PRIMA L’AMERICA

Mr. Trump- Yellow Tie

L’ex stratega di Trump, Steve Bannon, con poche parole chiare, spiegò, qualche tempo fa, come stavano le cose tra gli Usa e gli alleati: “In questo momento quello che mi preoccupa è che troppi dei nostri alleati sono dei protettorati, la NATO e l’Unione Europea, so che a molti non piace, ma sono protettorati degli Stati Uniti. La Corea del Sud è un protettorato degli Stati Uniti, il Giappone è un protettorato degli Stati Uniti e gli Stati Uniti non si possono permettere più questo”. Basterebbe ciò a far tacere quei politicanti di casa nostra (ma è un refrain che si ascolta ovunque sul Vecchio Continente) che reclamano “più Europa”. Chiedere più Europa significa semplicemente incrementare uno stato di servitù volontaria, ormai inaccettabile, nell’incipiente fase multipolare. E’ vero che ci sono i missili delle basi americane sul suolo europeo, puntati minacciosamente alle nostre spalle, ma si dovrebbe denunciare questa situazione, e fare qualcosa per limitare i danni, piuttosto che chinare preventivamente il capo e interpretare il ruolo di Quisling di Washington, rinunciando a qualsiasi aspirazione autonomistica. Chi invoca più Europa, in una fase storica di grandi trasformazioni geopolitiche, come quella in corso, è un traditore dei popoli europei e come tale dovrebbe essere trattato. Sappiamo che l’Ue è nata per favorire la supremazia americana sul globo e non per unire i cittadini degli stati membri, contrariamente a quanto dichiarato da certi tromboni filoeuropeisti, pagati e allevati dal nemico. Ma i tempi sono cambiati e non è più possibile sentir ripetere questa menzogna che sta devastando la società europea. Per questo, anche definirci “alleati” degli Stati Uniti è termine fuorviante. Siamo subordinati (come nel caso di nazioni avanzate, vedi Germania e Francia) o letteralmente assoggettati (come nel caso dell’Italia e di altri paesi deboli). Questa condizione di minorità ci espone, privi di idee in testa e di strumenti di difesa, ai conflitti tra attori internazionali che hanno ripristinato la loro sovranità e che puntano a creare nuove sfere d’influenza, regionali e mondiali, in concorrenza con gli Usa.
Le frasi di Bannon dimostrano però che alcuni gruppi emergenti statunitensi hanno compreso la necessità di un cambiamento nelle relazioni con i vassalli, perché i rapporti di forza globali stanno lentamente metamorfosando. Perseverare con i precedenti schemi unipolari espone gli Usa a dei pericoli gravi, laddove venissero a mancare energie e programmi, per la conservazione ostinata dello statu quo. I democratici e i necon, soprattutto, non vogliono accettare la realtà e si preparano a schiantarsi contro il muro delle loro sicumere. Prevenire le mosse altrui, invece, riconfigurando il proprio spazio egemonico, in funzione dei mutamenti storici e sociali, può allungare il predominio statunitense sull’area occidentale, scongiurando conflitti aperti che hanno esiti imprevedibili e non incanalabili a proprio piacimento. Fare qualche concessione agli avversari, costringendoli ad “espandersi” dove fanno meno male o, persino, coinvolgendoli su emergenze comuni è, invece, una sistema meno impegnativo e faticoso, rispetto ad uno scontro frontale, in attesa di riorganizzarsi. In questo consiste l’America First, forma di ripensamento, ma non di ripiegamento, della strategia globale Usa in un clima di multipolarismo inarrestabile. Quando non si può prendere di petto o afferrare interamente un problema politico lo si deve riformulare in termini diversi per coglierne almeno gli aspetti principali e dirimenti. L’establishment democratico statunitense va come un treno e non riesce ad accettare questo minimo ma indispensabile ridimensionamento che consentirebbe agli Usa di riorganizzarsi su basi più confacenti all’epoca storica, anziché proseguire con la medesima strategia inconcludente che favorisce l’interposizione degli avversari (pensate alla funzione russa in Siria). C’è da pensare che continuando su questi presupposti gli Usa perderanno altro terreno, molto più di quello a cui rinuncerebbero con un arretramento ragionato e volontario, di “puntellamento” razionale del proprio predominio. A meno che i drappelli di rinnovamento non riescano a primeggiare su quelli precedenti, ormai fuori corso storico. Su questa sfida intradominanti, prima ancora che avverso i competitori,  l’America gioca i suoi destini. L’Europa, che dovrebbe approfittare di questo Zeitgeist, guardando con interesse all’azione delle potenze revisionistiche (ma anche alle emergenti élite americane antidemocratiche), si ritrova governata dalla peggiore classe dirigente di sempre. Periremo senza nemmeno provare a combattere.

