LA PRATICA E’ IMPORTANTE, RIFLETTERE LO E’ DI PIU’, di GLG

gianfranco

Non esiste detto più sciocco e di fatto falso di quello che afferma: “val più la pratica della grammatica”. E’ in fondo la bandiera degli ignoranti. La “pratica” della nostra lingua, ad es., è aberrante da parte di italiani che appunto non sanno nulla (o assai poco) di grammatica. E quelli che acquisiscono la semplice “cittadinanza” italiana (una mera questione giuridica, priva di qualsiasi connotato culturale e di tradizione del nostro paese) parlano una lingua rabberciata che fa aggricciare la pelle (almeno la mia); e non conoscono minimamente la nostra storia, come purtroppo anche una grossa quota di nostri autentici cittadini.

A volte si dice che si agisce irriflessivamente, in molti casi si parla di reazioni istintive o d’intuito. Si vuol semplicemente significare che si reagisce – e a volte si è costretti a farlo per l’improvviso sorgere di un pericolo cui occorre sfuggire con immediata decisione – in base ad una rappresentazione della realtà, cui si deve far fronte, presa all’istante; ed infatti capita che ci si sbagli e si soccomba a causa dell’evento imprevisto. Nessuno però, nemmeno gli animali (perfino i più “primitivi”), compie un qualsiasi atto senza che vi sia stata, sia pure nel lampo d’un secondo, la raffigurazione di quel “reale” in cui ci si sta muovendo. Anche quando, nel corso di un duello, si sostiene che uno dei due in tenzone “anticipa” la mossa dell’altro, si è fortemente imprecisi; in effetti, l’“anticipatore” ha colto la mossa altrui in una infinitesimale frazione di tempo.

La “visione” della realtà (invero “costruita” mentalmente) e la riflessione su di essa, per quanto breve, precede sempre l’azione. E la riflessione ha pur sempre “una grammatica”; anche gli animali, ne sono convinto, ne possiedono una, certamente assai elementare rispetto alla nostra. L’essere umano, dotato di quella attività cerebrale denominata “ragione”, pone in atto pratiche particolarmente complesse e articolate. E allora procediamo con un esempio.

 

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Il leone insegue la gazzella, tutto sommato solo per mangiarsela, perché ha fame e ha bisogno di nutrirsi. Non vi è nulla di malvagio né vi è smania di potere nel territorio di cui il leone viene detto, ma dagli uomini, Re. Lui non lo sa e non gli interessa essere un Re. Deve solo alimentarsi e semmai dar sostentamento pure alla leonessa (che svolge però la sua parte di cacciatrice) e ai leoncini. Non è tuttavia questo che m’interessa sottolineare di questo povero animale, ucciso per farsene trofeo con ben poco merito da animali effettivamente crudeli e privi di ogni impellente bisogno di nutrimento. La gazzella tenta di sfuggire all’inseguimento con brusche, improvvise e continue inversioni di rotta. Il leone è veloce ma lo è pure lei. Chi la bracca si adegua a questi rapidi cambiamenti di percorso e segue dunque lo stesso zig zag della preda. Può capitare, e accade anzi spesso (sembra una buona metà delle volte e perfino di più) che si stanchi prima di quest’ultima, che non riesca ad agguantarla; in tal caso l’animale più debole scansa la sua brutta sorte, resta vivo e riprende il suo tran tran.

Immaginiamo adesso che il leone venga dotato di ragione; non semplicemente per scrivere e parlare a vanvera in internet e nei telefonini, ma proprio per fermarsi e riflettere su quali nuove decisioni potrebbe prendere per conseguire il suo scopo. Insomma, egli non segue più lo schema stimolo/risposta, appunto tipico dell’inseguimento leonesco della gazzella, cioè peculiare dell’animale che non ha vero pensiero, non ha la ragione. Adesso ne è invece dotato. Occorre pur sempre che vi sia un leone in corsa dietro alla preda senza darle requie. Sia per stancarla (anche se si stanca pure lui), ma soprattutto per obbligarla a tutte quelle inversioni di rotta. Quel leone ha però adesso la possibilità di chiedere l’intervento di un suo compagno, che se ne sta invece fermo, dotato degli strumenti adeguati a seguire le varie fasi dell’inseguimento. Egli cercherà di capire se la gazzella si muove veramente in modo del tutto caotico oppure se, pur inconsciamente, segue un certo schema nel suo scappare. Cerca quindi di studiare la frequenza temporale dei suoi zig zag, il loro alternarsi a destra e sinistra e con quale irregolarità (che magari ha una sua regolarità), con quale angolazione vengono effettuati, ecc.

Alla fine, almeno in molti casi, riesce a ricostruire un certo percorso; non certo quelle reale, solo costruito idealmente, teoricamente. Quindi la teoria non riproduce affatto la realtà, ma l’interpreta tramite costruzione pensata; non si tratterà proprio di una linea retta, vi saranno pur sempre determinate curve, ma la traiettoria tracciata sarà comunque nettamente più breve di quella seguita effettivamente dalla gazzella, che il leone cacciatore (quello dedito alla “pratica”) sta inseguendo assiduamente. Tale traiettoria “costruita” presume che in un dato tempo, calcolato con la maggiore approssimazione possibile, il leone possa infine incocciare nella sua preda per atterrarla o almeno affibbiarle qualche bella artigliata cosicché essa, ferita e perdendo sangue, perda presto le sue energie e non possa più sfuggire al suo triste destino. E’ ovvio, però, che è indispensabile trasmettere al leone in corsa le informazioni e ordini necessari ad abbandonare il suo zig zag e a seguire quel dato percorso più breve perché assai meno curvilineo. Bisogna dunque costruire pure delle opportune reti di comunicazione tra i due leoni, reti che trasmettano quanto necessario sempre più velocemente, meglio se istantaneamente; altrimenti il lavoro del leone “pensante”, con tutti i suoi precisi calcoli, diverrebbe puramente inutile.

In determinate contingenze storiche, la gazzella è il potere, quando ormai è sclerotizzato e sempre più aborrito dal “popolo” o almeno da una sua parte attiva e grintosa. Il leone inseguitore può ben essere questa parte, irosa e anelante essenziali cambiamenti, che ha deciso di ribellarsi o comunque di manifestare sempre più energicamente il suo vivo malcontento. La ribellione di questa parte di popolazione (le “masse” fortemente insoddisfatte del potere esistente) è però simile a quello del leone non assistito dal pensiero razionale e che procede “a zig zag”, esaurendo così le proprie energie di rivolta e rischiando perciò un grave flop con tutte le conseguenze del caso: schiacciamento della ribellione e ampi massacri. E’ del tutto indispensabile il secondo leone capace di riflessione per studiare le mosse della gazzella e individuare il “percorso” meno faticoso e complesso per agguantarla ed eliminarla. Tuttavia l’esempio non sarebbe completo se non si ricordasse che pure la “specie” gazzella ha ricevuto il dono della ragione. Quindi quella in fuga è pur essa assistita da un’altra che pensa e riflette e dunque osserva le mosse del leone inseguitore per rilevarne eventuali punti deboli, alcuni piccoli ritardi di reazione allo zigzagare della fuggitiva, la maggiore o minore robustezza delle sue zampe nelle virate, ecc. E’ dunque ancora più evidente la necessità che il leone in movimento (le “masse”) abbia alle spalle il “leone pensante”, valutatore delle mosse della gazzella e anche ben conscio dell’esistenza dell’altra gazzella di sostegno e di ciò che essa può escogitare per difendere la sua compagna in fuga. Il “leone pensante” è in questo caso la cosiddetta “avanguardia”, in senso più proprio l’élite che deve dirigere le masse affinché esse conseguano l’obiettivo: afferrare la preda, cioè prendere il potere, togliendolo alla fuggitiva e rendendo vani i tentativi di difesa escogitati dalla sua gazzella d’appoggio

 

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L’animale dotato di pensiero ragionante è l’uomo; e una delle specie è la nostra, quella dell’homo sapiens. Decine e centinaia di migliaia d’anni fa ve n’erano cinque, fra cui quella ben nota di Neanderthal, quella che a lungo ha dominato nella zona europea (la specie sapiens è arrivata dall’Africa) e il cui ultimo rifugio, circa 50.000 anni or sono, fu la Rocca di Gibilterra. Alla fin fine è rimasta solo la nostra specie che, ne sono convinto, ha eliminato le altre e in particolare quella appena citata. In ogni caso, l’uomo non ha come finalità suprema il semplice mangiare; mentre troppo spesso, credo con una certa superficialità e non conoscenza adeguata, crediamo sia invece così per gli altri animali (oggi si comincia a porre in luce che perfino i vegetali hanno determinate forme di “sensibilità”). Dobbiamo evidentemente mangiare per vivere, ma non usiamo il nostro pensiero (raziocinante) soltanto, e nemmeno principalmente, per procacciarcelo. In genere abbiamo altre finalità “supreme”. Sarebbe possibile dire – ma sempre con una certa approssimazione – che, in ultima analisi, inseguiamo un qualche tipo di potere; in particolare, ci preme conquistare una posizione di preminenza in differenti ambiti, laddove ognuno degli individui appartenenti a quella determinata società (forma strutturale dei rapporti sociali) esercita la sua specifica attività. Il potere è il predominio o, se vogliamo dirla in altro modo, l’attribuisce a qualcuno rispetto agli altri (sugli altri). Il modello dell’azione umana è in effetti meno simile a quello del leone che insegue la preda: più spesso sembra la lotta tra due (o anzi più) animali della stessa specie per assumere il comando nel “branco” cui appartiene.

Nella teoria marxista tradizionale – in questo seguendo Marx – il “mangiare la preda” è fondamentalmente il produrre i beni secondo date modalità (tecniche e d’organizzazione). La specie umana ha creato continuamente nuove strumentazioni e forme organizzative per potenziare le sue capacità produttive; dunque non soltanto per ottenere una sempre maggiore quantità di oggetti più direttamente indispensabili alla vita in quella data società, ma per approntare pure strumenti capaci di accrescere la produttività della sua attività lavorativa. E si è pure impegnata nel crescente accumulo di conoscenze che hanno ulteriormente aumentato e via via diversificato la produzione dei beni. L’ampliarsi delle conoscenze ha richiesto l’allestimento e continuo miglioramento delle organizzazioni a ciò addette; e tali organizzazioni hanno a loro volta necessità di nuove strumentazioni per migliorare la loro efficienza, e così via. Non può sussistere nessuno dei fenomeni appena considerati se la stessa società non si viene strutturando in base ad appropriati rapporti fra gli individui che la compongono; e gli individui non sanno esistere in società se non riunendosi in gruppi “funzionali”, tra i quali si vanno creando forme differenti di relazioni, ora di collaborazione ora di conflitto.

Arrivati a questo punto, il mangiare (e dunque anche il produrre dell’uomo primitivo, alle sue origini) si allontana sempre più dal suo essere lo scopo per eccellenza. Certamente non si può non produrre. Tuttavia, appare limitativo quando Marx scrisse a Kugelman (luglio 1868): “Che sospendendo il lavoro, non dico per un anno, ma solo per un paio di settimane, ogni nazione creperebbe, è una cosa che ogni bambino sa”. Bisogna però anche ricordare il contesto in cui la frase fu scritta: Marx stava spiegando al destinatario la sua teoria del valore di un bene in quanto tempo di lavoro speso per produrlo, in questo seguendo l’impostazione dei “classici” (anche se poi il problema del plusvalore è un suo contributo del tutto originale e decisivo per la lotta dei lavoratori contro il capitalismo). In ogni caso, appena il bambino esce dalla sua infanzia apprende pure che non è in grado di fare gran che se non accresce le sue conoscenze in fatto di produzione e se non si mette nelle condizioni indispensabili a perseguire tale scopo. Poi si accorge della necessità di porsi in relazione con altri “bambini cresciuti”; e simili relazioni implicano sia una collaborazione sia una competizione più o meno acuta fino all’aperto scontro e alla sottomissione (e perfino soppressione) degli avversari. Si creano così gruppi sociali più o meno coesi, con mutevoli forme di rapporto fra loro. Diventano allora fondamentali quelle che sono definite da Marx “sovrastrutture”: l’organizzazione politica, l’elaborazione di ideologie varie in ambiti sempre più numerosi, la trasmissione dei saperi acquisiti e accumulati, ecc.

In tutto questo processo ci si trascina dietro logicamente le due finalità d’origine: mangiare (che nell’uomo significa ormai produrre) e assumere la guida del branco, cioè avere il potere di comando nelle varie organizzazioni e strutture politiche e ideologiche. Nella specie umana, queste due finalità non possono mai più essere conseguite riducendo all’osso le modalità della loro sempre più complessa articolazione, che continua a differenziarsi, acquisisce nuove energie e vitalità; e poi progressivamente sfiorisce, si sclerotizza, diventa un ostacolo e deve essere modificata più o meno radicalmente con azioni spesso violente. Quelle che vengono definite sovrastrutture non possono certo essere pensate come qualcosa posto al semplice servizio delle due suddette finalità (che si pretende siano quella primarie perché primigenie); la loro complicatezza diventa tale da divenire essa stessa una finalità. Il pensiero si concentra su di esse e la loro adeguatezza o meno non si misura solo in base ai loro scopi originari. Sì, “in ultima analisi”, questi continuano a sussistere; ma molto “in ultima”. Guai se il pensiero si ponesse nel semplice percorso che arriva soltanto a riflettere su come meglio produrre e su come meglio assumere la supremazia nel “branco”.  Bisogna  allontanarsi da questi due scopi elementari, non dimenticarli ma essere coscienti della loro limitatezza; e allora si produrranno le vere “novità” del vivere umano, comprese quelle più idonee al conseguimento delle finalità “primitive”.

Il leone pensante, posto a supporto di quello “pratico” in caccia, non deve essere un mero “tecnico” che studia il percorso migliore per abbreviarlo e ridurre il tempo di percorrenza atto ad arrivare alla preda. Deve sdoppiarsi, in definitiva chiamare in causa un terzo leone, abituato a riflettere sui motivi per cui è indispensabile costruire una “realtà” diversa dal reale percorso seguito dalla gazzella in fuga che, a sua volta, ne ha un’altra tesa a conservare non solo la sopravvivenza della sua “assistita”, ma a cercare di dimostrare come in definitiva la sua “specie” (il suo “gruppo di potere”) sia in grado di non farsi sopraffare dall’altra “specie” (tesa alla conquista del potere in questione). Solo che questo terzo leone deve ben concentrarsi, come suo obiettivo specifico, sul perché la realtà (proprio quella effettiva) della gazzella fuggitiva non è da considerarsi la “realtà” più essenziale da conoscere se si vuol raggiungere il risultato perseguito. Vi è appunto una diversa “realtà”, non reale nei suoi termini troppo semplicistici, la cui “costruzione” – via ipotesi poi soggetta senza dubbio alla prova della “pratica” – può consentire l’ottenimento del successo finale. Non ci si deve mai scordare che non si tratta della realtà (reale, effettiva); quindi nemmeno bisogna “innamorarsi perdutamente” della “realtà costruita”, altrimenti si rischia di andare incontro ad un fallimento se la gazzella pensante induce quella in fuga a mutamenti di percorso in grado di porla in salvo.

Insomma, spero ci si sia grosso modo capiti al di là di leoni e gazzelle.

 

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Dobbiamo adesso abbandonare definitivamente l’esempio condotto utilizzando il comportamento animale per concentrarci esclusivamente su quello umano. Non si può comunque parlare di tale argomento in modo troppo generale; bisogna invece riferirsi a varie teorie che cercano di spiegare l’umano in ciò che ha di più specifico: i rapporti intercorrenti tra i diversi appartenenti a tale specie animale, rapporti che, essendo assistiti dal pensiero e dall’azione sorretta appunto da una data impostazione teorica (la “pratica” deve basarsi su una “grammatica”), si strutturano secondo particolari modalità di carattere evolutivo, mutevole (storico). Personalmente mi sono formato nell’ambito della teoria marxista i cui postulati fondamentali – quelli da cui si parte per una corretta costruzione di un dato complesso teorico – sono stati appunto posti da Karl Marx. Come già ricordato, egli dette importanza primaria, e fondante tutto il rimanente, alla sfera produttiva, più precisamente ai RAPPORTI SOCIALI DI PRODUZIONE.

