2017: FUGA DALL’EUROPA di Francesco Mazzuoli

europa

 

Quando, per chi lo ricorda, uscì sugli schermi del nostro sventurato Paese 1997: fuga da New York di John Carpenter, regista di horror e fantascienza a basso costo con al suo attivo alcuni titoli preveggenti, (oltre a quello testé citato, l’inquietante Essi vivono), le immagini di quella pellicola ci sembravano fantasie lontane, fantascienza appunto.

Oggi, dopo decenni di sonno comatoso, anche l’italiano medio – quello che si agita per la sconfitta della propria squadra in trasferta, ma che continua a seguire imperterrito campionati truccati – inizia ad avvertire di essere precipitato in un mondo in cui la fantascienza è stata superata da una realtà mostruosa, tale da rendere 1984, di George Orwell, lettura di intrattenimento per scuole medie inferiori.

Certo, chi fa parte della casta collaborazionista (la categoria più odiosa è quella dei radical chic), vive sempre alla grande – o almeno crede – e ci dirà tutt’ora, citando un articolo di Repubblica, che questo è il migliore dei mondi possibili, il regno della libertà e della democrazia, dove chi non può avere figli avrà persino un utero in affitto (e chissà se chi non può permettersi nemmeno un monolocale, potrà permettersi almeno quello…); con tanto tempo libero a disposizione da impiegare nei viaggi, nello yoga, nella meditazione, nei botox party, in cui ci si inietta un po’ di botulino antirughe per apparire eternamente giovani.

Ma sorvoliamo sui rentiers e altri dorati cascami umani assimilabili: essi non pagheranno mai, per il semplice fatto che siamo noi a pagare per loro.

Passiamo alla classe media, o meglio ciò che ne rimane.

Chi – beato lui, perché oggi la schiavitù è una conquista – ha ancora un lavoro, tenta di esorcizzare la realtà con uno scambio di battute davanti alla macchina del caffè dell’ufficio sull’ultimo programma visto in tv; con un tradimento coniugale organizzato via smartphone (di marca, per carità!); oppure rifugiandosi nell’effige del salvatore di turno: Cristo è passato di moda, ora ci sono Grillo, Renzi, o qualunque uomo-immagine fabbricato dal sistema di potere per infinocchiare i diversamente intelligenti. Deluso anche dal movimento cinque stelle, visto l’impoverimento inesorabile, voterà il nascente cinque stalle.

Chi, invece, un lavoro non lo ha più, se ha potuto è emigrato, se non ha potuto, vive a ricasco di qualcuno (“per farsi amare” diceva Flaiano “bisogna farsi mantenere”); oppure è riverso in qualche angolo di strada da dove la visione della realtà non è offuscata dalle luci della televisione e dove “la durezza del vivere” che predica Monti (naturalmente per gli altri), gliene ha tolta anche la voglia.

Tuttavia, persino chi la propaganda, scientemente fin dai banchi di scuola, ha annichilito nelle proprie capacità di essere razionale – sempre che tra i bipedi a stazione eretta tali facoltà esistano (come qualcuno ha scritto, la migliore prova che esista vita intelligente nell’universo è che nessuno ha mai cercato di contattarci) – si rende conto che si sta materializzando un vero e proprio incubo e che le spiegazioni ufficiali – della tv, della stampa, dei governi – stridono con l’enormità dei fenomeni in corso: non ultima l’invasione programmata per sostituire gli attuali popoli europei.

Quali sono queste spiegazioni ufficiali?

Be’, la corruzione continua a spiegare quasi tutto. Sono tutti ladri: è per questo che dopo i quaranta cadono i capelli; il resto è dovuto alla cattiveria di Putin. Oltre siffatti “ragionamenti”, adatti alle classi differenziali del secolo scorso, c’è solo la globalizzazione, un altro concetto onnicomprensivo e spacciato per naturale, inevitabile e non storicamente determinato dai poteri dominanti.

Eppure, se esistessero in giro cervelli in grado di articolare un pensiero, ci si sarebbe posta una semplice domanda: come mai la corruzione c’è sempre stata, ma prima si stava meglio?

Certuni, anche grazie all’opera divulgativa di sparuti intellettuali, hanno capito che l’euro c’entri qualcosa. Ma quasi nessuno è andato avanti nella spiegazione. Del resto, andare avanti può costare la reputazione, la carriera, la vita: dipende quanto avanti si va e il coraggio – scriveva Manzoni – “uno non se lo può dare”, specialmente in un Paese, citando Longanesi, in cui sulla bandiera nazionale, dovrebbe essere scritto, a caratteri cubitali: “Tengo famiglia”.

E così, ben pochi hanno cominciato ad allargare l’orizzonte dello sguardo: l’italiano soffre di miopia e più di quanto gli è vicino non riesce a vedere.

Qualcuno, timidamente, ha cominciato a tirare in ballo l’Unione Europea, ma come se si trattasse di un’entità indipendente e non di un progetto americano, teso – all’indomani della seconda guerra mondiale – a mantenere in pugno l’Europa occidentale, impedendo di fatto che potenze antagoniste agli Stati Uniti potessero contenderne il dominio e, soprattutto, saldare i propri interessi con quelli russi, come è naturale vista la prossimità geografica.

In particolare, l’intendimento americano è stato – ed è – quello di impedire che la Germania si avvicini alla Russia e che rimanga strettamente legata al carro atlantico. L’euro è nato anche a tale scopo: favorire l’economia tedesca per dare alla Germania una posizione di predominio in Europa (precisamente di sub-dominio rispetto agli USA), che la distogliesse dalle tentazioni di pericolose liaisons con la Russia. Ed è, ovviamente, una delle principali ragioni per le quali la nefasta unità monetaria non viene smantellata (in questo modo, tra l’altro, lo Zio Sam, quando deve il cattivo in Europa, si traveste da tedesco e gli fa fare il lavoro sporco…).

