Governo debole sotto attacco, di GLG

gianfranco

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due eventi ben diversi e di diverso peso e significato. Tutti e due però positivi secondo la mia opinione perché chi cercherà contro di essi soluzioni “morbide” dimostrerà di non avere le “palle” giuste per condurre questo paese. Preciserò poi un’ulteriore questione. Vedo questa UE come l’annientamento della nostra stessa civiltà. Per cui l’opposizione ad essa dovrà attuare in tempi non pluridecennali qualcosa di estremamente violento. Così pure, per altro verso, giudico un Lerner (e quelli che lo coadiuvano nel programma) una fastidiosa infezione, che va combattuta con i metodi che si usano di fronte a simili eventi. Tuttavia, le forze che attualmente dovrebbero contrastare queste forze mortifere sono comunque filo-Usa (sia pure di un diverso establishment rispetto a quello più marcio e delittuoso rappresentatosi in Obama/Hillary Clinton) e sono ottusamente anticomuniste (e ossessionate dal vedere comunisti dappertutto). Questo indebolisce a mio avviso la funzione di risanamento che dovrebbero svolgere le opposizioni a questa UE e a questa “sinistra” italiana. Per questo ho parlato di cura omeopatica.
Il vero comunismo è cosa che ormai appartiene al passato. Per quanto mi riguarda, in quel passato ha fatto cose tutt’altro che disprezzabili; io comunque le considero tuttora positive. Non al 100% perché zone d’ombra esistono sempre, nulla è perfetto; tuttavia, è stato un tentativo fallito, ma per tanti versi encomiabile (questa la mia opinione). Non accetto quindi che ci si ponga dalla parte degli Stati Uniti (sia pure in modo differenziato) né che si voglia cambiare la storia nel senso di considerare mostri quelli che sono ormai consegnati al passato. Se ci limitiamo allo stretto “presente” della nostra squallida situazione, non posso che invitare a regolare infine i conti con la UE e con questa nostra “sinistra”, smettendo di considerarla “rossa”; non è nemmeno una blanda socialdemocrazia, è solo il marciume che deve essere eliminato dalla nostra società, è la cloaca dove tutte le defecazioni dei suoi immondi rappresentanti (maschi e femmine) finiscono. Chi sarà in grado di svuotarla fino all’ultimo grammo?

L’Europa si salva con la Russia.

