ALCUNI RITAGLI DI GIORNALE CONCLUSI DA UNA BREVE CONSIDERAZIONE SU SPREAD E BCE

bce

 

L’economista, liberale e “schumpeteriano”, del Centro Einaudi Giorgio Arfaras il 26 Gennaio 2017 ha scritto questa brevissima nota:

<<Si immagini un sistema politico che ruota intorno a tre partiti o a due partiti e una coalizione. Partiti della stessa consistenza – circa un terzo dell’elettorato – due di questi hanno un programma simile – uscire dall’euro, ed uno no. Il sistema elettorale premia (con un premio di maggioranza) chi raggiunge una soglia elevata, maggiore al terzo dei voti che possiamo accreditare ai tre partiti o coalizioni. Si potrebbe avere una deriva anti-euro se due dei tre partiti debordassero. La probabilità che l’ Italia resti nell’euro non può quindi essere pari al cento per cento, vista la disposizione dei partiti e dei loro programmi di cui sopra. Torna lo spread ?>>

Francesco Russo in un articolo del 07.02.2017 scrive:

<<Uno dei tormentoni della retorica politica di Donald Trump è lo spettro di una svalutazione competitiva che le aree economiche concorrenti porterebbero avanti ai danni degli Usa. Un dollaro troppo forte sarebbe un grosso problema per un’America protezionista che intenda uscire dai grandi trattati di libero scambio come il Nafta e il Tpp. Finché gli strali di Trump erano diretti alla Cina, i cui export corrono anche grazie al sistema di fluttuazione dello yuan, complesso e poco trasparente, i partner occidentali non avevano poi molto da obiettare. Ora però al centro della polemica è entrata la Germania, un colosso industriale di fronte al quale la manifattura americana non è ancora in grado di concorrere ad armi pari. Soprattutto ora che l’euro, grazie al programma di ‘quantitative easing’ della Banca Centrale Europea, si è deprezzato a un punto tale da avvicinarsi alla parità con il dollaro. Per Trump, la vera ragione della politica monetaria di Francoforte sarebbe quindi mantenere competitive le esportazioni dei membri di Eurolandia, Berlino in primis. […]…ma [il] paradosso […] più clamoroso, è che a fare da sponda a Trump potrebbero essere proprio i due pesi massimi dell’establishment economico tedesco: il presidente della Bundesbank, Jens Weidmann, e il ministro delle Finanze, Wolfgang Schaeuble, da sempre opposti alla politica monetaria accomodante di Draghi. In Europa il ‘quantitative easing’, ovvero l’acquisto di titoli di Stato e altre obbligazioni teso ad aumentare la liquidità in circolazione, è partito solo nel marzo 2015, un ritardo dovuto alle forti resistenze di Berlino. Se i tassi zero della Bce, deprezzando l’euro, fanno volare le esportazioni tedesche, le banche teutoniche, abituate a offrire rendimenti molto interessanti ai propri clienti, hanno visto invece finire in crisi il loro modello di business. La Germania, che basa parte della propria competitività sul mantenere il costo del lavoro sotto controllo, teme inoltre la crescita dell’inflazione che è conseguenza del ‘quantitative easing’, anche perché aggraverebbe l’attuale impennata dei prezzi degli immobili (non potendo più contare sui rendimenti delle banche, i risparmiatori tedeschi stanno puntando sul mattone). Il problema è che l’unico grande Paese dell’Eurozona dove il tasso di inflazione è tornato a toccare il 2% è proprio la Germania. Proprio per questo, durante la sua audizione, Draghi ha dovuto replicare anche a Schaeuble, ricordandogli che “i differenziali di inflazione non sono una cosa nuova, sono sempre stati con noi”. “I politici, in particolare in tempo di elezioni, esprimono commenti sulla politica monetaria ed è comprensibile ma è anche comprensibile per un banchiere centrale che senta i commenti ma non li ascolti”, ha aggiunto Draghi, citando un suo predecessore, Wim Duisemberg. A mettersi il cuore in pace, quindi, non dovrà essere solo Trump.>>

Infine riporto qui un altro spezzone di articolo, tratto da internet e firmato Raro (1), del 03.12.2016:

<<Tuttavia, e qui inizia la nostra storia, l’azione di sostegno della banca centrale inizia a rallentare appena sei mesi fa, senza un’apparente spiegazione. Dai dati diffusi dalla stessa Bce emerge che il ritmo settimanale degli acquisti aggregati per l’intera eurozona è passato dai 20 miliardi di euro di aprile ai 14 registrati nell’ultima rilevazione. Parallelamente, la quota degli acquisti complessivi destinata ai titoli pubblici italiani, che si mantiene intorno al 18% fino alla metà dell’anno, scende di un punto percentuale già ad ottobre: ciò significa che la riduzione degli acquisti netti incide più che proporzionalmente sull’Italia, ampliando per questa via lo spread con la Germania, che al contrario usufruisce di una quota di acquisti stabile. La banca centrale ha lentamente ma inesorabilmente iniziato a stringere il rubinetto, dosando sempre più quella liquidità con cui aveva spento l’incendio divampato in Europa nel 2009, a partire da Atene: i flussi iniettati ogni giorno nelle vene del sistema finanziario dell’eurozona passano dai 3,9 miliardi di aprile ai 3,5 di ottobre, fino a scendere ai 2,9 miliardi di euro della scorsa settimana. Il passaggio decisivo avviene negli ultimi trenta giorni, quando gli acquisti netti della Bce crollano di circa il 30%: è proprio a ridosso del referendum che gli spread passano dai 150 punti base di fine ottobre alla soglia dei 190 punti base registrata a fine novembre. E non potrebbe essere altrimenti. Perché, se la banca centrale rallenta i suoi acquisti, le vendite da parte del settore bancario non si arrestano, ma vengono addirittura stimolate dalla stessa autorità monetaria europea che, per bocca del presidente del Meccanismo di vigilanza unico Nouy, continua a paventare l’imposizione di rigidi limiti alla possibilità delle banche di detenere titoli del debito pubblico, scoraggiandone così la sottoscrizione. Dietro il velo dei mercati finanziari, dunque, si muove in Europa una banca centrale che sembra perseguire precisi obiettivi politici, fino al punto di sacrificare quella stabilità finanziaria che dovrebbe, in teoria, difendere ad ogni costo. Dunque, cosa avrà spinto la Bce ad abbassare, in vista del referendum italiano, quello scudo anti-spread che nel 2015 aveva consentito di domare una crisi del debito pubblico ben più drammatica, che aveva messo in ginocchio l’intera periferia d’Europa? >>

Lo stesso Raro in un articolo del 24.12.2016, poi, afferma anche:

<<Perché il programma di acquisti rappresenta la testa di ponte di un ambizioso disegno egemonico dell’autorità monetaria in Europa: tramite il debito pubblico accumulato nei suoi conti, la banca centrale mette le mani sulla politica europea per imporre l’austerità a colpi di spread, e senza incontrare il veto del settore bancario.>>

A questo punto mi viene spontaneo farmi delle domande. E’ del tutto assodato, a questo punto, che la Bce, attualmente guidata da quell’agente “al cento per cento Usa” che è Mario Draghi, sia tuttora in mano alle elitè strategiche economico-politiche che fanno riferimento alla cricca Obama-Clinton e che quindi le stesse Germania e Francia siano incapaci di controllarla e debbano accettare che venga diretta da forze che risiedono al di là dell’atlantico ? E la cosiddetta “troika” che è composta da rappresentanti della Commissione europea, della Banca centrale europea e del Fondo monetario internazionale è veramente – al di là degli slogan dei contestatori confusionari – a tutti gli effetti un organismo in mano agli Stati Uniti e tuttora egemonizzato dalla suddetta “cricca” ? A questo punto viene da pensare che le politiche di austerità nella spesa pubblica sponsorizzate dai tedeschi, al di là delle dichiarazioni ufficiali, siano sempre state concordate e compensate da una politica monetaria e commerciale pilotata da “agenti Usa”. Per quanto ci riguarda potrebbe risultare piuttosto interessante capire come alcuni settori dell’economia Usa, evidentemente legati a Trump, mettano ora in discussione proprio gli accordi riguardanti gli scambi commerciali che si era concordato di mantenere ed eventualmente aggiornare e in che modo questi stessi settori stiano trovando un sostegno da parte delle elitè europee favorevoli al rigore e all’austerità.

(1)Gli articoli firmati Raro li ho trovati in micromega online. Non so se sia uno pseudonimo e a chi eventualmente faccia riferimento.

ALCUNE NOTE SPIACEVOLI, di GLG

gianfranco

“Trenitalia beffa i pendolari: tariffe gonfiate per un errore di calcolo. Da dieci anni un errore dell’algoritmo penalizza i viaggiatori

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06 febbraio 2017 – Una formula matematica, sbagliata da dieci anni, ha fatto pagare gli abbonamenti sovraregionali di Trenitalia fino al 33% in più ai viaggiatori. Una beffa per i pendolari per colpa di un algoritmo che ha calcolato le tariffe dei treni in modo errato.”

