FINMECCANICA: IL CERCHIO SI STRINGE

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All’indomani degli arresti del Ceo di Finmeccanica, Giuseppe Orsi, i nostri lettori avevano già potuto leggere una interpretazione degli accadimenti non conforme alla versione degli altri media e mezzi d’informazione più diffusi. Su queste colonne avevamo sostenuto, con positiva sorpresa di pochi e indignazione di molti, che questa storia lasciava una scia di sospetti lunga un oceano (Atlantico) e che dietro agli episodi di corruzione ci fosse qualcosa di più di quanto ci veniva raccontato.

Avevamo ragione ed i commenti che cominciano a trapelare anche sulla stampa ufficiale, attraverso le interviste di deputati della repubblica ed analisti più addentro di noi in queste faccende, lo stanno provando. Destano, infatti, sospetto i tempi e le modalità con cui si è proceduto a decapitare un’azienda strategica, finita nel mirino degli inquirenti da qualche anno, sui cui asset migliori si stanno concentrando le attenzioni dei competitors di mezzo mondo.

L’on. Jole Santelli, ex sottosegretario al ministero della Giustizia, ha dichiarato alla testa Libero che “la concomitanza degli attacchi all’Italia è inquietante. Da un lato la politica europea che ci sta portando in recessione, dall’altro la magistratura che colpisce i gioielli di famiglia… Le nostre grandi aziende danno fastidio ai concorrenti esteri. E certi colpi arrivano proprio quando politica ed economia vivono forti tensioni, come nel 1992. C’è la mano straniera anche questa volta. E in un momento in cui pure i partiti parlano di vendita dell’azionariato, di privatizzazioni bisogna stare attenti: non ci sto all’idea dell’Italia in svendita”. Noi lo avevamo anticipato ed ecco i primi riscontri.

Nel dicembre del 2011 si era dimesso dalla partecipata di Stato Pierfrancesco Guarguaglini, la cui posizione è stata ora archiviata su richiesta degli stessi PM che lo avevano indagato.  In quella occasione le deleghe erano passate ad Orsi, il quale aveva dimostrato, sin dal principio, di coltivare strategie differenti (oltre che differenti empatie politiche) rispetto a quelle del suo predecessore, soprattutto per quel che riguardava la gestione della controllata americana DRS, nella quale gli italiani, proprio in virtù delle scelte poco accorte di quest’ultimo, praticamente non possono più metterci il naso. Siamo gli unici autolesionisti che acquisiscono imprese all’estero, spendendo fior di quattrini, per non avere in esse alcun diritto di parola. Ma lasciamo stare questi aspetti “industriali” e veniamo agli ulteriori sviluppi del caso.

Orsi è stato accusato di aver pagato (non incassato, si badi bene) mazzette a mediatori, faccendieri e uomini d’affari internazionali, al fine di vendere i prodotti dell’azienda da lui diretta. Ribadisco un concetto semplice e che spero, finalmente, entri nella zucca dei moralisti senza contatto con la realtà, bravi ad inorridire del loro Paese ma sempre così stupidi da credere ai sermoni degli stranieri: lo fanno tutti, non è corretto ma così è. In alcuni casi non c’è modo di vincere le gare in tali settori delicati dove il mercato si mischia alle prerogative di Stato, a meno che non si voglia lasciare campo libero ai concorrenti, meno  “choosy” di noi.

In primo luogo, questo avviene in quelle regioni del globo dove la maggior parte dei funzionari locali è sleale. Come l’India che nella classifica mondiale della corruzione è sotto lo Zambia e prima del Tonga. Adesso, che sia proprio questa a farci la predica, permettendosi di sospendere i pagamenti ad Agusta Westland per i 12 elicotteri AW101 già acquistati a 556 milioni di euro, è il colmo. Si tratta di pretesto che dimostra l’inaffidabilità di questa gente, evidentemente non adusa a rispettare i contratti. Del resto, la stecca la intascavano loro, mentre Finmeccanica era costretta a sganciare. Dopo il caso dei marò del battaglione San Marco, ancora trattenuti dagli indiani, per il presunto omicidio di due pescatori, che i nostri soldati smentiscono categoricamente, ci mancava quest’altro affronto per farci fare la figura dei fessi agli occhi dell’universo. La pazienza dovrebbe avere un limite. Se ancora esiste un Governo a Roma, degno di tale nome, dovrebbe richiamare immediatamente il nostro ambasciatore a Nuova Delhi e poi, alienare la nostra sede diplomatica, magari al Pakistan, tanto non ce ne facciamo niente di una rappresentanza in una nazione che non sta ai patti e non rispetta il diritto internazionale. Ovviamente,  è  una provocazione, ma da come ci trattano, cercando di farci passare per delle macchiette, sarebbe una maniera per metterli di fronte all’infimità dei loro comportamenti.

Nel frattempo, abbiamo appreso che il già direttore di Finmeccanica, Alessandro Pansa, figlio di più noto giornalista “revisionista”, come ama definirsi anche lui, ha ricevuto gli incarichi antecedentemente in capo ad Orsi. Chi è costui? Un membro dell’Aspen Institute e del Consiglio per le Relazione tra Italia e Usa, due salotti che servono alle buone relazioni con la finanza americana. Il cerchio si stringe, ma non è finita perché gli statunitensi non si accontenteranno di un buon amico e nemmeno di un altro prestanome. Una delle nostre migliori aziende di punta sta per passare di mano e noi ci lasciamo travolgere dal solito destino tafazzista in una stagione politica da brividi. Sembra il titolo di una pellicola della Wertmüller ed invece è il brutto film realistico di questa nostra fase storica. Pauvre mon pays, prossimo a diventare un pays pauvre (per dirla alla De Gaulle)!

 

Finmeccanica falcidiata dalla magistratura. Continua l’autolesionismo italiano

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La magistratura ha decapitato i vertici di Finmeccanica. Hanno arrestato l’amministratore delegato, Giuseppe Orsi, ed altri manager del gruppo. La nostra multinazionale del settore aerospaziale si occupa di affari molto particolari, come quelli di natura militare (vendita di aerei, elicotteri, armi, sistemi avanzati di comunicazione ecc. ecc.), che, per essere condotti in porto, necessitano del coinvolgimento delle alte sfere del potere istituzionale (ai diversi livelli internazionali) e di efficaci relazioni diplomatiche tra i governi e i loro responsabili.
Sì, perché non basta avere il prodotto migliore per primeggiare in questo campo ma occorre anche toccare le corde giuste, divenire “simpatici” ai vertici dirigenziali delle nazioni e delle imprese che si occupano di acquistare la nostra tecnologia, ungere qualche ingranaggio e dimostrarsi più scaltri dei competitors con manovre borderline. Lo fanno tutti e noi italiani abbiamo dimostrato anche di saperlo fare anche meglio degli altri. Dovremmo premiarci per questo ed, invece, more solito, ci lanciamo fango addosso e ci tagliamo le gambe da soli.
Stiamo parlando, evidentemente, di un quadro di rapporti “speciali” per la realizzazione di affari delicati che vanno al di là dei principi astratti di mercato, della libera e trasparente concorrenza e altre amenità del genere. Conta, certamente, disporre dell’output migliore, del prezzo più vantaggioso, di reti commerciali e assistenziali adeguate alle richieste del cliente, ma queste qualità slegate da una certa furbizia politica, da praticarsi anche con metodi non ortodossi, non servono quasi a nulla.
Stando così le cose, si comprende la gravità della situazione: abbiamo lo Stato che processa se stesso e si scredita da sé. Questa è la contraddizione finale di un Paese allo sbando che disintegra i suoi asset strategici per favorire i concorrenti mondiali, in nome di una purezza morale e di una onestà integrale che è l’ultimo rifugio del canagliume nostrano, svendutosi allo straniero. E gli appetiti intorno ai nostri gioielli di famiglia non si sopiscono mai, anzi, aumentano esponenzialmente mano a mano che cresce lo scollamento sociale e l’instabilità politica della Penisola.
Americani, francesi, tedeschi, inglesi, volteggiano come avvoltoi sulle nostre teste, pronti ad approfittare dei passi falsi italiani, o anche a provocarli se necessario. Del resto, come pensate che i nostri partner ottengano materie prime e appalti in quegli scenari africani o mediorientali dove comandano i signori della guerra, gli sceicchi del petrolio o i narcotrafficanti assetati di sangue e di potere i quali, magari, sono stati addestrati nelle scuole militari ed amministrative occidentali? Evidentemente, i nostri amici atlantici non considerano la democraticità e l’elevatezza morale dei propri interlocutori fattori dirimenti, tanto da precludersi contratti e intese profittevoli. Pecunia non olet e business is business. Se poi non dovessero bastare fiori e mazzette, i nostri alleati sanno essere più convincenti, ricorrendo ai cannoni.
Tutto questo mentre noi testoni ci facciamo mettere sul banco degli imputati da togati con manie di protagonismo e chissà che altro (intelligenti pauca). E’ questa la vera vergogna nazionale.

MUOIA L’ITALIA ED I SUOI FILISTEI

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Quando un Paese si trova in crisi di sovranità, a cagione di scelte politiche ed economiche autolesionistiche – compiute da governanti privi di coraggio e di larghi orizzonti che si fanno condizionare da minacce e pressioni internazionali – il suo apparato statale inizia a sfaldarsi, i suoi corpi  istituzionali entrano in una competizione dissolutiva, perdendo di vista i limiti dei loro compiti e dei loro conflitti, e la sua capacità di reagire alle mutazioni dell’ambiente esterno diviene debole ed incoerente, svuotandosi progressivamente di realismo.

Lo Stato di una siffatta formazione sociale rinuncia, in tal maniera, alle sue peculiarità strategiche e si tramuta, in tutti i settori, in una macchina amministrativa inefficiente, dal funzionamento disordinato e scriteriato, che tenta di gestire (senza riuscirci) l’emergenza ricorrendo alla liquidazione dei suoi asset fondamentali e coprendo la sua inettitudine con menzogne ideologiche, sconfessate dalla situazione storica. Diversamente, per esempio, è difficile spiegarsi le persecuzioni giudiziarie contro le nostre imprese di punta, vedi Eni e Finmeccanica, che preludono al loro smembramento, con cessione di rami di attività, tecnologicamente importanti, a stranieri assetati di profitti e di posizioni dominanti, in nome del mercato e della libera concorrenza.

