ANDIAMO ALMENO UN PO’ SOTTO L’EPIDERMIDE, di GLG

gianfranco

Sentendo parlare pretesi esperti di politica internazionale, con posti direttivi in Istituti di tale tipo, penso di essere stato defraudato di qualche carica di rilievo. Apprezzo molto due o tre di questi esperti; la maggioranza mi sembra assai discutibile. Ho cominciato a sentir parlare di III guerra mondiale all’epoca della crisi dei missili a Cuba nel 1962; e sghignazzavo. Ho sghignazzato non so quante altre volte per lo stesso motivo; l’ultima è stata poco tempo fa in occasione della crisi tra Usa e Corea del nord. E adesso vediamo come sta andando a finire. Tuttavia, è da qualche tempo che viene annunciato l’incontro tra Trump e Kim (che dovrebbe esserci salvo altre commedie dell’ultimo momento). Solo che tutti parlavano di accettazionedella denuclearizzazione da parte del “dittatore” nordcoreano. Ho subito scritto che non aveva affatto promesso questo, ma solo la sospensione dei test nucleari e di quelli relativi ai missili balistici; e dopo essere arrivato alla bomba H e al missile intercontinentale. Ed infatti, adesso che l’annuncio c’è stato ufficialmente, all’entusiasmo di Trump corrispondono alcuni distinguo di altri per il fatto che Kim ha appunto promesso la sola sospensione degli esperimenti, precisando che ormai ha ottenuto abbastanza per avere un certo potere di deterrenza.

Quello che non si è capito è che la partecipazione dei nordcoreani alle Olimpiadi nel sud Corea non era dovuto al potere dello sport in tema di sviluppo di rapporti amichevoli. Anche in tal caso, ho subito fatto presente come la mossa “sportiva” fosse solo un passo politico ben preciso per aprire una strada, che èproseguita con incontri tra le autorità dei due paesi; e a giorni ve ne sarà uno ancora più importante. Pure la Cina, come Trump, manifesta ufficialmente soddisfazione per la decisione di Kimmentre non è per nulla contento il premier giapponese, che già da tempo insiste per il riarmo del suo paese; è evidente che la Corea del nord era una buona scusa per portare avanti questo disegno. Adesso, quindi, egli fa mostra di non credere alla sincerità di Kim onde continuare ad avere il pretesto per il riarmo. Pure la soddisfazione dei vertici Usa e cinesi dipende dal fatto che in ogni caso si tratta delle due massime potenze nell’area del Pacifico; e non hanno da temere gran che da quanto si profila all’orizzonte (e non viene tuttavia nemmeno menzionato). Sarà un processo ovviamente complesso e difficile, ma è più che chiaro che tutte le ultime mosse – anche nel momento della “grave crisi” tra Trump e Kim – fanno capire come alla lunga le due Coree si riunificheranno e daranno vita, con la potenza industriale del sud e quella bellica del nord, ad una buona subpotenza regionale;appunto nell’area del Pacifico.

E’ ovvio che Usa e Cina resteranno le due potenze maggiori in quell’area; ma la nascita della Corea riunita (che richiederà ancora passi complicati da compiere, sia chiaro) può mettere in moto tutta una serie di squilibri e riequilibri, tutti da vedere. E il Giappone sarà sempre più ansioso di partecipare al “gioco”. Anche perché mi sembra che i vertici giapponesi non siano come quelli germanici, incapaci di riprendersi dalla sconfitta subita nel 1945 e solo interessati ad essere i “maggiordomi” (in concorrenza con i francesi) del gruppo di servitori europei degli Stati Uniti. I giapponesi sembrano invece voler risorgere in modo autonomo. Difficile adesso pronunciarsi su paesi come l’India o il Pakistan, ecc.

