Auspichiamo sanzioni all’Italia da parte Ue di GLG

gianfranco

So che mi si potrebbe obiettare che sono per il “tanto peggio tanto meglio”. Tuttavia, sarei contento se la UE comminasse le sanzioni minacciate all’Italia senza sconti. Credo che si arriverà a qualche compromesso, ma mi piacerebbe che ciò non accadesse. Si metterebbe in piena luce che cos’è questa UE, che lascia passare il deficit francese ormai ben più alto (e oltre il “mitico” 3%), condannando invece l’Italia malgrado le sue “convulsioni” (a mio avviso meschine) per andare perfino sotto il 2,4%. I “traditori” del paese (politicanti, giornalisti, imprenditori inetti) già mettono le mani avanti a favore della UE: la Francia ha un debito pubblico inferiore e lo spread basso. Lo schifo che fanno è indescrivibile. La Francia è circa al 100% con il suo debito in rapporto al Pil (e non parliamo di altri paesi come USA e poi Giappone, Cina, ecc.), che non è poi così incommensurabilmente inferiore al nostro.
Inoltre il risparmio dei nostri connazionali è enormemente più alto di quello francese (e anche di quello tedesco e di altri paesi UE). Allora i “vermi” già citati affermano; ma quello è un fatto privato, il debito di cui si parla è quello dello Stato. Schifosi ancor di più. Continuano a trattare lo Stato come un “padre di famiglia”, che deve comportarsi secondo l’atteggiamento parsimonioso di un singolo individuo che deve pensare ai suoi pargoli. E viene subito in testa la “Favola delle api” di Mandeville (citata spesso da Keynes in occasione della “grande crisi”), in cui la “virtù privata” (qual è appunto il risparmio del “padre di famiglia”) si ribalta in “vizio pubblico”, qual è la mancanza di adeguata spesa statale per rilanciare la domanda complessiva (consumi + investimenti) tentando di risollevare il sistema economico in crisi “d’asfissia”.
E comunque, brutti scalzacani – sia politicanti di PD e F.I., sia i giornalisti di Repubblica, Corriere, Stampa, Messaggero, Foglio e similari, sia gli imprenditori privati di una Confindustria da sciogliere con calci in culo – siate coerenti: lo Stato deve ridicolmente comportarsi come fosse un singolo individuo con le sue virtù parsimoniose? E allora a fronte del suo debito va messo l’enorme risparmio dei cittadini italiani. Altrimenti, se lo trattate come “soggetto” che deve pensare ai problemi generali di una data collettività abitante una certa area territoriale su cui esiste la sua autorità, allora tale “soggetto” deve agire proprio in contrasto con l’atteggiamento del singolo risparmiatore per pensare invece a risollevare la domanda complessiva rivolta ai prodotti di quel sistema in crisi.
Il vero problema – che ho sentito sollevare in TV solo da due personaggi di cui non credo di condividere in generale le convinzioni: la Maglie e Mario Giordano – è politico e basta. Il vecchio establishment europeo e italiano è alla frutta (come quello Usa obamian-clintoniano) e vuole distruggere il suo antagonista, che non ha convinzioni politiche e ideologiche antagoniste, non ha una vera politica contrapposta a quella “atlantica” di subordinazione di un intero complesso di Stati agli Stati Uniti. Semplicemente avverte che è avvenuta e si sta accentuando la rottura sociale tra quelli dei “quartieri alti”, seguiti dai benestanti, e una massa di ex ceto medio in via di abbassamento vertiginoso del suo tenore di vita e quindi prossimo ai ceti detti popolari, pur essi in affanno. E allora si è schierato con questi ceti sociali in perdita di benessere e tenta di tenerli sotto controllo per impedire che avvengano rotture ancora più gravi, di tipo prossimo a quello rivoluzionario. Ecco perché spero in gravi errori di “opportunità politica” da parte della UE; e uno di tali errori sarebbe comminare la procedura d’infrazione all’Italia mentre la si risparmia alla Francia. Gli insetti nocivi da disinfestare è bene che appaiano sempre più in piena luce. I popoli in crisi dovranno, almeno in tempi medi, prendere coscienza che è necessario “acquistare” l’insetticida.

Un mondo di cialtroni (di GLG)

gianfranco

 

Secondo i giornali nazionali, a causa delle politiche del governo, ad ottobre è cresciuta la disoccupazione e si è aggravata la crisi.
Stesse cose propalate in TV in tutti i Tg (Rai, Mediaset e la 7) e nei talk show pseudopolitici su rete 4, la 7, Linea notte, ecc. Questi sono ignoranti e in malafede insieme. Il governo è in carica da 5 mesi, ancora non è in atto né reddito di cittadinanza, né revisione Fornero né la flat tax per una serie di lavoratori autonomi e piccoli imprenditori – cioè non è in funzione la “manovra” tanto aggredita – e già avrebbe provocato recessione, aumento di disoccupazione. Qualsiasi non idiota e mentecatto, qualsiasi non bugiardo sesquipedale, sa che questi sono gli effetti della politica economica degli anni passati, basata sull’austerità e il crollo della domanda. Hanno fatto un tam tam sui negozi chiusi in quanto, secondo loro, i cittadini hanno perso la fiducia a causa della “manovra” e dei primissimi atti del governo (nulla è stato approvato prima dell’ultimo trimestre, quello incriminato). Mascalzoni e a mio avviso assai più delinquenti di quel moldavo ucciso nel corso di un furto. Nella mia stessa cittadina è da due anni e anche più che stanno chiudendo decine e decine di negozi soprattutto nella zona centrale. Manca la domanda a causa dell’impoverimento di larghi strati di ceto medio, manca una vera spesa pubblica capace di rimettere in moto una certa distribuzione di reddito. Oltre al fatto che i grandi centri commerciali, ancora in diffusione e sempre più grandi (sembrano a volte delle cittadine ben popolate), fanno chiudere i piccoli negozi. E in ogni caso, l’austerità che ha indebolito la domanda complessiva si è accentuata proprio a partire da Monti e dalla dannosa politica della UE. Questi ignoranti sembrano credere che siamo alle crisi del Medioevo; nemmeno sanno che le crisi della società moderna (capitalistica e industrializzata) sono di sovrapproduzione. Lo sapevano già nell’800 che l’immiserimento in questo tipo di società si crea nel bel mezzo della sovrabbondanza della produzione e offerta di beni, che certo poi, non più sorretta dalla spesa dei privati (consumatori e investitori), cade logicamente e crea disoccupazione dei fattori produttivi: lavoro e capitale (imprese). Si sapeva già da un pezzo che non funzionava la legge fondamentale del liberismo: quella di Say secondo cui l’offerta crea la propria domanda (il che implicava la convinzione che il risparmio sarebbe stato sempre investito, semplicemente riducendo i tassi di interesse sui prestiti). Questi coglioni, con in testa i correttamente definiti “cretini della Bocconi”, si sono dimenticati tutto; e i giornalisti seguono questi imbecilli e imbroglioni di tale portata che il ben noto dott. Dulcamara era un principiante. O si prendono a calci nei denti oppure la si smetta di governare. Per il momento soprassiedo sul catastrofico presidente della Camera; come si possa eleggere un simile sprovveduto, non si capisce proprio. Ma anche sulle fesserie di costui, la discussione di politicanti, giornalisti, ecc. è quanto di più miserabile vi sia. Si pone in primo piano la dichiarazione di contrarietà rispetto al decreto sulla sicurezza per cui si è assentato dall’Aula (atteggiamento che dovrebbe immediatamente portare alla sua rimozione). E lo si fa perché si vuole insistere sul fatto che i due partiti governativi sono in contrasto e non possono né debbono proseguire nel governare. Ma la cosa gravissima è l’atteggiamento di inimicizia deciso da Fico verso l’Egitto, che ha con noi importantissimi contratti d’affari e con in piedi la possibilità che l’Eni possa avvantaggiarsi nello sfruttamento del maggior giacimento d’idrocarburi mai scoperto; e scoperto proprio dalla nostra benemerita azienda pubblica (fondata da Enrico Mattei). E ancora insisto sulla mascalzonaggine dell’informazione (nemica al 90% perché tutta pagata da confindustriali legati a Renzi e Berlusconi). Insistono che ormai il popolo italiano è stanco di questi due incapaci e inetti che ci governano. Per il momento, però, quando devono dare risultati dei sondaggi elettorali, questi sono abbastanza diversi tra loro, ma tutti danno comunque Lega e 5stelle intorno al 60% di gradimento. E allora tacete, puri imbroglioni che vi passate per giornalisti ed esperti di politologia o di opinione pubblica; siete solo dei putridi farabutti pagati profumatamente per mentire. La vergogna di questo governo è che non ha la forza di mettervi a tacere con punizioni esemplari. E nominano alla direzione delle reti Rai non uomini scafati e decisi a far valere finalmente il “nuovo”; niente, ancora il vecchio culturame proveniente dalla falsa “sinistra”; al massimo intervallato con qualche squallido berlusconiano.

