PRIMA L’AMERICA

Mr. Trump- Yellow Tie

L’ex stratega di Trump, Steve Bannon, con poche parole chiare, spiegò, qualche tempo fa, come stavano le cose tra gli Usa e gli alleati: “In questo momento quello che mi preoccupa è che troppi dei nostri alleati sono dei protettorati, la NATO e l’Unione Europea, so che a molti non piace, ma sono protettorati degli Stati Uniti. La Corea del Sud è un protettorato degli Stati Uniti, il Giappone è un protettorato degli Stati Uniti e gli Stati Uniti non si possono permettere più questo”. Basterebbe ciò a far tacere quei politicanti di casa nostra (ma è un refrain che si ascolta ovunque sul Vecchio Continente) che reclamano “più Europa”. Chiedere più Europa significa semplicemente incrementare uno stato di servitù volontaria, ormai inaccettabile, nell’incipiente fase multipolare. E’ vero che ci sono i missili delle basi americane sul suolo europeo, puntati minacciosamente alle nostre spalle, ma si dovrebbe denunciare questa situazione, e fare qualcosa per limitare i danni, piuttosto che chinare preventivamente il capo e interpretare il ruolo di Quisling di Washington, rinunciando a qualsiasi aspirazione autonomistica. Chi invoca più Europa, in una fase storica di grandi trasformazioni geopolitiche, come quella in corso, è un traditore dei popoli europei e come tale dovrebbe essere trattato. Sappiamo che l’Ue è nata per favorire la supremazia americana sul globo e non per unire i cittadini degli stati membri, contrariamente a quanto dichiarato da certi tromboni filoeuropeisti, pagati e allevati dal nemico. Ma i tempi sono cambiati e non è più possibile sentir ripetere questa menzogna che sta devastando la società europea. Per questo, anche definirci “alleati” degli Stati Uniti è termine fuorviante. Siamo subordinati (come nel caso di nazioni avanzate, vedi Germania e Francia) o letteralmente assoggettati (come nel caso dell’Italia e di altri paesi deboli). Questa condizione di minorità ci espone, privi di idee in testa e di strumenti di difesa, ai conflitti tra attori internazionali che hanno ripristinato la loro sovranità e che puntano a creare nuove sfere d’influenza, regionali e mondiali, in concorrenza con gli Usa.
Le frasi di Bannon dimostrano però che alcuni gruppi emergenti statunitensi hanno compreso la necessità di un cambiamento nelle relazioni con i vassalli, perché i rapporti di forza globali stanno lentamente metamorfosando. Perseverare con i precedenti schemi unipolari espone gli Usa a dei pericoli gravi, laddove venissero a mancare energie e programmi, per la conservazione ostinata dello statu quo. I democratici e i necon, soprattutto, non vogliono accettare la realtà e si preparano a schiantarsi contro il muro delle loro sicumere. Prevenire le mosse altrui, invece, riconfigurando il proprio spazio egemonico, in funzione dei mutamenti storici e sociali, può allungare il predominio statunitense sull’area occidentale, scongiurando conflitti aperti che hanno esiti imprevedibili e non incanalabili a proprio piacimento. Fare qualche concessione agli avversari, costringendoli ad “espandersi” dove fanno meno male o, persino, coinvolgendoli su emergenze comuni è, invece, una sistema meno impegnativo e faticoso, rispetto ad uno scontro frontale, in attesa di riorganizzarsi. In questo consiste l’America First, forma di ripensamento, ma non di ripiegamento, della strategia globale Usa in un clima di multipolarismo inarrestabile. Quando non si può prendere di petto o afferrare interamente un problema politico lo si deve riformulare in termini diversi per coglierne almeno gli aspetti principali e dirimenti. L’establishment democratico statunitense va come un treno e non riesce ad accettare questo minimo ma indispensabile ridimensionamento che consentirebbe agli Usa di riorganizzarsi su basi più confacenti all’epoca storica, anziché proseguire con la medesima strategia inconcludente che favorisce l’interposizione degli avversari (pensate alla funzione russa in Siria). C’è da pensare che continuando su questi presupposti gli Usa perderanno altro terreno, molto più di quello a cui rinuncerebbero con un arretramento ragionato e volontario, di “puntellamento” razionale del proprio predominio. A meno che i drappelli di rinnovamento non riescano a primeggiare su quelli precedenti, ormai fuori corso storico. Su questa sfida intradominanti, prima ancora che avverso i competitori,  l’America gioca i suoi destini. L’Europa, che dovrebbe approfittare di questo Zeitgeist, guardando con interesse all’azione delle potenze revisionistiche (ma anche alle emergenti élite americane antidemocratiche), si ritrova governata dalla peggiore classe dirigente di sempre. Periremo senza nemmeno provare a combattere.

IL 4 MARZO: ELEZIONI PER IL GOVERNO DI ALTO TRADIMENTO, di GLG

gianfranco

Sul “Giornale” (quello on line), ci sono in questo momento ben 5 articoli contro i “grillini”. E’ una vera ossessione di F.I. che, se non prende abbastanza voti, non può proporsi come garanzia della possibilità di costituire un governo assieme al Pd (pur esso molto traballante come voti).
E non è finita qui. Subito dopo c’è un articolo sull’intervista (penosa) al “nano”, in cui egli si è definito “il mago Silvio”. Cito un passo dell’articolo in cui si riporta una sua precisa dichiarazione (tra virgolette e sul suo giornale):

Il nome del candidato premier di Forza Italia? «Penso che lo si sia abbastanza capito negli ambienti giornalistici, però mi sono impegnato a fare il nome solo quando ne avrò autorizzazione diretta e personale da lui, comunque prima delle elezioni. Sarà un uomo. Garantisco che sarà il candidato ideale, che avrà splendidi rapporti con tutti i Paesi europei e con il Partito popolare europeo».

Avete capito? Questo è il pestilenziale garante dell’asservimento dell’Italia ai servi degli Usa, i dirigenti di quella UE voluta, fin dalla fine della seconda guerra mondiale, dalla potenza predominante che pagò quei venduti; come ormai si sa (ma non se ne fa mai una bella propaganda) dai documenti ritrovati ancora nel 2000 da Joshua Paul della Georgetown University:

Qui

Chi voterà F.I. è un nostro nemico, anche peggiore di Renzi e del Pd perché questi almeno non fingono come i forzaitalioti e il loro capo, il peggiore di tutti gli uomini politici di ogni tempo in Italia (che ne ha avuti di traditori e nemici del paese). Chi sta con questo “ultrabadoglio” è poi inutile che venga a fare del patriottismo e sostenga l’orgoglio d’essere italiani. Chi sta in quella coalizione è infido e subdolo, un bugiardo fra i più vergognosi e pericolosi.
Non andate a votare. O se proprio volete farlo, allora non restano che i “5 stelle”. Proprio per il fatto d’essere pasticcioni, possono ostacolare la trama ormai non più oscura del “Gano di Maganza” (pardon: d’Arcore). Anche se queste elezioni non si giocano tra partiti (come nella prima Repubblica). Qui avremo almeno i tre quarti degli eletti pronti a passare di campo e a vendersi pur di non rischiare nuove elezioni, che farebbero subito perdere loro il lauto stipendio e, per i nuovi arrivati, il diritto ad un’ottima pensione per la quale deve passare un tot di tempo. Nella passata legislatura, dei 1000 parlamentari (400 senatori e 600 deputati) ben 560 sono passati di campo. Adesso avremo almeno 8-900 quaquaraqua pronti al “salto della quaglia”. Non lo faranno tutti, solo quelli di cui i venduti alla UE e agli Usa hanno bisogno per fare un governo di aperto tradimento. Ma pensate come tutti vorranno essere quelli utili a tal uopo. Sarà una corsa a chi fa prima. E qui, non vi è dubbio, vi saranno assai probabilmente un bel po’ di “grillini”, se saranno tanti e vi sarà quindi bisogno di loro. Tuttavia, penso che sia più probabile la svendita di chi già oggi si è messo nelle due coalizioni di gran lunga peggiori e al di là di ogni immaginazione. Sappiate quello che farete il 4 marzo!