In queste circostanze critiche, esso non riesce a conservare le sue esclusive prerogative, di comando, di selezione delle decisioni, di sintesi sociale, di convogliamento del consenso  ed è costretto a cedere fette sempre più ampie di sovranità  agli organismi extraterritoriali (sperando di preservare un certo ordine interno, scaricando fuori dai confini le sue responsabilità) e a liquidare i suoi beni strategici  (per placare le scorrerie finanziarie con atti di sottomissione volontaria). Tanto una cosa che l’altra peggiorano la sua condizione di soggezione, esponendolo ad attacchi ancora più spregiudicati e disintegrativi.

Di questo fenomeno decostruttivo, che riguarda l’autodeterminazione stessa del corpo collettivo nazionale, viene data una lettura carnevalesca dai media, dalla stampa e dalla stessa classe (ormai non più) dirigente che  tende a differenziarsi in se stessa su basi psicologiche e soggettive, interpretando capziosamente la débâcle sistemica come l’effetto di un decadimento spirituale degli uomini dei suoi ranghi, facilmente isolabili e punibili. E poco importa che il malcostume sia esteso a tutto il regime politico, poiché ponendosi su un simile terreno settario è impossibile leggere la gravità degli eventi. La politica decade allora ad atto di purificazione fideistica, a disputa teologica tra bene e male che, in una speranza ingenua e vana, esito di una fede cieca ed antistorica, dovrà necessariamente concludersi la vittoria dei buoni sui lestofanti.

Inizia così la caccia alle streghe degli apprendisti stregoni che inseguono una infattibile rinascita morale (suddivisi tra chi ci crede veramente in quello che fa e chi cavalca subdolamente gli umori popolari), i quali anziché riuscire nell’intento di ristabilire i fantomatici valori dell’etica pubblica e della rettitudine personale, si ritrovano, presto o tardi, essi stessi ad essere accusati di aver contribuito, direttamente o indirettamente, alla degenerazione (in)civile, quanto meno per non aver saputo individuare e marginalizzare le mele marce. Insomma, c’è sempre qualcuno più puro che ti epura.

Inoltre la  crisi sovrana si  presenta , come già sapeva Gramsci, “nella  sempre  crescente  difficoltà  di  formare  i governi e nella sempre crescente instabilità dei governi  stessi:  essa ha la sua origine immediata nella moltiplicazione dei partiti parlamentari, e nelle crisi interne permanenti di ognuno di questi  partiti  (si  verifica  cioè  nell’interno  di  ogni  partito  ciò  che  si  verifica  nell’intero  parlamento: difficoltà di governo e instabilità di direzione). Le forme di questo fenomeno sono anche, in una certa misura, di corruzione e dissoluzione morale: ogni frazione di partito crede di avere la ricetta infallibile  per  arrestare  l’indebolimento  dell’intero  partito,  e  ricorre  a  ogni  mezzo  per  averne  la direzione  o  almeno  per  partecipare  alla  direzione,  così  come  nel  parlamento  il  partito  crede  di essere il solo a dover formare il governo per salvare il paese o almeno pretende, per dare l’appoggio al  governo,  di  doverci  partecipare  il  più  largamente  possibile;  quindi  contrattazioni  cavillose  e minuziose,  che  non  possono  non  essere  personalistiche  in  modo  da  apparire  scandalose,  e  che spesso sono infide e perfide. Forse, nella realtà, la corruzione personale è minore di quanto appare, perché  tutto  l’organismo  politico  è  corrotto  dallo  sfacelo  della  funzione  egemonica.  Che  gli interessati a che la crisi si risolva dal loro punto di vista, fingano di credere e proclamino a gran voce che si tratta della «corruzione» e della «dissoluzione» di una serie di «principii» (immortali o no),  potrebbe  anche  essere  giustificato:  ognuno  è  il  giudice  migliore  nella  scelta  delle  armi ideologiche  che  sono  più  appropriate  ai  fini  che  vuol  raggiungere  e  la  demagogia  può  essere ritenuta arma eccellente. Ma la cosa diventa comica quando il demagogo non sa di esserlo ed opera praticamente come fosse vero nella realtà effettuale che l’abito è il monaco e il berretto il cervello”.

Questo paragrafo sembra descrivere perfettamente la nostra fase, a fortiori ratione quando il pensatore sardo aggiunge che: “ l’unità  e  omogeneità  del  gruppo  dirigente [si pensi al nocciolo duro dei principali partiti del nostro presente]  è  una  grande  forza,  ma  di carattere  settario  e  massonico,  non  di  un  grande  partito  di  governo.  Il  linguaggio  politico  è diventato un gergo, si è formata l’atmosfera di una conventicola: a forza di ripetere sempre le stesse formule, di maneggiare gli stessi schemi mentali irrigiditi, si finisce, è vero, col pensare allo stesso modo, perché si finisce col non pensare più”. E, di fatti, i protagonisti, singoli e collettivi, del nostro arco costituzionale, benché rei di vent’anni di sfaceli, non si ritengono colpevoli delle devastazioni (che attribuiscono alle controparte parlamentare) e si dicono in grado d’invertire la rotta, nonostante ci abbiano provato in più occasioni, senza mai farcela. Et pour cause. Questo, appunto, non accadrà perché è l’irrigidimento delle loro convinzioni ideologiche, l’inabilità a comprendere le trasformazioni vorticose sulla scacchiera globale, l’irrisolutezza nel prendere atto dei cambiamenti e del peso dei nuovi rapporti di forza mondiali, a riportarli sempre alla medesima impotenza intrinseca e dipendenza estrinseca. A ciò, si unisca anche la ricattabilità di molti di loro che devono carriera e risorse alle trasferte oltreoceaniche e alle autorità di spicco incontrate in questi giri ed avrete di fronte un panorama mortificante. Ci salveremo? Difficile dirlo, ma finché saranno detti filistei a tenere in mano i destini della Penisola non possiamo nutrire alcuna speranza di scampo. Ci aspettano tempi bui e pericolosi, ed è possibile che per rivedere la luce debba morire l’Italia insieme ai suoi filistei. Poi, forse, si potrà ripartire ma dalle macerie lasciateci in eredità da una generazione politica vergognosa ed inscusabile.

 

TU VUO’ FA’ L’AMERICANO, NAPOLITANO?

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In una lectio magistralis pubblicata sul Corriere della Sera, il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha fornito un’epitome della sua visione/versione dei processi geopolitici in corso, indicando i percorsi comunitari, le direttrici d’integrazione internazionale e il quadro delle alleanze mondiali che l’Italia e l’Europa dovrebbero perseguire nel loro cammino contemporaneo.

Il Capo dello Stato, nella sua esposizione, pur augurandosi l’avvento di una nuova èra di sano multilateralismo ribadisce, senza se e senza ma, l’indiscutibile amicizia del nostro Paese nei confronti dell’America e dell’Occidente, luoghi privilegiati della democrazia e dei diritti umani.

Della Russia, sua vecchia patria ideologica, Napolitano parla en passant, ricordando il recupero di posizioni strategiche ed il recente consolidamento politico, avveratosi grazie alle copiosa disponibilità di risorse energetiche. E la mantiene a debita distanza persino dai BRIC (anche se l’acronimo la include, quasi a voler esorcizzare le imminenti polarizzazioni non favorevoli agli yankees) che nella sua trattazione diventano i BIC, come la penna che gli sfugge di mano pur di non dare il dovuto risalto alla cura ricostituente realizzata da Putin e dal suo entourage, dopo anni di smobilitazioni e umiliazioni. Qualcuno dovrebbe però spiegare agli sherpa e agli spin doctors del Presidente che il gas ed il petrolio sono appena alcuni degli strumenti che hanno permesso alla nuova classe dirigente russa di riorganizzarsi politicamente e di rilanciare la sfida ai nostri tempi convulsi. Se bastassero le fonti energetiche per attivare la potenza statale, tanti paesi dell’Africa e del Medio-oriente sarebbero in prima fila nella competizione globale. Ed, invece, questi diventano, loro malgrado, esclusivamente il terreno di battaglia dei big mondiali che si disputano le loro risorse e che sfruttano la loro collocazione logistica sulle rotte epocali.

Se oggi il mondo è un posto dove le schermaglie non si risolvono con operazioni di polizia, che non richiedono nessun atto di diplomazia, se non vige la legge di un’unica superpotenza, aggressiva e tracotante, lo si deve, in primis, a Mosca e alla sua rinata leadership ad Est. Senza il contraltare del Cremlino, la Casa Bianca avrebbe esteso il suo spazio vitale ben oltre i confini attuali, che sono già abbastanza vasti e sempre in via di ridefinizione, puntellamento, allargamento ed, a volte, anche ridimensionamento tattico, a sostegno della sua guida egemonica, ormai in relativa decadenza.

Il multilateralismo non è processo che sorge dalla generosità dei dominanti e dallo spirito democratico dei singoli Stati, i quali condividono le decisioni per amore dei diritti e della libertà dei popoli, esso è, piuttosto, il risultato di una redistribuzione delle energie sulla scacchiera planetaria derivante da concreti e contrastanti rapporti di forza. Il multilateralismo è la conseguenza di uno sviluppo storico, non l’effetto dell’altruismo dei gruppi dirigenti nazionali; spesso, inoltre, questo termine gentile cela il tentativo di assorbire, per via procedurale, tensioni che, tuttavia, troveranno, presto a tardi, uno sbocco manifestamente conflittuale. Il multilateralismo è il concetto che dissimula agli occhi comuni l’irrefrenabile evoluzione multipolare delle disfide internazionali.

Inversamente da quanto afferma Napolitano, l’adesione incondizionata dell’Italia al patto occidentale, nella presente fase multipolare, sta portando scarsi vantaggi. Il nostro Paese avrebbe avuto opportunità migliori continuando a coltivare il terreno delle alleanze ad est e nel Mediterraneo, opzioni che sono state, invece, ostacolate dai nostri partner continentali ed extracontinentali, i quali hanno ostruito il flusso dei nostri affari e dei nostri accordi per dirottarli a proprio beneficio.

