IN UCRAINA GLI USA E L’UE VOGLIONO IMPORRE LA LORO DITTATURA

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I recenti tentativi di sabotaggio in Crimea, da parte di incursori della SBU, hanno messo in evidenza le difficoltà del regime di Poroshenko che, con manovre diversive, prova a rinfocolare il nazionalismo ucraino rivendicando la sovranità dei territori annessi alla Russia mentre il Paese cade letteralmente a pezzi e la gente strappa appena l’esistenza. L’azione è servita anche a riportare l’attenzione della Comunità Internazionale sulla situazione in Ucraina, passata in secondo piano dopo l’evolversi degli eventi in Siria.
Gli oligarchi di Kiev si aspettano maggiore assistenza dall’Occidente ed il mantenimento delle promesse seguite al golpe di Majdan. Poroshenko segue la linea dettata dall’Ue per adeguarsi all’acquis communautaire e accelerare le pratiche d’ingresso nell’Unione ma gli ostacoli si moltiplicano anziché ridursi. Questo perché l’economia nazionale non trova, in una situazione di crisi generalizzata, il modo di riprendersi. Peraltro, il conflitto con le regioni separatiste, quelle più ricche di materie prime e di imprese trasformative, ha ridotto il suo potenziale industriale. Inoltre, la sua dipendenza, sul piano militare, dai diktat di Washington peggiora le cose. Quest’ultimi, infatti, sono indirizzati a mantenere una situazione d’instabilità sui suoi confini orientali per ostacolare le spinte di ricostituzione della sfera egemonica del Cremlino. La penetrazione dei “guastatori” ucraini nella penisola non aveva nessuna possibilità di riuscita, considerando lo spiegamento di uomini e mezzi stanziati lì dai russi. E’ stata la tipica mossa, concordata tra Kiev e i suoi suggeritori, per rammentare a Putin che la questione crimeana non è ancora chiusa o sarà da negoziare con alcune concessioni su altri teatri.
Mentre si svolgono questi giochi tra blocchi contrapposti in formazione che si sfidano per il multipolarismo, l’Ucraina cola a picco e si tramuta in uno Stato di pezza. Con questo peggioramento generale si allontana la possibilità per gli ucraini di entrare a far parte dell’Ue. Ad aggravare la posizione di Kiev ci si è messa pure la Brexit. Secondo la rivista Stratfor, con l’uscita del Regno Unito dall’Europa, l’Ucraina ha perso un partner importante, in seno alla comunità europea, che spingeva per le sanzioni contro Mosca. Inoltre, la Brexit espone ad ulteriori spinte centrifughe nell’Ue che potrebbero determinare la frammentazione di quest’ultima e la privazione per Kiev di un’orbita alternativa a quella della Federazione Russa.
Di fronte a questi scenari di possibile inficiamento del lavoro di infiltrazione e rovesciamento istituzionale, operato dagli Occidentali negli ultimi anni in Ucraina, qualcuno avanza l’ipotesi del ricorso a soluzioni drastiche, anche antidemocratiche, per impedire che Kiev finisca un’altra volta nello spettro gravitazionale del Cremlino. Ha scritto un analista polacco vicino alla C.I.A, Robert Heda, che prima della catastrofe occorre: “imporre in Ucraina la dittatura assoluta di Stati Uniti ed Europa, anche se questa va contro la volontà dei suoi oligarchi e della sua moderna élite politica”, che, finora, è stata incapace di preservare la sovranità del paese (dall’ingerenza russa non da quella Atlantica, la quale invece, ça va sans dire, è cosa buona e giusta).
Per scongiurare il pericolo russo gli europei ora si spingono ad accettare le svolte autoritarie. Ancora sicuri che il tiranno spietato sia Putin?

SCARSA CRESCITA OVVERO COME FAR FINTA DI CRESCERE

bce

 

La Banca centrale europea prevedeva una crescita per l’eurozona per il 2016 del +1,4 e del 1,7 per il 2017 mentre per la Banca d’Italia  una crescita nazionale dell’1,1 per il 2016 e 1,4 per il 2017. Questa crescita è nettamente inferiore alla media europea come conferma dell’Istat. La causa va ricercata nel nostro debito troppo alto che influenza enormemente la spesa improduttiva in un circolo vizioso in cui il gettito fiscale cresce ad un ritmo più sostenuto della ricchezza prodotta con il risultato di una ulteriore crescita di pressione fiscale. E’ questo un dei motivi di una causa non secondaria del troppo lento sviluppo che rasenta la stagnazione.

Nel frattempo viene immesso da Draghi denaro a tasso zero e anche meno  allo scopo di garantire all’economia europea l’ossigeno  del denaro a basso costo  alle banche che si impegneranno a loro volta a girare i soldi all’economia reale.

Tutto questo fino  al Brexit (uscita) della Gran Bretagna perché fino a questo punto tutto è cambiato e in peggio ed in particolare in Italia. Anzitutto la vantata crescita italiana ed europea si è drasticamente dimezzata se non annullata. Si è volutamente imprimere una accelerazione con una impennata improvvida dove l’uscita dell’Inghilterra  è solo un pretesto; si tratta anzitutto di riscrivere  il sistema del regolamento bancario europeo sulla scia di alcune magagne (si fa per dire) tra l’Italia e la Ue e non solo.

Secondo il Financial Times l’Italia sta  sfidando l’Unione europea con aiuti di Stato diretti alle proprie banche tutto ciò per evitare che Bruxelles voglia spingere il paese (Italia) a ricorrere la Fondo salva stati, cioè ai copiosi contributi europei elargiti sotto condizione di una limitazione di sovranità nazionale.

Di fronte al problema del ruolo sociale delle banche come custode dei risparmi della collettività premessa indispensabile di ogni futura crescita sta la proporzione tra il peso attribuito alle sofferenze che originano da crediti erogati a quello attribuito ai derivati.

In tutto questo il governo Renzi risulta l’unico paese che dopo la Brexit inglese si è trovata in aperta minoranza in Europa nel tentativo di concludere il Titip (Partenariato transatlantico sul commercio ed investimenti) con un accordo di libero scambio tra Ue e Stati Uniti: “Siamo l’unico paese che ha formalmente chiesto alla Commissione europea di approvare l’accordo di libero scambio con il processo previsto per i trattati di competenza della Ue”.

I processi di globalizzazione stanno  invertendo la tendenza in prossimità di  nuovi eventi che si sta dipanando e sviluppando all’orizzonte e che è la presenza sempre più marcata di un multipolarismo.

Si dice che l’inversione sia la causa  di un cattivo funzionamento della cooperazione internazionale incapace di risolvere i problemi aperti  in materia del libero scambio,  dal dominio della finanza e della concorrenza sleale e che  spinge gli stati  al protezionismo (vedi nazionalismo).

E’ vero che la globalizzazione prese un concreto avvio nell’area occidentale con l’accordo di Bretton Woods del 1944  con alterne vicende; ha patito un arresto nel 1971 con la rinuncia unilaterale degli Usa e con un suo rilancio nel 1995 dopo la fine del comunismo sovietico e la nascita del Wto (l’organizzazione di libero scambio mondiale).

(cfr. Il Foglio del 2/8/16, Paolo Savona)   “ A Bretton Woods fu deciso che il dollaro fosse sottoposto al vincolo della sua conversione in oro a prezzi fissi, meccanismo che non poteva funzionare come in effetti accadde; da quel momento gli Stati Uniti commisero una serie di errori nel plasmare l’assetto istituzionale degli scambi mondiali, minando il processo di globalizzazione, sia nelle sue componenti monetarie e finanziarie, sia nella sua accettabilità sociale. Il risultato è stato la grave crisi finanziaria del 2008 e la perdita di consenso in atto del processo di globalizzazione. Molti degli economisti americani, pluridecorati con i Nobel, hanno accreditato questi errori, mentre quelli europei, che hanno giustamente appoggiato la razionalità del mercato unico a moneta unica, ne hanno commesso altri, non opponendosi alla “zoppia” delle istituzioni create; tra queste svettano l’assenza  di un’unione politica, la mancata esplicitazione di una politica nei confronti del dollaro e l’aver ignorato la necessità di una politica per rimuovere o compensare i divari di produttività dell’euroarea.”

