Le potenzialità dell’asse

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La manovra è passata in Senato. Dentro ci sono “quota 100” per le pensioni ed il reddito di cittadinanza. Mancano i dettagli, ma pare che i fondi a disposizione per tali riforme non siano quelli annunciati. Vedremo in cosa si concretizzeranno le due iniziative del Governo che gli italiani considerano il “minimo sindacale”, dopo anni di vessazioni economiche ai loro danni. Bruxelles ha ottenuto i suoi tagli ed una vittoria politica che l’Esecutivo doveva evitare andando ad uno scontro ancor più duro, data la situazione di debolezza degli organismi europei. Tuttavia, è inaccettabile che autentici traditori della patria, ex Presidenti della Repubblica o del Consiglio, parlino di democrazia tradita e di dettatura dei provvedimenti da parte della Ue. Proprio loro che hanno fatto strame dell’Italia al fine di sottometterla ancor più pesantemente a voleri extra-nazionali, usando la democrazia come il cesso di casa, utile solo ai loro infimi bisogni. Il coro dei tromboni, che ha già affossato la Penisola, aggiunge inoltre che a causa delle scelte di Lega e 5S non ci sarà crescita ma ulteriore depressione dell’economia del Belpaese. In realtà, è la crisi globale che non si è conclusa, come abbiamo scritto tante volte. Tutte le economie capitalistiche sono in difficoltà, anche quelle che non appartengono all’area occidentale e che negli anni passati hanno avuto tassi di crescita a due cifre, come quella cinese. Il sistema globale è in sregolazione per l’assenza di un unico centro coordinatore, essendo ormai entrato il mondo in una stagione multipolare in cui far da se è più sicuro che andare al rimorchio della vecchia superpotenza. E’ una fase che La Grassa ha paragonato a quella del 1873-96: “si tratta di una sostanziale (lunga) stagnazione, non di un vero e proprio brusco tracollo economico-finanziario. Normalmente, si considera quel periodo storico come la fase di passaggio dal capitalismo di prevalente concorrenza a quello di prevalente mono(oligo)polio. Una fase non caratterizzata da troppo gravi sconvolgimenti (e arretramenti) economici, ma da ritmi di sviluppo estremamente bassi interrotti da inversioni di tendenza di non drammatiche dimensioni. Insomma, un’epoca il cui trend dovrebbe essere rappresentato graficamente da una linea quasi orizzontale”.
Da questa situazione non si esce con i palliativi ma si possono fare, certamente, più danni dando retta ai cialtroni dell’austerità, quelli che continuano a blaterare di pareggi di bilancio e parametri di sicurezza economica da non sforare, o altre amenità. Puntare su politiche espansive della domanda è l’unica per non annegare del tutto, ben sapendo però che, da un simile quadro di problemi, si viene fuori esclusivamente con azioni di immane coraggio politico, ovvero quelle in grado di ribaltare le ataviche abitudini di un’intera epoca storica. Occorre in sostanza partire da rinnovate partnership internazionali per rompere la gabbia d’acciaio in cui ci si trova confinati. Noi abbiamo parlato di nuovo asse Berlino-Roma-Mosca, ma si tratta di un’indicazione di massima che può e deve includere altre formazioni sociali che condividano una necessaria trasformazione degli assetti mondiali. Questi sono gli unici veri cambiamenti che possono riscrivere il destino dei Paesi nella transizione epocale in atto.’’’

Crisi economica: effetto di processi socio-politici, di GLG

gianfranco

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articolo ricco di pregevoli annotazioni, in cui si fanno previsioni certo credibili. Noto la solita enfasi sui problemi finanziari, anche se si accenna pure a grossi problemi che stanno investendo alcuni colossi produttivi (ad es. General Electric). Si fanno riferimenti ai segnali premonitori di altre “recessioni”, tipo anni ’80, il 2000 ecc., che appartengono però ad un’altra fase storica. Si nota pure la solita dimenticanza di rilevare che, da un punto di vista anche solo fenomenico, tutte le crisi comportano discrepanza tra produzione e consumo, tra offerta e domanda; nel senso che la prima diventa eccedente e non vien assorbita dalla seconda.

I marxisti “economicisti” hanno insistito sul fatto della continua tendenza dello “sfruttamento” capitalistico ad alzare la produttività del lavoro onde ridurre la quota del “tempo di lavoronecessario” a produrre i beni indispensabili alla sussistenza e riproduzione della forza lavoro secondo i crescenti livelli storico-sociali; tempo di lavoro che sarebbe il valore della merce forza lavoro – e accrescere quella del “tempo di pluslavoro (plusvalore) che è il profitto capitalistico. Accentuandosi il divario di reddito tra le due classi (quella proprietaria dei mezzi produttivi e quella in possesso di sola forza lavoro), e prevedendouna crescente maggioranza della seconda (salariata), si pensava che questa fosse la causa decisiva di un consumo inferiore all’offerta di merci prodotte.

I teorici neoclassici hanno sempre negato la necessità “strutturale” della crisi e l’hanno a lungo considerata legata a fattori del tutto contingenti, imprevisti, in fondo casuali. La teoria keynesiana – a mio avviso pur sempre aderente al campo neoclassico con riferimento al valore-utilità (e non più al valore-lavoro) dei beni prodotti – mi sembra aver insistito sul fatto che, nei sistemi opulenti e in una situazione di piena occupazione dei fattori produttivi (capitale e lavoro), si crea una quota di risparmio di impossibile totale investimento data la situazione delladomanda dei beni. Anche abbassando i tassi di interesse per il risparmio prestato ai potenziali investitori, questi non trovano convenienza ad investire appunto per la carenza di domandacomplessiva; e allora parte la crisi e la disoccupazione dei fattori produttivi. Si insiste sempre molto sulla disoccupazione del lavoro, ma si deve tenere conto anche della disoccupazione delfattore capitale; cioè imprese che chiudono per fallimento o per l’impossibilità di far quadrare spese e ricavi o in ogni caso che riducono la produzione e licenziano lavoratori, ecc. Altrimenti, la soluzione prospettata – spesa statale senza tanto badare al deficit, ossessione dei liberisti attuali che stanno accentuando la crisi dei vari sistemi – non risolve il problema della crisi. Non si può (ri)occupare lavoro se la domanda, incrementata dalla spesa pubblica, non trova rispondenza nella riapertura delle imprese, nella creazione di nuove, nella spinta alla crescita di quelle prima in grave difficoltà; e via dicendo. Si ha solo inflazione.

Quanto detto fa già notare la sciocchezza di voler imputare tutto quanto accade ai finanzieri, cioè alle banche e altri apparati (anche internazionali) che controllano la moneta. Sembra che la finanza – e gli uomini simbolo che la rappresentano secondo l’opinione di tanti “critici del sistema”; ad es. oggi Soros – determini con il suo comportamento prima l’ascesa e poi la crisi del complesso economico. E ovviamente i “più critici fra i critici” imputano ai finanzieri la loro smania di guadagno, la perversità di coloro chevogliono semplicemente arricchirsi senza pensare agli altri. Chi si attesta su simili posizioni crede in fondo alla possibilità di risanamento del sistema capitalistico così com’esso è nel momento della crisi; è sufficiente combattere lo strapotere (presunto) di banche e istituti che manovrano il mezzo monetario. E senza dubbio ci sono fasi in cui è sufficiente questo tipo di operazioni, ma allora non si tratta affatto di vera crisi; noncomunque di quella da cui non si esce affatto con simili “correzioni” del tutto provvisorie e di “superficie”.