 

LE MISERIE DI QUESTA ITALIA (E DELL’“OCCIDENTE”), di GLG

gianfranco

LE MISERIE DI QUESTA ITALIA (E DELL’“OCCIDENTE”), di GLG

Altri due (mis)fatti provocati dai migranti negli ultimi due giorni: uno particolarmente orrendo che vede protagonista un nigeriano e un altro meno terribile con un marocchino in primo piano. Continuo a pensare che da entrambe le parti politiche (e non solo politiche) implicate da questi accadimenti si insista nel dare risposte sbagliate. Basta leggere i giornali: quelli della “destra” trasudanti indignazione e rabbia con titoloni in primo piano; e quelli della “sinistra” più “distaccati” sia nei titoli, sia nella cronaca, sia nella posizione in cui sono situati gli articoli.
Direi di essere più freddi e di meditare meglio il significato di quanto sta avvenendo. Vediamo un po’. Indubbiamente, è ora di finirla con il parlare semplicemente di profughi dalle guerre nei luoghi da cui provengono i flussi migratori. Dobbiamo però innanzitutto ricordare come le guerre, che principalmente contribuiscono a tali flussi, siano state provocate dagli Usa con i loro sicari: sia nel nord Africa (vedi caso della Libia con Francia e Inghilterra in primo piano) sia in Medioriente (vedi Siria con all’opera gli estremisti islamici finanziati da Arabia Saudita, Qatar, in parte anche dalla Turchia almeno per un buon periodo di tempo; e inoltre l’intervento dei curdi, ecc.). Comunque, la maggior parte dei migranti (si parla dell’80%) non sono profughi, ma masse costituite prevalentemente da giovani maschi, anche relativamente benestanti poiché pagano fior di quattrini per andarsene dai loro paesi in evidente ricerca di migliori occasioni, che vengono però sostanzialmente inventate da chi si procura ottimi guadagni (e non si tratta solo degli scafisti, bensì anche di organizzazioni falsamente umanitarie).
Gli “accoglienti” – le “sinistre” europee, ma oggi soprattutto quelle italiane – spingono ad ingigantire tali flussi ed è quindi evidente la creazione di enormi ingorghi (anche se molti di questi illusi muoiono in mare; e questa colpa ricade interamente sulle spalle degli “umanitari”). Arrivati in così grandi quantità nel nostro paese (altri governi europei hanno agito nello stesso modo, ma sembra si stiano attrezzando a minori afflussi), è ovvio che non trovano affatto un’accoglienza degna di questo nome; solo le verminose “sinistre” (tutta gente dei “quartieri alti”) possono fingere che lo sia. Anche nei centri di “raccolta”, nella maggior parte dei casi, troviamo mascalzoni che ci guadagnano bei soldi. E tali centri sono effettivamente dei luoghi dove gli “accolti” vivono pessimamente sotto tutti i punti di vista. E quando trovano lavoro, l’ottengono in condizioni ultraprecarie e a paga bassissima, che naturalmente nuoce anche alle leve lavorative nostrane, di cui si racconta, da parte dei bugiardi al governo, una crescita dell’occupazione; all’80% precaria (basta lavorare un’ora alla settimana per essere considerati occupati) e con paga mensile media ben al di sotto dei 500 euro (ovviamente senza ferie pagate, tredicesima e via dicendo). E si è sbattuti via non appena non si serve più.
Cerchiamo di capire cosa proveremmo noi se ci promettessero una sorta di avanzamento sociale ed economico di buon livello in “nuovi paesi” e poi, arrivati a destinazione, ci trovassimo in condizioni di vita pressoché disumane. Non mi sorprende affatto che cresca la rabbia e il tentativo di arraffare qualcosa. Naturalmente con un degrado psicologico e un arretramento – per una parte dei nuovi arrivati, che non è proprio la parte maggioritaria, ma comunque abbastanza numerosa – verso mentalità molto aggressive, che certamente portano poi ad atti efferati o come minimo al furto (con metodi assai “sbrigativi”) e talvolta alla violenza sessuale.
E’ necessario afferrare perché questa “sinistra” – che proviene da lontani lidi, in cui le masse erano quelle effettivamente popolari e i dirigenti inseguivano ben altri obiettivi – è ormai fracida e putrida, diffonde infezione in ogni dove. E’ lei a promuovere l’immigrazione per una sorta di versione moderna – e internazionalizzata – di guerra tra i poveri. E’ la “sinistra” che deve essere perseguita e possibilmente debellata e “sterilizzata”. Invece, le sedicenti opposizioni dette di “destra” – perfino quelle accusate di populismo per non parlare di quelle “moderate”, accomodanti (con la “sinistra”) – si accaniscono troppo sugli effetti, i migranti, mentre andrebbero invece combattute le cause, questi ceti ultrabenestanti che giocano all’umanitarismo mentre cercano di rallentare il loro più che evidente disfacimento, il loro totale degrado intellettivo, l’abbrutimento spirituale, l’insulto continuo alla nostra civiltà.
Ci sono senza dubbio membri delle opposizioni che criticano quelli dell’attuale maggioranza per l’eccesso nell’afflusso di migranti e vogliono che sia messo uno stop a quest’ultimo. Tuttavia, si evita di cogliere il fulcro della questione. Tutto sommato, sembra che i falsari dell’umanitarismo siano creduti in fondo sinceri e soltanto ingenui e quindi dannosi per questa loro debolezza troppo “sentimentale”. E s’insiste sulla quantità di criminali o addirittura di veri e propri terroristi che allignerebbero tra coloro che sbarcano sulle nostre coste. Così facendo, si alimenta in effetti l’odio reciproco tra masse popolari pur diverse per tradizioni, abitudini, prerogative culturali e via dicendo. Si rischia di far schierare la maggioranza dei migranti con i mascalzoni che li hanno “allisciati” perché pensano di potersene servire un giorno; e non semplicemente come massa di votanti bensì pure come possibili “mercenari” da utilizzare per allontanare l’ormai inevitabile momento del tramonto definitivo.
E’ invece necessario, credo, far capire ai nuovi arrivati che sono stati ingannati da autentici delinquenti, tenacemente abbarbicati ai loro privilegi; che li si comprende nella loro rabbia e delusione, ma che non possono d’altra parte essere accettati atti di inaudita e selvaggia violenza e che qui non c’è affatto posto per tutti (e in un breve volger di tempo). Occorre che gli arrivi siano assai più contenuti, ci possa essere non tanto la mitica “integrazione” propagandata appunto dai manigoldi della”sinistra”, ma certamente una civile convivenza e, tutto sommato, una vivificante collaborazione. E uno degli elementi decisivi di quest’ultima deve essere la comune partecipazione all’esemplare storica punizione dei falsi e ipocriti “accoglienti”, che vanno spazzati via in pieno accordo tra tutti quelli che hanno compreso la loro infamia; appunto senza distinzione di colore della pelle e di appartenenza ad etnie diverse (e che devono restare diverse proprio nel rispetto reciproco).
Sul fatto che questa presunta “sinistra” faccia continuo sfoggio – e perfino con argomentazioni di particolare ignoranza storica – di “antifascismo”, falso tanto quanto l’umanitarismo “accogliente”, abbiamo già avuto modo di discettare a lungo; e insisteremo nello smascherarla per contrastare questo ributtante atteggiamento. E sia chiaro, a scanso di equivoci, che non sarà l’altrettanto presunta “destra” a risolvere i nostri mali sempre più gravi. Solo se un giorno arriverà infine quello che in passato ho indicato quale “grande chirurgo”, risplenderà nuovamente il Sole; ma sulle attuali forze (im)politiche, prive di ogni barlume di idealità, dovrà scendere la notte.
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Sanzionami questo!

