MEDITATE GENTE, MEDITATE, di GLG

gianfranco

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Questa volta si potrebbe certamente approvare quasi tutto quello che scrive Sallusti. Tuttavia, deve essere chiarito un punto molto importante. Il quotidiano è di fatto l’organo di Forza Italia, ma soprattutto del suo fondatore Berlusconi (che oggi ha contrasti con alcuni dirigenti del partito). Allora deve essere rifatta la storia di questo personaggio. Partiamo da “mani pulite”, operazione non pulita di scardinamento del regime in auge nella prima Repubblica (in specie la maggioranza Dc e il Psi craxiano) condotta su spinta americana e utilizzando il “pentito” Buscetta. L’intenzione, chiara fin dall’inizio, era di consegnare il potere ai post-piciisti (avendo come appendice la “sinistra” democristiana); in particolare a quella parte del Pci ormai maggioritaria, che aveva trattato segretamente il cambio di campo fin dalla fine degli anni ’60 e inizio ’70 e che si smascherò completamente nel momento in cui implosero il “socialismo reale” e l’Urss. La manovra giudiziaria fu condotta con la presenza di un magistrato molto amico dei Servizi Usa, bloccò ogni azione del tutto possibile contro il Pci (la magistrata Tiziana Parenti fu impedita nel suo lavoro), mentre si accanì in particolare contro Craxi e Andreotti. I post-piciisti erano ormai i più servili referenti che gli Usa potessero avere in Italia; e a loro s’intendeva consegnare il governo.

Berlusconi, che aveva avuto ottimi rapporti e aiuto da Craxi, di fatto lo tradì (sua evidente abitudine) e, in un primo tempo, fu favorevole (anche con le sue catene TV) a “mani pulite”. Per motivi non chiari (almeno per me) il “genio” D’Alema (considerato da palesi scervellati come un nuovo Togliatti; da rabbrividire!) ebbe l’idea di attaccare duramente l’imprenditore e disse che lo si sarebbe ridotto all’accattonaggio. Per difesa, l’uomo d’Arcore affermò che avrebbe appoggiato qualsiasi movimento capace di opporsi all’ex Pci e rimasugli diccì (e ai socialisti che seguirono Amato nell’abbandonare Craxi). A gennaio del 1994 si firmò l’accordo Maroni-Segni (Mario) – qui – che Bossi fece saltare in 24 ore. Berlusconi annunciò così la sua diretta entrata in campo. Nel marzo ci furono le elezioni e saltò il disegno di affidare il potere a ex piciisti e sinistri diccì. Berlusconi si prese tutti i voti democristiani e socialisti che la brutta sorte dei due partiti aveva messo in libertà. Da allora inizia quel quarto di secolo di tormentata e scadentissima storia politica d’Italia, non ancora finita. Si alternano al comando post-piciisti e berlusconiani, si verificano continui tradimenti tra le fila di questi ultimi sempre sotto tiro da parte di ambienti esteri (statunitensi di fatto), che non si fidano troppo dell’ormai ex imprenditore. In effetti, questi – per suoi interessi – sviluppa a volte una politica da giudicarsi (da parte nostra) positiva, che apre alla nuova Russia in ripresa; ciò si verifica soprattutto tra il 2003 e il 2009. Egli è però sempre sottoposto a forti pressioni e probabilmente minacce da oltreatlantico; e infine cede su punti essenziali nel 2011 (facendo saltare quel debole ma presente asse Mosca-Roma-Tripoli), fra l’altro tradendo ancora più gravemente Gheddafi rispetto a ciò che aveva fatto con Craxi. E quando cede totalmente agli Usa lo fa proprio con Obama, la cui Amministrazione attua quella diversa strategia (anche verso l’Europa), che sarebbe continuata (anzi accentuata) se avesse vinto la Clinton; mentre adesso potrebbe comunque esserci un qualche mutamento d’essa, che tuttavia non riporterà a galla quella di Bush jr.

Dopo queste schematiche note su quanto accaduto in tutta una pessima fase della nostra storia, rinnovo quanto detto all’inizio sul fatto che si potrebbero approvare molte o quasi tutte le affermazioni di Sallusti. Solo a un patto però: che venga con chiarezza avvertito Berlusconi di smetterla con i suoi doppi giochini (perché si tratta di operazioni miserabili). Il Pd, che sia quello di una volta degli ex piciisti o quello attuale del “bamboccione toscano”, è quanto di peggio esista in questo paese, è stato il principale referente (nel ruolo dello sguattero) degli ambienti obamiani e clintoniani. Adesso tenterà di riprendersi dallo choc “trumpiano” adeguandosi alla nuova situazione, ma è inaffidabile, è il rappresentante di gruppi politici e industriali (più ancora di quelli finanziari) italiani di tipo “badogliano”, antinazionali per eccellenza. Bisognerebbe (ma non accadrà) che i seguaci di Berlusconi gli facessero capire che non lo seguiranno più se non abbandona il suo atteggiamento ambiguo, mettendo in riga (o abbandonando in modo esplicito) quelli che si comportano come i Gianni Letta, i Confalonieri, ecc. E ritiri la sua fiducia ad un Parisi.

E’ appena il caso di ricordare che questi stupidi definiti di “destra” devono dismettere un anticomunismo da ignoranti totali. Certamente è tutta da rivedere la storia del preteso comunismo, che per la verità non c’è mai stato se non come sbornia ideologica. Tuttavia, la Rivoluzione sovietica (e altre similari), così come la Rivoluzione francese del 1789 (anch’essa non realizzatrice di ciò che dichiarava di voler conseguire), sono eventi da valutare criticamente ma afferrandone gli effettivi contorni, per null’affatto tutti negativi; manifestare un viscerale rigetto di quelle esperienze è di una ignoranza e stupidità oltre ogni limite tollerabile. Non accetto simile atteggiamento nemmeno nei confronti del nazifascismo. E’ ora di valutare la storia di date esperienze – da ritenere però finite, smettendola di nutrire insulse nostalgie – con disamine critiche dotate di buona profondità e conoscenza dei loro reali intendimenti, dei risultati conseguiti e di quelli malamente realizzati in una direzione spesso diversa da quella dichiarata (e talvolta anche perseguita in buona fede). Non è un caso che, almeno dagli anni ’70 in poi, il sedicente antifascismo sia stato il peggiore nemico di tutti coloro che vorrebbero affrancarsi dalla servitù agli Stati Uniti.

Questo antifascismo del tradimento – che si serve anche delle altre demenziali accuse di antiprogressismo, di razzismo, ecc. per mettere all’indice tutti quelli che si oppongono al suo spirito di abietta subordinazione – è ormai il principale ostacolo sulla via del nostro affrancamento e di una riconquista della nostra autonomia. Bisognerà combatterlo e sapere che lo si potrà vincere solo con la giusta dose di “energia” (con tutte le conseguenze del caso, non sempre piacevoli). E si cerchi di afferrare cosa significa – dopo aver visto le manifestazioni scomposte di questi “antifascisti” alla vittoria di Trump – il termine “energia”. Altro al momento non dico se non…..“meditate gente, meditate”.

