UN NUOVO RESET AMERICANO? Di Andrea Fais

L’immagine impietosa che ritrae un piccolo gruppo di manifestanti con un cartello imbarazzante, inneggiante ad uno spaventoso Oil for West, “Petrolio all’Occidente”, rende bene l’idea, forse meglio di qualunque altra immagine, di quanto sta avvenendo nel territorio libico.

Mentre i telegiornali italiani si stanno prodigando a raccogliere, senza il minimo dubbio riguardo all’attendibilità, informazioni da due emittenti arabe, dunque straniere, e dal tragicomico circuito di divulgazione rappresentato da Twitter – un social network simile a Facebook, ormai sempre più presente e imperante nei metodi di protesta degli ultimi anni, all’interno dei Paesi europei ed asiatici coinvolti in questo tipo di destabilizzazioni –, altri canali d’informazione, come la venezuelana TeleSur o le stesse testimonianze dirette di molti dei turisti e imprenditori europei, fuggiti dalla Libia, ci stanno fornendo un quadro piuttosto diverso di quanto accade nelle città, tanto della Tripolitania, quanto della Cirenaica. I presunti bombardamenti sulla folla di alcuni giorni fa sono stati più volte smentiti, e del resto è quanto meno improponibile pensare che dei caccia militari possano essere impiegati per la repressione di alcuni disordini di piazza: il dubbio è aumentato quando questi velivoli sono poi diventati elicotteri Apache, che, com’è noto, sono in dotazione ai soli eserciti statunitense ed israeliano, e soprattutto quando gli edifici governativi di Tripoli e Bengasi erano descritti come sostanzialmente intatti, seppur presi d’assedio e parzialmente incendiati. È tecnicamente quasi impossibile, infatti, utilizzare il genere di artiglieria propria di questo tipo di velivoli militari, senza danneggiare tutto quanto si trovi nel solo raggio di cento metri.

E ancora, per i media occidentali, i morti sono 1000, poi “migliaia”, poi addirittura diecimila. La stessa Commissione Europea, che sta decidendo in queste ore sul da farsi, avanzando persino l’ipotesi di un ennesimo intervento umanitario in concerto con l’Onu, è tutt’ora impossibilitata a stabilire con esattezza le dimensioni di questa pesantissima crisi, proprio per la confusione mediatica che sta regnando intorno alla Libia. Immediatamente, le reazioni politiche sono scattate in Italia: le ripercussioni economiche per il nostro Paese potrebbero essere pesantissime, dal momento che il settore strategico del nostro Stato (Eni, Enel e Finmeccanica) è pienamente coinvolto nel Paese arabo, per un volume d’affari spaventoso. Le parole di Berlusconi dell’altro ieri sono state poco chiare ma sicuramente emblematiche: parlando già del dopo-Gheddafi, come se avesse sentore che tutto è ormai deciso, ha non soltanto scaricato l’alleato libico, ma si è unito al Ministro Frattini, nell’esprimere serie perplessità dinnanzi alla possibilità di un’infiltrazione di gruppi integralisti all’interno delle proteste. L’Italia ha dunque già voltato pagina, il Ministro Romani ha rassicurato gli italiani in merito alle forniture energetiche e al blocco provvisorio del Green Stream, a cui ha fatto eco lo stesso Scaroni, assicurando di avere molte altre possibilità, nel caso in cui le voci di una reazione anti-italiana di Gheddafi (bombardamento dei pozzi petroliferi) fossero confermate.

