SI PARLI CHIARAMENTE di Giellegi (2 ott. ’10)

   1. Negli anni ’70 si parlò di sedicenti brigate rosse, in realtà pensate come creazione di servizi segreti (si era sicuri fossero quelli americani) o almeno da questi infiltrate. Nessuna certezza assoluta (ma tanta probabilità) può sussistere circa l’infiltrazione (anche da parte di servizi dell’Europa orientale, in specie della Cecoslovacchia o della DDR), ma era abbastanza chiaro che si aveva a che fare con (nostalgici) comunisti, ancora illusi che la lotta tra imperialismo (Usa) e socialimperialismo (Urss), accompagnata dal presunto radicalismo rivoluzionario di settori importanti della “Classe” (operaia) in Italia, avrebbe provocato alla fine un colpo di Stato (filo-imperialista), per cui ci si doveva attrezzare alla lotta clandestina, sfruttando tutte le contraddizioni tra le fila degli avversari – legate all’errata previsione di un aperto scontro frontale Usa-Urss – così come Lenin aveva sfruttato contraddizioni simili durante la prima guerra mondiale.
   Assurdo era entrare in clandestinità prima ancora che si verificasse ciò che si era previsto. In genere, ci si prepara all’eventualità, ma non si anticipa in quel modo un presunto colpo di Stato. Poiché le previsioni erano del tutto sballate, si è scivolati progressivamente verso la criminalità. La scelta di compiere attentati contro singoli individui, ritenuti particolarmente rappresentativi dei vari settori avversari (politici, economici, giornalistici, ecc.) e l’idea cervellotica che così si colpiva al cuore il nemico, non potevano che comportare atti violenti sempre più staccati dal contesto politico-ideologico dichiarato.
   Dico tutto questo pensando certo all’attentato a Belpietro, ma intendendo andare ben oltre tale evento. Si tenta di farci credere, per reale somiglianza del tutto esteriore, che ci si sta riavviando agli “anni di piombo”. Sarebbe come se si volesse vedere nell’ottobre ’17 una pura ripetizione della Rivoluzione francese nella sua variante giacobina (il periodo del Terrore del 1793-94); oppure considerare i Soviet una semplice riedizione della Comune parigina. Chi sbaglia contesto storico-sociale affidandosi, ripeto, alla semplice somiglianza esteriore, o è un superficiale o è un incallito mentitore che approfitta della dabbenaggine della “ggente” per suoi scopi di diversione dai fatti reali, che lo metterebbero in imbarazzo. Sbaglia (o mente) chi fa ricorso all’immagine del terrorismo (molto simile, per l’uso fattone e gli scopi cui serve, a quello “islamico”, quello di Al Qaeda, ecc.); sbaglia chi semplicemente pensa che l’attentato a Belpietro sia stato compiuto da apparati al servizio di Berlusconi (che avrebbe organizzato anche il lancio sul suo viso del modellino del Duomo milanese). Si tratta di due facce della stessa medaglia; che va appuntata sul petto o di incapaci di pensare o di individui che sanno fin troppo bene quello che dicono e fanno.
   Non esiste più il mondo bipolare (con la complicazione del “terzo”: la Cina che diffondeva l’idea di un socialimperialismo più pericoloso dell’imperialismo Usa e quindi divenuto il nemico principale); non esiste più il “socialismo reale” qualunque fosse la sua “natura”. Esiste un sistema mondiale del capitalismo, con una sua articolazione storica specifica, con due tipologie diverse di formazione sociale che si affrontano. Questo confronto/scontro non è più però bipolare (imperfetto), ma si avvia verso il multipolarismo. Anche quest’ultimo è imperfetto, ma non comporta affatto, come l’altra configurazione, alcuna tendenziale cristallizzazione dei due campi, con loro conflitto ai “margini” degli stessi combattuto in alcune zone del Terzo mondo. Nella nuova situazione, non vi è dubbio che sembra ripetersi, principalmente, la lotta in quest’ultimo; non più però tra due potenze, ma tra un certo numero d’esse: una in tendenziale declino e altre in tendenziale crescita, pur se quella in declino mantiene ancora qualche lunghezza di vantaggio.
   In ogni caso, il movimento diventa via via più impetuoso. Per il momento siamo ad una sostanziale “guerra di posizione”, con scorribande verso le “trincee nemiche”. Sempre più si arriverà ad una “guerra di movimento”, con profonde infiltrazioni nei reciproci territori; per di più in presenza di più poli, che giostreranno nel conflitto secondo periodici mutamenti di nemici e alleati. Conflitti e alleanze provocheranno, all’interno stesso delle diverse potenze in lotta, una serie di scontri tra gruppi politici ed economici con tattiche e strategie differenti (che condurranno talvolta ai “tradimenti”). Quando saremo in piena “guerra di movimento”, il vecchio Terzo Mondo (ormai diversificato ampiamente al suo interno) o avrà espresso fino in fondo le sue potenze e subpotenze (come avviene già ora, ma in modo ancor più accentuato) o sarà il campo di battaglie di complemento (non irrilevanti sia chiaro) o “riserva territoriale” di una delle potenze in contrasto. In ogni caso, il conflitto principale si sposterà verso il centro del sistema capitalistico mondiale; segnato dalle differenziazioni di formazione sociale già accennate, che avranno importanza per trovare adepti e seguaci in altre potenze avversarie.
   2. Nel mondo bipolare, un paese come l’Italia, importante per il campo occidentale (e la Nato, ecc.) a causa della sua posizione “di confine” e lanciata verso sud-est, sfruttava minimi margini di autonomia con manovre poco chiare e sempre mantenendo un sostanziale servilismo verso il centro del proprio polo. Oggi valutiamo con più precisione la politica abbastanza furba dei Craxi, Andreotti, Moro, ecc. (e dunque di certi settori economici soprattutto della “mano pubblica”, che non si limitavano evidentemente al solo Mattei, del resto “fatto fuori” abbastanza presto). Cerchiamo però di non ingigantire la personalità di costoro. Non furono dei grandi politici, appaiono “più alti” di quanto fossero solo perché oggi vi sono dei nanerottoli.
   Si pensi, come solo esempio, all’anticomunismo (e antimarxismo) di Craxi, che tentò di lanciare l’operazione culturale “Proudhon” (affidata per di più ad un Pellicani). Questo nel mentre il Pci, già in via di abiura del suo passato e del suo schieramento con l’Urss, si rifaceva al sedicente cattocomunismo; oggi miserevolmente rappresentato, ma che allora annoverava personaggi come Rodano e Napoleoni, i cui ascendenti erano pensatori cattolici quali un Del Noce, ecc. Era prevedibile chi sarebbe alla fine uscito vincitore sul piano culturale. Craxi non è stato un grand’uomo, invece abbastanza modesto proprio culturalmente. Certamente furbo, dotato di carattere e decisione, ma privo di ampie visioni.
   Caduto il “socialismo reale” e soprattutto il centro di quel polo, il Pci era già maturo per svendersi al peggiore capitalismo italiano, quello del metalmeccanico che manteneva una sua preminenza, mentre i settori avanzati venivano smembrati dalle manovre di dismissione del “pubblico” svolte dai vari Prodi, Ciampi, ecc., cioè da quei settori laic
i (azionisti) e cattolici cui si permise di impadronirsi del “passato resistenziale” (dei comunisti, quelli reali, quelli morti o imprigionati) mediante una meschina ma riuscita operazione politico-culturale (finanziata e diretta dal capitale “privato”, ma quel che conta non è la forma giuridica, bensì il suo carattere arretrato e parassitario malgrado lo sfavillio della “qualità totale”, del just in time e altre sciocchezze varie, propagandate specialmente dai settori “operaisti” della “sinistra”, fatti passare per radicali rivoluzionari mentre erano invece di un reazionarismo insuperabile e ben riveriti per questo).
   Dc e Psi – salvo piccoli residui indispensabili a coprire quei “comunisti”, costretti dal “crollo del muro” a cambiare casacca troppo rapidamente per poter essere creduti dalla massa della popolazione che aveva fino allora votato per il “vecchio regime” – furono fatti fuori con la ben nota operazione giudiziaria. Si mise in mezzo il granellino di polvere chiamato Berlusconi (in rappresentanza di settori battuti ma non dispersi e che volevano riorganizzarsi) e adesso non proseguo giacché questi fatti li ho più volte ricordati, già a partire dalla fine del 1994 (anche se nessuno mi ha degnato di attenzione, tutta rivolta al ceto intellettuale dei “sinistri”).
   Per un decennio o poco più fu netta l’impressione di un predominio “imperiale” statunitense. Tutto sommato, l’Italia non dava grandi pensieri; furono soprattutto i settori arretrati (o non avanzati) del capitale “privato” a premere in continuazione per (ab)battere Berlusconi e quindi completare l’opera di distruzione dei settori più avanzati dell’energia e dell’elettronica, ancora in parte “pubblici” (ma sempre costretti sulla difensiva anche nei confronti di ambienti europei, infastiditi da qualche buona intraprendenza delle nostre imprese). In ogni caso, inutile negare che il tutore di riferimento restava la grande potenza d’oltreatlantico. I gruppi berlusconiani potevano dare fastidio come intralcio sulla strada del completo controllo, ma erano pur sempre dello stesso orientamento internazionale. Non è che ci fossero grandi pericoli di velleità indipendentiste.
   La situazione è mutata con la rinascita russa all’inizio del nuovo secolo e millennio, rinascita che, unita alla presenza di Cina, India e pochi altri, ha rappresentato un punto di svolta verso una situazione policentrica, intanto multipolare. Intendiamoci bene. Berlusconi resta un sostanzialmente fidato suddito degli Usa, uno che non osa mettersi contro Israele, ecc. Il fastidio che procura ha un che di “oggettivo”. Non può completamente staccarsi (perché sarebbe distrutto non solo politicamente, ma anche come complesso industriale e finanziario) dai suoi sostanziali sostenitori, rappresentati da settori della grande impresa “pubblica”, mentre la piccolo-media imprenditorialità in gran parte l’appoggia, ma finora non ne ha ricavato grandi vantaggi e non so per quanto ancora resterà “fedele”. Egli, dunque, è necessitato a perseguire una politica (economica) estera che urta gli interessi di altri paesi. Di fatto, tale politica non procura molti danni agli Stati Uniti, semmai disturba assai di più l’attività di importanti gruppi economico-politici di grandi paesi europei. La potenza centrale interviene non tanto per se stessa quanto appunto per mantenere quella coesione nella UE, che gioca a suo vantaggio.
