Auspichiamo sanzioni all’Italia da parte Ue di GLG

gianfranco

So che mi si potrebbe obiettare che sono per il “tanto peggio tanto meglio”. Tuttavia, sarei contento se la UE comminasse le sanzioni minacciate all’Italia senza sconti. Credo che si arriverà a qualche compromesso, ma mi piacerebbe che ciò non accadesse. Si metterebbe in piena luce che cos’è questa UE, che lascia passare il deficit francese ormai ben più alto (e oltre il “mitico” 3%), condannando invece l’Italia malgrado le sue “convulsioni” (a mio avviso meschine) per andare perfino sotto il 2,4%. I “traditori” del paese (politicanti, giornalisti, imprenditori inetti) già mettono le mani avanti a favore della UE: la Francia ha un debito pubblico inferiore e lo spread basso. Lo schifo che fanno è indescrivibile. La Francia è circa al 100% con il suo debito in rapporto al Pil (e non parliamo di altri paesi come USA e poi Giappone, Cina, ecc.), che non è poi così incommensurabilmente inferiore al nostro.
Inoltre il risparmio dei nostri connazionali è enormemente più alto di quello francese (e anche di quello tedesco e di altri paesi UE). Allora i “vermi” già citati affermano; ma quello è un fatto privato, il debito di cui si parla è quello dello Stato. Schifosi ancor di più. Continuano a trattare lo Stato come un “padre di famiglia”, che deve comportarsi secondo l’atteggiamento parsimonioso di un singolo individuo che deve pensare ai suoi pargoli. E viene subito in testa la “Favola delle api” di Mandeville (citata spesso da Keynes in occasione della “grande crisi”), in cui la “virtù privata” (qual è appunto il risparmio del “padre di famiglia”) si ribalta in “vizio pubblico”, qual è la mancanza di adeguata spesa statale per rilanciare la domanda complessiva (consumi + investimenti) tentando di risollevare il sistema economico in crisi “d’asfissia”.
E comunque, brutti scalzacani – sia politicanti di PD e F.I., sia i giornalisti di Repubblica, Corriere, Stampa, Messaggero, Foglio e similari, sia gli imprenditori privati di una Confindustria da sciogliere con calci in culo – siate coerenti: lo Stato deve ridicolmente comportarsi come fosse un singolo individuo con le sue virtù parsimoniose? E allora a fronte del suo debito va messo l’enorme risparmio dei cittadini italiani. Altrimenti, se lo trattate come “soggetto” che deve pensare ai problemi generali di una data collettività abitante una certa area territoriale su cui esiste la sua autorità, allora tale “soggetto” deve agire proprio in contrasto con l’atteggiamento del singolo risparmiatore per pensare invece a risollevare la domanda complessiva rivolta ai prodotti di quel sistema in crisi.
Il vero problema – che ho sentito sollevare in TV solo da due personaggi di cui non credo di condividere in generale le convinzioni: la Maglie e Mario Giordano – è politico e basta. Il vecchio establishment europeo e italiano è alla frutta (come quello Usa obamian-clintoniano) e vuole distruggere il suo antagonista, che non ha convinzioni politiche e ideologiche antagoniste, non ha una vera politica contrapposta a quella “atlantica” di subordinazione di un intero complesso di Stati agli Stati Uniti. Semplicemente avverte che è avvenuta e si sta accentuando la rottura sociale tra quelli dei “quartieri alti”, seguiti dai benestanti, e una massa di ex ceto medio in via di abbassamento vertiginoso del suo tenore di vita e quindi prossimo ai ceti detti popolari, pur essi in affanno. E allora si è schierato con questi ceti sociali in perdita di benessere e tenta di tenerli sotto controllo per impedire che avvengano rotture ancora più gravi, di tipo prossimo a quello rivoluzionario. Ecco perché spero in gravi errori di “opportunità politica” da parte della UE; e uno di tali errori sarebbe comminare la procedura d’infrazione all’Italia mentre la si risparmia alla Francia. Gli insetti nocivi da disinfestare è bene che appaiano sempre più in piena luce. I popoli in crisi dovranno, almeno in tempi medi, prendere coscienza che è necessario “acquistare” l’insetticida.

En marche! Verso una nuova Europa.

europa

 

