SI DIMENTICA TROPPO FACILMENTE, di GLG

gianfranco

QUI
Si leggano attentamente le dichiarazioni di Cossiga all’epoca dei vergognosi fatti relativi all’aggressione alla Serbia; e quanto riferisce il gen. Fabio Mini in merito alla stessa vicenda. Tutti dimenticano la vergogna e il servilismo di quella “sinistra”, originatasi dalla putrefazione del Pci, che cambiò sia nome sia campo d’appartenenza. Non ne ebbe il coraggio fin quando resistette l’Urss, perfino quella gorbacioviana ormai allo sbando. Dopo il “crollo del muro” nel 1989 i piciisti svelarono fino in fondo d’essere dei voltagabbana della peggiore specie e 10 anni dopo raggiunsero il loro vertice d’abiezione servendo a tutto campo i nuovi “padroni” americani, allora sotto la presidenza Clinton, che aggredirono appunto la Serbia con scuse da veri briganti, anzi gangster perché questo sono simili falsi “democratici” e “difensori della libertà”. E fu sottaciuto quanto invece fu palesato, ma sempre appunto in modo da farlo dimenticare assai presto, da chi voleva “fare la ruota” come i pavoni; e cioè che l’aviazione italiana fu seconda solo agli Usa in fatto di bombardamenti (e quindi di eccidi di civili serbi). Già allora la “sinistra” palesò le caratteristiche servili che oggi sono all’origine dell’irresponsabile massiccio accoglimento di migranti. Adesso una sua parte, un po’ più furba, corre ai ripari, ma possiamo essere sicuri che riprenderà appena possibile a operare distruttivamente sulle nostre strutture sociali, ormai ridotte a colabrodo.
Bisogna ricordare meglio la storia di anni passati. Il Pci, alfiere dell’eurocomunismo, iniziò il suo voltafaccia alla fine degli anni ‘60 e lo sviluppò via via, seppure in segreto, negli anni ’70. E verso la fine di quel decennio, in “strana” concomitanza con il caso Moro (su cui si nasconde ancor oggi, anzi si inverte addirittura, la verità), ci fu il viaggio “culturale” negli Usa del “comunista preferito” da Kissinger. Tutto era ormai deciso fin da allora, fin dal “compromesso storico” e dal governo Andreotti del ’76, non a caso considerato di “unità nazionale”. Certamente il Pci non poteva smascherarsi ancora; e nemmeno poteva essere ammesso ufficialmente al governo poiché avrebbe avuto accesso ad una parte della vita interna della Nato (quella parte che gli Usa permettono ai loro servi di conoscere). Soluzione perciò non accettata da alcuni ambienti statunitensi e del resto nemmeno voluta da quelli che invece trattavano con questo partito “badogliano”, che aveva ancora al suo interno settori filosovietici.
La scelta dell’“unità nazionale” fu contrabbandata alla “base” (soprattutto operaia) come necessità di fronte al pericolo del “terrorismo” (in quelli che furono enfaticamente denominati “anni di piombo”), nascondendo che, se in un primo tempo ci fu probabilmente un aiuto a determinati gruppi che lo praticavano da parte di paesi dell’est europeo (quelli detti “socialisti”), successivamente tali gruppi furono infiltrati da più parti e svolsero un ruolo ormai pasticciato e che non aveva più nulla a che vedere con gli intendimenti di chi aveva sbagliato gravemente nella scelta fatta, ma sicuramente in buona fede. Una buona fede, tuttavia, poi malamente guastata dal continuo appoggio ad azioni che ormai favorivano i poteri dominanti; e per di più quelli che appunto spingevano, come anche il Pci dell’“eurocomunismo”, verso il pieno servaggio nei confronti degli Stati Uniti. E la vicenda Moro è stato un evento molto importante nel far capire – per chi voleva capire – dove il “compromesso storico” stava spingendo. E quella parte della Dc (in primo luogo Andreotti) che lo accettò, pur magari perché sperava di controllare la situazione, fece il gioco dei piciisti “del tradimento” e della “sinistra diccì”.
Crollati il “socialismo” e l’Urss, tutto esplose nella sua verità, tuttora incredibilmente misconosciuta da una popolazione ormai dimentica della più recente nostra storia. I piciisti voltagabbana divennero il fulcro di quella “sinistra”, che si tentò, tramite “mani pulite” (operazione ben nascostamente guidata da oltreoceano), di rendere fulcro di un nuovo regime permanente e mille volte più servile verso gli Usa, che ormai sembravano poter puntare ad un nuovo monocentrismo mondiale. L’ Urss era distrutta e sotto la presa, pur essa servile verso il paese ormai predominante, di quella parte politica espressasi in Gorbaciov, poi liquidato e sostituito con Eltsin. Sembrava avere qualche velleità (ma blanda) la Germania, che approfittava del crollo socialistico per espandersi verso est, in specie in Polonia e ancor più verso i paesi dell’ex Jugoslavia, in particolare Croazia e credo anche Serbia. Non dico che la mossa Usa del ’99 fosse motivata principalmente da tale fatto. Comunque, il paese preminente decise che era bene porre saldamente nelle sue mani quell’area (la base militare poi creata proprio in Kosovo credo sia fra le principali statunitensi). Fu ben istruito Thaci e il suo gruppo di criminali fatti passare per forza di liberazione del proprio paese. Un individuo che una commissione europea ha indicato quale trafficante in organi umani (di serbi uccisi) e oggi presidente del Kosovo: qui
L’aggressione alla Serbia portò tuttavia una sorpresa spiacevole per gli Usa. Iniziò la rinascita russa. Primakov, allora primo ministro, si schierò nettamente contro l’azione statunitense (venne a sua conoscenza durante il volo che lo stava portando a Washington e diede ordine di tornare indietro, annullando l’incontro). Eltsin lo fece allora dimettere, ma il suo posto venne preso da Putin e alla fine del ’99 il vile presidente russo si dimise a sua volta. Da lì prende avvio l’“era” putiniana che, a partire dall’inizio del secolo, vede la continua crescita di potenza della Russia, certo territorialmente “amputata” rispetto all’Urss e non ancora così potente come quel paese. Tuttavia, certe speranze americane di far cadere Putin (e il gruppo che detiene il potere) sembrano in fase di delusione e, malgrado l’economia lasci ancora a desiderare, la situazione interna russa appare migliore di quella sovietica sia per una più elastica struttura sociale sia per una politica estera finora abbastanza avveduta.
La vittoria presidenziale di Trump – forse perfino in anticipo rispetto ai calcoli della parte che lo supporta – ha creato problemi agli Usa nel corso del tentativo di apportare decisi mutamenti rispetto alle strategie seguite dalle precedenti presidenze. Per il momento, tuttavia, il neopresidente è obbligato a numerosi retromarcia; e ancora non si comprende se ciò sia un vero cedimento al vecchio establishment o soltanto un necessario adattamento tattico alle difficoltà create dall’acuto conflitto per il cambiamento strategico. In ogni caso, sia chiaro che Trump – anche se alla fine riuscisse a stabilizzarsi, realizzando il rivolgimento richiesto dal multipolarismo in avanzata, pur non linearmente ma attraverso continui “cambiamenti di fronte”, che rendono sempre più complicata l’interpretazione e previsione delle mosse dei vari “attori” – perseguirà pur sempre il fine del predominio Usa. Non può certo fare diversamente; ridicolo è solo pensarlo. Cambiano i metodi – e modificarli significa dover sostituire certi gruppi dominanti ad altri; ecco il motivo del conflitto veemente tra Trump e gli “altri” – ma non gli obiettivi cui si mira. Un paese che domina deve continuare a farlo, pena un crescere impetuoso dei suoi conflitti sociali, interni, che possono farlo regredire in modo assai pericoloso.
Questa situazione americana ha riflessi importanti su una serie di contraddizioni che sembrano in via di sviluppo anche in sede europea; e che interessano attualmente con nettezza il nostro paese. La questione dell’immigrazione (in Italia praticamente selvaggia anche se oggi, furbescamente, alcuni settori p-idioti fingono un indurimento delle posizioni) è solo uno dei problemi, che non tarderanno a creare necessità di riadattamento delle politiche sedicenti comunitarie. Molto dipenderà comunque da quanto si verificherà in casa del “paese padrone” dei nostri destini. Sintomatico è l’appannarsi della politica di coloro che sono stati denominati populisti (solo un ammorbidimento dell’accusa di fascismo). Essi hanno troppo creduto nella svolta trumpiana; adesso sono delusi, ma se per caso questi vincesse la partita con il vecchio establishment, riprendendo almeno in parte il cammino che sembrava aver intrapreso, questi settori politici mostreranno, temo, la corda. Infatti, sono ancora troppo intossicati dalla dannosa “democrazia” elettoralistica che imperversa da ormai settant’anni. Non riescono a liberarsene; e se non sorgeranno forze sane in tal senso, non credo che raggiungeremo alcun serio risultato.
In particolare, in Italia non si riesce, da tanto tempo (per certi versi si deve risalire all’assassinio di Mattei o quasi), a mettere in piedi una politica, nazionale ed estera, che ci preservi dall’annientamento di ogni settore strategico. Sarebbero indispensabili nuovi decisi spostamenti di alleanze che ci liberino del predominio statunitense, vera causa del nostro regresso, mascherato da ridicole “ripresine” che non cambiano in nulla la nostra situazione politica, la disgregazione sociale in atto e il pauroso degrado culturale cui ci condanna un ceto intellettuale mancante di intelligenza a causa dell’incapacità di ripensare veramente vecchie e ormai incartapecorite ideologie; del resto seguite ormai in completa malafede quando tutte le convinzioni di cervellotiche “rivoluzioni” si sono trasformate in falso buonismo, involuzione dei costumi, degenerazione morale e, insomma, in tutto il peggio che ci sta precipitando addosso.
O si riesce a spazzare via questi infami che distruggono la nostra vita o altrimenti la nostra sorte è segnata. Almeno fino a quando il multipolarismo condurrà al policentrismo aperto, che provocherà più distruttivi conflitti; distruttivi in termini materiali, ma magari rigenerativi perché ci libereranno di questa infezione diffusa mediante le sempre più abominevoli turpitudini, fra l’altro connesse alla “democrazia” e “libertà” di stampo statunitense. Proprio il cinema e la letteratura di quel paese, ma in tempi che sembrano tramontati, le hanno denunciate con maggiore coraggio; senza però cambiare in nulla l’infamia del suo vertice politico. Qui da noi, però, si è rinunciato assai presto alla denuncia. Già negli anni ’70 essa era fortemente indebolita; dagli anni ’90 siamo in balia di ceti politici e intellettuali (per non parlare di quelli economico-finanziari) di una infamia senza precedenti. O a questi si fa subire una sorte terribile, annientandoli e azzerandoli in ogni loro manifestazione; o altrimenti dovremo appunto attendere la “grande tragedia” purificatrice. Ne riparleremo molte e molte volte. Per il momento mi fermo qui.