il ratto d'europa

Nell’ultimo numero di Limes si parla di Antieuropa. Questo termine, secondo me azzeccato, si riferisce ad una struttura di governo del Continente costruita esclusivamente su interessi egemonici esterni allo stesso. L’Antieuropa, cioè l’Ue, ha una matrice americana, in quanto tale è contro gli Stati europei che vedono derubricate le proprie istanze a favore della geopolitica statunitense. Nel suo editoriale, Caracciolo rammenta che i due pionieri dell’Ue, Schuman e Monnet, erano in sostanza due agenti transatlantici, due congiurati di Washington che rispondevano alle mire conquistatrici di questa anche se ammantavano i loro discorsi di spirito cosmopolitico ed europeistico. Ciò  dovrebbe bastare a far capire che l’Unione Europea non è un soggetto riformabile, esso può essere solo abbattuto e sostituito con un vero progetto indipendentistico che risponda alle esigenze multipolaristiche della fase storica. Di questo abbiamo già scritto con La Grassa, proponendo un asse Berlino-Mosca-Roma per la rinascita di un reale contropotere nel Vecchio Continente atto a ridisegnare i destini dei popoli che lo abitano.
Sulla rivista già citata, in questa direzione, c’è un intervento piuttosto interessante a firma di Vitalij Tret’jakov, intitolato “Senza la Russia l’Europa non si salverà”.
Riporto i passaggi piu’ stimolanti (poiché non tutto è condivisibile del pezzo) e che rispecchiano il mio punto di vista: “Il Vecchio Continente può sopravvivere se si riunirà a Mosca. Ma dovrà abbandonare arroganza e padrone americano, ricalibrare il concetto di democrazia… L’Europa e la Civiltà Europea si trovano a un passo dalla morte; sono in pochi oggi a dubitarne.
Purtroppo, le ricette per il salvataggio che si sentono risuonare più forte nella stessa Europa (vale a dire, l’Europa meno la Russia) sono o lacunose o prive di prospettive nella loro dogmaticità neoliberale, ovvero nella loro essenza antipopolare.
A mio avviso, è evidente che la Russia sopravvivrà anche senza questa Europa. Tuttavia, non isolo così deliberatamente l’Europa dalla Russia, o la Russia dall’Europa, come fanno gli europei più illustri, da poter rimanere impassibile davanti al destino di questa nostra parte di mondo.
Certamente, se l’Europa non rinsavisce da sé, la Russia non riuscirà a salvarla: la sindrome suicida di questa Europa si è fatta troppo potente. Tuttavia, mi sembra che la chance non sia ancora andata perduta. Provare a far rinsavire l’Europa è possibile e necessario.
…In nome della salvezza dell’Europa (intesa come civiltà europea) così come la conosciamo, stimiamo e amiamo, è necessario rivedere in maniera radicale (rivoluzionaria) ogni aspetto relativo alla politica europea in senso lato. Di seguito elenco ciò che reputo assolutamente non negoziabile e di primaria importanza.
La deoccupazione dell’Europa. La smobilitazione di tutti i battaglioni e la chiusura di tutte le basi militari Usa sul territorio dei paesi europei e pertanto, più ragionevolmente, il semplice scioglimento della Nato. L’Europa deve smettere di essere un vassallo militare degli Usa.
L’esclusione dall’Osce, come minimo, di Usa e Canada, o ancor meglio la com-pleta soppressione di questa organizzazione, in quanto essa ha tradito la sua missione primigenia. Complessivamente, queste due misure comporteranno, se non una totale, quanto meno una radicale de-americanizzazione dell’Europa.
È necessario sciogliere l’Unione Europea in quanto formazione burocratica sovranazionale ormai deceduta, che per giunta non riflette gli interessi, non solo di tutte le nazioni europee, ma nemmeno di molti membri Ue. L’Unione Europea collasserà da sé con la stessa inevitabilità, negli stessi termini temporali e per lo stesso ordine di ragioni per cui collassò l’Unione Sovietica – un’Unione Europea numero 1, sorta cent’anni fa nell’Est dell’Europa. Ma questa volta sarà un collasso incontrollato, con i relativi eccessi e conseguenze.
La riunificazione dell’Europa. Gli europei occidentali non solo hanno permesso di vedere la propria parte d’Europa americanizzarsi, ma hanno anche privatizzato il nome storico dell’Europa, considerando Europa solo ciò che coincide con l’Unione Europea e la Nato e isolando da sé tutto ciò che non rientra in queste due organizzazioni, in primo luogo la Russia. È giunto il tempo di riunire Europa e Russia, poiché è questa la vera, completa e piena Europa, la vera civiltà europea (tra l’altro, estesa attraverso la Russia in Asia, fino all’Oceano Pacifico).
…elaborazione di una nuova architettura politica dell’Europa, in particolare di un’idea di Organizzazione delle nazioni europee (One). Ritengo doveroso sottolineare che i soggetti principali della politica intra-europea saranno solo e soltanto le nazioni sovrane europee (situate in Europa).
È necessario porre e stabilire giuridicamente il divieto di interferire reciprocamente negli affari interni tra Stati europei, nonché il divieto per qualsiasi Stato non- europeo di interferire negli affari interni degli Stati europei e negli affari intra-europei (compresi divergenze e confitti tra Stati membri).
Allo stesso modo le nazioni europee dovranno impegnarsi pubblicamente a non interferire negli affari interni di qualsiasi Stato situato al di fuori dell’Europa. Tale intromissione sarà possibile in casi eccezionali e soltanto su richiesta dei legit- timi governi di tali Stati o su risoluzione del Consiglio di Sicurezza Onu.
Le nazioni europee dovranno promuovere una riforma dell’Onu: il Consiglio di Sicurezza, dopo la riforma, dovrà formarsi su base continentale o su criteri di appartenenza culturale.
… La storia del mondo non si è fermata, nemmeno quella dell’Europa. La marcia della storia è un costante cambiamento dei confini, la comparsa e la scomparsa di Stati. Pertanto, è necessario creare all’interno dell’One un organo apposito: il Consiglio degli Stati non riconosciuti e dei territori europei contesi, con una rappresentanza per ognuno di questi Stati e territori.
Imperativo categorico è la creazione tra gli Stati europei occidentali e la Russia di un cordone di Stati neutrali, che nei successivi quindici anni non avranno diritto a partecipare ad alcun blocco militare internazionale, sia intraeuropeo che extraeuropeo. In tale cordone dovranno rientrare: Norvegia, Finlandia, Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia, Bielorussia, Slovacchia, Ungheria, tutti gli Stati dell’ex Jugoslavia, Bulgaria, Romania, Ucraina, Moldova, Georgia. Ciò permetterà un gra-duale superamento dello storico scisma d’Europa, che ha generato molte guerre in passato.
…Il rifiuto dell’idealizzazione e dell’assolutizzazione della cosiddetta democrazia (politica), giacché mai essa si è realizzata e, per principio, non è pienamente realizzabile o non può risultare democrazia per tutti. L’abbattimento delle vetuste scenografe democratiche che mascherano il potere della classe dominante. Il rifiuto dell’ipocrisia politica democratica, la quale costituisce uno dei tratti più riprove- voli dell’Europa contemporanea.
…Il rifiuto dell’imperante traduzione della democrazia, quale «potere della maggioranza» (pur illusorio), in una democrazia dove il potere (anche effettivo) è riposto nelle mani di un gruppo minoritario costituito da ferventi zeloti dalle ambizioni totalitarie a danno della maggioranza.
Ciononostante, è naturale che non si possano negare o ridimensionare il valore e il signifcato delle forme democratiche di governo (compreso il potere statale), così caratteristiche per la civiltà europea in diverse tappe del suo sviluppo. Tuttavia, non in misura minore la civiltà europea ha saputo usare proficuamente un altro regime naturale di governo della società: il sistema di comando e controllo (nei casi limite, l’autoritarismo). Pervenire a un equilibrio ragionevole, seppur costante- mente variabile, tra questi due metodi di governo è l’autentica – e non artificiale – democrazia, ovvero un potere in nome degli interessi della maggior parte della società e della società in generale…Il riconoscimento dell’eterogeneità delle nazioni europee, dei popoli, delle loro culture, lingue, tradizioni, comprese le tradizioni politiche, come valore fondante dell’Europa quale comunità di nazioni e quale civiltà. Nessuna nazione deve essere costretta a rinunciare alle proprie particolarità nazionali, siano esse ideologiche o politiche. A nessuno può essere imposto di conformarsi a una determinata formazione politica, a un regime, a un’ideologia o filosofia politica. La standardizzazione, ovvero l’omogeneizzazione sistematica, della vita delle nazioni e dei popoli europei è il meccanismo che conduce al graduale deperimento della civiltà europea…I cittadini di nazioni che un tempo possedevano colonie in tutti gli altri continenti del pianeta con tutte le conseguenze del caso, compreso lo sterminio di massa della popolazione locale e la tratta degli schiavi, non possono permettersi di insegnare agli altri la tolleranza, la democrazia, i diritti umani e altre cose del genere. Non hanno il diritto morale di insegnare ad altri popoli e a governi più giovani l’umanesimo, la misericordia, le virtù civili e politiche … L’Europa e la civiltà europea nella loro condizione attuale non possono essere salvate senza la Russia, escludendo la Russia o, ancor peggio, nello scontro con la Russia e in guerra contro di lei. Chi la pensa diversamente è ignorante, stolto o un provocatore (e non sono pochi nell’Europa orientale), o ancora un membro fedele (di principio o meno) del partito degli atlantisti, o, ancora meglio, un semplice schiavo docile e privo di volontà al soldo degli Usa. Proprio oggi l’Europa deve, infine, unirsi, in tutta la sua eterogeneità e in tutto il suo volume geografico e storico, alla Russia – la più grande, e sempre più europea della stessa Europa, parte della civiltà europea. Non si parla, chiaramente, di una mitica «casa comune europea», costruita su modello europeo occidentale o secondo progetti neoliberali, nella pratica governata da Bruxelles, Berlino o Londra…”

