Una lezione dal New Deal di Aldo Scorrano (CSEPI)

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Il deficit è troppo elevato? E’ una domanda che spesso si chiedono politici, giornalisti e addetti ai lavori (i cosiddetti tecnici).  Per cercare di risolvere la questione ci può venire incontro una lezione di storia, tratta dalla presidenza di Franklin D. Roosevelt e il suo “New Deal” (Nuovo Corso), che cercò di porre fine alla spirale depressiva innescatasi negli anni precedenti (Grande Depressione).
La Grande Depressione iniziò con il completo collasso del mercato azionario il 24 ottobre del 1929, quando furono vendute circa 13 milioni di azioni. Il danno fu prorogato a martedì 29 ottobre quando furono vendute oltre 16 milioni di azioni rendendo tale giorno, a futura memoria, tristemente noto come il “martedì nero”.
L’impatto sociale della grande depressione fu devastante. Nel 1932 la produzione industriale degli Stati Uniti fu dimezzata ed un quarto della forza lavoro, circa 15 milioni di persone, restarono senza lavoro e in assenza di alcuna “assicurazione” contro la disoccupazione. Le retribuzioni orarie diminuirono circa del 50 percento. Centinaia di banche fallirono, ci fu un drastico crollo degli investimenti, i prezzi dei prodotti agricoli scesero al livello più basso dalla Guerra Civile. Furono più di 90.000 le aziende costrette al completo fallimento.

 

Il New Deal rappresentò il culmine di una fase in cui il capitalismo si “abbandonò” alle politiche del “laissez-faire”. Tuttavia ciò che fu veramente nuovo del programma rooseveltiano fu la velocità con cui si realizzò ciò che in precedenza richiedette generazioni. Non fu una cosa da poco se, ad esempio, rapportiamo il tutto al presente!
Durante il primo mandato di Roosevelt, il debito pubblico degli Stati Uniti salì a 33,7 miliardi di dollari, cioè circa il 40% del PIL. Allora come ora, questo causò in molti “esperti” un piagnisteo per i disastri e le preoccupazioni per la difficile situazione che le generazioni future avrebbero dovuto affrontare. (Vi suona familiare?)

Il seguente grafico mostra l’andamento di una serie di significativi dati macroeconomici, relativi all’economia statunitense a partire dal 1929:

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Come si evince facilmente dal grafico, per tutta la durata del piano Roosevelt (New Deal) i deficit federali non furono particolarmente ampi, mentre ebbero una esplosione “solo” a partire dalla metà della seconda guerra mondiale (in cui il Governo americano aumentò significativamente le spese militari).

 

Alcuni dati, in dettaglio, riguardo il periodo in cui il piano “New Deal” fu eseguito.

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Lo scoppio della crisi del ’29 fece esplodere la disoccupazione che raggiunse quasi il 25% nel 1933, anno che coincise con il lancio del programma di Roosevelt. La disoccupazione si mantenne su tassi alti anche durante il New Deal (questo perché il tasso di disoccupazione è un indicatore ritardato: significa che continua a peggiorare anche dopo che la crescita economica è migliorata, in quanto le  aziende mostrano titubanza nell’assumere dei lavoratori almeno fino a quando non sono sicure che la crescita sia posizionata su una tendenza stabile al rialzo). Questo effetto lo possiamo desumere dal grafico seguente:

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Come detto in precedenza, il New Deal fu una politica economica che il presidente Franklin D. Roosevelt volle lanciare per porre fine alla Grande Depressione: l’obiettivo era quello di risollevare coloro che furono maggiormente colpiti dalla crisi. Data la situazione economico-sociale che il paese attraversava, gli americani accolsero con favore i piani di salvataggio governativi. Il piano proposto, attuato in tre trance (dal 1933-1933), consistente in 47 programmi, fornì supporto al settore agricolo e generò posti di lavoro per i disoccupati, nonché diede origine ad una sorta di partnership tra pubblico e privato, affinché si incrementasse l’industria manifatturiera.

 

Le politiche di Roosevelt, successive a quelle di Hoover (che invece fu fautore delle politiche di laissez-faire e sostenitore dell’idea che la prosperità del mondo affaristico, secondo il principio del trickle down, avrebbe prodotto a cascata beneficio al ceto medio; cosa che invece non accadde, infatti la depressione peggiorò!), furono fondamentali anche dal punto di vista teorico.
Il “terreno”, per così dire, ideologico era già pronto da tempo. Erano gli anni in cui l’economista e sociologo austriaco Friedrich August von Hayek aveva apertamente criticato un illustre e già affermato economista inglese, che di li a poco, avrebbe cambiato per il resto della storia a venire l’approccio teorico economico: parliamo di John Maynard Keynes.

Secondo l’analisi hayekiana l’economia era in grado da sola di potersi autoregolare, giungendo ad uno stato di equilibrio senza che vi fosse un’interferenza esterna, lasciando fare alle sole forze di mercato. D’altro canto Keynes aveva già dietro di sé una sua produzione letteraria ben definita che, in sostanza, era in controtendenza a quanto affermato da Hayeck. Tra le sue opere “La fine del lassaire faire” (1926), “Prospettive economiche per i nostri nipoti” (1930) e soprattutto il “Trattato sulla moneta” (1930).

In questo contesto (data la ormai conclamata crisi precipitata in depressione), uno stretto collaboratore di Rossevelt, nonché docente di Harvard, Felix Frankfurter, prese una decisone che in qualche modo fu determinante per gli anni successivi: si rivolse a Keynes affinché quest’ultimo “stimolasse” le autorità (il Senato in particolare) ad intraprendere politiche che incrementassero la spesa federale, proprio per contrastare la dilagante disoccupazione in atto. Il risultato fu una lettera che l’economista inglese scrisse sul giornale New York Times, “An Open Letter to President Roosevelt” (1933).

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(Si può trovare una trascrizione al seguente link https://goo.gl/UjuhTv)

 

Vi fu una risposta di Roosevelt a cui seguì un incontro di persona,  un po di tempo dopo, in cui Keynes discusse col presidente di questioni tecniche, in particolare del concetto di moltiplicatore della spesa.  Gli esiti di quella lettera e dell’incontro, non produssero esattamente gli effetti prefigurati come negli intenti iniziali, tuttavia ebbero lo stesso un effetto non di poco conto, cioè la messa in discussione di una ideologia e di una visione dell’economia, quella liberista, che fino a quel periodo erano dominanti.
Anche (se non soprattutto) da quell’esperienza vide luce, nel 1936, l’opera di Keynes che segnò un nuovo corso nella storia dell’economia moderna: la “Teoria generale delloccupazione, dellinteresse e della moneta”. A dire il vero, alle stesse conclusioni – quasi contemporaneamente – (probabilmente prima) giunse un altro economista di origine polacca, Michael Kalecki.     

Catapultandoci nel presente e analizzando gli effetti che la crisi del 2007-2008 ha provocato nel mondo occidentale, qualche analogia la possiamo notare. Facendo riferimento al nostro paese la situazione odierna non è a quei livelli (1929) ma la perdita subita nella produzione industriale e l’alta disoccupazione, con il crescente aumento della povertà (relativa ed assoluta), destano non poche preoccupazioni ed inevitabilmente la mente corre indietro nel tempo. Cosa ci ha insegnato quel drammatico evento degli anni trenta del XX secolo? Sembrerebbe nulla, considerando le politiche economiche in atto soprattutto in Europa.
In termini meramente economici, ora come allora, servirebbe una forte (e di qualità) spesa in disavanzo per contrastare e risollevare l’economia nazionale e dare slancio alla cosiddetta domanda (aggregata).

