L’IMPERIALISMO.

Ukraine Protest

 

Ci stiamo organizzando per il centenario della Rivoluzione d’ottobre. Speriamo di riuscire a produrre qualcosa d’interessante, ben oltre l’operazione nostalgia, già in atto da parte delle cariatidi di un comunismo ormai impossibile, che usano il passato glorioso del ’17 per giustificare la loro inutile ed ormai reazionaria  esistenza, ed anche oltre le sciocche calunnie piagnucolose dei sedicenti liberali intenti a narrare quegli eventi, tragici ma di profonde trasformazioni sociali, come mera carneficina bolscevica. Ed è proprio questo il punto. Mentre, infatti, imperversava la guerra imperialistica per il dominio dell’Europa e del mondo, che causava la mattanza dei popoli, Lenin e soci, al prezzo di un numero inferiore di morti e feriti, realizzarono il rovesciamento della monarchia zarista ed il successivo ritiro dal conflitto, evitando superflui spargimenti di sangue tra i ceti più bassi, quelli che sono sempre inviati a difendere la patria per conto dei dominanti. Soltanto per questo i bolscevichi avrebbero dovuto essere considerati dei benefattori dell’umanità, al cospetto di forze democratiche affamate di potere e di uomini. A Lenin, invece, si sarebbe dovuto consegnare il Nobel per la pace, sicuramente strameritato, per la ferma volontà di ritirarsi dal conflitto (contro l’opinione di Trozky ed altri), rispetto a quello elargito a sterminatori di professione dei nostri giorni come Obama.

Questo pensiero è stato già esposto dal compianto  Costanzo Preve che prima di diventare idealista, e mettersi ad allevare filosofastri in batteria, riusciva ancora a cogliere il nocciolo concreto delle questioni storiche più importanti: “Tra poco sarà passato un secolo dalla rivoluzione russa del 1917, ma evidentemente essa non è stata ancora “digerita” né dai suoi amici né dai suoi nemici. I suoi amici vogliono ad ogni costo che da essa si possa dedurre linearmente la storia provvidenziale della costruzione prima del socialismo e poi del comunismo, mentre a mio avviso essa si legittima ampiamente da sola, come risposta sacrosanta e pertanto più che giustificata allo scatenamento della prima guerra mondiale imperialistica del 1914. I suoi nemici, ovviamente, continuano ad odiarla ed a considerarla folle, utopistica, violenta ed illegittima quasi un secolo dopo. Trovo assolutamente normale che essa non gli sia mai andata giù, perché in effetti il 1917 dimostrò che una rivoluzione sociale radicale è possibile, e non resta confinata nella testa di alcuni intellettuali utopisti. Se è avvenuta una volta, potrebbe avvenire anche una seconda…”.

Tuttavia, l’interpretazione più pertinente del contesto epocale che portò al potere i Soviet è stata fornita da Gianfranco La Grassa con i suoi studi sull’imperialismo, fase suprema non del capitalismo ma della lotta policentrica tra potenze aspiranti alla supremazia mondiale. Per La Grassa, l’imperialismo non è conseguenza di una crisi economica da sproporzione tra domanda e offerta, cioè del gap che si crea tra potenzialità produttive e capacità di consumo di più larghe masse. Questa idea dell’imperialismo rimanda alle elaborazioni della Luxemburg e si ricollega al colonialismo. E non è nemmeno, o meglio non semplicemente, quella leniniana, benché da questa prenda spunto, della crisi esacerbata dalle stesse dinamiche economico-sociali del capitalismo che creano massima anarchia dei mercati, divaricazione produttiva e tecnologica tra imprese di diverse aree e paesi ed, infine, scontro intercapitalistico tra Trust, multinazionali ecc. ecc. coinvolgente anche gli Stati-potenza, insomma quella di una concorrenza portata ad un livello estremo (appunto fase suprema ed ultima del capitalismo, prima del vero e proprio collasso sistemico). La Grassa supera questa concezione economicistica, che si presta a troppe distorsioni analitiche, di cui la principale è senz’altro il parassitismo finanziario o finanzcapitalismo, di cui cianciano tutti quelli che non hanno ancora capito la portata delle sfide in atto e delle trasformazioni in corso, e lancia una diversa ipotesi. L’epoca dell’imperialismo è quella che mette in discussione la supremazia di un unico centro regolatore e inaugura il conflitto tra Potenze per un nuovo ordine mondiale. Delle cinque caratteristiche della fase imperialistica elencate da Lenin ((1) la concentrazione della produzione e del capitale, che ha raggiunto un grado talmente alto di sviluppo da creare i monopoli con funzione decisiva nella vita economica; 2) la fusione del capitale bancario col capitale industriale e il formarsi, sulla base di questo “capitale finanziario”, di un’oligarchia finanziaria; 3) la grande importanza acquistata dall’esportazione di capitale in confronto con l’esportazione di merci; 4) il sorgere di associazioni monopolistiche internazionali di capitalisti, che si ripartiscono il mondo; 5) la compiuta ripartizione della terra tra le più grandi potenze capitalistiche.) La Grassa “salva” le ultime due ma ne dimensiona diversamente il significato. Scrive egli stesso nel saggio “L’imperialismo. Teoria ed epoca di crisi”: “Non mi sono accontentato di ridurre a due le caratteristiche leniniane. In realtà, nella mia teorizzazione, esse mutano, e di non poco, il loro aspetto peculiare. Lenin parla di grandi concentrazioni economiche (monopolistiche) e di Stati (grandi potenze) in lotta fra loro. A mio avviso, in questo modo si punta l’attenzione sugli aspetti ‘materiali’, sulle ‘precipitazioni cosali’ del conflitto intercapitalistico. Si cade quindi…nel feticismo degli apparati (economico e politico-statuali), dimenticando che, nella concezione di Marx, l’analisi decisiva deve svelare l’assetto dei rapporti sociali celati nelle loro concretizzazioni istituzionali. Ho quindi indicato, come caratteri precipui di una fase pienamente imperialistica, la competizione tra gruppi di agenti dominanti strategico-imprenditoriali per le quote di mercato, e il conflitto tra gruppi di agenti dominanti politici (con i loro ‘prolungamenti’ militari per le sfere d’influenza; cui va aggiunto il confronto tra agenti portatori di ideologie diverse per l’egemonia culturale…”.

