deve essere contrastato e si deve arrivare al punto che esso si trovi nella situazione di rischiare tantissimo insistendo sulla sua prepotenza e arroganza. Non si ottiene questo risultato se non con l’unione degli sforzi di alcuni altri paesi, in cui si verifichi la presa del potere da parte di forze politiche capaci di decisa autonomia e di collegarsi fra loro in funzione anti-predominante.

Ovviamente vi sarà il pericolo che si arrivi in definitiva al ben noto scontro mondiale tra gruppi di alleati. Tuttavia, se si crede di scansarlo restando ancora subordinati e senza politica autonoma, il disordine crescerà e si verificheranno tanti conflitti apparentemente minori con la preminenza di alcuni (pochi) paesi e il netto indebolimento (e impoverimento) di molti. E alla fin fine i pochi in crescita possono decidere di affrontarsi fra loro per regolare i conti. Allora svegliamoci prima. Lotta per l’autonomia (non nazionalismo cieco e privo di prospettive), da conseguire in un certo numero di paesi importanti, regolando i conti all’interno con le forze politiche debosciate e servili che oggi guidano questa ignobile UE. Poi unione di questi paesi autonomi con altri (tipo Russia) per indurre gli Usa a ben più miti consigli. Essi devono soprattutto essere resi ben consci che questa volta non sarebbero esenti dalle pesanti distruzioni di città e morte di milioni di civili. Finora hanno sempre portato l’“Apocalisse” negli altri paesi; adesso devono sapere che subiranno la stessa sorte, e magari “con gli interessi”. Altro che il banale crollo delle “due torri”, su cui hanno strepitato e portato guerra dappertutto. Questa volta bisogna renderli edotti che “Dresda, Hiroshima, Nagasaki” e tutto il resto, che hanno portato nel mondo negli ultimi 70 anni, sarà “gentilmente” propinato pure a loro. Forse ragioneranno, non si sa mai.        _

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