Gli ostacoli di una distensione Usa-Russia di R. Vivaldelli

RUSSIAN PRESIDENT VLADIMIR PUTIN VISITS CHINA

 

Le dimissioni del generale Michael Flynn, consigliere alla sicurezza nazionale – l’uomo più vicino a Mosca dell’entourage di Donald Trump – e le dichiarazioni della Casa Bianca sulla Crimea (“deve tornare all’Ucraina”): due pessime notizie per chi si aspettava, date le premesse, un rapido riavvicinamento tra il Cremlino e Washington.

Dopo anni di tensioni diplomatiche e geopolitiche, la Russia si  attendeva, con la vittoria di Trump,  una nuova distensione con gli Stati Uniti. Benché le dimissioni del generale Flynn rappresentino un duro colpo in quella prospettiva – e una vittoria dei “neo-con” russofobi – è probabile che quella di The Donald sia solo una strategia al fine di creare un terreno negoziale con Putin. La partita a scacchi tra i due leader, che continuano a stimarsi in maniera sincera e autentica, è appena cominciata.

Mosca preoccupata dal comportamento di Trump?

Un’interessante lettura sull’imprevedibilità della strategia di Donald Trump e le crescenti preoccupazioni del Cremlino,  la fornisce Foreign Policy: “Trump si sta presentando come il leader globale di un movimento anti-globalista, anti-élite, anti-establishment, anti-liberale e nazionalista – osservano Ivan Krastev e Steve Holmes – Ma ora che Trump è al potere, le élite politiche di Mosca hanno smesso di fare il tifo per lui. Comprendono che la posizione della Russia è diventata improvvisamente e dolorosamente complessa.

E ‘vero che la vittoria di Donald Trump apre alla possibilità di “normalizzare” le relazioni della Russia con l’Occidente, a cominciare da una riduzione o addirittura eliminazione delle sanzioni, accantonando un certo tipo di critica ideologica promossa dall’ordine liberale, ma la rivoluzione di Trump ha inaugurato un periodo di turbolenze e di incertezza, che comprende la possibilità che si verifichino guerre commerciali suicide. Ancora traumatizzati dalla disintegrazione dell’Unione Sovietica, l’attuale leadership della Russia teme, più di ogni altra cosa, l’instabilità globale”.

E aggiungono: “Il Cremlino è perfettamente consapevole del fatto che i democratici vogliono usare la Russia per screditare e, eventualmente, mettere sotto accusa Trump, mentre le élite repubblicane vogliono usare il Cremlino per “sgonfiare” il presidente”. Secondo l’analisi di Foreign Policy, Mosca teme che Trump possa cadere o che, al fine di mantenere il potere e fare la pace con i repubblicani, possa adottare una dura linea anti-russa.

Il New York Times: Trump ha ragione sulla Russia

Secondo il New York Times, Donald Trump non ha scelta e deve stabilizzare i rapporti con il Cremlino, ridimensionando le ambizioni di egemonia geopolitica degli Usa: “ Gli Stati Uniti hanno delle ottime ragioni per arrivare ad una conciliazione con Mosca su tante questioni, dall’Europa orientale al Medio Oriente. La vera domanda è se Washington può controllare il proprio desiderio di egemonia globale per rendere possibile tutto ciò” – scrive Anatol Lieven.

“A differenza della Cina – sottolinea – la Russia non è un concorrente alla pari degli Stati Uniti. La Federazione Russa è una potenza regionale che lotta per mantenere la sua antica sfera di influenza. Inoltre, dovrebbe essere un alleato naturale degli Stati Uniti nella lotta contro l’estremismo islamico. Una riduzione della tensione con la Russia avrebbe permesso agli Stati Uniti di concentrarsi su questioni geopolitiche più importanti”.

Le dimissioni del generale Flynn e lo scontro interno

Le dimissioni del “filo-russo” Michaeal Flynn risentono della spietata lotta intestina tra i centri di potere statunitensi in cui emerge il ruolo chiave dei “neo-con”, che non permetteranno tanto facilmente a Trump di riavvicinarsi alla Russia. Per l’analista di Asia Times e Sputnik InternationalPepe Escobar, la guerra tra Trump e i “neo-con” è soltanto agli inizi: “La notizia delle dimissioni di Flynn ha suscitato una serie di reazioni – osserva – Positive dall’Iran. Per lo più negative per la Russia. Indifferenti per la Cina”.

“Si tratta, senza dubbio – afferma – di una vittoria dello “stato profondo” americano e dei neo-con. Eppure la interpreto come una ritirata strategica. Flynn tornerà, ma nell’ombra. L’asse “neo-con dem”, sostenuta dai media corporativi, è implacabile. Allacciare le cinture di sicurezza; la guerra interna non è nemmeno iniziata”. Ci sarà dunque un’effettiva “rivoluzione” nella politica estera statunitense o anche The Donald dovrà soccombere e inchinarsi a quell’establishment che aveva promesso di spazzare via? Troppo presto per giudicare l’operato dell’amministrazione Trump in tal senso, ma i segnali di una “faida” interna sono evidenti.