Qualche interpretazione della Storia , di GLG

gianfranco

 

Quando all’inizio del ’33 andò al potere Hitler (alle elezioni i nazi erano il I partito con il 43,9% dei voti, mentre socialdemocratici e comunisti erano lontanissimi, ma certamente poi tale potere non fu più gestito con sondaggi tra i “consumatori” dei vari prodotti politici), vi erano 6 milioni di disoccupati. Al Congresso di Norimberga di un anno e mezzo dopo ve n’erano un milione e mezzo. Per effetto di una politica che poteva ricordare, ma andrebbe fatto uno studio serio, il “new deal”. Comunque, in ogni caso, tutto il contrario del becero e rozzo liberismo oggi ripreso da economisti che sono da inviare ai campi di lavoro forzato. Ci sarebbe poi da discutere delle cose certo terribili commesse nel ’33 e prima parte del ’34 dalle SA fino alla “notte dei lunghi coltelli” della fine di giugno con loro eliminazione e uccisione di Rohm, il capo. Per le SA non erano in primo piano gli ebrei, bensì quelli che oggi chiamiamo radical chic e seguaci dell’infame Repubblica di Weimar (seguaci da assimilare ai nostri “sinistri” e “conservatori” odierni, tutti liberisti). Secondo me, fu madornale l’errore dei comunisti di traccheggiare con i verminosi socialdemocratici. Basti pensare ai successivi “fronti popolari” dell’epoca; tipico quello francese di Blum, uno dei “padri dell’Europa” finanziati dalla CIA nel dopoguerra. Nel ’33, gli operai della Krupp (ma non solo loro, gli operai in genere) andavano con le SA a pestare i weimariani; fu però appunto il grande industriale a scrivere a Hitler chiedendo che si mettessero “in riga” le SA perché non poteva certo licenziare gli operai che si assentavano dal lavoro per andare a pestar giù duro. E Hitler fece appunto il compromesso con il grande capitale (ancora per l’essenziale borghese, mentre ormai mostrava prevalenza quello “manageriale”, esistente però negli USA) – e con l’esercito – annientando i “populisti” dell’epoca. Dopo si sviluppò in pieno l’antisemitismo e la certo orrenda persecuzione che ne seguì. Si trattava di trovare una nuova ideologia e un nuovo obiettivo “nemico” per compattare una gran parte della popolazione dietro al Potere. Inutile star sempre a mentire. Negli anni ’30 la stragrande maggioranza della popolazione tedesca seguiva i nazisti; così come in Italia seguiva i fascisti. Poi quando hanno combinato il disastro della guerra, che hanno perso, allora la popolazione (quella “non silenziosa”) si è scatenata contro i perdenti, gridando viva viva ai vincitori. Vogliamo smetterla di raccontarci balle sulle meraviglie che fa il “popolo”; non esiste, esiste solo una popolazione, che è divisa in tante “convinzioni”. E nei momenti decisivi della storia, una parte si getta a pesce con i vincitori e grida e urla per lo sterminio del “nemico” (perdente); quelli che hanno un minimo di vergogna di cambiare idea al mutar del vento, si rinchiudono a casa, stanno in silenzio e in ogni caso cercano di far dimenticare quello che sono.

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Continuazione del precedente post.

LODE DEL DUBBIO (Brecht)

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Intronato dagli ordini, passato alla visita
d’idoneità da barbuti medici, ispezionato
da esseri raggianti di fregi d’oro, edificato
da solennissimi preti, che gli sbattono alle orecchie un libro
redatto da Iddio in persona,
erudito
da impazienti pedagoghi, sta il povero e ode
che questo mondo è il migliore dei mondi possibili e che il buco
nel tetto della sua stanza è stato proprio previsto da Dio.
Veramente gli è difficile
dubitare di questo mondo.
Madido di sudore si curva l’uomo che costruisce la casa dove
non lui dovrà abitare.
Ma sgobba madido di sudore anche l’uomo che la propria casa
si costruisce.
Sono coloro che non riflettono, a non dubitare mai.
Splendida è la loro digestione, infallibile il loro giudizio.
Non credono ai fatti, credono solo a se stessi. Se occorre,
tanto peggio per i fatti. La pazienza che han con se stessi
è sconfinata. Gli argomenti
li odono con l’orecchio della spia.

Con coloro che non riflettono e mai dubitano
si incontrano coloro che riflettono e mai agiscono.
Non dubitano per giungere alla conclusione, bensì
per schivare la decisione. Le teste
le usano solo per scuoterle. Con aria grave
mettono in guardia dall’acqua i passeggeri di navi che
affondano.

SOTTO L’ASCIA DELL’ASSASSINO
SI CHIEDONO SE ANCH’EGLI NON SIA UN UOMO.
Dopo aver rilevato, mormorando,
che la questione non è ancora sviscerata, vanno a letto.
La loro attività consiste nell’oscillare.
Il loro motto preferito è: l’istruttoria continua.
Certo, se il dubbio lodate
non lodate però
quel dubbio che è disperazione!

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Ho messo in maiuscolo il passo cruciale. Brecht scrive in un periodo (anni ’30) di eventi drammatici, tra due grandi guerre. E’ giusto a quel tempo parlare di assassino e dell’ascia che egli usa. Oggi, in questi nostri paesi europei, ci troviamo in un periodo di uomini miserabili, meschini, incapaci di arrivare al coraggio del vero e proprio assassinio. Sono subdoli, pieni di infami ma reconditi pensieri. Sono falsi e predicano il bene (il “buonismo”) per ingannare e meglio far perire i deboli. Hanno il manto del “progresso”, della “modernità”, dell’avanzamento verso più “lieti e facili destini”; ecc. ecc. Oggi sono questi gli assassini e non brandiscono e agitano l’ascia. Non uccidono direttamente altri esseri umani; questo compito lo lasciano ai loro servitori in parti del mondo lontane dai “morbidi cuscini” in cui essi ce lo mettono in…… (linguaggio figurato ovviamente). Il loro compito è uccidere le differenti civiltà, tradizioni, credenze, modi di vivere e pensare. Nessuno deve più capire con chi sta, con chi può veramente parlare, di chi si può fidare, quali amicizie e amori può provare con vero trasporto. Comunque, anche in questo periodo – e in questi paesi – dove non si brandisce l’ascia, non dobbiamo per nulla chiederci se questi miserabili sono uomini. Siano quel che siano, dobbiamo combatterli ed eliminarli. O noi o loro: se va bene, ci sono ancora due o tre decenni per questa decisione. Questi bastardi cercano di sviare l’attenzione con la plastica che ucciderebbe la Natura. E invece sono i “politicamente corretti” che stanno uccidendo il mondo umano, la nostra società. Sono loro la “nostra plastica”. Altro che “green economy”. C’è bisogno di una ROSSA pratica di rinascita di una degna vita sociale.

Fermare il marciume, di GLG

gianfranco

 

mi sembra che ciò provi quanto sostengo da tempo. Quanto più si consentirà all’“infezione” di continuare a perpetuarsi e a far marcire la nostra società e tanto maggiore sarà il pericolo dell’avvento di simile furia violenta annientatrice, che non è per nulla quella che spesso invoco. Anzi il suo contrario. Adesso bisognerebbe riprendere bene in mano la storia della Germania dopo la prima guerra mondiale, concentrandosi non semplicemente sulla connivenza dei socialdemocratici (ricordiamo Noske) nell’eccidio di comunisti, fra cui Rosa Luxemburg e Liebknecht, nel ’19. Importante quanto avvenne nel 1929-30, dove la “vulgata” di storici incompetenti e faziosi vorrebbe farci credere che siano stati i comunisti a provocare i socialdemocratici invece che allearsi con questi per combattere l’impetuoso crescere del nazismo (come fecero, con errore imperdonabile, subito dopo). E invece, come già dimostrato in Italia, solo la moderazione nel combattere “centristi” e “sinistri” (ad es. in Italia nei primi anni ’20 i Giolitti e i Turati) facilitò la vittoria del fascismo. E così pure in Germania nel ’29-’30 furono i socialdemocratici a reprimere i comunisti e a creare con loro incidenti. L’incapacità dei comunisti di regolare i conti definitivamente con i “centro-sinistri” ha pienamente favorito chi aveva capito che i ceti popolari odiavano questi ultimi. Gli operai (ripeto: OPERAI) della Krupp si assentavano dal lavoro per seguire le SA a schiacciare tutti quelli che ancora difendevano la marcia Repubblica di Weimar. I comunisti sono stati incapaci di prendere loro la testa di questi ceti popolari e di accoppare i socialdemocratici che ormai allignavano nei soliti “quartieri alti”. E nel ’35 si fecero i fronti popolari, altro errore fondamentale. I falsi storici vorrebbero far credere che sono stati utili per la vittoria contro i nazifascisti. Lo si è ben visto in Spagna nel 1936-39 (e il franchismo, non entrato in guerra, è durato fino a metà anni ’70). La vittoria è solo avvenuta per l’errore madornale di Hitler (ma non ci si dice quali pourparler c’erano stati con l’Inghilterra ormai in ginocchio malgrado tutte le balle raccontate) di aggredire l’URSS, dopo che questa, intelligentemente, aveva firmato un patto di non aggressione con la Germania, avendo capito che era molto utile lasciare che le potenze capitalistiche si scannassero fra loro. Adesso, i vermiciattoli di un “antifascismo” ancora più marcio e corrotto di quello dei lontani anni ’20 e ’30 ci stanno portando lungo la stessa strada. O sorge una forza capace lei di annientare questi agenti patogeni e farli sparire dalla faccia della nostra povera Italia (e di altri paesi europei) o ci troveremo, entro non tantissimi anni, ancora una volta massacrati da chi difende un nuovo assetto di potere dei ceti più “elevati” in grado e ricchezza, ma riuscirà ad avere il favore di ceti popolari che non ne possono più di questi mascalzoni odierni; tanto ricchi quanto gli altri, ma più marci come morale, disfacimento culturale, falsità pseudoumanitarie e via dicendo. Se il PCI, quando nacque a Livorno nel 1921, avesse avuto consistenza e lucidità di pensiero sufficiente a sollecitare il popolo contro i “centristi” e i “sinistri” non avremmo avuto il fascismo. Bisognava prendere la guida dell’annientamento generale di tali soggetti, che parlavano del popolo e del “progresso” sociale ma erano invece marci, portavano il cancro. E così il fascismo ha avuto via libera nell’operare chirurgicamente. Lo stesso accadrà oggi se non si imparano le lezioni della storia. Sedicenti antifascisti, progressisti, modernisti, puro disfacimento di una cultura, anzi di una civiltà, devono essere infine spazzati via, bisogna che siano odiati come si odiano gli stupratori, i pedofili. Altrimenti, ci troveremo in mano di questi di cui si parla nell’articolo messo all’inizio. E allora si vedrà questa merda di politicanti, di intellettuali, ecc. – marci e che vomitano solo pus – fare la fine che meritano di fare. Ma poi bisognerà risalire ancora una volta la china in altri anni e anni di storia tormentata. Non vedrò tutta questa storia, ma mi dispiace egualmente per voi.