Cosa si è fatto? L’esatto opposto! Perché? (verrebbe da chiedersi…) In realtà, si è arrivati a questo punto della storia dopo un lungo periodo di trasformazioni economiche e sociali dal dopoguerra in poi.

L’argomento è di quelli, data la complessità, che andrebbe trattato con un articolo ad hoc, poiché abbraccia un arco temporale che attraversa vari decenni e diversi processi: dalla crisi del modello fordista-keynesiano; alle politiche monetarie del presidente della Fed, Paul Volcker, di fine anni 70 (che creano una forte recessione con gravi ripercussioni sul movimento operaio che ne uscì indebolito); alla cosiddetta reaganomics, cioè quelle politiche messe in atto durante la presidenza americana di Roanald Reagan, sulla scia di quelle politiche adottate in Gran Betagna dal governo Thatcher (punto di riferimento fu la scuola di pensiero della supply side economics, supportata da economisti come Friedman e Mundell, una sorta di rovesciamento del keynesismo); all’ingente trasferimento di ricchezza dalle classi più basse verso quelle più alte della società, anni in cui vi fu una forte compressione dei salari, accompagnata da una tendenziale caduta della domanda alla quale si rispose, da un lato, con l’ampliamento del credito e, dall’altro, con uno spostamento, nella sfera produttiva, del capitale verso la finanza speculativa: da qui prese il via il cosiddetto “keynesismo privatizzato” che <<costruisce un meccanismo di sostegno al consumo attraverso le dinamiche della finanza che, grazie alla crescita dei valori degli asset sui mercati finanziari e del valore delle abitazioni, sostiene una crescita del consumo a debito delle famiglie. Insomma, il neoliberismo produce internamente e politicamente la domanda effettiva. Quindi, la domanda autonoma che traina la domanda effettiva è il consumo a debito, ed è questo un processo politico, gestito prevalentemente con la politica monetaria>> (R.Bellofiore).

 

Una breve panoramica storica solo per mettere in luce le diverse fasi che hanno caratterizzato, soprattutto dal punto di vista economico, oltre settant’anni (dal quel lontano 1929) di vicende che, in qualche modo, hanno influenzato la nostra società. A nulla valsero anche le “raccomandazioni” (fu di fatto inascoltato) di un grande economista, Hyman Minsky (allievo di Schumpeter e attento osservatore delle politiche del New Deal), che più volte mise in guardia circa l’instabilità dei sistemi finanziari, dell’economia capitalistica, nonché i pericoli connessi ad un eccessivo indebitamento delle banche e delle imprese.

 

Detto questo, facendo tesoro di ciò che sin qui si è esposto, considerando il fatto che ancora non si è fuori dal tunnel della crisi economica, la storia ci suggerirebbe di guardare ad essa si con occhio critico ma di prendere ciò che di buono è stato fatto. Ed in effetti proprio il periodo del New Deal potrebbe suggerirci una lezione importante. Le politiche di spesa in disavanzo che furono attuate da Roosevelt (che, si badi bene, non amava i deficit pubblici e, come Keynes, voleva salvare il capitalismo, non abbatterlo) furono, in sostanza, qualcosa di molto simile a ciò che oggi potremmo definire come una “socializzazione degli investimenti e dell’occupazione”: il Governo  intervenne direttamente, come attore principale, nel risolvere la grave situazione economica-sociale in corso.  In questo senso la socializzazione è da intendersi come il potere di creare direttamente

 

1 – “valori d’uso” (cioè la capacità di beni o servizi di soddisfare un dato fabbisogno),

2 –  lavoro (lo Stato, quindi, come occupatore diretto  – e non residuale – ma in prima istanza).
Inoltre,  il New Deal si caratterizzò anche per il tentativo di regolamentare il sistema finanziario e bancario (con l’Emergency Banking Act – EBA, che conteneva anche il Glass-Steagall Act, la legge che separava le banche commerciali dalle banche d’investimento).
Un programma molto importante fu il WPA (Works Progress Administration): fu la più grande agenzia del New Deal, finanziata dal Congresso con una spesa complessiva di circa 7 miliardi di dollari, con lo scopo di fornire occupazione a milioni di persone da impiegare nella costruzione di opere pubbliche e grandi progetti in diversi settori. Sfamò bambini e distribuì alimenti, vestiti e alloggi. Quasi ogni comunità negli Stati Uniti d’America ha un parco, un ponte o una scuola costruiti dalla WPA, soprattutto negli Stati occidentali e tra le popolazioni rurali.

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Il nodo centrale fu, alla fine, la spesa pubblica. In definitiva, la lezione che dovremmo fare nostra da quella esperienza è che oggi i governi tornino a (ri)considerare la spesa pubblica come motore della crescita, andando anche oltre il tradizionale keynesismo.

 

Spesa pubblica, dunque, intrinsecamente legata al concetto di disavanzo pubblico (deficit), come spiegato in questo articolo https://csepi.altervista.org/wp-content/uploads/2018/11/Cesaratto-stato-spende-prima.pdf. Pertanto si torna alla domanda di partenza: di quanto deve essere questa spesa in termini percentuali rapportata al PIL, per non essere considerata elevata? La questione, messa in questi termini, è logicamente mal posta.

Ha davvero senso senso parlare di spesa (pubblica) elevata e quindi di “tetto” a questa spesa, cioè stabilire a priori un limite oltre il quale non andare? Direi di no, a meno che non si voglia ritornare ai tempi in cui Hayeck tuonava che un incremento delle spese pubbliche avrebbe potuto far scontare un  “prezzo troppo alto”, ossia quello di generare un’inflazione “galoppante” e una “produzione” indirizzata male (peraltro tesi ritornate in auge con il monetarismo degli anni settanta).

A tal proposito un’ampia letteratura, prodotta da economisti eterodossi e post-keynesiani di ispirazione anche marxista, partendo dagli anni novanta giungendo fino ad oggi, ha completamente confutato sia le tesi hayeckiane sia lo stesso monetarismo e le cosiddette politiche neoliberaliste, smantellando, di fatto, l’intero impianto teorico fondante dietro queste tesi, tipiche dell’economia detta marginalista (neoclassica di un tempo). E’ il caso della scuola di pensiero della Teoria della Moneta Moderna (MMT), che vede come propri padri ispiratori giganti del pensiero economico come ad esempio Marx, Knapp, Lerner, Kalecki, Keynes, Minsky, Godley, Goodhart.
Il dibattito odierno sul deficit, legato alla recente manovra del governo italiano, che sta suscitando tanto clamore in Europa per un 2,4% (deficit/Pil), è la dimostrazione di come in realtà la partita in gioco sia meramente di natura politica (altro che economica).

 

Di recente il Ministro per gli Affari europei Paolo Savona, a proposito del dibattito che in questi giorni ha visto contrapposti i rapporti deficit/Pil previsti dai governi francese e italiano (rispettivamente del 2,8 e del 2,4%) e circa la “sostenibilità” del debito pubblico, ha affermato quanto segue: “La Francia ha un doppio deficit, di bilancia estera e pubblica, accompagnato da un aumento dei prezzi al consumo che ha recentemente superato il tetto stabilito dalla Bce. Unica nei principali paesi dell’euroarea, il suo disavanzo estero di parte corrente è dell’1,1% del Pil, seguita solo dalla Grecia con il con l’1,2%. Vive cioè al di sopra delle proprie risorse. Il suo deficit di bilancio pubblico è del 2,4%, a livello di quello preventivato per il 2019 dall’Italia, attualmente al 2%. Questa condizione richiederebbe una stretta fiscale, ma il saggio di crescita reale della Francia è nell’ordine dell’1,7%, (…) ha dovuto pertanto scegliere se procedere nella direzione della stretta fiscale o puntare alla ripresa produttiva.