L’alternativa e’ ormai secca e pressante, di GLG

gianfranco

Qualcuno(a) ha scritto che non si offendano le puttane paragonandole ai giornalisti (salvo le opportune eccezioni; d’altronde si sa che non c’è regola senza eccezioni). In effetti, la gran parte dei giornalisti – e non solo italiani almeno dalle notizie che arrivano in merito alla stampa statunitense – è ben rappresentata soltanto da vermi che strisciano a pagamento. Quelli appena un po’ meno banali e superficiali (ma mai meno faziosi e bugiardi) sono lombrichi. Oggi c’è un buon articolo di Belpietro su “La Verità” (che non so riportare non essendo il giornale on line), in cui si mette in luce come stanno andando i sondaggi elettorali in totale contrasto con quanto sostengono i giornali riguardo alla presunta rivolta dei “nordici” nei confronti della Lega, che i sondaggi danno in notevole crescita. Ne ho anch’io visti un certo numero. Ne cito solo pochi. Intanto, quello patetico de “Il Giornale” che dà in aumento la Lega (ma solo a poco più del 31%) e ridicolmente attribuisce a F.I. una rimonta fino ad oltre l’11%. In realtà, quelli settimanali del TG7 danno alla Lega ormai ben oltre il 30%, F.I. sempre tra il 7 e l’8% (qualche volta al 9), il Pd sempre tra il 17-18, ecc. ecc. Quanto a Pagnoncelli, proprio 2-3 giorni fa ha segnalato la Lega a oltre il 36% e F.I. e Pd alle percentuali appena considerate. Lascerei comunque stare i sondaggi (molto spesso richiesti e magari finanziati da qualcuno) e attenderei le vere elezioni (tipo quella del Trentino-Alto Adige con F.I. quasi sparita e il Pd appena visibile).

A parte i sondaggi, la malafede degli organi d’informazione – ancora uniformati al vecchio establishment piddino e forzaitaliota, quello appoggiato dai nostri “cotonieri” (i vertici confindustriali, da sempre vera vergogna di questo paese) – ha raggiunto livelli via via parossistici a partire dal 4 marzo, ma soprattutto dopo la formazione del governo. In questi giorni – in accordo con gli attuali vertici della UE, formati da membri di un PS in disfacimento dappertutto e di un PPE in grave crisi, in particolare proprio nel suo paese “principe”, la Germania; e non parliamo di “en marche” di Macron – l’informazione dei venduti continua ad intervistare i suddetti “cotonieri”, facendoli passare per l’intero ceto degli imprenditori nordici in sollevazione contro la Lega. In realtà, si devono ossessivamente udire le cavolate di uno dei figli dei “capitani coraggiosi”, cui vent’anni fa fu svenduta la Telecom fino ad allora pubblica. Vicenda raccontata più volte da noi di C&S, implicando pure un certo Mario Draghi, da tutti considerato un grande economista che avrebbe operato per aiutare l’Italia; sì, in un certo senso, solo da quando fu nominato a dirigere la BCE nel 2011, proprio l’anno in cui, a novembre, iniziò il settennato dei governi di “tradimento del paese” (Monti, Letta, Renzi, Gentiloni), che si tentò di perpetuare dopo il 4 marzo con un altro dissennato governo tecnico (Cottarelli), immediatamente bloccato dall’accordo certo problematico dei due attuali governativi, non ancora adeguato alle necessità dell’epoca che avanza.

Il fallimento della “primavera araba” (tentativo obamiano di ricreare un ormai impossibile monocentrismo americano, che ha condotto agli sconvolgimenti in Africa e Medioriente con l’incontrollato fenomeno migratorio), le elezioni presidenziali negli Usa (che mostrano lo scollamento delle sedicenti élites,“acculturate” malamente e terribilmente ignoranti proprio in fatto di storia), la prosecuzione di tale processo in Europa (con i vari sedicenti “populismi” e la crisi irreversibile della UE), adesso anche i “gilet jaune” in Francia, ecc. chiariscono senza più dubbi che l’alternativa è: dissesto crescente della “civiltà occidentale” o eliminazione completa e senza alcuna pietà (o resipiscenza di “falsa etica”) di vecchie “sinistre” e “destre” ormai non più corrispondenti ai termini usati e solo formate da zombi. Sappiamo da notevoli film anticipatori (fra cui quelli di Romero, ma non solo) che o gli esseri umani eliminano gli zombi o questi ultimi li azzanneranno e li ridurranno nelle loro condizioni. Ormai questo è certo; quindi sarebbe necessario che terminassero presto i dubbi e le indecisioni su ciò che è sempre più urgente fare per salvarsi.  

 

CRISI, MULTIPOLARISMO E GRUPPI SOCIALI

gianfranco

 

di Gianfranco La Grassa

1. Va manifestato il massimo disappunto per come la crisi iniziata nel 2008 è stata trattata da sedicenti esperti, che hanno solo enfatizzato le crisi di Borsa, il falso problema dello spread, al massimo criticando i “cattivi finanzieri”, magari per carenza di etica, ecc. Alcuni studiosi di economia più seri hanno affrontato il problema con altri strumenti e con una migliore conoscenza delle varie teorie sulla crisi formulate da autori ormai divenuti dei “classici”. Non ritengo inutile il lavoro di questi studiosi odierni, ma qui mi interessa, come ormai sottolineato più volte, la motivazione profonda e cogente delle crisi (di tipologia variabile), quella motivazione che non attiene alla pura economia, bensì alla politica. Non mi riferisco però in tal caso agli apparati e istituzioni della sfera sociale detta Politica, in gran parte rappresentata da quello che chiamiamo Stato (e poi i partiti, ecc.); bensì alla sequenza di mosse strategiche che i vari attori compiono per vincere nel conflitto, che li oppone gli uni agli altri, e conquistare così la supremazia.

Da tale punto di vista, la crisi iniziata di fatto nel 2008 – e fin da subito la assimilai a quella di sostanziale stagnazione del 1873-96 – va considerata il segnale d’apertura di una nuova epoca di accentuato scontro multipolare, che comporta lo scoordinamento delle complessive relazioni tra le numerose formazioni particolari(in definitiva, i vari paesi); e dunque pure del cosiddetto mercato globale. In realtà, non si tratta affatto del semplice mercato, bensì di un riposizionamento delle formazioni in questione nei loro rapporti di forza in merito al controllo di determinate sfere d’influenza. Dal tendenziale monocentrismo Usa (1991-2001) si sta entrando in una fase di assai instabile (dis)ordine mondiale, causato da una non irrilevante crescita di potenza di nuovi paesi (in particolare Russia e Cina). Difficile prevedere quale sarà il risultato finale di una simile fase di intensi squilibri.

Propendo comunque per la prosecuzione, sia pure non lineare bensì con andamento a sbalzi, della tendenza al multipolarismo(attualmente ancora imperfetto) in direzione dell’usuale policentrismo che annuncerà un periodo di acutizzazione del conflitto per il predominio mondiale; e non certo di tipo prevalentemente economico, bensì soprattutto politico e bellico. Ed è al servizio di quest’ultimo che funzionerà, in definitiva, l’economia di vari paesi in fase di trasformazione decisamente innovativa. Si verificheranno pure, soprattutto nei paesi che si avvieranno ad essere effettive potenze, modificazioni non indifferenti delle “strutture” sociali (delle forme dei rapporti tra i diversi gruppi sociali). La crisi, nel suo aspetto più superficiale, quello economico appunto, sarà lunga e tormentosa, strisciante e povera di impennate verso alti ritmi di crescita. Nel contempo, non dovrebbe nemmeno condurre a catastrofici sprofondamenti; anche se l’esperienza del 1929 deve tenere avvertiti che eventuali “botti” non si prevedono effettivamente con tanto anticipo. Potrebbe esserci qualche crac finanziario, più difficilmente bruschi e autentici crolli nei settori della produzione; almeno per alcuni anni a venire. La sfera economica sarà però investita da mutamenti intersettoriali, da avanzamento di date branche (alcune anche nuove) con arretramento di altre.