L’aria che si respira è torbida, e la situazione è sicuramente piena di fattori oscuri ed eterogenei. Le proteste libiche si tingono sempre più di stelle e strisce, malgrado vi siano fattori interni indubbiamente determinanti, estranei al confronto strategico globale. La spaccatura degli ambienti politici (e forse militari) della Gran Jamahiriya, ha radici indubbiamente molto profonde e risale almeno a tre anni fa. Eppure, come in casi analoghi (Kirghizistan, Ucraina, Georgia, Libano e Iran), comincia a prendere sempre più quota la possibilità che agenti occidentali e fondazioni, organizzazioni umanitarie e non governative (ma pienamente ricomprese all’interno della strategia soft-power del governo americano), abbiano cavalcato questa divisione, e rafforzatone i termini in gioco, innescando una bomba ad orologeria che non può più essere nascosta. Il dato più emblematico riguarda il fattore economico, laddove lo stesso World Factbook della Cia, fissa il Pil procapite libico a circa 13.000 dollari annui, tra i più altri nell’intera area del Maghreb e dell’Africa in genere. Le condizioni economiche e sociali della Libia sono infatti profondamente divergenti da quelle della Tunisia e, soprattutto, dell’Egitto, paesi dove, nei giorni scorsi, si sono consumate nuove destabilizzazioni e successivi cambiamenti di potere. La Rivoluzione dei Gelsomini di Tunisi e le rivolte de Il Cairo, non possono in ogni caso aver innescato per semplice “propagazione spontanea” la protesta anche in Libia. L’idea che una fascia di Paesi tra loro confinanti costituisca un blocco monolitico di nazioni, ciascuna delle quali pronta a sconvolgere spontaneamente il proprio ordine costituito e a modificare il proprio status politico-istituzionale in modo sincronizzato o perfettamente consequenziale, è palesemente priva di fondamento. Lo scorso anno, in Kirghizistan, per l’ennesima volta sconvolto dagli scontri interni, dopo la Rivoluzione dei Tulipani del 2005, ad esempio, malgrado lo scoppio di un’analoga rivolta nella capitale settentrionale Bishkek avesse nei due mesi successivi innescato drammatici scontri etnici nelle città meridionali di Osh e Jalalabad, coinvolgendo de facto le comunità uzbeke, e costringendo la stessa Tashkent all’intervento umanitario, tutto ciò non ebbe alcuna ripercussione di larga scala nell’area centro-asiatica.

Cosa sta accadendo invece stavolta? Come è possibile che alcuni gruppi di rivoltosi appartenenti a Paesi socialmente ed economicamente molto diversi fra loro, possano essere stati in grado di destabilizzare governi così longevi, in poco tempo? È così improbabile che l’intelligence atlantica abbia ideato una strategia di destabilizzazione, simile a quella che nel 1989 sconvolse gran parte dell’Europa Orientale, distruggendo il Patto di Varsavia, togliendo, cioè, all’Urss quello che Zbigniew Brzezinski ha più volte definito il suo “impero esterno”? È questo il 1989 del mondo arabo? L’ipotesi è suggestiva e diversi analisti la stanno mettendo sul tavolo delle osservazioni geopolitiche. Tuttavia, se il polo egemone del Patto di Varsavia, era evidentemente l’Unione Sovietica, quello che potrebbe essere considerato il polo egemone del blocco arabo resta ancor oggi un attore ambiguo e privo di un ruolo chiaro, l’Arabia Saudita. Riyad, in controtendenza rispetto a tutti i suoi vicini principali (Yemen, Libia, Tunisia, Egitto, Barein, Qatar, Giordania, Siria, Iran) non ha ancora subito alcun moto di rivolta, anche se per il prossimo 11 marzo pare sia prevista una giornata della “rabbia”, organizzata da alcuni attivisti del fantomatico popolo del web. L’Arabia Saudita e la sua monarchia islamica restano ancora oggi l’autentico centro strategico dell’intero Medio Oriente: nel suo territorio è presente un quinto dell’intera riserva petrolifera mondiale, e tutt&rs
quo;oggi il gigantesco Stato islamico è il secondo produttore al mondo di petrolio, subito dopo la Russia, secondo le stime del rapporto 2010 di World Oil&Gas. Negli ultimi cinquant’anni, le guerre e le crisi regionali che hanno coinvolto l’Arabia Saudita, hanno sempre determinato pesanti crisi energetiche, condizionando pesantemente il prezzo del petrolio nel pianeta intero. La più nota, e forse la più pesante, è quella del 1973, allorquando scoppiò la Guerra del Kippur tra alcuni Stati Arabi e Israele. Quel periodo aveva visto il mondo occidentale uscire da una pesante fase di transizione, iniziata due anni prima con la fine degli Accordi di Bretton Woods del 1944, e conclusasi con la fondazione della Commissione Trilaterale (1973), come tentativo di stabilizzazione finanziaria e di coordinamento tra le principali forze di mercato di Nord America, Europa Occidentale e Giappone. L’impressione che si ebbe fu quella di un reset totale delle strategie egemoniche statunitensi, resosi necessario dall’impossibilità di mantenere un sistema keynesiano caratterizzato dall’egemonia del dollaro nel mondo capitalistico.