D’altra parte, l’area del Pacifico non è isolata dal resto del mondo. Di conseguenza, la rivalità tra le due maggiori potenze “laggiù” (Usa e Cina) sarà influenzata dalla presenza dell’area europea e africo-mediorientale, dove sta venendo in evidenza la Russia (paese che si estende però anche in Asia in contatto con la Cina). E con la presenza di due subpotenze quali Iran e Turchia, che non si mostreranno asservite ad altri e giocheranno sulle contraddizioni tra le due maggiori potenze nell’area in questione; appunto Usa e Russia. Insomma ci sarà da divertirsi a seguire tutte le capriole e gli zig zag che compiranno potenze (tre fondamentalmente) e subpotenze nelle diverse regioni del globo. La terza guerra mondiale – e come verrà combattuta? Altro enigma – è ancora lontana; arriverà, occorre sempre che alla fine ci si batta per la supremazia (naturalmente per un certa epoca storica, poi tutto ricomincia sempre daccapo). Per il momento, lo ripeto, divertiamoci; come accade sempre quando bisogna risolvere una serie di puzzles.

PS  Riporto quanto scritto il 28 marzo

http://www.corriere.it/…/kim-mistero-viaggio-segreto…

Di nuovo il tema della denuclearizzazione. Non credo sia in discussione. Semmai ci può essere un arresto (o magari sosta) negli esperimenti; tanto la Corea del Nord ha già raggiunto buoni risultati potendo ormai fabbricare anche la bomba H. Quanto già ottenuto basta per costruire un arsenale atomico; ed è probabile che anche senza ulteriori esperimenti si possano compiere passi aggiuntivi in merito alla produzione di bombe ancor più potenti. Il nord Corea, inoltre, ha anche sperimentato il missile a lunga gittata. Il paese ha tutti gli elementi per mettere in piedi un percorso, certo abbastanza lungo, per giungere ad un’unica Corea piuttosto forte, vera subpotenza che può farsi rispettare sia dalla Cina che dagli Usa. Da mesi parlo di questa prospettiva. Ultimamente ne ha parlato anche Limes; è dagli anni ’50-’60 del secolo scorso che il sottoscritto fa previsioni azzeccate, a partire dal XX Congresso del Pcus del febbraio 1956 e poi sulla crisi dei missili a Cuba nell’ottobre ’62 (e nel frattempo una serie di previsioni azzeccate sul percorso del Pci). Potrei citare ancora le supposizioni sui motivi e sui “creatori” del watergate contro Nixon; e ancora sulle vere motivazioni del rapimento e uccisione di Aldo Moro (con relativo viaggio di Napolitano negli Usa nello stesso periodo); e poi sulla funzione di Gorbaciov con liquidazione del “blocco socialista”, ecc. ecc. Mai avuto la soddisfazione di una sola citazione da gente che è arrivata con ritardi immani a capire ciò che stava accadendo.
Chiusa la parentesi, e tornando all’argomento principale, la Cina non può non avere qualche preoccupazione per il sorgere della subpotenza appena citata ai suoi confini, ma sarebbe tutto sommato in grado di controllarla. Tenere il nord Corea sotto protezione, ma far si che il sud Corea resti sotto il tallone, sempre più pesante, degli Stati Uniti, credo sia una prospettiva peggiore. Così pure per i nordcoreani. Denuclearizzando, dovrebbero restare sotto lo scudo (nucleare) cinese, rinviando sine die la prospettiva di riunificazione del paese con rafforzamento netto delle due metà. Gli unici ad avvantaggiarsi del fatto sarebbero gli Stati Uniti, da cui la Corea del sud non potrebbe mai affrancarsi. Anche per la Cina – a meno che non pensino, nel più lontano futuro di chiara acutizzazione del multipolarismo, a qualche “alleanza” con gli Usa in funzione antirussa (e antigiapponese, poiché anche tale paese, in tempi medio-lunghi, giungerà a riarmarsi) – non sembra conveniente la prospettiva di una definitiva subordinazione del sud Corea agli Usa.
In definitiva, credo che i colloqui cino-nordcoreani saranno tesi a trovare punti di collaborazione per il periodo immediato e in tempi medi, favorendo anche eventuali trattative di Kim con Trump (di cui si parla di incontro, ancora non si sa quando né se alla fine ci sarà), ma soprattutto favorendo tutte le misure utili a favorite il graduale sganciamento del sud Corea dalla sudditanza stretta a Washington. Il nord Corea non dovrebbe rinunciare alla notevole potenza atomica raggiunta, che è un buon patrimonio che può portare “in dote” nel futuro prevedibile “matrimonio” con la parte meridionale. Se ci fosse sul serio la denuclearizzazione del nord, bisognerà mutare le ipotesi sui rapporti tra Cina e Usa a medio-lungo termine.