Anche se, come sostengo da tempo, è lo squilibrio a creare i suoi portatori soggettivi (gli “attori” in lotta, in questo caso i vari paesi) grazie al movimento incessante da esso indotto, detti soggetti non sono tuttavia strettamente determinati, non sono privi di libertà di scelta sia pure entro un non largo ventaglio di possibilità d’azione. Inoltre, quando si fa riferimento al mono o policentrismo, al multipolarismo, ecc. balzano in evidenza, quali agenti (creati dal movimento squilibrante), le formazioni particolari: predominanti (le potenze), subdominanti o più nettamente subordinate. Tuttavia, in queste formazioni (paesi, nazioni, ecc.) sono presenti diversi raggruppamenti (e più specificigruppi) sociali; e anche questi sono emersi – con i vari nuclei dirigenti che di fatto li orientano nell’ambito del flusso di conflitti generato dall’oscillazione vibratoria.

Ecco allora che il discorso sulla crisi apre in realtà la porta a una ben più rilevante, e complicata, discussione sui vari tipi di conflitto (di “guerra” in senso lato) che si scatenano ai diversi livelli della formazione sociale nel suo aspetto generale (globale). Due sono dunque i principali conflitti da prendere in considerazione: lo scontro tra le varie formazioni particolari(paesi, nazioni, ecc.) per il predominio mondiale (o almeno “regionale”, cioè di una particolare area del globo) e quello che fu indicato, a lungo e da una particolare concezione teorico-ideologica, quale “lotta di classe”, cioè scontri e frizioni tra gruppi sociali all’interno delle formazioni particolari in questione. Non sono però soltanto questi gruppi, nella loro complessiva costituzione, a determinare con la loro azione (“di massa”) la prevalenza di uno o più d’essi (o le alleanze fra alcuni di essi, quelle a volte definibili blocchi sociali) in ogni data formazione. Decisiva appare sovente la discesa in campo di nuclei dirigenti in competizione più o meno acuta fra loro e più o meno capaci di conquistare il controllo del paese. I nuclei in questione – e non le sole “masse in movimento” (cioè i raggruppamenti sociali) – sono a mio avviso i più efficaci portatori soggettivi ultimi del movimento squilibrante e dei conflitti da esso indotti; e il prevalere di questo o di quello di detti nuclei definisce la differente tipologia cui appartiene un determinato paese (pre o subdominante o nettamente subordinato ad altro, ecc.).

Lasciamo pure gli studiosi (quelli seri però) discorrere sulle varie cause economiche delle crisi, sulla loro periodicità e lunghezza, sui mezzi per contrastarle, quasi sempre con la convinzione che lo si possa fare e che solo manchi la buona volontà o si commettano errori evitabili, ecc. Personalmente sto cercando un differente percorso (teorico) utile alla comprensione di ciò che è il più generale e cogente fattore dello squilibrio, considerato nelle sue più essenziali cause.

Parto dal principio che lo squilibrio genera il movimento; e quest’ultimo ha come effetto il conflitto e la formazione di “punti di condensazione” rappresentati dai portatori soggettivi, dagli “attori” che sono fra loro in lotta nella realtà di superficie (“di palcoscenico”, ecc.). Essendo quelli più visibili, li si osserva muovere, attribuendo loro e al loro modo d’agire la causa dello scontro e dei suoi effetti; si pensa insomma, troppo spesso per carenza di analisi teorica, che essi siano veri soggetti nell’azione e non semplici portatori, pur dotati di qualche margine di variazione soggettiva. Si sostiene allora la possibilità di invertirne il comportamento, di realizzare accordi, sol che lo si voglia realmente, smorzando così il conflitto, forse giungendo un giorno alla piena cooperazione, creando infine un mondo senza più crisi di alcun genere: né politiche e sociali né economiche, né internazionali (tra i vari paesi) né interne (tra i vari raggruppamenti sociali). Resta, allora, soltanto la “saggezza religiosa” a ricordarci l’ineliminabilità della lotta tra bene e male; e almeno per questa via ci si salva dalle peggiori ipocrisie e falsità del “buonismo” dei dominanti che devono far credere ai sottoposti molte fanfaluche nel tentativo di perpetrare il loro dominio.

2. Sul palcoscenico, una data opera va rappresentata seguendo il testo dell’autore; certamente, però, la regia introduce curvature particolari e gli attori, se capaci, mettono in piena luce determinati significati, che devono comunque essere quelli presenti nel testo in questione, altrimenti abbiamo a che fare con tutt’altra opera. Il “testo scritto” dal movimento squilibrante, generatore di conflitti, è quello che è; tuttavia, non si è passivi nella lotta e ci si deve impegnare nella “migliore rappresentazione” possibile. Nessuno sostiene che gli attori non possano apportare a quest’ultima variazioni di una certa rilevanza, ma non tale da invertirne il significato, voluto dall’“autore”. Insomma, i portatori soggettivinon sono determinati nel loro agire fin nelle minime minuzie, essendo invece in possesso di alcuni “gradi di libertà”. L’importante è smetterla di credere che essi siano capaci di ottenere risultati contrari, opposti, a quelli indicati nel “testo” e che contemplano lo squilibrio e il conflitto con determinati rapporti di forza tra i contendenti e con le caratteristiche del campo dove avviene lo scontro. Perfettamente inutile è disconoscere questa condanna, sperando che alla fine potrà trionfare la bontà, l’accordo, la pace. Questo avverrà, secondo me, solo con la “morte universale” di quanto esiste nel Cosmo così com’è attualmente.

Veniamo a considerazioni più particolari e di “minore” rilievo (salvo che per noi umani). La crisi iniziata da ormai dieci anni ci accompagnerà a lungo. E’ una tipica crisi di scoordinamento legata al progressivo accentuarsi del multipolarismo. La vera differenza rispetto a quella, più volte ricordata, di fine secolo XIX è la deflazione dei prezzi verificatasi allora. Tuttavia, avremo probabilmente modo di assistere anche a quel fenomeno. Anzi già adesso abbiamo in molti settori questa deflazione; e anche il rialzo dell’indice generale dei prezzi è in definitiva minimo rispetto ad un tempo. Se poi abbandoniamo i paragoni effettuati soltanto in sede di andamento dei processi economici, riusciremo neiprossimi anni ad afferrare meglio una serie di mutamenti maggiori verificatisi in periodi storici simili a quello che prese avvio con la lunga crisi di depressione ottocentesca e che fu caratterizzato dal declino inglese. Non facciamoci però trarre in inganno ancora una volta: non fu quel declino il fenomeno più rilevante dell’epoca (detta imperialistica). Esso, fra l’altro, non era ineluttabile se non con il solito senno di poi. Si verificò allora soprattutto la fine del capitalismo quale si era formato in Inghilterra e poi in Europa (e, inizialmente, pure negli Stati Uniti), quel capitalismo borgheseche servì da modello per l’analisi marxiana e il cui tramonto fu pensato come inizio della rivoluzione proletaria mondiale, in grado di seppellire il capitalismo tout court.

La depressione di fine ‘800, durata circa un quarto di secolo, aprì la via alle vere grandi crisi, soprattutto belliche – con ulteriori riflessi economici critici in date contingenze: tipo quelli avutisi con la crisi del 1907, “trascinatisi” di fatto fino alla prima guerra mondiale, e quelli provocati dalla crisi del 1929, anch’essi superati solo con la seconda – che hanno prodotto la radicale mutazione storico-sociale cui hanno assistito le generazioni del secondo dopoguerra. L’attuale crisi di relativa stagnazione verrà infine considerata fra un bel po’ di tempo come l’apertura di una nuova “grande trasformazione”. L’illusione della lotta tra capitalismo e socialismo, tipica dell’epoca del mondo bipolare, ha completamente sviato l’attenzione degli studiosi, con l’incomprensione totale dell’avvenuto passaggio dal capitalismo borghese a quello dei funzionari del capitale. Definizione da me escogitata provvisoriamente e che sono il primo a considerare non del tutto soddisfacente; comunque si tratta del capitalismo di matrice nordamericana, già indicato da Burnham nel 1941 come manageriale (anche tale definizione mi sembra incompleta, pur essa economicistica poiché relativa alla realtà grande-imprenditoriale). Comunque, siamo entrati attualmente in una nuova epoca di netti, probabilmente violenti, sconvolgimenti con ulteriori modificazioni della formazione sociale, che continuiamo a definire genericamente capitalistica in base all’esistenza degli apparati tipici della sfera economica: il mercato e le imprese, ecc. Stiamo accumulando ritardi su ritardi e ci impantaniamo nel chiacchiericcio inconcludente più che in autentiche analisi teoriche.