NON ARRETRIAMO, di GLG

gianfranco

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quest’individuo cerca di ragionare e di accaparrarsi simpatie verso i simili a suo nonno. Si svela miseramente nel finale per quello che è. Non è stata la finanza a creare quel mondo “bastardo” che abbiamo sotto gli occhi, ma proprio la politica coadiuvata dalla “loro” (in)cultura. Della politica, e delle strutture sociali, ma anche geopolitiche, che la sorreggono, avremo modo di parlare in continuazione nei mesi prossimi. Il problema, oggi, di fronte alle manifestazioni di livore e ottusità che stanno dando i semicolti è un po’ diverso. Non ci si è resi conto, e ancora oggi non stiamo interpretando bene quell’epoca, che cosa è veramente stato di degradante e degenerativo il movimento dei sessantottardi (cui certo ha partecipato, ignara, anche “brava gente”), poi seguiti dai loro “figli” ancora peggiori di loro.

Sembrava una rivolta contro il potere arrogante costrittivo di una certa classe dirigente. E lo è stato per certi versi; e la “brava gente” fu ingannata proprio da questo fatto. Solo che chi muoveva le fila erano gruppi politici che stavano premendo per una nuova fase di arrogante potere da parte di altri ceti dominanti; e si servivano di figli del ceto medio diretti da capetti ambiziosi e smaniosi di sostituire i preminenti di allora, anche nei mezzi di comunicazione di massa. Se ci sono riusciti, è appunto perché sono divenuti i portavoce culturali dei nuovi gruppi di potere in ascesa. Pensate a chi erano e dove erano nel ’68 e seguenti i Michele Santoro, i Gad Lerner, i Paolo Mieli e via dicendo.

E pensate ai fautori del potere agli operai come i Tronti, i Cacciari, gli Asor Rosa; e naturalmente gli Umberto Eco. E non sto ad elencare decine e decine di altri. Nessuno sostiene che fossero (e siano) stupidi e ignoranti; non è questo il significato del termine semicolti. Questi intellettuali, ma ancor più quelli che hanno figliato, non avevano affatto (forse all’inizio, ma per pochissimo tempo) un interesse al “miglioramento” della società. Volevano semplicemente il potere (mediatico) per loro, dominare nella stampa, in TV, nell’editoria (e ovviamente nelle Università come fucina di “utili idioti”). E per fare questo si sono tranquillamente “dati” (vedete, uso termini gentili, non venduti o simili) ai nuovi gruppi di potere; e non tanto a quelli, ad es., dell’industria “pubblica”; no, proprio ai privati, a quelli che ho spesso chiamati “cotonieri” (e mi auguro che ci si ricordi cosa intendo con tale termine, rifacendomi al periodo sfociato nella guerra civile americana).

Questi “cotonieri” hanno vinto in Italia a differenza di ciò che accadde negli Stati Uniti. Ma era logico; quel paese non a caso diventò il predominante nel mondo, noi siamo servi suoi da settant’anni, proprio grazie alla vittoria di questi ceti. Quel po’ di gruppi autonomi (si pensi, come nomi rappresentativi, ai Mattei, agli Ippolito, ecc.) sono stati sbaragliati (addirittura magari accoppati o incarcerati). E i “cotonieri” si sono saldati con i gruppi politici più servili verso gli Usa (soprattutto quelli che condussero al cambio di campo dei piciisti) e con questi piccoli ambiziosi di intellettuali, che hanno “svecchiato” in certi casi una cultura rimasta un po’ fossilizzata, ma per poi aprire la strada a tutte le “libertà” totalmente e semplicemente disgreganti. E la sedicente cultura si è fatta strumento della riduzione delle società europee a pura “pappa” inconsistente e gelatinosa, in piena genuflessione rispetto ai poteri Usa predominanti. Questa cultura ci ha martellato per mezzo secolo, con accentuazione nell’ultimo quarto (in Italia, dopo la fine della prima Repubblica). Tuttavia, la cultura sessantottarda, in fase di accelerata degenerazione ulteriore, ha creato anche possibili crisi di rigetto, che forse possono venire a galla, scalzando così i semicolti. Questo li sta facendo impazzire. Non faccio qui previsioni, ma dico solo che se cediamo ancora di fronte a questi degenerati, siamo persi per sempre. La faccenda sarà molto lunga.

IL (COSIDDETTO) POPULISMO VISTO DA UN LETTERATO

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Si è parlato tanto e magari a sproposito del cosiddetto populismo (politico) e la vittoria di Trump alimenterà ancora di più la propaganda dei gruppi dominanti tesa a dimostrare quanto siano pericolose le idee e i programmi che a esso fanno riferimento. Ne abbiamo parlato anche su questo blog; in un articolo abbiamo affermato che la nuova dicotomia politica fondamentale, almeno in occidente, sarebbe quella che contrappone  neoliberalismo e populismo, con la cosiddetta “sinistra” (liberale) che costituirebbe soltanto una appendice della prima tendenza. Raramente, nei media in mano ai poteri forti, si può leggere qualcosa che vada oltre le banalità, il conformismo e i ragionamenti tendenziosi degli intellettuali prezzolati e venduti all’establishment. E’ il caso, forse, di un articolo di Gabriele Pedullà (1) uscito sul Sole 24 ore del 06.11.2016. Il critico letterario nel suo intervento afferma che se

<< c’è un populismo della cui esistenza sicuramente non possiamo dubitare, perché ogni giorno parla con la voce di un Nuovo Senso Comune, questo è il populismo estetico. Fenomeno trasversale, il populismo estetico infiltra a ogni livello il discorso dei media e domina le sparate dei politici in occasione della scomparsa degli eroi della cultura di massa. Evviva i funerali di Stato per Mike Bongiorno! Che noia Antonioni! Il graphic novel è il solo futuro del romanzo! I veri poeti sono i cantautori! La gastronomia è la più alta forma di cultura contemporanea! Vogliamo Barabba! E così discettando.>>

Pedullà continua ricordando che per il populismo estetico la maggioranza ha sempre e comunque ragione, non c’è

<<alcuna ascesa spirituale da compiere (per esempio come autoeducazione alla varietà o alla storicità del gusto). Da qui alla rivolta contro le élite culturali il passo è breve: sino all’intolleranza verso qualsiasi forma di complessità. Vox populi, vox dei, semplicemente.>>

Certo noi potremmo dire che le “élite culturali” dell’epoca presente sono probabilmente tra le peggiori che la storia moderna ricordi; però è vero che esiste una scarsa propensione a pensare con la propria testa e in certe categorie sociali un disprezzo per la scienza, la filosofia e il pensiero, comunque intesi, che dà veramente fastidio. Negli ultimi anni, osserva ancora il professore, avremmo anche assistito alla perniciosa saldatura tra il populismo estetico e l’anti-populismo politico che avrebbe prodotto “una sorta di nuovo mainstream ideologico, che si può riassumere nella formula di anti-populismo populista”. Pedullà prova a darne una sorta di definizione:

<<lo si potrebbe definire quella forma di (apparente) schizofrenia per cui, proprio coloro che mettono quotidianamente in guardia lettori ed elettori contro la minaccia delle forze anti-sistema, non perdono occasione per farsi grancassa dell’insofferenza dei consumatori più corrivi verso qualsiasi forma di arte sofisticata. Con uno strano cortocircuito, lo stesso popolo al quale non vanno delegate le decisioni importanti (come in non pochi hanno sostenuto in occasione della Brexit) diventa invece l’unico giudice attendibile in materia di arte, cinema, musica, letteratura. Le ragioni del populismo estetico delle élite possono essere molteplici. Da parte dei politici è spesso soltanto un modo per ampliare il consenso, nel tentativo di mostrarsi più vicini agli elettori (un poco come non indossando la cravatta). O, ancora peggio, si tratta di una riedizione del vecchio principio di Governo che prescriveva di erogare in abbondanza intrattenimenti di bassa lega alle plebi urbane (panem et circenses o, nella versione appena più efferata dei Borboni di Napoli, «feste, farina e forca»).>>

Il rapporto stretto e solo “apparentemente inconciliabile” (solidarietà antitetico polare ? Forse no) tra anti-populismo politico e populismo estetico si basa, secondo il critico, sul fatto dell’avere in comune

<< un medesimo rifiuto delle alternative al presente. Ci collochiamo dunque all’opposto del modernismo novecentesco, segnato da una proiezione verso il futuro che si manifestava anzitutto nella richiesta ai lettori di andare oltre se stessi, per esempio sforzandosi di capire le ragioni di un’opera che di primo acchito può apparire incomprensibile, repulsiva o dissonante. Nelle parole del più acuto teorizzatore del modernismo, Theodor Adorno, tutta la grande arte porterebbe in sé un tasso di negatività che non può, né deve, essere completamente risolto perché il suo compito è piuttosto quello di contestare l’ordine esistente, in qualche modo perpetuando anche nella soddisfatta società del benessere un’insopprimibile tensione utopica.>>

Chi segue questo blog, e chi ci scrive, sa come abbiamo continuamente rimarcato la necessità di prendere atto della caduta delle grandi illusioni del novecento ed è per questo che non abbiamo nessuna simpatia per coloro che vogliono continuare a credere in prospettive storico-sociali che risultano ormai del tutto improponibili e infondate. Personalmente, però, ritengo – e si tratta di una mia personale “tensione” che è “simpaticamente” tollerata, ma anche in parte condivisa, da Petrosillo e La Grassa – che una certa attenzione per la nostra dimensione “spirituale” (intesa  in  senso lato), attraverso la quale ci caratterizziamo comunque in quanto esseri umani, possa portare ad infrangere le barriere che ci portano a prediligere l’utile, il benessere materiale e, di conseguenza, ad alimentare in noi lo spirito servile il quale ci esorta anche a rinunciare ad affrontare quelle  paure e quei dolori che il portare  avanti le nostre convinzioni può comportare. Nell’articolo, poi, il docente ribadisce che dal punto di vista del populismo estetico e  dell’anti-populismo politico

<< il presente (il gusto di oggi, la politica di oggi) viene postulato come immodificabile nei suoi tratti fondamentali. Se le cose stanno così, ogni alternativa allo status quo assume i caratteri di una minaccia da combattere o (nel caso dell’arte meno convenzionale) da ridicolizzare. Così facendo, nei suoi interpreti più aggressivi il nuovo mainstream dell’anti-populismo populista finisce dunque per contestare uno dei tratti fondamentali di qualsiasi scelta politica ed estetica – la pluralità delle opzioni – nel nome di un unico buonsenso: popolare o tecnocratico ma comunque e sempre “naturale”. L’anti-populismo populista non ammette infatti alcuna replica alle proprie certezze.>>

Pedullà ha anche il buon gusto di rilevare, parzialmente, un fenomeno di cui ha parlato più volte, estesamente, La Grassa: “il trionfo planetario del Capitalismo” si compie contemporaneamente al tracollo del “sistema di valori” della “borghesia” ovverosia, nel nostro linguaggio, il capitalismo “borghese” dei tempi di Marx ha lasciato posto ad una nuova forma della società capitalistica, ad una transizione verso un articolazione diversa dei suoi rapporti sociali fondamentali. Senza affermarlo esplicitamente il docente di letteratura introduce, inoltre, verso la fine del suo intervento una sorta di distinzione tra populismo di “sinistra” o, comunque “antisistemico”, e populismo di “destra”, per usare una terminologia vecchia ma ancora in voga. Nel primo caso

<<la critica senza compromessi del presente non viene condotta infatti nel nome di una presunta saggezza popolare e non alimenta nessuna forma di anti-intellettualismo; al contrario, la lotta al presente si fonda su saperi estremamente sofisticati e sull’invito a guardare oltre la superficie delle cose: ovvero, come si diceva una volta, a demistificare la cultura naturalizzata (e qui la radice marxista di questa posizione appare con speciale chiarezza). Con l’insistenza sulla necessità che persino i soggetti della critica imparino a trascendere i propri pregiudizi>>.

Nel populista conservatore e autoritario invece

<< la costruzione di uno speciale filo emotivo con i propri sostenitori passa infatti sempre più spesso anche dal richiamo a esperienze estetiche condivise, che cementano l’identificazione tra la massa e il leader. È il caso di Podemos e di Pablo Iglesias, il quale inaugura e conclude ogni comizio evocando “Il trono di spade” [una serie letteraria e televisiva fantasy di grande successo.N.d.r.]. In questi politici la polemica contro la casta, secondo la dialettica alto-basso, viene così a fondarsi anche sulla contrapposizione tra due culture alternative (e mutualmente esclusive).>>

L’articolo si conclude paragonando le concezioni semplificate e onnicomprensive di populismo  con la maniera in cui è stata utilizzata strumentalmente per decenni la

<< categoria di totalitarismo, nella quale comunismo sovietico e nazi-fascismo italo-tedesco venivano a confondersi in una notte dove tutte le vacche sono grigie. Invece, per dire di no ai veri populismi, distinguere rimane essenziale>>.

Si tratta di una conclusione decisamente deludente; seppure in una maniera diversa rispetto alla tradizione l’autore dell’articolo non se la sente di rinunciare a riproporre la dicotomia destra-sinistra, anche se riverniciata per renderla di nuovo un poco più appetibile, nello spirito di quel liberalismo di sinistra che dopo il crollo delle grandi ideologie socialiste e comuniste ha trovato in John Bordley Rawls il suo padre fondatore.