RUSSIAN PRESIDENT VLADIMIR PUTIN VISITS CHINA

 

Le sanzioni non hanno mai fatto cambiare idea a nessuno, nemmeno all’Italia fascista e proletaria (in realtà ancora agricola e contadina) che era autarchica ma non autosufficiente, la quale giustamente rispondeva “me ne frego” all’arroganza della comunità internazionale a guida inglese. Lo stesso accade oggi con la Russia che seppur colpita dalle punizioni di Usa ed Ue va per la sua strada nei “normali” disordini dell’epoca multipolare. Nemmeno funzionano le liste di proscrizione contro gli uomini d’affari e i dirigenti politici del Cremlino (anche questo non è un argomento nuovo considerato che si operava alla stessa stregua contro la Germania ai tempi del nazismo e, appunto, contro l’Italia del ventennio) il cui obiettivo è quello di far passare per una cricca le élite istituzionali russe, al fine di produrre una separazione tra popolo e Stato, togliendo loro qualsiasi credibilità internazionale. Anche questa iniziativa è destinata a fallire come attesta l’indice di gradimento degli elettori verso Putin. Tali provvedimenti rappresentano armi spuntate contro un Paese che ha deciso di mettere la sovranità politica davanti a tutto il resto, allacciando la museruola anche agli organi finanziari interni (soprattutto la Banca centrale) i quali, in quanto composti da burocrati formatisi nelle scuole anglosassoni, tentano di condizionare la linea del governo. Come scrivono molti analisti, la Russia ha dimostrato una inaspettata stabilità (politica, sociale ed economica) nonostante alcune criticità, però comuni al resto del mondo a causa del clima di crisi sistemica globale: “L’inflazione è stata messa sotto controllo, la svalutazione della moneta nazionale è stata fermata e addirittura invertita, le sanzioni economiche occidentali non sono riuscite a mettere la Russia in ginocchio, le elezioni parlamentari di settembre hanno determinato una vittoria trionfale prevedibile per il partito Russia Unita. I rischi politici ed economici sembrano relativamente bassi e gestibili…il sistema russo si è rivelato più adattabile e flessibile rispetto a quelli stranieri”. Sul fronte estero Mosca ha ugualmente dimostrato di saper far valere i suoi interessi, con l’intervento in Siria, che ha salvato Assad, ed il rinsaldamento dei legami con Paesi come l’Iran ma anche con la Turchia, convinta a scendere a compromessi sulla vicenda. In tutto ciò è riuscita pure a non inimicarsi gli Stati Arabi. Permangono le difficoltà in Ucraina dove attualmente la situazione risulta congelata. Ma ciò non basta a rassicurare il Cremlino sui suoi confini dove si annidano ancora troppe insidie che possono essere sfruttate dai nemici per operazioni di destabilizzazione. In ogni caso, Mosca ha tracciato il percorso che i paesi volenterosi devono intraprendere per resistere alla crisi e affrontare le incertezze dell’epoca. Ribadiamo che il dissesto finanziario mondiale non è causa ma conseguenza di squilibri geopolitici, in una fase in cui l’unico centro regolatore dei rapporti di forza mondiali si vede insidiato nella sua esclusiva egemonia da altri attori emergenti o riemergenti. L’Ue ha scelto di ignorare questi mutamenti, per restare sottomessa alla sfera d’influenza statunitense. L’opzione si sta rivelando deleteria, in primo luogo per i suoi anelli deboli, come l’Italia, costretti a subire la tensione di questa conflittualità sottotraccia che, tuttavia, non tarderà ad esprimersi con sempre maggiore virulenza, aggravando le già precarie condizioni dei suddetti membri. Si annunciano giorni sempre più bui. Triste da dirsi, ma c’e’ da rimpiangere i giorni del menefreghismo.

 

 

CHI PARLA DI PREDOMINIO FINANZIARIO NON E’ NOSTRO AMICO MA E’ UN (ALTRO) NEMICO

Multipolarismo imperfetto (2)

CHI PARLA DI PREDOMINIO FINANZIARIO NON E’ NOSTRO AMICO MA E’ UN (ALTRO) NEMICO

Tutti i gruppi cosiddetti antisistemici, e i singoli contestatori del famigerato “globalismo”, partono da un comune elemento (sbagliato): il predominio della finanza. Ma direi che tutti costoro fanno anche di peggio perché poi parlano di élite globalista liquido-finanziaria (le aggettivazioni eccessive sono sempre sintomo di confusione mentale) guidata da massonerie del denaro o da burattinai individuali, come Soros. Quindi non si tratta nemmeno tanto di superiorità della sfera finanziaria (riferentisi, ad ogni modo, ad un processo oggettivo, sebbene parziale rispetto alle dinamiche complessive della società) ma di progettualità nefasta decisa a tavolino da ristrette aristocrazie di speculatori (supremazia di ridotte ma potenti soggettività sui rapporti sociali) per conquistare il mondo. Questa trama così semplificata non va bene nemmeno per un film distopico di fantascienza. Il “sistema” funziona in maniera ben più complessa ed articolata. Come ricorda La Grassa, “per giudicare dell’effettivo ruolo giocato dalla finanza è indispensabile avere di fronte a sé l’intero quadro delle relazioni interdominanti; e non solo in quel concetto di prima approssimazione rappresentato dalla formazione in generale, bensì in quello relativo alla complessiva articolazione delle formazioni particolari nella formazione globale o mondiale (o quanto meno dell’intera area del capitalismo più avanzato). L’interfaccia finanziario – per quanto concentrato e centralizzato sia questo insieme di colossi imprenditoriali di potenza inaudita – acquista certo nel capitalismo grandissima importanza, ma non assume irreversibilmente, e con assoluta generalità (i famosi stadi raggiunti ormai una volta per tutte), la predominanza. Per comprendere a fondo i conflitti in atto bisogna arrivare fino agli apparati, ma ancor più ai flussi conflittuali – di cui i primi sono coagulo, precipitazione, condensazione – tramite i quali, nella sfera politica e ideologico-culturale, gli uomini si affrontano e combattono.
In definitiva, riassumendo: a) la “base” (produzione di merci a mezzo di imprese in concorrenza) consente il conflitto creando la massa di mezzi a ciò necessaria e perseguendo, in tale attività, propri interessi particolari (trattati fin troppo semplicisticamente nel solo aspetto del profitto); b) l’“interfaccia” finanziario distribuisce tali mezzi, grazie alla forma monetaria da essi assunta in quanto merci (e, in questa attività, la finanza fa distinzioni tra i vari gruppi dominanti e cerca di stabilire indirizzi d’azione che le diano maggior potere nell’ambito del loro conflitto); c) le “sovrastrutture” politiche e culturali combattono e decidono, cercando di dare unitarietà di indirizzo – cioè l’apparenza (non però nel senso di mera illusorietà!) dell’intero – a paesi, a sistemi di paesi, ad aree mondiali sempre più vaste. In questo consiste il complesso intreccio, frutto di distinzioni e separazioni interconflittuali, tra gli agenti strategici economico-imprenditoriali (sia nella produzione che nella finanza) e quelli delle “sovrastrutture” politico-culturali. Per quanto riguarda tale intreccio, voler stabilire fasi o stadi in cui si afferma definitivamente l’irreversibile preminenza degli agenti dominanti in una sfera particolare sugli altri (delle altre sfere) è sintomo di cristallizzazione del pensiero in ideologiche teorie generali per mezzo delle quali – e allora torna buono quanto detto da Marx – una certa epoca pensa se stessa come ormai fosse l’ultima, quella definitiva, oltre la quale si pongono solo due alternative: la raggiunta eternità di una certa struttura sociale o il sicuro e ormai certo approssimarsi del cambiamento totale; a sua volta visto secondo due direzioni opposte: la catastrofe o la catarsi finale. In tutti e tre i casi saremmo alla “fine della storia”. Eternità (capitalistica, cioè dell’impresa e del mercato), catastrofe (magari ambientale) e catarsi (magari comunistica) sono i buchi neri della nostra razionalità, che si dovrebbe invece confrontare con la contingenza e la sempre incombente casualità. Ragionamenti analoghi, in senso però spaziale oltre che temporale, si fanno quando è una certa parte della formazione mondiale a pensarsi come quella che ha ormai conseguito la definitiva, e meno peggiore, struttura sociale, solo passibile di perfezionamenti minori e graduali. L’Occidente (la formazione dei funzionari del capitale) è un buon esempio di questo sciocco e limitato modo di pensare; ed è probabile, e forse persino sperabile, che ciò lo conduca alla perdita di una ormai immeritata egemonia mondiale.