Fino al 2014 era massimo dirigente di Trenitalia Mauro Moretti, che viene incensato anche dai berlusconiani come bravissimo manager pubblico e che è stato adesso messo (appunto dal 2014) al vertice di Finmeccanica (mamma mia, tocchiamoci i cosiddetti). Sappiamo, fra l’altro, che proprio pochi giorni fa l’intero vertice di Trenitalia (compreso il “nostro”) è stato condannato a svariati anni per responsabilità oggettiva (totale incuria per le normali procedure e spese relative alla sicurezza nella circolazione dei treni) in merito alla strage di Viareggio del 2009. Questo è soltanto uno dei sintomi (e certamente non di massimo rilievo) dello scatafascio provocato al nostro paese da certa “sinistra” e da certa “destra”. Non sono in realtà né l’una cosa né l’altra, solo un ciarpame umano assurto alla dirigenza di questo paese ormai ridotto ad una sorta di ameba senza forma definita né senso alcuno. Siamo totalmente in mano a irresponsabili, che arraffano a man bassa posizioni di potere. E la nostra popolazione ancora sopporta. Brontola ma sopporta d’essere governata da tipacci del genere; e non tanto perché ladroni (magari fossero semplicemente ladri), ma inetti, privi di cervello e di qualsiasi preparazione a dirigere nemmeno una latrina pubblica. Non ci eravamo ancora ricoperti di tanta vergogna; eppure l’Italia ben conosce gli incapaci ai vertici dello Stato come delle imprese come degli apparati militari e via dicendo. Mai, tuttavia, si era giunti ai bassi livelli odierni, con i piddini e i berlusconiani in primo piano.

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E veniamo pure a un’altra “perla”, ben più grave. Ricomincia il girotondo dello spread:

http://www.ilgiornale.it/news/politica/torna-lincubo-spread-e-adesso-tremano-anche-i-nostri-conti-1360357.html

 

Nel 2011 ciò servì a favorire quelle che, ne sono più che convinto (e non solo io), furono le manovre sottobanco tra Berlusca e l’allora presdelarep per arrivare alla sua sostituzione con Monti (nominato poco prima senatore a vita, ecc. ecc.). Sappiamo dov’è andata a finire l’Italia da allora. Non che fosse ben messa prima – il disastro è iniziato con l’operazione “mani pulite” – ma certamente l’accelerazione è stata fortissima dalla fine del 2011. Dopo due anni la stampa (e non solo) rivelò finalmente quello che era risaputo da chiunque avesse un pizzico di sale in zucca: che la manovra dello spread era servita appunto a indirizzare il paese verso governi sempre più servili agli Usa (quelli di Clinton-Obama e delle loro ghenghe) e a ridurlo succube pure di quei governi, e soprattutto organismi, europei del tutto legati alle ghenghe in questione. Adesso ci si scorda di nuovo – da parte dei berlusconiani in particolare – di quelle accuse (più che veritiere) circa le sporche manovre, compiute tramite appunto lo spread crescente, per arrivare ai governi “di sinistra”; e si ricomincia con la solita solfa. Ancora una volta si nota che l’elezione di Trump – più ancora della brexit, ecc. – sta mettendo in terribile agitazione e paura di essere alla frutta questi ignobili dirigenti UE, con tutti gli scherani che ancora difendono questa disastrosa unione nei vari paesi europei.

Ecco allora di nuovo lo spread, che adesso investe pure la Francia per opporsi alla possibile elezione presidenziale della Le Pen. E ancora una volta troviamo complici le “destre” forzaitaliote italiane, dimentiche di quanto sostenuto fino a pochi mesi fa. Un ulteriore sintomo che il vile “nano” si appresta ad accordi con Renzi (o chi per esso), fingendosi così generoso da sacrificarsi per il bene del paese. La si vuole infine fare finita con questo personaggio, che ormai è il più esiziale del panorama politico italiano? In fondo, tutti gli altri si mostrano abbastanza per quello che sono, i devastatori del paese. Questo novello “Badoglio” si avvale del poco coraggio dei suoi alleati per perpetrare tradimenti a ripetizione e sempre presentandosi come perseguitato dalla magistratura (che sembra facilitare questa “copertura” per i suoi fan più idioti). Bisognerebbe spazzare via integralmente quella massa di incapaci e disonesti e solo assetati di potere (sia pure da quattro soldi perché sempre subordinato allo straniero), che formano l’intero quadro politico italiano. Occorrerebbe qualcosa di totalmente nuovo; l’esistente è nullo pressoché totalmente.

Me la prendo con particolare vigore con i semicolti “di sinistra”; e sono convinto di aver ragione. Sia però chiaro che gli altri non sono per nulla migliori; in più aggiungono un’ignoranza e un manicheismo che fa a gara con quello dei “sinistri”. Combatto gli antifascisti che non lo sono mai stati realmente, mai hanno versato una goccia di sangue per le loro idee; e si sono messi, soprattutto dagli anni ’70 in poi, a blaterare di lotta per la “liberazione” del paese (occupato e calpestato dagli Usa). Sia però chiaro che non provo simpatia per quelli che ancora fanno i fascisti, che sono visceralmente anticomunisti da perfetti ignoranti e settari. Basta con tutta questa genia che sta portando a fondo il paese. E’ indispensabile ricominciare veramente ex novo. Senza dubbio ci troviamo in mezzo al guado, non è facile individuare in modo definito i caratteri della nuova epoca che avanza. Tuttavia, partiamo da due principi che vanno affermati con forza: 1) calcio in bocca a tutti i “politicamente corretti” che immaginano il “nuovo” come un totale degrado dell’intelletto, della misura, della decenza, ecc.; 2) abbandono al passato delle vecchie ideologie e dei movimenti che ispirarono, da studiare peraltro senza manicheismi di sorta onde capirne alcune conquiste e i definitivi fallimenti.

Teniamo fermo almeno questo atteggiamento. E andiamo realmente avanti.

 

100 ANNI DALLA RIVOLUZIONE RUSSA

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1917-2017. Sono trascorsi esattamente cento anni dalla grande Rivoluzione Sovietica che trasfigurò il volto dell’Europa e del mondo intero. La rivoluzione contro “Il Capitale” di Marx la definì Gramsci. Ne aveva ben donde. Di quanto vaticinato dal pensatore tedesco negli eventi russi, infatti, non c’era poi molto. Una classe operaia striminzita, a causa dell’arretratezza industriale del Paese, masse contadine predominanti, costrette a vivere in condizioni semiservili, e orde di soldati male armati e sottopagati, arcistufi di morire in guerra per la dinastia parassita dei Romanov. Fu l’alleanza, tutt’altro che naturale, tra questi settori, guidati dall’ideologia comunista delle avanguardie bolsceviche, che permise il rovesciamento della monarchia e l’instaurazione di una nuova società basata, non sulle teorie di Marx, ma su di una certa interpretazione datane da Lenin (e da altri) con lenta costruzione di un modo (di produzione) sociale differente da quello capitalistico. Non fu, dunque, comunismo ma fu sicuramente l’innalzarsi, in un luogo ben preciso, di un muro contro l’estensione di una dinamica di matrice capitalistica che sembrava non dover più incontrare ostacoli sul suo cammino, approfondendo i suoi rapporti gerarchici di dominanza (tra soggetti individuali e collettivi).
Per questo si parlava di marxismo-leninismo. Tuttavia, sebbene il leninismo s’ispirasse alle idee marxiane, il revisionismo dell’uomo della Lena fu l’unico approccio possibile (e vincente) ai convulsi eventi russi. Tanto che lo stesso Lenin si chiedeva se fosse o meno opportuno far scoccare subito l’ora fatale oppure attendere il formarsi di una classe operaia di fabbrica, che rendesse finalmente il proletariato egemone nella società russa, prima di tentare la scalata al governo. Ma questa presunta egemonia, come si era visto nei paesi più sviluppati, non comportava automaticamente la presa del potere. Ciò perché spontaneamente i ceti subalterni producono unicamente una coscienza tradunionistica, tesa al miglioramento delle condizioni esistenziali, ma nessuna concreta “volontà di potenza” per guidare la comunità verso un altro orizzonte. Il proletariato non è rivoluzionario e i tentativi di Lenin di distinguere tra classe in sé (le masse sfruttate) e classe per sé (l’avanguardia consapevolmente rivoluzionaria), furono espedienti per la situazione concreta che non potevano mutare la natura di questo corpo perfettamente integrato nelle logiche capitalistiche, in quanto prodotto del sistema e dei suoi rapporti sociali. Del resto, Marx aveva elaborato un concetto molto più complesso di quello meramente “operaistico”, ovvero quello del General Intellect (unione dei lavoratori del braccio e della mente nel processo produttivo). Lo intuì basandosi su quanto vedeva tendenzialmente all’opera nella società dei suoi tempi, dove centralizzazione dei mezzi di produzione e sostenuta socializzazione del lavoro (con formazione del lavoratore cooperativo associato) sembravano dover raggiungere un punto in cui sarebbero diventati incompatibili col loro involucro capitalistico. Non è accaduto e qui si ferma la sua previsione scientifica che è stata irrimediabilmente falsificata dalla storia. Storia che però si è servita dell’energia del comunismo russo (e internazionale) e degli sforzi sovrumani di tutti i popoli sovietici per far nascere una potenza geopolitica che ha tenuto testa per decenni alla supremazia americana e occidentale. Tanto che, anche dopo il crollo dell’Urss, sotto le rovine e la cenere del socialismo realizzato, hanno continuato ad ardere quei sentimenti di sovranità e di egemonismo di cui altri hanno raccolto il testimone, liberi dalle pastoie ideologiche di una volta. Per questo la rivoluzione russa è stato un bene per l’umanità, un faro per la resistenza al predominio di un solo paese sulla sfera terrestre. L’unipolarismo determina soprusi, sottomissioni, guerre, torti contro la maggioranza delle nazioni e delle popolazioni, come abbiamo potuto vedere nel periodo di predominanza americana, ora più affievolita. Chi disprezza la Rivoluzione Sovietica intende mistificare il passato per influenzare il futuro. Certi “cattivi” esempi devono essere cancellati dalla memoria per tenere a bada i “vindici” e gli sconfitti. Si teme, infatti, che i dominati (anche nel senso degli Stati) raccolgano ancora tali sfide per affermare la propria autodeterminazione e rivoltarsi contro la nation prédominante. I sedicenti liberali sono al servizio di questa propaganda che mira a screditare i fatti del ’17 per sostenere il vecchio ordine mondiale. In questa fase si stanno moltiplicando gli articoli sul tema che puntano, con argomenti falsi e pretestuosi, a portare il dibattito lungo i soliti binari morti degli stermini di massa e del conculcamento della libertà (tutti crimini perpetrati anche dalle democrazie che, come dice Trump, non sono innocenti ma sono abili a nascondere dietro la schiena le mani insanguinate). I liberali, per natura piagnucolosi ed ipocriti, sono fatti così, e come afferma Bonnard, sono i personaggi più vanitosi della storia. Essi vogliono che la politica sia un dibattito, non una battaglia. Invece, noi vogliamo che questa battaglia culturale li metta con le spalle al muro e ribatta colpo su colpo alle loro menzogne
Scrive Berti su Il Giornale: “Ricorre quest’anno il centenario della rivoluzione russa, uno degli avvenimenti più importanti del XX secolo.
È quasi universalmente accreditata l’idea che si sia trattato in sostanza di un unico processo storico iniziato nel febbraio e conclusosi in ottobre. Niente di più falso, perché nel 1917 vi furono due rivoluzioni, quella liberale di febbraio e quella bolscevica di ottobre: due moti diversi, per non dire opposti, dato che la prima liberò la Russia dall’assolutismo, la seconda la portò al totalitarismo. Certo, tra i due eventi non vi fu di fatto soluzione di continuità, ma la loro natura segna un dualismo non sintetizzabile in un unico giudizio storico. Va detto subito che il rivolgimento del ’17 avvenne a causa dall’implosione dello zarismo, consuntosi al suo interno. Tre anni di guerra avevano dissanguato il Paese, riducendo milioni di persone alla fame e allo stremo delle forze. L’ostinazione del governo nel volere continuare il conflitto, la sua ripetuta sordità a ogni richiesta di mitigare le condizioni disumane della popolazione e la sua incapacità nel far fronte ai più elementari bisogni sociali delegittimarono non solo la sua autorità politico-morale, ma anche quella sacro-imperiale dello zar.”