 

(1)Pedullà Gabriele è uno scrittore e critico letterario italiano (n. Roma 1972). Docente di Letteratura italiana contemporanea all’Università “Roma tre”, è alla guida della redazione de Il Caffè illustrato (bimestrale di letteratura, critica letteraria, illustrazione e arte visiva fondato nel 2001 e diretto da W. Pedullà) e collabora a FilmCritica (rivista di critica cinematografica). [Dal sito della Treccani in internet]

Mauro Tozzato           09.11.2016

La vittoria di Trump

liberta

Trump ha vinto. Grande soddisfazione per l’insoddisfazione che provoca tra i benpensanti pol.cor, siano essi giornalisti embedded (di guerra e di pace), femministe, umanitaristi, personaggini gay friendly, “immigrazionisti”, ambientalisti ed altro pattume del genere, generalmente spostato in fondo a sinistra. In fondo a destra, invece, resta sempre il cesso culturale che oggi può far festa tirando lo sciacquone ma senza liberarsi da una certa puzza di merda che l’accompagna da generazioni. In ogni caso, niente più di questo leggero solluchero però, perché non sarà The Donald a cambiare le sorti del pianeta o le politiche statunitensi verso il mondo. L’arrivo alla Casa Bianca del multimiliardario newyorchese segnerà probabilmente qualche piccolo mutamento tattico nella complessa strategia della prima potenza planetaria che si è spinta molto avanti nel periodo obamiano. Per questo, non illudetevi, è “Trump”e-l’œil, effetto ottico che non durerà a lungo e mostrerà presto la pasta multiforme di cui sono fatti gli Usa. Cambiando i Presidenti, gli obiettivi restano, benché ricalibrati sull’evolversi degli eventi.
Dunque, per favore, non cadiamo nell’errore che accompagnò l’elezione di Obama, coi soliti visionari del piffero che speravano in un orizzonte di solidarietà e di giustizia sociale perché il primo presidente nero (o meglio chiaroscuro) della storia americana era salito al trono, nel regno della democrazia e della libertà autoproclamate. Come ha detto brillantemente Gianfranco La Grassa, si pensi che stiamo parlando di un uomo, appoggiato da qualche centinaio di Generali dell’esercito che vuole diminuire i finanziamenti alla Nato, alla Marina e Aviazione Usa, incrementando invece quelli all’esercito di terra. Una scelta del genere è pregna di ben altre conseguenze. E’ in atto una piccola svolta con la quale si cercherà di solidificare il magma caotico fin qui prodotto sui vari scenari internazionali. L’America non arretrerà con Trump ma stabilizzerà alcune situazioni un po’ sfuggite di mano e aprirà altri fronti (anche l’Europa è avvisata). Volete festeggiare per questo? Fate pure ma non mi sembra una scelta dettata da raziocinio ed intelligenza. Il neoeletto ha dichiarato in campagna elettorale che, in caso di vittoria, avrebbe migliorato i rapporti con la Russia, rivisto il ruolo della Nato e ridefinito lo spessore di alcune alleanze. Vedremo cosa ciò significherà in termini concreti. Sono convinto che per ogni soluzione prospettata nei teatri ora al centro della nostra attenzione si schiuderanno nuovi problemi in altre aree. E’ quello che ci suggeriscono le dinamiche multipolari ormai avviate, che non dipendono dalle opzioni di singoli leader, benchè potenti, ma dai processi storici in atto. Godiamo delle gaffe dei vari Lerner ma non lasciamoci annebbiare la vista dalle stesse sciocchezze.

UN BUON SEGNO, di GLG

LAGRA2

 

 

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Niente male questa lettera; ben descrive lo svolgimento di simili forme di lotta contro un potere, che invece si contribuisce a rinsaldare sempre più usando simili metodi da cani rabbiosi. Quello che qui viene scritto è esattamente (al 100%) ciò che poteva essere affermato nei confronti dei sessantottardi; e mi sembra che Pasolini l’abbia detto in forme forse un po’ diverse (non ricordo bene), ma non troppo dissimili. Del resto, a parte gli ottusi, abbrutiti, che si comportano in questo modo, siamo sicuri che qualcuno – proprio nell’ambito dei fottuti che sono adesso al governo di questo disastrato paese – non si adoperi affinché simili decerebrate manifestazioni di dissenso abbiano modo di scatenarsi? E proprio per far superare ai governanti momenti di difficoltà?

Mi sembra evidente che questa lettera non è stata affatto scritta da un semplice poliziotto qualsiasi. Non si offenda la “truppa”; non è questione di ritenerla composta di persone poco intelligenti e incapaci di pensare. Il fatto è che se fosse stata buttata giù di getto da qualcuno, che ha subito le violenze dei “giovanotti” qui citati, sarebbe una lettera un po’ più istintivamente rabbiosa e indignata. E’ invece, in realtà, molto ragionata; e si dice con sufficiente chiarezza dov’era situato il vero potere contro cui questi ottenebrati – e probabilmente manovrati da coloro che hanno la stessa lucida ragionevolezza degli autori di questa lettera (ma stando dall’altra parte) – manifestavano, accreditandolo invece come il punto di forza per assicurare la tranquillità ai “cittadini”, i quali quindi vengono così invitati a fornire a questo ignobile governo tutti i mezzi per togliere ogni libertà di opporsi alla vergogna delle sue basse operazioni di servilismo nei confronti della potenza, che vuol dominare il mondo e che oggi elegge il suo capo (solo nella forma) per conseguire tale scopo.

Chi ha scritto la lettera, che comunque viene diffusa da un organo della polizia, mi sembra avere abbastanza bene in testa chi ha il potere (subordinato allo straniero), che ci sta vessando. E se uno non è un abbrutito che, appunto, vede il dito e non la Luna da esso indicata – questo dice espressamente la lettera! – allora deve capire che in quest’ultima non viene affatto negata l’esistenza di reali motivi di malcontento, di disagio sempre più profondo di una buona parte della popolazione; disagio che andrà ancora crescendo, ma che deve essere convogliato da qualche forza, ancora inesistente, in grado di trovare nuove idee forza capaci di scagliare la vera e ragionevole indignazione contro gli schifosi esercitanti il potere dei servi e non quello di italiani padroni del loro destino.

Mi sbaglierò, ma questa lettera dimostra quanto sospetto da tempo (e spesso ho espresso tale sospetto): anche nei corpi addetti alla cosiddetta “sicurezza” ci sono settori – al momento magari minoritari (non conosco la situazione) – che hanno la consapevolezza di non stare servendo il potere giusto. E chi manovra i giovinastri delle manifestazioni violente lo sa e cerca quindi di mettere tali settori dotati di lucidità nella condizione di doverle reprimere e basta. Tuttavia, esprimendo comunque solidarietà e anche una certa ammirazione per i settori in questione, mi permetto di dire loro che dovrebbero costituire con più coraggio un punto di riferimento per chi oggi avverte quanto il nostro paese sia dominato da ambienti – non solo quelli dei politicanti da strapazzo capaci solo di servire, bensì anche quelli economici e industriali in specie (altro che la semplice finanza, maledetti imbroglioni che diffondete simili panzane) – che lo stanno conducendo ad essere una semplice pedina del gioco di coloro che vogliono dominare il mondo; essi pure ormai violenti e ottusi, ma ancora dotati di grande e pericolosa forza militare.

D’altra parte, mi rendo conto che chi è nella situazione di essere al servizio della “sicurezza” del paese (una sicurezza oggi del tutto prona allo straniero) ha bisogno di trovare interlocutori credibili per l’autonomia del paese. Non chi continua a pensare ai giochini elettorali, alle “maggioranze”, a prendersi i seggi nelle varie assemblee (dal Parlamento ai Consigli comunali), a farsi infilare in qualche buon posto delle varie amministrazioni (centrali o locali) o magari anche di importanti aziende, ad essere assunto nei giornali, in stazioni televisive, e via dicendo. Siamo quindi in una gran brutta situazione di stallo, un vero circolo vizioso che assicura il potere ai fetenti. In ogni caso, delle potenzialità ci sarebbero. E tali potenzialità esistono pure negli ambienti, che deficienti ottusi e violenti, manovrati da sporcaccioni dediti a straparlare del “potere alle masse” (esattamente la situazione del ’68, salvo pochi anche allora onesti), prendono di mira costringendoli a servire puntualmente gli attuali governanti/servi. SVEGLIAMOCI!