Una volta per tutte, bisognerebbe far comprendere ai sonnambuli che ci circondano che non esiste “L’Europa”, né mai esisterà: essa è pura mistificazione della propaganda. Si tratta soltanto di una propaggine del declinante impero americano.

In tale quadro, l’Italia è l’ultima delle colonie, il Paese servo per eccellenza, un Paese che non decide nulla e con una classe dirigente, politica e imprenditoriale, non corrotta perché rubi, ma corrotta perché collaborazionista e nemica della propria nazione e quindi degli interessi della maggioranza. Nel suo libro Omaggio agli italiani, la compianta Ida Magli ha raccontato come la nostra storia sia quella dei continui tradimenti delle élites ai danni dei governati, cioè nostri.

Purtroppo, è l’inevitabile portato storico di un processo di unificazione eterodiretto da potenze straniere, mistificato dai miti del Risogimento e risoltosi con una annessione del Meridione e nessun serio tentativo di creare una coscienza nazionale, pericolosa perché avrebbe potuto fare del nostro Paese una potenza autonoma e scomoda nell’arena geopolitica internazionale.

È qui, in questa mancanza di una visione storica elementare, che cadono gli illusori movimenti “sovranisti” – del resto praticamente risibili – che vorrebbero attecchire nella penisola.

Come ha scritto Gianfranco La Grassa, viviamo in un periodo che assomiglia agli ultimi decenni dell’ottocento, quando un altro impero, quello inglese, stava inesorabilmente declinando, a fronte dell’emergere di potenze antagoniste, su tutte gli Stati Uniti. E, oggi, sono proprio gli Stati Uniti che tentano di difendere la propria traballante supremazia, trasformando l’Europa in un fortino anti-russo, con una continua espansione della Nato verso oriente, cercando di resistere, inutilmente, al vento inarrestabile della storia che sta proiettando nuovi attori globali (in primis Russia e Cina) verso il palcoscenico di un mondo multipolare.

Con tanti saluti all’eccezionalismo dello Zio Sam, è giunta l’ora che faccia le valigie e torni al di là dell’Atlantico a mangiare hamburger.

Ma lo Zio Sam non si arrende così facilmente: sta facendo di tutto per ritardare il suo ritiro nell’ospizio della storia e ha messo in opera la strategia del caos.

Il caos, infatti, è scientificamente organizzato ai confini dell’impero, per ostacolare il coagulo di nuove alleanze geopolitiche in funzione anti-americana che potrebbe ulteriormente accelerare la caduta della superpotenza yankee.

Regimi strategicamente importanti sono destabilizzati e rovesciati mediante falsi rivolgimenti spontanei, promossi e finanziati da ONG coordinate dalla CIA (il caso delle varie “primavere”, come dell’Ucraina); oppure manipolando il terrorismo – così come avviene almeno dagli anni settanta, quando la famigerata strategia della tensione insanguinò l’Italia con la messa in scena di opposti estremismi, per dar luogo a una restaurazione autoritaria decisa a Washington.

Secondo questo disegno, attraverso ripetuti attentati terroristici e l’invasione demografica è artatamente creata instabilità sociale nelle colonie europee, al fine di indebolirle e meglio controllarle, rendendo ancora più improbabile che si riorganizzino dal punto di vista geopolitico.

Intanto, la distruzione delle organizzazioni statuali prosegue senza sosta, mediante la cessione della sovranità residua ad organismi sovranazionali centralizzati, non eletti democraticamente e controllati dalla longa manus di Washington.

Avanza, di conserva, la distruzione dell’identità dei popoli e del legame con il proprio territorio (l’incentivo all’emigrazione, o alla “libera circolazione”, come è chiamata nel linguaggio propagandistico, va proprio in questa direzione); e l’annientamento dei popoli stessi, fisicamente sostituiti con immigrati di culture differenti e inassimilabili, in modo da costruire un mosaico multietnico di interessi contrastanti e inconciliabili in nome di un interesse comune, che si riconosca in un territorio e voglia difenderlo. Il progetto imperiale prevede, infatti, anonimi territori coloniali, sprovvisti di storia comune e abitati da individui sradicati in perenne conflitto tra loro.

Anche i generi sessuali sono moltiplicati per aumentare divisione e conflittualità e l’omosessualità è salvaguardata e promossa perché – come aveva intuito la Magli ne La dittatura europea – è un modo astuto di sterilizzare la razza bianca (i mussulmani sono refrattari alla propaganda gay).

Dal punto di vista dell’ingegneria sociale, il progetto imperiale prevede la cancellazione della storia e della geografia (ecco la ragione per cui lo studio di quest’ultima è stata abolita dalla riforma Gelmini). Il modello della società globale è costituito da internet (tecnologia nata in ambito militare – Arpanet il suo nome originario – non a caso resa disponibile gratuitamente): una indistinta e virtuale rete mondiale (World Wide Web), abitata da un essere umano de-territorializzato, che esiste appunto in questo non luogo geografico e in un eterno presente, creato mediante la simultaneità degli scambi (tempo e spazio sono dimensioni collegate ed internet annulla l’una e l’altra).

Internet, ad oggi, è stato il più intelligente – direi geniale – cavallo di Troia della globalizzazione.

Geniale anche come strumento di controllo totale, capace addirittura di dare al suo utente controllato l’illusione della libertà e di ottenere spontaneamente, anzi con voluttà, informazioni sensibili che una volta i servizi segreti dovevano sudare sette camice per carpire. Neppure l’istituzione della confessione era arrivata a tanta perfezione. (Se si vuole avere un’idea di che cosa sia questo grande fratello, così amato dai sudditi, che accumula dossier particolareggiati su ognuno di noi e il cui utilizzo è incentivato in ogni modo, si legga Il potere segreto dei matematici, di Stephen Baker).

