LA FINE DEL DISPOSITIVO LIBERISTA

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Vladimir Putin ha dichiarato al Financial Times che l’idea liberale ha esaurito il suo scopo. Questo è vero ma solo in parte. Non l’idea liberale e nemmeno le teorie liberal-liberiste sono completamente esaurite, piuttosto, come scrive Corrado Ocone, in un articolo su formiche.net, è “il dispositivo liberal-liberista”, derivante da queste, ad essere definitivamente degenerato, tanto da dover essere combattuto (attualmente attraverso una battaglia culturale più tardi anche in altra “maniera”) all’ultimo sangue. Dagli autori e dalle categorie liberali abbiamo ancora molto da imparare. Così come abbiamo ancora molto da apprendere dalla scienza marxiana, dalle sue acquisizioni e dai suoi errori previsionali. Tante volte si è sottolineato che solo attraverso lo studio di Marx è veramente possibile comprendere perché il comunismo non si è mai affacciato in nessun luogo, benché molte formazioni sociali si siano definite comuniste. Secondo la stessa lettera di Marx il comunismo è impossibile (perché le condizioni di “possibilità” che egli aveva immaginato non si sono concretate) ed oggi può esistere solo reazionariamente nella testa di alcuni rimasugli di sbandati, come utopia degradata a sciocco umanesimo antiscientifico. Perciò abbiamo sempre rintuzzato gli anatemi degli stolti che hanno collegato il pensatore di Treviri ai gulag o a stermini vari avvenuti in nome del suo apparato concettuale.
Ugualmente, respingiamo oggi l’idea che i teorici del liberalismo-liberismo siano responsabili per le derive globalistiche o mercatistiche che hanno devastato buona parte del pianeta. Studiare liberali e liberisti, da Croce a von Hayek, avrà sempre una certa utilità, sia perché è bene conoscere il nemico, sia perché il nemico ha sempre una diversa visione delle cose da offrire. Ora però, quel che davvero non si deve risparmiare in una lotta serrata, senza esclusione di colpi, è l’altra faccia del liberalismo, quella di una democrazia fasulla la quale occidentalizzandosi, cioè americanizzandosi, ha proiettato fattori patogeni di sudditanza nei contesti dipendenti dallo strapotere a stelle e strisce. Le nostre democrazie, come ho scritto altrove, sono affette da una falsa ideologia universalistica che rappresenta il concreto interesse, non di tutti, ma di una nazione o area egemone in particolare. La democrazia e la sua sorella libertà sono figurazioni “razionali e universalmente valide” di interessi specifici che si traducono in una maggior subordinazione di chi si piega a detto sistema, soprattutto nella presente epoca di incipiente scoordinamento geopolitico. La democrazia è un cavallo di Troia che gli statunitensi hanno esportato ad ogni latitudine, con la persuasione o la guerra. Scrive La Grassa: “la democrazia è quel regime dei dominanti, nel quale il popolo (la stragrande maggioranza dei dominati) viene chiamato ogni tot anni ad eleggere i rappresentanti (nella sfera politica) di coloro che lo opprimono e sfruttano. Lo stesso Lenin considerava la Repubblica democratica “borghese” (poiché a quell’epoca esisteva ancora, per quanto fosse ormai arrivato al suo “ultimo stadio”, il capitalismo borghese) il migliore involucro formale della reale “dittatura” della borghesia: dittatura di classe con un significato diverso da quello in uso presso tutti quelli che sono soltanto studiosi, formalisti, di politologia e diritto, autentici ideologi dei dominanti, trattati quali specialisti, anzi “scienziati” (figuriamoci!)”.Considerato lo stato di sottomissione dagli Usa dei suoi satelliti europei e la longue durée democratica che da un pezzo plasma simili società non sarà assolutamente possibile divincolarsi dal dominio della potenza d’oltreatlantico attraverso i riti elettorali. Sono i suoi cerimoniali. Quest’ultimi riproducono massonerie parlamentari che non vanno mai contro gli Usa. A volte si travestono di sovranismo, come recentemente accaduto, ma esclusivamente perché questa è la nuova parola d’ordine del trumpismo, da intendersi quale mutamento strategico principiato in America dopo le difficoltà dell’ultimo quindicennio che hanno decretato la fine del monocentrismo a stelle e strice. E’ necessario, invece, un fattivo decisionismo da parte di autentiche élite nazionali, in grado di coinvolgere la popolazione con forme di partecipazione diversa dalle votazioni, al fine di rompere la gabbia d’acciaio dell’atlantismo. Piuttosto, in passato, sono state proprio le dittature ad aver trovato metodologie di trascinamento delle masse nell’arena politica, molto più attive e dinamiche della passiva liturgia delle urne, laddove occorreva liberarsi da condizionamenti esterni ormai troppo pesanti. Nel frangente in corso, con l’avvio del multipolarismo, si ripresentano necessità speculari. Quando è la libertà ad opprimere i popoli, i popoli hanno il dovere di opprimere la libertà.
Ancora più cogente, considerati i tempi, è il pensiero elaborato da La Grassa secondo cui la cosiddetta dittatura non è il risultato di una decomposizione della democrazia ma il risvolto di un differente decisionismo, nascente in contesti storici determinati, in cui recupero della potenza nazionale e rafforzamento complessivo del Paese, in un clima di multipolarismo e policentrismo, divengono fattori centrali. In alcune epoche è possibile “parlamentare” data la stabilità internazionale, in altre, si deve agire tempestivamente per anticipare le mosse “resistenziali” di un ordine in progressivo scollamento. In ogni caso, il popolo non governa mai e mai governerà perché la politica è soprattutto serie di mosse strategiche, dunque coperte, segrete, per assumere la preminenza. I liberali odierni, che ululano contro i totalitarismi sono antistorici, vittime di una cultura del piagnisteo ipocrita che nasconde i guasti propri con l’enfatizzazione di quelli altrui. La democrazia è altrettanto assassina, subdola, manipolante e intrigante di qualsiasi altro sistema statale. Allora sì, una dittatura (o altro metodo meno “dispersivo” di azione), che punta alla solidità dello Stato, è sicuramente preferibile ad una democrazia asservita ad interessi stranieri.
E’ quello che Putin vuole probabilmente segnalare con le sue parole.

Chiariamo alcune “questioncelle” di GLG

gianfranco

CHIARIAMO ALCUNE QUESTIONCELLE, di GLG

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Non sono in verimolto interessato alle considerazioni in tema di banche, operazioni di borsa o comunque speculative. L’articolo che riporto mi sembra informato e ben argomentato, ma ammetto di averlo letto senza una spasmodica attenzione. Mi hanno colpito alcune cose. Si insiste nel dire (non tutti per la verità l’hanno detto, ma si era sostenuto questo all’epoca) che la crisi iniziata da ormai un decennio ricorda quella del 1929. Sinceramente non mi sembra si sia verificato nulla di così disastroso; almeno a leggere i racconti (tanti in verità) di quell’evento che ha determinato anche profonde revisioni della teoria economica (oggi bellamente ignorate) e certamente della politica economica (anche queste ormai lettera morta). Mi sorprende che nessuno sembra più ricordare la “grande depressione” del 1873-95/96, da me invece citata ormai decine e decine di volte. Una lunga crisi con alterni momenti di alleviamento e di appesantimento che si sono susseguiti per un quarto di secolo e che, una volta superata non proprio in modo travolgente e senza vari strascichi, fu infine seguita da una crisi di Borsa non tanto inferiore a quella del ’29 e che partì sempre da Wall Street. Era il 1907 e quella “scossa” fu seguita da un periodo non esaltante che si concluse con il ben più drammatico “sommovimento” rappresentato dalla prima guerra mondiale. Dopo vi furono altri problemi (gravi soprattutto nella sconfitta Germania; ma anche in Italia ce ne furono, se non erro). Negli Usa ci fu ad un certo punto un vero nuovo boom che precipitò improvvisamente nel ’29. E anche la nuova crisi, un po’ risollevata dal forte intervento statale (quanto meno negli Usa e in Germania, ma anche l’Italia dell’autarchia e dell’IRI mi sembra in quella linea), si trascinò in fondo fino all’altro violento scossone della seconda guerra mondiale.

