OCCORRERA’ UN “TERREMOTO” DI MASSIMO GRADO, di GLG

gianfranco

1. Diventa sempre più difficile capire e seguire quella che appare una imbecillità dilagante in ambiti vari. Quando leggo che si è abbattuta negli Usa una statua del generale Lee, cosa potrei dire; resto proprio senza parole. Poi sento che si vorrebbe fare altrettanto per Cristoforo Colombo, la cui unica colpa (del tutto inconsapevole) è di aver scoperto l’America; ma anche questa è una semplice battuta, che vuol essere demenziale al punto giusto per potersi adeguare al clima di idiozia diffusa. Non parliamo di tutto il cosiddetto “politicamente corretto”, che sta arrivando ai suoi vertici un po’ dappertutto ma particolarmente in Italia, raggiungendo vertici “sublimi” nel trattare del fenomeno della recente massiccia migrazione, seguita al processo messo in moto dall’Amministrazione Obama soprattutto a partire dal 2011 con l’orrenda “primavera araba” e la criminale aggressione alla Libia (mediante sicari di pari “statura morale”).
C’è stata una mutazione di quella che si continua a definire “sinistra”. Tuttavia, questo può valere al massimo per l’Europa e in modo del tutto particolare per il nostro paese, dove una simile “sinistra”, a partire dagli anni ’70, è stata rappresentata maggioritariamente dal partito comunista, che ha iniziato la sua più accentuata degenerazione in quegli anni; poiché negli anni ’50 e ’60 i comunisti non si definivano minimamente sinistra. Destra e sinistra erano considerate correnti – una detta conservatrice e l’altra riformista – dei poteri dominanti (a quel tempo si parlava ancora di borghesia, invece già tramontata da tempo). I comunisti del PCI si consideravano alternativi, anche se ormai con metodi pacifici e tendenti all’utilizzazione delle elezioni parlamentari, rispetto a quei poteri direttamente connessi e subordinati ai veri vincitori della seconda guerra mondiale, gli statunitensi appunto. Con gli anni ’70 e la segreteria Berlinguer, inizia la trasformazione – e il coperto avvicinamento agli Usa con “tradimento” progressivo dell’Urss – conclusasi poi dopo il crollo del sedicente socialismo (e dell’Urss stessa) con l’aperto cambiamento di campo (e della denominazione del partito) e il tentativo di divenire i più servi tra i servi europei.
Tuttavia questa storia è specificamente italiana, anche se dappertutto in Europa quel che resta dei comunisti diventa particolarmente succube del paese predominante. Interessante è la mutazione subita da quelle forze – sia politiche, ma ancor più intellettuali – che si erano dichiarate, soprattutto con il movimento del ’68, antagoniste rispetto al sistema capitalistico, considerato bieco imperialismo oppressore e affamatore dei paesi sottosviluppati (momento cruciale fu infatti l’opposizione all’aggressione americana al Vietnam del nord), che veniva tuttavia vissuto come diviso in due parti fra loro in conflitto: imperialismo statunitense e socialimperialismo sovietico. Si pensava addirittura che tra i due ci sarebbe stato un nuovo conflitto mondiale e allora, alla guisa di quanto accaduto durante la prima guerra mondiale, si riteneva urgente attrezzarsi a far scoppiare, in qualche “anello debole”, una nuova “rivoluzione del ‘17”. Solo simile, non eguale ovviamente; la “follia” dei “rivoluzionari” non arrivava a simile livello, anche perché inizialmente promossa e orientata da Servizi dell’est europeo, che intendevano servirsene per arrestare lo slittamento del PCI verso l’atlantismo, cioè gli Stati Uniti.
La speranza – abbastanza assurda; e lo dico perché la criticai fin da allora – di ricevere aiuti e appoggi dalla Cina tramontò con la morte di Mao (1976) e la fine miserevole della “banda dei quattro” (un mese dopo quella morte). Ci fu il pessimo e degenerativo sussulto del ’77, solo in Italia però, pur se qui si precipitò un discreto numero di intellettuali di altri paesi, in particolare francesi (Deleuze-Guattari, i “situazionisti”, ecc. ecc.). Nel nostro paese, pur sempre esemplare per certi fenomeni degenerativi, la maggioranza dei dirigenti politici e degli intellettuali (ruoli spesso coincidenti) delle correnti “ultrarivoluzionarie” rifluì abbastanza rapidamente verso il PCI, in sempre più scoperto avvicinamento agli Usa; si pensi al viaggio, ridicolmente detto “culturale”, del “comunista preferito” da Kissinger, avvenuto già nel ’78 in coincidenza con il rapimento e soppressione di Moro, altro evento mai “classificato” a dovere per la sua rilevanza in quella fase del processo degenerativo della “sinistra” (che ancora si denominava comunista). Rimasero sacche, inizialmente non minime, di comunisti “riformisti” (quelli del PCI ante-anni ’70) e dei gruppetti “ultrarivoluzionari”. Non a caso, dopo l’aperto passaggio del PCI (divenuto inizialmente DS) al campo occidentale, ci fu “Rifondazione comunista” e altre formazioni minori, ormai però ridotte oggi al nulla.

2. Tutta questa storia è finita, malgrado i poteri dominanti concedano talvolta qualche risonanza ai degenerati ex “capi” della “Rivoluzione” (mai nemmeno sfiorata), che ancora si fingono coerenti con tesi, la cui assurdità è appunto utilissima a questi poteri. La stragrande maggioranza delle nuove generazioni non li segue più. Quelle minoranze di disadattati e dissociati, ancora irretite da fesserie che non hanno nulla a che vedere con una qualsiasi rivoluzione, servono a dimostrare come le “teste calde” vadano “rimesse a posto”. In definitiva, come recitato in una intelligente canzone di Gaber, i “marxisti-leninisti” (e naturalmente, per un certo periodo, maoisti) divennero “cattocomunisti”. Oggi sono divenuti gli ipocriti buonisti, i “politicamente corretti” che si fregiano d’essere “progressisti”. Dove per progresso s’intende appunto la più grave e difficilmente spiegabile degradazione dell’intelligenza umana unita alla dissoluzione più totale di ogni residuo morale.
E’ però l’intelligenza in caduta abissale che fa particolarmente paura. Finora, in effetti, ho parlato soprattutto (e per cenni ancora brevi purtroppo) della degenerazione di quella che definiamo ancora “sinistra”. Tuttavia, dalla parte presunta opposta si notano forse alcuni sussulti in contrasto con l’imbecillità dei “buonisti”? Assolutamente no. Si parla ancora di comunisti, perfino con riferimento ai “pidioti” e a quelle piccole frange di finti oppositori “di sinistra” a questi ultimi. I “destri” non sanno nulla di che cosa significhi comunismo, sono di ignoranza abissale rispetto al marxismo. La teoria fondamentale di quella corrente politica, che ha caratterizzato in modo decisivo soprattutto la prima metà del secolo XX, è stata comunque abissalmente svisata e depotenziata proprio dal movimento del ’68 e seguenti “conati d’agonia”. Il marxismo ha certamente commesso errori di previsione, del tutto normali e ricorrenti in ogni interpretazione della realtà con effettivi intenti scientifici. Subito dopo la morte di Marx, è stata inoltre fatta oggetto di alcune (pesanti e tuttavia quasi inconsapevoli) modificazioni – senz’altro realistiche in base agli sviluppi capitalistici successivi alla morte di quest’ultimo e al declino dell’Inghilterra, il “laboratorio” delle sue analisi come dichiarato espressamente da lui – di cui non si è colto il valore decisivo nell’alterare quelle previsioni.
La “rivoluzione d’ottobre” non ha dato avvio ad alcuna “costruzione del socialismo” ma a tutt’altro processo storico. Si tratta di eventi che hanno comunque cambiato il mondo, hanno condotto alla fine del capitalismo che potremmo definire borghese (quello studiato e teorizzato da Marx e impropriamente ritenuto “IL CAPITALISMO” tout court). Gli Stati Uniti e la loro specifica forma di capitalismo possono essere grati anche a quei rilevanti fenomeni se hanno conquistato la loro supremazia, oggi in iniziale ribasso. Solo che, soprattutto in occidente (la sede del primo marxismo), hanno preso il sopravvento molteplici degenerazioni di quella corrente teorica e politica (alcune riformistiche, altre “ultrarivoluzionarie”), che hanno preparato la nullificazione della sua capacità interpretativa delle reali trasformazioni verificatesi: sia in sede di rapporti internazionali che di quelli sociali interni ai vari paesi delle differenti aree mondiali. E ciò ha condotto alla degenerazione e involuzione complete delle organizzazioni che ancora si ritenevano in qualche modo marxiste; soprattutto negli ultimi tre decenni del ‘900. Tuttavia, comunismo (come corrente politico-ideologica) e marxismo (come teoria mirante ad una prima analisi della differenziazione strutturale dei rapporti sociali prodottasi con la “rivoluzione industriale”) restano eventi storici di primaria grandezza e non sequenza di criminalità e assassinii come sostengono correnti liberali, che cercano di ripulirsi la coscienza dagli effettivi immani misfatti commessi dall’inizio dell’affermazione di quella forma di società detta capitalistica fino ai giorni nostri. Misfatti dei quali chi ha avuto una reale formazione marxista non si scandalizza né li considera pure mostruosità, ma li analizza nelle loro cause storiche tentando di interpretarne le reali tendenze evolutive del passato e i possibili ulteriori sviluppi.