La tesi che a mio avviso si avvicina di più alla corretta interpretazione delle difficoltà insorte, che sempre creano sovrapproduzione (e relativo sottoconsumo), è quella della crescente anarchia dei mercati man mano che si sviluppa l’onda crescente della produzione. E’ pur sempre una tesi con accentieconomicistici, tesa cioè a considerare la sfera produttiva l’asse centrale e dominante dell’intera struttura sociale, ma comunque mette in luce un elemento decisivo del capitalismo, che questa storicamente specifica forma di società ha mantenuto così come le precedenti formazioni sociali. La società umana, come le altre forme di vita, è caratterizzata dal conflitto; più o meno acuto e, alla lunga, non componibile mediante compromessi e aggiustamenti vari. D’altronde, senza conflitto non ci sarebbe vita perché è questa ad esigerlo proprio per perpetuarsi; a volte èblando, a volte violento, talvolta appunto mediabile o invecespinto al regolamento definitivo dei conti.

2. Molti economisti del XX secolo hanno pensato che quelprocesso, definito da Marx centralizzazione dei capitali (conseguente al conflitto intercapitalistico), avrebbe comportato l’avvento della forma oligopolistica del mercato con attenuazione della competizione (concorrenza) tra grandi imprese e tendenzaagli accordi fra esse. Lenin – tra i marxisti che sposarono la tesi della crisi causata dall’anarchia mercantile – intelligentemente parlò della fase monopolistica del capitalismo (in realtà si riferivaappunto alla forma di mercato oligopolistica) come di qualcosa che non annullava la concorrenza, “ma la portava ad un più alto livello”. Egli giunse a questa esatta conclusione perché, pur mantenendo fede alla tradizione di un marxismo economicistico (tipico quello di Kautsky, di Hilferding e della stragrande maggioranza dei marxisti della II Internazionale), aveva unaprecisa consapevolezza del conflitto politico; quindi interpretò nello stesso senso la competizione mercantile tra imprese, pur quando queste ultime fossero giunte alle dimensioni della grande unità produttiva mono(cioè oligo)polistica. In definitiva, pur senza esplicitarlo veramente, trattò la concorrenza alla stregua del conflitto tra paesi.

Quando questi giungono al livello di grandi Potenze in pieno urto multipolare, non si afferma, se non per un periodo transitorio, il loro tentativo di mediare lo scontro. E comunque anche durante il periodo della mediazione, ci scappano sempre frizioni e tentativi di superarsi in forza, il cui sintomo – quello appunto classico del multipolarismo – è il disordine crescente in aree territoriali sempre più vaste, sulle quali le diverse Potenze mirano ad allargare la loro sfera d’influenza. E non può essere diversamente. Il sistema bipolare (Usa-Urss) del secondo dopoguerra diede la sensazione dell’equilibrio (banalmente attribuito al possesso di armi atomiche) sol perché esisteva un “Terzo Mondo”, molto meno forte e subordinato agli altri due; allora le due “superpotenze” poterono sfogare il conflitto in quest’area, con esiti spessoestremamente violenti. E se paragoniamo la repressione dell’Urssin Ungheria (1956) e in Cecoslovacchia (1968) e l’incauta e poco felice “avventura” in Afghanistan con quanto hanno fatto gli Usa in America Latina (Brasile, Guatemala, Cile, Panama, ecc.), in Asia (Indonesia nel 1965 e la lunga e sanguinosissima guerra in Indocina) e in Africa (un po’ dappertutto), va sfatata la violenza congenita al sedicente “comunismo” (esistito solo nella terminologia, non certo nella realtà del sistema detto “socialista” e che tale non è mai stato); i più grandi massacratori di tutta la storia dell’Umanità sono stati i fautori della “libertà e democrazia”, esportata in tutto il mondo con milioni di eliminati. Non sto parlando dei nazisti; non benefattori sia chiaro, ma che hanno commesso orrori assai “grossolani” rispetto alle “raffinatezze” più moderne degli americani. Un po’ come le squassanti e vistose torture medievali confrontate con quelle più “sottili”, ma non meno devastanti, compiute nell’era dell’elettricità (ed oggi elettronica).

   Quando è crollato il polo “socialista”, per poco più di un decennio sembrava si stesse formando un sistema detto “globale” dai soliti liberisti, che vedevano solo il diffondersi del mercato a livello mondiale. In realtà, si stava allargando, nella sedicente globalizzazione (mercantile), la sfera d’influenza della sola Potenza rimasta. In tal caso, se fosse stato a lungo così, le crisi sarebbero rimaste “recessioni”, subordinate alle tendenze “centripete” e all’articolazione dell’intero globo da parte appunto di un “centro irradiatore”. Simile situazione è durata molto poco e alla continuazione della crescita della Cina si sono aggiunte la netta ripresa della Russia (sia pure ridotta come paese e ancor più come sfera d’influenza rispetto all’Urss) e l’apparire di altre subpotenze varie. Malgrado l’arresto (temporaneo?) del Brasile, le ancora rilevanti “incertezze” dell’India, si hanno ormai tendenze abbastanza chiare nella volontà di vera rinascita (non solo economica) del Giappone, nella prospettiva di una Corea riunificata, nei decisi avanzamenti di paesi tipo Turchia e Iran (pur con notevoli problemi interni, ma credo sopravvalutati dagli speranzosi “occidentali”). Il multipolarismo avanza, le forze centrifughe prendono viepiù il sopravvento.

Si accentua dunque il disordine globale, che non è però la semplice “anarchia del mercato”. La competizione (concorrenza) interimprenditoriale è in definitiva un effetto – così come le varie manovre speculative di una finanza che sembra al di sopra delle nazioni (per chi confonde le cause con le loro conseguenze) – della rinascente lotta per la riarticolazione delle diverse sfere d’influenza. Ecco perché la crisi iniziata nel 2008 assomiglia – come da me messo in evidenza fin dal principio – alla crisi di stagnazione del XIX secolo (1873-96) quando iniziò il declino (non compreso affatto per molto tempo) dell’Inghilterra e il potenziamento di Usa (una volta spazzati via i “cotonieri”) e Germania (che annientò la Francia, prendendo sostanzialmente il suo posto); e, appena più tardi, il Giappone, che impresse un duro colpo alla Russia zarista (con l’inizio del processo di disfacimento interno a tale paese conclusosi nella rivoluzione del ’17). Tutti credono che la crisi attuale sia in via di superamento, ma non sarà così. Indubbiamente i paesi europei, in mano a élites di un liberismo ottuso e antiquato, sono particolarmente incapaci di rilanciare una crescita. Tuttavia, ci si accorgerà che tutto il sistema mondiale non si riprenderà facilmente dalla crisi in atto malgrado deboli riprese e ricadute; e in aree diverse in momenti diversi.

Ecco perché gli anni a venire vedranno la fine di tutti gli arretramenti sociali e politici di questi ultimi decenni di piena decadenza e disgregazione dell’occidente, con un pauroso crollo del suo patrimonio culturale e delle notevoli tradizioni di civiltà dell’area europea. Ivi compresa la sua religione; io non sono un credente (nemmeno nell’inesistenza di una deità, semplicementenon mi sono posto tale problema per motivi vari su cui qui sorvolo), ma sono favorevole al mantenimento d’essa proprio per la sua valenza culturale e civile senza le meschine limitazioni cui si vorrebbe sottoporla grazie ad una tale stupidità, detta ridicolmente “progressista”, da far pensare alla “nascita” di un “sottouomo” (o magari di masse di “replicanti”). Verranno inoltre a cadere le sciocchezze relative alla “virtuosa” globalizzazione dei mercati fonte di benessere per tutta l’umanità, alla fine degli Stati nazionali, alla nascita di un immaginario finanzcapitalism e a tutta una serie di invenzioni di menti evidentemente giunteall’esaurimento delle loro capacità cerebrali.

