AFGHANISTAN: PICCOLO DOSSIER SU CIO’ CHE GLI ITALIANI NON DEVONO SAPERE

(a cura di G. La Grassa e A. Berlendis)

Nel pezzo scritto ieri sera per il blog, avevo preannunciato l’inserimento di un articolo di poco meno di un mese fa apparso, a quanto ne so, soltanto sul Sole24ore (almeno per quanto riguarda la grande stampa di carattere nazionale). Quanto alla TV, non credo proprio che abbia mai dato le notizie qui riportate. Un nostro “bloggista” ha poi “scovato” altri due articoli che non hanno certo avuto diffusione. Non sono notizie “di giornata”, ma ritengo utile che siano conosciute più largamente, perché indicano con estrema chiarezza quale tipo di “missione di pace” sia quella condotta in Afghanistan, anche dalle nostre truppe. Ed è vero che tali notizie sono nascoste perfino dalla sinistra detta “estrema”, che fa la “pacifista” e, per salvarsi l’anima”, chiede il ritiro delle truppe, ma non fa mai cadere un governo di ipocriti e mentitori, al servizio dei guerrafondai imperialisti USA. Adesso, per l’ennesima volta, ci si dichiara pronti a votare a favore di questo governo, ma con “verifica a gennaio”. Che cialtroni! Mai visto individui più marci di così. Ma tanto sanno di poter fare di tutto con quella parte della popolazione italiana (la peggiore e più corrotta) che continua a sostenerli e votarli. A questo punto, le socialdemocrazie del 1914 erano di un candore abbagliante di fronte a questo ciarpame che ha solo l’apparenza dell’umano. Ma pagheranno, oh se pagheranno! Purtroppo, non saremo noi a farli pagare; non importa, purché paghino!!

 

Soldati italiani in battaglia

di Gianandrea Gaiani   da Il Sole 24 Ore del 31/10/2007

Afghanistan. Offensiva dei taiebani nella provincia di Farah, sotto il comando del generale Macor

 

I talebani sono penetrati in forze nel settore dell’Afghanistan occidentale presidiato dalle truppe Nato sotto il comando italiano. Lunedì, circa 400 jihadisti provenienti dalla provincia meridionale di Helmand sono entrati nel distretto di Gulistan, nella provincia di Farah, la più calda tra le quattro assegnate al Comando regionale Ovest della Nato, guidato dal generale degli alpini Fausto Màcor.

Secondo quanto riferito dal capo della polizia di Gulistan, Abdul Rehman Sarjang, i talebani si sono uniti ai guerriglieri locali per prendere il controllo del capoluogo dove «hanno sparato contro la popolazione uccidendo sette persone». Un portavoce dei talebani, Yousuf Ahmadi, ha confermato la conquista del distretto abitato da circa 55mila persone, per l’8o% di etnia pashtun e per il resto tagiki.

Sarjang ha dichiarato che i suoi agenti hanno subito tre caduti, ma hanno ucciso o ferito oltre una ventina di talebani prima di ripiegare di fronte alla superiorità numerica del nemico. «Abbiamo dovuto effettuare una ritirata tattica», ma l’ufficiale ha confermato che truppe afghane e della Nato stanno combattendo per «riprendere il controllo totale del distretto». Un’affermazione che confermerebbe il coinvolgimento delle truppe italiane schierate a Farah insieme a 200 militari americani del Provincial reconstruction team e a un reparto di Berretti verdi, forze speciali che dipendono però dal comando di Enduring Freedom.

Proprio per contrastare la penetrazione talebana, il comando italiano ha dislocato fin dall’anno scorso a Farah un centinaio di fanti della Forza di reazione rapida e alcuni distaccamenti di incursori. Nessuna fonte ufficiale italiana ha fornito notizie sulle operazioni in corso. Secondo indiscrezioni le truppe italiane per il momento non parteciperebbero direttamente agli scontri, ma fornirebbero supporto a un battaglione dell’esercito afghano e ai reparti di polizia impegnati nei combattimenti.

I mezzi in dotazione comprendono tre elicotteri da trasporto CH-47, due velivoli teleguidati da ricognizione Predator (in grado di mantenere per lungo tempo una sorveglianza capillare del territorio) e cinque elicotteri da combattimento Mangusta (due recentemente spostati dall’aeroporto di Herat alla base di Farah).

Se i dati forniti dalla polizia verranno confermati, quella in corso nel Gulistan è la più grande offensiva talebana nel settore a comando italiano. Per questo pare improbabile che le truppe italiane e alleate non vengano coinvolte nei combattimenti tenendo conto della debolezza delle truppe governative e che i consiglieri militari italiani e americani addestrano e accompagnano in azione i battaglioni afghani.

Il distretto del Gulistan era già stato occupato dai talebani che ne vennero cacciati dopo aspri combattimenti nel settembre 2005, in base alla tattica che prevede di assumere il controllo di un distretto per poi ritirarsi all’arrivo dei rinforzi alleati. Con l’esclusione di Musa Qala, a Helmand, ormai da un anno in mano agli uomini del mullah Omar.

MISTERI AFGHANI

Analisi Difesa anno 8 numero 82  del  27 novembre 2007

Editoriale

di Gianandrea Gaiani

14 novembre – E’ proprio vero che il genio italico non conosce confini. Anche negli angoli più remoti del mondo sappiamo imporci per la nostra capacità di integrarci con le popolazioni locali, superandole spesso per capacità nelle loro caratteristiche peculiari. Tutti sanno che l’Afghanistan è una terra misteriosa ma pochi si sono accorti che dopo cinque anni di missione a Kabul e a Herat noi italiani siamo riusciti ad essere più misteriosi degli afgani soprattutto quando si tratta di raccontare le operazioni belliche. Una vecchia regola della comunicazione ci ricorda che “più si parla più aumentano le probabilità di dire sciocchezze” ma a volte anche il silenzio rischia di coprire di ridicolo specie quando si tratta del silenzio delle istituzioni. I misteri afgani o i misteri italiani in Afghanistan cominciano ad essere molti, a nostro avviso troppi per un paese democratico.