3. Un autentico conoscitore del marxismo deve oggi ritenerlo un complesso teorico della massima importanza per l’analisi sociale, a patto però di considerarlo non una filosofia (così chiamata mentre è ridotta a pura ideologia nel suo peggiore senso di “falsa coscienza”), bensì una teoria scientifica decisamente falsificata in alcuni assunti fondamentali – primo fra tutti, la divisione della società in due blocchi contrapposti: puri proprietari dei mezzi produttivi e corpo dei lavoratori salariati “dal primo dirigente all’ultimo manovale” – e tuttavia importante per il metodo d’analisi e l’angolazione da cui si osserva la società contemporanea. E allora questo reale conoscitore del marxismo non può non constatare che è meno pericoloso quel “nemico”, pur rozzo e ignorante, che nulla ha capito di tale analisi teorica e dell’ “inseguimento” del comunismo – in realtà, mai perseguito nemmeno per un attimo se non nel colossale fraintendimento rappresentato dalla “costruzione del socialismo” dopo una serie di “rivoluzioni contadine” – quale sua conseguenza pratica.
Grave pericolo si sta invece rivelando proprio quella corrente politico-ideologica che, a partire dalla fine degli anni ’60, ha considerato il comunismo come appartenente alla “sinistra” e si è divisa, da una parte, in subdoli trasmigratori dal campo “socialista” (che non era affatto tale) a quello “capitalistico” (cioè il complesso di paesi asserviti agli Stati Uniti) e, dalla parte opposta, in “ipotetici” rivoluzionari anticapitalistici – subito infiltrati e contaminati dai gruppi dirigenti dei vari paesi in conflitto bipolare – pur essi alla fine inglobati nella “sinistra”, magari detta ridicolmente “estremista”, dove l’estremismo era soprattutto quello della sua delirante stupidità e spesso di una vera e propria svendita al nemico che si fingeva di voler “travolgere”. E oggi siamo così arrivati a queste forze “sinistre” nel senso di bieche, minacciose, dannose, male auguranti, ecc.
Mentre i “destri”, nella loro rozzezza e ignoranza, hanno un che di sincero ed esplicito, di chiaro e manifesto, i “sinistri” sono la falsità e doppiezza pienamente dispiegate. Parlano di “democrazia e “libertà” e perseguitano chiunque non pensi e dica quello che loro pretendono venga pensato e detto. Le loro “verità” assumono contorni sempre più assurdi e di imbecillità agghiacciante, segnalando così la fine di ogni benché minima intelligenza tipica dell’essere umano. Non c’è mutazione genetica, forse esiste quella antropologica, ma lascerei stare le definizioni. Bisogna semplicemente metterli in condizioni di non più nuocere e non sarà facile. In ogni caso, questa involuzione degenerativa deve essere combattuta a fondo proprio da chi ha ben inteso il comunismo e il marxismo nel loro originario significato, e non è passato dalla parte dei loro nemici rinnegandoli.
Immodestamente, sono convinto d’essere uno di questi (pochissimi). Non rinnego affatto la mia scelta comunista – con tutti i dibattiti e le “convulsioni” che si sono susseguiti in più di un secolo di storia – ma ritengo quel movimento politico un processo storico definitivamente concluso. Quelli che ancora insistono con questa solfa, ormai del tutto fraintesa, sono esattamente come gli anarchici dell’800, a volte personaggi rispettabili umanamente ma veri reperti archeologici. Sono inoltre convinto dell’importanza scientifica delle elaborazioni di Marx e di molti suoi successori (primo fra tutti proprio Lenin, un vero “intuitivo” e a mio avviso il più grande “attore” rivoluzionario degli ultimi secoli), ma si tratta di teoria ormai irrimediabilmente invecchiata e necessitante di radicali mutamenti di paradigma. Di fatto, io stesso sono uscito dal marxismo, ma aprendo una certa porta che comunque si trovava, pur magari difficilmente visibile, nei suoi muri di cinta.
Bisognerà trovare una via d’uscita dal vicolo cieco in cui ci ha cacciato una “sinistra”, ormai nemmeno più tale; lasciando pur perdere la sua origine, almeno in buona parte, dal Pci del “tradimento” e dai gruppuscoli del delirio “rivoluzionario” d’antan. Oggi simili correnti, arrivate al livello di malafede e di idiozia attuale, sono alla fine. Tuttavia, non sembrano vicine alla morte definitiva; sono, diciamo così, degli zombi. A coloro che ad esse si oppongono mancano, a mio avviso, quasi tutti requisiti necessari al rinnovamento. Potrebbero in certi casi anche vincere delle elezioni, ma non rappresentano alcuna alternativa efficace e foriera di una rinascita di questo paese. Continuiamo ad attendere l’arrivo di tale alternativa. Molti sono coloro che avrebbero potenzialità nuove; e vi sono pure tanti giovani fra costoro.
Tuttavia, non mi sembra di vedere al momento una élite coesa e capace di imprimere una effettiva svolta nell’organizzare e dare forza d’urto sufficiente a questo coacervo di gruppi “in fieri”. Continuiamo quindi nell’osservazione; con la convinzione che si dovrà comunque passare per un autentico scontro violento e con buone “perdite” da tutte le parti. Non si riconquisterà un grammo di intelligenza e di nuovo spirito “d’avanzata” senza una fase d’accurata eliminazione dei falsificatori e dei cerebralmente liquefatti.
3