(…) L’Italia ha invece un avanzo di parte corrente sull’estero del 2,5%, vive cioè al di sotto delle sue risorse, e ha un 2% per cento di deficit pubblico. La concezione più elementare di politica economica suggerisce di espandere la domanda interna; secondo i canoni più classici anche “scavando fosse o costruendo piramidi”. Intende invece affrontare la sua crisi di crescita, attualmente la più bassa dei principali paesi dell’eurozona, puntando a un mix tra investimenti, per stimolare la crescita, e spese correnti per combattere, in particolare, la povertà e la disoccupazione giovanile”.

 

Osserviamo i dati:

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Dalla comparazione di questi due grafici emerge un quadro che darebbe ragione a quanto affermato da Savona, secondo i concetti basilari della macroeconomia keynesiana e, quindi, la resistenza delle istituzioni europee verso la manovra italiana sarebbe del tutto ingiustificata.

 

Non solo. La Commissione Europea ha bocciato la manovra italiana anche perché considera il deficit troppo alto. Ricordiamo che in virtù del Trattato di Maastricht il deficit in percentuale al Pil deve essere contenuto entro il 3%. La bocciatura, tuttavia, ha come giustificazione una valutazione che prende in considerazione dei parametri molto discutibili da un punto di vista meramente scientifico, come ad esempio l’output gap, cioè la differenza tra il prodotto interno lordo effettivo e quello potenziale. Concetto quest’ultimo (Pil potenziale, cioè la situazione di una economia che opera al pieno della sua capacità, senza altresì generare spinte inflazionistiche) legato a doppio filo con due parametri “strutturali” il NAWRU (Non Accelerating Wage rate of Unemployment), cioè il tasso di disoccupazione in corrispondenza del quale il tasso di crescita dei salari nominali non accelera e il NAIRU (Non-Accelerating Inflation Rate of Unemployment ), cioè quel tasso di disoccupazione che non accelera la dinamica dell’inflazione, per la cui trattazione dettagliata rimando a questo esplicativo articolo https://www.economiaepolitica.it/politiche-economiche/deficit-strutturale-italiano-una-questione-di-stime/.

Ciò che è importante capire in questa sede – al di la del fatto che si tratta di parametri/stime/valutazioni e concetti ancora ancorati ad una visione economica di tipo neoclassica – è che il metodo di calcolo di queste variabili influenza la capacità di un paese di poter “liberare” risorse finanziarie che il governo potrebbe spendere per perseguire determinati obiettivi di politica economica.

Come si può facilmente comprendere, la capacità di spesa di uno Stato soggetto a tutti questi vincoli di natura economica e giuridica, è fortemente limitata impedendo, di fatto, di attuare quelle vere riforme sociali che sarebbero necessarie così come avvenne con il New Deal di Roosevelt.

La speranza, in questo senso, è che ci sia innanzitutto un vero e proprio ripensamento (rethinking) dell’economia, abbandonando del tutto stereotipi e falsi miti legati ad una visione di essa ancora troppo intrisa di concetti iperconfutati, tipici dell’economia marginalista. Poi, ancora forse più importante, bisognerebbe cercare di affiancare all’analisi economica una analisi critica della società, capendo e carpendo gli aspetti più profondi delle dinamiche che la attraversano, essendo appunto la società un insieme interconnesso di relazioni che determinano rapporti di forza. Come infatti ci ricorda Marx, nella Prefazione a Il Capitale, egli “tratta delle persone soltanto in quanto sono (…) incarnazione di determinati rapporti e di determinati interessi di classi”.
Un ritorno a Marx dunque? Si, come sostiene l’economista W.F Mitchell nell’articolo “We need to read Karl Marx” (2011, in italiano “Abbiamo bisogno di leggere Marx”, qui il link). Ma non solo. Bisogna in un certo senso anche andare oltre Marx e oltre il cosiddetto economicismo. La politica è il vero gioco, lo stiamo vedendo anche con quello che ultimamente sta accadendo sia internamente all’Europa e sia, soprattutto, in ambito geopolitico.
Pertanto, come giustamente osserva e scrive il prof. Gianfranco La Grassa, nel suo recente libro “In cammino verso una nuova epoca” (2018), <<Non capiremo mai il fondo del problema finché non accetteremo l’idea che la nostra razionalità di grado superiore è quella strategica, quella quindi del conflitto, dunque della politica>>; politica che, nell’accezione lagrassiana, è da intendersi come l’insieme delle strategie per il conflitto che si svolgono su un campo non più semplicemente duale (ad esempio il conflitto tra capitale e lavoro) ma connotato da un conflitto tra gruppi di decisori, in reciproca lotta tra loro, <<quasi sempre in collegamento con quella (lotta, ndr) tra formazioni particolari (paesi, stati, ndr) (e i gruppi di decisori al loro interno) in differenti posizioni di dominanza o subordinazione in un’area globale o nel mondo>>.

 

Messa in questo modo,  dunque, la questione è molto più complessa di come la si pone nel dibattito odierno e non basta semplicemente affermare che con “qualche” manovra o intervento di politica economica si risolve tutto. Dire questo significa non aver capito in che mondo viviamo, non aver capito le dinamiche della società capitalistica basate sul modo di produzione non solo in senso economico ma, e forse soprattutto, in relazione al rapporto sociale che tale modo sottende.

Direi che di “carne” al fuoco ce n’è tanta per aprire una seria riflessione sugli argomenti trattati. Bisogna solo mettersi al lavoro!

 