In definitiva, potremmo ben concludere che dagli anni ’70 del XIX secolo e per tutta la prima metà del XX ci furono profondi sconvolgimenti; e non tutti economici come appena considerato (anzi!). Ho insistito più volte nel dire che il periodo considerato è precisamente quello del declino dell’Inghilterra (la cui supremazia durò per buona parte dell’800, in particolare dopo il “Congresso di Vienna del 1815) e della crescita via via irresistibile del multipolarismo con poi l’accentuazione del vero policentrismo acuto risoltosi in violenti scontri bellici. Non parliamo allora delle difficoltà manifestatesi a partire dal 2007-8 come di una crisi tipo ’29 (non mi sembra proprio ci sia statofinora nulla del genere). Nello stesso tempo, miopi sono stati quelli che fino a poco tempo fa (alcuni ancora) parlavano di crisi ormai superata. In realtà, l’articolo messo all’inizio mostra, saggiamente a mio avviso, che siamo sempre in “mare mosso”. Tuttavia, questo non dipende da “mostruosi” andamenti finanziari, certo esistenti ma in fondo inevitabili in una situazione di crescente incertezza provocata dalla rottura di ogni equilibrio (quello preteso dagli economisti liberisti esaltati dalla globalizzazione del mercato) in seguito al manifestarsi del multipolarismo nei primi anni del nuovo secolo, dopo circa un decennio di forte predominanza statunitense seguita al crollo del sistema bipolare.

Tale processo è andato via via accentuandosi e ne sono nati non solo i problemi finanziari, ed economici in genere, ma anche la contrapposizione abbastanza acuta apertasi nell’“occidente” (più sviluppato) all’interno di determinati settori politici preminenti per moltissimi decenni e che sono stati pervasi dalla credenza nelle superlative virtù della “democrazia all’americana”, credenza dura a morire e strenuamente difesa da ceti politici e intellettuali (gli ormai sfatti “semicolti”) non ancora smascherati dai sedicenti “populisti”. Tale falsa democrazia è sempre stata caratterizzata daun’alternanza di partiti e movimenti poco differenti tra loro, cui si adeguarono anche i comunisti(specie italiani e francesi, gli unici dotati di una qualche forza nell’Europa occidentale) dopo un periodo di maggiore contrapposizione all’establishment dominante (favorita pure dalla presenza del sistema detto “socialista”, attraversato da contrasti e infine autoliquidatosi).

Oggi, invece, proprio il multipolarismo crescente – fase del tutto differente da quella bipolareaffermatasi dopo il 1945, quando si concluse la precedente epoca multipolare e policentrica durata parecchi decenni e punteggiata da due scontri bellici di grande portata sta determinando sia negli Stati Uniti che in Europa una contrapposizione più acuta tra schieramenti che pensano, in modo piuttosto incerto e confuso, a nuove strategie per affrontare l’attuale disordine mondiale. In definitiva dunque, l’attuale crisi perdurerà, strisciante e tormentosa, anche nei prossimi anni;dobbiamo seguirla attentamente ed essere pronti al possibile ripetersi degli eventi precipitati con la crisi del 1907 e i drammatici decenni successivi. Eventi sempre possibili anche nei tempi odierni, ma non ancora vicini. La lotta per una nuova supremazia tra più potenze è già iniziata; i tempi della storia non sono però quelli dell’elettronica o dei robot.

Un’ultima considerazione sulla “simpatica” analogia con cui finisce l’articolo sopra riportato fra questa possibile più grave crisi finanziaria e la bomba atomica (il suo materiale fissile), che una politica troppo miope potrebbe rivelarsi incapace di disinnescare. Proprio se si fa un simile paragone, se ne deve trarre la logica conclusione che quello finanziario non è l’aspetto decisivodelle crisi più acute. La bomba atomica – sganciata su due città giapponesi quando non ve n’era affatto bisogno per concludere la guerra ormai pienamente vinta – non poteva essere disinnescatadalla politica poiché si stava già aprendo il confronto tra i due principali vincenti nella guerra; quel confronto che fu poi definito “guerra fredda”. La bomba serviva precisamente ad avvertire l’Urss, ancora priva dellatomica (l’ebbe solo nel 1949), che non si sognasse di prendersi tutta la Germania com’era in grado di fare se non avesse preferito appunto non accentuare il suo ormai evidente contrasto con l’“occidente capitalistico”. La politica di quest’ultimo (cioè degli Usa che ne erano i controllori) innescò e fece esplodere la bomba proprio per ottenere un successo in tema di sfere d’influenza da mantenere in opposizione ai sovietici. Quindi, la politica comanda le armi così come comanda la finanza; e ogni altro aspetto della società umana fin dai suoi primordi. Anche la religione, che è il più rilevante fattore culturale e ideologico di lunghissima durata, si adatta spesso, malgrado diverse apparenze, ai conflitti tra i vari gruppi dominanti per l’affermazione di una supremazia (anche di quella predicata con “tanto amore e umanità”).

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Mi dispiace per Trump, ma l’Isis è stata sconfitta in Siria soprattutto per merito della Russia. Indubbiamente si può ammettere che quelli da me definiti Usa n. 2 non siano i responsabili della politica attuata invece dalla coppia Obama-Hillary Clinton, che liquidò l’ormai sfruttata Al Qaeda (assassinando il suo capo figurativo, Bin Laden) e alimentò il “Califfato” tramite Arabia Saudita e Qatar. Al Qaeda oggi esiste abbastanza marginalmente e l’Isis si rafforza forse verso ovest, ma in Siria e tutto sommato anche in Irak è ormai battuta nettamente. Mi sembra che Putin, nella sua “lunga chiacchierata”, abbia fatto qualche concessione tattica a Trump, ma abbia anche ricordato che gli Usa dovevano ritirarsi pure dall’Afghanistan e per il momento sono sempre lì, anche se ormai con chiaro insuccesso. In ogni caso, l’eventuale abbandono totale della Siria avverrebbe per l’ammissione (ovviamente nient’affatto esplicita) non certo della vittoria sull’Isis, bensì del sostanziale fallimento dell’ “operazione” tesa al rovesciamento di Assad e al controllo statunitense di quell’area.

Adesso la partita sembra spostarsi in Libia (e aree limitrofe), dove molti sono i paesi “occidentali” in gioco; e pure i russi stanno cercando spazi di manovra, ad es. con Aftar. Tuttavia, tenendo conto del continuo zigzagare di Trump, non diamo ancora per conclusa sicuramente la vicenda siriana. Oltre a tutto, c’è ancora il problema dei curdi e delle zone da essi occupate e che sono guardate con ingordigia soprattutto dalla Turchia. In ogni caso, ribadiamo che l’Isis non è stata sconfitta dagli Stati Uniti; semmai essi se ne sono ampiamente serviti per una serie di compiti sporchi da portare a termine. Poi però lo si è combattuto come “il Male; proprio perché quelli che si pongono come rappresentanti del Bene devono avere il Male da perseguire e quindi lo creano a bella posta per ingannare i popoli creduloni.