 

È UN MONDO DIVERSO

mondo

Quando nel 2007 scoppiò negli Stati Uniti la bolla immobiliare, dando avvio alla lunga recessione giunta ai nostri giorni, prevedemmo che la soluzione alla stessa non sarebbe arrivata facilmente. Tuttavia, ritenemmo anche che la débâcle inizialmente finanziaria (e poi anche reale) non costituisse il sintomo di un crollo del sistema globale ma quello di una sua lenta ristrutturazione, soprattutto in senso geopolitico. Mentre ottimisti e catastrofisti snocciolavano i loro dati a sostegno dell’una o dell’altra tesi, vaticinando improbabili riprese o imminenti crolli definitivi, noi parlammo subito di crisi da sregolazione geopolitica, da perdita di centro gravitazionale, avverso la quale potevano trovarsi soltanto rimedi palliativi che non avrebbero tolto il male al corpo in quanto erano in atto mutazioni “genetiche” dell’ordine mondiale. Gli Stati Uniti, infatti, avevano dimostrato di non poter gestire la monocraticità del loro comando in seguito al rafforzamento di alcuni attori regionali (Russia e Cina in primo luogo). Inevitabilmente, si sarebbe rimessa in moto la Storia che, nella formazione mondiale capitalistica, si annuncia con scossoni di tipo economico. Quest’ultimi però, come scrive La Grassa, sono fenomeni superficiali che celano problematiche ben più profonde: “Il terremoto, magari con annesso tsunami, è evento catastrofico che colpisce a fondo la vita degli uomini; ed è ancora imprevedibile, checché se ne dica a volte con somma insipienza. Tutti, evidentemente, fuggono disordinatamente nel momento cruciale, poi iniziano ad organizzarsi in previsione di eventuali nuove scosse e pensano infine alla ricostruzione. Il sismologo sa tuttavia che il tremore di superficie, così disastroso, dipende da scontri tra strati del terreno che avvengono a grande profondità; più profondi sono tali urti e frizioni, maggiore è l’energia accumulata per anni e decenni (talvolta secoli) e più intenso e violento è il suo scaricarsi; tanto più ampia è inoltre la zona colpita dallo sconquasso… le grandi crisi del XX secolo sono state quella del 1907 e quella, decisamente più rilevante e passata alla storia come la crisi (per antonomasia), del 1929. Entrambe iniziarono con l’aspetto più superficiale di tale terremoto, quello finanziario, quello che sembra più colpire, ancor oggi, la fantasia “popolare”; dove per popolo si deve intendere semplicemente la gran parte degli ignari, adeguatamente influenzati dall’informazione ricevuta dai “santoni” della scienza sociale detta economia”.
Tuttavia, è bene ricordare che ciascuna di questa crisi condusse a delle guerre tra alleanze di paesi, I e II conflitto mondiale. Solo al termine del redde rationem tra potenze si uscì veramente dal periodo buio con una ridefinizione dei rapporti di forza internazionali e la divisione del pianeta in due blocchi contrapposti, ciascuno egemone nel suo campo. Poté così tornare la “regolazione” economica, soprattutto in occidente, dove gli Usa, divenuti predominanti, imposero la loro visione d’integrazione (gerarchica) alle formazioni sociali collegate. La stabilità fu a lungo assicurata al netto di più o meno brevi periodi recessivi (per esempio negli anni ’70) che non essendo però di tipo geopolitico-strutturale potevano essere governati, nei frangenti, con misure di tipo economico. Quando però è l’architettura stessa dell’ordine politico mondiale a mutare le medicine “finanziarie” e i provvedimenti economici servono a poco. E’ il caso dei nostri tempi che si annunciano di accentuato multipolarismo che, a sua volta, sfocerà in un’epoca di acuto policentrismo in cui la lotta per la supremazia tra Stati si farà più serrata, con la possibilità di scontri bellici senza esclusione di colpi (per ora ancora relativamente lontani). Di segnali ne abbiamo ormai in abbondanza, la Russia ha da tempo rotto gli equilibri e l’unilateralità americana (Siria docet) e si spera che altre nazioni seguiranno questa strada, proprio in accordo con questo Paese che sta tracciando il cammino per un prossimo futuro libero (o meno oppresso) dal tallone di ferro statunitense.