Tra liberisti e keynesiani siamo ancora ai tempi di Marco Cacco

Karl-Marx

Su Il Foglio di oggi si riprende un vecchio brano dell’economista Bastiat. Quest’ultimo è conosciuto dal grande pubblico soprattutto per la frase: “Dove passano le merci, non passano gli eserciti”. Ci ritorneremo a breve cercando di confutare questa affermazione con il medesimo metodo (il)logico usato Bastiat.
Bastiat fu definito da Marx “il più superficiale e quindi il meglio riuscito rappresentante dell’apologetica economica volgare”. Bastiat era uno di quelli che eternizzavano le leggi del capitalismo (sempre armoniche, ovviamente a meno di disturbi esterni) e che non comprendevano la sua natura soltanto sociale e storicamente determinata, quel signore “comicissimo…il quale s’immagina che gli antichi greci e romani vivessero soltanto di rapina. Ma se si vive di rapina per molti secoli, ci dovrà pur essere continuamente qualcosa da rapinare, ossia l’oggetto della rapina dovrà continuamente riprodursi. Sembra dunque che anche greci e romani avessero un processo di produzione, quindi un’economia, la quale costituiva il fondamento materiale del loro mondo esattamente come l’economia borghese costituisce il fondamento materiale del mondo contemporaneo. O forse il Bastiat ritiene che un modo di produzione poggiante sul lavoro degli schiavi poggi su un sistema di rapina? Allora si mette su un terreno pericoloso. Se un gigante del pensiero come Aristotele ha errato nella sua valutazione del lavoro degli schiavi , perché un economista nano come il Bastiat dovrebbe aver ragione nella sua valutazione del lavoro salariato”.
Bastiat, dunque, a parere di Marx, non aveva le idee chiare, né sulla “forma valore o l’espressione di valore delle merci [che] nasce dalla natura del valore di merce; non, inversamente, il valore e la grandezza di valore dal loro modo di esprimersi come valore di scambio” (come appunto pensava Bastiat) , né sul processo di produzione e nemmeno sui rapporti sociali che costituiscono la trama all’interno della quale agiscono gli individui. Porre l’individuo isolato al centro della dottrina economica non ha molto senso, del resto il sistema che genera questa ideologia dell’atomismo soggettivo è proprio quello che concretamente si fonda sull’opposto, cioè sullo sviluppo accentuato di determinati rapporti sociali (“si sviluppano su scala crescente la forma cooperativa del processo di lavoro, la cosciente applicazione tecnica della scienza, lo sfruttamento metodico della terra, la conversione dei mezzi di lavoro in mezzi di lavoro utilizzabili soltanto in comune, l’economia di tutti i mezzi di produzione grazie al loro impiego come mezzi di produzione del lavoro sociale combinato, l’inserimento e l’intreccio di tutti i popoli nella rete del mercato mondiale…”, Marx).
Scrive ancora Marx:
“Quanto più risaliamo il corso della storia, tanto più l’individuo, e quindi anche l’individuo che produce, ci appare come un essere non autonomo, facente parte di un insieme più vasto: dapprima lo troviamo, in modo ancora completamente naturale, nella famiglia e nella famiglia che si è allargata in tribù; poi nelle diverse forme della comunità, quale è sorta dal contrasto e dalla fusione tra le varie tribù. È solo nel XVIII secolo, nella «società civile», che le diverse forme del contesto sociale si presentano al singolo come un semplice mezzo per raggiungere i suoi scopi individuali, come una necessità esteriore. Ma l’epoca che genera questa prospettiva, cioè quella dell’individuo isolato, è per l’appunto l’epoca in cui i rapporti sociali (da questo punto di vista, generali) sono fino a questo momento i più sviluppati. L’uomo è, nel senso più letterale del termine, uno ζῶον πολιτιϰόν: non solo un animale sociale, ma un animale che solo nella società riesce ad isolarsi. La produzione di un individuo isolato, al di fuori della società, – un caso raro che può capitare ad un uomo già civilizzato che venga a trovarsi accidentalmente in una zona selvaggia, e che già possegga in sé dinamicamente le forze della società – è un non senso pari a quello di una lingua che si sviluppi senza individui che vivano e parlino insieme. Ma è inutile soffermarsi più a lungo su questo punto; anzi non ci sarebbe stato neppure bisogno di toccarlo se questa insulsa concezione, che poteva avere una sua ragion d’essere per gli uomini del XVIII secolo, non fosse stata seriamente reintrodotta nella più recente economia da Bastiat, Carey, Proudhon e altri.”[Introduzione, 186], (Inoltre, in una nota de Il Capitale, precisa che: “Si può quindi dedurre che cosa un F. Bastiat capisca dell’essenza della produzione capitalistica, quando scrive che il salariato è una formalità esteriore e indifferente della produzione capitalistica e scopre «che non è la forma della remunerazione a creare per lui (per l’operaio) questa dipendenza» (378. Harmonies Economiques. Paris. 1851). È una scoperta – un non equivoco plagio da veri economisti – degna dello stesso ignorante dal linguaggio retorico il quale, nello stesso libro, dunque nel 1851, scopriva «cosa ancora più decisiva e infallibile, la scomparsa delle grandi crisi industriali in Inghilterra» (p. 396). Sebbene F. Bastiat nel 1851 avesse eliminato le crisi dall’Inghilterra, già nel 1857 proprio l’Inghilterra ne attraversava una e nel 1861, come è possibile leggere nei rapporti ufficiali delle Camere di Commercio inglesi, solo lo scoppio della guerra civile americana le evitò una crisi industriale di grandezza fino ad allora non prevedibile”).
Bastiat, dunque, è uno dei soliti economisti di servizio (un commis voyageur del libero scambio) che vendono come massimo esercizio di raziocinio i propri pregiudizi sociali.
L’intento sotteso del giornale (che sta ripubblicando interi brani dell’economista francese) non è però quello di riesumare vecchie teoresi ammuffite contro il marxismo che, rispetto alle prime, emana persino un fresco odore di rosa, ma di di falsificare i soliti discorsi keynesiani o neokeynesiani, o, comunque, quelli legati al “suprematistismo” da “domanda”, i quali puntano immancabilmente sull’incremento della spesa (pubblica, ma non necessariamente) anche per scopi “inutili”, se adatti a risollevare un’economia in difficoltà.
Dobbiamo precisare quanto dichiarato in illo tempore da Kyenes : «Se il Tesoro dovesse riempire vecchie bottiglie con banconote, sotterrarle a profondità adeguate in miniere di carbone in disuso, riversare nelle miniere rifiuti urbani fino alla superficie, e lasciare poi alla libera iniziativa, sulla base dei consolidati principi di laissez faire, il compito di dissotterrare le banconote (dopo aver indetto una gara per le concessioni di sfruttamento di quel territorio), la disoccupazione non aumenterebbe più e, con l’aiuto delle successive spendite, il reddito reale e la ricchezza della comunità sarebbero probabilmente molto più elevati di quanto si darebbe altrimenti. Certamente, sarebbe più sensato costruire case o altro. Ma, se ci sono difficoltà politiche o pratiche nel farlo, quel che si è detto sopra sarebbe meglio che niente».
Ovviamente, si tratta di un ragionamento paradossale ed, in ogni caso, lo studioso inglese, non sosteneva che dovesse essere lo Stato ad occuparsi dello svuotamento e del riempimento delle buche, bensì che si lanciasse uno stimolo (pubblico) affinché la libera intrapresa si rimettesse in moto. In ogni caso, lungi da me difendere le ricette kyenesiane o neokeynesiane, le quali possono avere una certa valenza scientifica, ma non sono la panacea ai mali economici e sociali attuali. Non lo furono nel lungo periodo storico in cui spopolarono (fornendo una “giustificazione” teorica ex post a necessità storico-geopolitiche risolte praticamente), non lo sono, a maggior ragione, oggi che i tempi sono decisamente mutati. Condivido, come tutti ben sapete, il pensiero di La Grassa quando afferma che la disputa liberisti-keynesiani è mera diatriba antitetico-polare, uno stretto cappio economicistico col quale i tifosi del mercato cercano di impiccare i supporters dei correttivi statali allo stesso mercato e viceversa. Ma prioritaria è invece “la produzione di società, la riproduzione di quella specifica forma storica dei rapporti sociali, [che] non sarà mai compreso da personaggi siffatti”.
Torniamo al racconto di Bastiat, pubblicato su Il Foglio, ed ecco quel che dice:

“Nella sfera economica, un atto, un’abitudine, un’istituzione, una legge non generano solo un effetto, ma una serie d’effetti. Di questi effetti, solo il primo è immediato; esso si manifesta simultaneamente con la sua causa: si vede. Gli altri non si sviluppano che successivamente: non si vedono; va bene se li si può prevedere. Qui sta tutta la differenza tra un cattivo e un buon economista: uno si limita all’effetto visibile, mentre l’altro tiene conto e dell’effetto che si vede e di quelli che occorre prevedere. Ma questa differenza è enorme, perché quasi sempre accade che, se la conseguenza immediata è favorevole, le conseguenze ulteriori sono funeste, o viceversa.
Siete mai stati testimoni del furore del buon borghese Giacomo Buonuomo, quando il suo terribile figliolo sia riuscito a rompere una finestra di vetro? Se avete assistito a questo spettacolo, sicuramente avete anche constatato come tutti i presenti, fossero anche trenta, sembrino essersi messi d’accordo per offrire al proprietario una identica consolazione: non tutto il male viene per nuocere; incidenti come questo mandano avanti l’industria; bisogna che tutti possano vivere; che fine farebbero i vetrai, se non si rompessero mai i vetri?