1

TERRORISMO INTERNAZIONALE

vladimir_putin2

Mosca insegue i fanatici islamici anche nel cesso, come disse una volta Putin dando la caccia ai mujaheddin ceceni, sostenuti dalla Casa Bianca, che insanguinavano il loro Paese per imporre la sharia ma, soprattutto, per destabilizzare la Russia. Pochi giorni fa, un altro capo di questa guerriglia, condotta apparentemente in nome di Allah, è stato fatto fuori nelle strade di Kiev. Chissà come mai, ma la domanda è retorica, questi criminali trovano sempre rifugio tra le braccia dei lacchè di Washington. Timur Mahauri, ceceno di cittadinanza georgiana, si era reso protagonista di atrocità nel Donbass contro i separatisti filo-russi e, prima ancora, aveva partecipato all’aggressione dell’Ossezia, nel 2008, agli ordini del pupazzo pro-Usa Mikhail Saakashvili, anch’egli riparato in Ucraina perché inseguito da un mandato di cattura di Tbilisi per reati di corruzione. Mahauri credeva di essere al sicuro nel feudo ucraino, protetto dagli americani e dagli europei, sponsor del nuovo corso democratico di Kiev. Ma che razza di democrazia è quella che ospita la feccia dell’umanità, convinta di potersene servire per le sue imprese sporche? L’unica democrazia possibile ai tempi della supremazia americana. Bruxelles, che ha liberalizzato i visti con l’Oligarchistan di Poroshenko, sta mettendo a repentaglio la sicurezza interna dei suoi cittadini, costretta dalle mire geopolitiche statunitensi a operare contro i suoi interessi strategici. I servi europei, per dar retta agli yankees, stanno trasformando il Continente in un covo di assassini e di teste calde che sfuggono al controllo e mordono la mano che li nutre. L’alleanza con Washington ci porta alla rovina ma gli unici che non vedono questa rovina sono i fantocci che occupano le istituzioni europee. L’Europa deve liberarsi delle catene che la legano alla Casa Bianca stringendo accordi con la Russia. Deve rivedere i suoi patti unitari escludendo i membri più infidi e restrigendo la cabina di regia ai Paesi decisi ad imboccare la strada dell’indipendenza geopolitica. Per ottenere tali risultati bisogna, altresì, che una serie di rivoluzioni politiche interne, a Parigi, Berlino e Roma, spazzino via le classi dirigenti autoctone sottomesse all’atlantismo. Non c’è altra soluzione per invertire questa situazione di sudditanza a Washington che ci sta portando alla disfatta internazionale.