Ecco, questi pochi elementi alquanto ragionevoli, pur se da sviluppare, approfondire ed estendere ad altri presupposti, rappresentano dei principi sani per dare all’Europa (e alla Russia) il posto che meritano (ma che si devono riguadagnare dopo decenni di sfaceli) sulla scacchiera mondiale.

E’ un “vaste programme” ma qual è l’alternativa? Ci sentiamo di aderire a tali intenzioni espresse dall’analista russo. Rovesciare la dominazione americana non è un compito semplice per questo bisogna letteralmente annientare l’Ue, le sue classi dirigenti compromesse con gli Usa, essendo lo spazio in cui agiamo una gabbia nata più di 60 anni fa per diretto impulso dei vincitori della II Guerra Mondiale. I cosiddetti padri fondatori dell’Ue erano a libro paga dei servizi segreti americani e hanno realizzato un incubo più che un sogno. Per rompere il sortilegio occorre riavvicinarsi al principale antagonista di Washington, la Russia. Deve essere inaugurata una nuova politica di intese tra est ed ovest per rompere l’isolamento russo e sganciare l’Europa dalla dipendenza americana. Questi primi passi, da attuare con cautela, sono possibili perché il declino americano, seppur relativo, è un fatto. Il multipolarismo è un processo storico oggettivo e inarrestabile ma il mutamento dei rapporti di forza ed il ribilanciamento della potenza, dipende anche da fattori soggettivi. La Storia spalanca delle finestre ma per passarci attraverso bisogna “osare”, ed essere strategici. Ormai, anche muovere un dito in questo mondo in ebollizione genera scosse da tutte le parti. È l’oggettività della situazione conflittuale. La sorte dei conflitti dipende però anche dal l’intelligenza soggettiva degli attori in campo. Il mondo è aperto ad ogni possibilità.

La morte del (patto) Nazareno

gianfranco

In Italia non si chiude mai nulla e molte cose si ripresentano anche quando invece dovrebbero essere sepolte per sempre. Tuttavia, la sensazione è che ormai il “patto del Nazareno” – malgrado i contatti “segreti” tra il “nano d’Arcore” e Renzi siano continuati a lungo dopo la sua chiusura “ufficiale” all’epoca dell’elezione del presdelarep – sia effettivamente morto per sempre. Soprattutto perché, malgrado alcuni sciocchi(e) si ripresentino o addirittura entrino in F.I., il suddetto “nano” dovrebbe essere effettivamente in calo di consensi. Finalmente Toti sembra intenzionato, dopo le europee, a uscire per dare vita a qualcosa di nuovo e più vitale in stretta unione con la “destra”. Secondo tutte le apparenze, si manifesta sempre più innaturale l’“alleanza” tra i due partiti governativi (e non credo si tratti solo di tensioni legate alla campagna elettorale). E’ evidente che i due, tenuto conto che non si poteva andare a nuove elezioni e Mattarella stava mettendo in piedi un governo detto “tecnico” (con Cottarelli), hanno deciso di ingoiare alcuni “rospi” e di impedire che ciò avvenisse. Meglio intanto aspettare le elezioni europee. Dopo di queste, ci si prepara a riaprire il “forno” dell’avvicinamento tra pentastellati e i “nuovi” piddini; nuovi per modo di dire, ma in ogni caso con i renziani ridimensionati.
Dall’altra parte, si accentua, sempre in fase di ormai vicina indicazione del successo (di incerte dimensioni) dei “populisti” alle suddette elezioni, il “rivoluzionamento” di F.I. con Toti che vi si “allontana” e Salvini che tenta di “mangiarsela” il più possibile; in ciò seguito, mi sembra, dalla Meloni anche se con maggiore circospezione, ma ormai con qualche accentuazione del suo atteggiamento critico. Si dovrebbe quindi riproporre il solito, noioso dualismo centro-dx e centro-sx, pur se in vesti parzialmente nuove in entrambi questi due schieramenti. Vesti “nuove” che rispecchiano di fatto la frattura avvenuta negli USA tra due vertici politici per il momento abbastanza alternativi in tema di strategie tese a riafferrare la supremazia mondiale. Tale frattura, l’abbiamo detto più volte, si è riflessa appunto in Europa; e anche qui ha portato ad acutizzazioni del conflitto tra “vecchio” e “nuovo”. Vedremo come questo scontro si configurerà dopo le elezioni, che condurranno pure a qualche soluzione della tormentosa “brexit” (in probabile “riconsiderazione”, magari anche nuovamente “referendaria”).
Una cosa è sicura. In ogni caso, questa Europa resterà nella sfera d’influenza statunitense; si tratterà solo di sapere – e a tal proposito saranno decisive le elezioni presidenziali americane del 2020 – come si muoveranno i predominanti USA e i loro subordinati del nostro continente. E ciò dipenderà appunto dal successo o meno del nuovo establishment detto “populista” (sia negli USA che nella UE). Chi veramente vuole l’indipendenza e la sovranità, non della UE (cosa del tutto impossibile) ma di alcuni suoi paesi rilevanti, dovrà lavorare per tempi indubbiamente un po’ più lunghi al fine di giungere alla formazione di una nuova forza politica attrezzata ai tempi di accentuazione della crisi che “striscia” dal 2008. Occorrerà una ben diversa decisività (e violenza) che non potrà passare per le urne. Credo che ciò si renderà inevitabile, ma non in tempi brevissimi. Per il momento assisteremo ancora a queste “vomitevoli” sceneggiate di scadentissimi gruppi politici; da una parte e dall’altra senza la benché minima capacità di giungere ad una conclusione in grado di ridare vita ad un “occidente” in grave decadenza malgrado l’“alto” sviluppo “capitalistico”, ridotto al vecchio liberalismo ormai putrefatto e ad una sedicente “democrazia” fonte di infezione mortale. Il rinnovamento, se ci sarà, dovrà comportare dosi massicce di totale pulizia ed eliminazione dei “batteri patogeni”. Ed uso continuo, per anni, del “bisturi” capace di profonde incisioni e asportazione di ampie “parti malate”.