Ora, in questa formula di condoglianza vi è tutta una teoria, che è meglio sorprendere in flagranza di reato; cosa in questo caso semplicissima, dal momento che questa teoria è esattamente la stessa, per sfortuna, che sostiene la maggior parte delle nostre istituzioni economiche. Supponendo che siano necessari sei franchi per riparare il danno, se si vuol dire che l’incidente fa arrivare all’industria del vetro sei franchi, che incentiva la detta industria per sei franchi, io sono d’accordo, non ho nulla da contestare, il ragionamento fila. Il vetraio viene, fa il necessario, incassa sei franchi, si sfregherà le mani e benedirà in cuor suo il ragazzino terribile. Questo è quello che si vede.

Ma se, per via deduttiva, si arrivasse a concludere, come si fa troppo spesso, che è bene che si rompano i vetri, che ciò fa circolare il denaro, che ne risulta un incentivo per l’industria in generale, io sarei obbligato a gridare: alt! La vostra teoria si ferma a quello che si vede, e non tiene conto di quello che non si vede. Non si vede che, poiché il nostro borghese ha speso sei franchi in una cosa, non potrà più spenderli in un’altra. Non si vede che, se non avesse avuto dei vetri da sostituire, egli avrebbe sostituito, per esempio, le sue scarpe scalcagnate, oppure avrebbe messo un libro in più nella sua biblioteca. In breve, avrebbe fatto dei suoi sei franchi un uso qualunque, che invece non farà.

Facciamo perciò il conto per l’industria in generale. Poiché il vetro è rotto, l’industria vetraria è incentivata nella misura di sei franchi; è quello che si vede. Se il vetro non fosse stato rotto, l’industria delle scarpe (o qualunque altra) sarebbe stata incentivata nella misura di sei franchi; è quello che non si vede. E se si prendesse in considerazione quello che non si vede perché è un fatto negativo, e quello che si vede, perché è un fatto positivo, si comprenderebbe bene che non vi è alcun interesse per l’industria in generale, o per l’insieme del lavoro nazionale, a che dei vetri si rompano o non si rompano.

Facciamo adesso il conto di Giacomo Buonuomo. Nella prima ipotesi, quella del vetro rotto, egli spende sei franchi, ed ha, né più né meno di primo, il vantaggio di un vetro. Nella seconda, quella nella quale l’incidente non è accaduto, avrebbe speso sei franchi in scarpe ed avrebbe, insieme, il vantaggio di un paio di scarpe e quello di un vetro. Ora, poiché Giacomo Buonuomo fa parte della società, bisogna concludere da ciò che, considerato nel suo insieme e tenuto conto dei suoi livelli e dei suoi vantaggi, la società ha perduto il valore del vetro rotto. Per cui, generalizzando, noi arriviamo a questa conclusione inattesa: la società perde il valore delle cose inutilmente distrutte, ed a questo aforisma, che farà raddrizzare i capelli in testa ai protezionisti: rompere, distruggere, dissipare, non equivale ad incoraggiare il lavoro nazionale, o più brevemente: distruggere non vuol dire fare profitti.

Che cosa dite, voi del giornale Moniteur Industriel, che dite, adepti dei questo buon autore de Saint-Chamans, che ha calcolato con tanta precisione quanto l’industria trarrebbe profitto dall’incendio di Parigi, per la quantità di case che dovrebbero essere ricostruite? Sono spiaciuto di dover guastare i suoi calcoli ingegnosi, sebbene ne abbia fatto passare lo spirito nella nostra legislazione. Ma io lo prego di ricominciarli, facendo entrare nei suoi conti quello che non si vede di fianco a quello che si vede.

Bisogna che il lettore si soffermi a constatare bene che non ci sono solo due personaggi, ma tre, nel nostro piccolo dramma che io ho posto all’attenzione. L’uno, Giacomo Buonuomo, rappresenta il consumatore, costretto dal danno a godere di un solo vantaggio anziché di due. L’altro, il vetraio, ci mostra il produttore la cui industria è incoraggiata dall’incidente. Il terzo è il ciabattino (o qualunque altro mestiere), il cui lavoro è scoraggiato proprio per quella causa. E’ questo ultimo personaggio che si tiene sempre nell’ombra e che, impersonando quello che non si vede, è un elemento essenziale della questione. E’ lui che ben presto ci insegnerà che non è meno assurdo di vedere un profitto in una restrizione , la quale non è dopo tutto che una distruzione parziale. – Così, andate a fondo di tutti gli argomenti che si fanno valere in suo favore, non ci troverete che la parafrasi del motto popolare: che cosa sarebbe dei vetrai, se qualcuno non rompesse dei vetri?”