Sin dai tempi del New Deal, dopo ogni crisi economica e finanziaria, le casse statali americane, salvagente per gli errori del mercato, vengono pesantemente prosciugate, le spese militari vengono congelate, in attesa di tempi migliori, e i tagli alla spesa pubblica diventano l’unica soluzione possibile, per riequilibrare nel tempo i pesanti deficit accumulati durante la recessione. Stavolta, malgrado l’ottimismo generalizzato, la crisi esplosa nel 2008 è davvero enorme, e gli effetti delle misure adottate da Obama nel 2009, cominciano a manifestarsi soltanto oggi. Le proteste per i tagli alle tutele sociali stanno investendo una larga fetta di Stati, tra cui il Wisconsin, in cui si hanno notizie in merito ad una manifestazione molto tesa di almeno 70.000 persone, e di numerosi cortei di protesta sindacale, contro l’aumento delle trattenute sugli stipendi. Naturalmente le televisioni occidentali si sono ben guardate dal riportare queste notizie, diffuse esclusivamente attraverso la rete e alcuni video amatoriali su youtube. Evidentemente il materiale amatoriale è buono e attendibile solo per i Paesi Arabi, mentre nel caso degli Usa è ritenuto assolutamente insufficiente rispetto ai colossi dell’informazione Fox News e CNN.

In ogni caso, a questa situazione, si aggiungono le perplessità e le serie preoccupazioni dei cittadini canadesi, a seguito della notizia diffusa dal Governo americano, e ignorata, ancora una volta, da gran parte dei mezzi di comunicazione, in merito ad un accordo di massima cooperazione tra Stati Uniti e Canada, raggiunto lo scorso 4 febbraio tra Barack Obama ed il Primo Ministro del Canada, Stephen Harper, che va a coinvolgere una serie impressionante di settori: dall’economia all’energia, dalla tecnologia alla finanza. La paura del tranquillo e gigantesco Stato nord-americano, ricchissimo di materie prime (e attivo protagonista nella corsa al Mare Artico, assieme alla Russia e alla Norvegia), è quella di vedersi scaricata sul proprio sistema finanziario una sostanziosa parte dei problemi strutturali del potente vicino di casa. L’alleanza economica e militare tra i due Paesi non è una novità, tanto che l’interscambio commerciale tra Washington e Ottawa, aveva già raggiunto la cifra di mille miliardi di dollari durante lo scorso anno, ma questo accordo è senz’altro impressionante per volume d’affari.

Dopo aver perso molta influenza nelle strategiche regioni dell’Asia e dell’Africa (soprattutto a causa dell’allargamento della sfera d’influenza della Cina), dopo aver preso atto dello stallo e della stagnazione nei rapporti con la Russia (a cui il recente rinnovato Trattato Start sul controllo dei sistemi di difesa missilistici non aggiunge nulla, dal momento che, in base ai protocolli, Mosca può uscirne in qualsiasi momento lo ritenga opportuno) e dopo aver notato una parziale (e non certo nuova) inaffidabilità dei principali partner europei (Germania e Francia soprattutto), gli Stati Uniti potrebbero aver avviato il proprio reset post-crisi, ridisegnando le proprie zone di pertinenza strategica. Dopo le tre leadership globali (Bush padre, Clinton, Bush figlio), gli Stati Uniti, dal 2009 si sono ritrovati per la prima volta negli ultimi venti anni, in un nuovo scenario non più unipolare. È stato un ritorno alla realtà, dopo l’illusione globalista dell’era clintoniana, e l’illusione del secolo americano nell’era di George W. Bush. Il fallimento della trama dissuasiva nei confronti del programma atomico dell’Iran in sede Onu, il ripiegamento strategico del Pakistan verso Pechino (con l’inevitabile conseguenza del sostanziale fallimento delle misure di cooperazione previste dall’Af-Pak Strategy nel 2009), e l’opposizione mostrata dalla Cina nell’ultima crisi coreana dello scorso anno, hanno evidenziato una prima fondamentale riduzione del potere di persuasione-coercizione di Washington, proprio in quei tre scenari tenacemente inseriti, sin dalla metà degli Anni Novanta, ai primissimi posti all’interno dell’implicito (ma evidente) programma globale di disarmo nucleare.

Riconquistare una diretta influenza sull’area più ricca del Medio Oriente e del Mediterraneo, attraverso leadership più giovani e più affidabili, slegate dai vecchi schemi (soprattutto ideologici) della Guerra Fredda e della Guerra del Golfo, potrebbe costituire il primo pesante passo di una ricomposizione della nuova sfera d’influenza del fronte atlantico. Una nuova e duratura distensione col mondo islamico, non soltanto potrebbe riportare saldamente Ankara verso le ragioni occidentali, dopo lo strappo di due anni fa e la crisi sul nucleare iraniano, ma addirittura potrebbe estromettere altri attori strategici dall’area medio-orientale, affidando nelle mani degli Stati Uniti – già forti dal 2008 di una rilevante task force militare congiunta denominata Africom – un potere di contenimento spaventoso tanto verso l’Europa e l’Asia, quanto verso l’Africa centro-meridionale.