…Il capitalismo, provocando l’estensione della funzione strategica all’ambito economico-produttivo, esalta la sua decisività ai fini della predominanza esercitata nell’ambito della società. Tuttavia, non è sufficiente lo svolgimento della funzione in oggetto al solo livello dell’economia; anzi, se essa si limitasse a quest’ultimo, l’orizzonte strategico tenderebbe a restringersi, diventando sovente la causa di un’eccessiva disgregazione del corpo sociale, di una sua decomposizione. Si tratta di un discorso che andrà ripreso in altra sede; comunque, nelle congiunture e nelle formazioni particolari in cui predominano nettamente gli agenti strategici economici – che diventano poi prevalentemente quelli finanziari, data la forma mercantile, e dunque monetaria, assunta dalla ricchezza prodotta capitalisticamente – si verifica il massimo di scomposizione sociale e di debolezza di quella data formazione particolare in quella specifica congiuntura (come esempio si veda proprio l’Italia odierna). Occorre un intreccio assai più equilibrato tra i gruppi dominanti della sfera economica e quellidelle sfere politica e ideologico-culturale – dai tempi più antichi investiti delle funzioni strategiche – per consentire al conflitto interdominanti di comporsi in un indirizzo sufficientemente unitario che attribuisce posizione di supremazia alla formazione particolare (oggi gli USA), in cui viene realizzato il migliore coordinamento possibile delle funzioni in oggetto esplicate nelle varie sfere sociali. Ed è in questa formazione particolare predominante che si constata con maggiore evidenza il ruolo non parassitario, bensì di interfaccia attivo tra economia e politica-ideologia, assunto dall’attività finanziaria, con gli apparati – banche, assicurazioni, fondi vari, ecc. – che di questa sono il precipitato, la condensazione.
I politici e ideologi del neoliberismo, anche nei paesi a capitalismo avanzato ma incapaci di vera indipendenza nei confronti di una formazione predominante, non trovano nulla da ridire su questi ostacoli al libero scambio per quanto concerne tali prodotti strategici; essi accettano inoltre, anzi propugnano, la massima concentrazione del capitale finanziario nei loro paesi, nel mentre praticano presunte liberalizzazioni, attuano misure che si pretendono antitrust al fine dichiarato (per copertura ideologica) di favorire la competizione, ecc., qualora si tratti di ostacolare l’attività di industrie in grado di dinamizzare l’intero sistema nazionale. Sembra un controsenso, un “darsi la zappa sui piedi”, ma non lo è affatto; per il semplice motivo che le “nuove signorie” (finanziarie) di tali paesi hanno la loro convenienza nel sottostare di fatto alla preminenza di una determinata formazione particolare (oggi gli USA per quanto ci riguarda)”.

Dunque, proprio di quest’ultima questione si tratta. Chi blatera di ur-finanziarismo, o finanz-capitalismo, mistificando la reale natura dei rapporti di forza mondiali, che hanno all’apice una nazione determinata (gli Stati Uniti), copre, volens nolens, la strategia di quest’attore egemone di potenza. Tale protagonista assoluto, che non ha nulla di liquido ma tutto di solido, dello stesso materiale delle sue armi di distruzione, si serve (anche) della finanza per proteggere ed allargare i suoi interessi. Tuttavia, confondere uno strumento con la sostanza del dominio è un errore imperdonabile per chi sostiene di essere dalla parte della sovranità nazionale o dei dominati. Il più delle volte si è complici del nemico senza volerlo (ma non tutti sono in buona fede). Occorre tenerne conto quando si dice che certi critici del capitalismo, al suo supremo e ultimo stadio cedolare, sono sulla nostra stessa barca. Di sicuro non sono sulla mia.

LA “VERA STORIA” SI SVOLGE COSI’

gianfranco

Qui

 