Qual è la morale della favola? Che Bastiat vede solo quello che gli piace “intravedere” ma questo non vuol dire saper guardare oltre l’evidenza e l’immediatezza dei fenomeni. Innanzitutto, se i vetri non si rompessero così facilmente quale stimolo ci sarebbe all’innovazione dell’industria vetriera e al miglioramento della produzione? Oggi tutto si rompe rapidamente ma ci troviamo nella condizione tecnologica per cui una cosa piuttosto che ripararla conviene ricomprarla. Siamo forse più poveri e meno efficienti? E’ lo spreco che genera il necessario. Quindi direi l’esatto contrario. Se i nostri piccoli criminali non si fossero esercitati con le vetrine del vicino forse non sarebbero potuti diventare grandi scassinatori di banche. Ma le banche ringraziano i rimedi ai troppi facili fracassamenti precedenti che hanno prodotto le vetrate balistiche a prova di furfante. Ugualmente ringraziano i produttori che hanno dovuto ingegnarsi e i lavoratori all’uopo impiegati. Per non dire delle altre ricadute non previste, non solo in termini di input ma anche di output. Ricordate l’apologo di Marx: “Un filosofo produce idee, un poeta poesie, un pastore prediche, un professore compendi, eccetera. Un delinquente produce delitti. Se si considera piu’da vicino la connessione che esiste fra questa ultima branca di produzione e l’insieme della societa’, si abbandoneranno molti pregiudizi. Il criminale non solo produce crimini, ma anche il diritto penale e quindi anche il professore che tiene cattedra di diritto penale, e l’inevitabile manuale in cui questo stesso professore getta sul mercato generale i suoi contributi come “merce”. Cio’ provoca un aumento della ricchezza nazionale, senza contare il piacere personale che, come ci assicura un testimonio competente, il professor Roscher, la composizione del manuale procura al suo autore. Il criminale produce inoltre tutta l’organizzazione poliziesca e la giustizia penale, gli sbirri, i giudici, i boia, i giurati, eccetera, e tutte quelle differenti professioni che formano altrettante categorie della divisione sociale del lavoro, sviluppano le differenti facolta’ dello spirito umano, creano nuovi bisogni e nuove maniere di soddisfarli. La sola tortura ha dato occasione alle piu’ ingegnose invenzioni meccaniche, e nella produzione dei suoi strumenti ha dato impiego a una massa di onesti lavoratori. Il delinquente produce un’impressione, sia morale che tragica, secondo i casi, e rende cosi’ un “servizio” al movimento dei sentimenti morali ed estetici del pubblico. Egli non produce soltanto manuali di diritto penale, codici penali e legislatori penali, ma produce anche arte, bella letteratura, romanzi e perfino tragedie, come dimostrano non solo “La colpa” di Mullner o “I masnadieri” di Schiller, ma anche l’ “Edipo” e il “Riccardo Terzo”. Il criminale rompe la monotonia e la calma tranquillita’ della vita borghese. Egli la preserva cosi’ dalla stagnazione e provoca quella inquieta tensione, quella mobilita’ senza la quale lo stimolo della concorrenza verrebbe smussato. Egli da’ cosi’ uno sprone alle forze produttive. Mentre il delitto sottrae una parte della eccessiva popolazione al mercato del lavoro, diminuendo cosi’la concorrenza fra gli operai e impedendo, in una certa misura, la caduta del salario al di sotto del “minimum”, la lotta contro il delitto assorbe un’altra parte della stessa popolazione. Il criminale appare cosi’ come uno di quei fattori naturali di equilibrio, che stabiliscono un giusto livello e aprono tutta una prospettiva di “utili” occupazioni. Si potrebbe dimostrare fin nei dettagli l’influenza del delitto sullo sviluppo della forza produttiva. Le serrature sarebbero giunte alla perfezione attuale se non vi fossero stati ladri? E Cosi’ la fabbricazione delle banconote, se non vi fossero stati falsari? Il microscopio avrebbe forse trovato impiego nelle comuni sfere commerciali senza le frodi nel commercio? La chimica pratica non deve altrettanto alla falsificazione delle merci e agli sforzi per scoprirla, quanto all’onesto fervore produttivo? Il delitto con i suoi mezzi, sempre nuovi di attacco alla proprieta’, chiama in vita sempre nuovi mezzi di difesa, dispiegando cosi’ un’azione produttiva del tutto simile a quella esercitata dagli scioperi sull’invenzione delle macchine. E, abbandonando la sfera del delitto privato, senza delitti nazionali sarebbe forse sorto il mercato mondiale, o anche solo le nazioni? E dal tempo di Adamo, l’albero del peccato non e’nello stesso tempo l’albero della conoscenza? Mandeville, nella sua Fable of the bees (1705), aveva gia’ mostrato la produttivita’ di tutte le possibili occupazioni ecc., e soprattutto la tendenza di tutta questa argomentazione: “Cio’ che in questo mondo chiamiamo il male, tanto quello morale quanto quello naturale, e’ il grande principio che fa di noi degli esseri sociali, e’ la solida base, la vita e il sostegno di tutti mestieri e di tutte le occupazioni senza eccezione[…]; e’ in esso che dobbiamo cercare la vera origine di tutte le arti e di tutte le scienze; e […] nel momento in cui il male venisse a mancare, la societa’ sarebbe necessariamente devastata se non interamente dissolta”. Sennonche’ Mandeville era, naturalmente, infinitamente piu’ audace e onesto degli apologeti filistei della societa’ borghese.”

Bastiat però vede oltre l’immanenza, eccetto quando si tratta di merce e mercato. Marx lo aveva già sbugiardato dimostrando che egli era accecato dalla sfera dello scambio, tanto da non aver capito che la valorizzazione della merce avviene, grazie alla combinazione dei vari fattori, nella sfera produttiva, anche se poi tale valore si deve realizzare nella vendita sul mercato. In secondo luogo, e qui torniamo alla sua celebrata frase ripresa all’inizio, Bastiat non vede che se il commercio si sviluppa pacificamente è perché ha alle spalle la forza di un esercito nazionale che ha imposto le sue regole (quelle dell’Inghilterra dell’epoca) a tutti spacciandole per neutrali. È facile essere arbitri quando si è gli unici interpreti del regolamento. Le merci viaggiano tranquillamente dopo che gli eserciti hanno già combattuto per la supremazia. Se tale preminenza decade e si riapre la contesa per i territori nulla è più al sicuro, né merci, né capitali, né uomini.
Ma, come detto, l’intento de Il Foglio, è quello di scontrarsi con le correnti economiche opposte (che sono sempre errate) come attesta il commento di L. Capone:

“Ci sono delle idee sbagliate di grande successo. Hanno sempre dato cattivi frutti quando sono state coltivate e nonostante ciò, ogni volta che si ripresentano sotto abiti diversi, ottengono sempre seguito tra le masse. Attirano consensi perché intuitive e semplici, ma sono sbagliate: l’aumento della spesa pubblica (o il taglio delle tasse) che per magia si ripaga da solo, fare opere pubbliche non perché servono ma per “dare lavoro”, proteggere le aziende nazionali dalla concorrenza straniera, favorire le esportazioni e penalizzare le importazioni, difendersi dall’innovazione – dai robot alle aziende digitali – perché la tecnologia distrugge posti di lavoro, mandare i più anziani prima in pensione per creare occupazione per i giovani, creare banche pubbliche per dare prestiti agevolati a chiunque non abbia credito dalle banche private oppure, perché no, stampare soldi per distribuirli a chiunque ne abbia bisogno”.

Questi stanno indietro di secoli, per questo vanno a ripescare negli sbagli del passato, dimostrando tutta la loro incapacità a capire il presente. E’ tutto da rifare, è tutto da buttare a mare. Questi sono ancora convinti che siano le teorie economiche a fare grandi le nazioni, ma ci vogliono tante merci quanto cannoni (con governanti capaci di maneggiarli nel contesto mondiale).

UNA PROPOSTA KEYNESIANA DALL’ESTREMO ORIENTE

Sul Sole 24 ore del 29.12.2011 è apparso un articolo, di Stefano Carrer, che introduce alle tesi economiche di Richard Koo, capo economista del Nomura Research Institute di Tokyo, teorico della recessione da balance sheet (1). Secondo Koo la recessione da balance sheet – che ebbe l’esempio massimo in Giappone – differisce da quella ordinaria perché i soggetti economici privati – invece di cercare di massimizzare i profitti in base ai dettami dell’”economica” ortodossa – tendono a minimizzare il debito per riparare ai guasti della loro situazione patrimoniale dopo lo scoppio di una bolla di “asset”. Koo ci aiuta con un esempio espresso in forma didattica:

<<Se una famiglia ha un reddito di mille euro e risparmia il 10%, in teoria i 100 euro risparmiati saranno presi dal settore finanziario e prestati a chi li userà per il meglio facendo muovere l’economia. Se la domanda per questi 100 euro è insufficiente, i tassi di interesse saranno abbassati per incentivarne la richiesta; se eccessiva, i tassi saliranno. Ma se tutto il settore privato è concentrato a minimizzare il suo debito, non ci saranno richieste per questi 100 euro anche in un contesto di tassi zero: nell’economia circoleranno solo i 900 euro spesi e confluiti nel reddito di qualcun altro. Se però anche costui risparmia il 10% solo 810 euro saranno spesi. Poiché il ripristino di una sana situazione patrimoniale richiede molti anni , anche quei 90 euro non saranno erogati in credito, e l’economia si contrarrà a 810 euro, poi a 730 e così via >>.