Il mistero del blitz – A quasi un mese e mezzo dal blitz del 24 settembre che portò alla liberazione dei due agenti del SISMI catturati dai talebani, nulla è stato finora chiarito. Il maresciallo Lorenzo D’Auria pare sia deceduto in seguito alle ferite provocate dagli incursori britannici dello Special Boat Service. Pare, perché di certo nulla è stato detto da nessuna fonte ufficiale. Il ministro della Difesa, Arturo Parisi, in Parlamento ha ammesso di non disporre dei dettagli sull’operazione mentre secondo Massimo Brutti, vice presidente del Comitato parlamentare di controllo sui Servizi che ha ascoltato l’ammiraglio Bruno Branciforte, “il SISMI non ha elementi diretti su come si è svolto il blitz”. Possibile che né il ministro né i servizi d’intelligence sappiano raccontarci com’è andata quella vicenda ? Eppure l’operazione è stata condotta dal comando NATO di Herat, guidato dal generale italiano Fausto Macor, che ha attivato per il blitz la Task Force 45, l’unità di forze speciali italiane comandata da un ufficiale del 9° reggimento Col Moschin. Secondo quanto riferito da notizie d’agenzia, l’ammiraglio Branciforte avrebbe ammesso che alcuni italiani si trovavano sugli elicotteri quando è scattata l’operazione delle forze inglesi anche se il compagno di sventura di D’Auria ha riferito di aver visto solo “personale inglese”. Da quanto reso noto l’intelligence aveva scoperto l’edificio dove erano detenuti i due militari ma il governo non autorizzò il blitz notturno degli incursori italiani per non mettere in percolo i civili del villaggio. Azioni del genere vengono però preferibilmente condotte di notte. I civili dormono (anche se il Ramadan aumenta le attività notturne della popolazione), così come parte dei sequestratori e gli incursori devono attaccare bersagli fissi contando sul vantaggio offerto dai visori notturni dei quali i talebani sono privi. Fonti autorevoli hanno riferito che il via libera al raid arrivò da Roma troppo tardi, quando ormai in Afghanistan era l’alba. Ritardi dovuti alle accese discussioni su rischi e implicazioni politiche del blitz, complicati dalla trasferta a New York di Romano Prodi e Massimo D’Alema. Anche la dinamica dell’attacco suscita perplessità. I britannici, da forze di supporto, divennero protagonisti quando i mezzi con gli ostaggi partirono verso sud richiedendo un attacco immediato anche se il commilitone di D’Auria ha riferito che il blitz è scattato dopo due ore di viaggio. Gli incursori italiani entrarono nel covo ormai abbandonato dei talebani mentre i britannici attaccarono i due veicoli impiegando elicotteri e Land Rover in un attacco frontale necessario ma che ha esposto gli ostaggi. Strano poi che due italiani siano stati liberati da incursori britannici con un raid condotto all’interno del settore italiano e quando i nostri reparti speciali si trovavano in quell’area. Vuoi vedere che a Roma hanno preferito lasciare agli inglesi il lavoro sporco per avere meno rogne dai loro “alleati” ambientalisti e comunisti?

Il mistero dei mezzi “saltati in aria" – Intervenendo il 30 ottobre all’apertura dell’anno accademico della Scuola di Applicazione di Torino, il capo di stato maggiore dell’Esercito, generale Fabrizio Castagnetti ha dichiarato alla stampa che “di questo passo rischiamo di non poter sostituire i mezzi che i talebani ci fanno saltare in aria”. Un commento schietto ai possibili tagli della legge Finanziaria sul Bilancio della Difesa ma l’espressione utilizzata induce a porsi una domanda. Quanti mezzi italiani sono stati fatti saltare in aria dai talebani ? La censura posta dal ministro Parisi sulle operazioni in Afghanistan non solo impedisce ai reporter di seguire sul campo le attività dei nostri militari ma ha anche ridotto quasi a zero il flusso d’informazioni fornite dagli uffici stampa di Kabul ed Herat. In base alle scarne notizie degli ultimi 12 mesi i mezzi distrutti dai talebani dovrebbero essere due blindati Puma, tre veicoli Lince e un fuoristrada di modello civile. L’affermazione del generale Castagnetti sembrerebbe però indicare che i mezzi andati perduti siano molti di più di una mezza dozzina dal momento che, se così non fosse, la loro sostituzione non costituirebbe un grave problema finanziario. Considerato che alcuni scontri a fuoco che hanno coinvolto i nostri soldati sono stati rivelati solo da fonti giornalistiche, è quasi certo che, in assenza di vittime italiane, molte azioni di combattimento non siano state rese note dal Ministero della Difesa. Veicoli e mezzi blindati potrebbero aver subito seri danni o essere stati distrutti da mine stradali, lanciarazzi talebani o colpi di mortaio e razzi sparati dentro le basi della NATO. Attacchi che potrebbero anche non aver provocato danni seri agli equipaggi. Considerato che i mezzi li paghiamo noi contribuenti, sarebbe utile sapere da fonti ufficiali come stanno le cose.