Ma i bolscevichi ebbero la meglio sugli amichetti dei liberali perché quest’ultimi, giunti al potere, si ostinavano a voler continuare il conflitto, erano sordi a mitigare le condizioni disumane della popolazione e non erano in grado di far fronte ai più elementari bisogni sociali. Proprio come gli zaristi. Lenin, invece, anche a costo di pesanti perdite territoriali per la Russia (fu persino accusato di tradimento da alcuni settori più nazionalisti) promise e giunse alla pace ottenendo il consenso dei soldati stremati, della piccola classe operaia e delle grandi masse contadine. Di questi attacchi vili e servili ne leggeremo tanti in questi mesi. Prepariamoci a rintuzzarli. Non per nostalgia del passato ma per cambiare il futuro.

CONTRO I “MODERATI” (SENZA MODERAZIONE), di GLG

gianfranco

Per quanto mi riguarda è in qualche modo imbarazzante, ma sintomatico, che debba provare accordo con quanto scritto su giornali come “La Verità”. Mi va di citare un pezzo del giornale d’oggi (scritto da Borgonovo), che riguarda la continua agitazione contro Trump. Quello su cui concordo, però, è il giudizio dato sui cosiddetti “moderati”; cioè i “politicamente corretti”, da me definiti da qualche anno semicolti e accreditati ad una ormai fantomatica “sinistra”, che lo è non in senso politico, ma nell’altro significato, più usuale, di questa parola. Riporto solo una parte di quanto mi sento di approvare nella sostanza:

“…. Abbiamo, in aggiunta, professori universitari che fomentano manifestazioni (con conseguenze violente) e multinazionali che foraggiano i manifestanti medesimi. Abbiamo addirittura un ex presidente che, in modo del tutto irrituale, si mette a capeggiare l’offensiva liberal contro il suo successore…… E’ ora di finirla con la retorica dei ‘moderati’ a cui tocca porre un argine al populismo imperante. Il richiamo alla moderazione, fino ad oggi, si è basato su un colossale inganno, su una mistificazione. Quella secondo cui i ‘moderati’ sarebbero gli individui più riflessivi, quelli più accorti nelle decisioni, mentre i populisti, all’opposto, sarebbero una banda di cialtroni buoni solo a stuzzicare i bassi istinti dei cittadini, a pizzicarne il ventre molle al fine di ottenere potere e prebende. Il discorso non vale solo per Trump e gli Stati Uniti. Vale anche per l’Europa e per l’Italia. ……. Il punto è che, non da oggi, alla demonizzazione del populismo si accompagna la fanfara della moderazione, ma da questa odiosa contrapposizione bisogna uscire al più presto. Tanto per cominciare le persone che negli ultimi anni hanno governato l’Italia, l’Europa e gli Usa non sono affatto dei ‘moderati’. Semmai, si sono rivelati esponenti di quella ‘mediocrazia’ di cui parla il filosofo canadese Alain Deneault. Né eccellenti, né pessimi: mediocri, appunto; preparati quanto basta per mandare avanti la macchina del potere. Questa è la verità. Dei buoni a nulla disposti a tutto hanno formato l’ossatura del potere politico internazionale. Lo aveva già intuito il grande pensatore francese Abel Bonnard, che a tal genere di mediocri dedicò un pamphlet devastante (giunto ora nelle librerie italiane grazie all’editrice Oaks, col titolo ‘I moderati’). La moderazione, per costoro, è stata soltanto la maschera dietro cui celare una natura più vera e selvaggia. Una natura servile, di cui hanno pagato il prezzo i popoli di tutto il mondo. Sono ‘moderati’ i fanatici dell’austerità che distruggono Paesi come se fossero castelli di carta?”. Di chi fanno gli interessi costoro? “Di un pugno di multinazionali che in meno di un decennio hanno sfasciato la ‘working class’ di mezzo mondo, smantellando i diritti dei lavoratori e modellando il globo sulla forma del nulla. Sono questi i veri sediziosi. Dietro i toni posati, dietro l’affettazione, celano le mannaie da macellaio. Se le élite si ribellano, non si può rispondere con moderazione. In questo frangente, moderarsi vuol dire piegarsi. Grazie, ma preferiremmo di no”.

Tutte le persone minimamente sensate preferirebbero di no. Anzi dovrebbero scegliere decisamente per il no e per un contrasto sempre più netto con i “moderati”, che o vanno combattuti con efficacia o porteranno alla nostra morte (di Europa e Italia, intendo parlare soprattutto). C’è un punto su cui capisco poco il giornalista e credo di non essere d’accordo. I “moderati”, se sono mediocri e ormai fautori del nulla (cioè dell’annientamento di secoli di nostra civiltà), non vanno definiti élite. E non si può sollevare contro di essi solo un “astratto” popolo salvatore delle nostre tradizioni. I “distruttori” sono gli ormai putrefatti risultati di quel movimento che partì cinquant’anni fa per “rifare il mondo” con tanta presunzione e ignoranza crassa di quel movimento e teoria sociale che, nella prima metà del ‘900, aveva tentato l’“assalto al Cielo”, iniziato, piaccia o meno a chi legge “La Verità” (e giornali similari), con la “rivoluzione d’Ottobre”. E anche, piaccia o non piaccia ai falsi e ipocriti “antifascisti” dell’ultimo mezzo secolo, perseguito da fascismo e nazismo. Soluzioni del tutto diverse, opposte, che si sono scontrate a tutto campo – e i cui fautori si sono accoppati con grande convinzione – e che comunque nascevano dalla fine, fraintesa tutto sommato fino ad ora, del capitalismo “borghese”, la cui effettiva morte ha infine portato al successo della società di tipo statunitense, ancora considerata capitalismo (quella da me definita provvisoriamente dei “funzionari del capitale”, definizione senza dubbio non del tutto soddisfacente).

Non si può fare solo riferimento alla cosiddetta “pancia” (o “ventre”, ecc.) della società odierna, cioè al popolo più minuto (in realtà, si tratta spesso di ceti medi in via di notevole impoverimento dopo un periodo di aumento del benessere), che dovrebbe ribellarsi a tali supposte élite. Attualmente abbiamo una serie di ceti medi – attivi nei campi dove un tempo allignavano realmente le persone di cultura e intelletto; e in più gli artisti, i letterati, attori, cantanti e musicanti e compagnia varia – che si sono arricchiti sulla base della più bassa e miserabile improvvisazione (per carità, qualche persona di valore c’è pur sempre, ma di “intelletto” effettivo nulla di che). Tali ceti – lo ripeto, partiti cinquant’anni fa con roboanti, quanto confusi, propositi di rinnovamento totale della società; e ricchi di improvvidi “capi”, anticapitalisti, antimperialisti, convinti di guidare moltitudini e masse del tutto immaginarie alla “rivoluzione” – sono alla fine divenuti i più accesi sostenitori di chi li paga in denaro, fama, onori, presenza ossessiva nei mass media. Contro costoro, e contro chi li finanzia e intanto prospera fingendosi classe dirigente (sia politicamente che economicamente), è necessario cresca veramente una nuova élite, capace di riunire e orientare non il “popolo tutto”, bensì la parte della popolazione in grado di prendere progressiva consapevolezza della disonestà e pericolosità dei “moderati”. Non vi è dubbio che sia necessaria la rabbia di rilevanti quote della popolazione; occorre però sia ben indirizzata da una élite. E veramente tale, cioè atta ad esercitare un’organizzata violenza – che purtroppo esige l’“allestimento” di gruppi di individui un po’ “schematici” e dai metodi sbrigativi – per riportare infine “in asse” questa società ormai allo sbando per colpa dei “fu rivoluzionari” e ora, appunto, “moderati”.