P.S. Leggo adesso dell’uccisione, stanotte, del povero carabiniere. I giornali che ben sappiamo non mettono nei titoli di testa che sono stati due nordafricani. E il Corriere, perfino nell’articolo, comincia con un “sarebbe stato nordafricano”. Sono in imbarazzo i nostri “buonisti” e “progressisti” e “antirazzisti e “antifascisti”. Nessuno però deve dire che i nordafricani sono portati al crimine. Sarebbe una stupidità. Il vero problema è la quantità che i buonisti e falsi umanitari hanno fatto arrivare; e poi i vergognosi centri di accoglienza e il lavoro in nero pagato malissimo. E dopo che questi sono stati illusi per spillargli un bel po’ di migliaia di dollari. Quindi, ripeto, la galera a chi comunque ha assassinato. Ma ben più grave sorte ai farabutti dell’“accoglienza”. Aggiungo che non capisco l’uscita di Conte, che parla di galera che questi dovrebbero fare a casa loro; quindi bisogna pensare a rimpatriarli. A casa loro non faranno più galera e poi hanno ucciso qui da noi. Che cavolo di discorso sta facendo uno che dovrebbe essere il capo di governo del paese dove il carabiniere è stato assassinato? Galera a vita in Italia, caro premier, sempre più ambiguo.

ABBATTIAMO GLI IDIOTI

Mr. Trump- Yellow Tie

 

Dai giornalisti non c’è quasi mai nulla da imparare. Di destra o di sinistra, c’è poco da fare, ragionano come i bambini, non hanno capacità di giudizio critico e non sanno proprio dove abiti la logica. Però pretendono di scrivere e, soprattutto, di sentenziare, su uomini o interi periodi storici, riassumendo tutto in una paginetta di quotidiano, sempre troppo corta per giungere a qualcosa di utile e sensato ma non per contenere il loro mare di baggianate. Così la polemica seguita al ddl proposto dal deputato Pd Fiano sull’antifascismo (in mancanza di fascisti) – una sciocchezza sesquipedale, parto di una mente disabitata – diventa l’occasione per Francesco Borgonovo, su La Verità, di affermare che i piddini si occupano del Duce ma non hanno nulla da ridire sul boia Lenin. Ecco il classico esempio di depensante che per rispondere ai belati antifascisti si mette a starnazzare come un’oca ferita. Costui, anziché portare la diatriba su un piano di valutazione storica più elevato, preferisce scendere sullo stesso terreno degli idioti politicamente corretti, i quali di fascisti, comunisti, resistenza e guerre ne sanno quanto le capre di grammatica. Allora dobbiamo spiegare noi come stanno le cose. Boia non ce ne sono. Non lo era Mussolini, non lo era Hitler, non lo era Lenin, non lo era Stalin. Sono i vincitori che si premurano di distribuire patenti di moralità per minimizzare i propri crimini o farli passare per opere di bene. Questa ipocrisia è un delitto parificabile ad altri apparentemente più disdicevoli. Vogliamo metterla un po’ diversamente ricorrendo alla boiata pazzesca? Boia sono tutti quanti i leader alla guida degli Stati, compresi i Presidenti americani che da un bel po’ di tempo lasciano scie di sangue ovunque passino. Senza pelo sullo stomaco non si può essere grandi statisti, si può essere umili catechisti e niente di più. Persino, l’inutile e fintamente mansueto Gentiloni è un piccolo aguzzino con l’aggravante di non contare nulla se non come servo degli statunitensi. Lo è perché sostiene le sporche guerre americane con uomini, mezzi e denari, condannando il suo povero popolo a non ricevere nulla in cambio, se non mancanza di rispetto e furto del futuro, perché i servi si comandano a bacchetta e non si ringraziano mai, volentieri si saccheggiano offrendo finta protezione. Lasciate, dunque, in pace Lenin, uno che, tutto sommato, una pace la firmò per davvero, sopportando lacerazioni territoriali, per evitare ulteriori sofferenze ai suoi cittadini nella I guerra mondiale. La fine delle ostilità fu indispensabile a Lenin e ai Bolscevichi per ricostruire il loro paese e mettere a posto un bel po’ di traditori. Nonostante questo, cioè aver tirato fuori la Russia dalla carneficina del 14-18, Lenin non si vantò mai di essere pacifista, i pacifisti li aborriva anche di più dei guerrafondai perché inservibili a qualsiasi scopo o superiore progetto sociale. Era un vero uomo di Stato al servizio della potenza sovietica. Come lo furono molti suoi avversari di quel periodo. Tacciano i quaquaraqua odierni, giornalisti, politici, intellettuali, economisti ed esperti del piffero privi di scorza e poveri di spirito, sempre pronti a salire sul carro dei vincitori mistificando gli orizzonti. Non sono all’altezza degli uomini del passato che credono di poter criticare, fossero vissuti all’epoca sarebbero stati certamente fucilati dai sedicenti dittatori e avrebbero ricevuto quello che si meritavano. Ieri, oggi e domani.

QUEL CHE CE VUO’ CE VUO’, di GLG

gianfranco

QUi(film completo in italiano)

QUi (finale)

I cretini, che popolano le “riserve” dei buonisti “politicamente corretti” inorridiranno e lo riterranno un film nazista. Secondo me è un film piuttosto intelligente che mostra il male prodotto irrimediabilmente da questi mentecatti. Intendiamoci, i capi di questi buonisti sono dei furfanti al soldo di quei mirabili inventori della “democrazia” (con sede negli Stati Uniti), che hanno massacrato in lungo e in largo, ma sostengono di portare la “Libertà” e instaurano processi per condannare chi ha eseguito dei massacri numericamente inferiori ai loro e senza l’ipocrisia di fare il bene del mondo. Chi ha cervello per intendere rimarrà invece ammirato della sincerità del film. Il finale (quello di un film nel film) mostra chiaramente che non ci sono mostri, che quel “male” che gli ipocriti affermano di combattere è innanzitutto dentro noi tutti, pur manifestandosi con modalità diverse; e appunto presso gli ipocriti e subdoli nella forma del “portare libertà e democrazia”. Sono questi infami – e i deficienti che si pongono ai loro piedi perché sono convinti di essere dalla parte del Bene – a provocare infine la reazione inconsulta, e certo terribile, di coloro che non ne possono più di chi sta distruggendo tutte le più consolidate loro credenze, tradizioni, modo di vivere, la stessa tranquillità d’animo, ecc.
Alla fine, è proprio la parte più attiva e positiva di un popolo che, non potendone più, rischia di seguire vie sbagliate e terribili. Ma i responsabili primi di queste tragedie sono i farabutti ipocriti e schifosi che dicono di inseguire il bene mentre si producono nelle più intollerabili manifestazioni del Male più Assoluto. Non vogliamo più un Hitler. Sono d’accordo perché poi propone, accanto all’idea giusta di eliminare in toto i buonisti (ipocriti e stupidi nel contempo), idee condannabili come quelle ben note e su cui è inutile discettare. Allora, però, dobbiamo cacciare a pedate – con qualche danno fisico anche maggiore in molti casi – i suddetti stupidi e ipocriti, guidati da delinquenti e furfanti (quelli della “Libertà e Democrazia”), che già oggi meritano la pena suprema. O ci sbrighiamo o altrimenti poi non facciamo le solite sceneggiate quando arriverà un altro Hitler. Quel che ce vuo’ ce vuo’. O ci si pensa presto o alla fine arriverà “il castigamatti” e sarà accolto con tutti gli onori. Di questi manigoldi con i loro imbecilli al seguito non se ne può più, si soffoca!
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DAGLI USA AL MONDO: INCERTEZZA E IMPREVEDIBILITA’