UN DIBATTITO E UN CONFLITTO DEVIATI, di GLG

gianfranco

A me non interessa molto la discussione sullo ius soli, poiché ritengo che l’“integrazione” manchi completamente soprattutto con riferimento ai p-idioti, agli “antifascisti” che nulla sanno della Resistenza, della storia dell’“infausto ventennio”, della seconda guerra mondiale, del 25 luglio e 8 settembre ’43, delle discussioni post-guerra, della scelta tra monarchia e Repubblica, dell’Assemblea Costituente, del Fronte popolare, dell’uccisione di Giuliano (e poi di Pisciotta che voleva rivelare chi l’aveva accoppato, con ciò facendo probabilmente capire qualcosa della lotta “autonomista” siciliana, condotta da quelli che non furono del tutto irrilevanti per lo sbarco degli americani in Sicilia), e via dicendo.
Il motivo fondamentale per cui ritengo un’aberrazione la volontà d’approvare una simile misura – che ha effetti non indifferenti sulla popolazione italiana, infatti assai divisa in merito – è che siamo assai vicini alle prossime elezioni e quindi ad un governo eletto infine secondo le regole in cui i “sinistri” dicono di credere, le regole della loro “democrazia”. E’ evidente che siamo in presenza di bugiardi; costoro non credono minimamente a quello che affermano ogni secondo momento. Hanno paura che il voto non li premi (e ricordo, en passant, che l’astensione riguarda ormai oltre due terzi dell’elettorato; una bella manifestazione della volontà popolare e di un governo espressione di quest’ultima!). A meno che non si voglia alla fin fine rinviare anche la “democratica” espressione degli orientamenti della popolazione votante. Altrimenti, la si lasci prima di tutto votare e poi deciderà la prossima maggioranza. Ricordo, fra l’altro, che quella attuale è risultata dal fatto che oltre un terzo dei parlamentari ha cambiato casacca: eletti in una lista, sono poi trasmigrati tra le fila degli attuali s-governanti.
La si smetta poi di cianciare sull’integrazione. Negli Stati Uniti, è da un bel pezzo che ci sono immigrazioni; e ci sono ancora le China Towns, ancora dissidi e scontri tra neri e bianchi (malgrado la favoletta che la penultima elezione presidenziale ha sancito la perfetta assimilazione di popolazioni diverse). Gli Stati Uniti non sono una nazione (e una popolazione “integrata”) nel vero senso del termine (come non lo erano nemmeno l’Urss o la Jugoslavia, mentre invece lo è la Cina, per l’85 o 90% Han). Se gli Usa andassero incontro a fenomeni di indebolimento (appunto come quelli dell’Urss e della Jugoslavia), si assisterebbe ad una loro bella “disintegrazione”. Non è minimamente sufficiente che i bambini d’altra provenienza (e anche da più di una generazione) siano nati in un dato paese, abbiano frequentato le scuole di quest’ultimo, ecc. Certo, fra tutti loro parlano la stessa lingua (in modo spesso un bel po’ approssimato, basti pensare al degrado subito dalla povera lingua italiana), si frequentano in locali vari, assistono agli stessi concerti, tendono a scopare insieme e anche a sposarsi in molti casi. Perché però non si diffondono le statistiche circa le separazioni tra individui di etnie e culture diverse rispetto alle unioni fra “omogenei” in tal senso? Si straparla come sugli stupri; ce ne sono di più commessi dagli italiani affermano i “politicamente corretti”; e poi si constata che il 43% degli stessi sono opera di un comparto della popolazione che sarà sul 5% o giù di lì di quella italiana vera e propria.
Il vero fatto è che questi semicolti della “sinistra”, bugiardi a tutto tondo, hanno la (giusta) sensazione d’essere finiti, d’essere ormai degli zombi. E allora cercano schiere di asserviti fra cui reclutare fra un po’ di tempo bande di violenti e bastonatori (o anche uccisori) per spaventare ed eliminare i loro potenziali seppellitori. Che la nostra popolazione (con alla testa gli astenuti dalle malefiche elezioni) infine decida; vuole crepare lei o vuol liberarsi dei “buonisti”, degli “accoglienti”? Qualche annetto ancora e poi si deciderà se l’Italia sarà quella che ancora, anche se con sempre maggiore difficoltà, conosciamo (grosso modo ormai); oppure se diverrà invece una mescolanza frammentata di popolazioni con abitudini, mentalità, cultura, tradizioni, insomma STORIA, completamente differenti. Ci vuole certo rispetto reciproco e nessun complesso di superiorità tra popoli diversi. Bisogna però essere consci della propria diversità e non fingere che si è tutti eguali. Tutti siano tenuti allo stesso livello, ma differenti e gelosi, anzi orgogliosi, delle proprie specifiche caratteristiche. Questo è un atteggiamento sano e veramente sincero, che può evitare conflitti distruttivi. I “sinistri” non vogliono questo. Intendono restare al potere pur se da un quarto di secolo hanno ormai dimostrato di non esserne capaci, di star riducendo questo paese all’asfissia. E per questo fingono la possibilità di integrazione con quelli che si sforzano di asservire ai loro scopi; qualcuno dei quali viene anche ammesso tra le loro fila perché ha caratteristiche tali da poter divenire un capo. Tale ammissione serve alla propaganda dell’integrazione dei “diversi”, oltre al vantaggio di una assai migliore trasmissione dei comandi verso gli asserviti, che così agiscono con più convinzione sotto la direzione dei manigoldi distruttori del nostro futuro al fine di mantenere il loro potere, pur essendo quest’ultimo in fase di corrosione.

Lo sbirro e il mercenario

Slobodan-Milosevic-1

Massimo D’Alema definisce Minniti uno sbirro o soldatino (è figlio di un militare). A parte che Minniti interpreta solo il personaggio del poliziotto cattivo, con scarsi risultati e poca convinzione, perché il suo partito ha capito che deve “differenziare” gli investimenti ideologici, per non rischiare un crollo elettorale, considerato il clima di insicurezza, legato alla questione immigrazione, montante nel Paese. Ma D’Alema, bombardatore della Serbia, senza alcuna motivazione se non quella di diventare Premier, come deve essere considerato? Un mercenario sanguinario?

Cossiga dichiarò, senza mai essere smentito o citato in tribunale dal leader Maximo che lui ebbe un ruolo determinante nel portare D’Alema a Palazzo Chigi: “….eravamo nel pieno della guerra nel Kosovo e io, in un incontro riservato a casa del senatore valentino Martelli, avevo incontrato una qualificata e preoccupata delegazione diplomatica. C’erano l’ambasciatore britannico Jonh Weston, il suo collega americano all’ONU Bill Richardson e il ministro consigliere e vicecapomissione dell’ambasciata degli Stati Uniti a Roma James Cunnigham. Mi chiesero dell’Italia, di come si sarebbe comportata sul fronte di guerra.

