La notte della sinistra

SudItaliabordello

Mi sento senz’altro di consigliare il libro di Federico Rampini “La notte della sinistra”. Finalmente, anche se troppo tardivamente, da quelle parti si intravede un barlume di riflessione. Il tentativo di Rampini, per quanto meritorio, è però destinato a non sortire alcun effetto sui suoi “simili”. Non esiste più nessuna terapia, per quanto d’urto, che possa riportare i morti in vita. In ogni caso, Rampini smonta tutti quei luoghi comuni con i quali la sinistra della II Repubblica ha affossato se stessa e l’intero Paese. Sottoscriviamo parola per parola alcuni passaggi delle sue critiche ma segnaliamo anche che non condividiamo le sue analisi sulla politica estera, quest’ultime davvero arretrate per i tempi in trasformazione che corrono. Etichettare i nemici degli Usa quali dittature dove non sono rispettati i diritti umani, nonostante le tante guerre lanciate dagli americani in giro per il mondo, con ammazzamenti di ogni genere ed in spregio a quei valori che essi dicono di voler salvaguardare, è solo propaganda di bassa lega. Qui tutti si danno da fare con mezzi spregiudicati, tanto che male e bene sono intercambiabili a piacimento. Di solito il male coincide con l’avversario ed il bene con se stessi. Certe categorie non andrebbero proprio prese in considerazione quando ci si introduce nella disamina dei rapporti di forza. Dietro il palcoscenico della pubblica opinione, dove gli strateghi fanno la vera storia, democrazia e diritti umani sono barzellette di nessun conto (o quasi). C’è da capire, piuttosto, che i metodi di chi deve recuperare terreno, sul lato della potenza, viaggiano con meno infingimenti rispetto a quelli di chi conserva da decenni una posizione di forza, coperta da narrazioni rodate. Rampini sostiene che Russia e Cina corrono alle armi in spregio ai trattati di non proliferazione eppure queste nazioni cercano solo di ridurre il gap con una superpotenza assoluta che fino a pochi anni fa sembrava irraggiungibile e stabiliva per tutti il giusto e l’errato. Inoltre, russi e cinesi, al netto del deficit democratico, partecipano molto più attivamente e appassionatamente alla vita dei loro Stati, alle iniziative dei leader, alle manifestazioni a sostegno dei capi, di quanto non facciano i nostri svogliati elettori, chiamati ad imbucare pezzi di carta ogni tot di anni per stabilire da quale incompetente devono essere (s)governati. La maggioranza dei russi adora Putin perché fa funzionare lo Stato, fornisce sicurezza alla comunità, riporta i fasti del passato ecc ecc e pertanto gli perdona volentieri eventuali forzature costituzionali, così come la maggioranza dei cinesi appoggia Xi Jinping e non è interessata alle investiture di un’Assemblea popolare solo nominalmente tale se i ritmi di crescita economica e sociale sono ancora così elevati. Detto ciò evidenziamo le cose positive del testo di Rampini.

Scrive Rampini nell’introduzione: “ci fu un tempo in cui sinistra e popolo erano quasi la stessa cosa…Quando elenco i tanti errori compiuti – dall’immigrazione alla vecchia retorica europeista ed esterofila, dal globalismo ingenuo alla collusione con le élite del denaro e della tecnologia –, è perché sono convinto che da lì bisogna ripartire [aspirazione chimerica secondo me…] Non rispondetemi che «quegli altri» sono peggio, non ditemi che è l’ora di fare quadrato, di arroccarsi a contemplare con orgoglio tutte le nostre sacrosante ragioni, a raccontarci che siamo moralmente superiori e che là fuori ci assedia un’orda fascista. Quand’anche fosse vero che «quelli» sono un’orda fascista (narrazione diffusa in campo progressista), allora dobbiamo chiederci: com’è stato possibile? … Se “davvero una peste nera sta dilagando in tutto l’Occidente, dov’eravamo noi, cosa facevamo mentre questo flagello si stava preparando? (Aiutino: spesso eravamo al governo.) Ho appena usato l’immagine della peste nera perché oggi compare nei commenti di opinionisti politically correct. La metafora è significativa. È comoda, rassicurante. Ci assolve. La peste è una malattia. Se dilaga il contagio, la causa è qualche germe. Il presunto fascismo di massa, che sembra circondarci, è dunque una forma patologica di abbrutimento, di istupidimento del volgo. I demagoghi ne approfittano, eccitano i pregiudizi, raccolgono consensi perché sfruttano ignoranza e bassi sentimenti (odio per l’altro, razzismo). Troppo autoassolutoria, confortante, questa rappresentazione. Quanta presunzione, quanta arroganza, nell’autodefinirsi minoranza eletta, moralmente superiore, l’unica a detenere valori degni di questo nome. È una sinistra pigra e autoreferenziale, che non ha nessuna aspirazione a tornare maggioranza, quella che passa il suo tempo a lanciare scomuniche, a levare alte grida d’allarme contro la deriva autoritaria…
Vorrei anche che la smettessimo “di infliggere ai più giovani delle lezioni di superficialità, malafede, ignoranza della storia. Si parla ormai a vanvera di fascismo, lo si descrive in agguato dietro ogni angolo di strada, studiando pochissimo quel che fu davvero, in quale contesto storico nacque, quali “ne furono le cause profonde e gli ingredienti decisivi. Si spande la retorica di una nuova Resistenza, insultando la memoria di quella vera (o ignorandone le contraddizioni, gli errori, le tragedie).
Cominciai a fare politica da giovane adulto, appena tornato in Italia dopo un’infanzia e un’adolescenza all’estero. Frequentavo l’università a Milano mentre iniziavano gli anni di piombo (1974-77). Ero iscritto al Pci, a quel tempo guidato da Enrico Berlinguer. Non ho dimenticato le assemblee universitarie dove un militante comunista faceva fatica a intervenire perché la «vera sinistra», cioè gli estremisti, decidevano chi aveva diritto di parola e chi no. «Fascisti», urlavano a chiunque non la pensasse come loro. L’élite di quel momento (giovani borghesi, figli di papà, più i loro ispiratori e cattivi maestri tra gli intellettuali di moda) era una Santa Inquisizione che sottoponeva gli altri a severi esami di purezza morale, di intransigenza sui valori. “In quanto ai giovani cattolici progressisti, se avevano la sciagura di essersi iscritti alla Democrazia cristiana, erano trattati come fascisti, punto e basta. Molti di loro oggi sono sulle posizioni di papa Francesco, considerato il pontefice più progressista da molti decenni a questa parte, rispettato dagli opinionisti liberal. Con che disinvoltura si passa dall’ostracizzare un avversario politico, negandogli legittimità, ad abbracciarlo come uno dei nostri…Nel politically correct di oggi sono cambiate solo le apparenze, il linguaggio, le mode. Tra i guru progressisti ora vengono cooptate le star di Hollywood e gli influencer dei social, purché pronuncino le filastrocche giuste sul cambiamento climatico o sugli immigrati. Non importa che abbiano conti “in banca milionari, i media di sinistra venerano queste celebrity. Mentre si trattano con disgusto quei bifolchi delle periferie che osano dubitare dei benefici promessi dal globalismo. Periferie: questo termine è sulla bocca di tutti. Perfino quei leader di sinistra che fanno fatica a situarle su Google Maps ammettono che bisogna andarci, nelle periferie, oggi egemonizzate dalle destre populiste e sovraniste. «Andarci»? Forse il percorso più logico sarebbe quello inverso: è dalle periferie che dovrebbero venire persone e idee, infusione di energie nuove dentro la sinistra. Portandosi dietro le emozioni, le paure, le angosce. Perché la sinistra si vieta di parlare di paure? Questo termine oggi viene usato per accusare i demagoghi di turno, i sovran-populisti che «alimentano, eccitano» la paura. Da quando in qua la paura è una cosa di destra, anticamera del fascismo? Deve vergognarsi chi teme di diventare più povero? Chi patisce l’insicurezza di un quartiere abbandonato dallo Stato?” “Alla destra abbiamo lasciato anche un’altra parola: Italia. Certi progressisti, si direbbe, sono capaci di entusiasmo solo per cose molto più grandi, si commuovono esclusivamente davanti a dimensioni superiori: Europa, Mediterraneo, Umanità. L’idea di nazione sarebbe anch’essa un eufemismo per non dire fascismo. Curiosa deformazione, perché non si dà un solo caso di liberaldemocrazia moderna che non sia nata in quell’ambito, dentro lo Stato-nazione. Mazzini e Garibaldi (che nessuno legge più) sono tra i padri nobili della sinistra italiana. Abbiamo venerato tanti leader del Terzo Mondo – da Gandhi a Ho Chi Minh a Fidel Castro – che erano prima di tutto dei patrioti. Abbiamo rispettato con una punta d’invi“d’invidia, nei nostri vicini francesi o inglesi, il sentimento di fierezza nazionale. «Right or wrong, my country» (che abbia torto o ragione, è il mio paese) è un motto che condivideva anche Winston Churchill, avversario dei nazifascismi. C’è qualcosa di malsano nel pensare che una maggioranza degli italiani siano idioti manipolati da mascalzoni…”

