UN DECENNIO CRUCIALE

 

Si tratta degli anni ’70, detti “di piombo”. Il decennio inizia con gli strascichi del movimento sessantottardo e l’inasprirsi dell’attacco di quest’ultimo (anche detto extraparlamentare) al “revisionismo” del Pci; atteggiamento che introdurrà a quel decennio di “terrorismo” in base ad una errata valutazione non tanto dei rapporti forza (non credo che le Br e dintorni mal valutassero la loro condizione di inferiorità rispetto al quadro istituzionale, in cui il Pci era ormai saldamente inserito) quanto dell’evolversi della situazione interna e, soprattutto, internazionale. Nel ’72 viene eletto segretario del Pci Berlinguer e inizia la vera svolta in senso filo-atlantico del partito, nemmeno capita bene dagli extraparlamentari, ma sicuramente colta dai vari Servizi anche orientali. Nel 1973, dopo il colpo di Stato in Cile (11 settembre), Berlinguer coglie l’occasione per una distorta analisi dello stesso finalizzata a lanciare un preciso segnale di possibile accentuazione della svolta filo-occidentale, che sul piano italiano venne caratterizzata come proposta di “compromesso storico” con la Dc, ignorando di fatto il Psi.

Nel 1975 si ha il primo atto di tale compromesso, che viene anticipato dalle “parti sociali”; in realtà dal sindacato, ormai apparato burocratico in cui prevaleva la Cgil, e la Confindustria, pur essa organo verticistico in cui predomina il capitale “privato” guidato da Agnelli. Così viene firmato il patto sulla scala mobile proprio tra quest’ultimo e Lama, spiazzando buona parte dell’industria italiana (attaccata subito da “sinistra” come reazionaria perché mugugnò e fece inizialmente ostruzionismo a quell’accordo). Anche quella “pubblica” non fu soddisfatta, giacché aveva semmai bisogno di ben altro aiuto per una espansione nel mondo in competizione con altri sistemi industriali. La nostra industria “pubblica” non sarebbe stata molto favorita da un aumento dei consumi interni – che si supponeva effetto virtuoso dell’accordo suddetto, comportante aumento dei salari – avendo invece bisogno dell’impiego di maggiori risorse per attuare complesse strategie, non solo economiche ma schiettamente politiche, di penetrazione in altri “mercati”: in realtà in altre sfere d’influenza.

Nel 1976 si ha finalmente la realizzazione del “compromesso storico” con il Governo di unità nazionale (Andreotti), appoggiato dall’esterno dal Pci che non può entrarvi ufficialmente pur godendo ormai della fiducia statunitense (si vedano le dichiarazioni rese molti anni dopo dall’allora Ambasciatore americano a Roma, Gardner), poiché ancora forte era la frazione filo-sovietica – in realtà fondamentalmente favorevole ad una ostpolitik – e ciò rappresentava un pericolo per i “segreti” della Nato. Nel 1978 Napolitano, considerato il n. 2 (evidentemente ormai ex) della corrente “amendoliana”, quella considerata filo-sovietica, si reca a Washington quale “primo ambasciatore” (non ufficiale ovviamente) del Pci. Egli viene accolto con molta “simpatia”. Essendo maliziosi (e seguendo il consiglio andreottiano di pensare male perché, pur commettendo peccato, ci si azzecca quasi sempre), si può immaginare che furono allacciate “buone” relazioni e abbozzati accordi, che diverranno operativi solo dopo il crollo del campo socialista (1989) e dell’Urss (1991), quando fu affossato tramite la ben nota operazione giudiziaria il precedente regime (Dc-Psi) e i “comunisti” – buttato a mare senza autocritica alcuna il loro “credo” precedente e mutata più volte la loro denominazione (“d’origine non più controllata”) – divennero gli obbedienti (perché facilmente ricattabili in base al loro recentissimo passato) rappresentanti politici di Confindustria agnelliana e “manina d’oltreoceano”.

Tornando al decennio cruciale, ricordo la singolare coincidenza – nulla più che tale, sia chiaro – del rapimento e uccisione di Moro proprio nel 1978, affaire in cui comunque Dc e Pci furono affiancati nel duro rifiuto di ogni trattativa mentre il Psi (che nel ’76 aveva conosciuto la svolta craxiana), proprio al fine di sottrarsi alla tenaglia dei due partiti in “compromesso”, propose un atteggiamento più “flessibile”. Il decennio si chiuse infine con la sconfitta della Cgil alla Fiat sancita dalla “marcia dei 40.000 quadri” (1980), dopo lo sciopero dei 35 giorni. Proprio all’ultimo Berlinguer, prima molto “timido” e perplesso, appoggia lo sciopero e va a Torino davanti ai cancelli dell’azienda. In realtà, egli rese omaggio formale alla “sinistra” del partito e alla Fiom (ala dura della Cgil) per allearsi con loro e far intanto fuori la corrente amendoliana che, fino alla segreteria Berlinguer, aveva goduto della maggioranza nel partito ed era ancora abbastanza forte da rendere irto di ostacoli il cambio di campo (e di casacca) iniziato nel 1973 e proseguito appunto con gli eventi del 1976 e 1978. Questo, in breve, il quadro di un mutamento fondamentale.