Il mistero della battaglia invisibile – I progressi della tecnologia militare italiana hanno raggiunto livelli portentosi nella prima decade di novembre. Ormai sono molti i paesi avanzati in grado di mettere in campo aerei e navi “stealth”, cioè invisibili ai radar. Noi italiani però operiamo con successo su scala ben più ampia rendendo invisibile una grande battaglia in corso ormai da quasi due settimane. Come vi raccontiamo nell’articolo di copertina oltre 700 talebani hanno conquistato a fine ottobre due distretti della provincia di Farah mettendone a ferro e fuoco un altro. Indiscrezioni e frammenti di notizie sono emerse da fonti afgane e internazionali ma dal comando di Herat e dal Ministero a Roma nessuno ha rilasciato commenti o dichiarazioni. Eppure laggiù sono i nostri soldati a combattere. O almeno dovrebbero visto che alcune fonti afgane rilevano accuse della popolazione che rimprovera i soldati alleati (cioè gli italiani) di non affiancare le truppe locali in combattimento. Un’affermazione infamante, che ha il sapore di un’accusa di codardia ma alla quale finora nessuno, in uniforme o in doppiopetto, ha risposto. Neppure uno scarno comunicato o un “stiamo ripiegando su posizioni prestabilite”, la formula usata dalla propaganda per edulcorare le sconfitte durante la seconda guerra mondiale. Anche la riconquista di uno dei due distretti perduti , il 9 novembre, è giunta da fonti locali confermate l’11 novembre da un interessante comunicato del comando della Combined Joint Task Force 82 che dal quartier generale di Bagram ha riferito della liberazione di Gulistan effettuata da truppe afgane, della NATO e di Enduring Freedom.

Circa 500 soldati italiani, afgani e americani hanno combattuto e vinto insieme. Ma Parisi e D’Alema non ci avevano detto che non ci sarebbero più state sovrapposizioni tra ISAF ed Enduring Freedom nel nostro settore ? Ricordiamo male o iI due ministri si erano addiruttura spinti a chiedere la chiusura della missione antiterrorismo americana ? Che sia questo il mistero da tenere segreto agli alleati di governo verdi e comunisti che certo mal digerirebbero la notizia che gli italiani in Afghanistan combattono al fianco degli amerikani? Sotto pressione, la Difesa ha risposto il 14 novembre all’interrogazione dell’onorevole Severino Galante (Pdci) ammettendo che nell’a prima decade di novembre militari italiani "in attività di ricognizione e supporto alle forze di sicurezza afgane hanno subito isolati attacchi da parte di elementi ostili" ed hanno risposto al fuoco"..

Il mistero delle vittime civili – Il cittadino/contribuente italiano non deve sapere che è in corso la più massiccia offensiva talebana contro il settore presidiato dai nostri soldati, né che il 5 novembre è stata denunciata la morte di alcuni civili colpiti per errore dai bombardamenti aerei della NATO contro un gruppo di talebani nella provinciali Badghis. Un’area affidata alle truppe spagnole ma sotto il comando italiano. Vuoi vedere che anche gli italiani, dopo aver accusato gli anglo-americani di bombardare indiscriminatamente i civili, ordinano ai jet di colpire i talebani nonostante i rischi di provocare danni collaterali? Le vittime civili di Badghis, come sempre tutte da confermare, sarebbero due bambini, colpiti da bombe che avrebbero distrutto molte case. Anche su questo argomento tutto tace, anzi, tutti tacciono. Un silenzio che stride ancor di più notando che alle stesse domande rispondono senza difficoltà militari e politici afgani ai quali, di questo passo, dovremmo chiedere presto una mano per ripristinare la democrazia in Italia. L’aspetto più incredibile è la miopia e l’arroganza di una classe politica che zittisce e mortifica i militari mentre nega l’informazione all’opinione pubblica, senza rendersi conto che così facendo si sta scavando da sola la fossa. A quel funerale saranno in pochi a spargere lacrime.

 

Afghanistan, guerra sul fronte occidentale La provincia di Farah, sotto comando italiano, sta cadendo in mano ai talebani

 02.11.2007  http://www.peacereporter.net/

Si combatte ormai da cinque giorni sul fronte occidentale di Farah, provincia rientrante sotto il comando regionale italiano di Herat. L’esercito afgano, nonostante il supporto aereo della Nato, non riesce a fermare l’avanzata talebana partita all’inizio della settimana.

L’avanzata talebana verso ovest. Oltre settecento guerriglieri armati fino ai denti e dotati di decine di fuoristrada erano scesi lunedì dalle loro roccaforti sulle montagne di Musa Qala, nella provincia di Helmand, muovendo verso ovest e prendendo il controllo del distretto montano di Gulistan, nella parte orientale della provincia di Farah. Da lì, due giorni dopo, hanno proseguito la loro avanzata verso ovest, calando in forze nelle vallate del distretto di Bakwa. L’esercito governativo e la polizia afgana non hanno potuto fare altro che ripiegare e chiamare i rinforzi Nato arrivati sotto forma di cacciabombardieri e forze speciali – che in questa area comprendono alcune decine di incursori dell’esercito e della marina italiani. Qari Mohammad Yousuf, portavoce dei talebani, ha dichiarato che il loro obiettivo è prendere il controllo di tutta la provincia.

Trecento morti in una settimana. Il bilancio ufficiale dei combattimenti, che ora infuriano a poche decine di chilometri dal capoluogo provinciale, è finora di oltre venti militari afgani morti e di circa sessanta presunti talebani uccisi. Si parla anche di diverse vittime tra i civili, che il governo attribuisce però al fuoco talebano.