Il testo inoltre è disseminato di altre perle come questa: “Una delle frasi in codice che oggi ti fanno riconoscere come uno stimato opinionista di sinistra è che «dobbiamo stare dalla parte dei più deboli». Sottinteso: purché i deboli siano stranieri, possibilmente senza documenti, meglio ancora se hanno la pelle di un colore diverso dal nostro. Sono deboli se corrispondono a questa descrizione. Almeno una parte della sinistra ha deciso che sono sempre e soltanto queste le vittime dell’ingiustizia, per definizione. Tanto peggio per i pensionati poveri, con cittadinanza italiana, se la sera hanno paura a rincasare da soli perché davanti al loro portone comandano gli spacciatori. Gli si risponde citando le statistiche, per dimostrargli che non esiste un legame tra stranieri e criminalità. Dunque se vedono dei nordafricani spacciare impunemente sui marciapiedi del loro quartiere, è un’illusione ottica. O peggio, accostare il mestiere dello spacciatore e la sua nazionalità o etnia è un riflesso razzista. Che taccia, il pensionato povero, e si vergogni di avere questi pensieri immondi.”

Ma, ancora, Rampini denuncia le sciocchezze sullo spread, sull’austerità, sull’ineluttabilità delle leggi del libero mercato (pura ideologia dei prepotenti  usata per fottere i più deboli) , con le quali una sinistra, priva di riferimenti teorici validi e assuefatta ai suoi compiti antipopolari, si è fatta scudo per autoconservarsi al potere. Nessun principio serio, nessun concreto senso di responsabilità per il proprio Paese ha guidato la mano di questa che si è sentita élite mancando di idee originali e del coraggio necessario al cambiamento in un’epoca difficile ma di trasformazione. La sinistra della canzone popolare anziché alzarsi si è impancata contro quelli che pretendeva di rappresentare. Ora che il popolo la odia vorrebbe sciogliere il popolo, parafrasando Brecht, e rifarsi, contro un amore non più corrisposto e da essa tradito, ricorrendo ad un sottoproletariato di sbandati culturali e antisociali da mettere contro i cittadini italiani. Il pericolo reale è questo, non un fascismo ormai sotterrato da decenni, buono solo per rimestare nel torbido, generato dalla liquidazione e liquefazione di un’Italia sicuramente ancora sana o curabile prima del suo nefasto arrivo.

La sinistra e i comunisti…di O. Schena

antonio_gramsci_by_ludilozezanje-d5eqwsv

                                                                                       

La sinistra e i comunisti tra buon senso e senso comune,

tra Manzoni e Gramsci

«(…) Sinistra è una parola che non amo, si è usurata» (…) «Comunista.Saremo vintage, ma qui all’ex-Opg ci definiamo così (…)».

Questa è una risposta di Viola Carofalo, portavoce di PAP, in un’intervista all’Espresso del 22/8/18. Ma sarà questa la risposta del«buon senso» o del «senso comune»?

Sergio Cararo, sul giornale comunista online Contropiano del 28/10/18, osserva che Viola Carofalo, «con quel suo dirsi “comunista e non di sinistra, ha (fatto) saltare molti sulla sedia (…)».

S. Cararo potrebbe aver visto giusto, anche se non è stato lì a spiegare, al colto e all’inclita, neppure uno dei possibili perché di quei “salti”, quasi si trattasse di salti evidenti per se medesimi, cioè uno di quei “dati empirici con il carattere di intuitiva evidenza lockiana. S. Cararo ha rivelato se, per caso, sulla sedia non sia saltato anch’egli. Quei saltipotrebbero anche dipendere dal fatto che l’affermazione: «comunista, enon di sinistra» verrebbe a palesarsi, almeno secondo il «senso comune»,come una grossa, grassa bestemmia, una gigantesca contraddizione in termini, perché il male, si sa, è sempre dall’altra parte.

Quali che siano le cause di quei “salti”, quali che siano le ragioni, palesi o misteriose, giuste o sbagliate, che potrebbero avere spinto Viola Carofaloa quell’affermazione, la portavoce di PAP, di sicuro ha avuto coraggio. Per andare contro il «senso comune», infatti, pare ci voglia coraggio, perché il«senso comune» fa paura, parola di Alessandro Manzoni, e  … e pure del P.d.R. Mattarella.

Antonio Gramsci nei Quaderni dedica numerose pagine al sintagma «buon senso», a volte per contrapporlo al sintagma «senso comune», che consiste nel credere che quel che esiste oggi sia sempre esistito, credenza che ha per Gramsci una connotazione prevalentemente negativa, e, in ogni caso, provvisoria.

Ma chi non ha fatto “salti” alle parole di Viola Carofalo sarà comunista o no?

 

Nel Quaderno 8 (XXVIII) § (19) Gramsci annota:

Senso comune. Il Manzoni fa distinzione tra senso comune e buon senso (Cfr. Promessi Sposi, Cap. XXXII sulla peste e sugli untori). Parlando del fatto che c’era pur qualcuno che non credeva agli untori ma non poteva sostenere la sua opinione contro l’opinione volgare diffusa, aggiunge: «Si vede che c’era uno sfogo segreto della verità, una confidenza domestica: il buon senso c’era; ma se ne stava nascosto per paura del senso comune».

Il «buon senso» conteso

Arriva il 19 luglio 2018 e il Presidente Mattarella, durante la cerimonia del Ventaglio al Quirinale, impugna un fatto di cronaca per farsiminaccioso aruspice d’una barbarie ormai dietro l’angolo. E per lanciare,illuminato dal buon senso manzoniano, un severo monito agli italiani (vistianche i risultati del 4/3/2018):

 

«L’Italia non può somigliare a un Far West dove un tale compra un fucile e spara dal balcone (…).Questa è barbarie e deve suscitare indignazione. L’Italia non diventerà, non può diventare preda di quel che con grande efficacia descrive Manzoni nei Promessi sposi a proposito degli untori della peste: ‘il buonsenso c’era ma stava nascosto per paura del senso comune’». (ANSA 26/7/18)

Non è dato sapere se sia stato il fascino del «buon senso», o il timore del«senso comune», a spingere il Presidente Mattarella tra le pagine dei Promessi Sposi. I tre “non messi in fila in poche righe hanno il compito di rifiutare-contestare l’esistenza nella realtà dell’incombente «barbarie», e dicono molto di più d’un semplice scongiuro.

In ogni caso, per vincere l’ansia della tenaglia manzoniana, si può fare una visita a Gramsci:

Il tipo generale si può dire appartenga alla sfera del «senso comune» o «buon senso», perché il suo fine è di modificare l’opinione media di una certa società, criticando, suggerendo, sbeffeggiando, correggendo, svecchiando, e, in definitiva introducendo «nuovi luoghi comuni» (…)

Ogni strato sociale ha il suo «senso comune» e il suo «buon senso», che sono in fondo la concezione della vita dell’uomo più diffusa. (…)

Il senso comune non è qualcosa di irrigidito e di immobile, ma si trasforma continuamente, arricchendosi di nozioni scientifiche e di opinioni filosofiche entrate nel costume. [QUADERNO 24 (XXVII) § (4). (p.2270-71)]

Insomma, i luoghi comuni / il «senso comune», il «buon senso», vanno vengono /ogni tanto si fermano, / sono comeLe nuvole di De Andrè. Non bisogna, però, lasciarsi vincere dall’angoscia, il lavoro del disvelamento dev’essere costante, anche perché tutto si trasforma in continuazione, linguaggio compreso.