Situazione in Asia di GLG

gianfranco

QUi

Di nuovo il tema della denuclearizzazione. Non credo sia in discussione. Semmai ci può essere un arresto (o magari sosta) negli esperimenti; tanto la Corea del Nord ha già raggiunto buoni risultati potendo ormai fabbricare anche la bomba H. Quanto già ottenuto basta per costruire un arsenale atomico; ed è probabile che anche senza ulteriori esperimenti si possano compiere passi aggiuntivi in merito alla produzione di bombe ancor più potenti. Il nord Corea, inoltre, ha anche sperimentato il missile a lunga gittata. Il paese ha tutti gli elementi per mettere in piedi un percorso, certo abbastanza lungo, per giungere ad un’unica Corea piuttosto forte, vera subpotenza che può farsi rispettare sia dalla Cina che dagli Usa. Da mesi parlo di questa prospettiva. Ultimamente ne ha parlato anche Limes(1); è dagli anni ’50-’60 del secolo scorso che il sottoscritto fa previsioni azzeccate, a partire dal XX Congresso del Pcus del febbraio 1956 e poi sulla crisi dei missili a Cuba nell’ottobre ’62 (e nel frattempo una serie di previsioni azzeccate sul percorso del Pci). Potrei citare ancora le supposizioni sui motivi e sui “creatori” del watergate contro Nixon; e sulle vere ragioni del rapimento e uccisione di Aldo Moro (con relativo viaggio di Napolitano negli Usa nello stesso periodo); e poi sulla funzione di Gorbaciov con liquidazione del “blocco socialista”, ecc. ecc. Mai avuto la soddisfazione di una sola citazione da gente che è arrivata con ritardi immani a capire ciò che stava accadendo.
Chiusa la parentesi, e tornando all’argomento principale, la Cina non può non avere qualche preoccupazione per il sorgere della subpotenza appena citata ai suoi confini, ma sarebbe tutto sommato in grado di controllarla. Tenere il nord Corea sotto protezione, ma far si che il sud Corea resti sotto il tallone, sempre più pesante, degli Stati Uniti, credo sia una prospettiva peggiore. Così pure per i nordcoreani. Denuclearizzando, dovrebbero restare sotto lo scudo (nucleare) cinese, rinviando sine die la prospettiva di riunificazione del paese con rafforzamento netto delle due metà. Gli unici ad avvantaggiarsi del fatto sarebbero gli Stati Uniti, da cui la Corea del sud non potrebbe mai affrancarsi. Anche per la Cina – a meno che non pensino, nel più lontano futuro di chiara acutizzazione del multipolarismo, a qualche “alleanza” con gli Usa in funzione antirussa (e antigiapponese, poiché anche tale paese, in tempi medio-lunghi, giungerà a riarmarsi) — non sembra conveniente la prospettiva di una definitiva subordinazione del sud Corea agli Usa.
In definitiva, credo che i colloqui cino-nordcoreani saranno tesi a trovare punti di collaborazione per il periodo immediato e in tempi medi, favorendo anche eventuali trattative di Kim con Trump (di cui si parla di incontro, ancora non si sa quando né se alla fine ci sarà), ma soprattutto favorendo tutte le misure utili a favorite il graduale sganciamento del sud Corea dalla sudditanza stretta a Washington. Il nord Corea non dovrebbe rinunciare alla notevole potenza atomica raggiunta, che è un buon patrimonio da portare “in dote” nel futuro prevedibile “matrimonio” con la parte meridionale. Se ci fosse sul serio la denuclearizzazione del nord, bisognerà mutare le ipotesi sui rapporti tra Cina e Usa a medio-lungo termine.

