DALLA RESISTENZA AL NAZIFASCISMO ALL’ANTIFASCISMO DEI TRADITORI (GLG)

gianfranco

leggete questo articolo scritto nel 2009 (anno in cui sono entrato in FB ma non l’ho pubblicato allora, almeno non ricordo). Allora ero anche fresco delle fonti che cito e che oggi non avrei ricordato. Ho un po’ corretto qua e là, ma poco. Ho però aggiunto brevi riflessioni odierne. Tenete conto di queste prima di chiedermi l’amicizia. Non amo il cancro né la cura Di Bella.

DALLA RESISTENZA AL NAZIFASCISMO ALL’ANTIFASCISMO DEI TRADITORI

[riflessioni di più di 10 anni fa; correva l’anno 2009. Vi ho apportato una serie di integrazioni, ma nella sostanza le affermazioni risalgono a quei tempi]

L’antifascismo ha cambiato segno nel corso degli ultimi 70 anni. C’è stato un antifascismo “nobile”, quello degli uccisi e dei perseguitati, del carcere e del confino, quello che ha iniziato a resistere in anni (i Trenta) in cui non si vedeva la luce in fondo al tunnel, in cui le sconfitte si susseguivano. L’ossatura di questo antifascismo fu comunista. Non voglio generalizzare la mia esperienza limitata ad una certa area geografico-sociale; comunque, ricordo bene che anche gli anticomunisti avevano un notevole rispetto per i partigiani comunisti, mentre più volte, parlando degli altri, li chiamavano ironicamente “spartiroba”; dove la roba spartita non era la loro, e nemmeno sempre di fascisti, incarcerati o eliminati. Non nego affatto che ci furono i Giacomo Matteotti e i fratelli Rosselli (e non semplicemente perché uccisi dal fascismo) e altri ancora di orientamento differente. Non nego la grandezza dei Ferruccio Parri, dei Piero Calamandrei, dei Guido Calogero, degli Emilio Lussu, ecc. Si tratta di stimabili personaggi che figurano nei libri di storia. L’ossatura fu però costituita da artigiani, contadini e operai, in massima parte forgiati dal comunismo, saldi, inattaccabili e resistenti in senso proprio. Gente del popolo né nota, né ricca, né dotata della cultura per scrivere libri e restare nella storia con il loro nome; eppure, senza l’appoggio di questi gruppi sociali, non è possibile modifica di scenario politico alcuna, anche se nei libri di storia entrano con un breve cenno cumulativo, mentre poi si tornano a leggere le imprese e le belle frasi dei “colti” che riempiono pagine e pagine.
Anche Cossiga ha recentemente ammesso che l’80% della Resistenza al nazifascismo era costituita da comunisti. Senza voler fare dell’anticlericalismo, è stata dunque una piccola “distorsione” storica, promossa anche da film peraltro notevolissimi come Roma città aperta, mettere il “partigianesimo” (mi si passi l’orrendo termine) cattolico sullo stesso piano di quello comunista. La Resistenza non poteva comunque vincere da sola, e oltre a tutto ha interessato solo una parte (il nord soprattutto) del territorio italiano. Come nei paesi est-europei fu decisiva l’Armata Rossa, così in Italia lo furono le truppe “alleate”, cioè statunitensi e inglesi. Ciò nonostante è del tutto assurdo considerare la Resistenza come semplice “Liberazione” dal nazifascismo. In primo luogo gli statunitensi, per la funzione svolta nel dopoguerra, vanno considerati più invasori che “liberatori”. In secondo luogo, non vi è dubbio che, data la spartizione del mondo in aree di influenza geopolitica decisa a Yalta, i veri resistenti antifascisti (all’80% comunisti) non poterono realizzare i loro obiettivi: una trasformazione dei rapporti sociali in Italia o, quantomeno, impedire la restaurazione del tipo di capitalismo divoratore di risorse prima esistente (parlo di quello privato, e della FIAT in primo luogo).

L’ANTIFASCISMO DEI CAPITALISTI VOLTAGABBANA

Il capitalismo privato italiano divenne “antifascista” solo a guerra perduta, appoggiando il colpo di Stato monarchico del 25 luglio 1943 ed il relativo cambio di alleanze, per ottenere, a guerra finita, il sostegno ad una restaurazione. Questo fu l’antifascismo “dell’ultima ora”, fino a quella data un’accolita di tracotanti fascistoni, che mostrò il suo viso pienamente reazionario subito dopo la caduta del “governo di unità nazionale” (1947) e le successive elezioni del 18 aprile 1948; e che condusse la sua opera nefasta per tutti gli anni Cinquanta. Dopo il 1962-63 cambiò la sua “struttura” interna di potere (decaddero rapidamente i Volpi di Misurata, i Pesenti, i Faina, ecc.) e dovette convivere con un settore di industria “pubblica” (l’IRI) decisamente rafforzato da ENI ed ENEL. Dato il coacervo di forze che governò l’Italia fino al crollo del regime DC-PSI, il settore “pubblico” funzionò sia come supporto del capitalismo privato, quello dell’“antifascismo” detto impropriamente laico e azionista – in realtà quello del tradimento e della totale sottomissione allo straniero, assolutamente privo degli ideali della Resistenza, interessato a tutelare solo i propri privati e individuali vantaggi parassitari – sia soprattutto come base di potere di alcune porzioni del corpo governativo in grado di condurre, ma sempre di soppiatto e con defatiganti raggiri, una politica estera di minima autonomia.
Chi tentò di liberarsi con maggior chiarezza e vigoria del giogo straniero (Mattei) fu soppresso. Gli altri continuarono il gioco con minore efficacia e chiarezza, con estenuanti compromessi e complicità che infine impedirono loro di resistere quando negli anni Novanta, finito il bipolarismo geopolitico, i poteri stranieri (diciamolo con chiarezza: statunitensi), promossero la svendita delle partecipazioni statali, abbattendo una importante base del potere DC-PSI, con le sue propaggini in certi settori privati, come il Berlusconi favorito da Craxi. In ciò ancora una volta appoggiati all’interno dall’“antifascismo” del “25 luglio” (FIAT e Mediobanca in testa con i settori politici ad essa legati) che profittarono pure, almeno in un primo momento, della svendita di banche e industrie statali (specialmente durante la presidenza Prodi dell’IRI).
Queste oligarchie hanno goduto dell’importante appoggio mediatico del ceto intellettuale “di sinistra” (importante il ruolo di Repubblica, fondata nel 1976), che ha perso ogni funzione cultural-egemonica per fungere da vera congrega di ringhiosi cani da guardia dei “poteri forti”, dei dominanti economici ormai distruttori del tessuto sociale e produttivo del nostro paese, e che diede all’antifascismo un significato non resistenziale e di semplice appoggio alla “liberazione” da parte degli “alleati”. Tali falsi antifascisti, ribadisco, non si riallacciavano affatto ai grandi, ma ormai isolati, nomi dell’antifascismo azionista. Puramente e semplicemente erano gli eredi dei finti antifascisti del “tradimento” perpetrato il 25 luglio 1943, quelli che poi restaurarono pienamente il capitalismo (privato) italiano più reazionario, che sostennero le sanguinose repressioni alla Scelba, che istaurarono i reparti confino alla FIAT, arrivando fino al Governo Tambroni e al luglio 1960. Non siamo insomma in presenza degli eredi dei veri resistenti, di quelli delle commoventi e nobili Lettere dei condannati a morte della Resistenza (europea e italiana), libri che non vengono più, non a caso, propagandati, diffusi, letti. Chi ha in mano stampa, editoria, ecc., preferisce ignorarli perché ogni loro riga sarebbe una denuncia di questi mentitori e usurpatori del blasone di resistenti, esagitati e interessati eversori al servizio di Washington, che ha preso nel dopoguerra il posto della Germania anni Trenta.