IL 4 MARZO: ELEZIONI PER IL GOVERNO DI ALTO TRADIMENTO, di GLG

gianfranco

Sul “Giornale” (quello on line), ci sono in questo momento ben 5 articoli contro i “grillini”. E’ una vera ossessione di F.I. che, se non prende abbastanza voti, non può proporsi come garanzia della possibilità di costituire un governo assieme al Pd (pur esso molto traballante come voti).
E non è finita qui. Subito dopo c’è un articolo sull’intervista (penosa) al “nano”, in cui egli si è definito “il mago Silvio”. Cito un passo dell’articolo in cui si riporta una sua precisa dichiarazione (tra virgolette e sul suo giornale):

Il nome del candidato premier di Forza Italia? «Penso che lo si sia abbastanza capito negli ambienti giornalistici, però mi sono impegnato a fare il nome solo quando ne avrò autorizzazione diretta e personale da lui, comunque prima delle elezioni. Sarà un uomo. Garantisco che sarà il candidato ideale, che avrà splendidi rapporti con tutti i Paesi europei e con il Partito popolare europeo».

Avete capito? Questo è il pestilenziale garante dell’asservimento dell’Italia ai servi degli Usa, i dirigenti di quella UE voluta, fin dalla fine della seconda guerra mondiale, dalla potenza predominante che pagò quei venduti; come ormai si sa (ma non se ne fa mai una bella propaganda) dai documenti ritrovati ancora nel 2000 da Joshua Paul della Georgetown University:

Qui

Chi voterà F.I. è un nostro nemico, anche peggiore di Renzi e del Pd perché questi almeno non fingono come i forzaitalioti e il loro capo, il peggiore di tutti gli uomini politici di ogni tempo in Italia (che ne ha avuti di traditori e nemici del paese). Chi sta con questo “ultrabadoglio” è poi inutile che venga a fare del patriottismo e sostenga l’orgoglio d’essere italiani. Chi sta in quella coalizione è infido e subdolo, un bugiardo fra i più vergognosi e pericolosi.
Non andate a votare. O se proprio volete farlo, allora non restano che i “5 stelle”. Proprio per il fatto d’essere pasticcioni, possono ostacolare la trama ormai non più oscura del “Gano di Maganza” (pardon: d’Arcore). Anche se queste elezioni non si giocano tra partiti (come nella prima Repubblica). Qui avremo almeno i tre quarti degli eletti pronti a passare di campo e a vendersi pur di non rischiare nuove elezioni, che farebbero subito perdere loro il lauto stipendio e, per i nuovi arrivati, il diritto ad un’ottima pensione per la quale deve passare un tot di tempo. Nella passata legislatura, dei 1000 parlamentari (400 senatori e 600 deputati) ben 560 sono passati di campo. Adesso avremo almeno 8-900 quaquaraqua pronti al “salto della quaglia”. Non lo faranno tutti, solo quelli di cui i venduti alla UE e agli Usa hanno bisogno per fare un governo di aperto tradimento. Ma pensate come tutti vorranno essere quelli utili a tal uopo. Sarà una corsa a chi fa prima. E qui, non vi è dubbio, vi saranno assai probabilmente un bel po’ di “grillini”, se saranno tanti e vi sarà quindi bisogno di loro. Tuttavia, penso che sia più probabile la svendita di chi già oggi si è messo nelle due coalizioni di gran lunga peggiori e al di là di ogni immaginazione. Sappiate quello che farete il 4 marzo!

 