E prosegue, altresì, il saccheggio e lo sfruttamento economico delle colonie europee. Le bombe demografiche, con l’arrivo di un esercito di nuovi schiavi, oltre a creare il caos e lo sgretolamento del tessuto sociale, tengono alta la disoccupazione, portando i salari sempre più al ribasso e scatenando una guerra fra poveri.

La pressione demografica e la diminuzione del gettito fiscale, dovuto all’alto numero dei disoccupati e al calo dei salari, generano ulteriori pressioni sulle casse degli Stati perché si privatizzino pensioni e sanità, ormai economicamente insostenibili.

Nell’ottica imperiale, infatti, tutto deve essere privatizzato, naturalmente a esclusivo beneficio dell’impero e dei suoi collaborazionisti e scherani. (In questo delirio acquisitivo dell’homo habens americano si è arrivati addirittura a brevettare le specie biologiche esistenti in natura).

In ultimo, di pubblico non esisterà più nulla e gli Stati esisteranno solo in funzione di esattori delle imposte per conto dell’impero.

La sottomissione di un impero così vasto non si ottiene soltanto con la forza militare e la compiacenza delle élites a libro paga, ma anche con quella dei sudditi. In questo gli americani sono indiscussi maestri, padroneggiando come nessuno le sottili armi della propaganda, di cui Holliwood è stata per molto tempo la punta di diamante.

La colonizzazione culturale ha sempre accompagnato la penetrazione americana – altro tema che i cosiddetti sovranisti nostrani non comprendono – e fa più danni un telefilm americano di un discorso di Renzi a reti unificate.

Questa penetrazione subdola e melliflua, attraverso l’intrattenimento, ha ormai contaminato la nostra cultura fino al linguaggio, infarcito in maniera ossessiva di americanismi e dove si è arrivati al punto che battezzare qualcosa (un programma televisivo, un libro, persino una società a responsabilità limitata) senza un termine inglese, equivale a dequalificarlo come vecchio e deteriore.

Chi ha studiato un po’ sa che pensiero e linguaggio sono interrelati e il secondo influenza largamente il primo (v. il determinismo linguistico di Whorf); quindi, parlare con termini americani significa pensare in termini americani. È per questo che la propaganda è così attenta al linguaggio ed è stato inventato il politicamente corretto: quello che non si può più dire, si finisce per non pensarlo nemmeno più. E quello che si dice, si finisce col pensarlo.

Un popolo che perde la sua lingua, perde la sua identità, perché i termini di una lingua cristallizzano i postulati fondamentali di una filosofia implicita, nei quali è espresso il pensiero di quel popolo e di quella civiltà.

Ci sarebbe da ridere, se non fosse tragico: una volta, in un documento aziendale, ho visto scritto ad Ok, invece che il latino ad hoc.

Nel nostro Paese, culla del Rinascimento, siamo giunti – passando da Machiavelli a Renzi, da Giuseppe Verdi a X Factor, da Storia della mia vita di Casanova a Rocco, ti presento mia moglie di Rocco Siffredi – all’annichilimento culturale: non c’è più un libro che si possa leggere, un film che si possa vedere, neppure una canzonetta ascoltabile. In questo deserto, ha buon gioco qualunque obbrobrio proveniente da oltreoceano; e quel poco che viene da noi prodotto non ne è che lo scimmiottamento. La nostra cultura qualitativa è stata trasformata in una incultura quantitativa.

L’abbassamento del gusto, l’annientamento di ogni pensiero critico (considerato dal potere una pericolosa recidiva intelligente dell’homo videns), sono perseguiti con determinazione, a partire dalla riforma della scuola: il programma prevede di eliminare l’analfabetismo di ritorno, rafforzando quello di partenza.

Accenniamo, per concludere, all’atmosfera di guerra continua e strisciante in cui siamo costretti a vivere. Una guerra che si gioca su tutti i terreni: culturale, economico, e naturalmente militare. Una guerra che pervade l’aria come un gas asfissiante, che nelle zone di frizione con la Russia (l’Ucraina, la Siria, gli Stati baltici) rischia di deflagrare in scontro aperto, extrema ratio dell’impero americano: scagliare l’attacco profittando della superiorità militare, oppure perire.

No, non ho dubbi: non c’è fantascienza peggiore di questa realtà americanizzata, di questo morente impero che ci tiene prigionieri e ci costringe non più a scappare da New York, bensì dall’intera Europa.

Eppure dovremmo riprenderci il nostro Paese. Ma la cosa in Italia è impossibile: perché non l’abbiamo mai posseduto e quindi non abbiamo neppure la coscienza che sia nostro; e l’italiano si cura solo della propria conventicola, cui appartiene per nascita o entra per cooptazione. Come scrisse Sant’Agostino: extra ecclesia, nulla salus.

E, infine, perché un paese di servi sa solo immaginarsi un nuovo padrone e per quieto vivere si accontenta di quello che ha.

Lasciamoci con una citazione da La pelle, di Curzio Malaparte, alla quale non si può aggiungere davvero nulla, se non l’amara constatazione che lo spirito di un popolo non cambia mai:

E più affettuoso onore gli era venuto, nei giorni della liberazione, dal suo rifiuto di far parte del gruppo di signori napoletani prescelti per offrire al Generale Clark le chiavi della città. Del qual rifiuto si era giustificato senza alterigia, con semplice garbo, dicendo che non era costume della sua famiglia offrir le chiavi della città agli invasori di Napoli, e che egli non faceva se non seguir l’esempio di quel suo antenato, Berardo di Candia, che aveva rifiutato di rendere omaggio al re Carlo VIII di Francia, conquistatore di Napoli, sebbene anche Carlo VIII avesse, ai suoi tempi, fama di liberatore. «Ma il generale Clark è il nostro liberatore!» aveva esclamato Sua Eccellenza il Prefetto, che per primo avuto la strana idea di offrire le chiavi della città al Generale Clark.