I lavoratori pensano alla fine del mese e le élite francesi alla fine del mondo. Così un sociologo transalpino ha commentato gli scontri che hanno come protagonisti i gilet gialli, la cui rabbia è montata all’indomani del tentativo di Macron di introdurre una tassa “ambientalista” sul carburante. Ma non solo di rincari dei combustibili si tratta essendo semmai questa la classica goccia, è proprio il caso di dirlo, che traboccando dal vaso ha incendiato Parigi. Oggi sono previste nuove manifestazioni (ci scapperanno i morti?) che potrebbero mettere termine all’avventura di En Marche! (E del suo fondatore), partito di pezza, di un uomo di paglia, coniugato con una mummia. La popolazione, ceti medi e bassi, è stufa delle narrazioni dei suoi dominanti, portatori di un’ideologia dei diritti universali che contrasta con le loro esigenze sociali particolari. Il clima è davvero infuocato e c’è da scommettere che le praterie bruceranno presto in gran parte d’Europa, soprattutto in quei Paesi che ostacoleranno il necessario cambiamento. L’attuale inquilino dell’Eliseo è stato letteralmente inventato dal nulla da certi poteri forti (trasversali a tutta l’Ue), ormai a corto di idee, per evitare che la Le Pen conquistasse la più alta carica statale nelle ultime presidenziali. E’ stato un grave errore non aver lasciato sfogare, già all’epoca, gli istinti populisti montanti nell’elettorato, tirando fuori un coniglio avvelenato dal cilindro all’ultimo momento. Ciò ha creato ancora più illusioni che ora esplodono come delusioni rabbiose e devastanti. Qualche membro del Governo ha paventato il rischio di un colpo di stato ma, per intanto, i sistemi da dittatura sudamericana sono stati utilizzati contro studenti e persone scese in piazza a protestare, su richiesta dei ministri (in)competenti.
Una fase storica è effettivamente agli sgoccioli e lo constatiamo dal crollo dell’impalcatura ideologica che la copriva. Ben presto i re saranno nudi, spogliati della loro retorica multiculturalistica, ecologistica, relativistica, migrazionistica, femministica, ecc ecc. La gente non crede più alle chiacchiere del mondo globalizzato perché la vita sta diventando un inferno. Non si può più parlare, non si può più pensare, non si può più agire, non si può più denunciare il proprio disagio senza rischiare di essere tacciati di una qualche offesa al prossimo da parte di questa immensa “Comune Hippy” (la definizione è di E. Capozzi) che detiene le chiavi del politicamente corretto.
Sia chiaro però che dietro questa immane raccolta di “presunti valori umani” ormai degenerati c’è ben altro. C’è un sistema di dominio, costruito da più di un cinquantennio sull’egemonia statunitense, ci sono duri rapporti di forza ad impulso yankee, che adesso vacillano per l’avanzata del multipolarismo, immettente sulla scena mondiale nuovi sfidanti dell’impero occidentale. Qualcuno l’ha compreso anche in America ed ha dato avvio al rinnovamento con Trump, il quale ha il compito di ristabilire l’ordine interno ed internazionale in differenti guise. I suoi avversari, indeboliti ma non domi, rifiutano di defilarsi, mettendo a rischio la stabilità statunitense e la stessa supremazia americana che senza una ricalibratura sostanziale subirà più pesanti arretramenti. In Europa, invece, continuiamo a restare indietro, ancorati ad un mondo in progressiva dissoluzione che ci costerà sempre più caro in termini economici, politici e sociali. Anche da noi c’è bisogno di avviare una palingenesi che ci liberi da tutta l’anticaglia progressista, socialdemocratica e liberaldemocratica, che ci ha sottomessi al precedente ordine mondiale. Occorre “facilitare” la strategia trumpiana pure qui ma con l’intento di sganciarsi al momento opportuno da essa, allorché la battaglia contro i vecchi ceti preminenti, che succhiano la linfa vitale del nostro tessuto sociale, sia vinta e questi spazzati via per sempre dai nostri orizzonti. L’obiettivo di questa tattica deve però esserci chiaro, esso non è il rinnovamento di un’amicizia con gli Usa 2.0 che nei fatti si tradurrebbe in una mera riconfigurazione della nostra sudditanza. Lo scopo è l’indipendenza dall’iperpotenza, sfruttando a nostro vantaggio le contraddizioni del corso storico che si va aprendo, implementando una diversa visione dell’Europa sovrana fondata su pilastri più solidi, quelli di un asse ristretto Germania-Italia(-Francia) che guarda alla Russia per i prossimi equilibri globali.

In America sei solo, di GLG

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Qui

negli Usa continuano questi atti di “follia” (non è il termine esatto, ma non saprei cosa usare). Soprattutto non si venga a raccontare che questo stillicidio di atti simili è dovuto alla facilità di procurarsi armi. Chi vuol veramente accoppare in massa la gente trova alla fine un’arma per realizzare il “fatto”. Si continua a confondere gli effetti con le cause. Non si pensa che simili gesti, così ripetuti, sono semplicemente la punta di un “iceberg” che significa ormai degrado culturale, mancanza di collante sociale, incapacità di trovare uno scopo nella vita (incapacità non semplicemente individuale e non legata solo a problemi psichiatrici), ecc. ecc. Gli Usa sono una società nata fin dall’inizio come coacervo di popolazioni diverse per tradizioni, cultura, abitudini di vita e di pensare, e via dicendo. E questo è l’effetto della sedicente “integrazione”. Una popolazione deve essere innanzitutto qualcosa di almeno abbastanza compatto come intreccio di storia e di lungo percorso compiuto da molte e molte generazioni vissute in stretto collegamento tra loro per secoli o millenni. Allora ci saranno senz’altro le cosiddette diversità “di classe”, cioè legate alla stratificazione sociale, ai differenti livelli nel tenore di vita, a certe tradizioni locali, ai dialetti o che so io. Non ci sono però alle spalle millenni di storia specifica di popoli diversissimi, processi che vengono trattati come inessenziali od ormai dimenticati e superati; e invece no, carini miei, pesano eccome e si manifestano individualmente come “disturbi mentali”, devianze della personalità e così via. Questo il risultato delle idiozie (e perversità) del “politicamente corretto”, della più piena e assoluta libertà di agire, pensare, coltivare le proprie ossessioni, dell’incontro privo d’ogni controllo tra gruppi sociali sradicati dalla propria civiltà plurisecolare e sbattuti a vivere insieme in nome della condanna di ogni diversità, dell’esaltazione di una “eguaglianza” costretta, obbligata, del tutto funzionale a quello strato di corrotti e degenerati che hanno preso il controllo di tutti i mezzi di informazione e si sono posti al servizio di strati dominanti completamente avulsi da un autentico consesso civile. Questo tipo di dominanti e i loro schifosi, marci, ceti sedicenti intellettuali – diffusori di questa mentalità di disfacimento adatta alla loro dominanza, che può essere mantenuta ormai soltanto al prezzo del malessere generalizzato dei dominati fino all’esplodere della follia in alcuni d’essi – vanno infine combattuti fino alla loro totale, esaustiva, eliminazione. Sono un cancro, una malattia ormai manifestamente mortale.