L’IRRESISTIBILE INVOLUZIONE DEL PCI. IL “COMPROMESSO STORICO” E IL GRANDE CAPITALE

Eliminati giudiziariamente il PSI e gran parte della DC (fu risparmiata ad esempio la “sinistra democristiana” dei De Mita, Prodi, Andreatta…), per creare il nuovo regime totalmente subordinato agli USA era già pronto il sostituto: il PCI. Per comprendere il processo degenerativo, non ci si può limitare a inveire contro i rinnegati e traditori. Sia chiaro che questi ultimi esistono, nessuno va alleggerito della sua responsabilità individuale, personale; ogni processo oggettivo ha sempre bisogno di portatori soggettivi, e questi devono quantomeno essere apertamente criticati. Tuttavia, in sede di analisi, non ci si esime dal considerare, quale causa fondamentale del degrado e marcescenza, l’oggettività del fenomeno.
Sarebbe necessario risalire indietro ai patti di Yalta, per cui la Resistenza, organizzata e combattuta per l’80% dai comunisti, dovette rinunciare ai suoi reali obiettivi di trasformazione sociale, riconsegnando tutto nelle mani dei gruppi dominanti che rimisero in sella la sedicente democrazia sotto la vigile e determinata supervisione dei vincitori (gli Stati Uniti). La scelta fu forse obbligata, come dimostra la fine dei comunisti greci, ma il PCI di Togliatti vi mise del suo; e questa specificità, sempre presa per un vantaggio e una superiorità di tale partito rispetto agli altri dell’Occidente, è stata invece il prodromo della sua degenerazione. In effetti, il PCI non fece la fine degli altri partiti comunisti per il semplice motivo che si era già ben preparato alla mutazione del dopo 1989.
Quello che allora giudicammo come revisionismo togliattiano preparò un terreno fertile a quanto accaduto decenni dopo. Si pensi alla cosiddetta “svolta di Salerno”, avvenuta nell’aprile del 1944, con cui l’allora segretario del PCI, in (non proprio dimostrato) accordo con l’URSS, proponeva di rinviare la soluzione dell’assetto istituzionale italiano – la deposizione della Monarchia sostenuta dalla “base”– a dopo la guerra, appoggiando ed entrando nel governo provvisorio Badoglio II (che si insediò proprio a Salerno fino alla “liberazione” di Roma nel giugno 1944), rappresentativo di tutti i partiti antifascisti; ed assicurando che l’azione del PCI era tesa essenzialmente a combattere i tedeschi ed i fascisti, non al mutamento dei rapporti sociali (in cui predominava un capitalismo particolarmente becero e arretrato). La svolta fu di grande rilevanza storica in quanto spostò il centro della politica italiana dal Comitato di Liberazione Nazionale al governo, ed allontanò i militanti ed i partigiani del PCI da qualsiasi ipotesi di insurrezione o presa del potere nel corso della Resistenza antifascista. Togliatti dirà espressamente che il PCI non si poneva l’obiettivo di fare come in Russia. Da qui partirono le concezioni del “partito nuovo”, della “democrazia progressiva” e della “via italiana al socialismo” (approvata dal quinto congresso del partito, gennaio 1946), concezioni che nella realtà celavano l’integrazione subalterna del PCI e del suo “agglomerato” economico – le cosiddette “cooperative rosse” – nel sistema politico ed economico italiano, alimentando ulteriormente nell’anima rivoluzionaria del PCI i rimpianti per la “rivoluzione mancata”.
Nell’assetto geopolitico fuoriuscito da Yalta, Togliatti mirava ad accreditare il PCI – che da meno di seimila iscritti nel 1943 era passato a quasi due milioni nel 1946– come forza politica “responsabile” e fondatrice della “democrazia” italiana, che partecipò ai governi di coalizione del dopoguerra, insieme agli altri partiti del CLN, fino al maggio del 1947 quando, in seguito al viaggio di De Gasperi negli Stati Uniti (dove costui prese i “dovuti” ordini), fu buttato fuori dal governo. Si confuse la tattica, legata all’inevitabile accettazione degli accordi di Yalta e della divisione del mondo colà stabilita, con la strategia di una presunta rivoluzione morbida, attuata per via democratica, quella democrazia che era la malattia apportata al mondo – e sempre tramite invasioni, colpi di Stato, massacri e via dicendo – dagli Stati Uniti. Si accettò quindi senza vera intelligenza la predominanza delle lobby e cosche del capitalismo USA; ci s’immise a un certo punto in un gioco di banditismo, di subdola infiltrazione nei gangli delle istituzioni (in alcuni corpi speciali “in armi”, nella magistratura, nella burocrazia ministeriale, nei Servizi in particolare, ecc.) nonché di accordo trasformistico con il capitalismo italiano peggiore. Tuttavia, quel primo periodo del dopoguerra non va considerato alla stessa stregua di quest’ultimo processo, la cui effettiva incubazione, a occhio e croce, si trova nella direzione di Berlinguer (1972-84), tutta intrisa di fondamentalismo “moralista cattocomunista”.
Già prima della svolta della Bolognina di Occhetto (1991) e del totale asservimento del PCI-PDS a favore degli USA e dei “poteri forti” confindustriali e bancari, ritengo infatti che sotto la direzione di Berlinguer (il quale promosse l’ascesa nel partito dei vari Occhetto, Veltroni, D’Alema, ecc.) si è avuto un netto spostamento politico e ideologico ad Occidente, cioè in senso sempre più prono agli USA (perché questo era ed è “l’Occidente!”). Se sino al 1969 il PCI chiedeva l’uscita immediata dalla NATO (cfr. lo stesso Berlinguer, l’Unità, 16 febbraio 1969), già il 15 marzo 1972, nella sua relazione introduttiva al XIII Congresso del partito, Berlinguer esprimeva una valutazione più sfumata, considerando la lotta alla NATO efficace solo nel quadro di «un movimento generale per la liberazione dell’Europa dall’egemonia americana». Poi venne il 1973, con il colpo di Stato di Pinochet in Cile e riflessioni di cedimento opportunistico allo schieramento “occidentale” (monocentrismo statunitense). Berlinguer scrisse per Rinascita tre famosi articoli intitolati “Riflessioni sull’Italia”, “Dopo i fatti del Cile” e “Dopo il golpe del Cile”, in cui abbozzava la proposta del “compromesso storico” come possibile soluzione della “crisi italiana” che lasciava paventare svolte golpiste stile sud-America.
Rilevo a questo punto che proprio nel 1973 – con linguaggio tipico dell’epoca – feci un’analisi, pubblicata sulla rivista Che fare, delle “due anime” del PCI: semplificando, l’“amendoliana” e l’“ingraiana”. Dissi che avrebbe vinto la prima, preparando il partito alla rappresentanza della “grande borghesia monopolistica” (solo in parte coincidente, nel linguaggio odierno, con quella che spesso indico quale Grande Finanza e Industria Decotta); mentre l’altra frangia avrebbe coperto “sulla sinistra” la trasformazione e il passaggio di campo, come sempre ha fatto l’ala sinistra della socialdemocrazia (si pensi al ruolo svolto da Rifondazione comunista nei due governi Prodi…). Credo che, per l’essenziale, la previsione di 36 anni fa si sia ampiamente realizzata, e già da un pezzo.