Ci dimostriamo anzi in possesso di scarse capacità d’indagine, tutti dediti alla considerazione del momento presente. La memoria del passato è continuamente ignorata; e, quando non lo è, ci si dedica incoscientemente al suo completo travisamento, a raccontarci una storia ampiamente alterata e dunque incompresa. Il futuro è oggetto di futili discussioni sull’ottimismo o invece il pessimismo nonché di fatue promesse tipiche di una “democrazia elettoralistica”, che ha creato individui incapaci di pensare e problematizzare il proprio vivere per un periodo di tempo che superi uno o due anni (e anche meno). L’abissale superficialità (condita di irritante presunzione) dei “tecnici”, degli “specialisti”, è l’autentica cifra della nostra fase storica, specialmente in questo “occidente” ormai stramaturo, marcio e sfatto. Basti pensare alla “commedia” dei medici – sempre più specialisti e incapaci di valutare men che superficialmente l’intera complessità del corpo umano – che si sbrodolano con fervore a difendere la “scienza medica”.

Ritengo utile prendere intanto atto di una realtà che credo ci apparirà evidente entro qualche anno: la crisi attuale non è prevalentemente economica e difficilmente riaprirà la porta a prossimi nuovi boom. Essa ci farà galleggiare in una situazionetendenzialmente depressiva – pur con alcuni sviluppi “diseguali” tra le varie aree e paesi – e andrà mutando in direzione di più netti sconvolgimenti di varia forma, ancora per larghi versi imprevedibili. Tuttavia, come già detto, gli agenti (i portatori soggettivi) dell’“oggettivo” movimento squilibrante, e generatore di conflitti, non sono del tutto passivi né tanto meno inerte preda di un improvvido Destino, poiché abbiamo già rilevato invece l’esistenza di alcuni “gradi di libertà”. Sarà dunque utile cercare di afferrare le determinanti e le caratteristiche di massima dei prossimi conflitti. Un lavoro irto di difficoltà e complesso, che sconterà la lunga parentesi di paralisi della nostra ricerca.

Lasciando perdere gli inutili cantori della “libera individualità” nella sua interazione soprattutto mercantile – una concezione di una vecchiezza insopportabile – dobbiamo superare anche le stantie concezioni della “divisione in classi” e della lotta fra queste. Tuttavia, è indubbio che funzionano ancora gruppi sociali (non ben conosciuti e soprattutto affastellati confusamente nella dizione di “ceti medi”) e si formano – spesso disfacendosi e riformandosi in periodi ravvicinati data la loro labilità e il loro pressapochismo politico – nuclei direttivi dotati di strategie raramente ben fissate e con obiettivi spesso incerti e cangianti. In ogni modo, è in questa direzione che dobbiamo iniziare la nostra strada di analisi, perché qui incontriamo appunto gli “attori” che recitano la politica e i “registi” che mettono in scena il conflitto. Mi sembrano al presente molto scadenti e gli uni e gli altri; ma così sono e al loro comportamento ci si deve attenere. Sapendo però distinguere tra portatori soggettivi (sia pure dotati di una qualche libertà di scelta) e movimento squilibrante che rappresenta il vero Autore (d’ultima istanza) del conflitto in via di acutizzazione multipolare.

Qui siamo e da qui dobbiamo riprendere teoricamente le mosse.

 

MULTIPOLARISMO E “GRANDE CONFUSIONE” SOTTO IL CIELO, di GLG

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1. Per circa mezzo secolo, dopo la seconda guerra mondiale, si era stabilizzato un sistema globale bipolare. Un polo era quello del capitalismo, l’altro era appunto quello del (preteso e inesistente) “socialismo”. Alcuni lo dicevano comunista (ancor oggi qualche “sopravvissuto” parla con improntitudine di Cina comunista o Cuba comunista, ecc.). In realtà, in quei paesi erano al potere partiti denominati comunisti, ma nessuno di essi sosteneva certo di aver condotto la società al comunismo; ci si limitava (da sempre) a pretendere d’essere in fase di costruzione del socialismo (l’ormai ignoto gradino inferiore del comunismo secondo Marx e il marxismo d’antan, anche questo ormai ridotto ad un fantasma). Accanto ai due poli vi era una sorta di contorno rappresentato dai paesi detti “non allineati”; che tutto sommato facevano parte del  cosiddetto “Terzo Mondo”, una buona parte del quale era ancora sottoposto al colonialismo di vecchio stampo (anglo-francese) ma soprattutto al neocolonialismo di marca statunitense. Tra questi “non allineati” vi erano anche paesi importanti (appena liberatisi dal colonialismo come, ad esempio,l’India), ma tutto sommato non troppo influenti rispetto alla divisione del globo tra le due cosiddette superpotenze. L’altro grande paese asiatico, la Cina, apparteneva ufficialmente al campo“socialista”; aveva senza dubbio una notevole autonomia (e già l’inizio di una buona potenza), ma non poteva alterare in modo sostanziale il bipolarismo effettivo.

Ci fu semmai assai presto – congresso degli 81 partiti comunisti a Mosca nel 1960 – un allontanamento tra i due colossi del campo socialista, Urss e Cina, che divenne rottura dopo la crisi di Cuba (ottobre 1962) e lo scambio di lettere tra i CC dei due partiti (Pcus e Pcc) nella prima metà del 1963. Poi venne la rivoluzione culturale cinese (1966-69) che accentuò il distacco, rendendo i due partiti e i due paesi autentici nemici. Su questo contrasto si inserirono gli Usa, soprattutto per “merito” di Nixon – un presidente negletto e su cui bisognerebbe rivedere il giudizio storico perché, almeno oggettivamente, è stato più importante dell’osannato Kennedy e ha preparato il terreno a Reagan, considerato a torto l’affossatore del campo socialista (assieme a Papa Wojtyla, altro luogo comune per pigri mentali) – e la situazione, già con Mao ma ancor più con Teng, divenne tale che l’Urss (il cosiddetto socialimperialismo) fu considerata dalla Cina il “nemico principale” rispetto all’imperialismo statunitense, con cui spesso si “intrallazzò” (non è ovviamente il termine più adatto) a spese dell’Urss.

Generalmente, si sottovaluta quest’aspetto decisivo dell’indebolimento del campo socialista (sempre guidato dai sovietici), mettendo in luce erroneamente solo la corsa al riarmo nella quale l’Orso russo avrebbe perso. Altra questione che dovrebbe essere sottoposta a revisione storica è la vittoria della guerriglia vietnamita. Nixon (con alle spalle Kissinger, il vero personaggio centrale di certe operazioni), in grado di capire che le strategie vincenti (alla lunga e contro il nemico principale) richiedono anche l’accettazione di certi “passi indietro”, fece bombardare pesantemente la stessa Hanoi nel Natale 1972, giungendo poi agli accordi di Parigi del gennaio 1973. Gli Usa si impegnarono a ritirare le loro truppe, che a fine anni ’60 erano giunte al mezzo milione di soldati. In effetti, lo fecero e quasi completamente, ma dal 1972 era partito il watergate che costrinse Nixon alla resa due anni dopo e che non fece alla fin fine rispettare pienamente gli impegni di Parigi a nessuna delle due parti. Nel 1975 (30 aprile) il nord Vietnam entrava a Saigon, finiva la lunga guerra e il paese fu unificato sotto la direzione del partito comunista.

In effetti, terminato il lungo conflitto – che ovviamente era stato combattuto unitariamente dalle diverse fazioni del partito comunista nordvietnamita e con il decisivo appoggio sia dell’Urss che della Cina – la fazione filosovietica, sempre maggioritaria, prevalse definitivamente su quella filocinese; il che solo apparentemente avvantaggiava l’Urss, mentre invece allargava il solco tra le due potenze “socialiste”. Ci fu poi, nel 1979, la breve guerra cino-vietnamita (durata un mese tra metà febbraio e metà marzo) provocata dall’invasione della Cambogia da parte del Vietnam con deposizione del governo dei Kmer alleato dei cinesi. Nel dicembre dello stesso anno l’Urss invase l’Afghanistan, dando inizio ad un conflitto decennale che indebolì l’Urss (costretta al ritiro nel 1989) e favorì un qualche avvicinamento della Cina agliUsa (e al Pakistan, sempre stato relativamente favorevole ai cinesi anche a causa della mai cessata ostilità con l’India, pur essa in contrasto con il grande paese asiatico “socialista”).