Da Comunisti a costumisti (e Trump resiste).

Mr. Trump- Yellow Tie

Le elezioni di midterm non sono state un successo per Trump ma sono state sicuramente un insuccesso per i democratici. Quest’ultimi non si arrendono al cambio di élite in corso nel Paese e provano con mezzi subdoli ad attaccare il tycoon newyorkese. Poiché sono stati più volte sconfitti in sede elettorale ricorrono al fango per costringere Trump a dimettersi e paventano improbabili procedure d’impeachment, per crimini e misfatti che non ha commesso. Ci sono pochi precedenti di un simile cortocircuito istituzionale negli Usa, dove si è giunti persino ad ammazzamenti di Capi di Stato senza protrarre così a lungo la diatriba, peraltro con una pretestuosità inusitata (vedi il caso Russiagate). Trump, in realtà, è saldo al comando, non (tanto) per la sua forza (che necessita di ulteriori affermazioni nei gangli statali) ma per le altrui debolezze. Esiste chiaramente una cesura nell’establishment americano che tarda a suturarsi. È una buona notizia per chi guarda agli assetti globali influenzati dalla prepotenza Usa. E’ meglio, per la nostra visione dei processi internazionali, che Trump resista (come è avvenuto) e non che stravinca, affinché la contraddizione in atto negli Stati Uniti permetta ai competitor americani di guadagnare tempo per un più spinto rafforzamento sulla scacchiera mondiale. Le ricadute in Europa di tale situazione continueranno a manifestarsi, quasi a specchio, rispetto agli scenari d’oltreoceano. Infatti, i gruppi europei che hanno gestito in questi anni il governo unitario, collegati ai drappelli democratico-neocon d’oltreatlantico, sono in grande difficoltà e temono di essere sostituiti dai populisti o da qualcosa di simile. I lenti mutamenti nel panorama politico internazionale ci avvicinano a quel multipolarismo che destrutturerà e ristrutturerà la configurazione dei rapporti di forza generali. È il clima adatto per il parto di energie fresche, soprattutto in Paesi crocevia come l’Italia, quest’ultima definita da Bannon, e non a torto, una sorta di laboratorio per l’avvenire. Insomma, si stanno aprendo delle finestre storiche attraverso le quali soffieranno eventi che condenseranno in situazioni per ora non pienamente preventivabili; chi saprà comprenderle meglio costruirà il campo d’azione per il futuro, quello della lotta per il potere e la sua conquista. E’ il possibile cambiamento che si attendeva, i nuovi orizzonti del multipolarismo che dischiudono scenari, tutti da edificare.
Di fronte a tale altezza di avvenimenti, è triste leggere su un quotidiano che porta in epigrafe la dicitura comunista un titolo del genere:” Il voto di midterm azzoppa Trump …Ma la sberla vera arriva dalle tante donne, giovani e di varie etnie, elette. È l’onda rosa che va verso le presidenziali del 2020”. Mai sentite tante sciocchezze in fila. Dentro ci sono tutti i luoghi comuni di questi tempi: i giovani, il colore della pelle e il rosa “shocking” al femminile. Una volta i comunisti facevano la disamina dei rapporti sociali, l’analisi concreta della situazione concreta, cercavano di comprendere la società andando oltre l’apparenza fenomenica, servendosi della scienza. Poi la teoria si è consumata e sono diventati consumatori di diritti civili d’importazione ideologica americana, hanno messo l’idiozia al posto della teoria. Da comunisti sono diventati costumisti. Spero vivamente che questi cialtroni siano spazzati via, sono pericolosi perché sostenitori del peggiore reazionarismo occidentale, di matrice statunitense (quello Clintonian-Obamiano, criminale fino al midollo). Oggi bisogna temere le camicie rosa, non quelle nere. Sono queste il simbolo di uno squadrismo filo-americano che ci vorrebbe ancora zerbino di un Occidente sempre più aggressivo perché in relativo declino.

MULTIPOLARISMO E “GRANDE CONFUSIONE” SOTTO IL CIELO, di GLG

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1. Per circa mezzo secolo, dopo la seconda guerra mondiale, si era stabilizzato un sistema globale bipolare. Un polo era quello del capitalismo, l’altro era appunto quello del (preteso e inesistente) “socialismo”. Alcuni lo dicevano comunista (ancor oggi qualche “sopravvissuto” parla con improntitudine di Cina comunista o Cuba comunista, ecc.). In realtà, in quei paesi erano al potere partiti denominati comunisti, ma nessuno di essi sosteneva certo di aver condotto la società al comunismo; ci si limitava (da sempre) a pretendere d’essere in fase di costruzione del socialismo (l’ormai ignoto gradino inferiore del comunismo secondo Marx e il marxismo d’antan, anche questo ormai ridotto ad un fantasma). Accanto ai due poli vi era una sorta di contorno rappresentato dai paesi detti “non allineati”; che tutto sommato facevano parte del  cosiddetto “Terzo Mondo”, una buona parte del quale era ancora sottoposto al colonialismo di vecchio stampo (anglo-francese) ma soprattutto al neocolonialismo di marca statunitense. Tra questi “non allineati” vi erano anche paesi importanti (appena liberatisi dal colonialismo come, ad esempio,l’India), ma tutto sommato non troppo influenti rispetto alla divisione del globo tra le due cosiddette superpotenze. L’altro grande paese asiatico, la Cina, apparteneva ufficialmente al campo“socialista”; aveva senza dubbio una notevole autonomia (e già l’inizio di una buona potenza), ma non poteva alterare in modo sostanziale il bipolarismo effettivo.