Nel dicembre 1974 Berlinguer ufficializzò la linea di piena accettazione della NATO, pur nella prospettiva di un futuro dissolvimento dei blocchi (cfr. Enrico Berlinguer, Per uscire dalla crisi, per un’Italia nuova, in Antonio Tatò, La questione comunista, Editori Riuniti, 1975). Al Corriere della Sera Berlinguer giunse a definire la NATO «uno scudo utile per la costruzione del socialismo nella libertà, un motivo di stabilità sul piano geopolitico ed un fattore di sicurezza per l’Italia» (15 giugno 1976). Successivamente Sergio Segre, responsabile dell’ufficio esteri del PCI, citerà in un articolo le parole di Gianni Agnelli che accordava fiducia all’accettazione dell’economia di mercato proferita dal PCI: «Io personalmente, in quanto industriale, non ho motivo di dubitarne». L’allora presidente FIAT, personaggio ascoltato nelle alte sfere di Washington, diede persino semaforo verde ad un più diretto coinvolgimento dei piciisti: «Se il PCI è pronto a dare il suo consenso ad un programma realistico, perché rifiutarlo?» (La “questione comunista” in Italia, Foreign Affairs, luglio 1976). Nel 1975 era stato d’altro canto siglato l’accordo tra Agnelli e Lama (rispettivamente capo della FIAT e Confindustria e della CGIL) sulla scala mobile, cavallo di Troia per trasformare CGIL e PCI in effettivi, pur se non nella forma ufficiale, apparati dello Stato; mantenuti da esso tramite mille fili e “mangiatoie” varie.
A concludere emblematicamente queste dichiarazioni, nell’ottobre del 1977, prima in Senato e poi alla Camera, il PCI votava una risoluzione in cui si dichiarava la centralità dell’allora CEE e della NATO. In tale contesto, enunciando l’idea dell’“eurocomunismo”, che dal 1976 coinvolse i tre partiti comunisti più grandi d’Europa – italiano, francese, spagnolo – il gruppo dirigente berlingueriano provò a dare basi teoriche al consociativismo con la DC e all’accettazione dell’“ombrello NATO” senza comunque recidere del tutto il cordone con l’URSS.
Alle aperture di Berlinguer non corrisposero immediatamente quelle della NATO verso il PCI (ma semplicemente perché nel partito c’era un’ala minoritaria più legata all’URSS e non si potevano dunque rischiare contatti stretti tra elementi piciisti e l’organizzazione atlantica). Quando Giorgio Amendola, rappresentante dell’area moderata del partito, proclamò che l’ora era scoccata per «far parte a pieno titolo del governo», nel febbraio 1977 Ugo La Malfa dichiarava pubblicamente la necessità di un governo di emergenza comprendente i comunisti, ma la proposta cadde nel vuoto. Nell’aprile dello stesso anno, l’ambasciatore statunitense Gardner incontrò Eugenio Scalfari, il quale gli avrebbe confidato la sua impressione che «soltanto quando Berlinguer assumerà il controllo della polizia, ci sarà pace civile in Italia». Gardner raccontò poi di analoghe indicazioni ricevute dal mondo economico e finanziario, mentre Giulio Andreotti gli avrebbe dichiarato che credeva nella sincerità della “svolta occidentale” della dirigenza comunista, ma nutriva dubbi sul sostegno a questa svolta da parte della base del partito (si vedano a tal proposito le informazioni contenute nell’archivio online della Fondazione Cipriani). Da una ricerca pubblicata nel gennaio 1979 da il Mulino, risultava d’altronde che solo il 13% dei militanti approvava il “compromesso storico”. In ogni caso i tempi non erano maturi per l’ingresso nel governo del PCI (verso cui, nonostante le ripetute prese di distanza del PCUS, l’URSS destinava finanziamenti di importo rilevante), e bisognerà attendere la caduta dell’URSS per l’arruolamento del PCI-PDS nelle file atlantiche.
L’ascesa di un piciista a primo ministro coinciderà con uno dei più smaccati atti di servilismo italiano agli USA: l’attacco alla Jugoslavia, con la successiva creazione dell’immensa base militare USA di Camp Bondsteel in Kosovo. L’ex ministro della Difesa Carlo Scognamiglio (cfr. Corriere della Sera, 7 e 9 giugno 2001, ed Il Foglio, 4 ottobre 2000) e ancora Cossiga (cfr. Corriere della Sera, 10 giugno 2001 e Sette, 25 gennaio 2001) hanno sostenuto, mai smentiti, che il governo D’Alema, costituitosi il 22 ottobre 1998, «nacque per rispettare gli impegni NATO» di guerra contro la Jugoslavia. Cossiga diede un decisivo contributo alla caduta del governo Prodi, che a suo dire non sarebbe stato in grado come D’Alema di affrontare la guerra. Il governo dimissionario di Prodi aveva infatti sì approvato l’Activation Order della NATO ad attaccare la Jugoslavia, ma secondo le ricostruzioni dei succitati politici l’assenso si limitava all’uso delle basi e non anche alla costituzione di una forza d’attacco aereo con mezzi italiani, secondo la formula della “difesa integrata”. D’Alema rivendicherà successivamente che «quanto a impegno nelle operazioni militari noi siamo stati, nei 78 giorni del conflitto, il terzo Paese, dopo gli USA e la Francia, e prima della Gran Bretagna. In quanto ai tedeschi, hanno fatto molta politica ma il loro sforzo militare non è paragonabile al nostro: parlo non solo delle basi che ovviamente abbiamo messo a disposizione, ma anche dei nostri 52 aerei, delle nostre navi. L’Italia si trovava veramente in prima linea». Volete infine capire che cosa erano ormai divenuti gli ex piciisti? I più servi fra i servi degli Stati Uniti!!!
Che il centrosinistra fosse la forza politica più affidabile per gli USA venne confermato a chiare lettere dall’alto stratega USA Edward Luttwak: «Nel 1999 il governo di Massimo D’Alema ha combattuto nel Kosovo (…) davanti alla sua porta di casa (…) ed è rimasto lealmente al fianco degli americani dal principio fino alla fine della guerra. Nel 2003 il governo di Silvio Berlusconi non ha partecipato all’intervento in Iraq. Questa è l’unica vera differenza che Washington ha notato fra il centrosinistra ed il centrodestra, sul piano della strategia militare (…) gli Stati Uniti hanno già lavorato col centrosinistra, e si sono trovati meglio che con gli altri governi ostentatamente filoamericani». Luttwak esprimeva in quell’occasione anche delusione per il comportamento di Berlusconi, che in Iraq mandò truppe «dopo, a cose fatte (…) la delusione c’era già stata nel 2003, quando aveva rifiutato di partecipare attivamente all’intervento. Quello è stato il momento della rottura, almeno su questo piano». (La Stampa, 2 novembre 2005).