L’eco manzoniana nelle vibranti parole del Presidente Mattarella appare un esorcismo simile a quei gargarismi rituali sulla “libertà”, offerti in saldo dalle massime autorità dello Stato, nelle ricorrenze ufficiali, ad un popolo ignaro o smemorato. O potrebbe significare semplicemente: giù le mani dal Manzoni”. Ma qui è forse il caso di fare un processo alle intenzioni? Chi può dire che il riferimento della pubblicità leghista sia al Manzoni, e non invece a Gramsci?

Non si può neppure escludere che il monito presidenziale, con l’invocazione del manzoniano «buon senso», voglia rappresentare la dura risposta all’on. Matteo Salvini per quell’invito agli italiani a votarlo il 4/3/18 – per la Rivoluzione del «buon senso». Sempre Manzoni dunque (o Gramsci?), e ancora il «buon senso», in questo nostro Paese un tempo di “eroi, di santi di poeti, di navigatori”, e ora anche di aspiranti manzoniani in aspra, ma democratica (?) contesa per il «buon senso».

È opinione di molti, e forse fondata, che sia stato proprio il predicatore leghista del «buon senso», peraltro in buona compagnia, a realizzare, con il suo manifesto elettorale 2018, grazie a parole e concetti opportunamente destoricizzati, destrutturati e smemorizzati, la perdita di senso delle notazioni manzoniane sul «buon senso».

La missione della classe politica, intanto, riesce ancora una volta. Ma questo significa forse che il popolo, un giorno dopo l’altro, ha  imparato a vivere nell’insensatezza dove gli sembra di trovarsi a proprio agio, mentre il manzoniano «buon senso» continuerà a restarsene nascosto incurante del monito mattarelliano?

Di certo non dev’essere semplice fare il Presidente d.R. d’un Paese in cui il 1 maggio 1947 la strage di Portella della Ginestra (ovvero della prima Strage di Stato) inaugura la modernizzazione coloniale offerta dai liberatori-vincitori. Ovvero da quegli autentici barbari a stelle e strisce, sempre in giro per il mondo con la “pazza idea missionaria, nell’era postatomica, di esportare le loro miracolose pozioni di democrazia al veleno, umanitario s’intende, nelle  varianti al napalm, all’uranio, all’Orange, al fosforo bianco, eccetera.

Un compito difficile, oggettivamente servile e, dunque, pocoentusiasmante, meno che mai per un Presidente della Repubblica, il qualesi ritrova sotto i piedi un territorio nato e cresciuto in stato di palmareservitù politico-economica, per di più seminato da mezzi e truppe colonizzatrici e da ordigni nucleari, senza neppure la simulazione d’una sia pur pallida procedura parlamentare.

Ed è così che dal sacrificio delle libertà e delle dignità nazionali, sacrificio dopo sacrificio, si è potuto giungere a spacciare per scelta di «buon senso» persino il sacrificio di Aldo Moro, e a trasmutare, senza troppa fatica, un fagotto rattrappito e impiastricciato di sangue in un rassicurante,folgorante sintagma di «buon senso» e insieme di «senso comune», che recita così: «… la repubblica è salva!».

Ai fini di questa trasmutazione risultano fondamentali i suggerimenti, ai confini tra la sciatteria e il cinismo, che, sul caso Moro giungono daivertici politici e istituzionali del Paese: «Non è lui», «inautenticità sostanziale», e poi ancora «Moro per noi è morto» (E. Berlinguer al generale A.F. Cornacchia).

Intanto i media, giorno dopo giorno, divorano la vittima e consumano pure i terroristi. Il cibo buono per i media si sa, anzi il migliore, è il pastocruento.              

I terroristi avranno mai avuto il tempo di leggere un po’ di Marx, un po’ di Gramsci?

 

Caro Francesco (Cossiga)

(…) Soprattutto questa ragione di Stato nel caso mio significa, riprendendo lo spunto accennato innanzi sulla mia attuale condizione, che io mi trovo sotto un dominio pieno ed incontrollato, sottoposto ad un processo popolare che può essere opportunamente graduato, che sono in questo stato avendo tutte le conoscenze e sensibilità che derivano dalla lunga esperienza, con il rischio di essere chiamato o indotto a parlare in maniera che potrebbe essere sgradevole e pericolosa in determinate situazioni. i più affettuosi saluti (firmato) Aldo Moro

Nico Perrone “De Gasperi e l’America” – Sellerio 1995 – (p. 247-48):

(…) Questo dovette fargli mantenere un interesse vitale del paese, resistendo all’offensiva che veniva dagli Stati Uniti. Il problema petrolifero allora poteva apparire di non grande sviluppo, dunque egli si sentì incoraggiato nella sua politica di difesa. In prospettiva esso si rivelerà di primo piano per l’ascesa dell’Italia a potenza economica, e quella difesa attuata da De Gasperi varrà a bilanciare, in parte, una politica che si era sviluppata «sotto un dominio pieno e incontrollato» 79 dell’America.

Nota 79: Questa espressione tremenda matura tre decenni dopo, in un contesto non scevro, forse, di manovre straniere: Moro, [Al ministro dell’interno F. Cossiga (lettera databile tra il 17 e 29.III.1978, durante la prigionia delle BR]

 

Arriva San Silvestro 2018

E qui, forse dimentico del suo stesso monito manzoniano, vuoi per sfiducia nel «buon senso», vuoi per andare incontro, con sagacia, al «senso comune», il Presidente Mattarella infila 7 volte nel suo breve discorso diSan Silvestro la parola «sicurezza». Si vede che il «decreto sicurezza» haproprio lasciato il segno. Un segno tale da guadagnarsi addirittura l’intestazione del discorso presidenziale, un segno nascosto, un po’ come il«buon senso», ma qui da una negazione linguistica:

«Non dobbiamo aver timore dei buoni sentimenti che rendono migliore la nostra società» (www.quirinale.it)

Chissà, però, se basta una firma presidenziale per coprire l’inconfondibile tanfo securitario del «decreto sicurezza» (peraltro in linea con i precedenti storico-politici), e per rendere migliore questa nostra società, che, invece, potrebbe anche soccombere al timore dei buoni sentimenti, come sembra temere lo stesso Presidente di tutti gli italiani nella sua accorata esortazione.

Pare che in giro vi siano fin troppi untori, e troppe pecorelle. E gli “sfoghi segreti della verità si saranno di sicuro intasati e, comunque potrebberoben poco, almeno oggi, contro l’opinione volgare diffusa.

Al Presidente d. R. e al Ministro degli Interni, supposti fedeli discepoli del cattolicissimo e moderatamente conservatore A. Manzoni, l’arduo compito di riuscire a coniugare, tra un Ave Maria e un requiem (“prima gli italiani, però,  ça va sans dire), il «buon senso» con una politicasecuritaria, sulla scia del loro illustre mentore.

In merito ecco due pillole di storia di Sebastiano Timpanaro su fatti di appena 3 secoli addietro, ma pur sempre attuali:

 

In fatto poi di carestie (con conseguente aumento di prezzi dei generi alimentari di prima necessità) e di disoccupazione,  l’“economia classica” aveva come tutti sappiamo, idee chiare: si tratta degli effetti di dolorose ma ineluttabili leggi economiche, e ribellarvisi è non solo condannabile perché sconvolge la gerarchia sociale, ma, prima ancora, stupido, perché sarebbe come ribellarsi a un terremoto o ad un’eruzione vulcanica.  

Il Manzoni, nei famosi capitoli dei Promessi Sposi sulla carestia e sui tumulti popolari, aveva dato a questi principi economico sociali quella più ampia diffusione e forza di persuasione che veniva loro dall’essere inseriti in una grande opera narrativa e fatti oggetto non solo di enunciazione dottrinaria, ma di rappresentazione artistica: aveva definito il rincaro «doloroso» ma «salutevole», aveva ironizzato sull’inefficacia dei calmieri (con ragione, ma con una perentorietà che ne escludeva anche qualsiasi utilizzazione transitoria) e non aveva nemmeno preso in considerazione l’ipotesi del razionamento;aveva, in quei capitoli, dimenticato quasi il suo cristianesimo, per far sua una dura etica borghese, «scientifica», «laica», ma in senso antipopolare.