Ci fu semmai assai presto – congresso degli 81 partiti comunisti a Mosca nel 1960 – un allontanamento tra i due colossi del campo socialista, Urss e Cina, che divenne rottura dopo la crisi di Cuba (ottobre 1962) e lo scambio di lettere tra i CC dei due partiti (Pcus e Pcc) nella prima metà del 1963. Poi venne la rivoluzione culturale cinese (1966-69) che accentuò il distacco, rendendo i due partiti e i due paesi autentici nemici. Su questo contrasto si inserirono gli Usa, soprattutto per “merito” di Nixon – un presidente negletto e su cui bisognerebbe rivedere il giudizio storico perché, almeno oggettivamente, è stato più importante dell’osannato Kennedy e ha preparato il terreno a Reagan, considerato a torto l’affossatore del campo socialista (assieme a Papa Wojtyla, altro luogo comune per pigri mentali) – e la situazione, già con Mao ma ancor più con Teng, divenne tale che l’Urss (il cosiddetto socialimperialismo) fu considerata dalla Cina il “nemico principale” rispetto all’imperialismo statunitense, con cui spesso si “intrallazzò” (non è ovviamente il termine più adatto) a spese dell’Urss.

Generalmente, si sottovaluta quest’aspetto decisivo dell’indebolimento del campo socialista (sempre guidato dai sovietici), mettendo in luce erroneamente solo la corsa al riarmo nella quale l’Orso russo avrebbe perso. Altra questione che dovrebbe essere sottoposta a revisione storica è la vittoria della guerriglia vietnamita. Nixon (con alle spalle Kissinger, il vero personaggio centrale di certe operazioni), in grado di capire che le strategie vincenti (alla lunga e contro il nemico principale) richiedono anche l’accettazione di certi “passi indietro”, fece bombardare pesantemente la stessa Hanoi nel Natale 1972, giungendo poi agli accordi di Parigi del gennaio 1973. Gli Usa si impegnarono a ritirare le loro truppe, che a fine anni ’60 erano giunte al mezzo milione di soldati. In effetti, lo fecero e quasi completamente, ma dal 1972 era partito il watergate che costrinse Nixon alla resa due anni dopo e che non fece alla fin fine rispettare pienamente gli impegni di Parigi a nessuna delle due parti. Nel 1975 (30 aprile) il nord Vietnam entrava a Saigon, finiva la lunga guerra e il paese fu unificato sotto la direzione del partito comunista.

In effetti, terminato il lungo conflitto – che ovviamente era stato combattuto unitariamente dalle diverse fazioni del partito comunista nordvietnamita e con il decisivo appoggio sia dell’Urss che della Cina – la fazione filosovietica, sempre maggioritaria, prevalse definitivamente su quella filocinese; il che solo apparentemente avvantaggiava l’Urss, mentre invece allargava il solco tra le due potenze “socialiste”. Ci fu poi, nel 1979, la breve guerra cino-vietnamita (durata un mese tra metà febbraio e metà marzo) provocata dall’invasione della Cambogia da parte del Vietnam con deposizione del governo dei Kmer alleato dei cinesi. Nel dicembre dello stesso anno l’Urss invase l’Afghanistan, dando inizio ad un conflitto decennale che indebolì l’Urss (costretta al ritiro nel 1989) e favorì un qualche avvicinamento della Cina agliUsa (e al Pakistan, sempre stato relativamente favorevole ai cinesi anche a causa della mai cessata ostilità con l’India, pur essa in contrasto con il grande paese asiatico “socialista”).

Quanto appena accennato – e sarebbe invece piuttosto importante rifare bene la storia di quel periodo cruciale serve solo a ricordare che, malgrado il dissidio russo-cinese foriero della successiva dissoluzione del campo socialista, si ritenne per mezzo secolo il mondo diviso ormai permanentemente in due, tra Usa e Urss. Fu un periodo di sostanziale pace nel mondo capitalistico avanzato; pur parlando, e l’ho sempre ritenuto uno straparlare, di “equilibrio del terrore”, ovviamente atomico. Le guerre, pressoché continue in varie parti del mondo, avvenivano sostanzialmente nelle aree di confine (e frizione) tra i due campi. In realtà, non esisteva alcun socialismo (figuriamoci il comunismo), bensì forme sociali spurie ancor oggi conosciute inadeguatamente (se ne sono fornite innumerevoli analisi contrastanti). L’interpretazione, che fu anche (ma solo in parte) del mio Maestro francese Charles Bettelheim, di un capitalismo di Stato (e di partito), non sembra più molto convincente. Più perspicua mi sembra invece la tesi bettelheimiana secondo cui le forme (capitalistiche) della merce e dell’impresa vennero durante quel periodo, per motivi fondamentalmente politici e ideologici, soffocate, represse, ma non superate nei loro effetti sul sistema dei rapporti sociali. Fu in definitiva provocato un reale irrigidimento del sistema di questi ultimi con effetti deleteri sulle capacità di sviluppo di quel campo e sulla crisi che infine lo travolse. Anche in questo caso, dovremmo però approfondire storicamente cosa è realmente accaduto, mentre si resta alle tesi più banali e del tutto superficiali.