BASTA FREGNACCE, CREPINO I DOPPIOGIOCHISTI

gianfranco

 

 

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se questo articolo avesse ragione, vi è una ragione in più per votare NO al referendum. Verrebbe favorito un inasprimento della lotta interna al PD e Renzi sarebbe ancor più spinto ad accordarsi con Berlusconi, accelerando così anche il chiarimento nell’opposizione di centro-destra con lo smascheramento del doppiogiochista di Arcore. In realtà, credo che, anche se vincesse il SI, Renzi regolerebbe duramente i conti all’interno del partito ed escluderebbe dalle liste per le prossime elezioni chi non si piega ai suoi diktat. Solo che ci sarebbero allora altri personaggi del tipo di Cuperlo pronti a voltar gabbana per aiutarlo, accettando poche cose in cambio; avrebbe perciò inizio la dissoluzione dell’opposizione interna al PD. Mentre se vince il NO, detta opposizione non si accontenterebbe di troppo poco e le difficoltà renziane sarebbero accresciute. Stessa cosa verso “destra”. Se vincesse il SI, Renzi tratterebbe da posizioni di maggior forza anche con il “nano”. Questi si venderebbe comunque, ma dovrebbe accontentarsi di meno e giungere presto ad un accordo di pressoché totale svendita. Se vincesse il NO, il “traditore” potrebbe chiedere di più, si allungherebbero i tempi della trattativa, che implicherebbe dunque maggiori contorcimenti; e alcuni dei berlusconiani potrebbero alzare la voce e manifestare il loro malcontento qualora il “capo” cedesse troppo facilmente, spinto dai Gianni Letta, dai Confalonieri, magari dai figli, ecc. Assisteremo in quest’ultimo mese, se nulla verrà rinviato, ad ulteriori sceneggiate per far vincere il SI. E sarà più chiaro per noi che si deve comunque votare NO; però semplicemente, lo ripeterò fino alla noia, per ritardare i tempi. In ogni caso, chi dice NO ancora insistendo sui temi della Costituzione e del suo “salvataggio” o è un deficiente da ricovero coatto o è un vero maiale che fa il doppio gioco. Le motivazioni del SI e del NO non hanno nulla a che vedere con la riforma costituzionale. Basta con questa fregnaccia!

DI MISERIA IN MISERIA (in Italia e negli Usa), di GLG

gianfranco

La più miserabile è logicamente quella che riguarda il nostro povero paese, ormai ridotto a un crivello. L’ultima farsa (tragica) è quella inventata per la scuola, dove hanno messo in ruolo prof. che non fanno alcunché e prendono lo stipendio di chi, in qualche modo, insegna. Anche se molto male visti i racconti che mi si fanno circa le risposte degli studenti; e agli ultimi anni delle superiori. Le più recenti che ho sentito sono: 1) l’“infausto ventennio” è la “belle époque”; 2) nessuno in una classe sapeva rispondere alla domanda circa il colore delle giubbe portate dai garibaldini. A parte questo, vengo anche a sapere che essere “di ruolo” (per i nuovi prof. immessi) significa esserlo per tre anni, dopo si vedrà. Non so se ho capito bene, ma qualche insegnante dovrebbe dire qualcosa in proposito.

Non è però di questo che intendo parlare, bensì del miserrimo referendum. Sono veramente in difficoltà per andare a votare. Mi ci recherò ma appunto, come ho detto altre volte, solo perché non posso sputare direttamente in faccia ai membri del governo. E del resto perché prendersela con loro; gli altri, della maggioranza come dell’opposizione, sono tanto migliori? Quelli della minoranza piddina, che erano “fieramente” per il no, si sono di fatto divisi; e Cuperlo & C. si stanno ammorbidendo del tutto poiché, con grande probabilità, hanno avuto di che “rinsavire”. Resta D’Alema, cui ancora non hanno evidentemente dato gran cosa. Per lui al momento si organizzano salve di fischi onde consentire a Renzi di intervenire con longanimità per sedarli, sperando di rabbonirlo un po’; ovviamente, per ottenere realmente simile risultato bisognerà essere più “generosi d’animo”.

Quanto a quella che viene considerata la “vera” opposizione, mi sembra che resterà certo decisa a votare NO, commettendo però errori e mancanze in continuazione. Tanto per cominciare ci si mettono i cosiddetti “antagonisti”: quelli che Marx definiva “lumpenproletariat”, giovanotti (molti ex tali, già ingrigiti) disadattati, ultima degradazione dei movimenti del ’77 tipo “autonomia operaia” con quei capi (i cosiddetti “cattivi maestri”) ben noti e odiosi. Figuratevi quanto sono felice di mettere il mio voto assieme a questa accozzaglia di forsennati che, con le sue manifestazioni sconclusionate, rende un perfetto servizio agli avversari. Andrò in cabina, ma con uno sforzo titanico.

Poi ci sarebbe il “centrodestra”. Berlusconi fa il solito gioco contorto e mascherato che conduce dal 2011. Senz’altro preferisce il NO, ma perché? Diciamo intanto che comincio a pensare prevalga il SI. E se avvenisse il contrario (di stretta misura), il maledetto “nano” (che perfino Dio si è rifiutato di chiamare a sé poco tempo fa, per timore che si mettesse a tramare anche “lassù” con qualcuno della sua risma) è già pronto a chiedere maggiore attenzione per se stesso (e i suoi interessi) in cambio di un bell’accordo con Renzi per la “salvezza nazionale”. Di fronte a questa prospettiva, non ho parole per il comportamento ondeggiante e indeciso di un Salvini, che così ha perfino favorito la scomposizione del suo partito, dove altri personaggi ambigui, del tipo di Maroni e Bossi, gli stanno facendo la guerra. Doveva denunciare apertamente il traditore di tutto e di tutti, doveva svelare il suo sporco gioco. Invece, l’ha fatto qualche volta, solo a mezza bocca, e poi si è smentito con incontri, varie foto del trio (c’è anche la Meloni) riunito e sorridente; ma, appunto, solo nella foto giacché per il resto si guatano con sospetto reciproco. Restano i grillini, pasticcioni politici ormai conclamati e però, forse, i più coerenti sul NO. Tuttavia, non sono per nulla approvabili nella loro politica, soprattutto estera. Non sono certamente a favore dell’indipendenza e autonomia del paese. Sarebbero pronti pure loro, se avessero il via libera per andare al governo (ma non l’avranno affatto), a stabilire gli accordi dovuti con i “padroni” statunitensi.