Ma il processo di multipolarismo va avanti in modo ormai in modo irresistibile e che comporterà lo scardinamento delle complessive relazioni tra le formazioni  particolari e dunque del cosiddetto mercato globale; e in effetti non si tratta di un semplice mercato quanto di un semplice riposizionamento delle sfere di influenza dove il dollaro rappresenta soltanto una delle sfere (e non la più importante) per  la  supremazia, sempre in auge,  degli Usa.

agosto ’16

 

 

L’UE DEVE MORIRE

europa

“Non è possibile che qualsiasi politico europeo sia sufficientemente idiota da credere che sia stata la Russia ad invadere l’Ucraina, che la Russia da un momento all’altro invaderà la Polonia e gli Stati baltici, o che Putin sia un “nuovo Hitler” che progetta di ricostruire l’impero sovietico. Queste accuse assurde non sono altro che propaganda di Washington priva di qualsiasi verità. Tutto ciò è evidente. Nemmeno un idiota potrebbe crederci. Eppure l’Unione europea va di pari passo con la propaganda, come fa la NATO”.
Così si esprime in uno dei suoi ultimi articoli P. C. Roberts, economista americano già assistente Segretario del Tesoro ai tempi di Reagan, quindi non propriamente un pazzo esaltato ma un personaggio che ha coperto ruoli importanti in precedenti amministrazioni statunitensi. E’ ovvio che i rappresentanti dell’Ue non possono essere classificati come meramente idioti ma se anche la cretineria, come spiega mirabilmente il letterato russo Zinoviev, può raggiungere “vette” di autentica maestria allora tout se tient:
“…In genere non si rivolge attenzione al fatto che gli uomini possono progredire anche in stupidaggine. Capita spesso d’incontrare nella vita certi cretini di cui si può dire che sono dei cretini estremamente notevoli. Possiamo qui perfino suddividere i cretini in geniali e insulsi. Si fa apprendistato di stupidaggine altrettanto quanto d’intelligenza. Solo nel corso di una lunga vita e con un costante allenamento gli uomini raggiungono un alto grado di stupidaggine. In modo assolutamente analogo si svolge la cosa con qualità come il cinismo, la viltà, la scaltrezza, l’astuzia, il raggiro, ecc. La capacità di compiere una bassezza non si raggiunge di colpo. E per diventare un insigne mascalzone, bisogna certo esservi predisposti, ma anche allenarsi a lungo e con tenacia. Non è perciò un caso se i più insigni scellerati s’incontrano più sovente tra la gente istruita e attempata”.
Ecco spiegata, in poche parole, l’efficienza idiota con la quale i superdotati di Bruxelles si dedicano alla costruzione di un’Europa servile agli Usa e marginale nella geopolitica mondiale. La stessa efficienza scema che ci ha messo il Governo Italiano per approvare in un baleno i raid sulla Libia che ostacolano i suoi interessi concreti ma favoriscono quelli di Washington. Un vero capolavoro sciocco.
Stando così le cose, non possono esserci vie di mezzo: l’Unione Europea deve morire subito con tutte le sue istituzioni, tutti gli apparati e organismi che sono germinati proprio per riprodurre élite di deficienti con alto quoziente intellettivo, da lasciare precauzionalmente inutilizzato o da utilizzare nella maniera peggiore possibile, a detrimento dei cittadini che vi vivono dentro.
Per far inceppare il meccanismo automatico che riproduce tale rincretinimento, colpendo contestualmente i portatori soggettivi dello stesso, non basta scagliarsi contro i suoi accidenti derivati, vedi l’Euro. Chi dice il contrario è vittima di una ottusità antitetico-polare a quella che pretende di combattere. Bisogna andare dritti al cuore del problema. Il mito poietico dell’Ue deve essere smascherato sin dalle sue origini ed il suo prodotto maligno distrutto dalle fondamenta. Esso è germogliato per volontà della C.I.A., come rivelato da documenti desecretati dagli statunitensi, con un ordine chiaro, dato dal Dipartimento di Stato, ai suoi “Padri Affondatori”: “sopprimere il dibattito fino al punto in cui l’adozione di tali proposte diverrebbe praticamente inevitabile”. Precisamente la strada seguita ancora oggi dai nostri sinceri democratici del piffero.
Siano stramaledetti Monnet (di lui il Generale Charles de Gaulle disse che si trattava di un agente americano), Schuman, Spinelli e compagnia servente. Solo gli schiavi possono prendere a modello gente che si è fatta comprare come Giuda.

USCIRE DALLA UE? DISGREGARLA! di GLG

gianfranco

 

 

1. L’economicismo imperante – e non certo nei pochi marxisti rimasti, ma invece nelle correnti liberali – pontifica sempre sulla lotta per i mercati; precisamente per le quote di mercato. In realtà, la lotta di tutte le grandi potenze, da sempre e non soltanto nell’era capitalistica, mira alla conquista di sfere d’influenza, cioè al controllo – sia pure oggi non più in senso strettamente coloniale – di aree del globo le più ampie possibili. Le quote di mercato sono un indice, e solo un indice, del successo dell’azione strategica esercitata dagli organismi, denominati imprese, nella sfera sociale detta economica. Tale azione è senza dubbio importante nel capitalismo, ma non è al livello di quella esercitata nella sfera politica (con la sua decisiva appendice militare); ed è accompagnata pure dall’importante ruolo svolto dall’attività di numerose associazioni che tendono a diffondere la cultura, i costumi, le abitudini di vita di questa o quella potenza presso le popolazioni di molti paesi costituenti le varie aree mondiali.

Dopo il 1945, gli Stati Uniti non hanno in pratica avuto grandi rivali nell’area del Pacifico, insomma nella vasta zona asiatica. Il Giappone, con la sua antica cultura messa a soqquadro da quella americana, è stato esempio preclaro di questo successo degli Stati Uniti. Cina e Corea del Nord non hanno certo rappresentato, nemmeno nei tempi più recenti, un reale fattore di contrasto; pur con tutta la penetrazione economica cinese che possa esserci. Non basta investire grandi capitali, comprare questo e quello in altri paesi per conquistare una reale supremazia quanto ad influenza. Esemplare quanto accaduto proprio con il Giappone. Negli anni ’80 sembrava che ci fosse l’invasione di investimenti giapponesi negli Usa (in specie nella sua costa del Pacifico). Negli anni ’90, il Giappone si è ritirato con la coda tra le gambe. Nemmeno la sconfitta in Vietnam (fin troppo enfatizzata dagli ultimi sussulti ideologici dei movimenti comunisti ormai ridotti allo stremo) ha ostacolato l’influenza statunitense in area asiatica (ivi compreso proprio nel paese “vittorioso”). Quanto all’India, non è certamente più un paese colonizzato, si è indubbiamente sviluppato, ma le sciocchezze di pochissimi anni fa circa il BRIC (o BRICS) oggi fanno sorridere.

Diversa la situazione nell’area europea, decisamente rilevante per il suo alto sviluppo economico e per una decisa vicinanza culturale e di istituzioni politiche agli Stati Uniti. Fino a tutti gli anni ’80, una parte dell’Europa (sia pure i paesi meno sviluppati) è rimasta sotto l’influenza dell’Urss. Tuttavia, anche in tal caso, dovrà essere riscritta la storia di quei quaranta e passa anni seguiti alla fine della seconda guerra mondiale. Abbiamo troppo creduto ad un vero confronto/scontro tra Usa e Urss, al mondo nettamente bipolare e alla “guerra fredda”. Il confronto c’era, lo scontro spesso pure; tuttavia, l’Urss è stata fin da subito o quasi in posizione d’inferiorità per le sue strutture sociali inadeguate, pensate come socialiste mentre erano solo imbrigliate in una stagnazione e imputridimento crescenti. Molti fattori hanno nascosto questo fatto: una certa crescita economica, ormai in netto calo però a partire dagli anni ’50; il lancio dello sputnik che ha fatto pensare a chissà quali avanzamenti tecnologici; la costruzione delle atomiche e la presenza di apparati bellici abbastanza potenti, eppur minati dalla mancanza di adeguati sviluppi e trasformazioni.

Il crollo del sedicente socialismo europeo, e soprattutto quello immediatamente successivo dell’Urss, hanno mostrato qual era la realtà. Ancora una volta, sempre guardando a determinate correnti di investimento di capitali, si è cianciato per pochissimi anni di una crescita di influenza della Germania nell’Europa dell’est. La lezione dell’aggressione alla Serbia nel ’99 (preceduta da tutti gli sconvolgimenti nell’area già jugoslava) ha messo termine a queste chiacchiere. E anche tutto quanto è accaduto (e ancora accade) in Medioriente, nell’Africa del nord, il lungo periodo di appoggio netto e indiscusso ad Israele – adesso appena ridotto per alcune esigenze strategiche legate alle necessità di intervento nella tensione tra Turchia e Iran in quanto subpotenze in competizione per l’influenza in quell’area – è senz’altro dipeso pure dagli interessi degli Stati Uniti in quella zona, ma ancor più dalle necessità di controllare l’area europea; soprattutto dagli anni ’90 in poi, quando tutta l’Europa è caduta sotto la loro preminenza.