Non ci si faccia ingannare, come una gran parte dei marxisti, dal cosiddetto primato delle forze produttive, in quanto mobili e dinamiche e supposte quindi quale causa ultima del mutare dei suddetti rapporti di produzione. Certamente Marx scrive (“Miseria della filosofia”): “Impadronendosi di nuove forze produttive, gli uomini cambiano il loro modo di produzione e, cambiando il modo di produzione, la maniera di guadagnarsi la vita, cambiano tutti i rapporti sociali. Il mulino a braccia vi darà la società con il signore feudale, e il mulino a vapore la società col capitalista industriale”. Però subito dopo afferma: “Le macchine non sono una categoria economica più di quanto lo sia il bue che trascina l’aratro. Le macchine non sono che una forza produttiva. La fabbrica moderna, che si basa sull’applicazione delle macchine, è un rapporto sociale di produzione”.

A mio avviso è ben più significativo tale rapporto. Esso, nella sua forma capitalistica, si è formato durante il periodo della manifattura, che è ben antecedente la scoperta e il diffondersi delle macchine. In primo luogo si è affermata la cosiddetta “accumulazione originaria”, che non è semplice accumulo di beni prodotti e di strumentazione per ottenerli in misura crescente. Si verifica in varie guise – ad es. in Inghilterra la diffusione del pascolo (all’inizio per rifornire di lana la produzione di tessuti in Olanda) con recinzione delle terre  ed espulsione di masse di contadini che, in un primo tempo, alimentano il vagabondaggio poi soggetto per legge ad una regolamentazione – il progressivo aumento dei lavoratori salariati, sempre più liberi da ogni vincolo servile ma privi dei mezzi di produzione e quindi costretti per vivere a vendere (come merce) la propria forza lavorativa ai proprietari degli stessi (i capitalisti). Dalla competizione di questi manifattori, ormai in un clima produttivo appunto capitalistico, si ha non semplicemente l’iniziale concentrazione e centralizzazione dei capitali, ma soprattutto la suddivisione del processo di lavoro in segmenti tali da favorire la specializzazione dei compiti (e degli strumenti per attuarli), cui si unisce il progressivo impoverimento dei lavoratori rispetto ai loro saperi produttivi. Ad un certo punto, tale segmentazione dei processi lavorativi in operazioni via via più elementari favorisce l’invenzione delle macchine, una sorta di assemblaggio di strumenti semplificati per compiere dette operazioni con precisione, regolarità e tempistica nettamente superiori alle possibilità umane; e il loro movimento viene ottenuto e controllato utilizzando energia non umana (molto superiore a quest’ultima per forza e tempo di applicazione).

Le scoperte scientifiche e tecniche, con l’affermarsi di nuove forze produttive, sono indice dell’evolversi, del trasformarsi, delle strutture dei rapporti sociali intercorrenti tra le varie classi e le differenti categorie sociali. E con il mutare dei rapporti, muta la forma di società (la formazione sociale). Continuare a chiedersi che cosa viene prima tra forze e rapporti di produzione, assomiglia un po’ al famoso quesito: è nato prima l’uovo o la gallina? Tutto sommato, però, è ragionevole supporre che il sistema dei rapporti sociali sia predominante rispetto all’insieme e varietà delle forze produttive. Ciò che comunque è mutato considerevolmente è il DNA di date specie animali, dando origine ad un certo punto a quello che caratterizza gli esseri umani e la loro riproduzione. Il vecchio, e ormai superato, dibattito tra primato delle forze produttive (marxismo ultratradizionale e base teorica del riformismo attendista) o invece dei rapporti (sociali) di produzione (marxismo critico-rivoluzionario, tipo quello althusseriano) ha avuto un senso ben preciso quando ancora si pensava che la forza rivoluzionaria del movimento comunista si andasse affievolendo e si cercava perciò di opporsi a simile processo.

Ricordo bene un importante snodo di tale dibattito (cui partecipai come althusseriano) nel 1972-73 in “Critica marxista”. I forzaproduttivisti erano appunto quelli ormai rivoluzionariamente “spenti” come la maggioranza dei partiti comunisti, in specie europei, che sembravano pensare alla progressiva trasformazione del capitalismo in socialismo (assistita da pratiche di lotta parlamentare e al massimo sindacale) per l’oggettivo imporsi di forze produttive richiedenti l’indispensabile cooperazione dei “produttori” (operai e ceti medi piccolo-imprenditoriali). Tutto questo mentre l’“eurocomunismo” (guidato dal PCI) si stava segretamente e con circospezione (che per poco tempo m’ingannò!) spostando verso il campo “atlantico” (cioè sotto la predominanza USA) come diventerà lapalissiano dopo la vergognosa operazione “mani pulite”. I “rivoluzionari”, invece, avevano compreso che questi ormai falsi comunisti si adattavano alla riproduzione della società capitalistica così come si era andata configurando dopo la seconda guerra mondiale con la netta e ormai generale caratterizzazione tipica della formazione sociale statunitense in quanto sistema di rapporti al cui vertice stavano i “funzionari” (soprattutto gli “strateghi”) del capitale; e sostenevano quindi che decisivo era invece il rivoluzionamento dei rapporti di produzione in direzione della forma socialista. Idea che si è comunque rivelata errata. Da una parte – i sedicenti riformisti (e revisionisti) – avevamo a che fare con trucidi opportunisti e voltagabbana; dall’altra – gli speranzosi rivoluzionari – eravamo ancora alla fiduciosa credenza di una possibile radicale trasformazione della società ormai nettamente invalidata dal processo storico concreto.

Discorsi oggi inutili; ci accorgiamo bene (indubbiamente dalla fine del sistema bipolare) che erano di fatto invecchiati già allora quando ancora lo scontro era vivace perché poco consapevole di quanto stava realmente accadendo. Non si poteva ridare vitalità ad alcun processo di rivoluzionamento della società detta troppo genericamente (e generalmente) capitalistica. Semmai quei dibattiti sono forse serviti ad isterilire ancor più le pratiche di pretesa trasformazione sociale, consentendo la vittoria completa di questo capitalismo di matrice USA con l’affossamento definitivo del preteso socialismo. Bisogna afferrare perché siamo arrivati ad una simile conclusione del processo iniziato oltre un secolo e mezzo fa con il marxiano “Manifesto del partito comunista”. E’ ormai indispensabile procedere ad uno spostamento netto di paradigma; quello tradizionale e ormai decrepito – fondato sul capitalismo inglese al termine della prima rivoluzione industriale che, come Marx esplicitò fin dalla prefazione al I libro de “Il Capitale”, era il suo “laboratorio d’analisi” – insisteva sulla centralità della sfera produttiva e della proprietà o meno dei mezzi di produzione. Dalla decisività di tale carattere della società detta (in modo erroneamente indifferenziato) capitalistica discendeva la sua divisione nelle due classi fondamentali della borghesia (i capitalisti proprietari, la classe dominante) e del proletariato (i lavoratori semplici possessori della loro forza lavorativa venduta come merce, la classe dominata). Tali classi furono pensate come irriducibilmente antagonistiche, quindi le effettive protagoniste della lotta che avrebbe condotto alla trasformazione rivoluzionaria del capitalismo in socialismo, fase di transizione (necessaria) al comunismo; poiché da tale lotta sarebbe emerso infine un rapporto sociale di cooperazione nella sfera produttiva (“dal primo dirigente all’ultimo giornaliero” come affermato da Marx), rapporto indispensabile al conseguimento di quella trasformazione.

 

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Nulla di tutto questo si è verificato; e allora si sono escogitate brillanti “ipotesi ad hoc” (fra le migliori vi sono a mio avviso quelle di Lenin, per cui non era in fondo errato parlare di marxismo-leninismo), che hanno però ritardato la comprensione dell’errore di fondo: la sfera produttiva (il “mangiare”) non è quella più decisiva nella evoluzione (storica) della società degli uomini. Le cosiddette sovrastrutture sono più autonomamente dinamiche di quanto abbia pensato il marxismo tradizionale. Tuttavia, è necessario fare attenzione a non ricreare una contrapposizione analoga a quella tra forze produttive e rapporti di produzione. Viene prima la “base economica” o le “sovrastrutture politico-ideologiche”? E tra queste sovrastrutture deve essere data preminenza agli apparati della sfera politica (in primo luogo quelli costituenti lo Stato) o a quelli ideologici e culturali in genere, quelli della crescita e trasmissione dei saperi (magari supponendo che ha il potere soprattutto chi possiede il sapere)?

Mi dispiace, ci siamo arenati; si fanno tante discussioni, anche utili per certi versi, molto raffinate senza dubbio, ma in definitiva non convincenti né concludenti. E allora direi di scartare “di lato”. Nessuna sfera della società viene prima delle altre; per ognuna vale quanto scritto sopra in merito al “viene prima l’uovo o la gallina?”. Mutiamo del tutto prospettiva e ambito della discussione, dedichiamoci ad una nuova sorta di teorizzazione. Da qui nasce la mia proposta di attribuire centralità, nel “costruire” una nuova teoria, al principio del “conflitto tra strategie” per conquistare la supremazia. Dove le strategie sono la POLITICA, ma nel senso delle mosse da compiere per vincere in un conflitto. Di conseguenza, questa POLITICA è alla base della dinamica di tutte le sfere sociali: di quella economica (produttiva e finanziaria), di quella politica (Stato, partiti, ecc.) con la sua appendice militare (rilevantissima per il conflitto!), di quella ideologico-culturale.

Si tratta allora della ben nota lotta in quanto espressione della “volontà di potenza”? No, non è in senso specifico una tensione di tal genere. Non c’è soltanto il presunto innato desiderio di prevalere, di schiacciare l’avversario. Non c’è la semplice superbia di affermarsi vincitore. Il problema mi sembra ben diverso: è che non c’è altro modo di agire, di esercitare una “pratica” senza questa specifica “grammatica”. Siamo obbligati, per muoverci adeguatamente, a costruire e stabilizzare un dato “campo” (il “territorio” in cui poi ci muoviamo); altrimenti sbanderemmo continuamente, cascheremmo, ci faremmo travolgere dalle “onde” come un surfista inetto. Non siamo però soli, non siamo tanti Robinson Crusoè come pensa il liberista (neoclassico) per arrivare alla teoria del soddisfacimento dei bisogni in base all’utilità marginale del bene a disposizione del consumatore (e il valore del bene non è più quindi il lavoro speso per produrlo come nei “classici”, bensì sta in relazione con l’utilità dello stesso, calante quanto più esso è abbondante in relazione al bisogno d’esso).

Proprio perché la tesi che seguo è del tutto differente – come spero sia risultato chiaro da quanto fin qui esposto – ogni “stabilizzazione di un campo” da parte di un dato gruppo nuoce ad altri, crea loro difficoltà, disturba il “campo” da loro stabilizzato per agire. Non si tratta però della “virtuosa” competizione nel presunto libero mercato come pensano i liberisti/liberali. E’ invece una penosa situazione di contrapposizione. E gli individui, non sempre ipocritamente e anzi più spesso in modo sincero, aspirerebbero a non inimicarsi nessuno, a intrattenere buoni rapporti di vicinato con tutti. E non è loro specifico desiderio di riunirsi in gruppi per confrontarsi con altri ed eventualmente affrontarli con intenzioni non proprio pacifiche. E’ brutta, logorante, la lotta; rende cattivi, ma non certo perché non si desidererebbe praticare invece la bontà. Eppure ci si urta. Se ciò accadesse nel vorticoso flusso squilibrante del “reale” (quello vero, effettivo), tutto sommato non ci si sentirebbe nemmeno tanto avversari; ci si incontrerebbe a caso, ci si saluterebbe per un attimo, si avrebbe poco tempo solo per scambiarsi “due parole” e si andrebbe poi incontro ad altri (e sempre casualmente, senza aver fissato alcun appuntamento). Non ci sarebbe nemmeno l’occasione di darsi reciprocamente fastidio e di nutrire reciprocamente sentimenti di simpatia o antipatia, di amicizia o del suo contrario e via dicendo. Non vi sarebbero “punti d’appoggio” possibili per potersi fermare, valutare le situazioni, prendere decisioni in un qualsiasi senso. Insomma nessuna possibilità di conflitti acuti.

Non possiamo agire e continuare a vivere in questo modo. Dobbiamo “fermare il mondo”; e lo facciamo con la nostra attività di pensiero, con la riflessione ripetuta più volte (non stimolo/risposta, se non in situazioni eccezionali), che costruisce sistemi di relazioni atti a stabilizzare “campi” in cui svolgere la nostra attività. In un certo senso, siamo come quelli che andavano a colonizzare l’ovest degli Stati Uniti; tanti piccoli produttori agricoli che delimitavano i confini dei terreni di loro proprietà (insomma, di cui si impossessavano). Questo, tuttavia, non chiudeva la questione. I confini erano di sovente attraversati e si litigava, ci si scontrava; e poi arrivavano nuovi colonizzatori e pure loro volevano un campo da coltivare, ecc. ecc. La lotta comincia, ma non si combatte da soli, ci si riunisce in gruppi, si fanno alleanze d’interesse, a volte vere amicizie. E molto spesso ci si associa per affinità di attività svolta, quindi per le funzioni e i ruoli ricoperti in quella data società. Ed ecco strutturarsi i diversi rapporti della formazione sociale attraverso la “costruzione” dei “campi stabili” in cui poter essere attivi; costruzione che esige quasi sempre la lotta con l’alleanza quale suo mezzo.

Non siamo cattivi per natura, non siamo semplicemente assetati di potere, non vogliamo esclusivamente prevalere sugli altri e subordinarli a noi. Non abbiamo una “natura” definita, non è il DNA che ci conduce allo scontro, al conflitto, al pensare e attuare le mosse strategiche adatte a sconfiggere gli altri. Lo facciamo perché così siamo in grado di agire in quella stabilità senza la quale saremmo sempre come gli oggetti e gli uomini, ecc. in assenza di gravità; si volteggia ed è allora complicato agire con fini preordinati e ben definiti. E’ quindi obbligatorio rassegnarci a quanto ho appena detto: ci stabilizziamo e ci urtiamo fra noi; e inizia il conflitto.

Qui mi fermo, per il momento. Questo mutamento – da me compiuto all’interno del marxismo: dalla centralità della sfera produttiva e della proprietà o meno dei mezzi di produzione alla POLITICA come insieme delle mosse di un conflitto per la supremazia, che riguarda tutte le sfere della società – invita a non perdere altro tempo intorno alle ormai invecchiate discussioni sulla transizione al socialismo e poi comunismo. Rende inoltre un po’ ridicole le affermazioni circa la meravigliosa aspirazione che animerebbe l’UOMO – inesistente perché reali sono solo gli esseri umani, formati e “individualizzati” dalla multiforme, complessa e conflittuale interrelazione fra loro – in merito ad una società armonica, felice, piena zeppa di bontà. E’ indispensabile prendere le mosse da una diversa concezione dello strutturarsi dei rapporti sociali. Ho semplicemente voluto indicare i motivi e i ragionamenti che mi hanno condotto al mutamento di paradigma teorico qui esposto. In fondo, si tratta di un inizio anche se tale riflessione dura ormai almeno dalla metà degli anni ‘90 del secolo scorso; ed è quindi stata e sarà ancora, nei limiti del possibile e della mia “durata”, un processo di continuo ripensamento. Per di più è un invito – rivolto a chi cerca la “grammatica” ben prima della “pratica” immediata – a voler ricevere il mio messaggio, rielaborandolo e anche andando oltre lo stesso. So bene che non posso superare “in toto” i pesanti condizionamenti rappresentati dalla mia formazione teorica. Bisogna si facciano avanti giovani in grado di calarsi senza più indugi nella nuova epoca, in cui secondo la mia ormai netta convinzione siamo entrati.