Intendiamoci bene. Non dico che tutti i cosiddetti semicolti siano pessimi individui. E’ ovvio che dappertutto c’è il “migliore” e il “peggiore”, il “bonario” e il “malvagio”. Tuttavia, i loro finanziatori sono i peggiori fra quelli denominati capitalisti, quelli che hanno scarse effettive capacità imprenditoriali e sono invece imbroglioni e arraffoni e inetti anche nel loro specifico campo d’attività. E troppi di quelli che si sono messi al loro servizio, invadendo in toto TV, giornali, case editrici, ecc. sono degli autentici “venditori di fumo”; alcuni addirittura con caratteri delinquenziali (ricordo per l’ennesima volta “I demoni” di Dostoevskji), che l’hanno fatta franca, o hanno fatto poca galera, ai tempi che furono. E in quei tempi, simili malsani individui erano per “rivoluzioni” nate soltanto nelle loro menti tarlate; e le hanno fallite tutte, hanno sbagliato ogni e qualsiasi tentativo. Perfino quando era ormai evidente la vicina fine dell’Urss, questi individui si sono messi a vaneggiare sulla “rinascita” gorbacioviana. Sono dei falliti totali, incattiviti, ma che hanno ritrovato una “verginità” vendendosi al peggiore “capitale” possibile. E adesso hanno paura di perdere posizioni perché negli Usa si sta tentando una nuova strategia di predominio mondiale. Sarebbe indispensabile metterli in condizioni di non più nuocere prima che ci rendano tutti zombi come già sono loro.

UN PO’ DI CHIAREZZA

gianfranco

 

Una mossa di Trump che ci fa capire meglio quali sono gli entusiasmi facili, ma che inducono all’errore, mi sembra sia stata compiuta in questi giorni. E dimostra quanto ho affermato fin da subito: molto bene che la Clinton abbia perso le elezioni – anzi una vera boccata d’ossigeno che ci ha salvato da una fine senza nemmeno alcun sussulto preagonico – ma nessun particolare entusiasmo traboccante come quello che certuni stanno dedicando alla vittoria di Trump. Il suo atteggiamento sarà comunque positivo se veramente muterà gli accenti dell’azione della Nato e se prenderà le distanze dall’attuale UE, voluta da quei successori dei “padri dell’Europa”, che – ormai lo sappiamo bene dagli studi di Joshua Paul, ricercatore alla Georgetown University – erano tutti ampiamente finanziati e “istruiti” dagli Stati Uniti. Tuttavia, la sua recente dura critica alla Merkel e dunque alla Germania come vera sfruttatrice della UE mostra che anche lui cerca di ingannarci circa l’autentico padrone degli europei a partire dalla seconda guerra mondiale (e, per una parte degli stessi, dal crollo dell’Urss e la fine del mondo bipolare).

Penso che oggi si debba prendere atto della negatività della politica tedesca, ma non certo perché la Germania ha sottomesso l’Europa; come detto più volte, ha inteso mostrare agli Stati Uniti che poteva essere il loro vero “maggiordomo” tra i “camerieri” europei. E ha pure voluto mettere la tradizionale, e anche un po’ “montata” serietà dei tedeschi, a garanzia di servizi adeguati agli Usa che altri paesi europei non avrebbero saputo offrire. Indubbiamente, accade a volte che il maggiordomo possa scontentare i servitori e se li metta contro. E può essere che non ottemperi a qualche ordine del padrone, perché convinto che certe mosse di quest’ultimo indeboliscano la sua autorità presso gli altri “domestici” e mettano in discussione il suo ruolo di capo degli stessi.

Il problema principale non è comunque la Germania, ma proprio la nostra settantennale sudditanza agli Stati Uniti. Fin che c’è stata l’Urss, si poteva anche giocare sui contrasti bipolari per qualche barlume d’autonomia, del tutto limitato e alla fin fine piuttosto inessenziale. Oggi, la situazione è diversa. Il mondo è abbastanza “movimentato”. Non ci sono le lotte di liberazione dall’imperialismo in paesi tipo Vietnam e altre “periferie” del terzo mondo, mentre nel primo vigeva la cristallizzazione imposta dal confronto tra due superpotenze, di cui una era però in lenta discesa finita in crollo improvviso e imprevisto. Oggi siamo assai probabilmente avviati ad un effettivo multipolarismo tra potenze ancora assai differenti come forza (gli Usa sono al momento largamente in testa), che creano tuttavia vere ebollizioni nella politica mondiale. Non ci sono insomma le guerre “antimperialiste” (con l’imperialismo confuso come neocolonialismo), ma vere mosse e contromosse – al momento non ancora dirette ad un generale confronto definitivo per una nuova reale supremazia – che rendono il “territorio” del confronto mobile, sconnesso, frastagliato.

In una situazione del genere, che si avvia a qualche somiglianza (gli storici vorranno infine studiarla seriamente?) con la precedente epoca multipolare e poi policentrica (1870-1945), si ricomincia con la frenetica attenzione rivolta alle crisi economiche; tipo appunto la stagnazione del 1873-96, le due grandi crisi finanziarie (con successivi esiti negativi sull’intera attività economica) del 1907 e 1929. Credo si debba capire che tale tipo di crisi è il risultato di superficie (il “terremoto”) dei sommovimenti più profondi (“tettonici” o come diavolo si chiamano) di tipo POLITICO e BELLICO (ad es. quelli del 1914-18 e del 1939-45). Mi rendo conto che oggi le popolazioni del primo mondo – avendo conosciuto per tanti decenni al massimo “recessioni” accompagnate però da un indubbio aumento del tenore medio di vita (pur con differenze enormi tra alto e basso) – sono più che preoccupate dei “terremoti” di superficie. Tuttavia, grave è l’assenza di forze politiche di ottima levatura e capaci quindi di afferrare la rilevanza dei sommovimenti “tettonici”, che preparano ben altri eventi.

Si facciano pure le riunioni di economisti per capire come ridurre i guai della possibile, adesso pare addirittura probabile, uscita dall’euro (dell’Italia o anche di altri?). Per carità, niente in contrario. Tuttavia, si compie un errore clamoroso se si dà credito all’accusa che i nostri guai dipendono soprattutto dal comportamento della Germania. In tal caso, ci precludiamo o comunque rendiamo meno efficace un collegamento con forze, chiamiamole ancora sovraniste per il momento, che vogliano (ma realmente però) riprendere in mano le sorti della popolazione tedesca senza più prestare servizi da maggiordomo agli Usa. Il problema cruciale è politico, lo ripeterò cento volte, non economico. Se la nuova Amministrazione trumpiana sarà realmente intenzionata e in grado di mettere un po’ sottosopra la Nato – non certo per liquidarla completamente, semmai per mutarne prospettive e strategie ancorate tuttora alla vecchia politica di “campo” contro “campo” (quello presunto socialista dei tempi che furono) – bisogna approfittarne per sondare la possibilità di mutamenti nei nostri comandi militari. Sarà poi necessario investire pesantemente i Servizi (che credo fortemente inquinati da quelli americani) e smantellare tutta una serie di organizzazioni assai ambigue: anche finto-culturali (di influenza predominante statunitense e piene zeppe di altri spioni) o filantrope (peggio che peggio) o non so cos’altro ancora.

E’ poi indispensabile porre in atto una politica estera che non si limiti a qualche affermazione di principio favorevole alla Russia, principale possibile nostro alleato (non nuovo padrone) nei confronti della prepotenza statunitense. Non è un caso che Trump abbia deciso di abbandonare l’ostilità obamiana per attuare un confronto assai più morbido con tale paese. Il nuovo atteggiamento degli Stati Uniti dovrebbe servire a rendere meno importanti per la Russia rapporti stretti con la Cina, ma anche con paesi europei (in specie dell’ovest vista la tradizionale diffidenza anti-russa di quelli dell’est). Insomma, è chiaro che una nuova politica estera dei paesi della nostra area non può essere condotta da malfidi organismi pseudo-unitari, bensì da forze politiche estremamente determinate, che riescano a scalzare (anzi a frantumare) l’attuale predominio della “sinistra” (e anche di buona parte della “destra”), la principale artefice della subordinazione agli Usa. Se un domani forze di tal genere si impadronissero del potere e annientassero le forze avverse in alcuni paesi europei (non in tutti, basterebbe in quelli più forti), esse dovrebbero stabilire reciproci contatti per una nuova alleanza in funzione di quella reale indipendenza, che manca dal 1945.