 

2. Già da anni, gli studi e ritrovamenti del ricercatore universitario statunitense Joshua Paul hanno posto in luce – ma si tende sempre a farlo dimenticare – che i “grandi padri dell’Europa” erano pagati (vogliamo essere buoni e dire finanziati?) dagli Stati Uniti. In origine, con la scusa del pericolo sovietico – che mai c’è stato, malgrado le colossali bugie che ci raccontavano – si è creata la Nato; non a caso, non più disciolta nemmeno dopo il crollo dell’Urss. Non serviva a difenderci dal “pericolo comunista”, bensì a renderci completamente succubi degli Usa. E così, non appena è stato possibile, si è creata la UE, l’Europa sedicente unita (e quando mai lo è stata?), quale ulteriore rafforzamento del predominio americano. La UE è solo un altro organismo degli Usa dedito a tale compito. Per il momento, questa preminenza non è tanto in pericolo, malgrado le illusioni che si sono create al proposito. Tuttavia, la Russia, nata dopo il crollo sovietico, non è affondata, non è caduta pur essa sotto l’influenza Usa come un personaggio del tipo di Eltsin (e forse perfino Gorbaciov) poteva far pensare.

Siamo però lontani da un equilibrio di potenziale tra Stati Uniti e i suoi possibili avversari, fra i quali a mio avviso il più credibile è appunto la Russia. Sono comunque convinto che il cosiddetto multipolarismo, pur se non in modo lineare, è in marcia e dunque gli Usa devono agire di conseguenza. Non ripeto adesso quali sono stati i cambi di strategia americana da dopo la fine dell’Urss; ed in particolare quella seguita dall’amministrazione Bush jr. e poi quella di Obama. Siamo in una fase di grande confusione che ricorda, e questo lo ripeto, gli ultimi decenni del XIX secolo. Ci sono mosse e contromosse, aggiustamenti e riaggiustamenti frequenti. Ha allora senso la proposta di certe forze, dette antieuropeiste, di uscire dalla UE a magari anche dall’euro?

Non lo credo proprio. E tanto meno ci credo quando vedo che tali sentimenti nascono perché l’Europa starebbe cadendo in mano tedesca. Chi parla così è ancora una volta finanziato dagli Usa come i “grandi padri dell’Europa”. Nessuna simpatia per la Merkel, e magari è vero che la Germania sta agendo in modo da danneggiare altri paesi fra cui il nostro; magari facendo, com’è in fondo naturale che sia, i propri interessi. Il problema centrale non sta però qui. Al massimo la Germania è il solito “cattivo caporale” che esegue, in forma rozza e particolarmente dura, gli ordini di generali e colonnelli per mettere in riga la truppa. I generali a volte mostrano, da ipocriti quali sono, falsa “umanità” perché il caporale si assume il compito delle odiose misure e punizioni per mantenere l’ordine, cioè la subordinazione, dei soldati.

Bisogna lottare per annientare la UE e i suoi organismi, fra cui la BCE diretta da un agente fin troppo subordinato (da sempre) agli americani. Non basta uscire, non è che la “brexit” risolverà alcunché; già adesso si parla che questa sarà portata avanti nei prossimi tre anni, perché così è consentito. Insomma, non se ne farà nulla di rilievo. E in ogni caso, non si deve uscire, ma denunciare questa indegna unità europea per quello che è: un organismo creato dagli Usa per il nostro asservimento. E bisogna combattere contro la UE, disgregarla dall’interno, paralizzare sempre più i suoi ordini diretti alla nostra completa dipendenza. I falsoni che ululano per uscire dalla UE vanno smascherati quali agenti americani; talvolta più odiosi di coloro che ancora vogliono restarvi. Almeno questi si mostrano a viso aperto quali nemici; gli altri si fingono nostri alleati e amici. No, falsi in radice, spedirli al diavolo, sono nemici subdoli e traditori. Intendiamoci: so che ci sono anche persone (e tante) in buona fede, cascate nel tranello dell’uscita. Debbono però ricredersi in un tempo ragionevole.

In definitiva, bisogna muoversi contro la UE quale tipica organizzazione creata dai “finanziatori” americani; così come furono finanziati gli altrettanto obbrobriosi e traditori “padri dell’Europa”. Addosso all’Europa unita: quella attuale, ma che è quella esistente e fra i piedi. Si dovrà magari un giorno giungere a qualche forma di unione. Tuttavia, in primo luogo non credo che potranno stare veramente insieme tanti paesi quanti ce ne sono adesso. Inoltre, questa unione deve avvenire dopo un passaggio per l’autonomia dei diversi paesi. Un’autonomia che va conquistata non uscendo dalla UE, ma facendone l’obiettivo primario della critica e della lotta CONTRO. Chiaro?

I polli di Renzo, le galline di Obama

La riunione del Consiglio Europeo di mercoledì 26, con annesso siparietto da avanspettacolo riservato ai risolini delle due prime maschere, Merkel e Sarkozy e alla letterina di buone intenzioni del nostro Ronzinante, rappresenta una vera e propria cartina di tornasole rivelatrice dello stato, penoso, di questa appendice di continente; il dramma si sta consumando e risolvendo, ormai, in una trama farsesca.

La caratteristica ricorrente di questo genere teatrale consiste, solitamente, nella scarsa consapevolezza della situazione da parte dei protagonisti apparenti e nella presenza di un giudice-tessitore il più delle volte in ombra.

Il nostro Ronzinante, dismessa la veste del quadrupedestre lanciato in gloria contro i mulini a vento, pare tramutato non in un mulo da fatica con il suo residuo quarto di nobiltà, bensì in un ciuco destinato a sorbirsi, senza sussulti apparenti, ogni sorta di legnate e di angherie pur di garantirsi qualche attimo in più di sopravvivenza, ormai a stretto servizio e controllo dei fustigatori ma schiavo del terrore per un futuro ancora più cupo.

L’unico sollievo che pare concedersi è il suo reiterato “ve l’avevo detto” a rimarcare il dissenso verso i suoi propri stessi atti; una recriminazione con un fondo amaro di nobiltà sulle labbra di Cassandra, condannata all’esilio e alla solitudine dalla propria comunità; con un pieno di meschinità in bocca ad un capo politico, responsabile della condizione di un paese e abbarbicato sempre e comunque alla posizione; meschinità volta, per altro, a trattenere in qualche maniera il consenso della parte più scettica del proprio elettorato.

È probabile che tanto stoicismo e tanta complicità derivino, probabilmente, dalla speranza recondita di poter uscire di scena con un nuovo capo-carovana meno infido che non si chiami più Barak Obama e che non assuma le vesti di Hillary Clinton nel dubbio atroce che l’ultima cinica, gaudiosa sentenza di costei non fosse riferita al solo defunto “amico” Gheddafi, ma fosse anche il presagio a quelli prossimi a cadere in repentina disgrazia.

Tutto sommato si tratta di tener duro ancora un anno; quale beffarda soddisfazione sarebbe, per il nostro, coronare la sopportazione di anni di frollatura della propria carne e, soprattutto, di quella viva di gran parte del gregge al seguito con un raglio di saluto al capocarovana destituito proprio un attimo prima del momento della propria macellazione e della spartizione ineguale dei quarti tra i commensali!

Alla possibile salvezza dell’Uno nazionale corrisponderà, necessariamente e comunque, la prosecuzione di legnate e tosatura fuori stagione del gregge.

Al ruolo del Ronzinante-mutante-in-ciuco corrisponde una seconda figura: il Miles Gloriosus Sarkozy il quale, sull’orlo di un declassamento prossimo a venire, ama sfoggiare una divisa dalle troppe stellette non corrispondente al posto effettivo meritato nella gerarchia del corteo e, per il momento, eluso solo perché ostinatamente abbarbicato, con relativo sorriso di circostanza, al braccio della terza figura: la Ciambellana Angela, al momento la reale incaricata dal Sovrano.

Questi ultimi due meriterebbero altrettanta attenzione del primo; ne soffrirebbe, però, l’economia dell’articolo.

Noi del blog, del resto, abbiamo più volte ribadito che il ruolo delle singole personalità, nelle vicende politiche, è importante; è, però, un fattore di accelerazione, di deviazione o di freno solo in quanto parte di contesti e dinamiche di gruppi e apparati; su questi ultimi e sulle loro relazioni puntiamo maggiormente l’attenzione.