articolo interessante, che tratta di argomenti più rilevanti di quelli di cui siamo spesso costretti a parlare, data anche la miseria del nostro paese (e della UE in genere). Intanto, si nota che gli stessi Stati Uniti sembrano sempre più propensi a lasciar perdere la “scusa” della lotta al “terrorismo”, da loro stessi ispirato e finanziato (tramite gli Stati ben noti, loro “alleati” succubi) per poi arrivare a porsi come i salvatori dallo stesso; a volte con gesti simbolici – atti alla credulità delle popolazioni del tutto sprovvedute in fatto di politica – quali, ad es., l’assassinio di Bin Laden, organizzato come una ripresa cinematografica. E sembra che ormai pure la Cina abbia superato l’altra “rappresentazione”, quella della supremazia commerciale e del finanziamento del debito pubblico americano (in questo è ormai seconda rispetto al Giappone), soltanto misure di primo approccio che devono lasciare il posto, avanzando il multipolarismo, al vero metodo per la conquista delle sfere di influenza, quello militare con potenziale futuro scontro bellico.
Come scrissi fin nel titolo di un mio libro, tutto torna ma diverso. Gli sciocchi pensano che ormai si vada verso l’esaurimento delle guerre in termini propri e si avrà infine soltanto lo scontro nel settore dell’informazione e della manipolazione dell’opinione, una sorta di lavorio psicologico di massa, accompagnato dalla crescente influenza culturale e ideologica di qualche potenza (e da questo punto di vista resterà a lungo quella Usa). Per cui magari qualcuno è convinto che la “svolta epocale” consista nel can can delle “femmine molestate” o nella lotta per i diritti degli omosessuali. Per fortuna degli Stati Uniti, oltre a Hollywood esiste anche il Pentagono e altri organismi che sanno bene dove si dovrà infine combattere per mantenere (o perdere) la supremazia. La Grecia “conquistò” culturalmente Roma (così si racconta, abbastanza superficialmente), che restò la dominatrice del mondo per secoli. Più di recente, la Francia ebbe grande influenza culturale quando però era ormai ridotta a potenza di secondo rango e perse infine ogni potere nelle sue zone di predominio: dall’Africa del nord all’Indocina, ecc. E non parliamo dell’Inghilterra. Le guerre non si combattono più con le lance e poi con le bombarde, siamo andati ben oltre. Resta però il fatto che la vera preminenza si conquista con le aree di influenza vere e proprie (che oggi non richiedono più pesante occupazione territoriale e amministrativa diretta, affidata invece a gruppi sociali asserviti interni ai paesi facenti parte di una di tali aree).
Verrà presto meno la ben nota fregnaccia del predominio dei soldi, di coloro che li possiedono e li manovrano nelle varie organizzazioni finanziarie mondiali. Vinceranno anche nel “commercio”, nella “ricchezza”, i paesi che sapranno organizzare meglio proprio la conquista delle “sfere d’influenza”, conquista attuata con adeguata preparazione bellica e infine la vittoria nel confronto diretto e aspro in quest’ambito. Certo, le guerre saranno combattute con nuove armi, che magari ricordano i film di fantascienza, ma i risultati non saranno precisamente quelli di tali film, saranno meno manifestamente orrorifici e assai più umilianti per i perdenti. Saranno quelli che subiamo noi europei dalla fine della seconda guerra mondiale ad opera dei predominanti “predatori” d’oltreatlantico. Con una lunga, ma inefficiente e vana, resistenza dell’Urss per circa mezzo secolo; una resistenza presa – ancora una volta per nostra inconsistenza (e proprio principalmente teorica) – per vera opposizione e alternativa alla supremazia statunitense, opposizione non a caso crollata nell’“espace d’un matin”. Ed effettivamente crollata senza bisogno di un vero scontro bellico, ma perché l’essenziale – e non l’avevamo compreso – si era alla fin fine giocato nello scontro del 1939-45. La storia ha di questi “ritardi”, non “paga mai il sabato”.
Come ci si rincoglionisce sulla finanza “dominatrice”, egualmente lo si fa per le “meraviglie” della tecnologia in mirabolante cambiamento ogni “due secondi”. No, le lotte per le “sfere d’influenza” – le vere artefici delle “svolte storiche” – sono più lente, procedono anche nei “fondali sottomarini” (non solo quelli reali, pure in senso figurato), hanno caratteri che non si osservano nelle urla e agitazioni di chi crede che cambiando “costumi e senso morale (etico)” si è stabilmente provocata una “svolta epocale”. Vi accorgerete sulla vostra pelle che cosa alla fine stabilisce senza mezzi termini tali “svolte”. Ed è da queste tragedie che prendono avvio nuove epoche di grandezza; perfino, a volte (non sempre), dello “spirito umano”, delle sue “filosofie”, dei nuovi modi di pensare il mondo e le finalità “ultime” della nostra esistenza (che non saranno mai le “ultime”, ne verranno poi altre).

PS http://www.ilgiornale.it/redirect/mondo/taiwan-adesso-lancia-l-allarme-cina-pronta-ad-attaccarci-1486342.html

Magari, sarebbe veramente ora! Anche perché vorrei vedere la reazione degli Usa, in pieno conflitto interno. E intanto la Corea del nord è passata in secondo piano in poco tempo; ma potrà tornare “in auge” altrettanto velocemente. Tipico, proprio tipico di questi tempi di completa incertezza; nemmeno i “grandi” fanno previsioni certe e sanno prendere decisioni tassative e con lungimiranza.

DAL DONBASS ALL’EUROPA

Ukraine Protest

 

La guerra in Donbass è per me anche un fatto personale o, meglio, famigliare. Conosco i luoghi del conflitto poiché lì vive gran parte della famiglia di mia moglie. Quindi so di cosa parlo quando affermo che quella gente non percepisce il vicino russo come un problema. Anzi, la Russia è per essa punto di riferimento culturale e anche motivo di orgoglio (geo)politico, soprattutto da quando Putin ed il gruppo dirigente che lo sostiene hanno rimesso in moto il Paese dopo la tragedia del crollo sovietico. Il nazionalismo è minoritario su tutto il territorio ucraino benché innegabilmente esista e sia diventato più assertivo rispetto al passato grazie ai finanziamenti esteri e alla conversione delle élite politiche che in questo momento hanno in mano le redini dello Stato. Tuttavia, mi è capitato anche di parlare con ucraini residenti in zone diverse da quelle in conflitto che si sono qualificati come russi sia perché così si usava ai tempi dell’Urss, sia perché definirsi tali fa più effetto al cospetto degli stranieri. Il passato glorioso della Russia li riguarda da vicino e rifacendosi ad esso cercano di conquistarsi l’onore, pur nelle attuali avversità. Inutile negare, dunque, che senza le ingerenze americane ed europee in Ucraina non sarebbe mai deflagrata alcuna rivoluzione perché la popolazione non ha tutta questa voglia di “europeizzarsi” (se ciò può significare davvero qualcosa) né di “de-russizzarsi” inimicandosi Mosca, con la quale condivide lingua e tradizioni. Gli ucraini vorrebbero semplicemente vivere meglio, avere maggiori opportunità e godere di più benessere. Miglioramenti che non si sono verificati nemmeno all’indomani di Jevromajdan. A prescindere da questi fattori sentimentali, che già dovrebbero sconsigliare intromissioni da parte di terzi, pena la generazione di contraddizioni ancor più perniciose per gli equilibri continentali, vigono aspetti ancor più determinanti. La Russia riemergente in termini di potenza non può accettare di essere minacciata ai suoi confini da nazioni prima ricomprese nel suo “impero”. Questo vale per Kiev ma anche per tutti gli altri già gravitanti nell’orbita sovietica. L’Ucraina non sarà mai indipendente se antirussa perché la sua storia e la sua collocazione geografica lo impediscono. Quello che oggi i vertici ucraini chiamano liberazione da Mosca è una mera subordinazione agli americani che contrasta con gli interessi reali dello Stato e con quelli dei cittadini. La Ue che ha contribuito all’attuale situazione disastrosa, alimentando la russofobia generale e sostenendo gli oligarchi americanizzati, sta ugualmente rovinando i suoi rapporti con un partner strategico del quale non potrà fare a meno se un giorno vorrà ripristinare la propria autonomia e proteggersi dall’invadenza statunitense nei suoi affari. Come scrive Vitalij Tret’jakov sull’ultimo numero di Limes: “A cosa serva tutto questo agli americani è chiaro. A cosa serva ai gruppi al potere nell’Europa dell’Est è parimenti chiaro, sebbene la cosa susciti avversione nei russi. Ma all’Europa classica, per di più nella situazione attuale, a cosa serve? Forse l’Europa classica non capisce che solo nell’unione e nella collaborazione con la Russia si può salvare sia l’Europa classica sia la civiltà europea nel suo complesso. Altrimenti il risultato sarà evidente: alla fine del XXI secolo la Russia europea (anche se non europea a sufficienza, secondo gli «europei») continuerà a esistere, mentre l’Europa classica non esisterà più. Allora noi russi rimarremo gli ultimi e unici europei e la Russia sarà l’unica Europa. Molti paesi dell’Europa dell’Est capiranno tutto questo prima dell’Europa occidentale e di nuovo, di propria iniziativa, torneranno sotto l’ala protettiva della Russia”.
Non so dire se effettivamente ciò che accadrà alla fine del XXI secolo corrisponderà alla previsione dell’analista russo ma è innegabile che l’epoca multipolare si annuncia devastante per un’Europa troppo sbilanciata su Washington, laddove quest’ultima sta lentamente perdendo la sua funzione baricentrica, messa in discussione da concorrenti sempre più agguerriti, anche se al momento solo a livello regionale.
La Grassa ha recentemente riportato una citazione da un documento del Pentagono che conferma le nostre ipotesi: “La concorrenza strategica interstatale, non il terrorismo, è ora la principale preoccupazione per la Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti. La sfida centrale per la prosperità e la sicurezza degli Stati Uniti è il riemergere della concorrenza strategica a lungo termine, principalmente da Cina e Russia”.
“E’ l’affermarsi del multipolarismo – commenta La Grassa – con relativo declino Usa e rafforzamento di Russia e Cina (prima la Russia e poi la Cina perché prima viene la necessità di mantenere il controllo dell’area europea poi viene quella asiatica, dove il gioco si farà certo molto complesso). Però il vecchio establishment non si arrende. E stavolta, se fanno fuori Trump, non sarà più per gli Usa come al tempo in cui liquidarono improvvidamente Nixon (con dietro Kissinger e, ovviamente, altri centri strategici). Stiamo entrando in un’epoca diversa. Solo che la storia non è come la tecnologia; non avanza freneticamente, è un cammino tortuoso, accidentato, assai curvilineo”. Appunto Trump e il potere che lo “segue” stanno cercando di marcare un mutamento di strategia per affrontare la nuova fase che si annuncia molto diversa da quella trascorsa. Non è verosimile un ritiro degli Usa sul loro continente ma nemmeno è plausibile un dominio incontrastato sul pianeta esercitato coi vecchi sistemi. Le mosse di Trump, anche con le timide aperture verso Putin, segnalavano proprio questo cambio di marcia contro il quale però si è scagliato l’establishment uscente, non ancora deciso a defilarsi. Questo scontro intradominanti negli Usa sarà carico di conseguenze, accelererà o rallenterà il declino americano oppure stabilizzerà o destabilizzerà le forme della sua egemonia mondiale. L’Ue è avvisata e con essa quelle cerchie (sub)dominanti europee che giocano di sponda con i poteri statunitensi antitrumpiani (di matrice democratica ma anche neocon) che se sconfitti le trascineranno nella polvere. Se accadesse non sarebbe un male ma quest’ultime sarebbero semplicemente sostituite da gruppi di comando più adeguati a realizzare i programmi internazionali di Trump mentre in realtà, per il futuro dell’Europa, bisognerebbe augurarsi la nascita di avanguardie europeistiche in grado di divincolarsi dal giogo Usa e di aprirsi alla Russia per una concreta emancipazione continentale.