In effetti, forte era la credenza che il partito, pur dominato da un’oligarchia da lungo tempo cristallizzatasi, dovesse mantenere – in quanto avanguardia della classe operaia, quella che si sarebbe emancipata dallo sfruttamento, emancipando così l’intera società mondiale dallo stesso e dalla divisione in classi – il potere assoluto, pianificando l’intera economia. Non posso qui elencare i motivi (teorici ma con risvolti pratici) per cui la pianificazione, attuata dal blocco sociale che si era andato solidificando, riusciva solo a porre ostacoli allo sviluppo, dopo il primo periodo staliniano di impetuosa accumulazione e di creazione di una potenza industriale (e militare) con però basso livello di consumi e di tenore di vita per quanto riguarda la netta maggioranza della popolazione. Il periodo brezneviano – successivo ai fallimenti di quello kruscioviano, una sorta di “pregorbaciovismo” – fu di stagnazione, con degrado delle strutture sociali: si pensi all’istruzione e sanità, in un primo tempo orgoglio dei paesi socialisti, alla diminuzione notevolissima della media della vita, nettamente innalzatasi in precedenza. E via dicendo.

Infine si giunse al periodo gorbacioviano, un “vorrei ma non posso”, con il tentativo di affermare una contraddizione in termini: il socialismo di mercato. La Cina pure usò questa dizione, ma solo come mascheramento ideologico; in realtà, diede pieno sfogo a forme economiche di tipologia capitalistica, mantenendo solo una direzione centralizzata (con ampie autonomie in sede locale, anche se per le decisioni “minori”, non per quelle nazionali). In definitiva, si trattò di quella centralizzazione che – sia pure tenendo conto delle differenze culturali e di lunga tradizione storica – ha poi cominciato ad attuare la Russia nella sua fase di netta ripresa con l’avvento della direzione putiniana (dopo i disastri provocati da Gorbaciov e Eltsin) e, mi sembra, con risultati tutto sommato soddisfacenti, pur se ancora insufficienti a rilanciare il paese come grande potenza in aperto confronto con gli Stati Uniti.

2. Quello che ho cercato di delineare in modo molto succinto serve alla conclusione che più mi interessa: malgrado non esistesse il campo socialista, o meglio non esistesse il socialismo in tale campo, esso fu realmente antagonista di quello consideratocapitalistico tout court, si visse e fu vissuto come alternativa che le classi dominanti “occidentali” – ancor oggi tanto poco consapevoli di quanto accaduto da trattare spesso la Cina come socialista – intendevano stroncare; e alla fine ci riuscirono. Da quel contrasto semisecolare risultò però intanto l’imponente decolonizzazione che – pur non avendo portato (nemmeno essa) ai risultati perseguiti da certe forze dette antimperialiste ormai del tutto fallimentari – ha in ogni caso cambiato la faccia del globo. L’Urss, in nome della mera politica di potenza e dell’ideologia (della costruzione del socialismo come esempio da seguire per le masse dei paesi capitalistici), fu comunque prodiga di aiuti, soprattutto ma non solo militari, a Cuba, Egitto, ecc.; aiuti non corrispondenti al classico concetto di imperialismo, che implica non solo la forza politica e militare, bensì anche un ritorno economico: non solo per lo Stato ma pure per le imprese investitrici di capitali.

Se si guarda però all’aspetto principale del termine imperialismo, cioè alla conquista (o mantenimento) di sfere di influenza, si può allora parlare di (social)imperialismo sovietico. Tuttavia, si trattò in fondo di un’azione di prevalente contenimento dell’aggressività altrui, poiché a partire dal 1945 gli Stati Uniti – dopo aver accettato, per eliminare definitivamente dal novero dei competitori Inghilterra e Francia (oltre alle sconfitte Germania e Giappone), gli accordi di Yalta con la loro divisione del mondo in due; accordi che non a caso Churchill, avendo capito come sarebbe andata a finire, avrebbe voluto far saltare (e qui sarebbero pure da rivedere molte “bucce” riguardo ai precedenti “segreti contatti” in piena guerra tra Inghilterra e Germania) – hanno tentato, con varia fortuna e in definitiva fallendo a mio avviso definitivamente a partire dall’inizio di questo secolo, di affermare globalmente quel monocentrismo, che era stato invece sempre pienamente in atto nel “campo capitalistico occidentale” (Giappone compreso) durante il sistema bipolare.

Per quasi mezzo secolo (1945-1989) il mondo apparve appunto cristallizzato, e tutto il nostro orizzonte politico fu orientato alla permanenza indefinita di tale situazione. Forse però qualcunonei luoghi nascosti dove si preparano le vere strategie politiche di potenza; altro che quelle economiche sempre poste in primo piano per ingannarci ne sapeva un po’ più di noi, vedeva cambiamenti possibili. E pure qui, sarebbero da spiegare molte mosse durante la breve parentesi di Gorbaciov, liquidatore del cosiddetto Impero sovietico, per un periodo in contatto pure con l’allora segretario del partito comunista cinese (Zhao Ziyang) per ottenere certi effetti (in definitiva dissolutivi come quelli che si produssero nel 1991 in Urss) anche in quel paese, dove invece certi sommovimenti furono stroncati nella Tienanmen (e il segretariocinese in questione prontamente destituito).

Quello che mi preme rilevare, quello a cui volevo arrivare, è che il confronto politico tra Usa e Urss, pur viziato da nette distorsioni ideologiche, condusse ad un reale antagonismo tra i due campi, che prese il posto della – ma venne ampiamente confuso e identificato con la – altrettanto ideologica credenza nella lotta “a morte” tra borghesia e proletariato, tra classe capitalistica e classe operaia. Si fu anche convinti che l’azione dell’Urss corrispondesse al concetto di “internazionalismo proletario”; quell’internazionalismo molto carente, ad es., nell’azione del partito comunista francese in merito al colonialismo del proprio paese (ad es. in Algeria, in Indocina, ecc.), del tutto assente negli operai americani nei confronti del Vietnam, e si potrebbe continuare. Una lunga serie di distorsioni ideologiche, che coprivano comunque conflitti reali e risultati concreti, certo svisati nel loro effettivo significato.