Speriamo bene, questa è la logica conclusione di questo scritto.

 

LA PRATICA VALE MENO DELLA GRAMMATICA, di GLG

gianfranco

Tutti conoscono il detto: “la pratica val più della grammatica”. In realtà, se si parla una lingua senza conoscerne la grammatica, non solo la comunicazione è scarna ma si può prestare a fraintendimenti. Conoscere la grammatica è molto meglio; fra l’altro si è in grado di trasmettere informazioni, spiegazioni, ecc. assai più complesse ed esaurienti. E così pure avviene nei rapporti tra la teoria e la pratica scientifica o economica o politica, ecc. che a questa segue. Un dato processo in atto in qualsiasi ambito della vita (sociale o individuale) non dovrebbe mai svilupparsi a casaccio. Andrebbe invece sempre analizzato senza fretta, con la massima attenzione; se ne traggono così determinate ipotesi relative alla sua dinamica, che costruiscono una teoria della stessa atta a promuovere attività pratiche tendenti ad intervenire in essa, a promuoverla, a frenarla, a modificare il suo orientamento, ecc. In definitiva, quella teoria verrà poi verificata o falsificata e si procederà oltre. Qualcuno obietterà che le ipotesi devono nascere da una data pratica effettuata in precedenza. Senza dubbio; solo che dalla pratica immediata, e non sottoposta a ben ponderata e ripetuta riflessione del pensiero, nascono azioni improvvisate, magari improvvide, dense di effetti negativi forse non più rimediabili. Solo una riflessione approfondita e magari ripetuta – con una serie (non infinita, ma nemmeno sullo stile dello stimolo/risposta immediata) di andate e ritorni dall’attività pratica alle soluzioni pensate per agire nel campo interessato da quella pratica – consente di accrescere l’efficacia dell’intervento nella situazione data. L’immediatezza, appunto lo stimolo/risposta, può essere necessario in date contingenze specifiche (ad es. nella guida di un’auto, trovandosi di fronte ad un ostacolo imprevisto), ma conduce fin troppo spesso a risultati disastrosi o quanto meno assai carenti.
Qui di seguito faccio un esempio, indubbiamente immaginario, per chiarire il senso di quanto sto affermando. Ed è in fondo un invito – non solo, ma soprattutto, rivolto ai più giovani – a non voler coltivare e solo rafforzare la cosiddetta “prontezza di riflessi”, vista sempre più spesso come una prerogativa fondamentale dell’agire umano. No, lo è invece proprio in un numero abbastanza limitato di azioni tipiche di noi esseri umani; differente è senza dubbio il caso delle altre specie animali. Noi abbiamo questa “strana” prerogativa denominata pensiero, ragione, ecc. e con questa abbiamo anche molto ridotto le funzioni della cosiddetta “intuizione”, che comunque non credo proprio abbia una potenza superiore alla “ragione riflettente”, che va elaborando quelle che definiamo ipotesi (teoriche) al fine di guidare più efficacemente il nostro agire pratico. Si lasci quindi perdere il rimbambimento legato a stare continuamente “addosso” ai mezzi informatici, ai telefonini e altri oggetti consimili. Si riprenda a pensare, a riflettere, a elaborare teorie quali guide indispensabili dei nostri interventi in questo mondo; al momento, mi sembra di vedere schiere innumerevoli di individui largamente “istintivi”; cioè incoscienti e inconsapevolmente subordinati a chi guida il nostro mondo al disfacimento.

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Il leone insegue la gazzella, tutto sommato solo per mangiarsela; perché ha fame e ha bisogno di nutrirsi. Non vi è nulla di malvagio, né vi è smania di potere nell’area animale, di cui il leone viene ritenuto, ma dagli uomini, Re. Lui non lo sa e non gliene frega nulla. Deve solo nutrirsi e semmai nutrire la leonessa e i leoncini. Ma non è questo che mi interessa di questo povero animale, cacciato per farsene trofeo con ben poco merito da animali, denominati uomini, effettivamente crudeli e privi del bisogno impellente di alimentazione. La gazzella tenta di sfuggire all’inseguimento con brusche, improvvise e in pratica continue inversioni di rotta. Il leone è veloce ma anche lei lo è. Il leone in genere segue questi rapidi cambiamenti di percorso e più o meno segue lo stesso zig zag della gazzella. Può capitare, ed infatti capita, che si stanchi prima della sua preda, che non riesca a raggiungerla; in tal caso, quest’ultima può tirare un respiro di sollievo: è salva, per questa volta non sarà mangiata.
Immaginiamo adesso che il leone venga dotato di ragione, di capacità di pensare e riflettere; non semplicemente di scrivere e parlare in internet e nei telefonini, ma proprio sia in grado di riflessione; di fermarsi, pensare e poi prendere nuove decisioni. Insomma che non segua lo schema stimolo/risposta, tipico appunto dell’inseguimento leonesco della gazzella, tipico dell’animale che non ha vero pensiero, non ha la ragione. Adesso invece il leone ne viene dotato. Occorre pur sempre che il leone insegua la gazzella, non le dia requie. Sia per stancarla (anche se si stanca pure lui), ma soprattutto per costringerla a tutte quelle inversioni di fuga. Quel leone ha però adesso la possibilità di chiedere l’intervento di un suo simile, che se ne sta invece fermo, dotato magari degli strumenti adeguati a seguire le varie fasi dell’inseguimento. Egli cercherà di capire se la gazzella si muove veramente a caso oppure se, pur inconsciamente, segue un certo schema nel suo apparentemente caotico fuggire. Cerca di studiare la frequenza temporale delle inversioni, il loro avvenire a destra o sinistra e con quale irregolarità (che a volte ha una sua regolarità), con quale angolazione vengono effettuate, ecc.
Alla fine, è facile riesca a ricostruire un certo percorso (non quello reale, solo costruito idealmente, teoricamente; quindi una teoria che non riproduce affatto la realtà, ma l’interpreta tramite costruzione pensata); magari non sarà del tutto una linea retta, anzi con alcune curve, ma insomma nettamente più breve di quella zigzagante che sta seguendo il leone cacciatore (quello dedito alla “pratica”, che per sciocchi e ignoranti val più della “grammatica”). Una linea che ovviamente – nel tempo dato e calcolato con maggiore o minore approssimazione a seconda dei casi – infine incocci la gazzella o comunque consenta di affibbiarle qualche bella artigliata cosicché essa, ferita e sanguinante, perda presto energie e divenga più facile preda. E’ ovvio, però, che occorre trasmettere al leone inseguitore gli ordini necessari ad abbandonare il suo zig zag e a seguire quella data linea più breve. Bisogna, dunque, anche costruire le reti di comunicazione delle informazioni, da fornire al “cacciatore” con sempre maggiore precisione e tempestività; altrimenti queste informazioni non servono a nulla e il lavoro del “leone pensante” è pura perdita di tempo.

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Spero sia chiaro l’intendimento di quanto scritto. La prontezza di riflessi è indispensabile in casi molto limitati di improvviso sorgere di un ostacolo, di un pericolo incombente da cui difendersi subitamente o di un obiettivo da dover colpire in pochi istanti, ecc. In linea generale, il pensiero umano riflette, impiega tempo e compie più andate e ritorni dalla e alla realtà “vista” (non sempre direttamente e a volte solo letta, come accade nei libri di storia ad es.); e ad ogni giro apporta correzioni alla costruzione di quanto è stato “visto” (sempre nel senso lato che spero sia stato compreso). Il pensiero non si accontenta di “affondare le mani” (in senso sempre figurato) nella realtà presente o passata (registrata su qualche documento) o futura (prevista); non si accontenta insomma della “bruta pratica”. Deve procedere teoricamente, cioè costruire schemi di movimento dei processi osservati, considerati, analizzati, registrati. Poi verrà applicata la costruzione teoretica alla pratica e si constaterà come funziona in vista del conseguimento di un certo risultato. Non sempre quest’ultimo è il “raggiungimento della preda”; talvolta è solo il realismo nell’interpretazione di dati accadimenti, e svolgimenti degli stessi, che consente di trovarsi “al posto giusto nel momento giusto”. Anche se è giusto solo temporaneamente e poi tutto andrà deteriorandosi e bisogna ricominciare l’iter daccapo. Comunque, un discorso continuamente aperto, di impossibile chiusura salvo cadere nell’immobilismo e nell’incapacità di afferrare, sempre imperfettamente e provvisoriamente, l’incessante movimento in cui siamo “immersi”, da cui siamo “trascinati” verso mete cangianti, provvisorie e da rivedere quindi periodicamente.
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SI TORNI A PENSARE, SIAMO RIMASTI INDIETRO, di GLG

gianfranco

 

 

AVVERTENZA.

Uso i termini realtà, reale, ecc. riferendomi a ciò che suppongo esista effettivamente, ma non è da noi conoscibile in questa sua esistenza. Uso invece “realtà”, “reale”, ecc. riferendomi al nostro modo di conoscere secondo ipotesi che costruiscono una rappresentazione del mondo reale onde intervenire in esso. Ho discusso più estesamente, e dunque più esaurientemente, questi temi in “Per la formulazione di una teoria generale”, già presentato qualche mese fa.

1. Nella “Prefazione” al “Il Capitale”, Marx ricorda che egli “tratta delle persone soltanto in quanto sono la personificazione di categorie economiche, incarnazione di determinati rapporti”. Gli uomini concreti, in tutta la loro complessità, sono dunque lasciati da parte onde considerarli solo quali maschere di rapporti sociali. Questo il punto di vista fondamentale. I rapporti sociali d’insieme che si stabiliscono tra gli individui sono certamente assai ricchi di sfaccettature, di sfumature, di angolazioni molteplici. E, per quanto considerati nella loro più ampia multilateralità, mai esauriranno la complessità indefinita della “realtà” sociale. I rapporti sociali di produzione, fulcro del concetto di “modo di produzione”, sono però assai più semplici: nel capitalismo, e secondo Marx, essi riguardano essenzialmente gli individui in quanto portatori delle funzioni concernenti la proprietà dei mezzi di produzione e la prestazione di forza lavoro venduta come merce. E’ come se la “realtà” fosse strutturata secondo una serie di livelli dei rapporti sociali: il livello della “trama”, a maglie molto larghe, che “regge” tuttavia diversi livelli di “ordito” a maglie via via più strette. Il “modo di produzione”, il concetto centrale della scienza marxiana, si interessa del primo, del livello della “trama”. O, se si preferisce un’altra analogia, diciamo che è lo “scheletro portante” del “corpo sociale complessivo”.

Gli uomini che entrano fra loro in relazione nei rapporti di produzione non sono quelli dotati di tutte le loro prerogative di individui umani. Questi ultimi non sono necessariamente a una dimensione, alienati, puramente schiavi di una società dello spettacolo, e tutta una serie di altre considerazioni unilaterali elaborate da “filosofi” sociali che sinceramente mi appaiono lontane dalla “realtà”. Tanto per fare un esempio piuttosto significativo di certa mentalità di coloro che hanno trattato degli individui in società, ci sono stati dei pensatori assai superficiali che hanno criticato la teoria neoclassica, quella dei concetti marginalistici, perché partiva dalla considerazione dell’homo oeconomicus. Orrore! L’uomo non può essere suddiviso in tanti spicchi, non deve essere privato della sua meravigliosa complessità di essere umano! Simili posizioni sono per me estremamente ingenue e vuote di qualsiasi significato conoscitivo. E’ più che lecito indagare questo essere secondo varie angolazioni, che non hanno alcuna pretesa di rappresentare diverse porzioni dell’uomo, ma solo di evidenziare alcune sue particolari funzioni, alcune sue prestazioni, poste comunque, pur secondo differenti punti di vista, come quelle decisive, quelle che ne determinano le principali azioni considerate strutturanti le maglie larghe, portanti, della trama di quella data società.

La critica al marginalismo deve mettere in luce che tale teoria presuppone la decisività e preminenza delle prestazioni (in specie, ma non solo, quelle economiche) degli individui, presi in sé e avulsi da ogni forma sociale; per cui tali (prest)azioni appaiono quali mere scelte individuali (e la teoria in questione è infatti una non banale, e tanto meno falsa, “teoria delle scelte”). Solo dopo (un dopo “logico”), si presta attenzione alla società, i cui rapporti a maglie larghe sono appunto definiti in base alle scelte individuali in questione; e soprattutto riferendosi alle scelte effettuate in quel luogo chiamato mercato. Marx parte invece preliminarmente dalla società e considera fin da subito la forma specifica delle relazioni tra i componenti della stessa. Una forma assunta in base alla proprietà (potere di disporre) dei mezzi di produzione; e il cui mutamento caratterizza le diverse “epoche della formazione economica della società” (Marx). I rapporti fondanti la società capitalistica non riguardano, per tale pensatore, scelte semplicemente individuali – e l’individuo non è un “singolo” che si confronta con i beni a disposizione per soddisfare i suoi bisogni – bensì sono relazioni, decisive e pur sempre a maglia larga, tra i proprietari dei mezzi produttivi e i “liberi” prestatori di forza lavorativa.

Proprietario capitalista e “proprietario” di mera forza lavoro sono “uomini” nello stesso senso dell’“homo oeconomicus” dei neoclassici; cioè, in definitiva, non lo sono affatto, sono semplici “portatori di funzioni”. Solo che i neoclassici fondano la struttura decisiva dei rapporti sociali sulle scelte individuali – guidate da un presupposto sistema di bisogni e quindi da una domanda dei beni necessari a soddisfarli, effettuata con razionalità in base all’intensità dei vari bisogni e alla quantità disponibile di questi beni – mentre Marx tratta le azioni individuali in quanto orientate, “in ultima analisi”, dalla struttura decisiva, quella appunto a maglie larghe e nel settore della produzione, della società. In questo senso, gli individui di cui si tratta ne “Il Capitale” (sua massima e decisiva opera teorica), non sono uomini come pensano certi filosofi, che di Marx non hanno capito nulla di nulla (in genere nemmeno l’hanno veramente letto), bensì semplici punti d’intersezione della rete di rapporti sociali, quei rapporti definiti appunto “di produzione” nella loro “storicamente determinata” (sempre termini del “nostro”) forma capitalistica.

In poche parole, esistono delle strutture di rapporti tra singoli – non pensati nella loro complessità individuale di uomini – che costituiscono l’oggetto dell’analisi scientifica. Ed è ora di dire con chiarezza che la scientificità sussiste pure nella teoria formulata dall’“economica” tradizionale; in tal caso, essa riguarda semplicemente la scelta del singolo, intesa quale azione orientata da criteri di razionalità strumentale tesi alla massima economizzazione dei mezzi indispensabili al conseguimento di uno scopo prefissato: la soddisfazione di un bisogno e poi la combinazione dei fattori produttivi per ottenere un dato prodotto. Tale scopo è certo scelto dall’individuo umano nella sua complessità: può quindi essere un fine buono o cattivo, giusto o ingiusto, egoistico o filantropico, ecc. ecc. Una volta però posto lo scopo, il singolo dismette la sua complessità umana, si trasforma – viene trasformato al fine di costruire una teoria dell’azione – in un soggetto razionale, che decide come raggiungere quell’obiettivo nel migliore dei modi possibile; intendendo migliore, nell’ambito di questa concezione, come sinonimo di razionale, e razionale come sinonimo di impiego del minimo sforzo.

Questo è un punto di vista – crititicabile da parte di un marxista che ne assume uno ben diverso – ma non è semplice ideologia, intesa nel suo senso di falsa coscienza. L’ideologico si insinua nella scienza economica neoclassica tramite il solito, non esplicitato, spostamento di significato. La semplice teoria (razionale) delle scelte – che, in quanto tesa a spiegare portata e senso (significato e direzione) di certe azioni individuali in una situazione data, ha carattere prettamente conoscitivo – viene mutata in una teoria della costituzione di società mediante attività strettamente individuali nel mercato; in tal senso la teoria detta marginalistica non fa che portare alle estreme conseguenze, con eleganza formale (matematica), la tesi smithiana della “mano invisibile”. Per questi motivi, è sufficientemente giustificato denominare neoclassica tale corrente di pensiero economico, malgrado la diversità piuttosto netta in termini di teoria del valore utilizzata: valore-utilità invece che valore-lavoro, il che significa la sostanziale identificazione del valore con quello d’uso, sia pure “al margine”, quello dell’ultima dose di bene di cui il consumatore può disporre. Di conseguenza, la centralità teorica (la premessa da cui il resto discende) viene posta nella domanda (consumo) invece che nell’offerta (produzione).