Quanto appena accennato – e sarebbe invece piuttosto importante rifare bene la storia di quel periodo cruciale serve solo a ricordare che, malgrado il dissidio russo-cinese foriero della successiva dissoluzione del campo socialista, si ritenne per mezzo secolo il mondo diviso ormai permanentemente in due, tra Usa e Urss. Fu un periodo di sostanziale pace nel mondo capitalistico avanzato; pur parlando, e l’ho sempre ritenuto uno straparlare, di “equilibrio del terrore”, ovviamente atomico. Le guerre, pressoché continue in varie parti del mondo, avvenivano sostanzialmente nelle aree di confine (e frizione) tra i due campi. In realtà, non esisteva alcun socialismo (figuriamoci il comunismo), bensì forme sociali spurie ancor oggi conosciute inadeguatamente (se ne sono fornite innumerevoli analisi contrastanti). L’interpretazione, che fu anche (ma solo in parte) del mio Maestro francese Charles Bettelheim, di un capitalismo di Stato (e di partito), non sembra più molto convincente. Più perspicua mi sembra invece la tesi bettelheimiana secondo cui le forme (capitalistiche) della merce e dell’impresa vennero durante quel periodo, per motivi fondamentalmente politici e ideologici, soffocate, represse, ma non superate nei loro effetti sul sistema dei rapporti sociali. Fu in definitiva provocato un reale irrigidimento del sistema di questi ultimi con effetti deleteri sulle capacità di sviluppo di quel campo e sulla crisi che infine lo travolse. Anche in questo caso, dovremmo però approfondire storicamente cosa è realmente accaduto, mentre si resta alle tesi più banali e del tutto superficiali.

In effetti, forte era la credenza che il partito, pur dominato da un’oligarchia da lungo tempo cristallizzatasi, dovesse mantenere – in quanto avanguardia della classe operaia, quella che si sarebbe emancipata dallo sfruttamento, emancipando così l’intera società mondiale dallo stesso e dalla divisione in classi – il potere assoluto, pianificando l’intera economia. Non posso qui elencare i motivi (teorici ma con risvolti pratici) per cui la pianificazione, attuata dal blocco sociale che si era andato solidificando, riusciva solo a porre ostacoli allo sviluppo, dopo il primo periodo staliniano di impetuosa accumulazione e di creazione di una potenza industriale (e militare) con però basso livello di consumi e di tenore di vita per quanto riguarda la netta maggioranza della popolazione. Il periodo brezneviano – successivo ai fallimenti di quello kruscioviano, una sorta di “pregorbaciovismo” – fu di stagnazione, con degrado delle strutture sociali: si pensi all’istruzione e sanità, in un primo tempo orgoglio dei paesi socialisti, alla diminuzione notevolissima della media della vita, nettamente innalzatasi in precedenza. E via dicendo.

Infine si giunse al periodo gorbacioviano, un “vorrei ma non posso”, con il tentativo di affermare una contraddizione in termini: il socialismo di mercato. La Cina pure usò questa dizione, ma solo come mascheramento ideologico; in realtà, diede pieno sfogo a forme economiche di tipologia capitalistica, mantenendo solo una direzione centralizzata (con ampie autonomie in sede locale, anche se per le decisioni “minori”, non per quelle nazionali). In definitiva, si trattò di quella centralizzazione che – sia pure tenendo conto delle differenze culturali e di lunga tradizione storica – ha poi cominciato ad attuare la Russia nella sua fase di netta ripresa con l’avvento della direzione putiniana (dopo i disastri provocati da Gorbaciov e Eltsin) e, mi sembra, con risultati tutto sommato soddisfacenti, pur se ancora insufficienti a rilanciare il paese come grande potenza in aperto confronto con gli Stati Uniti.

2. Quello che ho cercato di delineare in modo molto succinto serve alla conclusione che più mi interessa: malgrado non esistesse il campo socialista, o meglio non esistesse il socialismo in tale campo, esso fu realmente antagonista di quello consideratocapitalistico tout court, si visse e fu vissuto come alternativa che le classi dominanti “occidentali” – ancor oggi tanto poco consapevoli di quanto accaduto da trattare spesso la Cina come socialista – intendevano stroncare; e alla fine ci riuscirono. Da quel contrasto semisecolare risultò però intanto l’imponente decolonizzazione che – pur non avendo portato (nemmeno essa) ai risultati perseguiti da certe forze dette antimperialiste ormai del tutto fallimentari – ha in ogni caso cambiato la faccia del globo. L’Urss, in nome della mera politica di potenza e dell’ideologia (della costruzione del socialismo come esempio da seguire per le masse dei paesi capitalistici), fu comunque prodiga di aiuti, soprattutto ma non solo militari, a Cuba, Egitto, ecc.; aiuti non corrispondenti al classico concetto di imperialismo, che implica non solo la forza politica e militare, bensì anche un ritorno economico: non solo per lo Stato ma pure per le imprese investitrici di capitali.

Se si guarda però all’aspetto principale del termine imperialismo, cioè alla conquista (o mantenimento) di sfere di influenza, si può allora parlare di (social)imperialismo sovietico. Tuttavia, si trattò in fondo di un’azione di prevalente contenimento dell’aggressività altrui, poiché a partire dal 1945 gli Stati Uniti – dopo aver accettato, per eliminare definitivamente dal novero dei competitori Inghilterra e Francia (oltre alle sconfitte Germania e Giappone), gli accordi di Yalta con la loro divisione del mondo in due; accordi che non a caso Churchill, avendo capito come sarebbe andata a finire, avrebbe voluto far saltare (e qui sarebbero pure da rivedere molte “bucce” riguardo ai precedenti “segreti contatti” in piena guerra tra Inghilterra e Germania) – hanno tentato, con varia fortuna e in definitiva fallendo a mio avviso definitivamente a partire dall’inizio di questo secolo, di affermare globalmente quel monocentrismo, che era stato invece sempre pienamente in atto nel “campo capitalistico occidentale” (Giappone compreso) durante il sistema bipolare.

Per quasi mezzo secolo (1945-1989) il mondo apparve appunto cristallizzato, e tutto il nostro orizzonte politico fu orientato alla permanenza indefinita di tale situazione. Forse però qualcunonei luoghi nascosti dove si preparano le vere strategie politiche di potenza; altro che quelle economiche sempre poste in primo piano per ingannarci ne sapeva un po’ più di noi, vedeva cambiamenti possibili. E pure qui, sarebbero da spiegare molte mosse durante la breve parentesi di Gorbaciov, liquidatore del cosiddetto Impero sovietico, per un periodo in contatto pure con l’allora segretario del partito comunista cinese (Zhao Ziyang) per ottenere certi effetti (in definitiva dissolutivi come quelli che si produssero nel 1991 in Urss) anche in quel paese, dove invece certi sommovimenti furono stroncati nella Tienanmen (e il segretariocinese in questione prontamente destituito).

Quello che mi preme rilevare, quello a cui volevo arrivare, è che il confronto politico tra Usa e Urss, pur viziato da nette distorsioni ideologiche, condusse ad un reale antagonismo tra i due campi, che prese il posto della – ma venne ampiamente confuso e identificato con la – altrettanto ideologica credenza nella lotta “a morte” tra borghesia e proletariato, tra classe capitalistica e classe operaia. Si fu anche convinti che l’azione dell’Urss corrispondesse al concetto di “internazionalismo proletario”; quell’internazionalismo molto carente, ad es., nell’azione del partito comunista francese in merito al colonialismo del proprio paese (ad es. in Algeria, in Indocina, ecc.), del tutto assente negli operai americani nei confronti del Vietnam, e si potrebbe continuare. Una lunga serie di distorsioni ideologiche, che coprivano comunque conflitti reali e risultati concreti, certo svisati nel loro effettivo significato.

Ci fu un’apparentemente insuperabile guerra di posizione, durante la quale i partiti comunisti dei paesi capitalistici occidentali (quelli di Italia e Francia in definitiva, in cui essi avevano ancora seguito e forza) si trasformarono progressivamente in sinistra integrata e riformista (salvo frange sempre meno consistenti e più agitatorie che fattive); mentre nella parte orientale si veniva preparando il crollo della “facciata socialista”, da cui sarebbero nate, dopo un tumultuoso ma breve periodo di solo apparente totale sconfitta, nuove formazioni sociali (di ancora impossibile definizione a meno di non erigersi a profeti) che sembra proprio si assestino e crescano come alternativa al capitalismo di tipologia “occidentale”. In definitiva, tuttavia, si tratta solo di Russia e di Cina, non certo di Cuba o del Vietnam, ecc.