Il Limes della ragione

Italia-USA-Bandiera

 

Limes, la principale rivista nazionale di geopolitica, dedica un intero numero all’Italia (e alla sua strategia). Il suo direttore responsabile verga un editoriale in cui afferma che il mensile “è nato italiano e tale ambirebbe a restare”. Leggendo però gli articoli importanti ci sembra, potremmo equivocare, che tale proposito assomigli fin troppo ad una finzione letteraria per intimamente sorreggere una opzione contraria, un sotterfugio lessicologico per esorcizzare i disorientamenti dettati dai mutamenti del corso epocale. Samuel Johnson parlava di ultimo rifugio delle “canaglie”, quale tana dalla quale enfatizzare una posizione e affermare un intendimento persino opposto. Non diciamo che il richiamo all’italianità, in questo frangente, avviene per un simile motivo ma i sospetti ci sono. Lasciano l’amaro in bocca le elucubrazioni di quelle che dovrebbero essere le nostre migliori menti del settore. Esse, rimaste ingabbiate per anni in un milieu di “convenienza” occidentale, ora iniziano ad agonizzare di (iper)realismo, coprendo con l’erudizione concetti in fossilizzazione. Non per niente, crepano i velleitari ma anche i sedentari. Le argomentazioni di Limes paiono infatti provenire da una foresta pietrificata eppure l’incipit di Caracciolo è corretto: “gli Stati che poggiano su ricche riserve di potenza possono concedersi qualche vacanza strategica; chi non ne ha, e lotta anzi per la sopravvivenza, deve compensare in parte tanto deficit con il ragionamento strategico”.
In sostanza però siamo invitati a restare italiani facendo gli americani e morendo per quest’ultimi. Tralascio quelli che per noi sono i convincimenti veramente errati della rivista, due su tutti: 1)la Cina unico vero sfidante degli Usa, 2)la Russia che è in “disperata attesa che qualcuno a Washington si ricordi di offrirle un posto onorevole a bordo della fotta anticinese”. Però c’è qualcosa da disapprovare seriamente che non rientra nel novero delle considerazioni ma in quello delle sconsideratezze di natura ideologica. Caracciolo scrive: “Una relazione matura con Washington parte dal definire che cosa offriamo e dall’esplicitare che cosa vogliamo. Senza giri di frase. Anche per salire di categoria nella percezione differenziata che gli apparati americani hanno dei soci atlantici. Quanto al dare: a) siamo piattaforma logistica impareggiabile nell’area statutaria della Nato, ospitando basi, assetti di intelligence e armi nucleari americane, su cui di fatto non esercitiamo controllo; b) esibiamo nell’Eurozona profilo opposto a quello della Germania, sorvegliato speciale degli Stati Uniti nel continente, e con ciò contribuiamo a mantenere precario l’equilibrio fra i partner europei della Nato, come d’interesse americano; c) curiamo di tenere le nostre importanti relazioni con Russia e Cina al di sotto del livello strategico, perché non ci sogniamo di cambiare d’impero. Sul fronte dell’avere il catalogo è questo: a) gli Stati Uniti non possono pretendere l’impiego dei militari italiani in missioni di destabilizzazione delle nostre aree di frontiera, di cui paghiamo le conseguenze sul territorio nazionale – adesione all’altrui impero non significa autodistruzione; b) Washington deve accentuare la pressione sulla Germania per allentarne le rigidità monetarie e fiscali, che ci depauperano e destabilizzano, rischiando di far saltare l’euro, con effetti incalcolabili dunque da non sperimentare; c) dagli americani ci attendiamo che rinuncino a sabotare la nostra adesione ai dossier economico-commerciali della via della seta – una volta accettato di prenegoziare con loro le linee rosse cui attenerci in materia – e a minare la per noi insostituibile interdipendenza energetica con la Russia, posto il nostro rifiuto di partecipare alla destabilizzazione del colosso eurasiatico”.
Diamo praticamente tutto e otteniamo davvero poco. Quindi non si tratta di do ut des ma di sottrarci a forme di sudditanza che ci lasciano, in ogni caso, senza scampo. Non chiediamo e non cediamo se non quello che ci guadagneremo o che perderemo agendo sul campo dell’imminente multipolariasmo. Così si dovrebbe pensare. Le lettere a,b, e c del nostro “dare” sono uno sbracare per cui solo ottenendo un altro pianeta conteremmo qualcosa, da qualche parte ma non su questa terra. In siffatta maniera non si costruisce nessuna strategia ma si accetta supinamente un esistente già troppo devastante per questo povero Paese. Potrebbe andare anche peggio se ci mettessimo di traverso? Accadrà ugualmente quando i grandi arriveranno ai ferri corti sul serio nel passaggio dal multipolarismo al policentrismo.