gianfranco

Qualcuno ha cominciato negli Usa – qualcuno del partito democratico, ovviamente, e membro del Congresso, se non erro – a chiedere l’impeachment di Trump. Poco mi interessano i fatti relativi alle mail che inguaierebbero suo figlio e dunque pure lui. Il fatto ricorda, anche se un po’ alla larga, la campagna per l’impeachment di Nixon, in seguito al watergate, la scoperta delle solite “quisquilie” attribuita come merito a due giornalisti, invece imbeccati da Mark Felt, dirigente dell’Fbi ed evidentemente al servizio di centri americani contrari a quella presidenza, cioè ostili ad altri centri ispiratori della forse più intelligente strategia nixoniana, suggerita in particolare da Kissinger. Il presidente americano aveva aperto alla Cina (di Mao) e, dopo il forte bombardamento su tutto il Nord Vietnam compresa Hanoi nel dicembre 1972, aveva intavolato trattative con tale paese conclusesi a Parigi con un trattato il 27 gennaio 1973. Gli accordi prevedevano la fuoriuscita, accettabile per entrambi i contendenti, dalla lunga guerra (tramite guerriglia nel sud Vietnam) che contrapponeva i comunisti al potere nel nord al regime del sud aiutato dagli Stati Uniti.

La politica Nixon-Kissinger voleva raggiungere due obiettivi: intanto accentuare il dissidio tra Urss e Cina, comunque già netto e deciso, tuttavia favorendo il secondo paese per indebolire il primo (principale antagonista degli Usa), impedendo fra l’altro che la prosecuzione degli atti bellici nel Vietnam – con maggiori possibilità di aiuti ai comunisti di tale paese da parte dell’Urss – favorisse infine, come poi infatti avvenne, la vittoria della frazione filosovietica nel partito comunista vietnamita. I nemici di Nixon, con il watergate, fecero fallire i trattati di Parigi; la guerra s’inasprì e condusse nel 1975 alla sconfitta statunitense e sudvietnamita con riunificazione del paese da parte comunista che così entrò, almeno fino a quando è rimasto in piedi il “campo socialista”, nella sfera d’influenza sovietica mentre lo allontanò infine dalla Cina (non più ormai maoista dopo il 1976), con cui ebbe perfino un breve scontro militare nel ’79 (durato un mese circa).

Gli Stati Uniti non ci rimisero alla fine troppo soltanto perché l’Urss, malgrado tutte le chiacchiere sul mondo bipolare e l’equilibrio (del “terrore”), ecc., era in realtà in declino. Era dotata di una buona potenza bellica, ma attuava una politica interna (e anche nell’ambito dei paesi del “Patto di Varsavia”, nato nel 1955 in opposizione alla Nato del ‘49) rigida e di chiaro indebolimento soprattutto per incomprensione (ideologica) delle reali caratteristiche della sua strutturazione sociale. Anche i critici di quel preteso “socialismo” parlavano a vanvera di “capitalismo di Stato” in Urss (contraddizione in termini come poi lo fu il preteso “socialismo di mercato” in Cina). E’ pressoché sicuro che gli Usa erano consci delle difficoltà sovietiche (non delle sue cause, ancor oggi da analizzare compiutamente e da parte di marxisti effettivamente critici). Le conosceva “all’ingrosso” perfino il nostro Pci che, con l’eurocomunismo, iniziò il suo voltafaccia, molto coperto all’inizio, spostandosi verso l’atlantismo (così almeno scelse la maggioranza della direzione del partito quando divenne suo leader Berlinguer).

In ogni caso, la vittoria della fazione anti-Nixon negli Usa significò la continuazione di una politica di confronto/scontro con l’Urss senza però nulla concedere alla Cina. Oggi, indubbiamente, la situazione è diversa. La fine del bipolarismo e il crollo dell’antagonista detto “socialista” (per null’affatto tale, problema che ancor oggi non è ben compreso da nessuno, né a “destra” né a “sinistra”) ha messo in moto, dopo circa un decennio (quindi all’inizio di questo secolo), un’effettiva tendenza multipolare assai più pericolosa per gli Stati Uniti. La Russia non è così forte bellicamente come l’Urss, ma sembra assai più solida per quanto concerne il sistema dei suoi rapporti sociali. Dei pericoli ci sono, non tutto mi sembra sia chiaro ai suoi dirigenti, ma la rigidità prevalente all’epoca dell’Urss è stata ammorbidita. Anche la Cina corre dei rischi per la sua politica interna ancora piuttosto legata a vecchi schemi; tuttavia al momento appare in crescita di potenza. Altri paesi non sono della stessa forza di questi due (ad es. l’India, comunque pur essa in fase di irrobustimento) e si vanno inoltre affermando delle subpotenze “regionali”, che contribuiscono allo scombussolamento generale dei rapporti internazionali ormai estremamente variabili perché legati a strategie dei principali paesi molto mutevoli, atte a nascondere le reali intenzioni dei vari “attori”; intenzioni del resto assai probabilmente effettivamente incerte e costrette a molteplici arrangiamenti in rapida successione.

Ciò rende solo parziale il parallelo con quanto accadde all’epoca in cui Nixon fu costretto a dimettersi sotto minaccia di impeachment. Tuttavia qualcosa si può dire.

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Anche dopo il decennio (1991-2001), in cui sembrava essersi affermato un monocentrismo americano seguito dal progressivo insinuarsi di dubbi su di esso, sia durante la presidenza di Bush jr. che sotto quella di Obama gli Usa hanno perseguito la politica di cocciuta supremazia mondiale, pur con politiche piuttosto differenti. Alla fine, anche se penso che ancora non si sia in grado di fare un’adeguata valutazione della politica dell’epoca obamiana, è abbastanza elevato il disordine creato e l’estrema instabilità venutasi a creare nei vari rapporti internazionali, soprattutto fra i paesi di forza maggiore. Questo disordine è particolarmente evidente in alcuni punti anche ai confini della Russia (tutto sommato meno verso quelli cinesi, malgrado le continue tensioni per le mosse della Corea del Nord, che non penso agisca in completo isolamento e “irrazionalmente”) e soprattutto nel continente africano, in Medioriente e zone limitrofe, dove fra l’altro sono presenti due delle subpotenze prima citate: Turchia e Iran in chiara rivalità per la preminenza in quell’area.

A mio avviso, la politica della neopresidenza americana non ha nulla di improvvisato ed è stata supportata da determinati centri interessati ad un deciso cambio di strategia, che tenga conto di un multipolarismo ormai in netta accentuazione come – lo ripeto per l’ennesima volta – a fine ‘800 quando era iniziato il declino inglese. Credo che si possa tutto sommato parlare di un certo affievolimento della supremazia statunitense. Intendiamoci bene: non è detto che gli Usa seguano la parabola dell’Inghilterra a cavallo tra XIX e XX secolo, anche perché al momento le due potenze chiaramente in rafforzamento – Russia e Cina, entrambe appartenenti al campo presunto socialista pur se in contrasto fra loro a quell’epoca, un contrasto attualmente sopito (non credo annullato) – sono ancora in deficit rispetto al paese preminente. Tuttavia, si notano in quest’ultimo segni di una qualche decadenza. Solo per un soffio, e tra la sorpresa e lo smarrimento generale (anche dei servi europei), ha vinto Trump, pensato come una sorta di rozzo zoticone, di semianalfabeta in politica, che viene combattuto in modi assai accesi dal precedente establishment.

Chi vincerà alla fine? Trump si muove all’insegna dell’imprevedibilità delle mosse, del tutto zigzaganti; proprio come fa un preda accorta di fronte all’inseguimento di una belva assetata di sangue. Riuscirà a salvarsi e ad esaurire le energie del “cacciatore” avversario con le sue giravolte? Impossibile a dirsi per il momento. Certamente, il meschino establishment della UE, assieme ai governi abbarbicati stupidamente ad essa, continua a seguire la vecchia dirigenza americana e fa di tutto – così come possono fare i servi per i loro padroni – al fine di riportarla in auge. Questi “europeisti” sono talmente in “caduta libera” da non potersi reggere se non con tutto il vecchio armamentario politico, che li ha resi succubi per decenni rispetto ai vertici del “paese padrone”; non hanno più idee, ammesso che le avessero. In un certo senso, sono gli eredi dei “padri dell’Europa” e si sono piegati agli Usa mentendo in merito alla “liberazione” da parte di questo paese, che ci ha resi invece suoi sciatti subordinati. Figuriamoci cosa sono divenuti oggi dopo il crollo dell’Urss e la fine della sua sfera d’influenza, per il momento non più riacquisita dalla Russia, malgrado una sua netta rinascita. L’unico che aveva tentato la ripresa d’un minimo di dignitosa autonomia rispetto agli Stati Uniti fu De Gaulle. Tuttavia, le condizioni in cui questi agiva erano pressoché disperate poiché basate sulla configurazione creatasi dopo la seconda guerra mondiale. De Gaulle rappresentava pur sempre la Francia aggredita dalla Germania e alleatasi agli Stati Uniti, di gran lunga prevalenti come forza. Per di più, tutti i gruppi dirigenti francesi del dopoguerra furono comunque in netto contrasto con l’Urss per via dello scontro con il creduto comunismo.