TRA RUSSIA E USA

RUSSIAN PRESIDENT VLADIMIR PUTIN VISITS CHINA

Il principale avversario geopolitico degli Stati Uniti d’America è sicuramente la Federazione Russa. Non la Cina, come continuano a sostenere molti analisti sviati da una visione economicistica dei processi mondiali (sono gli stessi che negli anni ’80, basandosi su dati meramente econometrici, annunciavano il nuovo secolo giapponese), né altri Paesi cosiddetti emergenti che, recentemente, hanno rallentato molto la loro corsa, non solo finanziaria ma anche politico-diplomatico-militare (Brasile, India, Sud Africa ecc. ecc.).
Che sia Mosca la vera preoccupazione di Washington lo dimostra la manovra di accerchiamento che la Casa Bianca, indipendentemente dai Presidenti in carica, applica al gigante euroasiatico. La Russia è una media potenza regionale, con una memoria da superpotenza, che può essere ancora agevolmente limitata da Washington attraverso mezzi “ibridi”. Tuttavia, in prospettiva, un’intesa tra la prima e le potenze europee (Germania innanzitutto, ma anche Francia e Italia) rappresenta una sfida diretta all’egemonia occidentale che crea ben altre preoccupazioni negli statunitensi. Impedire che si concretizzi questa possibilità è il pensiero fisso della strategia americana. Da ciò si comprende che il teatro decisivo in cui si giocheranno le sorti del mondo, nell’incipiente epoca multipolare, sarà il Vecchio Continente, attualmente governato da forze reazionarie, legate agli egemoni d’oltreoceano, le quali, nel tentativo di fermare la Storia, stanno consumando la vita di interi popoli e nazioni.
La Russia dovrà fare di tutto per uscire dall’isolamento in cui si è tentato di relegarla, dovrà rafforzarsi solitariamente mentre i suoi vicini vivono queste convulsioni da mutamento epocale e prepararsi a stringere accordi anti-monocentrici con quegli Stati europei che, condizionati dall’evoluzione oggettiva degli eventi, si incammineranno sulla strada del revisionismo geopolitico. E’ inevitabile che accada ma non sono scontati gli esiti della partita. La grande competizione per il destino degli assetti globali è ancora tutta da giocare.
Al momento, non dobbiamo però nasconderci la realtà. Mosca è messa a dura prova dalle mosse americane. Sebbene sia riuscita, momentaneamente, a proteggere i suoi interessi in Siria, in Europa ha subito qualche battuta d’arresto di troppo. Come riporta Stratfor, Paesi Baltici, Ucraina ed ex membri del Patto di Varsavia, profondamente americanizzati, sono spine nel fianco della Russia e dei suoi progetti di ripristino di una sfera d’influenza adeguata alle sue potenzialità:
Le azioni militari e paramilitari della Russia in Crimea e nell’Ucraina orientale, in risposta alla rivolta occidentale di Euromaidan a Kiev, si sono scontrate con una serie di rappresaglie…L’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico è all’avanguardia per presenza e impegni di sicurezza in Polonia, Paesi Baltici e Romania. Gli Stati Uniti e la NATO hanno aumentato la sicurezza anche per l’Ucraina, in quanto il paese sostiene le sue capacità militari per soddisfare gli standard di difesa del blocco. Kiev, nel frattempo, ha lavorato per rovesciare i ribelli filorussi nel Donbass…. Bruxelles e Washington hanno messo sanzioni sul Cremlino, in vigore da più di tre anni. Kiev ha cominciato a tagliare i suoi vasti legami economici con Mosca, instaurando un blocco economico nei territori separatisti [su iniziativa della Cia e dei consiglieri militari americani, ndt], mentre proibisce alle istituzioni finanziarie russe, come Sberbank, di fare affari in Ucraina. Inoltre, l’Ucraina ha seguito l’esempio di Stati come la Polonia ricorrendo a nuovi fornitori in Europa per soddisfare i propri bisogni energetici anziché la Russia…i controlli al confine con l’Ucraina hanno reso difficile per le merci e le persone a passare e uscire dalla Transnistria, un altro territorio che la Russia sostiene…
Non va meglio sui fronti informatici e culturali. …Il Consiglio europeo ha annunciato un framework denominato “cassetta degli attrezzi della cyber diplomazia”, lo scopo è di unificare le risposte comuni…contro gli attacchi di Mosca. L’Ucraina ha vietato i principali social media russi e i siti di posta elettronica, mentre gli Stati baltici li hanno bloccati. I legislatori a Kiev hanno superato la legislazione che limita l’uso della lingua russa nelle trasmissioni televisive e radiofoniche. E il parlamento della Lituania ha approvato un simile disegno di legge per limitare l’uso delle lingue “non UE”, vale a dire quella russa, nella programmazione televisiva … I partiti politici in Germania hanno concordato di contrastare la disinformazione russa non usando bot automatici nelle loro campagne di social media, sono sorti nel paese centri anti-propaganda, così come in Danimarca, Estonia, Lituania e Regno Unito. Consorzi di controllo dei fatti e partenariati transfrontalieri giornalistici sono nati in tutto l’Occidente. Ad esempio, l’Alleanza per garantire la democrazia, un gruppo US ospitato presso il German Marshall Fund, ha lanciato un sito web Aug. 2 per monitorare e analizzare le offensive di disinformazione del Cremlino su Twitter. Tutti questi sforzi hanno … reso più difficile per la Russia usare la disinformazione per influenzare l’opinione pubblica…[che, invece, viene influenzata bellamente solo dagli americani, ma questa per i padroni si chiama democrazia, ndt]. …
Stratfor ha, ovviamente, tutto l’interesse a diffondere un quadro a tinte fosche esclusivamente per Mosca. Non è esattamente come nella descrizione ma è indubitabile che il Cremlino debba, in questa fase, giocare ancora sulla difensiva perché non attrezzato ad un attacco frontale alla controparte. Le cose cambierebbero tanto con una Europa meno ostile alla Russia e meno serva degli americani ma la governance unitaria è espressione della Casa Bianca. L’Europa, precipitata in una crisi d’identità, di sovranità e di benessere (soprattutto nelle sue aree periferiche e semi-periferiche e nei suoi ventri molli mediterranei come l’Italia) dovrebbe guardare ad Est per risollevarsi dai suoi guai, prendendo coscienza che la dipendenza dagli Usa è un fardello troppo pesante da sopportare in una contingenza di scollamento globale come quella in atto. Gli Usa faranno, ça va sans dire, l’inferno pur di impedire un riavvicinamento Mosca-Bruxelles. Ma passare attraverso l’inferno potrebbe essere persino più costruttivo (per le proprie aspirazioni di potenza) che restare sotto il tallone di ferro di un dominante in (relativo) declino, il quale, per mantenere il potere, si mostra disposto a passare sul cadavere di tutti e sulle macerie di molte scenari.

QUALCHE BARLUME LAMPEGGIA OGNI TANTO

gianfranco

 

http://blog.ilgiornale.it/rossi/2017/07/26/orban-il-discorso-di-un-patriota/

Alcune frasi cruciali (ma tutto è certo da leggere, riflettendoci sopra).

[[«Qualcuno sostiene che l’integrazione risolverà il problema. Ma non siamo a conoscenza di alcun processo di integrazione riuscito. (…) Dobbiamo ricordare ai difensori della “integrazione riuscita”, che se persone portatrici di visioni contrastanti vengono a trovarsi nello stesso paese,  non ci sarà integrazione, ma caos».

«I partiti democristiani in Europa non sono più cristiani: cercano di soddisfare i valori e le aspettative culturali dei media liberal e dell’intellighenzia. I partiti socialdemocratici non sono più socialdemocratici: hanno perso il proletariato e ormai sono i difensori della globalizzazione di una politica economica neo-liberale».

«Venticinque anni fa qui in Europa centrale credevamo che l’Europa fosse il nostro futuro; oggi ci sentiamo di essere il futuro dell’Europa».

… Lontani anni luce dalla pavida politica italiana, non tutto è perduto… e la lotta è appena iniziata.]]

Non sono d’accordo con l’enfasi su Soros come nemico principale in quanto architetto di tutto il piano che ci porterebbe nell’abisso. Soros è solo uno strumento come il capitale finanziario in generale. Bisogna ormai partire dall’assunto del multipolarismo, che riguarda i paesi (in specie le potenze e subpotenze) e le varie aree d’influenza. E certamente tenendo conto delle lotte intestine a questi paesi; oggi particolarmente acuta quella negli Usa (dove si tenta di cacciare Trump, che ha disturbato i piani del vecchio establishment). E anche nell’establishment europeo – ancorato a quello americano del vecchio stampo – c’è qualche sintomo conflittuale, dovuto proprio a Macron (che non sembra al momento coraggioso abbastanza da appoggiare ad es. Orban & C.); tuttavia, sembra preoccupato di un attivismo tedesco, molto coperto e subdolo, che tende alla supremazia in Europa; ma con quali fini a livello internazionale? Maggiore indipendenza dagli Usa o esserne il principale e unico “maggiordomo”. E Macron è in tensione perché vuol esserlo lui (magari essendo flessibile sullo schierarsi con Trump o “gli altri” a seconda di chi sarà il vincitore) o ha almeno una pallida idea di qualche maggiore autonomia? Mi dispiace, ma resto convinto che la vera autonomia di certi paesi europei (non della UE al completo, assurdità impensabile) passi per il “nodo Russia”. Se non si stabiliscono con questa precisi patti, tutto è soltanto chiacchiera. Occorre un vero e stabile patto “Molotov-Von Ribbentrop”, senza il non rispetto dello stesso come fece allora la Germania con una mossa disastrosa per sé e per l’Europa, caduta sotto la predominanza statunitense. Adesso, guai a ripetere la vecchia falsariga. Occorre l’alleanza di decisivi paesi europei (non della UE, un’appendice Usa e Nato) con la Russia; “senza se e senza ma”.