   Ad esempio, i contrasti tra Eni (e pure Finmeccanica) rispetto ad altri gruppi europei – ed è da qui che nasce il malumore di organismi UE, che si trincerano dietro la possibile dipendenza dell’Europa dal gas russo – entrano in conflitto con la prospettiva di acquiescenza della “Comunità” (e dei suoi organismi) alle strategie americane di contenimento della Russia; anzi, possibilmente, di sua disgregazione e indebolimento. Meglio aiutare un’impresa come la Fiat – appartenente ai settori della passata fase industriale, oggi quindi “maturi” e facenti parte del capitalismo “arretrato” – a mantenere e anzi rafforzare la propria presenza nel quadro politico, più che economico, italiano. L’operazione è sottile, va seguita, ma se ne dovrà parlare a parte perché sono necessarie ipotesi complesse e “aperte”, che richiedono una lunga spiegazione. Qui dico solo che si tratta di rafforzare il blocco economico-politico costituito dalla parte dell’industria e finanza italiane pronta alla collaborazione con la potenza principale, e dalle sue rappresentanze politiche: “sinistra” al completo più il “centro” e buona parte della “destra” (non solo quella detta “finiana”), quel coacervo di forze cioè che è pronto a formare, con l’aiuto morbido e “neutrale” del Presidente della Repubblica, un Governo di “responsabilità nazionale”, privo di qualsiasi progetto che non sia battere Berlusconi, quindi i settori economici più avanzati (già ridotti di importanza con “mani pulite” e mosse successive).
   Il risultato ultimo deve essere l’eliminazione di un disturbo economico, che ha però riflessi politici: ad es. buoni rapporti con Russia e Libia, ecc. Un disturbo non tanto direttamente lesivo degli interessi statunitensi quanto di quelli di gruppi economico-finanziari europei, anch’essi parte di un capitalismo “arretrato” (di vecchie fasi di sviluppo industriale), e che pur essi appoggiano, nei loro paesi, forze politiche quanto meno ambigue nei rapporti con gli Usa. Tutto questo intreccio assai complesso e con molti “passaggi intermedi” (mai diretti, mai limpidi) si risolve alla fine nel peso eccessivo assunto dagli organismi “burocratici” della UE, che sono strumento essenziale del predominio statunitense. E’ esattamente l’intreccio in questione ad abbattersi sul tessuto socio-economico italiano particolarmente debole e sfilacciato.
   In ultima analisi, dietro l’enorme confusione e degrado politico (e culturale), cui assistiamo in Italia (veramente in tutta Europa, ma particolarmente qui da noi), sta la lotta multipolare accesasi negli ultimi anni e la volontà Usa di non mollare la presa su di un’area importante come la nostra “vecchia” Europa. In Italia, questa volontà si esprime attraverso il controllo della nostra politica (economica in specie) da parte degli organismi UE, attraverso le controversie tra paesi europei che si riflettono sul nostro sistema economico, dove i settori dell’industria-finanza più arretrati (i “maturi”, ecc.) cercano di far fuori quelli avanzati, azione questa che, alla fin fine, conviene anche a gruppi economici statunitensi e, ben di più, ad alcuni inglesi, francesi, tedeschi. Tutto ciò si risolve infine nell’indebolimento politico europeo, che è il vero obiettivo cui mirano gli americani allo scopo di mantenere saldo il controllo di una zona strategica nel conflitto con le nuove potenze (Russia in testa).
   3. Questo, detto molto in breve (ma chissà quante volte dovremo riprendere l’argomento), il contesto complessivo in cui siamo “infilati”. Il nostro paese non è certo in grado di svolgere un ruolo politico nazionale e autorevole. Ha però “residuati” dell’industria “pubblica” – la sua rilevanza non dipende dal fatto d’essere &l
dquo;pubblica”, ma dall’appartenenza a settori produttivi avanzati o comunque strategici (tipo l’energetico) – che procurano fastidi in sede internazionale; prima di tutto in Europa e, in modo indiretto (nei suoi riflessi politici), verso gli Usa. Questi settori hanno dovuto esprimersi (o solo allearsi?) con Berlusconi. Costui, per ciò che rappresenta politicamente e culturalmente, è “costituzionalmente” incapace di contrapporsi agli Usa e – nel “sud-est”, zona molto importante vista la collocazione dell’Italia – ad Israele. Non può “tirarsi indietro” del tutto, perché verrebbe distrutto in tutti i sensi (anche economicamente), ma non ha la stoffa, né si è circondato di un gruppo politico adeguato, per andare avanti fino ad accettare uno scontro ormai improcrastinabile; e persino con le più “alte istituzioni”, che stanno totalmente dall’altra parte, pur se con modi felpati (ma fino a quando?).
   Esiste qualche somiglianza con la situazione di Dc-Psi (Craxi, Andreotti, ecc.) nel mondo bipolare. Quei partiti, pure, erano schierati nettamente in senso atlantico, antisovietico, fondamentalmente dalla parte degli Usa. Anche loro rappresentavano settori “pubblici” (e alcuni privati, basti pensare alla nascita e crescita dello stesso imprenditore Berlusconi) e si consentivano, data la situazione italiana, di fare affari non completamente approvati dagli Stati Uniti. Il mondo era però bipolare; lo scontro tra i due poli – e i contrasti esistenti in ognuno d’essi; soprattutto però quelli, molto sotterranei e difficilmente sondabili, interni al polo “socialista”, ormai indebolito, pieno di crepe, di sospetti reciproci, ecc. – spiega molto del sedicente terrorismo di quegli anni. La sua variante italiana fu principalmente opera di comunisti, per i motivi considerati all’inizio, per l’errata rappresentazione che essi si fecero della situazione internazionale e dello stato di salute del comunismo e della sua “Classe” di riferimento. Alla fine arrivarono alla violenza inconsulta, sconfinando nell’omicidio, ma all’origine stava una valutazione strategica sbagliata.
   Oggi, nel multipolarismo, non ci sono più i comunisti, i pochi rimasti non contano nulla. Possono dar corso ad alcuni atti di residua criminalità? E sia, ma non è questo il fenomeno più essenziale e pericoloso. Ancora più balordo, ma più spesso in malafede, è il pensare che certi fatti siano soltanto il portato dell’istillazione dell’odio da parte di uno schieramento politico; in Italia quello di “sinistra”. Certamente c’è chi alimenta l’odio; c’è chi vuol limitare la lotta politica in Italia al solo tema: teniamo o cacciamo Berlusconi? Se però manca ogni barlume di politica, ciò è avvenuto perché ben precisi ambienti internazionali, a partire da quelli statunitensi, hanno puntato solo sul moralismo e giustizialismo, poiché erano inconfessabili i reali motivi per cui si doveva abbattere una politica sgradita. E’ stata largamente utilizzata la magistratura, sono stati formati partiti e movimenti che, di fatto, ad essa si sono appoggiati, hanno contato soltanto sulla sua faziosità e doppiopesismo. Tutto questo è però avvenuto perché era funzionale ad un disegno politico non dichiarabile da parte degli Usa (appoggiati dalla nostra Confindustria e finanza): distruggere ogni pur minimo intralcio rispetto alla propria strategia imperiale, in un primo tempo (caduto il “socialismo”), e rispondere alle necessità della lotta multipolare, successivamente. Questa lotta comporta l’esigenza di favorire sul piano interno italiano – con riflessi in campo europeo – i settori della passata stagione industriale e quelli di una finanza asservita alla statunitense, braccio della strategia complessiva di quel paese nelle varie fasi.
   Non suggerisco minimamente di semplificarsi il compito assegnando ogni atto del nuovo “terrorismo” alla Cia, al Mossad, ecc. E’ però indispensabile tornare al contesto (storico, socio-economico) in cui ciò accade. Non sono all’opera i residui comunisti. Perfino chi è oggetto di questo terrorismo (come Belpietro, ad es.) nasconde, artatamente, qual è il nuovo contesto. Si preferisce spettegolare sull’idiosincrasia tra Fini e Berlusconi. Si preferisce il gossip, lo scandalo morale. L’importante è non far passare a livello della “ggente” il significato – di eliminazione fisica o di semplice intimidazione – di atti che servono sempre gli scopi politici reali perseguiti. Si tratta di spostare i rapporti di forza fino a far precipitare una soluzione che elimini, data la configurazione assunta dagli squilibri mondiali, anche il “granellino di polvere” negli ingranaggi di un più deciso e compatto filo-americanismo, che deve passare per un rafforzamento degli organismi UE contro ogni possibile “particolarismo” nazionale, visto come il Male Assoluto; e combattuto soprattutto dalla “sinistra” mediante il suo aberrante e ignobile “politicamente corretto”.
   Berlusconi, per la sua “costituzione” (politico-culturale), non sembra l’uomo adatto a costruire e guidare un vero gruppo di resistenza nazionale. Era ed è un ripiego, sintomo della debolezza dei settori economico-politici, “potenzialmente” d’avanguardia, “realmente” opportunisti, guardinghi, cedevoli. Comunque, lasciamo perdere le distorsioni che ci propinano e osserviamo la “realtà”. L’esigenza di una resistenza nazionale – come fase transitoria tesa ad eliminare l’attuale configurazione delle forze (sedicenti) politiche, con alle loro spalle industria e finanza “arretrate” e legate ad ambienti extranazionali – appare non più procrastinabile. Il cancro, inoculato in questo paese a partire dagli eventi del ’92-’93, dovrebbe essere operato d’urgenza, asportato con il bisturi da un “Grande Chirurgo”. Non c’è “stato d’eccezione” più evidente di quello sussistente in Italia.
   I giochini parlamentari, cui si sta dedicando a tempo pieno pure il premier, corrompono viepiù il tessuto sociale e danneggiano quello produttivo. Le elezioni possono soltanto essere un mezzo per smascherare tutti i gruppi e personaggi che lavorano alla diffusione del “cancro” al fine di uccidere l’organismo italiano e consegnarlo al lavorio di saprofiti stranieri. Questi gruppi e personaggi si opporranno alle elezioni poiché intendono dar vita ad un’operazione simile a quella del “governo Dini” del 1995-96. Non siamo però più in quel contesto storico-sociale, stiamo andando verso il multipolarismo.
   O l’Italia crepa, cioè cade preda delle forze antinazionali mascherate da “responsabilità nazionale”, aggrappate alla Costituzione sedicente antifascista per creare un regime di aperta sudditanza con annientamento dei settori avanzati; oppure si fa avanti un “Grande Chirurgo” in grado di asportare il “cancro” in modo rapido (e difficilmente indolore). Le forze che ci conducono verso l’abisso non sono poi tanto occulte e sono state elencate in questo scritto. Qualcuno dovrebbe decidersi senza mezze misure a metterle in condizioni di non più nuocere. Berlusconi è una semplice “via di mezzo”, ha rappresentato quella “resistenza” che fu possibile nella sit
uazione storica ormai tramontata, ma che non è più adeguata al nuovo contesto. Essa rischia di far perdere tempo. Così almeno ipotizzo, felice certamente se dovessi sbagliarmi. Per verificare l’ipotesi non passerà comunque un tempo infinito.