Nell’ultimo quarto di secolo, dopo la fine del sedicente “campo socialista”, i vari paesi europei, riunitisi in un’improvvida unione, in buona parte prolungamento della Nato (organo e strumento della predominanza statunitense), non sono per nulla riusciti a creare una vera e sufficientemente compatta (o almeno coordinata) federazione di Stati. Abbiamo di fatto tante “individualità” politiche, con una UE che può essere paragonata ad una coperta – gettata sul continente europeo dal padrone statunitense – e che è fondamentalmente “corta” e tirata da più parti, fra le quali però tende sempre più a prevalere la Germania. Precisato che l’Inghilterra è sempre stata fortemente unita agli Stati Uniti, malgrado qualche breve litigata (normale tra due fratelli, il “maggiore” e il “minore”), nel continente, dopo la parentesi gollista (che, lo ripeto, non poteva cambiare le sorti dell’Europa e quindi nemmeno quelle francesi), vi è stata a lungo una certa predominanza congiunta franco-tedesca. Tuttavia, non vi è affatto vera alleanza tra i due paesi, come non vi è tra Russia e Cina, che sono semplicemente obbligate in questo momento ad una parziale vicinanza di fronte al pericolo rappresentato dalla potenza predominante Usa.

Nel caso della Francia e della Germania, il problema della loro unione “forzata” è stato diverso; la loro collaborazione – in cui si nota spesso il sospetto dell’una verso l’altra – è quella di due aspiranti “maggiordomi” (ovviamente rispetto al padrone Usa) che hanno sotto di sé un gruppo di camerieri non proprio disciplinati. In particolare, dopo la “riunificazione” europea susseguente al cataclisma sovietico, i paesi europei orientali, pressoché tutti, sono divenuti particolarmente servili verso il predominante statunitense proprio per il loro rancore e ostilità verso il vecchio “padrone” deceduto (Urss), sentimenti riversatisi pure sul “figlio” (Russia). Questi paesi, in posizione servile, tendono quindi a rapportarsi con gli Usa in modo diretto, saltando magari la mediazione dei due “maggiordomi” la cui unità, del resto, è tutt’altro che salda e sincera. Quindi, spesso non vi è neppure la mediazione della UE, che finge un controllo dell’intera area europea in realtà poco efficace.

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E qui nasce l’errore (solo errore o magari antagonismo verso la UE per ottenere voti dal malcontento di quote delle popolazioni dei vari paesi ad essa aderenti?) delle organizzazioni, oggi denominate “populiste”, che si schierano contro questo “fantoccio” presunto unitario, sostenendo l’autonomia, il sovranismo, ecc. Non dico che l’organizzazione detta “Unione Europea” non faccia danni e non procuri guai ai paesi membri; mentre semplicemente si chiacchiera di presunte posizioni di “maggior forza” restando uniti (ma in che cosa di veramente utile?), di esecuzione di certi progetti (presi di solito in comune da questi o da quei gruppetti di paesi), di possibile esercito europeo quando invece la difesa del continente (e sempre guardando la Russia come possibile nemica) è in realtà affidata agli Usa. Tuttavia, è necessario andare oltre la presentazione che viene fatta del “pupazzo” (la UE) destinato a prendere gli schiaffi. Dietro d’esso ci sono appunto gli Stati Uniti e poi i paesi intenti a prendere il sopravvento tra i “camerieri”.

Tuttavia, è indubbio che una nuova epoca è in apertura, sia pure tra grande confusione, cambi e scambi di posizioni varie, incertezze a volte programmate, a volte assai probabilmente dovute all’indebolimento dei “centri” in qualche modo coordinatori; per molto tempo due – Usa e Urss, malgrado qualche disturbo da parte della Cina – e poi per un decennio solo uno, il vincitore definitivo. Oggi, è proprio la progressiva dissoluzione, anche se magari non ancora la fine definitiva, di un qualsiasi centro che sta provocando il disordine globale. Gli improvvidi, per non usare altri termini più offensivi ma forse più propri, sostenitori liberali della fantomatica “globalizzazione” – che tanto avvince perfino alcuni ultrarivoluzionari da operetta, e forse tutt’altro che in buona fede e non privi di rapporti, mascherati, di sudditanza verso tali liberali – hanno ben preparato l’attuale disordine mondiale. Si sono lanciati in affabulazioni – con menzogne e idiozie sesquipedali; appunto, si tratta sia di farabutti sia di perfetti mentecatti – in merito alla regolamentazione generale dell’economia mondiale tramite il MERCATO, in maiuscolo visto che da solo creerebbe benessere e pace universale, coordinando superbamente e pacificamente la competizione dei tanti volenterosi tesi al massimo profitto. Fine di ogni conflitto bellico in un amorevole pestarsi le corna solo con grandi avanzamenti tecnologici e impetuosi aumenti della produzione a vantaggio di ogni singolo individuo in qualsiasi angolino del mondo.

Adesso abbiamo infine il risultato di tanto amore universale. La globalizzazione ha mostrato quale “bufala” era, malgrado alcuni tentino ancora di vederne la prossima ripresa; e anche in tal caso, vi è chi, ancora “più intelligente e furbo” (o forse soltanto mascalzone e bugiardo al “servizio di”), la considera la nuova condizione oggettiva della universale rivoluzione delle “masse oppresse” contro il Capitale mondiale. E’ finita, invece, cari liberali e liberisti; non però con la rivoluzione degli sfruttati e diseredati come raccontano alcuni putridi residui d’altri tempi più gloriosi (ma veramente molto lontani), bensì in altri modi meno piacevoli e da cui non nascerà il nuovo mondo felice dei “tutti uniti” con i “beni in comune”. Tuttavia, la situazione potrebbe comunque divenire più interessante e meno fetida dell’attuale.

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Mi sbaglierò, ma sono convinto che siamo alla fine di un’epoca storica. Ho detto più volte che la fine non è la morte; non si può sapere in anticipo quando e come questa sopraggiungerà. Tuttavia, si avverte questa fine, che del resto s’intreccia con la sensazione di qualcosa di nuovo che traluce e avanza; qualcosa di assai incerto e in definitiva ancora largamente sconosciuto, anche perché il ceto politico e intellettuale è paurosamente degenerato come mai in altre epoche storiche di trapasso. Non si studia più nulla, non si riesce a cogliere alcuna intuizione del nuovo, ci si disinteressa ad esso per inseguire l’ossessione di ciò che è decrepito, ormai mostruoso e dissolutore di ogni benché minima intelligenza umana. Siamo in mano a chi ha preso strade traverse nella convinzione di apportare modernità, ma soltanto ormai distrugge il tessuto sociale e di possibile convivenza tra diversi. L’arroganza dei presunti “innovatori” è tale che provocherà alla fine una reazione terribile e farà vivere (non a me, ma alle più giovani generazioni) momenti assai tragici. Credo che simile sensazione sia quella vissuta negli ultimi anni della Repubblica di Weimar.

Comunque, limitiamoci a proseguire sulle rotaie dello “scartamento ridotto” (cioè per quello che possiamo arguire o solo ipotizzare in merito alle prossime mosse di strategie così variabili come quelle attuali in situazione di multipolarismo crescente). La sensazione è che la lotta apertasi negli Usa per la “sveglia” suonata dall’elezione di Trump non vedrà, pur se il vecchio establishment riuscisse a toglierselo di mezzo, girare veramente all’indietro la ruota della storia. Qualche arresto, qualche ritardo, ma difficile che si torni alla situazione precedente. La Russia sembra adesso muoversi con maggior sicurezza e incisività, conquistando determinate simpatie prima impensabili. La politica della nuova presidenza americana sembra più consapevole della situazione che progressivamente sta venendo a crearsi con la rinascita russa. Non credo, come spesso dicono i superficiali, che gli Usa “trumpiani” siano proprio così benevoli verso i russi come sostengono (e temono) i pecoroni dell’“europeismo” dell’ultimo quarto di secolo (una vera decadenza del nostro continente).