Comincia anche, almeno mi sembra, una nuova scissione di strati sociali ancora per larghi versi confusa e non ben determinata. C’è stato un tempo dello sviluppo capitalistico in cui si era in effetti affermato un modello di distribuzione del reddito detto “a botte”; con vertice ristretto, una base più larga ma non troppo e invece un rigonfiamento notevole dei livelli intermedi. Oggi, la “botte” si sta riconvertendo nella classica piramide (o cono), il che comporta appunto una divisione più netta all’interno di quel complesso sociale denominato genericamente ceto medio (o ceti medi). Anche in tal caso, sia pure sempre con il solito avvertimento della non identificazione, si sta verificando un fenomeno sociale che ricorda la scissione e decantazione avvenuta all’interno del Terzo Stato dopo la Rivoluzione francese (grosso modo nei primi decenni o prima metà del XIX secolo). Assisteremo a scontri sociali non più soltanto ridotti a lotte “antimperialiste” nell’ormai nettamente diversificatosi “Terzo Mondo” o alle lotte sindacali nel “Primo” (capitalisticamente avanzato).

Non saranno le lotte “di classe”, cui ci si era abituati tra metà ‘800 e gran parte del ‘900, ma si andranno esaurendo le imbecillità ammanniteci con i vari “anti”: antirazzismo, antifemminismo, antiomofobia, antifascismo e anticomunismo, ecc. Sarà liquidato il “politicamente corretto” di certe correnti ancora definite, in modo assurdo, “di sinistra”: le più reazionarie e da aggredire con la massima virulenza e volontà decisa di loro eliminazione fino all’“ultima cellula cancerogena”. E si andranno riformulando nuove ideologie, che sono parte integrante dello spirito umano e la cui sparizione (peraltro falsa e solo dichiarata da chi ancora è pregno di quelle vecchie ormai in putrescenza infettiva) è ulteriore sintomo di degradazione dell’umano. Si riaprirà una nuova fase di rilancio e di crescita non solo economica e di ricchezze “materiali”. Stiano infine accorte le nuove generazioni; a loro spetta un futuro non semplice, di dura lotta, ma di “elevazione”.    

 

Auspichiamo sanzioni all’Italia da parte Ue di GLG

gianfranco

So che mi si potrebbe obiettare che sono per il “tanto peggio tanto meglio”. Tuttavia, sarei contento se la UE comminasse le sanzioni minacciate all’Italia senza sconti. Credo che si arriverà a qualche compromesso, ma mi piacerebbe che ciò non accadesse. Si metterebbe in piena luce che cos’è questa UE, che lascia passare il deficit francese ormai ben più alto (e oltre il “mitico” 3%), condannando invece l’Italia malgrado le sue “convulsioni” (a mio avviso meschine) per andare perfino sotto il 2,4%. I “traditori” del paese (politicanti, giornalisti, imprenditori inetti) già mettono le mani avanti a favore della UE: la Francia ha un debito pubblico inferiore e lo spread basso. Lo schifo che fanno è indescrivibile. La Francia è circa al 100% con il suo debito in rapporto al Pil (e non parliamo di altri paesi come USA e poi Giappone, Cina, ecc.), che non è poi così incommensurabilmente inferiore al nostro.
Inoltre il risparmio dei nostri connazionali è enormemente più alto di quello francese (e anche di quello tedesco e di altri paesi UE). Allora i “vermi” già citati affermano; ma quello è un fatto privato, il debito di cui si parla è quello dello Stato. Schifosi ancor di più. Continuano a trattare lo Stato come un “padre di famiglia”, che deve comportarsi secondo l’atteggiamento parsimonioso di un singolo individuo che deve pensare ai suoi pargoli. E viene subito in testa la “Favola delle api” di Mandeville (citata spesso da Keynes in occasione della “grande crisi”), in cui la “virtù privata” (qual è appunto il risparmio del “padre di famiglia”) si ribalta in “vizio pubblico”, qual è la mancanza di adeguata spesa statale per rilanciare la domanda complessiva (consumi + investimenti) tentando di risollevare il sistema economico in crisi “d’asfissia”.
E comunque, brutti scalzacani – sia politicanti di PD e F.I., sia i giornalisti di Repubblica, Corriere, Stampa, Messaggero, Foglio e similari, sia gli imprenditori privati di una Confindustria da sciogliere con calci in culo – siate coerenti: lo Stato deve ridicolmente comportarsi come fosse un singolo individuo con le sue virtù parsimoniose? E allora a fronte del suo debito va messo l’enorme risparmio dei cittadini italiani. Altrimenti, se lo trattate come “soggetto” che deve pensare ai problemi generali di una data collettività abitante una certa area territoriale su cui esiste la sua autorità, allora tale “soggetto” deve agire proprio in contrasto con l’atteggiamento del singolo risparmiatore per pensare invece a risollevare la domanda complessiva rivolta ai prodotti di quel sistema in crisi.
Il vero problema – che ho sentito sollevare in TV solo da due personaggi di cui non credo di condividere in generale le convinzioni: la Maglie e Mario Giordano – è politico e basta. Il vecchio establishment europeo e italiano è alla frutta (come quello Usa obamian-clintoniano) e vuole distruggere il suo antagonista, che non ha convinzioni politiche e ideologiche antagoniste, non ha una vera politica contrapposta a quella “atlantica” di subordinazione di un intero complesso di Stati agli Stati Uniti. Semplicemente avverte che è avvenuta e si sta accentuando la rottura sociale tra quelli dei “quartieri alti”, seguiti dai benestanti, e una massa di ex ceto medio in via di abbassamento vertiginoso del suo tenore di vita e quindi prossimo ai ceti detti popolari, pur essi in affanno. E allora si è schierato con questi ceti sociali in perdita di benessere e tenta di tenerli sotto controllo per impedire che avvengano rotture ancora più gravi, di tipo prossimo a quello rivoluzionario. Ecco perché spero in gravi errori di “opportunità politica” da parte della UE; e uno di tali errori sarebbe comminare la procedura d’infrazione all’Italia mentre la si risparmia alla Francia. Gli insetti nocivi da disinfestare è bene che appaiano sempre più in piena luce. I popoli in crisi dovranno, almeno in tempi medi, prendere coscienza che è necessario “acquistare” l’insetticida.

Un mondo di cialtroni (di GLG)

gianfranco

 