È indubbio che l’evento della settimana scorsa, comprese le miserie personali, offra parecchi spunti di analisi e di interpretazione sia dal punto di vista del ruolo della Comunità Europea che, al suo interno, dell’Italia.

Analisi ed interpretazioni ancora del tutto inadeguate e strumentali da parte della stampa nazionale, in particolare dei due pilastri del Corriere e del Sole24ore.

Come di abitudine da parte di chi, in prima fila il Corriere, ama nascondere la testa ed eludere l’aspetto centrale delle questioni, si sceglie l’avversario più adatto con il quale ingaggiare la tenzone a prescindere dalle reali forze in campo; così, il quotidiano nazionale attribuisce ai complottisti la funzione di alter ego le cui tesi manichee tendono a ridurre le dinamiche e gli eventi direttamente alla volontà e alle decisioni pianificate di singoli o, al massimo, di piccole élites, entrambe avulse e onnipotenti rispetto all’autonomia operativa e logica dei vari ambiti dell’attività umana in società (politica, ideologica, economica, ect).

La critica agli interlocutori di comodo si risolve, quindi, nella riaffermazione della forza e della virtù naturali di leggi e regole, prime su tutte quelle dell’economia, autonome in ogni ambito sociale il rispetto della indipendenza delle quali è condizione necessaria e ottimale per il funzionamento virtuoso della società.

Da questa visione di mondi che procedono paralleli e che dovrebbero, tuttalpiù, sfiorarsi in punti predeterminati, nasce la schizofrenia interpretativa propria di una fase di radicali rivolgimenti, dove l’azione politica, in particolare strategica, appare con tutta evidenza nel suo ruolo fondamentale di per sé e in ogni ambito, compreso quello economico, ma con ancora una debolezza endemica nella motivazione e forza ideologica delle scelte.

Per tornare alle miserie di casa nostra e dei nostri vicini, il Consiglio Europeo, di fatto Germania e Francia, ha individuato correttamente nell’Italia l’anello debole in grado di far deflagrare il fragile sistema finanziario e, conseguentemente, il sistema politico europeo; ha invitato, con modi irriverenti ed offensivi, irrituali nei paludati ambienti diplomatici, il Governo ad attuare con certezza specifici ed ulteriori provvedimenti tesi a tranquillizzare i mercati. L’avvallo della stampa nazionale e, per quello che conta, del centrosinistra a queste tesi è stato pressoché totale. Berlusconi, a suo modo e a scapito degli interessi nazionali, ha saputo, con la letterina prenatalizia, confezionare una polpettina avvelenata ai suoi avversari italici, neutralizzare momentaneamente il rozzo attacco personale dei due leaders europei e procrastinare la sopravvivenza del Governo probabilmente sino a fine legislatura o, quantomeno, a dettarne, sotto il patrocinio di Napolitano, tempi e modi di caduta. Non che ai suoi sedicenti avversari sia dispiaciuto particolarmente rinunciare al ribaltone oppure a nuove elezioni.

Solo una parte significativa del PD, incapace di illuminarsi di luce propria e ormai diviso più che altro secondo la lettura del quotidiano di preferenza, alcuni la Repubblica di Mauro e Scalfari, altri il Corriere di Alesina e Giavazzi, continua ad illudersi e disperarsi sulla possibilità di un colpo di mano che porti a quelle elezioni necessarie a ricompattare il “fronte a prescindere” antiberlusconiano e a impedire il riavvicinamento di Casini al PDL senza Berlusconi.

Il Cavaliere, con quella lettera scritta sotto dettatura nelle componenti programmatiche, ma di suo pugno nei toni e nei contenuti riguardanti il rispetto formale delle prerogative sovrane e la condizione comune di crisi dei vari stati europei, in qualche modo ha recuperato una parvenza di orgoglio nazionale e dettato i tempi di azione e i contenuti programmatici di un qualsiasi governo dei prossimi anni.

La valenza di quel documento, però, non va assolutamente sottovalutata. Dal punto di vista dei destini personali può essere il tentativo di procrastinare la sopravvivenza; non credo, però che questa sia la motivazione fondamentale dello stesso Berlusconi.

Dal punto di vista del paese è una agenda che detta i tempi di ulteriore asservimento e dei corrispondenti attacchi, compresi quelli speculativi che si susseguiranno nei mesi e negli anni a venire contro l’Italia e progressivamente contro gli altri grandi paesi europei.

I contenuti programmatici non presentano particolari novità rispetto alle finanziarie varate in questo anno; ma la determinazione nel perseguirli si accentuerà e con essi lo scompaginamento dei blocchi sociali che tengono in piedi il paese in queste condizioni.

Le fibrillazioni sempre più nervose e parossistiche presenti nelle realtà associate sono un sintomo evidente dei movimenti in corso, ancora carsici ma in procinto di affiorare.

  • Confindustria, in particolare l’attuale gruppo dirigente, da quasi un anno ha scelto la strada di uno scontro frontale con il Governo reclamando a gran voce, di fatto, il rigoroso rispetto delle compatibilità decise nella Comunità Europea; le privatizzazioni e dismissioni generalizzate che, confortate da preliminari e adeguati aumenti tariffari, per le aziende ed i servizi di grandi dimensioni serviranno a distruggere la forza e autonomia residua delle imprese nazionali a favore delle imprese straniere, per quelli piccoli e medi contribuiranno a garantire ai gruppi nostrani rendite e profitti necessari a procrastinare l’esistenza; un patto concertativo fondato sul sacrificio dei pensionati in cambio della salvaguardia momentanea della condizione occupazionale del pubblico impiego; un piano di investimenti e di riorganizzazione della macchina statale tese a rendere competitive le imprese nel mercato, in realtà secondo regole e strategie decise da altri più potenti. In realtà Confindustria sta riflettendo l’ulteriore pesante declino della capacità egemonica trainante della grande impresa nella stessa categoria esattamente corrispondente al suo declino nella competizione strategica e all’asservimento ulteriore del paese, o per meglio dire delle sue singole parti, alle forze dominanti. Una delle conseguenze più evidenti è la progressiva tentazione degli strati intermedi dell’imprenditoria di rifugiarsi nell’illusione del “fare da soli”; nella politica, quindi, dell’occupazione degli interstizi lasciati liberi dalle forze dominanti piuttosto che nel tentativo di formazione di un gruppo dirigente politico strategico in grado di ricostruire un paese sovrano e autonomo.
  • La Chiesa Cattolica e le associazioni da essa ispirate, da un lato hanno dismesso ogni parvenza di autonomia rispetto alle strategie imperiali di Obama, dall’altro è impegnata fortemente nella salvaguardia della enorme struttura assistenziale e ideologica-formativa. Il recente seminario di Todi e la precedente prolusione di Bagnasco rivelano tutta la loro preoccupazione e la loro rivendicazione della funzione di mantenimento della coesione sociale, della sopravvivenza, quindi, degli apparati assistenziali, di servizio e formativi detenuti. Con l’aria che tira, si sa bene a favore di chi si risolverà l’antitesi tra conservazione delle strutture assistenziali e fornitura di servizi alla persona.

È la struttura chiesastica stessa, specie quella vescovile più legata alla struttura sociale, che più chiaramente si sta ponendo il problema della formazione di un nuovo gruppo dirigente; ma è la struttura che se dovesse prevalere, cosa attualmente improbabile, segnerebbe la fine di ogni velleità sovranista. Basterebbe osservare la composizione delle varie associazioni per trarre le debite conclusioni

  • Singole figure, Montezemolo e Della Valle in prima fila, diretta espressione di gruppi particolari direttamente connessi a lobby internazionali oppure tecnocrati cosmopoliti ed europeisti da mercato libero, ma dalla scarsa capacità di presa politica.

 

Quella lettera è l’enunciazione di programmi e riforme trite e ritrite da anni, alcune condivisibili come quelle riguardanti la riorganizzazione e la semplificazione delle amministrazioni e delle procedure; altre illusorie come il piano di investimenti in infrastrutture, necessarie solo a determinate condizioni, tanto è vero che la Grecia stessa, ad esempio, si è dissanguata anche per la costruzione inutile di infrastrutture logistiche e strade che di per sé avrebbero dovuto innescare lo sviluppo economico; altre ancora decisamente negative come le liberalizzazioni e dismissioni generalizzate e le privatizzazioni indiscriminate che, nella logica conflittuale corporativa che sta prendendo piede, si risolveranno nella difesa delle prerogative corporative delle categorie più parassitarie e potenti e nella liquidazione e/o integrazione subordinata delle attività e imprese strategiche residue.

