Governo debole sotto attacco, di GLG

gianfranco

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due eventi ben diversi e di diverso peso e significato. Tutti e due però positivi secondo la mia opinione perché chi cercherà contro di essi soluzioni “morbide” dimostrerà di non avere le “palle” giuste per condurre questo paese. Preciserò poi un’ulteriore questione. Vedo questa UE come l’annientamento della nostra stessa civiltà. Per cui l’opposizione ad essa dovrà attuare in tempi non pluridecennali qualcosa di estremamente violento. Così pure, per altro verso, giudico un Lerner (e quelli che lo coadiuvano nel programma) una fastidiosa infezione, che va combattuta con i metodi che si usano di fronte a simili eventi. Tuttavia, le forze che attualmente dovrebbero contrastare queste forze mortifere sono comunque filo-Usa (sia pure di un diverso establishment rispetto a quello più marcio e delittuoso rappresentatosi in Obama/Hillary Clinton) e sono ottusamente anticomuniste (e ossessionate dal vedere comunisti dappertutto). Questo indebolisce a mio avviso la funzione di risanamento che dovrebbero svolgere le opposizioni a questa UE e a questa “sinistra” italiana. Per questo ho parlato di cura omeopatica.
Il vero comunismo è cosa che ormai appartiene al passato. Per quanto mi riguarda, in quel passato ha fatto cose tutt’altro che disprezzabili; io comunque le considero tuttora positive. Non al 100% perché zone d’ombra esistono sempre, nulla è perfetto; tuttavia, è stato un tentativo fallito, ma per tanti versi encomiabile (questa la mia opinione). Non accetto quindi che ci si ponga dalla parte degli Stati Uniti (sia pure in modo differenziato) né che si voglia cambiare la storia nel senso di considerare mostri quelli che sono ormai consegnati al passato. Se ci limitiamo allo stretto “presente” della nostra squallida situazione, non posso che invitare a regolare infine i conti con la UE e con questa nostra “sinistra”, smettendo di considerarla “rossa”; non è nemmeno una blanda socialdemocrazia, è solo il marciume che deve essere eliminato dalla nostra società, è la cloaca dove tutte le defecazioni dei suoi immondi rappresentanti (maschi e femmine) finiscono. Chi sarà in grado di svuotarla fino all’ultimo grammo?

L’Europa si salva con la Russia.