Il quadro è desolante. Chiunque si metta in testa di fare propaganda per il NO, tirando fuori contorti ragionamenti sui problemi costituzionali, non fa altro che favorire il SI, che sviluppa la sua propaganda per la semplificazione del quadro istituzionale, per risparmiare “schei” nel mantenerlo, per favorire la sedicente governabilità (quella che sta in realtà distruggendo l’Italia), ecc. Andiamo comunque a votare NO perché forse può ritardare di un po’ i piani di “fine dell’Italia” e di suo totale appiattimento sulla volontà degli Stati Uniti. Se vince il SI, probabilmente Renzi avrà egualmente bisogno di qualche aiuto dai “traditori” berlusconiani; tuttavia, essendo approvato da una sufficiente quantità di italioti, procederà più spedito nella sua nefasta opera. Inoltre, si sentirà anche più tranquillo con il nuovo presidente Usa, potrà insomma sperare nella stessa “benevolenza” recentemente dimostratagli da Obama. Se vincesse il NO (pur se di misura), dovrà fare maggiori, e fastidiose, concessioni al “nano”; e qualcuno potrebbe anche pensare ad un ricambio di premier (non subito magari). Si perderà un po’ più tempo.

Il guaio grosso è che in questo paese non si vede nessuno che voglia porre in atto – certo in tempi non brevi – una nuova politica mirata all’autentica autonomia. Per attuare simile intento sarebbe indispensabile sondare attentamente una serie di settori appartenenti agli organi di sicurezza del paese. Irresponsabile è sollecitare odio verso i militari di qualsiasi ordine e grado (dico militari in senso molto lato, compresa la polizia o anche i Servizi e via dicendo). Bisogna appurare se in quell’ambito ci sono minoranze suscettibili di non essere sempre fedeli alla Nato (cioè agli Usa) bensì al proprio paese. Andare invece agli scontri ottusi e brutali con simili forze, come fanno i vari scervellati detti “antagonisti” o “no questo e quello”, ribadisce l’appoggio della popolazione alla maggioranza di coloro che stanno al vertice di tali organi del potere e che sono intenzionati a restare succubi della Nato. Per il momento siamo lontani da qualsiasi possibilità di mettere in moto processi virtuosi. Comunque, votiamo per il ritardo di quelli obbrobriosi, cioè per il NO. Cerchiamo, tuttavia, di capire che significa semplicemente un po’ di ritardo. Se poi si dorme e ci si sfoga semplicemente in questo luogo, tanti saluti a tutti!

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Veniamo alla miseria ben più grossa, quella dell’ormai imminente elezione presidenziale statunitense di domani. Anche qui noto che ci sono speranze assurde nel caso che vincesse Trump. Faccio comunque una digressione riguardante non i candidati, bensì gli elettori che – come si racconta favoleggiando – eleggeranno assai democraticamente il rappresentante del loro paese. Amici che hanno passato molto tempo negli Usa mi assicurano che la popolazione di laggiù non nutre chissà quali illusioni su questa rappresentanza. Non sto discutendo del presente – sembra, dai sondaggi, che l’80% degli americani sia disgustato di come si è svolta questa campagna elettorale – ma delle elezioni presidenziali americane in generale. Mi si riferisce che chi assiste agli show dei candidati, è veramente e solamente interessato allo spettacolo da essi recitato; quindi, ne devo dedurre che gli elettori sono proprio attenti alle loro capacità di attori, alla simpatia o meno che sanno ispirare, ecc. Poi i giornali e le TV – oggi nella stragrande maggioranza per la Clinton – discutono dei rischi o delle sicurezze che la nazione correrebbe con questo o quel presidente. La gente, anche se credo subisca un’influenza da parte dei media, è comunque più attratta proprio dal lato teatrale della contesa.

Se quanto dettomi corrisponde alla realtà, ne concludo che i cittadini americani sono un po’ più “furbi” dei nostrani, convinti dalle argomentazioni di qualcuno e dubbiosi e negativi su quanto sostengono altri. Negli Stati Uniti prenderebbero invece atto che le campagne elettorali sono un grande spettacolo, molto somigliante, fra l’altro, a quello del Circo, data la presenza d’intere squadre di clown. In definitiva, laggiù si renderebbero conto che le “libere” elezioni non c’entrano molto con la cosiddetta democrazia; mentre qui da noi schiere di ignobili intellettuali, giornalisti, conduttori TV e altri ancora ci stonano la testa da settant’anni circa le meraviglie di questa farsa copiata da oltreatlantico. Nei nostri paesi, insomma, abbiamo solo servi della più bell’acqua, ben pagati per diffondere menzogne. E creduti da poveri decerebrati.

A parte tutto questo, e venendo all’attuale campagna presidenziale americana, spero di sbagliarmi ma credo vincerà l’Oscar di prim’attrice la donna. L’attore ne uscirà comunque con un premio come caratterista (pensiamo a Ernest Borgnine, cui Trump potrebbe un po’ assomigliare per qualche tratto; e gli metterei vicino anche Eli Wallach, magari quello di “Baby doll”, il gustoso film del ’56 di Elia Kazan). Sia chiaro: in ogni caso, si tratta di premi assegnati ad attori scadenti (quindi Borgnine e Wallach potrebbero “scendere dal cielo” a insultarmi), tuttavia sono quelli disponibili sul “mercato”, che ben sappiamo essere l’alter ego della “democrazia” di questo tipo; entrambi dominati dalla politica, pur essa di basso livello in questa fase storica, per cui è logico che lo scontro tra i due candidati sia infine scaduto a zuffa tra gallo e gallina chiusi in un recinto troppo piccolo.

Vorrei essere chiaro: non penso minimamente che Trump sia stato un candidato scelto apposta per non umiliare Hillary e farla possibilmente vincere; ipotesi per altro affacciatasi qualche tempo fa. No, non lo credo. Tuttavia, ho la sensazione che lo scontro apparentemente così aspro tra i due dipenda dalla scelta di determinati centri strategici (non così tanto in contrasto fra loro come sembra) intenzionati, in realtà, a non mutare se non per aspetti secondari la strategia americana (quella del caos) seguita negli ultimi dieci anni; in fondo, essa prese fugace avvio dopo le dimissioni di Rumsfeld nel novembre 2006, ma si fece più robusta con l’elezione di Obama, subendo una netta accentuazione dal 2011 (le sedicenti “primavere arabe”) fino alle più scoperte manovre in Ucraina e Siria, all’utilizzo (forse oggi in attenuazione; vedremo) dell’Isis e via dicendo.

Se, come penso, vincesse la Clinton (tra il 2 e il 4%), alla fine Trump accetterà “signorilmente” la sconfitta (magari con qualche non incisivo mugugno per probabilmente non irreali brogli) e la “signora” verrà tenuta sotto sorveglianza, avendole già fatto constatare cosa si può organizzare con “scandali” vari, minaccia di impeachment, ecc. Con tutto il complesso gioco in atto, bisognerà vedere come ne usciranno i repubblicani, che hanno ora la maggioranza al Congresso (la cui Camera dei rappresentanti si rinnova per intero e il Senato per un terzo). Non credo però che ne verrà un cambiamento tale da obbligare a un’autentica riformulazione della strategia in atto; dei ritocchi forse, correzioni di rotta anche di qualche rilievo, che non dovrebbe però essere completamente deviata.