(daNuovi studi sul nostro Ottocento” – Nistri-Lischi 1995 – p. 79-80)

 

Com’è noto, alle parole d’un Presidente d.R. è garantita la più ampia diffusione mediatica. Forse non saranno una grande opera narrativa, né una rappresentazione artistica, ma la loro forza di persuasione èaccresciuta dall’essere un solenne pronunciamento rituale. Il Presidente d.R. sostiene che l’appuntamento del discorso: «non è un rito formale», formula sin troppo simile al famoso: «non è mia madre» di Freud. All’ampia diffusione del discorso si aggiungono il crisma e il carismapropri della più alta carica dello Stato e “le jeu est terminé.

Il P.d.R. proclama di voler «andare incontro ai problemi con parole di verità» e fa scivolare, in una contiguità da brividi, l’ammissione del «la mancanza di lavoro che si mantiene a livelli intollerabili», insieme alla verità del «l’alto debito pubblico che penalizza lo stato e i cittadini e pone una pesante ipoteca sul futuro dei giovani».

Il Debito Pubblico è un totem. Metterlo in dubbio è un grave peccato. Negarlo è un gravissimo delitto: è «tabù». Esso difende, con una cortinafumogena, re, regine, presidenti, ministri insieme al codazzo di quasi tutti i sacerdoti e dei tanti chierichetti del culto dell’economia.

I totem, ai quali si giura fedeltà per tutta la vita, sono purtroppo tanti.

A tutela delle gerarchie sociali e contro le dissacrazioni totemiche chepossono minarle, anche il pessimismo manzoniano costruisce la sua digaanti estremismo, che s’incurva fin quasi a spezzarsi, come nell’elenco delle cose che Renzo, nota «testa calda», dichiara d’aver imparato dalle sue traversie: «ho imparato a non mettermi nei tumulti», «a non predicare in piazza», «a guardare con chi parlo». Più che una filosofia del «buon senso» queste, però, sembrano tre pillole della filosofia di don Abbondio, che, se alfine risulterà vittoriosa, lo sarà grazie al provvidenziale (!) flagello della peste, per ammissione dello stesso Don Abbondio.  

Ora, mischiare le verità, come fa il P.d.R. Mattarella, quelle secondo l’etimo greco di aleteia, con verità parziali e con verità indimostrabili(cioè di fede nei totem e nelle parole di economisti, più o meno titolati, pochi o tanti), può rivelarsi un’operazione rischiosa, non fosse perché chiascolta può finire col perdere il senso della verità… che, perché no, potrebbe anche essere quello della parabola dei pani e dei pesci raccontata nei Vangeli. Ovvero: se si distribuiscono con giustizia i beni disponibili ce n’è per tutti e nessuno resta senza. Questa sarebbe la “verità”, o almeno, la verità secondo il “miracolo” del Nazareno, che di certo sarebbe condivisa dal Manzoni e dal P.d.R., se non fosse per lo sconvolgimentoche essa provocherebbe nelle gerarchie sociali, la qualcosa non sarebbesemplicemente tumultuosa, ma assai biasimevole e prima ancora stupida,perché sarebbe come ribellarsi a un terremoto.

Ma poi, se davvero la mancanza di lavoro fosse oggi a livelli intollerabili, il Massimo Garante della Costituzione dovrebbe aver già dato fiato alle trombe e chiamato i cittadini alla ribellione, o starebbe per farlo. Perché il lavoro è il primo fondamento della Repubblica, e se questo fondamento crolla, addio Repubblica! Ma qui, in assenza di squilli urbi et orbi e di antifrasi nell’art. 1Cost., si preferisce supporre che il Presidented.R. si sia clamorosamente sbagliato, o abbia scherzosamente esagerato, può capitare anche a un Presidente d. R.. Oppure la capacità di resistenza del popolo italiano è invece in grado di tollerare l’intollerabile e il Presidente lo sa, ma non lo dice.

Resta da brividi, invece, il silenzio nel discorso presidenziale sui dati statistici degli infortuni sul lavoro (Nel 2018 sono stati denunciati 641.241infortuni di cui 1.133 mortali, 104 in più dell’anno precedente, più 10,1%).

Si dirà che le statistiche vanno e vengono, che sono come le nuvole … intanto i morti restano e crescono uno sull’altro, anno dopo anno, esarebbe inutile ribellarsi, e prima ancora stupido, perché quei morti sono come quelli d’una eruzione vulcanica, sono una svergognata fatalità.

Sono fuori dal computo, come sempre, tutti quanti i morti per reati ambientali, che sono proprio tanti, come sono tanti i marinai morti d’amianto sulle navi e i sommergibili della nostra Marina militare. È sicuramente vero che è un peccato sciupare l’euforia di S. Silvestro solo perché alcuni pezzi della nostra classe imprenditoriale risultano non soloesperti in paradisi fiscali e nell’uso-abuso delle banche, ma pure nell’ammazzare almeno tre lavoratori ogni 24 ore, mentre dimostrano di sapere ben poco di strategie d’impresa rispettose delle leggi (ahinoi, c’è la crisi!), mentre tutti se ne sbattono degli artt. 41 e 43 Cost., già disusati, ma ancora fior di conio.

Ricordo che qualcuno ha scritto da qualche parte che è: «compito della storia, una volta scomparso l’al di là della verità, quello di ristabilire la verità dell’al di qua». Se quel qualcuno, stavolta, avesse indovinato, mi sa tanto che dovremmo rassegnarci … o sperare nella Provvidenza, e che stavolta, almeno stia ben attenta a non portarci la peste! Così pure tutti (o quasi) dovremmo ricordare che A. Einstein, il più grande scienziato del XX secolo, ha accumulato una quantità enorme di errori, di predizioni sbagliate, di cambiamenti d’opinione … vorrà pur dire qualcosa o no?

 

Le reazioni del «senso comune»

Adesso, però, è tempo di ritornare da Viola Carofalo, per provare a capire, se possibile, il perché la parola “Sinistra si sia usurata e perché all’ex-Opg, incuranti del “rischio vintage”, abbiano preferito definirsi “comunisti.

Sempre Gramsci affronta la questione del deterioramento d’un termine:

(…) Che certi termini abbiano assunto questo significato deteriore non è avvenuto a caso. Si tratta di una reazione del senso comune contro certe degenerazioni culturali, ecc., ma il «senso comune» è stato a sua volta il filisteizzatore, il mummificatore di una reazione giustificata in uno stato d’animo permanente, in una pigrizia intellettuale altrettanto degenerativa e repulsiva del fenomeno che voleva combattere. [Quaderno 8 (XXVIII) §(28)p.958]

Chi decide di rivisitare le vicende del 1914, del voto SPD a favore dei crediti di guerra (il più grande crimine della socialdemocrazia, che regalerà così al mondo la madre di tutte le guerre), potrà scoprire i corpi franchi (poi Sturmabteilung) assoldati, dal ministro dell’Interno socialdemocratico Gustav Noske, per attaccare gli spartachisti, assassinare Rosa Luxemburg, Karl Liebknecht e centinaia di altri rivoluzionari. Ed allora la degenerazione, la marcescenza della socialdemocrazia europea, il suo tradimento, potrebbero spiegare ben più d’una semplice «usura» della parola “sinistra”.

In quei giorni del 1914, infatti, va in frantumi una pagina fondamentale della storia ottocentesca, la pagina della fratellanza operaia internazionale in nome del socialismo. Con la conseguenza che l’Internazionale socialista si sfascia e i lavoratori socialisti, di ciascun paese, vengono resi nemici dei lavoratori degli altri paesi, secondo le linee di frattura del conflitto politico-militare voluto dalle classi borghesi. Da allora la Sinistra resta vittima della coazione a ripetere il tradimento, ovvero, come scrive G. La Grassa, «la Sinistra è quella cosa che ha sempre tradito» (C&S), o, per dirla alla Gramsci, la sinistra ha finito con l’assorbire in toto la forza degenerativa e repulsiva del fenomeno che voleva combattere.

Senza dimenticare che fino al tradimento dell’Internazionale Socialista del ’14, anche rivoluzionari come Lenin e Rosa Luxemburg si autodefiniscono socialdemocratici.