il ratto d'europa

Nell’ultimo numero di Limes si parla di Antieuropa. Questo termine, secondo me azzeccato, si riferisce ad una struttura di governo del Continente costruita esclusivamente su interessi egemonici esterni allo stesso. L’Antieuropa, cioè l’Ue, ha una matrice americana, in quanto tale è contro gli Stati europei che vedono derubricate le proprie istanze a favore della geopolitica statunitense. Nel suo editoriale, Caracciolo rammenta che i due pionieri dell’Ue, Schuman e Monnet, erano in sostanza due agenti transatlantici, due congiurati di Washington che rispondevano alle mire conquistatrici di questa anche se ammantavano i loro discorsi di spirito cosmopolitico ed europeistico. Ciò  dovrebbe bastare a far capire che l’Unione Europea non è un soggetto riformabile, esso può essere solo abbattuto e sostituito con un vero progetto indipendentistico che risponda alle esigenze multipolaristiche della fase storica. Di questo abbiamo già scritto con La Grassa, proponendo un asse Berlino-Mosca-Roma per la rinascita di un reale contropotere nel Vecchio Continente atto a ridisegnare i destini dei popoli che lo abitano.
Sulla rivista già citata, in questa direzione, c’è un intervento piuttosto interessante a firma di Vitalij Tret’jakov, intitolato “Senza la Russia l’Europa non si salverà”.
Riporto i passaggi piu’ stimolanti (poiché non tutto è condivisibile del pezzo) e che rispecchiano il mio punto di vista: “Il Vecchio Continente può sopravvivere se si riunirà a Mosca. Ma dovrà abbandonare arroganza e padrone americano, ricalibrare il concetto di democrazia… L’Europa e la Civiltà Europea si trovano a un passo dalla morte; sono in pochi oggi a dubitarne.
Purtroppo, le ricette per il salvataggio che si sentono risuonare più forte nella stessa Europa (vale a dire, l’Europa meno la Russia) sono o lacunose o prive di prospettive nella loro dogmaticità neoliberale, ovvero nella loro essenza antipopolare.
A mio avviso, è evidente che la Russia sopravvivrà anche senza questa Europa. Tuttavia, non isolo così deliberatamente l’Europa dalla Russia, o la Russia dall’Europa, come fanno gli europei più illustri, da poter rimanere impassibile davanti al destino di questa nostra parte di mondo.
Certamente, se l’Europa non rinsavisce da sé, la Russia non riuscirà a salvarla: la sindrome suicida di questa Europa si è fatta troppo potente. Tuttavia, mi sembra che la chance non sia ancora andata perduta. Provare a far rinsavire l’Europa è possibile e necessario.
…In nome della salvezza dell’Europa (intesa come civiltà europea) così come la conosciamo, stimiamo e amiamo, è necessario rivedere in maniera radicale (rivoluzionaria) ogni aspetto relativo alla politica europea in senso lato. Di seguito elenco ciò che reputo assolutamente non negoziabile e di primaria importanza.
La deoccupazione dell’Europa. La smobilitazione di tutti i battaglioni e la chiusura di tutte le basi militari Usa sul territorio dei paesi europei e pertanto, più ragionevolmente, il semplice scioglimento della Nato. L’Europa deve smettere di essere un vassallo militare degli Usa.
L’esclusione dall’Osce, come minimo, di Usa e Canada, o ancor meglio la com-pleta soppressione di questa organizzazione, in quanto essa ha tradito la sua missione primigenia. Complessivamente, queste due misure comporteranno, se non una totale, quanto meno una radicale de-americanizzazione dell’Europa.
È necessario sciogliere l’Unione Europea in quanto formazione burocratica sovranazionale ormai deceduta, che per giunta non riflette gli interessi, non solo di tutte le nazioni europee, ma nemmeno di molti membri Ue. L’Unione Europea collasserà da sé con la stessa inevitabilità, negli stessi termini temporali e per lo stesso ordine di ragioni per cui collassò l’Unione Sovietica – un’Unione Europea numero 1, sorta cent’anni fa nell’Est dell’Europa. Ma questa volta sarà un collasso incontrollato, con i relativi eccessi e conseguenze.
La riunificazione dell’Europa. Gli europei occidentali non solo hanno permesso di vedere la propria parte d’Europa americanizzarsi, ma hanno anche privatizzato il nome storico dell’Europa, considerando Europa solo ciò che coincide con l’Unione Europea e la Nato e isolando da sé tutto ciò che non rientra in queste due organizzazioni, in primo luogo la Russia. È giunto il tempo di riunire Europa e Russia, poiché è questa la vera, completa e piena Europa, la vera civiltà europea (tra l’altro, estesa attraverso la Russia in Asia, fino all’Oceano Pacifico).
…elaborazione di una nuova architettura politica dell’Europa, in particolare di un’idea di Organizzazione delle nazioni europee (One). Ritengo doveroso sottolineare che i soggetti principali della politica intra-europea saranno solo e soltanto le nazioni sovrane europee (situate in Europa).
È necessario porre e stabilire giuridicamente il divieto di interferire reciprocamente negli affari interni tra Stati europei, nonché il divieto per qualsiasi Stato non- europeo di interferire negli affari interni degli Stati europei e negli affari intra-europei (compresi divergenze e confitti tra Stati membri).
Allo stesso modo le nazioni europee dovranno impegnarsi pubblicamente a non interferire negli affari interni di qualsiasi Stato situato al di fuori dell’Europa. Tale intromissione sarà possibile in casi eccezionali e soltanto su richiesta dei legit- timi governi di tali Stati o su risoluzione del Consiglio di Sicurezza Onu.
Le nazioni europee dovranno promuovere una riforma dell’Onu: il Consiglio di Sicurezza, dopo la riforma, dovrà formarsi su base continentale o su criteri di appartenenza culturale.
… La storia del mondo non si è fermata, nemmeno quella dell’Europa. La marcia della storia è un costante cambiamento dei confini, la comparsa e la scomparsa di Stati. Pertanto, è necessario creare all’interno dell’One un organo apposito: il Consiglio degli Stati non riconosciuti e dei territori europei contesi, con una rappresentanza per ognuno di questi Stati e territori.
Imperativo categorico è la creazione tra gli Stati europei occidentali e la Russia di un cordone di Stati neutrali, che nei successivi quindici anni non avranno diritto a partecipare ad alcun blocco militare internazionale, sia intraeuropeo che extraeuropeo. In tale cordone dovranno rientrare: Norvegia, Finlandia, Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia, Bielorussia, Slovacchia, Ungheria, tutti gli Stati dell’ex Jugoslavia, Bulgaria, Romania, Ucraina, Moldova, Georgia. Ciò permetterà un gra-duale superamento dello storico scisma d’Europa, che ha generato molte guerre in passato.
…Il rifiuto dell’idealizzazione e dell’assolutizzazione della cosiddetta democrazia (politica), giacché mai essa si è realizzata e, per principio, non è pienamente realizzabile o non può risultare democrazia per tutti. L’abbattimento delle vetuste scenografe democratiche che mascherano il potere della classe dominante. Il rifiuto dell’ipocrisia politica democratica, la quale costituisce uno dei tratti più riprove- voli dell’Europa contemporanea.
…Il rifiuto dell’imperante traduzione della democrazia, quale «potere della maggioranza» (pur illusorio), in una democrazia dove il potere (anche effettivo) è riposto nelle mani di un gruppo minoritario costituito da ferventi zeloti dalle ambizioni totalitarie a danno della maggioranza.
Ciononostante, è naturale che non si possano negare o ridimensionare il valore e il signifcato delle forme democratiche di governo (compreso il potere statale), così caratteristiche per la civiltà europea in diverse tappe del suo sviluppo. Tuttavia, non in misura minore la civiltà europea ha saputo usare proficuamente un altro regime naturale di governo della società: il sistema di comando e controllo (nei casi limite, l’autoritarismo). Pervenire a un equilibrio ragionevole, seppur costante- mente variabile, tra questi due metodi di governo è l’autentica – e non artificiale – democrazia, ovvero un potere in nome degli interessi della maggior parte della società e della società in generale…Il riconoscimento dell’eterogeneità delle nazioni europee, dei popoli, delle loro culture, lingue, tradizioni, comprese le tradizioni politiche, come valore fondante dell’Europa quale comunità di nazioni e quale civiltà. Nessuna nazione deve essere costretta a rinunciare alle proprie particolarità nazionali, siano esse ideologiche o politiche. A nessuno può essere imposto di conformarsi a una determinata formazione politica, a un regime, a un’ideologia o filosofia politica. La standardizzazione, ovvero l’omogeneizzazione sistematica, della vita delle nazioni e dei popoli europei è il meccanismo che conduce al graduale deperimento della civiltà europea…I cittadini di nazioni che un tempo possedevano colonie in tutti gli altri continenti del pianeta con tutte le conseguenze del caso, compreso lo sterminio di massa della popolazione locale e la tratta degli schiavi, non possono permettersi di insegnare agli altri la tolleranza, la democrazia, i diritti umani e altre cose del genere. Non hanno il diritto morale di insegnare ad altri popoli e a governi più giovani l’umanesimo, la misericordia, le virtù civili e politiche … L’Europa e la civiltà europea nella loro condizione attuale non possono essere salvate senza la Russia, escludendo la Russia o, ancor peggio, nello scontro con la Russia e in guerra contro di lei. Chi la pensa diversamente è ignorante, stolto o un provocatore (e non sono pochi nell’Europa orientale), o ancora un membro fedele (di principio o meno) del partito degli atlantisti, o, ancora meglio, un semplice schiavo docile e privo di volontà al soldo degli Usa. Proprio oggi l’Europa deve, infine, unirsi, in tutta la sua eterogeneità e in tutto il suo volume geografico e storico, alla Russia – la più grande, e sempre più europea della stessa Europa, parte della civiltà europea. Non si parla, chiaramente, di una mitica «casa comune europea», costruita su modello europeo occidentale o secondo progetti neoliberali, nella pratica governata da Bruxelles, Berlino o Londra…”

Ecco, questi pochi elementi alquanto ragionevoli, pur se da sviluppare, approfondire ed estendere ad altri presupposti, rappresentano dei principi sani per dare all’Europa (e alla Russia) il posto che meritano (ma che si devono riguadagnare dopo decenni di sfaceli) sulla scacchiera mondiale.

E’ un “vaste programme” ma qual è l’alternativa? Ci sentiamo di aderire a tali intenzioni espresse dall’analista russo. Rovesciare la dominazione americana non è un compito semplice per questo bisogna letteralmente annientare l’Ue, le sue classi dirigenti compromesse con gli Usa, essendo lo spazio in cui agiamo una gabbia nata più di 60 anni fa per diretto impulso dei vincitori della II Guerra Mondiale. I cosiddetti padri fondatori dell’Ue erano a libro paga dei servizi segreti americani e hanno realizzato un incubo più che un sogno. Per rompere il sortilegio occorre riavvicinarsi al principale antagonista di Washington, la Russia. Deve essere inaugurata una nuova politica di intese tra est ed ovest per rompere l’isolamento russo e sganciare l’Europa dalla dipendenza americana. Questi primi passi, da attuare con cautela, sono possibili perché il declino americano, seppur relativo, è un fatto. Il multipolarismo è un processo storico oggettivo e inarrestabile ma il mutamento dei rapporti di forza ed il ribilanciamento della potenza, dipende anche da fattori soggettivi. La Storia spalanca delle finestre ma per passarci attraverso bisogna “osare”, ed essere strategici. Ormai, anche muovere un dito in questo mondo in ebollizione genera scosse da tutte le parti. È l’oggettività della situazione conflittuale. La sorte dei conflitti dipende però anche dal l’intelligenza soggettiva degli attori in campo. Il mondo è aperto ad ogni possibilità.