Tuttavia, questi Stati Uniti afferrano il mutamento della situazione, sembra si rendano conto di non avere più di fronte l’Urss (gigante dai piedi d’argilla), bensì un paese ancora meno potente del precedente avversario, ma più solido e in assetto di confronto assai meglio configurato. Fra l’altro, allora forse non lo si capiva, ma anche nel “cristallizzato” ventennio breznieviano (quando Krusciov era stato nettamente estromesso da ogni potere), continuava sordamente il logorante confronto interno al Pcus che avrebbe portato nel 1985 alla direzione l’esiziale Gorbaciov, il dissolutore totale della forza e della sfera d’influenza del paese (ma in effetti perché il processo era inevitabile e cercava soltanto il suo esecrabile esecutore). Ci sono state incertezze anche in Russia – e il periodo della presidenza Medvedev è stato forse caratterizzato da alcune divisioni all’interno – che sembrano tuttavia ora superate. I cosiddetti oppositori sono montati da certi settori “occidentali”; in specie, guarda caso, di “sinistra”, i più reazionari e regressivi, quelli da spazzare via in blocco se vogliamo avere qualche speranza di rinascita. Alla faccia di questi farabutti, al momento il gruppo dirigente russo sembra ben in sella e si sta movendo con notevole elasticità. L’importante è che la mantenga pure all’interno oltre che nell’espletamento di una politica estera attualmente ben mirata. Anche nella repressione e pure dura, a volte del tutto necessaria, bisogna “saperci fare”.

Se Trump venisse fatto fuori, credo che la Russia, alla fin fine, si troverebbe perfino avvantaggiata dall’ottusità del vecchio establishment, che ancora non vuol afferrare i termini della relativa decadenza statunitense o comunque dell’indebolirsi della sua supremazia mondiale, la causa più rilevante del disordine generale crescente e del continuo intrecciarsi di mosse e contromosse nei diversi settori del globo, con una certa prevalenza di quanto sta accadendo in questi anni proprio nell’area in cui siamo situati noi. Abbiamo già rilevato che i vecchi dirigenti “europeisti” (pur essi ormai in apnea, anche se è difficile prevedere quanto durerà questa incresciosa situazione) sono rimasti sconvolti dalla nuova presidenza americana e hanno insistito nel dichiarare fedeltà al vecchio vertice Usa (pur se diviso tra repubblicani e democratici). Eppure, come accade proprio nelle situazioni di multipolarismo, è avvenuta una incrinatura all’interno di questo fronte “europeo”. I centri trumpiani hanno lanciato una corda verso quel “nuovo” francese (in realtà scelto per occupare lo spazio lasciato vuoto dal crollo del vecchio ciarpame dirigente di quel paese); e per il momento essa è stata raccolta. Difficile dire se la novità durerà o meno; in ogni caso, sembrava che, con la sconfitta del “populista” Front National, si sarebbe viepiù saldato il vecchio consesso europeo. Al oresente, sembra esserci una battuta d’arresto.

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Al di là dell’accordo franco-americano, più o meno solido o evanescente che sia, ci sta una evoluzione, ancora “timida” ma non effimera, della situazione. La Germania – anche se non credo abbia in questo momento la dirigenza politica più adeguata al processo in corso – comincia a tentare un rafforzamento della sua situazione; probabilmente anche al di là del semplice diventare il principale “maggiordomo” degli stati Uniti.

Dopo il crollo del “socialismo reale”, per alcuni anni, sbagliando, si parlò di mondo tripolare: Usa, Germania e Giappone. Ben presto, la seconda e terza sparirono dall’orizzonte, restarono solo gli Usa, ma da questo secolo si è rifatto vivo, come detto spesso, il multipolarismo. Tuttavia, è vero che negli anni ’90 vi fu una buona penetrazione economica tedesca in direzione dei Balcani e, in particolare, verso la Croazia. L’aggressione statunitense del 1999 alla Serbia di Milosevic – dopo aver ben “allenato” tramite i militari Usa l’UCK kosovaro e il “bandito” Thaci suo capo (e attuale presidente kosovaro) – è servita fra l’altro ad arrestare l’azione espansiva tedesca, la cui debolezza era del resto evidente, essendo il paese del tutto carente in termini di forza militare (quella solo economica è inefficace). Per inciso, va rilevata la ridicolaggine dei soliti servi italiani, guidati dai voltagabbana postpiciisti, che avevano fatto il “salto della quaglia” verso gli Stati Uniti dopo adeguata preparazione della direzione berlingueriana e il ben noto viaggio del 1978 del “comunista preferito” (affermazione di Kissinger). Il governicchio D’Alema, secondo solo agli Usa in fatto di bombardamenti sulla Serbia (e non certo su esclusivi obiettivi bellici), credeva probabilmente di conquistare qualche cointeressenza e non ottenne invece nulla di speciale; vi è il normale commercio estero (soprattutto in macchinari e autoveicoli).

In ogni caso, attualmente la Germania ha ripreso la sua spinta ad est, in particolare di nuovo verso la Croazia, con i malumori della Slovenia che si trova in attrito con il vicino per questioni di confine (sul golfo del Pirano) e forse altre. Non è escluso che – tenuto conto della mutata situazione internazionale con il disordine creato in specie dalla politica estera degli Stati Uniti e il multipolarismo sempre più incombente – il paese teutonico stavolta spinga con più decisione. In tale contesto, si presenta la mossa, che certamente ha sorpreso, dell’incontro Trump-Macron, con molti salamelecchi reciproci, sulla cui sincerità e durata inutile spendersi in previsioni a lungo raggio. I motivi non sono chiarissimi. La spiegazione più logica potrebbe essere: da parte di Trump, dividere il fronte degli “europeisti” (legati al precedente vertice americano); da parte di Macron, avere in ogni caso, pure nel caso di un Trump durevole, l’appoggio nei confronti della Germania, che gli Stati Uniti (del resto non solo quelli della neopresidenza, ma ben più in generale) possono non guardare con troppo favore se accrescesse certe sue pretese. La spiegazione sembra ben congegnata e tuttavia non mi lancerei in conclusioni affrettate.

A tutto questo, si aggiunga che fra i dirigenti “europeisti”, che hanno troppo puntato sulla massiccia emigrazione dall’Africa e dal Medioriente provocata dalla non proprio del tutto accorta politica obamiana, comincia a serpeggiare sempre più decisamente la preoccupazione e l’avversità. Solo l’Italia ha così vasti settori politico-culturali del tutto rincretiniti dal nefasto “buonismo”, in ciò purtroppo rafforzati da una Chiesa (almeno nei settori attualmente al comando) pur essa tesa, per motivi non del tutto chiari, ad una politica di totale dissesto del nostro continente. Ripeto che altri paesi europei, e in primo luogo quelli dell’est (ma pure l’Austria), stanno irrigidendo le loro posizioni. E del resto pure i rimanenti si differenziano nettamente dalle posizioni assunte dall’Italia.

Il nostro paese è in effetti in una situazione particolare per due “eredità” storiche quasi mai ricordate e tanto meno valutate per quello che sono. Innanzitutto, dopo il ’68, ha conosciuto il ben peggiore ’77, da cui sono usciti molti dei nefandi intellettuali e personaggi di pseudo-cultura che infestano tuttora l’ambiente mediatico. E anche molti politici di “sinistra” sono quanto meno influenzati dalla degenerazione culturale di quel periodo, molto ma molto peggiore del ’68 e che altri paesi europei non hanno attraversato. Inoltre, tutta un’altra schiera di “sinistri” è l’erede del “badogliano” voltafaccia compiuto dal Pci a partire dagli anni ’70; una svolta – attuata nel più perfido nascondimento e ingannando i suoi seguaci di allora – che ha in definitiva deciso le sorti di quel partito e dunque, dopo l’infame operazione giudiziaria (in realtà manovrata da oltre atlantico), di quella che si è continuata a definire “sinistra”. E a fronte di questa è nata una “destra” stupida e ignorante, pronta sempre a strillare contro i “comunisti”, facendo finta di non vedere che non lo erano affatto; ma solo perché era in concorrenza con loro nel conquistare la palma del migliore sguattero degli Stati Uniti. Una vergogna infinita e non ancora cessata per il nostro paese.

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Ci si trova, insomma, in una situazione di forte perturbazione di ogni possibile ordine mondiale. Il punto centrale al momento è rappresentato dall’acuto scontro negli Stati Uniti, che non accenna a placarsi né a trovare un punto di compromesso. Il “cacciatore” (vecchio establishment, non soltanto del partito democratico) è sempre all’inseguimento della “preda”, che scarta e cerca la sorpresa (e imprevedibilità) di dati movimenti per sottrarsi alla sorte che gli si vuole riservare. E’ senz’altro straordinario che il “cacciatore” sia pronto nelle sue mosse ad avanzare perfino il sospetto (che si vuole anzi dare per dimostrato) che il capo della maggiore potenza ha rapporti di dipendenza o simili con l’avversario ritenuto principale. A me sembra intanto dimostrato che la strategia del caos del periodo obamiano, chiaramente appoggiata da forti settori politici e militari, puntava a “stringere d’assedio” la Russia (transigendo un po’ sulla Cina) proprio perché considerava la nostra area assai più decisiva di quella asiatica. Si è perfino un po’ trascurata quella del “cortile di casa”. E’ allora assai probabile che non si era troppo sicuri soprattutto della Germania e si cercava quindi di creare tensioni tra UE e i russi, così da ostacolare nettamente le possibili mosse tedesche (per la verità non molto convincenti in proposito).