DIETRO LA COMMEDIA DEL “CONFLITTO D’INTERESSI” E DEL NEOFASCISMO

L’antifascismo è così stato egemonizzato dai voltagabbana e dai servi degli USA: i “fu piciisti”. Una riprova è costituita dal rinnovato vigore dell’antifascismo condotto da grande stampa e dall’establishment italiano a partire dalla discesa in politica di Berlusconi, contro cui, in particolare adesso, è partito un attacco da più fronti. L’importuno è accusato di perseguire interessi personali, il ben noto conflitto di interessi, che invece sparisce non appena i gruppi imprenditoriali privati perseguono i loro, soddisfacendo anche quelli degli USA, servendosi però a tale scopo di date forze politiche (al primo posto quelle che portarono a lungo la falsa etichetta PCI) prone ai loro voleri. Basta separare formalmente l’economia dal suo apparato di servizio politico, e il conflitto di interessi sparisce. Basta pagare bene una serie di studiosi di diritto, economia, politologia, ecc., mettendo a loro disposizione media, editoria – e logicamente cattedre universitarie, posti in consigli di amministrazione di imprese o in istituzioni statali, seggi parlamentari nazionali o regionali, ecc.– e tutti costoro spiegheranno che ogni cosa (in realtà sporca) è trasparente, onesta, lecita.
Il capitalismo mal tollera la “confusione” tra sfera economica e politica. Le sedicenti classi dirigenti (dominanti) devono stare dietro le quinte e far agire sul palcoscenico i loro attori politici. Con Berlusconi la struttura della recita saltava. Da qui tutta la pantomima del “conflitto di interessi”. Per mezzo secolo, la FIAT ha ottenuto una bella quantità di aiuti di ogni genere, ma nessuno ha parlato di conflitto di interessi per quando riguarda la sua famiglia proprietaria. E ogni volta che sono saltate fuori, anche ultimamente per questioni ereditarie, “strane cose”, l’azione giudiziaria si è sempre impantanata e dispersa. Anzi, si è sempre raccontata la menzogna che gli interessi italiani coincidevano con quelli della FIAT, a causa dell’occupazione che “dava”: per gli ideologi dei dominanti i capitalisti sono “datori di lavoro”, con “simpatica” inversione della realtà dei fatti che vede i lavoratori offrire la loro merce a chi ha i capitali e la domanda per impiegarla al fine di ottenere un profitto dalla propria impresa; come vedete non entro nemmeno nella discussione intorno all’estrazione di pluslavoro/plusvalore. Quando poi la FIAT ha ridotto drasticamente l’impiego di “mano d’opera” (altro termine edulcorato) nell’azienda, si è però detto che, nell’indotto, “dava lavoro” ad almeno sette persone per ognuna di quelle impiegate direttamente. Resta il fatto che le scelte governative dettate da quell’azienda, e che ad essa portavano vantaggi e profitti, non sono mai state considerate “conflitto di interessi”. Guai, però, se si entra di persona in politica; si contravviene alle regole della recita e se ne pagano perciò le conseguenze (anche in termini di attenzioni da parte di settori della magistratura).
Questi antifascisti si sono messi ad urlare all’ascesa di un nuovo fascismo. Ora, mi sembra evidente che noi viviamo sotto un regime solo formalmente democratico (e con quante limitazioni…) che coinvolge tanto il centrosinistra quanto il centrodestra, in un regime cioè bipartisan totalmente asservito al modello economico neoliberista e alle mire geostrategiche statunitensi. Ma l’idea che il governo berlusconiano possa avere caratteri fascisti è una tesi priva di fattivi riscontri, basata su una idea piuttosto nebulosa di cosa sia stato il fascismo. In quale altro paese e momento della storia un fascismo, dopo 16 anni di ascesa, non si è ancora installato saldamente al potere, eliminando le opposizioni perentoriamente affinché non si sentano più le loro urla stentoree? Quando mai un fascista si è fatto buttare giù da un “ribaltone”, dopo aver vinto le elezioni, e abbia accettato di perderne due, rimanendo tranquillamente all’opposizione? In quale altro regime fascista conosciuto un capo di governo si è fatto insultare, dileggiare, spiare nella sua vita privata, minacciare da settori della magistratura? Inutile porre simili domande alla “sinistra” del grande capitale parassitario e del servaggio verso gli USA. E nemmeno a quella detta “radicale”, con Paolo Ferrero, segretario della Federazione della sinistra, oltre che di Rifondazione, che si dichiara «pronto ad allearmi anche con il diavolo» (la Repubblica, 21 dicembre 2009) pur di battere Berlusconi, vale a dire pronto a fungere da ultima ruota di un eventuale carrozzone elettorale che, da Di Pietro a Fini passando per Bersani e Casini, provi a battere il Cavaliere nero. Opzioni politiche alternative e strategiche: zero. Non c’è più nemmeno quella patina di illusorietà PRC-bertinottiana di voler condizionare da sinistra il governo di centrosinistra di turno. Si ripropone l’antiberlusconismo, in forma peggiore della già pessima “desistenza” del 1996, per veicolare, con soggetti e accenti diversi, la solita politica atlantista di centrodestra e centrosinistra.

RIFLESSIONE FINALE ODIERNA

Se i fu comunisti sono i peggiori rinnegati (e servi dello straniero) di tutta la storia italiana, per definire coloro che ancora speculano sul fascismo, da una parte, e sulle “feroci dittature comuniste”, dall’altra, non trovo le parole più adeguate. Comunque ribadisco almeno la sintetica frase: la “sinistra” è il cancro della nostra società, la “destra” è una sorta di cura Di Bella. Sia chiaro, questa “destra” non è migliore della “sinistra”. Solo che, per ragioni storiche ben precise e “oggettive”, quella ancora definita “sinistra” (di cui una buona parte origina dal ’68 e ’77, anni decisivi dell’inizio della parabola discendente della nostra società) ha occupato il 90% dei gangli del potere e dei mezzi di informazione; e dilaga nelle pubblicazioni, nell’insegnamento di ogni ordine e grado. Per questo è lei il cancro e non la “destra”; non certo perché quest’ultima sia migliore come visione politica e servaggio verso gli USA. In ogni caso, non si curerà questo cancro con quella menzogna chiamata “democrazia” e “voto del popolo”. Contro il cancro solo due cure sono possibili: asportazione chirurgica e chemioterapia. Entrambe però richiedono la FORZA NUOVA, sulla cui formazione al momento solo ipotetica dovrebbe a breve uscire il libro di Petrosillo e mio.