3. Oggi la situazione, nel giro di un quarto di secolo (periodo storico breve) dal crollo del campo “socialista” e dell’Urss, è completamente mutata, tanto da essere irriconoscibile; solo dei “cervelli cristallizzati” possono continuare a rimuginare il passato come se tutto fosse rimasto eguale o con modesti ritocchi. Non esiste più una guerra di posizione ma di pieno movimento. C’è stata all’inizio di detto periodo l’illusione ottica dell’ormai realizzato monocentrismo (“imperiale”) statunitense, con questo paese in piena “arroganza di (pre)potere” e quindi direttamente (militarmente) aggressivo. Gli Usa hanno cominciato ad accettare (e forse non ancora del tutto) la nuova realtà; Obama è stato solo un po’ meno “diretto”, un po’ più viscido e avvolgente dei Bush e di Clinton, ma non aveva proprio per nulla tratto le debite conclusioni del multipolarismo ormai in accentuazione.L’establishment che si rappresenta in Trump sta cercando nuove vie, ma è fortemente contrastato e quindi costretto ad un continuo zigzagare. Resta in me il sospetto che forse non era ancora del tutto pronto alla virata necessaria e non si aspettava (forse nemmeno agognava) la vittoria di un suo “candidato” alla presidenza; per cui potrebbe non averlo scelto adeguatamente, ma solo provvisoriamente, pensando poi di cambiarlo arrivato il momento della possibile vittoria, che invece è arrivata di sorpresa.

Ricordo che ormai un bel po’ di tempo fa vi era stata quella avveniristica (e del tutto illusoria) visione del gen. Wesley Clark (comandante dell’aggressione alla Serbia nel 1999), secondo cui ormai la guerra si vinceva con l’aviazione, senza bisogno di truppe di terra. Oggi, simile convinzione appare perfino sciocca; comunque, gli Usa hanno soprattutto usato una sorta di sicari; sia che si trattasse di alcuni paesi europei (Francia e Inghilterra in Libia contro Gheddafi) sia utilizzando il cosiddetto estremismo (e terrorismo) islamico del tipo dell’Isis in Siria contro Assad (operazione non riuscita, anche se ancora resta qualche incertezza circa il risultato finale). Si continuano pure le operazioni ai confini della Russia (tipo Ucraina o alcuni paesi centro-asiatici), che non sembrano costituire un vero ostacolo al rafforzamento del paese in via di diventare il contraltare dell’influenza statunitense in Europa, nel Medioriente e probabilmente nello stesso nord Africa (in Libia ci sono già i precisi sintomi di tale processo in svolgimento). E’ comunque in corso un assai complesso gioco dialleanze in buona parte temporanee e “area per area”, destinate a continui disfacimenti e rifacimenti. E’ messo in forte difficoltà anche il principale alleato degli Usa (in particolare di quelli dell’attuale presidente) nell’area mediorientale, cioè Israele, con cui la Russia cerca, almeno al momento, di non entrare in netto contrasto.

Quanto appena esposto, pur per semplici cenni, è appunto effetto della fine della guerra di posizione, in cui uno dei due campi non era però in grado di tenere la posizione; mentre nell’odierna guerra di movimento, con più attori in gioco, e in rafforzamento, tutto è diverso, tutto muta con rapidità (certo sempre tenendo conto che stiamo parlando di processi storici). E’nel contempo un vero ricordo del passato la credenza nella “lotta di classe”, nell’antagonismo dei lavoratori contro il capitale edelle masse popolari del “fu” terzo mondo contro l’imperialismo dei paesi capitalistici avanzati. Tale credenza è sopravvissuta nel mezzo secolo di “sistema bipolare (e a malapena in ogni caso) per la confusione, fatta da ritardati (che si credevano marxisti quando erano invece scolastici e quasi religiosi), tra questa lotta e lo scontro tra i due campi in quella guerra di posizione, in cui uno dei due era ormai in surplace e incapace di uscire dal giogo dell’ideologia della lotta tra socialismo (inesistente) e capitalismo.

Nell’attuale fase storica – non perché si sia in presenza di una rinnovata e stabile nuova teoria dello sviluppo sociale, ma solo perché siamo in un processo di “transizione” ancora tutt’altro che stabilizzatosi – si deve pensare alla decisa preminenza dello scontro di tipo internazionale (tra quegli Stati nazionali che per i fumosi chiacchieroni altermondialisti e moltitudinari non sarebbero più esistenti); e del conflitto interno in pieno svolgimento tra i gruppi dominanti, legati alle vecchie strutture economiche e sociali “preinnovative”, e quelli tutto sommato “innovativi” (della distruzione creatrice, intesa in senso ampio e non solo relativa alla sfera economica), dove i primi sono i piùservilmente subordinati agli Usa, mentre i secondi (non tutti però e non ancora con vera decisione e chiarezza di idee) allargano i loro orizzonti ai nuovi poli e dunque alla guerra di movimento.

Non abbiamo alcuna simpatia per i dominanti, siamo in fondoancora attratti dall’idea che si riaffermeranno nuovi scontri in verticale (tra strati sociali in antagonismo). Non siamo per nulla convinti che ormai il conflitto si giocherà per sempre soltantonegli spazi (orizzontali) della “geopolitica”. Siamo però consci che la fase attuale è questa, non quella ancora pensata con schemi obsoleti da “vecchi ossi” (ormai rosi dal tempo) che si definiscono, per di più, di sinistra (magari “estrema”; estrema solo nella sua idiozia). Bisogna passare per una fase di guerra di movimento tra poli, che definiamo momentaneamente (e senza alcuna intenzione di cristallizzare il pensiero in tale schema) capitalistici; ma non caratterizzati da un capitalismo, bensì da alcune differenziate (e ancora non studiate né comprese adeguatamente) formazioni sociali di tipologia capitalistica, soprattutto nella loro sfera economica, caratterizzata assai genericamente da impresa e mercato.

Attraverso tale tipo di guerra si riconfigureranno anche le “strutture” sociali nei vari capitalismi, e sarà allora possibile avvicinarsi, con nuovi orientamenti di pensiero, alla teoria e prassi di altre lotte combattute in verticale, tra strati sociali. Oggi, è proprio per colpa dei “vecchi ossi” sopra citati che è impossibile prevedere adeguatamente tali nuove lotte, non meramente interne alla riproduzione capitalistica, come sono tutte quelle odierne. Il primo compito è il superamento di certe concezioni ormai “da dinosauri”, la loro sparizione perfino nel retropensiero dei più giovani. Per il momento, è più utile la discussione con i geopolitici; non perché siamo convinti in assoluto che abbianoragione ma perché, per un’intera fase storica (non per pochi anni), sarà più energica e produttiva di effetti eclatanti la guerra di movimento tra policon i suoi specifici effetti su quella interna(ma tra dominanti e per un periodo storico non breve) nei diversi paesi facenti parte dell’area di influenza di ognuno dei poli in questione.

A questo orientamento di massima bisogna ormai indirizzarsi,acutizzando gli scontri laddove ciò si renderà più facile e foriero di risultati positivi al fine di uscire dalle forme di lotta che ancora oggi fanno marcire una situazione ben poco compresa da chi le conduce con occhi rivolti al passato o con un atteggiamento empirico da semplici praticoni e maneggioni. E diamo addosso con tutte le forze a questa falsa e degenerativa “democrazia elettorale”, ormai la vera infezione del nostro mondo in progressivo avanzamento verso un’epoca di profonda trasmutazione sociale. Se vogliamo, non dico evitare (utopia), ma almeno moderare gli orrori, è indispensabile non commettere più i gravi errori cui ci costringono vecchie ideologie, fra l’altro nemmeno più conosciute e tanto meno capite da (pseudo)pensatori in fase fortemente degenerativa.

 

LA CRISI NON E’ MATERIA DA ECONOMI(CI)STI (figuriamoci da filosofi).

