La Russia è l’avanguardia del multipolarismo, di GLG

RUSSIAN PRESIDENT VLADIMIR PUTIN VISITS CHINA

La fine del Trattato INF: una vittoria della Russia, una Waterloo per l’America

non so se le cose stiano esattamente così, ma comunque non credo sia un’interpretazione troppo distorta. Da un pezzo penso che i liberisti, economicisti e mercatisti fino al buco del c…., mostrano senza più alcun velo la loro miseria intellettuale e l’incapacità di andare oltre un rozzo economicismo. Sostengono la debolezza della Russia perché non ha dati entusiasmanti relativi alla crescita del Pil e altre cose simili. Non capiscono nulla della vera posta in gioco per giungere, dall’attuale acutizzazione del multipolarismo, al reale policentrismo (conflittuale acuto) che vedrà un effettivo ri-equilibrio nei rapporti di forza tra un certo numero di potenze (come già accaduto a cavallo tra XIX e XX secolo). E il vero antagonista degli Usa apparirà allora la Russia, come sostengo da anni e anni. Certo anche la Cina giocherà la sua “bella” parte, ma la Russia metterà in forte pericolo l’influenza (a mio avviso nefasta) degli USA in Europa e nelle zone a sud e sud-est della stessa. Vedremo dei “bei giochi” allora. In una situazione del genere, una parte dei gruppi dominanti statunitensi (ancora in minoranza almeno stando alla continua campagna antitrumpiana in atto negli USA) ha deciso di tenere bene fermo il principio del pieno predomino nel “cortile di casa”. Come già per Cuba – soprattutto dopo il dissolvimento del “polo socialista” – le attuali difficoltà del Venezuela dipendono per la maggior parte dall’atteggiamento anti-USA tenuto da Chavez e poi da chi ne ha preso il posto. E l’establishment trumpiano vuole eliminare ogni “impurità” ostile dal Sud America. Chi si schiera con questi Stati Uniti (quelli da me detti n. 2) non è per nulla migliore di coloro che appoggiarono Obama nel liquidare Gheddafi e nell’appoggiare la disastrosa “primavera araba” del 2011, i cui ultranegativi effetti sono adesso in piena evidenza nella nostra area e in quelle vicine. I sedicenti “populisti” non meritano alcun particolare appoggio; anche se senza dubbio ci si augura che gli avversari non li eliminino così come si spera che gli antitrumpiani non prevalgano nettamente negli Stati Uniti. L’attrito “interno” tra quelli che sono comunque da considerarsi degli avversari è più che augurabile; almeno fino a quando le forze realmente contrarie ad ogni dipendenza da quel prepotente paese non saranno riuscite a liberarci di tutti questi gruppi dediti a servirlo così piattamente e senza dignità.

Le potenzialità dell’asse

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La manovra è passata in Senato. Dentro ci sono “quota 100” per le pensioni ed il reddito di cittadinanza. Mancano i dettagli, ma pare che i fondi a disposizione per tali riforme non siano quelli annunciati. Vedremo in cosa si concretizzeranno le due iniziative del Governo che gli italiani considerano il “minimo sindacale”, dopo anni di vessazioni economiche ai loro danni. Bruxelles ha ottenuto i suoi tagli ed una vittoria politica che l’Esecutivo doveva evitare andando ad uno scontro ancor più duro, data la situazione di debolezza degli organismi europei. Tuttavia, è inaccettabile che autentici traditori della patria, ex Presidenti della Repubblica o del Consiglio, parlino di democrazia tradita e di dettatura dei provvedimenti da parte della Ue. Proprio loro che hanno fatto strame dell’Italia al fine di sottometterla ancor più pesantemente a voleri extra-nazionali, usando la democrazia come il cesso di casa, utile solo ai loro infimi bisogni. Il coro dei tromboni, che ha già affossato la Penisola, aggiunge inoltre che a causa delle scelte di Lega e 5S non ci sarà crescita ma ulteriore depressione dell’economia del Belpaese. In realtà, è la crisi globale che non si è conclusa, come abbiamo scritto tante volte. Tutte le economie capitalistiche sono in difficoltà, anche quelle che non appartengono all’area occidentale e che negli anni passati hanno avuto tassi di crescita a due cifre, come quella cinese. Il sistema globale è in sregolazione per l’assenza di un unico centro coordinatore, essendo ormai entrato il mondo in una stagione multipolare in cui far da se è più sicuro che andare al rimorchio della vecchia superpotenza. E’ una fase che La Grassa ha paragonato a quella del 1873-96: “si tratta di una sostanziale (lunga) stagnazione, non di un vero e proprio brusco tracollo economico-finanziario. Normalmente, si considera quel periodo storico come la fase di passaggio dal capitalismo di prevalente concorrenza a quello di prevalente mono(oligo)polio. Una fase non caratterizzata da troppo gravi sconvolgimenti (e arretramenti) economici, ma da ritmi di sviluppo estremamente bassi interrotti da inversioni di tendenza di non drammatiche dimensioni. Insomma, un’epoca il cui trend dovrebbe essere rappresentato graficamente da una linea quasi orizzontale”.
Da questa situazione non si esce con i palliativi ma si possono fare, certamente, più danni dando retta ai cialtroni dell’austerità, quelli che continuano a blaterare di pareggi di bilancio e parametri di sicurezza economica da non sforare, o altre amenità. Puntare su politiche espansive della domanda è l’unica per non annegare del tutto, ben sapendo però che, da un simile quadro di problemi, si viene fuori esclusivamente con azioni di immane coraggio politico, ovvero quelle in grado di ribaltare le ataviche abitudini di un’intera epoca storica. Occorre in sostanza partire da rinnovate partnership internazionali per rompere la gabbia d’acciaio in cui ci si trova confinati. Noi abbiamo parlato di nuovo asse Berlino-Roma-Mosca, ma si tratta di un’indicazione di massima che può e deve includere altre formazioni sociali che condividano una necessaria trasformazione degli assetti mondiali. Questi sono gli unici veri cambiamenti che possono riscrivere il destino dei Paesi nella transizione epocale in atto.’’’