Anche Marx sviluppa in definitiva un’analisi scientifica e si pone il fine (cruciale) di individuare, fra l’altro, la divisione in classi antagonistiche di ogni società storicamente conosciuta: le classi che producono l’intero prodotto e quelle che si appropriano del plusprodotto facendone il fulcro della loro azione tesa al dominio e all’egemonia sociale complessivi. Queste classi sono formate da maschere di rapporti sociali, da persone che incarnano dati rapporti sociali, ecc. Anche il pensiero di Marx subisce però una torsione ideologica da parte del marxismo: dalla “maschera” all’“uomo”. Esistono uomini proprietari (i “padroni”) e uomini lavoratori (gli operai “sfruttati”). Così si è consumato lo sconvolgimento del senso dell’analisi scientifica marxiana, pur se questo processo è con quasi sicurezza quello che ha consentito la saldatura tra nascente movimento operaio e dottrina marxista. Senza questa torsione ideologica, Marx sarebbe restato nella storia del pensiero economico e sociale, ma non avrebbe dato il proprio nome ad un movimento che ha segnato un buon secolo di storia. Marx è dunque divenuto un personaggio di grande rilevanza nel mettere in moto consistenti quote di quelle che definiamo “masse”.

Naturalmente, man mano che il movimento operaio usciva completamente dal retaggio culturale del mondo contadino, man mano che gli operai diventavano sezioni assai diversificate di un mondo del lavoro salariato all’interno della formazione sociale capitalistica ad alto livello di sviluppo, il marxismo ha fatto la fine miseranda che sappiamo; restano ormai solo pochi santoni squalificati, da una parte, e dall’altra alcuni gruppetti di millantati pensatori, ben finanziati dai loro presunti nemici (i rappresentanti del capitalismo) per diffondere un pensiero vuoto e ormai privo di addentellati reali, al fine di consegnare progressivamente all’oblio ogni tentativo di analisi critica dell’attuale società, che non è più il capitalismo studiato e discusso dai marxisti.

Tornando all’inizio del movimento di masse di lavoratori, il cosiddetto tradunionismo – cioè l’abbandono di ogni velleità rivoluzionaria, anzi anche di semplice trasformazione appena un po’ radicale – conquistò quasi subito il movimento operaio inglese. Tuttavia, ci si consolava nel campo marxista che si considerava “rivoluzionario”; l’Inghilterra, a quel tempo, era il primo paese ad aver raggiunto un alto grado di industrializzazione oltre ad essere un paese colonizzatore per eccellenza. Non poteva esservi dubbio (sempre per i marxisti): la classe “universale” (operaia) – quella che aveva la missione, “oggettivamente fissata” in sede di dottrina, di emancipare se stessa e l’intera umanità – si era venduta (anzi, si erano soprattutto venduti i suoi capi, in genere “piccolo-borghesi” pronti a svendersi) per il classico “piatto di lenticchie” (niente male quelle “lenticchie”!) ottenuto grazie allo sfruttamento coloniale. Poi però, sfortunatamente, la svendita si è andata generalizzando a tutto il mondo capitalistico più avanzato, man mano che questo (con sempre nuovi paesi che affluivano in esso) si sviluppava e raggiungeva la (presunta) maturità del modo di produzione capitalistico.

Tanto valeva abbandonare la classe operaia, questa “venduta”. Eroiche sono allora diventate le masse popolari dei paesi sottoposti alla dominazione imperialistica, che avrebbero infine “accerchiato le città” (i paesi capitalistici avanzati e colonizzatori, in cui i ceti operai si erano ormai integrati nel capitalismo via consumismo). Oggi anche questa ideologia, pauperista e miserabilista, si è esaurita; quanto meno in quelle prime forme, che si pretendevano rivoluzionarie, poiché al loro posto è avanzata una mentalità che predica (quasi sempre con ipocrisia e per altri scopi rispetto a quelli dichiarati) l’accoglimento dei poveri migranti disperati. Quella che, da ormai troppo tempo, è in pieno disuso è l’analisi scientifica condotta con la forza di Marx. Si è alla fine rivelata assai parziale e ha commesso alcuni errori d’impostazione, del tutto inevitabili in qualsiasi teoria; e soprattutto in quella marxiana che, come disse Althusser, ha posto nell’ambito della scienza l’indagine dei processi storici interessanti la società umana.

Si chiacchiera a vanvera e basta. E sempre con l’“Uomo” in bocca; un pover’uomo degradato dal suddetto consumismo, dai mass media sempre più volgari, dallo spettacolo che invade tutta la nostra vita. Un pover’uomo alienato in ogni dove, piallato e reso una sottile tavoletta priva di tridimensionalità, che non pensa più, non ama più, non soffre più, che vede i morti veri e crede che siano videogiochi. Il perché di tali fenomeni, indubbiamente riscontrabili nella vita pratica d’ogni giorno, non è più studiato secondo il metodo scientifico, che è senza dubbio “povero”, dà poche soddisfazioni “sentimentali” e non consente quei piagnistei a comando con i quali logorroici “narcisi”, ritenuti emeriti intellettuali da masse di ingenui derelitti di questi tempi grigi, guadagnano notorietà e denaro grazie a scadenti mass media, sui quali essi imperversano sgomitando e odiandosi mortalmente fra loro.

 

  1. E’ indispensabile liberarsi dei (non) pensatori odierni, un cospicuo numero di manutengoli solo innamorati di se stessi, che stanno annientando ogni minimo buon senso. Mai vissuto, per quanto ne so, un simile degrado e un moltiplicarsi di aborti presi per grandi creazioni. E’ assai spiacevole dover immaginare che solo una grande tragedia potrà far ritornare il senno nel cervello umano. In realtà, ci sono abbastanza esseri pensanti in giro, ma non possono manifestarsi perché tutti i mezzi vengono forniti, da ceti dominanti di una meschinità senza limiti, a chi fa a gara per distruggere ogni intelligenza delle “cose del mondo”. Non si può contrastare quest’assemblaggio di omuncoli con encefalogramma piatto sul loro terreno – giornalistico, televisivo, ecc. – ormai colmo di imbecillità, nella quale sguazzano a loro perfetto agio.

Ripeto che in realtà, sia pure assai più nascosti e meno esibizionisti, esistono intelletti di buon livello. Tuttavia, molto spesso sono pure essi moderatamente irritanti perché parlano di ciò che non conoscono per nulla o almeno a sufficienza. A questo proposito, devo precisare un punto abbastanza rilevante per me. Non sono affatto un patito della scienza, non credo che essa giunga alla “verità” e nemmeno ad una crescita esponenziale delle nostre conoscenze di quanto va considerato reale. Non a caso, soprattutto in certi campi dove l’usura del sapere è maggiore, le varie teorie escogitate per interpretare questo reale vanno incontro ad invecchiamento – cioè a perdita progressiva di credibilità e di realismo – in tempi abbastanza rapidi; dopo di che, in molti casi, divengono semplici credenze (ideologiche), cui restano attaccati alcuni fanatici attardati.

Diciamo che sono soltanto capace di rimuginare in un campo ritenuto grosso modo scientifico. Tuttavia, mi rendo conto che la nostra conoscenza, in tale campo, deve necessariamente porre ipotesi, sempre prudenti e consapevoli dei loro limiti intrinseci, relativamente alla realtà che ci circonda e con cui dobbiamo per forza interagire in qualche modo nel corso dei nostri processi vitali. E ogni ipotesi ha imprescindibile bisogno di uno sfrondamento deciso della realtà per costruirla in modo semplice allo scopo di poterla affrontare con possibilità di successo. Quando lo si consegue effettivamente, diciamo di essere stati realisti. In molti casi, ci azzardiamo a complicare l’iniziale semplicità del quadro teorico delineato, aggiungendovi nuovi elementi (pur sempre ipotizzati e poi applicati in pratica). Il fatto stesso di quest’aggiunta successiva dovrebbe renderci consapevoli che stiamo costruendo una “realtà”, non riproduciamo effettivamente quella reale.

Oltre a questo, dobbiamo spesso pensare la dinamica secondo la quale evolve quanto da noi teorizzato via ipotesi, attribuendo al movimento precise direzionalità; a volte diverse fra loro, ma ad ognuna delle quali viene allora assegnata una data percentuale di probabilità. Tenuto conto delle modalità seguite nell’immaginare la realtà – mediante schemi assai semplificati e dotati di ordine e di precisa struttura interrelazionale tra elementi – mi sembra evidente che non la riproduciamo come essa è realmente nel suo andamento caotico e non strutturato (nemmeno in via probabilistica). Per quanto mi riguarda, non credo esista altro modo per agire nella pratica; e sia chiaro che quando parlo di agire (e interagire con la realtà) non mi riferisco solo all’intervento attivo con fini di utilizzo (in genere trasformativo) di quanto supposto, ma anche ad una sostanziale “contemplazione” che voglia seguire l’andamento (sempre supposto) dei processi reali.

Se si è seguito quanto ho pur succintamente descritto, spero si capirà – per andare adesso al caso specifico – che non polemizzo contro i “filosofi dell’uomo” perché li ritengo al di fuori della realtà. In un certo senso, siamo tutti fuori della realtà (quella reale); e tutti seguiamo certe pratiche che ci consentono diverse impostazioni di vita in differenti ambiti e tempi della stessa. Per questo motivo, sono da molto tempo contrario alla presunzione di certi scienziati, che credono alla possibilità della ragione (così viene denominata questa facoltà umana, non posseduta dagli animali, almeno a quanto ne so) di eliminare l’uso di altre prerogative altrettanto fondamentali per la vita degli uomini; come ad esempio la fede, la credenza (di tipo che definirei ideologico). Con differenze sostanziali tra quella religiosa e quelle legate ad ambiti più “terreni”: il riscatto e l’equità sociale, la giustizia, l’armonia nelle relazioni intersoggettive, ecc.

Si deve inoltre essere ben consapevoli del conflitto tra credenze varie, soprattutto se sono differenti pur se rivolte allo stesso oggetto di pertinenza. Il loro urto e il tentativo di sopraffarsi sono del tutto ineliminabili; ogni appello alla ragione, quale arbitro presunto imparziale fra di esse, mostra ogni volta la corda. Talvolta può anzi peggiorare la situazione, poiché magari impedisce che lo scontro giunga alla provvida eliminazione delle credenze ormai decrepite e il cui mantenimento sarebbe una inutile perdita di tempo nella nuova epoca storica in cui è entrata la società umana. Sia però chiaro che le credenze – in combattimento reciproco – ci saranno sempre; indubbiamente è utile che vengano sorrette dal ragionamento, privo però dell’illusione che ciò sia sufficiente ad eliminare il conflitto. Fare appello alla presunta neutralità della “Scienza” – magari inondata dalla matematica, tanto precisa da poterla far passare quale arbitra assoluta della “verità” – è in genere una modalità di lotta attuata per far vincere una credenza, cercando di eliminare surrettiziamente le altre.

Detto questo, si fa comunque scienza ed è senza dubbio utile farla, anzi indispensabile per l’azione pratica degli uomini; mantenendo, però, la consapevolezza dei suoi intrinseci limiti. Essa deve evitare, con piena coscienza di se stessa, di ergersi a inutile ricerca della Verità. Più modestamente e con buon senso, ci si limiti a pensare e costruire quelle immagini della “realtà” in grado di meglio indirizzare la nostra attività pratica: nella vita quotidiana come in più ampi ambiti della storia umana. Ed è allora essenziale attenersi alla precisa distinzione tra ambito scientifico e uso di certe idee in contesti sociali più allargati. La scienza ha necessità di giungere alla semplificazione del quadro teorico con cui si costruisce una determinata “realtà”. Semmai ci sarà in seguito una qualche complessificazione delle teorie, e sempre “cum grano salis”, non con l’improntitudine di certi seguaci delle stesse.

Ecco il perché della mia irritazione nei confronti dell’“umanesimo” di certi filosofi che si sono pretesi seguaci di Marx. Il suo pensiero va finalmente limitato alla formulazione di una teoria rappresentativa della “realtà” suddivisa in diverse formazioni sociali succedutesi nella storia. Consapevoli, però, che in definitiva questo pensatore si è concentrato su quella a “modo di produzione capitalistico”, semplificando l’immagine della società moderna in modo mirato ad uno scopo ben definito: dare avvio al movimento di trasformazione della stessa secondo date finalità, che indubbiamente rappresentano un presupposto della teoria stessa.

Oggi, data l’invalidazione di certe previsioni – e l’ormai indubitabile fallimento (per ogni cervello pensante) di certe azioni programmate in seguito a queste – si deve tendere a ricostruire la teoria marxiana secondo i suoi connotati effettivi. L’invalidazione in questione, il non conseguimento di certi obiettivi perseguiti in base alle conclusioni tratte dalla teoria, non hanno come conseguenza la cancellazione della stessa, che resta pur sempre una tappa nella costruzione della possibile rappresentazione (costruita via ipotesi, lo ripeto) della “realtà” sociale. Bisogna tuttavia ripensare tale teoria, rendendosi conto che ciò non significa apportare deboli rappezzamenti al suo “tessuto” mediante le ben note “ipotesi ad hoc”, a volte di qualche utilità per un certo periodo di tempo, ma di necessario abbandono alla fine di una lunga serie di insuccessi sempre più conclamati.

Anche qui un esempio molto chiaro di quanto intendo dire. Continuo a credere che non sia balorda la rappresentazione di vasti strati sociali, il cui lavoro (l’energia prestata nella produzione dei beni necessari alla vita sociale in quella determinata fase storica) serve, per una sua parte (il pluslavoro), al mantenimento di altri strati (minoritari) che detengono nella fase in questione il potere dominante. Tuttavia, il marxismo ne ha tratto la conclusione che allora si sarebbe necessariamente, ineluttabilmente, sviluppata una lotta antagonistica tra questi differenti strati tale da condurre alla fine alla trasformazione della società stessa, cioè al passaggio da una “formazione sociale” ad un’altra del tutto differente nella strutturazione dei rapporti tra i suoi membri costitutivi. Questa conclusione, come credo di aver dimostrato in tanti anni di lavoro di “revisione” (in parte condensato sinteticamente, ma con precisione, nel libro collettivo “L’illusione perduta”), si è dimostrata errata. Non mi dilungo qui sulle conseguenze di tale errore, già ampiamente illustrate appunto in molti libri e articoli. Da esso ho però tratto una serie di conclusioni in merito al cambiamento radicale di quella teoria, di quello che viene indicato quale suo paradigma.

 

  1. Della teoria marxista – e cercando di tornare ad una coerente ricostruzione del pensiero di Marx – terrei soprattutto valida la ricerca dei rapporti sociali dotati di una costruita (sempre per via di ipotesi aperte al cambiamento) struttura interrelazionale tra differenti gruppi. E penso pure che sia valida la ricerca di una interattività, a differente grado di conflittualità (aperta ovviamente alle alleanze, consustanziali al conflitto), tra questi diversi gruppi. Possiamo anche accettare che vi sia un pluslavoro (e dunque un plusprodotto). Tuttavia, dobbiamo abbandonare la divisione della società in due sole classi propriamente antagonistiche – il cui conflitto, cioè, conduce alla rivoluzione e al passaggio da una società all’altra – costruite in base alla centralità attribuita alla proprietà o non proprietà dei mezzi di produzione.