L’assoluto silenzio e la evidente connivenza con cui si sta liquidando una parte consistente di ENI, parti fondamentali di Finmeccanica, come Fincantieri nella cantieristica navale e Ansaldo Treni nel trasporto ferroviario e si sta integrando in maniera del tutto subordinata alle esigenze americane la componente strategico-militare della attività della stessa Finmeccanica, con la conseguente perdita di commesse e influenza nei paesi potenzialmente alternativi al predominio statunitense lasciano intuire quale sia il livello di asservimento della quasi totalità del gruppo dirigente del paese e quale sia il pericolo di dispersione di un patrimonio tecnologico e professionale costruito in decenni.

In assenza di alternative è, comunque, un disegno in grado di raccogliere un consenso sufficiente a gestire in qualche maniera il paese; le stesse oscillazioni che si registrano nei cosiddetti ceti intermedi, compresi quelli produttivi, lasciano intravedere, purtroppo, questa eventualità.

 

La teoria complottistica tesa a ricondurre le disgrazie del 99% della popolazione nella sua componente movimentista e quelle di un paese, nella fattispecie l’Italia, nella componente nazionalista reazionaria e cialtrona, in realtà, è perfettamente speculare e subordinata alle teorie cosmopolite di aperto asservimento, proprio perché negano il fondamento reale dei problemi sollevati e si rifugiano in un populismo deleterio teso a formare blocchi sociali eterogenei, nel migliore dei casi innocui e sterili e sorprendenti solidarietà e destini comuni tra finanzieri impegnati nel riconoscimento dei diritti e nella spoliazione di paesi e indignati con o senza stipendio fisso.

Quello della gestione della spesa pubblica e delle normative che regolano, incentivano, finanziano le attività, l’assistenza, i servizi, oltre alle funzioni fondamentali dello stato, è un problema che riguarda tutta la società indirettamente e buona parte di essa, cioè milioni e milioni di persone, direttamente; la loro trattazione comporta il cambiamento di status di milioni di persone.

Indennità di disoccupazione che spaziano dal 80 al 30% del salario, sino alla totale assenza di riconoscimento per la gran parte dei disoccupati; pensioni simili che sono riconosciute a prescindere dagli anni di anzianità, altre contributive inferiori addirittura ai 500 euro previsti da quelle sociali, contributi di assistenza personalizzati sono strumenti formidabili di formazione e scomposizione di blocchi sociali; con ciò si sta parlando del solo aspetto redistributivo.

Lo stesso trattamento normativo di queste voci, la natura e l’entità del prelievo fiscale, del rapporto di lavoro, contribuiscono o meno alla formazione di economie solide o precarie a seconda della loro corrispondenza con i livelli di produttività ed efficienza delle attività, comprese il loro carattere strategico.

Se si passa a quello normativo e di regolazione, a un livello ancora più raffinato, con esse si consente la formazione efficiente o parassitaria di intere categorie professionali. Ad un livello ancora superiore, le varie forme di incentivazione, finanziamento e ricerca contribuiscono ad orientare le attività di interi settori imprenditoriali e manageriali. Per non parlare poi delle funzioni coercitive, di orientamento e ideologiche dello stato, veri e propri luoghi di condensazione e scontro di gruppi di potere, della loro mediazione con i blocchi sociali e di collegamento con i gruppi di altri paesi.

Puntare ad un paese in grado di resistere ai tentativi di asservimento significa agire in questi ambiti con la capacità di spostare e concentrare risorse e motivare persone in determinati settori e ambiti piuttosto che in altri. Significa la formazione o la trasformazione di élites in grado di gestirle e di organizzazioni, da quelle sindacali a quelle funzionali e informali, in grado di coagulare le forze necessarie. L’esatto contrario di quello che sono attualmente sindacati e formazioni professionali e di quello che rappresenta attualmente la quasi totalità del ceto politico.

Da qui la schizofrenia già citata dei formatori di opinione pubblica i quali parlano giustapponendo le virtù del mercato, alle aggressioni militari umanitarie e alle diffidenze sulle richieste di liberalizzazione quando sono poste dalla Cina e dalla Russia in cambio del finanziamento del debito europeo e all’accondiscendenza totale e masochistica quando sono poste da Stati Uniti o da paesi satelliti essenziali come la Corea del Sud; lo stesso quando omettono di collegare la crisi della grande industria meccanica ed elettronica italiana alla svolta in politica estera maturata due anni fa.

Ogni tanto qualche barlume di realtà appare, spesso dagli ambienti più insospettabili.

Sul Sole24ore si assiste, così, tre mesi fa alla cronaca della cialtroneria dei ribelli in Libia e dell’arroganza dell’intervento umanitario dell’alleanza occidentale; ieri, sabato 29, lo stesso quotidiano si chiede come mai il parziale default della Grecia debba essere pagato dalle banche europee, escludendo le banche americane titolari dei contratti di assicurazione, comprese quelle che hanno contribuito a taroccare i bilanci pubblici; come mai la decisione sulla liquidazione spetti ad un comitato di quindici banche, dieci delle quali emettono i CDS e alcune delle altre cinque hanno partecipazione in una di quelle dieci; come mai ad essere penalizzate nella ricostituzione dei fondi debbano essere le banche italiane esposte nel debito pubblico nazionale ma con pochi titoli spazzatura e non le banche francesi e tedesche esposte per oltre 80% in derivati e titoli spazzatura e per centinaia di volte nelle esposizioni creditizie a privati rispetto ai capitali disponibili.

Quello che conta, in realtà, è la forza e il livello di autonomia e di difesa di un paese, la sua capacità di giostrare in condizioni così mutevoli, piuttosto che l’accondiscendenza remissiva così amorevolmente prescritta dai benpensanti nostrani.

Tant’è che già due giorni dopo la letterina, i tassi sul debito sono saliti al 6% i quali in aggiunta agli ulteriori 35 miliardi annui di ulteriori provvedimenti prescritti all’Italia, secondo il documento finale del Consiglio Europeo, si risolveranno in un ulteriore drenaggio di risorse a favore di paesi esteri e ceti parassitari piuttosto che di settori utili all’incremento di potenza, efficienza ed equità del paese.

L’abilità sarà quella di mantenere il più possibile in bilico la situazione e proseguire nel drenaggio; la reale prospettiva sarà quella di una stagnazione e di un aggravamento della posizione debitoria.

Una condizione simile a quella vissuta dal paese a partire dal XVI secolo. Allora occorsero quasi tre secoli per dilapidare il patrimonio accumulato in due secoli di commerci e manifatture; oggi tutto si potrebbe risolvere in pochissimi decenni.

La polemica verso l’Italia è servita a esibire un capro espiatorio e a mascherare le pesanti contraddizioni presenti tra gli altri tre principali paesi d’Europa, in particolare tra Francia e Germania. Le banche francesi saranno quelle più colpite dal parziale default greco, concordato con la Comunità Europea, ma di entità minore rispetto a quanto ufficializzato e insufficiente ad impedire la recessione in quel paese; le banche saranno ricapitalizzate da risorse europee solo in terza ed ultima istanza; la consistenza del fondo di sicurezza sul debito pubblico sarà triplicato solo con artifici contabili piuttosto che con versamenti effettivi. Esattamente quello su cui si era impuntata la Germania e che aveva cercato di modificare Sarkozy. Ci sono, praticamente, tutte le premesse perché anche la Francia sia coinvolta negli attacchi speculativi.

I veri vincitori appaiono, in realtà, il sistema finanziario e l’amministrazione americani e in parte quella britannica, tanto più che sarà il FMI a supervisionare l’insieme delle operazioni.

Gli incidenti che possano portare ad un tracollo sono probabili e ciò determinerà il mantenimento dell’euro con Germania e in apparenza la Francia, ma solo grazie alla solidità del suo apparato statale e militare, in posizione di leadership per conto degli Stati Uniti e con gli stessi in grado di manovrare tra la pletora dei ventisette stati della Comunità Europea; in alternativa si arriverà ad una zona di influenza della Germania nella MittleEuropa, insufficiente a farle compiere il salto a superpotenza e una area mediterranea a più diretto controllo statunitense con sparizione dell’euro.

La fine della Guerra Fredda, in realtà, ha messo a nudo la vacuità della retorica europeista basata su libero mercato e sentimentalismo privo di un progetto politico e statuale. In sessant’anni manca il minimo accenno di politica estera, una ossatura di esercito europeo, una struttura statale dotata di poteri propri diretti, un sistema minimo di imprese che non sia abbarbicato alle prerogative del proprio stato di appartenenza.

Il collante principale è stato, in realtà, la politica estera degli Stati Uniti.

