UN VECCHIO DIBATTITO (ANCORA UTILE) Gianfranco La Grassa

Scritto da: Gianfranco La Grassa (06/08/2012)

1. Nel 1972, su Critica marxista, uscì un articolo di Emilio Sereni, improntato allo “storicismo” tipico del marxismo italiano, che di fatto lanciò un dibattito sulla centralità o meno, nel marxismo, dello sviluppo delle forze produttive, o invece della trasformazione dei rapporti di produzione, ai fini del passaggio da una formazione sociale all’altra, cioè da un modo di produzione, considerato il nocciolo fondamentale della formazione sociale, ad un altro. Continua qui

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1 comment to “UN VECCHIO DIBATTITO (ANCORA UTILE) Gianfranco La Grassa”

  1. Gianfranco La Grassa Says:

    La scienza, che fu detta “borghese”, sarebbe stata più conseguente se avesse preso le mosse da Tarzan invece che dal Robinson Crusoe di Defoe. Burroughs (Edgar Rice) illustra in modo assai brillante quali differenziazioni effettivamente biologiche (di DNA diremmo oggi) esistano tra il neonato umano, subito orbato dei suoi genitori e salvato da “mamma scimmia” (che aveva appena perso suo figlio), e la tribù di primati in cui viene allevato. I suoi progressi di differenziazione dalla scimmia sono lentissimi, l’idea del minimo sforzo non occupa affatto i suoi pensieri né orienta la sua azione. Afferra invece fin da bambino la necessità di sopperire alla nettamente minore massa muscolare, che lo rende inadatto ad un certo tipo di lotta in natura, sviluppando l’astuzia e imparando ad usare con la massima abilità il coltello che, fortunosamente, trova nella capanna dove suo padre (che egli non sa lo fosse) era stato accoppato. Solo quando nell’isola arriva una nave che porta i membri di una ben precisa formazione sociale umana (sempre quella capitalistica), inizia il suo vero apprendistato che si conclude però malinconicamente rinunciando all’amore di Jane, attratta sensualmente dalla sua animalesca carica vitale (dell’odore però non si fa cenno….), ma sempre preda di una forma di resistenza di fronte a quest’uomo un po’ “strano”, per cui alla fine preferisce l’individuo “civile”, abituato alla vita delle città borghesi, all’educazione (con tutti i suoi limiti e tabù) e alle manifestazioni di sentimenti più soft, ecc.
    Sarebbe stato veramente interessante vedere come se la sarebbero cavata Walras o Marshall o Böhm-Bawerk, ecc. alle prese con Tarzan, in cui non vi è il “primato della domanda”. I suoi “calcoli” sono basati sull’uso spiccio del coltello, sulle estenuanti attese per gli agguati, sui plurikilometrici e quatti pedinamenti controvento per non far sentire il suo odore di animale, sulla sua lunghissima e prudente attesa del declino (per vecchiaia) della tigre, che da giovane lo aveva quasi ucciso. E quando essa è divenuta meno agile e un po’ torpida, riesce infine a sopprimerla (anche con un po’ di fortuna); allora esplode il suo orgoglio nella certezza d’essere divenuto la “prima potenza” della foresta. Dov’è il “primato del consumatore” del micragnoso e gretto Robinson? In Tarzan, effettivamente, la forza e l’astuzia, l’inganno e l’ambizione, espressi nella forma più pura dell’animale, precedono ogni possibile forma mercantile. Non è lo scambio che determina la preminenza. Lo si potrebbe mostrare pure con altri passi del libro, quando sbarcano dalla nave i marinai “cattivi”, ma questo basti.

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