L’ARTE DELLA DIPLOMAZIA SECONDO IL SENATORE NICOLA LATORRE (di O. M. Schena)

siria

 

 

Ah, finalmente! È bello, bellissimo sentir dire da un politico, e per di più Presidente della 4ª Commissione permanente (Difesa) – Senato della Repubblica, parole così chiare. Era ora, al bando le lingue biforcute! E poi, poi c’è l’orgoglio d’essere concittadino del senatore, con il cuore che batte a mille e quasi scoppia nel petto … come fosse una bomba, umanitaria s’intende.

Il sen. Nicola Latorre parla chiaro, come il Dio gucciniano nella Genesi: “pane al pane, vino al vino, anzi vin santo al vin santo”. Il senatore è buono e bravo, ma stavolta gli son presi i cinque secoli, e proprio nella domenica delle palme! E così, con il Corsera (9/4/2017), l’ha mandata a dire a Putin  (e ad Assad), con tra le mani, anziché un ramoscello d’ulivo, un mazzolino di missili da crociera targati-USA: “me at sbat a l’inferen, com’è vero Dio!”. E Putin ed Assad, per la traduzione, si rivolgano a  Guccini.

Il senatore, a muso duro, dichiara al Corsera:

 

<<(…) si stava precipitando in un clima catastrofico culminato nella decisione criminale di Assad di ricorrere nuovamente all’uso di armi chimiche. L’intervento USA ora può fermare questa china criminale e servire a riavviare il negoziato>>.

 

La Carta dell’ONU NON consente l’utilizzo della forza in assenza d’una decisione del Consiglio di Sicurezza? Occorre prima dimostrare che è minacciata la pace mondiale? L’ONU non ha neppure compiuto un esame dei fatti accaduti? Il culmine della criminalità di Assad non è provato?

Suvvia, bazzecole, quisquilie, pinzillacchere, sciocchezzuole.

 

<<Trump ha voluto dare un segnale di discontinuità rispetto all’amministrazione precedente. (…) Ma credo anche che abbia voluto sottolineare che con Putin non si può trattare con un mazzolino di fiori in mano.

 

Insomma, Obama, insignito del premio Nobel per la Pace, con soli sette paesi bombardati durante la sua presidenza (Afghanistan, Libia, Somalia, Pakistan, Yemen, Iraq, Siria), era un pappamolle convinto di poter trattare con Putin, con i fiori tra le mani, parola del senatore Latorre.

 

<<poi abbiamo dovuto prendere atto che il presidente russo ne ha approfittato per conquistare posizioni, e non per contribuire a trovare soluzioni (…)>>.

 

E il mio cuore di concittadino del senatore qui torna a rigonfiarsi d’orgoglio. La mia povera Italia, colonia sin dal tempo dello sbarco alleato in Sicilia, la serva migliore dell’impero del Bene USA, adesso è finalmente seduta lì, in salotto con Trump, a tirare le conclusioni della floreale-fallimentare linea pacifista obamiana:

 

<<(…) L’iniziativa diplomatica adesso può riprendere proprio con la forza di un’alleanza che non tollera più le prepotenze e i crimini di Assad. Un’azione politico-diplomatica è impossibile senza questa determinazione>>.

 

Determinazione a suon di missili ci vuole, altro che fiori, perché la diplomazia è impossibile senza l’uso dei missili, senza i bombardamenti preventivi. Parola del senatore Latorre.

Peccato però, se il senatore Latorre avesse sottoposto per tempo quel pacifista incallito di Obama ad un corso accelerato di diplomazia, quanto tempo si sarebbe potuto guadagnare!