Ultima avvertenza. Smettiamola di sperare in chissà che proveniente dagli Stati Uniti. E’ perfettamente logico, e giusto, che un paese di siffatta potenza (ancora ben superiore a quella degli altri) persegua i suoi interessi. Se fossi cittadino americano, mi incazzerei nel vedere il mio governo tentennare e perdere di vitalità e forza propulsiva. Semplicemente, com’è del resto accaduto altre volte negli Usa, alcuni centri di potere ritengono ormai obsoleta e inefficiente la vecchia politica di potenza delle passate Amministrazioni. Questo, vorrei ricordarlo, è accaduto anche con Kennedy e poi con Nixon (e Kissinger, che oggi mi sembra piuttosto favorevole alla svolta di Trump). Sappiamo com’è finita allora; vedremo adesso. In ogni caso, gli Usa restano la più grande potenza e come tale agiranno o in un modo o nell’altro. Non sogniamo improbabili “ere di pace” con l’avvento di un nuovo personaggio, che non comanda da solo. Dobbiamo via via capire quali gruppi di potere hanno realmente in mano la direzione della politica di quel dato paese; e quali sono le strategie da tali gruppi predilette. Abbiamo molto da studiare.

Cerchiamo soprattutto di capire infine che prima vengono le strategie politiche, poi i mezzi per realizzarle. Per questi mezzi è certamente utile il “vile denaro”, nessuno lo nega. I più potenti sono però quelli bellici, informativi, di corruzione e infiltrazione tra le fila dell’avversario (anche qui occorrono molti “schei”, ma solo se spesi bene per personale preparato a tradire eseguendo le mosse più appropriate al tradimento), la formazione di organizzazioni pronte ai più bassi servigi come sono state tutte quelle europee fino alla ignominia completa della UE. Ecc. ecc.

AL VOTO AL VOTO (E PERCHE’?), di GLG

gianfranco

Voi già sapete cosa penso delle elezioni, che si possono senz’altro scegliere come metodo di consultazione della popolazione in condizioni di relativa tranquillità e benessere quasi generale. Non certo perché abbiano qualcosa a che fare con il “governo del popolo”. La massa dei cittadini è sempre esclusa dalla reale configurazione delle volontà decisionali, che reggono le sorti di ogni dato paese. Ripeto: in certe condizioni di tranquillità, è un metodo possibile per dare le sorti del governo a chi sa meglio imbrogliare le carte e convincere la cosiddetta “maggioranza” che si attiene alle volontà di quest’ultima, mentre invece attua le proprie.

Non mi sembra sinceramente che nell’attuale contingenza storica si sia in condizioni di tranquillità; e, detto per inciso, guardate che condizioni del genere esistevano proprio nel “nostro mondo” durante l’epoca bipolare Usa-Urss, malgrado certi imbroglioni cercassero sempre di far credere che la guerra poteva essere imminente. Era invece un’era di singolare pace per noi e di scaricamento dei conflitti, quelli sì atroci, nel “terzo mondo”. Noi si stava tra due guanciali, a parte i noti “anni di piombo”, ma anche qui con molte esagerazioni di chi si serviva degli “ultrarivoluzionari” per i propri fini di potere e di intrallazzo reciproco. Tipico esempio il caso Moro, contrabbandato per quello che non era, perché serviva solo a togliere di mezzo un intralcio al “compromesso storico” tra parte del Pci e parte della DC, agli accordi sottobanco tra quella parte del Pci e ambienti statunitensi, ecc.; insomma, serviva ad aprire la strada a tutto ciò che poi è venuto alla luce dopo il “crollo” del “socialismo reale” e che ci ha condotto al disastro attuale. Avete capito che imbroglio ci hanno propinato per decenni? E continuano tuttora, i furfantoni

Torniamo a bomba. Oggi come oggi, avremmo bisogno di metodi ben diversi dalle elezioni; necessario sarebbe l’entusiasmo di una parte decisiva della popolazione per qualche prospettiva di rinascita di un nuovo spirito. E chi se ne sbatte delle percentuali? Il 40% dei votanti, quindi al di sopra dei 18 anni? Ma va là, anche più giovani, ma soprattutto, giovani e meno giovani, incazzati di questi che ci s-governano e ben guidati da una nuova organizzazione determinata e con idee chiare sul da farsi. Malcontento ce n’è, soprattutto disistima di tutte le forze politiche, anche di opposizioni che badano solo ai voti per avere qualche posizione di potere in più e arrangiarsi con il cosiddetto sottogoverno. Tuttavia, è ancora un malcontento non indirizzato e non deciso a farla finita con i farabutti. E la prima cosa da fare sarebbe intanto cacciare a calci in culo gli intellettuali semicolti dalla TV. Per il momento, i peggiori hanno ancora in mano il bandolo della matassa.

Però proprio per questo, bisogna appoggiare chi vuole le elezioni subito; se c’è una possibilità di smascherare l’inetto e disonesto ceto politico odierno è proprio nel votarli (sperando per l’ultima volta) e nel mostrare alla popolazione tutta la loro insipienza e incapacità di andare oltre le alchimie parlamentari e simili. Per questo uno dei peggiori nemici che abbiamo è il nano d’Arcore; e chi ancora esita nel denunciarlo si rende suo complice. E’ quasi peggiore di Renzi, è il vero supporto dei governanti italiani dal 2011 in poi. Non ci si faccia ingannare dalla magistratura che ancora (appena un po’ del resto) lo tiene d’occhio; ma solo per dargli l’aureola sufficiente ad ingannare i suoi ottusi fan e a favorire gli altri politici imbroglioni di cui è circondato. Bisogna spazzare via i forzaitalioti, forse ancor più dei renziani; comunque non meno di questi.

E alle elezioni subito per mostrare infine, in tutta evidenza, come il voto non serva affatto in questa fase storica, che non è più di tranquillità; è seria, molto seria, al limite del nostro totale tracollo. Via con le elezioni e poi….. speriamo in un regolamento di conti che faccia più epoca ancora di quello dei primi decenni del ‘900. E non solo in Italia evidentemente. Occorrono anche Francia e Germania.

LE NOVITA’ POSSIBILI

gianfranco

 

 

Il 20 gennaio si è finalmente insediato il nuovo presidente Usa. Non mi soffermerò troppo sul discorso tenuto da Trump nell’occasione. E nemmeno insisterò più che tanto sulla manifestazione delle donne anti-trumpiane. Rilevo solo la novità di quanto accaduto dall’elezione presidenziale fino al giorno dell’ufficiale entrata in funzione del neopresidente. Non credo si sia mai visto il presidente uscente, e ormai privo dell’autorità dovuta, compiere una continua serie di operazioni per cercare di mettere poi in difficoltà il vero presidente nei prossimi quattro anni. Nemmeno si è mai avuto, di risposta, un discorso d’insediamento di quest’ultimo tanto netto nei confronti di buona parte dei precedenti presidenti; e senza tanto riguardo al fatto che fossero repubblicani o democratici. Anche le manifestazioni organizzate per sottolineare che non ci si sente rappresentati dal nuovo presidente, credo non siano solite nella recita americana della “più alta forma di democrazia” mai avutasi nella storia. Di solito si agisce semmai dietro le quinte; qualche presidente poi si ammazza o si mette in impeachment o qualcosa del genere, ma dopo un po’ di tempo durante il quale si finge di ingoiare il boccone indigesto.

In ogni modo, lasciamo perdere. Anche perché il sottoscritto – che pure è pronto ad ammirare molte delle novità apportate dagli Stati Uniti nella loro in fondo breve storia: dalla letteratura al cinema alla musica detta leggera, ecc. – ha sempre sorriso di fronte alla stupidità dei nostri liberali, tutti in adorazione della sedicente democrazia di quel paese. Istituzioni politiche corrotte come mai in nessun altro paese, connubio stretto tra politica e gangsterismo, spregiudicatezza massima nell’aggredire e massacrare altri popoli, nell’ordire congiure per rovesciare forme politiche di governo non gradite e non subalterne, ecc. Nello stesso tempo con la capacità, e questo è ammirevole certo, di lasciar rivelare tutte le porcherie combinate dai propri governanti, che poi comunque hanno continuato imperterriti a operare in modo delinquenziale secondo le forme denunciate appena prima da stampa e cinema. D’altra parte, questa capacità di accettare rivelazioni sconcertanti, continuando poi a commettere gli stessi misfatti, è stata favorita proprio dalla breve storia di questa nazione, dal fatto di essere un coacervo di culture e tradizioni diverse, dall’enorme potenza conquistata e infine prevalsa nel corso del XX secolo, processo che ha realizzato gli interessi e il benessere di una discreta parte della popolazione. Questa parte, in genere decisiva per la recita “democratica”, si è quindi riconosciuta in tutto quello che fanno i governanti e crede ad una simile democrazia del tutto primitiva e legata a forme criminali. Gravissimo semmai il fatto che vi abbiano creduto élite e popolazioni europee, accettando la vergognosa subordinazione subita da settant’anni a questa parte.