Chiariamo alcune “questioncelle” di GLG

gianfranco

CHIARIAMO ALCUNE QUESTIONCELLE, di GLG

QUI

Non sono in verimolto interessato alle considerazioni in tema di banche, operazioni di borsa o comunque speculative. L’articolo che riporto mi sembra informato e ben argomentato, ma ammetto di averlo letto senza una spasmodica attenzione. Mi hanno colpito alcune cose. Si insiste nel dire (non tutti per la verità l’hanno detto, ma si era sostenuto questo all’epoca) che la crisi iniziata da ormai un decennio ricorda quella del 1929. Sinceramente non mi sembra si sia verificato nulla di così disastroso; almeno a leggere i racconti (tanti in verità) di quell’evento che ha determinato anche profonde revisioni della teoria economica (oggi bellamente ignorate) e certamente della politica economica (anche queste ormai lettera morta). Mi sorprende che nessuno sembra più ricordare la “grande depressione” del 1873-95/96, da me invece citata ormai decine e decine di volte. Una lunga crisi con alterni momenti di alleviamento e di appesantimento che si sono susseguiti per un quarto di secolo e che, una volta superata non proprio in modo travolgente e senza vari strascichi, fu infine seguita da una crisi di Borsa non tanto inferiore a quella del ’29 e che partì sempre da Wall Street. Era il 1907 e quella “scossa” fu seguita da un periodo non esaltante che si concluse con il ben più drammatico “sommovimento” rappresentato dalla prima guerra mondiale. Dopo vi furono altri problemi (gravi soprattutto nella sconfitta Germania; ma anche in Italia ce ne furono, se non erro). Negli Usa ci fu ad un certo punto un vero nuovo boom che precipitò improvvisamente nel ’29. E anche la nuova crisi, un po’ risollevata dal forte intervento statale (quanto meno negli Usa e in Germania, ma anche l’Italia dell’autarchia e dell’IRI mi sembra in quella linea), si trascinò in fondo fino all’altro violento scossone della seconda guerra mondiale.

In definitiva, potremmo ben concludere che dagli anni ’70 del XIX secolo e per tutta la prima metà del XX ci furono profondi sconvolgimenti; e non tutti economici come appena considerato (anzi!). Ho insistito più volte nel dire che il periodo considerato è precisamente quello del declino dell’Inghilterra (la cui supremazia durò per buona parte dell’800, in particolare dopo il “Congresso di Vienna del 1815) e della crescita via via irresistibile del multipolarismo con poi l’accentuazione del vero policentrismo acuto risoltosi in violenti scontri bellici. Non parliamo allora delle difficoltà manifestatesi a partire dal 2007-8 come di una crisi tipo ’29 (non mi sembra proprio ci sia statofinora nulla del genere). Nello stesso tempo, miopi sono stati quelli che fino a poco tempo fa (alcuni ancora) parlavano di crisi ormai superata. In realtà, l’articolo messo all’inizio mostra, saggiamente a mio avviso, che siamo sempre in “mare mosso”. Tuttavia, questo non dipende da “mostruosi” andamenti finanziari, certo esistenti ma in fondo inevitabili in una situazione di crescente incertezza provocata dalla rottura di ogni equilibrio (quello preteso dagli economisti liberisti esaltati dalla globalizzazione del mercato) in seguito al manifestarsi del multipolarismo nei primi anni del nuovo secolo, dopo circa un decennio di forte predominanza statunitense seguita al crollo del sistema bipolare.

Tale processo è andato via via accentuandosi e ne sono nati non solo i problemi finanziari, ed economici in genere, ma anche la contrapposizione abbastanza acuta apertasi nell’“occidente” (più sviluppato) all’interno di determinati settori politici preminenti per moltissimi decenni e che sono stati pervasi dalla credenza nelle superlative virtù della “democrazia all’americana”, credenza dura a morire e strenuamente difesa da ceti politici e intellettuali (gli ormai sfatti “semicolti”) non ancora smascherati dai sedicenti “populisti”. Tale falsa democrazia è sempre stata caratterizzata daun’alternanza di partiti e movimenti poco differenti tra loro, cui si adeguarono anche i comunisti(specie italiani e francesi, gli unici dotati di una qualche forza nell’Europa occidentale) dopo un periodo di maggiore contrapposizione all’establishment dominante (favorita pure dalla presenza del sistema detto “socialista”, attraversato da contrasti e infine autoliquidatosi).

Oggi, invece, proprio il multipolarismo crescente – fase del tutto differente da quella bipolareaffermatasi dopo il 1945, quando si concluse la precedente epoca multipolare e policentrica durata parecchi decenni e punteggiata da due scontri bellici di grande portata sta determinando sia negli Stati Uniti che in Europa una contrapposizione più acuta tra schieramenti che pensano, in modo piuttosto incerto e confuso, a nuove strategie per affrontare l’attuale disordine mondiale. In definitiva dunque, l’attuale crisi perdurerà, strisciante e tormentosa, anche nei prossimi anni;dobbiamo seguirla attentamente ed essere pronti al possibile ripetersi degli eventi precipitati con la crisi del 1907 e i drammatici decenni successivi. Eventi sempre possibili anche nei tempi odierni, ma non ancora vicini. La lotta per una nuova supremazia tra più potenze è già iniziata; i tempi della storia non sono però quelli dell’elettronica o dei robot.