Razzismo degli antirazzisti

immigrazione

IL RAZZISMO DEGLI ANTIRAZZISTI

Secondo il sociologo De Masi saremmo in clima prefascista perché non accogliamo gli immigrati o li teniamo “a mollo” su navi alle quali sbarriamo l’ingresso nei porti. Siamo contro gli stranieri come i tedeschi erano contro gli ebrei. Salvini in divisa anticipa i prossimi pogrom. Stendiamo un velo penoso e pietoso sui pensieri rozzi di questi sedicenti intellettuali che non vedono al di là del loro naso e non conoscono la Storia. Semmai, ai tempi del fascismo, e soprattutto prima, erano gli italiani a dover lasciare la propria terra per mancanza di possibilità. Andavano a lavorare nelle Americhe con i documenti in regola e sulla base di accordi bilaterali tra Paesi in cui si stabilivano persino le quote di persone da far entrare. Quelli inidonei venivano spediti indietro senza tanti complimenti. Gente estranea che veniva qui da noi in cerca di fortuna non ce n’era e non si verificavano episodi di razzismo verso gli allogeni che erano tutt’al più le esotiche faccette nere dell’Abissinia, trattate dal regime con bonaria narrazione colonialistica (benché il cosiddetto impero fosse stato costruito al prezzo di “qualche“ massacro in terra africana ma i fascisti, come chiunque, si sentivano benefattori e non criminali), e, comunque, a “casa loro”. Anzi il fascismo tentò di fermare l’emorragia di partenze e di stimolare la crescita demografica. Il fascismo col razzismo verso l’uomo nero c’entra relativamente ed anche le leggi razziali furono applicate, contro gli ebrei, poco convintamente, più per assecondare il potente alleato tedesco che per esprimere un odio etnico, quasi inesistente dalle nostre parti. Non altrove, invece, perché gli ebrei avevano nemici ovunque, sul Vecchio Continente e sulle sponde Atlantiche (alcune alte personalità statunitensi simpatizzavano per Hitler e non facevano mistero della loro antisemitismo), persino in Unione Sovietica, patria dell’uomo nuovo. Ma ormai è tutto fascismo (e razzismo). Non ti sta bene l’invasione di extracomunitari? Sei fascista e razzista! Vuoi un Paese più sicuro con meno delinquenti a piede libero? Sei fascista e razzista! Non adotti lo stile di vita del migrante? Sei fascista e razzista. Inoltre, fascista e razzista sono usati come sinonimo. E’ una menzogna sesquipedale. Gli americani che sterminarono gli indiani e poi schiavizzarono i neri erano ovviamente razzisti ma non potevano essere fascisti o nazisti perché tali ideologie ancora non esistevano. Il razzismo viene da molto più lontano ed associarlo a movimenti tipicamente europei è il solito stratagemma yankee o di élite progressiste a loro asservite per allontanare le proprie colpe e scaricarle sugli sconfitti dalla storia. Si dovrebbe dire ad un razzista ”fetente di un americano” (prima ancora che fascista, nazista o comunista) per essere molto più coerenti ma anche questa sarebbe un’altra sciocca parzialità. Ogni popolo ha dato o darà il peggio di sé all’occorrenza. Leggevo in questi giorni il saggio di un antropologo statunitense, Jonathan Friedman, il cui titolo è “Politicamente Corretto, il conformismo morale come regime…” Costui è molto chiaro sul punto: “Suggerire che l’attuale attitudine delle élite multiculturali verso l’immigrazione di massa in un periodo di declino dei paesi ospitanti è un fenomeno tragico destinato a determinare un aumento della disgregazione e del conflitto etnico, sarebbe, ed è stato, descritto come un atteggiamento razzista. Il discorso dominante è che l’immigrazione sia un fattore di arricchimento culturale, e che il fatto della presenza di enclaves etniche in cui domina la disoccupazione è colpa della società [accogliente], ossia del suo razzismo. L’osservazione di alcune di queste enclaves possano anche includere diaspore legate al commercio illegale delle armi, persone e droga è un tabù. Si tratta di razzismo ed è il prodotto di razzisti. Suggerire inoltre, che se vogliamo essere veramente globali nella nostra politica dovremmo considerare la necessita di creare un ordine internazionale che permetta alle persone di rimanere a casa propria, sarebbe stato, ed è stato, percepito con estremo orrore…Razzista è chi si oppone all’autodefinita correttezza morale dell’antirazzista”.
La verità è però che gli antirazzisti sono quelli di cui occorrerebbe liberarsi il più presto possibile. Sono loro che stanno avvelenando i pozzi sociali e che scateneranno reazioni fuori controllo. Tanto da parte di immigrati abbandonati a se stessi, dopo promesse fallaci, che di forze oscure le quali sono dormienti nel profondo umano ma possono risvegliarsi quando l’ambiente diventa mefitico. Dopodiché altro che squadracce fasciste. Vedremo all’opera uomini neri contro cuori neri a farsi la guerra con la gente per bene in mezzo a rintanarsi per la paura. Le vecchie classi dirigenti alla deriva, addirittura, rincorrono questa truce prospettiva per conservare un primato che vedono sfuggir loro di mano. Sono pronte al diluvio pur di sopravvivere per un po’, perché, per chi è morente, qualche anno in più equivale all’eternità, come è scritto nel Gattopardo.
Sono queste il vero pericolo per la nostra civiltà.

CONTRO IL FASCISMO, IL COMUNISMO, IL NEOLIBERISMO E IL NEOKEYNESISMO

gianfranco

 