LE MISERIE DI QUESTA ITALIA (E DELL’“OCCIDENTE”), di GLG

gianfranco

LE MISERIE DI QUESTA ITALIA (E DELL’“OCCIDENTE”), di GLG

Altri due (mis)fatti provocati dai migranti negli ultimi due giorni: uno particolarmente orrendo che vede protagonista un nigeriano e un altro meno terribile con un marocchino in primo piano. Continuo a pensare che da entrambe le parti politiche (e non solo politiche) implicate da questi accadimenti si insista nel dare risposte sbagliate. Basta leggere i giornali: quelli della “destra” trasudanti indignazione e rabbia con titoloni in primo piano; e quelli della “sinistra” più “distaccati” sia nei titoli, sia nella cronaca, sia nella posizione in cui sono situati gli articoli.
Direi di essere più freddi e di meditare meglio il significato di quanto sta avvenendo. Vediamo un po’. Indubbiamente, è ora di finirla con il parlare semplicemente di profughi dalle guerre nei luoghi da cui provengono i flussi migratori. Dobbiamo però innanzitutto ricordare come le guerre, che principalmente contribuiscono a tali flussi, siano state provocate dagli Usa con i loro sicari: sia nel nord Africa (vedi caso della Libia con Francia e Inghilterra in primo piano) sia in Medioriente (vedi Siria con all’opera gli estremisti islamici finanziati da Arabia Saudita, Qatar, in parte anche dalla Turchia almeno per un buon periodo di tempo; e inoltre l’intervento dei curdi, ecc.). Comunque, la maggior parte dei migranti (si parla dell’80%) non sono profughi, ma masse costituite prevalentemente da giovani maschi, anche relativamente benestanti poiché pagano fior di quattrini per andarsene dai loro paesi in evidente ricerca di migliori occasioni, che vengono però sostanzialmente inventate da chi si procura ottimi guadagni (e non si tratta solo degli scafisti, bensì anche di organizzazioni falsamente umanitarie).
Gli “accoglienti” – le “sinistre” europee, ma oggi soprattutto quelle italiane – spingono ad ingigantire tali flussi ed è quindi evidente la creazione di enormi ingorghi (anche se molti di questi illusi muoiono in mare; e questa colpa ricade interamente sulle spalle degli “umanitari”). Arrivati in così grandi quantità nel nostro paese (altri governi europei hanno agito nello stesso modo, ma sembra si stiano attrezzando a minori afflussi), è ovvio che non trovano affatto un’accoglienza degna di questo nome; solo le verminose “sinistre” (tutta gente dei “quartieri alti”) possono fingere che lo sia. Anche nei centri di “raccolta”, nella maggior parte dei casi, troviamo mascalzoni che ci guadagnano bei soldi. E tali centri sono effettivamente dei luoghi dove gli “accolti” vivono pessimamente sotto tutti i punti di vista. E quando trovano lavoro, l’ottengono in condizioni ultraprecarie e a paga bassissima, che naturalmente nuoce anche alle leve lavorative nostrane, di cui si racconta, da parte dei bugiardi al governo, una crescita dell’occupazione; all’80% precaria (basta lavorare un’ora alla settimana per essere considerati occupati) e con paga mensile media ben al di sotto dei 500 euro (ovviamente senza ferie pagate, tredicesima e via dicendo). E si è sbattuti via non appena non si serve più.
Cerchiamo di capire cosa proveremmo noi se ci promettessero una sorta di avanzamento sociale ed economico di buon livello in “nuovi paesi” e poi, arrivati a destinazione, ci trovassimo in condizioni di vita pressoché disumane. Non mi sorprende affatto che cresca la rabbia e il tentativo di arraffare qualcosa. Naturalmente con un degrado psicologico e un arretramento – per una parte dei nuovi arrivati, che non è proprio la parte maggioritaria, ma comunque abbastanza numerosa – verso mentalità molto aggressive, che certamente portano poi ad atti efferati o come minimo al furto (con metodi assai “sbrigativi”) e talvolta alla violenza sessuale.
E’ necessario afferrare perché questa “sinistra” – che proviene da lontani lidi, in cui le masse erano quelle effettivamente popolari e i dirigenti inseguivano ben altri obiettivi – è ormai fracida e putrida, diffonde infezione in ogni dove. E’ lei a promuovere l’immigrazione per una sorta di versione moderna – e internazionalizzata – di guerra tra i poveri. E’ la “sinistra” che deve essere perseguita e possibilmente debellata e “sterilizzata”. Invece, le sedicenti opposizioni dette di “destra” – perfino quelle accusate di populismo per non parlare di quelle “moderate”, accomodanti (con la “sinistra”) – si accaniscono troppo sugli effetti, i migranti, mentre andrebbero invece combattute le cause, questi ceti ultrabenestanti che giocano all’umanitarismo mentre cercano di rallentare il loro più che evidente disfacimento, il loro totale degrado intellettivo, l’abbrutimento spirituale, l’insulto continuo alla nostra civiltà.
Ci sono senza dubbio membri delle opposizioni che criticano quelli dell’attuale maggioranza per l’eccesso nell’afflusso di migranti e vogliono che sia messo uno stop a quest’ultimo. Tuttavia, si evita di cogliere il fulcro della questione. Tutto sommato, sembra che i falsari dell’umanitarismo siano creduti in fondo sinceri e soltanto ingenui e quindi dannosi per questa loro debolezza troppo “sentimentale”. E s’insiste sulla quantità di criminali o addirittura di veri e propri terroristi che allignerebbero tra coloro che sbarcano sulle nostre coste. Così facendo, si alimenta in effetti l’odio reciproco tra masse popolari pur diverse per tradizioni, abitudini, prerogative culturali e via dicendo. Si rischia di far schierare la maggioranza dei migranti con i mascalzoni che li hanno “allisciati” perché pensano di potersene servire un giorno; e non semplicemente come massa di votanti bensì pure come possibili “mercenari” da utilizzare per allontanare l’ormai inevitabile momento del tramonto definitivo.
E’ invece necessario, credo, far capire ai nuovi arrivati che sono stati ingannati da autentici delinquenti, tenacemente abbarbicati ai loro privilegi; che li si comprende nella loro rabbia e delusione, ma che non possono d’altra parte essere accettati atti di inaudita e selvaggia violenza e che qui non c’è affatto posto per tutti (e in un breve volger di tempo). Occorre che gli arrivi siano assai più contenuti, ci possa essere non tanto la mitica “integrazione” propagandata appunto dai manigoldi della”sinistra”, ma certamente una civile convivenza e, tutto sommato, una vivificante collaborazione. E uno degli elementi decisivi di quest’ultima deve essere la comune partecipazione all’esemplare storica punizione dei falsi e ipocriti “accoglienti”, che vanno spazzati via in pieno accordo tra tutti quelli che hanno compreso la loro infamia; appunto senza distinzione di colore della pelle e di appartenenza ad etnie diverse (e che devono restare diverse proprio nel rispetto reciproco).
Sul fatto che questa presunta “sinistra” faccia continuo sfoggio – e perfino con argomentazioni di particolare ignoranza storica – di “antifascismo”, falso tanto quanto l’umanitarismo “accogliente”, abbiamo già avuto modo di discettare a lungo; e insisteremo nello smascherarla per contrastare questo ributtante atteggiamento. E sia chiaro, a scanso di equivoci, che non sarà l’altrettanto presunta “destra” a risolvere i nostri mali sempre più gravi. Solo se un giorno arriverà infine quello che in passato ho indicato quale “grande chirurgo”, risplenderà nuovamente il Sole; ma sulle attuali forze (im)politiche, prive di ogni barlume di idealità, dovrà scendere la notte.
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Sanzionami questo!