Ci fu un’apparentemente insuperabile guerra di posizione, durante la quale i partiti comunisti dei paesi capitalistici occidentali (quelli di Italia e Francia in definitiva, in cui essi avevano ancora seguito e forza) si trasformarono progressivamente in sinistra integrata e riformista (salvo frange sempre meno consistenti e più agitatorie che fattive); mentre nella parte orientale si veniva preparando il crollo della “facciata socialista”, da cui sarebbero nate, dopo un tumultuoso ma breve periodo di solo apparente totale sconfitta, nuove formazioni sociali (di ancora impossibile definizione a meno di non erigersi a profeti) che sembra proprio si assestino e crescano come alternativa al capitalismo di tipologia “occidentale”. In definitiva, tuttavia, si tratta solo di Russia e di Cina, non certo di Cuba o del Vietnam, ecc.

3. Oggi la situazione, nel giro di un quarto di secolo (periodo storico breve) dal crollo del campo “socialista” e dell’Urss, è completamente mutata, tanto da essere irriconoscibile; solo dei “cervelli cristallizzati” possono continuare a rimuginare il passato come se tutto fosse rimasto eguale o con modesti ritocchi. Non esiste più una guerra di posizione ma di pieno movimento. C’è stata all’inizio di detto periodo l’illusione ottica dell’ormai realizzato monocentrismo (“imperiale”) statunitense, con questo paese in piena “arroganza di (pre)potere” e quindi direttamente (militarmente) aggressivo. Gli Usa hanno cominciato ad accettare (e forse non ancora del tutto) la nuova realtà; Obama è stato solo un po’ meno “diretto”, un po’ più viscido e avvolgente dei Bush e di Clinton, ma non aveva proprio per nulla tratto le debite conclusioni del multipolarismo ormai in accentuazione.L’establishment che si rappresenta in Trump sta cercando nuove vie, ma è fortemente contrastato e quindi costretto ad un continuo zigzagare. Resta in me il sospetto che forse non era ancora del tutto pronto alla virata necessaria e non si aspettava (forse nemmeno agognava) la vittoria di un suo “candidato” alla presidenza; per cui potrebbe non averlo scelto adeguatamente, ma solo provvisoriamente, pensando poi di cambiarlo arrivato il momento della possibile vittoria, che invece è arrivata di sorpresa.

Ricordo che ormai un bel po’ di tempo fa vi era stata quella avveniristica (e del tutto illusoria) visione del gen. Wesley Clark (comandante dell’aggressione alla Serbia nel 1999), secondo cui ormai la guerra si vinceva con l’aviazione, senza bisogno di truppe di terra. Oggi, simile convinzione appare perfino sciocca; comunque, gli Usa hanno soprattutto usato una sorta di sicari; sia che si trattasse di alcuni paesi europei (Francia e Inghilterra in Libia contro Gheddafi) sia utilizzando il cosiddetto estremismo (e terrorismo) islamico del tipo dell’Isis in Siria contro Assad (operazione non riuscita, anche se ancora resta qualche incertezza circa il risultato finale). Si continuano pure le operazioni ai confini della Russia (tipo Ucraina o alcuni paesi centro-asiatici), che non sembrano costituire un vero ostacolo al rafforzamento del paese in via di diventare il contraltare dell’influenza statunitense in Europa, nel Medioriente e probabilmente nello stesso nord Africa (in Libia ci sono già i precisi sintomi di tale processo in svolgimento). E’ comunque in corso un assai complesso gioco dialleanze in buona parte temporanee e “area per area”, destinate a continui disfacimenti e rifacimenti. E’ messo in forte difficoltà anche il principale alleato degli Usa (in particolare di quelli dell’attuale presidente) nell’area mediorientale, cioè Israele, con cui la Russia cerca, almeno al momento, di non entrare in netto contrasto.

Quanto appena esposto, pur per semplici cenni, è appunto effetto della fine della guerra di posizione, in cui uno dei due campi non era però in grado di tenere la posizione; mentre nell’odierna guerra di movimento, con più attori in gioco, e in rafforzamento, tutto è diverso, tutto muta con rapidità (certo sempre tenendo conto che stiamo parlando di processi storici). E’nel contempo un vero ricordo del passato la credenza nella “lotta di classe”, nell’antagonismo dei lavoratori contro il capitale edelle masse popolari del “fu” terzo mondo contro l’imperialismo dei paesi capitalistici avanzati. Tale credenza è sopravvissuta nel mezzo secolo di “sistema bipolare (e a malapena in ogni caso) per la confusione, fatta da ritardati (che si credevano marxisti quando erano invece scolastici e quasi religiosi), tra questa lotta e lo scontro tra i due campi in quella guerra di posizione, in cui uno dei due era ormai in surplace e incapace di uscire dal giogo dell’ideologia della lotta tra socialismo (inesistente) e capitalismo.

Nell’attuale fase storica – non perché si sia in presenza di una rinnovata e stabile nuova teoria dello sviluppo sociale, ma solo perché siamo in un processo di “transizione” ancora tutt’altro che stabilizzatosi – si deve pensare alla decisa preminenza dello scontro di tipo internazionale (tra quegli Stati nazionali che per i fumosi chiacchieroni altermondialisti e moltitudinari non sarebbero più esistenti); e del conflitto interno in pieno svolgimento tra i gruppi dominanti, legati alle vecchie strutture economiche e sociali “preinnovative”, e quelli tutto sommato “innovativi” (della distruzione creatrice, intesa in senso ampio e non solo relativa alla sfera economica), dove i primi sono i piùservilmente subordinati agli Usa, mentre i secondi (non tutti però e non ancora con vera decisione e chiarezza di idee) allargano i loro orizzonti ai nuovi poli e dunque alla guerra di movimento.