Secondo i giornali nazionali, a causa delle politiche del governo, ad ottobre è cresciuta la disoccupazione e si è aggravata la crisi.
Stesse cose propalate in TV in tutti i Tg (Rai, Mediaset e la 7) e nei talk show pseudopolitici su rete 4, la 7, Linea notte, ecc. Questi sono ignoranti e in malafede insieme. Il governo è in carica da 5 mesi, ancora non è in atto né reddito di cittadinanza, né revisione Fornero né la flat tax per una serie di lavoratori autonomi e piccoli imprenditori – cioè non è in funzione la “manovra” tanto aggredita – e già avrebbe provocato recessione, aumento di disoccupazione. Qualsiasi non idiota e mentecatto, qualsiasi non bugiardo sesquipedale, sa che questi sono gli effetti della politica economica degli anni passati, basata sull’austerità e il crollo della domanda. Hanno fatto un tam tam sui negozi chiusi in quanto, secondo loro, i cittadini hanno perso la fiducia a causa della “manovra” e dei primissimi atti del governo (nulla è stato approvato prima dell’ultimo trimestre, quello incriminato). Mascalzoni e a mio avviso assai più delinquenti di quel moldavo ucciso nel corso di un furto. Nella mia stessa cittadina è da due anni e anche più che stanno chiudendo decine e decine di negozi soprattutto nella zona centrale. Manca la domanda a causa dell’impoverimento di larghi strati di ceto medio, manca una vera spesa pubblica capace di rimettere in moto una certa distribuzione di reddito. Oltre al fatto che i grandi centri commerciali, ancora in diffusione e sempre più grandi (sembrano a volte delle cittadine ben popolate), fanno chiudere i piccoli negozi. E in ogni caso, l’austerità che ha indebolito la domanda complessiva si è accentuata proprio a partire da Monti e dalla dannosa politica della UE. Questi ignoranti sembrano credere che siamo alle crisi del Medioevo; nemmeno sanno che le crisi della società moderna (capitalistica e industrializzata) sono di sovrapproduzione. Lo sapevano già nell’800 che l’immiserimento in questo tipo di società si crea nel bel mezzo della sovrabbondanza della produzione e offerta di beni, che certo poi, non più sorretta dalla spesa dei privati (consumatori e investitori), cade logicamente e crea disoccupazione dei fattori produttivi: lavoro e capitale (imprese). Si sapeva già da un pezzo che non funzionava la legge fondamentale del liberismo: quella di Say secondo cui l’offerta crea la propria domanda (il che implicava la convinzione che il risparmio sarebbe stato sempre investito, semplicemente riducendo i tassi di interesse sui prestiti). Questi coglioni, con in testa i correttamente definiti “cretini della Bocconi”, si sono dimenticati tutto; e i giornalisti seguono questi imbecilli e imbroglioni di tale portata che il ben noto dott. Dulcamara era un principiante. O si prendono a calci nei denti oppure la si smetta di governare. Per il momento soprassiedo sul catastrofico presidente della Camera; come si possa eleggere un simile sprovveduto, non si capisce proprio. Ma anche sulle fesserie di costui, la discussione di politicanti, giornalisti, ecc. è quanto di più miserabile vi sia. Si pone in primo piano la dichiarazione di contrarietà rispetto al decreto sulla sicurezza per cui si è assentato dall’Aula (atteggiamento che dovrebbe immediatamente portare alla sua rimozione). E lo si fa perché si vuole insistere sul fatto che i due partiti governativi sono in contrasto e non possono né debbono proseguire nel governare. Ma la cosa gravissima è l’atteggiamento di inimicizia deciso da Fico verso l’Egitto, che ha con noi importantissimi contratti d’affari e con in piedi la possibilità che l’Eni possa avvantaggiarsi nello sfruttamento del maggior giacimento d’idrocarburi mai scoperto; e scoperto proprio dalla nostra benemerita azienda pubblica (fondata da Enrico Mattei). E ancora insisto sulla mascalzonaggine dell’informazione (nemica al 90% perché tutta pagata da confindustriali legati a Renzi e Berlusconi). Insistono che ormai il popolo italiano è stanco di questi due incapaci e inetti che ci governano. Per il momento, però, quando devono dare risultati dei sondaggi elettorali, questi sono abbastanza diversi tra loro, ma tutti danno comunque Lega e 5stelle intorno al 60% di gradimento. E allora tacete, puri imbroglioni che vi passate per giornalisti ed esperti di politologia o di opinione pubblica; siete solo dei putridi farabutti pagati profumatamente per mentire. La vergogna di questo governo è che non ha la forza di mettervi a tacere con punizioni esemplari. E nominano alla direzione delle reti Rai non uomini scafati e decisi a far valere finalmente il “nuovo”; niente, ancora il vecchio culturame proveniente dalla falsa “sinistra”; al massimo intervallato con qualche squallido berlusconiano.

L’alternativa e’ ormai secca e pressante, di GLG

gianfranco

Qualcuno(a) ha scritto che non si offendano le puttane paragonandole ai giornalisti (salvo le opportune eccezioni; d’altronde si sa che non c’è regola senza eccezioni). In effetti, la gran parte dei giornalisti – e non solo italiani almeno dalle notizie che arrivano in merito alla stampa statunitense – è ben rappresentata soltanto da vermi che strisciano a pagamento. Quelli appena un po’ meno banali e superficiali (ma mai meno faziosi e bugiardi) sono lombrichi. Oggi c’è un buon articolo di Belpietro su “La Verità” (che non so riportare non essendo il giornale on line), in cui si mette in luce come stanno andando i sondaggi elettorali in totale contrasto con quanto sostengono i giornali riguardo alla presunta rivolta dei “nordici” nei confronti della Lega, che i sondaggi danno in notevole crescita. Ne ho anch’io visti un certo numero. Ne cito solo pochi. Intanto, quello patetico de “Il Giornale” che dà in aumento la Lega (ma solo a poco più del 31%) e ridicolmente attribuisce a F.I. una rimonta fino ad oltre l’11%. In realtà, quelli settimanali del TG7 danno alla Lega ormai ben oltre il 30%, F.I. sempre tra il 7 e l’8% (qualche volta al 9), il Pd sempre tra il 17-18, ecc. ecc. Quanto a Pagnoncelli, proprio 2-3 giorni fa ha segnalato la Lega a oltre il 36% e F.I. e Pd alle percentuali appena considerate. Lascerei comunque stare i sondaggi (molto spesso richiesti e magari finanziati da qualcuno) e attenderei le vere elezioni (tipo quella del Trentino-Alto Adige con F.I. quasi sparita e il Pd appena visibile).

A parte i sondaggi, la malafede degli organi d’informazione – ancora uniformati al vecchio establishment piddino e forzaitaliota, quello appoggiato dai nostri “cotonieri” (i vertici confindustriali, da sempre vera vergogna di questo paese) – ha raggiunto livelli via via parossistici a partire dal 4 marzo, ma soprattutto dopo la formazione del governo. In questi giorni – in accordo con gli attuali vertici della UE, formati da membri di un PS in disfacimento dappertutto e di un PPE in grave crisi, in particolare proprio nel suo paese “principe”, la Germania; e non parliamo di “en marche” di Macron – l’informazione dei venduti continua ad intervistare i suddetti “cotonieri”, facendoli passare per l’intero ceto degli imprenditori nordici in sollevazione contro la Lega. In realtà, si devono ossessivamente udire le cavolate di uno dei figli dei “capitani coraggiosi”, cui vent’anni fa fu svenduta la Telecom fino ad allora pubblica. Vicenda raccontata più volte da noi di C&S, implicando pure un certo Mario Draghi, da tutti considerato un grande economista che avrebbe operato per aiutare l’Italia; sì, in un certo senso, solo da quando fu nominato a dirigere la BCE nel 2011, proprio l’anno in cui, a novembre, iniziò il settennato dei governi di “tradimento del paese” (Monti, Letta, Renzi, Gentiloni), che si tentò di perpetuare dopo il 4 marzo con un altro dissennato governo tecnico (Cottarelli), immediatamente bloccato dall’accordo certo problematico dei due attuali governativi, non ancora adeguato alle necessità dell’epoca che avanza.

Il fallimento della “primavera araba” (tentativo obamiano di ricreare un ormai impossibile monocentrismo americano, che ha condotto agli sconvolgimenti in Africa e Medioriente con l’incontrollato fenomeno migratorio), le elezioni presidenziali negli Usa (che mostrano lo scollamento delle sedicenti élites,“acculturate” malamente e terribilmente ignoranti proprio in fatto di storia), la prosecuzione di tale processo in Europa (con i vari sedicenti “populismi” e la crisi irreversibile della UE), adesso anche i “gilet jaune” in Francia, ecc. chiariscono senza più dubbi che l’alternativa è: dissesto crescente della “civiltà occidentale” o eliminazione completa e senza alcuna pietà (o resipiscenza di “falsa etica”) di vecchie “sinistre” e “destre” ormai non più corrispondenti ai termini usati e solo formate da zombi. Sappiamo da notevoli film anticipatori (fra cui quelli di Romero, ma non solo) che o gli esseri umani eliminano gli zombi o questi ultimi li azzanneranno e li ridurranno nelle loro condizioni. Ormai questo è certo; quindi sarebbe necessario che terminassero presto i dubbi e le indecisioni su ciò che è sempre più urgente fare per salvarsi.  