Sulla stessa linea del Direttore si pone anche l’analista Fabbri, il quale scrive: “In questa fase Roma deve utilizzare l’ostilità americana contro Berlino per obbligare la Repubblica Federale a redistribuire ricchezza all’interno dell’Eurozona oppure accettarne la definitiva implosione. Intensificando gli strali contro l’austerità teutonica, contro la nordica ritrosia a garantire per il debito comunitario. Schierandosi contro un approfondimento dei rapporti tra Berlino e Mosca, contro (l’improbabile) possibilità di Forze armate europee. Tollerando le sanzioni americane – comprese quelle contro il settore automobilistico – che inevitabilmente colpiranno anche la nostra manifattura, sebbene puntino soprattutto a insidiare le certezze produttive tedesche. Il governo italiano deve cogliere il momento per imporre scelte dolorose all’industria del Centro-Nord, per collocazione legata al benessere della Germania, costringendola a rivedere il suo modello produttivo. Per scongiurare che diventi vittima dell’offensiva statunitense, per slacciarla da una moneta di flosofa esogena. Spiegando quanto poco ci sia da perdere. Giacché, in assenza di massicci correttivi, nel medio periodo l’Italia non può esistere nell’attuale Eurozona… L’Italia deve continuare ad intrattenere buoni uffici con il Cremlino, anche per comunicare agli americani di possedere alternative. Senza tirare il bluff per le lunghe. Mostrandosi russofila nelle dichiarazioni e russofoba nei fatti. Cercando di limitare lo spettro dei provvedimenti statunitensi contro l’ex nemico della guerra fredda, che danneggiano anche noi. Contribuendo alla realizzazione del Tap, per segnalare fedeltà al patron d’Oltreoceano e diversificare le fonti di approvvigionamento… Più complessa la manovra da dedicare alla Cina. Qui dovremmo dimostrare di saper lucidamente distinguere il piano economico da quello strategico. Continuare ad aprirci agli investimenti cinesi – dalle infrastrutture al settore bancario, fino alla tecnologia – senza sposare l’aspetto geopolitico delle nuove vie della seta. Roma dovrebbe siglare il memorandum sulla Bri soltanto per utilizzarne il potenziale industriale e dopo aver ottenuto il placet degli americani. Come già capitato a Grecia, Ungheria e Portogallo. Quindi, in senso profondamente antieconomico, dovremmo rinunciare al 5G di sviluppo cinese se questo incide negativamente sulla sicurezza nazionale, se determina il nostro scivolare nello spazio di Pechino. Non solo per palesi ragioni di natura storico-culturale. Anche per scongiurare la violenta reazione statunitense. Potenzialmente in grado di dilaniare l’Italia dall’interno. Si può abbandonare l’impero americano soltanto per consunzione dello stesso o per nostra capacità di sovvertirlo con le armi. Scenari al momento altamente improbabili. Tanto vale ricordare che esistono linee rosse invalicabili che possiamo sforare per interesse – casomai fingendo di non riconoscerle – ma non trascendere. Per scongiurare pericolose rappresaglie. Per evitare che, in caso di tradimento o slittamento di campo, gli Stati Uniti colpiscano al cuore il nostro sistema finanziario, la fibra stessa della nostra società. Non solo. Anche per stabilire come profittare dell’attuale congiuntura. Perché è assai raro che la superpotenza globale ci ponga al centro della sua tattica, con tanto di vincoli a mostrarci la lecita estensione del nostro incedere, a indicarci forzosamente la strada. Qualora ce ne accorgessimo, anziché immaginarci sovrani per poi pagare cara tanta avventatezza, potremmo adattare la politica estera ai limiti esistenti, cercando di torcerli a nostro favore. Nell’ambito di un’azione a metà tra il vietato e il possibile. Con cui finalmente adottare un atteggiamento anti-economico, provare a innescare una radicale riforma dell’Eurozona, imporre l’interesse nazionale alle regioni più ricche della penisola, gestire una sponda energetica senza esserne travolti, beneficiare della grandezza commerciale altrui fornendo in cambio soltanto la nostra ospitalità. Fino a tramutarla in occasione sostanziale. Per inserirci nelle principali contese del pianeta, per diventare adulti. A un passo dal baratro”.
Nelle parole di Fabbri non vediamo operare alcuna effettiva strategia ma semmai una versione aggiornata e corretta della subordinazione che ci ha resi, nella presente fase e già provenendo da un truce passato di occupazione, sempre più marginali e inutili agli occhi del mondo. Vorremmo invece rilanciare quanto scritto nell’ultimo numero di Eurasia, perché si tratta proprio di lavorare strategicamente a costruire una prospettiva di tutt’altro tipo. L’ingresso del mondo nel multipolarismo annuncia una ristrutturazione dei rapporti di forza tra potenze, con il declino “relativo” degli USA e della loro capacità ordinatrice globale. Un asse Russia-Germania-Italia è forse, in questo frangente epocale, lontano dalla realtà, ma è quello di più immediata intuizione quando si pensa alla costruzione di un contropotere nell’Europa subordinata a Washington. Siamo, lo sappiamo, ad un livello molto ipotetico; questa elucubrazione si scontra con i parametri della situazione storica effettiva, perché Berlino e Roma sono forse i centri in cui gli yankee hanno dislocato tutto il potenziale della loro aggressività militare e d’intelligence, a protezione dei loro interessi nell’area. Ma proprio per questa condizione di svantaggio tale triangolazione diventa ancora più necessaria per avviare le “bonifiche” dell’avvenire. Caracciolo sostiene che i cambiamenti si fanno “dentro e non contro la storia”, ed è corretto, tuttavia, ci sono momenti eccezionali in cui per essere dentro la Storia bisogna saper andare anche contro di essa o avverso le sue apparenze deterministiche.