Cercando di tradurre, in qualche modo, il discorso di Koo mi pare che esso vada a spiegare  una situazione che vede imprese e famiglie fortemente indebitate e in cui predomina, di conseguenza,  una alta propensione marginale al risparmio; la tendenza al ribasso dei consumi e degli investimenti comporterà un effetto praticamente inverso rispetto a quello prodotto dal moltiplicatore nel modello keynesiano: si avrà così una sorta di moltiplicatore col segno negativo con conseguenze “recessive” sul reddito aggregato . Con un debito aggregato (debito pubblico + debito privato) particolarmente elevato e in una situazione lontana dall’ “equilibrio” (sempre “teorico”) – che sarebbe caratterizzato da una situazione in cui l’investimento è pari al risparmio privato più il risparmio pubblico – parrebbe necessario aumentare le entrate fiscali e diminuire la spesa pubblica per compensare i diminuiti investimenti nel settore privato mediante una accumulazione tale da permettere, successivamente, l’incremento degli stessi da parte dello Stato. Per l’economista giapponese, però, rimane preferibile l’opzione che vede lo Stato attivarsi per prendere a prestito il risparmio privato eccedente per, poi, utilizzarlo in spese per investimenti e per stimolare i consumi, nonostante il conseguente aumento del debito pubblico. A questo riguardo Carrer scrive:

<<Lo ha fatto il Giappone tra il 1990 e il 2005: con un aumento del debito pubblico di 460mila miliardi di yen ha finito in sostanza per “comprare” Pil per 2 milioni di miliardi di yen: un bell’affare, insomma>>.

Ma la domanda che tutti ci facciamo subito, al riguardo, concerne la possibilità che quanto accaduto  in Giappone fino al 2005 possa avvenire nell’ Europa attuale dopo l’insorgere della crisi globale a partire dal 2008. E’ lecito dubitare che in una situazione come quella attuale l’aumento della spesa statale, soprattutto limitata ad un singolo Paese, possa generare crescita in quello stesso paese ed evitare, inoltre, una pericolosa deriva inflazionistica. Ma  a questo proposito Carrer cita testualmente Koo:

<<Se i deficit fiscali vengono compressi al 3% del Pil, la parte di risparmio privato eccedente costituirà una dispersione al flusso del reddito e creerà un gap deflazionistico finché l’export non aumenti in modo sostanziale[…]il Pil spagnolo rischia di contrarsi del 3% circa all’anno finché il settore privato sarà così stremato da non poter più risparmiare>>.

Koo insiste, insomma, sul fatto che quando si entra in recessione da balance sheet è sbagliato focalizzarsi solo sui deficit di bilancio ignorando i surplus del risparmio privato e il deleveraging (2) bancario. Secondo l’economista giapponese il contrasto in Europa si risolve in una contrapposizione tra chi auspica che la Bce diventi prestatore di ultima istanza e chi, come la Germania, si oppone discutendo di “azzardo morale” e di rischi inflazionistici e proponendo l’imposizione preliminare di un risanamento fiscale ai Paesi più indebitati. Koo ritiene che Draghi si stia districando abbastanza bene mentre le sue critiche, come tanti altri commentatori, si concentrano sulla Merkel e sull’Eba, ma soprattutto su quest’ultima, che sta costringendo ad una forte ricapitalizzazione le banche europee limitando ancora di più le possibilità di credito all’economia “reale”. E a tale proposito egli ritiene che per limitare la stretta creditizia generalizzata (il credit crunch), ormai già in atto, potrebbe essere efficace una iniezione diretta di capitali pubblici negli istituti bancari e ancora, nel medio termine, propone addirittura che solo gli investitori dei singoli paesi possano comprare titoli pubblici emessi dal loro governo, evitando così che la fuga verso i Bund impedisca agli altri Stati di reinvestire il surplus di risparmio nazionale per combattere la recessione. Per quanto mi è possibile capire questa impostazione che ha reso molto popolare Richard Koo anche in Europa, è una riproposizione del keynesismo adattata alle forme specifiche della lunga depressione in cui siamo immersi. E’ inevitabile che ad una politica economica deflazionistica e recessiva focalizzata  sulla “postulata” necessità di ricondurre i debiti pubblici dei vari paesi alla “sostenibilità” e “credibilità”, soprattutto in Europa, si oppongano delle ragionevoli risposte e delle proposte alternative che  – al di là del loro valore teorico e della loro possibile efficacia pratica – presentano ricadute politiche e sociali potenzialmente alternative e capaci di indirizzare i rapporti di forza tra paesi pre e sub-dominanti – nelle varie aree “regionali” della formazione sociale globale –  in maniera tale da produrre “conflitti di interesse” tra i gruppi dominanti dei vari Paesi (e all’interno degli stessi).

(1)<<Breve schema riassuntivo di un bilancio d’esercizio relativamente alle parti: stato patrimoniale e conto economico>> oppure anche solo <<stato patrimoniale>>. << Il bilancio d’esercizio è l’insieme dei documenti che un’impresa deve redigere periodicamente, allo scopo di rappresentare in modo veritiero e corretto la situazione patrimoniale e finanziaria nonché il risultato economico della società>>. – Da Internet.

(2)<<In economia aziendale il leverage o rapporto di indebitamento è un indice utilizzato in ambito finanziario per misurare la proporzione fra il capitale proprio e quello di terzi del totale delle risorse utilizzate per finanziare gli impieghi di un’impresa>>. Da Wikipedia

Mauro Tozzato           01.01.2012

 

LA “NOUVELLE VAGUE” DELLA DECRESCITA di M. Tozzato

Luigi Cavallaro, economista che, se non sbaglio, fa riferimento principalmente a Marx e Keynes ha scritto su il manifesto del 16 settembre 2007 un interessante articolo intitolato La nouvelle vague della decrescita.

Cavallaro inizia così l’articolo:

 

Da quando il tracollo dell’esperimento sovietico è sembrato riportare le lancette della storia all’epoca del «trionfo della borghesia», per dirla col titolo del celeberrimo libro di Eric J. Hobsbawm, una nuova idea ha cominciato a farsi strada tra gli orfani irreconciliati dell’idea «crollista». L’idea, molto in sintesi, è che il capitalismo, assai più gravemente che da un antagonismo di classe nel frattempo annacquatosi, sarebbe minato da un rapporto contraddittorio addirittura con la «natura»: la sua propensione alla «crescita illimitata», infatti, prima o poi dovrebbe indurlo a sbattere il muso contro la finitezza del pianeta Terra e delle sue risorse.

È stata la legge dell’entropia a offrire il pilastro teorico su cui edificare una narrazione ancor più fosca del declino irreversibile del modo di produzione (nuovamente) dominante. La presa di coscienza del fatto che tutti i tipi di energia sono destinati prima o poi a trasformarsi in calore non più utilizzabile e che il sistema solare tutto tende verso una «morte termodinamica» ha indotto, infatti, i «neocrollisti» a formulare critiche «radicali» all’idea che il processo economico potesse essere descritto in termini circolari e a esigerne con forza una rappresentazione in termini unidirezionali, rispettosa della «freccia del tempo».

La termodinamica, in tal modo, è diventata la «fisica del valore economico» e la legge dell’entropia «la radice della scarsità economica», come scrisse l’economista e statistico di origine rumena Nicholas Georgescu-Roegen.