Multipolarismo imperfetto (2)

 

E’ impossibile digerire quanto annunziano certi critici improvvisati del capitalismo i quali nella crisi, sempre ultima e irreversibile (ma quante ne abbiamo contate lungo i secoli?), individuano i sopraggiunti limiti del sistema, cosicché si ritiene, impropriamente, che persa la sua intrinseca dinamicità, esso possa sopravvivere soltanto ricorrendo alla rapina e all’imposizione coercitiva.
C’è in queste disamine una incomprensione profonda del modo di riproduzione sociale in essere. Innanzitutto, il carattere più generale della crisi capitalistica è la sovrapproduzione, infatti, non vi è scarsità o penuria di beni, come spesso accadeva in ere precedenti, ma loro eccesso rispetto alla domanda. Si tratta, senz’altro, di una crisi che determina impoverimento delle più larghe masse popolari ma pur sempre in un contesto di avanzamento produttivo in cui si susseguono scoperte tecnologiche, miglioramenti di processo e, soprattutto, realizzazione di nuovi prodotti, cui però non corrisponde l’aumento della capacità di acquisto delle masse. Molte merci restano perciò invendute, le imprese capitalistiche soffrono perdite, sono costrette a ridurre la produzione e le unità lavorative occupate; molte devono chiudere o persino fallire. Questa è la tendenza generale contrastata però dalla proliferazione di nuovi settori, ancora in fieri, destinati a decollare. E’ in corso un’altra rivoluzione che non ha mostrato ancora tutte le sue potenzialità in campi non “consuetudinari” o inespressi.
Certamente, chi perde il lavoro non consuma, facendo crollare ulteriormente la domanda di tali prodotti, a loro volta le imprese riducono quella dei beni di produzione smettendo d’investire e la crisi si allarga. Tuttavia, solo l’occhio più superficiale non vede che proprio nella crisi si manifesta il sintomo di una ristrutturazione o riconfigurazione che, in certi frangenti storici, va ben oltre i confini dello stesso sistema economico. Per esempio, la seconda rivoluzione industriale, verificatasi tra fine ottocento e inizio novecento, fu attraversata da una lunghissima stagnazione, proprio mentre si gettavano le basi di un grande balzo tecnologico e di profondi mutamenti geopolitici. Poiché la società capitalistica appare come un grande ammasso di merci è ovvio che i suoi terremoti più profondi si presentino in superficie con sconvolgimenti in questa sfera, prima a livello finanziario, poi della cosiddetta “economia reale” ed infine, nei rapporti di forza tra aggregati statali (a livello della sfera politica, dove si trova il vero nucleo della complessità sociale e dei suoi decisivi conflitti per la preminenza). A seconda delle fasi, le crisi possono annunciare minimi riaggiustamenti sugli equilibri preesistenti, ed in questo caso si parla più che altro di di recessioni, (con mutamenti che avvengono all’interno di un’area ad egemonia stabilizzata, avente un centro regolatore il quale può correggersi senza cedere potere) oppure, se nel frattempo si sono concretizzati degli accorciamenti nei differenziali di potenza tra formazioni nazionali, può essere messa in discussione tutta l’impalcatura anteriore (con perdita di capacità aggregativa del polo predominante e formazione di più poli di attrazione), ed allora, in questa eventualità, si parla di crisi sistemica. La nostra situazione attuale sembra corrispondere alla seconda ipotesi, poiché siamo passati da una stagione monocentrica, con assoluta supremazia statunitense, ad una multipolare con crescita di elementi regionali (Russia, Cina) che impediscono alla superpotenza di essere pienamente unilaterale nelle sue decisioni. La crisi contemporanea è dunque debacle da sregolazione geopolitica (accompagnata da importanti novità a livello tecnologico e produttivo, la cui portata si vedrà col tempo) che non annuncia il definitivo precipitare del capitalismo (il termine è ormai riduttivo per definire il nostro modo di riproduzione sociale, forgiato sul modello statunitense) nel finanziarismo parassitario ma l’inizio di una acerrima conflittualità tra aree e Stati per la supremazia mondiale, politica e poi economica. Cose piuttosto serie che gli sbrigativi filosofi o i superficiali economisti non possono cogliere.

È UN MONDO DIVERSO

mondo

Quando nel 2007 scoppiò negli Stati Uniti la bolla immobiliare, dando avvio alla lunga recessione giunta ai nostri giorni, prevedemmo che la soluzione alla stessa non sarebbe arrivata facilmente. Tuttavia, ritenemmo anche che la débâcle inizialmente finanziaria (e poi anche reale) non costituisse il sintomo di un crollo del sistema globale ma quello di una sua lenta ristrutturazione, soprattutto in senso geopolitico. Mentre ottimisti e catastrofisti snocciolavano i loro dati a sostegno dell’una o dell’altra tesi, vaticinando improbabili riprese o imminenti crolli definitivi, noi parlammo subito di crisi da sregolazione geopolitica, da perdita di centro gravitazionale, avverso la quale potevano trovarsi soltanto rimedi palliativi che non avrebbero tolto il male al corpo in quanto erano in atto mutazioni “genetiche” dell’ordine mondiale. Gli Stati Uniti, infatti, avevano dimostrato di non poter gestire la monocraticità del loro comando in seguito al rafforzamento di alcuni attori regionali (Russia e Cina in primo luogo). Inevitabilmente, si sarebbe rimessa in moto la Storia che, nella formazione mondiale capitalistica, si annuncia con scossoni di tipo economico. Quest’ultimi però, come scrive La Grassa, sono fenomeni superficiali che celano problematiche ben più profonde: “Il terremoto, magari con annesso tsunami, è evento catastrofico che colpisce a fondo la vita degli uomini; ed è ancora imprevedibile, checché se ne dica a volte con somma insipienza. Tutti, evidentemente, fuggono disordinatamente nel momento cruciale, poi iniziano ad organizzarsi in previsione di eventuali nuove scosse e pensano infine alla ricostruzione. Il sismologo sa tuttavia che il tremore di superficie, così disastroso, dipende da scontri tra strati del terreno che avvengono a grande profondità; più profondi sono tali urti e frizioni, maggiore è l’energia accumulata per anni e decenni (talvolta secoli) e più intenso e violento è il suo scaricarsi; tanto più ampia è inoltre la zona colpita dallo sconquasso… le grandi crisi del XX secolo sono state quella del 1907 e quella, decisamente più rilevante e passata alla storia come la crisi (per antonomasia), del 1929. Entrambe iniziarono con l’aspetto più superficiale di tale terremoto, quello finanziario, quello che sembra più colpire, ancor oggi, la fantasia “popolare”; dove per popolo si deve intendere semplicemente la gran parte degli ignari, adeguatamente influenzati dall’informazione ricevuta dai “santoni” della scienza sociale detta economia”.
Tuttavia, è bene ricordare che ciascuna di questa crisi condusse a delle guerre tra alleanze di paesi, I e II conflitto mondiale. Solo al termine del redde rationem tra potenze si uscì veramente dal periodo buio con una ridefinizione dei rapporti di forza internazionali e la divisione del pianeta in due blocchi contrapposti, ciascuno egemone nel suo campo. Poté così tornare la “regolazione” economica, soprattutto in occidente, dove gli Usa, divenuti predominanti, imposero la loro visione d’integrazione (gerarchica) alle formazioni sociali collegate. La stabilità fu a lungo assicurata al netto di più o meno brevi periodi recessivi (per esempio negli anni ’70) che non essendo però di tipo geopolitico-strutturale potevano essere governati, nei frangenti, con misure di tipo economico. Quando però è l’architettura stessa dell’ordine politico mondiale a mutare le medicine “finanziarie” e i provvedimenti economici servono a poco. E’ il caso dei nostri tempi che si annunciano di accentuato multipolarismo che, a sua volta, sfocerà in un’epoca di acuto policentrismo in cui la lotta per la supremazia tra Stati si farà più serrata, con la possibilità di scontri bellici senza esclusione di colpi (per ora ancora relativamente lontani). Di segnali ne abbiamo ormai in abbondanza, la Russia ha da tempo rotto gli equilibri e l’unilateralità americana (Siria docet) e si spera che altre nazioni seguiranno questa strada, proprio in accordo con questo Paese che sta tracciando il cammino per un prossimo futuro libero (o meno oppresso) dal tallone di ferro statunitense.