Inoltre, quanto affermato da Marx all’inizio del “Manifesto” del 1848 è per lo meno impreciso e limitativo. La storia non è soprattutto lotta tra dominanti e dominati, ridotti appunto a due classi soltanto in base al potere o meno di disporre dei mezzi produttivi: cioè lotta tra proprietari di schiavi e schiavi, tra feudatari e servi della gleba, tra borghesia e proletariato (tra capitalisti e operai). La lotta continua, sorda o manifesta, aperta a varie mediazioni o cruenta e “definitiva”, è stata del tutto prevalentemente quella tra gruppi dominanti. E non semplicemente (oserei dire in modo meno rilevante) tra i gruppi interni ad un certo “orizzonte territoriale” (che oggi indichiamo con paese, o anche nazione, ma che poteva anche essere un feudo o un dato “popolo barbaro”, in questo caso spesso nomade, e via dicendo), ma soprattutto tra quelli dominanti nell’ambito di popoli, etnie, religioni ecc. differenti. E, nell’epoca moderna, tra paesi o nazioni diversi (sotto la direzione dei dominanti in sella al loro interno in ogni dato periodo di reciproco conflitto acuto).

La “rivoluzione francese” può apparire un’eccezione, ma in realtà la monarchia, con i ceti nobili ecc. ad essa subordinati, era già fortemente indebolita da scontri sul piano esterno. Quanto alla “Comune di Parigi” o alla ben più rilevante “rivoluzione d’ottobre” sono diretta conseguenza del malessere generale accompagnato dal crollo delle istituzioni dominanti in un dato paese in seguito allo scontro bellico tra Stati, cioè tra gruppi dominanti di diversa nazionalità. Del resto, Marx stesso ammise che non furono certo le lotte degli schiavi a produrre il passaggio dal mondo antico a quello feudale; che non fu la lotta dei contadini servi a produrre il passaggio dal feudalesimo al capitalismo. E anche l’idea della funzione preminente svolta in quest’ultimo passaggio dalla borghesia (che per lungo tempo fu soprattutto mercantile, da Marx considerata una semplice transizione e per di più involutasi con un suo relativo “infeudamento”), va rivista ampiamente. Per l’affermazione della società a struttura capitalistica (di un certo tipo) è stata fondamentale la formazione dei grandi Stati nazionali (dove i vari feudatari erano ormai soggetti al Monarca assoluto), il loro continuo scontro reciproco (anche apertamente bellico) e l’indebolimento dei poteri centrali monarchici (anche dove sono sopravvissuti, come in Inghilterra ad es., sappiamo che cosa sono alla fine diventati).

Se Marx aveva creduto che il capitalismo sarebbe stato una eccezione – con rivoluzione e transizione ad altra società per l’azione della classe ivi subordinata e presunta antagonista diretta della borghesia – ciò è legato a tutta una serie di sue supposizioni da me ampiamente illustrate mille volte ormai, dimostratesi ormai del tutto errate. La classe operaia, il supposto soggetto decisivo di questa rivoluzione, ha ampiamente rivelato il suo adattamento alle successive fasi di sviluppo di società ancora considerate per l’essenziale capitalistiche, ma molto diverse da quella studiata e teorizzata da Marx. Le rivoluzioni sono state alla fine fatte sempre, senza eccezioni, da masse contadine, del tutto ignare delle tesi relative al comunismo, dirette da élite professionali indubbiamente richiamatesi a lungo al marxismo, sempre più stravolto rispetto all’originale pensiero marxiano e divenuto alla fine un cumulo di “macerie ideologiche”, che hanno creato catene di fallimenti nel governo di società mai avviate verso il “socialismo” (il comunismo lasciamolo stare perché è solo frutto dell’ignoranza sia dei sedicenti comunisti sia degli ancora più ignoranti anticomunisti viscerali). Si è straparlato di transizione al (o costruzione del) socialismo – e in ciò non mi tiro indietro nell’ammettere anche la mia cecità – ma quanto è stato ottenuto è tutt’altra cosa. Non si deve pensare adesso che nulla è stato messo in piedi; solo che non c’entra nulla con la società socialista supposta da Marx e predicata dai partiti comunisti al potere in certi paesi. Per di più, una ideologia, che ha annebbiato completamente la vista, ha dato vita a forme di governo di società, alcune delle quali – magari dopo crisi d’ampia portata – sono oggi in sviluppo, eppur bisognose comunque di una ben più attenta analisi di quanto effettivamente accaduto; altrimenti saranno a rischio di nuovi ruzzoloni.

Per il momento mi fermerei qui. Sottolineo però che è ormai necessaria una ben più penetrante comprensione dei rapporti tra conflitti interni ai vari paesi (o comunque a popoli dotati di una più o meno compatta unitarietà in base a certi caratteri culturali e di tradizione) e quelli tra Stati o paesi o anche tra comunità dotate dei sopraddetti caratteri. La netta sensazione, per quanto riguarda i principali moti rivoluzionari (quelli di tipo interno), è che siano preceduti, e dunque attizzati o fortemente ravvivati, dai conflitti da considerarsi esterni alla singola società in rapido rivolgimento. Tutto da ripensare rispetto alle ubriacature di certi pensatori e anche agitatori, che si sono creduti i “missionari” di “grandi cambiamenti”.

Ancora una volta invito i giovani – una minoranza certamente, le maggioranze sono più adatte a muoversi per forti stimoli momentanei, spesso “di pancia” – a mettersi sulla via di una netta revisione del passato: sia teorico che di movimento pratico. Noi vegliardi, per bene che vada, siamo soltanto in grado di indicare gli svarioni che abbiamo fatto, di porre in evidenza le nostre ubriacature di tanti anni e decenni. Quando si è bevuto tanto “vino ideologico” – che ogni generazione alla fine della sua vita avrà necessariamente bevuto, mettiamocelo bene in testa – ci si può snebbiare un po’ la testa, passare qualche volta il capo sotto l’acqua fredda, ma non tornare del tutto in sé e ripensare la fase in cui si sta vivendo senza più gli effetti dell’“l’alcol” ingerito nella precedente. Sia chiaro che ogni generazione, arrivata a “buona maturazione”, deve essere conscia di tutto ciò. E’ già tanto se si rende conto di aver “bevuto” troppo e segnala ai più giovani quali azioni inconsulte ha compiuto; e quali pensieri ha nutrito e diffuso durante la fase acuta della “sbronza”.

PER LA FORMULAZIONE DI UNA TEORIA PIU’ GENERALE

gianfranco

PER LA FORMULAZIONE DI UNA TEORIA PIU’ GENERALE

 

Gianfranco La Grassa

 

 

AVVERTENZA

 

Uso reale, realtà, ecc. per indicare ciò che ritengo esistente nel suo senso più vero e oggettivo, indipendentemente dalle scelte umane. Indico invece con “reale”, “realtà”, ecc. – cioè mettendovi le virgolette – ciò che l’essere umano costruisce con il suo pensiero nel tentativo di rappresentare il realmente esistente.

 

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1. Vediamo di chiarire alcuni punti essenziali di una possibile teorizzazione. Intanto è necessario vi sia, come sempre o quasi, un postulato, qualcosa che si ponga quale premessa impossibile a dimostrarsi; nemmeno ve n’è però la necessità poiché il postulato assolve una duplice funzione “pratica”: 1) fornire un punto di partenza per una serie di argomentazioni che dovranno proseguire fra loro concatenate in successione, ognuna delle quali è quindi premessa alla successiva, per cui vi è bisogno di un inizio senza premessa alcuna; 2) esprimere la concezione generale che chi lo pone ha della “realtà” in cui si “sente” immerso (o se la trova, cioè immagina, davanti a sé, ecc.).

Il postulato da cui parto afferma la nostra esistenza e il nostro movimento in una “realtà” situata all’esterno di noi e con cui entriamo in interazione, non essendone però parte costitutiva. Probabilmente non è così, probabilmente lo siamo invece, siamo strettamente intrecciati e connessi alla realtà. Tuttavia, si pensa di esserne all’esterno perché è ben difficile immaginare un altro modo di muoversi e agire che non implichi preliminarmente la semplice interazione con un mondo al di fuori di noi. Quest’ultimo viene da me considerato in continuo squilibrio, come fosse un fluire disordinato, casuale, indistinto, privo di forma definita e di parti costitutive.

Alcuni sono convinti di potersi immergere nel flusso, poiché se ne sentono parte, al massimo sfruttando le sue “onde” come fanno i bravi surfisti, ma quando i flutti non sono troppo vorticosi. Perciò la cosiddetta conoscenza non sarebbe altro che questa immersione nel flusso del reale o il suo percorrerlo aderendo strettamente al suo moto ondoso. Francamente, simile concezione non mi convince. Nemmeno gli animali, penso, sono in grado di attenersi a questo tipo di comportamento; se non altro per il sedicente “istinto di sopravvivenza”. Se ogni individualità, che nel flusso può costituirsi, si sentisse invece solo inserita in esso, fosse convinta di scorrere con esso, quest’ultimo la travolgerebbe, la renderebbe consustanziale a se stesso e quindi la annullerebbe in quanto individualità vivente per se stessa. Chi vive cerca perciò, nei limiti del possibile, di sottrarsi a questa fine.

La cosiddetta ragione rompe ancora più decisamente con questo schema, non ne fa una semplice questione di propria esistenza. Essa spezza il flusso in una serie di segmenti spaziali e temporali e su essi concentra la sua presa. Comincia con uno, ci rimugina sopra, non “lo rispecchia” o “riproduce” semplicemente; si concentra invece sull’analisi di quel segmento e lo sviscera per quanto è nelle sue capacità, potenziate via via da varie strumentazioni. Dopo la prima analisi, la ragione consegna (a se stessa) una data configurazione della “realtà”, che non è più ovviamente un flusso. Il primo risultato – sempre uno schema che stabilizza il flusso immobilizzandolo e dunque snaturandolo – viene sottoposto a correzioni o (supposti) perfezionamenti tramite reiterate ripetizioni del primo processo. Il tutto può avvenire in pochi istanti o in tempi molto lunghi a seconda della “sezione di realtà” in cui ci si trova a così operare. Si giunge comunque ad una rappresentazione, a volte assai semplice e altre volte più complessamente elaborata, tramite la costruzione di quella che definiamo una teoria.

Sia l’immediata rappresentazione, piuttosto elementare e che ci sembra frutto di spontanea osservazione di quanto ci circonda, sia le più elaborate teorie (frutto di varie “andate e ritorni” dal nostro cervello al “reale”) vengono sottoposte alla prova dell’uso pratico per appurare quanto realistiche sono. Si può fallire subito e allora quelle immagini “spontanee” o quelle teorie vengono abbandonate. A volte invece si conseguono determinati successi, della cui parzialità magari non ci accorgiamo subito. Semplici rappresentazioni o complesse teorie vengono allora prese per una effettiva riproduzione nel pensiero di ciò che esiste fuori di noi. Se si è consapevoli della periodica fallacia (e “invecchiamento”) di queste pretese “riproduzioni del reale”, i danni di questa concezione della realtà (quella effettivamente reale e, per me, inconoscibile nei suoi veri aspetti) sono limitati. Tuttavia, molto spesso accade invece che il teorico sia convinto di aver raggiunto ormai la conoscenza dell’assetto fondamentale della realtà, nella sua concreta esistenza.

Nella scienza (in specie in quelle della natura) la consapevolezza della transitorietà d’ogni conoscenza teorica è maggiore. Nelle scienze sociali, spesso una teoria serve di base per creare un movimento di “masse” che possa incidere sullo sviluppo ed eventuale trasformazione (più o meno violenta e subitanea o invece pacifica e graduale) di una data forma di società, che si pensa possedere una ben determinata struttura delle relazioni tra gruppi, struttura da modificare con radicalità o per tappe successive. A questo punto, quella teoria – che dà sempre vita ad apparati organizzativi (tipo i moderni partiti politici) – si trasforma in una immagine assai semplificata del “reale”, da utilizzare per la mobilitazione di massa tramite propaganda e diffusione della stessa. La teoria subisce modificazioni importanti, il pensiero originario viene modificato e adattato alla necessità del trascinamento di raggruppamenti sociali costituiti da individui per lo più del tutto ignari della teoria stessa. Si creano le cosiddette ideologie, nel loro senso di rappresentazioni della realtà semplicemente adatte a sollecitare passioni e adesione dei sentimenti (in particolare di amore od odio) ad esse; non si stimola l’intelligenza “delle cose”, bensì l’accanimento nel voler realizzare i propri desideri, perfino ottundendo la ragione nel momento in cui essa – prendendo atto degli insuccessi che si verificano nel lungo periodo dopo gli eventuali primi successi – potrebbe prendere atto dei limiti ed errori della teoria da cui quell’ideologia deriva ed è sorretta.

Quando infine viene in piena evidenza che quella teoria è sorpassata nelle sue previsioni, che le modificazioni da essa subite per le necessità di suscitare il sentimento e il desiderio di massa l’ha ulteriormente impoverita d’ogni minimo effetto conoscitivo, è troppo tardi. La sconfitta incombe sugli ideologi che hanno trascinato determinati gruppi sociali verso un fallimento, sempre assai severo nel presentare i propri conti agli illusi. E’ quanto è accaduto, per fare un esempio assai chiaro in proposito, al marxismo, che ha progressivamente travisato Marx fino ad ignorarlo abbondantemente, producendo una ideologia con la pretesa di basarsi sui suoi assunti scientifici che, proprio per essere tali, erano passibili di errori e superamenti. Invece quegli assunti sono stati bellamente ignorati, se ne è costruita una imitazione di sostanziale falsità e non si è ammessa alcuna possibilità di errori; e la punizione è giunta. Solo chi si serve di Marx per i propri osceni scopi di mascherato appoggio a coloro che quel pensatore pensava di combattere ha ancora un minimo di credito presso i media controllati appunto da costoro. Mi consento quindi una breve digressione.

 

2. Ho spiegato innumerevoli volte la concezione fondamentale di Marx e sarò quindi sbrigativo. Per lui era fondamentale la produzione in quanto appropriazione e trasformazione di oggetti tratti dalla natura per adattarli alla vita degli uomini; tenendo conto che questi vivono in società e hanno una storia evolutiva a differenza degli altri animali. Esiste quindi una rete di rapporti sociali che muta di fase in fase del processo di trasformazione degli stessi; e i più rilevanti fra tali rapporti verrebbero a stabilirsi, secondo il “nostro”, nei processi della produzione/appropriazione. Di conseguenza, assumerebbero posizione centrale pure i mezzi di questa produzione: in primo luogo la terra, base di ogni possibile attività produttiva, e gli strumenti, via via perfezionati, utilizzati in quest’ultima. La proprietà (potere di disposizione) di tali mezzi era, secondo Marx, decisiva per poter stabilire la forma storicamente determinata dei rapporti sociali di produzione e la loro specifica dinamica di sviluppo e trasformazione.

Arrivati alla società capitalistica e verificatasi la Rivoluzione industriale, chi aveva la proprietà dei mezzi di produzione era, nella maggioranza dei casi, pure in possesso dei saperi necessari alla direzione dei processi produttivi. Ho già spiegato mille volte che la dinamica caratterizzante i rapporti di detta società avrebbe infine condotto – questa era la tesi marxiana – alla formazione del “lavoratore collettivo cooperativo” (dal dirigente della produzione fino all’ultimo dei semplici esecutori) mentre i proprietari dei mezzi produttivi sarebbero divenuti assenteisti, una classe di “quasi signori” (non più feudali ovviamente), abituata a vivere del lavoro altrui grazie alla proprietà in questione. A questo punto si sarebbero già formate le basi essenziali del cosiddetto socialismo. Lo Stato, pensato in definitiva quale strumento della classe proprietaria, sarebbe stato l’ultimo ostacolo da abbattere. E sarebbe così arrivata infine la resa dei conti e l’espropriazione dei proprietari; il potere di disporre dei mezzi produttivi sarebbe passato alla collettività dei produttori (dirigenti ed esecutori), fra loro associati, non certo per un loro ormai irresistibile desiderio di cooperare a scopi comuni, ma per motivi oggettivi, per quella specifica struttura dei rapporti venutasi a creare che esigeva la collaborazione tra i soggetti in relazione; chi si fosse rifiutato di accettare il coordinamento collettivo si sarebbe trovato automaticamente emarginato dalla società senza che nessuno avesse deciso di metterlo in tale situazione.