UN’ALTRA PUGNALATA ALL’ITALIA

SudItaliabordello

 

Strano modo di tutelare il nostro interesse nazionale quello della Lega. Il Corriere della Sera riporta una nota da Palazzo Chigi, vergata dal movimento di Salvini, in cui si afferma che: “nelle ultime settimane il governo, condividendo la crescente preoccupazione in termini di cybersecurity da parte della comunità internazionale inclusi USA, G7 e la stessa Commissione europea ha lavorato all’ ampliamento del Golden Power con particolare riferimento allo sviluppo della tecnologia 5G”.
Quest’ultima, come abbiamo già scritto, comporta uno sviluppo accelerato in settori importanti ma, evidentemente, gli Usa non sono affatto contenti dello scenario e quindi si stanno frapponendo tra i cinesi, che detengono il primato di detto sistema, e i loro possibili interlocutori. Possiamo immaginare che il viaggio di Giancarlo Giorgetti a Washington, Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio in quota leghista, di fine febbraio, servisse a discutere anche di questo dossier. Dico anche perché in realtà avranno esaminato cose molto più serie, come politica estera, intelligence, ecc. ecc. Tutti temi sui quali tra noi e gli Usa esiste da tempo una ”dialettica”, quella servo-padrone. Non sarà stato il viaggio “culturale”, al di là dell’Atlantico, di Napolitano del 1978, che di fatto sancì lo spostamento di campo del Pci sotto l’ala statunitense, anticipato dalle dichiarazioni di Berlinguer del ’76 circa “l’ombrello Nato”, ma il momento storico suggerisce che qualcosa di grosso aleggia nell’aria, viste le trasformazioni politiche in corso a livello geopolitico. La mutata azione americana rifarà i connotati alle sue tradizionali sfere d’influenza, ricalibrando o sconvolgendo le precedenti formule.
Infatti, le dichiarazioni leghiste gridano vendetta e costituiscono l’ennesimo tradimento ai danni di questo pauvre pays. Siamo dominati da più di settanta anni dagli americani, in tutti i settori chiave e negli assetti strategici, ma si arriva a paventare di un pericolo cinese ancora inesistente nei fatti. Ieri temevamo i gialli per le merci a basso costo ora siamo terrorizzati dai loro progressi. Se vanno oltre l’involtino dobbiamo stare attenti al mandarino. Qualcosa non quadra nelle narrazioni di questi difensori della patria dell’ultima ora che fino a ieri volevano resecare l’Italia, isole comprese.
Vorremmo però ricordare ai nostri governanti del cambiamento che i principali problemi della cosiddetta cybersecurity in Europa sono venuti tutti da oltreoceano. Gli yankee hanno intercettato chiunque sul vecchio continente, ai livelli apicali di Stati e governi, facendo scoppiare scandali che però non si sono risolti in nulla, proprio perché questi controllano l’Ue “manu militari” e con spie sparse ovunque. La stessa Unione Europea è una loro creazione. Lo è dai primi passi di una integrazione forzata e gestita ideologicamente (con l’ingombro statunitense legittimato retoricamente per impedire il ritorno delle dittature) all’indomani della II Guerra Mondiale, pilotata dalla Cia, dal Fbi e dagli stessi militari che impiantavano basi ovunque fosse utile farlo. I grandi padri fondatori dell’Europa erano tutti finanziati dallo “straniero” e i loro nipotini sono ugualmente comprati o minacciati, a seconda del loro grado di sudditanza.
Questa è la realtà, ma qualcuno ha ancora davanti agli occhi una grande muraglia immaginaria che ci costerà sempre più cara, in termini di autonomia ed indipendenza, da Lisbona a Vladivostok.

Sempre venduti agli Usa, di GLG

Italia-USA-Bandiera

SEMPRE VENDUTI AGLI STATI UNITI

Perché non può esistere un’Europa unita in contrapposizione con gli Stati Uniti

 

Ecco gli eredi dei vecchi padri dell’Europa pagati dagli Stati Uniti:

https://www.italiaoggi.it/news/la-ue-fatta-nascere-dalla-cia-2053384

Questi nuovi sono anche peggiori dei precedenti. Sono i veri annientatori della nostra antica civiltà europea, di cui l’Italia è stata sicuramente un pezzo importantissimo (si pensi anche soltanto alla nostra arte e ai monumenti e antichi borghi e via dicendo). Abbiamo a che fare con autentici traditori di tutta la nostra lunghissima storia. Devono essere svergognati e tolti dalle loro cattedre e da posti di responsabilità. Annienteranno tutto il nostro passato in quanto massimamente servili verso lo straniero secondo, purtroppo, una lunga tradizione di ampi settori intellettuali e politici italiani; da lungo tempo coadiuvati da quelli che chiamo “cotonieri”, gli imprenditori che hanno combattuto (ed eliminato) gente come Mattei e hanno progressivamente indebolito l’industria pubblica, già creata dal fascismo, ma indubbiamente rafforzata (con Finmeccanica nel 1948, l’ENI nel 1953 e l’Enel nel 1962) da alcuni settori democristiani, poi battuti dalla sedicente “sinistra” di tale partito assieme ai piciisti e postpiciisti, postisi in piena combutta con certi settori americani (in cui fa spicco un uomo come Kissinger, che parlò di un suo “comunista preferito”, ben noto) fin dall’inizio degli anni ’70. Il “caso Moro” e via via fino a “mani pulite” (operazione posta in atto dopo il crollo del sistema detto “socialista”, URSS compresa) sono eventi cruciali del totale passaggio al più bieco servilismo verso gli USA. Oggi nessuno si oppone a ciò. Basti vedere la Lega, schiacciata esattamente come i piddini, sull’appoggio alla politica USA di più pressante asservimento del Sud America. Non c’è schieramento politico o industriale che oggi riprenda un minimo di politica autonoma. C’è solo lotta acuta fra schieramentiper porsi nelle condizioni di servitori migliori e di godimento degli emolumenti che i padroni pagano ai loro più fedeli. E c’è anche una rottura interna ai padroni per la migliore strategia da attuare ai fini dell’asservimento totale. Occorre una vera “rottura” rispetto a queste bieche accozzaglie di servi particolarmente laidi e che hanno di gran lunga superato in abiezione, infamia e corrompimento di ogni valore i vecchi servitori della prima Repubblica.