E’ VERAMENTE DURA! (di Giellegi il 28 set ’10)

   Si, è proprio dura! Mantenere la calma di fronte alla caduta di ogni capacità di analisi minimamente lucida. Tutti sembrano avere bisogno di credere (speriamo non poi di obbedire e combattere).
   Sono divenuto comunista nel 1953 quando Urss e Cina erano ritenuti due paesi già socialisti, in cui addirittura ci si avviava (transizione) al comunismo. Nel 1960 si aggiunse Cuba. Per fortuna si ebbe la rottura traumatica tra Cina e Urss a partire dal 1962-3, ma poi ripresero i peana di vittoria della “rivoluzione” per il buon andamento della lotta condotta dai comunisti vietnamiti. Non voglio adesso ricostruire la storia di quel periodo. Vorrei però si capisse che il mondo socialista appariva all’epoca, malgrado divisioni interne, in avanzata. Vorrei si capisse che l’Urss, da sola, rappresentava la “sesta parte del mondo” (titolo del magnifico documentario di Dziga Vertov del 1926); con Europa orientale, Cina e poi “Indocina” (Vietnam, Laos e Cambogia) e, ancor prima, Cuba, si arrivava a quasi metà mondo ritenuto ormai “socialista” (quanto a popolazione, sicuramente la metà).
   Ciononostante, il sottoscritto – ma non certo come caso unico né particolarmente meritevole di menzione – si accorse già all’inizio degli anni ’60 della problematicità di questo socialismo, di quanta retorica vi fosse nell’inneggiare all’avanzata di questa nuova formazione sociale nel mondo (che aveva una potenza militare tale da sfidare ad armi pari gli Stati Uniti, la Nato, cioè l’intero campo “occidentale”, comprendente anche il Giappone, divenuto grande paese industriale). Alla fine degli anni ’60, sembrava si fosse ormai vaccinati contro la retorica della “costruzione socialistica”, della sua “avanzata nel mondo”, ecc. Si era iniziata la discussione analitica, seria, su che cosa potesse mai significare il socialismo, la proprietà non semplicemente statale ma veramente collettiva dei mezzi di produzione; quale fosse il problema posto da uno Stato che sussisteva e schiacciava la società quando – essendo strumento di dominio di classe – avrebbe dovuto semmai progressivamente allontanarsi da essa, lasciarla esprimere con modalità effettivamente “democratiche”, non certamente quelle del “libero voto”. Si ridiscuteva della Comune parigina, dei Soviet (e delle fallite Comuni popolari cinesi), ma sapendo che la “rifondazione” di una prospettiva effettivamente rivoluzionaria appariva sempre più complicata e lontana.
   Adesso, i residui di quelle sconfitte – unitisi ai residui di altre sconfitte precedenti, ad esempio quelle del fascismo, visto come fenomeno rivoluzionario nazionale e, in fondo, “anticapitalistico” – riprendono a esprimersi, con lo stesso fideismo e retorica esasperanti, nei confronti del sedicente “socialismo del XXI secolo”, che di fatto allignerebbe nel Venezuela e poco più (la ventesima, anzi trentesima, forse quarantesima, parte del mondo). Sono lieto che Chavez abbia vinto le elezioni. Non sto a discutere sul fatto che è diminuita la sua maggioranza rispetto al Parlamento precedente. Mi fa specie leggere coloro che – tuttavia, almeno coerentemente con il loro credo circa la democrazia elettoralistica, occidentale, in definitiva filoamericana – sono soddisfatti del “primo risultato” già ottenuto dall’opposizione al “dittatore” venezuelano. Mi fa però ancora più specie leggere quelli che capziosamente discutono il perché e percome della diminuita maggioranza, fatto che non arresterà la irrevocabile decisione di marciare verso il socialismo, una marcia che non potrà che essere vincente (la solita retorica dell’epoca guevarista: hasta la victoria siempre).
   Non ho dubbi che non saranno le elezioni a decidere del futuro cammino del movimento guidato da Chavez, e appoggiato da altri dirigenti popolari sudamericani. Non lo decideranno né in positivo né in negativo. Lo decideranno ben altri rapporti di forza; e, mi dispiace per tutti gli utopisti populisti in circolazione, dipendenti solo in parte, e per la minore parte, dall’appoggio del mitico “popolo”. Soprattutto non avanzerà alcun illusorio socialismo. Chavez, come Hamas, come Ahmadinejead e altri “cattivi” di turno (per gli Usa e i loro lacchè) vanno appoggiati per motivi ben diversi, senza il solito manicheismo del Bene contro il Male, del Giusto contro l’Ingiusto, del fantasioso “Potere Popolare” contro quello degli Oppressori (che a volte sono gli Stati imperialisti, altre volte le multinazionali, altre ancora la malefica finanza, ecc. ecc.).
   Vedo con favore questi “cattivi” (questi capi di “Stati canaglia”), ma con ancor più favore vedo i capi di Cina e Russia (e altri del genere) se – e solo se e fin quando – porteranno verso un acuirsi del multipolarismo nel mondo. Senza alcuna illusione però su questi capi. So perfettamente che sono al vertice di gruppi dominanti all’interno di potenze in pectore; non rappresentano perciò alcun bene, alcuna giustizia, alcuna opposizione all’oppressione (anzi, quando e dove possibile, sono “beati” oppressori essi stessi). Ripetere le ingenuità manichee che condussero all’appoggio del campo “socialista” contro quello capitalistico, dell’Urss contro gli Usa, a identificarsi con certi gruppi dirigenti, pensati quali tutt’uno con i loro popoli in lotta contro il Capitale, ripetere queste ingenuità, ripeto, non è più, però, un errore scusabile; è un orrore. L’idiozia può essere perdonata una volta, dopo basta; sappiamo che cos’è il perseverare nell’errore.
   Per quanto mi riguarda, non perdono più nessuno che voglia ancora illuder(si) su personaggi alla Chavez & C. Appoggio quest’ultimo e i suoi simili, ma non da populista utopista. Ricordo inoltre con immenso disprezzo la fine fatta dal 95% di quelli che recitavano la parte dei comunisti e dei rivoluzionari senza compromessi; tradirono a ondate successive: negli anni ’50, e in quelli ’60, e in quelli ’70 e poi ancora ’80 e ’90 (devo continuare?). Niente più illusioni; che non sono per se stessi (tutti gli illusionisti si vendettero, appunto, a coloro che fingevano di combattere), ma per i poveri gonzi che hanno creduto loro, sempre bastonati. E quando è andata loro bene; altrimenti sono stati ammazzati e sui loro cadaveri si sono costruite le fortune degli illusionisti, i populisti finti utopisti (molto realisti invece, come lo sono tutti gli ipocriti e imbroglioni, che vendono sogni).