«Non lo metto in dubbio» aveva risposto con semplicità cortese il Principe di Candia «ma io sono un uomo libero, e soltanto i servi hanno bisogno di essere liberati». Tutti si aspettavano che il Generale Clark, per umiliare l’orgoglio del Principe di Candia, lo facesse arrestare, com’era usanza nei giorni della liberazione. Ma il Generale Clark lo aveva invitato a pranzo e lo aveva accolto con perfetta cortesia, dicendosi lieto di conoscere un italiano che aveva il senso della dignità.”

GEOPOLITICA DEL FUTURO PROSSIMO

mondo

Il relativo arretramento statunitense sulla scacchiera globale ha generato l’instabilità di cui si vedono e si sentono gli effetti in questa fase. I teatri di caoticità si espandono rapidamente: Africa, Medio Oriente, Asia ed, in misura minore, anche Europa. Il mondo non è più un posto sicuro (anche se si spaccia per “sicurezza” la dura legge del più forte operante contro chi è impossibilitato a reagire perché uscito sconfitto da una precedente epoca storica). Lo sarà sempre meno con l’accendersi delle rivalità geopolitiche tra i vari player regionali nell’intermezzo multipolare. Gli Usa restano il dominus mondiale (e lo saranno ancora per un pezzo) ma la loro proiezione egemonica, prima indiscussa, incontra maggiori elementi di resistenza. La forza intrinseca della superpotenza d’oltre oceano appare non più bastante a frenare una serie di spinte periferiche e locali (con tendenza a diventare planetarie) che si sviluppano intorno ad essa e per varie ragioni oggettive.
L’America esercita ancora molta influenza (ed ingerenza) nella maggior parte degli scenari globali ma non ha più il controllo di tutto. Il potere imperiale a stelle e strisce non è finito ma sono aumentati gli impedimenti ed i fattori ostativi alla sua piena espressione. Questa la causa della sregolazione internazionale (con conseguente crisi economica) che sta rimescolando le carte geopolitiche e, a breve, anche le cartine geografiche (qualche assaggio lo stiamo ricevendo).
Parliamo di una pura dinamica oggettiva che, naturalmente, viene ad incarnarsi nell’azione di soggetti concretamente esistenti, i quali prendono via via coscienza del loro ruolo “per forza di cose”. Una spiegazione riportata da La Grassa ci dice “astrattamente” come si sviluppa la situazione:
“Immaginiamo che in un grande recipiente (il mondo) si versino alcune grosse pietre (le potenze) che, pur urtandosi e contrapponendosi, stabiliscono un certo equilibrio. Vi si versi una serie di piccole pietre, che si sistemeranno nei vuoti esistenti tra le pietre più grosse. Anche queste minori pietre eserciteranno pressioni e forze sul resto, se non altro perché gli spazi vuoti si vanno restringendo e le superfici di contatto e frizione si accrescono; tali pietre più piccole, tuttavia, trovano infine i loro equilibri “subordinandosi” alla pressione superiore dei pietroni. Infine, si rovesci del pietrisco fine fine nel recipiente. Accadrà l’identico fenomeno precedente, i sassolini si sistemeranno tra le pietre più piccole, eserciteranno la loro pressione e frizione, ma in definitiva si sistemeranno e integreranno con il resto, “subordinandosi”, però, nel corso di tale integrazione.
Tutte le pressioni e frizioni sembrano sparite, annullate, l’armonica integrazione appare ormai stabilmente assestata. Niente di tutto questo. Il tempo e i fattori esterni (“atmosferici”) disgregano alcuni pietroni e anche pietre, ma portano pure progressivamente a nuove aggregazioni mediante fusione dei pezzi e di altre pietre con ingrandimento di nuovi pietroni e pietre; e il fenomeno interessa in vario grado anche il pietrisco. Gli apparenti equilibri svaniscono, l’integrazione precedente tra i vari ordini di grandezza delle pietre mostra la sua transitorietà e sostanziale labilità di fronte alle spinte squilibranti, si producono frane nell’insieme e vanno creandosi nuove configurazioni del pietrame nel recipiente (mondo). Si entra insomma in un’epoca di mutamento. L’equilibrio apparente è venuto meno, ma semplicemente perché i processi temporali (storici) hanno annullato le forze di integrazione che attenuavano quelle squilibranti, incessanti e sempre attive malgrado fossero in apparenza dissolte nell’illusoria armonia del “tutto”. Tale armonia, in definitiva, era il semplice apparire temporaneo di un equilibrio nel bel mezzo del flusso continuo squilibrante.”
Chi crede di poter invertire l’orientamento conflittuale in atto, perorando il ripristino degli antichi assetti decisionali, organizzando summit e conferenze diplomatiche di apparente riappacificazione e compromesso, non ha capito in quale quadro di mutamenti siamo entrati. Il tempo dei facili compromessi è già scaduto. Patti ed alleanze (rapidamente cangianti) ci saranno ma occorrerà saperseli guadagnare sul campo. Per ottenere qualcosa si dovrà lottare, soffrire, sanguinare, cadere, rialzarsi ecc. ecc. I Paesi che non si prepareranno a queste battaglie saranno sottomessi e perderanno molto o quasi tutto. Il nostro, per esempio, è su questa pericolosa china. La Pax americana non ci garantisce più niente ma la nostra succube classe dirigente non lo comprende. Dovremmo guardarci intorno per ricercare sbocchi a noi più convenienti e nuove intese adatte a restituirci quella rilevanza (geo)politica che non possiamo più ottenere restando sul carro atlantico. Ancorati al passato possiamo fare solo una brutta fine. Anzi, la stiamo già facendo.