RUSSIAN PRESIDENT VLADIMIR PUTIN VISITS CHINA

 

Le sanzioni non hanno mai fatto cambiare idea a nessuno, nemmeno all’Italia fascista e proletaria (in realtà ancora agricola e contadina) che era autarchica ma non autosufficiente, la quale giustamente rispondeva “me ne frego” all’arroganza della comunità internazionale a guida inglese. Lo stesso accade oggi con la Russia che seppur colpita dalle punizioni di Usa ed Ue va per la sua strada nei “normali” disordini dell’epoca multipolare. Nemmeno funzionano le liste di proscrizione contro gli uomini d’affari e i dirigenti politici del Cremlino (anche questo non è un argomento nuovo considerato che si operava alla stessa stregua contro la Germania ai tempi del nazismo e, appunto, contro l’Italia del ventennio) il cui obiettivo è quello di far passare per una cricca le élite istituzionali russe, al fine di produrre una separazione tra popolo e Stato, togliendo loro qualsiasi credibilità internazionale. Anche questa iniziativa è destinata a fallire come attesta l’indice di gradimento degli elettori verso Putin. Tali provvedimenti rappresentano armi spuntate contro un Paese che ha deciso di mettere la sovranità politica davanti a tutto il resto, allacciando la museruola anche agli organi finanziari interni (soprattutto la Banca centrale) i quali, in quanto composti da burocrati formatisi nelle scuole anglosassoni, tentano di condizionare la linea del governo. Come scrivono molti analisti, la Russia ha dimostrato una inaspettata stabilità (politica, sociale ed economica) nonostante alcune criticità, però comuni al resto del mondo a causa del clima di crisi sistemica globale: “L’inflazione è stata messa sotto controllo, la svalutazione della moneta nazionale è stata fermata e addirittura invertita, le sanzioni economiche occidentali non sono riuscite a mettere la Russia in ginocchio, le elezioni parlamentari di settembre hanno determinato una vittoria trionfale prevedibile per il partito Russia Unita. I rischi politici ed economici sembrano relativamente bassi e gestibili…il sistema russo si è rivelato più adattabile e flessibile rispetto a quelli stranieri”. Sul fronte estero Mosca ha ugualmente dimostrato di saper far valere i suoi interessi, con l’intervento in Siria, che ha salvato Assad, ed il rinsaldamento dei legami con Paesi come l’Iran ma anche con la Turchia, convinta a scendere a compromessi sulla vicenda. In tutto ciò è riuscita pure a non inimicarsi gli Stati Arabi. Permangono le difficoltà in Ucraina dove attualmente la situazione risulta congelata. Ma ciò non basta a rassicurare il Cremlino sui suoi confini dove si annidano ancora troppe insidie che possono essere sfruttate dai nemici per operazioni di destabilizzazione. In ogni caso, Mosca ha tracciato il percorso che i paesi volenterosi devono intraprendere per resistere alla crisi e affrontare le incertezze dell’epoca. Ribadiamo che il dissesto finanziario mondiale non è causa ma conseguenza di squilibri geopolitici, in una fase in cui l’unico centro regolatore dei rapporti di forza mondiali si vede insidiato nella sua esclusiva egemonia da altri attori emergenti o riemergenti. L’Ue ha scelto di ignorare questi mutamenti, per restare sottomessa alla sfera d’influenza statunitense. L’opzione si sta rivelando deleteria, in primo luogo per i suoi anelli deboli, come l’Italia, costretti a subire la tensione di questa conflittualità sottotraccia che, tuttavia, non tarderà ad esprimersi con sempre maggiore virulenza, aggravando le già precarie condizioni dei suddetti membri. Si annunciano giorni sempre più bui. Triste da dirsi, ma c’e’ da rimpiangere i giorni del menefreghismo.

 

 

DAL DONBASS ALL’EUROPA

Ukraine Protest

 