La questione era assai delicata, perché si sarebbe reso necessario bombardare le postazioni serbe di Slobodan Milosevic e gli italiani difficilmente potevano tirarsi indietro. Chi, se non un comunista, avrebbe potuto portare un Paese in guerra tacitando la prevedibile opposizione dei pacifisti e delle organizzazioni sindacali? Chi, seppure con difficoltà, avrebbe potuto vincere le resistenze più che prevedibili di un’opinione pubblica profondamente contraria all’uso delle armi? Pensai: solo D’Alema può farlo, è l’uomo politico che la storia chiedeva all’Italia in quel momento così difficile. Per raggiungere l’obiettivo fondai addirittura un partito, l’UDR, con Clemente Mastella. E il 28 ottobre del 1998 nacque il governo D’Alema).”

In ogni caso, la versione di D’Alema, dell’intervento umanitario in Serbia, causa pulizia etnica contro i kossovari, è stata smentita da un rapporto Osce della fine del 1999 e dal Generale Mini:

“Era falso il massacro di Račak del 1999, che ha fornito il pretesto per la guerra in Kosovo. I quarantacinque corpi di civili trovati morti in un fosso non erano il risultato di un eccidio serbo perpetrato in una notte di tregenda, ma l’esito della raccolta di corpi di ribelli ammazzati nel corso di un mese di combattimenti in un’area molto vasta. Le bande Uck, con la consulenza di agenti segreti stranieri, realizzarono la messinscena raccogliendo i corpi sparsi, cambiando loro i vestiti e togliendo le armi. L’ambasciatore William Walker, l’americano che dirigeva la missione di verifica dell’Osce con l’aiuto di una novantina di mercenari, ex agenti federali o della Cia, avallò la tesi dell’eccidio con la complicità di una patologa finlandese, che non pubblicò mai l’esito degli esami condotti dal suo team. Anni dopo, saranno gli stessi membri del team a fornire i risultati, senza rinunciare però all’ipocrisia: li pubblicheranno come studio su un’ignota rivista di patologia canadese, facendo attenzione a non mettere troppo in risalto il fatto che la tesi dell’eccidio si era rivelata insussistente. Sarà troppo tardi. Il pretesto aveva già fatto precipitare la situazione e ai colloqui di Rambouillet, che dovevano trovare una soluzione pacifica alla crisi kosovara, gli Stati Uniti aggiunsero alla menzogna l’ipocrisia presentandosi con delle proposte semplicemente inaccettabili da parte di qualsiasi paese sovrano. Il nostro ministro degli Esteri, Lamberto Dini, uscito dalla riunione, dichiarò che non si era fatto nulla per la pace ma che si voleva solo la guerra. E così fu”. Gen. Fabio Mini.

IL PAZZO E’ KIM?

china vs usa

 

Mentre i nostri commentatori del piffero, col loro codazzo di giornalisti dilettanti, sprecano tempo a psicoanalizzare Kim – il pazzo, il folle, l’Hitler del XXI secolo, e via sproloquiando – per leggere qualcosa di sensato bisogna ricorrere alle fonti estere. Anche a quelle statunitensi che, sul tema, appaiono molto più ragionevoli dei servi europei. Secondo gli analisti americani, l’alleanza tra la Superpotenza e la Corea del Sud resta determinante per legittimare la presenza a stelle e strisce in un’area strategica come quella Asia-Pacifico, per contenere la Cina ma anche per sorvegliare paesi amici, con velleità egemoniche, come il Giappone. In Corea del Sud gli Usa hanno un avamposto militare privilegiato che sarebbe impossibile collocare, alle stesse condizioni, in un altro contesto.
Come viene riportato sul sito del Russian International Affairs Council, Washington intende mantenere il suo dominio politico e militare in Asia orientale e impedire a Pechino di rafforzare significativamente le proprie posizioni.

La Cina non farà scoppiare una guerra alle sue frontiere, checché ne dicano i catastrofisti alla Giulietto Chiesa. Cercherà, ricorrendo al soft power con l’alleato e alla persuasione diplomatica con gli Usa, di garantire stabilità nella penisola coreana, continuando a rafforzarsi militarmente.
In prospettiva, Pechino proverà ad estendere la sua influenza in Asia orientale, sottraendo spazio agli Usa. Ma sono processi più o meno lunghi che sfociano in conflitti diretti solo dopo l’esaurimento di innumerevoli mosse tattiche da parte dei contendenti. La guerra è sempre un’estrema ratio tra avversari di grosso calibro. Per ora siamo abbastanza lontani dal punto critico. Ovviamente, Washington vuole evitare che le mire cinesi si concretizzino. Mantenendo una energica presenza politico e militare in Asia orientale tenta di scongiurare tale eventualità.
Gli americani restano in relativo vantaggio anche in quest’area ma alcune loro iniziative, spesso affrettate, testimoniano di un cambio di stato d’animo alla Casa Bianca. Il dispiegamento di scudi spaziali in territorio sud coreano, accresce i sospetti cinesi. La Corea del Nord non costituisce una minaccia tale da giustificare questo dispiegamento di mezzi. Ergo, gli americani si stanno premunendo contro la Cina. Gli Usa hanno usato speculare espediente in Europa contro la Russia, anche se inizialmente avevano affermato di voler proteggere il Vecchio Continente dall’Iran.
In ogni caso, come sostiene giustamente il RIAC, Pechino è interessata “alla prolungata esistenza della Corea del Nord, governata o meno dalla dinastia Kim”, anche se quel paese dovesse assurgere allo status di potenza nucleare de facto. I cinesi temono “che il crollo del regime nordcoreano possa provocare l’ancoraggio del Nord al Sud, formando così uno stato coreano unificato con capitale Seoul” e decisamente filo-americano. Le ambizioni cinesi in Asia ne uscirebbero ridimensionate se non a pezzi.
Piuttosto, la Cina è decisa ad espellere Washington dalla Penisola Coreana. Non è una questione di giorni o di mesi, si tratta di un obiettivo decisivo di lungo termine. Il programma missilistico nucleare di Pyongyang potrebbe essere un iniziale deterrente contro la presenza americana in quella zona. A quel punto, le basi statunitensi in Corea diventerebbero inutili. Un attacco a Pyongyang costerebbe a Washington una rappresaglia con distruzione delle sue “stazioni militari” di Honolulu, Seattle o Los Angeles.
Inoltre, l’affare coreano è un ottimo diversivo mentre la Cina cerca di “occupare” il Mar Cinese meridionale. Il dossier coreano è anche possibile merce di scambio. Infatti “Pechino potrebbe chiedere che gli Stati Uniti di ridurre il proprio sostegno a Taiwan come sovrapprezzo per la sua disponibilità a cooperare sulla Corea del Nord. I problemi nord coreani e taiwanesi sono reciprocamente interrelati. Fu l’inizio della guerra di Corea a spingere il presidente degli Stati Uniti, Harry Truman, ad offrire una protezione navale a Taipei, che prosegue sino ad oggi. La Cina non vuole far scomparire la Corea del Nord dalla mappa politica e continuerà a considerare tale paese come suo patrimonio geopolitico, almeno fino a quando la rivalità di Pechino con Washington, per la penisola coreana e tutta l’Asia orientale, continuerà. Se la Corea del Nord fosse destabilizzata dall’interno con la minaccia della disintegrazione del regime politico e della nazione, Pechino farebbe tutto il possibile per impedire a Seul di riannodare il Nord. Le truppe cinesi invaderebbero la Corea del Nord ben prima di qualsiasi passo dell’alleanza sud-coreana. Probabilmente Pechino avrebbe ragioni legali per farlo agendo su invito e con il consenso di Pyongyang” (Riac).
E la Russia (che con la Corea condivide un breve tratto di confine)? Per ora Mosca converge sulla posizione cinese, perché dagli Usa ha ricevuto solo affronti e provocazioni. Anche il Cremlino vuole sfruttare questa crisi per ottenere qualcosa dai padroni del mondo o per potenziare l’intesa con i cinesi. Ciascuna delle due opzioni è sul tavolo proprio perché non è l’amicizia ma l’interesse a guidare la geopolitica.