Dominanza energetica

gas

L’Amministrazione Trump ha detto di volere per gli USA il “dominio energetico”. Le parole del Segretario per l’Energia Rick Perry sono state: “Un America che abbia il dominio energetico significa che deve contare su stessa. Significa una nazione sicura, libera dalle turbolenze indotte da quelle nazioni che usano l’energia come arma economica. Il dominio energetico significa che gli USA esporteranno energia in tutto il mondo aumentando la nostra leadership e la nostra influenza”

Diversamente dal passato l’accento energetico dell’Amministrazione Trump è dunque passato dall’indipendenza, dalla sicurezza, al dominio.

A prima vista questo sembrerebbe in continuità con la politica statunitense di tutte le amministrazioni da Nixon a Carter fino a Obama che, ricordiamolo, ha eliminato lo storico divieto di esportazione di petrolio e fatto rilasciare 24 licenze di esportazione di GNL [Gas Naturale Liquefatto] senza negarne alcuna. L’indipendenza energetica è in realtà un obiettivo irrealistico in un mercato globale mentre la sicurezza significa che gli approvvigionamenti devono provenire da nazioni alleate e fedeli. Criterio da sempre – per lo meno dagli anni ’80 – seguito dagli USA nella sua politica nei confronti del Medio Oriente.

La relativa novità sta dunque nell’enfasi sull’esportazione di energia. Il boom dello shale oil americano è stato imponente ed ha dimostrato una discreta resilienza al crollo del prezzo internazionale del barile. Abbiamo già osservato che ci sono però vincoli fisici ed infrastrutturali tali da limitare l’uso geopolitico dello shale oil. Sarà dunque il GNL l’obiettivo primario dell’Amministrazione Trump. Esportare GNL permetterà di creare legami stabili con nazioni/clienti di preminente interesse strategico per gli USA espandendo la loro capacità di influenza.

Gli USA di Trump si ri-posizioneranno pertanto come grandi esportatori di energia che potranno usare il loro stato come fonte di leva politica. Se ne sono sentiti gli echi durante il recente incontro fra Trump ed il Primo Ministro indiano Narenda Modi.

Perseguire questa agenda non sarà semplice. Al di là dell’opposizione tutta strumentale che subirà in casa contro qualsiasi promozione destinata alle fonti fossili, le altre nazioni potrebbero indugiare nel comprare qualcosa che porta con sè specifiche condizioni politiche. Potrebbero rivolgersi alla concorrenza di Australia, Qatar e Iran già grandi esportatori di GNL e meno “esigenti” in termini geo-politici. Finora poi hanno giocato una parte dominante i prezzi internazionali: con il barile stabilmente intorno a 50$ e il gas naturale disponibile a 30-40 €/MWh c’è poco spazio per il GNL americano, economico fintantoché non deve essere spedito lontano. Il liquefatore di GN di Sabine Pass dellla Chenière ha per ora commerciato con America Latina e Asia dell’est, con qualche puntata in Europa (Polonia, UK, Portogallo, Italia) di piccoli carichi spot ad alta simbologia politica ma scarsa significatività economica.

La fluttuazione dei prezzi internazionali ed i cambiamenti a lungo termine del mercato saranno dunque i fattori che condizioneranno maggiormente il successo della strategia di dominio energetico dell’Amministrazione Trump.

Dove invece prevarranno ragioni geo-politiche – in particolare quelle legate al contenimento della Russia – il commercio di GNL subirà una spinta potente dall’Amministrazione Trump. Chenière ha recentemente annunciato un accordo con la Lituania e la Polonia ha confermato la sua volontà di divenire un centro di smistamento del GNL americano per l’Europa Centro-Orientale e segnatamente per gli stati che aderiscono al Gruppo di Visegrad + Ucraina. Allargandosi poi alla Croazia – altro possibile futuro punto di ingresso di GNL destinato all’Europa centro-orientale. Una prospettiva da leggere in chiave apertamente antitedesca a favore della Iniziativa dei Tre Mari che è stata ufficialmente battezzata da Trump nel suo ultimo viaggio a Varsavia ed in linea con le annunciate sanzioni statunitensi contro le imprese tedesche e austriache – ma non solo – che hanno finanziato il gasdotto russo North Stream-2. Rivale diretto di tutti i ri-gassificatori di GNL europei.

 

POST SCRIPTUM: è interessante osservare le analogie che la storia dell’”inseguimento” fra GNL e gasdotti in Europa offre, all’analista interessato, rispetto alla storia della “corsa” al controllo delle rive dell’Eufrate nella guerra siriana: in entrambi i casi gli aspetti materiali e tecnologici (gas naturale vs. acqua), quelli economici (enormi infrastrutture), quelli politici (sovranità nazionale) e quelli strategici (sfere di influenza) collidono fra loro condensandosi in precise aree geografiche e verranno in ultima analisi risolti da uno scontro militare. In Siria è cronaca, in Europa …. ancora no

IL PATTO SUI MIGRANTI E’ ALTO TRADIMENTO

immigrazione

 

Questo Paese è in mano ai delinquenti. Per anni ci hanno distratto, dai veri atti criminali, commessi nelle superiori sfere statali, spostando l’attenzione sugli insignificanti (rispetto a quanto avveniva in alto loco) sprechi delle varie caste, sulle loro ruberie eclatanti ma costanti o sulle azioni di furbetti isolati (del cartellino, delle pensioni, delle tasse ecc. ecc.), per poter agire indisturbati a ben altri livelli. Nel frattempo, si privatizzavano e si alienavano a prezzi di favore infrastrutture fondamentali, si elargivano regalie alle banche di sistema (e si continua a farlo), si svendevano asset strategici, si concentravano poteri e interessi in ristrette cerchie. Altro che auto blu e annessi scandaletti.
E’ notorio che le campagne di moralizzazione civica servono solo a sbattere dietro le sbarre i ladri di polli (quelli meno lesti) o qualche nemico mentre i grandi farabutti possono continuare ad operare liberamente, mettendo le mani sui forzieri più capienti. Infatti, a dare risonanza a tali infimi eventi, che vanno avanti dalla notte dei tempi, sono stati i giornali e i mezzi di comunicazione dei cosiddetti poteri forti, dal Corriere a Repubblica, per coprire le spalle ai loro finanziatori, i quali predisponevano ed attuavano l’assalto ai tesori nazionali. Del resto, si è poi saputo che il libro di Stella e Rizzo (La Casta) sia stato commissionato da Montezemolo e compari per maggiormente condizionare le istituzioni.
Insinuando i loro uomini in tutti i gangli vitali dello Stato, questi signori, hanno rapinato un’intera nazione, privandola dei suoi pezzi più redditizi e originali e rimuovendo numerose garanzie sociali. La truffa è avvenuta con lo spalleggiamento di una classe politica eterodiretta da centrali estere che, dopo Tangentopoli, ha avuto l’unico compito di liquidare l’intera baracca. Se sono stati i servizi segreti americani, come confermano in molti (da ultimo Guzzanti: “L’operazione Tangentopoli fu lanciata come castigo di Dio dal Fbi”), a rifare l’Italia dopo il 1992, è certo che sono ancora loro a deciderne le sorti, attraverso esecutori di ordini che si fanno chiamare onorevoli.
Oggi viviamo in uno staterello-bordello che non ha più proiezione internazionale, ha perso il controllo della sua economia, non è padrone in casa sua e si lascia pure invadere da centinaia di migliaia di emigranti che ridurranno a brandelli il suo tessuto sociale. Chi ci sgoverna (facendosi dirigere a sua volta da potenze straniere) ha sempre più difficoltà a tenere a bada il malcontento che sale dalle viscere della collettività. Incuneando in essa dei corpi estranei – persone provenienti da terre lontane con religioni, costumi e tradizioni differenti – scatenerà, all’occorrenza, una guerra tra pezzenti per impedire alla marea di rabbia montante di rovesciarsi sui capintesta. L’invasione , che non è affatto spontanea (come viene rivelato in questo video da Emma Bonino: https://youtu.be/Y4En-tVTH2E), ha proprio questo scopo. Lo ha già scritto La Grassa, tra questi miserabili sottoproletari si nascondono i picchiatori, se non addirittura i terroristi, di cui il sistema si servirà per respingere gli assalti di una cittadinanza sempre più furiosa ed esasperata per i numerosi raggiri ai suoi danni. Quanto rivelato dall’esponente radicale è, pertanto, di una gravità assoluta. Lei e tutti quelli che hanno favorito questi patti scellerati dovrebbero essere giudicati per alto tradimento e attentato all’unità del popolo e della nazione. Perché di questo si tratta, di atti sovversivi contro gli italiani ed il loro diritto apreservarsi tali, con millenni di storia alle spalle.