Lasciamo correre anche queste tristi vicende, che andranno comunque riconsiderate quando avremo a disposizione nuovi storici non sdraiati in ammirazione della parte barbara della mentalità americana; e soprattutto quando ci saremo liberati, con metodi non certo indolori, di ceti politici e intellettuali (e anche economici per l’essenziale) debosciati nel loro stendersi ai piedi degli Stati Uniti per godere delle briciole della loro ricchezza e potere. Il problema che dovremo valutare invece – ma bisognerà attendere un qualche po’ in merito a tale questione – è se quanto di “nuovo” accaduto negli Stati Uniti in questa elezione potrà avere esiti positivi per un mutamento dell’andamento ormai sempre più degradato della politica nella nostra area detta “occidentale”. Francamente, non mi aspetterei grande rigenerazione dello “spirito americano”, tanto meno una vera attenzione ai bisogni del “popolo”, cui Trump ha fatto ampio riferimento con un discorso assai ricco di retorica; del tutto normale, per carità, in discorsi del genere. I finti “democratici”, battuti nelle loro speranze che vincesse le elezioni la vecchia criminalità ormai ben nota, si sono messi a gridare al “populismo” del neopresidente. Si sono dimostrati in perfetta malafede poiché ancora più retorico e imbroglione è stato Obama (premio Nobel per la pace), che ne ha raccontate di tutti i colori; del resto, in perfetta sintonia con tutti i precedenti presidenti americani, alcuni (ma ormai tanto tempo fa) senz’altro dotati di un maggiore spessore, e tuttavia normalmente mentitori (nella loro retorica) come sempre quando si assurge alla massima carica delle istituzioni governative di un qualsiasi paese.

Un individuo dotato di buon senso, e anche di senso dell’umorismo, non potrà che ridere di fronte ai discorsi del “capo” di qualunque paese e in ogni tempo; e sia che questo “capo” sia considerato “dittatore” oppure eletto “democraticamente”. E’ più o meno la stessa cosa per quanto riguarda chi comanda: se una ristretta élite o, secondo la menzogna democratica, il “popolo”. Anzi, proprio nelle sedicenti dittature, a volte c’è un entusiasmo e una partecipazione emotiva di gran parte della popolazione (mai tutta, ovviamente) assolutamente inesistenti in coloro che vanno a votare per questo o quello senza nemmeno capire quante bugie sono state raccontate. Di conseguenza, è semplice imbroglio il sostenere che la kermesse elettorale sarebbe sempre da preferire ad una forte leadership che forza date situazioni a suo favore. Capita spesso che siano più positive le cosiddette “dittature”, supportate dal seguito e dalla devozione della parte più attiva del “popolo”, capace in tal caso di grandi spinte in avanti. I regimi detti “populisti” (o definiti con termini ulteriormente peggiorativi) hanno più volte lanciato forme di partecipazione sociale decisamente innovative e tali da suscitare quelle energie, che mai erano state messe in luce dai “rilassati” (nel senso di demotivati e disattenti) elettori nelle sedicenti “democrazie”.

Qualcuno, pensando di affermare qualcosa di ineccepibile, ha sostenuto che la “democrazia” (nulla del genere, lo ribadisco, solo una stanca chiamata alle urne) è il meno peggiore dei regimi possibili per il governo di una data società. Non è affatto una regola generale. Spesso è il violento entusiasmo di una parte soltanto della popolazione, ben guidata da capi decisi e capaci di suscitare quell’entusiasmo, a poter creare una vera svolta nella stanca storia di una società in netto declino. Spesso è stato così e credo che, nella fase storica attuale, lo sarà anche per la disfatta Europa degli ultimi decenni. O entrerà in decadenza secolare o ritroverà slanci di grande intensità senza tanti inganni detti “democratici”; e con “supremi capi” in grado di fare giustizia sommaria dei meschini saltimbanchi che la stanno attualmente deprimendo sempre più. Basta con questo grigiore; un nuova fiammata divampi in Europa. Purtroppo non credo di avere il tempo per vederla, ma la auguro ai miei amici più giovani. Sarà necessaria molta “fatica” per battere gli ottusi seguaci di quei mediocri posti al vertice sia della UE che di inetti governi nei suoi singoli paesi. Si tratta dei successori dei cosiddetti “padri dell’Europa”, che ormai sappiamo bene essere stati lautamente pagati dagli Stati Uniti per porla ai loro piedi. Non si sono potuti punire quelli che ci hanno svenduto; che almeno paghino i loro successori.

 

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Torniamo ai nostri ancora deprimenti giorni. Ci sarà una qualche svolta con gli ultimi eventi verificatisi: dalla “brexit” all’elezione di Trump? In sé e per sé non credo che simili eventi possano imprimere la più che augurabile svolta. Dopo il crollo dell’Urss e, in definitiva, della prospettiva indicata erroneamente come “socialista”, gli Stati Uniti si sono riaffermati momentaneamente quale potenza centrale e tutto sommato unica. Tuttavia, soprattutto dall’inizio del nuovo secolo, è venuta in evidenza l’impossibilità di tale paese di diventare l’effettivo centro del mondo, ormai giunto a un notevole grado di complessità. Un tempo si poteva parlare dei “tre mondi”. Sparito il “socialismo”, diciamo che per un decennio la situazione è sembrata indirizzarsi verso il predominio di un solo polo; poi, invece, si è fatto chiaro che tutto ciò non era realistico, anzi i “tre mondi” sono semmai aumentati di numero. E anche le differenze di potenzialità tra i vari “mondi” si alterano, senza però che si scorga una direzione univoca dei vari fenomeni avviati – sembra ormai pressoché sicuro – verso il multipolarismo.

In tale situazione, ormai caratterizzata dall’incertezza, i centri strategici statunitensi hanno via via applicato almeno due strategie (e forse più), l’ultima delle quali, quella “obamiana” (le si assegna sempre un nome di persona anche se ciò induce spesso in errore), era definibile con il termine “caos”. E’ stata ora considerata fallimentare. Continuo ad aver dubbi su tale conclusione, ma in ogni caso è evidente che se ne sta cercando una diversa. Malgrado la velocità e apparente fermezza con cui Trump ha proceduto ad alcune decisioni in pochi giorni, attenderei prima di lanciarmi in previsioni di qualche attendibilità. Cosa si può dire per il momento e, lo ricordo, in via di ipotesi e supposizioni più o meno attendibili?

Sembra che gli Stati Uniti intendano adesso lasciar perdere l’apertura all’islamismo “radicale”, che hanno di fatto appoggiato e finanziato. Forse sono persino responsabili (almeno “oggettivamente”) di determinati atti terroristici, assai utili a spaventare i popoli europei piuttosto impreparati, facendo sì che avessero un qualche successo determinate organizzazioni politiche del tutto favorevoli a quell’accoglimento indiscriminato di profughi (o come altro si vogliano chiamare), molto utile per il futuro al predominio dei peggiori servi degli Usa (quelli della precedente strategia). Quanto ho appena affermato potrebbe sembrare in realtà errato, poiché il terrorismo dovrebbe anzi determinare un odio verso queste migrazioni e quindi danneggiare coloro che sono ad esse favorevoli. L’apparenza credo inganni. Si tende a polarizzare l’attenzione, e dunque lo scontro, sul tema: accogliere o respingere i “profughi”? Certamente, chi si batte contro l’accoglimento indiscriminato lotta anche contro le “sinistre” accoglienti. Tuttavia, rischia di stringere ancora di più le centinaia di migliaia di nuovi arrivati attorno ad esse, che faranno del loro atteggiamento solo la mossa iniziale per reclutarli a difesa di un predominio sempre più netto, perfino in presenza di determinati slittamenti elettorali verso forze anti-sinistra. Bisogna quindi concentrare il fuoco sulle “sinistre”, sollevare l’odio nei loro confronti (e verso chi osa esserne complice, in un qualsiasi modo lo faccia, magari per il “bene della nazione” come afferma talvolta il “nano d’Arcore”). Occorre colpire a fondo i punti d’appoggio – anche economico-finanziari oltre che quelli, ormai intollerabili, del ceto intellettuale – di questa “sinistra”. E’ urgente una campagna martellante che ne metta in luce tutta l’immondizia da essa raccolta.

Forse in quest’opera di smascheramento saremo aiutati di fatto dai centri strategici trumpiani. Essi sono infatti preoccupati degli esiti della precedente strategia, che mirava ad assicurare un predominio sui paesi europei mediante creazione di timori e caos sociale, cercando inoltre di allontanarli da ogni prospettiva di migliori rapporti con la Russia tramite l’imposizione di applicare a tale paese le stesse sanzioni statunitensi di natura economica. Con ciò si sono danneggiati soprattutto i paesi europei, favorendo la crescita di forze politiche (di “destra”) che hanno mostrato benevolenza nei confronti dei russi. Il risultato della strategia obamiana è apparso alla nuova presidenza particolarmente negativo soprattutto in Medioriente. Alla fine, perfino le due subpotenze nemiche (Iran e Turchia, una sciita e l’altra sunnita) hanno ammorbidito almeno temporaneamente i loro contrasti e si sono avvicinate alla Russia. Mentre si sono inveleniti i rapporti con Israele, fino ad allora alleato sicuro e testa di ponte Usa in quell’area. A questo punto, sembra che si sia presa nettamente la decisione di buttare a mare il “terrorismo” islamico, di riavvicinarsi allo Stato ebraico e di divenire relativamente bonari verso i russi, accettando chiari compromessi in Siria (per il momento Assad può tirare un sospiro di sollievo, anche se immagino che non allenti l’allerta). Si sono così messe in confusione e quasi disperazione le forze finora dirigenti in gran parte dei paesi europei, che seguivano pedissequamente le “fobie” anti-russe della precedente strategia americana e ormai contavano di cavalcare l’immigrazione a loro favore per pestare sulle opposizioni.