 

Le potenzialità dell’asse

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La manovra è passata in Senato. Dentro ci sono “quota 100” per le pensioni ed il reddito di cittadinanza. Mancano i dettagli, ma pare che i fondi a disposizione per tali riforme non siano quelli annunciati. Vedremo in cosa si concretizzeranno le due iniziative del Governo che gli italiani considerano il “minimo sindacale”, dopo anni di vessazioni economiche ai loro danni. Bruxelles ha ottenuto i suoi tagli ed una vittoria politica che l’Esecutivo doveva evitare andando ad uno scontro ancor più duro, data la situazione di debolezza degli organismi europei. Tuttavia, è inaccettabile che autentici traditori della patria, ex Presidenti della Repubblica o del Consiglio, parlino di democrazia tradita e di dettatura dei provvedimenti da parte della Ue. Proprio loro che hanno fatto strame dell’Italia al fine di sottometterla ancor più pesantemente a voleri extra-nazionali, usando la democrazia come il cesso di casa, utile solo ai loro infimi bisogni. Il coro dei tromboni, che ha già affossato la Penisola, aggiunge inoltre che a causa delle scelte di Lega e 5S non ci sarà crescita ma ulteriore depressione dell’economia del Belpaese. In realtà, è la crisi globale che non si è conclusa, come abbiamo scritto tante volte. Tutte le economie capitalistiche sono in difficoltà, anche quelle che non appartengono all’area occidentale e che negli anni passati hanno avuto tassi di crescita a due cifre, come quella cinese. Il sistema globale è in sregolazione per l’assenza di un unico centro coordinatore, essendo ormai entrato il mondo in una stagione multipolare in cui far da se è più sicuro che andare al rimorchio della vecchia superpotenza. E’ una fase che La Grassa ha paragonato a quella del 1873-96: “si tratta di una sostanziale (lunga) stagnazione, non di un vero e proprio brusco tracollo economico-finanziario. Normalmente, si considera quel periodo storico come la fase di passaggio dal capitalismo di prevalente concorrenza a quello di prevalente mono(oligo)polio. Una fase non caratterizzata da troppo gravi sconvolgimenti (e arretramenti) economici, ma da ritmi di sviluppo estremamente bassi interrotti da inversioni di tendenza di non drammatiche dimensioni. Insomma, un’epoca il cui trend dovrebbe essere rappresentato graficamente da una linea quasi orizzontale”.
Da questa situazione non si esce con i palliativi ma si possono fare, certamente, più danni dando retta ai cialtroni dell’austerità, quelli che continuano a blaterare di pareggi di bilancio e parametri di sicurezza economica da non sforare, o altre amenità. Puntare su politiche espansive della domanda è l’unica per non annegare del tutto, ben sapendo però che, da un simile quadro di problemi, si viene fuori esclusivamente con azioni di immane coraggio politico, ovvero quelle in grado di ribaltare le ataviche abitudini di un’intera epoca storica. Occorre in sostanza partire da rinnovate partnership internazionali per rompere la gabbia d’acciaio in cui ci si trova confinati. Noi abbiamo parlato di nuovo asse Berlino-Roma-Mosca, ma si tratta di un’indicazione di massima che può e deve includere altre formazioni sociali che condividano una necessaria trasformazione degli assetti mondiali. Questi sono gli unici veri cambiamenti che possono riscrivere il destino dei Paesi nella transizione epocale in atto.’’’

Chiariamo alcune “questioncelle” di GLG

gianfranco

CHIARIAMO ALCUNE QUESTIONCELLE, di GLG

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Non sono in verimolto interessato alle considerazioni in tema di banche, operazioni di borsa o comunque speculative. L’articolo che riporto mi sembra informato e ben argomentato, ma ammetto di averlo letto senza una spasmodica attenzione. Mi hanno colpito alcune cose. Si insiste nel dire (non tutti per la verità l’hanno detto, ma si era sostenuto questo all’epoca) che la crisi iniziata da ormai un decennio ricorda quella del 1929. Sinceramente non mi sembra si sia verificato nulla di così disastroso; almeno a leggere i racconti (tanti in verità) di quell’evento che ha determinato anche profonde revisioni della teoria economica (oggi bellamente ignorate) e certamente della politica economica (anche queste ormai lettera morta). Mi sorprende che nessuno sembra più ricordare la “grande depressione” del 1873-95/96, da me invece citata ormai decine e decine di volte. Una lunga crisi con alterni momenti di alleviamento e di appesantimento che si sono susseguiti per un quarto di secolo e che, una volta superata non proprio in modo travolgente e senza vari strascichi, fu infine seguita da una crisi di Borsa non tanto inferiore a quella del ’29 e che partì sempre da Wall Street. Era il 1907 e quella “scossa” fu seguita da un periodo non esaltante che si concluse con il ben più drammatico “sommovimento” rappresentato dalla prima guerra mondiale. Dopo vi furono altri problemi (gravi soprattutto nella sconfitta Germania; ma anche in Italia ce ne furono, se non erro). Negli Usa ci fu ad un certo punto un vero nuovo boom che precipitò improvvisamente nel ’29. E anche la nuova crisi, un po’ risollevata dal forte intervento statale (quanto meno negli Usa e in Germania, ma anche l’Italia dell’autarchia e dell’IRI mi sembra in quella linea), si trascinò in fondo fino all’altro violento scossone della seconda guerra mondiale.

In definitiva, potremmo ben concludere che dagli anni ’70 del XIX secolo e per tutta la prima metà del XX ci furono profondi sconvolgimenti; e non tutti economici come appena considerato (anzi!). Ho insistito più volte nel dire che il periodo considerato è precisamente quello del declino dell’Inghilterra (la cui supremazia durò per buona parte dell’800, in particolare dopo il “Congresso di Vienna del 1815) e della crescita via via irresistibile del multipolarismo con poi l’accentuazione del vero policentrismo acuto risoltosi in violenti scontri bellici. Non parliamo allora delle difficoltà manifestatesi a partire dal 2007-8 come di una crisi tipo ’29 (non mi sembra proprio ci sia statofinora nulla del genere). Nello stesso tempo, miopi sono stati quelli che fino a poco tempo fa (alcuni ancora) parlavano di crisi ormai superata. In realtà, l’articolo messo all’inizio mostra, saggiamente a mio avviso, che siamo sempre in “mare mosso”. Tuttavia, questo non dipende da “mostruosi” andamenti finanziari, certo esistenti ma in fondo inevitabili in una situazione di crescente incertezza provocata dalla rottura di ogni equilibrio (quello preteso dagli economisti liberisti esaltati dalla globalizzazione del mercato) in seguito al manifestarsi del multipolarismo nei primi anni del nuovo secolo, dopo circa un decennio di forte predominanza statunitense seguita al crollo del sistema bipolare.