Un’ultima considerazione sulla “simpatica” analogia con cui finisce l’articolo sopra riportato fra questa possibile più grave crisi finanziaria e la bomba atomica (il suo materiale fissile), che una politica troppo miope potrebbe rivelarsi incapace di disinnescare. Proprio se si fa un simile paragone, se ne deve trarre la logica conclusione che quello finanziario non è l’aspetto decisivodelle crisi più acute. La bomba atomica – sganciata su due città giapponesi quando non ve n’era affatto bisogno per concludere la guerra ormai pienamente vinta – non poteva essere disinnescatadalla politica poiché si stava già aprendo il confronto tra i due principali vincenti nella guerra; quel confronto che fu poi definito “guerra fredda”. La bomba serviva precisamente ad avvertire l’Urss, ancora priva dellatomica (l’ebbe solo nel 1949), che non si sognasse di prendersi tutta la Germania com’era in grado di fare se non avesse preferito appunto non accentuare il suo ormai evidente contrasto con l’“occidente capitalistico”. La politica di quest’ultimo (cioè degli Usa che ne erano i controllori) innescò e fece esplodere la bomba proprio per ottenere un successo in tema di sfere d’influenza da mantenere in opposizione ai sovietici. Quindi, la politica comanda le armi così come comanda la finanza; e ogni altro aspetto della società umana fin dai suoi primordi. Anche la religione, che è il più rilevante fattore culturale e ideologico di lunghissima durata, si adatta spesso, malgrado diverse apparenze, ai conflitti tra i vari gruppi dominanti per l’affermazione di una supremazia (anche di quella predicata con “tanto amore e umanità”).

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Qui

Mi dispiace per Trump, ma l’Isis è stata sconfitta in Siria soprattutto per merito della Russia. Indubbiamente si può ammettere che quelli da me definiti Usa n. 2 non siano i responsabili della politica attuata invece dalla coppia Obama-Hillary Clinton, che liquidò l’ormai sfruttata Al Qaeda (assassinando il suo capo figurativo, Bin Laden) e alimentò il “Califfato” tramite Arabia Saudita e Qatar. Al Qaeda oggi esiste abbastanza marginalmente e l’Isis si rafforza forse verso ovest, ma in Siria e tutto sommato anche in Irak è ormai battuta nettamente. Mi sembra che Putin, nella sua “lunga chiacchierata”, abbia fatto qualche concessione tattica a Trump, ma abbia anche ricordato che gli Usa dovevano ritirarsi pure dall’Afghanistan e per il momento sono sempre lì, anche se ormai con chiaro insuccesso. In ogni caso, l’eventuale abbandono totale della Siria avverrebbe per l’ammissione (ovviamente nient’affatto esplicita) non certo della vittoria sull’Isis, bensì del sostanziale fallimento dell’ “operazione” tesa al rovesciamento di Assad e al controllo statunitense di quell’area.

Adesso la partita sembra spostarsi in Libia (e aree limitrofe), dove molti sono i paesi “occidentali” in gioco; e pure i russi stanno cercando spazi di manovra, ad es. con Aftar. Tuttavia, tenendo conto del continuo zigzagare di Trump, non diamo ancora per conclusa sicuramente la vicenda siriana. Oltre a tutto, c’è ancora il problema dei curdi e delle zone da essi occupate e che sono guardate con ingordigia soprattutto dalla Turchia. In ogni caso, ribadiamo che l’Isis non è stata sconfitta dagli Stati Uniti; semmai essi se ne sono ampiamente serviti per una serie di compiti sporchi da portare a termine. Poi però lo si è combattuto come “il Male; proprio perché quelli che si pongono come rappresentanti del Bene devono avere il Male da perseguire e quindi lo creano a bella posta per ingannare i popoli creduloni.

E questo apre il discorso a che cos’è la politica e perché è essa a sempre guidare tutte le fondamentali mosse dei diversi contendenti. Questo sarà sempre il contenzioso aperto con tutti i sostenitori della prevalenza dell’economia (e della finanza in specie); mentre altri si gettano sulla rilevanza preminente di fattori ideologico-culturali. Si tratta di uno scontro che non cesserà mai;perché i gruppi dominanti in ogni data epoca storica si sforzano di impedire alle forze contrapposte,in nascita per scalzarli, di afferrare dove sta l’“essenza” del problema. Tutto questo però solo ritarda la fine di questi dominanti ormai putridi, che non hanno più futuro; anche perché, utilizzando ceti intellettuali privi di intelletto per diffondere “la Menzogna”, alla fine ingannano loro stessi e non sanno più come ben agire.

 

Crisi economica: effetto di processi socio-politici, di GLG

gianfranco

1. -qui

articolo ricco di pregevoli annotazioni, in cui si fanno previsioni certo credibili. Noto la solita enfasi sui problemi finanziari, anche se si accenna pure a grossi problemi che stanno investendo alcuni colossi produttivi (ad es. General Electric). Si fanno riferimenti ai segnali premonitori di altre “recessioni”, tipo anni ’80, il 2000 ecc., che appartengono però ad un’altra fase storica. Si nota pure la solita dimenticanza di rilevare che, da un punto di vista anche solo fenomenico, tutte le crisi comportano discrepanza tra produzione e consumo, tra offerta e domanda; nel senso che la prima diventa eccedente e non vien assorbita dalla seconda.