UN MODESTO “AVVERTIMENTO”, di GLG

gianfranco

 

 

Qui

 

finirà probabilmente come la crisi dei missili sovietici a Cuba nel ’62; anche se le cose stanno in modo certamente differente. Il “folle dittatore” nordcoreano, criticato pure dalla Cina, non agisce in modo scoordinato da quest’ultima. Chissà quante telefonate o altre comunicazioni ci sono tra i due governi. La Russia, che si trova in forte tensione con gli Usa – anche questa alimentata in buona parte per motivi di copertura di altre manovre – gioca alla mediazione e invita alla calma. Il Giappone e la Corea del Sud, “minacciate” (sanno benissimo di non correre alcun  pericolo), ne approfitteranno per cominciare a dotarsi di maggiore autonomia bellica (o almeno a mettersi in quest’ottica per convincere il proprio popolo, e soprattutto quello degli Usa e di altri paesi, di tale impellente necessità), il che le renderà un domani preparate ad una maggiore autonomia dagli Stati Uniti e a giocarsi in proprio il conflitto per le sfere d’influenza in area asiatica. Naturalmente questo le porterà in maggior urto con la Cina, ma anche quest’ultima ha interesse che in quell’area diminuisca l’influenza statunitense onde potersi giocare la supremazia con le concorrenti potenze (o subpotenze) della regione. Negli Stati Uniti, in cui continua il contrasto tra il nuovo presidente e il precedente establishment, ancora molto attivo, Trump deve ben barcamenarsi nei suoi rapporti internazionali con mosse infatti contraddittorie, ma non improvvisate. Si accentuano i conflitti (e sanzioni) con la Russia, con la Cina (anche attraverso la crisi con la Corea), ma sicuramente si svolgono molti colloqui “sotto coperta”. Potrebbe anche esserci bisogno di qualche “scaramuccia” un po’ più energica del solito, ma non scoppierà alcuna guerra di proporzioni preoccupanti per l’intero mondo; almeno non per un periodo non proprio breve. Poi certamente vi sarà il solito e “normale” regolamento di conti; ma più avanti, per un’altra generazione. Se tutto questo, nell’attuale fase di alcuni anni, consentirà a Trump di non essere scalzato, dovremo ben riconsiderare la ristrutturazione delle sfere d’influenza dei vari paesi. E lo stesso comunque dovremo fare, ma con conclusioni diverse, se invece i nemici dell’attuale presidente Usa riusciranno nel loro intento. E lasciamo i vari coglioni sempre all’opera blaterare sulla globalizzazione dei mercati, sul dominio di una massoneria finanziaria al vertice del mondo (il che, se fosse vero, garantirebbe una pace perpetua) e le altre idiozie di mentecatti vari, che cercano, ormai ridicolmente, di sviare l’attenzione della gente dai reali giochi condotti dagli effettivi gruppi dominanti di alcune maggiori potenze con i loro accoliti e sicari al seguito. Il fallimento di tutto il vecchio armamentario politico e intellettuale è ormai manifesto e clamoroso. Guai se la gente non capisce di avere a che fare con furfanti, per di più ritardati mentali; avrà guai seri, non nel senso della guerra mondiale, ma del totale disfacimento sociale e culturale.

**********

REDUCTIO AD HITLERUM (G.P.)

I giornali sono un vero immondezzaio. Sempre schierati dalla parte del più forte, stravolgono logica e buon senso pur di sostenere la improponibile versione dei loro padroni. C’è un piccolo paese, la Corea del Nord, di 24 milioni di abitanti, minacciato ai suoi confini da due eserciti stranieri, quello sud coreano e quello statunitense (ma anche da quello nipponico che fino al 1945 ha tenuto sottomessa la Penisola). La presenza americana in Corea del Sud si sostanzia in 8 basi militari e 37 mila soldati. La Corea del Nord dista più di 10 mila km dagli Stati Uniti e non ha né basi né militari dislocati fuori dal suo territorio, contrariamente agli yankees che sono ovunque. E’ la solita storia del lupo e dell’agnello che inquinerebbe, bagnandosi il muso a valle, l’abbeveratoio alla bestia feroce collocata a monte. Considerata la posizione geografica della Corea del Nord, che confina con la Cina ma anche con la Russia, nazioni sfidanti il dominio degli Usa sul pianeta, si comprende facilmente tra quali pressioni geopolitiche questo Stato deve ponderare la sua dottrina estera e a quali influenze multiple deve sottostare (come scrive La Grassa poco sopra).  Per rintuzzare i rischi che derivano da questa situazione alla sua sicurezza, supportata tecnologicamente da Mosca e Pechino, Pyongyang cerca di assurgere allo status di potenza nucleare ed effettua, al pari di altri Stati, test esplosivi e balistici finalizzati ad assicurare la sua difesa. Apriti cielo. Sui quotidiani hanno fatto già scoppiare la III Guerra Mondiale. La sola probabilità che la Corea del Nord si doti di un ordigno di distruzione di massa (sotto l’occhio vigile dei suoi alleati più forti) è un pericolo per l’umanità mentre il fatto che i suoi avversari ne siano già in possesso da decenni, e che l’abbiano persino usata in passato, costituirebbe garanzia di pace per tutti. La reductio ad hitlerum ricade immancabilmente sulla testa di Kim Jong-un ma non sul ciuffo di Trump o, prima di lui, sul cespuglio di Obama perché l’America è buona per statuto ontologico e nessuno deve criticarla nonostante la scia di sangue e distruzione che essa si lascia dietro da oltre 70 anni.