COLONIZATION

(Pubblichiamo l’intervento di un nuovo nostro collaboratore dagli Usa)

 

I have been asked several times to explain the process in which the American government, and others, were able to effectively manipulate Italy’s social, economic and military status, and determine its course of history over the last 60 plus years.  Today Italy is at the verge of a precipice; an empty shell devoid of most moral virtues, with no sovereignty aspirations; a country that has been pillaged for years by relentless attacks directed towards its history, military, culture, language, finances, borders and politics. Attacks conducted by powerful internal, but most of all, external interest groups, aided by the complacency of an inept, incompetent, corrupt and easily manipulated Italian political class. Sometimes these vultures operate under the effigy of the American flag in the form of the American government and its representatives.  Sometimes they operate under the effigy of speculators, in the form of hedge fund investors, transnational corporations, financial institutions and the IMF.  Sometimes it’s under the banner of global entities such as the EU, UN, G7 or G20, proffering disgraceful international treaties that our shameless politicians have signed onto over the years.  It seems to be a several-step colonization process, a well calculated manipulation of Italian internal affairs.  I would like to focus specifically on one of the turning points in Italian history that helps to understand more clearly the climate that Italy finds itself in today.

The years immediately following the end of World War II were crucial in the struggle for subjugation and control of Italy.  Hundreds of pages of declassified American intelligence help shed some light on many of the political, military and social events of the last few decades.  The period preceding and following the election of 1948 saw the implementation of a long-term plan to extinguish once and for all any “extremist” reactionary ideology in Italy, Fascist, and for the most part, Communist; a mission that the American State Department took seriously and which began after the American military occupation was completed at the end of the war.

After the fall of the De Gasperi government, in a top secret document dated May 26, 1947, American intelligence highlights their concern for the rise of Communism in Europe, particularly in France and Italy.  The report addressed to the Secretary of State is titled, “Italian and French Struggle Against Communism,” and states that “Conditions in France and Italy have now reached a point where the struggle between Communist and non-Communist forces appears to have entered a decisive state.”  The concern of American intelligence for the political climate in Italy, particularly the weakness of the “democratic forces,” is clear.  The Americans fear that these so called “democratic forces” are unable to counter the Communist tide.  The inability of the De Gasperi coalition to deal with the financial crisis, along with the Communist “problem” had led to the resignation of his cabinet.  The Americans feared that this situation would clear the path for a Communist takeover of Italy.  For the American State Department, this is considered an unacceptable possibility.  They believe a victory by the Communist party would have a domino effect on other European countries, particularly France, where Premier Ramadier was dealing with a Communist problem as well.  The report continues by pointing to “…the fact that the Communists have used their participation in the government to infiltrate every state administrative organization and to sabotage every effort toward the effective solution of Italy’s problems.”  To make matters worse for the Americans is the increasing success of the Communist Party.  “An indication of the advance of the Communists in Italy is that their reported membership increased from 1,708,000 to 2,166,000 in 1946.  With their Socialist allies they have gained control of the municipal governments in Genoa, Turin, Milan, Florence , Bologna.  They confidently expect to consolidate their grip on the labor movement, having elected 70% of the delegates to the Convention of the Labor Federation being held next month.  The measure of their success if reflected by a greater display of confidence, a growing intransigence of important issues, more open use of intimidation and increasing threats of resort to violence if necessary to gain their ends.  …’The Ramadier Experiment,’  In France, where Premier Ramadier has taken a firm stand against the Communists, the situation appears somewhat more favorable than in Italy.  It excludes both the Communists on the extreme left and reactionary elements on the right, and it combines the fundamentally democratic forces of the center and left which still command the support of the French Parliament and people despite a general public feeling of disillusionment with government fumbling and incoherence.  Furthermore, its component elements are oriented toward us through a mutual belief in liberty and human decency and through deep fear and distrust of ruthless Soviet imperialism.  Finally, there is the extremely important fact that the government is essentially Socialist and is headed by a Socialist.  It therefore has the support of substantial elements of the vital trade union movement and if it succeeds, it will unquestionably gain increased working class support.”  Obviously the situation is alarming for the American government.  The formula appears to be going against the interests of the United States; De Gasperi has resigned under pressure from the American government, due to the presence in his cabinet of undesirable subjects and his inability to deal with the problems facing the country.  Meanwhile the Communists are gaining ground positioning themselves strongly in the political arena and in the labor movement.

This report was followed by a second report dated September 15, 1947.  It focuses on the leadership of Togliatti, the leader of the Italian Communist party, who mentions the possibility to “abandon democratic methods for the conquest of power and resort to violence in its efforts to overthrow Premier de Gasperi’s moderate government.  In a meeting of partisans at Modena, Togliatti admitted that the Communists had 30,000 well-armed partisans at their disposal and threatened that if the government did not give prompt proof of its democratic spirit the Communists would “have to fight.” This alarming situation is precipitated by the conjunctions of several negative factors.  “The imminent withdrawal of Allied troops from Italy, has increased the possibility of direct Communist action to seize power and has rendered more effective other Communist methods for taking control of the country…In carrying out their offensive, the Italian Communists have open to them two main courses of action:  1) sudden overthrow of the De Gasperi Government by Communist-sponsored armed force, following withdrawal of Allied troops; and 2) Communist-inspired general strikes to paralyze the important north Italian industrial area, and thus seriously interfere with future implementation of the program for European recovery.”  The recovery program, which is mentioned in the report, is better known as the Marshall Plan.  Already in 1947, the US government had distributed billions of dollars to the European states.  In Italy, where general labor strikes had threatened to bring the country to a standstill and possibly seize power by violent means, the US government used the relief fund as a tool to influence and redirect power away from the Communist parties.  At a speech given at  Harvard University in June 1947, Secretary of State Marshall stated that the US government was ready to provide financial assistance to Europe under the condition that the European nations would come together and devise a long-range plan for their economic recovery.  In April 1948, the US Congress approved the Foreign Assistance Act just in time to influence the election in Italy.  Millions of dollars were provided.  In the same month of the same year, on April 16, 1948, two days before the Italian elections, sixteen non-communist European states signed an agreement establishing the Organization for European Economic Cooperation, the precursor of the EU.