Se la mia ipotesi si rivelerà errata, allora vedremo come riconsiderare il tutto; con un po’ di tempo. Tuttavia, non penso che si dovrà riconsiderare l’intenzione degli Stati Uniti di restare predominanti a livello mondiale. Chi è veramente convinto che Trump, se vincesse, chiuderebbe il paese in se stesso, sbaglia di grosso; di questo sono certo. E adesso attendiamo domani.

BANDO ALLE ESITAZIONI, di GLG

gianfranco

Qui

sono invece obbligato a riportare invece l’intero articolo sulle operazioni segrete di Russia e Usa in Siria poiché Il Giornale non consente di copiare il link; se lo si fa viene fuori poi una pagina bianca.

[Nel “derby siriano” tra Washington e Mosca appare sempre più evidente il ricorso alle società militari private. Un sottobosco di realtà organizzate in base alla normativa di riferimento, spesso collegate a grandi imprese multinazionali, che consentono alle due superpotenze di calcare il tallone sul terreno senza dover render conto all’opinione pubblica nazionale delle operazione più delicate. Non a caso, le truppe impiegate per questo genere di operazioni, in gergo, vengono definite “ghost soldier”. Si tratta di unità composte da personale altamente specializzato che, però, non esistono almeno finché qualcuno non muore, ed allora una croce di legno o lo sfogo dei familiari restituiscono dimensione pubblica alle loro storie.

Questo è quello che è accaduto al 38enne Maxim Kolganov, ghost soldier russo, ucciso vicino ad Aleppo lo scorso 3 febbraio. Ad “accorgersi” di lui è Reuters che a Togliatti, città russa dedicata all’ex segretario del Partito Comunista Italiano, ha individuato la croce di legno sotto cui riposa. L’attività delle società militari private in Siria, inizialmente smentita dal ministero della Difesa russo in seguito al polverone mediatico sollevato da un’inchiesta condotta da The Wall Street Journal nel 2015, oggi sembra esser definitivamente confermata grazie alle numerose testimonianze raccolte dai media. La stampa ha sdoganato l’esistenza del “gruppo Wagner” che prende il nome dal famoso compositore tedesco a cui si appassionò un ex ufficiale dell’intelligence sovietica che, in seguito alla caduta del muro, ha messo il suo esercito privato al sevizio della Federazione Russa in diversi scenari di conflitto tra cui, come sostiene The Wall Street Journal, anche l’Ucraina orientale. Nello stesso anno, anche il leader russo Vladimir Putin, come si legge su The Guardian, in riferimento alla “crisi ucraina” ha parlato di “personale che si sta occupando di faccende di carattere militare” ventilando, seppur indirettamente, le ipotesi di coinvolgimento delle milizie private anche in Siria dove, i combattenti non convenzionali del Cremlino, grazie ad un equipaggiamento che, a differenza degli appaltatori occidentali, non prevede sole armi leggere ma anche carri armati T-90 ed obici, hanno affiancato l’esercito siriano rendendosi determinanti nelle operazioni di liberazione di Palmira e nella rottura dell’accerchiamento jihadista di Aleppo che, ufficialmente, ha visto la partecipazione della sola aviazione russa.

Ma il ricorso alle truppe non convenzionali nelle aree di crisi, oltre a garantire l’incisività degli interventi militari delle superpotenze senza alterare il consenso mediatico, muove anche ingenti capitali. Per avere un’idea di quali sono le cifre che ruotano attorno al mondo dell’esternalizzazione in ambito militare basta scorrere il sito del Dipartimento di Stato americano. Qui, a fine luglio scorso, compare per la prima volta dall’inizio della missione americana in Medio Oriente la traccia inequivocabile del coinvolgimento di aziende private nelle operazioni di terra a supporto delle circa 300 forze speciali già schierate sul terreno siriano. A vincere il bando senza gara, aggiudicarsi un appalto da 10 milioni di dollari per la fornitura di quelli che vengono genericamente definiti “servizi di analisi”, è la Six3 intelligence solutions acquistata alla cifra record di 820 milioni di dollari da una società più grande, vecchia conoscenza del Pentagono: la multinazionale Caci, la stessa coinvolta nello scandalo legato a trattamenti disumani e alle torture inflitte ai detenuti del carcere iracheno di Abu Graib dove, la società con sede ad Arlington, in Virginia, era operativa.]

Non credo che ci sia bisogno di troppi commenti. Soprattutto per quel che riguarda le operazioni compiute in Siria dai due contendenti. E’ sufficiente porre in luce che si fa di tutto per non arrivare a scontri diretti proprio perché il fine fondamentale è di bloccare l’influenza russa se va troppo oltre i suoi confini. Solo gli Usa possono permettersi di andare in ogni parte del mondo, anche lontanissima, a rompere le scatole a tutti. In ogni caso, per queste finalità non s’impiegano in certe aree – e anche da parte russa; ciò non avveniva di solito con l’Urss; si noti questa differenza non di poco conto – truppe “ufficiali”, si agisce invece come se si assoldassero mercenari (ma così non è). Del resto bloccare la Russia in queste aree (tipo la Siria, ma pure l’Ucraina) significa nello stesso tempo costringerla ad un notevole impiego di risorse; soprattutto in un momento in cui batte la crisi in quel paese.

Tuttavia, perché si stanno dispiegando tutte queste operazioni, che stanno producendo un caos indescrivibile (causa rilevante, fra l’altro, dell’esodo di centinaia di migliaia di africani e arabi, ecc.)? L’ho detto mille volte: il problema fondamentale – in un momento in cui, malgrado tutta la loro potenza, gli Usa non sono in grado di arrivare ad un reale coordinamento mondiale, per cui cresce il multipolarismo – è impedire che avanzino fenomeni di irrequietezza nell’area per loro decisiva: l’Europa. Aver assorbito nella propria sfera d’influenza pure i paesi della parte orientale di quest’ultima, dove sono diffusi sentimenti antirussi, non ha affatto portato ad una effettiva stabilità. Malgrado la codardia del governo tedesco, la Germania ha oggettivo bisogno di espandere una sua sfera d’influenza verso i paesi situati nel suo lato orientale. E pure in altri paesi europei si notano segni d’insofferenza rispetto ad un predominio statunitense che oggi, nell’attuale situazione di tendenziale stagnazione, non coordina più, non pone in atto un certo sostegno ai paesi sottoposti, ma intende invece eliminare tutta una serie di potenziali elementi di competizione. Tali elementi, alla lunga, dovranno capire che, per rendere attuale la loro potenzialità, non potranno non tendere una mano alla Russia. E allora ecco la mossa americana che svela, gettando infine la maschera, il reale “oggetto”, l’Europa appunto, cui tende tutta la strategia “caotica” messa in opera negli ultimi anni. Si invia apertamente un contingente armato a rafforzare la già consistente, direi anzi soffocante, rete militare che avvolge i nostri paesi e spiega come mai essi siano governati da schiere di miserabili servi di un paese “lontano”.