I PIANI AMERICANI

LAGRA21

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potrebbe anche essere che l’accusa del complotto non sia del tutto corretta nella indicazione che ne dà una delle parti in conflitto. Nessuno ha la prerogativa della oggettiva valutazione degli avvenimenti, che è sempre guidata dagli interessi (antagonisti come in questo caso) in gioco. Quello che è nelle mie valutazioni e convinzioni sugli attuali eventi è che indubbiamente Guaidò è un semplice sicario della strategia degli Usa n. 2 (establishment rappresentatosi in Trump), che punta ad una nuova completa solidità del predominio del paese sul “cortile di casa”. Infatti, si parla pure di un nuovo “interessamento” a Cuba e Nicaragua. Inoltre si appoggia nuovamente al 100% Israele (ma vedremo come l’attuale assetto del paese resisterà agli “scombussolamenti” in corso) quale “guardiano” in Medioriente; con anche la netta contrapposizione all’Iran e l’appoggio rinnovato e pieno all’Arabia Saudita (sul Qatar l’atteggiamento sembra meno charo, ma è una situazione di fatto incerta). Il precedente establishment aveva invece tentato di creare una situazione di grande instabilità, annientamento della Libia gheddafiana (che non era poi così favorevole all’Islam e non appoggiava nemmeno tanto i palestinesi) e analogo tentativo con la Siria di Assad. Inoltre, ammorbidimento verso l’Iran, ma solo per giocare meglio la partita di un acutizzarsi del contrasto tra sciiti e sunniti; anche il fallito colpo di Stato contro Erdogan, su cui però le motivazioni e la “provenienza” organizzativa suscitano perplessità, sembra rientrare comunque in questa nuova situazione venutasi a creare. Non sembra tuttavia che il presidente turco si sia ammorbidito verso la nuova Amministrazione statunitense. In ogni caso, vi era contrasto netto tra governo israeliano e Obama, mentre adesso sembra esservi nuova piena sintonia (in Israele vi è però crisi interna e vedremo come andranno le elezioni). La soluzione del conflitto tra i “due” Usa oggi esistenti (se vi sarà anche al di là di eventuali mutamenti delle rispettive leadership) sarà importante per il mondo “occidentale”. In questo momento, il gruppo “egemone” per tanti anni nella UE – che in Italia si esprime nella complicità (pur competitiva) tra PD e Forza Italia, entrambi per il momento in forti difficoltà – appoggia in pieno gli antitrumpiani mentre i sedicenti populisti, in testa la Lega, stanno puntando senza riserve su Trump; con Bannon che “sembra” aver rotto con quest’ultimo, ma in realtà è il vero “amministratore” dei rapporti tra lui e i suddetti “populisti” ed è infatti ostile all’accordo tra Italia e Cina, con la Lega (e Fd’I) che tengono bordone. La Russia da qualche tempo appare più defilata, ma si spera stia lavorando sulle contraddizioni apertesi tra i vari protagonisti dello scontro piuttosto acuto insorto all’interno dello schieramento “atlantico”. Seguiamo attentamente, la situazione è sempre più tipica del multipolarismo, con il caos che esso inevitabilmente provoca.

L’EUSA, di GLG

LAGRA21

https://www.fayard.fr/documents-temoignages/jai-tire-sur-le-fil-du-mensonge-et-tout-est-venu-9782213712284

non lo traduco. Comunque conferma pure lui le ricerche di Joshua Paul (di cui ho già più volte parlato) su che schifo erano i “glorificati padri dell’Europa”. Semplicemente pagati dalla CIA (cioè dagli USA) per renderci puri schiavetti di tale paese. E tutta l’Europa (quella di questa UE infame), non solo il nostro paese. Per quanto riguarda quest’ultimo ripeto: siamo stati occupati dalla Germania nazista dall’otto settembre 1943 al 25 aprile del 1945, cioè un anno e mezzo. E siamo occupati dai nuovi criminali statunitensi (che hanno infierito in tutte le parti del mondo con massacri analoghi a quelli compiuti contro i nativi di quella terra su cui vivono; all’incirca 100 milioni di morti) dal 25 aprile 1945 fino ad oggi, cioè tre quarti di secolo; e l’occupazione non cessa, anche se trova adesso “due” Stati Uniti in contrasto fra loro. Ognuno dei due ha i suoi punti di riferimento in Europa. Quelli n. 2 (venuti alla luce soprattutto con Trump) si stanno creando i loro servitori tra coloro che si dichiarano sovranisti, patriottici e altre balle varie. In Italia questi “coraggiosi indipendenti e nazionalisti” brontolano per gli accordi possibili con la Cina, da cui noi alla fine dipenderemmo, saremmo addirittura “colonizzati”. Non solo sono servi ma anche sciocchi, rozzi e beceri come non riuscivano ad esserlo quelli della prima Repubblica, che pure ce la mettevano tutta.

Dove passano gli eserciti americani non passano le merci di terzi.