I centri “trumpiani” mi sembrano assai più convinti che il caos avrebbe potuto favorite di più l’avversario, malgrado tutto erede dell’Urss. E visto come sono andate le cose in Siria (e tutto sommato anche in Ucraina) non sembrano avere tutti i torti. E’ evidente che in quelle zone la situazione resta confusa, per nulla stabile e probabilmente si concluderà con la suddivisione della Siria in diversi comparti (come accade in fondo anche in Irak, altro paese nettamente destabilizzato rispetto al governo di Saddam). Tuttavia, Assad non è stato destituito e i russi manterranno, salvo imprevisti, buone posizioni di influenza, il che non sembra proprio corrispondere alle speranze dei centri “obamiani” (li indico così per semplicità). E anche lo sfascio creatosi nelle vecchie forze politiche dirigenti in Francia – che è stata uno dei più stretti sicari degli Usa nell’aggressione alla Libia, mossa foriera di forti tensioni all’interno della UE a causa del fenomeno dei migranti, che sembra sfuggito di mano – ha mostrato certi limiti della strategia obamiana, per cui nel paese nostro vicino l’establishment ha improvvisato il nuovo partito di Macron. Il quale, forse per rafforzarsi definitivamente, ha incontrato Trump creando, rispetto al solito “europeismo”, qualche “differenziazione” di cui ha pure approfittato appunto il neopresidente Usa. E del resto, anche il flusso migratorio sempre più incontrollato sta finalmente incrinando l’unità europea. L’Italia, per motivi che dovranno essere trattati a parte, sembra ormai la più indebolita dal fenomeno, tanto da ridare un po’ di spago alle manovre dei “centristi”, che il solito “nanetto” sta cavalcando.

Per quanto posso arguire, ho la netta sensazione che l’attuale presidenza americana, fortemente osteggiata e di sicuro in pericolo, sia portatrice di una politica più intelligente verso la Russia. Non connivenza, di cui viene accusata per l’ormai pressante tentativo di farla fuori (e lo deve essere assai presto, altrimenti la mossa fallirà), ma invece intenzione di praticare una manovra di più morbido avvolgimento nel mentre si cerca di dedicare maggiore attenzione (come in anni passati) al Sud America e anche un po’ all’area asiatica, da non perdere troppo di vista. Credo che Trump sappia come la Russia resti per i prossimi anni l’avversario principale, ma non si deve sottovalutare la Cina, si deve tener conto del sostanziale insuccesso delle operazioni in Afghanistan e dunque nemmeno dimenticare il Pakistan, alleato ma in frizione con l’India e invece relativamente amichevole con i cinesi.

Per quanto riguarda l’Europa, il problema decisivo è pur sempre la Germania. Ripeto che l’attuale dirigenza della Merkel (che sembra si rafforzerà con le prossime elezioni “democratiche”) non è quella adeguata alla conquista dell’autonomia dagli Usa, mettendo in crisi definitiva la UE. D’altronde, le forze che si gonfiavano il petto con l’uscita da tale organismo (in Francia come in Italia e anche in Germania) mi sembrano mostrare la loro strutturale debolezza. Il problema cruciale, del resto, non è la semplice uscita da questa Unione. Devono nascere nuove forze “antidemocratiche”, cioè in realtà effettivamente capaci di sollecitare l’adesione e perfino l’entusiasmo della maggioranza della popolazione per l’apertura di una “nuova era”, che spazzi via i debosciati e purulenti “progressisti” con tutte le loro novità soltanto dissolutive di una spinta all’autonomia e di una nuova forza dei vari paesi. Si deve cominciare dalla Germania. E che essa non commetta più il solito errore di scontrarsi con la Russia. Solo insieme, Germania e Russia possono aprire un diverso “futuro”. Per questo, è da anni che gli Stati Uniti fanno di tutto per impedire buoni rapporti tra i due paesi. Secondo me, la nuova dirigenza “trumpiana” – però in forte difficoltà per troppo scarsi appoggi tra le forze che evidentemente contano nel suo paese – è più sottile e furba, tenta appunto manovre di aggiramento di vario tipo, anche cercando di sfruttare eventuali attriti tra i due più forti paesi europei, in evidente spirito concorrenziale.

Vedremo l’evolversi della situazione. Dell’Italia si tratterà eventualmente in altra occasione. In ogni caso, da noi come nel resto d’Europa, le forze dette “populiste” (e attaccate dagli “antifascisti” come fossimo ancora nel 1943-45 o quasi) hanno esaurito, per quanto si sta vedendo, la loro “spinta propulsiva”. In Francia, il vecchio establishment, visti crollare o fortemente ridimensionare i “socialisti” e i “gollisti” (entrambi i termini con le debite virgolette perché erano falsi da molto tempo), è riuscito a lanciare il “nuovo e giovane” partito con Macron a capo. Si ha la netta impressione che il FN può solo vivacchiare e restare quale opposizione, con vivacità in calando. Niente di meglio, anzi un po’ peggio, in Italia con Lega e FdI. In Inghilterra la “brexit” sembra confermarsi qualcosa che non crea nessun particolare scompiglio; è quasi un “naturale” accorpamento di un paese a quello (Usa) che di fatto lo ha ricompreso in sé; un processo già avviato, anche se si è cercato per così tanto tempo di ignorarlo, quando sembrava sullo stesso piano del paese “inglobante” e, insieme, venivano definiti “gli Alleati” nella seconda guerra mondiale (e bisogna fra l’altro riscrivere bene la storia di quel periodo con il cruciale evento rappresentato dall’aggressione di Hitler all’Urss, dovuta a certi contatti segreti con l’Inghilterra e a loro accordi, altrettanto coperti, che gli Stati Uniti hanno fatto saltare; ben intenzionati, dopo aver provocato l’aggressione giapponese, a conquistare la supremazia anche nell’area europea).

Per il momento finiamola qui. Come sempre, si ha l’impressione che il discorso venga troncato di netto; un’impressione inevitabile dato che la situazione è massimamente confusa e pochi sono i riscontri assai probabili mentre il resto può mutare all’improvviso. Questo è il multipolarismo in accentuazione; abituiamoci all’imprevisto e alla necessità di rivedere ipotesi e conclusioni.

Populisti coglioni

il ratto d'europa

 

 

Interpretare la Storia è sempre operare delle piccole o grandi revisioni su eventi e protagonisti di processi trascorsi. Per le esigenze di noi contemporanei, perché come diceva Marc Bloch: “si tratta di trarre da quei lontani avvenimenti insegnamenti per l’azione presente, attraverso una comparazione di questi fattori con quelli del presente”. Ma si tratta anche, e questo lo aggiungiamo noi, di scrostare il passato da quelle visioni ideologiche o, peggio ancora, da quei pre-giudizi moralistici vincolati a battaglie politiche, sociali, culturali di un tempo ormai superato. Trascinarsi le medesime divisioni e incomprensioni nell’epoca attuale rende oscure le sue reali problematiche e favorisce le mistificazioni di cui poi si approfittano i prepotenti di oggi col loro codazzo di servitori.

Gianfranco La Grassa lo ha affermato spesso che occorre  rivedere la storia degli ultimi secoli, ed in primo luogo quella del ‘900, in quanto vi è un pauroso isterilimento di date valutazioni storiche ormai depistanti per il (nostro) futuro. Come certe illusioni novecentesche che continuano a produrre impuntamenti e attriti tra settori sociali e soggetti collettivi i quali, invece, potrebbero unire le forze contro i veri nemici, incontrandosi in un nuovo spazio di elaborazione teorica e politica.

Faccio questo ragionamento perché la recente dipartita del grande leader cubano Fidel Castro ha riportato in auge questi steccati, dimostrando che il passato tarda a passare (e ad essere compreso) nella testa di tanti sciocchi ed ignoranti. Che delusione!  Salvini scrive: “un dittatore in meno. Pietà Cristiana si deve a tutti, ma con tutti i morti che ha sulla coscienza, non piango. Libertà”. La pietà cristiana dovrebbe infilarsela dove tutti sanno, un capo di partito non è un chierichetto ed è tenuto a giudicare con ben altre categorie intellettuali. Il Socialista Castro ha costruito una patria indipendente, non il socialismo, resistendo ad un avversario millanta volte più armato ed economicamente attrezzato di lui. Un esempio per il mondo intero ed anche per la Lega che vorrebbe, a parole, un’Italia libera di decidere del suo destino contro  l’invasività di Stati esteri e finanza internazionale. Salvini crede che la libertà sia gratis o si conquisti con le pose sui rotocalchi? Evidentemente, costui non è disposto a sporcarsi le mani per guadagnarsela. Si faccia eleggere in oratorio che quello è il suo posto. La grandezza, che porta spesso con sé la tragedia, non fa per uno come lui.

Sia chiaro, su queste basi considero statisti anche uomini come Hitler, Mussolini, Lenin, Stalin, Mao, De Gaulle, ecc. ecc.