E questo apre il discorso a che cos’è la politica e perché è essa a sempre guidare tutte le fondamentali mosse dei diversi contendenti. Questo sarà sempre il contenzioso aperto con tutti i sostenitori della prevalenza dell’economia (e della finanza in specie); mentre altri si gettano sulla rilevanza preminente di fattori ideologico-culturali. Si tratta di uno scontro che non cesserà mai;perché i gruppi dominanti in ogni data epoca storica si sforzano di impedire alle forze contrapposte,in nascita per scalzarli, di afferrare dove sta l’“essenza” del problema. Tutto questo però solo ritarda la fine di questi dominanti ormai putridi, che non hanno più futuro; anche perché, utilizzando ceti intellettuali privi di intelletto per diffondere “la Menzogna”, alla fine ingannano loro stessi e non sanno più come ben agire.

 

Basta diktat esterni (di GLG)

gianfranco

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a questo punto, non credo che si dovrebbero avere più tanti riguardi. Anche una crisi istituzionale farebbe bene al paese. Malgrado quel che dicono certi farabutti definiti “di sinistra”, nessun presdelarep si è mai comportato in questo modo così “accanito”. E lasciamo per favore perdere proprio Luigi Einaudi, che con Pella aveva fatto scelte diverse e non mettendosi in aperto e irrimediabile contrasto con la DC (visto che Pella era al 100% uomo di tale partito, che lo accettò senza tanto fiatare; anzi una gran parte dei democristiani ne fu soddisfatta). A questo punto, si faccia la prova del nove. Si propongano Borghi o Bagnai. Se qualcuno si mettesse di traverso, allora sarebbe misura appropriata chiamare la popolazione a farsi sentire con chi crede di poterci ridurre a portaborse di Merkel-Macron. E si capisca che ormai vanno reimpostate le alleanze internazionali. Gradualmente se ciò è possibile; alzando invece di un bel po’ la voce se ci si tratta da semplici esecutori di ordini altrui. E si arrivi alla resa dei conti con la “divinità mercato”, con la BCE e quant’altro. E la si smetta di ricordare la Grecia. Tsipras & C. si comportarono da scolaretti inconcludenti. Certamente, bisognerebbe essere capaci di paralizzare le “quinte colonne” interne: Pd e “sinistra” varia, chiunque voglia essere “portavoce” del Partito Popolare Europeo, i nostri “cotonieri” impropriamente definiti imprenditori. E si dovrebbero dare alcune “soddisfazioni” alle forze dell’“ordine costituito”, intavolando con loro discussioni “amichevoli”, per far loro capire il vantaggio di restare almeno “neutrali” di fronte ad una popolazione, la cui maggioranza ha ormai bisogno di rappresentanti effettivamente autorevoli e non piegati ai diktat di chicchessia.

BUTTIAMO FUORI L’OCCUPANTE AMERICANO E I SUOI LACCHE’

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La larga vittoria di Putin alle ultime elezioni russe è stata accolta malissimo in Occidente. Nessun altro leader europeo o americano può vantare simili percentuali di gradimento elettorale. Sarà stata l’invidia o la bassa statura strategica ma i capi di Stato e di governo del primo mondo non si sono accalcati per congratularsi con lo “zar”. Solo poche ore fa è arrivata la telefonata di Trump, il quale, essendo a capo della superpotenza americana non deve guardarsi intorno, scrutando quello che fanno gli altri, prima di agire.
La vergognosa Europa dimostra ancora una volta di quale pessima stoffa è fatta e a quale volgarità diplomatica è ormai giunta nella sua totale decadenza. Il circo mediatico italiano, anche di fronte a risultati schiaccianti ed inequivocabili, ha voluto parlare di brogli o di bassa affluenza anziché mettere in evidenza l’unica realtà accertata, ovvero la superiorità indiscussa del Presidente uscente e rientrante a furor di popolo per la quarta volta in 20 anni. Lui amato dagli elettori, i nostri politici odiati e insultati perché hanno distrutto il Paese ed il continente. Non teme di cadere nel ridicolo la casta giornalistica nostrana criticando aspramente la classe dirigente russa mentre in patria ignora o minimizza i maneggi sulle schede provenienti dall’estero o la disaffezione crescente versi i partiti e le istituzioni che si traduce in sempre più scarsa partecipazione al rito democratico?
Evidentemente, l’impalcatura ideologica che pennivendoli e sedicenti commentatori si sono costruiti intorno, benché diroccata e traballante, sembra loro ancora un buon riparo dai mutamenti mondiali. Ma non è così. La gente non li sta più a sentire e nemmeno a leggere, hai voglia a parlare di Putinia, di aggressività di Mosca, di dittatura o di democratura e tante altre belle stronzate che speriamo vadano loro di traverso. Moriranno strozzati dalla loro stessa merda e non accadrà fra tantissimo tempo.
Di che cosa si accusa poi Putin? Di aver avvelenato una spia passata al nemico? Pure un bambino capisce che si tratta di “inside job” per gettare fango su un personaggio, non allineato e non gradito alla famigerata “comunità internazionale”, per un ennesimo successo politico scontato. Di aver creato instabilità globale? Di disprezzare la sovranità dei vicini e dei lontani? Di non rispettare le regole del diritto internazionale? Di boicottare la democrazia elettorale? Non si può incolpare Mosca per l’innescarsi fenomeni oggettivi che dipendono dal metamorfosarsi degli equilibri internazionali. Mosca agisce in questa situazione nella quale sono Usa (e alleati), in quanto campo predominante, sebbene in relativo declino, ad operare spregiudicatamente nel tentativo di frenare l’avanzante multipolarismo. La geopolitica del caos di Obama s’inseriva a pieno titolo in questo tentativo, solo in parte riuscito. Per l’Occidente a guida Usa si tratta di salvare la sostanza (il proprio predominio egemonico) modificando alcune forme, per gli sfidanti di rivoluzionare l’una e le altre al fine di stabilire nuovi rapporti di forza, approfittando dei vuoti che si aprono a causa della frantumazione delle sfere d’influenza che la fase storica impone a tutti gli attori. Ogni cosa declina su questa terra per dinamiche intrinseche e per risvolti di azioni soggettive (ma soprattutto per evoluzione di condizioni oggettive). Ma ribadiamo, non si tratta di malvagità di qualcuno, non esiste l’asse del male, non esisteva nemmeno in passato. Non sono cattivi gli americani e non lo sono i russi. Tanto meno possono essere buoni. Semmai, i primi sono molto più ipocriti dei secondi perché nascondono dietro grandi narrazioni libertarie i loro piani di dominazione del globo, accusando i nemici di nefandezze che essi sono i primi a commettere. Non entriamo nel merito delle guerre scatenate dagli yankees negli ultimi tempi perché non la finiremmo più. I russi, al momento, non possono eguagliarli ma se potessero non si tirerebbero indietro per salvaguardare loro “sicurezza” nazionale ed internazionale. Ci provano ma non sono ancora all’altezza di cotanta assertività ed anche spietatezza. E finché non lo saranno resteranno secondi a quelli ma non sottomessi come i lacchè dell’impero. Dunque, auguriamoci che i russi (e gli europei divincolatisi un giorno dal giogo di Washington) diventino presto come gli americani, affinché il monopolio della violenza possa distribuirsi meglio tra i competitori, fino all’affermarsi di un diverso ordine delle cose, in quanto quello in auge è divenuto sconveniente per troppi popoli, a partire dal nostro.
Piuttosto, evitiamo di cadere nell’errore dei cantori dell’american way of life, della democrazia, della società civile, del mercato e delle tante altre sciocchezze di diretta derivazione oltreoceanica, sentendoci moralmente superiori o costantemente nel giusto. Non importa essere nel giusto, bisogna indebolire la società statunitense perché il suo imperio ci è oltremodo svantaggioso oltre che ripugnante per le sue continue degradazioni culturali.
Ristabiliamo, inoltre, un minimo di verità storica. Per esempio. Quando l’Urss è collassata gli Usa sono arrivati fino alle porte della Russia. Hanno inglobato molti stati dell’ex patto di Varsavia nella Nato, poi sono passati ad inglobare o associare quelli dell’ex Unione Sovietica, l’Ue si è ugualmente allargata alla maggioranza di detti satelliti di Mosca riscrivendo le cartine geografiche. Sono vicende note. Inoltre, nonostante lo smantellamento degli arsenali sovietici hanno continuato ad armarsi violando o stracciando i trattati sui missili balistici e sugli ordigni nucleari. Hanno esagerato eppure non sono riusciti ad impedire che la Russia risorgesse dalle sue ceneri, oggi come media potenza ma domani, forse, come attrattore di un polo antagonistico e portatore di un diverso modello sociale. Dobbiamo augurarci che l’aggressività russa diventi veramente tale ma in alleanza con risorgenti protagonisti europei, stufi di sottostare agli ordini di un occupante che non vuole più sloggiare dalla fine della II Guerra mondiale.