Tale processo è andato via via accentuandosi e ne sono nati non solo i problemi finanziari, ed economici in genere, ma anche la contrapposizione abbastanza acuta apertasi nell’“occidente” (più sviluppato) all’interno di determinati settori politici preminenti per moltissimi decenni e che sono stati pervasi dalla credenza nelle superlative virtù della “democrazia all’americana”, credenza dura a morire e strenuamente difesa da ceti politici e intellettuali (gli ormai sfatti “semicolti”) non ancora smascherati dai sedicenti “populisti”. Tale falsa democrazia è sempre stata caratterizzata daun’alternanza di partiti e movimenti poco differenti tra loro, cui si adeguarono anche i comunisti(specie italiani e francesi, gli unici dotati di una qualche forza nell’Europa occidentale) dopo un periodo di maggiore contrapposizione all’establishment dominante (favorita pure dalla presenza del sistema detto “socialista”, attraversato da contrasti e infine autoliquidatosi).

Oggi, invece, proprio il multipolarismo crescente – fase del tutto differente da quella bipolareaffermatasi dopo il 1945, quando si concluse la precedente epoca multipolare e policentrica durata parecchi decenni e punteggiata da due scontri bellici di grande portata sta determinando sia negli Stati Uniti che in Europa una contrapposizione più acuta tra schieramenti che pensano, in modo piuttosto incerto e confuso, a nuove strategie per affrontare l’attuale disordine mondiale. In definitiva dunque, l’attuale crisi perdurerà, strisciante e tormentosa, anche nei prossimi anni;dobbiamo seguirla attentamente ed essere pronti al possibile ripetersi degli eventi precipitati con la crisi del 1907 e i drammatici decenni successivi. Eventi sempre possibili anche nei tempi odierni, ma non ancora vicini. La lotta per una nuova supremazia tra più potenze è già iniziata; i tempi della storia non sono però quelli dell’elettronica o dei robot.

Un’ultima considerazione sulla “simpatica” analogia con cui finisce l’articolo sopra riportato fra questa possibile più grave crisi finanziaria e la bomba atomica (il suo materiale fissile), che una politica troppo miope potrebbe rivelarsi incapace di disinnescare. Proprio se si fa un simile paragone, se ne deve trarre la logica conclusione che quello finanziario non è l’aspetto decisivodelle crisi più acute. La bomba atomica – sganciata su due città giapponesi quando non ve n’era affatto bisogno per concludere la guerra ormai pienamente vinta – non poteva essere disinnescatadalla politica poiché si stava già aprendo il confronto tra i due principali vincenti nella guerra; quel confronto che fu poi definito “guerra fredda”. La bomba serviva precisamente ad avvertire l’Urss, ancora priva dellatomica (l’ebbe solo nel 1949), che non si sognasse di prendersi tutta la Germania com’era in grado di fare se non avesse preferito appunto non accentuare il suo ormai evidente contrasto con l’“occidente capitalistico”. La politica di quest’ultimo (cioè degli Usa che ne erano i controllori) innescò e fece esplodere la bomba proprio per ottenere un successo in tema di sfere d’influenza da mantenere in opposizione ai sovietici. Quindi, la politica comanda le armi così come comanda la finanza; e ogni altro aspetto della società umana fin dai suoi primordi. Anche la religione, che è il più rilevante fattore culturale e ideologico di lunghissima durata, si adatta spesso, malgrado diverse apparenze, ai conflitti tra i vari gruppi dominanti per l’affermazione di una supremazia (anche di quella predicata con “tanto amore e umanità”).

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Mi dispiace per Trump, ma l’Isis è stata sconfitta in Siria soprattutto per merito della Russia. Indubbiamente si può ammettere che quelli da me definiti Usa n. 2 non siano i responsabili della politica attuata invece dalla coppia Obama-Hillary Clinton, che liquidò l’ormai sfruttata Al Qaeda (assassinando il suo capo figurativo, Bin Laden) e alimentò il “Califfato” tramite Arabia Saudita e Qatar. Al Qaeda oggi esiste abbastanza marginalmente e l’Isis si rafforza forse verso ovest, ma in Siria e tutto sommato anche in Irak è ormai battuta nettamente. Mi sembra che Putin, nella sua “lunga chiacchierata”, abbia fatto qualche concessione tattica a Trump, ma abbia anche ricordato che gli Usa dovevano ritirarsi pure dall’Afghanistan e per il momento sono sempre lì, anche se ormai con chiaro insuccesso. In ogni caso, l’eventuale abbandono totale della Siria avverrebbe per l’ammissione (ovviamente nient’affatto esplicita) non certo della vittoria sull’Isis, bensì del sostanziale fallimento dell’ “operazione” tesa al rovesciamento di Assad e al controllo statunitense di quell’area.

Adesso la partita sembra spostarsi in Libia (e aree limitrofe), dove molti sono i paesi “occidentali” in gioco; e pure i russi stanno cercando spazi di manovra, ad es. con Aftar. Tuttavia, tenendo conto del continuo zigzagare di Trump, non diamo ancora per conclusa sicuramente la vicenda siriana. Oltre a tutto, c’è ancora il problema dei curdi e delle zone da essi occupate e che sono guardate con ingordigia soprattutto dalla Turchia. In ogni caso, ribadiamo che l’Isis non è stata sconfitta dagli Stati Uniti; semmai essi se ne sono ampiamente serviti per una serie di compiti sporchi da portare a termine. Poi però lo si è combattuto come “il Male; proprio perché quelli che si pongono come rappresentanti del Bene devono avere il Male da perseguire e quindi lo creano a bella posta per ingannare i popoli creduloni.

E questo apre il discorso a che cos’è la politica e perché è essa a sempre guidare tutte le fondamentali mosse dei diversi contendenti. Questo sarà sempre il contenzioso aperto con tutti i sostenitori della prevalenza dell’economia (e della finanza in specie); mentre altri si gettano sulla rilevanza preminente di fattori ideologico-culturali. Si tratta di uno scontro che non cesserà mai;perché i gruppi dominanti in ogni data epoca storica si sforzano di impedire alle forze contrapposte,in nascita per scalzarli, di afferrare dove sta l’“essenza” del problema. Tutto questo però solo ritarda la fine di questi dominanti ormai putridi, che non hanno più futuro; anche perché, utilizzando ceti intellettuali privi di intelletto per diffondere “la Menzogna”, alla fine ingannano loro stessi e non sanno più come ben agire.