 

MULTIPOLARISMO E “GRANDE CONFUSIONE” SOTTO IL CIELO, di GLG

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1. Per circa mezzo secolo, dopo la seconda guerra mondiale, si era stabilizzato un sistema globale bipolare. Un polo era quello del capitalismo, l’altro era appunto quello del (preteso e inesistente) “socialismo”. Alcuni lo dicevano comunista (ancor oggi qualche “sopravvissuto” parla con improntitudine di Cina comunista o Cuba comunista, ecc.). In realtà, in quei paesi erano al potere partiti denominati comunisti, ma nessuno di essi sosteneva certo di aver condotto la società al comunismo; ci si limitava (da sempre) a pretendere d’essere in fase di costruzione del socialismo (l’ormai ignoto gradino inferiore del comunismo secondo Marx e il marxismo d’antan, anche questo ormai ridotto ad un fantasma). Accanto ai due poli vi era una sorta di contorno rappresentato dai paesi detti “non allineati”; che tutto sommato facevano parte del  cosiddetto “Terzo Mondo”, una buona parte del quale era ancora sottoposto al colonialismo di vecchio stampo (anglo-francese) ma soprattutto al neocolonialismo di marca statunitense. Tra questi “non allineati” vi erano anche paesi importanti (appena liberatisi dal colonialismo come, ad esempio,l’India), ma tutto sommato non troppo influenti rispetto alla divisione del globo tra le due cosiddette superpotenze. L’altro grande paese asiatico, la Cina, apparteneva ufficialmente al campo“socialista”; aveva senza dubbio una notevole autonomia (e già l’inizio di una buona potenza), ma non poteva alterare in modo sostanziale il bipolarismo effettivo.

Ci fu semmai assai presto – congresso degli 81 partiti comunisti a Mosca nel 1960 – un allontanamento tra i due colossi del campo socialista, Urss e Cina, che divenne rottura dopo la crisi di Cuba (ottobre 1962) e lo scambio di lettere tra i CC dei due partiti (Pcus e Pcc) nella prima metà del 1963. Poi venne la rivoluzione culturale cinese (1966-69) che accentuò il distacco, rendendo i due partiti e i due paesi autentici nemici. Su questo contrasto si inserirono gli Usa, soprattutto per “merito” di Nixon – un presidente negletto e su cui bisognerebbe rivedere il giudizio storico perché, almeno oggettivamente, è stato più importante dell’osannato Kennedy e ha preparato il terreno a Reagan, considerato a torto l’affossatore del campo socialista (assieme a Papa Wojtyla, altro luogo comune per pigri mentali) – e la situazione, già con Mao ma ancor più con Teng, divenne tale che l’Urss (il cosiddetto socialimperialismo) fu considerata dalla Cina il “nemico principale” rispetto all’imperialismo statunitense, con cui spesso si “intrallazzò” (non è ovviamente il termine più adatto) a spese dell’Urss.

Generalmente, si sottovaluta quest’aspetto decisivo dell’indebolimento del campo socialista (sempre guidato dai sovietici), mettendo in luce erroneamente solo la corsa al riarmo nella quale l’Orso russo avrebbe perso. Altra questione che dovrebbe essere sottoposta a revisione storica è la vittoria della guerriglia vietnamita. Nixon (con alle spalle Kissinger, il vero personaggio centrale di certe operazioni), in grado di capire che le strategie vincenti (alla lunga e contro il nemico principale) richiedono anche l’accettazione di certi “passi indietro”, fece bombardare pesantemente la stessa Hanoi nel Natale 1972, giungendo poi agli accordi di Parigi del gennaio 1973. Gli Usa si impegnarono a ritirare le loro truppe, che a fine anni ’60 erano giunte al mezzo milione di soldati. In effetti, lo fecero e quasi completamente, ma dal 1972 era partito il watergate che costrinse Nixon alla resa due anni dopo e che non fece alla fin fine rispettare pienamente gli impegni di Parigi a nessuna delle due parti. Nel 1975 (30 aprile) il nord Vietnam entrava a Saigon, finiva la lunga guerra e il paese fu unificato sotto la direzione del partito comunista.

In effetti, terminato il lungo conflitto – che ovviamente era stato combattuto unitariamente dalle diverse fazioni del partito comunista nordvietnamita e con il decisivo appoggio sia dell’Urss che della Cina – la fazione filosovietica, sempre maggioritaria, prevalse definitivamente su quella filocinese; il che solo apparentemente avvantaggiava l’Urss, mentre invece allargava il solco tra le due potenze “socialiste”. Ci fu poi, nel 1979, la breve guerra cino-vietnamita (durata un mese tra metà febbraio e metà marzo) provocata dall’invasione della Cambogia da parte del Vietnam con deposizione del governo dei Kmer alleato dei cinesi. Nel dicembre dello stesso anno l’Urss invase l’Afghanistan, dando inizio ad un conflitto decennale che indebolì l’Urss (costretta al ritiro nel 1989) e favorì un qualche avvicinamento della Cina agliUsa (e al Pakistan, sempre stato relativamente favorevole ai cinesi anche a causa della mai cessata ostilità con l’India, pur essa in contrasto con il grande paese asiatico “socialista”).

Quanto appena accennato – e sarebbe invece piuttosto importante rifare bene la storia di quel periodo cruciale serve solo a ricordare che, malgrado il dissidio russo-cinese foriero della successiva dissoluzione del campo socialista, si ritenne per mezzo secolo il mondo diviso ormai permanentemente in due, tra Usa e Urss. Fu un periodo di sostanziale pace nel mondo capitalistico avanzato; pur parlando, e l’ho sempre ritenuto uno straparlare, di “equilibrio del terrore”, ovviamente atomico. Le guerre, pressoché continue in varie parti del mondo, avvenivano sostanzialmente nelle aree di confine (e frizione) tra i due campi. In realtà, non esisteva alcun socialismo (figuriamoci il comunismo), bensì forme sociali spurie ancor oggi conosciute inadeguatamente (se ne sono fornite innumerevoli analisi contrastanti). L’interpretazione, che fu anche (ma solo in parte) del mio Maestro francese Charles Bettelheim, di un capitalismo di Stato (e di partito), non sembra più molto convincente. Più perspicua mi sembra invece la tesi bettelheimiana secondo cui le forme (capitalistiche) della merce e dell’impresa vennero durante quel periodo, per motivi fondamentalmente politici e ideologici, soffocate, represse, ma non superate nei loro effetti sul sistema dei rapporti sociali. Fu in definitiva provocato un reale irrigidimento del sistema di questi ultimi con effetti deleteri sulle capacità di sviluppo di quel campo e sulla crisi che infine lo travolse. Anche in questo caso, dovremmo però approfondire storicamente cosa è realmente accaduto, mentre si resta alle tesi più banali e del tutto superficiali.