Nessun timore invece per Trump. Per sua fortuna c’è stata infatti la “brexit” e adesso egli può puntare forte pure sull’Inghilterra, che avrà modo di far vedere sorci verdi alla UE. Non verranno allentati in fondo certi sostanziali legami inglesi con questa, ma si avranno mani più libere per agire da veri alfieri degli Usa nel loro nuovo modo di trattare i servi europei. Si è già visto un vero fedele agente Usa come Draghi cominciare a dire che l’euro non è un dogma intoccabile per fede. Ci divertiremo (si fa per dire) a seguire il comportamento di questi sciatti sguatteri. Certi settori di “sinistra” saranno messi in difficoltà, ma anche determinate forze politiche, che più decisamente cominciavano a guardare verso la Russia, saranno indebolite; e proprio se Trump farà veramente il “bonario” con tale paese. In ogni caso, se la nuova strategia americana riuscirà ad andare avanti, è ovvio che si creeranno scompensi e squilibri nelle varie forze politiche europee. Si aprono quindi possibilità per gli organismi sovranisti (o autonomisti, ecc.), ma bisognerà navigare tra molti equivoci, tra intricati avvolgimenti di “verità” spesso contrapposte e via dicendo. L’unico punto fermo deve essere l’attacco duro e senza remissione alle istituzioni e organizzazioni politiche europee, che da anni e anni sono scialbe e appiattite sugli ordini statunitensi; è pure indispensabile erodere tutti i loro punti di appoggio nei settori economici e nei centri di irradiazione di una cultura da debosciati, che sta distruggendo lo stesso buon senso della popolazione. Se Trump sarà deciso (se potrà esserlo sul serio), bisogna approfittare della situazione per colpire a fondo l’insieme del servitorame europeo.

 

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Per quanto riguarda la svolta rappresentata da una buona disponibilità verso la Russia e una più accentuata ostilità nei confronti della Cina, ho notato che anche altri commentatori attenti hanno avuto la mia stessa sensazione: la precedente politica anti-russa, condita con sanzioni che i servili ceti governativi europei hanno seguito andando contro i propri interessi, stava creando condizioni di obbligatoria alleanza tra Russia e Cina. L’attuale capovolgimento di posizioni tranquillizza, almeno temporaneamente, i russi e dovrebbe spingerli alla loro tradizionale scarsa fiducia nei confronti dei cinesi, che furono loro avversari perfino quando erano entrambi ufficialmente paesi “socialisti”. I dirigenti cinesi mi sembrano manifestare qualche preoccupazione; e non a caso continuano a dichiararsi favorevoli alla cooperazione con il grande paese vicino.

Interessante notare che il nuovo atteggiamento americano nei confronti della Russia ha messo in subbuglio i servitori europei, senza troppo favorire quelle forze a loro opposte che dichiarano di voler attuare una politica amichevole verso i russi. All’apparenza, l’atteggiamento trumpiano favorisce le opposizioni all’establishment della UE e dei suoi governi; in realtà, esse potranno contare meno sul loro diverso atteggiamento verso la Russia, un po’ meno interessata ai rapporti con l’Europa, almeno a quelli politici, fin quando continuerà la distensione con gli Stati Uniti. E’ indispensabile che le forze contrarie alla UE, e ai governi a questa sottomessi, rilancino con più forza e novità politiche veramente indipendentistiche e di rinascita; e questo soprattutto in alcuni paesi europei che hanno conosciuto in passato una notevole potenza, da recuperare se non altro parzialmente, ma in buon misura.

Meno chiara al momento la strategia americana di riavvicinamento ad Israele e il riaccendersi dell’ostilità nei confronti dell’Iran. Dubito che si possa tornare del tutto al passato, tanto più che se veramente si vuol finirla con l’islamismo tipo Isis (e simili) sembra contraddittorio inimicarsi proprio gli sciiti iraniani. Tuttavia, si dà meno importanza alla questione religiosa e maggiore alla crescita dell’influenza politica di questo o quel paese, in specie in aree che sono di difficile controllabilità da parte degli Usa. Forse si vuol tornare ad avere Israele come importante asse di stabilità della zona, cercando inoltre di allontanare nuovamente fra loro due subpotenze quali sono la Turchia e, appunto, l’Iran. La precedente strategia aveva portato negli ultimi tempi ad un riavvicinamento tra le due, certamente accettato “obtorto collo” da entrambe. E con le due aveva stabilito rapporti “amichevoli” (anche questi tutt’altro che assai sentiti, soprattutto dai turchi) la Russia; ricordiamoci del recente incontro a tre. Tutto da sondare e seguire attentamente nei prossimi tempi.

Per concludere, debbo rilevare che si stanno diffondendo strane idee in merito all’indubbia svolta rappresentata dall’elezione presidenziale americana. Da una parte si sostiene una rinascita pericolosa del cosiddetto “populismo” in “occidente”. Del tutto banale la denominazione dell’avvento, nella prima metà del secolo XX, di fascismo e nazismo, da una parte, e del sovietismo, dall’altra. Siamo ancora in attesa di una più puntuale e finalmente meditata riflessione e valutazione di quei rivolgimenti, che erano di fatto risposte diverse – e in paesi a differente sviluppo industriale – alla fine della prima fase di ascesa della formazione sociale detta capitalistica, che era stata realizzata da quella “classe” definita borghese, in realtà già in piena crisi a cavallo tra ‘800 e ‘900 in seguito al declino della potenza inglese (il primo paese capitalistico sviluppatosi nel mondo). Lasciamo per il momento perdere la questione, solo sottolineando come certi storici insistano in definizioni, che ormai sono obsolete e non aiutano per nulla a comprendere infine il carattere dei sommovimenti sociali di quel periodo.

Egualmente errata mi sembra l’interpretazione della nuova strategia americana che si sta profilando. Si sostiene che l’intenzione di Trump sia di tornare ad un antico amore, l’isolazionismo. Bisognerebbe anche studiare il vecchio isolazionismo per capire se veramente era tale; ne ho molti dubbi, ma sorvoliamo. Prendiamo in considerazione, come esempio della tendenza messa in luce da Trump, la decisione di far saltare il trattato transpacifico dopo che di fatto, soprattutto per ostilità tedesca, era stato abbandonato quello transatlantico, pur esso desiderato dalla precedente Amministrazione Obama. La misura di Trump è stata presa come contraddittoria rispetto alla nuova ostilità manifestata verso i cinesi, perché l’eliminazione di TTP favorirebbe questi ultimi nel commercio soprattutto verso l’area asiatica. Non si capisce allora come mai il presidente cinese al recente Forum di Davos abbia, un po’ comicamente in verità, inneggiato alla globalizzazione (che in buona parte era fantasia degli economisti liberisti) e ritenga quindi un “errore” la scelta antiglobalista del neopresidente. In genere, si definiscono errori le decisioni altrui che vanno contro i propri interessi.

La Cina non faceva comunque parte di quel trattato che prevedeva la liberalizzazione degli scambi commerciali in una vasta area asiatica. Prima di decidere che cosa è veramente favorevole o dannoso per la Cina, attenderei che si metta veramente in moto – ammesso che effettivamente lo sia – la nuova strategia che dovrebbe essere svolta durante il prossimo quadriennio. Del resto, anche certe decisioni prese dal neo presidente lasciano perplessi; non perché personalmente sia indignato o entusiasta d’esse. M’interessano invece del tutto oggettivamente e freddamente quali sintomi di possibili svolte, che andranno allora adeguatamente analizzate e capite nelle loro finalità e negli effettivi risultati raggiunti. Alcune mosse potrebbero sembrare tese ad esasperare e a far gettare ancor più la maschera ai centri di potere (non solo democratici ma pure repubblicani), che si sono rappresentati nelle passate presidenze (almeno da Bush padre in poi) con i loro fan “radical chic” o “politicamente corretti” (e corrotti), in modo da sollevare infine contro di loro la cosiddetta “America profonda”. Ma sarà proprio così? Non credo sia al momento realistica una risposta; l’unica cosa di cui sono convinto è che sia un grave errore farsi trascinare all’appoggio sviscerato a Trump dal fatto che indubbiamente, almeno per me e chi la pensa come me, quelli che definisco semicolti sono il peggio (per stupidità, amoralità, assenza di qualsiasi senso d’umanità quale carattere reale di ciò che si definisce “buonismo”) di quanto si sia mai visto fin qui nella storia.

 

Insomma, alla fin fine, debbo concludere questo un po’ lungo intervento lasciando aperti molti punti interrogativi e puntualizzando ipotesi del tutto incerte. Mi sembra d’altronde che s’imponga oggi il massimo realismo possibile. Secondo me, comunque, una nuova fase si va aprendo.