The report then proceeded to spell out a possible scenario of a hostile Communist takeover.  “Although the Italian Army and Carabinieri have some 200,000 troops to oppose Communist guerrilla estimated to number as many as 50,000, the addition of partially-armed and trained Italian and Yugoslav Communists and fellow-travelers could appreciably increase the strength of the revolutionists.  Furthermore, redeployment of Italian armed forces to protect the Yugoslav frontier following the withdrawal of Allied forces would remove certain troop units from important Communist-dominated centers in north Italy.  Recent developments within the Communist Party in Italy may increase the likelihood of direct military action.  There has long been a division within the party between the Togliatti faction, which has favored peaceful political infiltration, and the pro-revolutionary group headed by Luigi Longo…  The recent departure of eight members of the ‘direct action’ group for Moscow may indicate closer coordination between this element and the USSR and consequent intensification of Communist para-military activity.  Togliatti’s last speech may mean that he will go along with the revolutionary faction.” Even though the situation appears to be alarming and is forcing the American government to implement a long-term plan and a short-term plan to deal with the communist threat, there is also some factors that give Americans hope that the revolutionary takeover of the country might be averted, and particularly, the report points out a couple of factors that might go against the communists. “Two factors militate against Communist revolution in Italy.  The USSR is unwilling to support directly such a step because it might involve war with the US.  An even more potent reason against it is that the failure of the European recovery program, or even failure of the US to provide Italy with emergency wheat and dollars during this critical interim period, might deliver Italy into the hands of the Communists by popular vote at the next national elections.  It would therefore seem more logical for the Italian Communists to await the outcome of the elections, scheduled for April 1948, before using revolutionary tactics.”

What solution was presented to the American State Department to deal with the Communist threat?  “The De Gasperi Government must cope in some way with the desperate economic crisis before the September 23 meeting of the Constituent Assembly, when a vote of no confidence proposed by Left Wing Socialist Nenni will be discussed.  Whichever course the communists follow, their chances of success are excellent unless the De Gasperi Government can ameliorate the economic crisis by procuring sufficient wheat or through successful operation of the European economic recovery program.”

A report, dated March 29, 1948, speaks of the upcoming election due to be held on April 18.  “Crucial Elections in Italy:  On April 18 the Italian people will go to the polls in a national election the results of which will be of vital importance to all the free countries of western Europe.  There is only one real issue involved in the elections—whether Italy will remain a free country or will be subjected to a totalitarian dictatorship controlled from Moscow….Communist control of Italy would be extremely serious for the free nations of Europe and for our policy of support for free Europe.  It would facilitate Communist penetration of France, Spain and North Africa, would weaken the position of Greece and Turkey in their resistance to the USSR, would turn the southern flank of the western forces in central Europe, and would give the USSR a powerful strategic position astride the Mediterranean.”  The report goes on to mention that US support for the “democratic elements” is imperative and that the US Intelligence Service is “…doing everything possible to support the moderate democratic elements in Italy without giving the impression of interfering in Italian internal affairs.  We have made it clear to the Italians that if they choose to vote into power a government in which the dominant political force would be a party whose hostility to ERP (European Recovery Program) has been frequently proclaimed, we could only consider this as evidence of Italy’s desire to disassociate itself from ERP and we would have to conclude that Italy had removed itself from the benefits of ERP.  In our information program we are doing everything possible to let the Italian people know that while the choice is theirs, in our opinion it is the choice between freedom and dictatorship.  We have demonstrated our support for a democratic Italy by proposing, in concert with the British and French, that the Big Four and Italy negotiate a protocol to the Italian peace treaty providing for the return of the Free Territory of Trieste to Italian Sovereignty.  We are now considering taking the initiative in reopening the question of Italy’s admission to UN, which has hitherto been prevented by Soviet opposition.”

What does it mean exactly by “doing everything possible?”  Several steps were taken to prevent the Communists from winning the election and assuring the success of the De Gasperi party.  Besides those steps mentioned in the report above, there were:  Redeployment of British and American forces into Italy with navy ships anchored in virtually all of Italy’s major ports; a military occupation with foreign military forces imbedded on Italian soil, which continues to this day with the presence of the US Military, NATO and ONU occupying strategic places within the Italian peninsula; the reorganization of Italian armed forces with better pay and equipment; the support of the Comitati Civici, both politically and financially; the covert funding of non-left leaning trade unions; the financial support of center parties; a mass media campaign which included millions of pieces of mail sent to Italians by American Italian immigrants pleading with them not to vote Communist;  daily radio broadcasts financed by the State Department urging the Italians to chose democracy over totalitarianism; the service of Hollywood media figures such as Frank Sinatra, a practice which continues to this day (anyone surprised that garbage such as Lady Gaga and Angelina Jolie feel entitled to come into our home and tell us, the Italians, how to vote and to act?); the open threat by the Justice Department that every Italian who votes Communist will not be allowed to enter the United States; the distribution of American grain to Italy; the American Ambassador, James Dunn, and his relentless effort by travelling throughout Italy to warn the Italians of the evils of Communism; and foremost, the explicit threat made by the Secretary of State George Catlett Marshall on March 20 at a speech held at Berkeley University, one month prior to the election, where he stated that financial support to Italy will be ceased in the case of an electoral victory of the Communists.