Questo l’errore previsionale di Marx come da me indicato molte volte. Tuttavia, già i marxisti a lui successivi si erano accorti della mancata formazione del “lavoratore collettivo”, ma non ne hanno mai tratto le logiche e non aggirabili conseguenze, del tutto contrarie a ogni possibilità di intraprendere la “transizione” all’agognata società comunista. E’ soprattutto sui caratteri di questo tipo di società che si è avuto il peggiore travisamento di Marx. Per lui, infatti, una volta arrivati al socialismo (proprio in conseguenza della dinamica specifica dei rapporti capitalistici), si sarebbe prodotto un decisivo salto nello sviluppo sociale, con riflessi precisi sulla produzione: sarebbe finita la costrittiva proprietà dei mezzi produttivi da parte di singoli gruppi di individui (costituenti la “classe” capitalistica), per di più diventati ad un certo punto dei puri parassiti incapaci di dirigere la produzione. Questo salto avrebbe condotto ad una enorme crescita delle forze produttive umane e alla fine di ogni scarsità degli oggetti prodotti e necessari alla vita sociale; “a ciascuno secondo i suoi bisogni” sarebbe diventato il principio guida della nuova società.

Quanto è stato bellamente ignorato dai movimenti comunisti, soprattutto nella seconda metà del secolo scorso, è che la concezione marxiana non implicava minimamente l’inchinarsi dell’individuo di fronte alla presunta bellezza dei principi di comunità, invece soltanto in grado di opprimere i suoi membri, conculcando l’estrinsecazione della loro personalità. Per Marx, una volta finita ogni costrizione legata alla necessità di procurarsi oggetti scarsi, cioè quando questi sarebbero divenuti disponibili in grandi quantità con un minimo tempo di lavoro, i singoli avrebbero potuto più liberamente dedicarsi a tutto ciò che avvertivano come loro autentico bisogno, inerente appunto alla loro specifica individualità.

E’ logico che la determinazione sociale degli individui non sarebbe venuta meno. Nessuna robinsonata sarebbe mai balzata in testa a Marx. Tuttavia, il processo produttivo era per lui particolarmente costrittivo, anche in termini di necessaria gerarchia delle funzioni svolte. “L’orchestra non suona senza direttore”; e senza una serie di gradini posti a livelli diversi, che condizionano la vita d’ogni uomo. Resisi assai meno rigidi gli obblighi di questa organizzazione produttiva, a causa dell’altissimo sviluppo raggiunto dalla produttività umana e con la possibilità di attingere con facilità a tutto ciò che era necessario per soddisfare i propri bisogni, ogni individuo avrebbe avuto ampi margini di libera espressione delle proprie più spiccate prerogative. E avrebbe anche potuto – se avesse voluto, se fosse stato decisivo per le sue aspettative e aspirazioni – autonomizzarsi, pur parzialmente, dal contesto sociale per soddisfare le sue intime preferenze. Altro che crescente dipendenza degli individui rispetto alla comunità d’appartenenza. Che senso avrebbe avuto la possibilità di ogni individuo di impossessarsi dei beni secondo i suoi bisogni, se poi avesse dovuto sottostare pienamente alle imposizioni di date comunità, che sono sempre zeppe di regole mortificanti per le sue attese e intenzioni?

Lungi da me star qui a disquisire se è meglio inseguire le proprie predisposizioni o invece dedicarsi di più agli altri e alla vita in comunione con loro. E nemmeno mi diletto con previsioni su come evolverà lo “spirito” umano nel lontano futuro: fare sempre più i propri comodi o invece avvertire in modo crescente il calore della comunanza con altri? Il lungo periodo, la visione dei secoli futuri, mi sono ignoti. Volevo solo ricordare che il comunismo di cui parlava Marx – e sulla base di una previsione errata in merito al formarsi dell’insieme dei produttori associati e al conseguente enorme sviluppo delle forze produttive – non ha nulla a che vedere con i presunti desideri di comunità. In realtà, egli non sosteneva nulla di diametralmente opposto a ciò che vagheggiano i liberali. Solo contestava la loro visione dei processi sociali, basata su una formale eguaglianza nel libero scambio delle merci, occultando l’appropriazione del pluslavoro (come plusvalore) dei lavoratori salariati quale conseguenza della proprietà dei mezzi di produzione da parte di una classe sociale sempre meno numerosa, ecc.

Tutto ciò avrebbe frenato, secondo lui, lo sviluppo delle forze produttive, limitando inoltre i suoi vantaggi a favore di detta classe di privilegiati. Con il comunismo – cresciuto nelle viscere del capitalismo – si sarebbe invece raggiunto un individualismo assai più ricco di prospettive e di cui tutti avrebbero goduto; anche se non nella stessa misura, ma soltanto per la diversità dei bisogni individuali, non invece per quella derivata dalla proprietà o meno dei mezzi produttivi. Ripeto il principio ordinatore del comunismo di Marx: “a ciascuno [cioè a ogni singolo individuo] secondo i suoi bisogni”. Non invece: ognuno deve saper sacrificare la propria individualità a favore della comunità. Finché ci sarà chi predica questo sacrificio ben poco amato dalla stragrande maggioranza degli umani, i liberali avranno partita vinta.

 

3. Finita la digressione, riprendiamo il discorso sulla teoria che vorrebbe fornirci la conoscenza del mondo reale in cui viviamo; sia nei suoi aspetti naturali sia in quelli sociali. Abbiamo già per sommi capi indicato nel primo paragrafo come si giunge alla formulazione di una teoria, pur magari partendo inizialmente da una rappresentazione più immediata e a volte perfino intuitiva. In ogni caso, sia tale rappresentazione in genere assai semplice e grezza, sia la teoria assai meglio elaborata, giungono a fissare quello che potremmo definire un campo di stabilità. In definitiva, si costruisce una porzione della “realtà”, il cui movimento, implicante mutamento, è pensato sulla base del supposto modificarsi spaziale di date variabili, elementi strutturanti quel campo secondo una “legge scoperta” mediante l’osservazione della “realtà” stessa con l’uso di mezzi quali sono, inizialmente, i nostri sensi, potenziati poi via via, nel corso di una lunga storia, da strumenti sempre più complessi e raffinati.

Se seguiamo con l’occhio una pallina che rotola su una superficie piana, crediamo di osservare un movimento continuo; in realtà, la stessa nostra vista lo dispiega cinematicamente sia pure per istanti di durata piccolissima e della cui separatezza, dall’uno all’altro, non ci accorgiamo. Anche con i nostri sensi quindi, non meno che con il nostro pensiero, non cogliamo la realtà nel suo flusso continuo, bensì la “realtà” così come l’abbiamo stabilizzata, pur nel suo movimento e modificazione, per i nostri scopi pratici. Pensate un po’ quando si tenta di ricostruire, tramite più testimonianze, il succedersi dei vari fenomeni verificatisi durante un incidente automobilistico. Non dico che queste testimonianze siano sempre contrastanti (spesso lo sono), ma come minimo ben diversificate fra loro. Questo avviene per ogni evento della nostra vita. Noi vediamo, udiamo, ecc. secondo una cinematica, cioè per minimi istanti di ogni dato evento osservato posti in successione; è quindi facile che l’evento presenti differenze da individuo a individuo e da momento a momento.

Figuriamoci quando facciamo intervenire il pensiero di tipo teorico che, come già detto, compie riflessioni di primo, secondo, terzo, ecc. ordine per avvicinarsi a quella che si crede essere una sempre più approssimata riproduzione del reale mentre è invece, quando va bene, una sua costruzione “realistica”. E quando possiamo dire che lo è? Quando tale costruzione (di quello che ho definito campo di stabilità utile alla nostra pratica) ci fa conseguire, e per un determinato periodo di tempo (più o meno lungo), qualche successo. Certamente, quando interpretiamo un dato fatto storico, può sembrare assurdo parlare di successo. Il passato è ormai passato. Tuttavia, la sua interpretazione serve in definitiva nel presente per indirizzare certi ordini di pensiero, che conducono a pratiche varie. Se oggi ritengo che vada rivista quanto meno la storia degli ultimi due secoli (e in particolare quella del ‘900) è perché avverto una sensazione di definitivo isterilirsi di date valutazioni storiche, che ci indirizzano – sempre a mio avviso – assai male per il futuro. In definitiva, ritengo che pure queste interpretazioni difettino ormai pressoché totalmente di realismo.

Ho parlato di campo di stabilità – pur se di questo viene supposto un movimento specifico – poiché si tratta del modo di assegnare un ordine (in genere strutturato in base ad una serie di variabili fra loro interrelate) a quella sezione del reale da noi sottoposto ad attenzione. Tale ordine appare più o meno precisamente delineato a seconda del linguaggio usato per esporlo. Spesso si usa il più povero, quello matematico, perché allora la precisione diventa massima. Quello più ricco credo sia affidato all’arte e letteratura. Sono qui possibili svariate interpretazioni; e non si giunge mai, mi sembra, ad essere esaustivi e… definitivi nel fornire questa, e non quella, interpretazione. E’ giusto che sia così, perché una qualsiasi forma di linguaggio non ha la continuità del reale vero, tende sempre a ridurlo ad una serie di elementi che lo strutturano, pur se in forme che sembrano a volte del tutto fluide e mutevoli, ma non certamente come lo è quell’effettivo reale, fra l’altro privo di forma secondo la mia supposizione.

Nemmeno ci si accorge di essere immersi in, o come minimo di stare galleggiando su, un flusso che scorre caoticamente senza struttura alcuna. La nostra intelligenza – non diversamente da quella, assai differente e di tipo elementare, degli animali – ci pone subito nella condizione di crederci in equilibrio pur nelle condizioni di movimento lungo percorsi, che l’uomo suppone conoscibili e prevedibili tramite le costruzioni (le teorie appunto) del suo pensiero. Solo a tratti si è “svegliati” dal “sonno razionale” e viene così avvertito l’invecchiamento irrimediabile delle teorie o dei nostri convincimenti più elementari; resta, però, la certezza di poter giungere a nuove stabilizzazioni con una qualche definitezza, fino al prossimo “risveglio” più o meno brusco o invece lentamente progressivo.

In ogni caso, tuttavia, anche quando il flusso caotico e non strutturato ci destabilizza e si crea tutt’intorno a noi il massimo di confusione, non si è in grado di conoscerlo nella sua realtà che ha andamento continuo. Alcuni sono convinti di sapersi immergere in esso e di seguirlo nel suo effettivo svolgimento, appunto continuo. Non sono per nulla convinto che sia così; secondo me non ci si rende conto che la presunta immersione cosciente è una reazione più immediata allo stimolo del reale, una reazione che avviene in tempi ancora più infinitesimali che per altri individui (di tradizione culturale e modo di vivere, ecc. assai differenti). Noi però, come tutti gli esseri animati, reagiamo sempre per momenti successivi e inseguendo, a volte inconsapevolmente, il tentativo della stabilità persino nella rapidissima successione delle nostre reazioni; anche quando, insomma, siamo sicuri di stare adattandoci allo squilibrio continuo.

Prendiamo ancora ad esempio la realtà automobilistica. Al guidatore si presenta improvvisamente un ostacolo e l’urto è imminente. Guai se si mettesse in moto il pensiero razionale dei due, tre, ecc. ordini di riflessione per ricostruire quanto sta accadendo; occorre invece la cosiddetta prontezza di riflessi, cioè la reazione immediata e che sembra precedere ogni pensiero. Dubito che avvenga questo; immagino che ci sia un solo ordine di riflessione, velocissimo, di temporalità in(de)finitamente piccola, in cui si tenta di stabilire quel campo di stabilità contro cui si rischia di andare a sbattere; è questo oggetto – cioè una porzione di “realtà” costruita in un istante con tutta la sua strutturazione, vista dai nostri occhi cinematicamente (cioè per punti successivi) e non nel continuo – che si cerca di evitare. E il successo o insuccesso della reazione non dipende solo dal tempo che si ha a disposizione per essa, ma anche da come, in un solo ordine di riflessione (e così breve), si è riusciti a costruire quel campo di stabilità strutturato, che è l’oggetto visto all’improvviso. Se si sbatte contro di esso, si è convinti di non avere avuto sufficiente prontezza di riflessi. Credo che ci sia anche questo, ma non soltanto (e forse nemmeno soprattutto); penso pure ad una cattiva costruzione del campo di stabilità strutturato rappresentativo dell’oggetto in questione.

 

4. In definitiva, la realtà non si coglie con il pensiero, che in un certo senso la fissa secondo strutture relazionali tra parti; al limite tra particelle elementari, alcune anche non dotate di massa, del tutto puntiformi (e si tratterebbe di punti inestesi). Se si prende in considerazione il movimento di queste strutture, lo si tratta a mio avviso quale successione di tratti spaziali in(de)finitamente piccoli. So che si pensa di poter seguire il movimento di spazi e tempi secondo una processualità continua, eppure ne dubito poiché in ogni caso la “realtà” è costruita con modalità puntiformi. A mio avviso la realtà è una sorta di blocco unico, una sola massa di condensazione, che a volte crea la sensazione dell’immobilità; eppure scorre, passa, muta, secondo processi caotici, privi di forma, di temporalità indefinibile anche se, in base al come e al quanto tempo viviamo noi, la distinguiamo in periodi di varia lunghezza (dal più breve, infinitamente breve, al più lungo, eternamente lungo).

In effetti, non c’è tempo (e nemmeno spazio); si tratta pur sempre di categorie del nostro pensiero, che costruisce la sua “realtà”, non riproduce quella vera. In tale costruzione possiamo avere successo, nel senso che ci orientiamo comunque in modo adeguato nel nostro muoverci nel mondo, nello sviluppare questa o quell’azione, nell’interpretare questi o quegli accadimenti, ecc. Tuttavia, non credo si possa pretendere di aver colto la realtà in cui viviamo; accontentiamoci del successo e quando invece non l’abbiamo – o, dopo averlo colto parzialmente, ci accorgiamo di non orientarci più adeguatamente, di stare commettendo una serie di errori nell’azione (e nell’interpretazione) – sbrighiamoci a pensare una nuova “realtà” secondo le nostre modalità di pensiero. Anche le categorie dell’Essere e del Divenire sono categorie del pensiero, diversi approcci nel costruire la nostra “realtà”. Poiché la realtà vera non si conosce, siamo solo in grado di dire ciò che “essa non è” e ciò che “essa non diviene”. La pretesa, tutta propria dell’arroganza e presunzione umane, ci conduce invece all’“E’” e al “Diviene”. E così, alla fine, ipostatizziamo la nostra particolare costruzione di una data “realtà”, in quella continuiamo a confidare andando incontro infine all’insuccesso più netto e definitivo. Per fortuna, finora almeno, dopo un congruo periodo di tempo qualcuno arriva a costruire una diversa “realtà” con nuove possibilità di successo, sempre temporaneo. Non possiamo non pensare che nel modo in cui pensiamo, proprio per le necessità della nostra azione. L’importante è essere coscienti che qualsiasi “realtà” è da noi costruita per i nostri bisogni (d’azione come anche di contemplazione) e alla fine sarà messa in crisi dal sommovimento di quel reale vero, invece non rappresentabile secondo le nostre modalità di pensare.