L’ho ricordato perché si innesta in esso un processo molto negativo che ha caratterizzato il successivo svolgimento degli avvenimenti italiani. Lo accenno soltanto con invito a porlo al centro dell’attenzione per capire cos’è accaduto negli ultimi vent’anni, se si lascia perdere la cieca e ottusa polemica basata solo su Berlusconi si oppure no. Il “compromesso storico” – esclusa la volontà della Dc di troppo concedere sul piano dell’industria pubblica (non lo aveva fatto con il Psi, figuriamoci con il Pci) – comportò invece gravi concessioni a quest’ultimo partito, fatte sotto copertura di ampliamento dello Stato sociale, mentre erano invece solo assistenziali e clientelari, con un abnorme incremento di ceti “medi” per null’affatto produttivi. Se osserviamo l’andamento del Debito pubblico (anche la spesa pubblica è servita ad una distorta polemica politica, che ha nascosto l’essenziale), vediamo che esso schizza in alto tra fine anni ’70/inizio ’80 e gli anni ’90. Esattamente nel periodo in cui tale “compromesso” procura i maggiori danni quanto a struttura sociale del paese. Dopo, il regime Dc viene annientato tramite “mani pulite” e si entra in una situazione diversa, ma con quella palla di piombo sempre al piede e non ancora alleggeritasi.

Mentre non si smette di cianciare di “ceti medi produttivi” (assillo di Dc e Pci negli anni ’50 e ’60), in realtà essi, pur continuando a costituire l’ossatura economica del paese, ricevono ben poca attenzione. Il grosso delle risorse serve, in modo assistenziale e clientelare, per rinsaldare il “compromesso storico”. Con un ulteriore grave danno: è facile montare sempre più la polemica contro il centralismo, contro “Roma” e il sud, poiché la diversa struttura socio-economica di partenza fa apparire il fenomeno assistenzial-clientelare particolarmente accentuato in tale zona del paese. Da qui deve quindi anche partire la comprensione del fenomeno leghista con tutti i pericoli per l’unità del paese.

La Dc
continuò a “utilizzare” l’industria pubblica non al meglio delle sue potenzialità strategiche, preparandone i futuri facili smantellamenti una volta mutata la situazione internazionale e, di riflesso, quella interna. Il Pci lasciò perdere – al di là delle chiacchiere di facciata – i “ceti medi produttivi” (cavallo di battaglia della “corrente amendoliana”, quella effettivamente socialdemocratica che, come già rilevato, venne battuta dall’alleanza tra berlingueriani e “sinistri ingraiani”), curando invece a dovere tutti quei “ceti medi” non inutili, ma gonfiati oltre misura (tre-quattro “lavoratori” dove ne occorre uno), assorbitori e non produttori di ricchezza, che oggi costituiscono il grosso delle truppe della “sinistra” e vengono solleticati nella loro disperazione di perdere le posizioni acquisite in modo da farli divenire l’humus di effettive manovre eversive. Tra questi ceti medi, vi sono in particolare quelli intellettuali e – forse la più utile “conquista” fatta dal Pci proprio negli anni ’70, grazie all’appoggio alla lotta contro il “terrorismo” – la magistratura, divenuta il “braccio armato” odierno di tutte le operazioni che proseguono, in forme svariate, quelle immediatamente successive alla dissoluzione dell’Urss.

I ceti popolari, anche operai, sono rimasti a lungo egemonizzati dal Pci, pur nei successivi balzi della sua mutazione, per la tradizionale vischiosità dei processi storici. Oggi, però, essi iniziano a distaccarsi avendo tuttavia preso coscienza in modo molto “imperfetto” di quanto è accaduto negli ultimi 40 anni, ma soprattutto dagli anni ’90. Resta irrisolto il problema dei ceti medi. Sia di quelli “produttivi”, ancora non effettivamente rappresentati da un’adeguata forza politica. Sia di quelli “non inutili”, e tuttavia parassitari per il loro esorbitante numero, che sono per ora le truppe di forze politiche sempre più disgregate e pericolose per un ordinato contesto civile. Si continua a ignorare il problema, nascondendolo dietro le diatribe sul Debito pubblico, sul deficit, sui “parametri di Maastricht” e altre devianti questioni apparentemente “tecniche”, che sono invece la spia di rapporti sociali alterati da un compromesso (detto “storico”), ormai trascorso e crollato senza che si affronti infine il suo lascito “velenoso”.