Ricordatevi delle parole di Balzac:

Il giornalismo, invece di essere un sacerdozio, è divenuto uno strumento per i partiti; da strumento si è fatto commercio; e, come tutti i commerci, è senza fede né legge. Ogni giornale è una bottega ove si vendono al pubblico parole del colore ch’egli richiede. Se esistesse un giornale dei gobbi, esso proverebbe dal mattino alla sera la bellezza, la bontà, la necessità dei gobbi. Un giornale non è più fatto per illuminare, bensì per blandire le opinioni. Così, tutti i giornali saranno, in un dato spazio di tempo, vili, ipocriti, infami, bugiardi, assassini; uccideranno le idee, i sistemi, gli uomini, e perciò stesso saranno fiorenti. Essi avranno i vantaggi di tutti gli esseri ragionevoli: il male sarà fatto senza che alcuno ne sia colpevole…

OCCORRERA’ UN “TERREMOTO” DI MASSIMO GRADO, di GLG

gianfranco

1. Diventa sempre più difficile capire e seguire quella che appare una imbecillità dilagante in ambiti vari. Quando leggo che si è abbattuta negli Usa una statua del generale Lee, cosa potrei dire; resto proprio senza parole. Poi sento che si vorrebbe fare altrettanto per Cristoforo Colombo, la cui unica colpa (del tutto inconsapevole) è di aver scoperto l’America; ma anche questa è una semplice battuta, che vuol essere demenziale al punto giusto per potersi adeguare al clima di idiozia diffusa. Non parliamo di tutto il cosiddetto “politicamente corretto”, che sta arrivando ai suoi vertici un po’ dappertutto ma particolarmente in Italia, raggiungendo vertici “sublimi” nel trattare del fenomeno della recente massiccia migrazione, seguita al processo messo in moto dall’Amministrazione Obama soprattutto a partire dal 2011 con l’orrenda “primavera araba” e la criminale aggressione alla Libia (mediante sicari di pari “statura morale”).
C’è stata una mutazione di quella che si continua a definire “sinistra”. Tuttavia, questo può valere al massimo per l’Europa e in modo del tutto particolare per il nostro paese, dove una simile “sinistra”, a partire dagli anni ’70, è stata rappresentata maggioritariamente dal partito comunista, che ha iniziato la sua più accentuata degenerazione in quegli anni; poiché negli anni ’50 e ’60 i comunisti non si definivano minimamente sinistra. Destra e sinistra erano considerate correnti – una detta conservatrice e l’altra riformista – dei poteri dominanti (a quel tempo si parlava ancora di borghesia, invece già tramontata da tempo). I comunisti del PCI si consideravano alternativi, anche se ormai con metodi pacifici e tendenti all’utilizzazione delle elezioni parlamentari, rispetto a quei poteri direttamente connessi e subordinati ai veri vincitori della seconda guerra mondiale, gli statunitensi appunto. Con gli anni ’70 e la segreteria Berlinguer, inizia la trasformazione – e il coperto avvicinamento agli Usa con “tradimento” progressivo dell’Urss – conclusasi poi dopo il crollo del sedicente socialismo (e dell’Urss stessa) con l’aperto cambiamento di campo (e della denominazione del partito) e il tentativo di divenire i più servi tra i servi europei.
Tuttavia questa storia è specificamente italiana, anche se dappertutto in Europa quel che resta dei comunisti diventa particolarmente succube del paese predominante. Interessante è la mutazione subita da quelle forze – sia politiche, ma ancor più intellettuali – che si erano dichiarate, soprattutto con il movimento del ’68, antagoniste rispetto al sistema capitalistico, considerato bieco imperialismo oppressore e affamatore dei paesi sottosviluppati (momento cruciale fu infatti l’opposizione all’aggressione americana al Vietnam del nord), che veniva tuttavia vissuto come diviso in due parti fra loro in conflitto: imperialismo statunitense e socialimperialismo sovietico. Si pensava addirittura che tra i due ci sarebbe stato un nuovo conflitto mondiale e allora, alla guisa di quanto accaduto durante la prima guerra mondiale, si riteneva urgente attrezzarsi a far scoppiare, in qualche “anello debole”, una nuova “rivoluzione del ‘17”. Solo simile, non eguale ovviamente; la “follia” dei “rivoluzionari” non arrivava a simile livello, anche perché inizialmente promossa e orientata da Servizi dell’est europeo, che intendevano servirsene per arrestare lo slittamento del PCI verso l’atlantismo, cioè gli Stati Uniti.
La speranza – abbastanza assurda; e lo dico perché la criticai fin da allora – di ricevere aiuti e appoggi dalla Cina tramontò con la morte di Mao (1976) e la fine miserevole della “banda dei quattro” (un mese dopo quella morte). Ci fu il pessimo e degenerativo sussulto del ’77, solo in Italia però, pur se qui si precipitò un discreto numero di intellettuali di altri paesi, in particolare francesi (Deleuze-Guattari, i “situazionisti”, ecc. ecc.). Nel nostro paese, pur sempre esemplare per certi fenomeni degenerativi, la maggioranza dei dirigenti politici e degli intellettuali (ruoli spesso coincidenti) delle correnti “ultrarivoluzionarie” rifluì abbastanza rapidamente verso il PCI, in sempre più scoperto avvicinamento agli Usa; si pensi al viaggio, ridicolmente detto “culturale”, del “comunista preferito” da Kissinger, avvenuto già nel ’78 in coincidenza con il rapimento e soppressione di Moro, altro evento mai “classificato” a dovere per la sua rilevanza in quella fase del processo degenerativo della “sinistra” (che ancora si denominava comunista). Rimasero sacche, inizialmente non minime, di comunisti “riformisti” (quelli del PCI ante-anni ’70) e dei gruppetti “ultrarivoluzionari”. Non a caso, dopo l’aperto passaggio del PCI (divenuto inizialmente DS) al campo occidentale, ci fu “Rifondazione comunista” e altre formazioni minori, ormai però ridotte oggi al nulla.