Per la “Sinistra, dunque, anziché di usura,  sarebbe più sensato parlare di tradimento, un tradimento antico e tuttora in corso, sui temi della guerra e dei diritti sociali. Un tradimento non già per un passaggio da posizionirivoluzionarie a riformiste, ma per scelte repressive (es. la legge Reale) e di aperto, impudente appoggio al capitalismo e alle sue leggi. Come esempio del livello di subordinazione, innanzitutto culturale, ai potenti, al modo di produzione capitalistico e ai suoi dogmi, raggiunto dalla Sinistrain Italia, si consiglia la lettura dell’intervista a Luciano Lama, a cura di Eugenio Scalfari, pubblicata da la Repubblica il 24 gennaio 1978:

«Sì, si tratta proprio di questo: il sindacato propone ai lavoratori una politica di sacrifici. Sacrifici non marginali, ma sostanziali».

Ovvero, per i lavoratori gli anni ’70 saranno stati un tempo d’oro! L’indecenza della Camusso, viene dunque da lontano, ha vecchie e bensalde radici, che fanno bella mostra di sé anche nella CGIL di Landini,con l’esibizione impudica del depotenziamento del Contratto Collettivo Nazionale e la maggiore rilevanza assegnata agli accordi al livello d’impresa. È questo l’ennesimo sfregio, dopo il Jobs Act, ai diritti deilavoratori. Perché, allora, confindustriali e confederali, dopo la passeggiata unitaria del 9 febbraio scorso, non mettono in calendario un’unica organizzazione, con un’unica tessera e con sedi unificate?

E vai a capire se dirsi comunisti, quantunque oggetti di culto, sia oggi una cosa di «buon senso» e quale sia il «senso comune» in merito.

Dovrebbe essere noto come Marx non abbia mai avuto la passione di «mettersi a prescrivere ricette (comtiane?) per l’osteria dell’avvenire», così come i socialismi, cosiddetti reali, siano stati tutto fuorché socialismi (nel senso marxiano). Il travisamento sarà stato tutta colpa delle bandiere rosse, della falce e martello, e del sogno d’un assalto al cielo, che hanno abbuiato la vista e la mente? Sia come sia, oggi, di nostalgici del comunismo, di militanti identitari e creduloni in giro per il mondo, qualcuno per autentica passione, qualcun altro a caccia di poltrone, non pare ne siano rimasti in tanti a dirsi comunisti come Viola Carofalo e quelli dell’ex-Opg.

Ma il problema non sembra tanto quello della nostalgia, quanto piuttosto, per tirar giù la testa dalle nuvole e restare con i piedi ben saldi per terra,quello della mancata elaborazione del lutto per la classe rivoluzionaria mai nata, ovvero per quel lavoratore collettivo cooperativo” (dal dirigente della produzione fino all’ultimo dei semplici esecutori), di cui sino ad oggi non si è vista e non si vede traccia all’orizzonte, ma a cui Marx aveva legato la possibile nascita reale del socialismo. Anche gli scienziati, però,possono sbagliare previsioni.

La “Critica al programma di Gotha” è in buona parte venuta giù per colpa di F. Lassalle. Nella “Critica” Marx delinea due fasi per il passaggio al comunismo ma, nonostante i buoni propositi intorno alle osterie dell’avvenire, il Moro stavolta gioca d’azzardo e sparge, in giro per il mondo, alcune dosi di metafisica consolatoria. Tanto che si può trovare più capacità veritativa nel Manzoni della straordinaria Storia della Colonna Infame” e nella sua visione della “natura umana”, che non nel Marx di “Ognuno secondo le sue capacità; a ognuno secondo i suoi bisogni!” .

Manzoni sembra descrivere in quella Storia, forse per puro caso, ma con buona approssimazione, fatti e misfatti a venire dei Paesi del  socialismo reale e non solo:

«Ci par di vedere la natura umana spinta invincibilmente al male da cagioni indipendenti dal suo arbitrio, e come legata in un sogno perverso e affannoso, da cui non ha mezzo di riscotersi, di cui non può nemmeno accorgersi. Ci pare irragionevole l’indegnazione che nasce in noi spontanea contro gli autori di que’ fatti, e che pur nello stesso tempo ci par nobile e santa: rimane l’orrore, e scompare la colpa; e, cercando un colpevole contro cui sdegnarsi a ragione, il pensiero si trova con raccapriccio condotto a esitare tra due bestemmie, che son due deliri: negar la Provvidenza, o, accusarla.» (A. Manzoni – “Storia della Colonna Infame” – Feltrinelli 2011 p.7)

Manzoni non è tormentato soltanto dal pozzo nero dell’universo umano, ma anche da unimprovvida Provvidenza che lo spinge sull’orlo dell’eresia.

Avesse infilato un “nonprima di “son due deliri”, quella sua osservazione sulla natura umana l’avrebbe sottoscritta persino Paul Thiry d’Holbach, che mai si stancò di «contrapporre le idee naturali alle idee soprannaturali»  (“il buon sensoGarzanti). Ma d’Holbach l’ha letto Leopardi e non Manzoni, e si vede!

Il socialismo reale è stato un sogno affannoso e perverso, talvolta addirittura un incubo con una scissione totale tra l’essere e il fare. Un incubo dal quale molti comunisti non sono riusciti a riscuotersi, mentre altri non se ne sono neppure accorti.

Di certo se ne saranno accorti Guido Picelli, Emilio  Guarnaschelli, Camillo Berneri, S. M. Ėjzenštejn, e Osip Ėmil’evič Mandel’štam, Albert Camus eccetera.

Domenico Losurdo in “Marx e il bilancio storico del Novecento p. 189 – 2009 Diotima, la mette giù così:

«La rivoluzione d’Ottobre, se per un verso è una pagina grande dell’efficacia antitotalitaria svolta dalla teoria di Marx, per un altro verso ha aperto un nuovo capitolo della storia del totalitarismo»

 

Il sogno di una cosa

È il 26 gennaio del 1962 e Pasolini resta folgorato dalla citazione di Fortini: “Il sogno di una cosa”, tanto da chiedergli la pagina di Marx da cui è stata tratta.:

« () Si vedrà allora che da tempo il mondo possiede [nel senso di custodisce, ha in sé] il sogno di una cosa, del quale gli manca solo di possedere la coscienza, per possederla veramente».

(dalla terza lettera da Kreuznach di Marx a Ruge settembre del 1843. La frase diventerà il titolo del romanzo di Pasolini Il sogno di una cosa”.)

Dopo Marx e dopo Lenin, il pensiero di alcuni comunisti sul socialismo reale, «cercando un colpevole contro cui sdegnarsi a ragione, si è trovato, con raccapriccio condotto a esitare tra due bestemmie che sono due deliri», bestemmie e deliri secondo la dottrina ossificatasi religiosamente nei diversi partiti comunisti: negare il comunismo, o, accusarlo.

E tra la negazione e l’accusa il grande mare della confusione. C’è stato chi, per non negare la possibilità del comunismo, ha pensato di sognare.

Ad Ernest Bloch (come al giovane Marx) son sempre piaciuti i sogni, i sogni ad occhi aperti, i sogni possibili, e quindi non i sogni mandati da dio, o dal demonio, né quelli mandati dal mal di stomaco (S. Agostino):

 

« (…) L’oggettivamente possibile, a cui il sogno deve attenersi se vuol servire a qualcosa, trattiene in maniera preordinata anch’esso. Il sogno ad occhi aperti d’una vita piena, sogno oggettivamente mediato e proprio perciò non rinunciatario, supera la sua propensione all’autoinganno né più né meno che la mancanza di sogni.

Quest’ultima, legata ad un tenersi a se stessi o ad un realismo, che sembra ancora non essere altro che rassegnazione, è senz’altro la condizione preponderante di molti uomini che pensano, sì, ma poco conoscono, in una società povera di prospettive (e ricca d’imprecisione). Tutti costoro hanno una certa avversione per l’andare in avanti, e per il guardare in avanti, anche se in misure diverse e con diverse intensità di timore». (E. BlochK. Marx” – p. 50Ed. Punto Rosso)

Intanto, per tornare all’oggi, avanzi di comunisti, da tempo sull’orlo del disfacimento totale, si vanno preparando per le elezioni europee e sognanosogni, non si sa bene se mandati da dio o dal demonio, nei quali i comunisti tornano a sedersi sulle lucrose poltrone delle istituzioni europee.Per questo motivo pare si raccoglieranno sotto le insegne del prodecondottiero Luigi De Magistris, un bacia teche al pari di Di Maio, che non ha però in programma affinità elettive con i comunisti. Una notizia, insomma, che dovrebbe far saltare sulla sedia tutti quanti i comunisti rimasti!