NON ANTIFASCISMO MA ANTIAMERICANISMO

il ratto d'europa

Il passato non torna oppure torna ma diverso, per parafrasare un libro di Gianfranco La Grassa uscito nel 2009. Per questo chi parla di pericolo fascista o nazista alimenta uno spauracchio dietro al quale tenta di nascondere le sue malefatte. Si dovrebbe dire che i fascisti di oggi sono gli antifascisti, o, come disse Flaiano, che i fascisti si dividono in fascisti e antifascisti, ma anche questo è tecnicamente sbagliato. Gli antifascisti, in assenza di fascismo, sono dei manigoldi non animati da nessun alto ideale mentre i fascisti del ventennio furono seriamente convinti di poter rifare l’Italia ricorrendo alle maniere forti, in un clima di spappolamento sociale e istituzionale, causato dal fallimento dello Stato liberale. L’antifascismo sotto i nostri occhi rappresenta lo stesso spappolamento generale e, prima ancora, già all’indomani della fantomatica liberazione, che era in verità un’occupazione del Paese da parte americana, ha significato il tradimento dei valori della resistenza. La liberazione, infatti, non c’entra niente con l’antifascismo. Sono stati gli americani e i filo-statunitensi nostrani a creare questa mistica liberatoria per coprire l’ennesima discesa straniera sul suolo nazionale. Il fascismo era fatto da italiani e l’antifascismo da altri italiani che combattevano per il potere. Semmai, ci si libera dai conquistatori esterni non dai connazionali. Quella tra fascisti e antifascisti fu piuttosto guerra civile le cui sorti vennero decise da un’ingerenza straniera. La guerra ha, alla fine, favorito i partigiani ma quest’ultimi non volevano liberare l’Italia, volevano conquistarla al comunismo essendo per il 90% comunisti. A nessuno di questi interessava una lotta di liberazione per il ritorno della democrazia ma si voleva la rivoluzione in stile bolscevico per fare come in Russia. Le br, per esempio, all’atto di fondazione, si collegarono proprio al mito della resistenza tradita ed imbracciarono le armi per completare l’opera lasciata incompiuta dai predecessori. Invece, per decenni e decenni, ci hanno raccontato fandonie. La battaglia tra due fazioni, ciascuna con le proprie ragioni e irragionevolezze, è diventata la lotta tra il bene ed il male, con i vincitori santificati e i perdenti mostrificati. Gli americani, che avevano trionfato su tutto e su tutti, si elessero addirittura popolo del bene assoluto e forti di questa investitura biblica giudicarono i cattivi, senza possibilità di appello. Norimberga docet. Nazisti e fascisti erano i malvagi che avevano ucciso e devastato, come mai accaduto in altre epoche storiche. Poi è toccato pure ai sovietici finire nel girone infernale, anche se questi avevano sacrificato più di 20 milioni di persone per avere ragione delle potenze dell’Asse, di essere demonizzati e ricacciati tra gli abietti. Il vero olocausto, invece, fu proprio quello sovietico, poi vengono gli ebrei, ma sempre quelli russi che furono (insieme ai polacchi) i più colpiti dalla furia della svastica.
Tuttavia, il regno del bene per autopromozione, non si è comportato con maggiore pietà degli altri contendenti ed ha commesso crimini e stragi al pari di nazisti e fascisti. Anzi, sospetto anche qualcosa di più, visto l’accecamento assassino di alcuni episodi venuti a galla, in cui l’utilità dell’atto di guerra per gli americani (e i loro alleati inglesi) risultò certamente secondario rispetto allo spirito di vendetta e di annichilimento dell’avversario. Dai bombardamenti a tappeto su una Germania già sconfitta, alle atomiche sganciate sulle città giapponesi. Punizioni esemplari e prove di muscolari per fare capire al mondo chi comandasse. Anche sui cosiddetti “universi concentrazionari” gli yankees non furono secondi a nessuno, tanto che Hitler ammise di essersi ispirato ai campi di prigionia in cui gli statunitensi rinchiudevano gli asiatici per costruire i suoi. Del resto, prima che il conflitto prendesse una brutta piega, il Führer era stimatissimo oltre atlantico. Riceveva capitali e tecnologie dalle imprese Usa e persino quando i due Stati entrarono in guerra gli scambi non si fermarono. Pecunia non olet. Se Hitler fosse riuscito nell’impresa di conquistare Mosca sarebbero stati in molti ad applaudirlo tra i sinceri democratici che temevano il bolscevismo più dei fascismi. In seguito si sarebbero accordati anche perché con una Germania dominante in Europa gli americani non sarebbero mai sbarcati sulle nostre coste. Il fronte orientale rovinò i tedeschi che, dopo Pearl Harbor, con il grosso delle forze impiegate a combattere il comunismo, dichiararono guerra agli Usa, forse per ottenere aiuto dai giapponesi contro la Russia. Errore fatale perché i nipponici non intervennero. Così i fronti si duplicarono e le energie si dispersero. Dire che gli americani e gli inglesi spinsero Hitler nella trappola slava forse è troppo ma pur sempre una trappola si rilevò quell’avventura, assecondata sotto traccia da Washington e Londra.
Dunque, riportare in auge le vecchie paure su regimi sconfitti non è di alcuna intelligenza. Come non lo è rinfocolare il pericolo rosso dopo l’implosione dell’Urss. Piuttosto, il timore è che scacciando i fantasmi delle epoche passate si vedano meglio i protagonisti delle dominazioni presenti. Ecco dove sta il problema per gli urlatori di professione ingaggiati dalla Statua delle libertà. I nazisti hanno perso ma gli americani restano.