MI SI DICE…. di GLG (21 sett. ’10)

   Mi si dice che Alfredo Barba, autore del chiaro e netto articolo (su Libero) da noi riportato nel blog, ha scritto nove articoli nel 2010 e non se ne ha invece traccia nel 2009. Se fosse realmente così, se ne dovrebbe concludere che si tratta con tutta probabilità di uno pseudonimo, utilizzato per inviare qualche “avvertimento” a chi di dovere, di fatto a qualcuno che sta troppo tramando con gli “ambienti” statunitensi contro la nostra minima autonomia nazionale (almeno in tema di notevoli affari conclusi: 300 miliardi di euro solo con la Russia e la Libia). Nell’articolo in questione si parlava di Fini, ma costui è solo la “punta dell’iceberg” (un iceberg enorme, grande come i tre quarti dei nostri miseri politicanti e della sfera economico-finanziaria, praticamente tutta quella costituita da grandi imprese “private”, la GFeID).
   Di fronte a simile situazione, gli ambienti berlusconiani parlano genericamente di questi affari conclusi, senza farne una pubblicità assai ampia (come meriterebbero) con indicazione precisa dei settori e imprese, anche di medio-piccole dimensioni, che ne hanno usufruito. Non solo: Berlusconi sta dedicandosi – contraddicendo il suo disprezzo, solo sventolato, per il “teatrino della politica” – ad un inverecondo mercato delle “vacche” (parlamentari vaganti da una parte e dall’altra). Nel mio vecchio scritto, contenuto nel più volte citato Teatro dell’assurdo (1994-95), avevo intuito piuttosto bene la funzione di “mani pulite”, le sue finalità da “colpo di Stato”, e a chi giovasse. Avevo individuato Berlusconi come elemento di “resistenza” a tale operazione, come “bruscolino” nelle ruote dell’ingranaggio messo in moto dagli Usa e dalla GFeID. Pensavo però a quel tempo che egli avesse soprattutto difeso i propri interessi (Occhetto minacciava di distruggere le sue aziende con la “gioiosa macchina da guerra”) e che, dunque, si sarebbe trattato di un periodo di transizione piuttosto breve, di un “accidente storico”.
   Non fu invece probabilmente solo “resistenza” di un individuo, questi rappresentava in definitiva la “vetrina” di altri settori (penso soprattutto a quelli del management “pubblico”) costretti a nascondersi e ad agire “sotto traccia” a causa della manovra giudiziaria (camuffamento di quella realmente politica di ignominia e svendita nazionale). Inoltre, fin dall’inizio del XXI secolo venne palesandosi il fallimento del disegno imperiale statunitense e il ripiegamento sulla lunga “guerra”, caratteristica dell’avvio di una fase multipolare. Tutto questo ha prolungato l’esistenza di Berlusconi al di là di quanto era prevedibile, di quanto avevo previsto. Tuttavia, in poco meno di vent’anni, i settori di “resistenza” non sono riusciti a sostituire questo individuo, troppo indeciso ed ondivago. Non si è riusciti a battere definitivamente i disegni, sempre rinnovati, degli ambienti antinazionali; ogni volta che questi hanno perso il confronto elettorale, non hanno avuto difficoltà a trovare “traditori e venduti” per rimettere in carreggiata tali disegni.
   Nemmeno, però, i loro avversari, nascostisi dietro Berlusconi, sono stati fatti definitivamente fuori. Così, in questa lotta, si sta sempre più sbriciolando l’assetto istituzionale italiano; si assiste ad un’autentica guerra per bande che devasta il territorio del paese (“come nella Chicago anni ’20”, disse un importante affarista quotato “a sinistra”). Lo sconquasso – con l’apparente inversione tra causa ed effetto, tipica di ogni processo dotato di “spessore”, in cui il sommovimento parte dal “profondo” (o da “dietro le quinte”) per arrivare in “superficie” (nel “palcoscenico”) – si nota con la massima virulenza, e indecenza, nel “teatrino della politica”, ma comincia a manifestarsi, con contorni ancora molto fluidi e confusi, al livello della sfera economica; penso agli ultimi sintomi rappresentati dagli attacchi (leggeri) a Passera, a Profumo (meno leggeri, in questo momento si è dimesso da ad di Unicredit), dagli attriti apparentemente composti tra Confindustria e Fiat, dallo scomposto chiacchiericcio di ambienti giornalistici (legati ai “poteri forti”), scombiccherati e ormai del tutto “trasversali” (salvo i pasdaran del “complotto antinazionale” da Repubblica a L’Unità, ecc.).
   “Solo un Dio ci può salvare”. Non credendo in Dio, noto l’assoluta mancanza di un gruppo fortemente deciso – e a questo punto diciamolo con grande sincerità: violento e privo di scrupoli – che elimini senza remissione e pietà tutto questo lerciume. Si sa bene dove può portare un “gruppo simile”; si sa dove si comincia, non dove si va a finire. Di questo ci si rende ben conto, leggendo gli eventi della “storia”. Tuttavia, non c’è al momento alcuna via di uscita d’altro tipo; l’ambiente è stato ormai integralmente infettato, giacché per troppo tempo è durato il “teatrino” del berlusconismo e dell’antiberlusconismo.
   Non ci sono altre soluzioni onorevoli; altrimenti, resta soltanto la guerra per bande, il disfacimento nazionale, un nord che sarà sempre più inviperito contro il sud, gli “autonomi” contro i dipendenti, quelli del “privato” contro quelli del “pubblico”. E non si creda che – tramite questa guerra tra subalterni – trionfi chissà quale gruppo di dominanti; sono anch’essi in conflitto gli uni con gli altri, mentono e falsificano in continuazione i dati del “reale”. Ognuno d’essi nasconde i propri propositi di predominio dietro beghe personali e gossip, nel mentre si ha la continua riproposizione di una malsana metodologia già vista: l’azione giudiziaria di una magistratura sempre più “escrescenza tumorale” di una società in pieno sbandamento.
   No, solo “un Dio” ci può salvare; e non un “Dio” buono come quello presentato dai cristiani; un Dio della furia e della vendetta, un Dio capace di uccidere i “propri figli”, di scagliare saette e fulmini per incenerire sia furfanti e farabutti che imbecilli e mentecatti. Non è la “corruzione morale” che ci sta portando alla rovina. Sono i moralisti ipocriti, seguiti da bande di perfetti ebeti (diciamo meglio: inebetiti e torpidi, ma forse, chissà, passibili di “risveglio”), che nascondono dietro temi etici (e giudiziari) la loro totale incapacità di mediazione e sintesi di interessi contrapposti. La sintesi si deve ottenere con decisione e con l’ordine di chiusura a tempoindeterminato dei “teatrini”. Fino a quando “qualcuno” non sarà capace di una simile azione, assisteremo a questo spettacolo osceno. Si parli chiaro infine e lo si ammetta: abbiamo a che fare con “due pugili suonati”, che si sorreggono vicendevolmente, abbracciandosi, sul ring mentre continuano ad affibbiarsi, scorrettamente, calci negli stinchi. Se questo spettacolo piace……  