 

La legittimazione delle apocalissi

Sia ben chiaro, però, una volta per tutte. Forse il senatore Latorre non se l’è ricordato o non l’ha potuto, o voluto dire, ma tutti quanti avremmo dovuto capirlo da tempo, sin dai tempi lontani di Dresda, di Hiroshima e Nagasaki, del Vietnam, dell’Agente Orange, e poi dai tempi di Pancevo (Serbia 1999), della powellata che legittima in sede Onu la strage d’iracheni (guerra 2003), del fosforo bianco a Falluja (gli USA – 2004) e a Gaza (gli israeliani – 2009) ecc.,ecc.  Se non s’è capito, beh, allora non bisogna stancarsi di ripeterlo a muso duro: la legittimazione delle apocalissi inflitte alle nazioni e ai popoli è indissolubilmente legata alla natura del soggetto che la infligge. Il medesimo crimine turpe compiuto dai paesi del presunto asse del male risplende, invece, come luminoso diritto se officiato, con la consueta liturgia, dai Paesi del presunto asse del Bene. In questo secondo caso, barbarie, sangue e terrore trasmutano in forza, potenza e determinazione. E, voilà, la merda trasmuta in civiltà. E sia ben chiaro che, allorché trattasi dei paesi del presunto asse del male, è sufficiente l’ipotesi d’un crimine turpe per infliggere ad essi una indimenticabile lezione di morte. Ci penseranno poi i giochi linguistici a rendere quella lezione impercettibile e ad intorbidire le coscienze (guerra giusta, umanitaria, intelligente).

 

Servire il popolo o l’imperialismo americano?

<<(…) oggi si impone una scelta di campo chiara: l’asse con gli Stati Uniti è strategico. E noi possiamo svolgere una funzione chiave nel far convergere l’Europa su questo>>

 

Ora, chi ha letto la dichiarazione di voto del senatore Nicola Latorre in qualità di Presidente della 4ª Commissione permanente (Difesa) – Senato della Repubblica, seduta del 16/7/2013 – potrà anche sciogliere gli ultimi dubbi.

Il sen. Latorre è poco più d’un ragazzo quando ha la tentazione di “servire il popolo”. Ma chi non ha commesso peccati di gioventù? Poi camminando, camminando trova la sua strada e, un passo dopo l’altro, di scivolamento di senso in scivolamento di senso, il senatore  passa, nel giro di alcuni anni, insieme a numerosi ex servitori del popolo (Brandirali, Liguori, Sofri, Lerner ecc.), a “servire l’imperialismo” americano. Almeno così si sarebbe detto una volta, con un linguaggio forse rozzo e schematico, ma in fondo semplice e chiaro.

La parola “servire” (significante) ha un significato nient’affatto entusiasmante, sembra anzi avere appiccicati addosso, indistruttibili, il tanfo spregevole e il sapore rancido dell’abiezione. E la situazione non migliora se si prova a passare in rassegna uno qualunque degli altri sinonimi di “servire” presenti sul vocabolario.

Quando, però, la parola “servire” viene a trovarsi legata alla parola “popolo” (un altro significante), questa seconda parola, quale che sia il significato-sinonimo scelto sul vocabolario, trascina la prima in una straordinaria acrobazia del senso concettuale. Questo legame fra i due significanti, servire + popolo, produce infatti un cambiamento del senso della frase e determina un rovesciamento del senso della parola “servire”, che, all’improvviso, si riveste di dignità, e fa sì che la frase “servire il popolo” trasmuti addirittura in “nobile servizio”.

Questi brevi cenni, un po’ alla buona, su taluni aspetti, apparentemente paradossali, della comunicazione e del linguaggio, che sono peraltro oggetto di serissimi studi da parte dei linguisti, non sono stati introdotti per complicare la vita all’ipotetico lettore o per annoiarlo, ma solo per un aiuto alla ricerca d’un possibile nesso tra gli anni ’70-’80 e l’oggi, ovvero tra il fanciullino N. Latorre e il senatore, ormai cresciutello, N. Latorre, un nesso che non è detto vi sia.