La guerra in Donbass è per me anche un fatto personale o, meglio, famigliare. Conosco i luoghi del conflitto poiché lì vive gran parte della famiglia di mia moglie. Quindi so di cosa parlo quando affermo che quella gente non percepisce il vicino russo come un problema. Anzi, la Russia è per essa punto di riferimento culturale e anche motivo di orgoglio (geo)politico, soprattutto da quando Putin ed il gruppo dirigente che lo sostiene hanno rimesso in moto il Paese dopo la tragedia del crollo sovietico. Il nazionalismo è minoritario su tutto il territorio ucraino benché innegabilmente esista e sia diventato più assertivo rispetto al passato grazie ai finanziamenti esteri e alla conversione delle élite politiche che in questo momento hanno in mano le redini dello Stato. Tuttavia, mi è capitato anche di parlare con ucraini residenti in zone diverse da quelle in conflitto che si sono qualificati come russi sia perché così si usava ai tempi dell’Urss, sia perché definirsi tali fa più effetto al cospetto degli stranieri. Il passato glorioso della Russia li riguarda da vicino e rifacendosi ad esso cercano di conquistarsi l’onore, pur nelle attuali avversità. Inutile negare, dunque, che senza le ingerenze americane ed europee in Ucraina non sarebbe mai deflagrata alcuna rivoluzione perché la popolazione non ha tutta questa voglia di “europeizzarsi” (se ciò può significare davvero qualcosa) né di “de-russizzarsi” inimicandosi Mosca, con la quale condivide lingua e tradizioni. Gli ucraini vorrebbero semplicemente vivere meglio, avere maggiori opportunità e godere di più benessere. Miglioramenti che non si sono verificati nemmeno all’indomani di Jevromajdan. A prescindere da questi fattori sentimentali, che già dovrebbero sconsigliare intromissioni da parte di terzi, pena la generazione di contraddizioni ancor più perniciose per gli equilibri continentali, vigono aspetti ancor più determinanti. La Russia riemergente in termini di potenza non può accettare di essere minacciata ai suoi confini da nazioni prima ricomprese nel suo “impero”. Questo vale per Kiev ma anche per tutti gli altri già gravitanti nell’orbita sovietica. L’Ucraina non sarà mai indipendente se antirussa perché la sua storia e la sua collocazione geografica lo impediscono. Quello che oggi i vertici ucraini chiamano liberazione da Mosca è una mera subordinazione agli americani che contrasta con gli interessi reali dello Stato e con quelli dei cittadini. La Ue che ha contribuito all’attuale situazione disastrosa, alimentando la russofobia generale e sostenendo gli oligarchi americanizzati, sta ugualmente rovinando i suoi rapporti con un partner strategico del quale non potrà fare a meno se un giorno vorrà ripristinare la propria autonomia e proteggersi dall’invadenza statunitense nei suoi affari. Come scrive Vitalij Tret’jakov sull’ultimo numero di Limes: “A cosa serva tutto questo agli americani è chiaro. A cosa serva ai gruppi al potere nell’Europa dell’Est è parimenti chiaro, sebbene la cosa susciti avversione nei russi. Ma all’Europa classica, per di più nella situazione attuale, a cosa serve? Forse l’Europa classica non capisce che solo nell’unione e nella collaborazione con la Russia si può salvare sia l’Europa classica sia la civiltà europea nel suo complesso. Altrimenti il risultato sarà evidente: alla fine del XXI secolo la Russia europea (anche se non europea a sufficienza, secondo gli «europei») continuerà a esistere, mentre l’Europa classica non esisterà più. Allora noi russi rimarremo gli ultimi e unici europei e la Russia sarà l’unica Europa. Molti paesi dell’Europa dell’Est capiranno tutto questo prima dell’Europa occidentale e di nuovo, di propria iniziativa, torneranno sotto l’ala protettiva della Russia”.
Non so dire se effettivamente ciò che accadrà alla fine del XXI secolo corrisponderà alla previsione dell’analista russo ma è innegabile che l’epoca multipolare si annuncia devastante per un’Europa troppo sbilanciata su Washington, laddove quest’ultima sta lentamente perdendo la sua funzione baricentrica, messa in discussione da concorrenti sempre più agguerriti, anche se al momento solo a livello regionale.
La Grassa ha recentemente riportato una citazione da un documento del Pentagono che conferma le nostre ipotesi: “La concorrenza strategica interstatale, non il terrorismo, è ora la principale preoccupazione per la Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti. La sfida centrale per la prosperità e la sicurezza degli Stati Uniti è il riemergere della concorrenza strategica a lungo termine, principalmente da Cina e Russia”.
“E’ l’affermarsi del multipolarismo – commenta La Grassa – con relativo declino Usa e rafforzamento di Russia e Cina (prima la Russia e poi la Cina perché prima viene la necessità di mantenere il controllo dell’area europea poi viene quella asiatica, dove il gioco si farà certo molto complesso). Però il vecchio establishment non si arrende. E stavolta, se fanno fuori Trump, non sarà più per gli Usa come al tempo in cui liquidarono improvvidamente Nixon (con dietro Kissinger e, ovviamente, altri centri strategici). Stiamo entrando in un’epoca diversa. Solo che la storia non è come la tecnologia; non avanza freneticamente, è un cammino tortuoso, accidentato, assai curvilineo”. Appunto Trump e il potere che lo “segue” stanno cercando di marcare un mutamento di strategia per affrontare la nuova fase che si annuncia molto diversa da quella trascorsa. Non è verosimile un ritiro degli Usa sul loro continente ma nemmeno è plausibile un dominio incontrastato sul pianeta esercitato coi vecchi sistemi. Le mosse di Trump, anche con le timide aperture verso Putin, segnalavano proprio questo cambio di marcia contro il quale però si è scagliato l’establishment uscente, non ancora deciso a defilarsi. Questo scontro intradominanti negli Usa sarà carico di conseguenze, accelererà o rallenterà il declino americano oppure stabilizzerà o destabilizzerà le forme della sua egemonia mondiale. L’Ue è avvisata e con essa quelle cerchie (sub)dominanti europee che giocano di sponda con i poteri statunitensi antitrumpiani (di matrice democratica ma anche neocon) che se sconfitti le trascineranno nella polvere. Se accadesse non sarebbe un male ma quest’ultime sarebbero semplicemente sostituite da gruppi di comando più adeguati a realizzare i programmi internazionali di Trump mentre in realtà, per il futuro dell’Europa, bisognerebbe augurarsi la nascita di avanguardie europeistiche in grado di divincolarsi dal giogo Usa e di aprirsi alla Russia per una concreta emancipazione continentale.