ECCO LA VERITA’ CHE DICIAMO DA ANNI (di Giellegi il 18 set. ’10)

Questo è un articolo di Libero che riprende quanto detto in un programma su Raidue tenuto da un altro giornalista (Paragone) dello stesso giornale (programma che non ho visto). Non dico che notizie simili non siano comparse (a pezzi e bocconi) anche su altri giornali. Però, proprio con la stessa chiarezza e nettezza? A me sembra di no. Questo giustifica il perché noi seguiamo in modo particolare Libero e Il Giornale, quotidiani che in molti altri casi (spessissimo) ci fanno venire l’orticaria; soprattutto quando si parla di mondo arabo e di Israele. Inoltre, molti dei temi tipici della destra, anche culturale, sono molto lontani da quanto almeno penso io (così come la maggior parte dei redattori, forse tutti). Tuttavia, su questa stampa compaiono talvolta, per motivi che non m’interessano affatto, verità scabrose che i reali subalterni agli Usa – dai “sinistri” ai destri finiani a tutti i sedicenti centristi, ai vari presidenti (e vertici in genere) di Confindustria e ABI, ecc. – vogliono continuare a nascondere.

In questo articolo si riportano alcuni nomi precisi, di personaggi incontrati da Fini durante il suo ultimo viaggio negli Usa, come John Kerry o Nancy Pelosi – importanti nell’establishment statunitense; guarda caso tutti democratici, del partito del “buon” Obama, osannato soprattutto a “sinistra”, ma anche da molta “destra” – riferendosi però più spesso ad “ambienti” americani. E’ ovvio in ogni caso che si tratta di quelli decisivi per la politica degli Usa; di ambienti dei gruppi dominanti, non certo però di quelli meno potenti, collaterali a chi comanda effettivamente e guida la politica (in particolare estera) di quel paese. Si parla di “ambienti” per volontà di nascondere qualcosa? Per restare volutamente nel generico? Anche per questo, in molti casi. Riferirsi agli “ambienti” significa lasciarsi la porta aperta per un domani spostare l’attenzione su altri che svolgerebbero una politica diversa, opposta. Tuttavia, è in genere corretto parlare di “ambienti”.

Ci sono troppi stupidi dappertutto, ma in Italia, e specialmente nella “sinistra”, essi sono una marea, per di più montante di anno in anno. Si è veramente convinti che la politica sia svolta da questo o quell’uomo; l’importante è credere (perché un’opportuna campagna mediatica lo fa credere) che sia buono o cattivo, intelligente o mediocre, soprattutto “etico” o furfante. Il presidente degli Stati Uniti è “il più potente uomo della Terra”. Così si dice e scrive per gli imbecilli! Il presidente conta fino ad un certo punto. Come sempre, la personalità ha una qualche “funzione nella storia” (Plechanov), nessuno lo nega. Una funzione, tuttavia, decisamente meno importante di quella di un gruppo dominante compatto e che riconosca, in modo abbastanza unitario o comunque senza grosse crepe intestine, come i propri interessi siano ben difesi da quella data “Amministrazione” (degli affari statali, propagandati quali affari generali della nazione, della popolazione che l’abita, ecc.).

Il presidente – e certo è opportuno che abbia anche una sua precisa personalità – è il rappresentante, la “vetrina”, di quell’Amministrazione, che a sua volta cura gli interessi dei gruppi dominanti; e, lo ripeto, è meglio che questi ultimi abbiano alcuni forti interessi comuni (allora “nazionali”), altrimenti il paese va in sfacelo, conosce continui strappi e caos (come l’Italia odierna). Se il presidente, magari trascinato dalla sua spiccata personalità, dimentica più del 50% (percentuale a capocchia ovviamente, così per dire) dei suoi compiti di rappresentanza, di vetrina, e pretende di fare di testa sua, rischia una “brutta fine” (negli Usa è accaduto relativamente spesso; proprio perché si tratta di una nuova formazione capitalistica, nata storicamente in modo molto diverso dal capitalismo borghese).

Tuttavia, per la sua funzione di rappresentanza (e vetrina) dei gruppi dominanti (o dei più rilevanti in quel momento), è meglio che il presidente non sappia nulla degli affari “sporchi”: di quelli che intaccherebbero la sua figura di “arbitro supremo”, il cui solo pensiero sarebbe prendersi cura degli interessi dell’intera popolazione (che poi questa non dia al presidente il 100% del suo gradimento, anzi talvolta ancor meno del 50, non ha alcuna rilevanza “in democrazia”). E’ il suo staff – o l’Amministrazione (vertici dello Stato) nel suo complesso – a seguire certi “affari”. In quest’ultimo, sembrano a volte emergere alcuni personaggi (tipo Kerry o la Pelosi); non ci si lasci fuorviare, è del tutto possibile che anch’essi parlino in generale, con la dovuta ambiguità, di ciò che sarebbe necessario fare. Kerry e Pelosi avranno espresso a Fini solo la loro “sollecita preoccupazione” per le sorti dell’Italia (e ovviamente per il benessere del suo popolo) a causa dei suoi rapporti troppo stretti con quei “paracriminali” di Putin (cioè con gli ambienti economico-politici russi con cui si concludono affari per decine di miliardi di euro) e di Gheddafi (idem come sopra), ecc. (figuriamoci l’Iran o la Turchia).

Basta che Fini (e “altri” andati negli Usa) siano dotati di una media intelligenza (anche mediocre è sufficiente) per capire come devono agire in Italia. Nel medesimo tempo – con metodi simili a quelli in uso tra gangster, dentro e fuori del carcere, quando comunicano ad esempio tramite annunci sui giornali – i membri più nascosti dello staff presidenziale si mettono al lavoro lungo le direttrici, che ormai si è deciso siano confacenti agli interessi comuni o prevalenti di quei dati gruppi dominanti di cui la presidenza (vetrina) è espressione. Ovviamente tali membri dello staff si tengono in rapporto con il Pentagono, con i Servizi segreti, con la diplomazia all’estero (che, a sua volta, intrattiene rapporti con apparati e corpi speciali del paese in cui quell’Ambasciata trama), ecc.

Il presidente, ma assai probabilmente pure i vari Kerry, Pelosi, ecc., ne sanno poco o niente, vedono solo gli “effetti” dopo qualche tempo. Probabilmente si congratulano fra loro, più facilmente con se stessi (e nemmeno davanti ad uno specchio, non fosse mai che poi l’immagine scappa e va a fare la spia!), ma continuano a “non sapere” nulla o quasi. Quando sono troppo informati, come Nixon durante il Watergate, è facile che ci rimettano la carica quando non la pelle. Essere al corrente dei fatti, il che significa avere rapporti troppo diretti con i membri dello staff (i famosi “ambienti”) in contatto con i vari apparati e corpi speciali, è pericolosissimo. Occorrerebbe che il presidente fosse un grande attore (ben oltre un Reagan, che come attore lasciava molto a desiderare).