In contemporanea con l’avanzata verso ovest, dalle loro basi nell’Helmand settentrionale i talebani hanno scatenato altre offensive anche verso sud e verso est, attaccando il distretto di Nad Alì nella provincia di Helmand, quello di Arghandab nella provincia di Kandahar e quello di Baluch nella provincia di Uruzgan. Le forze Nato britanniche, canadesi e olandesi sono riuscite a respingere gli attacchi solo dopo violente battaglie nelle quali, secondo la Nato, sarebbero rimasti uccisi circa 180 presunti talebani e molti soldati afgani. Vittime che portano a quasi 300 i morti della sola ultima settimana di guerra in Afghanistan, e a oltre 6 mila quelli dall’inizio del 2007.

Enrico Piovesana

 

 

 

 

 

 

 

I RAPPORTI TRA IL GOVERNO AMERICANO E LA LOBBY ISRAELIANA

(FONTE: Geostrategie.com, trad. G.P.)

 

Abdel-Alim Mohamad, politologo e membro del centro studi politici e strategici (STOCK) di Al-Ahram, ritiene che le relazioni tra gli Stati Uniti e la lobby israeliana non saranno mai influenzate. Intervista.

Al-Ahram Hebdo: Innanzitutto, come definite la lobby sionista e quale è la sua importanza secondo voi?

Abdel-Alim Mohamad: la lobby sionista negli Stati Uniti è composta da organizzazioni e gruppi di pressione che esercitano un’influenza finanziaria, culturale, politica ed ideologica. Questa si manifesta soprattutto in tre ambiti fondamentali, cioè quello dell’ideologia, strategica e politica, quello della ricerca, scientifica e tecnologica, ed infine quello finanziario, banche ed affari. È da qui che deriva la sua importanza

E’ la lobby israeliana che influenza la politica estera americana o l’opposto?

A: Esistono due pareri diversi sulla questione. Per alcuni, è impossibile che una semplice rete come una lobby possa influenzare un paese così potente come gli Stati Uniti, soprattutto perché non è l’unica lobby esistente nel paese, ma ne ce ne sono molte altre, come quella ispanica. Allora perché questa avrebbe tutto questo potere? Per altri, la lobby sionista possiede realmente un grande potere attraverso il quale può influenzare la politica estera americana. Questi assicurano anche che la presenza di questa lobby negli Stati Uniti è una garanzia per la prosecuzione del flusso petrolifero e la sottomissione degli stati arabi.

E voi quale tra questi due punti di vista sostenete?

A: Penso che ciascuno dei due campi eserciti un’ influenza sull’altro. Senza alcun dubbio, gli Stati Uniti non sono uno Stato facile da trattare, ma allo stesso tempo, la lobby israeliana non è come tutte le altre. Poiché possiede caratteristiche specifiche diverse. Ha la possibilità di intervenire nelle tre sfere fondamentali che possono toccare facilmente la politica americana. Ciò che è sicuro, è che né gli Stati Uniti né gli israeliani sono degli ingenui. Ciascuno di questi due campi sa molto bene dove trovare il suo interesse e non accetterà mai che sia messo in discussione.

Per quale ragione gli Stati Uniti sostengono questa lobby contro gli Arabi? E’ nel loro interesse farlo?

A: La questione è sempre stata posta e tuttavia non ha mai trovato risposte. L’interesse degli Stati Uniti nei confronti degli arabi è ovvio, poiché rappresentano la più grande fonte d’energia del mondo. Forniscono all’America un petrolio di alta qualità ed a prezzi abbastanza bassi, senza certamente dimenticare i grandi investimenti arabi negli Stati Uniti. Questa lobby è quella che spinge per una guerra contro l’Iran e conduce anche una campagna contro Al-Baradei il quale ha dichiarato di non avere trovato prove per condannare questo Stato. La posizione degli Stati Uniti è realmente inspiegabile.

Questa relazione non può essere influenzata dai  recenti fatti di spionaggio?

A: La relazione tra i due è sempre stata eccellente e ben armonizzata. Fatti di questo tipo difficilmente possono modificarla, soprattutto dopo l’11 settembre, con le due parti che si sono raccolte attorno ad alcuni principi come lo spregio degli Arabi e dei musulmani guardati come fossero la fonte di ogni distruzione e del terrorismo sulla terra. Dunque, non occorre attendersi che questa relazione cambi anche leggermente. Sì, ma recentemente, molti intellettuali americani hanno criticato le azioni di questa lobby come Steven Walt e John Mearsheimer. Cosa ne pensate?

A: Penso che ciò sia dovuto a molti fattori. In primo luogo, l’opinione pubblica non sopporta l’influenza negativa di tale lobby sulla sua politica estera che è stata implicata in molte questioni. In secondo luogo ci sono i media che giocano un ruolo fondamentale e che aiutano a trasmettere al cittadino americano l’immagine reale di ciò che accade attorno a lui. È ciò che ha spinto questi due autori a criticare la lobby israeliana nel loro studio. C’è anche il ruolo che svolgono le reti internazionali di solidarietà con la Palestina che ha potuto dimostrare l’immagine reale degli Israeliani.

Si tratta dunque dell’inizio di una maggiore lucidità degli americani?

A: Sì, perché no? Ma non occorre neppure aspettarsi un effetto immediato. Occorre un grande sforzo, ed a lungo termine.