2. Tutta questa storia è finita, malgrado i poteri dominanti concedano talvolta qualche risonanza ai degenerati ex “capi” della “Rivoluzione” (mai nemmeno sfiorata), che ancora si fingono coerenti con tesi, la cui assurdità è appunto utilissima a questi poteri. La stragrande maggioranza delle nuove generazioni non li segue più. Quelle minoranze di disadattati e dissociati, ancora irretite da fesserie che non hanno nulla a che vedere con una qualsiasi rivoluzione, servono a dimostrare come le “teste calde” vadano “rimesse a posto”. In definitiva, come recitato in una intelligente canzone di Gaber, i “marxisti-leninisti” (e naturalmente, per un certo periodo, maoisti) divennero “cattocomunisti”. Oggi sono divenuti gli ipocriti buonisti, i “politicamente corretti” che si fregiano d’essere “progressisti”. Dove per progresso s’intende appunto la più grave e difficilmente spiegabile degradazione dell’intelligenza umana unita alla dissoluzione più totale di ogni residuo morale.
E’ però l’intelligenza in caduta abissale che fa particolarmente paura. Finora, in effetti, ho parlato soprattutto (e per cenni ancora brevi purtroppo) della degenerazione di quella che definiamo ancora “sinistra”. Tuttavia, dalla parte presunta opposta si notano forse alcuni sussulti in contrasto con l’imbecillità dei “buonisti”? Assolutamente no. Si parla ancora di comunisti, perfino con riferimento ai “pidioti” e a quelle piccole frange di finti oppositori “di sinistra” a questi ultimi. I “destri” non sanno nulla di che cosa significhi comunismo, sono di ignoranza abissale rispetto al marxismo. La teoria fondamentale di quella corrente politica, che ha caratterizzato in modo decisivo soprattutto la prima metà del secolo XX, è stata comunque abissalmente svisata e depotenziata proprio dal movimento del ’68 e seguenti “conati d’agonia”. Il marxismo ha certamente commesso errori di previsione, del tutto normali e ricorrenti in ogni interpretazione della realtà con effettivi intenti scientifici. Subito dopo la morte di Marx, è stata inoltre fatta oggetto di alcune (pesanti e tuttavia quasi inconsapevoli) modificazioni – senz’altro realistiche in base agli sviluppi capitalistici successivi alla morte di quest’ultimo e al declino dell’Inghilterra, il “laboratorio” delle sue analisi come dichiarato espressamente da lui – di cui non si è colto il valore decisivo nell’alterare quelle previsioni.
La “rivoluzione d’ottobre” non ha dato avvio ad alcuna “costruzione del socialismo” ma a tutt’altro processo storico. Si tratta di eventi che hanno comunque cambiato il mondo, hanno condotto alla fine del capitalismo che potremmo definire borghese (quello studiato e teorizzato da Marx e impropriamente ritenuto “IL CAPITALISMO” tout court). Gli Stati Uniti e la loro specifica forma di capitalismo possono essere grati anche a quei rilevanti fenomeni se hanno conquistato la loro supremazia, oggi in iniziale ribasso. Solo che, soprattutto in occidente (la sede del primo marxismo), hanno preso il sopravvento molteplici degenerazioni di quella corrente teorica e politica (alcune riformistiche, altre “ultrarivoluzionarie”), che hanno preparato la nullificazione della sua capacità interpretativa delle reali trasformazioni verificatesi: sia in sede di rapporti internazionali che di quelli sociali interni ai vari paesi delle differenti aree mondiali. E ciò ha condotto alla degenerazione e involuzione complete delle organizzazioni che ancora si ritenevano in qualche modo marxiste; soprattutto negli ultimi tre decenni del ‘900. Tuttavia, comunismo (come corrente politico-ideologica) e marxismo (come teoria mirante ad una prima analisi della differenziazione strutturale dei rapporti sociali prodottasi con la “rivoluzione industriale”) restano eventi storici di primaria grandezza e non sequenza di criminalità e assassinii come sostengono correnti liberali, che cercano di ripulirsi la coscienza dagli effettivi immani misfatti commessi dall’inizio dell’affermazione di quella forma di società detta capitalistica fino ai giorni nostri. Misfatti dei quali chi ha avuto una reale formazione marxista non si scandalizza né li considera pure mostruosità, ma li analizza nelle loro cause storiche tentando di interpretarne le reali tendenze evolutive del passato e i possibili ulteriori sviluppi.

3. Un autentico conoscitore del marxismo deve oggi ritenerlo un complesso teorico della massima importanza per l’analisi sociale, a patto però di considerarlo non una filosofia (così chiamata mentre è ridotta a pura ideologia nel suo peggiore senso di “falsa coscienza”), bensì una teoria scientifica decisamente falsificata in alcuni assunti fondamentali – primo fra tutti, la divisione della società in due blocchi contrapposti: puri proprietari dei mezzi produttivi e corpo dei lavoratori salariati “dal primo dirigente all’ultimo manovale” – e tuttavia importante per il metodo d’analisi e l’angolazione da cui si osserva la società contemporanea. E allora questo reale conoscitore del marxismo non può non constatare che è meno pericoloso quel “nemico”, pur rozzo e ignorante, che nulla ha capito di tale analisi teorica e dell’ “inseguimento” del comunismo – in realtà, mai perseguito nemmeno per un attimo se non nel colossale fraintendimento rappresentato dalla “costruzione del socialismo” dopo una serie di “rivoluzioni contadine” – quale sua conseguenza pratica.
Grave pericolo si sta invece rivelando proprio quella corrente politico-ideologica che, a partire dalla fine degli anni ’60, ha considerato il comunismo come appartenente alla “sinistra” e si è divisa, da una parte, in subdoli trasmigratori dal campo “socialista” (che non era affatto tale) a quello “capitalistico” (cioè il complesso di paesi asserviti agli Stati Uniti) e, dalla parte opposta, in “ipotetici” rivoluzionari anticapitalistici – subito infiltrati e contaminati dai gruppi dirigenti dei vari paesi in conflitto bipolare – pur essi alla fine inglobati nella “sinistra”, magari detta ridicolmente “estremista”, dove l’estremismo era soprattutto quello della sua delirante stupidità e spesso di una vera e propria svendita al nemico che si fingeva di voler “travolgere”. E oggi siamo così arrivati a queste forze “sinistre” nel senso di bieche, minacciose, dannose, male auguranti, ecc.
Mentre i “destri”, nella loro rozzezza e ignoranza, hanno un che di sincero ed esplicito, di chiaro e manifesto, i “sinistri” sono la falsità e doppiezza pienamente dispiegate. Parlano di “democrazia e “libertà” e perseguitano chiunque non pensi e dica quello che loro pretendono venga pensato e detto. Le loro “verità” assumono contorni sempre più assurdi e di imbecillità agghiacciante, segnalando così la fine di ogni benché minima intelligenza tipica dell’essere umano. Non c’è mutazione genetica, forse esiste quella antropologica, ma lascerei stare le definizioni. Bisogna semplicemente metterli in condizioni di non più nuocere e non sarà facile. In ogni caso, questa involuzione degenerativa deve essere combattuta a fondo proprio da chi ha ben inteso il comunismo e il marxismo nel loro originario significato, e non è passato dalla parte dei loro nemici rinnegandoli.
Immodestamente, sono convinto d’essere uno di questi (pochissimi). Non rinnego affatto la mia scelta comunista – con tutti i dibattiti e le “convulsioni” che si sono susseguiti in più di un secolo di storia – ma ritengo quel movimento politico un processo storico definitivamente concluso. Quelli che ancora insistono con questa solfa, ormai del tutto fraintesa, sono esattamente come gli anarchici dell’800, a volte personaggi rispettabili umanamente ma veri reperti archeologici. Sono inoltre convinto dell’importanza scientifica delle elaborazioni di Marx e di molti suoi successori (primo fra tutti proprio Lenin, un vero “intuitivo” e a mio avviso il più grande “attore” rivoluzionario degli ultimi secoli), ma si tratta di teoria ormai irrimediabilmente invecchiata e necessitante di radicali mutamenti di paradigma. Di fatto, io stesso sono uscito dal marxismo, ma aprendo una certa porta che comunque si trovava, pur magari difficilmente visibile, nei suoi muri di cinta.
Bisognerà trovare una via d’uscita dal vicolo cieco in cui ci ha cacciato una “sinistra”, ormai nemmeno più tale; lasciando pur perdere la sua origine, almeno in buona parte, dal Pci del “tradimento” e dai gruppuscoli del delirio “rivoluzionario” d’antan. Oggi simili correnti, arrivate al livello di malafede e di idiozia attuale, sono alla fine. Tuttavia, non sembrano vicine alla morte definitiva; sono, diciamo così, degli zombi. A coloro che ad esse si oppongono mancano, a mio avviso, quasi tutti requisiti necessari al rinnovamento. Potrebbero in certi casi anche vincere delle elezioni, ma non rappresentano alcuna alternativa efficace e foriera di una rinascita di questo paese. Continuiamo ad attendere l’arrivo di tale alternativa. Molti sono coloro che avrebbero potenzialità nuove; e vi sono pure tanti giovani fra costoro.
Tuttavia, non mi sembra di vedere al momento una élite coesa e capace di imprimere una effettiva svolta nell’organizzare e dare forza d’urto sufficiente a questo coacervo di gruppi “in fieri”. Continuiamo quindi nell’osservazione; con la convinzione che si dovrà comunque passare per un autentico scontro violento e con buone “perdite” da tutte le parti. Non si riconquisterà un grammo di intelligenza e di nuovo spirito “d’avanzata” senza una fase d’accurata eliminazione dei falsificatori e dei cerebralmente liquefatti.
3