 

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“Seoul non è disposta a fungere da vittima sacrifcale di un confitto fra Washington e Pyongyang, esposta com’è alle artiglierie nordcoreane. Di più: la crisi sembra accompagnarsi alla riscoperta delle antiche radici nazionali condivise a nord e a sud del 38° parallelo, in parte sopravvissute alla guerra del 1950-53 e a 65 anni di separazione non consensuale. E se c’è qualcosa su cui i coreani sono quasi unanimi è l’odio per il Giappone invasore e colonizzatore (dal 1905 al 1945, per il primo quinquennio in forma di protettorato), esplicito al Nord, rattenuto per cogenza strategica al Sud – dunque tanto più opprimente. A osservare le immagini pubbliche, si direbbe che fra i dirigenti delle due Coree sia in corso una simpatica rimpatriata, in attesa di un possibile vertice fra i due leader. Il colmo per i giapponesi è stato veder sfla- re insieme gli atleti della Corea «alleata» e di quella nemica alle Olimpiadi invernali di Pyongchang. In testa all’allegro drappello pancoreano, l’alfere inalberava una bandiera bianca con ricamato in blu pallido il profilo della penisola nazionale integra e unita, più la provocatoria appendice delle rocce di Liancourt. Ovvero gli isolotti fottanti nel Mare del Giappone (Mare dell’Est secondo Seoul) battezzati Tokdo dai coreani e controllati dalla Corea del Sud ma rivendicati come Takeshima da Tokyo, cui la capitale nipponica, che li vuole afferenti al distretto di Oki (prefettura di Shimane), ha appena dedicato un museo”.