Sempre colpa dei 5 stelle?

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Ai 5 stelle non perdonano le sciocchezze dette, per far passare in secondo piano quelle fatte da tutti gli altri partiti che in questi anni sono stati al governo. I giornali si scagliano contro Di Maio per aver annunciato di voler mettere mano alle pensioni che superano i 2500 euro mensili. Si tratta di una minchiata ingiustificata, perché i percepitori hanno pagato i contributi per accedere a tali diritti, ma non possiamo dimenticare gli errori del passato, le numerose contro-riforme pensionistiche degli ultimi 25 anni, da Amato a Dini, a Prodi fino all’ultimo tragico intervento della professoressa Fornero che ha causato la piaga di migliaia di esodati, oltre all’ennesimo innalzamento dell’età pensionabile. Tutti gli esperti appena citati, dotati di lauree e di onorificenze varie, hanno dimostrato di non sapere fare i conti, di aver peggiorato le condizioni di vita della gente e di aver tenuto conto esclusivamente di interessi internazionali contrari al benessere generale. Andrebbero perseguitati e mandati al confino ma per la Stampa di regime è più grave la baggianata proferita dall’incauto Di Maio di quanto messo in atto dagli illustri cialtroni titolati che, di volta in volta, hanno rovinato il sistema previdenziale italiano. Inoltre, Di Maio ha annunciato che in un eventuale (ma improbabile) referendum sull’Euro lui ed il suo partito voterebbero per l’uscita dalla moneta unica. Apriti cielo. I tromboni di regime hanno immediatamente replicato che sarebbe la tragedia, la rovina dell’Italia, con dimezzamento degli stipendi, delle pensioni, con la dissoluzione degli ammortizzatori sociali, del tessuto produttivo, l’incremento del debito, la fuga dei capitali ecc. ecc.. Ovvero, di tutto quanto è già avvenuto da quando lorsignori si sono messi nella fauci dell’Ue (protettorato Usa a guida franco-tedesca) senza colpo ferire. Non c’è limite al disonore e alla disgrazia in cui questi lestofanti antinazionali ci hanno immersi. In ogni caso, fuori dall’euro c’è vita, come Londra dimostra e come testimoniano gli altri membri comunitari che non hanno mai rinunciato al loro conio, pur essendo entrati a far parte della giostra europea. C’è da ammettere che non basta uscire dall’euro per risollevarsi dalle italiche sventure. La sovranità monetaria è un trastullo per finti rivoluzionari o un rovello per tecnici cervellotici esclusi dal giro, i quali tentano di rifarsi accreditandosi tra i contestatori. Il signoraggio è teoresi vecchia e decrepita che non spiega nulla della complessità economica e finanziaria odierna, e men che meno ci illumina sui rapporti di forza (geo)politici che si snodano dietro la superficie del mercatismo. Per questi motivi è inutile farsi trascinare troppo sul terreno economicistico che non ci avvicina di un millimetro ai veri obiettivi della fase. I nostri nemici sono gli Usa, l’Ue e i gruppi interni collegati a questi establishment esteri che ci sottomettono politicamente, economicamente e socialmente. Di fronte a tale immane sfida noi parliamo (solo) di euro?