IL GIOCO CONTINUA, di GLG

gianfranco

 

 

La Cina sarebbe stata scoperta qualche tempo fa e duramente accusata dagli Usa di aver dato petrolio al Nord Corea, infrangendo l’embargo. La commedia dunque continua. I dirigenti cinesi hanno negato l’addebito di Trump, ma nessuno può credere che essi siano fuori di testa. Tali sarebbero se contribuissero a strangolare la Corea del nord. Diventerebbe meno lungo il periodo entro cui le due Coree si riunificheranno, formando una vera potenza con la forza economico-industriale di una e quella dell’armamento piuttosto potente dell’altra. E come avete sentito, il sedicente dittatore nordcoreano, nel suo discorso di fine anno, è stato distensivo verso il Sud e ha parlato senza mezzi termini di “nazione coreana”. E’ questo che preoccuperà a tempo debito gli Stati Uniti, altro che la “follia” del “dittatore”. Alla lunga, come detto più volte, credo che si avranno nel Pacifico almeno le potenze di Cina, Corea (unita) e Giappone, che per allora si sarà riarmato. E gli Stati Uniti non si faranno certo estromettere da quell’area (da essi oggi dominata) senza battersi con tenacia e accanimento per mantenere la loro influenza, che sarà comunque ridimensionata nettamente rispetto a quella odierna. Non mi azzardo a presumere cosa accadrà dell’India, che forse cercherà spazi verso sud e sud-est e dovrà comunque confliggere con il Pakistan (e ovviamente non correrà buon sangue con la Cina). E’ certo che questi paesi non si metteranno ognuno contro tutti; assisteremo a molti “giri di valzer” tra di essi. In ogni caso, nel momento attuale, la Cina ha interesse a ritardare il rafforzamento militare nordcoreano (che un giorno avvantaggerà una potenza concorrente in quell’area); e da questo punto di vista essa dunque non finge nell’avere qualche interesse simile a quello statunitense. Non però fino al punto di veder scomparire quel paese, magari inghiottito prima del tempo dalla Corea del sud, ancora lontana dal potersi affrancare dalla dipendenza rispetto agli Usa. Gli ambienti statunitensi – anche quelli che si esprimono in Trump – non possono non sapere questo.

Tuttavia, fare la voce grossa serve al neopresidente pure ai fini della contesa interna con gli avversari (attivi non solo fra i democratici), che gli stanno portando un attacco di particolare virulenza. In definitiva, per sintetizzare, la Cina ha interesse a rallentare l’armamento nordcoreano in vista del futuro; non però fino al punto di indebolire pesantemente l’assetto di potere del paese, creando così una situazione che favorirebbe sia il sud sia, in fondo, gli Stati Uniti finché resteranno predominanti nell’area. Questi ultimi alzano la voce per dimostrarsi i veri difensori dei sudcoreani, di cui si cerca di ritardare (o forse si spera perfino di impedire) un loro magari “parallelo” riarmo (con la scusa del pericolo a nord) e, in un periodo più lungo, una riunificazione coreana del tipo di quella sopra prospettata. Nello stesso tempo, la rigidità americana verso il Nord Corea (e quindi verso chiunque fornisca aiuto a tale paese) serve anche nei confronti del Giappone, che freme per potersi infine riarmare e a tal fine prende come scusa l’inesistente pericolo rappresentato da quel paese, dichiarato in mano ad un dittatore pazzo e feroce; in definitiva, la solita riedizione del “nuovo Hitler” dopo Milosevic, dopo Saddam Hussein, ecc. ecc. (sono così tanti che è meglio soprassedere).

Per inciso, ricordo che il Giappone degli ultimi decenni del secolo scorso si illuse di poter progressivamente conquistare il primato nel mondo (ed esportò ingenti capitali negli Usa soprattutto per investimenti immobiliari) grazie all’“avanzata” strepitosa dell’industria automobilistica, tipica della seconda rivoluzione industriale pur se con netti ammodernamenti definiti toyotismo (od ohnismo dal nome dell’ing. Ohno artefice della “qualità totale” proprio alla Toyota). Anche alcuni intelligentoni, che si professavano marxisti e molto “rivoluzionari” (i soliti “operaisti” e affini), videro nel Giappone la nazione dominatrice nel futuro secolo XXI oltre a inchinarsi ammirati di fronte al “robogate”, al “Lam”, ecc. della Fiat, allora considerata portatrice di innovazioni similari a quelle dell’industria giapponese (quanto tempo è passato da allora!). In pochissimi anni (già nel 1992-93) il Giappone entrò in piena stagnazione per almeno un dodicennio, fu battuto nell’avanzamento della terza rivoluzione industriale con i suoi nuovi settori strategici, importantissimi nei settori militari e dell’informazione. Tutti i suoi investimenti (soprattutto appunto quelli immobiliari) negli Usa furono liquidati in breve tempo; e con notevoli perdite, com’è ovvio (della Fiat e delle sue “grandi novità” tecnologiche non si parla più da gran tempo). Gli sciocchi profeti di cui sopra non si rassegnarono e si buttarono sulla Cina come dominatrice del XXI secolo. Tale paese non farà certo una brutta fine, il Giappone tornerà a riprendersi abbastanza bene, ma non ci sarà alcun dominatore mondiale in questo secolo per un bel po’ di tempo e fino a quando, eventualmente, una nuova serie di conflitti “a tutto campo” non avrà deciso circa la supremazia di “qualcuno”.

Non c’è attualmente alcun pericolo di conflitto nucleare. Siamo nel pieno delle manovre e contromanovre, degli avvicinamenti e allontanamenti fra i vari paesi divenuti potenze o almeno subpotenze regionali. In questo momento è di nuovo in atto un tentativo di sfruttare dissidenze e disagi interni all’Iran – alimentati dall’esterno e soprattutto dai soliti Usa – per depotenziarlo e indebolire così quel paese che è di fatto un aiuto alla Russia almeno nel caso della difesa della Siria. Si comincia a capire meglio la mossa di Trump relativa a Gerusalemme capitale di Israele. Mossa simbolica dato che non ha cambiato molto ciò che era già nei fatti, ma che è stato un segnale lanciato nella direzione del paese ebraico; così come l’annullamento dell’accordo nucleare con l’Iran. Israele non ha certo gran che aiutato l’Isis come ha fatto l’Arabia Saudita, adesso però ritiratasi da quell’appoggio di cui ha invece accusato il Qatar, con cui prima collaborava. Tuttavia, l’Arabia Saudita manifesta tuttora avversità ad Assad (e quindi all’Iran e agli hezbollah), mentre Israele, accanito nemico dell’Iran, si mostra più moderato verso il governo siriano (non crediamoci comunque troppo).