Cina

Gli affari si dovrebbero concludere quando sono convenienti e nel luogo in cui sono più favorevoli. Questo ci insegna la triste scienza e i suoi ancor più tristi economisti. In teoria. Ma in pratica le cose stanno affatto diversamente. Il mercato è sovrano, domanda ed offerta determinano i prezzi. Chi è più bravo si arricchisce e chi sbaglia perisce. I paesi devono specializzarsi nelle produzioni in cui sono più competitivi, ecc. ecc. Se lo Stato, con le sue ingerenze, interrompe l’agire della mano invisibile il sistema si inceppa e si precipita nelle crisi. Le imprese devono districarsi da sole senza finanziamenti pubblici. Sono tutte balle o quasi, ovviamente, che vengono a galla quando chi comanda davvero si vede pestare i piedi da un concorrente troppo spavaldo che arriva a rompergli le uova nel paniere. Cinesi, russi, italiani, francesi e assiro-babilonesi sono avvisati. La globalizzazione è solo un altro nome del predomino americano, come diceva Kissinger. se a Mosca si mettono in testa di vendere troppe materie prime in giro per il mondo o a Pechino di esportare merci danneggiando i business preponderanti di Washington ogni teoresi può andare a farsi benedire ed il pugno di ferro finalmente uscire dal guanto di velluto. A fortiori, perché gli Usa comprendono bene che dietro certe iniziative commerciali si celano obiettivi (geo)politici ben più sostanziali. Ora, la via della seta non è un vero pericolo per la Casa Bianca ma certe attività vanno coordinate, cioè autorizzate. Altrimenti l’Egemone è costretto ad alzare la voce e i sottoposti a farsela sotto. E se ne vedono già tanti tra i nostri politici con la cacarella che si tirano indietro persino per qualche contrattino da poco. E’ vero che la questione della rete 5g ha un suo peso strategico, tanto che Mattarella è immediatamente intervenuto a rassicurare gli Usa sul fatto che quest’ultima sarà esclusa da eventuali intese, tuttavia, è proprio essa che dovrebbe interessarci di più per le sue novità. Non sono un esperto di tecnologia ma da quello che leggo in giro si tratterebbe di una rivoluzione plurisettoriale che passa dall’informazione e della comunicazione per influenzare trasporti, manifattura, industria, energia, sanità, ecc. ecc. Le chiavi del sistema sarebbero in mano ai cinesi e questo agli americani non piace. Eppure, poiché gli statunitensi controllano i settori più avanzati questa differenziazione dell’offerta sarebbe giustificata. Del resto, non è stata proprio Washington a far saltare il gasdotto South Stream, che dalla Russia sarebbe sbucato in Italia, col pretesto che questo avrebbe reso l’Europa troppo dipendente da un solo fornitore? Si vede che se l’offerente è yankee il problema non si pone. Quindi la Cina sarebbe un pericolo perché ci invita a concludere accordi commerciali. La Russia sarebbe una minaccia perché ci invita agli accordi energetici. Questi paesi utilizzerebbero patti e contratti per ingerirsi nei nostri affari e condizionare le nostre scelte. Un vero attentato alle nostre libertà democratiche. Invece, la presenza militare diretta degli USA sul nostro suolo, da nord a sud della Penisola, è garanzia di indipendenza non di occupazione da parte di un paese straniero. Nevvero? Dove passano gli eserciti americani non passano le merci di terzi, reinterpretando Bastiat.

Tu vuoi fare l’americano, di GLG

gianfranco

 

Qui

non ho alcun dubbio sul fatto che chiunque si schieri dalla parte degli USA, qualunque sia l’establishment americano appoggiato (da cui si prendono ordini, non raccontiamo balle), è un nemico dell’autonomia italiana e di una nuova politica estera utile agli interessi nostri (come anche degli altri paesi europei). E non è solo la Lega che “lega” con (cioè “si lega” a) gli Stati Uniti. Si vedano anche le recenti dichiarazioni della Meloni, tutta raggiante per essere accreditata dagli stessi ambienti trumpiani. Nel contempo, sia chiaro che siamo ben contenti della frattura tra vecchio e nuovo establishment statunitense; che comporta anche lo scontro tra i vecchi vertici della UE e quelli che premono per prenderne il posto o comunque avere molta voce in capitolo con le elezioni di maggio. L’importante è non credere che vi sia scontro tra élite e la “pancia” (popolare) dei vari paesi. Si tratta pur sempre – in una crisi mondiale che si aggraverà sempre più con la crescita del multipolarismo e la disarticolazione della falsa “globalizzazione” (mai avutasi, salvo un decennio o poco più in cui si era pensato al monocentrismo USA, finito nei primi anni del XXI secolo) – di una lotta tra strategie diverse di settori di vertice dell’“occidente” che, tutti, sono per un predominio statunitense in quest’area del globo, ma con un tentativo di rivedere pure i rapporti di forza tra i vari servi del paese preminente. E tale revisione implica appunto l’appoggio dei diversi schieramenti politici nei vari paesi della UE a questo o quello dei settori di vertice in lotta accanita per il controllo del paese “padrone”. A noi questo scontro sta benissimo e, in linea generale, si è meno sfavorevoli al nuovo establishment, ancora in svantaggio (difficile capirne la reale portata) rispetto al precedente, che si pensava non avesse alternative fino a certi insuccessi della “politica del caos” obamiana a partire dal 2011 (mentre all’inizio tale strategia sembrava poter accentuare il predominio degli USA). Certamente, però, non possiamo minimamente accettare la politica trumpiana tesa al consolidamento del potere USA nel “cortile di casa”. Quindi, lo ripeto: sono tutti nostri nemici; solo che, in mancanza di reali forze politiche alternative, si dovrà per un tempo imprevedibile considerare con minore avversione il nuovo establishment ancora in condizioni di svantaggio, che sembra però diminuire (non in modo certo e definitivo).