 

Crisi economica: effetto di processi socio-politici, di GLG

gianfranco

1. -qui

articolo ricco di pregevoli annotazioni, in cui si fanno previsioni certo credibili. Noto la solita enfasi sui problemi finanziari, anche se si accenna pure a grossi problemi che stanno investendo alcuni colossi produttivi (ad es. General Electric). Si fanno riferimenti ai segnali premonitori di altre “recessioni”, tipo anni ’80, il 2000 ecc., che appartengono però ad un’altra fase storica. Si nota pure la solita dimenticanza di rilevare che, da un punto di vista anche solo fenomenico, tutte le crisi comportano discrepanza tra produzione e consumo, tra offerta e domanda; nel senso che la prima diventa eccedente e non vien assorbita dalla seconda.

I marxisti “economicisti” hanno insistito sul fatto della continua tendenza dello “sfruttamento” capitalistico ad alzare la produttività del lavoro onde ridurre la quota del “tempo di lavoronecessario” a produrre i beni indispensabili alla sussistenza e riproduzione della forza lavoro secondo i crescenti livelli storico-sociali; tempo di lavoro che sarebbe il valore della merce forza lavoro – e accrescere quella del “tempo di pluslavoro (plusvalore) che è il profitto capitalistico. Accentuandosi il divario di reddito tra le due classi (quella proprietaria dei mezzi produttivi e quella in possesso di sola forza lavoro), e prevedendouna crescente maggioranza della seconda (salariata), si pensava che questa fosse la causa decisiva di un consumo inferiore all’offerta di merci prodotte.

I teorici neoclassici hanno sempre negato la necessità “strutturale” della crisi e l’hanno a lungo considerata legata a fattori del tutto contingenti, imprevisti, in fondo casuali. La teoria keynesiana – a mio avviso pur sempre aderente al campo neoclassico con riferimento al valore-utilità (e non più al valore-lavoro) dei beni prodotti – mi sembra aver insistito sul fatto che, nei sistemi opulenti e in una situazione di piena occupazione dei fattori produttivi (capitale e lavoro), si crea una quota di risparmio di impossibile totale investimento data la situazione delladomanda dei beni. Anche abbassando i tassi di interesse per il risparmio prestato ai potenziali investitori, questi non trovano convenienza ad investire appunto per la carenza di domandacomplessiva; e allora parte la crisi e la disoccupazione dei fattori produttivi. Si insiste sempre molto sulla disoccupazione del lavoro, ma si deve tenere conto anche della disoccupazione delfattore capitale; cioè imprese che chiudono per fallimento o per l’impossibilità di far quadrare spese e ricavi o in ogni caso che riducono la produzione e licenziano lavoratori, ecc. Altrimenti, la soluzione prospettata – spesa statale senza tanto badare al deficit, ossessione dei liberisti attuali che stanno accentuando la crisi dei vari sistemi – non risolve il problema della crisi. Non si può (ri)occupare lavoro se la domanda, incrementata dalla spesa pubblica, non trova rispondenza nella riapertura delle imprese, nella creazione di nuove, nella spinta alla crescita di quelle prima in grave difficoltà; e via dicendo. Si ha solo inflazione.

Quanto detto fa già notare la sciocchezza di voler imputare tutto quanto accade ai finanzieri, cioè alle banche e altri apparati (anche internazionali) che controllano la moneta. Sembra che la finanza – e gli uomini simbolo che la rappresentano secondo l’opinione di tanti “critici del sistema”; ad es. oggi Soros – determini con il suo comportamento prima l’ascesa e poi la crisi del complesso economico. E ovviamente i “più critici fra i critici” imputano ai finanzieri la loro smania di guadagno, la perversità di coloro chevogliono semplicemente arricchirsi senza pensare agli altri. Chi si attesta su simili posizioni crede in fondo alla possibilità di risanamento del sistema capitalistico così com’esso è nel momento della crisi; è sufficiente combattere lo strapotere (presunto) di banche e istituti che manovrano il mezzo monetario. E senza dubbio ci sono fasi in cui è sufficiente questo tipo di operazioni, ma allora non si tratta affatto di vera crisi; noncomunque di quella da cui non si esce affatto con simili “correzioni” del tutto provvisorie e di “superficie”.

La tesi che a mio avviso si avvicina di più alla corretta interpretazione delle difficoltà insorte, che sempre creano sovrapproduzione (e relativo sottoconsumo), è quella della crescente anarchia dei mercati man mano che si sviluppa l’onda crescente della produzione. E’ pur sempre una tesi con accentieconomicistici, tesa cioè a considerare la sfera produttiva l’asse centrale e dominante dell’intera struttura sociale, ma comunque mette in luce un elemento decisivo del capitalismo, che questa storicamente specifica forma di società ha mantenuto così come le precedenti formazioni sociali. La società umana, come le altre forme di vita, è caratterizzata dal conflitto; più o meno acuto e, alla lunga, non componibile mediante compromessi e aggiustamenti vari. D’altronde, senza conflitto non ci sarebbe vita perché è questa ad esigerlo proprio per perpetuarsi; a volte èblando, a volte violento, talvolta appunto mediabile o invecespinto al regolamento definitivo dei conti.

2. Molti economisti del XX secolo hanno pensato che quelprocesso, definito da Marx centralizzazione dei capitali (conseguente al conflitto intercapitalistico), avrebbe comportato l’avvento della forma oligopolistica del mercato con attenuazione della competizione (concorrenza) tra grandi imprese e tendenzaagli accordi fra esse. Lenin – tra i marxisti che sposarono la tesi della crisi causata dall’anarchia mercantile – intelligentemente parlò della fase monopolistica del capitalismo (in realtà si riferivaappunto alla forma di mercato oligopolistica) come di qualcosa che non annullava la concorrenza, “ma la portava ad un più alto livello”. Egli giunse a questa esatta conclusione perché, pur mantenendo fede alla tradizione di un marxismo economicistico (tipico quello di Kautsky, di Hilferding e della stragrande maggioranza dei marxisti della II Internazionale), aveva unaprecisa consapevolezza del conflitto politico; quindi interpretò nello stesso senso la competizione mercantile tra imprese, pur quando queste ultime fossero giunte alle dimensioni della grande unità produttiva mono(cioè oligo)polistica. In definitiva, pur senza esplicitarlo veramente, trattò la concorrenza alla stregua del conflitto tra paesi.