Così il Belpaese, ormai bello solo di fuori e completamente marcito all’interno, colpito a morte dalla crisi, che è débâcle di comando e di sovranità nazionale, prima ancora di essere default finanziario, è stato marginalizzato in tutti i consessi che contano. Essere rimasti a rimorchio degli Usa o a fare la ruota di scorta dell’UE, in ogni circostanza, anche quando ciò andava ad incidere negativamente sulla nostra sfera di sopravvivenza (come avvenuto con la guerra in Libia, le sanzioni all’Iran o la destabilizzazione della Siria, siti dove avevamo un bel giro d’affari e ottimi legami apicali), essersi rivelati pedissequamente assertivi, verso tutto quello che discendeva e discende dai centri decisionali atlantici ed europei, è stato il sintomo più evidente del meschino provincialismo e dell’autolesionismo dei nostri governanti, ed è a causa di queste mancanze di orizzonti e di coraggio che siamo stati retrocessi al rango di colonia povera della cornice occidentale.

A Napolitano va bene così. Ma ciò che va a pennello a questa oligarchia subdominante nostrana, come si può tristemente riscontrare, ci danneggia come collettività. Egli è stato l’artefice, sul finire degli anni settanta, di un salto di campo ideologico oscuro e abusivo, almeno alla luce di quello che l’élite piccìista andava raccontando ai suoi militanti e simpatizzanti, i quali, a lungo, hanno continuato a credere al ruolo del Partito Comunista, quale organizzazione anti-sistemica impegnata nell’edificazione di una formazione sociale alternativa al capitalismo. E’ stato lui il primo comunista ad attraversare l’Oceano per concordare con Washington il definitivo passaggio di campo del PCI mentre, già nel ’76, Enrico Berlinguer aveva preparato il terreno per la sterzata definitiva, affermando di sentirsi protetto sotto l’ombrello della Nato. Più che di un ombrello per la patria si è trattato di un paravento per un drappello di arrivisti e rinnegati, stanchi di vivere sull’uscio della stanza dei bottoni e disposti a tutto per conquistarsi il potere decisionale, anche ad abiurare i vecchi ideali e a svendere l’indipendenza nazionale. Per questo Giorgio Napolitano sarà ricordato, per sempre, come un grande Presidente. Negli Stati Uniti d’America.

PEGGIO DI COSI’ SI VOTA.

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Quando un Paese non è in grado di esprimere una seria leadership politica e, pertanto, proiettarsi con le sue idee e visioni peculiari in un mondo in costante evoluzione, quando è incapace di programmare il suo avvenire, prossimo e lontano, diventa facile preda degli istinti rapaci degli avvoltoi della finanza e delle bestie sociali più retrive (industriali, economiche, ideologiche), le quali assorbono tutte le energie dello Stato distruggendo le ultime speranze di ripristinare un corso degli eventi più favorevole alla collettività, mentre ci si trova nel bel mezzo di una tempesta sistemica globale.

Queste colonie di saprofiti che si chiamano partiti, sindacati (operai e padronali),  cda di banche arraffatrici e di imprese decotte ed assistite, giornali asserviti, esattori incalliti, burocrati pervertiti, predicatori inviperiti e razzolatori invertiti, si moltiplicano nel tessuto connettivo comunitario divorandolo fino all’osso.

La speculazione, nelle sue diverse forme; lo smantellamento dei circuiti produttivi; gli inutili sperperi del denaro dei contribuenti nei settori di precedenti ondate tecnologiche;  la rincorsa dei modelli astratti nella gestione dei conti pubblici; la mancanza di piani di sviluppo e di rilancio degli investimenti nei comparti trainanti; la demolizione del welfare state; l’assenza di strategie per aggredire i mercati più profittevoli; i tentativi di smembramento delle imprese di punta attraverso svendite mascherate da privatizzazioni (Eni, Finmeccanica, ecc.); la dismissione delle infrastrutture fondamentali; l’andare a rimorchio delle altre grandi potenze nelle missioni militari e nelle scelte geopolitiche; l’adesione acritica alla propaganda mondiale in materia di condivisione dei processi e armonizzazione delle decisioni, salvo ritrovarsi ad asseverare risoluzioni unilaterali preconfezionate da terzi prepotenti; la perdita di privilegi commerciali e il dissolvimento di canali diplomatici preferenziali (si pensi alla Libia, all’Iran e, financo, alla Siria, tutti scenari dove prima di embarghi e conflitti imposti dai nostri partner a primeggiare era lo Stivale); in breve, ognuna di queste deficienze in un presente di profonde trasformazioni, genera decadenza nazionale e sottomissione internazionale.

L’Italia sta morendo per inettitudine propria ed aggressione esterna, ma nel dibattito elettorale, i  partiti e il loro seguito di militanti osservanti, anziché affrontare i temi urgenti di cui sopra, assumendosi le necessarie responsabilità, si lanciano in risse furibonde, come gli ultras alle partite di calcio, riempiendosi di vituperi, che poi sono strameritati per tutti.

Questa tragica situazione si protrae ormai da un ventennio, da quando la precedente classe dirigente, democristiana e socialista, fu spazzata via da un golpe “per procura”, impropriamente chiamato Mani Pulite, con il quale vennero esautorati tali rappresentanti del popolo, eccessivamente disinvolti nel maneggiare il potere politico e, purtuttavia, nient’affatto incompetenti, per far posto agli odierni impresentabili, ovvero alle seconde file di quegli stessi organismi mutati esclusivamente nelle sigle, venute alla ribalta per la falcidiazione del vecchio establishment.

Successivamente all’assalto di magistrati e puritani della legalità (più spaventati dalla caccia alle streghe che sinceri nel pentimento) agli assetti della I Repubblica – gli uni e gli altri accortisi sospettamente “tardi” del presunto letamaio consociativo, al quale dovevano la carriera o nel quale erano cresciuti professionalmente, ed altrettanto abili a rifugiarsi repentinamente nello sciocchezzaio giustizialistico e moralistico corrente, soccorsi, come poi si è saputo, da imboccamenti e spifferate di servizi stranieri – venne annunciata la necessaria rifondazione dell’Italia su basi eticamente trasparenti.

Basta guardarsi in giro per constatare lo sbaglio e l’abbaglio.

Adesso, nonostante la sovrabbondanza di onestà e perbenismo, si depreda più di ieri, si depauperano i cittadini in maniera più famelica, si frega il prossimo senza ritegno, si dilapidano risorse generali per misere ragioni di bottega, si consegnano nelle mani di avidi usurai europei e mondiali le patrie ricchezze, si mettono in saldo i tesori collettivi per un posto da ministro o da inviato speciale alla corte delle cerchie globali, si avviliscono le prospettive autonomistiche del Paese per ottenere l’endorsement forestiero che cresce quanto più si deprime la nostra sovranità statale.

E ci voleva una rivoluzione a suon di monetine al Raphael e di persecuzioni inquisitorie  per arrivare a questo scempio?

La verità è altrove, distante dai luoghi comuni di questi lustri ignobili e mistificanti. Quel colpo di Palazzo che portò a scoperchiare i quarantennali  metodi tangentari, consociativi, cooptativi e lottizzatori applicati alla gestione degli affari di stato, di Dc e Psi, con l’appoggio desistente del PCI, fu il risultato di un mutamento di scenario globale all’indomani della guerra fredda.

L’Italia perdeva il suo ruolo di bastione avanzato nella lotta al comunismo al fianco dell’Occidente americanizzato che così intese sbarazzarsi dei capi e delle correnti eccessivamente compromessi con un passato superato dagli eventi.

Occorreva rivolgersi ad individui ambiziosi e apparentemente meno coinvolti col logoro “regime” demosocialista per riportare la Penisola entro un quadro di rapporti di più largo assoggettamento, politico, economico e culturale.

L’affermazione unipolare degli Usa, l’unica iperpuissance rimasta sulla scena, modificò le relazioni tra questa e i suoi satelliti i quali, per tanto tempo, avevano goduto di una certa tranquillità grazie al fatto di rappresentare una cintura protettiva verso il blocco sovietico.

Dissoltasi l’URSS e allargatisi i confini dell’impero, in assenza di concreti nemici esterni (la minaccia islamica è stata una invenzione delle teste d’uovo Yankees, che ogni tanto sfugge di mano ma che più spesso risolve intricate questioni periferiche),  agli alleati veniva imposto di partecipare ai maggiori sforzi della Casa Bianca per mantenere tale supremazia, senza i benefici e le garanzie antecedenti.

Inoltre, questo predominio assoluto, contrariamente a molte previsioni di Washington, entrerà in crisi in appena un decennio, col riaffacciarsi sulla scacchiera planetaria di nuovi e antichi protagonisti con velleità egemoniche mondiali e regionali: dalla rediviva Russia, alla rinascente Cina, alle altre formazioni minori le quali mirano a divincolarsi territorialmente costituendo influenze più ristrette che, tuttavia, intralciano i programmi delle superpotenze.

In questa tenaglia di fatti, l’Italia, anziché reagire e ricavarsi un posto, ha dato seguito all’apertura dei suoi forzieri, tra traversate sul Britannia (il panfilo di Sua Maestà la Regina d’Inghilterra che nel 1992 ospitò banchieri, faccendieri, manager delle best company pubbliche e private, uomini dell’alta finanza e delle nostre istituzioni, dove vennero sancite le linee maestre delle privatizzazioni dei gioielli di famiglia), regalie a capitani coraggiosi, disposti al rischio almeno finché lo Stato copre loro le spalle, cessioni a tutto spiano delle infrastrutture strategiche a compatrioti squattrinati o falliti (teste di turco si sarebbero chiamate una volta) risorti grazie a finanziatori occulti di stanza oltre confine e nei vari paradisi fiscali, ecc. ecc.

Questi dovrebbero essere gli argomenti dell’agenda politica ed, invece, ci ritroviamo a dibattere tra le promesse di chi vuole eliminare l’IMU (una tassa che non avrebbe mai dovuto essere introdotta da quanto è iniqua ed ingiusta) pur avendola votata in aula e le lamentele della controparte la quale, invece, la ritiene ineliminabile, soprattutto dopo che è servita a salvare una banca amica. Il livello del dibattito è l’antipasto di quello che accadrà a breve.

Tra i due grossi schieramenti antitetico-polari s’inserisce poi un pulviscolo di  chiacchieroni moderati, di sognatori liberali e di estremisti civici che è meglio perderli che trovarli.