In ogni caso, si rischia di meno seguendo adeguatamente tutta la trafila necessaria. La gran massa di gonzi crede che il presidente (persona buona o cattiva, intelligente o stupida, morale o immorale) sia quello che compie le azioni della Nazione, anzi sia la Nazione. Il presidente può a buon diritto, quando si compiono azioni nefande, dire che non ne sa niente, che anche lui è stato ingannato dalle apparenze, che è al massimo incorso in un errore come ogni uomo sulla Terra (così i gonzi lo sentono uno dei loro, fallibile alla guisa di un uomo comune qualsiasi). Intanto gli staff – i famosi “ambienti” – assassinano, organizzano colpi di Stato, finanziano organizzazioni politiche (e culturali, pagando lerci lestofanti che la “ggente” pensa siano grandi intellettuali, correndo a comprare i loro libri o ascoltandoli come oracoli in TV, senza rendersi conto che sono assai più colpevoli degli assassini perché sono pure vili e si nascondono dietro il presunto sapere, la presunta arte, ecc.). Insomma, tutto ciò che è del tutto “normale” in questo mondo di briganti. E lo dico senza alcuno sfizio moralistico; è così e, se si vuol pensare e agire in politica, si sappia infine che è così. Chi parte come Don Chisciotte per cambiare il mondo, in nome di una qualche Dulcinea (sia il comunismo o non so che altra cosa), è già predestinato alla morte (in senso spirituale, ideale, come minimo).

Ecco allora spiegato l’arcano degli “ambienti” americani che parlano con Fini (e non solo con lui), fatto di cui tratta questo articolo di Libero. Non è del tutto sicuro, ma vi sono discrete probabilità che Obama non sappia molto di “certe decisioni”, più facilmente è al corrente del minimo indispensabile che compete alla sua “alta carica”. Rientra insomma nell’ordine delle cose che non conosca i particolari delle prossime mosse degli “ambienti” in questione e dei “malleabili” italiani al loro servizio. “Faccino loro”, sanno quello che si deve fare, come condurre le losche trame; sono pagati per questo, hanno seguito corsi specifici al proposito, sono dotati di budget cospicui con cui influenzare e dirigere praticamente tutto ciò di cui hanno bisogno: uomini politici, di cultura, killer professionisti, ambienti mafiosi, malavita di piccolo e grosso calibro, giornali, case editrici, programmi TV, ecc. Insomma possono acquistare uomini e mezzi, “fattori” soggettivi e oggettivi dello sporco “processo lavorativo” che ha come “prodotto finito” (dotato di alto “valore d’uso”) il nostro asservimento. In questo processo produttivo sono convinto non si guardi affatto alla “combinazione ottimale dei fattori” secondo il principio dell’eguaglianza delle loro “produttività marginali”.

Ecco perché è corretto, nella sostanza, usare il termine “ambienti”. Non solo discutendo di quelli americani, che complottano con le nostre “sinistre” e “destre finiane”; anche degli “ambienti” (politicamente molto deboli a quanto sembra) che si sono “trincerati” dietro Berlusconi e che – se non escono allo scoperto; pardon, no, stiano al coperto, ma comincino a pagare chi di dovere per compiere le necessarie azioni con lo stesso “pelo sullo stomaco” dei nemici – sono fottuti. E adesso leggetevi questo illuminante articolo. Buona digestione!

Clicca sul file fini e america(di Alfredo Barba, fonte Libero)
 

SVILUPPO DI UN COMMENTO (di giellegi il 15 sett. 2010)

   Ho messo nel blog questo commento.
 
   <<L'homo oeconomicus non esiste come non esiste il modo di produzione capitalistico allo stato "puro", avulso dalla concreta formazione sociale in cui è "inserito" (termine del tutto inadeguato ovviamente); come non esiste, almeno sulla Terra, il moto in assenza di attrito. E tante altre cose della scienza non esistono. Non ci sarebbe scienza se si pretendesse di restare aderenti alla "concretezza del reale", privi di capacità "astrattive", della cui carenza Marx accusava persino un economista come Ricardo, apparentemente più che "astratto". Certe critiche alla teoria neoclassica sono infatti di una ingenuità antiscientifica disarmante. Come anche certe critiche al riferimento che l'economia ha fatto a Robinson Crusoe. La sola critica valida è quella di Marx, che partiva dall'idea che l'eguaglianza tra possessori di merci è del tutto valida "in superficie", nel mondo degli scambi. "Sotto" o "dietro" (le metafore si sprecano) tale mondo mercantile – l'unico che anche Polanyi abbia considerato poiché non aveva minimamente in testa la teoria del plusvalore – sussiste la differenza tra proprietà e non proprietà dei mezzi produttivi che, accoppiata alla "liberazione" degli individui da legami di dipendenza servile per cui chi non possiede mezzi di produzione vende come merce la sua forza-lavoro, fa si che emerga il plusvalore in quanto forma di valore del pluslavoro, ecc. ecc. E anche la divisione della giornata lavorativa in una parte dedicata al lavoro necessario (a riprodurre il valore della merce forza lavoro) e l'altra alla produzione di pluslavoro/plusvalore quale profitto capitalistico, non esiste nella concretezza empirica, essendo unica la giornata di lavoro. Non sussistono ad es. le corvées di lavoro dell'epoca medievale. Ed altre critiche radicali andrebbero rivolte a personaggi come Polanyi rispetto alla nettissimamente superiore capacità di "astrazione scientifica" di Marx. L'homo oeconomicus non è minimamente invalidato da chiunque sia privo di tale capacità astrattiva e non distingua perciò tra mondo mercantile "di superficie" (il mondo dove per Marx sussiste l'equivalenza nello scambio e l'eguaglianza tra possessori di merci, che sono "liberi" in questo scambio) e mondo della "produzione" dove la giornata lavorativa del venditore della forza lavoro come merce si divide "idealmente" in lavoro necessario e pluslavoro. Lo sfruttamento, insomma, non è visibile a chi non è capace di simile "astrazione". Le critiche alla razionalità neoclassica in base a considerazioni storico-filosofiche o addirittura psicologiche, ecc. sono quanto di più irritante e insulso ci sia. Veramente poi uno s'incazza di fronte a tanta insipienza paludata di pretesa di essere "concreti". Se Galileo avesse proceduto con simile sciatteria da scolastici, addio scienza moderna>>.
 
   Desidero continuare il commento, sia pure succintamente; è quindi meglio scrivere un intervento, onde evitare superficiali obiezioni del tipo: “ma non tutti hanno considerato eguali gli individui in una società capitalistica”. Ci sono quelli “amanti del popolo”, i “buoni del comunismo dei sentimenti umani”, i presunti benefattori dell’Umanità (in generale, nella sua indistinzione collettiva, poiché solitamente si comportano da tangheri verso i singoli individui che la compongono), quelli che piangono per i diseredati, gli immigrati, i “nuovi schiavi”, ecc.
   I critici del capitalismo si rifanno, pur se in versioni molteplici e aggiornate, a vecchie idee del “romanticismo” economico o populista dei primordi del capitalismo. Ci sono formulazioni che sono solo la ripetizione, pur camuffata in tante guise, di quelle di Dühring relative al “capitalista con la spada in pugno”, anche se questo capitalista è oggi sostituito dalle multinazionali o invece dallo Stato in quanto rappresentante (o sostituto) del collettivo dei dominanti. Ovviamente, questo “capitalista” con la spada in pugno può essere il Capitale Finanziario (così eticamente perverso) o lo Stato che effettua il signoraggio e altre banalità che rinviano allo stesso impianto “generale” del pensatore tedesco aspramente criticato da Engels (ma prima ancora da Marx). Ci sono poi le considerazioni sullo sfruttamento coloniale (oggi neocoloniale) che – anche qui con molteplici modificazioni – si rifanno alle tesi di Kautsky (e Hobson) sull’imperialismo quale mera politica della parte più reazionaria dei dominanti capitalistici (mettiamo il cattivo Bush, mentre il buon Obama…..), già ampiamente smontate da Lenin.
   Lo stesso Polanyi – sempre eccessivamente osannato da chi non ha mai saputo nulla di Marx salvo che di pochi frammenti dei Grundrisse (i sessantottini non furono mai marxisti, bensì “grundrissisti”, come mise bene in luce con umorismo Aurelio Macchioro) – non ha una concezione corretta del modo di produzione capitalistico, che non è il capitalismo tout court; è il suo “nocciolo strutturale interno”. Le sue leggi sono assimilabili a quelle del moto in assenza di attrito (e di gravità che è una forma di attrito), un moto che non esiste nella realtà concreta, empirica, ma cui nessuno scienziato serio rinuncia se non in presenza di concezioni diverse dello stesso fenomeno, visto sempre nella sua “purezza” per via di “astrazione” (scientifica, non quella del senso comune, che implica l’essere totalmente fuori della realtà, immersi nell’immaginario, nel fantasticare; che non sono “follia”, ma hanno tutt’altro scopo e funzione nella vita della società).
   Non è un caso che nell’autore appena citato, la società mercantile vera e propria è durata per pochissimi decenni verso metà ottocento: da quando furono tolti gli ultimi intralci ad una veramente libera vendita del “lavoro” (merce forza lavoro) fino alla formazione del mercato oligopolistico e delle associazioni sindacali, che contrattano a nome dei lavoratori individuali. Se ne dovrebbe concludere che l’ultima “cosa” divenuta merce nella transizione al capitalismo è la forza lavoro salariata, che poi, dopo pochi decenni, viene di nuovo venduta in regime “non libero” per la formazione dei sindacati.
   Marx invece – proprio per merito delle sue capacità di astrazione scientifica – sostiene correttamente che la forza lavoro è la prima a divenire, generalmente, merce durante l’accumulazione originaria, che è essenzialmente un processo di riproduzione di dati rapporti, non certo un fenomeno quantitativo di accumulo di ricchezza, poiché “il capitale è un rapporto e non una cosa”. Solo quando la forza lavoro diventa merce (non importa se ci sono ancora “attriti” nel suo movimento di scambio), si generalizza la forma di merce di ogni prodotto lavorativo umano; e anche questa forma di merce generalizzatasi c
aratterizza il capitalismo indipendentemente dai vari regimi di mercato della scienza economica tradizionale. Anche nell’oligopolio, la merce è sempre merce, malgrado che nel suo movimento di scambio (attraverso cui si formano i prezzi) vi sia l’“attrito” monopolistico. Quindi, bando alle banalità intorno alle leggi (emanate dallo Stato), che alterano il libero scambio della forza lavoro; a lungo favorendo il capitale – nella transizione dalla formazione sociale precedente – e poi consentendo ai lavoratori di associarsi per stabilire nuove metodologie di contrattazione. Basta con la confusione tra generalizzazione capitalistica della forma di merce e regimi di mercato (concorrenza “libera”, concorrenza imperfetta e monopolistica, oligopolio o monopolio, ecc.).