Si rafforza Putin di GLG

gianfranco

Vladimir Putin
Russia Unita
45.513.001 63,64
Gennadij Zjuganov
Partito Comunista della Federazione Russa
12.288.624 17,18
Michail Prochorov
Indipendente 5.680.558 7,94
Vladimir Žirinovskij
Partito Liberal-Democratico di Russia
4.448.959 6,22
Sergeij Mironov
Russia Giusta
2.755.642 3,85
Totale 70.686.784
Voti non validi 833.191 1,16
Totale 71.519.975
Aventi diritto/Affluenza 109.610.812 65,25

Questi i dati delle elezioni del 2012. Adesso tutti i vari giornalisti felloni insistono sul fatto che nelle elezioni attuali Putin contava sul 70% di votanti. “Il Giornale” (il cui padrone è il “grande amico” del presidente russo) parla di grande successo come voti, ma di flop della partecipazione. Aspettiamo certo i dati definitivi; comunque ci si attende circa il 75% di voti a Putin con un 63% di partecipazione elettorale. Lasciamo perdere le presunte aspettative del rieletto (plebiscitariamente); se i dati sono vicini al vero, con il 2% in meno di votanti, Putin avrebbe avuto il 12% in più di voti, il partito comunista 5-6 in meno e il terzo – che oggi è Žirinovskij (nazionalista estremo) – più o meno lo stesso risultato. Gli altri microscopici partitini (alcuni forse filo-occidentali) sono a risultati da “barboni”. La Russia è il punto di riferimento ormai solido dell’opposizione ai vertici politici delle nostre zone, tutti asserviti a quello statunitense (attraversato da uno scontro più forte di altre volte) e in pieno disfacimento, anche mentale (l’ultimo episodio della spia russa verrà alla fine ripreso in una pochade francese).

Quanto all’Italia, come era evidente da tempo infinito, si precisa che il disegno era l’inciucio Renzusconi, con il sostegno dell’infido e subdolo Maroni nella Lega. I risultati elettorali hanno indubbiamente scompaginato tali progetti; ma fin dal giorno dopo il voto, ci si ricorderà che affermai non essere stati abbandonati quei disegni. Ed infatti, di fronte alle mosse di Salvini, il “nano” (con il nanetto detto Brunetta) non fa che lanciare sassate contro ogni possibile contatto tra Salvini e Di Maio con la scusa che il primo è solo il rappresentante della coalizione “unita” di centro-dx (ma quando mai è stata unita!); nel contempo, però, egli insiste che si può aprire al Pd. E Maroni ha rimesso fuori la testa per portare di fatto sostegno al “nano” sempre con la scusa della coalizione. A Salvini converrebbe lasciarli scoprire sempre più in modo da poter affibbiare a loro la rottura dell’“alleanza”; e ancor più dell’impossibilità di dare all’Italia un governo per poi rendere necessarie nuove elezioni assegnando un bel colpo definitivo al “vile maneggione” e al suo corrispondente toscan-piddino (nel contempo si libererebbe di Maroni e della fronda interna). Tuttavia, bisognerebbe avere molta determinazione; e poi sarebbe necessario avere piena fiducia in un Di Maio, che è andato negli Usa, in Inghilterra a “conversare” con ambienti economici, ha dichiarato fedeltà alla Nato, alla UE (pur dicendo che si aspetta maggiori aiuti e benevolenza), ecc. ecc.
Comunque un bel casino, tutto sommato positivo. E intanto, tornando a prima, si consolida la Russia e diventa fondamentale la nascita in Europa di forze decise a spostare le alleanze internazionali “ad est” (senza sottomissione alcuna ad altri padroni). Semplicemente addosso agli Usa, progressiva liberazione dalla loro dominazione e disfacimento dell’attuale organizzazione europea, da ripensare completamente a partire da nuovi rapporti, soprattutto tra Germania, Italia e magari Francia (ma con tutt’altre forze politiche al comando in questi paesi, proprio l’opposto di quelle attuali).

 

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Putin, il migliore di G.P.

Putin ha vinto ancora, i sedicenti esperti nostrani rosicano, livorosi e succubi del loro approccio ideologico, descrivono scenari che non esistono. Non sono in grado di vedere la realtà, non sono capaci di capirla e di andare oltre i suoi fenomeni estemporanei. Sono inutili e profferiscono mere banalità. Persino Il Giornale di Berlusconi oggi è contro Putin. È evidente che il capo è ormai pienamente all’allineato all’Ue dalla quale ha ricevuto appoggio prima delle elezioni. Diciamo allora qualcosa di ancor più chiaro. La Russia è l’unico antagonista dell’Occidente, lo è “geopoliticamente”, lo è militarmente, lo è psicologicamente e lo è storicamente. Chi tira fuori la “questione economica”, sostenendo che su questa base sia la Cina la vera sfidante dell’ordine americano, non ha compreso le dinamiche globali. L’economia russa, anche se apparentemente più debole di altre, è tesa ad alcuni scopi imprescindibili della fase: il multipolarismo, il recupero delle sfere d’influenza, il ripristino dell’egemonia regionale e l’intento di proiezione mondiale. L’economia non è mai il fine ma uno strumento al servizio della potenza. La Russia, sotto questi aspetti, è davanti a tutti, altro che Cina.

Ora godetevi questa intervista su Il Giornale a Parsi.

Costui si spaccia per un esperto di geopolitica ma non avevo mai sentito prima una tale sequela di banalità e luoghi comuni.
Vittorio Emanuele Parsi: “«Putin è l’uomo forte di un Paese debole.La Russia ha un’economia più piccola della Corea del Sud, una composizione economica come quella dell’Arabia saudita, con gli orsi invece dei cammelli. Un sistema in cui chi governa il Paese possiede le risorse del Paese».
Il leader di un’oligarchia? «Peggio di un’oligarchia, la Russia oggi non è diversa dalla Cina o dai Paesi del Golfo…ha vinto contro un’opposizione che non esiste. Che è stata squalificata, mandata in Siberia, eliminata col plutonio o col gas nervino. Si dice che Putin non abbia rivali, ma così è facile…sta schiantando la Russia. Putin non ha fatto bene alla Russia, è la Russia che ha fatto bene a lui, che oggi è l’uomo più ricco del Paese mentre prima di essere primo ministro era con le pezze al sedere…chi si oppone, muore. Facciamoci qualche domanda: nel mondo quali altri interessi potevano desiderare la morte di questa persona? Chi aveva la disponibilità di gas nervino? Chi poteva permettersi uno scandalo di questo tipo? È difficile che tre indizi non facciano una prova. La risposta è che non c’è un colpevole assoluto ma che il più probabile si chiama Vladimir Putin»…«Gran Bretagna, Francia e Germania hanno dato una risposta importantissima affermando che anche se il Regno Unito è uscito dalla Ue con la Brexit resta concettualmente in sintonia con l’Europa. Siamo i Paesi dell’Occidente e dell’Occidente europeo. Non puoi usare un gas illegale a casa di un altro membro permanente del Consiglio di Sicurezza. Su questo Putin ha perso la sua scommessa».