I NUOVI AMERICANI

liberta

 

Il recruitment neoamericano è iniziato. Vedremo molti intellettuali schierarsi con gli Usa di Trump, altri contorcersi per transitare su posizioni che prima ignoravano o, persino, disprezzavano, il tutto pur di mantenere o garantirsi spazi pubblici, posti in accademia, prime pagine dei giornali, copertine di libri. Le fortune si alternano nelle epoche di cambiamento, anche se i furbi sanno sempre come sopravvivere e riciclarsi. Politicamente, possiamo trarre già alcune conclusioni circa il costituendo scenario partitico nostrano e continentale. Il populismo è l’ideologia di un’America che cambia strategia a livello interno ed internazionale. Esso sta oggi lottando per scalzare un’altra visione del mondo, quella globalista e umanitaristica, ugualmente di matrice oltreoceanica, che ha rappresentato l’apice dell’unipolarismo statunitense nel periodo post guerra fredda. Proprio in questi giorni, esponenti della Lega e di Fdi sono andati ad accreditarsi alla corte del tycoon newyorkese, ad annusare l’aria, a “farsi vedere”, pronti ad adottare il progetto dei padroni d’oltreoceano. Saranno ripagati per la loro fedeltà e lasceranno all’Italia le conseguenze dei loro atti. Ma quale può essere il piano della superpotenza che domina l’Europa e i singoli paesi che la compongono? Quello di mutare le forme di condizionamento, date le trasformazioni epocali, ma non la sostanza della sua egemonia. L’Ue, costruzione statunitense sin dal’inizio, potrà sventolare un’altra bandiera purché essa garrisca ad occidente. Come ha scritto giustamente La Grassa: “Non c’è schieramento politico o industriale che oggi riprenda un minimo di politica autonoma. C’è solo lotta acuta fra schieramenti per porsi nelle condizioni di servitori migliori e di godimento degli emolumenti che i padroni pagano ai loro più fedeli. E c’è anche una rottura interna ai padroni per la migliore strategia da attuare ai fini dell’asservimento totale. Occorre una vera “rottura” rispetto a queste bieche accozzaglie di servi particolarmente laidi e che hanno di gran lunga superato in abiezione, infamia e corrompimento di ogni valore i vecchi servitori della prima Repubblica”.
L’autonomia da Washington, anche se a caro prezzo, è l’unica strada percorribile per salvare l’Europa, e non quella annacquata ed insipida dei 27 membri che pretendono di fermare qualsiasi iniziativa che si incammini nella giusta direzione liberatoria. L’Europa ha bisogno di pilastri per costruire la propria indipendenza non di pollastri che si azzuffano tra loro per ricavare una mancia dalla Casa Bianca o da Bruxelles. Questa è l’Europa delle debolezze unite che fa comodo ai nemici esterni mentre ci vuole un’unione di forze che non dipende dal numero dei partecipanti ma dalla loro coerenza e iniziativa strategica. Meglio meno ma meglio, diceva Lenin.
Occorrerebbe che i grandi centri europei, Berlino, Roma ed anche Parigi, si sbarazzassero delle loro élite asservite all’Occidente (quelle di ieri, sempre più in difficoltà a causa del declino dei vecchi dominanti statunitensi, e quelle in corso di fabbricazione sotto l’egida populistica trumpiana) e si unissero, per interessi reciproci, non di certo per mera “amicizia” tra i popoli, all’unico vero sfidante degli americani nella presente situazione, la Russia. Il nemico del mio nemico è mio amico, una massima sempre valida quando la posta in palio è altissima. Non si tratta di amarci, noi, i tedeschi, i francesi ed i russi, lasciamo queste velleità ai cantori dell’affratellamento europeistico un tanto al chilo, ma di “armarci” di intenti strategici per un obiettivo comune, dettato dall’oggettività dei processi in atto e dall’evoluzione dei rapporti di forza nell’attuale era multipolare e prossimamente policentrica. Questo è un intendimento che deve essere costruito, al costo di sforzi durissimi, di tentativi intermedi di approccio e avvicinamento non senza ripercussioni, anche se i fatti oggi ci smentiscono. Bisogna saper guardare lontano per mutare i destini avversi. Esattamente tutto il contrario di quanto affermato dall’analista di Limes Dottori che in altre occasioni ha mostrato ben altro valore intellettuale. Costui ha detto: “che cos’è che contiene al meglio l’alleanza tra noi e gli Stati Uniti se non la NATO? Per questo motivo per noi la preservazione della NATO rappresenta un interesse nazionale fondamentale. Qui vengo al messaggio forte che vorrei lanciare. L’Europa o è “atlantica” oppure non è, si disfa. Ne dobbiamo essere consapevoli. In questo momento in Europa non abbiamo altra possibilità di diventare forti negozialmente se non rafforzando il nostro rapporto bilaterale con gli Stati Uniti. Non ci sono alternative”. Divenire schiavi da cortile non ci rende meno schiavi di chi sgobba nei campi di cotone ma persino più abietti.
Seguire questo suggerimento è un autentico tradimento, è una rinuncia al futuro, all’edificazione di una sorte diversa da quella sventurata che ci aspetta, perché la situazione peggiorerà in ogni caso allorché il revisionismo geopolitico di potenze come Russia o Cina arriverà alle sue estreme conseguenze. Saremo presi in mezzo ai duellanti in una posizione massimamente svantaggiosa. Quello di Dottori è un invito allo scoraggiamento nel bel bezzo di trasformazioni inevitabili. Questa non è real politik ma rinuncia alla lotta e alla dignità prima ancora di scendere in campo.

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