Rinchiusi nelle loro chiese oltranziste fantasticano: chi di creare una perfezione tecnocratica per governare gli italiani con l’assenso di Bruxelles e degli organismi transcontinentali; chi di eliminare lo Stato per lasciar sfogare gli animal spirits imprenditoriali; chi di riportarci ad un ambiente incontaminato, sano di corpo e di principi. I primi sono appena usciti dall’Esecutivo lasciandosi dietro tante macerie ed un mare di prelievi dalle tasche dei connazionali, i secondi sono i medesimi che invocano la libera concorrenza finché ci guadagnano mentre se iniziano a non macinare profitti s’inventano formule del tipo “too big to fail” per socializzare le perdite ed, infine, i terzi, vorrebbero riportarci indietro di secoli, alle comunità auto-sussistenti legate ai cicli stagionali ma senza pagare il dazio dell’arretratezza produttiva e della dipendenza dai capricci climatici di quelle formazioni umane vetuste, blaterando di reti e di energia alternativa in un simile quadro di rapporti sociali rifeudalizzati.

Per il momento, insomma, siamo messi davvero male, e non saranno le urne a liberarci dal marcio dei nostri giorni. L’unico augurio da farsi è che non vada anche peggio di così, ma le speranze sono poche. Peggio di così, infatti, c’è solo il voto.

MA CHE BELLA DEMOCRAZIA

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  • Il concetto di democrazia è ormai una discarica ideologica dove ognuno ci mette quel che vuole, dall’uranio impoverito ad internet, un contenitore illusorio dove  vengono accatastate maliziose interpretazioni e pessime intenzioni. In nome di questo si commettono abusi e soprusi di ogni sorta, in campo internazionale ed in ambito nazionale.La democrazia, oltre che un inganno ai danni degli strati non decisori della collettività, è diventata un prodotto esportabile all’estero (nei cosiddetti Stati canaglia), al di fuori delle normali logiche mercantili, tanto che il prezzo lo fissa sempre l’offerta, a suon di bombe ed invasioni di “civiltà”. La democrazia vuole essere la moglie di tutti e quando si dà a qualcuno, vestita di fosforo bianco, non accetta opposizioni. E’ la sposa che ti fa cadavere.
    La responsabilità del degradamento, fino allo svuotamento, del termine democrazia non sta nella categoria in sé, la quale ha svolto una funzione propulsiva in determinate epoche, piuttosto, sta nel senso storico che essa ha assunto hic et nunc, sospinta dalle condotte dei gruppi dominanti, egemonizzati dal modello americano, a livello politico ed economico. Tuttavia, occorre leggere le cose per come realmente sono, non per come sono state in un tempo tramontato o per come ci piacerebbe che fossero in futuro.

    Al cospetto di una mutazione genetica secolare ed irreversibile, non serve a nulla ripercorrere a ritroso il cammino della suddetta nozione per tentare di ripristinare il suo primigenio ed incorrotto significato, semmai è esistito. Essa non sarà riportata in vita dall’archeologia filosofica e letteraria dei saggi in cerca di seggi o di cattedre universitarie ed, anzi, tale operazione potrebbe finire per dare una mano agli adulatori del popolo, contro il popolo, i quali continueranno a legittimarsi grazie alle astrazioni romantiche dei sapienti che stridono con le prosaiche azioni dei prepotenti.
    Per questo motivo si può ben sostenere che la democrazia è il miglior involucro di una dittatura strisciante e surrettizia, la quale, attraverso una partecipazione fittizia ed inessenziale della società civile alle decisioni istituzionali (preventivamente selezionate e, per ciò stesso, disattivate della loro eventuale carica critica), ritualizzata negli eventi elettorali a cadenze prefissate, ottiene il plebiscito dei cittadini a garanzia di istanze preordinate sulle quali la gente ha apparentemente voce in capitolo.

    Lo chiamiamo plebiscito (o investitura referendaria) perché non esiste una vera alternativa tra i partiti in corsa, soprattutto in quei contesti dove il potere costituito ha abdicato alla sua sovranità nazionale.

    Infatti, chiunque esca vincitore dal confronto nelle urne non metterà mai in questione, per debolezza intrinseca ed adesione passiva allo statu quo, prescrizioni e diktat esterni, provenienti dagli organismi mondiali, politici e finanziari.
    Quando questi signori dicono che terranno fede agli impegni assunti con le principali cancellerie straniere, con l’UE, il FMI, i mercati, ecc. ecc., anche se questi obblighi rappresentano una ipoteca inestinguibile sugli sventurati destini dei connazionali, avete finalmente presente il valore del vostro voto. La sua efficacia è, dunque, meno di niente.

    La cosa paradossale è che qualcuno richiama alla preferenza utile (evidentemente per se stesso) rivolgendo appelli a non disperdere i suffragi verso le formazioni minori. A che titolo? Per monopolizzare cariche e posti in Parlamento, al fine di muovere la testa a comando e ribadire al volgo che non si può fare diversamente, perché ce lo chiede l’Europa o chi per essa.
    D’altro canto però, non è meno truffaldino affermare di poter far scaturire, come asseriscono molti predicatori odierni che furoreggiano tra i giovani arrabbiati e disabituati al ragionamento politico, tutte le decisioni generali dal basso, con un clic del mouse; non è meno illusorio propagandare di poter allargare il processo decisionale alla cittadinanza intera, coinvolgendolo ciascun individuo in tutti i settori dell’esistenza associata, senza la necessità di delega (e guida) a gruppi dirigenti preparati.

    Chi afferma ciò è già il terminale carismatico di un drappello di uomini che hanno elaborato una strategia di affermazione sociale, poco contendibile, da far metabolizzare ai simpatizzanti urlatori. Lo hanno fatto a guisa di escatologi in grembiulino con l’inclinazione ad operare nell’oscurità, per l’oscurità (vedi il guru Casaleggio). Il loro seguito di prescelti crede di essere protagonista del grande cambiamento, di un nuovo orizzonte che nascerebbe dalle viscere della rivelazione civica, da una partecipazione paritetica e sincera di tutti i componenti al progetto, mentre sono appena gli zelanti esecutori di visioni, non sempre sane e brillanti, che qualcuno ha instillato nella loro testa.

    Tali movimenti, quanto meno sono aperti e liberi nella forma organizzativa e decisionale (ovvero settari),  tanto più abbisognano di ricorrere alla retorica valoriale e morale, di tipo biblico, per tenere unito il fronte.  A questo ci pensa l’ineffabile Capo che si descrive come un primus inter pares, contro ogni evidenza. Una volta “apostolizzati” gli aderenti tutto dovrebbe filare, poiché i discepoli non discutono la parola del Signore (chi la mette in dubbio va fuori), anche se si tratta di un signore qualsiasi, ma, al più, la interpretano e la conducono in giro per fare altri proseliti.

    Ad ogni modo, nonostante le perplessità esplicitate, i suddetti collettivi fondati sull’emotività sociale, potrebbero svolgere, in questa particolare fase politica, una funzione positiva, sparigliando le carte del gioco elettorale, portando al tavolo politico ufficiale tematiche che ostacolano le agende servili, verso i poteri finanziari ed euroburocratici, delle compagini partitiche classiche.

    A tal proposito, riporto una citazione da Gramsci che dovrebbe schiarire meglio le opinioni sui tipi umani e collettivi di cui abbiamo discusso: dai ricettatori di voti utili nelle democrazie inutili, ai fantomatici uomini della responsabilità pubblica che sono degli irresponsabili nazionali, dalle élite per decreto presidenziale ai giullari moralizzatori che accendono la democrazia con un tasto del computer.

    In ogni caso, il risultato è uno spossessamento generale degli italiani che non sono più padroni della vita statale, svenduta a predoni stranieri e saccheggiatori autoctoni, consultazione dopo consultazione. Questa è la nostra bella democrazia espressa col voto. Infatti, come diceva Mark Twain, se fosse utile votare non ce lo lascerebbero fare.
    “Le idee e le opinioni non «nascono» spontaneamente nel cervello di ogni singolo: hanno avuto un centro di formazione, di irradiazione, di diffusione, di persuasione, un gruppo di uomini o anche una singola individualità che le ha elaborate e presentate nella forma politica d’attualità. La numerazione dei «voti» è la manifestazione terminale di un lungo processo in cui l’influsso massimo appartiene proprio a quelli che «dedicano allo Stato e alla Nazione le loro migliori forze» (quando lo sono). Se questo presunto gruppo di ottimati, nonostante le forze materiali sterminate che possiede, non ha il consenso della maggioranza, sarà da giudicare o inetto o non rappresentante gli interessi «nazionali» che non possono non essere prevalenti nell’indurre la volontà nazionale in un senso piuttosto che in un altro. «Disgraziatamente» ognuno è portato a confondere il proprio «particulare» con l’interesse nazionale e quindi a trovare «orribile» ecc. che sia la «legge del numero» a decidere; è certo miglior cosa diventare élite per decreto. Non si tratta pertanto di chi «ha molto» intellettualmente che si sente ridotto al livello dell’ultimo analfabeta, ma di chi presume di aver molto e che vuole togliere all’uomo «qualunque» anche quella frazione infinitesima di potere che egli possiede nel decidere sul corso della vita statale”. (Antonio Gramsci)

     

CAPITALISMO, DENARO, FINANZA, CRISI E GEOPOLITICA

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Che cos’è il denaro?  Cosa sono i suoi duplicati finanziari? In quale contesto di vincoli di forza (sociali) si collocano le crisi sistemiche ed economiche passate e presenti ?

In periodi di scandali bancari, e di tasche vuote per la maggior parte di noi, sarebbe opportuno decifrare meglio le funzioni  del denaro (laddove si blatera troppo di neo-mercatismo o di irreversibilità del capitalismo finanziarizzato) e la sua “natura” (variabile nelle epoche storiche), soprattutto, perché gli economisti  accreditati dal potere non hanno mai smesso il vizio di associare le leggi di una specifica formazione sociale, quella capitalistica, a tutte le generazioni dell’umanità, in maniera indifferenziata, facendole discendere dalla notte dei tempi; tanto che in loro resiste ancora il mito fondativo di Robinson, il naufrago finito sull’isola deserta, il quale riorganizza la sua esistenza selvaggia nella stessa maniera in cui gestiva la sua quotidianità nel mondo civilizzato.

Secondo l’economica diffusa, questa trasposizione romanzesca dovrebbe spiegare la spontaneità della mentalità mercantile degli individui  che si riforma da sé in ogni circostanza, mentre, in realtà, certifica esclusivamente i suoi pregiudizi ideologici circa l’interpretazione dei fatti collettivi.

La robinsonata, come l’avrebbe chiamata Marx, sta in questo: il personaggio di Defoe non  trova la razionalità strumentale e l’indirizzo logico che guiderà la sua attività,  in quel luogo sconosciuto, già pronta sugli alberi ma la ricava dai suoi savoir-faire precedenti, acquisiti dal contesto  di provenienza.