Россия не хочет захватывать своих соседей

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Если бы русские все еще могли поднять свой флаг на Рейхстаге, как в 1945 году. Но этого не произойдет, потому что Россия сейчас является второй ступенью власти, которая колеблется, чтобы восстановить утраченные позиции после распада СССР в 1991 году. Поэтому Путин не хочет оккупировать соседние страны, не бывшие Советские Республики и даже не бывшие члены Варшавского договора. У него нет такой военной силы, чтобы пуститься в это рискованное путешествие, нет и политико-идеологической мотивации, как коммунизм, для создания дружественных классов лидерства, готовых поделиться исторической и социальной перспективой.

Однако НАТО давно вытянула свои щупальца, воспользовавшись развалом Советского Союза. То же касается и ЕС, который идя по тропе Вашингтона, поглотил многие московские спутники, изменив европейские географические карты. Вот почему парадоксально обвинять Россию в нарушении международного права в присоединении Крыма, когда европейцы и американцы развернули свои танцы намного раньше, нарушая суверенитет многих народов до и после войны в Сербии 1999 года по косовскому вопросу. Так в чем смысл развертывания 5000 американских солдат в Восточной Европе? Конечно же, не для защиты Варшавы или Балтийских столиц от невозможного русского вторжения. И зачем размещать противоракетный щит в Румынии и Польше? По эквивалентной причине. Понятно, что западная пропаганда распространяет все в перевернутом виде. Фактически, Белый Дом и другие континентальные канцелярии угрожают медведю кинжалом, чтобы он не возвращался в свои крупные охотничьи угодья. Есть еще одна причина, объясняющая инициативы США в этом пространстве. Необходимость удержать Европу под железной пяткой и предотвратить союз с «антигегемонским» гигантом. Спектр оси Берлин-Москва — главный страх господ из-за океана, единственное событие, которое может серьезно подорвать их абсолютную власть.

Несмотря на очевидность этих фактов, бумагомаратели продолжают отрицать то, что не может быть более однозначно. Например, Райнери в Il Foglio пишет, что агрессия НАТО против России является выдумкой, потому что ее близлежащие страны свободно выбрали вступить в Атлантический Альянс, не будучи оккупированными или вынужденными. Это первая выдумка. По правде говоря, элита всех этих стран после обвала социализма пришла к соглашению с американскими деньгами и помощью. Возможно эти народы не были оккупированы, но были определенно куплены, а если они не сгибались, то их бомбили, как Сербию Милошевича. Райнери не может притворяться, что не знает этого. Эти государства перешли от казаков к янки, не спросив мнение народа. Фактически, население подчиняется решениям своих лидеров, которые подкупаются в ущерб общим интересам и становятся легко манипулируемые теми, кто направляет их по заданному курсу. Недавние украинские события показательны, так как я не думаю, что есть хоть один житель этой страны готовый умереть на войне за олигарха Порошенко. Гражданский конфликт вспыхнул чтобы способствовать бизнесу четырех воров, обеспеченных прикрытием США и ЕС, в то время как треснула и перевернулась жизнь всего народа. Затем Райнери добавляет такие глупые мысли к своим рассуждениям, которые дают повод сомневаться в его добросовестности. Начнем с известной карты, которую также опубликуем здесь, где Россия окружена базами НАТО. Райнери говорит: «Эта карта… является пропагандистским шедевром… она одновременно и подлинна и ложна, потому что никто не может отрицать степень простирания НАТО, но только все переработано угрожающим образом. Если сегодня внести этот стереотип в Twitter, то может даже функционировать благодаря коллективной амнезии, т. к. все забыли когда праздновали развал Советского Союза и русские надеялись на расширение. Другие данные, такие как, например, самолеты НАТО перехватили российские военные самолеты над Балтийским морем 110 раз в 2016 году, не затрагивают сердца среднестатистического пользователя социальных сетей. Иногда традиционные СМИ способствуют этой тенденции. Недавний заголовок говорил о военной операции НАТО и американских солдат в Польше, перед самой дверью России. Но кто-то ответил: почему Польшу, суверенное и независимое государство, следует рассматривать как порог России». Райнери даже не подозревает, что они специально приближаются к шее России. Конечно же, не может быть плохих намерений, ведь американцы хорошие и делают добро, даже когда они вооружены до зубов и стоят у твоих границ. В общем, он дает основания американским военным, которые комментируя ту же карту, говорить: «Как русские могут быть настолько близки к нашим базам?». Райнери забывчивый и не помнит, что невинные американцы угрожали ядерным конфликтом, когда Советский Союз начал устанавливать свои базы на Кубе в 1962 году у ворот империи США. Тогда никто не вспомнил, что Куба является суверенным и независимым государством, но русским пришлось оставить свои позиции, чтобы избежать атомного апокалипсиса. Чтобы не допустить других бедствий в Европе американцы должны поступить аналогичным образом. Кто знает, если этот урок послужит на пользу пустоголовым служащим бумажных газет.