Fonte: Al-Ahram Hebdo Semaine dal 14 al 20  novembre 2007, numero 688

 

UN’EUROPA SEMPRE PIU’ SERVA DEGLI USA di M. Tozzato

Ho trovato quanto segue sul sito www.rivaluta.it , in un breve articolo datato 08.11.2007,     e lì pubblicato: <<La Bce ha mantenuto invariato al 4% il tasso di rifinanziamento dell’Eurozona su uno scenario, a forte rischio inflazionistico, dominato da un greggio vicino ai 100 dollari al barile e da forti aumenti di altre materie prime, primi fra tutti i prodotti agricoli, mentre la crescita, pur restando su basi favorevoli, deve fare i conti con il supereuro e con le conseguenze, ancora poco chiare per l’economia reale del Vecchio Continente, della crisi del credito. Si tratta del quinto mese consecutivo di pausa nella manovra restrittiva sul credito avviata dalla Bce nel dicembre 2005 con la quale, fino a giugno di quest’anno, ha aumentato il tasso di rifinanziamento in otto tappe per un totale di 200 punti base, per poi arrestarsi di fronte alla crisi dei mercati esplosa il 9 agosto.>> Riallacciandomi all’intervento di D’Attanasio ma anche a considerazioni precedenti di Petrosillo e La Grassa mi pare che si possa ribadire che il cosiddetto “keynesismo” ha sempre posseduto caratteri molto diversi in America (USA) rispetto all’Europa. Difatti l’espressione Welfare State può essere tradotta con “Stato assistenziale” soltanto in riferimento ai paesi europei, con l’avvertenza che per la   Gran Bretagna se ne può parlare solo fino agli anni Sessanta del secolo scorso.
D’Attanasio si domanda, in relazione all’uso spregiudicato dei nuovi strumenti finanziari a scopo speculativo, se non sia <<proprio questo che – facendo lievitare, a causa della speculazione, i vari titoli finanziari o come essi si chiamano, a valori spropositati – >> venga a determinare <<un elevato tasso di svalutazione della moneta?>> Ma gli Usa e l’Europa portano avanti politiche, non solo monetarie, differenti. Se i bassi tassi d’interessi portando alla svalutazione del dollaro possono rendere più competitive le merci americane sul mercato mondiale, permettendo un qualche recupero per la situazione cronicamente deficitaria della loro bilancia commerciale, in una fase di probabile rallentamento degli IDE verso gli USA, in Europa la politica monetaria restrittiva ha, verosimilmente, uno scopo maggiormente “politico in senso stretto”. Al gonfiarsi speculativo del “capitale fittizio” da una parte corrisponde dall’altra un uso dell’”inflazione fittizia” per scopi di “ristrutturazione sociale” e di riallineamento dei paesi europei. In questa situazione di stagnazione, subordinazione politico-strategica e putrescenza si vede come classi dominanti imballate e parassitarie quali quelle europee, prive di dinamiche di sviluppo , mirino soltanto, in questa fase, a transitare verso un ordine economico-sociale che comporti lo smantellamento dello “Stato del benessere” senza per questo uscire dalle secche di uno sviluppo bloccato. L’inflazione reale nel vecchio continente è molto più alta di quanto ci viene raccontato, questo è ben noto, e di conseguenza i piccoli incrementi dei salari nominali, che a volte magari sembrano superare, di poco, il tasso d’inflazione fittizio, producono un continuo decremento del valore reale di salari e stipendi con il conseguente indebitamento in continua crescita delle famiglie e l’impoverimento di sempre maggiori strati della popolazione. La precarizzazione del lavoro, che riguarda il lavoro autonomo altrettanto che quello dipendente, alimenta questa situazione con la relativa crisi dei risparmi e la perdita di reddito disponibile per la gran massa della popolazione. Sappiamo chi sono i beneficiari di questa spremitura dei gruppi dominati, ne parliamo continuamente in questo blog, e come ricorda La Grassa nel suo ultimo intervento sappiamo anche che razza di servi corrotti e col cervello completamente fuori uso occupino i posti istituzionali del potere politico e dell’egemonia massmediatica (non culturale perché mancano le capacità di superare il livello della chiacchera, della menzogna e della farneticazione).
 