Tutta gente che non è andata mai per il sottile, ha commesso dei delitti, anche feroci, eppure ha continuamente avuto ben presente come si governa e si difende uno Stato. Si contano i morti che si portano sulla coscienza e mai le vite che hanno salvato o la dignità che hanno preservato ai loro popoli, respingendo gli eserciti invasori, tenendo lontani i saccheggiatori e incrementando il benessere generale. O almeno ci hanno sinceramente provato.

Non ho nessuna simpatia per il Furher, né umana, né politica, ma chi può negare che fu lui a risollevare la Germania dalla polvere, dopo anni di umiliazioni e predazioni, cui era stata sottoposta dalla Società delle Nazioni e dal resto dell’Europa.

Come mai non si getta il medesimo disprezzo su chi ha sganciato bombe atomiche, cosparso le teste asiatiche di napalm e quelle medio-orientali di uranio impoverito? E no, quelli sono i padroni, ci vuole coraggio per condannarli ed il coraggio non si trova in sagrestia dove abbiamo appena lasciato Salvini e soci.

Che dire poi dell’odierna polemica di Fratelli d’Italia, il partito di Giorgia Meloni, contro un assessore del comune di Trieste, il quale ha avuto l’ “ardire” di definire Tito “indubbiamente un grande statista”. Sì, proprio indubbiamente perché non ci sono equivoci su ciò, ci sono le sue gesta a confermarlo, si condividano o meno.

E questi sarebbero i pericolosi populisti, quelli che rivolteranno l’Europa dei banchieri e della Nato? Ma fatemi il piacere. Con queste educande sicuramente l’Ue creperà, dal ridere.

NIENTE AMMAZZA COME UNA DEMOCRAZIA

liberta

I crimini contro l’umanità sono del nazismo e del comunismo. Sta scritto sui giornali liberali e su quelli (a)varia(ta)mente democratici. Quanti ne avrà uccisi Stalin? Miliardi! E Hitler? Fantastilioni, ma 6 milioni di ebrei in particolare. Qui conta il dato parziale (peraltro discutibile come afferma, ad esempio, lo storico Eric Hobsbawm che parla di 4 milioni) perché gli altri poveri ammazzati dal fuhrer, come zingari, comunisti, omosessuali ecc. ecc. non valgono proprio come i primi e, spesso, passano in secondo piano nel bilancio finale dei morti. Lo dico con tutto il rispetto possibile per il popolo ebraico che è stato vittima di sopraffazioni ignobili ed è tutt’ora perseguitato da strumentalizzazioni non meno abiette. Ma al pari di altre stirpi non altrettanto compatite dalla famigerata Comunità Internazionale. Però, con buona pace del grande Totò, nemmeno la morte livella e non è la somma che fa il totale, a quanto pare. Eviteremmo di essere sarcastici su un tema così serio se non dovessimo assistere quotidianamente alla demonizzazione del nemico e all’accumulazione di falsità sempre più intollerabile pur di coprire i propri orrori e su di essi costruire il mito dell’asse del bene o della Civiltà superiore.
In ogni caso, tutte le strade del sangue portano necessariamente ad un dittatore o presunto tale. Così ci raccontano la storia dei genocidi e degli stermini di massa gli onesti democratici, i quali non farebbero male ad una mosca ma sognano ogni notte di schiacciare Mosca o Pechino. Ed, invece, sono tutte balle! Il capitalismo e le sue democrazie liberali sono andati ben oltre Stalin, Hitler e Pol Pot messi insieme. “Abbondandis in abbondandum”. Nemmeno i campi di concentramento o i gulag, queste immense vergogne dove l’umanità ha dimostrato la malvagità di cui è capace, sono un’invenzione dell’Imbianchino o di Koba il terribile. Come riportato da M. Zezima nel libro Salvate il Soldato Potere: “«Durante la guerra contro i boeri (1899-1902), il Regno Unito aveva usato campi di concentramento simili per internarvi gli elementi ostili della popolazione sudafricana. Lo stesso fecero Spagna e Stati Uniti nelle Filippine» scrive lo storico Michael Adams, rilevando come simili precedenti fossero stati presi a modello dal regime nazista.
In realtà, dice Ward Churchill, docente al Center for Studies in Ethnicities and Race in America dell’Università del Colorado (con sede a Boulder), la politica tedesca traeva ispirazione da esempi ancora più remoti.
Hitler aveva ben presente il trattamento riservato agli indigeni d’America, specie in Canada e negli Stati Uniti, e prese a modello quelle procedure per ciò che definiva “politica dello spazio vitale”. In pratica, il Führer fece sua l’idea della “conquista dell’Ovest”, con la conseguente deportazione dei residenti all’arrivo degli invasori, che condusse all’insediamento del ceppo anglosassone nelle terre americane come esempio per la sua espansione a est verso la Russia, dislocando, deportando e/o liquidando la popolazione per farsi spazio e sostituirla con quella che riteneva una razza superiore. Hitler era pienamente consapevole di come la sua politica ricalcasse le precedenti esperienze della popolazione anglo-americana nelle regioni a nord del Rio Grande”.
Non occorre andare a rivangare troppo nel passato per scoprire le atrocità commesse dai governi e dai popoli liberi ed, anzi, possiamo anche soffermarci al periodo della II GM per avere un saggio di come si sono comportati i sedicenti buoni nella lotta contro i cattivi. Piuttosto, l’unica certezza è che nemmeno nel futuro avremo un miglioramento della situazione poiché, parafrasando Cioran, l’ora del crimine non [sempre] suona nello stesso momento per tutti i popoli e ciò spiega il permanere della storia.
Innanzitutto, a qualche americano era venuto il dubbio che i propri capi non fossero propriamente degli stinchi di santo. Di fronte ad ordini bestiali e cruenti, che andavano ben oltre l’intenzione di sottomettere il nemico, la convinzione di trovarsi dalla parte dei giusti poteva vacillare. Tra questi il ministro della Guerra statunitense Henry Stimson, che dopo i bombardamenti incendiari contro il Giappone, nel 1945, disse : «E terrificante che non si siano sollevate proteste per i bombardamenti aerei con cui abbiamo colpito il Giappone causando un numero eccezionale di vittime. C’è qualcosa di sbagliato in un paese dove nessuno protesta…perché non voglio che gli Stati Uniti si guadagnino la reputazione di avere superato Hitler in atrocità”. Il suo dubbio si tramuterà in certezza poco dopo, quando Truman farà sganciare due atomiche su Hiroshima e Nagasaki. Facendo centinaia di migliaia di morti? Macché, per Truman “avere sganciato le bombe ha salvato milioni di vite”. Churchill lo superò dando letteralmente i numeri: 12000000. Goebbels in confronto a questi due era un dilettante.
I giapponesi hanno ricevuto dagli statunitensi un trattamento davvero speciale perché considerati addirittura subumani. Sembra strano ma la patria del politicamente corretto antirazzista non esitava a schiacciare i musi gialli come fossero zanzare. Un altro brano tratto dal testo di Zezima: “Il Giappone, per passare da paese primitivo abitato da scimmie e traditori ad affidabile baluardo anticomunista, doveva ovviamente pagare un prezzo esorbitante. Anche quando stava per essere sganciata la seconda atomica su Nagasaki (9 agosto 1945) e la vittoria era ormai una questione formale, le attività della “buona guerra” continuarono immutate. Sedici avieri americani venivano sommariamente giustiziati in Giappone, mentre gli Stati Uniti si accingevano a preparare ciò che il generale Henry “Hap” Arnold definiva «il finale più clamoroso possibile». Il New York Daily del 15 agosto 1945 precisò senza esitazioni la collocazione temporale delle ultime incursioni: «Quasi 400 bombardieri B-29 Superfortezza volante hanno attaccato 12 ore dopo che il messaggio della capitolazione nipponica era già diretto a Washington, distruggendo i bersagli prestabiliti». Realizzando il suo sogno di colpire Tokyo con un’incursione di mille aerei, la notte del 14 agosto Arnold inviò in missione 1104 velivoli che bombardarono la capitale giapponese senza riportare perdite. Queste le parole di Leonard Dietz, uno dei piloti che parteciparono al finale di “Hap” Arnold: Ricordo di avere guardato in basso (eravamo a 700 metri di altezza) ma non riuscivo a vedere niente perché Tokyo era già rasa al suolo, come se una mano gigantesca fosse uscita dal cielo stritolando tutto a terra. Sembrava che fosse caduta una bomba atomica. Prima che gli aerei di Arnold tornassero alle basi, Truman annunciò la resa incondizionata del Giappone. Come può una nazione che si suppone combatta dalla parte del bene in una presunta guerra giusta permettere impunemente un massacro così premeditato? La risposta a questa domanda fornita da Time, prendendo spunto dalla battaglia di Iwo Jima (in cui la rivista definiva i marines «roditori da sterminio»), è alquanto eloquente: «Il normale giapponese irragionevole è ignorante. Forse è umano. Niente […] lo indica»….
I bombardamenti incendiari sul Giappone che dovevano preparare il terreno allo sganciamento dell’atomica distribuirono “250 tonnellate di bombe ogni 1600 metri quadrati distrussero il 40 percento della superficie di una lista di 66 città (incluse Hiroshima e Nagasaki) da radere al suolo. Le aree da colpire erano perlopiù residenziali (87,4 percento).163 Si ritiene che nell’arco di sei ore si sia conseguito il record assoluto, nella storia dell’umanità, di persone decedute a causa del fuoco. A terra, la temperatura raggiunse i 980 gradi; le fiamme dell’inferno così scatenato erano visibili a una distanza di 320 chilometri. A causa dell’intenso calore, i canali ribollivano, i metalli fondevano e gli esseri umani esplodevano. Nel maggio 1945, il 75 percento delle bombe sganciate sul Giappone erano incendiarie. Acclamata dalla rivista Time (e da altre testate simili, ci si compiaceva nel precisare che «attizzate a dovere, le città nipponiche bruciavano come foglie d’autunno»), la spedizione di LeMay fece un totale di circa 672mila vittime.164 Radio Tokyo definì la tattica del generale statunitense “bombardamenti di sterminio” e la stampa giapponese dichiarò:
Con le incursioni incendiarie l’America ha rivelato il suo carattere barbarico […] È stato un tentativo di genocidio di donne e bambini […] L’azione degli americani è resa ancora più spregevole dalla palese falsità del loro continuo appello all’umanità e all’idealismo […] Nessuno pensa che una guerra sia scevra da atti di brutalità, ma sugli americani ricade la responsabilità di averla resa sistematicamente e inutilmente un orrore indiscriminato per vittime innocenti”.