LA VERA NATURA DELLA CRISI MONDIALE

crisi-economica

Sono passati ormai undici anni dall’esplosione della bolla immobiliare americana del 2007 che diede avvio al lungo periodo di crisi giunto sino ai nostri giorni. Fummo tra i primi a dire che la débâcle economico-finanziaria non si sarebbe risolta molto presto perché la sua natura era eminentemente (geo)politica. Mentre i grandi sapienti delle varie scuole della triste scienza minimizzavano (assicurando che la tempesta sarebbe stata superata con i dovuti correttivi regolativi, comprese iniezioni di moralità a operatori e mercati) o allarmavano (prevedendo l’ennesimo crollo del sistema) noi ipotizzammo l’avvento di un non breve periodo di stagnazione, molto simile a quello principiato nel 1873 e conclusosi solo nel 1896, senza però che i più gravi problemi strutturali degli assetti mondiali fossero definitivamente sciolti. A quello provvidero le guerre mondiali del secolo successivo che misero fine al predominio inglese sul mondo e ci restituirono dei rapporti di forza polarizzati tra due campi contrapposti: con la supremazia Usa nel quadrante occidentale e dell’Urss in quello orientale. Tutti gli scienziati che sbagliarono allora continuano a dispensare consigli oggi, sicuri che siano le loro ricette tecniche a poterci portare fuori dal guado. Ma la insormontabile diatriba tra sostenitori delle politiche “dell’offerta”, sponsor della mano invisibile, ed oppositori “della domanda”, sostenuta dall’interventismo statale, continua a non portare a nulla poiché questa crisi non è da offerta e nemmeno da domanda. Gianfranco La Grassa lo scriveva già nel 2009:

“Chi si atterrà solo al dato economico, credo capirà poco o nulla dell’epoca in corso…Dobbiamo lasciar perdere le prime (e primitive) impressioni che si ricavano dai dati economici. Oggi, per esempio, la crisi si riflette ovviamente in una caduta dei redditi di una buona parte della popolazione. Si tenga intanto presente che si tratta certo della maggioranza d’essa, ma ce n’è una quota non indifferente (io credo almeno un quinto se non un quarto) che della crisi in atto non soffrirà troppo; e ne uscirà non dico indenne, ma sempre con un tenore di vita elevato e con consumi “opulenti”. La maggioranza andrà però incontro a forti disagi. Per ragioni di equità e per opportuna strategia politica (che richiede anche quella delle “alleanze” o “blocchi sociali”), è lecito venir incontro al malessere di questa gran parte della popolazione; sapendo che non è però composta di soli lavoratori dipendenti. C’è invece chi chiede puramente e semplicemente l’aumento salariale, e soprattutto per ragioni economiche, perché aumentando i consumi si combatterebbe la crisi. Mi dispiace ma questo è un errore; i consumi, se eccessivi e dediti solo ai beni di prima necessità, indeboliscono un sistema-paese e lo fanno uscire dalla crisi – che è inevitabile e ci si deve rassegnare a passarla – in condizioni assai peggiori rispetto ad altri. La crisi sarà in definitiva per tale paese più lunga, più spossante, lo lascerà in balia di quelli capaci di sfuggire al banale populismo di simili proposte. Un certo aiuto ai ceti bassi e medio-bassi è doveroso e utile per impedire scollamenti e lacerazioni del tessuto sociale che lascino un paese in balia del caos e disordine, con accentuazione della sua caduta “in basso” e la possibile ascesa di “avventuristi” che potrebbero condurlo al disastro (non economico, bensì proprio sociale e politico) totale…va lasciata da parte la solita diatriba tra liberisti e keynesiani. Il libero mercato è una esiziale ideologia di distorsione della realtà; ma non certo migliore è quella grossa mistificazione dei fondamentalisti keynesiani, secondo cui il New Deal rooseveltiano ha fatto uscire dalla crisi del ’29. La crisi non dipende dalla domanda, tanto meno dal sottoconsumo (in Keynes almeno si tiene conto dell’investimento nella domanda effettiva). Nessuno sostiene che l’immissione di potere d’acquisto in una situazione di crisi non produca effetto alcuno; ma è come prendere un febbrifugo, che dà un po’ di sollievo, e credere di stare annientando il germe della malattia che ci ha colpiti. E’ bene usare anche il febbrifugo, ma poi, in assenza dell’effettivo germicida (che non esiste nella strutturazione sociale del capitalismo), si deve rinforzare l’organismo con appropriati ricostituenti onde trovarsi in non pessime condizioni quando si uscirà dal letto alla fine del “normale” decorso della malattia. I ricostituenti vengono “comprati” con strumenti finanziari, ma il mero ragionamento economico non consente affatto di individuare quali siano i migliori da usare e il come usarli; simili scelte spettano all’agire strategico che non rispetta i troppo elementari criteri economici dell’efficienza, bensì quelli dell’efficacia ai fini della potenza”.

La crisi economica è una specie di terremoto superficiale che nasce da scontri più profondi sotto la roccia sociale. Nel nostro caso va molto in profondità perché attiene all’impatto tra masse geopolitiche in ristrutturazione, dopo i relativi sfaldamenti della zona occidentale che hanno rimesso in moto le placche globali. “Per questo diventa essenziale distinguere una vera crisi da quelle che talvolta passano per tali, ad esempio l’estrema labilità delle Borse valori, soggette a continue e talvolta assai ampie oscillazioni; per non parlare dello spread (differenziale tra gli interessi pagati sui titoli del Debito pubblico dai vari Stati, di cui si è preso ossessivamente in considerazione quello tra Germania e Italia), che è diventato la “moda corrente” nell’attuale crisi; iniziata nel 2008 senza che in pratica nessun “esperto” di problemi economici l’avesse prevista e pressoché tutti l’abbiano per un bel po’ sottovalutata. Le “crisi” dell’ultimo tipo citato dipendono da fenomeni speculativi sul denaro e i titoli; inoltre possono essere con un certo successo manovrate in senso politico per conseguire dati obiettivi, ad esempio il cambio di un governo o comunque una serie di operazioni che conducono dati paesi ad una maggiore dipendenza da altri; dipendenza comunque già in atto per ben altri motivi più cogenti. Le vere crisi economiche – caratterizzate da crolli improvvisi e catastrofici (tipo 1929) o invece da un lungo periodo di sostanziale stagnazione (tipo quella di fine secolo XIX, 1873-96, cui tende sempre più ad assomigliare la recente crisi generale di sistema del 2008) – non sono affatto controllabili e manovrabili da nessuna forza economica e politica”.

In una società dominata dalla forma merce è normale che i primi sconquassi appaiano a livello finanziario. “E’ ovvio che la parte finanziaria, legata all’uso della moneta e dei segni d’essa, sia il primo fenomeno critico a presentarsi, data la generalizzazione della forma di merce nel capitalismo e il conseguente uso necessario del denaro nel ciclo continuo M-D-M. Quando questo viene ad interrompersi – per motivi vari studiati da tutti gli economisti e sottoposti ad interpretazioni diverse; non inutili, sia chiaro, poiché nessuno nega l’importanza di certi fenomeni se vengono studiati e analizzati come tali e non come il processo più fondamentale caratterizzante la crisi, la causa insomma della stessa – il primo scombussolamento è subito dai mercati in cui circola lo “strumento” che ormai, da semplice intermediario nello scambio di merci, è divenuto pure accumulazione di ricchezza, mezzo di investimento, garanzia (del tutto parziale e insicura, in verità) contro gli imprevisti del futuro, ecc. ecc. Al disordine nei mercati monetari, finanziari – se esso non è legato a semplici giochi speculativi, in genere suscettibili di reciproca compensazione tra operazioni di segno contrario (si pensi alle continue oscillazioni di Borsa) – segue quello ben più grave nei mercati dei beni (e servizi) prodotti, nei mercati detti “reali”.
Ma occorre capire la direzionalità delle generali dinamiche storico-sociali generanti disequilibri diversi (in epoche differenti) a livello economico particolare. Quando le prime sono abbastanza stabili è possibile trovare, entro la stessa sfera economico-finanziaria, delle contromisure di riaggiustamento, operando con gli strumenti normalmente a disposizione. In frangenti come questi vale anche anche la cosiddetta fiducia (si dice, infatti, rassicurare consumatori e imprenditori) che si concretizza in messe a punto da parte delle istituzioni che sortiscono buoni risultati (può bastare un minor carico fiscale sulle aziende o qualche privilegio concesso alle famiglie). Invece, se ci troviamo nel bel mezzo di uno scontro per le sfere d’influenza, tra Stati in ripristino di sovranità o in recupero di potenza, il ricorso ai soliti correttivi economici diventa un rimedio inessenziale. Non a caso, la crisi perdura e si aggrava, anche più del dovuto se si prosegue sulla strada degli errori economicistici, blaterando di cooperazioni e di interventi sempre più ideologici che, infine, non hanno più nulla a che vedere né con la politica e nemmeno con l’economia, sulle quali non incidono quasi per niente. E noi ci troviamo esattamente in una fase in cui la strategia (geo)politica conta più dell’economia e dei suoi circoli viziosi di uomini incapaci e di teoresi sballate. Chi non lo ha compreso sarà spazzato via dagli eventi. Per questo mettiamo tra i nostri nemici, al pari di liberisti e keynesiani d’antan, anche coloro che, credendo di essere contestatori del sistema, riversano tutte le responsabilità su un inesistente predominio della finanza senza patria, celando di fatto, la reale consistenza delle attuali problematiche. A breve pubblicheremo un libro che si occuperà di queste questioni meglio sistematizzate.

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