                 

È pur vero che Ernest Bloch ha scritto che non bisogna nutrirsi di sola speranza, che bisogna anche trovare in essa qualcosa da cucinare, che l’utopia concreta sta all’orizzonte di ogni realtà, e che la sua utopia «non èfuga nell’irreale, ma scavo per la messa in luce delle possibilità oggettive insite nel reale e lotta per la loro realizzazione».

Saprà, dunque, la coppia De Magistris + San Gennaro rappresentare la blochiana utopia concreta «per andare in avanti» e «guardare in avanti»?Ma sì, forse la liquefazione del sangue sarà un po’ troppo oltre l’orizzonte della realtà, ma sotto la loro guida i comunisti riusciranno di nuovo a trovare qualcosa da cucinare: “primum vivere.  

Con queste notizie del «buon senso» finito in cucina può succedere di andare a letto e di sognare un grande cartello, proprio come quei “VIETATO FUMARE” nelle sale d’aspetto delle stazioni ferroviarie, solo che qui c’è scritto: “SI PREGA DI CHIUDERE GLI OCCHI (Freud). Chiuderli solo per il tempo necessario a non vedere, nella vigilia elettoraledel maggio 2019, un macabro bacio al sangue. Di certo questo sogno non è un desiderio, ma è interpretabile. Sarà il sogno del «buon senso» che vorrebbe liquefare fanatismi e superstizioni e, gramscianamente, provare a diventare «senso comune»? O sarà, invece,  soltanto il sogno di uno che credeva di essere comunista, e forse era qualcos’altro? (Qualcuno era comunista – Gaber – Luporini)

https://www.youtube.com/watch?v=G24bmNtcoVU

CLAUDIO LOLLI “Quello lì (Compagno Gramsci)”

15

Il BENALTRISMO MALATTIA SENILE DEL SINISTRISMO di R.Di Giuseppe 

Previsione del futuro (2)

Qualsiasi cosa va bene pur di evitare di fare i conti con ciò che la realtà ci impone di vedere. Un personaggio che in effetti la Rivoluzione l’ha fatta davvero, un certo Vladimir Ilic Lenin, parlava di “Prassi – Teoria – Prassi”, ovvero partire dal dato di realtà, esplorarlo, capirlo, senza fingere di non vedere ciò che non ci piace, elaborare una necessaria riflessione teorica adatta ad intraprendere un percorso di trasformazione ed infine misurare il pensiero sul campo reale per verificarne gli effetti. Tanto per esemplificare, allo scoppio della Prima guerra mondiale, mentre i socialisti europei (la Sinistra sinistrata di quei tempi) predicando la pace senza se e senza ma, finivano per votare i crediti di guerra delle rispettive nazioni (ad eccezione di quelli italiani che si erano rifugiati nella formula ancora più ipocrita del “nè aderire, nè sabotare”), Lenin parlava di trasformare la guerra da imperialista in guerra civile. Da rivoluzionario, non si poneva, nè poteva porsi, il tema dei lutti e delle sofferenze terribili che la guerra avrebbe inevitabilmente comportato, ma quello del potenziale di radicale rivolgimento che quel drammatico evento portava con sèMa in effetti Lenin non era di “sinistra”, era un comunista bolscevico… una bella differenza! Un benaltrista oggi lo definirebbe certamente un cinico senza cuore nè umanità. D’altra parte Lenin quando parlò di pace separata con la Germania, non lo fece certo per spirito pacifista, ma per poter combattere su un solo fronte contro i bianchi controrivoluzionari. Un benaltrista dei nostri direbbe che prima di combattere i “bianchi” c’era BEN ALTRO! C’era prima da combattere contro i tedeschi (in solidarietà coi liberi alleati delle democrazie europee e americana) e poi pensare alla “giusta e sacrosanta” rivoluzione (cose che appunto dicevano i sinistri russi nel 1917 e avevano detto quelli europei nel 1914). Nel frattempo vai con le belle canzoni e con le infinite citazioni… quelle si son cose che cambiano il mondo… Nel suo mirabile film del 1966, “La Battaglia di Algeri”, il regista Gillo Pontecorvo, mostra chiaramente che l’FNL, il Fronte Nazionale di Liberazione algerino, prima di cominciare lo scontro con i francesi in città, si preoccupò di eliminare tutta una serie di figure presenti nella Casbah, il quartiere arabo di Algeri. Erano, spacciatori, sfruttatori di prostitute ed anche mendicanti. Tutti dovevano sparire, cambiare attività e sottomettersi all’autorità del Fronte, oppure morire. Si trattava in fondo di piccole entità, parti anch’esse del popolo algerino, ma erano l’arma con cui le autorità francesi controllavano la Casbah. Spie e veicoli, magari involontari, di corruzione e disorganizzazione. In sostanza un coltello puntato alla schiena di chi si preparava ad uno scontro mortale contro un nemico potente e ferocemente determinato a prevalere. Un benaltrista contemporaneo cosa direbbe? Direbbe: “Mentre il saggio indica col dito l’imperialismo francese, lo stolto abbaia ai diseredati ed ai piccoli delinquenti della Casbah!” Un vero Progressista, Democratico, Obamiano, Canzonettista, Citazionista, Vignettista! Trasposto all’oggi la musichetta resta sempre la stessa: “Invece che ai migranti guarda alle multinazionali… invece che ai rom che rubano guarda a quanto ti rubano le banche…” e via cantando. I benaltristi sinistrati non vedono, ma io comincio a pensare che soprattutto NON VOGLIONO VEDERE che i copertoni bruciati che intossicano un intero quartiere senza che nessuna autorità muova un dito, la ladruncola che ti fotte il portafoglio in metropolitana e che non può essere arrestata perchè minorenne, gli spacciatori bianchi o neri che occupano impuniti parchi e piazze, i ladri che ti entrano in casa e ti fanno sentire come stuprato, magari due o tre volte a distanza ravvicinata, i senza tetto che bivaccano nei giardini pubblici o che lordano di feci e urina un parco giochi per bambini (tutte cose comuni che conosciamo benissimo), sono ferite sanguinose nel corpo sociale, lo spezzano e lo disgregano, lo respingono verso il degrado ed IMPEDISCONO DI FATTO la possibilità di aggregare attenzione ed azione contro i veri dominanti. Sono sabbia negli occhi che non uccide ma acceca ed impedisce di vedere le minacce più grandi. Senza bisogno di scomodare concetti rivoluzionari, basta vedere che quei paesi, anche extra europei, in cui l’attenzione dell’opinione pubblica ai propri diritti nei confronti dei dominanti è più alta ed efficace, sono proprio quelli dove queste continue microfratture sociali sono mal tollerate e ridotte al minimo. Una sinistra che non fosse stata sinistrata, meno arrogante e parolaia, meno inutilmente innamorata di se stessa e delle proprie canzonette, avrebbe affrontato per tempo questi temi proprio perchè cosciente della loro decisività nella lotta contro i dominanti. Ma la sinistra è vecchia, è muffa, è anchilosata e residuale. Era già morente nel 1914 e nel ‘17, ma ha finto di ringiovanirsi sull’onda lunga delle rivoluzioni comuniste ed ora che quell’immane lotta ha avuto il suo epilogo, ecco che riemerge il cattivo odore. Ai voglia a tentare di coprirlo con le vignette e le citazioni pescate qua e là. E’ il Benaltrismo, malattia senile del Sinistrismo.

