Un’ipotesi sul ruolo del PCI nel caso Moro di Roberto Buffagni

Moro

Per il ventennale del rapimento e dell’uccisione di Aldo Moro scrissi un dramma intitolato Il caso Moro (con Sergio Fantoni, regia di Cristina Pezzoli, Teatro Stabile di Parma – La Contemporanea 1998).
Preparando la prima stesura, lessi e studiai quasi tutte le fonti primarie e secondarie relative al caso Moro, e parlai a lungo con alcuni protagonisti della vicenda: brigatisti,  amici e familiari di Moro, inquirenti.  Per scrivere il dramma, questo lavoro di ricerca non mi servì quasi a nulla. Non intendevo fare del teatro-verità, né dare una lettura realistica, politica o “gialla”,  della vicenda; e anche se avessi voluto, via via che procedevo con la lettura dei documenti e delle interpretazioni, m’accorgevo di inoltrarmi in una “nebbia della guerra” sempre più fitta e tossica.
Da tutto quel lavoro da archivista, però, una o due conclusioni ipotetiche le ho ricavate. Qui ne presento una, che forse i lettori potranno trovare interessante perché corre parallela ad alcune ipotesi sulla storia contemporanea italiana che Gianfranco la Grassa sta delineando su questo blog. Concludo la premessa con l’indispensabile caveat: questa è solo un’ ipotesi. L’ho ricavata da studi e riflessioni, ma non ho nessuna prova e nessun documento a sostegno. Invito dunque a considerarla per quel che vale: un po’ come l’ipotesi di un astronomo che, dallo studio dei campi gravitazionali, inferisce l’esistenza di un pianeta invisibile.
A cavallo fra la fine degli anni Sessanta e gli anni Settanta si verifica, fra mille complicazioni e contraddizioni, un grande bradisismo lungo la faglia di Yalta, che coinvolge anche il PCI, nel quale probabilmente si fa strada il sospetto che l’edificio dell’URSS stia cedendo alle fondamenta. Pochi in Italia e in Occidente sospettano la gravità della crisi sovietica, ma i massimi dirigenti PCI sono certo in posizione privilegiata per averne qualcosa di più che un sentore.
Lentamente, una fazione del PCI comincia ad avvicinarsi al campo NATO. I primi contatti avvengono durante il governo dei colonnelli greci, quando fazioni dell’amministrazione USA cominciano a preparare il post-dittatura e contattano, o si lasciano contattare, attraverso esponenti della resistenza greca, da rappresentanti del PCI. Un’altra tappa importante è quella del golpe contro il governo Allende in Cile, con le riflessioni che provoca nel PCI e nella DC.
L’emersione ufficiosa di questa ricerca di una strategia comune tra (settori degli) USA e (settori del) PCI si verifica con i primi viaggi di Napolitano negli USA, e culmina nell’atto ufficiale di Berlinguer che strappa con l’URSS dichiarando di sentirsi più protetto dall’ombrello NATO che dal Patto di Varsavia. In questo quadro va probabilmente visto anche l’episodio, mai ufficialmente confermato ma almeno verisimile, dell’attentato intimidatorio a Berlinguer in visita in Bulgaria.  Secondo il mio avviso, la prospettiva strategica comune tra fazioni USA e fazioni PCI si salda definitivamente proprio durante il rapimento Moro. Il passaggio mi sembra di una logica paradossale ma stringente. Eccolo.