Mauro Tozzato                        15.11.2007   
 

QUEL VAMPIRO CHIAMATO FINANZA di F. D’Attanasio

Persino Geminello Alvi su Il Giornale di Sabato 10 Novembre si è accorto di come gli Stati Uniti ci danneggino (l’Italia come pure l’intera Europa) con le sue “allegre” politiche monetarie. L’autore afferma senza mezzi termini che è la speculazione che sta gonfiando i prezzi del petrolio,… “Nelle torri di vetro dove si lucra su quelle scommesse che è in uso chiamare oggi derivati si comprano contratti di acquisto del petrolio. E si fa a gara per rialzarne il prezzo così da potere lucrare rivendendoli. I tanti in perdita con la crisi dei mutui, a Wall Street, Hong Kong, Londra ora si rifanno spingendo verso i cento dollari il costo di un barile. Prezzo che il difetto di offerta non giustificherebbe….Ad aver amplificato il guaio è la Federal Reserve. Essa ha fatto calare i tassi di interesse, per non aggravare la crisi dei mutui. Ma così ha dato pure liquidità alla speculazione”. I bassi tassi fra l’altro, favoriscono la continua svalutazione del dollaro, e tanto più il dollaro si svaluta tanto più cresce il prezzo del greggio dato che il mezzo di pagamento di quest’ultimo è proprio la valuta americana. La Fedeal Reserve avrebbe dovuto, sempre secondo Alvi, in ossequio ai provvedimenti che la dottrina economica classica prevede per fronteggiare le crisi finanziarie, promuovere una politica monetaria e dei tassi più severa, per evitare che l’eccesso di moneta contagi con la speculazione altri mercati. Invece è successo esattamente il contrario, vale a dire, per soccorrere le banche (soprattutto americane ed europee) è stata immessa ulteriore liquidità (e la BCE ha seguito pedissequamente la Federal Reserve) nei mercati, con il risultato che (dico io) i gruppi di comando ai vertici degli apparati finanziari possano indisturbati continuare a succhiare ricchezza come idrovore con l’uso spregiudicato di complessi strumenti finanziari da loro stessi inventati. Non si è fatto altro quindi che continuare a fornire “benzina” a questi meccanismi che non potranno ancora funzionare a lungo, quanto più la vera crisi viene di fatto rinviata con politiche monetarie cieche, tanto più il botto che ne seguirà sarà forte, ma chi subirà le conseguenze maggiori (considerazioni ancora mie) non saranno certo quelli che presiedono i vertici di banche, assicurazioni, fondi ecc.. ecc.. (dato che questi “signori” già avranno sicuramente provveduto per essere al riparo da qualsivoglia catastrofe possa in futuro verificarsi) ma sarà la stragrande maggioranza della popolazione che subisce inerme senza aver nessuna possibilità di far qualcosa. Alvi riconosce pure (e di ciò bisogna comunque dargli atto, data l’impostazione ideologica e politica di fondo del giornale su cui e per cui scrive, il quale lo porta ad assumere una posizione liberista e forsennatamente filo-americana) l’inettitudine assoluta della BCE e di come a “dirigere l’orchestra, nei tempi belli come in quelli cupi, sono sempre gli Stati Uniti” E sì caro Alvi hai proprio ragione, noi di questo blog (io molto più modestamente degli altri) è da tanto che lo ribadiamo, così come teniamo continuamente a sottolineare la necessità politica, per questo nostro povero paese, ma anche per il resto d’Europa, di uno slancio (ma che sia molto più di uno slancio vale a dire di un vero e proprio programma strategico) volto all’ottenimento di una sacrosanta autonomia dallo strapotere degli USA. Chiaramente la disamina di Alvi si ferma ad un  livello molto di superficie delle dinamiche economiche e finanziarie internazionali, porre l’accento solo sulle politiche monetarie che le banche centrali dei vari paesi attuano con l’avallo anche dei governi − come appunto se le politiche monetarie fossero uno strumento determinante per il controllo delle direttrici di sviluppo delle economie nazionali − è fuorviante, poiché ciò che contano sono le strategie complessive di potenza che i vari paesi riescono ad attuare sullo scenario della competizione mondiale. Se gli Stati Uniti ad un certo punto, nella storia degli ultimi più o meno quindici anni, hanno puntato sulla svalutazione del dollaro (per rendere più competitive le proprie merci) e la finanza abbia inventati prodotti nuovi e particolarmente complessi volti comunque a far leva su un aumento considerevole del livello di indebitamento (anche al di fuori del proprio paese) come mezzo per reperire risorse, è fondamentalmente per fronteggiare la concorrenza che i sistemi produttivi dei paesi in via di sviluppo sono in grado oramai di esprimere. Ma tali paesi sono comunque ancora deficitarii sul piano del potenziale bellico, l’arma in più che gli USA (oltre al ruolo nettamente preminente che riescono ancora a ricoprire nella sfera finanziaria a livello mondiale) non disdegnano affatto di utilizzare nel coadiuvare le strategie di carattere puramente economico-finanziario con l’unico obiettivo di allargare e rafforzare le sfere di influenza (il che vuol dire controllo dei mercati e delle risorse). In questo quadro l’Europa è completamente succube della potenza nord americana, l’UE è un ectoplasma, docile strumento che detta potenza può utilizzare come meglio crede nel fronteggiare i paesi che oramai hanno avviato un processo di forte sviluppo, intenzionati a ricoprire un ruolo non più subalterno sullo scenario internazionale. Il fatto ad esempio che le autorità monetarie ma anche governative dell’Unione Europea non mettano assolutamente in discussione un dollaro così svalutato (solo Sarkozy sembra che abbia timidamente detto qualcosa in proposito) ha delle ragioni ben profonde riconducibili a quell’elevato grado di sottomissione ed inettitudine che le contraddistingue, ma tali ragioni sono, nella stragrande maggioranza dei casi di analisi e discussioni che possiamo leggere e/o ascoltare, ben nascosti, grazie all’azione della cultura e dell’ideologia dominanti i quali tendono continuamente ad obnubilare la concretezza dei rapporti sociali (e quindi anche di potere) sia negli aspetti più generali che in quelli più specifici delle varie fasi storiche dello sviluppo capitalistico. Ma sempre per rimanere in tema, mi torna in mente quel che nel 1985 i partiti di governo, mondo imprenditoriale e parte del sindacalismo confederale, ad esclusione della CGIL (in particolar modo la sua componente comunista), sostennero per far “abboccare” il popolo alla storiella della scala mobile causa principale dell’inflazione (oltre che di perdita di competitività delle industrie italiane), di modo che al referendum votasse in favore del decreto legge, risalente all’anno precedente, che tagliava i punti di contingenza; ora che l’inflazione è chiaramente molto più alta di quel che le cifre ufficiali sostengono − lo constatiamo giorno per giorno semplicemente andando a fare la spesa, ma nessuno che fra politici, insigni economisti, studiosi cominci seriamente a mandare al diavolo chi fornisce queste cifre − qualcuno (sempre tra quelli appena citati) mi dovrà pur spiegare la causa di un così elevato tasso di inflazione dato che il potere di acquisto delle retribuzioni è stato praticamente dimezzato da quando è entrato in vigore l’euro. Non saranno la causa proprio le istituzioni finanziarie, in primis americane, che hanno letteralmente invaso con i loro cosiddetti derivati ed altre diavolerie del genere i mercati di mezzo mondo allo scopo di alimentare l’indebitamento? Non è proprio questo che − facendo lievitare, a causa della speculazione, i vari titoli finanziari o come essi si chiamano, a valori spropositati − comporta un elevato tasso di svalutazione della moneta? E le contromisure prese dalle banche centrali per fronteggiare una crisi grave, consistenti nell’immettere altra liquidità sui mercati non porta ad un circolo vizioso il quale continua ad alimentare la speculazione e la svalutazione della moneta? Per non parlare poi di quella che concretamente è la condizione del sistema industriale italiano, affetto da un “nanismo” cronico e completamente assente in tutti i settori nuovi più all’avanguardia, avendo esso subito, fra le altre cose, il colpo mortale con lo smantellamento delle partecipazioni statali durante la stagione delle privatizzazioni la quale ha visto come protagonista principale le forze che si rifanno al centro-sinistra. Ma la ciliegina sulla torta è stata messa con i parametri di Maastricht cioè i rapporti debito/pil e deficit/pil che l’Unione Europea deve assolutamente rispettare, ma perché? Perché l’equilibrio finanziario che ne conseguirebbe, a detta dei “professori” dell’economia e della finanza, è indispensabile e prioritario affinché una economia sia sana. Ma quand’è che una economia si può considerare sana? E comunque gli USA che sono il paese più indebitato al mondo hanno l’economia meno sana al mondo? Si direbbe proprio di sì dati i guasti che stanno provocando in tutto il mondo, ma in realtà la sostanza è che detti parametri costituiscono il mezzo attraverso il quale indirettamente si smantella lo stato sociale e si ridistribuisce la ricchezza verso l’alto della piramide al cui vertice superiore è posto proprio la finanza americana.  