The result of these efforts were encouraging to the State Department, and a report dated April 12, 1948, at the eve of the election states:  “Prospects  that the Italian Communist Party will obtain a sufficiently large plurality in the April 18 elections to ensure Communist or left-wing Socialist representation in the next Italian Government have sharply diminished.  Concurrently, the party’s capabilities for successful large-scale insurrection without active military assistance from Yugoslavia have been considerably reduced.  Unless the Communists receive substantial outside aid, the government now appears sufficiently strong to prevent its overthrow by force and to put down large-scale rebellion.

On April 18, 1948, the elections were held and the Christian Democrats took 48% of the vote, while the left coalition unexpectedly pulled a poor 31%.  A report dated April 26, 1948 highlights the defeat suffered by the Communists in the Italian elections, which:  “…has further reduced Communist capabilities for assuming power and has vastly improved the morale and confidence of the anti-Communists in both Italy and France.  An increasing number of left-wing European Socialists and fellow-travellers may now abandon their Communist association.”  The Communist threat was, for the moment, repelled but the civil unrest and the political battles did not end with the elections.  It continued fiercely throughout that spring and summer, peaking with the attempted assassination of Palmiro Togliatti on July 14, 1948.  After the elections, Winston Churchill declared that the defeat of the Communist party in Italy was an event of historic proportions.  He said he was glad to see Italy regain its friendship with Great Britain and the United States.

The scare of the election of 1948 had the American intelligence devise a long-term plan to deal with the Communist threat once and for all. Important long-term decisions were made.  Among these were the infiltration and neutralization of the Italian Communist party, the implementation and creation of a stay-behind militia (GLADIO), and the reversion to covert operation and support for assassination of political enemies of “democracy,” American style.

The Truman doctrine was taken word for word, when in March 1947, the American president delivered a speech to the American Congress which stated that, “We must assist free people to work out their own destiny in their own way.”  He promised that the United States “will support free people who are resisting attempted subjugation by armed minorities or by outside pressure.”  The same Doctrine was fully embraced by Prime Minister De Gasperi on his trip to Washington in the beginning of 1947, which resulted in the exit from his government coalition of the Socialist and Communist leaders Nenni and Togliatti, effectively ending the collaboration of the anti-fascist forces that had somehow worked together since the war, united under a common cause.   On that trip De Gasperi adhered to the model of a western liberal-capitalist form of society in exchange for financial and alimentary aids.  Italy fully embraced the concept of western “democracy.”  The words of John Adams (the second American president) resound more truthfully today then ever when he said, “Democracy… while it lasts is more bloody than either aristocracy or monarchy.  Remember, democracy never lasts long.  It soon wastes, exhausts, and murders itself.  There is never a democracy that did not commit suicide…

At the dusk of western civilization, Italy is at the forefront, fast entering darkness.  These last decades of “democracy” have given us immigration, globalization, privatization and the alienation of our culture and traditions. Italy is now a dying nation, stripped and deprived of her sovereignty.  For what was once the birth place of the Roman Empire, The Renaissance, The Resurgence, Piero della Francesca,Leonardo Da Vinci, Michelangelo, Galileo Galilei, Machiavelli, Garibaldi, Vespucci, Mazzini, Marco Polo, Cristoforo Colombo, Verdi,  and etc. is now the homeland of Berlusconi, Ventola, Prodi, Bossi,  Di Pietro, Bersani, Napolitano, il grande fratello, le veline, rave parties and so on.  Please join me now to observe a moment of silence for our country and remember what the Romans used to say:  “Non auro sed ferro recuperanda est Patria.”