Sinistri sempre più sinistrati

gianfranco

Ormai la vergogna di questi “sinistri” e sedicenti “antifascisti” è incommensurabile (faremo un video su questi vermi per dire di chi sono eredi; non certo dei veri “resistenti”, bensì dei fascisti fino all’ultimo momento, opportunisti marci, traditori fradici). O arriverà infine qualcuno che disinfesti l’ambiente di questi scarafaggi e cimici puzzolenti o altrimenti povero il nostro paese. Non mi fido certo delle nostre forze governative perché non la pensano nello stesso modo e non credo dureranno a lungo assieme; e poi sono fondamentalmente “deboli” in merito alla disinfestazione di cui appena detto. Tuttavia assistere al “vomito” di questi, che ancora alcuni sciocchi liberal-liberisti continuano a considerare comunisti o almeno post-tali, è veramente superiore alla sopportazione di un essere umano. Sono persino critici di Trump quando costui, tatticamente e con continue mosse disorientanti, parla della necessità che la Russia sia riammessa al G8; e purtroppo il nostro premier, mostrando quella debolezza di cui sopra, si è allineato (ma spero solo tatticamente) ai “cinque” di una ormai sfatta UE, che tuttavia ancora nessuno si perita a mandare al diavolo. Putin, altrettanto tatticamente, ha mostrato di saper attendere l’evoluzione delle crepe in occidente, che speriamo diventino crepacci profondi, dicendo di avere diverse intenzioni riguardo alle sue “alleanze”.
Non parliamo delle sanzioni alla Russia, che sia Usa che UE vogliono; e i “sinistri” urlano contro certe affermazioni molto più articolate di Salvini. L’ex premier italiano, un tempo membro del Movimento studentesco, si è scatenato contro ogni idea di incrinare tali sanzioni perché la Russia si è annessa la Crimea e quindi ha aggredito l’Ucraina. Incredibile, il governo ucraino è nato da un colpo di Stato contro il legittimo governo eletto. Poi c’è chi ha voluto sostenere che la Russia ha aggredito la Siria. Farabutti e mentitori, la Russia ha combattuto e battuto l’Isis, finanziato dagli Usa di Obama tramite sicari quali Arabia Saudita e Qatar e altri. Francia e Inghilterra (con alle spalle gli stessi Usa obamiani) hanno massacrato la Libia dando libero sfogo a tutto il disordine e al “terrorismo” che poi si è creato. La Russia ha riportato solo un po’ d’ordine; semmai ancora insufficiente. I missili occidentali stanno i tutti i territori ai confini occidentali di questo paese.
Ormai, non ci sono più dubbi; i “sinistri” e gli “antifascisti” sono il vero cancro che ci sta uccidendo. O chemioterapia o operazione chirurgica. Queste forze governative sono del tutto inadeguate alla bisogna.

ODIO GLI ANTIFASCISTI

SudItaliabordello

 

Davvero non se ne può più di quei cialtroni che gridano al ritorno del fascismo. Chi lo afferma è meno di un fascista e peggio di qualunque altro essere umano. Il fascismo non torna perché la storia non perdona. Inoltre, tanti fascisti furono onesti e sinceri. Gran parte del popolo italiano divenne fascista perché non ne poteva più di socialisti e liberali che tradivano la nazione e la facevano sprofondare nel fango degli eventi. Un antifascista come Salvemini lo confermò chiaro e tondo augurandosi che Mussolini riuscisse a sbarazzarsi dei Giolitti e dei Turati, le vecchie mummie, per risollevare un Paese corrotto ed umiliato. Ma i cialtroni non tornano semplicemente perché loro non se ne sono mai andati. Siamo letteralmente circondati. Costoro, col loro carico di balle, attraversano i secoli aumentando o diminuendo di numero senza mai sparire del tutto. Ci sono tempi felici in cui vengono perseguitati, rincorsi nelle loro case, eliminati in gran numero ma mai, purtroppo, definitivamente debellati. La nostra è l’epoca dei cialtroni in fitta schiera e l’Italia è il loro ritrovo preferito. Prendiamola subito di petto la questione, partiamo da quel tronfio chiacchierone di Umberto Eco che dall’alto della sua superiorità morale, che è sempre bassezza intellettuale, s’inventò la categoria del fascismo eterno, l’ur-fascismo, per poter eternamente rinfacciare ai non allineati al suo verbo di essere tutti dei potenziali bastardi che sotto gli abiti civili nascondevano la camicia nera. Tutti torturatori ignoranti meno che lui, ovviamente, gran cerimoniere di riti resistenziali che triturava le palle al prossimo con le sue rampogne da quattro soldi. Un vero odiatore che disprezzava chiunque si discostasse dalla sua posizione, certamente giusta ed irreprensibile. Quali erano per Eco le caratteristiche del fascismo eterno?
Eccole:
1. il culto della tradizione. 2. il rifiuto del modernismo. 3. il culto dell’azione per l’azione 4. la mancanza di spirito critico. 5. la paura della differenza. 6. l’appello alle classi medie frustrate. 7. l’ossessione del complotto. 8. Il sentirsi umiliati dalla ricchezza ostentata e dalla forza dei nemici. 9. il complesso di Armageddon quale antipacifismo. 10. L’elitismo e il disprezzo per i deboli. 11. Il culto dell’eroismo. 12. Il sessismo. 13. Il populismo. 14. l’uso di una neolingua ingannatoria.
Sembra il programma dei governi di sinistra (e di destra) degli ultimi vent’anni che coltivano la tradizione dei loro collegi elettorali, rifiutano il progresso industriale e svendono i gioielli di famiglia, agiscono solo per i fatti propri, non fanno autocritica sulle loro scelte, elargiscono mance alle clientele, temono il confronto serio sulle faccende strategiche, allevano traditori, parlano lingue incomprensibili alle masse, si sentono superiori all’uomo della strada, si descrivono come i migliori, ascoltano solo i loro cerchi magici, alimentano frottole antiscientifiche. Senza entrare troppo nei dettagli, che sono più ridicoli della classificazione, ognuno sa che questi elementi si trovano mescolati in vario modo in tutta la collettività, in ogni settore sociale, in tutti i partiti, nella testa dei singoli individui. Ovunque. In molti li sfruttano. Nessuno scampa all’ur-fascismo? Certo che no, a meno che non si chiami Uberto Eco. Leggere Eco serve solo per imparare ad adorare Eco, il correttissimo antifascista del terzo millennio ormai finito tra i fantasmi sempre invocati da quand’era in vita. Non c’è nient’altro da apprendere. La verità è che gli antifascisti dei giorni nostri sono tutti dei gran ciarlatani che nascondono dietro l’antifascismo la loro spietata dittatura. L’antifascismo è il nuovo totalitarismo, con la sua neolingua politicamente corretta, il suo disprezzo delle differenze, il suo odio per gli avversari, l’elitismo, il culto dei migranti messi contro il resto della gente, il razzismo verso gli oppositori e i critici ecc. ecc.
Ora leggo pure che quell’altro genio di Cremaschi ha scritto: “dal 1945 i fascisti si sono sempre mascherati in vario modo, spesso reagendo sdegnosamente a chi ricordava loro chi realmente fossero”. Appunto, se fosse davvero così l’ultima loro maschera si chiamerebbe antifascismo ed è la peggiore di tutte. Tuttavia, ribadisco che i fascisti d’antan erano più sani di questa masnada di venduti e truffatori.

UNA BELLA CLOACA: RIPULIAMOLA, di GLG

gianfranco

QUI

prova provata dell’infamia di certo giornalismo e di coloro che intendono sfruttarlo in senso buonista. Fanno schifo e andrebbero fucilati all’istante. Consideriamo l’essenziale.

1) Non si può generalizzare un caso singolo e particolarmente eccezionale come ci fossero migliaia e migliaia (a decine o centinaia) di casi simili. Però è del tutto vero che esistono, anche in senso metaforico, le ben note “punte dell’iceberg”. Verissimo; e senz’altro tale “punta” va presa in attenta considerazione. Tuttavia, la punta deve avere un minimo di estensione per essere significativa; altrimenti è solo un pezzo di ghiaccio galleggiante. In questo caso, però, sono convinto anch’io che non si tratti di un simile fenomeno. L’iceberg c’è, almeno a me sembra così. Tuttavia, si esige allora un’analisi seria di quest’iceberg, di come si è formato (le sue cause), di come sta evolvendo, dei possibili sviluppi futuri. Un’analisi che, per mettere poi in opera le misure adeguate a risolvere il problema, deve essere condotta in modo lucido, obiettivo, con assoluta freddezza; e non per eccitare gli animi a favore delle proprie tesi, soltanto miranti ai propri sporchissimi interessi come sono quelli dei buonisti, che vogliono accogliere i migranti per protrarre il loro dominio in una fase che li vede in calata di consenso.