ЕС как аванпост против России

europa

Что такое Европейский Союз? Передовой пост против России. Европа сегодня не живет своей жизнью, но она всего лишь инструмент для американцев, которые хотят помешать «восточным» конкурентам.
Эта функция ЕС очевидна на его границах. Соединенные Штаты создали «Новую Европу», освобожденную от бывшей советской империи и присоединенную к НАТО, которая стала элементом нарушения общего равновесия на контингенте. Все попытки России восстановить минимальные дружеские отношения со спутниками прошлой эпохи идут плохо, потому что сразу же между встают янки. И Брюссель даже не имеет возможности наладить какое-нибудь посредничество или придти к компромиссу, чтобы отстранить Вашингтон от своих дел на своей территории.
Как пишет аналитик Сергей Рекеда, «Россия пытается всеми силами преодолеть недоверие своих соседей, но ее дружественные подходы сводятся на нет предрассудками господствующих классов, контролируемых США». Россия обещает экономические инвестиции? Это экономическая оккупация. Хочет построить газопровод? Это энергетическая зависимость. Стремится к политическому диалогу? Это пропаганда или внедрение кремлевских агентов. Те же предложения Белого Дома приветствуются без обсуждения. Они похожи на советы Дон Корлеона, от которых нельзя уклониться. Таким образом, это проводится для развертывания армии НАТО, которая заняла позиции советских войск на Балтике и бывших членов Варшавского договора. Они меняют внешних врагов, которых нужно защищать, но реальными захватчиками оказываются так называемые друзья.
В настоящий момент Европа и Россия являются противниками, но вскоре могут стать еще более враждебными, когда США решат серьезно столкнуть конкурентов амбициями. Однако эта враждебность необоснованна, потому что не русские являются проблемой, но американцы. Если бы Брюссель считал себя независимым центром мировой политики (переход от зонтика НАТО к казачьей шапки не является альтернативой), то он нашел бы свое основное препятствие на пути своих устремлений. Восстановление европейского суверенитета может произойти только в ущерб тем, кто сегодня его сжимает. Я не думаю, что Кремль мешает ЕС развивать большую автономию в принятии решений. Напротив, он протягивает руку европейским Канцеляриям, чтобы облегчить многополярность и разбить американскую униполярную решетку по всему миру. Он, конечно, не делает это только из-за своей доброжелательности к Европе, а для поиска союзника, который прикроет его в битве, направленной на воссоздание более широкой области влияния. Тот, кто находит друга, ослабляет врага или делает его маневры более проблематичными. К сожалению, те, кто управляют Европой, гнут свою линию из-за океана, ставя под угрозу ее возможности. Об этом свидетельствует недавняя европейская стратегическая доктрина. В ней утверждается, что сдерживание — это единственный способ подступиться к великому славянскому соседу, а также содействовать приграничным к ней государствам в их опасениях, которые находят дополнительные предлоги для того, чтобы тянуть деньги из Сообщества и призывать Атлантический Альянс. Это абсурдный способ решения текущих проблем, который отдалит нас от Москвы на решающей фазе, оставляя Европу во власти американских диктатов.
Мы сурово заплатим за эту податливость, поскольку продолжающаяся динамика будет по-прежнему оказывать дестабилизирующее воздействие на геополитическом уровне, несмотря на наши усилия по восстановлению стабильности в привычном международном сценарии. Исторические процессы неизбежно меняют картину глобальных отношений, определяя выживание целых географических районов. Европейцы, похоже, не обращают на это внимание и все еще оборачиваются назад, убежденные в том, что их роль сохранится без изменений. Они являются эмблемой невозможной сохранности. Прошлое не возвращается, но приводит в замешательство настоящее.

Che cos’è l’Unione Europea? Un avamposto contro i russi. Oggi l’Europa non vive una vita propria ma è mero strumento degli americani, i quali vogliono impedire a competitori “orientali”, in accordo con alcuni Stati Europei che ancora non hanno abbassato del tutto la cresta, di insidiare la loro egemonia globale.
Questa funzione dell’Europa è evidentissima ai suoi confini. Gli Stati Uniti hanno fatto della cosiddetta Nuova Europa, quella sottratta all’ex impero Sovietico ed annessa alla Nato o alla stessa Ue, il bastione avanzato dei loro interessi in occidente ma anche un elemento di perturbazione degli equilibri generali all’interno del continente. Tutti i tentativi russi di ristabilire un minimo di relazioni cordiali con i satelliti della precedente epoca vanno in malora perché si mettono immediatamente di mezzo gli yankee. E Bruxelles non ha nemmeno la forza di provare qualche mediazione o compromesso per togliere a Washington l’esercizio di questo strapotere sul suo territorio.
Come scrive l’analista Sergey Rekeda, la Russia prova in tutti i modi a superare la diffidenza dei vicini ma i suoi approcci amichevoli vengono vanificati dai pregiudizi delle classi dirigenti di queste nazioni sotto controllo statunitense. La Russia promette investimenti economici? E’ occupazione economica. Vuole costruire un gasdotto? E’ dipendenza energetica. Si sforza di intavolare un dialogo politico? E’ propaganda o tentativo d’infiltrazione di agenti del Cremlino. Le medesime proposte fatte dalla Casa Bianca, a questi membri giovani e sprovveduti dell’Unione, vengono invece accolte senza alcuna discussione. Sono come i consigli che non si possono rifiutare di Don Corleone. Così è stato per il dispiegamento di uomini in armi della Nato che hanno preso il posto delle truppe sovietiche nel Baltico o tra gli ex aderenti al Patto di Varsavia. Cambiano i nemici esterni dai quali occorre farsi difendere ma l’occupazione reale è sempre dei sedicenti amici.
Al momento, Europa e Russia sono avversarie ma potrebbero presto diventare persino più ostili allorquando gli Usa decideranno di affrontare sul serio le velleità concorrenziali del Cremlino al suo dominio. Questa ostilità è, tuttavia, ingiustificata perché non sono i russi il suo problema ma gli americani. Se Bruxelles si pensasse come centro indipendente della politica mondiale (passare dall’ombrello della Nato al colbacco cosacco non rappresenta un’alternativa) troverebbe come principale ostacolo alla sue aspirazioni Washington e non Mosca. Il recupero della sovranità europea non può avvenire che a scapito di chi oggi la comprime. Non mi pare sia il Cremlino ad impedirle di sviluppare maggiore autonomia decisionale. Anzi, esso tende una mano alle Cancellerie europee al fine agevolare il multipolarismo e rompere la gabbia unipolare statunitense sul mondo. Non lo fa certo per benevolenza nei confronti dell’Europa ma per trovare un alleato che gli copra il fianco nella sua battaglia volta a ricreare una più ampia area d’influenza. Chi trova un amico indebolisce il nemico o rende più difficili le sue manovre tese a a fare altrettanto. Purtroppo, chi governa l’Europa si fa dettare la linea da oltre oceano pregiudicando le sue possibilità. La recente dottrina strategica europea lo testimonia. In quest’ultima si stabilisce che la deterrenza è l’unico modo per approcciarsi al grande vicino slavo e si assecondano le paure dei suoi confinanti che trovano ulteriori pretesti per spillare quattrini alla Comunità o invocare la sicurezza Atlantica. E’ una maniera suicida di affrontare le problematiche in corso che ci separerà da Mosca sui dossier decisivi della fase, lasciandoci alla mercé dei diktat americani.
Pagheremo severamente questa arrendevolezza perché le dinamiche in atto continueranno a produrre effetti destabilizzanti a livello geopolitico, anche in opposizione ai nostri sforzi di ritrovare la stabilità, in un panorama internazionale consuetudinario. I processi storici stanno ineluttabilmente cambiando il quadro delle relazioni globali, mettendo in gioco la sopravvivenza di intere zone geografiche. Gli europei sembrano ignorarlo ed hanno ancora la testa rivolta all’indietro, convinti che il loro ruolo possa preservarsi inalterato. Sono l’emblema di una conservazione ormai impossibile. Però il passato non torna anche se, evidentemente, “frastorna”.