Se il Robinson, anziché ai primi del 1700, fosse stato scritto in arco medievale, avremmo visto operare ben altra scala di iniziative e di condotte da parte del superstite, non di sicuro la visione del borghese del XVIII secolo; quantunque si debba ammettere che gli esseri umani abbiano repentinamente imparato a calcolare costi e benefici dei loro atti per sopravvivere in un ambiente costantemente ostile.

Ancor peggio, immaginate che Robinson fosse andato alla deriva con la sua imbarcazione, non in età adulta ma in fasce, in un viaggio compiuto con i suoi genitori. Qualora si fosse miracolosamente salvato e, poi, casualmente raccolto ed allevato da un gruppo di primati, piuttosto che il discendente di un mercante tedesco  trapiantato ad Agua Buena, avremmo avuto a che fare con Tarzan delle scimmie, un vero animale guidato dal codice della giungla.

L’intelligenza di Tarzan, il quale resta, comunque, un rappresentante della razza Sapiens-Sapiens, lo porterà a primeggiare sul branco (intuisce come usare usare un coltello trovato nella capanna del padre) ma i suoi processi di evoluzione rimarranno lentissimi e difficoltosi, limitatamente a quel che gli occorre per farsi rispettare dalle bestie.

Torniamo ora alle nostre domande iniziali e alle medesime alchimie escogitate dagli economisti per spacciare come eterni concetti e categorie che sono sociali e non sovrapponibili  nelle diverse ère (di imperituro c’è solo l’euro che vivrà quanto la faccia tosta di Monti e Draghi).

Mi è capitato, quando ero studente, di trovare sui manuali universitari frasi come questa “considerata la naturale capacità del denaro di autovalorizzarsi…”. Naturale? Un corno! Il denaro diventa quello che è anche adesso, cioè mezzo di accumulazione di valore e misura del valore (delle merci), mezzo di pagamento, mezzo di circolazione e di scambio dei prodotti,  quando quest’ultimi assumono la forma di merci nella loro generalità, ossia quando sorge il lavoro salariato (venduto come qualsiasi altra merce dai suoi portatori ai detentori dei mezzi produttivi, i quali avevano spossessato dei saperi e delle attrezzature gli artigiani e le corporazioni)  e i beni vengono creati direttamente per essere venduti a terzi. Antecedentemente, nelle società pre-industriali, le cose stavano in maniera differente e, nonostante il denaro esistesse, svolgeva compiti interstiziali e residuali.

Se prendiamo come riferimento l’alto medio-evo, andando alle radici dell’economia europea, benché le monete circolassero , anche nelle contrade più amene, non avevano l’importanza corrente. I sovrani ne facevano coniare di bellissime, in lega pregiata, per magnificenza più che utilità. Inoltre, non era tanto il valore nominale che le faceva accettare ma il peso e la materia. Insomma, in quest’epoca e in altre successive, fino all’avvento della modernità, come scrive Duby, i fenomeni monetari erano meno attinenti alla storia economica che alla storia delle culture e delle strutture politiche.

Sarà, pertanto, unicamente con l’affermarsi del sistema capitalistico, storicamente rinveniente da peculiari connessioni sociali, che il denaro, in quanto Capitale, acquisterà la “capacità di autovalorizzarsi”.

La società capitalistica – in cui tutti gli uomini sono liberi da condizioni di schiavitù o servaggio – si presenta come un grande aggregato di individui che riproducono la loro vita associata, cioè i rapporti che li legano reciprocamente, mediante produzione di beni caratterizzata dalla seguente modalità: ognuno produce beni per altri e gli altri li producono per lui. Ognuno si specializza dunque nella produzione di un dato bene, aumentando perciò l’efficienza produttiva dello stesso; poiché tutti si comportano così, nel complesso si ha un vertiginoso aumento della produzione – dunque della ricchezza, che è una somma di valori d’uso – dell’insieme societario. Questo enorme interscambio – che richiede appunto l’uso del mezzo universale di scambio, il denaro nelle sue varie figure monetarie – è colto dai sensi nel suo aspetto più superficiale, che denota la conquista dei diritti personali (di un individuo libero, né servo né schiavo, ecc.) da parte di tutti i membri della società; ognuno ha da scambiare qualcosa di utile per altri. E ognuno è libero sia di migliorare il bene prodotto per la vendita, sia di aumentarne la produzione, al fine di accrescerne la valutazione complessiva – da parte degli altri – e di potersi dunque procacciare da questi ultimi quantità superiori dei beni da essi prodotti e a lui venduti”. (La Grassa).

Dunque, in questa architettura di legami sociali, perché il Capitale è, in primo luogo, un rapporto sociale, la forma dominante di merce dei prodotti implica l’uso generalizzato del denaro e la sua duplicazione (i suoi derivati immateriali), che contribuisce a far emergere un settore specializzato, quello appunto finanziario, dove il denaro compie il “miracolo” di moltiplicarsi da se stesso. Le crisi che si verificano, a fasi  alterne, soprattutto a livello mondiale, dipendono da uno squilibrio dei concatenamenti sociali e di forza, tra formazioni (paesi), o aree di paesi (nonchè al loro interno), in quanto questi sono coinvolti in una rete di relazioni mondiali, di tipo politico (la potenza) ed, in subordine, economico (commerci).

Anche se al primo manifestarsi la crisi si mette in scena col precipitare del business in borsa, con l’arrembaggio speculativo, con i fallimenti bancari, fino al, vero e proprio, blocco dei circuiti mercantili dello scambio, non è in questi elementi che si deve riconoscere la concreta causa della débâcle.  Non è l’immoralità dei brokers e quella di spietati faccendieri  a generare il caos, e non è con il ripristino della morigeratezza negli affari che si può ricostituire un clima di migliore prosperità e collaborazione.

Dobbiamo smentire l’attuale vulgata, così di moda negli ambienti economici ed accademici, secondo la quale siamo  entrati in piena fase di finanziarizzazione del capitalismo che per alcuni, i critici, rappresenta uno stadio di degenerazione ultima del sistema, per altri, i restauratori, una momentanea fuoriuscita dal solco della normalità.

La crisi indica, quando prolungata ed intesa, la trasformazione degli assetti sociali internazionali, con la riconfigurazione dei centri di sprigionamento della potenza e la costituzione di nuovi punti di snodo geopolitico, lungo tutta l’impalcatura mondiale (multipolarismo). La crisi è destinata a sfociare in molti conflitti, di modulazione diversa (non soltanto ed esclusivamente militare), finché i giocatori in campo non si saranno stabilizzati in poli di concorrenza e conflittualità, tanto manifesta che “retroscenica”, rivolti alla conquista della maggiore preminenza possibile sullo scacchiere planetario (policentrismo). Successivamente a siffatto ulteriore gradino, si dovrebbe pervenire, in tempi mai preventivabili a priori, ad una nuova stagione monocentrica, generalmente meno precaria (si pensi al predominio inglese nell’ottocento e a quello, in coabitazione, nel novecento di USA ed Urss). Quindi, siamo solo al principio di eventi devastanti che cambieranno la morfologia e la sostanza del panorama storico-politico del prossimo  futuro.

La ripresa nel 2013, particolarmente per uno Stato fatiscente ed in decadenza come quello italiano, è la favola raccontata ai bambini da saccenti analisti e politici, spesso in malafede o attenti a che il popolo non apra mai gli occhi.

ELOGIO DELLA CORRUZIONE

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Elogio della corruzione

Il titolo è volutamente provocatorio ma è bene non essere umorali prima di saltare alla conclusioni e lapidare l’autore di questo intervento.

Quel che d’acchito può apparire disonesto ed immorale non è detto che, in fondo, lo sia. La grandi trasformazioni sociali sono perennemente intrecciate alla tragedia e al sacrificio, anche estremo, di individui e gruppi, per agguantare gloria e trionfi.

Non v’è disegno collettivo che non si accompagni a mirabili ideali e truci inganni, ad eroiche aspirazioni e basse menzogne, all’immolazione corporale per la causa  e al cedimento tattico per la preservazione della strategia complessiva, di quanti si mettono in ballo per affrontare gli eventi ed incidere sui medesimi.

Se una determinata iniziativa è finalizzata a raggiungere più elevate mete ed un miglioramento comune, mai esente da sforzi immani e spesso devastanti, se essa mira a  cogliere il senso dei rivolgimenti epocali per mettersi a capo dei mutamenti, significa che quel primigenio giudizio era stato, quanto meno, affrettato.

Sono gli esiti e i traguardi toccati a smentire quest’ultimo, come direbbe il Croce, ed è la neghittosità intellettuale e l’accecamento dogmatico  che fa sorgere la scomunica e scorgere la nequizia laddove si affaccia la Storia.

Lo sdegno e l’indignazione dei predicatori dalla vista corta e dalla tunica lunga, almeno quanto la lingua, producono unicamente arretramento ed oscurantismo, frenando gli spiriti animali che rendono vive e combattive le varie formazioni antropiche.

Ai moralizzatori di casa nostra, col codice penale in bocca e la segatura nel cervello, staranno fischiando le orecchie, ma è bene spiegare a lorsignori che nessuna civiltà è mai progredita adottando i categhismi integrali del giustizialismo e del legalitarismo.  E’ giusto che le regole esistano e che vengano, fin dove possibile, rispettate, ma ci sono sempre gli stati d’eccezione a sconfermarle, quelle circostanze mutevoli ed imprevedibili che creano nuovi contesti e richiedono adattamenti organizzativi, passando da lotte furibonde e dispute sanguinose. Anzi, se si guarda alla nostre faccende trascorse, uno dei periodi di massimo splendore per l’Italia è stato proprio il Rinascimento, epoca di scoperte scientifiche e di prosperità culturale ed economica ma anche di complotti, intrighi e ammazzamenti a sfondo politico (e di ogni altro genere criminale).

In questi giorni, è uscita nelle sale italiane l’ultima fatica cinematografica di Steven Spielberg, Lincoln, la storia del 16° Presidente degli Stati Uniti D’America. Gli americani sono bravissimi nel trattare le loro questioni nazionali che non mancano di narrazione agiografica ma, ugualmente, non tralasciano il cinismo che ne sta alla base. Lincoln è ricordato nei libri e nell’immaginario collettivo mondiale per aver combattuto il regime di schiavitù del Sud. Tuttavia, non si trattò, tanto ed esclusivamente, di un fatto umanitario ma di una necessità strategica, politica ed economica dei suoi tempi.