Quella in corso è una fase politica nuova ma gli strumenti per interpretarla restano estremamente vecchi. Attardati sono gli intellettuali che si cimentano con i rapporti sociali e la lettura degli eventi ricorrendo a categorie d’antan, ugualmente, indietro restano i capi di Stato, di partito o dei vari movimenti che si preoccupano dei conti, dei voti, dei finanziamenti o degli incarichi, inchiodando militanti molto volenterosi ma per nulla accorti a battaglie di poca o nessuna utilità. Il massimo dell’originalità a cui si arrivati in tutti questi anni di profondi mutamenti è la sentenza sulla fine della dicotomia destra-sinistra ma tale scoperta dell’acqua calda il popolino l’aveva fatta con decenni d’anticipo, allorché affermava l’uguaglianza dei furbi in politica, indipendentemente dal colore della ”pelle”. Altre biforcazioni hanno preso il posto delle precedenti, senza che nella sostanza si sia arrivato a qualcosa di costruttivo, perché si riproduce uno schema collaudato antitetico-polare per distrarre le coscienze.
Il dibattito nazionale e internazionale si focalizza ancora su ideologie del passato scomparse da molto e rianimate solo per mancanza di idee e di programmi. Così, ci sarebbe ancora un pericolo nero o rosso da scongiurare o, persino, una mistura dei due, il famigerato rossobrunismo.
Poi vi è la divaricazione economicistica tra fautori del libero mercato, i liberali e (neo)liberisti, e i sostenitori dell’interventismo statale, i neokyenesiani o post-keynesiani. Ma Stato e mercato sono due campi di azione che si intersecano (c’è lotta e conflitto nel mercato e nello Stato, tra gruppi di agenti economici e politici alleati tra loro contro altri drappelli speculari, per ottenere una preminenza che deve allungarsi in ogni sfera dell’agire collettivo), e non due antagonisti che devono limitarsi tra loro. Da questa divisione principale discendono altre specificazioni che sono minime variazioni sul medesimo tema: globalisti vs antiglobalisti, ottimati vs populisti, o, ancora, finanziaristi vs industrialisti, generando fazioni opposte pronte ad alzare un fumo di questioni secondarie.
Tempo fa La Grassa affrontò il problema delle quattro ideologie, prendendo posizione contro ciascuna di esse. Lo ripropongo sintetizzando i passaggi più importanti di quell’intervento poiché si continua ad inseguire i fantasmi senza arrivare al nocciolo delle problematiche.
Il fascismo non è alle porte e non tornerà mai più perché sono scomparsi i soggetti e le condizioni storiche che favorirono la sua vittoria. Il fascismo fu inizialmente un movimento antiborghese ed ottenne l’appoggio delle masse e dei ceti medio-piccoli. Questa fu la sua fase rivoluzionaria ma non essendo anticapitalistico finì per collegarsi, una volta occupati i gangli del potere, col grande Capitale monopolistico “che infatti se ne servì in definitiva per i suoi scopi, liquidandolo quando fu evidente che esso aveva ormai condotto alla sconfitta di determinati suoi comparti nazionali in lotta, egemonica, con gli altri sul piano mondiale”. Oggi non esiste più una borghesia contro la quale lottare, il capitalismo non è più borghese ma ha una matrice statunitense che lo ha reso qualcosa di profondamente differente dalle origini. La Grassa la chiama la società dei funzionari privati (del Capitale) che ha dimostrato maggiore dinamismo, mantenendo alcuni elementi di contatto ma modificandosi radicalmente rispetto a quella nata precedentemente in Europa (in Inghilterra).
Il comunismo ugualmente non tornerà, prima di tutto perché non è mai arrivato a compimento, almeno restando alla previsione di Marx. Quest’ultimo riteneva il comunismo un parto ormai maturo nel grembo di un capitalismo giunto alla sua ultima contraddizione, quella che determinava l’espulsione dalla base produttiva dei proprietari, ormai ridotti a rentier staccatori di cedole, da parte di un’alleanza di produttori associati (dal primo ingegnere all’ultimo giornaliero). Questa, pertanto, si riappropriava dei mezzi di produzione ricomponendo la scissione tra proprietà e non proprietà degli strumenti di lavoro responsabile dello sfruttamento di classe.
Su queste basi teoriche non sono mai esistiti paesi comunisti. Si sono concretizzati tentativi alternativi che effettivamente hanno dato vita ad un tipo di rapporti sociali non assimilabili a quelli del capitalismo ma alla lunga essi si sono rivelati fallimentari. Questi esperimenti hanno però anche prodotto grandi potenze, come Russia e Cina, che attualmente insidiano il primato occidentale ed impediscono al mondo di sottostare ad un’unica area prepotente.
Il neoliberismo crede che tutto debba essere lasciato al mercato, con decisa riduzione dell’intervento dello Stato in economia, perché i suoi meccanismi intrinseci sono in grado di auto correggere gli squilibri portando benessere a tutta la civiltà. Questa è una posizione ferale per due ordini di ragioni. Presuppone che la razionalità strumentale risolva ogni ambito umano (ignorando che i saperi strategici precedono e indirizzano le scelte economiche, e non solo quelle), occulta il ruolo svolto dai paesi più avanzati militarmente e tecnologicamente nel dettare le regole che influenzano i mercati. Anzi, la potenza permette persino di truccare le regole a proprio favore.
Il neokeynesismo, invece, punta sullo Stato per contemperare gli interessi generali contro i diktat del mercato selvaggio. Ma compito precipuo dello Stato non è l’assistenza e il mutuo soccorso, se non in particolari circostanze e per ristretti settori. Inoltre, non è sempre detto che l’azione pubblica sia garanzia di maggiore giustizia sociale mentre quella privata sempre e solo sottrazione o furto di pochi sui molti. Scrive, infatti, La Grassa: “I neoliberisti appaiono più consci dei compiti repressivi e coercitivi assegnati ai più decisivi e caratterizzanti apparati dello Stato, sia in funzione interna che sul piano internazionale, pur se raccontano “al popolo” le solite menzogne sulle meraviglie della smithiana “mano invisibile” e della ricardiana “teoria dei costi comparati” nel commercio internazionale. I pretesi “keynesiani sociali” non sono nemmeno consapevoli di nascondere i suddetti compiti precipui dello Stato (e dunque partecipano allegramente e irresponsabilmente ai governi di “sinistra”); hanno il loro cervello fissato soltanto sulle funzioni dette sociali, senza nemmeno rendersi conto che queste ultime avevano spazio di intervento nell’epoca monocentrica del capitalismo “occidentale”, di fronte al quale si ergeva un “socialismo” imballato in cui era in gestazione una formazione capitalistica di tipo nuovo, sbocciata infatti dopo il crollo dell’ “involucro” statalista”.
Ciò che sta avvenendo nel presente periodo ci impone di lasciar perdere le carcasse di questi pensieri putrefatti che non ci dicono molto sugli sviluppi a venire. “Non si tratta ovviamente di pretendere l’eliminazione dell’ideologia (come sostiene l’intellettuale imbroglione nell’interesse dei dominanti, propagandando così la peggiore di tutte le ideologie), bensì solo di superare le vecchie ideologie: della destra, della sinistra, dei “rossi” e dei “bruni”. Saremo ancora entro nuove ideologie, adatte ai nuovi tempi, di imminente policentrismo e di mutamenti interni alle formazioni particolari che complicano, moltiplicano, i gruppi sociali e non creano per nulla “soggetti” unitari e compatti in nessun comparto sociale; la compattezza e l’unione delle forze in campo essendo un portato dell’azione politica in condizioni date (ma mutevoli in tempi e spazi diversi della formazione sociale) e non di oggettive ed intrinseche dinamiche di quest’ultima (considerata per di più in generale, senza spazio né tempo). Le nuove generazioni debbono dunque liberarsi, a mio avviso, delle “quattro ideologie” sopra indicate e accedere a nuovi “angoli di visuale”, a nuove impostazioni che consentano di indagare le strutture e dinamiche essenziali della formazione capitalistica (la globale e le particolari) nella fase attuale (non in generale) secondo la combinazione – sotto il “cappello” della predominanza del sapere e dell’agire strategici – delle analisi di “geopolitica” e “di classe”, cioè unendo la considerazione dell’articolazione sempre più complicata di (gruppi di) dominanti e dominati nelle formazioni capitalistiche particolari a quella intorno alla configurazione dei rapporti tra queste ultime sul piano mondiale; prendendo atto che si può oggi forse prevedere con maggior sicurezza, rispetto anche solo ad un anno fa, l’entrata non lontana in una nuova fase di policentrismo (di neoimperialismo). Questo il compito assegnato a chi vuol pensare il futuro”.
Buona lettura

CONTRO LE “QUATTRO IDEOLOGIE”

“Un giorno di ordinaria follia” di A. Terrenzio

diavolo

 

 

La citta’ di Macerata, in questi giorni, e’ stata travolta da due tragici eventi che l’hanno portata all’attenzione della cronaca nazionale.

Un giovane con probabili problemi psichici ha fatto fuoco nella giornata di sabato scorso su migranti africani ferendone una decina.

Il gesto e’ arrivato dopo l’omicidio raccapricciante di una giovane diciottenne  da parte di un nigeriano che dopo probabili abusi sessuali l’avrebbe fatta a pezzi. I resti del corpo straziato  della ragazza, sarebbero stati riposti in due valigie e ritrovati dalla polizia, alle porte della citta’. Ad aggravare i dettagli del delitto anche l’intenzione da parte del nigeriano di sciogliere il corpo della giovane nell’acido, per fare perdere le sue tracce. Le indagini intanto sono in corso e pare che l’immigrato irregolare non fosse solo nell’appartamento dove si e’ consumato il brutale delitto. La “risorsa” nega il delitto.

L’italiano che ha sparato ha, invece, spiegato agli inquirenti di aver voluto fare giustizia della giovane uccisa, colpendo i migranti del giro dell’omicida. Il primo e’ accusato di tentata strage con aggravanti razziali. Il giovane marchigiano pare fosse un “estremista di destra” e nel 2015 è stato anche canditato nel suo comune di provenienza nel partito di Matteo Salvini.

Come prevedibile, la canea giornalistica si è lanciata sul criminale italiano ignorando l’immigrato. La tentazione di strumentalizzare l’episodio da parte della sinistra è troppo ghiotta, del resto siamo in clima d’elezioni

Roberto Saviano ha definito Salvini il “mandante morale’” della mancata strage.

Luca Traini come scrive Luigi Iannone sul Giornale.it e’ quindi il “Fascista perfetto”, l’estremista che spara su poveri migranti e che col tricolore sulle spalle, rivendica il suo atto da “giustiziere”.