In Europa comincia a diffondersi l’idea di una ricostruzione della Comunità fondata sugli stati. In particolare, in Francia, la corrente che giudica disastrosa l’attuale gestione dell’euro sino a considerarla generatrice di conflitti sempre meno gestibili e dall’esito traumatico per le future relazioni tra i paesi europei continua a rafforzarsi sino a sostenere il passaggio da una moneta unica ad una moneta comune e l’avvio di una politica di reindustrializzazione fondata anche su misure protezionistiche concordate.

Parlare, a questo punto, di Ronzinante, Miles Gloriosus e Ciambellana significa concedere eccessivo credito ai personaggi; lo stesso microdramma dei polli di Renzo non rende bene l’idea.

L’instabilità caratteriale di galletti e galline in un pollaio rende meglio la situazione laddove il sorriso più convinto e sornione è della gallina che sa di essere spennata per ultima. Finirà con tutti gli onori al posto del tacchino sulla tavola di Obama, il giorno del ringraziamento.

 

 

LETTERA DI MORTE

L’ abito economico italiano si sta restringendo troppo e tirando le maniche o i calzoni da una parte e dall’altra non diventeremo più presentabili né, tanto meno, saremo meglio riparati dai venti della crisi. La situazione è grave ma le imbastiture e le toppe che il governo ci sta mettendo sono peggio degli squarci sul sedere che ci ritroviamo. Approfittando di quest’ultimi tentano di rifilarci di tutto nel vano posteriore, facendoci credere che le loro “misure” dolorose (per noi ma non per loro che campano, e dove sennò, alle nostre spalle) siano necessarie a non finire a testa in giù sui mercati. Ma piegati con il deretano esposto alle brame altrui già ci siamo e ci resteremo finché costoro non comprenderanno che la politica economica non si fa solo con la calcolatrice, muovendo e spostando risorse da un capitolo all’altro del bilancio pubblico, quanto piuttosto rilanciando i settori strategici e attivando piani industriali di crescita e d’innovazione. Poiché sono miseri bottegai e non grandi atelieristi non sanno minimamente come applicarsi su tali modelli di sviluppo e preferiscono darsi alla bassa sartoria del taglio e del cucito sugli scampoli sfilacciati in vendita nelle bancarelle dei mercati rionali. Ed è proprio questo che stanno facendo, vogliono dimostrare ai nostri partner comunitari che l’Italia accetta un ruolo sdrucito candidandosi ad essere periferia che non punta gli spilli sulle prerogative altrui. Adesso vorrebbero anche darci a bere che una letterina come quella inviata da Berlusconi all’Ue, piena di cattive intenzioni  e vuota di qualsiasi contenuto che non sia una mera minaccia agli attuali livelli (peraltro degradati da anni di malgoverno)  di vita italiani sia sufficiente a placare gli appetiti speculativi sulle nostre teste. Il nostro Presidente del Consiglio sta soltanto dichiarando all’Europa la sua disponibilità a non ostacolare le mire politiche ed economiche espansionistiche di Francia e Germania che hanno deciso di prenderci per il collo della camicia e di trascinarci ai loro piedi. Leggendo questa supplica epistolare se ne ricava esclusivamente una sensazione di sconforto e d’impotenza laddove le nuove ricette sono le stesse che ci hanno consunto le braghe per un ventennio:  dai rapporti di lavoro a tempo parziale, ai contratti d’inserimento, dai licenziamenti più facili al nodo pensioni che, secondo lor signori, dovrebbero assicurare una maggiore tenuta e flessibilità del sistema. E saremo, da quel che si capisce, ancor più di manica larga nell’aprire i nostri forzieri industriali esponendoli alla concorrenza estera. Noi con le mani in alto e i nostri agguerriti competitors a mani basse sui tesori nazionali. La patria svenduta ai cravattari di Bruxelles! Che si tratti dell’ennesima truffa ai danni del popolo lo rivela, inequivocabilmente, l’ atteggiamento mistificante sulla questione previdenziale che diventa l’emblema del sacco contro la Penisola. Nonostante non siamo lo Stato dove si lascia prima il lavoro, essendo anticipati proprio da chi ci impone questa riforma (età media di pensionamento in Francia sotto i 60 anni ed in Germania, con tutti i cambiamenti approvati, nel 2020 i lavoratori prenderanno l’assegno previdenziale 14 mesi prima degli italiani) giornali e politici nostrani continuano a rintronarci con la loro propaganda disfattista sull’imminente collasso dell’INPS. Palese prese per le bretelle che necessita di paillettes e lustrini ideologici per essere sopportata, al pari di scarpe troppo strette, come la narrazione sui giovani che non trovano occupazione a causa dell’egoismo dei loro padri. Ma se i nostri genitori prolungano la permanenza sul posto di lavoro fino a 67 anni, a rigor di logica, com’è possibile che l’esistenza diventi una discesa senza ostacoli per le nuove leve? Dovremo augurare la morte ai parenti più anziani per prenderne il posto.  Si sparge l’incenso  delle nuove generazioni solo quando occorre coprire l’olezzo di un presente che va marcendo. Inoltre, sono convinto che ai nostri detrattori comunitari questa missiva penosa ed impietosa non li commoverà nemmeno un po’. Sarà anzi il segnale che l’Italia ha abdicato alla propria capacità decisionale attestando di essere pronta a tirare la cintola anche quando non si potrà più ed il suo corpo diventerà scheletrico.  Ci stanno strattonando per la giacca e noi invece di reagire ci scopriamo le spalle. Dietro la foglia di fico della ristrutturazione economica  puntano ad avere anche le nostre mutande, ma sarà l’inferno e non l’eden.

PROPOSTE ECONOMICHE PER PROMUOVERE IL DECLINO DELL’ITALIA

Sul Corriere della Sera di oggi (17.07.2011) Ernesto Galli Della Loggia ammette, bontà sua, che l’Italia è un paese in declino ma scrive anche:

<<Non c’entrano (o sono solo sullo sfondo) le nostre pur difficili condizioni economiche, il debito pubblico stratosferico, la “manovra”. C’entrano piuttosto […]il senso d’inadeguatezza di ogni nostra infrastruttura, le disfunzioni di quasi ogni nostra istituzione; e ancor più c’entra l’incapacità di chi dirige la cosa pubblica d’ immaginare qualche rimedio, di dare l’impressione (almeno l’impressione) di capire che cosa è in gioco; la sua incapacità di avere un sussulto ….>>.

Certo quanto dice il professore appare sostanzialmente condivisibile ma il problema fondamentale rimane quello di riuscire a mettere in moto delle forze sociali e delle risorse “produttive” (in senso lato) che siano in grado di far fronte all’attuale stato di eccezione, mondiale, europeo, ma nell’ottica specifica che qui ci interessa del sistema-paese Italia. Della Loggia critica in particolare l’attuale governo i cui esponenti

<<non sanno mai dire una parola, mai compiere un gesto, mai trovare un’occasione simbolica che trasmetta un messaggio di serietà e coerenza, di preoccupazione per l’interesse collettivo, magari anche contro il proprio; un gesto che sia testimonianza di sollecitudine per l’identità della nazione e il suo futuro>>.

In una comunità statale, ovviamente, non esiste un “interesse collettivo” o un “bene comune” in cui si possano identificare tutti i gruppi sociali ma una classe politica (e anche economica) dirigente deve essere in grado di far pensare – soprattutto agli strati medi e subordinati – che la prospettiva per la quale si chiedono sacrifici, i quali devono “apparire” come coinvolgenti l’intero corpo sociale, è effettivamente perseguibile. Bisogna saper creare un minimo di fiducia, far balenare l’idea che alla fine di un tunnel lungo e pericoloso vi possa veramente essere l’uscita dalla situazione critica e una progressiva rinascita della vitalità del paese. Ed è necessario, in particolare, mettere in evidenza alcuni punti cruciali della struttura del nostro paese che devono veramente venire modificati; all’inizio ci si dovrà concentrare su due o tre progetti ma si dovrà convincere la maggioranza degli italiani che non si può più scherzare e che bisognerà andare fino in fondo nel cambiamento. Della Loggia , nel suo articolo, ricorda poi l’atteggiamento “miserabile” del ceto politico quando blocca qualsiasi prospettiva di riforma degli ordini professionali e quando rinvia sine die quei tagli ai propri privilegi ed emolumenti che materialmente, ma soprattutto simbolicamente, avrebbero dato un segnale positivo ai lavoratori dipendenti e autonomi e ai ceti medi produttivi. Esso avrebbe in qualche maniera rimesso in questione il livello di legittimità dell’intera classe politica che ci governa; livello che è ormai vicino a zero e che potrebbe implicare una implosione caotica delle nostre principali istituzioni per la loro mancanza di credibilità . La nostra presunta democrazia – “formale” per quanto riguarda il suo statuto giuridico – risulta sempre più, informalmente, una vera e propria “democrazia commissaria” in cui i commissari stazionano oltre Atlantico con i loro delegati che bazzicano a Roma e dintorni (superfluo fare i nomi, comunque uno di essi ha ormai traslocato a Francoforte).