I marxisti “economicisti” hanno insistito sul fatto della continua tendenza dello “sfruttamento” capitalistico ad alzare la produttività del lavoro onde ridurre la quota del “tempo di lavoronecessario” a produrre i beni indispensabili alla sussistenza e riproduzione della forza lavoro secondo i crescenti livelli storico-sociali; tempo di lavoro che sarebbe il valore della merce forza lavoro – e accrescere quella del “tempo di pluslavoro (plusvalore) che è il profitto capitalistico. Accentuandosi il divario di reddito tra le due classi (quella proprietaria dei mezzi produttivi e quella in possesso di sola forza lavoro), e prevedendouna crescente maggioranza della seconda (salariata), si pensava che questa fosse la causa decisiva di un consumo inferiore all’offerta di merci prodotte.

I teorici neoclassici hanno sempre negato la necessità “strutturale” della crisi e l’hanno a lungo considerata legata a fattori del tutto contingenti, imprevisti, in fondo casuali. La teoria keynesiana – a mio avviso pur sempre aderente al campo neoclassico con riferimento al valore-utilità (e non più al valore-lavoro) dei beni prodotti – mi sembra aver insistito sul fatto che, nei sistemi opulenti e in una situazione di piena occupazione dei fattori produttivi (capitale e lavoro), si crea una quota di risparmio di impossibile totale investimento data la situazione delladomanda dei beni. Anche abbassando i tassi di interesse per il risparmio prestato ai potenziali investitori, questi non trovano convenienza ad investire appunto per la carenza di domandacomplessiva; e allora parte la crisi e la disoccupazione dei fattori produttivi. Si insiste sempre molto sulla disoccupazione del lavoro, ma si deve tenere conto anche della disoccupazione delfattore capitale; cioè imprese che chiudono per fallimento o per l’impossibilità di far quadrare spese e ricavi o in ogni caso che riducono la produzione e licenziano lavoratori, ecc. Altrimenti, la soluzione prospettata – spesa statale senza tanto badare al deficit, ossessione dei liberisti attuali che stanno accentuando la crisi dei vari sistemi – non risolve il problema della crisi. Non si può (ri)occupare lavoro se la domanda, incrementata dalla spesa pubblica, non trova rispondenza nella riapertura delle imprese, nella creazione di nuove, nella spinta alla crescita di quelle prima in grave difficoltà; e via dicendo. Si ha solo inflazione.

Quanto detto fa già notare la sciocchezza di voler imputare tutto quanto accade ai finanzieri, cioè alle banche e altri apparati (anche internazionali) che controllano la moneta. Sembra che la finanza – e gli uomini simbolo che la rappresentano secondo l’opinione di tanti “critici del sistema”; ad es. oggi Soros – determini con il suo comportamento prima l’ascesa e poi la crisi del complesso economico. E ovviamente i “più critici fra i critici” imputano ai finanzieri la loro smania di guadagno, la perversità di coloro chevogliono semplicemente arricchirsi senza pensare agli altri. Chi si attesta su simili posizioni crede in fondo alla possibilità di risanamento del sistema capitalistico così com’esso è nel momento della crisi; è sufficiente combattere lo strapotere (presunto) di banche e istituti che manovrano il mezzo monetario. E senza dubbio ci sono fasi in cui è sufficiente questo tipo di operazioni, ma allora non si tratta affatto di vera crisi; noncomunque di quella da cui non si esce affatto con simili “correzioni” del tutto provvisorie e di “superficie”.

La tesi che a mio avviso si avvicina di più alla corretta interpretazione delle difficoltà insorte, che sempre creano sovrapproduzione (e relativo sottoconsumo), è quella della crescente anarchia dei mercati man mano che si sviluppa l’onda crescente della produzione. E’ pur sempre una tesi con accentieconomicistici, tesa cioè a considerare la sfera produttiva l’asse centrale e dominante dell’intera struttura sociale, ma comunque mette in luce un elemento decisivo del capitalismo, che questa storicamente specifica forma di società ha mantenuto così come le precedenti formazioni sociali. La società umana, come le altre forme di vita, è caratterizzata dal conflitto; più o meno acuto e, alla lunga, non componibile mediante compromessi e aggiustamenti vari. D’altronde, senza conflitto non ci sarebbe vita perché è questa ad esigerlo proprio per perpetuarsi; a volte èblando, a volte violento, talvolta appunto mediabile o invecespinto al regolamento definitivo dei conti.

2. Molti economisti del XX secolo hanno pensato che quelprocesso, definito da Marx centralizzazione dei capitali (conseguente al conflitto intercapitalistico), avrebbe comportato l’avvento della forma oligopolistica del mercato con attenuazione della competizione (concorrenza) tra grandi imprese e tendenzaagli accordi fra esse. Lenin – tra i marxisti che sposarono la tesi della crisi causata dall’anarchia mercantile – intelligentemente parlò della fase monopolistica del capitalismo (in realtà si riferivaappunto alla forma di mercato oligopolistica) come di qualcosa che non annullava la concorrenza, “ma la portava ad un più alto livello”. Egli giunse a questa esatta conclusione perché, pur mantenendo fede alla tradizione di un marxismo economicistico (tipico quello di Kautsky, di Hilferding e della stragrande maggioranza dei marxisti della II Internazionale), aveva unaprecisa consapevolezza del conflitto politico; quindi interpretò nello stesso senso la competizione mercantile tra imprese, pur quando queste ultime fossero giunte alle dimensioni della grande unità produttiva mono(cioè oligo)polistica. In definitiva, pur senza esplicitarlo veramente, trattò la concorrenza alla stregua del conflitto tra paesi.