LA RUSSIA NON VUOLE INVADERE I SUOI VICINI

Se i russi potessero innalzerebbero ancora la loro bandiera sul Reichstag, come nel 1945. Ma non accadrà perché la Russia è ormai una potenza di seconda fascia che anela, certamente, a recuperare il terreno perduto dopo la dissoluzione dell’Urss, nel 1991, ma non a spingersi, hic et nunc, dentro conflitti dai quali uscirebbe sconfitta. Putin, pertanto, non vuole occupare i paesi vicini, non le ex Repubbliche Sovietiche e nemmeno i vecchi membri del Patto di Varsavia. Non ha la forza militare per arrischiarsi in simile avventura o quella politico-ideologica, come fu il comunismo, per forgiare classi dirigenti amiche pronte a condividere la medesima prospettiva storica e sociale.
Chi ha, invece, allungato i suoi tentacoli dietro la fu cortina di ferro è stata la Nato, approfittando del collasso dell’Unione Sovietica. Stesso ragionamento vale per l’UE che, a rimorchio di Washington, ha inglobato molti satelliti di Mosca, modificando le cartine geografiche europee. Per questo è davvero paradossale che si accusi la Russia di aver violato il diritto internazionale, annettendo la Crimea, laddove, quanto meno, europei e americani hanno aperto le danze in precedenza, violando la sovranità di numerose nazioni, prima e dopo la guerra alla Serbia del ’99 per la questione kosovara. Stando così le cose qual è il senso di dispiegare 5000 soldati americani nell’Europa dell’Est? Non sicuramente quello di proteggere Varsavia o le Capitali Baltiche da una impossibile invasione russa. E perché piazzare uno scudo antimissile puntato sul Cremlino tra Polonia e Romania? Per un equivalente motivo. E’ chiaro che la propaganda occidentale ci propina un discorso rovesciato. In realtà, sono la Casa Bianca e le altre Cancellerie continentali a portare una minaccia nella tana dell’orso affinché non si spinga nuovamente in territori di caccia più vasti. C’è pure un’altra causa che spiega le iniziative statunitensi nella nostra area. La necessità di tenere sotto il tallone di ferro anche l’Europa alla quale occorre impedire di stringere alleanze con il gigante slavo in funzione antiegemonica, cioè appunto antiamericana. Lo spettro di un asse Berlino-Mosca è il principale timore dei predominanti d’oltreoceano, l’unico evento che potrebbe mettere seriamente a rischio la loro assoluta potenza.
Nonostante l’evidenza di questi fatti, a dir poco inequivocabili, i nostri poveri scribacchini fanno a gara per negare quello che più chiaro non potrebbe essere. Soltanto i giornalisti nostrani riescono ad esporsi a cime così elevate di ridicolaggine. Per esempio, Raineri su Il Foglio scrive che è fasulla l’aggressione della Nato contro la Russia perché i paesi, antecedentemente nell’orbita di Mosca, hanno scelto liberamente, senza essere occupati o costretti, di aderire all’Alleanza Atlantica. Questa è la prima bufala. In verità, le élite al potere in quei paesi, dopo l’implosione del socialismo realizzato, si sono affermate grazie ai soldi e all’assistenza americana. Forse, quelle nazioni non sono state occupate ma sicuramente sono state comprate e quando non si sono piegate sono state bombardate, come la Serbia di Milosevic. Rainieri non può fare finta di non saperlo. Questi Stati sono passati dal giogo “cosacco” a quello yankee, senza il parere delle loro popolazioni. Infatti, i popoli subiscono le decisioni dei loro dirigenti (i quali si fanno corrompere a danno degli interessi generali) e, spessissimo, si lasciano manipolare da chi li guida in direzioni che non vorrebbero mai prendere. Il recente caso ucraino è emblematico perché non credo esista nemmeno un abitante in quel posto che pensasse di andare a morire in guerra per gli affari dell’oligarca Poroshenko, anziché per migliorare la sua vita. Invece, è successo che è scoppiato un conflitto civile fratricida per favorire il business di quattro ladroni, protetti da Usa ed Ue, mentre la popolazione schiattava e peggiorava la sua esistenza. Poi Rainieri aggiunge pensieri talmente idioti al suo (s)ragionamento che mettono in dubbio la sua intelligenza ma direi più che altro la sua buona fede. Si parte dalla famosa cartina, che pubblichiamo anche qui, in cui si vede la Russia circondata da basi della Nato. Dice Raineri: “Questa cartina…è un capolavoro di propaganda…è autentica e falsa allo stesso tempo perché nessuno può negare che mostri l’estensione attuale della Nato, ma è stata riciclata in chiave minacciosa come se stesse avvenendo adesso. Se oggi finisce nei meme su Twitter con qualche speranza di funzionare, è grazie ad un’amnesia collettiva che ha dimenticata quando si festeggiava la fine dell’Unione Sovietica e i russi facevano la coda per il pane e si sperava in un allargamento. Altri dati, come per esempio che gli aerei Nato hanno intercettato aerei militari russi sopra il mar Baltico 110 volte nel 2016, non fanno breccia nel cuore dell’utente medio di social media. E a volte anche i media tradizionali aiutano questa tendenza. Un titolo recente parlava dell’operazione militare Nato Atlantic Resolve e dei soldati americani in Polonia davanti alla porta di casa della Russia. Ma qualcuno ribatteva: perché la Polonia, uno stato sovrano ed indipendente, dovrebbe essere considerata soltanto la porta di casa della Russia”. A Raineri non viene nemmeno il sospetto che quei contingenti stiano lì apposta per far sentire il fiato sul collo a Mosca. Non possono esserci cattive intenzioni perché gli americani sono i buoni ed i buoni fanno il bene, anche quando si presentano armati fino ai denti sull’uscio dei confini altrui. Insomma, costui dà ragione a quel militare americano che commentando la stessa cartina chiosò: “ma come si permettono i russi di essere così vicini alle nostre basi?” Raineri, servo smemorato, non ricorda, o finge di non ricordare, che i candidi americani minacciarono il conflitto nucleare quando i sovietici iniziarono a sistemare i loro missili a Cuba nel 1962, alle porte dell’impero statunitense. A nessuno venne in mente di ribattere che Cuba era uno Stato sovrano ed indipendente e non solo la porta di casa degli Usa, cosicché i russi dovettero sloggiare per evitare l’apocalisse atomica. Per schivare altri guai in Europa è opportuno che gli americani facciano altrettanto, facendo fagotto. Chissà se questa lezione entrerà mai nelle zucche vuote degli impiegati della carta stampata.

MADURO CHE DURI

CHAV

 

La situazione in Venezuela è precipitata, dopo il referendum sulla Costituente di qualche giorno fa, e non si escludono colpi di mano violenti delle opposizioni, con l’appoggio dei governi occidentali. ll segretario di Stato Usa, Rex Tillerson, vorrebbe defenestrare Nicolas Maduro, ingerendosi pesantemente negli affari di un Paese sovrano. Una violazione delle regole internazionali che però non indigna la stampa mondiale, perennemente prona agli interessi di Washington. Immaginate se Putin avesse dichiarato, così schiettamente, di voler rimuovere Poroshenko. La reazione dei media e dei “circhi” democratici filo-atlantici sarebbe stata di diverso tenore. “Stiamo valutando tutte le nostre opzioni politiche per creare un cambio di condizioni in cui o Maduro decide che non ha un futuro e vuole andarsene di sua spontanea volontà, oppure noi possiamo riportare i procedimenti governativi alla loro costituzione”, afferma Tillerson che, evidentemente, ritiene il Venezuela un’appendice degli Usa e non uno Stato autodeterminato.
Auspichiamo la strenua resistenza del gruppo dirigente chavista, fino alla sconfitta dei traditori interni e dei loro padrini esteri, tuttavia dobbiamo registrare l’incapacità dei vertici statali a compattare la società venezuelana. Le ricette finanziarie dei cosiddetti socialisti del XXI secolo si sono rivelate inadeguate a risolvere la pesante crisi che attraversa la nazione. Le battaglie per far uscire dalla povertà i ceti emarginati sono sacrosante ma per affrontare le sfide della fase occorre saper rilanciare tutta l’economia, favorendo il benessere dei ceti medi e stimolando gli investimenti delle imprese strategiche che non possono essere usate come enti assistenziali.
Qualche anno fa scrivemmo che queste sarebbero state le difficoltà a cui sarebbero andati incontri i post-chavisti. Quest’ultimi non sono aiutati da un approccio ideologico datato che mal si concilia con le esigenze dell’epoca multipolare. Non è elegante autocitarsi ma tant’è: “Le conquiste sociali del chavismo in Venezuela (che sono senz’altro da preservare) reggeranno unicamente se il Paese riuscirà a collocarsi intelligentemente negli spazi in ridefinizione della geopolitica intercontinentale, conservando ed accrescendo la propria autonomia decisionale. Parliamo di un popolo che fino ad alcuni anni fa soffriva di analfabetismo, elevata mortalità infantile, malnutrizione, disoccupazione, bassi salari, assenza di cure mediche ecc. ecc. Tutti temi messi al centro dell’agenda politica dall’ex Colonnello con le sue missioni volte a forgiare uno stato sociale funzionale ed accessibile. In era di scoordinamento multipolare – in cui i sistemi faticano a trovare la quadra perché non esistono stabili centri di riferimento e di regolazione politico-economica e in cui si accende una strenua concorrenzialità tra i competitors globali – non si respinge la crisi finanziaria senza fortificare le imprese di punta e la sovranità statale. Ad ogni modo, il bolivarismo dovrà coniugarsi, fino a snaturarsi nei suoi elementi idealistici incongrui, con l’oggettività di un certo modello di sviluppo, escogitando formule di identificazione e partecipazione pubblica meno fantasiose del socialismo del XXI secolo. Che sarà costretto dal corso degli eventi, quasi certamente, a segnare il passo. Un’altra incognita seria per i bolivaristi si apre proprio in questo periodo, con la successione ad Hugo Chavez. Nicolas Maduro ha qualità inferiori ed esercita meno seduzione del suo predecessore. Alle ultime elezioni si è affermato di misura sullo sfidante Henrique Capriles Radonski, che dice di ispirarsi al leader del PT brasiliano, Inácio Lula. Sta di fatto che scopriremo presto se dietro l’ex Presidente Chavez si è formato un gruppo dirigente all’altezza dei suoi compiti o se questa esperienza si concluderà tra spinte centrifughe intestine e provocazioni indotte da agenti forestieri, sempre all’opera in tutto il Sud America. Ci sono sintomi di lotte interne e divisioni acerrime che non promettono nulla di buono…L’avvenire dello Stato Venezuelano è legato al destino dell’intera area sudamericana e caraibica. Non si può dire che geopoliticamente il socialismo del XXI secolo abbia interpretato quel ruolo di aggregazione che era nei proponimenti dei suoi fautori, tanto che il più potente vicino nordamericano sembra non esserne così preoccupato. Gli Usa lasciano fare, convinti di ristabilire l’ordine in un secondo tempo, essendo attualmente trascinati su palcoscenici regionali e transcontinentali da essi ritenuti più fulcrali nell’attuazione della loro strategia generale” (Qui) . Forse, nei disegni americani, quel momento si è avvicinato, essendo in definizione le questioni in altri scenari.
Ps. Tutti quelli che stanno accusando Maduro di essere un delinquente ed un sanguinario non meritano alcuna considerazione. Chi lo sta osteggiando, in patria e fuori, è almeno un brigante e mezzo rispetto al “bandito” venezuelano.
Ps.2 Nutro molta simpatia per il Venezuela, luogo dove è sepolto Giovanni Petrosillo. Mio nonno. I miei parenti si lamentano del caos e della povertà. Non ho ragione di dar loro torto ma le cose possono sempre peggiorare come insegna la storia di quel Paese.

