PRIMA L’AMERICA

Mr. Trump- Yellow Tie

L’ex stratega di Trump, Steve Bannon, con poche parole chiare, spiegò, qualche tempo fa, come stavano le cose tra gli Usa e gli alleati: “In questo momento quello che mi preoccupa è che troppi dei nostri alleati sono dei protettorati, la NATO e l’Unione Europea, so che a molti non piace, ma sono protettorati degli Stati Uniti. La Corea del Sud è un protettorato degli Stati Uniti, il Giappone è un protettorato degli Stati Uniti e gli Stati Uniti non si possono permettere più questo”. Basterebbe ciò a far tacere quei politicanti di casa nostra (ma è un refrain che si ascolta ovunque sul Vecchio Continente) che reclamano “più Europa”. Chiedere più Europa significa semplicemente incrementare uno stato di servitù volontaria, ormai inaccettabile, nell’incipiente fase multipolare. E’ vero che ci sono i missili delle basi americane sul suolo europeo, puntati minacciosamente alle nostre spalle, ma si dovrebbe denunciare questa situazione, e fare qualcosa per limitare i danni, piuttosto che chinare preventivamente il capo e interpretare il ruolo di Quisling di Washington, rinunciando a qualsiasi aspirazione autonomistica. Chi invoca più Europa, in una fase storica di grandi trasformazioni geopolitiche, come quella in corso, è un traditore dei popoli europei e come tale dovrebbe essere trattato. Sappiamo che l’Ue è nata per favorire la supremazia americana sul globo e non per unire i cittadini degli stati membri, contrariamente a quanto dichiarato da certi tromboni filoeuropeisti, pagati e allevati dal nemico. Ma i tempi sono cambiati e non è più possibile sentir ripetere questa menzogna che sta devastando la società europea. Per questo, anche definirci “alleati” degli Stati Uniti è termine fuorviante. Siamo subordinati (come nel caso di nazioni avanzate, vedi Germania e Francia) o letteralmente assoggettati (come nel caso dell’Italia e di altri paesi deboli). Questa condizione di minorità ci espone, privi di idee in testa e di strumenti di difesa, ai conflitti tra attori internazionali che hanno ripristinato la loro sovranità e che puntano a creare nuove sfere d’influenza, regionali e mondiali, in concorrenza con gli Usa.
Le frasi di Bannon dimostrano però che alcuni gruppi emergenti statunitensi hanno compreso la necessità di un cambiamento nelle relazioni con i vassalli, perché i rapporti di forza globali stanno lentamente metamorfosando. Perseverare con i precedenti schemi unipolari espone gli Usa a dei pericoli gravi, laddove venissero a mancare energie e programmi, per la conservazione ostinata dello statu quo. I democratici e i necon, soprattutto, non vogliono accettare la realtà e si preparano a schiantarsi contro il muro delle loro sicumere. Prevenire le mosse altrui, invece, riconfigurando il proprio spazio egemonico, in funzione dei mutamenti storici e sociali, può allungare il predominio statunitense sull’area occidentale, scongiurando conflitti aperti che hanno esiti imprevedibili e non incanalabili a proprio piacimento. Fare qualche concessione agli avversari, costringendoli ad “espandersi” dove fanno meno male o, persino, coinvolgendoli su emergenze comuni è, invece, una sistema meno impegnativo e faticoso, rispetto ad uno scontro frontale, in attesa di riorganizzarsi. In questo consiste l’America First, forma di ripensamento, ma non di ripiegamento, della strategia globale Usa in un clima di multipolarismo inarrestabile. Quando non si può prendere di petto o afferrare interamente un problema politico lo si deve riformulare in termini diversi per coglierne almeno gli aspetti principali e dirimenti. L’establishment democratico statunitense va come un treno e non riesce ad accettare questo minimo ma indispensabile ridimensionamento che consentirebbe agli Usa di riorganizzarsi su basi più confacenti all’epoca storica, anziché proseguire con la medesima strategia inconcludente che favorisce l’interposizione degli avversari (pensate alla funzione russa in Siria). C’è da pensare che continuando su questi presupposti gli Usa perderanno altro terreno, molto più di quello a cui rinuncerebbero con un arretramento ragionato e volontario, di “puntellamento” razionale del proprio predominio. A meno che i drappelli di rinnovamento non riescano a primeggiare su quelli precedenti, ormai fuori corso storico. Su questa sfida intradominanti, prima ancora che avverso i competitori,  l’America gioca i suoi destini. L’Europa, che dovrebbe approfittare di questo Zeitgeist, guardando con interesse all’azione delle potenze revisionistiche (ma anche alle emergenti élite americane antidemocratiche), si ritrova governata dalla peggiore classe dirigente di sempre. Periremo senza nemmeno provare a combattere.