La (sotto)missione dei moralisti


 

 

“Ora che Putin si è tolto la maschera anticipando ai russi il risultato delle elezioni presidenziali di marzo, ha deciso di togliersela – ammesso che l’avesse – anche Berlusconi”. “È la missione non necessaria” in Russia, al cospetto di zar Putin, la prova provata che ha tradito e svelato l’essenza dell’ormai tapino Cavaliere.

È, rispettivamente, l’incipit e il titolo della reprimenda del missionario del Corriere Franco Venturini, apparsa sabato scorso.

Il giornalista, nella foga moralista, ritiene in quel “tolto la maschera” la frase chiave per inchiodare il reietto.

Non ostante i ponderosi trattati di sociologia politica, Venturini pare non aver compreso la necessità inderogabile della maschera ad uso di quegli attori impegnati sulla scena politica piuttosto che dietro le quinte, luogo a sua volta di solito riservato, a seconda del genere teatrale, ai pupari, ai suggeritori e ai registi.

Lo strumento tanto espressivo quanto ingannevole è, tra l’altro, tanto più necessario in quei regimi rappresentativi occidentali nei quali le lobby di potere e i loro centri strategici eleggono il sistema democratico parlamentare e quello della formazione dell’opinione pubblica  a importanti campi di azione entro i quali condurre i conflitti e raccogliere e motivare le truppe necessarie alla pugna.

Non è forse un caso che la maschera sia adusa proprio nel teatro greco, laddove è nata la democrazia.

È invece in quell’intercalare “ammesso che l’avesse”, a mio parere, la frase chiave utile a collocare nella giusta posizione il moralista giudicante e il tapino gaudioso, questi ultimi due termini, sostantivo e attributo dal significato opposto eppure conciliabile, ma solo in una situazione isterica e crepuscolare come quella attuale del nostro paese.

La psicologia sociale ha insegnato che tutti noi, più o meno consapevolmente, portiamo una maschera utile a rappresentarci nei vari contesti e necessaria ad esprimere la nostra personalità e i nostri disegni. Ma non riesce a spiegarci ancora esaurientemente il suo livello di adesione giacché l’aderenza della protesi stessa al viso sino alla totale compenetrazione pare, nella fattispecie, essere direttamente proporzionale al livello di servilismo dettato dalla propensione della persona e dal ruolo svolto nella corte, intendendosi quest’ultima non solo il luogo in cui si esercita il potere regale, ma anche il posto dove esercitano le loro funzioni oche e galline, faine e serpenti, comprese le risse chiassose nelle quali si impegnano le prime, prima di essere spennate dai fattori e imbalsamate dai cuochi nelle pietanze degli aristocratici.

Così, se per Putin e Obama il cambio di maschera, non il privarsene, come erroneamente e improvvidamente suggerito da Venturini, risulta essere una operazione relativamente indolore, per Berlusconi rappresenta una impresa più ardua per il fio da pagare ben più salato, legato alla sua posizione e alla sua statura di uomo politico più che all’aderenza provocata dalla sua propensione agli eccessi di trucco e cerone.

Ancora più problematica e dolorosa appare la metamorfosi del nostro ministro degli esteri il quale più che la maschera è costretto a cambiarsi, pare senza dolore apparente, repentinamente la testa con la sola eccezione della sua dentiera immancabilmente a ottantaquattro denti, incontenibile in qualsivoglia conformazione labiale e del tutto inadeguata a rappresentare, in modo appropriato, le peggiori fregature alle quali, negli ultimi tempi, è particolarmente sottoposto il nostro paese per merito più o meno consapevole suo e della quasi totalità del resto del nostro ceto politico.

Così il nostro Frattini, beato e grato a Obama il quale “dimentica” di ringraziare l’Italia, ma ne saluta, pur frettolosamente, il suo Ministro degli Esteri; sempre beato quando si è visto rifiutare dalla nuova potenza emergente, il Consiglio di Bengasi capeggiato da Jalil, la conferma formale dei contratti e degli accordi sottoscritti da Governo Italiano e il legittimo Governo Libico di Gheddafi; imperturbabilmente beato quando si è trattato di mandare i propri aerei a distruggere quegli accordi e quei contratti e con quello, ancora peggio, ogni residua credibilità e capacità contrattuale con gli alleati e le potenze emergenti. Un velo sembra essergli sceso nel contestare a Francia e Germania l’appropriazione indebita delle politiche europee; ma era evidente lo sforzo innaturale di contrizione legato alla circostanza. Quello che risulta evidente è il puntuale sfasamento temporale in cui vivono le mosse politiche del nostro. Così, in Libia ha rivendicato ardentemente la direzione della NATO in antitesi alle iniziative estemporanee della Francia. Obama lo ha prontamente accontentato, affidando la gestione tattica del conflitto ai due paesi all’interno del comando Nato. Frattini denuncia la mancanza di collegialità nelle decisioni europee? Obama, in tempo reale, afferma il proprio sostegno alle iniziative del tandem franco-tedesco. In realtà il nostro agisce ancora in uno schema operativo di venti anni fa quando l’influenza americana, anche ideologica, era completamente egemone; quando si trattava contemporaneamente di trascinare nell’area occidentale  la maggior parte possibile dei paesi europei del blocco sovietico e di frustrare le possibili aspirazioni sovraniste di Francia e Germania; in quel contesto, l’allargamento pletorico dell’Unione Europea e la forza relativa della Commissione Europea stessa sono stati gli strumenti formidabili di realizzazione degli obbiettivi. Oggi, in Europa si sono definite meglio le gerarchie tra gli stati, con l’unico nodo da sciogliere definitivamente del ridimensionamento del peso politico di una Italia da trattenere comunque nella Comunità; ma si è definita, anche, la collocazione definitiva nel dominio atlantico di queste gerarchie. La vicenda di Libia, il sostegno francese alla Georgia, gli ostacoli tedeschi all’ingresso della Serbia nell’Unione Europea sono illuminanti. Quello che sembra chiedere Frattini, quindi, è un trattamento di identico vassallaggio, del tutto astorico, piuttosto che una rivendicazione di autonomia nazionale.