Quando questi giungono al livello di grandi Potenze in pieno urto multipolare, non si afferma, se non per un periodo transitorio, il loro tentativo di mediare lo scontro. E comunque anche durante il periodo della mediazione, ci scappano sempre frizioni e tentativi di superarsi in forza, il cui sintomo – quello appunto classico del multipolarismo – è il disordine crescente in aree territoriali sempre più vaste, sulle quali le diverse Potenze mirano ad allargare la loro sfera d’influenza. E non può essere diversamente. Il sistema bipolare (Usa-Urss) del secondo dopoguerra diede la sensazione dell’equilibrio (banalmente attribuito al possesso di armi atomiche) sol perché esisteva un “Terzo Mondo”, molto meno forte e subordinato agli altri due; allora le due “superpotenze” poterono sfogare il conflitto in quest’area, con esiti spessoestremamente violenti. E se paragoniamo la repressione dell’Urssin Ungheria (1956) e in Cecoslovacchia (1968) e l’incauta e poco felice “avventura” in Afghanistan con quanto hanno fatto gli Usa in America Latina (Brasile, Guatemala, Cile, Panama, ecc.), in Asia (Indonesia nel 1965 e la lunga e sanguinosissima guerra in Indocina) e in Africa (un po’ dappertutto), va sfatata la violenza congenita al sedicente “comunismo” (esistito solo nella terminologia, non certo nella realtà del sistema detto “socialista” e che tale non è mai stato); i più grandi massacratori di tutta la storia dell’Umanità sono stati i fautori della “libertà e democrazia”, esportata in tutto il mondo con milioni di eliminati. Non sto parlando dei nazisti; non benefattori sia chiaro, ma che hanno commesso orrori assai “grossolani” rispetto alle “raffinatezze” più moderne degli americani. Un po’ come le squassanti e vistose torture medievali confrontate con quelle più “sottili”, ma non meno devastanti, compiute nell’era dell’elettricità (ed oggi elettronica).

   Quando è crollato il polo “socialista”, per poco più di un decennio sembrava si stesse formando un sistema detto “globale” dai soliti liberisti, che vedevano solo il diffondersi del mercato a livello mondiale. In realtà, si stava allargando, nella sedicente globalizzazione (mercantile), la sfera d’influenza della sola Potenza rimasta. In tal caso, se fosse stato a lungo così, le crisi sarebbero rimaste “recessioni”, subordinate alle tendenze “centripete” e all’articolazione dell’intero globo da parte appunto di un “centro irradiatore”. Simile situazione è durata molto poco e alla continuazione della crescita della Cina si sono aggiunte la netta ripresa della Russia (sia pure ridotta come paese e ancor più come sfera d’influenza rispetto all’Urss) e l’apparire di altre subpotenze varie. Malgrado l’arresto (temporaneo?) del Brasile, le ancora rilevanti “incertezze” dell’India, si hanno ormai tendenze abbastanza chiare nella volontà di vera rinascita (non solo economica) del Giappone, nella prospettiva di una Corea riunificata, nei decisi avanzamenti di paesi tipo Turchia e Iran (pur con notevoli problemi interni, ma credo sopravvalutati dagli speranzosi “occidentali”). Il multipolarismo avanza, le forze centrifughe prendono viepiù il sopravvento.

Si accentua dunque il disordine globale, che non è però la semplice “anarchia del mercato”. La competizione (concorrenza) interimprenditoriale è in definitiva un effetto – così come le varie manovre speculative di una finanza che sembra al di sopra delle nazioni (per chi confonde le cause con le loro conseguenze) – della rinascente lotta per la riarticolazione delle diverse sfere d’influenza. Ecco perché la crisi iniziata nel 2008 assomiglia – come da me messo in evidenza fin dal principio – alla crisi di stagnazione del XIX secolo (1873-96) quando iniziò il declino (non compreso affatto per molto tempo) dell’Inghilterra e il potenziamento di Usa (una volta spazzati via i “cotonieri”) e Germania (che annientò la Francia, prendendo sostanzialmente il suo posto); e, appena più tardi, il Giappone, che impresse un duro colpo alla Russia zarista (con l’inizio del processo di disfacimento interno a tale paese conclusosi nella rivoluzione del ’17). Tutti credono che la crisi attuale sia in via di superamento, ma non sarà così. Indubbiamente i paesi europei, in mano a élites di un liberismo ottuso e antiquato, sono particolarmente incapaci di rilanciare una crescita. Tuttavia, ci si accorgerà che tutto il sistema mondiale non si riprenderà facilmente dalla crisi in atto malgrado deboli riprese e ricadute; e in aree diverse in momenti diversi.

Ecco perché gli anni a venire vedranno la fine di tutti gli arretramenti sociali e politici di questi ultimi decenni di piena decadenza e disgregazione dell’occidente, con un pauroso crollo del suo patrimonio culturale e delle notevoli tradizioni di civiltà dell’area europea. Ivi compresa la sua religione; io non sono un credente (nemmeno nell’inesistenza di una deità, semplicementenon mi sono posto tale problema per motivi vari su cui qui sorvolo), ma sono favorevole al mantenimento d’essa proprio per la sua valenza culturale e civile senza le meschine limitazioni cui si vorrebbe sottoporla grazie ad una tale stupidità, detta ridicolmente “progressista”, da far pensare alla “nascita” di un “sottouomo” (o magari di masse di “replicanti”). Verranno inoltre a cadere le sciocchezze relative alla “virtuosa” globalizzazione dei mercati fonte di benessere per tutta l’umanità, alla fine degli Stati nazionali, alla nascita di un immaginario finanzcapitalism e a tutta una serie di invenzioni di menti evidentemente giunteall’esaurimento delle loro capacità cerebrali.