LE “COMMEDIE” DELLA POLITICA “POLITICANTE”, di GLG

gianfranco

Qui
da cui estraggo un paio di passaggi molto indicativi:
[“Russia e Cina condividono la preoccupazione di una escalation nella penisola coreana”, dice l’ambasciatore Vladimir Safronkov, vice rappresentante permanente della Russia all’Onu. “Siamo contrari a qualsiasi affermazione o azione che porti ad una escalation, lanciamo un appello alla moderazione e non alla provocazione”, continua, rimarcando che “la possibilità dell’uso della forza militare deve essere esclusa”. Da escludere anche nuove sanzioni: i tentativi di strangolare economicamente la Corea del Nord sono inaccettabili e non risolvono i problemi.]
[Sulla stessa lunghezza d’onda l’intervento dell’ambasciatore cinese, Liu Jieyi: l’ultimo lancio di missile balistico da parte di Pyongyang è “una flagrante violazione” delle risoluzioni Onu ed è “inaccettabile”. Ma si “chiede a tutte le parti coinvolte di esercitazione moderazione, evitare azioni provocatorie, retorica belligerante, dimostrando la volontà di dialogo incondizionato e lavorando attivamente assieme per disinnescare la tensione”. Liu ha anche chiesto lo stop al dispiegamento del sistema di difesa antimissile Thaad americano in Corea del Sud.]
Tipica “commedia” di quest’epoca che assomiglia, come detto (e ripeterò ancora) molte volte, a quella di fine XIX secolo, con la crescita delle nuove potenze in concorrenza con l’Inghilterra e il conseguente accentuarsi del multipolarismo poi sfociato in mezzo secolo XX di importanti guerre per la supremazia mondiale.
Nell’epoca odierna, Russia e Cina affermano di rendersi conto delle preoccupazioni create dal Nord Corea (la seconda afferma addirittura che il lancio di missili da parte di quest’ultima è “inaccettabile”), ma si oppongono perfino a sanzioni economiche. Fa soprattutto sorridere l’atteggiamento cinese (non a caso si parla spesso di “cineserie”), che evidentemente conosce bene, e sono convinto in buon anticipo, le mosse nordcoreane. Gli Usa fanno la voce grossa, minacciano pesante, magari potrebbero pure compiere qualche mossa bellica; non ci si preoccupi, fa parte delle varie sceneggiate di quest’epoca di “transizione” (ormai sempre più confusa e difficilissima da seguire), ancora piuttosto lontana dall’esigenza di regolare infine i conti.
Qualsiasi cervello pensante, e non abituato al conformismo più deprivante, si dovrebbe poi chiedere: per quale motivo alcuni paesi (Usa, Urss e oggi Russia, Cina e qualche altro) hanno il diritto di tenersi arsenali nucleari e missilistici mentre altri (non solo il Nord Corea, ricordo pure l’Iran) hanno la proibizione di seguire la stessa strada? Sono dei paria forse? E non si tratta solo di mantenere tali arsenali, che vengono invece accresciuti, potenziati, dai paesi cui tutto è permesso. E in questi si stanno anzi sperimentando nuove strumentazioni belliche, si studiano riorganizzazioni strategiche (e territoriali) degli eserciti (nelle loro tre classiche sezioni, comprese cioè quella navale e aerea) e via dicendo. Certi paesi hanno però la proibizione di seguire, chiaramente in forma ridotta, tale via. In ogni caso, poiché il Nord Corea non ha certo dimensioni e forza tali da far concorrenza alle vere potenze, è evidente che non agisce in modo isolato e privo di ogni copertura. Assistiamo a variegate “commedie”, delle quali si deve prendere atto senza troppo scaldarsi; altrimenti si fa la figura dei cretini, che tuttavia rappresentano la stragrande maggioranza delle varie popolazioni; come al solito ignare di che cos’è la vera politica, non quella raccontata da solenni mentitori o praticata da quaquaraqua tipo quelli esistenti in Italia e anche nella UE.

LA NOSTALGIA DELLE CANAGLIE

Ukraine Protest

Putin, o chi per lui, dalle parti di Mosca, dovrebbero mettere fine alla pagliacciata di Kiev. Schiacciare Poroshenko e i suoi amici oligarchi è l’unica cosa da fare per ridare pace e dignità al popolo ucraino. Bombardare la Rada e far fuori, in un colpo solo, tutti i traditori sarebbe un atto di giustizia e di civiltà, da non procrastinare ancora a lungo, perché la misura è colma. I successi siriani resteranno una magra consolazione se non si rimettera’ al più presto ordine nel giardino di casa. Ora, poi, abbiamo anche le prove dei delitti dei miliziani ucraini, mascherati sotto insegne fasciste (le camicie nere, quelle vere, si rivoltano nella tomba), che si sono accaniti su giornalisti disarmati, poveri manifestanti (fatti di Odessa) donne e bambini (ovunque nel Donbass), non essendo in grado di affrontare i veri ribelli. Vedrete che questa è appena la punta dell’iceberg dei crimini di guerra commessi dai mercenari al soldo di Kiev, sedicenti nazionalisti, appoggiati da Washington e Bruxelles. Sono sempre loro che hanno abbattuto l’aereo di linea malese sui cieli di Donetsk, per dare la colpa ai filorussi e screditare il Cremlino. Verrà fuori anche questa, prima o poi. Questi sanguinari l’hanno passata liscia perché protetti dagli occidentali. A distanza di tempo, qualcosa si sa e altro si saprà negli anni. Ma nel frattempo, le menzogne di stampa e istituzioni hanno danneggiato esclusivamente la parte che era già stata condannata in partenza. La Russia di Putin, al momento unica speranza contro l’unipolarismo Usa. Purtroppo, la verità, quando arriva, non serve quasi più a niente, magari diventa lo spunto per altre pretese o rivendicazioni. È sempre stato così. La Verità non è rivoluzionaria ma è come la Nottola di Minerva, quando si mostra, sempre parzialmente, è tardi. A rimetterci la vita, malauguratamente, è stato un nostro concittadino che stava raccontando qualcosa di diverso dalla versione ufficiale sul conflitto nell’est dell’ Ucraina, tra i bombardati e non, come altri pennivendoli, tra i massacratori. La Ue, sputando su questa tomba e su quella di altri coraggiosi, ha spalancato le sue porte, abolendo il regime dei visti, a simili delinquenti ammazzatori di italiani e di altri esseri umani. Non lo dimentichiamo. Mai.

 

SANZIONI ALLA RUSSIA, CALCI ALL’ITALIA.