Non conosciamo, invece, la maschera o la smorfia del Ministro La Russa quando si è sentito rinverdire dallo statista Jabril i fasti del colonialismo italiano in Libia. Possiamo comprenderne il disorientamento, a un anno dal perdono di Gheddafi e a quindici anni dalla svolta di Fiuggi, combattuto tra scelte politiche ineluttabili, ripensamenti e amarcord.

Confido, per il disvelamento, in qualche scatto clandestino da cellulare.

Si tratta, comunque, tutti di attori di scena, dai quali, con qualche sofferenza in più o in meno, la maschera può essere strappata e sostituita.

Per gli apologeti scrivani è diverso; l’accaloramento necessario al sostegno delle tesi del padrone, anche nella forma più compassata, comporta la fusione della maschera alla viva carne sino a renderla indistinguibile.

Nel Corriere assistiamo a vari livelli di fedeltà alla causa occidendale. Si va dai timori di svendita di Mucchetti, privi però di ogni logica conclusione sulle scelte politiche conseguenti, al buon senso rassegnato di Franco che giudica velleitario ogni tentativo italico di autonomia e necessaria, quindi, una ligia fedeltà al potente americano.

Venturini, no; è perfettamente convinto della bontà delle scelte americane e fervido sostenitore dell’interventismo cooperativo-competitivo a fianco di Francia, Gran Bretagna e Germania. Lui vede e strappa le maschere; ma solo quelle degli avversari, non i propri, ma dei suoi padroni ammirati e stimati. In casa propria vede solo facce e pelle umana.

Ha certamente gioco facile di fronte allo smarrimento totale del Capo del Governo, ridotto alla malinconia penosa di un pupo soggetto alle manipolazioni del puparo e agli strattonamenti del pubblico. La situazione di stallo più adatta per depredare ed indebolire ulteriormente il paese.

Non per questo risultano accettabili e realistici i suoi inviti disincantati al Cavaliere a recarsi in Libia, quando è notorio che uno dei motivi di quell’intervento era proprio la distruzione del ruolo italiano nel potenziale asse con la Russia e la Turchia; lo stesso dicasi per il sostegno all’ingresso della Serbia nella Comunità, visto il legame consolidato e alternativo al Kosovo e all’Albania; per il sostegno al veto statunitense alla risoluzione favorevole alla costituzione dello stato palestinese; per la condanna del giornalista al veto russo all’intervento umanitario in Siria. Per non parlare dell’Europa.

L’importante, per Venturini, è aderire attivamente, a prescindere; purchè i promotori siano americani doc o filo-americani, a prescindere dalle loro stesse contraddizioni.

Eppure gli basterebbe sfogliare qualche pagina interna del suo stesso giornale per chiedersi come mai paesi importanti più indebitati dell’Italia, con un sistema bancario più esposto di quello dell’Italia, con un apparato economico meno importante di quello dell’Italia non siano bersaglio di fuoco amico.

Nella sicumera di poter colpire “un uomo morto” o presunto tale si permette il lusso di approfondire qualche risvolto psicologico legato ai comportamenti del Cavaliere.

Ma da qui a dire che “ Potremmo passar sopra a certi antichi sospetti dei nostri principali alleati, diventati peraltro molto più discreti d’un tempo “ e scambiare il loro giudizio di inoffensività e innocuità del personaggio con l’educata discrezione dei nostri, si fa per dire, alleati ce ne passa. È esattamente il passaggio dal ruolo di Arlecchino servo dei due padroni a quello di scrivano di corte.

http://www.corriere.it/editoriali/11_ottobre_08/una-missione-non-necessaria_b93fcee8-f16c-11e0-8be4-a71b6e0dfe47.shtml