Come scrive l’economista veneto Gianfranco La Grassa, quel conflitto era propedeutico all’acquisizione delle condizioni-base per l’ ascesa degli Usa a prima potenza mondiale: “L’evento cruciale fu la guerra civile o di secessione del 1861-65 che fu sanguinosissima. Si confrontarono l’Unione (del nord) e la Confederazione (del sud). La simpatica e nobile scusa – di cui Abramo Lincoln viene considerato, sbagliando completamente indicazione, l’idealista portatore – fu la liberazione degli schiavi, lavoranti nelle piantagioni di cotone del sud. In realtà, la questione era molto più prosaica. I confederati, produttori di cotone esportato verso l’Inghilterra della prima Rivoluzione industriale (industria soprattutto tessile), sostenevano le virtù del libero mercato e dunque del commercio internazionale senza intralci tra loro e l’Inghilterra. Questa era l’ideologia propagandata, ad es., da Thomas Cooper, mediocre economista, che seguiva le tesi ricardiane della teoria dei costi comparati. Il Nord non se ne diede per inteso, voleva sviluppare l’industria, utilizzando il protezionismo necessario per una certa fase iniziale di irrobustimento della stessa; seguendo quindi semmai l’impostazione listiana dell’“industria nascente”. Per ottenere tale risultato, dovette però schiacciare il Sud; e per schiacciarlo incrementò non soltanto l’industria in genere, ma pure quella delle armi, con tutte le innovazioni che questa comporta quando è messa alla frusta”.

Nella pellicola di Spielberg emerge l’elemento economico, quello dello svantaggio competitivo del Nord che non può usufruire di mandopera gratis come nel Sud (cosa che ostacola la costituzione di rapporti sociali e produttivi pienamente capitalistici), mentre è carente quello politico (l’impellenza di recidere la dipendenza geopolitica dall’Inghilterra). Tuttavia, ciò che non difetta è la descrizione dei mezzi, poco ortodossi, di cui Lincoln si serve per raggiungere i suoi legittimi e progressivi (per tutta la società americana, anche per quella parte che gli è nemica) obiettivi. Il Presidente corrompe i “congressisti” dell’opposizone, ne compra i voti promettendo incarichi e prebende, tutto pur di far approvare il XIII emendamento contro la schiavitù. Insomma, il capo dei Repubblicani esaurisce i suoi scopi grazie al suk dei parlamentari, per mezzo di corruzione e regalie. Immagino che anche laddove detto stratagemma fosse fallito egli sarebbe ricorso a sistemi ancor più persuasivi…

Se Oltreatlantico, in quelle contingenze, fosse vissuto un avo di Marco Travaglio, probabilmente costui avrebbe chiesto l’immediata messa in stato d’accusa del Presidente, con l’invocazione ai giudici di una pena esemplare al fine di rieducare il malfattore.

E così, torniamo alla questione iniziale per trarne una “morale”. Torcendo il bastone ed estremizzando i risultati della disquisizione , potremmo affermare che l’umanità si fonda sull’immoralità, tuttavia, c’è chi si serve di sotterfugi ed inganni, in maniera ingegnosa, per avvicinare orizzonti superiori e perseguire trasformazioni necessarie e chi, invece, per satollare bassezze sicofantesche e incliazioni da lestofante. Dunque, sono gli esiti, solenni o infimi, delle destinazioni ambite che fanno la differenza tra gli eroi e i farabutti. Ad ogni modo, con con tutto il disprezzo che si possa provare per i secondi, i quali finalizzano, in ogni caso, un’utilità, benchè egoistica e particolaristica, c’è un’altra categoria di soggetti che merita maggior biasimo e commiserazione: i paladini della purezza e della moralità insidacabile.

Costoro, per troppo zelo umorale e cieco dogmatismo valoriale, finiscono col credere al primo ciarlatano che trasforma in predica pubblica i loro guaiti puritani e i loro belati civici. Senza procurarsi opportunità ma cagionando disagi agli altri e alla comunità. Quando il gregge s’accorge di essere stato tradito, come puntualmente accade, è troppo tardi per rimediare. Convinto di andare a fare un macello si ritrova scorticato in una macelleria. Per questo odio i moralizzatori ma, soprattutto, il loro seguito di beoti.

CENTOCINQUANT’ANNI BASTANO. ADESSO ACQUISTABILE IN FORMATO CARTACEO

LA GRA

 

Centocinquant’anni bastano. Uscire da Marx con Marx. L’ultimo saggio di Gianfranco La Grassa (€ 14,99, Narcissus ed.) è una lettura scientifica del pensiero di Marx, dei suoi lasciti teorici ancora validi ma anche dei suoi errori previsionali i quali, dopo più di un secolo e mezzo, non possono essere riproposti per cieco fideismo e stolto conservatorismo, in nome di una fantasia sovversiva che nasconde beceri interessi di preservazione accademica o politica.

La Grassa non nega e non rinnega la sua formazione marxista, anzi quest’ultima è il porto di partenza, l’ancoraggio da conoscere ed esplorare in ogni angolo ed anfratto, per poter salpare verso altri lidi concettuali, muniti degli strumenti adeguati ad interpretare la realtà delle nostre storicamente specifiche formazioni capitalistiche, nonché la natura dei rapporti e delle strutture sociali che le informano.

Ma il libro di La Grassa è anche una nuova proposta teorica, un riorientamento categoriale per posizionarsi nel mondo tumultuoso della nostra epoca, per individuare gli aspetti principali del capitalismo odierno e delle sue dinamiche intrinseche, per comprendere i nessi comuni ed elaborare una proposta trasformativa delle relazioni collettive, la quale inizia sempre ed inevitabilmente dallo sceveramento, per via astrattiva, di siffatte questioni. Senza intelligenza del problema non può esserci alcun progetto, neppure transitorio.

Per Marx il capitale non è una cosa ma un rapporto sociale. Non tutti lo hanno capito, nemmeno quanti si sono professati suoi convinti seguaci. Poiché, appunto, il capitale non è oggetto ma processo di “ri-produzione” di legami collettivi non egualitari, o egualitari solo in sembianza, è chiaro che esso non nasce strettamente nel luogo dove si combinano i fattori produttivi ma in un ambiente più ampio, qual è quello societario complessivo.

La grande scoperta di Marx, sta, pertanto, nell’aver smascherato i rapporti di subordinazione del sistema capitalistico, oltre la coltre superficiale del mercato, il regno della libertà e dell’anarchia, dove effettivamente individui svincolati da qualsiasi sottomissione diretta e, perciò, padroni di scegliere cosa offrire e cosa domandare, si ritrovano uno di fronte all’altro con le loro precipue proprietà e titoli monetari e giuridici.

Sul mercato ognuno si reca senza coazione ma sospinto dai rapporti sociali di cui è creatura. Qui ritroviamo, per effetto di processi storici già verificatisi (come l’accumulazione originaria, fenomeno primigenio e violentissimo), i detentori dei mezzi di produzione e i meri portatori di forza lavoro; i secondi, se vogliono sopravvivere, devono vendere la loro particolare merce ai primi che hanno gli strumenti per utilizzarla proficuamente. Nessuno li costringe con la forza a “vendersi” ma allorché si decidono in tal senso (e la scelta è preordinata, tanto da diventare questione di sopravvivenza o di perimento) scontano automaticamente le conseguenze di rapporti di forza oggettivi che li vedranno svantaggiati. Inseriti come maestranze nell’organizzazione produttiva erogheranno energie superiori al prezzo ricevuto. Questa è l’estrazione del pluslavoro, nella forma del plusvalore, che mette i gruppi proprietari dei mezzi di produzione in cima alla piramide sociale.

Così nelle parole di La Grassa: “La specificità del capitalismo è quindi appunto la costituzione storica di un rapporto ben preciso, costituzione che implica la liberazione da ogni servitù con contemporanea netta separazione tra possesso dei mezzi produttivi e possesso di semplice capacità di lavorare. Se il lavoratore è separato dai mezzi di estrinsecazione di tale capacità insita nella sua corporeità (mente, muscoli, mani, ecc.), e tuttavia è lasciato libero di scegliere che cosa meglio gli aggrada (morire di fame o “guadagnarsi da vivere”), non può svilupparsi altro che la libera – non subito, ma la grandezza di Marx è di aver individuato lo sfruttamento prescindendo dagli “attriti” ancora esistenti – contrattazione tra capitale e forza lavoro. Insomma, si è dovuta formare la massa del lavoro salariato: questo il movimento (storico) di instaurazione del rapporto sociale che è il capitale, secondo la definizione di Marx”.

Tutto ciò dovrebbe, almeno si spera, sgombrare il campo dalle ubbie di chi ritiene che il “dominio” nasca nel processo lavorativo tout court. Non è così, al di fuori di quelle precondizioni sociali da noi descritte – e per questo abbiamo parlato di scelta preordinata che scaturisce da una “genetica relazionale” riproducente costantemente sé stessa, anche evolvendosi e metamorfosandosi, fase dopo fase – ci vorrebbe effettivamente la spada in pugno per incatenare gli uomini alle macchine. Ma, se così fosse, saremmo in tutt’altro tipo di sistema sociale, schiavistico o feudale, non in quello da noi preso in considerazione.

Seguendo questi tragitti, Marx pensa la divaricazione tra sfruttati e sfruttatori come quella fondamentale di tutte le vicende umane. La storia è storia delle classi in lotta, ma col capitalismo, con la formazione di due fronti ben definiti, capitalisti proprietari dei mezzi di produzione e salariati possessori della sola forza lavoro, questo confronto giunge al suo ultimo stadio, poiché si realizzano, nel seno stesso del sistema, le condizioni oggettive di un rivolgimento rivoluzionario da rinvenirsi nel processo di socializzazione delle forze produttive, “sia dal lato dei mezzi di produzione, della tecnologia, ecc., sia da quello dell’organizzazione del processo in cui la forza lavoro viene erogata”.

Marx vede e descrive anche la presenza di “condizioni soggettive” della trasformazione derivanti dalla separazione della funzione proprietaria da quella direttiva del capitalista (unite nella fase concorrenziale), intreccio e coordinamento di quest’ultima con le funzioni lavorative operaie in senso stretto (esecutive, manuali, ecc.). L’esito finale del processo si sarebbe sostanziato nella formazione del lavoratore collettivo cooperativo, vera base sociale – pensata in costante allargamento – della trasformazione rivoluzionaria”.