THE NEW WORLD… CHAOS

Shatterbelts, archi di crisi, zone di conflittualità. È questo il repertorio di definizioni che la geopolitica mette a disposizione degli analisti per dare un nome agli scontri o alle instabilità di vario genere e di varia natura politica, che sono in grado di mettere a soqquadro equilibri regionali precostituiti sino ad influenzare, nella maggior parte dei casi, persino il dibattito e le strategie internazionali delle principali potenze. Solitamente nella storia questa tendenza è sempre stata imputata al fallimento della politica, nella misura in cui questa avrebbe dovuto assicurare la stabilità e l’eliminazione delle condizioni sociali ed economiche potenzialmente in grado di scatenare conflitti interni o inter-etnici. Gli Stati Uniti, invece, sulla scia dell’esempio britannico del XIX secolo, hanno invertito questi termini. Come ricorda Tiberio Graziani, difatti, “gli USA, che si considerano un’isola, imitano la Gran Bretagna: mantengono il predominio utilizzando i contrasti tra gli altri paesi, destabilizzando il mondo” tanto che quella “degli USA si può definire la geopolitica della frammentazione degli spazi o, meglio ancora, la geopolitica del caos1. Non si tratta, dunque, soltanto di un processo di deframmentazione dei tradizionali rapporti terrestri attraverso la riproposizione del sea-power mahaniano (dominio dei mari e controllo dei principali sbocchi navali del pianeta), ma anche di un processo di indebolimento e frammentazione degli spazi altrui, attraverso strategie soft-power (nel caso del condizionamento politico ed economico) o hard-power (nel caso di interventi bellici e/o embargo e restrizioni economiche). Solitamente, gli archi di crisi che Washington sfrutta per i propri scopi non nascono in maniera completamente artificiale, ma, in virtù di una costante ricerca del consenso, fanno leva su divisioni pre-esistenti o su tensioni silenti, quando non latenti, abilmente risvegliate o riportate alla luce, attraverso il lavorio nel dietro le quinte di numerose organizzazioni no-profit, associazioni umanitarie o comitati di sostegno a precisi gruppi politici e/o religiosi, civili o militari. Nella storia recente il caso dei guerriglieri islamo-albanesi dell’UCK resta uno dei più eclatanti, proprio nella misura in cui un commando terroristico, autore di diversi massacri e crimini contro le comunità serbe del Kosovo-Methojia, è stato supportato e sostenuto, addirittura presentato in Occidente come un movimento “eroico” di liberazione. Tale operazione mediatico-propagandistica, del resto, era già riuscita durante l’intervento sovietico in Afghanistan, quando persino la macchina pubblicitaria di Hollywood si era mossa per costruire uno scenario totalmente fittizio, nel quale il tenente John Rambo era chiamato ad aiutare degli “eroici” tagliagole musulmani, pronti, nella realtà, a riportare il Paese nell’oscurantismo e nella sopraffazione del wahabismo, come poi puntualmente accaduto nel 1996, quando ormai, ucciso il presidente Najibullah (abbandonato persino dall’Onu), i Talebani prevalsero sulle componenti di resistenza rivali e ripresero il controllo del Paese. Un governo indigeno legittimo e rivoluzionario, veniva presentato come una “colonia sovietica”, un intervento di aiuto richiesto da quello stesso governo (nel dicembre del 1979) veniva presentato come un’“invasione sovietica”, le numerose scorribande di trafficanti, estremisti religiosi ed irregolari venivano presentate come “atti eroici”. Lo scenario non cambia e segue in modo spaventoso un simile copione ancora oggi, in Libia, dove i “ribelli” della Cirenaica, benché dimostratisi assolutamente minoritari all’interno della popolazione e macchiatisi di crimini efferati, vengono imposti come un esercito di “liberazione” agli occhi dell’opinione pubblica internazionale. In rapida carrellata, dal Tibet al Myanmar, dalla Cecenia allo Xinjiang, dalla Georgia a Taiwan, sono numerosi gli archi di crisi su cui gli Stati Uniti continuano a sovrapporre la loro vanga, con lo scopo di intensificare l’instabilità all’interno dei territori della Russia e della Cina, o nei loro “esteri vicini”. Particolare attenzione merita anche il caso della Mongolia, allorquando George W. Bush e Condoleezza Rice, avviarono la politica del “terzo vicino” tra il 2005 e il 2006, al fine di inserire Ulanbaatar all’interno di un programma di cooperazione e partenariato atlantico. Quel tentativo, così spudorato e privo di riserve, proprio in uno Stato tradizionalmente coinvolto sul piano internazionale nel ristretto ed unico ambito delle relazioni tra Mosca e Pechino, ha aumentato il livello di ingerenza di Washington nell’annoso tentativo di contenimento e penetrazione all’interno dello scenario eurasiatico. Autentici criminali, mercenari ed opposizioni pilotate vengono opzionati ed inquadrati politicamente: son questi i casi del terrorista Osama Bin Laden alias Tim Osman, del criminale ceceno Chemil Baseyev (sostenuto dal Partito Radicale ed elogiato persino in Italia dallo stesso Pannella), del vergognoso ed ignobile mandato di esecuzione di Nicolae ed Elena Ceausesecu, del fanatico cattolico Lech Walesa, responsabile di insubordinazioni industriali e disordini di piazza in Polonia negli anni Ottanta, del presidente del Kosovo Thaci, accusato di narco-traffico e traffico internazionale di organi umani, del criminale sovversivo ed anarchico Liu Xiaobo, già pronunciatosi a favore di un “nuovo colonialismo” ai danni della Cina ma premiato col Nobel per la Pace, del Dalai Lama, un folle e un sovversivo sostenitore del neo-feudalesimo, dei secessionisti sud-sudanesi e darfouriani, sponsorizzati per anni al fine di spezzettare un Sudan troppo “amico” di Pechino, o del terrorismo curdo, più volte impiegato per “convincere” la Turchia da che parte stare, o per destabilizzare le regioni settentrionali dell’Iraq, soprattutto durante l’ultima guerra del Golfo del 2003. Sarà un caso ma praticamente tutti i personaggi e le sigle che, a vario titolo e in vari modi, contribuiscono alla destabilizzazione di Paesi e governi più o meno esplicitamente ostili a Washington, vengono premiati, sponsorizzati e presentati in versione eroica agli occhi dell’opinione pubblica mondiale. Gli Stati Uniti ed il capitalismo da essi incarnato simboleggiano dunque una società del disordine più che dell’ordine rigoroso, od almeno una società fondata su una distorta idea di ordine politico e geopolitico, intesto quale mantenimento e permanenza di caos, impoverimento e instabilità in vaste aree del pianeta, comprese le realtà urbane delle metropoli interne, dove criminalità, droga, disagio sociale e prostituzione sono caratteristiche ormai ineludibili, come un rapporto della FBI relativo al solo 2007 dimostrava già tre anni fa, registrando medie spaventose: un omicidio ogni 30 minuti (14,831 omicidi nell’intero 2007), uno stupro ogni 6, una rapina ogni minuto ed un’aggressione ogni 36 secondi, per un totale di circa 1,4 milioni di crimini violenti. La gestione del caos sembra l’unica arma utilizzabile dalla politica statunitense anche nei confronti della finanza, dove le recessioni provocate dalle bolle speculative degli ultimi anni continuano a passare indisturbate, senza che praticamente nessun responsabile sia assicurato alla giustizia, lasciando interi settori dell’economia reale annichiliti da swap e hedge funds. Al di là di un po’ di musica, un po’ di tecnologia e di qualche buon film d’annata, non è ancora chiaro cosa questo Paese possa insegnare al mondo.

1 La Voce della Russia, Chi crea gli archi di crisi in Eurasia? Il direttore Graziani a “La Voce della Russia”, 17 giugno 2010