Comincia anche, almeno mi sembra, una nuova scissione di strati sociali ancora per larghi versi confusa e non ben determinata. C’è stato un tempo dello sviluppo capitalistico in cui si era in effetti affermato un modello di distribuzione del reddito detto “a botte”; con vertice ristretto, una base più larga ma non troppo e invece un rigonfiamento notevole dei livelli intermedi. Oggi, la “botte” si sta riconvertendo nella classica piramide (o cono), il che comporta appunto una divisione più netta all’interno di quel complesso sociale denominato genericamente ceto medio (o ceti medi). Anche in tal caso, sia pure sempre con il solito avvertimento della non identificazione, si sta verificando un fenomeno sociale che ricorda la scissione e decantazione avvenuta all’interno del Terzo Stato dopo la Rivoluzione francese (grosso modo nei primi decenni o prima metà del XIX secolo). Assisteremo a scontri sociali non più soltanto ridotti a lotte “antimperialiste” nell’ormai nettamente diversificatosi “Terzo Mondo” o alle lotte sindacali nel “Primo” (capitalisticamente avanzato).

Non saranno le lotte “di classe”, cui ci si era abituati tra metà ‘800 e gran parte del ‘900, ma si andranno esaurendo le imbecillità ammanniteci con i vari “anti”: antirazzismo, antifemminismo, antiomofobia, antifascismo e anticomunismo, ecc. Sarà liquidato il “politicamente corretto” di certe correnti ancora definite, in modo assurdo, “di sinistra”: le più reazionarie e da aggredire con la massima virulenza e volontà decisa di loro eliminazione fino all’“ultima cellula cancerogena”. E si andranno riformulando nuove ideologie, che sono parte integrante dello spirito umano e la cui sparizione (peraltro falsa e solo dichiarata da chi ancora è pregno di quelle vecchie ormai in putrescenza infettiva) è ulteriore sintomo di degradazione dell’umano. Si riaprirà una nuova fase di rilancio e di crescita non solo economica e di ricchezze “materiali”. Stiano infine accorte le nuove generazioni; a loro spetta un futuro non semplice, di dura lotta, ma di “elevazione”.    

 

Auspichiamo sanzioni all’Italia da parte Ue di GLG

gianfranco

So che mi si potrebbe obiettare che sono per il “tanto peggio tanto meglio”. Tuttavia, sarei contento se la UE comminasse le sanzioni minacciate all’Italia senza sconti. Credo che si arriverà a qualche compromesso, ma mi piacerebbe che ciò non accadesse. Si metterebbe in piena luce che cos’è questa UE, che lascia passare il deficit francese ormai ben più alto (e oltre il “mitico” 3%), condannando invece l’Italia malgrado le sue “convulsioni” (a mio avviso meschine) per andare perfino sotto il 2,4%. I “traditori” del paese (politicanti, giornalisti, imprenditori inetti) già mettono le mani avanti a favore della UE: la Francia ha un debito pubblico inferiore e lo spread basso. Lo schifo che fanno è indescrivibile. La Francia è circa al 100% con il suo debito in rapporto al Pil (e non parliamo di altri paesi come USA e poi Giappone, Cina, ecc.), che non è poi così incommensurabilmente inferiore al nostro.
Inoltre il risparmio dei nostri connazionali è enormemente più alto di quello francese (e anche di quello tedesco e di altri paesi UE). Allora i “vermi” già citati affermano; ma quello è un fatto privato, il debito di cui si parla è quello dello Stato. Schifosi ancor di più. Continuano a trattare lo Stato come un “padre di famiglia”, che deve comportarsi secondo l’atteggiamento parsimonioso di un singolo individuo che deve pensare ai suoi pargoli. E viene subito in testa la “Favola delle api” di Mandeville (citata spesso da Keynes in occasione della “grande crisi”), in cui la “virtù privata” (qual è appunto il risparmio del “padre di famiglia”) si ribalta in “vizio pubblico”, qual è la mancanza di adeguata spesa statale per rilanciare la domanda complessiva (consumi + investimenti) tentando di risollevare il sistema economico in crisi “d’asfissia”.
E comunque, brutti scalzacani – sia politicanti di PD e F.I., sia i giornalisti di Repubblica, Corriere, Stampa, Messaggero, Foglio e similari, sia gli imprenditori privati di una Confindustria da sciogliere con calci in culo – siate coerenti: lo Stato deve ridicolmente comportarsi come fosse un singolo individuo con le sue virtù parsimoniose? E allora a fronte del suo debito va messo l’enorme risparmio dei cittadini italiani. Altrimenti, se lo trattate come “soggetto” che deve pensare ai problemi generali di una data collettività abitante una certa area territoriale su cui esiste la sua autorità, allora tale “soggetto” deve agire proprio in contrasto con l’atteggiamento del singolo risparmiatore per pensare invece a risollevare la domanda complessiva rivolta ai prodotti di quel sistema in crisi.
Il vero problema – che ho sentito sollevare in TV solo da due personaggi di cui non credo di condividere in generale le convinzioni: la Maglie e Mario Giordano – è politico e basta. Il vecchio establishment europeo e italiano è alla frutta (come quello Usa obamian-clintoniano) e vuole distruggere il suo antagonista, che non ha convinzioni politiche e ideologiche antagoniste, non ha una vera politica contrapposta a quella “atlantica” di subordinazione di un intero complesso di Stati agli Stati Uniti. Semplicemente avverte che è avvenuta e si sta accentuando la rottura sociale tra quelli dei “quartieri alti”, seguiti dai benestanti, e una massa di ex ceto medio in via di abbassamento vertiginoso del suo tenore di vita e quindi prossimo ai ceti detti popolari, pur essi in affanno. E allora si è schierato con questi ceti sociali in perdita di benessere e tenta di tenerli sotto controllo per impedire che avvengano rotture ancora più gravi, di tipo prossimo a quello rivoluzionario. Ecco perché spero in gravi errori di “opportunità politica” da parte della UE; e uno di tali errori sarebbe comminare la procedura d’infrazione all’Italia mentre la si risparmia alla Francia. Gli insetti nocivi da disinfestare è bene che appaiano sempre più in piena luce. I popoli in crisi dovranno, almeno in tempi medi, prendere coscienza che è necessario “acquistare” l’insetticida.