In effetti, forte era la credenza che il partito, pur dominato da un’oligarchia da lungo tempo cristallizzatasi, dovesse mantenere – in quanto avanguardia della classe operaia, quella che si sarebbe emancipata dallo sfruttamento, emancipando così l’intera società mondiale dallo stesso e dalla divisione in classi – il potere assoluto, pianificando l’intera economia. Non posso qui elencare i motivi (teorici ma con risvolti pratici) per cui la pianificazione, attuata dal blocco sociale che si era andato solidificando, riusciva solo a porre ostacoli allo sviluppo, dopo il primo periodo staliniano di impetuosa accumulazione e di creazione di una potenza industriale (e militare) con però basso livello di consumi e di tenore di vita per quanto riguarda la netta maggioranza della popolazione. Il periodo brezneviano – successivo ai fallimenti di quello kruscioviano, una sorta di “pregorbaciovismo” – fu di stagnazione, con degrado delle strutture sociali: si pensi all’istruzione e sanità, in un primo tempo orgoglio dei paesi socialisti, alla diminuzione notevolissima della media della vita, nettamente innalzatasi in precedenza. E via dicendo.

Infine si giunse al periodo gorbacioviano, un “vorrei ma non posso”, con il tentativo di affermare una contraddizione in termini: il socialismo di mercato. La Cina pure usò questa dizione, ma solo come mascheramento ideologico; in realtà, diede pieno sfogo a forme economiche di tipologia capitalistica, mantenendo solo una direzione centralizzata (con ampie autonomie in sede locale, anche se per le decisioni “minori”, non per quelle nazionali). In definitiva, si trattò di quella centralizzazione che – sia pure tenendo conto delle differenze culturali e di lunga tradizione storica – ha poi cominciato ad attuare la Russia nella sua fase di netta ripresa con l’avvento della direzione putiniana (dopo i disastri provocati da Gorbaciov e Eltsin) e, mi sembra, con risultati tutto sommato soddisfacenti, pur se ancora insufficienti a rilanciare il paese come grande potenza in aperto confronto con gli Stati Uniti.

2. Quello che ho cercato di delineare in modo molto succinto serve alla conclusione che più mi interessa: malgrado non esistesse il campo socialista, o meglio non esistesse il socialismo in tale campo, esso fu realmente antagonista di quello consideratocapitalistico tout court, si visse e fu vissuto come alternativa che le classi dominanti “occidentali” – ancor oggi tanto poco consapevoli di quanto accaduto da trattare spesso la Cina come socialista – intendevano stroncare; e alla fine ci riuscirono. Da quel contrasto semisecolare risultò però intanto l’imponente decolonizzazione che – pur non avendo portato (nemmeno essa) ai risultati perseguiti da certe forze dette antimperialiste ormai del tutto fallimentari – ha in ogni caso cambiato la faccia del globo. L’Urss, in nome della mera politica di potenza e dell’ideologia (della costruzione del socialismo come esempio da seguire per le masse dei paesi capitalistici), fu comunque prodiga di aiuti, soprattutto ma non solo militari, a Cuba, Egitto, ecc.; aiuti non corrispondenti al classico concetto di imperialismo, che implica non solo la forza politica e militare, bensì anche un ritorno economico: non solo per lo Stato ma pure per le imprese investitrici di capitali.

Se si guarda però all’aspetto principale del termine imperialismo, cioè alla conquista (o mantenimento) di sfere di influenza, si può allora parlare di (social)imperialismo sovietico. Tuttavia, si trattò in fondo di un’azione di prevalente contenimento dell’aggressività altrui, poiché a partire dal 1945 gli Stati Uniti – dopo aver accettato, per eliminare definitivamente dal novero dei competitori Inghilterra e Francia (oltre alle sconfitte Germania e Giappone), gli accordi di Yalta con la loro divisione del mondo in due; accordi che non a caso Churchill, avendo capito come sarebbe andata a finire, avrebbe voluto far saltare (e qui sarebbero pure da rivedere molte “bucce” riguardo ai precedenti “segreti contatti” in piena guerra tra Inghilterra e Germania) – hanno tentato, con varia fortuna e in definitiva fallendo a mio avviso definitivamente a partire dall’inizio di questo secolo, di affermare globalmente quel monocentrismo, che era stato invece sempre pienamente in atto nel “campo capitalistico occidentale” (Giappone compreso) durante il sistema bipolare.

Per quasi mezzo secolo (1945-1989) il mondo apparve appunto cristallizzato, e tutto il nostro orizzonte politico fu orientato alla permanenza indefinita di tale situazione. Forse però qualcunonei luoghi nascosti dove si preparano le vere strategie politiche di potenza; altro che quelle economiche sempre poste in primo piano per ingannarci ne sapeva un po’ più di noi, vedeva cambiamenti possibili. E pure qui, sarebbero da spiegare molte mosse durante la breve parentesi di Gorbaciov, liquidatore del cosiddetto Impero sovietico, per un periodo in contatto pure con l’allora segretario del partito comunista cinese (Zhao Ziyang) per ottenere certi effetti (in definitiva dissolutivi come quelli che si produssero nel 1991 in Urss) anche in quel paese, dove invece certi sommovimenti furono stroncati nella Tienanmen (e il segretariocinese in questione prontamente destituito).

Quello che mi preme rilevare, quello a cui volevo arrivare, è che il confronto politico tra Usa e Urss, pur viziato da nette distorsioni ideologiche, condusse ad un reale antagonismo tra i due campi, che prese il posto della – ma venne ampiamente confuso e identificato con la – altrettanto ideologica credenza nella lotta “a morte” tra borghesia e proletariato, tra classe capitalistica e classe operaia. Si fu anche convinti che l’azione dell’Urss corrispondesse al concetto di “internazionalismo proletario”; quell’internazionalismo molto carente, ad es., nell’azione del partito comunista francese in merito al colonialismo del proprio paese (ad es. in Algeria, in Indocina, ecc.), del tutto assente negli operai americani nei confronti del Vietnam, e si potrebbe continuare. Una lunga serie di distorsioni ideologiche, che coprivano comunque conflitti reali e risultati concreti, certo svisati nel loro effettivo significato.

Ci fu un’apparentemente insuperabile guerra di posizione, durante la quale i partiti comunisti dei paesi capitalistici occidentali (quelli di Italia e Francia in definitiva, in cui essi avevano ancora seguito e forza) si trasformarono progressivamente in sinistra integrata e riformista (salvo frange sempre meno consistenti e più agitatorie che fattive); mentre nella parte orientale si veniva preparando il crollo della “facciata socialista”, da cui sarebbero nate, dopo un tumultuoso ma breve periodo di solo apparente totale sconfitta, nuove formazioni sociali (di ancora impossibile definizione a meno di non erigersi a profeti) che sembra proprio si assestino e crescano come alternativa al capitalismo di tipologia “occidentale”. In definitiva, tuttavia, si tratta solo di Russia e di Cina, non certo di Cuba o del Vietnam, ecc.

3. Oggi la situazione, nel giro di un quarto di secolo (periodo storico breve) dal crollo del campo “socialista” e dell’Urss, è completamente mutata, tanto da essere irriconoscibile; solo dei “cervelli cristallizzati” possono continuare a rimuginare il passato come se tutto fosse rimasto eguale o con modesti ritocchi. Non esiste più una guerra di posizione ma di pieno movimento. C’è stata all’inizio di detto periodo l’illusione ottica dell’ormai realizzato monocentrismo (“imperiale”) statunitense, con questo paese in piena “arroganza di (pre)potere” e quindi direttamente (militarmente) aggressivo. Gli Usa hanno cominciato ad accettare (e forse non ancora del tutto) la nuova realtà; Obama è stato solo un po’ meno “diretto”, un po’ più viscido e avvolgente dei Bush e di Clinton, ma non aveva proprio per nulla tratto le debite conclusioni del multipolarismo ormai in accentuazione.L’establishment che si rappresenta in Trump sta cercando nuove vie, ma è fortemente contrastato e quindi costretto ad un continuo zigzagare. Resta in me il sospetto che forse non era ancora del tutto pronto alla virata necessaria e non si aspettava (forse nemmeno agognava) la vittoria di un suo “candidato” alla presidenza; per cui potrebbe non averlo scelto adeguatamente, ma solo provvisoriamente, pensando poi di cambiarlo arrivato il momento della possibile vittoria, che invece è arrivata di sorpresa.