Quando questi giungono al livello di grandi Potenze in pieno urto multipolare, non si afferma, se non per un periodo transitorio, il loro tentativo di mediare lo scontro. E comunque anche durante il periodo della mediazione, ci scappano sempre frizioni e tentativi di superarsi in forza, il cui sintomo – quello appunto classico del multipolarismo – è il disordine crescente in aree territoriali sempre più vaste, sulle quali le diverse Potenze mirano ad allargare la loro sfera d’influenza. E non può essere diversamente. Il sistema bipolare (Usa-Urss) del secondo dopoguerra diede la sensazione dell’equilibrio (banalmente attribuito al possesso di armi atomiche) sol perché esisteva un “Terzo Mondo”, molto meno forte e subordinato agli altri due; allora le due “superpotenze” poterono sfogare il conflitto in quest’area, con esiti spessoestremamente violenti. E se paragoniamo la repressione dell’Urssin Ungheria (1956) e in Cecoslovacchia (1968) e l’incauta e poco felice “avventura” in Afghanistan con quanto hanno fatto gli Usa in America Latina (Brasile, Guatemala, Cile, Panama, ecc.), in Asia (Indonesia nel 1965 e la lunga e sanguinosissima guerra in Indocina) e in Africa (un po’ dappertutto), va sfatata la violenza congenita al sedicente “comunismo” (esistito solo nella terminologia, non certo nella realtà del sistema detto “socialista” e che tale non è mai stato); i più grandi massacratori di tutta la storia dell’Umanità sono stati i fautori della “libertà e democrazia”, esportata in tutto il mondo con milioni di eliminati. Non sto parlando dei nazisti; non benefattori sia chiaro, ma che hanno commesso orrori assai “grossolani” rispetto alle “raffinatezze” più moderne degli americani. Un po’ come le squassanti e vistose torture medievali confrontate con quelle più “sottili”, ma non meno devastanti, compiute nell’era dell’elettricità (ed oggi elettronica).

   Quando è crollato il polo “socialista”, per poco più di un decennio sembrava si stesse formando un sistema detto “globale” dai soliti liberisti, che vedevano solo il diffondersi del mercato a livello mondiale. In realtà, si stava allargando, nella sedicente globalizzazione (mercantile), la sfera d’influenza della sola Potenza rimasta. In tal caso, se fosse stato a lungo così, le crisi sarebbero rimaste “recessioni”, subordinate alle tendenze “centripete” e all’articolazione dell’intero globo da parte appunto di un “centro irradiatore”. Simile situazione è durata molto poco e alla continuazione della crescita della Cina si sono aggiunte la netta ripresa della Russia (sia pure ridotta come paese e ancor più come sfera d’influenza rispetto all’Urss) e l’apparire di altre subpotenze varie. Malgrado l’arresto (temporaneo?) del Brasile, le ancora rilevanti “incertezze” dell’India, si hanno ormai tendenze abbastanza chiare nella volontà di vera rinascita (non solo economica) del Giappone, nella prospettiva di una Corea riunificata, nei decisi avanzamenti di paesi tipo Turchia e Iran (pur con notevoli problemi interni, ma credo sopravvalutati dagli speranzosi “occidentali”). Il multipolarismo avanza, le forze centrifughe prendono viepiù il sopravvento.

Si accentua dunque il disordine globale, che non è però la semplice “anarchia del mercato”. La competizione (concorrenza) interimprenditoriale è in definitiva un effetto – così come le varie manovre speculative di una finanza che sembra al di sopra delle nazioni (per chi confonde le cause con le loro conseguenze) – della rinascente lotta per la riarticolazione delle diverse sfere d’influenza. Ecco perché la crisi iniziata nel 2008 assomiglia – come da me messo in evidenza fin dal principio – alla crisi di stagnazione del XIX secolo (1873-96) quando iniziò il declino (non compreso affatto per molto tempo) dell’Inghilterra e il potenziamento di Usa (una volta spazzati via i “cotonieri”) e Germania (che annientò la Francia, prendendo sostanzialmente il suo posto); e, appena più tardi, il Giappone, che impresse un duro colpo alla Russia zarista (con l’inizio del processo di disfacimento interno a tale paese conclusosi nella rivoluzione del ’17). Tutti credono che la crisi attuale sia in via di superamento, ma non sarà così. Indubbiamente i paesi europei, in mano a élites di un liberismo ottuso e antiquato, sono particolarmente incapaci di rilanciare una crescita. Tuttavia, ci si accorgerà che tutto il sistema mondiale non si riprenderà facilmente dalla crisi in atto malgrado deboli riprese e ricadute; e in aree diverse in momenti diversi.

Ecco perché gli anni a venire vedranno la fine di tutti gli arretramenti sociali e politici di questi ultimi decenni di piena decadenza e disgregazione dell’occidente, con un pauroso crollo del suo patrimonio culturale e delle notevoli tradizioni di civiltà dell’area europea. Ivi compresa la sua religione; io non sono un credente (nemmeno nell’inesistenza di una deità, semplicementenon mi sono posto tale problema per motivi vari su cui qui sorvolo), ma sono favorevole al mantenimento d’essa proprio per la sua valenza culturale e civile senza le meschine limitazioni cui si vorrebbe sottoporla grazie ad una tale stupidità, detta ridicolmente “progressista”, da far pensare alla “nascita” di un “sottouomo” (o magari di masse di “replicanti”). Verranno inoltre a cadere le sciocchezze relative alla “virtuosa” globalizzazione dei mercati fonte di benessere per tutta l’umanità, alla fine degli Stati nazionali, alla nascita di un immaginario finanzcapitalism e a tutta una serie di invenzioni di menti evidentemente giunteall’esaurimento delle loro capacità cerebrali.

Comincia anche, almeno mi sembra, una nuova scissione di strati sociali ancora per larghi versi confusa e non ben determinata. C’è stato un tempo dello sviluppo capitalistico in cui si era in effetti affermato un modello di distribuzione del reddito detto “a botte”; con vertice ristretto, una base più larga ma non troppo e invece un rigonfiamento notevole dei livelli intermedi. Oggi, la “botte” si sta riconvertendo nella classica piramide (o cono), il che comporta appunto una divisione più netta all’interno di quel complesso sociale denominato genericamente ceto medio (o ceti medi). Anche in tal caso, sia pure sempre con il solito avvertimento della non identificazione, si sta verificando un fenomeno sociale che ricorda la scissione e decantazione avvenuta all’interno del Terzo Stato dopo la Rivoluzione francese (grosso modo nei primi decenni o prima metà del XIX secolo). Assisteremo a scontri sociali non più soltanto ridotti a lotte “antimperialiste” nell’ormai nettamente diversificatosi “Terzo Mondo” o alle lotte sindacali nel “Primo” (capitalisticamente avanzato).

Non saranno le lotte “di classe”, cui ci si era abituati tra metà ‘800 e gran parte del ‘900, ma si andranno esaurendo le imbecillità ammanniteci con i vari “anti”: antirazzismo, antifemminismo, antiomofobia, antifascismo e anticomunismo, ecc. Sarà liquidato il “politicamente corretto” di certe correnti ancora definite, in modo assurdo, “di sinistra”: le più reazionarie e da aggredire con la massima virulenza e volontà decisa di loro eliminazione fino all’“ultima cellula cancerogena”. E si andranno riformulando nuove ideologie, che sono parte integrante dello spirito umano e la cui sparizione (peraltro falsa e solo dichiarata da chi ancora è pregno di quelle vecchie ormai in putrescenza infettiva) è ulteriore sintomo di degradazione dell’umano. Si riaprirà una nuova fase di rilancio e di crescita non solo economica e di ricchezze “materiali”. Stiano infine accorte le nuove generazioni; a loro spetta un futuro non semplice, di dura lotta, ma di “elevazione”.    