IL MULTIPOLARISMO E’ SEMPRE IN CRESCITA, di GLG

gianfranco

A quanto si può afferrare sinora, non sembra affatto che la Corea del Nord abbia manifestato, nel suo invitare ad un colloquio diretto gli Usa, l’accettazione di una “denuclearizzazione” come scrivono i nostri giornali e, mi sembra, anche quelli statunitensi. Kim sembra disposto ad eventualmente sospendere i test nucleari. Vedremo cosa chiederà in cambio; in ogni caso, sembra avere un certo numero di bombe atomiche, sufficienti alla “deterrenza”, oltre al fatto che credo abbia in mano tutti gli elementi per costruirne ancora. Al massimo può essere che esperimenti ulteriori fossero necessari ad accrescere la potenza delle bombe, ma non so se questo è proprio necessario e, in ogni caso, i nordcoreani sono arrivati fino alla bomba H (ad idrogeno); quella della “fusione” di atomi (un po’ come avviene nel Sole, dove quattro nuclei di H si fondono in uno di elio) e non della semplice “fissione” di nuclei d’atomi pesanti quali plutonio e uranio (la fissione serve semmai da innesco alla fusione della bomba H). Quest’ultima è molto più potente, libera energia anche migliaia di volte superiore a quella della bomba su Hiroshima. Inoltre, il Nord Corea ha recentemente sperimentato un missile a lunga gittata che può arrivare almeno alla parte degli Usa sul Pacifico (il famoso “West” di tanti film americani).
In definitiva, tenuto conto dei recenti approcci con la “rivale” Corea del Sud (il cui presidente sembra non avere nulla in contrario rispetto ai rapporti con il nord), possiamo ben dire che il “folle, feroce dittatore” Kim – un personaggio che dimostra d’avere più cervello di certi suoi antagonisti e detrattori – può ben consentirsi la “distensione”; anche perché la Cina non può certo abbandonarlo e veder accadere in quel paese qualcosa che possa condurre ad avere gli Stati Uniti ad un passo da casa con tutta la Corea sotto il loro tallone. Alla lunga, la Cina non sarà contentissima di avere accanto una Corea riunificata che sarà una subpotenza regionale di buon “rispetto” (economia florida del sud più potenza bellica del nord in un unico paese). Questo processo richiede però i suoi tempi e comunque non è come avere “addosso” fin d’ora la potenza statunitense in un’unica area territoriale a essa sottomessa. Credo che nei colloqui che inizieranno prossimamente (se va bene l’incontro tra Kim e Trump), saranno gli USA a porre più problemi, anche se le nostre fonti informative, abituate alla menzogna, farebbero cadere tutte le responsabilità di una possibile rottura sul suddetto “folle e feroce dittatore”.
E’ indubbio che gli Stati Uniti, con pedissequamente al seguito quella Unione Europea da loro patrocinata (e di cui hanno pagato tutti i “nobili padri fondatori” come dimostrato dal ricercatore americano Joshua Paul), non si aspettavano questa veloce avanzata del multipolarismo. Si è tanto cianciato di BRICS, ma è ovvio che, se Russia e Cina fossero state potenze come Brasile e Sudafrica e in fondo pure l’India, il monocentrismo statunitense – non perfetto come non lo può mai essere; e non lo era nemmeno quello inglese tra Congresso di Vienna e seconda metà dell’ottocento – sarebbe stato assicurato a lungo. Invece no, Russia e Cina si staccano da quel contesto e hanno mostrato una sorprendente ascesa. Non semplicemente economica come sempre la considerano i “limitati” cultori di tale settore “scientifico” (solo dei tecnici in realtà) perfettamente inconsapevoli dei problemi politici relativi alle “sfere d’influenza”.
La Cina ha fra l’altro molto ridotto il tasso di crescita del PIL (a due cifre), ma deve temere solo la rigidità della sua struttura sociale interna e di molti suoi apparati politici e amministrativi. La Russia, considerata il risultato disastroso di un crollo improvviso dell’Urss e del suo sedicente “impero” (che tale non era affatto, anzi è stato un motivo di debolezza appunto “strutturale” della sua sfera d’influenza), ha avuto un recupero inaspettato per tutti (ammetto che pure io, invischiato in una vecchia mentalità, sono rimasto sorpreso assai). Credo sia indispensabile ripensare bene il “17 sovietico”, ma ancor più la sedicente “costruzione del socialismo” (soprattutto negli anni ’30 con Stalin) che in realtà ha posto le basi di una notevole potenza capace di contrapporsi agli Usa (comunque superiori) per quasi mezzo secolo. Il suo “crollo” non ha significato la scomparsa di quanto effettivamente messo in piedi; semplicemente è venuto al pettine l’ostacolo impediente costituito dall’ideologia di quella presunta “costruzione” e della “classe operaia” come soggetto della stessa. Oggi la Russia marcia più spedita, libera dagli intralci politico-ideologici che ormai la imbrigliavano. Non tutto è a posto, forse, ma comunque negli ultimi anni ha mostrato capacità di reazione alle “sottili” (si fa per dire) aggressioni dell’occidente (di fatto gli Stati Uniti) di notevole rilievo. In particolare, la vicenda siriana è stata piuttosto significativa.