Ricordo che ormai un bel po’ di tempo fa vi era stata quella avveniristica (e del tutto illusoria) visione del gen. Wesley Clark (comandante dell’aggressione alla Serbia nel 1999), secondo cui ormai la guerra si vinceva con l’aviazione, senza bisogno di truppe di terra. Oggi, simile convinzione appare perfino sciocca; comunque, gli Usa hanno soprattutto usato una sorta di sicari; sia che si trattasse di alcuni paesi europei (Francia e Inghilterra in Libia contro Gheddafi) sia utilizzando il cosiddetto estremismo (e terrorismo) islamico del tipo dell’Isis in Siria contro Assad (operazione non riuscita, anche se ancora resta qualche incertezza circa il risultato finale). Si continuano pure le operazioni ai confini della Russia (tipo Ucraina o alcuni paesi centro-asiatici), che non sembrano costituire un vero ostacolo al rafforzamento del paese in via di diventare il contraltare dell’influenza statunitense in Europa, nel Medioriente e probabilmente nello stesso nord Africa (in Libia ci sono già i precisi sintomi di tale processo in svolgimento). E’ comunque in corso un assai complesso gioco dialleanze in buona parte temporanee e “area per area”, destinate a continui disfacimenti e rifacimenti. E’ messo in forte difficoltà anche il principale alleato degli Usa (in particolare di quelli dell’attuale presidente) nell’area mediorientale, cioè Israele, con cui la Russia cerca, almeno al momento, di non entrare in netto contrasto.

Quanto appena esposto, pur per semplici cenni, è appunto effetto della fine della guerra di posizione, in cui uno dei due campi non era però in grado di tenere la posizione; mentre nell’odierna guerra di movimento, con più attori in gioco, e in rafforzamento, tutto è diverso, tutto muta con rapidità (certo sempre tenendo conto che stiamo parlando di processi storici). E’nel contempo un vero ricordo del passato la credenza nella “lotta di classe”, nell’antagonismo dei lavoratori contro il capitale edelle masse popolari del “fu” terzo mondo contro l’imperialismo dei paesi capitalistici avanzati. Tale credenza è sopravvissuta nel mezzo secolo di “sistema bipolare (e a malapena in ogni caso) per la confusione, fatta da ritardati (che si credevano marxisti quando erano invece scolastici e quasi religiosi), tra questa lotta e lo scontro tra i due campi in quella guerra di posizione, in cui uno dei due era ormai in surplace e incapace di uscire dal giogo dell’ideologia della lotta tra socialismo (inesistente) e capitalismo.

Nell’attuale fase storica – non perché si sia in presenza di una rinnovata e stabile nuova teoria dello sviluppo sociale, ma solo perché siamo in un processo di “transizione” ancora tutt’altro che stabilizzatosi – si deve pensare alla decisa preminenza dello scontro di tipo internazionale (tra quegli Stati nazionali che per i fumosi chiacchieroni altermondialisti e moltitudinari non sarebbero più esistenti); e del conflitto interno in pieno svolgimento tra i gruppi dominanti, legati alle vecchie strutture economiche e sociali “preinnovative”, e quelli tutto sommato “innovativi” (della distruzione creatrice, intesa in senso ampio e non solo relativa alla sfera economica), dove i primi sono i piùservilmente subordinati agli Usa, mentre i secondi (non tutti però e non ancora con vera decisione e chiarezza di idee) allargano i loro orizzonti ai nuovi poli e dunque alla guerra di movimento.

Non abbiamo alcuna simpatia per i dominanti, siamo in fondoancora attratti dall’idea che si riaffermeranno nuovi scontri in verticale (tra strati sociali in antagonismo). Non siamo per nulla convinti che ormai il conflitto si giocherà per sempre soltantonegli spazi (orizzontali) della “geopolitica”. Siamo però consci che la fase attuale è questa, non quella ancora pensata con schemi obsoleti da “vecchi ossi” (ormai rosi dal tempo) che si definiscono, per di più, di sinistra (magari “estrema”; estrema solo nella sua idiozia). Bisogna passare per una fase di guerra di movimento tra poli, che definiamo momentaneamente (e senza alcuna intenzione di cristallizzare il pensiero in tale schema) capitalistici; ma non caratterizzati da un capitalismo, bensì da alcune differenziate (e ancora non studiate né comprese adeguatamente) formazioni sociali di tipologia capitalistica, soprattutto nella loro sfera economica, caratterizzata assai genericamente da impresa e mercato.

Attraverso tale tipo di guerra si riconfigureranno anche le “strutture” sociali nei vari capitalismi, e sarà allora possibile avvicinarsi, con nuovi orientamenti di pensiero, alla teoria e prassi di altre lotte combattute in verticale, tra strati sociali. Oggi, è proprio per colpa dei “vecchi ossi” sopra citati che è impossibile prevedere adeguatamente tali nuove lotte, non meramente interne alla riproduzione capitalistica, come sono tutte quelle odierne. Il primo compito è il superamento di certe concezioni ormai “da dinosauri”, la loro sparizione perfino nel retropensiero dei più giovani. Per il momento, è più utile la discussione con i geopolitici; non perché siamo convinti in assoluto che abbianoragione ma perché, per un’intera fase storica (non per pochi anni), sarà più energica e produttiva di effetti eclatanti la guerra di movimento tra policon i suoi specifici effetti su quella interna(ma tra dominanti e per un periodo storico non breve) nei diversi paesi facenti parte dell’area di influenza di ognuno dei poli in questione.

A questo orientamento di massima bisogna ormai indirizzarsi,acutizzando gli scontri laddove ciò si renderà più facile e foriero di risultati positivi al fine di uscire dalle forme di lotta che ancora oggi fanno marcire una situazione ben poco compresa da chi le conduce con occhi rivolti al passato o con un atteggiamento empirico da semplici praticoni e maneggioni. E diamo addosso con tutte le forze a questa falsa e degenerativa “democrazia elettorale”, ormai la vera infezione del nostro mondo in progressivo avanzamento verso un’epoca di profonda trasmutazione sociale. Se vogliamo, non dico evitare (utopia), ma almeno moderare gli orrori, è indispensabile non commettere più i gravi errori cui ci costringono vecchie ideologie, fra l’altro nemmeno più conosciute e tanto meno capite da (pseudo)pensatori in fase fortemente degenerativa.

 

LA CRISI NON E’ MATERIA DA ECONOMI(CI)STI (figuriamoci da filosofi).