RUSSIAN PRESIDENT VLADIMIR PUTIN VISITS CHINA

E’ notizia di qualche giorno fa che il “blocco occidentale” ha deciso di prorogare, per altri sei mesi, le sanzioni alla Russia, in seguito al protrarsi delle vicende ucraine.
Bruxelles e Washington contestano a Mosca l’annessione della Crimea ed il sostegno ai ribelli indipendentisti del Donbass. Atti che, se paragonati a quanto successo negli anni ’90, nell’area orientale del Continente (dallo smembramento della Yugoslavia, all’inglobamento nella Nato e nell’Unione Europea di paesi già appartenetti alla sfera d’influenza sovietica, fino alla secessione del Kosovo dalla Serbia), non dovrebbero provocare reazioni né scandalizzare alcuno, meno che mai chi ha ricartografato l’Europa a proprio piacimento, approfittando del tracollo russo, nell’ambito dell’implosione dell’Urss.
Tuttavia, pur tralasciando questo inequivocabile dato storico, la prosecuzione del regime sanzionatorio contro il Cremlino non è di nessuna convenienza per l’Europa. A guadagnarci è solo la Casa Bianca, il cui obiettivo di tenere separati in casa russi ed europei è prioritario per mantenere il predominio mondiale.
Le classi dirigenti europee non possono opporsi a questi diktat oltre-oceanici senza suicidarsi politicamente, essendo esse (e le strutture in cui agiscono) diretta emanazione dei dominatori americani dai quali dipende la loro sorte. Per i popoli europei, invece, l’estinzione di questi drappelli servili, è l’unica strada per fare di nuovo ingresso nella Storia.
Ma oltre al danno geopolitico, con l’Europa ridotta a spettatrice di battaglie per l’egemonia, tra contendenti assertivi che non esiteranno a tirarla in mezzo per farsene scudo, vi è quello geoeconomico.
Le relazioni tra Europa e Russia sono gravemente deteriorate, così come i loro affari. Secondo un rapporto del Riac (Russian International Affairs Council), prima delle sanzioni, la Russia era il terzo partner commerciale dell’Ue, alla quale forniva anche 1/3 delle sue necessità energetiche. A sua volta l’Europa era tra i principali partner economici della Russia, alla quale garantiva 1/10 delle importazioni agricole. Nel 2014 le esportazioni dall’UE verso la Russia sono diminuite del 12,1% e dalla Russia verso l’UE del 13,5%, con una riduzione del valore totale degli scambi da 326 miliardi di euro a 285 miliardi di euro. L’impatto delle sanzioni è stato diverso per i singoli membri dell’Unione. Qualcuno ne ha risentito maggiormente. Secondo il rapporto in questione, gli stati membri più danneggiati, in assoluto, dal calo delle esportazioni sono stati: Germania (14 mld di euro); Italia (3,6 mld di euro) e Francia (3 mld di euro). Berlino e Parigi hanno però economie più solide e sopporteranno meglio di Roma queste perdite, anche in termini occupazionali. Quest’ultima, invece, è in una situazione molto più delicata (detto eufemisticamente, perché in realtà è catastrofica) e non dovrebbe accodarsi, così scioccamente, a decisioni imposte dall’alto, senza tener conto dei suoi problemi, con dosi di autolesionismo che stanno superando il livello di guardia. Tanto più che i membri più tetragoni alla permanenza delle sanzioni (i quali soffrono anch’essi il peso delle sanzioni in virtù di antiche interdipendenze con lo scomodo vicino), cioè la Polonia e gli Stati Baltici, ricevono risarcimenti dal centro che all’Italia sono preclusi.
Se i nostri dirigenti non sanno sbattere i pugni per farsi valere e far valere gli interessi nazionali devono essere cacciati. I rapporti della Russia coi i suoi satelliti non ci riguardano, specialmente se per metterci in mezzo perdiamo soldi e posti di lavoro. Chi tenta ancora di ammannire bei discorsi sullo spirito inclusivo europeo, mentre evaporano le nostre speranze di ripresa economica, è un cialtrone da mandare al confino. Il popolo italiano non morirà per l’oligarca ucraino.

CHI PARLA DI NAZISMO FINANZIARIO (E DI GERMANIA SFRUTTATRICE D’EUROPA) NON HA CAPITO NIENTE

europa

 

Tutti quelli che continuano a blaterare di dominio tedesco in Europa dovrebbero studiare attentamente l’ultimo numero di Limes, dedicato proprio a questo Paese e ai suoi rapporti con gli Usa. Sono questioni che noi di ConflittieStrategie segnaliamo da anni, sempre inascoltati perché vanno di moda le versioni semplicistiche, alimentate da intellettualucci da strapazzo o da esperti del piffero, sovrabbondanti nei media, che attribuiscono al “nazismo finanziario tedesco” le responsabilità del declino europeo.
I ferventi germanofobi, col tiro al tedesco, coprono le spalle agli Stati Uniti, veri carnefici del Vecchio Continente e di altre aree strategiche. Ma l’errore commesso da questi narratori di sciocchezze un tanto al chilo è doppio. Non solo viene additato, come causa della crisi politica europea, l’egoismo economico di un Paese che, al pari degli altri (e forse anche di più), viene guardato a vista da Washington e sconta pesanti ingerenze nei suoi affari, sino ai livelli più profondi dei suoi apparati di Stato, ma, ancor peggio, costoro individuano nella deriva finanziaria del modello occidentale il fulcro di tutti i mali del mondo. Questo è solo un altro modo per obnubilare i reali rapporti di forza a livello mondiale che discendono dalla supremazia americana in ogni campo. E’ più comodo parlare di mostro senza testa e senza patria, lobbies del denaro semidelinquenziali deterritorializzate, piuttosto che rivelare il nucleo politico-militare da cui si diramano le catene che tengono imprigionati i vari contesti nazionali.
I tedeschi, o meglio i governi berlinesi, hanno il torto di essersi messi a disposizione della Casa Bianca, come dipendenti principali del carrozzone unitario, anziché provare a guidare l’Europa verso la sua indispensabile autonomia. Ma questa sudditanza è caratteristica precipua anche di altri esecutivi che, al contrario della Germania, nemmeno tentano il necessario recupero di sovranità. In Europa esiste unicamente una concorrenza autolesionistica tra servi, per compiacere il padrone d’oltreatlantico, priva di qualsiasi aspirazione indipendentistica.
Di Limes, di cui parlavo poc’anzi, segnalo in particolari gli articoli di Caracciolo, Fabbri, Mini, Mainoldi e l’intervista, sempre di Fabbri, a G. Friedman. Il quadro che ne emerge è ancora quello di una Germania occupata dagli americani, con basi e strutture d’intelligence che vincolano i movimenti e rendono la sua sicurezza strategica dipendente dagli interessi Usa. Gli autori riportano di Generali teutonici che rispondono a Washington prima che ai loro referenti politici e di agenti crucchi direttamente agli ordini dei colleghi americani. Lo ricorda Fabbri: “Come capitato nel 2003, quando il servizio federale di informazioni (Bundesnachrichtendienst, BND) contribuì fattivamente all’invasione dell’Iraq che pure il cancelliere Schröder aveva osteggiato”. Sembra che i tedeschi siano messi persino peggio degli italiani, benché tentino, contrariamente a noi, di sottrarsi a questa stretta dipendenza per definire un proprio orizzonte d’influenza geopolitica. Come afferma Caracciolo: “La posta in gioco, per Washington, era e resta impedire l’emergere in Eurasia di una concentrazione di potere capace di contendere agli Usa il primato planetario”. Un simile risultato è ottenibile esclusivamente con un’alleanza europea, capeggiata da Berlino, che guardi finalmente ad est, verso la Russia. Gli americani si sono preparati a questa evenienza. Se la Germania dovesse concretamente smottare verso Mosca hanno pronta la contromossa, o meglio l’atto di guerra. Così descrive Mini il possibile scenario, che parte dagli ultimi eventi, effettivamente accaduti, e si protende verso avvenimenti immaginari ma molto verosimili (forse nel giro di 5-10 anni, con la realtà che supererà la fantasia, e non già nel 2018 come “fantastica” il Generale):

 