 

 

Degenerazione

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Il politicamente corretto è il frutto avvelenato della degenerazione di grandi idee del passato, ormai esaurite dal processo storico e dai mutamenti sociali. Sono idee che hanno definitivamente perso il loro contenuto e si sono allontanate dalle realtà divenendone, persino, la sua negazione. Come quelle comuniste (o liberali). Tali concetti, che avevano un senso ed una forza nell’epoca precedente, sono diventati la spazzatura del presente, il cumulo di rovine che sbarra il passo a più fresche ed urgenti interpretazioni del mondo, confacenti ai cambiamenti in corso. Su questi pensieri marciti fondano il loro potere oligarchie politiche e cricche intellettuali zombificate le quali non vogliono arrendersi al destino di essere sotterrate per sempre da rinnovate energie vitali. La loro resistenza reazionaria si basa sull’imposizione di modi comportamentali che non corrispondono alle esigenze generali dei tempi e degli uomini, alla voglia di riscatto dei popoli e dei corpi sociali, ai bisogni culturali degli individui e dei gruppi. Queste combriccole dominanti vogliono relativizzare tutto ciò che affonda nella coscienza dei soggetti da secoli per predisporli alle peggiori abiezioni spirituali. Al fine manipolarli meglio e tenerli in un mondo di tenebra. Chiamare, ad esempio, diritti civili le sfilate di depravazione Lgbt fa parte del loro inganno. Battezzare come legittime proteste di piazza lo scassamento di vetrine ed il disturbo alla quiete pubblica, perché non si gradisce un risultato elettorale, anche. Autorizzare invasioni di stranieri per imporre stili di vita sradicati, peggio ancora. Non sorprende, pertanto, che precedenti e giustissime battaglie di massa per la libertà, l’uguaglianza, la solidarietà, la sessualità e la tolleranza si siano trasformate nel loro opposto, in altrettante intimazioni coercitive con le quali comprimere gli impulsi realmente trasformativi del periodo in avanzamento. Libertà, uguaglianza, tolleranza obbligatorie sono, appunto, gli strumenti utilizzati dai guardiani del politicamente corretto per perpetrare il loro totalitarismo asfissiante, rivestito di bieco buonismo. Tuttavia, costoro ed il loro avvizzito apparato ideologico periranno perché nessun crepuscolo dura per sempre e l’alba di un nuovo giorno spunta già all’orizzonte. Coraggio.

Max Nordau
Degenerazione
Un periodo storico giunge sommessamente alla fine, e un altro si annuncia. Si fa uno strappo alla tradizione e il domani sembra non volere più avere alcun rapporto con l’oggi. Ciò che esiste vacilla e cade; si lascia che rovini perché se ne è sazi e si crede che non valga la pena fare uno sforzo per conservarlo ancora. Le opinioni che fin qui dominavano gli animi sono morte, oppure bandite come tanti re detronizzati: eredi legittimi e presunti lottano per averne l’eredità. E intanto domina un interregno con tutti i suoi orrori: confusione dei poteri, la folla incapace di scegliere un partito perché privata dei capi, i soprusi dei forti, la comparsa di falsi profeti, oligarchie che tramontano in fretta, e che proprio per questo sono ancora più tiranniche. Gli sguardi si volgono ansiosi verso il nuovo che deve venire, ma non sanno neppure da quale parte aspettarlo e in cosa dovrebbe consistere. Nella folla dei pensieri si spera che l’arte sappia dare qualche informazione sull’ordinamento che farà seguito a tutto il caos. Il poeta, il compositore, devono rilevare, o indovinare, o per lo meno lasciare capire, sotto quali forme si svilupperà l’etica. Cosa significherà domani la parola morale, la parola bello? Cosa sapremo, cosa crederemo, per quale cosa proveremo entusiasmo, in che maniera godremo? Ecco ciò che si chiede, a mille voci, dalla folla; e là dove un ciarlatano apre la sua baracca sostenendo di avere la risposta, là dove un pazzo o un impostore incomincia improvvisamente a fare il profeta in versi o in prosa, con la musica o con la tavolozza, o dicendo di essere artista in modo diverso dai suoi predecessori e concorrenti – ecco accalcarsi la folla, che lo circonda – come negli oracoli di Pitia – che cerca di indovinare un senso in ogni sua azione, di interpretarlo – e quanto più tali azioni saranno prive di senso, tanto più quelle povere menti bramose di rivelazioni le riterranno altrettanto più sicure dell’avvenire e le interpreteranno con tanta maggior avidità, con tanta maggior passione.
Questo è lo spettacolo offerto dalle passioni umane sotto la luce rossa del crepuscolo dei popoli. Le nubi ammassate fiammeggiano in quella vampa bella, ma inquietante, che fu osservata per anni dopo l’eruzione del Krakatoa. Tenebre sempre più fitte si distendono sulla terra, avvolgendo le immagini in una misteriosa oscurità che distrugge tutte le certezze e lascia il campo libero per ogni supposizione. Le forme perdono i loro contorni evaporando come nebbia che scompare. Cala la sera; si avvicina la notte! I vecchi la guardano trepidanti poiché temono di non vederne la fine. Pochi giovani e robusti sentono la vita scorrere in tutta la sua pienezza nelle vene e nei nervi, e aspettano felici l’arrivo del sole. Ecco i sogni che si succedono nella notte fino allo spuntare dell’alba: per i vecchi, memorie dolenti, per i giovani, speranze ardite, e la forma sotto cui questi sogni colpiscono i sensi sono le creazioni artistiche dell’epoca.

TRA IL DIRE E IL FARE….., di GLG

gianfranco

 

“Il nostro programma è uno soltanto. Noi vogliamo abbattere la globalizzazione, noi vogliamo il protezionismo per le nostre aziende e punire chi delocalizza, noi vogliamo combattere per i diritti dei lavoratori, per il salario dignitoso, noi vogliamo la sovranità politica e monetaria, noi siamo il popolo e col popolo, contro i mercati finanziari ma per i mercati rionali. Oggi non esistono più destra e sinistra, oggi esistono chi sta col popolo e chi sta col grande capitale. E noi siamo i nemici del grande capitale. Noi vogliamo un esercito forte. In politica estera noi vogliamo la sovranità rispetto alla UE, noi vogliamo un’alleanza con la Russia e non la servitù della Nato.
Sull’immigrazione noi vogliamo il blocco navale, chiudere le frontiere e l’espulsione di tutti i clandestini. Noi fermeremo l’invasione e non permetteremo la sostituzione etnica. Noi vogliamo che le famiglie italiane abbiano più figli e daremo incentivi economici.
Questa è Italia sovrana. È l’inizio di una rivoluzione nazionale. Chiediamo agli italiani di darci il 40% per portare le nostre idee al potere”.

Queste sono parole della Meloni all’odierna manifestazione a Roma. Nella sostanza, e non volendo sottilizzare troppo soprattutto in questa disgraziata fase storica, si tratta di propositi non disprezzabili. C’è soltanto un “ma”. Non si può chiedere il 40% + 1 dei voti per realizzarli. Intanto, si può avere la netta contrarietà del 60% – 1. E poiché ogni 5 anni si vota (ammesso che l’avversario non riesca a sottrarti parlamentari eletti con te e farteli votare contro in Parlamento, quest’“aula sorda e grigia” com’è ben noto), tu devi stare attento ai mutamenti “d’umore” della cosiddetta opinione pubblica, che è quanto di più volatile ci sia (anche questo dovrebbe essere ben noto a chi ha memoria storica). E allora ci possono essere incertezze; alcuni parlamentari, pensando alla zona dove sono stati eletti e in cui si ripresenteranno dopo 5 anni, cominceranno magari a tentennare, a fare discorsi un po’ “strani” e contorti, non volendo appunto scontentare i propri elettori che hanno un po’ mutato le loro idee, ma nemmeno i vertici del partito che ti deve ricandidare. E dunque si ricomincia con le pantomime e le giravolte, che hanno caratterizzato la vita di tutte le nazioni cosiddette “democratiche” da tempo ormai quasi immemorabile.

In genere, è invece necessario che una élite, dotata di simili propositi, approfitti di una situazione in cui il malcontento si fa sempre più consistente, in cui fette non indifferenti di ceti “popolari”, e anche “medi” in fase di impoverimento, si vanno incattivendo. Bisogna quindi organizzare tutto quanto è necessario per approfittare di un’occasione che faccia fare un salto al malcontento e incattivimento in questione; e a quel punto ci si muove per occupare il complesso degli spazi in quelle date istituzioni, creandone poi di nuove e idonee allo scopo. Ci si scontrerà però, e non certo con semplici discussioni da bar, con le istituzioni esistenti e con chi ci vive e ne approfitta, comodamente assiso in esse. Bisogna conquistare il favore di determinati organismi appositamente creati per il sedicente “mantenimento dell’ordine”, convincendone una parte decisiva a difendere un ordine diverso. E se queste forze non sono “mature” per accettare un cambio di indirizzo, bisogna riuscire a sconfiggerle con le “tue truppe” e a creare nuovi organismi di “mantenimento dell’ordine”. E…. non continuo, spero abbiate compreso che parlare in una piazza a coloro che già stanno con te, ma che non vogliono rischiare un solo pelo della loro tranquillità di vita, è una cosa; realizzare determinati progetti – lo ripeto, approvabili nella sostanza – è cosa totalmente, stellarmente, differente.

I progetti manifestati dalla Meloni, non si realizzeranno stabilmente con il 40% dei voti (che poi temo siano un sogno per non so quanti anni ancora). Certi discorsi servono solo a rendere soddisfatti quelli che già ti votano, avere magari voti in più e dunque un po’ di udienza in più presso le stesse istituzioni e l’identico sistema politico, che ci hanno condotto a questa situazione di disastro e di disfacimento anche culturale. Occorre una vera “rigenerazione” e non si ottiene con le parole utili ad “infiammare” i tuoi abituali sostenitori. Comunque, prendiamo atto che ci sono dati mutamenti d’opinione, qualcosa di nuovo sembra serpeggiare. Va bene, seguiamo lo sperabile montare di rabbia e volontà di sbarazzarsi di questi mediocri, e anche imbroglioni, che pullulano nel mondo politico odierno. Per non parlare di quello detto intellettuale, che desta stupefazione ogni giorno di più per la sua arroganza unita ad una pochezza epocale. Può essere che il clima stia mutando, in modo però ancora molto incerto e non deciso. Comunque seguiamone l’evoluzione.

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