En marche! Verso una nuova Europa.

europa

 

I lavoratori pensano alla fine del mese e le élite francesi alla fine del mondo. Così un sociologo transalpino ha commentato gli scontri che hanno come protagonisti i gilet gialli, la cui rabbia è montata all’indomani del tentativo di Macron di introdurre una tassa “ambientalista” sul carburante. Ma non solo di rincari dei combustibili si tratta essendo semmai questa la classica goccia, è proprio il caso di dirlo, che traboccando dal vaso ha incendiato Parigi. Oggi sono previste nuove manifestazioni (ci scapperanno i morti?) che potrebbero mettere termine all’avventura di En Marche! (E del suo fondatore), partito di pezza, di un uomo di paglia, coniugato con una mummia. La popolazione, ceti medi e bassi, è stufa delle narrazioni dei suoi dominanti, portatori di un’ideologia dei diritti universali che contrasta con le loro esigenze sociali particolari. Il clima è davvero infuocato e c’è da scommettere che le praterie bruceranno presto in gran parte d’Europa, soprattutto in quei Paesi che ostacoleranno il necessario cambiamento. L’attuale inquilino dell’Eliseo è stato letteralmente inventato dal nulla da certi poteri forti (trasversali a tutta l’Ue), ormai a corto di idee, per evitare che la Le Pen conquistasse la più alta carica statale nelle ultime presidenziali. E’ stato un grave errore non aver lasciato sfogare, già all’epoca, gli istinti populisti montanti nell’elettorato, tirando fuori un coniglio avvelenato dal cilindro all’ultimo momento. Ciò ha creato ancora più illusioni che ora esplodono come delusioni rabbiose e devastanti. Qualche membro del Governo ha paventato il rischio di un colpo di stato ma, per intanto, i sistemi da dittatura sudamericana sono stati utilizzati contro studenti e persone scese in piazza a protestare, su richiesta dei ministri (in)competenti.
Una fase storica è effettivamente agli sgoccioli e lo constatiamo dal crollo dell’impalcatura ideologica che la copriva. Ben presto i re saranno nudi, spogliati della loro retorica multiculturalistica, ecologistica, relativistica, migrazionistica, femministica, ecc ecc. La gente non crede più alle chiacchiere del mondo globalizzato perché la vita sta diventando un inferno. Non si può più parlare, non si può più pensare, non si può più agire, non si può più denunciare il proprio disagio senza rischiare di essere tacciati di una qualche offesa al prossimo da parte di questa immensa “Comune Hippy” (la definizione è di E. Capozzi) che detiene le chiavi del politicamente corretto.
Sia chiaro però che dietro questa immane raccolta di “presunti valori umani” ormai degenerati c’è ben altro. C’è un sistema di dominio, costruito da più di un cinquantennio sull’egemonia statunitense, ci sono duri rapporti di forza ad impulso yankee, che adesso vacillano per l’avanzata del multipolarismo, immettente sulla scena mondiale nuovi sfidanti dell’impero occidentale. Qualcuno l’ha compreso anche in America ed ha dato avvio al rinnovamento con Trump, il quale ha il compito di ristabilire l’ordine interno ed internazionale in differenti guise. I suoi avversari, indeboliti ma non domi, rifiutano di defilarsi, mettendo a rischio la stabilità statunitense e la stessa supremazia americana che senza una ricalibratura sostanziale subirà più pesanti arretramenti. In Europa, invece, continuiamo a restare indietro, ancorati ad un mondo in progressiva dissoluzione che ci costerà sempre più caro in termini economici, politici e sociali. Anche da noi c’è bisogno di avviare una palingenesi che ci liberi da tutta l’anticaglia progressista, socialdemocratica e liberaldemocratica, che ci ha sottomessi al precedente ordine mondiale. Occorre “facilitare” la strategia trumpiana pure qui ma con l’intento di sganciarsi al momento opportuno da essa, allorché la battaglia contro i vecchi ceti preminenti, che succhiano la linfa vitale del nostro tessuto sociale, sia vinta e questi spazzati via per sempre dai nostri orizzonti. L’obiettivo di questa tattica deve però esserci chiaro, esso non è il rinnovamento di un’amicizia con gli Usa 2.0 che nei fatti si tradurrebbe in una mera riconfigurazione della nostra sudditanza. Lo scopo è l’indipendenza dall’iperpotenza, sfruttando a nostro vantaggio le contraddizioni del corso storico che si va aprendo, implementando una diversa visione dell’Europa sovrana fondata su pilastri più solidi, quelli di un asse ristretto Germania-Italia(-Francia) che guarda alla Russia per i prossimi equilibri globali.