“…A partire dal maggio 2017 gli Stati Uniti accelerarono la sostituzione degli ordigni e lo spiegamento di F35 in Europa. Germania e Belgio erano fuori dallo sharing e gli altri paesi non avevano ancora gli F35 a doppia capacità. Francia e Regno Unito si opposero alla condivisione e gli Stati Uniti fecero sapere che ormai la difesa nucleare in Europa poggiava soltanto sulle loro spalle. Tuttavia si ritennero impossibilitati a impiegare le armi nucleari in Europa per i limiti imposti dal Trattato di non-proliferazione. Soltanto lo stato di guerra avrebbe consentito di superare tali limiti e l’amministrazione Trump dichiarò che non era propria intenzione aprire un confitto con la Russia.
Tuttavia, la Nato poteva aggirare anche questo apparente ostacolo e anzi serviva proprio a questo. Secondo l’articolo 5 del Trattato un attacco a un paese membro era considerato un attacco a tutta l’Alleanza. Bastava soltanto che l’attacco ci fosse o, meglio, che lo si credesse per creare lo stato di difesa collettiva e consentire la guerra.
Così le cosiddette esercitazioni Nato in Polonia e nei paesi baltici cominciarono a presentare problemi. Si verificarono due sconfinamenti di aerei americani in Estonia e uno russo in Polonia. La campagna della minaccia russa montò in tutta la Nato e gli Stati Uniti iniziarono a incrementare le proprie forze in Germania. Ci furono alcune proteste locali subito attribuite a formazioni neonaziste o a pacifisti ignoranti. Il Pentagono annunciò il «rafforzamento» dei rapporti di amicizia con la Germania riprendendo le esercitazioni Reforger. Proprio durante il periodo elettorale tedesco (settembre) furono rischierati in Germania 18 mila uomini e altre decine di migliaia erano in afflusso. Fu ricostituito il V corpo d’armata e
la 4 a divisione meccanizzata Usa fu dislocata nell’area di Francoforte sul Meno.
Alle truppe tedesche furono richieste «esercitazioni» nell’area dell’ex Germania orientale al confine con la Polonia che il Trattato di Mosca del 1990 aveva designato come area libera da forze esterne. Poi furono richieste dimostrazioni di forza congiunte con le unità polacche, ceche e slovacche ai confini con l’Ucraina.
In Germania non si capì subito la situazione che si stava determinando. Soltanto verso l’ottobre 2017 i tedeschi si resero conto che mentre le unità statunitensi affluivano in Germania e non si spostavano né in Polonia né nei Paesi baltici, quelle poche tedesche sotto comando nazionale e relativamente efficienti erano all’estero. Montarono ovviamente le proteste popolari in tutta la Germania. La cancelliera Merkel appena rieletta si rivolse alla Nato e il segretario generale Stoltenberg la rassicurò sulle intenzioni americane: se le unità affluite di recente (che ormai avevano fatto aumentare le forze americane a 120 mila uomini solo in Germania) non raggiungevano prontamente le zone di rischieramento previste in
Polonia e nelle repubbliche baltiche era a causa della «limitata capacità di trasporto tedesca». Stoltenberg invitò la Germania a incrementare i trasporti, ma allo stesso tempo scoraggiò il richiamo in patria delle forze tedesche. La tensione in Europa, disse, era molto alta e le fonti d’intelligence americane avevano individuato movimenti di truppe russe ai confini con la Bielorussia. La cancelliera, per nulla rassicurata, tentò un approccio diretto con gli americani e volò a Washington. Il 12 dicembre 2017 incontrò Trump e la dichiarazione congiunta fu di preoccupazione ma di rinnovo della grande intesa fra i due paesi. Tornata in patria, la cancelliera fu accolta da un parlamento freddissimo e da una piazza popolare incandescente. Le dimostrazioni in Germania contro i movimenti di truppe ai confini ucraini erano diventate violente e a esse si erano unite le analoghe dimostrazioni in Slovacchia e nella Repubblica Ceca.
La Russia sembrava inattiva, ma i comandanti delle Forze armate e lo stesso Putin alimentarono una campagna di propaganda antiamericana e denunciarono le ormai palesi e quotidiane violazioni del Trattato di Mosca. La delegazione russa alla Nato rientrò in patria rilasciando un comunicato di fuoco che denunciava il «piano efferato americano che per non coinvolgere il proprio continente in un confronto nucleare diretto sta costringendo i singoli paesi della Nato e in particolare Polonia, Estonia, Lettonia, Lituania e la stessa Germania a creare le condizioni di guerra con la Russia in modo da far scattare l’articolo 5 del Trattato Nato e l’annullamento del Trattato di non-proliferazione nucleare». Quest’ultima osservazione riacutizzò il dilemma nucleare tedesco facendo spostare l’attenzione dei parlamentari tedeschi e delle opposizioni di piazza sui siti di stoccaggio di ordigni nucleari in tutta Europa.
La Germania si trovava completamente dipendente dall’ombrello nucleare americano e nel contempo ospitava sul proprio territorio il maggior numero di militari americani al mondo. Tutto questo la qualificava come l’obiettivo più probabile di un attacco preventivo russo in Europa. Per evitarlo, in parlamento fu
avanzata l’ipotesi di uscire dalla Nato. Questa eventualità fu subito accolta dagli Stati Uniti come un affronto e dalla Nato come un tradimento. La popolazione tedesca la considerò invece come l’unica via d’uscita da una situazione di triplo ricatto: dalla minaccia russa, dalla morsa americana e dalla strategia della Nato ormai controllata dagli Stati antirussi e antieuropei. La base di Ramstein e il sito di Büchel furono circondati da dimostranti contrastati duramente sia dalle forze di polizia tedesca sia poi, in un caso di penetrazione, dai militari americani. Dimostrazioni analoghe si svolsero in Belgio con una pericolosa intrusione nel sito di Kleine Brogel. Altre dimostrazioni si ebbero in Italia, a Ghedi e in Sicilia. Gli Stati
Uniti e i vertici della Nato denunciarono la minaccia alla sicurezza dei loro siti e richiamarono la Germania al rispetto degli accordi bilaterali e dei trattati internazionali. L’amministrazione Usa aggiunse il solito aut aut trumpiano: «O ci pensate voi o ci pensiamo noi». L’effetto su tutto il governo e sulla popolazione fu esatta-
mente l’opposto di quello sperato. I tedeschi si convinsero che l’uscita dalla Nato era l’unica soluzione. E alla fine di febbraio 2018, la proposta fu presentata in Consiglio atlantico con l’invito agli altri paesi membri di seguirla.
Fu allora che iniziò una drammatica serie di attentati alle strutture e alle forze americane in Germania. A Berlino saltò un pub frequentato dai soldati americani. A Francoforte fu distrutto un convoglio ferroviario con materiali americani. Ad Amburgo s’incendiò un cargo di contractors. Nelle dimostrazioni di piazza aumentarono le presenze di gruppi neonazisti. Le emittenti radiotelevisive statunitensi in Germania attribuirono la responsabilità degli episodi a infiltrazioni russe e Washington accusò il governo tedesco di collusione. Le indagini della polizia tedesca sugli episodi violenti ormai diventati giornalieri portarono invece a individuare responsabilità degli stessi americani e di strutture tedesche a essi collegate. La popolazione era frastornata e la politica sospettosa. La cancelliera Merkel rivelò al parlamento che il rapporto FWD aveva in effetti messo in evidenza l’eventualità di una operazione statunitense in Germania e nella Nato del tipo Northwood, proposta dai militari nel 1962 per giustifcare la guerra e l’occupazione di Cuba. In particolare, l’operazione in Germania avrebbe dovuto comprendere sia attività terroristiche sia azioni coperte false fag contro le forze americane da attribuire alla Russia e alla Germania. La Northwood fu rigettata da un presidente cauto e lungimirante come Kennedy, disse la cancelliera, «oggi la leadership militare ha assunto atteggiamenti identici a quelli del 1962 ma l’America non ha un
presidente cauto o lungimirante». In una drammatica seduta del parlamento tedesco, l’8 maggio 2018 (anniversario della resa incondizionata delle Forze armate del Terzo Reich nel 1945), la cancelliera parafrasò parti del discorso di Hitler al Reichstag dell’11 dicembre 1941. Elencò tutti gli episodi di violazione americane, le provocazioni e l’arroganza nella considerazione delle esigenze di sicurezza della Germania e dell’intera Europa. Denunciò la connivenza di paesi cosiddetti alleati nelle provocazioni. Elencò tutte le iniziative tedesche per la costruzione europea e per la formazione di un esercito europeo. Enumerò costi e sacrifici tedeschi nel mantenimento delle forze alleate sul proprio territorio «anche quando la minaccia sovietica era scomparsa, credendo che ciò dovesse essere un contributo volontario e cosciente di un paese sovrano e non il debito permanente di una nazione debellata e sottomessa». Fra i continui applausi dei parlamentari, la cancelliera concluse con la frase che sarebbe diventata famosa e che avrebbe
procurato reazioni drammatiche da parte americana, ma che avrebbe unito il popolo tedesco sotto una nuova idea di sovranità, indipendenza e coscienza umana:
«L’11 dicembre 1941 un elenco di violazioni americane nei confronti della Germania portò alla formale dichiarazione di guerra del Terzo Reich agli Stati Uniti d’America. L’elenco di violazioni americane e dei contributi tedeschi alla sicurezza europea di oggi inducono invece a una formale dichiarazione di pace. Costi quel che costi, la Germania non si presterà alla guerra e cercherà più che mai la pace in Europa invitando gli altri paesi del continente a considerare che la pace non può provenire né dalla Russia né dalla Nato né dagli Stati Uniti di oggi». Com’era prevedibile la «dichiarazione di pace» fu presa per una dichiarazione di guerra e la Germania fu accusata di essersi proposta come leader di una nuova identità europea. Nessuno Stato europeo raccolse l’appello. Dopo due giorni di imbarazzati commenti e di veementi accuse da parte degli americani, la Germania richiamò in patria le truppe schierate in Polonia, Repubblica Ceca ed Estonia. Alcuni
generali tedeschi si dissero preoccupati di queste decisioni, ma furono subito dimissionati. L’elenco dei generali che per decenni avevano anteposto gli interessi americani a quelli tedeschi comparve su tutti i giornali.
Domenica 13 maggio 2018 un sommergibile russo in emersione davanti a Kaliningrad fu colpito da raffiche di cannone a cinque canne da 25 mm sparate da una coppia di F35 statunitensi e costretto all’immersione. I velivoli stealth (invisibili) erano sfuggiti ai radar del sommergibile e della difesa aerea russa e presi dall’entusiasmo si diressero verso la base navale sede del comando della Flotta russa del Baltico. Anche questa volta sfuggirono ai radar dei sistemi automatizzati contraerei, ma non sfuggirono agli occhi degli addetti alle vecchie postazioni contraeree che, al secondo beffardo passaggio, ne abbatterono uno. Gli americani s’indignarono, chiesero spiegazioni e fu loro risposto che siccome erano invisibili «non li avevano visti». Il Pentagono non colse l’ironia e il giorno dopo rispose con una salva di missili sulla base lanciati da un sommergibile nucleare schierato nel Baltico. La Russia avvertì la Lituania che una colonna di rinforzi diretti a Kaliningrad ne avrebbe attraversato il territorio. La Nato indusse la Lituania a negare il transito. Le truppe russe ignorarono il divieto e le colonne corazzate passarono lentamente per un paio di giorni protette da nugoli di elicotteri e cacciabombardieri che, a causa della lentezza dei convogli, così dissero, «dovevano» compiere lunghi giri su Vilnius. Sulla tangenziale sud della città i russi dislocarono distaccamenti di forze speciali ufficialmente per «dirigere il traffico». Tanto bastò per far tornare la memoria ai lituani. Il comando Nato Force Integration Units di Vilnius, creato per facilitare l’accesso di truppe Nato in Lituania, si mise in licenza.
Intanto in Germania le basi militari e gli accasermamenti delle forze americane e inglesi furono posti sotto sorveglianza dalla polizia tedesca per «proteggerli da attentati», ossia per controllarli. Le comunicazioni militari Usa furono sottoposte a radiodisturbi e il governo federale dichiarò la mobilitazione di 100 mila riservisti in tutto il paese. La misura non fu contestata da nessun tedesco, nemmeno dai pacifisti, che anzi svolsero un ruolo di fiancheggiamento della politica governativa creando presidi permanenti attorno a tutte le principali basi americane e inglesi.
Gli Stati Uniti s’irrigidirono ulteriormente, ma persero completamente la testa quando il Regno Unito annunciò l’anticipo alla fine di luglio del ritiro delle proprie forze dalla Germania previsto per il 2019. Le truppe americane assunsero il controllo di Berlino. I comandi militari tedeschi furono tagliati fuori da qualsiasi comunicazione. Nei principali Länder del Centro-Nord s’insediarono commissioni di controllo della sicurezza americane. Droni e pattugliatori aerei ed elicotteri iniziarono un servizio di sorveglianza continuo su molte città. I porti di Amburgo, Brema e Lubecca furono bloccati al traffico commerciale. Il comando navale di Rostock fu oscurato da attacchi di hacker e jammer satellitari. Le basi navali di Wilhelmshaven e Kiel furono bloccate e tutte le componenti tedesche destinate al supporto della fotta in Olanda, negli Stati Uniti e in altri Stati furono dichiarate «sospese» dai rispettivi paesi. Negli ultimi giorni di settembre, la mobilitazione militare e popolare in Germania crebbe ulteriormente trovando il sostegno anche esterno nei paesi nordici, nella stessa Francia e perfino in Gran Bretagna. I tedeschi non si rassegnavano e i maggiori partiti, oltre a decine di altre formazioni, sostennero la formazione di un movimento di resistenza nazionale.
Oggi 3 ottobre, anniversario della riunificazione del 1990 e festa nazionale mai veramente sentita dai tedeschi, la Nato è a pezzi, ma la presa statunitense non si è allentata. La Germania è definita il nuovo impero del Male e viene accusata di essere in combutta con la Russia. Di fatto, la Germania è di nuovo sotto occupazione militare. A Berlino dalle finestre del Marriott in ogni direzione da IngeBeisheim-Platz si vedono mezzi e velivoli militari di presidio e di pattuglia. Il traffco è inesistente, la gente non esce dalle case, come se sapesse cosa sta per succedere. La filodiffusione dell’albergo trasmette un valzer lento, un po’ triste.
L’incubo del decennio 1945-55 è tornato e, come allora, la Germania è sola. La differenza è che si trova in queste condizioni alla vigilia e non alla fine di una guerra devastante che comunque la vedrà come prima vittima dello scontro che si sta facendo sempre più globale, totale, finale. La Germania ha solo una conso-
lazione: in questa occasione ha trovato la vera unità e sovranità che le avevano fatto credere di avere acquisito nel 1990. Una consolazione importante anche per l’esempio di dignità dato al resto dell’Europa, ma piuttosto magra, perché forse domani la Germania, l’Europa e il mondo non ci saranno più. A meno che…”