   Il capitalismo è capitalismo perché vi è “in superficie” un mondo in cui si confrontano liberamente possessori di merci (diverse fra loro); ed in cui, quindi, lo scambio avviene, mediamente, secondo equivalenti, valutati in base al loro “costo” (tempo) di lavoro. Marx sa benissimo che ci sono tutti gli “attriti” sopra considerati, che solo raramente il mercato funziona secondo le regole individuate per “astrazione”. Anzi sa che, normalmente, oltre agli attriti già visti, bisogna considerare la scaltrezza, l’inganno, la forza, anche quella “con la spada in pugno”. Marx ha una precisa concezione dello Stato, perfino rudimentale, in cui quest’ultimo è strumento di dominio della classe capitalistica nel suo complesso (o di un suo gruppo che ha preso il potere in quella data fase storica). Si leggano i suoi scritti detti “politici”; non si troveranno riferimenti diretti alla teoria esposta ne Il Capitale (perché questa è l’opera imperitura di Marx, quella di un vero “salto qualitativo” nella scienza della società), bensì considerazioni puntuali sulla congiuntura politica dell’epoca, con i suoi particolari rapporti di forza tra le classi (e all’interno di queste), i mutamenti e rivolgimenti di tali rapporti, ecc.
   Nell’analisi della congiuntura, egli si orienta anche in base alla sua teoria, ma non si fa imbragare in essa, non ripete schemi scolastici (e i dualismi tipici della stessa); egli segue, pur con necessarie semplificazioni, lo svolgimento degli avvenimenti, interpreta i “fatti”, ben sapendo comunque che si tratta di “fatti” e che la loro interpretazione mira a costruire mappe di orientamento, estremamente mutevoli anche in brevi periodi. Non si può però costruire la teoria sulla base della mera “storia di questi fatti”; e, nel contempo, non ha senso costruirla senza tenere conto di questi ultimi e andandosene completamente per i “fatti propri”. Costruire una teoria è difficile proprio perché bisogna “astrarre” dai “fatti” e tuttavia tenerli in piena considerazione; da qui la definizione di determinata affibbiata a questa astrazione per distinguerla dal semplice “uscire dal mondo”, dal viverne uno di puramente fantastico e senza addentellato alcuno con quello in cui il “teorico” vive  da scienziato; se vive in altro modo – e certamente un uomo vive nel mondo in molti modi, non soltanto prevalentemente secondo quelli scientifici – è lecito seguire altri orientamenti di pensiero e d’azione. Non è però minimamente ammissibile e tollerabile la confusione tra le differenti modalità, tra questi diversi orientamenti.
   Dietro o sotto la superficie del mondo dello scambio mercantile – dove dietro, sotto, superficie, sono termini metaforici – esiste quello della produzione e riproduzione della basi materiali della vita (in società). In poche parole, gli individui producono queste basi riproducendo contestualmente la forma storica dei loro rapporti sociali. E qui “storica” non significa racconto e interpretazione di eventi (di “fatti”), ma semplicemente la forma dei rapporti che legano tra loro questi individui mentre producono le cose necessarie alla loro vita, forma di cui il pensiero, in base a date impostazioni scientifiche (mediante “astrazioni determinate”), suppone il mutamento per “grandi epoche” del vivere sociale. Marx, partendo dal vastissimo studio dell’economia politica del suo tempo, quella classica in particolare – senza la quale sarebbe rimasto un modesto rifacitore di “filosofie sociali” – fondò la sua interpretazione, demistificante l’apparente (formale) eguaglianza vigente nella società “borghese”, sulle differenze tra “classi” di individui in riferimento alla proprietà (sostanziale, cioè come potere di disporre, di controllare l’uso) delle condizioni oggettive della produzione: terra, mezzi o strumenti lavorativi, oggetti di lavoro o materie prime.
   In base a questa “proprietà” (da non confondere con il suo mero regime “giuridico-borghese”) individuò lo “sfruttamento”, che segnala semplicemente il fatto della divisione, ideale, della giornata lavorativa – di chi vende merce forza lavoro in quanto unica sua “proprietà”, cioè possesso di una qualità insita nella corporeità umana – in due parti: quella che riproduce la sussistenza (storico-sociale) del lavoratore (valore della merce forza lavoro da lui venduta) e quella che dà il profitto (plusvalore, che è pluslavoro) al capitalista. Adesso certo non mi metto a discettare su tutte le conseguenze che Marx derivò da questa decisiva, fondamentale, “scoperta”, con la costruzione di un complesso e certo mirabile sistema teorico. Nemmeno sto a ricordare le centinaia di pagine che ho scritto da quasi vent’anni a questa parte per spostare il punto focale, l’asse centrale, attorno a cui pensare e costruire la complessità del sistema sociale capitalistico; asse che per Marx è la proprietà dei mezzi produttivi mentre per me è invece rappresentato dal conflitto tra strategie.
   Non posso in poche righe sintetizzare l’immane opera di Marx né le mie più modeste riflessioni sul “fallimento” della prospettiva socialista e comunista, da cui ho tratto impulso ad una rivisitazione di quella teoria. M’interessa solo mettere in rilievo come lo sfruttamento del lavoro, quale base fondamentale del predominio di certi gruppi (minoritari) su altri raggruppamenti (maggioritari) della società, non sia minimamente dovuto ad un qualsiasi “attrito”: né all’inganno, né alla furbizia, né alla forza (la “spada in pugno”) e via dicendo. Si potrebbe vivere, esattamente come pensava Candide, nel “migliore dei mondi possibile”. Si potrebbe benissimo credere alla più totale libertà di scambio di merci, di pensieri, di decisioni politiche. Sarebbe possibile immaginare che veramente la totalità della popolazione venga correttamente informata e coinvolta nelle decisioni da prendere a maggioranza (“democratica”). Nulla osta al supporre e immaginare le meraviglie di un mondo di perfetta eguaglianza in tutto salvo che su un punto. Basta semplicemente una diseguaglianza – quella nel possesso o potere di controllo dei mezzi produttivi – e tutta l’impalcatura del “mondo perfetto&rdquo
; crolla.