Non abbiamo alcuna simpatia per i dominanti, siamo in fondoancora attratti dall’idea che si riaffermeranno nuovi scontri in verticale (tra strati sociali in antagonismo). Non siamo per nulla convinti che ormai il conflitto si giocherà per sempre soltantonegli spazi (orizzontali) della “geopolitica”. Siamo però consci che la fase attuale è questa, non quella ancora pensata con schemi obsoleti da “vecchi ossi” (ormai rosi dal tempo) che si definiscono, per di più, di sinistra (magari “estrema”; estrema solo nella sua idiozia). Bisogna passare per una fase di guerra di movimento tra poli, che definiamo momentaneamente (e senza alcuna intenzione di cristallizzare il pensiero in tale schema) capitalistici; ma non caratterizzati da un capitalismo, bensì da alcune differenziate (e ancora non studiate né comprese adeguatamente) formazioni sociali di tipologia capitalistica, soprattutto nella loro sfera economica, caratterizzata assai genericamente da impresa e mercato.

Attraverso tale tipo di guerra si riconfigureranno anche le “strutture” sociali nei vari capitalismi, e sarà allora possibile avvicinarsi, con nuovi orientamenti di pensiero, alla teoria e prassi di altre lotte combattute in verticale, tra strati sociali. Oggi, è proprio per colpa dei “vecchi ossi” sopra citati che è impossibile prevedere adeguatamente tali nuove lotte, non meramente interne alla riproduzione capitalistica, come sono tutte quelle odierne. Il primo compito è il superamento di certe concezioni ormai “da dinosauri”, la loro sparizione perfino nel retropensiero dei più giovani. Per il momento, è più utile la discussione con i geopolitici; non perché siamo convinti in assoluto che abbianoragione ma perché, per un’intera fase storica (non per pochi anni), sarà più energica e produttiva di effetti eclatanti la guerra di movimento tra policon i suoi specifici effetti su quella interna(ma tra dominanti e per un periodo storico non breve) nei diversi paesi facenti parte dell’area di influenza di ognuno dei poli in questione.

A questo orientamento di massima bisogna ormai indirizzarsi,acutizzando gli scontri laddove ciò si renderà più facile e foriero di risultati positivi al fine di uscire dalle forme di lotta che ancora oggi fanno marcire una situazione ben poco compresa da chi le conduce con occhi rivolti al passato o con un atteggiamento empirico da semplici praticoni e maneggioni. E diamo addosso con tutte le forze a questa falsa e degenerativa “democrazia elettorale”, ormai la vera infezione del nostro mondo in progressivo avanzamento verso un’epoca di profonda trasmutazione sociale. Se vogliamo, non dico evitare (utopia), ma almeno moderare gli orrori, è indispensabile non commettere più i gravi errori cui ci costringono vecchie ideologie, fra l’altro nemmeno più conosciute e tanto meno capite da (pseudo)pensatori in fase fortemente degenerativa.

 