Ho pure un’altra convinzione. Gli stessi nostri sensi colgono la “realtà” secondo tratti di diversa lunghezza e temporalità; e con un movimento che è una successione di spazi e tempi (in quanto categorie del nostro pensiero) talmente brevi da creare in noi l’ingannevole impressione del fluire continuo. Non si è in grado di vivere, nemmeno inconsapevolmente e con i soli sensi, nel realmente continuo; perché, se fossimo capaci di conoscere la realtà vera, immagino che si avrebbe allora l’impressione d’essere “immersi” in un blocco unico, compatto, dove nulla accade nel mentre invece tutto muta senza cessa. Il blocco, probabilmente, si scioglie e si ricondensa continuamente (e anche questo è un modo di dire del nostro linguaggio); e condiziona la situazione in cui vivono coloro che in esso abitano, fra cui ci sono gli esseri umani che pensano a ciò che percepiscono e ne costruiscono date teorie. Di conseguenza, periodicamente, sia le percezioni sensibili sia le costruzioni teoriche vanno in crisi e devono essere riadattate alle esigenze di azione e interpretazione degli uomini. Sempre ci s’illude di avere infine afferrato la realtà vera, almeno per sommi capi; e sempre si resta poi, parzialmente o totalmente, delusi. Ci si rimette allora al lavoro per “capire meglio”. Un “meglio” che è pur sempre l’azione degli uomini all’interno del blocco costituito dal flusso continuo da essi abitato, che muta senza farsi percepire e conoscere per quello che veramente è. Eppure, si riesce comunque a viverci e perfino ad avvertire un miglioramento, almeno “materiale”, delle condizioni di vita. E si vivono i mutamenti dei rapporti sociali, che si tenta di afferrare con nuove teorie.

C’è indubbiamente un problema che non si può comprendere nella sua effettiva realtà; tanto meno si riesce ad esporlo adeguatamente con un linguaggio, come quello umano, poco adatto alla bisogna. Svilupperò alcune considerazioni in merito pur sapendo che sarò in ogni caso poco preciso e non centrerò realmente la situazione esistente per i già indicati limiti del nostro modo di percepire e conoscere la realtà, costruendone una di diversa (la nostra “realtà”); pur se, evidentemente, non opposta a quella reale altrimenti il nostro vivere diverrebbe estremamente difficoltoso e, al limite, perfino impossibile.

 

5. Vivendo, muovendosi nel mondo, agendo e trasformando quanto si vede e si tocca, ecc., si è circondati da una moltitudine di oggetti di forma ben definita e che sembrano estremamente durevoli. Ad es., questo computer su cui sto scrivendo, la tavola su cui è posto, i vari mobili intorno e i muri della stanza; e se esco da questa o dalla casa in cui sono, sterminato è il numero delle cose che vedo, tocco con le mani e i piedi, odoro, ecc. Tutte cose ben solide e apparentemente senza mutamenti di sorta. In effetti, già la scienza ci avverte che gli oggetti hanno strutture atomiche e che tali atomi sono in continuo movimento; e quelle strutture, per quanto impercettibilmente e magari in tempi lunghissimi rispetto alla vita d’un essere umano, si modificano. Anche una roccia o una montagna intera, tra migliaia d’anni o anche milioni, sarà sbriciolata, ridotta in polvere. Altri oggetti sono invece trasformati in tempi assai più brevi, che in certi casi ci sembrano addirittura istantanei.

Non avrebbe senso immaginare che tutto questo mondo è creato da noi, dalla nostra immaginazione. Sarebbe a mio avviso poco ragionevole comportarsi come Tolstoi che – almeno così si racconta – si voltava indietro con la massima rapidità possibile nella speranza di poter cogliere almeno per un attimo l’inesistenza di ogni cosa, poi rimessa al suo posto dal nostro modo di vedere e sentire. No, le cose ci sono, e le vediamo, tocchiamo, ecc. in modo sufficientemente adeguato a poterci vivere in mezzo, utilizzandole più o meno bene per le nostre esigenze. Suppongo semplicemente che, se i nostri sensi fossero adatti a cogliere il flusso continuo e informe del reale, noi rischieremmo di vedere tutti gli oggetti, e l’insieme degli stessi, alla stessa guisa in cui osserviamo le nuvole in cielo che trasmutano continuamente e secondo forme imprevedibili. Sia chiaro che pure questo esempio è imperfetto perché con una strumentazione adeguata potremmo ricostruire – e per tempi di varia lunghezza – la forma delle nuvole nei momenti precedenti l’osservazione e per i momenti successivi.

Dobbiamo sforzarci di immaginare – e il linguaggio ci obbliga sempre all’imprecisione – gli oggetti dotati di “doppia” esistenza: vi è quella che i nostri sensi, più o meno potenziati, colgono secondo condensazioni di assai differente durata (una roccia dura assai di più di un’onda mossa nel mare). Vi è poi la più vera esistenza che, diciamo così, avvolge la prima ed è come un fluido velo estremamente rarefatto, dunque invisibile nel suo reale scorrere che comunque muterà, ma in tempi estremamente diversi, le condensazioni colte dai sensi e dagli strumenti da noi creati; e cambierà dunque il mondo in cui (per il momento, un momento di durata imprevedibile) viviamo. Meno male che cogliamo la “realtà” non precisamente reale, solo quella delle nostre “foto”. Vediamo in modo sufficientemente definito, ci muoviamo secondo date direzioni; di tempo in tempo, avvertiamo che la direzione “s’è fatta” sbagliata, ci correggiamo e mutiamo rotta; e poi ancora e ancora.

Stiamo parlando del mondo detto macrofisico, dove in un certo senso – e sempre ricordando i limiti del nostro modo di esprimerci in parole – incontriamo gli oggetti con i nostri sensi anche privi d’ogni strumentazione; ci s’immagini cosa accade in quello microfisico, dove i sensi devono essere assistiti da strumenti che li potenziano, ma possono invece sviarli, indurli in errore perfino nelle iniziali osservazioni del “reale” che viene fissato per tempi di estremamente varia lunghezza, ma che mai comunque scorre continuo e informe come l’effettivo reale.

Bisogna essere molto chiari in proposito. Quando “scattiamo le foto” (le “istantanee”) del reale, noi semplicemente ne isoliamo dati momenti in(de)finitamente brevi, rispettando l’andamento (tendenziale) di ogni dato processo, da noi costruito nel suo svolgersi tramite appunto la successione di quei momenti. Tale costruzione non può che perdere ciò che scorre tra un momento e l’altro. Certamente, per la nostra sensibilità è un tempo talmente breve, in(de)finitamente breve, che sembra del tutto naturale poterne fare a meno. La supposizione da me concepita è che in realtà i momenti del processo (da noi “costruito” mentre siamo spesso convinti di riprodurlo) non sono posti in successione, bensì immersi in una “temporalità” (definizione impropria, poiché il tempo non esiste nel senso da noi attribuitogli) che è appunto quel “velo rarefatto”, in effetti invisibile, di cui si è detto sopra. Insomma, si “vedono” (si constatano, si avvertono, si colgono o non so bene come dire) i momenti del processo costruito e si intuisce che tra un momento e l’altro vi è comunque “qualcosa”.

Questo qualcosa non è qualcosa; ancora una volta possiamo dire ciò che non è, pur sapendo che in realtà esiste e sconvolge, alla lunga, tutto ciò che noi costruiamo per tempi e spazi successivi, in(de)finitamente piccoli a piacere. Il qualcosa che vediamo, avvertiamo, sentiamo, ecc. è semplicemente nostro; ed è però quello che ci consente in definitiva di muoverci con almeno un minimo di ordine, di orientamento, di incisività nell’affrontare la vita nella realtà in cui siamo immersi. Se non avessimo, per nostra “fabbricazione” biologica, quelle determinate modalità d’azione in una “realtà” appositamente costruita (dai sensi come dal pensiero), saremmo spersi in un flusso da cui saremmo travolti come il surfista che perde l’equilibrio sull’onda (anche qui stiamo usando il nostro “imperfetto” linguaggio, avverto ossessivamente il lettore). In poche parole, per conoscere ai fini dell’azione e del nostro vivere, dobbiamo percorrere quell’onda restando sempre alla sua superficie, in equilibrio sulla sua cresta o lungo le sue sinuosità. Per andare in profondità, per immergerci dentro il flusso dell’onda, dovremmo perdere ogni equilibrio e da essa verremmo travolti, fatti capitombolare in su e in giù senza cessa; non capiremmo più minimamente dove siamo e in che direzione andiamo, ci troveremmo in mezzo ad un caos continuo che ci renderebbe annaspanti e ciechi, conducendoci infine alla morte.

 

6. Con quanto qui sostenuto non pretendo di essere nel vero. Si tratta di ipotesi che formulo, in definitiva, per determinati scopi: sia di coerenza che anche, secondo me, pratici. Cerchiamo adesso di concludere per far capire il motivo più profondo del mio elucubrare. Innanzitutto, ribadisco nuovamente che il nostro linguaggio ha limiti invalicabili. La mia convinzione circa la differenza tra la realtà vera (continua) e quella da noi costruita (sempre per punti discreti), non può che essere necessariamente esposta mediante tale linguaggio, ineluttabilmente discreto; di conseguenza, mai si sarà in grado di fornire un’esauriente rappresentazione di ciò che si vorrebbe più precisamente esporre.

Il primo motivo, il più essenziale, per cui ho sviluppato i miei ragionamenti – approssimati per quanto mi è consentito dalla mia impreparazione e, appunto, dal nostro modo di esprimerci in parole – è di dar conto di un fatto che sempre accompagna l’agire umano: si arriva ad un punto, magari dopo un periodo più o meno lungo di risultati soddisfacenti, in cui ci si trova del tutto spiazzati di fronte al fallimento (o quanto meno alla crescente imprecisione) di ulteriori azioni intraprese sulla base di quanto si era sicuri fosse l’esatta (o fortemente probabile) individuazione della realtà in cui ci si muoveva. Quando detta individuazione, rimessa più o meno nettamente in discussione dal prosieguo dell’azione, riguarda in particolare la realtà sociale che si era sicuri di stare trasformando seguendo dati orientamenti (per cui molti hanno anche dato la vita o comunque si sono impegnati allo spasimo), una magari ben formulata e argomentata teoria della società (della struttura dei suoi rapporti e della loro dinamica) si cristallizza spesso in ideologia, cioè in una forte credenza che non si vuole assolutamente abbandonare. E questo conduce a sconfitte ancora più gravi i sostenitori della stessa finché essa non ha esaurito ogni possibile influsso su nuove generazioni pronte al trapasso ad altra visione.

Bisogna essere ben consapevoli che il passaggio è fase di lunga durata, non avviene mai senza numerose prove ed ulteriori insuccessi; ed essendo sempre ostacolati dai portatori delle vecchie teorie – ormai appunto ossificatesi in ideologie – che mai si arrendono e devono sovente essere eliminati con la forza senza più alcun rispetto delle loro credenze professate più o meno in buona fede o invece per godere di vantaggi e guadagni personali o di gruppo. In queste epoche di transizione, coloro che hanno compreso l’inutilità e anzi il danno del professare quanto è ormai decrepito devono far luce sul processo di invecchiamento delle teorie esistenti, un tempo magari rivoluzionarie e ora grave impedimento sulla via del rinnovamento. Vi è un altro riconoscimento che è necessario attuare: i risultati conseguiti in base alle vecchie teorie (lo ripeto, magari rivoluzionarie in epoche passate) sono spesso da non rifiutare, da non rigettare e annullare, comprendendo però che non sono affatto quelli che si era creduto di perseguire e realizzare. Mai si concretizza ciò che era stato pensato in base alla vecchia teoria, sempre ci si trova invece di fronte a qualcosa di inaspettato. Proprio per questo, vi sono altri “soggetti” negativi oltre a quelli restati aggrappati alle passate convinzioni divenute credenze cristallizzate; sono coloro che, presi dallo sconforto per la caduta delle illusioni del passato, vorrebbero distruggere quanto è stato comunque realizzato. La battaglia per il passaggio d’epoca si combatte quindi sempre su due fronti: bisogna eliminare chi si aggrappa ad una “realtà” creduta e ormai solo fantasticata e chi, al contrario, vuole tutto distruggere, cancellando le acquisizioni comunque ottenute sia pure inseguendo altre finalità.

Nelle fasi di transizione, coloro che si sono formati seguendo i sistemi teorici in auge nell’epoca precedente devono contribuire all’illuminazione delle nuove generazioni, soprattutto ponendo in luce gli ormai lampanti limiti di quei sistemi e l’evidente diversità dei successi eventualmente conseguiti rispetto agli obiettivi che si era convinti di aver raggiunto. Il sottoscritto si è posto precisamente in quest’ottica; e ha cercato di individuare la fallacia delle previsioni formulate in base alla teoria cui aveva aderito, attribuendola alla centralità che Marx aveva assegnato a: 1) la produzione (non nelle sue tecniche bensì nei suoi rapporti sociali) quale “base” sostanziale e struttura portante della società; 2) la divisione di quest’ultima in due classi antagoniste (la cui lotta rappresentava la dinamica di quei rapporti e li spingeva infine ad una trasformazione secondo un orientamento che sarebbe stato possibile individuare con certezza) caratterizzate, in modo preciso e inequivocabile, dalla “proprietà” (potere di disporre) o “non proprietà” dei mezzi impiegati nella produzione.

Non sto qui a ripetere quanto ho scritto in assai numerose pagine da vent’anni a questa parte. Ho spostato la centralità in questione ponendola nel conflitto tra strategie (che sono l’essenza della POLITICA nel suo significato più generale, che non è quello della sfera di apparati designati con questo nome) applicate da diversi (non semplicemente due) gruppi sociali allo scopo di conseguire la supremazia in quella data formazione sociale e per un determinato periodo di tempo. Ho illustrato più volte quali conseguenze derivino da questo spostamento di centralità per quanto riguarda l’analisi della società, con particolare riferimento a quella detta capitalistica; e che credo nasconda il succedersi di più formazioni sociali nel corso dell’ultimo secolo e mezzo, da quando Marx diede la sua definizione di rapporto sociale (di produzione) capitalistico.

In ogni caso, non mi nascondo affatto il limite del mio spostamento di centralità. Esso ha appunto lo scopo di richiamare nuove generazioni di studiosi – che non vogliano semplicemente buttare a mare il marxismo per ritornare all’ancor più ingannevole e vecchio liberalismo e liberismo o a improvvide “dottrine sociali” di impronta religiosa o simile – alla necessità di analizzare la struttura dei rapporti della società più moderna, andando oltre quella centralità della proprietà che ha condotto ad una serie di conclusioni errate. Tuttavia, il “conflitto strategico”, la nuova centralità da me proposta, ha un grosso difetto, almeno dal mio punto di vista: rinvia ad una intersoggettività nel delineare la dinamica della società. Manca quella che per me deve essere una “oggettività”, cui devono sottostare i vari gruppi sociali in conflitto. In Marx, le “classi” (appunto soltanto due) si formavano in base ai differenti processi storici – ad es. passaggio allo schiavismo e poi al feudalesimo e infine al capitalismo – che attribuivano la proprietà (ricordo: potere di disposizione) dei mezzi produttivi ad una classe, in grado così di appropriarsi, grazie ad essa (al potere da essa consentito), del pluslavoro della classe non proprietaria. Questo processo storico – comportante l’attribuzione della proprietà (e del conseguente potere relativo al pluslavoro) ad un dato raggruppamento sociale – è a mio avviso da considerarsi oggettivo a differenza del “conflitto strategico”.

 

7. Ecco allora che – essendo io un “vecchio aderente” al marxismo, consapevole però della perdita della sua capacità conoscitiva con trasformazione in una sorta di credenza per fede – ho cercato di indicare dove potrebbe collocarsi l’oggettività della nuova centralità (supposta per ipotesi). Ho posto il problema di una realtà non conoscibile nel suo aspetto propriamente reale. Non certo una realtà posta in qualche “al di là”; la nostra impossibilità di conoscerla dipende semplicemente dal nostro poterla saggiare e praticare secondo rilevazioni puntiformi, pur essendo invece certi di saperle effettuare con modalità di continuità, aderendo così appunto al carattere della vera realtà. Non ci riusciamo e, secondo quanto da me sostenuto, è un bene che così non sia; in caso contrario saremmo immersi nel flusso caotico e sconvolgente di detta realtà e non sapremmo più che cosa fare per salvarci da esso. Dobbiamo invece correre (appunto come un bravo surfista) sulla superficie dell’onda, mantenendoci il più possibile in equilibrio su di essa. Solo che non siamo ben consapevoli di dove l’onda ci porterà e dunque, ad un certo punto, ci troveremo dove non ci aspettavamo di andare a finire; diciamo un po’ come Colombo, che si avviò per le Indie e si trovò in America.