   Il mondo non è mai perfetto, lo sapeva anche Marx; tuttavia solo il debole pensatore, che non sa “astrarre”, si semplifica i compiti della critica considerandolo pieno di sopraffazioni, di menzogne, di violenza, ecc. Marx – che era scienziato e non un chiacchierone di quelli di cui è ancora pregno il “piccolo mondo antico” dei “terribili” oppositori anticapitalistici – era pienamente conscio che la sua critica sarebbe stata indebolita dal mero considerare le “imperfezioni” del mondo, l’“attrito” cui sono sempre sottoposte le “leggi di movimento” nella società del capitale. Sarebbe stato allora possibile agli ideologi di quest’ultimo – esattamente come fanno ancora adesso – affermare: ma il mondo, si sa, non è perfetto, questo è tuttavia il “meno peggiore” che abbiamo a disposizione; in fondo siamo in presenza di una buona mobilità sociale “in verticale”, non sussistono più le caste, nemmeno più le incrostazioni del vecchio capitalismo borghese (inglese ed europeo in genere), oggi vige il capitalismo all’americana, quello di questa giovane nazione piena di energie e in cui si premia il merito. Voi, venditori di “lavoro” (di merce forza lavoro, in realtà) potete aiutarci a migliorare questa società, magari con la “concertazione”. L’importante è che non venga sovvertito l’impianto proprietario, che assegna il “giusto premio” all’impegno e all’ingegno.
   Con la scienza di Marx (non con le trombonate filosofiche di gente che di Marx non ha mai capito un bel nulla) queste “serenate” non servono, nemmeno sfiorano i problemi che egli aveva posto. Per questo, egli concede – pur sapendo benissimo che così non è e non sarà mai, e mostrando in piena luce questa sua consapevolezza negli scritti politici, dove si deve parlare del mondo con la sua effettiva “ganga”, con i suoi “attriti” – che tutto sia al massimo della “perfezione” nel mondo dello scambio (di merci e di decisioni politiche, di libera circolazione delle idee, ecc.); ma anche nel processo lavorativo, in se stesso considerato, immaginando che ci sia perfetto equilibrio nel contrattare l’organizzazione del lavoro, i tempi e ritmi dello stesso, con “ampie consultazioni” dei lavoratori (salariati), e via dicendo. E’ sufficiente ricordare quella “piccola” disparità relativa al potere di controllo dei mezzi produttivi; anche questa non visibile a occhio nudo, non imposta con la forza o l’inganno, solo regolata dal regime giuridico capitalistico della proprietà. Tutti, rispettandolo, possono divenire proprietari; sia chiaro, sempre nel mondo perfetto, quello senza “attrito”, che non esiste nella realtà in cui si vive concretamente.
   Non importa, lo scienziato suppone che invece sia proprio così; suppone perciò che tutti possano divenire, se vi è capacità, proprietari (controllori) dei mezzi produttivi. Quando lo sono diventati, però, saranno cambiati gli individui (con nome e cognome) proprietari, non è mutata la “legge” che fa della proprietà la condizione della produzione, in cui la minoranza dei proprietari (controllori) dei mezzi produttivi ottiene il plusvalore (pluslavoro) di chi vende la propria capacità lavorativa in forma di merce, che ha il prezzo denominato salario. Questa concessione dello scienziato agli apologeti del capitalismo impressiona il chiacchierone che non capisce nulla né di Marx né di scienza. Egli definisce utopista Marx. E’ un perfetto ignorante. Allora è utopista anche Galileo che pensa alla legge del “moto rettilineo uniforme” in assenza di attrito (e gravità). Quando questi presuntuosi avranno smesso di parlare a vanvera, sarà sempre troppo tardi.
   Significa allora che dobbiamo tornare a ripetere Marx pari pari? Sarebbe come tornare a ripetere Galileo o anche Newton dopo Einstein. Evidentemente non deve essere così. E riporto ancora una volta la bella frase di Max Weber sulla scienza e gli scienziati ( La scienza come professione):
 
   “Ognuno di noi sa che, nella scienza, il proprio lavoro dopo dieci, venti, cinquanta anni è invecchiato. E’ questo il destino, o meglio, è questo il significato del lavoro scientifico, il quale, rispetto a tutti gli altri elementi della cultura di cui si può dire la stessa cosa, è ad esso assoggettato e affidato in senso assolutamente specifico: ogni lavoro scientifico ‘compiuto’ comporta nuovi ‘problemi’ e vuol invecchiare ed essere ‘superato’. A ciò deve rassegnarsi chiunque voglia servire la scienza”.
 
   Uno scienziato serio non si arroga il diritto di insegnare ai filosofi che cosa e come devono pensare. Sa che si tratta di una grande area del pensiero che ha suoi propri “oggetti”. Anche i filosofi seri si comportano egualmente verso gli scienziati. Ci sono però in giro alcuni buffoni, che pretendono di dare lezioni agli scienziati e usano la loro penna rossa e blu per individuare quelli che non sono errori, ma consapevoli “astrazioni determinate”. L’astrazione di Marx voleva appunto non concedere all’ideologo del capitale alcuna linea di fuga, adducendo le inevitabili, irrimediabili, “imperfezioni” del mondo così com’esso concretamente è. Lo sapeva anche Marx; chi non lo conosce, e tanto meno è in grado di capirlo, smetta di cianciare e cerchi di fare bene il suo lavoro invece di sparare scemenze, che facilitano il lavoro degli ideologi dei dominanti nel porre in luce i presunti “utopismi” di Marx.
   Da scienziato, e immaginando correttamente per via di astrazione lo schema fondamentale del modo di produzione capitalistico, Marx ha prodotto una critica dell’assetto capitalistico, che resta una pietra miliare nell’individuazione del “feticismo” del mondo mercantile, che non va interpretato da meri filosofi, ma come apparenza (reale) del mondo visto in superficie, cioè analizzando soltanto il livello dello scambio di merci. Andando alla produzione – non come semplice processo di lavoro, con la sua tecnologia e organizzazione, ancora una volta “liberamente” contrattabili (dove la libertà è sempre quella dell’astratto mondo “perfetto”, senza “attriti”, che certo non appartiene all’esperienza concreta) – si arriva ad un’altra conoscenza, la conoscenza di una società in cui non è eliminabile lo sfruttamento se non mutando il regime capitalistico della proprietà.
   Marx non avanzò però solo questa critica – che resta ferma e salda ancor oggi – poiché formulò anche previsioni circa la dinamica del modo di produzione capitalistico in quanto diretta al superamento di quest’ultimo con affermazione di un nuovo modo di produrre di tipo comunista, con un regime proprietario ad esso adeguato; adeguato cioè alla riproduzione dei diversi rapporti sociali affermatisi. Qui si inserisce la possibile, per me anzi necessaria, critica a Marx, perché dopo 150 anni non si può continuare a sostenere che bisogna attendere ancora, che alla fine “Godot arriverà”. Non è così, lo si può se non dimostrare quanto meno mostrare
, segnalare. Vi sono nell’analisi di Marx alcune incomprensioni relative all’asse centrale della formazione sociale capitalistica che rinvia a “qualcosa” di più fondamentale della proprietà; “qualcosa” che alla fine potrebbe forse, certo con ulteriore e più precisa elaborazione, spiegare ancor meglio di quest’ultima dove risieda il fondamento ultimo del potere di controllo e disposizione esercitato dagli strateghi del capitale sulle condizioni oggettive della produzione.

   Questo è un altro discorso, da me iniziato da almeno 15 anni (e forse più). Per sviluppare questo nuovo discorso, è tuttavia necessario, prima di tutto, capire Marx, afferrare il punto di non ritorno fissato dalla sua scienza. Si deve andare in avanti non tornare ai veri utopismi di gentucola che ha ormai perso un qualsiasi orientamento perché abituata a chiacchierare, non a controllare rigorosamente l’esposizione del proprio pensiero. E’ bello sbrigliare la fantasia – cosa credete che non lo sappia; sono irritato che i compiti della scienza mi limitino in altri campi, più segreti, dove anch’io spazio saltuariamente – ma è tutt’altro orientamento di pensiero. Non si tratta di un pensiero avulso dalla realtà quand’anche massimamente immaginario – basti pensare ad “Alice”, al “Barone di Munchausen”, agli “zombi” o ai “vampiri”, al “Mostro di Frankestein” o a “King Kong”, e ad altri ancora; i più moderni non li conosco, quindi lascio ai più giovani citarli – ma si tratta di qualcosa di diverso, che non va confuso e pasticciato con la “grigia” scienza. Invece, tra i presunti ideologi anticapitalisti, i pasticcioni sono la norma; e vanno trattati per quello che sono.
   Ripartiamo, finalmente, dal rigore che fu dei “nostri padri”; lasciamo che i chiacchieroni sputino le loro “sapienzialità”. E ricordiamoci che l’erudizione non ha nulla a che vedere con l’intelligenza del mondo in cui viviamo. L’erudito è come un prestigiatore: fa tanti giochi con la sua cultura per imbrigliare e rendere ottuso il pensiero di chi magari potrebbe dare un contributo alla conoscenza del mondo in cui siamo “capitati a vivere”. Finiamola di prestare ascolto ai prestigiatori! Occorre rigore (perfino nel “racconto fantastico”), non il caotico rutilare di luci per ipnotizzare i più “deboli”.   

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