1.  In teoria, Moro è il principale interlocutore del PCI, perché lui e la sua corrente sono favorevoli (con molti distinguo e varie seconde intenzioni, ma comunque in una prospettiva “giolittiana” di graduale integrazione dell’opposizione di sinistra) al progetto di “compromesso storico” berlingueriano, che segnerebbe la liberazione del PCI dalla conventio ad excludendum conforme a Yalta, in cambio di una “occidentalizzazione” e “democratizzazione” del PCI. Inoltre, solo con estrema difficoltà, e investendovi un enorme capitale politico, Moro riesce a tessere nella DC un gracile consenso intorno a questo progetto, che ha forti avversari, aperti e coperti, non solo nel suo partito ma in tutta la struttura dello Stato e in importanti fazioni della NATO e degli USA. Moro è quindi l’uomo indispensabile perché si vari il “compromesso storico”.
2.  Di conseguenza, per il PCI il rapimento di Moro dovrebbe rappresentare una catastrofe politica; infatti il calcolo prevalente nelle BR, quando decisero di rapire Moro, fu proprio questo: che il sequestro di Moro rendeva impossibile una collaborazione organica fra DC e PCI che avrebbe spento le loro speranze di radicalizzare la lotta politica in Italia. Dunque, il PCI dovrebbe perseguire con ogni mezzo la liberazione dello statista democristiano che gli ha socchiuso la porta del governo.
3.  Invece, il PCI diventa il maggiore rappresentante della “linea della fermezza”. Come mai? Si dice, i BR erano figli traviati del PCI, dunque il PCI non poteva far altro che disconoscerli. E’ certo vero; è però anche vero che il PCI poteva benissimo, visto il suo controllo sui propri militanti (un controllo così radicato che continua ancor oggi, nonostante tutto) dire una cosa e farne contemporaneamente un’altra, cioè attivarsi: con tutto il proprio peso politico sulla DC e sulle strutture dello Stato, con le proprie strutture segrete e con i suoi contatti informali sugli ambienti contigui alle BR e sulla malavita organizzata per trovare e liberare Moro; e non solo non lo fece, ma
tutta la sua linea politica mise in primo piano la ragion di Stato, che condannava a morte Moro, in secondo o terzo piano il ritrovamento dell’ostaggio; e soprattutto mai prese in considerazione, ma anzi si adoperò per silenziare, le ragioni politiche che giustificavano la trattativa: quelle che tentarono di introdurre nel dibattito sia Moro con le sue lettere dal carcere, sia Craxi con la sua azione. Su questa posizione del PCI non c’è dubbio alcuno. Perché fu adottata?
4.  Credo per questo motivo: che le fazioni del PCI in contatto con le fazioni USA intese a cavalcarne e guidarne il trasferimento nel campo occidentale, si accordarono sulla linea della fermezza che conveniva, per diverse ragioni, ad entrambi: così stipulando, per così dire, il primo vero e proprio contratto-quadro politico organico.
5.  Questo contratto-quadro conveniva agli USA perché distruggere Moro (fisicamente o politicamente: si ricordi che S. Pieczenick, lo psicologo del Dipartimento di Stato americano inserito nell’unità di crisi diretta da Cossiga, in caso di liberazione dell’ostaggio aveva predisposto il Piano Victor: immediato sequestro in clinica psichiatrica e lavaggio del cervello) significava distruggere la politica pro-araba che Moro ereditava da Mattei.
6.  Conveniva al PCI perché  così a) ideologicamente, rigettava nelle tenebre esterne tutta la violenza rivoluzionaria, anche la propria, tuttora legittimata a parole, e ricostituiva un avatar dell’unità antifascista tipo CLN, con i BR e tutti gli estremisti come nemico, accreditandosi come forza “democratica e antifascista” degna di governare un paese occidentale b) politicamente, perché incassava il credito politico degli USA che lo vidimavano come possibile forza di governo accettabile in campo NATO.
7.  Una prova indiziaria di questa ipotesi è anche l’azione politica di Cossiga negli anni seguenti. Francesco Cossiga, protagonista e principale interfaccia USA/Italia di quella stagione, per tutto il resto della vita si prodigò instancabilmente per accreditare il PCI come forza politica atlantica, giungendo fino a rovesciare il governo Prodi per consentire a D’Alema di diventare Presidente del Consiglio, e di bombardare Belgrado per conto della NATO. Va rammentato che Cossiga era figlio elettivo, allievo politico e amico personale di Moro, che gli aveva aperto la via di una brillantissima e precoce carriera. La sua gestione del caso Moro, che in termini di nuda responsabilità morale e
politica corrispose a un parricidio, gli costò un grave crollo psichico con importanti somatizzazioni, e probabilmente la fine del suo matrimonio. Se fosse vero che proprio la gestione del “caso Moro” ha suggellato l’alleanza organica fra la fazione occidentalizzante del PCI e le corrispondenti fazioni USA, sarebbe più che naturale che Cossiga, principale gestore e garante di quella alleanza politica, sentisse impellente la necessità psicologica di garantirne la piena riuscita, perché solo così si sarebbe giustificato, ai suoi occhi, il sacrificio umano celebrato ai danni del paterno amico, e alleviato il peso di una colpa che minacciava di disgregare la sua integrità psichica. La stessa necessità psicologica dà conto anche della sua insistenza perché si giungesse a un generale condono, giuridico ma soprattutto culturale e politico, per tutti i protagonisti degli “anni di
piombo”; un condono che reintegrasse quegli atti sanguinosi nella loro dimensione politica, ponendo termine alle letture moraleggianti pseudo-dostoevskiane della violenza politica come “follia”, “ferocia”, “equivoco” tuttora correnti. La reintegrazione nella comunità civile e la comprensione umana che auspicava per tutti i politici con le mani macchiate di sangue fraterno riguardavano, insomma, anche e anzitutto lui stesso.
Roberto Buffagni