Dobbiamo sempre rivedere le nostre conoscenze, sapendo tuttavia che saranno costantemente destinate a portarci in un “altro dove”; non per nostri consapevoli errori (o almeno non sempre, direi meno spesso di quanto ci attribuiamo con senso di improvvida colpevolezza), ma semplicemente perché – e per nostra fortuna, ammettiamolo infine – corriamo sulla superficie dell’onda e non ci immergiamo in essa; nel qual caso altro che in errori incorreremmo, andremmo in asfissia per affogamento. Conosciamo secondo il nostro modo di conoscere, che ci consente di muoverci nel mondo. Solo che dobbiamo renderci conto, senza farne un dramma, che saremo ineluttabilmente spinti dove non ce lo aspettiamo; e dovremo, di volta in volta, scoprire in quale “continente” siamo effettivamente arrivati mentre eravamo convinti di approdare in un altro. Rassegniamoci a questo “destino”; altrimenti, combiniamo guai a non finire.

Tuttavia, è inutile anche fare queste raccomandazioni; la rassegnazione di cui sto parlando arriva magari alla fine, ma in tempi assai diversi a seconda dei differenti individui e gruppi di individui (gruppi che stanno fra loro in dati rapporti, soggetti a mutamenti). E ciò crea già una serie di contrasti inevitabili tra i gruppi; contrasti non dipendenti da alcuna volontà puramente soggettiva di questo o di quello. Senza poi considerare che, come ho già rilevato, gli uomini corrono sulla superficie dell’onda; proprio per stare in equilibrio e compiere le loro azioni con un minimo di visione d’insieme, quella visione che soltanto la superficie consente. Sotto la superficie, profondo è il flusso che scorre e che è attraversato da movimenti caotici e largamente insondabili; per cui poco in là si vede, in pratica proprio nemmeno oltre il proprio naso. I sommovimenti profondi provocano però cambiamenti di direzione a chi sta correndo in superficie (e sono in tanti a farlo), che si scontra con altri o si affianca ad altri. Da qui l’urto (il conflitto) e il correre paralleli (l’alleanza). Situazioni inevitabili e quindi di carattere “oggettivo”. Conflitto e alleanza sono dunque l’esito inevitabile dei movimenti profondi che influiscono sull’andamento dell’onda in superficie. I vari gruppi (o unioni di gruppi) sono spinti a quelle mosse strategiche, che sembrano dipendere dalla loro scelta (e dal contrasto con le scelte altrui), ma dipendono invece in gran parte dalla situazione venutasi a creare sull’onda – o anche, diciamo, sul “terreno” – dello scontro a causa dei suddetti movimenti attivi nelle profondità del flusso reale. Il terreno va comunque sempre studiato attentamente – proprio come le mosse dell’avversario – quanto più il conflitto tra gruppi diventa acuto.

Questo, al momento, il mio modo di porre l’oggettività del processo che conduce i vari gruppi al conflitto, durante il quale essi elaborano le loro strategie di lotta. Gli strateghi sono in definitiva i “portatori soggettivi” di un oggettivo processo del tipo appena descritto. Gli strateghi sono messi in questa situazione dal processo in questione. Le loro strategie sembrano nascere soltanto dall’analisi del terreno e delle modalità di comportamento degli avversari; e i risultati cui giunge il conflitto appaiono dunque come una sorta di “vettore di composizione” delle forze in lotta. In realtà, la necessità del conflitto, e le sue modalità, sono conseguenza di quella realtà continua e caotica che conduce i vari gruppi a urtarsi, ad intralciarsi, a porre ostacoli al percorso di altri, ecc.; e ognuno combatte per assumere quella prevalenza che in definitiva gli consentirà un cammino più facile e con meno disturbi (per un certo periodo perché poi tutto ricomincia da capo). Allora si studia il processo caotico, dandogli ordine e dinamica orientata in una certa direzione, che ogni gruppo cercherà di rendere favorevole alla propria affermazione. Tuttavia, non si vede la “vera realtà sottostante” e alcuni saranno spinti a confrontarsi con altri da nemico a nemico; mentre certi gruppi si avvieranno all’alleanza perche il movimento li ha portati alla reciproca vicinanza senza urto e scontro.

Non pretendo affatto di aver chiarito in via definitiva il problema che mi ha condotto alle argomentazioni svolte in questo saggio. Sarei in contraddizione con quanto ho sostenuto. Il lettore attento avrà capito che, a mio avviso, non vi è alcuna possibilità di conclusione esauriente e finale. Ogni data convinzione, che magari è servita ad orientare l’analisi teorica come la pratica per un dato periodo di tempo e magari con qualche successo, verrà sempre rimessa in discussione. Non giungeremo mai alla fine di questo processo; nemmeno è valido il pensiero per cui ci approssimeremmo sempre più (diciamo asintoticamente) alla conoscenza indiscutibile. Per quanto mi riguarda allontano da me simili idee. Saremo, a periodi alterni, presi dall’entusiasmo per una nuova “scoperta” o per aver avviato un profondo rivolgimento dei rapporti sociali; poi subentrerà come minimo la fine di questo entusiasmo e spesso perfino si diventerà preda della delusione. Si ricomincerà però sempre da capo con nuove speranze; e sempre si produrrà in seguito la sensazione di un fallimento, pensato a volte come definitivo e completo. Niente di tutto questo. Sarà un continuo alternarsi di stati d’animo individuali come di credenze collettive del tutto opposti in fasi storiche successive.

 

8. E’ evidente che quanto qui svolto implica il completo abbandono della tematica delle “classi”, per di più antagoniste in quanto legate alla proprietà o non proprietà dei mezzi di produzione; così come era stata posta, a mio avviso “ingenuamente” (ma eravamo agli inizi di quella che Althusser definì quale iniziale visione scientifica dei processi storico-sociali), da Karl Marx. Secondo lui, la lotta di classe (tra dominanti e dominati) aveva caratterizzato tutta la storia dell’umanità. Tale lotta era sempre pensata a due: proprietari di schiavi e schiavi, feudatari e servi della gleba, borghesia capitalistica e proletari (od operai). Quello che ho qui discusso distrugge alla radice sia la semplice dualità antagonistica delle “classi”, sia la visione dei subordinati che sempre lottano contro i dominanti e determinano il passaggio rivoluzionario ad una nuova formazione sociale; con il finale risultato del comunismo, che non sarà più trasformato in altra forma di società, dato che non esiste più antagonismo tra dominanti e dominati, tra oppressori e oppressi, ecc. Nessuna inutile polemica su una visione di centocinquant’anni fa. Però adesso basta perché altrimenti si è decisamente sciocchi a pensare ancora così. Una valutazione storica è vantaggiosa se porta appunto ad abbandonare certe ingenuità.

Ed è quanto sto proponendo senza alcuna pretesa, lo ripeto, di essere giunto a conclusioni se non definitive, almeno assai vicine a ciò che è “vero”. No, anch’io dovrò senza dubbio essere criticato per elaborare ulteriori formulazioni. Tuttavia, se qualcuno mi critica assumendo il punto di vista delle teorie del passato, ormai divenute pesanti e assurde ideologie, non tengo in alcun conto le sue osservazioni. Certamente, però, anch’io sono ostacolato e reso “zoppicante” dal legame con una teoria (ideologia), che ho praticato per decenni. Bene, inizino i più giovani a ripensare il nuovo; ignorando però i superficiali chiacchieroni che stanno pullulando in tutti i campi del sedicente pensiero scientifico (in specie sociale), per non parlare di quello ridicolmente filosofico. Si deve ripartire; non da zero, ma nemmeno dal rimbecillimento cui ci hanno costretto indegni intellettuali da almeno mezzo secolo in qua. E non ci si lasci turlupinare dalla loro erudizione fine a se stessa. Hanno fatto delle loro conoscenze, debitamente deturpate e imputridite, l’arma con cui convincono gruppi di perfettamente ignoranti ascoltatori della verità di ogni loro più demenziale affermazione. Non ascoltate più questi diffusori di un “sapere in scatola”; usate il vostro cervello. Si deve veramente ripartire. E questi intellettuali presuntuosi quanto superficiali, predicatori di una “modernità” allucinante (e allucinata) nonché marci rinnovatori dei costumi sociali, devono essere lasciati a predicare nel deserto.

TEORIA E NULLA PIU’

gianfranco

Questo è il terzo paragrafo di un articolo complicato che sto scrivendo; e nemmeno so se lo finirò (farò il possibile) proprio perché s’incontrano difficoltà non facilmente risolvibili. In ogni caso, ho voglia di trattare di questioni che so avere poca udienza. Sono in questo momento stufo dei soliti argomenti. Per una volta mi diletto in arzigogoli che sappiano annoiare i più. Aggiungo soltanto che scrivo realtà e reale, ecc. senza virgolette per indicare quello che a mio avviso è il vero reale. Uso le virgolette quando scrivo di ciò che normalmente si è convinti sia la realtà, mentre io credo sia costruita tramite certe modalità del nostro pensiero.

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3. Abbiamo già per sommi capi indicato nel primo paragrafo come si giunge alla formulazione di una teoria, pur magari partendo inizialmente da una rappresentazione più immediata e a volte perfino intuitiva. In ogni caso, sia tale rappresentazione in genere assai semplice e grezza, sia la teoria assai meglio elaborata, giungono a fissare quello che potremmo definire un campo di stabilità. In definitiva, si costruisce una porzione della “realtà”, il cui movimento, implicante mutamento, è pensato sulla base del supposto modificarsi spaziale di date variabili, elementi strutturanti quel campo secondo una “legge scoperta” mediante l’osservazione della “realtà” stessa con l’uso di mezzi quali sono i nostri sensi, potenziati via via da strumenti sempre più complessi e raffinati.

Se seguiamo con l’occhio una pallina che rotola su una superficie piana, crediamo di osservare un movimento continuo; in realtà, la stessa nostra vista lo dispiega cinematicamente sia pure per istanti di durata piccolissima e della cui separatezza, dall’uno all’altro, non ci accorgiamo. Anche con i nostri sensi quindi, non meno che con il nostro pensiero, non cogliamo la realtà nel suo flusso continuo, bensì la “realtà” così come l’abbiamo stabilizzata, pur nel suo movimento e modificazione, per i nostri scopi pratici. Pensate un po’ quando si tenta di ricostruire, tramite più testimonianze, il succedersi dei vari fenomeni verificatisi durante un incidente automobilistico. Non dico che queste testimonianze siano sempre contrastanti (spesso lo sono), ma come minimo ben diversificate fra loro. Questo avviene per ogni evento della nostra vita. Noi vediamo, udiamo, ecc. secondo una cinematica, cioè per minimi istanti di ogni dato evento osservato posti in successione; è quindi facile che l’evento presenti differenze da individuo a individuo e da momento in momento.

Figuriamoci quando facciamo intervenire il pensiero di tipo teorico che, come già detto, compie riflessioni di primo, secondo, terzo, ecc. ordine per avvicinarci a quella che crediamo essere una sempre più approssimata riproduzione del reale mentre è invece, quando va bene, una sua costruzione “realistica”. E quando possiamo dire che lo è? Quando tale costruzione (di quello che ho definito campo di stabilità utile alla nostra pratica) ci fa conseguire, e per un determinato periodo di tempo (più o meno lungo), qualche successo. Certamente, quando interpretiamo un dato fatto storico, può sembrare assurdo parlare di successo. Il passato è ormai passato. Tuttavia, la sua interpretazione serve in definitiva nel presente per indirizzare certi ordini di pensiero, che conducono a pratiche varie. Se oggi ritengo che vada rivista quanto meno la storia degli ultimi due secoli (e in particolare quella del ‘900) è perché avverto una sensazione di definitivo fallimento di date valutazioni storiche, che ci indirizzano – sempre a mio avviso – assai male per il futuro.

Ho parlato di campo di stabilità – pur se di questo viene supposto un movimento specifico – poiché si tratta del modo di assegnare un ordine (in genere strutturato in base ad una serie di variabili fra loro interrelate) a quella sezione del reale da noi sottoposto ad attenzione. Tale ordine appare più o meno precisamente delineato a seconda del linguaggio usato per esporlo. Spesso si usa il più povero, quello matematico, perché allora la precisione diventa massima. Quello più ricco credo sia affidato all’arte e letteratura. Sono qui possibili svariate interpretazioni; e non si giunge mai, mi sembra, ad essere esaustivi. E’ giusto che sia così, perché una qualsiasi forma di linguaggio non ha la continuità del reale vero, tende sempre a ridurlo ad una serie di elementi che lo strutturano, pur se in forme che sembrano a volte del tutto fluide e mutevoli, ma non certamente come lo è quell’effettivo reale fra l’altro privo di forma.

Nemmeno ci accorgiamo di essere immersi in, o come minimo di stare galleggiando su, un flusso che scorre caoticamente senza struttura alcuna. La nostra intelligenza – non diversamente da quella, assai differente e di tipo elementare, degli animali – ci pone subito nella condizione di crederci in equilibrio pur nelle condizioni di movimento lungo percorsi, che l’uomo suppone conoscibili e prevedibili tramite le costruzioni (le teorie appunto) del suo pensiero. Solo a tratti si è “svegliati” dal “sonno razionale”, viene così avvertito lo squilibrio e l’invecchiamento irrimediabile delle teorie o dei nostri convincimenti più elementari; resta, però, la certezza di poter giungere a nuove stabilizzazioni con una certa definitezza, fino al prossimo “risveglio” più o meno brusco o invece lentamente progressivo.

In ogni caso, tuttavia, anche quando il flusso caotico e non strutturato ci destabilizza e si crea tutt’intorno a noi il massimo di confusione, non si è in grado di conoscerlo nella sua realtà che ha andamento continuo. Alcuni sono convinti di sapersi immergere in esso e di seguirlo nel suo effettivo andamento, appunto continuo. Non sono per nulla convinto che sia così; secondo me non ci si rende conto che la presunta immersione cosciente è una reazione più immediata allo stimolo del reale, una reazione che avviene in tempi ancora più infinitesimali che per altri individui (di tradizione culturale e modo di vivere, ecc. assai differenti). Noi però, come tutti gli esseri animati, reagiamo sempre per momenti successivi e inseguendo, a volte inconsapevolmente, il tentativo della stabilità persino nella rapidissima successione delle nostre reazioni; anche quando, insomma, siamo sicuri di stare adattandoci allo squilibrio continuo.

Prendiamo ancora ad esempio la realtà automobilistica. Al guidatore si presenta improvvisamente un ostacolo e l’urto è imminente. Guai se si mettesse in moto il pensiero razionale dei due, tre, ecc. ordini di riflessione per ricostruire quanto sta accadendo; occorre invece la cosiddetta prontezza di riflessi, cioè la reazione immediata e che sembra precedere ogni pensiero. Dubito che avvenga questo; immagino che ci sia un solo ordine di riflessione, velocissimo, di temporalità in(de)finitamente piccola, in cui si tenta di stabilire quel campo di stabilità contro cui si rischia di andare a sbattere; è questo oggetto – cioè una porzione di “realtà” costruita in un istante con tutta la sua strutturazione, vista dai nostri occhi cinematicamente e non nel continuo – che si cerca di evitare. E il successo o insuccesso della reazione non dipende solo dal tempo che si ha a disposizione per essa, ma anche da come, in un solo ordine di riflessione (e così breve), si è riusciti a costruire quel campo di stabilità strutturato, che è l’oggetto visto all’improvviso. Se si sbatte contro di esso, si è convinti di non avere avuto sufficiente prontezza di riflessi. Credo che ci sia anche questo, ma non soltanto; penso pure ad una cattiva costruzione del campo di stabilità strutturato rappresentativo dell’oggetto in questione.