Solo dei bugiardi o degli idioti possono attribuire il gesto di una personalita’ sociopatica e “borderline” ad un intero partito politico come la la Lega o Casa Pound. Per lo stesso motivo saremmo portati a sostenere che se un elettore del PD uccide a martellate la moglie automaticamente Renzi e’ il mandante morale di un femmincidio. Una logica tanto perversa quanto delirante.

La volonta’ di analizzare, di osservare i sintomi di un malessere individuale e sociale, sono riposti in soffitta. Per loro c’e’ sempre un fascista che rappresenta il pericolo per eccellenza, la testimonianza viva e palpabile del “male assoluto”.

Nessuna remora e nessuna domanda, da parte dei sinistri, sui guasti del multicultarismo che genera mostri. Quasi il 65% degli italiani si dice contrario all’invasione e alla regolarizzazione di milioni di migranti ma per lorsignori questa non è una notizia.

La disperazione sociale, l’isolamento individuale, l’impossibilita’ di integrazione tra popolazioni molto distanti non e’ minimanente contemplata dai cantori della societa’ “senza muri”.

Si e’ partiti con la proposta della legge Fiano per arrivare ai comunicati della Boldrini a non votare Casa Pound o la Lega, fino all’appello del PdR Mattarella che ci dice che il Fascismo “non fece nulla di buono”.

Messaggi che hanno continuato a diffondere sentimenti divisivi nella nazione, cavalcanti un antifascismo che e’ davvero “l’ultima arma dei farabutti”, come sostengono Veneziani e La Grassa.

Questa classe politica, supportata dall’apparato mediatico e televisivo, continua a diffondere odio e divisione all’interno del Paese. Costringe gli italiani a subire orde di disperati che invadono la Penisola, e chi si ribella e prova a metterne in discussione l’assunto, viene subito tacciato di essere un intollerante e un potenziale elettore leghista, quindi un fascista.

Una campagna mediatica martellante che negli ulitmi tempi ha raggiunto livelli sempre piu’ isterici, fino ad arrivare al fattaccio di sabato scorso.

E se a pensar male spesso ci si indovina, dovremmo come minimo chiederci come mai questi “folli” fanno apparizione, quasi sempre, in periodi “programmati” . Non diciamo altro, intelligenti pauca. Certo è che ad un mese delle elezioni lo spettro sempiterno dell’Ur Fascismo che si manifesta in un atto d’intolleranza serve ad alcuni e danneggia altri. Tuttavia, come ricorda Marcello Foa tale strategia potrebbe anche essere controproducente per le forze progressiste. Lo stato di esasperazione della maggioranza degli italiani resta, con o senza eventi tragici da strumentalizzare. I disagi della vita reale per questo modello di integrazione fallimentare sono piu’ forti di qualsiasi lezione di Roberto Saviano.

Ignoranza non neonazismo

mein

Ho letto Il diario di Anna Frank quando frequentavo le elementari. Nello stesso periodo ho visto il film di George Stevens del 1959 a lei dedicato. A 16 anni ho letto, invece, Se questo è un uomo di Primo Levi ed I sommersi ed i salvati. Mi sono commosso per le storie personali e collettive dei perseguitati in periodo di guerra. Non ho mai creduto però alla narrazione del nazi-fascismo male assoluto dell’umanità. Di genocidi e di oppressioni è pieno il mondo antico, moderno e contemporaneo. Hitler (e non solo lui) ha sterminato 4, 5 o 6 milioni di ebrei (disputare sul conto dei cadaveri, dati i numeri elevati, è volgare e irrispettoso dei morti medesimi e della loro memoria). L’antiebraismo soffiava in Europa da secoli, non molti uomini, anche negli alti ranghi, ne erano immuni. Lenin, tra questi, si diceva disgustato dall’antisemitismo dei bolscevichi. Più di una volta dovette riprendere i suoi che si lasciavano andare ad episodi di razzismo. Gli ebrei sono stati vittime di quell’epoca finendo nei campi di concentramento insieme ad omosessuali, comunisti ed altri oppositori. E’ stato un olocausto (di molti individui di varia estrazione etnica, religiosa e sociale) non l’olocausto per antonomasia, in quanto stessa sorte tragica è toccata, nei tempi addietro, ad altri sventurati: dagli indiani d’America agli africani e agli asiatici in Usa ecc. ecc. Non c’è popolo che non abbia ammazzato e siamo in attesa che altri si apprestino a farlo. Francesi, italiani, inglesi, russi e così via, tutti, chi più chi meno, hanno versato sangue incolpevole e colpevole senza badarci troppo. Diceva Cioran: “l’ora del crimine non suona allo stesso momento per tutti i popoli. Così si spiega il permanere della storia”. Anche ora, mentre scrivo, ci sono popoli bastonati  e categorie sociali vessate e percosse, sotto gli occhi della Comunità internazionale, arbitro poco imparziale, che s’impegna per alcuni ignorando altri. Gli umani sanno essere spietati quando le condizioni storiche lo consentono e quando le convinzioni ideologiche lo facilitano. Oggi, gli Ebrei non sono più vittime indifese e quando devono, o lo ritengono opportuno per ragioni di stato, incarnano crudelmente il ruolo dei macellai. Ne sanno qualcosa i palestinesi, i quali, a volte, se le meritano pure ma se possono ricambiano le atrocità subite con speculari violenze.

Al netto di questa descrizione impietosa, non sono accettabili le reazioni dei media e dalla politica italiana per lo stupido episodio dei tifosi laziali che hanno fotoshoppato Anna Frank con indosso la maglietta della Roma. Un pugno di cretini, con in mezzo qualche minorenne, che, non conoscendo la Storia, usa l’effige di una ragazzina uccisa dai nazisti per sfottere la tifoseria opposta rappresenta esclusivamente la sua ignoranza. Non c’è sintomo della recrudescenza di un fenomeno definitivamente tramontato nel 1945. Non esiste attualmente nessun rischio nazi-fascismo e chi lo afferma e ingigantisce la vicenda vuole soltanto creare un’ondata emotiva di sdegno per occultare le proprie responsabilità nello sfascio nazionale. Far credere che vi sia di nuovo il fascismo alle porte è l’unico modo che hanno per giustificare la loro inutile esistenza di tromboni democratici servi dell’occidente americanizzato. Non hanno più argomenti per tenersi in vita e così ricorrono a divaricazioni ideologiche di un mondo che non esiste più per mascherare tutte le loro inefficienze e svendite di sovranità.

Antonio Tajani, Presidente del Parlamento Europeo, ha chiesto scusa a tutta l’Ue per la faccenda. Mattarella, Presidente della Repubblica, ha parlato di atto disumano. Non farebbero meglio costoro a chiedere scusa agli italiani per gli atti disumani verso imprenditori e lavoratori, i quali si stanno suicidando per una crisi economica da loro non risolta e aggravata in ogni modo possibile, con innalzamento delle tasse, abbassamento degli stipendi, distruzione del welfare state, inondazione di immigrati, evaporazione di sicurezza pubblica ecc. ecc. Non sono forse questi gli unici atti crudeli di cui si dovrebbero vergognare? Come ha scritto La Grassa, i sinistri-antifascisti, ormai a corto di idee e di credibilità, si attaccano ad idiozie umanitaristiche, perversioni culturali (quali basi per l’affermazione di presunti diritti di minoranze vituperate), o, appunto, il ritorno dei sanguinari in fez (detto in soldoni: tutto l’armamentario del politicamente corretto) per conservarsi al potere. Questo “caso” della curva laziale non sta né il cielo e né in terra, doveva essere completamente ignorato dalle istituzioni, finire, al massimo, in un breve trafiletto nei giornali sportivi locali e celermente risolto con una multa per la società ed eventuale Daspo per quei decerebrati che lo hanno messo in atto. Invece, qualcuno lo ha voluto trasformare nell’episodio emblematico di un inesistente pericolo di ritorno al ventennio. Il gioco a cui stanno giocando questi laidi truffatori è chiaro. Non stanno tornando i barbari, i barbari sono già nelle mura della città ma si fanno chiamare democratici.