Multipolarismo imperfetto (2)

 

E’ impossibile digerire quanto annunziano certi critici improvvisati del capitalismo i quali nella crisi, sempre ultima e irreversibile (ma quante ne abbiamo contate lungo i secoli?), individuano i sopraggiunti limiti del sistema, cosicché si ritiene, impropriamente, che persa la sua intrinseca dinamicità, esso possa sopravvivere soltanto ricorrendo alla rapina e all’imposizione coercitiva.
C’è in queste disamine una incomprensione profonda del modo di riproduzione sociale in essere. Innanzitutto, il carattere più generale della crisi capitalistica è la sovrapproduzione, infatti, non vi è scarsità o penuria di beni, come spesso accadeva in ere precedenti, ma loro eccesso rispetto alla domanda. Si tratta, senz’altro, di una crisi che determina impoverimento delle più larghe masse popolari ma pur sempre in un contesto di avanzamento produttivo in cui si susseguono scoperte tecnologiche, miglioramenti di processo e, soprattutto, realizzazione di nuovi prodotti, cui però non corrisponde l’aumento della capacità di acquisto delle masse. Molte merci restano perciò invendute, le imprese capitalistiche soffrono perdite, sono costrette a ridurre la produzione e le unità lavorative occupate; molte devono chiudere o persino fallire. Questa è la tendenza generale contrastata però dalla proliferazione di nuovi settori, ancora in fieri, destinati a decollare. E’ in corso un’altra rivoluzione che non ha mostrato ancora tutte le sue potenzialità in campi non “consuetudinari” o inespressi.
Certamente, chi perde il lavoro non consuma, facendo crollare ulteriormente la domanda di tali prodotti, a loro volta le imprese riducono quella dei beni di produzione smettendo d’investire e la crisi si allarga. Tuttavia, solo l’occhio più superficiale non vede che proprio nella crisi si manifesta il sintomo di una ristrutturazione o riconfigurazione che, in certi frangenti storici, va ben oltre i confini dello stesso sistema economico. Per esempio, la seconda rivoluzione industriale, verificatasi tra fine ottocento e inizio novecento, fu attraversata da una lunghissima stagnazione, proprio mentre si gettavano le basi di un grande balzo tecnologico e di profondi mutamenti geopolitici. Poiché la società capitalistica appare come un grande ammasso di merci è ovvio che i suoi terremoti più profondi si presentino in superficie con sconvolgimenti in questa sfera, prima a livello finanziario, poi della cosiddetta “economia reale” ed infine, nei rapporti di forza tra aggregati statali (a livello della sfera politica, dove si trova il vero nucleo della complessità sociale e dei suoi decisivi conflitti per la preminenza). A seconda delle fasi, le crisi possono annunciare minimi riaggiustamenti sugli equilibri preesistenti, ed in questo caso si parla più che altro di di recessioni, (con mutamenti che avvengono all’interno di un’area ad egemonia stabilizzata, avente un centro regolatore il quale può correggersi senza cedere potere) oppure, se nel frattempo si sono concretizzati degli accorciamenti nei differenziali di potenza tra formazioni nazionali, può essere messa in discussione tutta l’impalcatura anteriore (con perdita di capacità aggregativa del polo predominante e formazione di più poli di attrazione), ed allora, in questa eventualità, si parla di crisi sistemica. La nostra situazione attuale sembra corrispondere alla seconda ipotesi, poiché siamo passati da una stagione monocentrica, con assoluta supremazia statunitense, ad una multipolare con crescita di elementi regionali (Russia, Cina) che impediscono alla superpotenza di essere pienamente unilaterale nelle sue decisioni. La crisi contemporanea è dunque debacle da sregolazione geopolitica (accompagnata da importanti novità a livello tecnologico e produttivo, la cui portata si vedrà col tempo) che non annuncia il definitivo precipitare del capitalismo (il termine è ormai riduttivo per definire il nostro modo di riproduzione sociale, forgiato sul modello statunitense) nel finanziarismo parassitario ma l’inizio di una acerrima conflittualità tra aree e Stati per la supremazia mondiale, politica e poi economica. Cose piuttosto serie che gli sbrigativi filosofi o i superficiali economisti non possono cogliere.

È UN MONDO DIVERSO

mondo

Quando nel 2007 scoppiò negli Stati Uniti la bolla immobiliare, dando avvio alla lunga recessione giunta ai nostri giorni, prevedemmo che la soluzione alla stessa non sarebbe arrivata facilmente. Tuttavia, ritenemmo anche che la débâcle inizialmente finanziaria (e poi anche reale) non costituisse il sintomo di un crollo del sistema globale ma quello di una sua lenta ristrutturazione, soprattutto in senso geopolitico. Mentre ottimisti e catastrofisti snocciolavano i loro dati a sostegno dell’una o dell’altra tesi, vaticinando improbabili riprese o imminenti crolli definitivi, noi parlammo subito di crisi da sregolazione geopolitica, da perdita di centro gravitazionale, avverso la quale potevano trovarsi soltanto rimedi palliativi che non avrebbero tolto il male al corpo in quanto erano in atto mutazioni “genetiche” dell’ordine mondiale. Gli Stati Uniti, infatti, avevano dimostrato di non poter gestire la monocraticità del loro comando in seguito al rafforzamento di alcuni attori regionali (Russia e Cina in primo luogo). Inevitabilmente, si sarebbe rimessa in moto la Storia che, nella formazione mondiale capitalistica, si annuncia con scossoni di tipo economico. Quest’ultimi però, come scrive La Grassa, sono fenomeni superficiali che celano problematiche ben più profonde: “Il terremoto, magari con annesso tsunami, è evento catastrofico che colpisce a fondo la vita degli uomini; ed è ancora imprevedibile, checché se ne dica a volte con somma insipienza. Tutti, evidentemente, fuggono disordinatamente nel momento cruciale, poi iniziano ad organizzarsi in previsione di eventuali nuove scosse e pensano infine alla ricostruzione. Il sismologo sa tuttavia che il tremore di superficie, così disastroso, dipende da scontri tra strati del terreno che avvengono a grande profondità; più profondi sono tali urti e frizioni, maggiore è l’energia accumulata per anni e decenni (talvolta secoli) e più intenso e violento è il suo scaricarsi; tanto più ampia è inoltre la zona colpita dallo sconquasso… le grandi crisi del XX secolo sono state quella del 1907 e quella, decisamente più rilevante e passata alla storia come la crisi (per antonomasia), del 1929. Entrambe iniziarono con l’aspetto più superficiale di tale terremoto, quello finanziario, quello che sembra più colpire, ancor oggi, la fantasia “popolare”; dove per popolo si deve intendere semplicemente la gran parte degli ignari, adeguatamente influenzati dall’informazione ricevuta dai “santoni” della scienza sociale detta economia”.
Tuttavia, è bene ricordare che ciascuna di questa crisi condusse a delle guerre tra alleanze di paesi, I e II conflitto mondiale. Solo al termine del redde rationem tra potenze si uscì veramente dal periodo buio con una ridefinizione dei rapporti di forza internazionali e la divisione del pianeta in due blocchi contrapposti, ciascuno egemone nel suo campo. Poté così tornare la “regolazione” economica, soprattutto in occidente, dove gli Usa, divenuti predominanti, imposero la loro visione d’integrazione (gerarchica) alle formazioni sociali collegate. La stabilità fu a lungo assicurata al netto di più o meno brevi periodi recessivi (per esempio negli anni ’70) che non essendo però di tipo geopolitico-strutturale potevano essere governati, nei frangenti, con misure di tipo economico. Quando però è l’architettura stessa dell’ordine politico mondiale a mutare le medicine “finanziarie” e i provvedimenti economici servono a poco. E’ il caso dei nostri tempi che si annunciano di accentuato multipolarismo che, a sua volta, sfocerà in un’epoca di acuto policentrismo in cui la lotta per la supremazia tra Stati si farà più serrata, con la possibilità di scontri bellici senza esclusione di colpi (per ora ancora relativamente lontani). Di segnali ne abbiamo ormai in abbondanza, la Russia ha da tempo rotto gli equilibri e l’unilateralità americana (Siria docet) e si spera che altre nazioni seguiranno questa strada, proprio in accordo con questo Paese che sta tracciando il cammino per un prossimo futuro libero (o meno oppresso) dal tallone di ferro statunitense.

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