La difesa dall’Isis passa dalla scuola di F. Boezi

il ratto d'europa

Il susseguirsi di attentati nelle nazioni occidentali sta contribuendo a riportare in vita un certo spirito europeo. Lo scrive Francesco Alberoni in questo pezzo.  L’orgoglio europeista rinasce. Ma di quale Europa abbiamo bisogno per avere gli anticorpi contro il terrorismo? Di quale idea d’Europa? Anni di pensiero unico e di buonismo esasperato hanno contribuito a depotenziare del tutto le radici culturali di un continente che, una volta, era simbolo di forza e rigidità valoriale. Per le nuove generazioni l’Europa è, oggi, “un’opportunità”. Di viaggiare, di conoscere culture differenti, di fare esami in università geograficamente distanti. Una possibilità di sradicamento, in sintesi. Non potrebbe che essere così: il militarismo, la gloriosa storia militare del vecchio continente, è considerata al pari di un reflusso inaccettabile. Esemplificativamente, Lepanto è una bestemmia e la Folgore italiana può essere bistrattata durante una parata ufficiale. I Mille vengono raccontati come un gruppo di scapestrati guidati da un romantico barbone, l’eroica resistenza borbonica come un inopportuno retaggio reazionario. I classici, come più volte ribadito, sono considerati inutili, anacronistici, privi di futuribilità.  Pillole di un quadro culturale complessivo che palesa, direbbe Joseph Ratzinger, un rifiuto di sè stessi prima ancora che degli altri. La distruzione scientifica di qualunque portata identitaria. A questo, ovviamente, contribuisce la scuola, sia quella europea sia quella italiana, impegnata in una rarissima opera di destrutturazione di qualsiasi materia, nozione o visione del mondo che non sia allineata al pensiero unico. Hanno preso la Divina Commedia e ne hanno fatto un romanzo rosa: Dante, allucinato per Beatrice, discende negli inferi come un antico tronista in esterna. Tra gli autori latini resiste l’idolatria di Catullo, uno dei primi esponenti del pensiero debole. L’epopea napoleonica è ricordata solo per l’introduzione di alcuni diritti civili e non per l’incredibile serie di successi bellici. L’elenco sarebbe lunghissimo, ci vorrebbe un libro. Quello che interessa dire, è, in sintesi, che l’Isis, quel terribile mostro che terrorizza le nostre vite, è un nemico contro cui abbiamo pochissimi anticorpi. Sapere chi siamo stati, forse, non contribuirebbe a renderlo meno spaventoso, ma potrebbe almeno aiutare tutti noi a ricordare che, a combattere la galassia jihadista sul suolo nazionale, non ci sono solo amanti  del sempre più redditizio mercato dei cosmetici, specie tra gli uomini, ma anche eredi di una tradizione valoriale, spirituale e sì, bellica, in grado di contrastare qualunque mostro fondamentalista compaia dalle nostre parti. Ma abbiamo deciso di raccontare agli studenti che Alessandro Magno era un precursore della liquidità amorosa, più che un geniale artefice di una strategia gramsciana di conquista identitaria. E questo, statene certi, non aiuta.

1 2 3 7