 

La Francia sta scoppiando ma per l’Ue il problema è l’Italia di A. Terrenzio

europa

 

 

La Francia e’ nel caos. In questi giorni la rivolta dei “gilet gialli” ha letteralmente mandato in tilt il paese. A decine di migliaia sono scesi in piazza, i rappresentanti di quel ceto medio impoverito e vampirizzato dalla globalizzazione economica. Il “popolo degli abissi” esasperato dal caro vita e dalla precarizzazione della propria esistenza. Macchine date alle fiamme, scontri con la polizia con lancio di sanpietrini, hanno mostrato l’immagine di un Paese ormai al collasso, dove le contraddizioni del sistema economico mostrano i segni piu’ evidenti. La Francia e’ il vero malato d’Europa, con un impoverimento progressivo della popolazione, le divisioni sociali, la marginalizzazione dei “perdenti della globalalizzazione” nelle periferie e l’incistamento del terrorismo di matrice islamica, che come dimostrato dall’ennesimo attentato avvenuto a Strasburgo, risulta essere di impossibile soluzione.

Il Presidente Macron e’ il bersaglio della protesta, ma a essere messo in discussione e’ l’intero modello liberal-capitalista, che come si e’ detto, mostra i punti deboli piu’ evidenti in un Paese che sembra scivoltare verso la guerra civile, come sostenuto da fonti dei servizi di sicurezza francesi.

Macron e’ la personificazione del volto arrogante delle Elite, il “matrix” inventato dalle oligarchie finanziare e burocratiche dell’UE per salvare il sistema.

Dopo i disordini che hanno portato all’arresto di oltre 700 persone e sei morti, il leader di En Marche ha manifestato un “mea culpa” che non sembra convicere i gilet, attraverso la proposta di una serie di ammortizzatori sociali. L’aumento di 100Euro mensili sui redditi inferiori a 2mila Euro, una serie di sgravi fiscali su redditi e pensioni, piu’ un colloquio con le maggiori aziende del Paese per convincerle ad elargire dei bonus per i dipendenti, sono armi spuntate per placare la rabbia sociale di una massa inferocita che pretende le dimissioni del rampollo delle oligarchie.

Per attuare tali riforme saranno necessari 10 miliardi di Euro che costringeranno la Francia ad un deficit ulteriore, arrivando al 3,5%.

Tutto cio’ mentre invece il governo giallo-verde sembra cedere alle pressioni della Commissione UE, abbassando il deficit dal 2,4 al 2,04%.

Un arretramento che appare inspiegabile, dato che il comportamento piu’ logico da parte del nostro Governo, sarebbe stato quello di accodarsi alle richieste francesi per richiedere eguale flessibilita’. Flessibilita’ che non e’ stata invece accordata dall’arrogante Moscovici, che reputa le situazioni dei due paesi non paroganabili, anche se la Francia in termini assoluti e’ messa molto peggio dell’Italia, con un debito aggregato che supera il 400%. Evidente l’ostilita’ nei riguardi del governo sovranista italiano, se si pensa che Moscovici ritiene non sufficiente l’abbassamento al 2,04 per scongiurare la procedura di infrazione contro l’Italia.

Diverse possono essere le interpretazioni di tale cedimento. Evitare la procedura di infrazione, accettando una riduzione dei decimali, per poi infrangerla nei fatti, come gia’ operato da Francia e Spagna, oppure rinviare lo scontro alle elezioni europee di maggio, dato che i burocrati alla Moscovici sanno di avere le ore contante.

Il tempo ci dira’ le ragioni di tale cendimento.

 

L’Italia e l’asse Franco-Tedesco

 

Con lo spettro di un “colpo di stato”, le proteste di un elettorato di cittadini, stanchi di vivere senza speranza di miglioramento delle proprie condizioni di vita, un debito pubblico in crescita continua e una crisi del proprio modello multiculturale con attacchi terroristici fuori controllo, la Francia e’ l’anello debole del contiente europeo.

Di tale debolezza sembra approfittarne Donald Trump, che in una Parigi messa a ferro e fuoco, non ha risparmiato critiche al presidente Macron, suscitando le risposta contrariata del ministro MdE Le Drian.

Alcune settimanete fa, Trump aveva espresso tutto il suo disappunto per la proposta da parte del capo dell’Eliseo della formazione di un esercito europeo a guida francese, che aveva suscitato l’approvazione anche della Merkel.

Francia e Germania appaiono sempre piu’ insofferenti al nuovo corso trumpiano.

Trump vorrebbe rilanciare una idea d’Europa con un cambio delle attuali leadership, screditate e sul viale del tramonto, mettendo il cappello atlantico sutile nuove rivoluzioni sovraniste.

La formazione di un esercito europeo a guida franco-tedesca ha invece avuto il placet di Putin, che comprende come il progetto sia un modo per incrinare la soverglianza americana sul continente.

Ma quale e’ il ruolo dell’Italia?

Il Governo Conte ha subito mostrato la sua distanza verso l’iniziativa francese e non senza ragione.

La Francia, dopo il ruolo destabilizzatore assunto in nord-Africa ed i suoi continui tentatativi di mettere i bastoni tra le ruote all’Italia per un ruolo di paficazione in Libia e nel Mediterraneo, non puo’ essere assolutamente considerata un interlocutore credibile, soprattutto se oltre alla Nato, esiste gia’ la Pesco, un accordo di collaborazione militare tra i paesi europei.

Inoltre una leadership militare francese, unita ad un dominio finanziario della Germania su scala continentale, rischierebbe di schiacciare ulteriormente la posizione del nostro Paese e del suo governo, che deve gia’ guardarsi da nemici interni quantomai infidi.

Alcuni giorni fa il MdI Matteo Salvini, ha lanciato un messaggio alla Germania e all’Europa attraverso la formazione di un “asse Roma-Berlino”. Evidente l’intento di sfutture la posizione di debolezza della Francia, impegnata a risolvere una gravissima crisi sul piano interno.

Se l’Italia e’ chiamata a scegliere tra due mali, Berlino e’ senz’altro il minore, visto che la Francia ci restera’ nemica almeno fino quando il toy boy di Brigitte restera’ in sella.

Per rilanciare questa UE allo sfascio, divisa tra gli egoismi nazionali e le rivolte sociali, sara’ prima indispensabile un cambio ai vertici, cominciando dalla caduta di Macron e dei suoi sodali commissari europei.

Le elezioni di maggio, saranno uno spartiacque decisivo per liberare l’UE dalla guida dalle vecchie oligarchie .

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