I VERI TERRORISTI

siria

I VERI TERRORISTI

In una interessante intervista, concessa al quotidiano Libero, il prof. Germano Dottori afferma che:

«C’è chi crede che il terrorismo sia un fenomeno spontaneo. Io sono convinto del contrario: un movimento terroristico importante non può emergere né durare senza che sussista un contesto di riferimento che lo
permette e lo alimenta. Ad un livello più alto, le organizzazioni terroristiche hanno leader con ambizioni e progetti. E, più su, ci sono quasi certamente degli Stati che vi investono, ritenendo il terrorismo uno strumento fra i tanti della loro azione politica».

Sono riflessioni molti simili a quelle del prof. La Grassa, ancora più precise sull’individuazione dei fomentatori di odio:

« E’ ora di finirla con tutte queste menzogne sul terrorismo islamico. Non vi è dubbio che – data la situazione venutasi a creare con tutto il caos provocato nel mondo islamico dopo l’attacco degli Usa all’Afghanistan, seguito da molti altri disordini voluti dagli Usa (anche, non scordiamocelo, ai confini della Russia, in Cecenia e nelle Repubbliche centroasiatiche in particolare), che hanno poi trovato speciale accelerazione nel 2011 con l’infame “primavera araba”, approvata pure dai farabutti della presunta “sinistra radicale” europea e italiana (quanto deve essere riscritta la storia degli ultimi anni!) – vi è stata senza dubbio la “fiammata” islamica, che ha conquistato perfino alcune migliaia di “spostati” in paesi europei (ma si tratta di una netta minoranza dei “combattenti”). Resta il fatto che i capi di tale “fiammata” sanno bene quali rapporti intrattengono con i dirigenti Usa e di una serie di paesi arabi (a questi ultimi strettamente legati), da cui sono stati ampiamente alimentati e foraggiati per una serie di finalità non ancora del tutto note».

E ancora: « Ho già rilevato in passato che, quando si mettono in piedi organizzazioni del tipo di Al Qaeda e oggi, ancor peggio, l’Isis, dobbiamo comprendere che sarà un ristrettissimo gruppetto di vertice di tali organizzazioni a conoscere abbastanza bene gli accordi intercorsi con coloro che se ne servono (centri statunitensi in testa). La massa dei militanti deve essere fortemente convinta della lotta (per il proprio “Dio”) che sta combattendo con sacrificio della vita (spesso mediante suicidio); e deve anche assistere a determinati “trionfi”, a perdite inflitte al nemico ideologico, alle grida di vittoria e di “morte all’infedele”. Tutto questo crea – per i “committenti” e i vertici supremi delle organizzazioni “terroristiche” – la necessità di qualche concessione alla tracotanza dei “fedeli”; concessione attuata più che altro mediante buone dosi di lassismo e perfino tramite ostacoli frapposti al funzionamento dei Servizi d’ordine nei paesi “attaccati”. E dove anche tali Servizi non devono sapere (se non in pochissimi, da contarsi sulle dita di una mano) degli accordi tra i vertici ristretti dei paesi “committenti” e degli organismi fomentatori del “terrore”».

E’ questa la chiave di volta per comprendere la situazione geopolitica e non quella della guerra di civiltà, o ancor peggio, di “crociata” religiosa, che ci propinano i giornali o altri cosiddetti esperti del piffero. Diciamo pure che l’interpretazione tendenziosa di costoro costituisce un mascheramento della natura degli eventi e delle strategie adoperate dai grandi player mondiali per incidere su di essi. Anche il cosiddetto effetto collaterale dei flussi migratori, conseguente al caos creato nell’area medio-orientale e nord-africana, da Usa e alleati, non può essere analizzato senza sceverare quell’elemento primordiale. Causa causae est causa causati, sostenevano i latini. Se Obama e soci non avessero “procurato” il danno di aizzare sedizioni interne in quei contesti, già di per se instabili, soffiando sul fuoco di ataviche dispute, se non avessero “internazionalizzato” quelle diatribe, con ingerenze divenute multiple, per riadattare gli assetti dell’area alla mutazione dei loro interessi, ora queste tragedie sarebbero ancora rubricate a beghe locali e non ci troveremmo con un mare di disperati premente alle nostre porte. Reagire a questi effetti nefasti, bloccando gli sbarchi ed espellendo i clandestini, è necessario per evitare che una procurata emergenza si trasformi in una piaga biblica. Ma anche questo non basta a risolvere i nostri problemi. Bisogna respingere i profughi ma, soprattutto, l’idea che chi provoca questi immani disastri, per puntellare la sua sfera egemonica, possa essere nostro alleato o amico.

Ps. l’Ansa riporta questa notizia: “Truppe somale e corpi speciali statunitensi hanno condotto ieri un blitz mirato in Somalia in quello che credevano fosse un campo di addestramento dei terroristi islamici Al Shabaab, ma che invece era una tranquilla fattoria, uccidendo a sangue freddo almeno 10 civili, fra cui tre bambini. E’ quanto afferma oggi il capo dei militari somali a proposito di un episodio sul quale sia Mogadiscio che Washington, che nel frattempo ha confermato l’operazione, intendono indagare.
La strage è avvenuta nel villaggio di Barire, nella provincia di Lower Shabelle, nel sud della Somalia. Secondo il governatore provinciale, i contadini sono stati uccisi “a uno a uno” all’alba di ieri dai militari”.
Gli americani restano i soliti gangster di sempre, non possono dare lezioni di umanitarismo a nessuno. Possono impancarsi a difensori dell’umanità soltanto perchè i loro complici nei media e altrove non danno risalto a simili eccidi, dai tempi di Hiroshima, Nagasaki e Dresda.

1 2 3 23