 

14 Novembre

PAGHIAMO PER I DANNI ALTRUI di G.P.

L’impennata dei prezzi del petrolio e la costante debolezza del dollaro sono solo l’emersione fenomenologica di una crisi strutturale che dipende dal cedimento degli assetti finanziari a livello mondiale. Se qualcuno indietreggia qualcun altro si rafforza, il denaro non si “brucia” (un’immagine troppo comoda che serve a deresponsabilizzare i mandanti dei “raggiri” in borsa) ma passa di mano benché, a volte, svalorizzato. Il suo destino è nella sua stessa spirale “metafisica” fatta di ascese e di avvitamenti improvvisi. Il raddoppiamento monetario dei beni, l’apoteosi del denaro espressa nella formula marxiana dell’autovalorizzazione (D-D’), è alla base del gioco finanziario che ci svuota i portafogli, a tutto vantaggio della Sig.ra Banca e dell’illustrissimo Sig. Hedge Found. Si potrebbe credere che se il prezzo di una merce salga oltremodo la causa principale stia nella sua scarsità, come ci hanno insegnato in lunghe e pedanti lezioni di economia. Niente affatto! Nei torrioni della borsa si comprano e si vendono derivati, soprattutto del petrolio. Un derivato è un prodotto finanziario secondario che segue la vita di quello principale. Il suo valore è generato dal prezzo dell’attività sottostante alla quale esso fa riferimento. Ovvero, si commerciano contratti d’acquisto su transazioni già concluse. Ma chi compra lo fa per lucrarci sopra e per rivendere il suo contratto ad un prezzo maggiorato. Da qui s’innesta la salita dei prezzi che porta a guadagni via via decrescenti perché sull’affare si buttano in molti, soprattutto quando ci sono delle perdite da appianare. In pratica, vorrebbero che fossimo noi a pagare per i loro azzardi e per le loro sconsideratezze (come quelle sui subprime loan americani) impachettate dalle banche di New York in prodotti ad alto rischio abilmente camuffati e rivenduti in tutto il mondo. Se gli effetti li sentiamo dietro il groppone dobbiamo comunque ringraziare la BCE la quale, tra la contrazione dei consumi e la salvezza dei profitti bancari opta costantemente per quest’ultima. Se la Federal Reserve abbassa i tassi d’interesse per ossigenare le banche americane concedendo, ad esse la necessaria liquidità, gli organismi monetari europei reggono il moccolo scaricandone le conseguenze sul vecchio continente, sotto forma di stretta monetaria sull’euro. Ed è questo il prezzo della nostra subordinazione alla potenza predominante. Quest’inverno sarà di "fame" e di "freddo" perché la crescita dei prezzi del petrolio, dell’oro e delle materie prime, con la quale lorsignori si rifanno dei mancati guadagni, scuoterà le nostre vite reali.

IN OCCIDENTE FANNO CONGETTURE SU COME PUTIN RAGGIUNGERÀ IL SUO TERZO MANDATO

(fonte Bitacora.com, trad G.P.)

di Leonid Dobrojotov (*)

Come sappiamo, negli anni precedenti Washington si considerava il Padrino del regime postsovietico in Russia: Gorbi Yeltsin e il suo entourage, più che vendere, hanno consegnato l’URSS e la Russia, poiché, alla fine e all’inizio, non erano i ”loro” paesi, in quanto gli ”elementi ” della Russia, terre, acque, ricchezze minerali, beni immobili, fabbriche, centri energetici e manodopera, non gli appartenevano propriamente.