Dall’altro lato dell’Oceano, in Europa, davano man forte gli inglesi che, di comune accordo con gli Usa, decisero di radere al suolo Dresda perché piena di profughi (quando i profughi eravamo noi europei non interessava a nessuno della nostra salvezza) e quindi di maggiore impatto psicologico per i futuri avversari: ” Una nota interna della RAF si esprimeva in questi termini: Dresda, la settima città tedesca per grandezza, appena più piccola di Manchester, è l’area edificata di gran lunga più ampia ancora immune da bombe in territorio nemico. Nel mezzo dell’inverno, con i profughi che si riversano a ovest e le truppe da far riposare, le case sono tenute in grande considerazione non solo per il riparo che offrono […] ma anche perché possono alloggiare i servizi amministrativi trasferiti da altre zone […] L’attacco si propone di colpire il nemico dove più gli farà male […] e al contempo di dimostrare ai russi, quando arriveranno, che cos’è capace di fare il Comando bombardieri. Da parte degli Alleati non ci furono mai dubbi su chi sarebbero state le vittime del bombardamento di Dresda. Brian S. Blades, motorista di bordo su uno dei 460 Lancaster della squadriglia australiana, scrisse che, mentre venivano impartite le istruzioni per l’operazione, aveva udito espressioni quali «obiettivo ancora non colpito […] i servizi segreti riferiscono che migliaia di profughi provenienti da altre regioni si raccolgono in città».” (cit. da Salvate il soldato potere). Tra il 13 ed il 14 febbraio 1945, nel mattatoio tedesco morirono forse 250.000 persone (secondo Adenauer). Inutilmente, perché la Germania era ormai in ginocchio e il Cancelliere rinchiuso nel suo bunker ad attendere simile fine.
Gli angloamericani sono stati anche i precursori dei fanatici islamici e dell’Isis per quanto riguarda la capacità di distruggere le opere d’arte, annientare gli animali e poi ancora le persone. Nessuna pietà per niente e per nessuno. Dresda infatti “era nota per le porcellane e l’architettura barocca e rococò. Nelle sue gallerie d’arte erano conservati capolavori di Vermeer, Rembrandt, Rubens e Botticelli. Nel Grosser Garten vi era poi un famosissimo zoo, allora diretto da un celebre domatore di animali, Otto Sailer-Jackson. Ma la sera del 13 febbraio tutto ciò non contava nulla. Usando lo stadio della città come punto di riferimento, più di duemila Lancaster inglesi e “fortezze volanti” americane lasciarono cadere grappoli di ordigni a benzina ogni 40 metri quadrati. L’enorme incendio che si scatenò coprì 20 chilometri di ampiezza emettendo una nube di fumo alta 5 chilometri. Nelle 18 ore seguenti furono sganciate bombe normali al di sopra di questa letale miscela. Venticinque minuti dopo il bombardamento, i venti che soffiavano a 240 chilometri all’ora risucchiarono ogni cosa al centro della tempesta di fuoco. L’aria si era ovviamente surriscaldata e tendeva verso l’alto, di conseguenza l’incendio perse gran parte del suo ossigeno creando vortici infiammati che l’aspiravano direttamente dai polmoni umani. Il 70 percento delle vittime di Dresda morì per soffocamento o avvelenamento da gas tossici, che colorarono i corpi di rosso e verde. Il calore eccessivo sciolse alcuni cadaveri sui pavimenti, come appiccicosa gomma da masticare, o li ridusse a carcasse abbrustolite di 90 centimetri. In seguito, gli addetti alla pulizia del luogo dovettero indossare stivali di gomma per “guadare” il “brodo umano” raccoltosi negli scantinati. In altri casi, l’aria surriscaldata aveva scagliato le vittime verso l’alto, facendole ripiombare a terra, a pezzettini, anche a 25 chilometri di distanza. Come già detto, si presume che il bombardamento incendiario di Dresda abbia provocato più di 100mila vittime, in gran parte civili.”
La scia di sangue lasciata dietro di se dagli angloamericani è lunghissima ma queste estrapolazioni bastano ed avanzano per dire che i buoni in una guerra non esistono. Non esistono liberatori e chi si ostina a chiamarli tali o è un servo o uno sciocco. In Europa, non dobbiamo nulla agli americani e prima che arrivassero loro, a decidere del nostro destino, “eravamo addirittura europei”. Con qualche dittatura ma molta meno ipocrisia. Infatti, continuiamo a fare le guerre ma al loro rimorchio e con la faccia tosta di negarle.

Giorgio Gaber: L’America (prosa) – 1976/1977

A noi, ci hanno insegnato tutto gli americani, se non c’erano gli americani, a quest’ora noi….eravamo europei. Vecchi pesanti, sempre pensierosi, cogli abiti grigi, e i taxi ancora neri.
Non c’è popolo che sia pieno di spunti nuovi, come gli americani. E generosi, gli americani non prendono mai, danno danno.
Non c’è popolo più buono degli americani. I tedeschi sono cattivi, e per questo che le guerre gli vengono male, ma non stanno mai fermi, ci riprovano, c’hanno il diavolo che li spinge, dai dai. Intanto Dio, fa il tifo per gli americani, e secondo me ci influisce eh, non è mica uno scalmanato qualsiasi Dio, ci influisce, e il diavolo si incazza, stupido, prende sempre i cavalli cattivi. Già, ma non può tenere per gli americani, per loro le guerre sono una missione, non le fanno mica per prendere, tz tz tz, per dare, c’è sempre un premio per chi perde la guerra, quasi quasi conviene. Congratulazioni, lei ha perso ancora, e giù camion di caffè, a loro gli basta regalare.
Una volta gli invasori si prendevano tutto del popolo vinto, donne religione scienza, cultura, loro no, non sono capaci. Uno vince la guerra conquista l’Europa, trova lì, una lampada liberty, che fa? Il saccheggio è ammesso, la fa sua.
Nooooooo civilizzano loro, è una passione, e te ne mettono lì una al quarzo, tutto bianco. E l’Europa, con le sue lucine colorate, i suoi fiumi, le sue tradizioni, i violini, i valzer. Aaaaah.
E poi luci e neon e colori e vita e poi ponti autostrade grattacieli aerei. Chewin gum, non c’è popolo più stupido degli americani.
La cultura, non li ha mai intaccati….volutamente, si perché hanno ragione di diffidare della nostra cultura, vecchia elaborata contorta. Certo, più semplicità più immediatezza, loro, creano così, come cagare.
Non c’è popolo più creativo degli americani, ogni anno ti buttano lì un film, bello anche, bellissimo, ma guai, se manca quel minimo di superficialità necessaria, sotto sotto c’è sempre l’western, anche nei manicomi riescono a metterci gli indiani, e questa è coerenza eh.
Gli americani hanno le idee chiare sui buoni e sui cattivi, chiarissime. Non per teoria, per esperienza, i buoni sono loro. E ti regalano scatole di sigari, cassette di wiskey, navi sapone libertà computer abiti usati squali….
A me l’America non mi fa niente bene, troppa libertà, bisogna che glielo dica al dottore, a me l’America, mi fa venir voglia di un dittatore uuuuhh. (si schiaffeggia) Si di un dittatore, almeno si vede, si riconosce.
Non ho mai visto qualcosa che sgretola l’individuo come quella libertà lì, nemmeno una malattia ti mangia così bene dal di dentro.
Come sono geniali gli americani, te lo mettono lì. La libertà è alla portata di tutti, come la chitarra, ognuno suona come vuole, e tutti suonano come vuole la libertà.