Da quanto afferma La Grassa si capisce, dunque, che l’imperialismo non è l’ultima fase del capitalismo (ammesso che questo si possa ancora chiamare così) ma una tappa ricorsiva del conflitto tra sistemi sociali (classi e gruppi dirigenti, tanto a livello verticale, l’interno di un paese o area, che orizzontale, la loro proiezione spaziale) che metamorfosa gli equilibri globali. Dopo la seconda guerra mondiale c’è stata una lunga fase di bipolarismo in cui il pianeta si è suddiviso in due blocchi contrapposti, guidati rispettivamente da Usa e Urss. Con la caduta dell’Unione Sovietica esso è entrato in una fase monocentrica o unipolare di assoluta predominanza statunitense, con tutto quello che ne è conseguito. Attualmente, vista l’incapacità dell’Impero americano di mantenere una simile egemonia ipertrofica si comincia a parlare di multipolarismo (tuttavia, non ancora realizzato) contraddistinto dall’emersione o riemersione di potenze revisioniste, le quali provano ad imporsi regionalmente sottraendo influenza allo strapotere yankee. Questo periodo transitorio dovrebbe poi sfociare in una nuova epoca imperialistica o policentrica (pertanto ricorsiva ) in cui verrà lanciata una sfida all’ultimo sangue (non necessariamente nelle forme del passato, come una guerra totale) al predominio della nazione d’oltreoceano. E’ molto probabile che, in una situazione del genere, si schiudano delle “occasioni particolari” come quella sfruttata dai bolscevichi per fare la loro rivoluzione, negli intenti socialista ma nei fatti di altra natura. Bisogna prepararsi all’eventualità ed organizzarsi di conseguenza, soprattutto per evitare di transitare da un dominio straniero ad un altro ed essere parte attiva degli avvenimenti. Come Paese che deve rinnovarsi anche nei suoi corpi sociali, se vuole progredire o salvarsi dalle mire altrui. In quest’ottica è evidente che gli intellettuali dei ceti dominanti continuano a gettare fango sull’esempio sovietico che fu la dimostrazione, non della realizzazione del comunismo, ma del recupero di sovranità di un gruppo di Stati (la Russia in primis) condizionati a lungo dai capitali stranieri e minacciati, se non occupati, dai loro eserciti. Chi non vuol fare una brutta fine deve apprendere questa grande lezione.

Ps.

Oggi su Libero si riprende questa notizia: “Cento anni fa la Rivoluzione d’ottobre! A ricordarla con una grande mostra evento, Revolution: Russian Art 1917-1932, è la Royal Academy of Arts di Londra, che inaugura oggi l’inizio del centenario del 1917, che vedrà entro il fatidico 24 ottobre (è la data dell’insurrezione nella capitale Pietrogrado,per il calendario giuliano dell’Impero dallo zar, il
7 novembre per il nostro) una pioggia di volumi e di avvenimenti sulla Rivoluzione che spazzò via la vecchia Russia zarista e creò ilcomunismo sovietico. Sull’iniziativa londinese piovono già le critiche. The Guardian, ad esempio, con unappassionato pezzo di Jonathan Jones, dal titoloWe cannot celebrate revolutionary Russian art – it is brutal propaganda, accusa la Royal Academy di festeggiare una brutale arte di regime in chiaveanti-Putin.Scrive Jones: «La disinvoltura con cui ammiriamo l’arte russa
del periodo di Lenin equivale a fare del sentimentalismo su uno dei più sanguinosi capitoli della storia
dell’umanità”.

Come volevasi dimostrare