TUTTO IL MOVIMENTO E’ SULLA SCENA

TUTTO IL MOVIMENTO E’ SULLA SCENA
E’ indubbio che la fondazione del (ancora futuro) Partito democratico ha rimescolato le carte della “politica”; tuttavia sulla scena di quello che Berlusconi chiamava un tempo “teatrino”, e al quale lui stesso si è mirabilmente adattato con una serie di giravolte da acrobata (ormai settantenne però). Non sono in grado di descrivere ciò che potrà pensare il popolo italiano di tutto questo “agitarsi” del ceto politico; sia perché non esiste in senso proprio la categoria “popolo” in un paese a capitalismo avanzato, sia perché ho scarsa stima dell’intelligenza di molti comparti componenti l’insieme dei cittadini italiani, che non hanno mai avuto una vera tradizione di maturità e serietà, ma invece di mammismo, “fifoneria”, servilismo verso i potenti, abitudine ad arrangiarsi in mille modi, ecc. (insomma le “virtù” così bene interpretate da Sordi in innumerevoli film). Dubito tuttavia che una persona di media intelligenza e di normale buon senso capisca qualcosa dei giochetti di queste forze politiche ormai del tutto autoreferenti, sia sulla destra che sulla sinistra (con i vari penosi tentativi di rivitalizzare il centro). L’unica speranza che tale piattume (e pattume) induce è quella di un non lontano “pensionamento” sia di Prodi che di Berlusconi, due guitti assai poco divertenti (nulla a che vedere con il glorioso avanspettacolo italiano, con i comici formatisi all’Ambra Jovinelli di Roma; ma ormai è troppo tardi per riaprirlo ed inviarvi i due suddetti ad apprendere il mestiere).
Quel che si muove dietro le quinte è al momento ancora più confuso; si capisce che si è acuita una certa lotta tra i vari gruppi della GFeID (grande finanza e industria decotta), ma i movimenti sono ondivaghi. Del resto, dietro di essi – un po’ in tutta Europa, ma in modo veramente pesante qui da noi – si muove il complesso finanziario-politico statunitense; e anche questo è scosso da contrasti interni, fenomenicamente sempre più evidenti ma non così chiari da consentire l’individuazione degli schieramenti; del resto ancora molto gelatinosi secondo tutte le apparenze. In questa situazione, chi si pone senza mezzi termini contro destra e sinistra (e senza alcuna propensione per il centro) dovrebbe seguire solo con un occhio le convulsioni di questi teatranti di fronte al “pubblico”. Ci si deve sforzare di capire qualcosa in più – ed è certo compito improbo – delle mosse compiute dietro le quinte, soprattutto nelle (fra loro contrastanti) cabine di regia, che sembrano in effetti procedere “a vista”, muovendo un po’ a casaccio i vari fili collegati a gambe e braccia dei “pupi” che si agitano sul davanti della scena.
Certo non sarà sempre facile contenere l’indignazione per una recita tanto scadente; qualche volta non ci si potrà esimere dal lanciare ortaggi e uova marce addosso a questi buffoni che non sanno nemmeno recitare una “sceneggiata”; piangono, si abbracciano, si accoltellano appena appena dietro il sipario, alzano gli occhi al cielo. Il tutto con plateali mosse da gigioni, da capocomici al “Teatro comunale” di Canicattì o Zagarolo (senza offesa per queste cittadine; si sa bene che vengono presi “a prestito” solo i loro nomi). Il più fatuo e leggero dei “figuranti” parla di vecchiette da assistere, di bambini cui dare una ciotola di riso (perché invece non li invita ad uno di quei luculliani ricevimenti dati all’Auditorium di Roma assieme a Romiti, Caltagirone, Geronzi, ecc.?). Tuttavia, ingerendo grandi quantitativi di emetici e gastroprotettori, è necessario dedicarsi di meno alle stronza-te di questo teatrino pseudopolitico e assai di più ad analisi e previsioni di largo momento. E’ soprattutto necessario resistere agli ansiosi che vogliono avere subito qualcosa da fare, che debbono trovare un’organizzazione in cui inserirsi, che bramano avere dei capi che li guidino ad altre sconfitte umilianti dalle quali uscire “suonati” ed avere così la scusa di “tornare a casa” mogi mogi, elevando alte lamentele contro il “destino cinico e baro”.
Riproporrò sempre, anche soltanto a cinque persone, di ricominciare ad usare la testa e soprattutto di proiettarsi in avanti; senz’altro saranno compiuti molti errori, ma è meglio sbagliare che fare i pappagalli. In ogni caso, poniamola così: non offendiamo nessuno che, con “animo puro” – cioè con un minimo di buona fede – voglia ancora tentare di rinnovare ciò che a mio avviso è completamente scrostato, fradicio, sbriciolato al suo interno. Possiamo magari anche procedere insieme, parafrasando Moro, secondo “divergenze parallele”. Tuttavia, sono convinto che, mentre i vecchi alchimisti si affannavano invano per trasformare il piombo in oro, la Storia, con passo sicuro, compie
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sempre la trasformazione inversa (e anzi, troppo spesso, al posto del piombo ci fa trovare m …. ). Per quanto mi riguarda, salvo che in qualche considerazione d’ordine storico, eviterò di scrivere in futuro di comunismo, di movimento operaio, di conflitto capitale/lavoro e via dicendo. E’ importante cambiare anche il linguaggio per far capire che un processo storico – che personalmente non rinnego, vantandomi anzi di essere stato da “quella parte” – è finito, non ha più nulla da dirci.
Terrò i testi di Marx e di Lenin come livres de chévet, da sfogliare spesso ma con lo spirito di chi “consulta” e si “fa ispirare”; del “marxismo”, nel suo insieme, propongo di non parlare proprio più se non come “storici del pensiero”; della teoria di Marx ritengo si debba parlare come “trama da disfare” per ritessere, con i dovuti tempi, un panno del tutto diverso, da inzuppare nell’acqua di un’epoca ormai in fase di completa transizione “ad altro”. Circa la Marx renaissance, o gli assilli sui vari “teoremi” e “problematiche” del pensatore di Treviri, ecc., invito a lasciarli alle conventicole accademiche, che cercano un “prodotto di nicchia” per avere qualche finanziamento e per irretire le minime leve che ancora si lascino affascinare dagli “ultimi bagliori di un crepuscolo”.
E adesso, andiamo avanti e lasciamo perdere veramente, e definitivamente, gli arrancanti. Fra dieci anni, venti a voler essere ottimisti, si parlerà di un comunista “marxista” come di un anarchico bakuniniano.
23 aprile
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