In America sei solo, di GLG

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negli Usa continuano questi atti di “follia” (non è il termine esatto, ma non saprei cosa usare). Soprattutto non si venga a raccontare che questo stillicidio di atti simili è dovuto alla facilità di procurarsi armi. Chi vuol veramente accoppare in massa la gente trova alla fine un’arma per realizzare il “fatto”. Si continua a confondere gli effetti con le cause. Non si pensa che simili gesti, così ripetuti, sono semplicemente la punta di un “iceberg” che significa ormai degrado culturale, mancanza di collante sociale, incapacità di trovare uno scopo nella vita (incapacità non semplicemente individuale e non legata solo a problemi psichiatrici), ecc. ecc. Gli Usa sono una società nata fin dall’inizio come coacervo di popolazioni diverse per tradizioni, cultura, abitudini di vita e di pensare, e via dicendo. E questo è l’effetto della sedicente “integrazione”. Una popolazione deve essere innanzitutto qualcosa di almeno abbastanza compatto come intreccio di storia e di lungo percorso compiuto da molte e molte generazioni vissute in stretto collegamento tra loro per secoli o millenni. Allora ci saranno senz’altro le cosiddette diversità “di classe”, cioè legate alla stratificazione sociale, ai differenti livelli nel tenore di vita, a certe tradizioni locali, ai dialetti o che so io. Non ci sono però alle spalle millenni di storia specifica di popoli diversissimi, processi che vengono trattati come inessenziali od ormai dimenticati e superati; e invece no, carini miei, pesano eccome e si manifestano individualmente come “disturbi mentali”, devianze della personalità e così via. Questo il risultato delle idiozie (e perversità) del “politicamente corretto”, della più piena e assoluta libertà di agire, pensare, coltivare le proprie ossessioni, dell’incontro privo d’ogni controllo tra gruppi sociali sradicati dalla propria civiltà plurisecolare e sbattuti a vivere insieme in nome della condanna di ogni diversità, dell’esaltazione di una “eguaglianza” costretta, obbligata, del tutto funzionale a quello strato di corrotti e degenerati che hanno preso il controllo di tutti i mezzi di informazione e si sono posti al servizio di strati dominanti completamente avulsi da un autentico consesso civile. Questo tipo di dominanti e i loro schifosi, marci, ceti sedicenti intellettuali – diffusori di questa mentalità di disfacimento adatta alla loro dominanza, che può essere mantenuta ormai soltanto al prezzo del malessere generalizzato dei dominati fino all’esplodere della follia in alcuni d’essi – vanno infine combattuti fino alla loro totale, esaustiva, eliminazione. Sono un cancro, una malattia ormai manifestamente mortale.

Da Comunisti a costumisti (e Trump resiste).

Mr. Trump- Yellow Tie

Le elezioni di midterm non sono state un successo per Trump ma sono state sicuramente un insuccesso per i democratici. Quest’ultimi non si arrendono al cambio di élite in corso nel Paese e provano con mezzi subdoli ad attaccare il tycoon newyorkese. Poiché sono stati più volte sconfitti in sede elettorale ricorrono al fango per costringere Trump a dimettersi e paventano improbabili procedure d’impeachment, per crimini e misfatti che non ha commesso. Ci sono pochi precedenti di un simile cortocircuito istituzionale negli Usa, dove si è giunti persino ad ammazzamenti di Capi di Stato senza protrarre così a lungo la diatriba, peraltro con una pretestuosità inusitata (vedi il caso Russiagate). Trump, in realtà, è saldo al comando, non (tanto) per la sua forza (che necessita di ulteriori affermazioni nei gangli statali) ma per le altrui debolezze. Esiste chiaramente una cesura nell’establishment americano che tarda a suturarsi. È una buona notizia per chi guarda agli assetti globali influenzati dalla prepotenza Usa. E’ meglio, per la nostra visione dei processi internazionali, che Trump resista (come è avvenuto) e non che stravinca, affinché la contraddizione in atto negli Stati Uniti permetta ai competitor americani di guadagnare tempo per un più spinto rafforzamento sulla scacchiera mondiale. Le ricadute in Europa di tale situazione continueranno a manifestarsi, quasi a specchio, rispetto agli scenari d’oltreoceano. Infatti, i gruppi europei che hanno gestito in questi anni il governo unitario, collegati ai drappelli democratico-neocon d’oltreatlantico, sono in grande difficoltà e temono di essere sostituiti dai populisti o da qualcosa di simile. I lenti mutamenti nel panorama politico internazionale ci avvicinano a quel multipolarismo che destrutturerà e ristrutturerà la configurazione dei rapporti di forza generali. È il clima adatto per il parto di energie fresche, soprattutto in Paesi crocevia come l’Italia, quest’ultima definita da Bannon, e non a torto, una sorta di laboratorio per l’avvenire. Insomma, si stanno aprendo delle finestre storiche attraverso le quali soffieranno eventi che condenseranno in situazioni per ora non pienamente preventivabili; chi saprà comprenderle meglio costruirà il campo d’azione per il futuro, quello della lotta per il potere e la sua conquista. E’ il possibile cambiamento che si attendeva, i nuovi orizzonti del multipolarismo che dischiudono scenari, tutti da edificare.
Di fronte a tale altezza di avvenimenti, è triste leggere su un quotidiano che porta in epigrafe la dicitura comunista un titolo del genere:” Il voto di midterm azzoppa Trump …Ma la sberla vera arriva dalle tante donne, giovani e di varie etnie, elette. È l’onda rosa che va verso le presidenziali del 2020”. Mai sentite tante sciocchezze in fila. Dentro ci sono tutti i luoghi comuni di questi tempi: i giovani, il colore della pelle e il rosa “shocking” al femminile. Una volta i comunisti facevano la disamina dei rapporti sociali, l’analisi concreta della situazione concreta, cercavano di comprendere la società andando oltre l’apparenza fenomenica, servendosi della scienza. Poi la teoria si è consumata e sono diventati consumatori di diritti civili d’importazione ideologica americana, hanno messo l’idiozia al posto della teoria. Da comunisti sono diventati costumisti. Spero vivamente che questi cialtroni siano spazzati via, sono pericolosi perché sostenitori del peggiore reazionarismo occidentale, di matrice statunitense (quello Clintonian-Obamiano, criminale fino al midollo). Oggi bisogna temere le camicie rosa, non quelle nere. Sono queste il simbolo di uno squadrismo filo-americano che ci vorrebbe ancora zerbino di un Occidente sempre più aggressivo perché in relativo declino.

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