Giusto? Giusto ma sbagliato, ovvero corretto sotto il profilo logico-deduttivo della sua teoria ma errato nei fatti e negli sviluppi evenemenziali successivi. Il General Intellect non si è concretato, i manager erano e sono sì dei salariati ma di specie diversa e, comunque, non separati dalla proprietà e dai suoi piani, inoltre, per funzioni, corrispettivo e mission non sono assimilabili ai semplici lavoratori del braccio; anche i vertici societari, contrariamente al “vaticinio” non si sono ridotti ad un nugolo di staccatori di cedole disinteressati degli sviluppi materiali dell’impresa, dalla quale ricavano i profitti per attuare strategie aziendali e conflittuali ai livelli superiori (politici, per esempio).

La Grassa lo afferma esplicitamente e si distacca da tutti quei pensatori che ancora attendono l’avvento dell’ultima ora fatale del capitalismo per raggiungimento invalicabile dei suoi limiti interni. Ergo, se dalla dinamica di centralizzazione dei capitali non conseguono centralizzazione e coordinamento delle varie unità produttive, con formazione di un soggetto unitario collettivo-cooperativo che può fare a meno dei capitalisti, per di più convertitisi in parassiti finanziari, viene meno quel parto “ormai maturo nelle viscere del capitalismo” che avrebbe dovuto condurre prima al socialismo (a ciascuno secondo il suo lavoro) e poi al comunismo (ad ognuno secondo i suoi bisogni).

La Grassa opera, prendendo atto di questa “predizione” smentita, una rottura epistemologica e apre un altro continente storico-esplicativo, di cui diremo subito; piuttosto che mettersi a seguire la processione dei fedeli, il famigerato gregge dell’ortodossia, il quale pur di non ammettere il fallimento del proprio apparato categoriale permette che la scienza si tramuti in culto, egli salpa dalla costa e prende il mare aperto con le sue insidie e le sue possibilità.

Marx ha creduto che, tendenzialmente, con l’accentuarsi dello sviluppo capitalistico sarebbero stati due blocchi irrimediabilmente avversi a fronteggiarsi, capitalisti “rentierizzati” e General Intellect plasmato nella produzione, quest’ultimo considerato il soggetto intermodale del trapasso ad una nuova formazione sociale. Rebus sic stantibus.

Ma era davvero questo il conflitto dirimente? La Grassa non lo crede (e noi con lui) e mette davanti a tutto il conflitto strategico tra agenti dominanti, derubricando come secondaria la disputa capitale-lavoro. Certo, ci sono epoche storiche in cui gli schieramenti sono maggiormente polarizzati sulla base di questa dicotomia, ma essenzialmente predomina l’altro genere di antagonismo. Meglio ancora, quello che viene principalmente in evidenza è proprio il flusso conflittuale che scorre sotto la crosta sociale e che determina gli incessanti terremoti e deformazioni da cui essa è colpita, sbilanciamenti costanti non visibili ad una osservazione superficiale e diretta, coperti da uno spesso velo ideologico: “Le epoche (e fasi) storiche riguardano complessi raggruppamenti sociali (società, formazioni sociali), di cui isolare i gruppi che appaiono essere i decisori d’ultima istanza nel comportamento attivo di maggiore rilevanza, in quanto portatori del movimento dei raggruppamenti in questione, in genere di carattere evolutivo cioè trasformativo delle loro “strutture” relazionali interne (teoricamente fissate mediante i già ricordati “tagli della realtà” secondo particolari “fasci d’osservazione”). Diciamo che i gruppi decisori sono, in generale, i soggetti (agenti, ma appunto in quanto portatori). L’oggettoingenerale è costituito dai raggruppamenti sociali complessivi (e “strutturati” come detto), cioè dalle formazioni sociali in generale (non questa o quella in particolare). Sugli strumenti o mezzi, il discorso è più complesso, meno sicuro e stabile. Direi che il mezzo generale per l’azione del(dei) soggetto(i) sull’oggetto (formazione sociale) è la lotta per la supremazia. Tuttavia, questa indicazione può prestarsi a molti equivoci. Credo si debba evitare di farne una questione “genetica”, malgrado i possibili riferimenti a tale lotta in tutto il mondo animale (e anche vegetale, cioè in tutto il vivente). Ritengo si debba attribuire oggettività generale (in genere) all’estrema variabilità delle forme di questa lotta strategica. Una variabilità da non considerare quindi come successione storico-specifica di forme diverse di una generica e generale “lotta per la supremazia”, perché è invece proprio detta variabilità ad essere l’aspettogenerale della lotta condotta dagli individui della nostra specie”.

Allora, lo squilibrio del flusso della realtà, dal quale nasce la lotta imperitura degli attori sociali per l’affermazione, è l’elemento più generale mentre l’equilibrio è “solo l’apparenza sensibile che nasce da una miriade di squilibri che sembrano compensarsi”. Con la teoria, chi cerca di rendersi protagonista della scena collettiva, prova a stabilizzare artificialmente tale corrente inarrestabile perché non si può tenere lo sguardo fisso sul sole senza munirsi di filtri, non si imparerebbe nulla su di esso e si resterebbe accecati. Altro modo per “frenare” il flusso è quello dell’istituzionalizzazione, con la condensazione dei conflitti in apparati di stabilizzazione degli stessi, retti da regole di condotta per gli agenti funzionari che vi lavorano, e da gerarchie prestabilite all’interno di questi organismi. Poiché, come dicevano, il flusso del reale è inarrestabile, le sopraddette costruzioni umane durano dei cicli storici ma poi vengono superate dagli eventi e perciò devono adattarsi al mutevole ambiente, rinconfigurarsi palingeneticamente o, anche, soccombere. In ogni caso, diventano residui di un panorama in destrutturazione che non può resistere all’infinito sotto la pressione di nuove forze e visioni dell’esistenza associata. I drappelli che controllano quest’ordine diventato precario mettono in marcia delle contromisure per resistere all’ondata riformatrice o rivoluzionaria, dipende dal contesto e dall’elasticità (o rigidità) dell’architettura del potere costituito, attraverso “apparati di coercizione e repressione di ogni tentativo di modificazione, tentativo compiuto per adeguarli allo squilibrio incessante che ha condotto verso altri assetti dei rapporti sociali. D’altra parte, l’adeguamento toglierebbe il potere ai gruppi decisori della “realtà” precedente e lo assegnerebbe a nuovi gruppi. La teoria crea una cintura (o, forse meglio, nervatura) ideologica per obnubilare la coscienza dell’inevitabile corrosione cui è sottoposta la sua rappresentazione strutturale della “realtà” da parte del flusso di spinte squilibranti (lo ricordo: presupposto quale base della conoscenza); la teoria cerca così, testardamente, di attestarsi sui vecchi supposti equilibri teorizzati via ipotesi, non riconosciute però come tali bensì affermate in qualità di certezze definitive”.

In ogni caso, in ambito sociale, e tenendo conto dello scorrimento incessante del flusso squilibrante del reale di cui abbiamo detto, l’equilibrio (apparente e transeunte) rinviene dall’emersione vittoriosa di un nucleo di decisori su altri nuclei in conseguenza di una precedente fase di convulsioni sociali, periodo che La Grassa indica come policentrico, “quale fu ad esempio l’epoca detta dell’imperialismo (in quanto conflitto tra quegli agenti definiti potenze)”. Con l’affermazione di un raggruppamento di decisori nella lotta per la supremazia viene stabilito un “bilanciamento”, in quanto le spinte opposte si integrano e, momentaneamente, si consolidano, tenendo sempre di vista però che il carico dei pesi viene orientato dai conglomerati (si pensi alle nazioni o aree di nazioni sullo scacchiere planetario) che esercitano una potenza maggiore sui loro correlativi.

Adottando l’impianto teorico di La Grassa e ponendo al centro della nostra visuale scientifica, ideologica, politica ed anche economica, il conflitto strategico e il fascio di pressioni squilibranti che lo forgia sottotraccia, possiamo ribaltare alcuni ordini di problemi (l’economicismo, per citarne uno) che i sacerdoti del sistema buttano volutamente in metafisica (la mano invisibile o l’ordine monetario irreversibile) unicamente per sottrarli ad una pericolosa critica, non perimetrabile a priori, in materia di mercato, produzione, società ecc. ecc.(i loro totem indiscutibili):

Pur accettando, per semplicità, di suddividere (teoricamente) la formazione sociale nelle tre “sfere” dell’economia, della politica (in quanto apparati vari dell’attività “pubblica”) e dell’ideologico-culturale, è necessario rifarsi in ognuna d’esse allo svolgersi dello scontro per la supremazia – cui, come già rilevato, segue anche l’attività di cooperazione, alleanza, ecc. tra individui e gruppi di individui per meglio sostenerlo – che segue i principi delle strategie, delle mosse inerenti alla politica nel suo senso più proprio, non semplicemente intesa quale sfera formata dal complesso di apparati in cui il conflitto si condensa, precipita. Le strategie in quanto politicaanche quelle seguite dai “capitalisti”, cioè dai gruppi imprenditoriali in concorrenza fra loro – sono prevalentemente ispirate a principi altri rispetto a quello del minimo mezzo, pur utilizzando pure quest’ultimo in via sussidiaria.

La conflittualità (in base a strategie della lotta) deve sostituire il mercato quale “superficie” di quel “reale” che possiede un altro aspetto (“più profondo”), celato alla vista. La produzione – quella considerata in generale, con cui abbiamo iniziato questo scritto – è da considerarsi produzione disocietà, nel senso di articolazione (nella teoria) delle tre sfere sociali di cui sopra. Il soggetto di tale produzione si presenta quale agente nell’esplicazione delle strategie della lotta, che rappresentano i mezzi o strumenti applicati all’oggetto, pensato come insieme ancora informe di individui riuniti in un determinato “spazio”. Tale insieme è la materia prima, trasformata dai mezzi (strategie) di lotta utilizzati dagli agenti (soggetti) in un più articolato e “strutturato” conglomerato che è una formazione sociale, cioè in breve la società.”