ONOREVOLE BOLDRINI, PERCHÉ NON DEMOLIAMO ANCHE I LAVORI DELLA BONIFICA E TORNIAMO ALLE PALUDI PONTINE? Di Francesco Mazzuoli

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Onorevole Boldrini,

Ella ci fa sapere come taluni partigiani si sentano ancora offesi dalla presenza di monumenti del ventennio fascista;  io, invece, appartengo ai milioni di italiani che Le fanno sapere che sono stanchi di veder sventolare la bandiera dell’Unione Europea sulle proprie città, e sognano un tempo in cui esporla sarà reato.

Che ci vuole fare, cara Signora, sono un italiano nostalgico, tuttavia non del ventennio, che non ho vissuto, ma del futuro che non ho più.

Nelle Sue esternazioni, così piene di accorata e squisita sensibilità, ravviso l’ennesimo esempio  della propaganda più subdola, tesa a  cancellare qualunque simbolo identitario potenzialmente collegabile alla difesa degli  interessi nazionali del nostro popolo.

È l’operazione di cancellazione della storia e, quindi, dell’identità e dell’appartenenza di un popolo alla propria terra, in ordine alla costruzione di anonimi territori coloniali euro-americani, sprovvisti di storia comune e abitati da individui sradicati in perenne conflitto tra loro. Non è colpa Sua, me ne rendo conto, se tale disegno, basato sulla distruzione degli Stati nazionali,  passa necessariamente  per l’annichilimento dell’identità dei popoli, della tradizione,  e del legame con il proprio territorio. Non è colpa Sua, se comporta l’annientamento dei popoli stessi per come li conosciamo, fisicamente cancellati e sostituiti con immigrati di culture differenti e inassimilabili, in modo da costruire un mosaico multietnico di interessi contrastanti e inconciliabili in nome di un interesse comune, che si riconosca in un territorio e voglia difenderlo.

È il modello della società globale disegnato dai poteri forti americani, di cui l’Unione Europea è il laboratorio più avanzato; un modello anticipato e rappresentato da internet: una indistinta e virtuale rete mondiale, abitata da un essere umano de-territorializzato, che esiste appunto in questo non luogo geografico e in un eterno presente, creato mediante la  simultaneità degli scambi.

Per realizzare una società siffatta, naturalmente, oltre alla storia, bisogna ignorare anche la geografia (e a ciò ha pensato la Sua collega Gelmini, proponendo una riforma scolastica in cui l’inutile e noioso studio di questa materia è stato abolito).

Lo sa, cara Signora, che ogni mese nel mondo scompaiono due lingue? Ma -giustamente – cosa gliene importa a Lei di simili questioni astratte ed accademiche, basta che i bambini facciano un buon corso di inglese, un paio – anzi una dozzina – di vaccinazioni,  e non avranno problemi: ci sono tanti bei posti per emigrare… – chiedo venia:  migrare.

Io, Signora, non vorrei sbagliare, però, per i miei figli – se avessi potuto permettermeli –  mi orienterei più per un bel corso di Cinese o di Russo…

Tuttavia, ipotizziamo per un momento che Ella, onorevole Boldrini, abbia ragione e che sia necessario cancellare la memoria di quell’esecrabile periodo. Io, allora – se mi permette –  avrei un umile suggerimento da darLe: perchè non demolire anche i ponti,  le strade e le ferrovie? Lo sa che – purtroppo -durante il ventennio ne furono costruiti molti chilometri? Glielo hanno detto? C’è scritto su quei foglietti che tanto solertemente e con tante difficoltà legge in pubblico?

E, a questo punto, perché non distruggere anche i lavori di bonifica, che hanno permesso a tanti italiani oppressi dal fascismo di lavorare la terra e di sopravvivere? Non trova anche Lei “orribile” lo skyline di Latina?

Vuol mettere la meraviglia di quegli acquitrini delle paludi pontine restituiti al loro antico splendore e popolati nuovamente di variopinte specie di uccelli, piuttosto che dai discendenti di quei coloni italiani con le mani callose e il brutto vizio di coltivare la terra? Sa che festa per Legambiente e che bei servizi su National Geographic?

E poi si potrebbe ricostruire tutto daccapo, stavolta con alacri e marmoree braccia migranti;  e magari, al posto delle fastidiose e ronzanti mosche, erigere qualche brulicante moschea, per abbellire il paesaggio e integrare i nuovi coloni, che donerebbero finalmente al panorama un tocco multiculturale, mi spingo a dire di poeticamente ecumenico. https://www.youtube.com/watch?v=9RQEhaYbJ40

Sa quanto lavoro per i nerboruti immigrati? Oddio, mi perdoni, si chiamano migranti. Mi scusi anche per “l’oddio”, lo so che qualcuno si può offendere; mi suggerisca lei le parole: ecco, facciamo come con i nuovi genitori gender: “Divinità n.1, n.2, ecc.”, le caratteristiche di ciascuna strettamente normate dall’Unione Europea.

Ma sto divagando, torniamo ai nostri amici immigrati, da accogliere a braccia aperte:  sappiamo tutti che si spaccano la schiena solo per pagarci le pensioni, ce lo ha detto anche l’onorevole D’Alema: http://accademiadellaliberta.blogspot.it/2017/07/dichiarazioni-scioccanti-di-dalema-vi.html
Non vorrà mica che finiscano a rubare? Non ci sarebbe gara: in quel campo, ci  dite da decenni,  noi italiani siamo imbattibili. Via, li conosciamo, questi ragazzoni venuti a darci una mano:  sono specchi di onestà, ma non possono mica tutti chiedere l’elemosina! A chi dovrebbero chiederla poi, ora che anche noi italiani siamo finiti a chiederla?

Eh sì, cara signora Boldrini, Ella ha intuito la strada giusta, ma persegua (mi perdoni il lapsus, volevo dire prosegua), non arretri di fronte ai beceri rigurgiti di nazionalismo di un Paese morente. Resista! A breve non ci saranno che immigrati e voteranno tutti per Lei e per la sedicente sinistra.

In quel mondo meraviglioso che Lei preconizza, persino le camicie nere saranno finalmente proibite, a meno che non siano firmate da Dolce e Gabbana (mi consenta però di dirLe che è un peccato, perché, considerando come saremo ridotti, reggerebbero meglio lo sporco…); l’unico vero rimpianto è che non ci sia più Michael Jakson: sa che testimonial meraviglioso? Oggidì farebbe altrettante operazioni per tornare negro e potrebbe tenere un concerto in mondovisione da piazza S.Pietro, con omelia del Papa sull’accoglienza e accompagnamento di uno scatenato Bill Clinton al sassofono.

Vada avanti, Signora, non pensi a noi che grazie alle leggi europee che continuamente votate non abbiamo più futuro , e, a quanto pare, tra un po’ nemmeno un passato.

Francesco Mazzuoli