Adesso veramente basta con tutte le contorsioni di certe forze che indubbiamente nutrono sentimenti di autonomia, ma troppo deboli e soprattutto confusi. Dobbiamo liberarci di questi terrificanti Stati Uniti, dobbiamo sollevare ondate di disprezzo per tutti coloro che ancora ci rompono le palle con la “liberazione” da essi donataci; e con la “bontà” – dopo aver massacrato milioni di civili per dominare il mondo – dei loro piani di aiuto, tipo il famoso “piano Marshall” del dopoguerra. Dobbiamo distinguere il meschino governo tedesco dalla popolazione, cui si è instillato un insano senso di colpa. E dobbiamo aiutare i tedeschi a liberarsi da esso e ritrovare lo spirito che fu loro. Tutti sono terrorizzati perché questo spirito produsse il nazismo. Lo produsse dopo il vessatorio trattato di Versailles del 1919 e quasi quindici anni di smidollata Repubblica di Weimar. Adesso sono settant’anni che tutta Europa, assieme ai tedeschi, sta accettando una subordinazione “weimariana” semplicemente disgustosa. Bisogna mettervi termine. La Germania potrebbe aiutare in questo, certo liberata dei governi servili avuti in tutto questo periodo (e con anche tanti decenni di divisione in ovest ed est). Bisogna entrare in un nuovo spirito di ribellione, ma sapendo che non ci si ribella a mani nude contro la dominazione statunitense, nutrita adesso mediante l’invio di altri “occupanti”, di altri mezzi militari atti a tenerci sotto i loro piedi come tappetini su cui pulirseli. E per rafforzarci e cominciare a pensare pure noi ad armare le nostre mani, è indispensabile il coraggio di aprire senza più esitazioni alla Russia, che deve darci anch’essa qualche prova di energica ripulsa della prepotenza e arroganza americane.

L’EUROPA SI SALVA CON LA RUSSIA

europa

 

L’Ue si è allargata a spese della Russia approfittando della caduta del Muro di Berlino e delle altre drammatiche vicissitudini accadute oltre la cortina di ferro, al principio degli anni ’90. La Nato ha inglobato le nazioni dell’ex patto di Varsavia ed anche alcuni membri dell’Urss, sfruttando il caos provocato dal tracollo del socialismo (ir)realizzato, cui ha contribuito la scellerata “catastrojka” di Gorbaciov e soci. Sempre Ue e Nato si sono estese ai Balcani ricorrendo sia alla persuasione che alle maniere forti, scatenando scontri etnici tra popolazioni fin ad allora abituate a convivere, ingerendosi negli affari di questi popoli per depredare le loro risorse ed imporre i propri sistemi di governo. Dopo il 1989 le cartine geografiche europee sono state revisionate similmente a quanto era avvenuto prima, durante e dopo la II Guerra Mondiale ed, in generale, al pari di quanto avviene sempre nella Storia, in virtù di processi relazionali che determinano costantemente conflitti tra le parti e squilibri nei rapporti di forza tra gli Stati. Pertanto, scandalizzarsi delle azioni del Cremlino in Georgia, in Crimea e nel Donbass, in seguito ai soliti tentativi atlantici di rimpicciolire ulteriormente la sfera d’influenza moscovita, è da impostori oltre che da moralisti con la coscienza sporca. Quando l’Alto rappresentante per la politica estera europea, Federica Mogherini, dichiara “inaccettabili le violazioni della sovranità dei vicini” da parte del Cremlino, si pone fuori dalla realtà (e dimentica il passato) perché nega il fatto compiuto. Se l’evento prodotto si dimostra non reversibile nel breve-medio periodo occorre prenderne atto e procedere a limitare i danni ricercando soluzioni politiche. Le sanzioni non sono tra queste perché rappresentano un ricatto e non una base per avviare una trattativa e mettere le posizioni a confronto. Le ragioni non stanno mai tutte da un lato, per questo è sbagliato, in caso di attriti, arroccarsi dietro presunti principi universali non negoziabili che sono una patente scusa per rifiutare il dialogo, benché non si abbiano altre soluzioni razionali per sbrogliare la matassa. Non voglio dire che i valori siano relativi ma sono pur sempre interpretabili, hanno molte sfumature da considerare per facilitare l’incontro delle opinioni.
Presumibilmente, con l’accettazione dell’annessione della Crimea alla Russia, l’Europa avrebbe scongiurato il conflitto civile nel Donetsk e rassicurato Mosca sui limiti delle sue iniziative, soprattutto dopo che è emerso il suo coinvolgimento nel golpe di Kiev al fianco degli Usa. Il Cremlino, che non attendeva nessuna mano da Washington, si aspettava almeno da Bruxelles una mediazione, nel comune interesse continentale.
Far precipitare la situazione, quando si è incerti della propria e dell’altrui volontà o della natura delle reciproche istanze, a fortiori se si condividono alcune esigenze ed esperienze, può causare anche danni maggiori. Ed è quello che si è verificato tra Russia ed Europa, a tutto vantaggio dei manipolatori d’oltre Atlantico i quali stavano lavorando proprio per approfondire le divisioni e chiudere i canali di contatto tra i russi e gli europei. La frittata è fatta ma in qualche modo bisognerà ripartire. Due sono le certezze che abbiamo in questa fase di transizione. La Russia vuole ricostruire una sua orbita egemonica per contrastare lo strapotere statunitense, quanto meno regionalmente. Per agevolarsi il compito vorrebbe intendersi con l’Ue o con le sue potenze centrali. Più che legittimo. Gli Stati Uniti lo vogliono impedire. Anche questo è giustificato, almeno dal loro punto di vista. E l’Europa? Non si sa cosa voglia. Per ora resta schiacciata tra queste tendenze geopolitiche incapace di trovare una via propria. Nel dubbio rimane ancorata all’antico schema regolatorio che però non produce gli stessi vantaggi di un tempo. Anzi, ne viene fuori danneggiata e depressa. Farebbe meglio a guardare ad Est per uscire dall’impasse ma chiarendosi prima bene le idee sul futuro a cui aspira. Infatti, non si tratta di divincolarsi dal giogo americano per finire sotto quello russo. Si tratta di elaborare un piano strategico che le dia nuovamente rilevanza e la tolga dalla scomoda posizione in cui si trova, nel bel mezzo di una battaglia tra potenze assertive che non faranno fatica a passare sul suo cadavere, se necessario. La riconfigurazione degli assetti mondiali è uno svolgimento inarrestabile della nostra epoca e la Russia in ascesa sembra il partner naturale di un’Europa che intenda ritornare ad essere padrona del suo destino. Se la cosiddetta aggressività russa rappresenta una potenziale minaccia (peraltro remota e ingigantita dalla propaganda Atlantica), l’occupazione americana è un dato di fatto della sua attuale condizione di sudditanza. E’ un controsenso ingaggiarsi col “nemico alle porte” se c’è un invasore già dentro i suoi confini. Del resto, come diceva Brecht, chi parla del nemico è lui stesso il nemico. Oggi, il vero nemico sono gli Stati Uniti. Contro questi occorre scagliarsi individuando chi, dall’esterno (come Putin), può contribuire alla causa per ragioni diverse dalle nostre ma coincidenti con i nostri scopi. Dopo si faranno i conti con gli altri eventuali antagonisti ma nel frattempo questi devono diventare i nostri alleati. Non c’è altra strada per recuperare la sovranità perduta e ricominciare a contare nel contesto multipolare

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