 

I prodotti del lavoro sono il risultato certamente della trasformazione tecnica di oggetti naturali (e sociali) comunque già precedentemente divenuti oggetto di lavoro ( materia prima) e/o mezzi di lavoro però il processo di produzione è di carattere  fondamentalmente sociale: anche i valori d’uso considerati in se stessi non sono mere cose ma oggetti che stanno in rapporto di utilità al fine del soddisfacimento di bisogni umani.

  

Continua ancora Cavallaro:

 

Le forme di vita delle piccole comunità di cacciatori-raccoglitori e, in genere, delle società precapitalistiche sono state descritte come altrettanti Eden, in cui gli individui vivevano in armonia con l’ambiente circostante, appropriandosene giusto quel tanto che serviva a sfamarsi e a riprodursi. Il fatto che l’arrivo dell’Homo sapiens sapiens in un qualche nuovo territorio fosse immancabilmente seguito da un’ondata di estinzioni di animali di grossa taglia, che molte comunità contadine praticassero un’agricoltura basata sul metodo «taglia e brucia», che eventi atmosferici banali potessero condannare intere comunità alla fame e che le condizioni di lavoro e di vita fossero terrificanti è stato semplicemente dimenticato. Così come è stata dimenticata una lettera in cui Engels commentava severamente con Marx le pretese di un tal Podolinskij di «esprimere rapporti economici in misure di fisica».

 

A questo punto l’economista prende in considerazione l’ultimo lavoro di  Serge Latouche – lo studioso francese che può esserne considerato il principale rappresentante – intitolato La scommessa della decrescita (Feltrinelli, pp. 215, euro 16) «un vero e proprio manifesto teorico della Società della decrescita». La decrescita è per Latouche:

 

«uno slogan politico con implicazioni teoriche, è un "termine esplosivo" che cerca di interrompere la cantilena dei "drogati" del produttivismo». Più che di decrescita, precisa anzi lo studioso, bisognerebbe parlare di «a-crescita», perché «si tratta di abbandonare la fede e la religione della crescita, del progresso e dello sviluppo».

Si propone inoltre il recupero di una dimensione di vita

 

«conviviale», secondo l’accezione che ne propose negli anni ’70 Ivan Illich: si tratta infatti di sollecitare la «capacità da parte di una collettività umana di sviluppare un interscambio armonioso tra gli individui e i gruppi che la compongono e della capacità di accogliere ciò che è estraneo a questa collettività».

 

Come molti ecologisti, Latouche afferma perentoriamente che «una crescita infinita è incompatibile con un pianeta finito». Non è però chiaro se stia parlando della crescita dei valori d’uso o della crescita del loro valore di scambio espresso in moneta. E’ solo per i primi, infatti, che valgono le leggi fisiche; il secondo può aumentare in maniera indefinita. Non c’è alcuna impossibilità «fisica» capace di impedire che il valore di scambio di un paio di scarpe cresca di dieci, cento o mille volte, ci può essere al massimo una difficoltà fisica di accrescere di cento o mille volte la produzione mondiale di valori d’uso che abbiano «natura» di scarpe. Solo se si ritiene che il prezzo delle merci rifletta la loro «scarsità» – una credenza tipicamente neoclassica, che s’impose ai tempi della rifondazione della teoria economica da parte di Jevons, Menger e Walras – si può rinvenire nella «crescita del Pil» una misura dello «sforzo» imposto dalla società all’ambiente. Ma che il prezzo delle merci sia una funzione delle reciproche scarsità relative è un’affermazione teoricamente infondata, come hanno dimostrato Garegnani e Sraffa ormai quasi cinquant’anni fa.

 

Questi ultimi passaggi richiederebbero una riflessione approfondita, e sicuramente non sono molto competente in materia, però mi pare che non sia del tutto inesatto dire che i prezzi delle merci siano anche determinati dalle reciproche scarsità relative. Ed è comunque vero che la crescita del valore del Pil non misura e non viene misurata dal dispendio di energie fisico-sociali nel processo di produzione tecnico-organizzativo.

 

Ma facciamo finta che la confusione non ci sia e che, quando parla di «decrescita», Latouche intenda riferirsi solo ad una decrescita della produzione di valori d’uso. Come arrivarci? «Il cambiamento reale di prospettiva può essere realizzato attraverso il programma radicale, sistematico, ambizioso delle "otto R": rivalutare, ridefinire, ristrutturare, rilocalizzare, ridistribuire, ridurre, riutilizzare, riciclare», e la leva che lo studioso francese si propone di agire è la tassazione. Aumentando di «dieci volte» i costi di trasporto e incrementando la tassazione sulle macchine, «le aziende che seguono la logica capitalistica sarebbero ampiamente scoraggiate. In un primo tempo, un gran numero di attività non sarebbe più "redditizia" e il sistema resterebbe bloccato».

A quel punto, sarebbe senz’altro possibile «togliere sempre maggior quantità di terra all’agricoltura intensiva», semplicemente – aggiungiamo noi – perché le aziende agricole capitalistiche avrebbero decretato fallimento, e si potrebbe senz’altro «darla all’agricoltura contadina, biologica, rispettosa degli ecosistemi». E questa dinamica, che farebbe sì che «ogni produzione che può essere realizzata su scala locale e al fine di soddisfare bisogni locali» venga «realizzata localmente», contribuirebbe «anche a risolvere il problema della disoccupazione»: già, perché la decuplicazione della tassazione e il consequenziale blocco delle imprese capitalistiche avrebbero anche questa spiacevole conseguenza – qualche centinaio di milioni di disoccupati.

Sarebbe comunque una questione momentanea: presto le persone tornerebbero «ad apprezzare il territorio circostante» e «a temere di allontanarsi da casa loro», e comincerebbero «a riparare, a comprare prodotti di seconda mano, senza provare il sentimento di svalorizzazione di sé». E’ il «paradiso» immaginato da Latouche: una società in cui «le vettovaglie sono molto meno numerose, ma ciascuno ne ha quante bastano e regna un clima di gioia inebriante suscitata da una condivisa frugalità».

 

Ispirandosi a Ivan Illich, rileva Cavallaro, per Latouche diventa presupposto indispensabile per la riuscita del programma delle «otto R»

 

un’«autotrasformazione» non violenta della «società», che non faccia uso di leggi, decreti o polizia e che sia nondimeno capace di «suscitare un numero sufficiente di comportamenti virtuosi».

 

Non è chiaro se Latouche immagini un processo in cui sempre più persone comprano i suoi libri, si convincono della bontà delle sue idee, si danno appuntamento in piazza o in altro luogo «conviviale» e cominciano a concertarsi su come attuare il programma delle «otto R», ma non ci sembra di intravedere altro modo per produrre il presupposto indispensabile al suo obiettivo. E se la «pedagogia delle catastrofi» rivendicata nell’ultimo capitolo del suo libro genera proposte politiche del genere, sovviene per la «decrescita» un distico caro a Marx: «là dove mancano i concetti / s’insinua al momento giusto una parola».

 

In effetti ci pare di poter concludere con l’autore dell’articolo che la cosiddetta decrescita viene, da quello che dovrebbe essere il suo principale e autorevole rappresentante, presentata come una costruzione edificante ed onirica, particolarmente lontana dalla realtà e dai conflitti reali, anche riguardanti le problematiche ambientale, che sono effettivamente sul tappeto.

 

Mauro Tozzato                        02.10.2007