QUALCHE IPOCRISIA (E IDIOZIA) IN MENO, di GLG

gianfranco

La prima è che in politica non ci può essere verità; nemmeno nel comportamento individuale, che implica una serie di relazioni tali da poterci talvolta mettere in serie difficoltà. Detto in generale: tra Stati, tra partiti, tra associazioni varie e, appunto, tra individui, corrono continuamente dei conflitti e dunque delle situazioni che è necessario nascondere o alterare per salvaguardarsi da danni a volte irreparabili. La vita interrelazionale (tra paesi, gruppi sociali, ecc.) è sempre conflittuale. Solo Robinson, ma una volta naufragato e finito sull’isoletta, sembra dover fare i conti soltanto con la “natura”. Quando però arriva Venerdì, non ha veri conflitti semplicemente perché riesce a farlo suo servo o schiavo addirittura. E costui accetta (nel romanzo di Defoe) di essere il “fedele” servitore. In realtà, un vero Robinson (non romanzato) non avrebbe mai potuto dormire sonni tranquilli, né distrarsi durante la giornata (soprattutto se avesse dovuto consegnare al servo qualche arma o strumento appuntito per aiutarlo a cacciare la selvaggina o pescare); il pericolo di morte o di essere comunque sopraffatto sarebbe stato incombente in ogni momento. Quindi, come ben si vede, nel conflitto non sempre si è l’aggressore; a volte ci si deve difendere. In ogni caso, anche per semplice difesa, è necessario nascondere le proprie mosse e intenzioni. E quando le mosse sono necessariamente eseguite senza mascheramento, si cerca allora di alterarne il significato e nasconderne le finalità effettive. Infine va detto che a volte si aggredisce per primi per evitare che sia l’avversario a scegliere il momento più adatto all’attacco. Sia che ci si difenda sia che si aggredisca, non si è mai sinceri sulle proprie intenzioni, sulle mosse che verranno compiute; altrimenti tutto “va a patrasso”. Quindi la si smetta con le litanie sulla verità; soprattutto quando si ha a che fare con la politica. E tanto più si tratta di alta politica – non quella di questi miserabili politicanti odierni, in modo del tutto speciale nel nostro disastrato paese governato da meri furfanti di mezza tacca; e con anche ceti dirigenti nella sfera economica che sono quanto di peggio si possa immaginare – tanto più non c’è, perché non ci deve essere, verità, sincerità e tutte le altre fesserie su cui un “popolino” molto ignorante continua a cianciare. Se i tuoi “governanti” fossero sinceri e buoni (simili coglionerie lasciale dire ai preti e al Papa, che sanno bene di raccontare storielle), tu, caro popolo, saresti comunque fottuto e sempre sottomesso e vessato da altri. Il grave è trovarsi in tale situazione proprio con gli attuali governanti, mentitori, ipocriti e pure mentecatti, inetti, farabutti da trivio, gentaglia che dovrebbe essere gettata al macero.

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Una seconda verità è quella relativa all’errore madornale di definire ladroni determinati politici (quasi tutti, in definitiva). Naturalmente, essi vengono esplicitamente dipinti così soltanto quando vanno in disgrazia per vari motivi, su cui adesso non mi soffermo; fin che sono in auge e riescono a mantenere il potere, non ha grande rilevanza se sono o non sono considerati ladroni, nessuno oserà toccarli. Nemmeno la magistratura tipo quella di “mani pulite” si muoverebbe; e se anche essa facesse qualche tentativo in tal senso, il tutto alla fine si risolverebbe nel nulla e nella dimenticanza da parte della stragrande maggioranza della popolazione. Tuttavia, queste considerazioni non bastano. Quando si ha a che fare con personaggi “di Stato” di effettivo valore, bisogna avere il buon senso di comprendere che costoro rischiano nella loro attività. In particolari contingenze pure la vita, ma questo è più raro e riguarda situazioni di scontro e di possibili rivolgimenti politici effettivamente assai acuti. Nella maggioranza dei casi, i pericoli sono minori, ma comportano comunque la caduta in disgrazia dei personaggi in questione, la necessità di ritirarsi dalla politica e talvolta anche di espatriare e andare a vivere altrove; un altrove che per quanto riguarda i politici di un certo valore non è quasi mai ignoto, a meno che non si tratti di capi “terroristi” (ma anch’essi vengono infine scovati). In ogni caso, è indispensabile per chi si trovi in situazioni del genere avere a disposizione una notevole quantità di fondi, altrimenti si resta alla mercé del nemico che ti ha già sconfitto e messo in condizioni di netta inferiorità. Ad es. un personaggio come Trump è uomo d’affari e ricco di per suo. Se andiamo però a personaggi soltanto politici (pensiamo, facendo esempi a casaccio, a Putin o al premier cinese o a Erdogan o magari Maduro, e via dicendo; e perfino al nostro Craxi dei tempi passati), questi devono essere in grado di filare alla chetichella se fosse necessario. E devono già sapere bene dove andare e quali “correnti” e apparati di quegli Stati (e i loro dirigenti) li possono meglio proteggere; e non certo perché sono amati e rispettati da costoro. Chi cade in disgrazia e deve magari “allontanarsi”, ha necessità d’avere a disposizione molti fondi per ungere un bel po’ di ruote. Anche in tal caso, perciò, la si smetta di essere così ignoranti e bestioni con il cervello foderato di prosciutto. Sempre che vogliamo avere alla direzione dei nostri paesi uomini “con i coglioni”. Se invece ci si accontenta di fantozziane “merdacce” come quelle che ci governano da alcuni decenni, allora è giusto protestare ogni volta che simili nullità si appropriano di fondi pubblici o comunque commettono gravi imbrogli.
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Lettera aperta a Putin e a Trump

Mr. Trump- Yellow Tie

Lettera aperta a Putin e a Trump di:

Des Browne (ex segretario della difesa britannico)
Wolfgang Ischinger (ex ambasciatore tedesco negli Stati Uniti)
Igor S. Ivanov (ex ministro degli Esteri russo e segretario del Consiglio di sicurezza della Federazione russa dal 2004 al 2007)
Sam Nunn (ex senatore statunitense e presidente della commissione per i servizi armati del Senato)

Caro Presidente Putin e caro Presidente Trump,

Il divario tra Russia e Occidente sembra essere più ampio ora che in qualsiasi altro monento dalla guerra fredda. In assenza di nuove iniziative, il nodo della sfiducia si sta stringendo, soffocando la capacità dei governi di discutere, per non parlare dei passi essenziali per migliorare la sicurezza di tutte le persone che vivono nella regione euro-atlantica.