Per quanto riguarda le problematiche più strettamente economiche sul Sole 24 ore di ieri (16.07.2011) è apparso una sorta di “manifesto” – ad opera, presumo, degli economisti che collaborano al medesimo quotidiano – che riassume le cose da fare nel breve e medio periodo. Da notare che lo stesso presdellarep si è affrettato a congratularsi con il direttore del Sole per il suo impegno “sociale” in questa fase gravosa. La premessa del breve “manifesto”, intitolato “Nove impegni per la crescita”, appare piuttosto scontata:

<<L’ultima asta dei Buoni del Tesoro poliennali (BTp) a 15 anni è stata sottoscritta a un tasso (5,9%) che è ai massimi dalla nascita dell’euro. Un segnale inequivoco. L’economia italiana deve assolutamente evitare il rischio dell’avvitamento della crisi con l’aumento dei tassi di interesse per finanziare i titoli del debito pubblico. Rigore e crescita sono un binomio inscindibile per impedire che l’Italia finisca in questo circolo vizioso. La manovra approvata ieri definitivamente va nella direzione giusta del pareggio di bilancio, ma è indispensabile una fase due che ponga la crescita al centro della politica economica>>.

I nove punti si possono così sintetizzare:

1 – Riduzione della tassazione sul lavoro che porti a un alleggerimento dell’Irap attraverso una rimodulazione dell’Iva.

2 –L’innalzamento dell’età pensionabile obbligatorio per tutti a 70 anni, accorciando il percorso che, con l’ultima manovra, farebbe raggiungere tale soglia nel 2050, per arrivarvi entro il 2020. Ciò permetterebbe di pagare pensioni più elevate e di ridurre gradualmente il carico dei contributi sociali molto elevati.

3 – L’Europa adotti eurobond (titoli di debito europeo) per sostenere i Paesi in difficoltà, evitando l’innalzamento nell’area euro dei tassi e garantendo la possibilità per tutti i Paesi membri di finanziarsi a costi accettabili.

4 – Scossa forte sulle privatizzazioni a cominciare dalla Rai e dalle aziende di public utility oggi possedute da enti locali o da loro controllate. Al di là dei vantaggi diretti sul debito e quindi del risparmio sulla spesa per interessi, si ridurrebbe drasticamente l’intervento diretto della politica (e delle sue logiche spartitorie e di arricchimento) nella produzione di beni e servizi.

5 – Un piano di liberalizzazione di licenze e orari per tutte le attività del commercio, servizi, farmacie, para-farmacie e reti distributive. Liberalizzazione delle professioni.

6 – Definire un patto di stabilità interno effettivamente non derogabile sui parametri dei costi standard per la spesa sanitaria.

7 – Aumento delle rette universitarie. Non c’è motivo per cui chi può permetterselo non debba pagare in modo adeguato l’investimento formativo dei figli. Gli studenti meritevoli e non abbienti vanno invece sostenuti con un sistema generoso e mirato di borse di studio e/o di prestiti (come in numerose esperienze straniere).

8 – Trasparenza della pubblica amministrazione:una forte iniziativa con l’adozione di una legge per la libertà d’informazione (“Freedom of Information Act”, secondo le migliori esperienze straniere). Questo consentirebbe di monitorare l’operato dei funzionari pubblici e li renderebbe più responsabili di inutili ritardi, evitando il rimpallo delle pratiche tra un ufficio e l’altro.

9 – Riduzione dei costi della politica: adeguamento immediato delle indennità dei parlamentari e del numero degli eletti alla media europea, abolizione delle Province e accorpamento dei Comuni più piccoli, dimezzamento delle rappresentanze dei consigli regionali, comunali e circoscrizionali e riduzione dei componenti dei Cda di tutte le società controllate dagli enti locali.

Alcuni punti sono fortemente discutibili, il punto n. 9 appare sostanzialmente condivisibile, mentre naturalmente la nostra posizione rispetto al punto n. 4 è di totale contrapposizione. Esso è in qualche maniera il punto di rilevanza strategica e come ricordato da Red nel suo ultimo intervento su questo blog <<la privatizzazione delle reti strategiche, la derubricazione dei campioni nazionali a componenti aziendali degli interessi euro-atlantici e la “normalizzazione” delle Fondazioni bancarie alla loro specifica funzione di enti no-profit, con l’abbandono definitivo di qualsiasi velleità di sviluppo autonomo nazionale >> significherebbe il trionfo, forse definitivo, della GFeID e dei ceti parassitari italiani con la conclusione del processo di sottomissione agli Usa da concretizzarsi infine con la totale subordinazione anche alle loro “guardie armate” europee (Regno Unito e Francia in primis).

Le virtù dello straniero

I virtuosi tedeschi non hanno colpe”; così l’incipit di Alberto Alesina sul Corriere della Sera del 6 luglio. In sostanza il giornalista stigmatizza la crescente diffidenza ed ostilità degli altri paesi europei verso la Germania, colpevole, secondo i detrattori, di alimentare il proprio surplus commerciale, di approfittare del ribasso, si fa per dire, del valore dell’euro, di non alimentare la domanda incrementando il proprio deficit pubblico, di intransigenza verso la Grecia ed il Portogallo. In realtà, secondo Alesina, la Germania sarebbe un esempio di virtù in quanto, a parità di condizioni iniziali, dagli anni ’90 sino ai primissimi anni dell’euro, avrebbe riqualificato e ridimensionato la spesa pubblica, alleggerito il peso fiscale sulle imprese (appesantendolo però sulle persone fisiche), sviluppato la ricerca e soprattutto la formazione. “I veri colpevoli sono i paesi a rischio”, in pratica quelli dell’Europa mediterranea, sentenzia alla fine, per aver approfittato delle condizioni iniziali favorevoli, cioè i bassi tassi di interesse, solo per alimentare ulteriormente il debito pubblico, anche in maniera fraudolenta come apparso evidente in Grecia, con la manipolazione dei dati contabili. Una posizione di grande buon senso, la quale fonda sulla responsabilità operativa dei governi nazionali la stessa possibilità di superamento della crisi finanziaria. Una posizione apparentemente distante anni luce da quelle forze benpensanti le quali si sono fatte scudo dei vincoli e delle costrizioni europeiste per imporre le scelte scellerate degli anni ’90 così come hanno fatto dell’opinione pubblica internazionale, in pratica l’opinione costruita da giornali come l’Economist, Time ed altri, il parametro con cui giudicare e l’autorevolezza morale da cui trarre la linfa necessaria a combattere il berlusconismo. Forze che, implicitamente, hanno confessato, in tal modo, la loro subalternità ai centri dominanti e la loro impotenza maramaldesca a gestire con un minimo di dignità le questioni e l’interesse nazionali; quegli stessi difetti, latenti in alcune fasi, che l’ultimo Berlusconi e Tremonti hanno manifestato con l’ultima manovra economica e con la vicenda libica.

Il buon senso è, però, perfettamente complementare, il più delle volte, al conformismo benpensante e la posizione di Alesina non pare essere una variante distante da questa constatazione statistica.

Fa esattamente il paio alle esortazioni, penose e reverenziali di Giuliano Amato e di alcuni “big” del PD verso la Germania, a comportarsi in maniera meno egoista.

L’autore fonda il suo giudizio su due assunti riguardanti il patto europeo: “una valuta comune ha costi e benefici per tutti” il primo, l’Europa come arena in cui giocano singolarmente i vari protagonisti e come istituzione autonoma con responsabilità di “governance” e controllo il secondo.

Il primo assunto, posto in questa maniera, nasconde la realtà delle cose, i rapporti di forza iniziali e che da quelli si sono determinati, con inesorabile coerenza, in Europa in quest’ultimo quindicennio.