2) L’iceberg può essere il risultato della politica coloniale e poi neocoloniale di dati paesi detti “avanzati” rispetto ad altri considerati “arretrati” o “sottosviluppati”. Allora, bisogna combattere ogni tentativo di nuovo predominio dell’avanzato sull’arretrato; e tale lotta non ha senso se non c’è in corrispondenza quella assai dura condotta dalle forze anticolonialiste nei paesi colonizzati. Nella fase storica della decolonizzazione, nessuno si è sognato di raccontare che si risolvono i problemi spostando la popolazione dal paese colonizzato a quello colonizzatore. Quando il Maghreb lottò e si liberò dal dominio francese e l’India da quello inglese, algerini, marocchini, tunisini, indiani, non sostennero certo l’esigenza di spostarsi in massa in Francia e in Inghilterra. Qualcuno lo fece, ma si trattò di nette minoranze e non di esodi massicci. Pretendere di fatto il verificarsi di un simile fenomeno, come si sta facendo con l’infame propaganda per l’accoglimento, è il vero, autentico razzismo, il reale disprezzo per la cultura e civiltà degli africani e di altri popoli migranti. Si pretende che questi si spostino da noi solo per continuare a tenerli in condizioni di povertà, di bisogno, in modo da sfruttarli per tentare di resistere al proprio ormai evidente declino politico e sociale, all’incapacità di queste laide “sinistre” (che si pretendono pure “antifasciste”; cosa c’entra questo con i processi attualmente in corso non si sa) di dare l’avvio ad una virtuosa rinascita dei nostri paesi. Sono finiti, ma non vogliono morire e si servono dei “nuovi schiavi” per durare ancora un po’. Mettiamoli presto in condizioni di non nuocere, altro che storie, altrimenti saremo morti.

3) Non c’è nessun epocale esodo dall’Africa all’Europa. Quello che sta avvenendo, in particolare nel nord Africa e in Medioriente, è dovuto alla strategia del caos di obamiana memoria. Il tutto inizia infatti nel 2011 con la “primavera araba” e l’aggressione vilissima alla Libia poi continuata con l’utilizzo dell’Isis e affini per far cadere Assad in Siria. Con l’insuccesso della Clinton potrebbe esserci la progressiva fine di tale processo; anche se bisogna vedere cosa accadrà nel conflitto in corso negli Stati Uniti. Comunque vadano le cose, dubito però che si torni alla situazione antecedente; troppe pedine del gioco sono ormai state spostate. Il fatto è che i moribondi “sinistri/antifascisti” europei, con gli italiani in testa, hanno colto la palla al balzo per cercare di utilizzare a loro vantaggio l’esodo di una massa costituita assai poco da veri profughi, perseguitati e affamati, ma invece da torme di giovani ben in carne e nella grande maggioranza non assillati da stringenti problemi di sopravvivenza. I loro “dissimili” algerini e indiani (e altri) hanno in passato lottato con coraggio e abnegazione per l’indipendenza e nuova dignità dei loro paesi. Questi rappresentano il peggio della gioventù debosciata dei paesi da cui fugge, attirata da prospettive rosee fattele brillare da briganti nostrani, fra i quali svettano anche certe ONG. Sono da ricacciare a pedate e da impedir loro di partire. In ogni caso, dopo un periodo in cui i popoli europei intorpiditi, fra cui brilla quello italiano, non saranno ancora stati in grado di regolare i conti con queste lerce e laide “sinistre”, possiamo essere sicuri che l’esodo mostrerà la corda perché non ha nulla di epocale, ma di occasionale; è insomma stato provocato dall’altrettanto lurida politica perseguita dagli Stati Uniti negli ultimi anni e poi preso in carico dai verminosi servi europei (ma soprattutto dagli italiani, poiché qui si annidano i più infami “sinistri/antifascisti”) per durare ancora e portarci all’annientamento.

Siamo indubbiamente in ritardo nel regolare i conti con questi banditi e rischiamo grosso se si va avanti così. L’esodo terminerà, ma ci lascerà una società disfatta e priva di autentiche guide politiche. Infatti, anche nell’opposizione (che in Italia mostrerà dopo le elezioni quanto di artefatto la mina) ci sono forze dette di “destra”, infami quanto quelle di “sinistra”. Infatti, i “destri” continuano a dipingere i “sinistri” come comunisti, che sarebbero responsabili di tutti i crimini (o della maggior parte) del XX secolo. Mi dichiaro apertamente seguace del comunismo di quel secolo e di ciò che ha tentato di fare. Si tratta però di un processo storico finito e i residui, che si dichiarano ancora suoi seguaci, sono furfanti solo addetti a disonorarlo e farlo pensare come un misto di lerciume e di comicità arlecchinesca. Non lo è stato, infami di “destra”! E’ stato un grande evento storico. Tuttavia, con limiti intrinseci che si sono conosciuti assai tardi – limiti che il sottoscritto ha in buona parte evidenziato, senza tuttavia cadere dall’esaltazione enfatica alla denigrazione più immotivata – e che quindi l’hanno infine portato allo scadere del “termine storico” concessogli. A parte pochi residui (tra farabutti e idioti), quelli che oggi si dicono “sinistra” non hanno nulla a che vedere con i comunisti reali di un tempo ormai antico. Quei comunisti li avrebbero già eliminati “in toto”, con ciò liberando i nostri paesi dall’infezione “sinistra/antifascista”. Tuttavia, cadere da tale infezione a quella di “centrodestra” (in Italia l’altrettanto verminoso berlusconismo) non ci porterà la salvezza. Bisogna spazzare via tutta questa marmaglia, abbandonare le ormai invereconde nostalgie falso-comuniste e falso-fasciste per avventurarsi verso il “nuovo”; certamente ancora confuso, poco coerente, ma proprio perché necessità di forti giovani energie infine impegnate per salvare i nostri paesi.
2

CHE ODORE DI STANTIO, di GLG

gianfranco

Qui
per quanto lentamente, è cresciuta negli ultimi anni la consapevolezza che destra e sinistra sono etichette senza più alcun contenuto. Ancora non troviamo delle nuove adeguate denominazioni; salvo considerare semicolti i sinistri e ottusi ignoranti i destri. Non è molto soddisfacente, lo ammetto. Mi sembra tuttavia ancora più ridicola quella distinzione, interna all’etichettatura di destra, che si è cominciato a fare tra moderati e ultradestra. I primi sono quei furbastri che cercano di essere conservatori, ma presentandosi ragionevoli, aperti a certe istanze dei “sinistri”; sono il festival del luogo comune e della più fastidiosa imbecillità che si finge semplice buon senso. La seconda è di fatto considerata quasi (da alcuni invece proprio) fascista, forse pure nazista, in ogni caso estremista nelle sue formulazioni di salvaguardia di vecchie tradizioni e di difesa dall’invasione di altre etnie, culture, religioni, ecc.
E’ del tutto evidente per chi ha un briciolo di lucidità mentale che, se l’ultradestra fosse quello che si pensa essere, non avrebbe proprio alcun bisogno dei moderati perché non le interesserebbe minimamente il voto, bensì si organizzerebbe per arrivare ad una resa dei conti con gli schieramenti politici praticanti quella “democrazia” imposta dai vincitori (e occupanti il nostro continente e il nostro paese). Non mi consta che oggi esista un simile orientamento in nessuna delle forze politiche in campo; né in Italia né in altri paesi europei. I sedicenti populisti fanno di certi argomenti – tipo appunto la difesa delle nostre tradizioni e via dicendo – semplice motivo di agitazione e propaganda elettorale; e sono allora pronti ad allearsi con i cosiddetti moderati non perché non ne possano fare a meno, ma solo perché si differenziano da questi in termini di mera conquista dei voti di coloro che vivono in particolari condizioni di difficoltà economica e, più in generale, sociale.
Siamo in una fase di transizione da una certa “epoca” ad un’altra, le cui precise caratteristiche non mi sembra siano colte correttamente da nessuno. D’altronde, se è vero che siamo nel passaggio tra due epoche, mi sembra ovvio che si sia in situazione di magma abbastanza fluido a attraversato da correnti diverse e continuamente squilibranti. Il grave non è allora essere ancora incerti nelle definizioni e previsioni dei futuri andamenti della società a tutti i livelli. Fastidiosa è semmai la prosopopea con cui alcuni sedicenti esperti pontificano su ciò che sta avvenendo, restando ancorati a vecchie categorie mentali e ad autentiche calcificazioni ideologiche. Dobbiamo liberarci di mille e una incrostazioni del nostro pensiero. Ciò è particolarmente complicato per quelli che hanno passato una vita in quelle vecchie, e spesso anche gloriose, impostazioni della teoria sociale e della pratica politica. I più giovani comincino a svegliarsi, non si fermino alle piccole ambizioni della carriera entro le stantie organizzazioni, ancor oggi in gioco in battaglie che rischiano di consegnarci assai presto alla “morta vita” degli zombi. Un po’ d’animo, via!

1 2 3