Il vostro primo incontro a Amburgo sarà un’occasione unica per sottolineare che, nonostante le significative differenze, gli Stati Uniti, la Russia e l’Europa possono e devono collaborare sui temi di comune interesse esistenziale, primi fra tutti la riduzione dei rischi nucleari e di altri rischi militari e la prevenzione di attacchi terroristici catastrofici.

Il punto di partenza potrebbe essere una nuova dichiarazione congiunta dei presidenti degli Stati Uniti e della Federazione russa che riconosca che una guerra nucleare non può essere vinta e non deve essere mai combattuta. Questo renderebbe ancora più chiaro che i leader riconoscono la loro responsabilità di lavorare insieme per prevenire la catastrofe nucleare, cosa che sarebbe accolta positivamente dai leader mondiali e istituzionali.

Un secondo passo potrebbe essere quello di incrementare la comunicazione military-to-military attraverso un nuovo gruppo di gestione delle crisi NATO-Russia. Riavviare il dialogo militare bilaterale tra Stati Uniti e Russia, essenziale per tutta la guerra fredda, dovrebbe essere una priorità immediata e urgente. L’obiettivo di queste iniziative dovrebbe essere quello di ridurre i rischi di un errore catastrofico o di un incidente, ripristinando la comunicazione e aumentando la trasparenza e la fiducia.

Un terzo passo potrebbe essere quello di collaborare per impedire all’ ISIS e ad altri gruppi terroristici di acquisire materiali nucleari e radiottivi attraverso un’iniziativa congiunta per prevenire il terrorismo con armi di distruzione di massa. Esiste un’urgente necessità di cooperare per mettere in sicurezza materiali radioattivi vulnerabili che potrebbero essere utilizzati per produrre una “bomba sporca”. Tali materiali sono ampiamente disponibili in più di 150 paesi e spesso si trovano in strutture poche sicure, come ospedali e università.

In quarto luogo, il dialogo è imperativo per raggiungere un’intesa informale sui pericoli informatici legati all’interferenza nei sistemi di alllarme strategico e nel comando e controllo nucleari. Ciò dovrebbe essere affrontato urgentemente per impedire una guerra per errore. Che non ci sia un chiaro “codice della strada” nel cyber mondo nucleare strategico è allarmante.

La Russia, gli Stati Uniti e l’Europa si stanno confrontando su una serie di questioni significative. Ma nessuno dovrebbe distogliere l’attenzione dall’urgenza di fare passi concreti per arrestare la spirale discendente dei loro rapporti e ridurre i pericoli reali. Vi esortiamo rispettosamente di iniziare a farlo ad Amburgo.
(traduzione di Conflittiestrategie)

ERDOGAN NON E’ UN DITTATORE

erdogan

 

La Turchia svolta verso il presidenzialismo. Nulla di nuovo nel panorama internazionale, ci sono molti Stati che assegnano poteri speciali alla carica del Presidente nella loro forma di governo. A partire dagli Usa.
Tuttavia, sono piovute numerose critiche su Erdogan, padre della riforma, passata dopo il referendum di ieri, perché nel Paese della mezzaluna mancherebbero quei meccanismi di check and balance indispensabili ad impedire derive autoritarie.
Il presidenzialismo turco sarebbe quindi di tipo asimmetrico e perciò stesso pericoloso per la democrazia. Sono sciocchezze che trovano spazio sui nostri media, i quali non hanno in simpatia il leader dell’AKP per i mancati allineamenti ai diktat occidentali. La Turchia non è nemica della Nato o dell’Europa ma non è nemmeno disposta a barattare i suoi interessi strategici per compiacere americani ed europei.
Del resto, parliamo dei medesimi mezzi d’informazione che il 15 luglio del 2016 si schierarono con i golpisti e contro i governanti turchi. Con che credibilità gridano ora allo scandalo, ai brogli, alle minacce di Erdogan alle opposizioni se sono appena scesi dai carrarmati che calpestavano la folla durante quel fallito tentativo di rovesciamento violento dei legittimi detentori del potere, i quali, giustamente, prendono adesso delle necessarie contromisure? La truffa referendaria, di cui dicono gli osservatori stranieri, non è stata provata e ci si limita ad adombrare sospetti. Anzi, come ha riferito qualcuno dell’Osce è, persino, indimostrabile. Di che stiamo parlando allora?
Ci vuole davvero una faccia di tolla, alla Saviano per intederci, per affermare che Erdogan sia un despota o aspirante tale. L’eroe dell’antimafia e del servilismo filoamericano scrisse senza un minimo di vergogna, nelle ore successive al “pronunciamento” velleitario dei fedeli di Gülen, marionetta di Washington, che “… i carri armati turchi di ieri notte sembravano diversi: li ho visti come cingolati contro il potere totale e corrottissimo che Erdogan ha realizzato. Erano in molti, infatti, ad applaudire ai blindati come alla possibilità di porre fine al neo-ottomanesimo di Erdogan. Erano anche in molti a difendere il presidente-sultano. Ora si torna al controllo islamista, alle elezioni truccate, alle torture in carcere, al controllo dell’informazione. Il golpe è fallito anche perché i soldati ribelli non hanno voluto sparare sulla folla: l’Europa salvi i soldati golpisti, che non hanno alzato le mani sui civili. Dia loro asilo, non li lasci nelle carceri di Erdogan”.
Lo stato di emergenza e la riforma in atto sono il minimo che ci si potesse aspettare dopo i tragici fatti dell’estate scorsa. Lo Stato turco deve rafforzarsi per rintuzzare infiltrazioni straniere e provocazioni ai suoi confini. Siamo tutti concordi nel sostenere che la Russia non può tollerare quanto stia accadendo in Ucraina, suo giardino di casa. Perché Ankara dovrebbe sopportare, similmente, la creazione di uno stato curdo sul suo uscio che ha come unico obiettivo quello di far esplodere le divergenze etniche interne ed impedire la sua proiezione esterna? Perché Erdogan non può aspirare ad una politica mediorientale più vicina alle istanze della Turchia e degli altri partner dell’area piuttosto che ai voleri della Casa Bianca e di Bruxelles?
Qualcuno teme che nasca una convergenza turco-russa su queste questioni poiché Mosca, come Ankara ma per motivi diversi, non accetta che la spina curda venga conficcata nel fianco dell’alleato iraniano. Per tutte queste ragioni autonomistiche Erdogan viene tacciato di dispotismo. Ed accostato a Putin, l’altro leader inviso ai padroni del mondo per aver ridato alla Russia il posto che merita sullo scacchiere geopolitico. Gli uomini forti e assertivi, che studiano per accelerare il multipolarismo, non possono piacere alla potenza unipolare. Invece, c’è proprio da augurarsi che i due trovino la quadra e si mettano d’accordo, almeno su questo punto, per intralciare i piani occidentali.

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