Oggi, comunque, ci dice il senatore, “si impone una scelta di campo chiara” (ma ieri la scelta era forse, oscura, diversa?). E allora bye, bye Europa, se recalcitri e ardisci di ritagliarti uno spazio d’autonomia nello scacchiere internazionale, ci penserà l’Italia, grazie al senatore Latorre, a farti convergere sull’asse strategico con gli Stati Uniti, con i fiori o … o con i Tomahawk, s’intende, perché senza determinazione non si ottiene nulla.

Il senatore, però, non se la prenda troppo, qui si è alluso alla “servitù” nel senso hegeliano, ovvero alla servitù dell’autocoscienza, non si vuole mica dire che lui (insieme alla maggioranza del nostro Parlamento) porta le catene ai polsi e alle caviglie, le catene non c’entrano. E c’entrano così poco le catene, che uno Spartaco, ancorché in catene, non è servo nel senso della figura forse più celebre di tutta la Fenomenologia di Hegel, e non lo è per il fatto stesso di non riconoscere giusta la sua schiavitù.

E non se la prenda troppo, il senatore, perché è tutta colpa della scarsità terminologica. Con quale termine, infatti, si potrebbe diversamente denominare, se non con “padrone”, colui il quale ha secretato, sin dai tempi dello sbarco in Sicilia, buona parte del territorio del nostro Paese, seminandovi, in tutta segretezza, basi e mezzi con ordigni nucleari, senza neppure passare attraverso le previste procedure parlamentari? E come si potrebbero denominare, se non “servi”, o tutt’al più “I piccoli azionisti dell’imperialismo” (per rubare a F. Fortini il suo titolo sul manifesto del 15.9.1972), coloro i quali siedono in parlamento in nome e per conto del popolo italiano e a tutta questa servitù acconsentono dopo aver solennemente giurato fedeltà alla Costituzione? E poi? Poi potrebbe anche darsi che il senatore Latorre sia un po’ come la deandreiana “Bocca di rosa”. Chissà, magari il senatore non sceglie la guerra per noia, non la sceglie per professione, ma la sceglie per passione! E si sa che la passione spesso conduce …

 

Un premio di consolazione per la servitù

C’è però un premio di consolazione riservato ai “servi”, ed è sempre Hegel ad offrirlo. Se è vero, infatti, che il servo dipende psicologicamente dal padrone, lo stesso padrone dipende psicologicamente dal servo, in quanto ha bisogno che il servo si conformi ad una determinata immagine rispetto a lui, perché lui possa credere in una certa immagine di se stesso. Ogni padrone, insomma, anche Trump, si avvale necessariamente della dipendenza del servo verso di lui per puntellare una propria insicurezza nella propria immagine di se stesso. Cosicché il senatore Latorre se lo ricordi, se vuole, il bisogno di sicurezza interiore del padrone, malgrado tutti gli F35, i Droni, i missili e le bombe (intelligenti) in suo possesso, fa di lui un servo del proprio servo.

Ci sarebbe qui da aggiungere una coda hegeliana nient’affatto secondaria: nessun padrone, proprio per la necessità di soddisfare il suo bisogno di sicurezza, potrà mai rinunciare al servo e non potrà mai avviarlo alla libertà. Chi si contenta gode, si dirà; chi scrive e qualcun altro, pochi o tanti che siano, proprio non si accontentano …

Qualcuno è riuscito infine a trovare il nesso tra il “servire il popolo” del fanciullino Latorre e l’oggi del senatore ormai cresciutello? Ça va sans dire che chiunque pensi che dare a qualcuno del “servo”, sia nel senso hegeliano, sia nel senso fortiniano (del “piccolo azionista dell’imperialismo”) sia soltanto un modo per spalmarsi il balsamo di una rivalsa da parte di chi, non solo non ha mai fatto nessuna rivoluzione, ma non è neppure riuscito a farsi eleggere nel più scalcinato dei consigli di quartiere, lo affermi pure, chi scrive non se la prenderà affatto.

14 aprile 2017

oronzo mario schena