TRA LA FED E LA BCE (G. DUCHINI)

euro

Anzitutto c’è un antefatto da non sottovalutare e da tenere sempre presente: la Bce è indissolubilmente legata alla Fed nel senso che da quest’ultima dipende; più esattamente la Fed detta la linea di direzione entro cui la Bce può muoversi con un certo grado di autonomia, pur essendo a sua volta sottoposta ad un vaglio dI ultima istanza, al di fuori del quale non si può andare, pena una destituzione immediata dei responsabili preposti alla guida della superbanca. E’ altrettanto ovvio che esiste una catena di trasmissione che lega in modo indissolubile la Fed alla Bce con “uomini in carne ed ossa” cresciuti a pane e banche; esemplare è il caso di Mario Draghi (Presidente della Bce) che si è fatto le “ossa” in qualità di manager della Banca d’affari americana Goldman Sachs.
Da questo antefatto possono discendere varie considerazioni in ordine a quanto è successo in questi ultimi tempi.
Il Diktat posto dalla Fed a Mario Draghi è un processo di normalizzazione delle politiche monetarie per superare un impasse dovuto ad una troppa bassa inflazione dell’euro. Nella disposizione imposta dalla Presidente della Fed (Janet Yellen) c’è un definitivo abbandono della lotta contro la tendenza deflazionistica ingaggiata da Mario Draghi in una sorta di graal irraggiungibile.
E’ in atto un duello a distanza tra la Fed e la Bce e cioè tra le due banche Centrali maggiori dell’occidente, nel senso che la prima difende la politica monetaria Usa e l’altra è custode della moneta unica europea. Il gioco è quello dei tassi d’interesse. La Fed dovrebbe alzare i tassi di interesse, insieme all’annunciata riduzione del proprio bilancio con la conseguente limitazione della liquidità sul mercato. La Bce dovrebbe mantenere i tassi a zero con un restringimento del Qe(1). Ma dietro questo duello si nasconde la reale partita del contendere. La Fed vuole arrivare in tempi relativamente brevi ad una sostanziale crescita dell’economia Usa che sta crescendo più lentamente del previsto. Occorre una più incisiva inversione di tendenza di Draghi che è troppo attardato sulla politica a tassi a zero e con una Bce che continua ad acquistare titoli di Stato. Questa situazione ha frenato in Usa la rivalutazione del dollaro e spinto al rialzo le Borse, anche se presto potrebbe cambiare tutto sul fronte del reddito fisso dove i titoli di Stato acquistati dalla Bce rischiano di perdere valore per allinearsi ai nuovi più alti rendimenti.

L’unico problema alla rottamazione del Qe è l’incertezza politica che grava su Eurolandia, gli esiti elettorali poco favorevoli per la Germania, la questione catalana, la mancata formazione di una coalizione di governo nei Paesi Bassi, fino alle elezioni in Italia nel 2018. Non è escluso che il Qe continui ad operare dimezzato per altri nove mesi, senza dare un’indicazione precisa su quando verrà posta la parola fine agli acquisti, non senza dimenticare che Usa, Gran Bretagna ed altre banche centrali si accingono a ridurre i rispettivi Qe.
GIANNI DUCHINI

(1) “ Ecco perché una Banca centrale interviene: alzando i tassi, spinge le banche private a chiedere meno liquidità alla banca centrale e, di conseguenza, a prestare meno soldi a imprese e famiglie, già reduci da un eccessivo ricorso all’indebitamento. Quando invece l’inflazione è molto bassa (o quando addirittura accade il fenomeno opposto ovvero quando i prezzi dei beni e servizi diminuiscono, la cosiddetta deflazione) una Banca centrale tende a tagliare i tassi, rendendo più accessibili i prestiti all’economia. Regolando il costo del denaro una banca centrale cerca quindi di regolare la quantità di prestiti elargiti dal sistema finanziario all’economia reale in modo tale da evitare situazioni di frenata o di surriscaldamento dell’economia. Esattamente come si regola la temperatura in un appartamento con un termostato.” Da “ Il Sole 24 Ore”.

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