Esistono, in un certo senso, due livelli di realtà, sostiene La Grassa, il livello più profondo dello squilibrio del reale “dovuto ad un flusso continuo di impulsi contraddittori che producono continue alterazioni dei rapporti di forza tra individui e gruppi con nascita di reciproci conflitti” e quello più superficiale dove primeggia il senso della compensazione e della quiete sociale relativa. Sovrano è però lo squilibrio del quale bisogna avere coscienza anche se non possiamo averne conoscenza, pena l’impazzimento o l’ingresso nella riflessione mistico-spirituale. Per questa ragione le pratiche sociali sono tutte improntate dal conflitto, sordo o più esplicito, ed è in quest’ultimo che i soggetti sono agenti (ed agiti da) di ruoli di conservazione o trasformazione che non escludono “volatili” alleanze o più durature “fedeltà”. Le teorie servono proprio a “costruire campi di stabilità” per confliggere nel mondo attraverso strategie variabili, in cui da meri agiti dalle funzioni sociali si diventa attori e creatori delle stesse. Come si può capire è la stessa razionalità dominante (quella del minimo mezzo per raggiungere determinati obiettivi, allegramente, armoniosamente e tutti insieme appassionatamente) che qui viene rimessa in discussione a vantaggio di una razionalità più ampia (e realistica) detta appunto strategica.

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Bookmaker

Autori: Gianfranco La Grassa

Editore: Narcissus Self Publishing

ISBN: 9788867554447

Data Pubblicazione: 14/02/2013

Linguaggio: Italiano

“Un marxista deve partire da Marx; attestarsi su una determinata rotta con la convinzione di voler arrivare comunque a qualcosa di nuovo, che non può più aspettare dopo un secolo e mezzo di continuo calpestare il solito suolo, di ancoraggio nella solita rada. Restare attestati alla fonda dopo tanto tempo implica che non si è marinai se non a chiacchiere. Partire però senza nemmeno sapere dove si stava stazionando durante i preparativi del viaggio, significa votarsi a vagare in alto mare senza cognizione di quale rotta effettiva si sta seguendo. Si può consultare la bussola quanto si vuole; se gli occhi sono appannati, se i giramenti di testa sono incessanti, se le mani tremano e l’aggeggio continua a cadere di mano, l’aggirarsi come quando si esce ubriachi da un tugurio è garantito.”

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INCREDIBILITA’ INTERNAZIONALE

SudItaliabordello

Tra i compiti, al di sopra delle sue possibilità, affidati a Mario Monti (ed al suo governo di specialisti sulla carta) vi era il cosiddetto recupero di credibilità internazionale.

L’ingenuità di questo obiettivo –  in verità, una palese presa per i fondelli –  era insita nel fatto che un individuo, considerato nella sua singolarità, senza il sostegno di una classe dirigente preparata alle sfide storiche ed in possesso di un adeguato bagaglio di esperienze politiche, senza l’azione ed il supporto di servizi d’intelligence e degli altri apparati statali, indispensabili a raccogliere le informazioni di scenario che i decisori apicali traducono, in seguito, in scelte operative, senza la disponibilità di un esercito addestrato ad ogni evenienza e dotato di equipaggiamenti all’avanguardia, non è in grado di riconquistare alcunché.

La credibilità internazionale nasce dalla sovranità nazionale, ovvero dalla capacità di una collettività e dei suoi agenti strategici di difendere i propri spazi vitali e di proiettarsi, con istanze politiche rapportate ai propositi, abilità di penetrazione economica e peculiarità culturali, sui vari teatri epocali.

Tradotto in soldoni, è credibile chi dimostra l’efficacia e l’efficienza dei mezzi e delle istituzioni pubbliche che tracciano i suoi orizzonti esistenziali, intrinseci ed estrinseci, e non si limita ad accettare passivamente soluzioni calate dall’alto e da fuori, per di più attraverso la delega volontaria di ogni processo deliberativo all’alleato di turno o ad organismi di sedicente compartecipazione orizzontale che celano ben altra verticale del potere.

In realtà, l’ex professore dell’Università di Trento divenuto rettore, cioè dirigente amministrativo della più quotata Bocconi di Milano, aveva ricevuto l’endorsement delle cancellerie mondiali per le sue concezioni sovranazionali idealistiche (ovvero conformistiche) che avrebbero riportato l’Italia all’interno di dinamiche condivise, o, detto meglio, prestabilite dai più energici partner occidentali, dopo alcuni atti “d’insubordinazione” russa e nordafricana del Gabinetto Berlusconi.

Dietro le differenti politiche estere dei Paesi, anche se riassunte con espressioni attraenti ed una simbologia tranquillizzante – si pensi alla “politica del sorriso” inaugurata dal Premio Nobel per la pace Obama, il quale, irridendo la pacificazione e la nostra credulità, si è infilato in tutti gli scenari caldi del pianeta con i suoi marines, i suoi droni e le sue basi militari – si nascondono i rudi rapporti di forza, i disegni e i piani egemonici delle (super)potenze, i modelli di rappresentazione della democrazia e delle libertà civili da esportare, con la (pre)potenza, in ogni angolo del pianeta, in nome di una superiorità morale, ancora tutta da dimostrare.

La figura di Monti, così ingigantita da lontano e da vicino, non ha partorito nemmeno il topolino delle ripresa economica che, anzi, dopo i salassi fiscali e le iniziative limitative della spesa sociale e degli investimenti pubblici, si è ancor di più allontanata.

Con il fallimento su tutta la linea, costui però ha assolto ai suoi doveri. Non sorprendetevi, giacché di questo si tratta. Mi si consenta una citazione cinematografica, poco colta, da un vecchio film di Sergio Martino, interpretato da Lino Banfi, che ha il pregio di chiarire il paradosso.

L’attore pugliese è nella finzione Oronzo Canà, tecnico visionario, di infima categoria, che viene chiamato ad allenare, per la prima volta nella sua carriera, una squadra neopromossa in seria A, la Longobarda. Il Presidente lo opziona perché ha deciso di rimandare la squadra in serie cadetta, non aspirando a sostenere gli ingenti ingaggi di un campionato superiore, anche se pubblicamente dichiara di riconoscere nel trainer qualità non comuni e virtù da salvatore della squadra.

Ora, gettate uno sguardo sugli sponsor di Mario Monti e tirate le dovute somme. Chi ha auspicato l’arrivo del cattedratico in sella all’Esecutivo fa parte di quei gruppi della speculazione organizzata che avevano lanciato l’OPA sulla Penisola, sin dall’inizio della crisi. Il Presidente del Consiglio doveva garantire che il business predatorio continuasse a filare, anche a rischio di far retrocedere l’Italia nella serie B del capitalismo continentale.

Per questo, a cagione di Monti, sono cresciute le difficoltà, in ogni sfera sociale, con la finale estinzione della nostra credibilità internazionale, non sui giornali stranieri ma dentro agli eventi della fase.

Adesso, i medesimi media che agli esordi avevano incensato l’accademico con scarse citazioni scientifiche, lo criticano apertamente (secondo il Financial Time“non è l’uomo giusto per guidare il Paese”) e gli rimproverano la discesa nell’arena elettorale. Questi non vedono di buon occhio il suo impegno diretto perché, agendo scopertamente nella tribuna pubblica, l’ex Premier certifica la sua primigenia ambizione politica e rivela le manovre di palazzo che lo avevano portato in auge, in qualità di finto tecnico e vero sodale dei potentati globali.

Peraltro, questo personaggio si è dimostrato di scarso coraggio, ottenendo, dal PresdelRep, di essere nominato senatore a vita, prima di procedere con i suoi decreti a colpi di fiducia parlamentare e contraccolpi sul ménage delle famiglie, garantendosi l’immunità nell’esercizio delle sue funzioni. Evidentemente, si temevano reazioni popolari che avrebbero potuto far affiorare “verità nascoste” per le quali Monti rischiava di brutto. Chi gli ha coperto le spalle dovrà assumersi le sue responsabilità sul banco della Storia che è giudice più inflessibile della magistratura , anche se ancor più lento di questa nell’emettere le sue sentenze. Che comunque arrivano spietate e senza appelli.

Tracciato questo quadro, possiamo anche svelare la motivazioni effettive che produssero la caduta di Berlusconi, certamente non dipendenti dai cucù, dalle pacche sulle spalle, dalle barzellette sconce e, nemmeno, dalle ammucchiate serali. Checché ne affermi la propaganda di regime.

B. fu preso di mira per gli accordi con il Cremlino in materia energetica e per il protagonismo, non autorizzato dal patto atlantico, su mercati interdetti, come quelli iraniano, siriano, algerino e libico.

Per questi palcoscenici i nostri “amici” avevano idee diverse dalle nostre e ce le imposero senza preoccuparsi delle conseguenze.

In particolare, gli stretti rapporti tra Roma e Tripoli (la nostra quarta sponda), snodo geopolitico decisivo tra mondo africano ed arabo, scatenarono le gelosie di Francia, Inghilterra e degli stessi Usa (l’ordine è inverso). Fu la guerra, e fu fatta contro i nostri interessi.

In questo tragico frangente, Berlusconi dimostrò di non aver mai posseduto le caratteristiche dello statista e dopo le iniziali incertezze autorizzò, persino, i bombardamenti contro il socio Gheddafi, con il quale, poco prima, aveva siglato un accordo di risarcimento per i crimini coloniali fascisti. Quest’ultimo andava a vantaggio del popolo libico ma anche delle nostre aziende che sarebbero stata privilegiate negli appalti per la costruzione di infrastrutture.  Ancora una volta, il badoglismo fu l’epitome dell’italica piccolezza, con i caccia tricolori che sorvolarono i cieli di un paese alleato ridotto all’istante in uno Stato canaglia per ordine di terzi.

Con quell’atto scellerato il Cavaliere mise fine al suo premierato e alla sua parola che ormai non valeva più nulla. Così disonorato era inevitabile che tutto gli crollasse addosso. Come è puntualmente avvenuto, con i voltafaccia nel suo partito dei “capibastone” e dei ministri, in cerca di fama e ricollocazione.

Stiamo ancora pagando il prezzo di questi complotti e tradimenti incrociati, di cui sono responsabili tutti i partiti dell’arco costituzionale, certamente con colpe diverse ma trasversali. Con gli sciacalli della finanza alle porte (dietro i quali agiscono bestie ancora più feroci) ci vogliono i leoni per difendere il territorio, eppure, anziché i ruggiti s’ode soltanto uno stormir di foglie (di fico). Troppo poco per spaventare l’avanzata famelica della speculazione. Rischiamo davvero di finir sbranati con tutte le agende.

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