Gli attacchi economici al Governo sono politici

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Degli allarmi di Draghi, sulla tenuta del sistema economico italiano, occorre disinteressarsi. Costui è stato tra i primi svenditori dell’Italia, dopo la famosa crociera sul Britannia, allorché la finanza angloamericana decise di uccidere il nostro Paese, in seguito al cambiamento del quadro di rapporti di forza, che da bipolare divenne unipolare, col crollo dell’Urss. Le parole di Cossiga, al proposito, furono inequivocabili (qui) ( https://m.youtube.com/watch?v=pb0lM-mAW6g). Il Presidente Bce, all’epoca al vertice della Banca d’Italia, non ha mai denunciato l’ex Capo di Stato sardo, il quale, da buon filo-americano, con agganci ad un certo livello internazionale, poté permettersi un simile affondo contro l’ex Goldman Sachs (peraltro da lui indicato a Berlusconi per la candidatura a governatore della massima istituzione bancaria nazionale), essendo custode di segreti che avrebbero interrotto all’istante la carriera dell’euroburocrate romano.
Mario Draghi, ricopre un ruolo tecnico ma, da sempre, è una pedina politica di quell’establishment mondiale, influenzato da Washington, il quale si trova adesso in grande difficoltà, dopo la vittoria di Trump (terminale di un diverso concetto di dominanza a stellestrisce). Tutti gli attacchi provenienti da Bruxelles verso l’Esecutivo nostrano sono pertanto politici, anche se ammantati di tecnicalità economico-finanziaria. Essi scaturiscono da una visione dell’Ue elaborata dagli apparati statunitensi in una precedente fase storica. Sin dagli albori, il progetto unitario europeo è stato sponsorizzato e condizionato da Oltreatlantico, come de-scritto in molti documenti dell’intelligence Usa, venuti alla luce solo recentemente. Oggi però, in virtù di mutamenti strategici nella nazione predominante, il disegno europeo, e chi l’ha gestito in questi lustri, vengono considerati inadatti agli sviluppi globali in atto. I “parvenus” alla Casa Bianca hanno idee differenti sugli assetti generali da adottare. Per Trump e i suoi uomini il formato attuale non garantisce le mutate esigenze statunitensi, in un clima irrimediabilmente multipolare. L’intento di sottomissione continentale non è cambiato, tuttavia, non si può fingere che il mondo sia sempre lo stesso. I predecessori, restii ad accettare il vento sfavorevole, si erano infilati in un cul de sac, procurando arretramenti sullo schacchiere globale, con la loro geopolitica del caos. Ciò richiede una calibratura oggettiva degli obiettivi strategici da sposare, anche “zigzagando”, tra una posizione e l’altra, per chiarirsi le idee. Lo spauracchio per Washington, comune a chi c’era e a chi c’è, resta immancabilmente quello di una superiorità regionale di Berlino (che non è quella solo economica di cui si blatera presentemente). Quest’ultima, in ipotetico avvicinamento a Mosca, produrrebbe una supremazia ultracontinentale di portata incontrollabile da parte di soggetti esterni. Sarebbe la fine dell’impero americano che avrebbe come unica possibilità di ristabilimento della propria preminenza l’invasione militare dell’Europa. Impensabile senza scatenare un conflitto mondiale. Di fronte a detti rischi, coltivare pretese unilaterali irrealistiche è, dunque, controproducente. Ecco allora che Trump e soci si trovano a dover rimescolare le carte, in attesa di scoprire geometrie storiche e geostrategiche più fattibili, adatte a rallentare il processo di erosione del potere americano sulla scena globale.
In quest’ottica va vista la benevolenza trumpiana verso il populismo italiano. Le cose devono cambiare perché il predominio statunitense si mantenga intatto ma sotto forme coercitive innovative, diverse da quelle abituali, a questo punto esauste e consumate dagli eventi. Come ha dichiarato Bannon, l’Italia è il laboratorio di questa svolta “neoamericana”, spacciata per originalità nostrana da estendere a tutta l’Ue, in sinergia con la riconfigurazione del potere Usa. Occorre accelerare questo trapasso, non per favorire i piani americani, ma per sbarazzarsi di una sudditanza atavica ancor più limitante che ci marginalizza come paese inserito nell’area atlantica e come membro Ue. Nelle contraddizioni tra gli yankee forse troveremo la nostra strada (triangolando, in un prossimo futuro, con Berlino e Mosca) e le energie per riappropriarci del nostro destino. Da laboratorio per gli esperimenti altrui a fucina di sovranità per noi stessi e per tutta l’Europa. Non possiamo sicuramente aspettarci che siano Lega e 5S a determinare una simile svolta ma ogni passo che ci allontana dall’orizzonte dei “democratici”, in tutte le salse euroamericane, è una speranza che si accende per il domani.

Se il dito indica la luna, lo stolto guarda lo spread

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Mario Draghi, Presidente Bce, si reca al Quirinale, dal Capo di Stato Sergio Mattarella, per raccomandare di non sottovalutare lo spread. Inoltre, avverte su un probabile declassamento dell’Italia, da parte delle agenzie di rating, a causa dei suoi conti traballanti. L’ex Goldman Sachs, utilizzando argomenti pretestuosi, cerca di spaventare il Governo giallo-verde, reo di essere uscito dai binari dell’Ue, ingerendosi in scelte politiche nelle quali non dovrebbe mettere naso. Innanzitutto, il differenziale tra titoli di Stato italiani e tedeschi, non ha nulla a che vedere con lo stato effettivo di un’economia. E’ mero aspetto finanziario sui cui giocano speculatori che hanno in mano i titoli di Stato. Lasciate agire questa volatilità ed essa si dissolverà come una montagna di fumo, in un tempo non lungo, perché non deriva da fattori “reali” ma da manovre fittizie su cedole di carta (anzi, ormai su desktop dove agiscono algoritmi). Fu lo stesso Berlusconi a dire che lo spread era un imbroglio: https://m.youtube.com/watch?v=By-hSH-UWYs.
Ora il suo cortigiano Sallusti, direttore de Il Giornale, va annunciando la catastrofe imminente a causa dello Spread e delle mani bucate dei grillini, dopo aver gridato al complotto nel 2011, quando il suo datore di lavoro fu costretto a sloggiare da Palazzo Chigi, per una similare azione dei mercati (dietro i quali c’erano Draghi, Napolitano e i loro padrini internazionali). Quanto ai timori per i giudizi negativi da parte delle agenzie di rating ci sarebbe da rispondere con sonore pernacchie. Si tratta di centrali della truffa che, in passato, hanno nascosto i bilanci in rosso di grandi società (e probabilmente continuano a farlo, basta pagare e avere le conoscenze giuste) prossime al fallimento, per dare il tempo a chi di dovere di sbarazzarsi dei titoli tossici. Il compito dei loro impiegati è quello di far finta di prendere sul serio i bilanci, rendere credibile ciò che non è solvibile e fornire valutazioni truccate in base a convenienze relazionali.
Tuttavia, sono convinto che in questa circostanza l’assalto “dei mercati” all’Italia non sortirà gli effetti della volta precedente. Il clima è cambiato, gli sponsor americani della burocrazia Ue sono in grande difficoltà, dopo la vittoria di Trump, e non possono esercitare la medesima opera di dissuasione del passato. Piuttosto, i veri rischi vengono dall’alleanza incerta Lega-5S. Già si parla di una rottura dopo le prossime elezioni europee, a causa delle diatribe insolute tra essi e dei sondaggi che sembrano avvantaggiare Salvini, ora socio di minoranza del connubio ma con velleità solitarie. Inoltre, c’è l’incognita delle consultazioni di mid-term negli USA. Queste sono ancora più importanti, perché un ridimensionamento di Trump ringalluzzirebbe il vecchio establishment democratico e con questo i suoi scherani nel nostro Continente. Altro dunque che lo spread, siamo in piena battaglia campale per nuovi equilibri di potere, internazionali e nazionali.

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