La Russia si è offerta poco tempo fa come mediatrice nel conflitto (assai meno acuto di quanto mostrato “ufficialmente”) tra Usa e Nord Corea. Non credo che il paese eurasiatico abbia intenzione di impegnarsi a fondo in simile operazione. E’ in fondo una mossa diversiva, tutto sommato un gesto d’attenzione verso la Cina, con la quale vi è una collaborazione non di fondo e che durerà fin quando la Cina, com’è d’altronde probabile, si concentrerà sull’area asiatica e non avrà mire eccessive verso il “suo” ovest. Malgrado la Russia sia considerata, certo a ragione, un paese eurasiatico, ho la netta sensazione che la sua massima attenzione sarà concentrata verso l’area europea e quella mediorientale. In quest’ultima non credo con grandi mire oltre la Siria; semmai manterrà rapporti “equilibrati” con Iran e Turchia, che sembrano avere maggiori chances e intenzioni d’influenza in quell’area. La Russia svolge anche delle azioni nell’area africana nord-occidentale; ad esempio verso la Libia, in particolare quella di Tobruk guidata dal gen. Haftar e che di fatto non riconosce quella di Sarraj (Tripoli) appoggiata dall’ONU (e dalla Nato) e sotto l’influenza statunitense e “occidentale” in genere.

Non penso tuttavia che la Russia abbia particolari energie da spendere attualmente in aree piuttosto lontane dai suoi confini. Probabilmente si concentrerà nei prossimi anni a nord (Artico), ma soprattutto ad ovest verso l’Europa. Qui la situazione è molto complessa. Nei suoi paesi orientali si stanno almeno al momento affermando forze che poco riconoscono la supremazia dell’asse franco-tedesco, del resto meno unito d’un tempo sia per la necessità manifestatasi in Francia di creare ex novo una forza sostitutiva di quelle tradizionali (“socialista” e sedicente gollista) in crisi disastrosa sia per l’indebolimento del governo tedesco. D’altronde, tali paesi (in particolare Polonia e Romania) sono particolarmente ostili alla Russia. La migliore soluzione per un reale indebolimento in Europa del potere statunitense – oggi certo in qualche difficoltà per i contrasti interni al paese e per la crescente piattezza e inettitudine delle forze al governo nella nostra area, ancora però legate alle prospettive del precedente establishment americano – dovrà a mio avviso passare per l’affermarsi, soprattutto in Germania e Italia, di forze non certo “populiste” come quelle così definite (anzi le si passa spesso per addirittura fasciste) da parte di squallidi organismi autodefinitisi “antifascisti”, bensì di altre capaci certo di violenze paragonabili a quelle del 1922 in Italia e del 1933 in Germania, ma con intendimenti del tutto diversi. In particolare, sarebbe necessario che l’eventuale drastico rivolgimento nei due suddetti paesi fosse indirizzato, pur senza rinunciare per nulla alla propria autonomia, ad una forte alleanza con la Russia, alleanza che riesca infine a influenzare in modo decisivo l’area europea. Si tratta di un’operazione di speciale difficoltà e contro la quale gli Usa, in tutte le loro componenti predominanti e dunque con strategie differenti, agiranno in continuazione. Ed è tuttavia l’operazione decisiva per ribaltare gli attuali rapporti di forza. Quanto meno nella nostra area, ma in fondo anche in un più ampio ambito mondiale.

Alcuni si fanno impressionare dalla presenza della Cina, con i suoi vasti investimenti fuori della sua più specifica area di pertinenza: sia in Africa, sia anche in Europa (e, in specie, credo proprio nel nostro paese). Si tratta del solito ottuso economicismo, tipico sia dei liberali che degli ambienti detti di “sinistra” e di cui furono pure responsabili dei “marxisti” che poco hanno letto e studiato le principali opere di Marx. La Cina, anzi, dovrà proprio stare attenta a non ripetere l’errore dei giapponesi anni ’70-’80, che pensarono di “comprarsi” gli Usa e sono oggi abbastanza in ritardo circa le possibilità di ridivenire un competitore per la supremazia mondiale. Quel tipo di investimenti ha importanza in quanto strumento per arricchirsi e avere maggiori risorse da dedicare al proprio irrobustimento complessivo, non escluso quello bellico, di cui mai va sottovaluta la rilevanza decisiva. La potenza deve però essere poi indirizzata all’ampliamento della propria area d’influenza, dove questa forza acquisita si ramifica tramite una rete di contatti particolari con settori dei paesi soggetti a detta influenza: settori culturali e anche (e ancor più) di controllo degli apparati di potere nella sfera politica e dell’informazione e manipolazione della “opinione pubblica”. E le aree d’influenza devono allargarsi a partire da quella di pertinenza del proprio paese e pian piano diffondersi tutt’intorno, se ci si riesce, a macchia d’olio.

Penso che i dirigenti cinesi lo sappiano e proprio per questo non siano così sciocchi da indebolire in questo momento la Corea del Nord. Guai se non ne avessero consapevolezza; rischierebbero un tracollo non eguale, ma con qualche somiglianza rispetto a quello dell’Urss con il suo “campo socialista” (1989-91), che essa non riusciva ad influenzare adeguatamente, essendosi fra l’altro cristallizzatasi nelle sue strutture sociali interne. La Russia mi sembra l’abbia capito bene; e non penso che dedicherà la maggior parte delle sue energie e risorse per la conquista di importanti zone in Medioriente e meno che meno in Africa (del nord). Qui essa ha sviluppato una serie di manovre per non farsi espellere del tutto e mantenere rapporti il più possibile meno ostili con alcune subpotenze della zona (in primis, appunto, Iran e Turchia). Gli Usa sono attraversati da robusti contrasti interni. Obama voleva forse giocare la carta della divisione tra islamici; Trump sembra ripreferire l’alleanza con Israele. Comunque, nulla di ancora definitivo. La Russia dovrà comunque operare principalmente sul fronte europeo.

E si ritorna appunto all’esigenza che in Germania e Italia ci siano rivolgimenti di notevole portata. Non dimentico la Francia; e tuttavia, in questo paese alcuni recenti avvenimenti – radicale sostituzione di vecchi partiti con quello solo apparentemente nuovo di Macron; debolezza assai manifesta di organizzazioni che volevano presentarsi come nettamente alternative – rendono il terreno particolarmente scivoloso per effettive novità. In ogni caso, non si deve ripensare alla semplice ripetizione del passato. Se tali rivolgimenti germanico-italici potranno svilupparsi, avranno alcuni caratteri violenti, ma dovranno perseguire finalità del tutto diverse da quelle di un tempo ormai lontanissimo: alleanza con la Russia e progressiva drastica riduzione della predominante influenza statunitense. Qui, nella nostra area europea, si giocherà la vera partita mondiale malgrado tutte le chiacchiere sulla prevalente importanza acquisita dallo scacchiere asiatico. E sarà una partita difficilissima e con tante incognite e “dolori”.

Direi di fermarmi qui; tanto si tratta di un’analisi che dovrà tenere in continuazione gli occhi puntati su una situazione in rapida e confusa evoluzione, con incessanti svolte e fenomeni che al momento lasceranno perplessi; come ad esempio l’atteggiamento di Bannon nello scontro interno agli Stati Uniti, che non credo debba essere immediatamente giudicato. E così accadrà di molti altri eventi nel corso dei prossimi mesi e anni. Occorrerà sempre molta cautela e ponderazione; poca fretta nel valutare gli eventi e invece rapidità nel mutare giudizi e previsioni a seconda delle svariate giravolte cui dovremo assistere.

 

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