 

È strano, ma in occidente non si aspettavano in nessuna maniera, che in piena corrispondenza con le leggi dell’accumulazione capitalistica, tutto questo potesse trasformarsi in proprietà privata di quelli che Putin rappresenta. E ora questi clan putinisti non hanno la minima intenzione di consegnare questa proprietà – che produce vantaggi inimmaginabili – all’occidente, che con il fine di utilizzare questi mezzi è andato appoggiando, in tutto questo tempo, la “rivoluzione democratica” e le “riforme”. In questo senso, le ultime manovre del Cremlino, compresa la designazione di Zubkov (come primo ministro. N del T) e la presentazione di Putin come primo in lista per “Russia unita”, hanno irritato estremamente i politici e i mezzi di comunicazione occidentali che hanno valutato la questione con nervosismo notevole. Nelle parole di un uno dei periodici americani più importanti: ”Now Putin stays forever” (Ora Putin rimane per sempre). E la sola domanda che si pongono è come (Putin), continuerà a governare la Russia senza limitazione di potere né di tempo. Durante questi mesi, hanno continuato con i loro giornali, come se si trattasse di un film di suspense, generando timore con la sceneggiata del terzo mandato presidenziale. In seguito, dopo le numerose smentite di Putin stesso (secondo il giornale ”Kommersant”, quest’ultimo ha anche dato la sua parola al famoso politologo americano d’origine russa, Nikolai Zlobin), sembrarono comprendere, che Putin non violerà in questo modo la costituzione di Yeltsin, e si sono messi a fare congetture su come sarebbe potuto restare al potere (nessuno dubita che sarà così). Dopo gli ultimi eventi e le dichiarazioni di Putin stesso, i “cremlinologi” occidentali (questa professione, che è sembrata morire con il Politburo, e che ora riappare nuovamente), si sono lanciati a discutere la versione moscovita del trapasso dell’attuale presidente alla poltrona di primo ministro, con la conseguente diminuzione di poteri, o il pronto ritorno alla poltrona del Cremlino (al termine dei 4 anni, o molto prima). Tuttavia, in questa versione si continua a non comprende un aspetto determinante: cosa succede allora con Zubkov o con un altro pretendente, che occupa il posto del presidente nel 2008? Comunque e nonostante la sua lealtà, Putin non può essere sicuro al 100%, che vadano a realizzarsi le promesse e che gli venga ceduto l’incarico secondo ciò che è già deciso. Di conseguenza, Putin non assumerebbe questo rischio. Gleb Pavlovsky uno dei politologi più vicini al presidente, ha recentemente confermato quest’ipotesi. Ma potrebbe essere così, per cui che senso ha tutta questa baraonda messa in scena da V.V.P.? (Vladimir Vladimirovich Putin. N del T) si chiede a ragione l’altro V.V.P. (Pozner, conducente del programma televisivo famoso ”Vremena” (Tempi). A giudicare dai diversi segnali, si valuta in occidente, oltre a Pavlovsky, Surkov e compagnia cantante, che contando sul gusto di sorprendere che accompagna Putin, si sta preparando una nuova alternativa per sorprendere il paese ed il mondo.

In mancanza di altre idee, il consorzio ”Jamestown Fondation ” con sede a Washington, che si presume avere fonti vicine alla CIA, distribuì in pochi giorni una nuova versione. Secondo loro, gli eventi si possono sviluppare nel modo seguente: immediatamente dopo la vittoria trionfale alle legislative di ”Russia unita ” con Putin in testa, quest’ultimo rassegna le dimissioni da presidente e passa immediatamente a presentarsi come candidato di ”Russia unita ”per le elezioni anticipate della presidenza (senza violare così la costituzione, poiché Putin agirebbe già come un politico qualunque, e le elezioni sarebbero anticipate). Come è risaputo, in accordo con la costituzione, queste dovrebbero avere luogo entro un termine massimo di tre mesi, dopo le dimissioni del presidente. In accordo con questa stessa costituzione, Zubkov diventerebbe presidente, ma per un periodo massimo di tre mesi, il che difficilmente gli permetterebbe di accumulare tutto il potere nelle sue mani, per poterlo mantenere più avanti (benché dubito molto che aspiri a farlo). In questo modo, Putin prende parte alle elezioni e vince in modo sconcertante senza dovere violare nessuna norma costituzionale. Come assicura ”Jamestown Fondation”, Putin non soltanto apparirà con le mani linde dinanzi alla legge. Secondo questo copione, risulterebbe il primo presidente russo scelto come candidato di un partito politico, cosa che può essere interpretata dagli strateghi del Cremlino come un’argomentazione di peso per il successivo cammino della Russia verso la “democrazia sovrana” (Charles Gurin. Will Putin Step Dawn Early in Order To Run Again? Jamestown Foundation Eurasie Daily Monitor. October 3, 2007). Cosa possiamo dire? Non è chiaro se questa pubblicazione digitale è in grado di filtrare i piani reali di una parte dell’ambiente di Putin, o è il frutto dell’immaginazione di ciò che sono i “cremlinologi” di Washington. Ciò che è sicuro è che Putin ed il suo enorme clan, sono interessati al governo perpetuo, e non consegneranno volontariamente il potere. La questione è vedere come pensano di farlo. E ciò che è più importante: è chiaro che tutto ciò non ha nulla a che vedere con gli interessi reali della Russia e del suo popolo. da questo punto di vista, il PCFR può e deve avere un solo obiettivo: presentarsi alle elezioni ed ottenere la più grande rappresentazione possibile alla Duma. Inoltre, se si trasforma in una Duma bipartica, tanto meglio. Andare alle presidenziali e ottenere che il candidato del partito, ottenga il più grande numero possibile di voti. Il popolo deve sapere che ha un’alternativa reale. Il popolo deve sapere che c’è un partito, capace di fare pressione sul governo e difendere i suoi interessi. Il popolo deve ricordare le lezioni della storia e capire, che come per gli inizi del secolo scorso, il cammino verso la vittoria può molto risultare più breve, anche di quello che pensava il medesimo Lenin. Occorre essere pronti a prendere il potere e combattere per esso. Quello è l’obiettivo reale, che dà senso all’esistenza di qualsiasi partito politico.

 

(*)  Doctor en historia. Rusia.

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