I primi anni ’90 hanno conosciuto enormi trasferimenti di ricchezza e patrimonio produttivo da alcuni paesi europei più fragili, in primis l’Italia, ad altri; l’ingresso dell’euro, quindi la rinuncia alla sovranità monetaria dei singoli paesi, è avvenuto in un contesto iniziale di forte squilibrio tra paesi il quale si è accentuato paurosamente nel decennio successivo. Una moneta ipervalutata rispetto a quelle originarie ha permesso ai paesi indebitati di mantenere e incrementare il proprio debito con bassi tassi di interessi, mettendo però in difficoltà i settori produttivi che in qualche maniera sostenevano questo debito; lo stesso euro svalutato rispetto alle altre monete originarie ha consentito, specie alla Germania, di sviluppare ulteriormente le attività produttive, di crearsi una cintura di paesi subordinati ad est e di sviluppare una forza finanziaria tale da contribuire attivamente all’ulteriore indebitamento di quegli stati già compromessi. Tre quarti del surplus commerciale e finanziario della Germania è infatti estratto da altri paesi della Comunità Europea, piuttosto che, come si favoleggia, dalla Cina, dagli USA e da altri paesi esterni. Un tale risultato sarebbe stato impossibile da raggiungere se gli altri stati europei avessero optato per scelte analoghe.

Su un aspetto Alesina ha, però, ragione: sulla responsabilità dei singoli governi dei paesi più fragili nelle scelte effettuate. Non si tratta, però, di irresponsabilità; si tratta, invece, di indisponibilità a rappresentare gli interessi nazionali e di accettazione supina di condizioni capestro tese al mantenimento di ceti parassitari o, comunque, subordinati di quei paesi ai gruppi dominanti e alle singole fazioni di essi. Non è solo la politica monetaria a determinare queste scelte; la politica estera, la gestione della spesa pubblica, il ruolo delle grandi imprese, il controllo degli apparati di stato, la stessa affiliazione ad uno o l’altro dei gruppi di comando nei paesi dominanti giocano un ruolo essenziale. Il controllo della sovranità monetaria è semplicemente un’arma in più; ma tutto sta a come usarla e per quali fini.

È sufficiente analizzarne l’uso in Italia nell’ultimo trentennio del secolo scorso per comprenderne l’ambivalenza.

L’altro assunto vede l’Europa come un mercato dove primeggia il più virtuoso dal punto di vista economico.

Ormai, noi del blog, sappiamo che la componente dei costi e del prodotto, quella strettamente economica, è solo uno dei fattori che determina il successo in un mercato. Ma non basta; è lo stesso mercato che è regolato e subordinato alle espressioni di potere, quindi alle strategie e ai conflitti tra gruppi dominanti, la diversità di obbiettivi dei quali genera alleanze e contrapposizioni, comprese quelle negli apparati economici strategici, tutt’altro che asserviti alle sole logiche dei vantaggi comparati e delle valutazioni del minimax puramente matematico.

Ma questa Europa ridotta a un mercato e alla difesa dei consumatori, così come celebrata nelle agiografie e nei trattati e espressa soprattutto da una istituzione, la Commissione Europea, priva di capacità coercitiva autonoma, sia nella imposizione fiscale di una certa rilevanza, che nell’esercizio di potere politico-statuale interno, compreso persino quello dei controlli, che nell’esercizio della politica estera è pressoché una terra di nessuno; in essa scorrazzano gruppi di interesse lobbistici, il vero punto di forza e di alimento della Commissione, assieme alla sua relativa autonomia legata alla gestione della pletora dei ventisette stati aderenti; quella stessa autonomia che si risolve sovente, per la crescente difficoltà di gestione da parte dei paesi più grandi, grazie al sostegno dei paesi minori, in prese di posizione ancora più oltranziste filoamericane. All’interno di essa i punti di equilibrio precari perché, tra l’altro, gestiti dalla burocrazia della Commissione, vengono raggiunti dal Consiglio Europeo dei Capi di Governo e in maniera più pragmatica nei “rapporti di cooperazione rafforzata” tra gruppi di paesi nella Comunità Europea. Così Germania e Francia cooperano per determinare le politiche di bilancio e finanziarie, Francia e Gran Bretagna quelle militari e coloniali, Germania e Italia, almeno sino a pochi mesi fa, quelle energetiche, queste ultime non perfettamente allineate agli interessi americani.

In realtà, nell’esposizione di Alesina, mancano, più o meno consapevolmente, le eminenze grigie, il convitato di pietra in grado di garantire, in qualche maniera, l’equilibrio tra i cooperanti rafforzati e tra i livelli istituzionali nonché una qualche sintesi politica: eminenze, gruppi dominanti dal cappello a stelle e strisce. La stessa assenza di reali istituzioni statuali europee rende il loro operato alquanto mimetizzato ed articolato.

Cionondimeno il loro ruolo, spesso in conflitto, appare evidente ad una visione più attenta.

L’incremento del debito pubblico, esploso poi con il prosieguo della crisi finanziaria del 2007, è stato apertamente incoraggiato dalle banche d’affari americane, finanziato dalle banche europee, minato nella credibilità dalle agenzie di rating americane in base a considerazioni opportunistiche. L’unico scopo delle politiche di rientro e salvataggio è quello di ripagare le banche europee più esposte, specie quelle tedesche, francesi e inglesi senza pervenire a un sia pur minimo controllo della circolazione dei capitali, specie quelli a breve termine, cosa che hanno fatto diversi paesi nel mondo.

Alla crisi dei derivati si cerca di rispondere obbligando le banche ad aumentare le riserve rispetto all’esposizione creditizia, senza costringerle a rivelare la loro esposizione in prodotti speculativi difficilmente esigibili. Si colpiscono così, paradossalmente, quelle economie, come la italiana, dipendenti più dal credito bancario che dal mercato azionario e, quindi, meno esposte alle fibrillazioni borsistiche.

Ancora più paradossale appare la politica estera con la vicenda della guerra libica e con la farsa della nomina ad Alto Rappresentante dell’Unione della candidata anglosassone, cioè del paese che funge da infiltrato e da dissuasore efficace di politiche comunitarie e di singoli paesi europei appena più autonome dai disegni americani.

L’elenco sarebbe infinito e spazierebbe dalla gestione dei dati personali dei cittadini europei, alle aperture unilaterali del mercato europeo ai paesi asiatici più fedeli agli USA, alle politiche liberiste senza logica se non quella dello smantellamento dei patrimoni industriali.

Quello che appare evidente è l’esistenza di gruppi con la testa nel paese dominante e le articolazioni che attraversano trasversalmente i paesi europei. La Germania è perfettamente inserita in questa logica in una posizione gerarchica di rilievo, con una propria area di influenza, ma comunque subordinata e acquiescente verso la componente obamiana. Le contraddizioni non mancano, ma sono latenti e silenziose almeno sino a quando non riprenderanno forza, in altri paesi strategici, forze alternative.

Altro che confronto di virtù. Si tratta soprattutto di lotta di dominio, politica e strategica innanzitutto, dove la affermazione di una Europa autonoma dipende dalla volontà di indipendenza dei suoi stati principali, cioè Italia, Francia e Germania e dal prevalere, in esse, di forze nazionali disposte ad allearsi, ancora lungi da organizzarsi.

Quanto la politica determini il futuro stesso dell’economia, lo si vede, ad esempio, dall’impatto negativo che hanno subito le grandi aziende strategiche italiane (ENI, ENEL, Finmeccanica) con la recente restaurazione in politica estera.

In realtà, il vero bersaglio dei conformisti benpensanti non sono le forze poco virtuose, ma le aspirazioni di autonomia e indipendenza nazionale che cominciano a far capolino qua e là in Europa entro cui potranno trovare spazio anche le aspirazioni dei ceti più popolari, in un ruolo dinamico piuttosto che in una difesa corporativa e parassitaria.

Lo dice più apertamente il PD, tacciandole di nazionalismo retrivo e riproponendo la solfa della governance mondiale ed europea sovranazionale o, addirittura, post-nazionale; tutti prefissi a noi malinconicamente noti già a fine secolo, i quali nascondevano il vuoto ideologico e di analisi. Lo sostengono con maggiore ambiguità, Alesina è uno di questi, le componenti cosiddette moderate. Una utopia trita e ritrita che si risolve sempre più, nel suo carattere velleitario, nel sostegno reazionario e acritico alle politiche dei dominanti, soprattutto ad una di quelle fazioni. Pensare ad istituzioni, presumibilmente con capacità coercitive, a volte anche prive di quelle, senza identità non significa risolvere il problema del carattere nazionale. Significa porre le condizioni di un annichilimento o della riedizione in forme nuove di nazionalismi sciovinisti.

La questione sarà sempre più al centro del dibattito in Europa; il nostro compito sarà quello di renderlo esplicito, tanto più che il fronte dei globalisti, quelli seri, i più legati all’establishment, mostra le prime crepe e sta cercando di correre ai ripari nella stessa battaglia teorica.

 

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