Incredibile è infatti quanto sta avvenendo proprio nella “nostra” parte di mondo (Usa ed Europa). Innanzitutto, mi riferisco all’elezione di Trump con forte avversione del vecchio establishment, che continua nel suo tentativo di destabilizzare la neopresidenza. Tutta la stampa “bene”, gran parte della TV continuano ad avversarla. E per far questo ci s’inventa perfino rapporti di quasi alleanza tra il nuovo vertice e la Russia, tesi che si sta rivelando sempre più demenziale. Il colmo è poi stato raggiunto con l’accusa a Putin di aver ordinato l’avvelenamento di una ex spia in Inghilterra, già scambiata da otto anni e che viveva tranquillamente da allora in un posto noto e senza alcun problema. A due settimane dal voto presidenziale in Russia, sarebbe stato dato l’ordine di avvelenamento; e senza nemmeno riuscire nell’intento. E i motivi addotti per dimostrare la diretta colpevolezza di Putin raggiungono il vertice della idiozia, incredibile da parte di coloro (inglesi) che sono stati dominatori del mondo e di quelli (americani) che lo vorrebbero essere adesso. Alla ex spia sarà magari stata somministrata – lui consenziente (per “obbligo”) con tutta probabilità – una dose minima di veleno da parte degli inglesi (forse pure avvertendo se non addirittura in accordo con gli statunitensi); finora non mi sembra che nessuno abbia potuto vederlo e visitarlo e si continua a dire che è in pericolo di vita senza che si possa appurare alcunché in tal senso.
E’ appunto la decadenza di questo “occidente” (asservito agli Usa) che lascia abbastanza sorpresi. Non si pensava si fosse arrivati così in basso. Dopo il crollo dell’Urss – ritenuto, appunto erroneamente, definitivo – gli Usa si sono sentiti in piena fase storica monocentrica. Sono passati dieci anni e poco più e si sono accorti che così non era. Ha iniziato Bush jr. con manovre aggressive, ma abbastanza “decentrate” (Afghanistan, Irak, poi Georgia e approntamento della crisi ucraina; e probabilmente “disturbi” nella zona caucasica). Poi Obama ha accentuato la strategia aggressiva, tentando quel caos che si credeva di poter utilizzare per mettere pienamente in “lista d’attesa” ogni futura pretesa russa. Si sono liquidati regimi “fedeli” (Egitto, Tunisia, ad es.) e anche quello di Gheddafi, tutt’altro che nemico come lo si voleva far passare. Non a caso era avverso ad Hamas e tutto sommato non proprio dalla parte dei palestinesi nei confronti di Israele; e non vedeva certo di buon occhio certi musulmani, come dimostra la soddisfazione con cui la sua caduta è stata salutata dall’ Iran e anche dalla Turchia, le due subpotenze regionali (musulmane, anche se una sciita e l’altra sunnita) in crescita nella zona.
Poi si è deciso di aggredire la Siria (qui incontrando la netta opposizione dell’Iran e l’appoggio della Turchia fino a tempi recenti, quando poi questa si è accorta del pericolo rappresentato da certi favoritismi statunitensi verso i curdi); si sono favorite e finanziate organizzazioni radicali, le cui “ricadute” terroristiche in Europa hanno creato al suo interno quell’iniziale scombinamento che dovrebbe andare accrescendosi. Si è anche cercato di mettere sciiti contro sunniti mostrando una qualche “apertura” con i patti sul nucleare tra Usa e Iran, con ciò provocando l’irritazione della Turchia. Tutto sommato, però, quella strategia aveva l’obiettivo principale di rinsaldare una struttura di potere in Europa (nella UE e nei governi dei vari paesi) tendenzialmente sempre più asservita agli Usa (anche tramite la rinnovata funzione fortemente aggressiva della Nato) e quindi pronta ad essere molto conflittuale nei confronti della Russia. Questo era lo scopo principale della politica statunitense, altrimenti non si capisce quell’aver creato una enorme confusione nel continente africano (in particolare con la “primavera araba”) e in medioriente (aggressione alla Siria), che appaiono abbastanza lontani dai confini russi.
Diciamo che il caos creato si è riversato sull’“occidente”, provocando il ripensamento di altri centri strategici statunitensi, che sembrano avere il loro portavoce in Bannon, un individuo per certi versi simile per lucidità a Kissinger, al vertice di altri “centri” favorevoli a Nixon e allora sconfitti con il watergate (di cui fu strumento Mark Felt, dirigente FBI e “gola profonda” ispiratrice di due miserabili giornalisti elevati al rango di “eroi delle libera stampa”, lo schifo “profondo” della falsa democrazia “all’americana”). E anche ora, almeno al momento, chi sta dietro Trump ha apparentemente liquidato Bannon (e altri, ma di “contrapposto sentire”) e fa scegliere al neopresidente un andamento ondivago, difficile da comprendere appieno. Intanto, però, egli sta subendo una serie di sconfitte pericolose (l’ultima in Pennsylvania) alternate ad alcuni successi. Tutt’altro che rassicurante mi sembra pure l’andamento dell’economia, per il momento fondamentalmente favorevole. Starei però attento a cantare vittoria; non dico di ricordare proprio Herbert Hoover, eletto presidente nel 1928 (ed entrato in carica, come al solito, nel gennaio del ’29) sull’onda di una esaltata prosperità propagandata come quasi secolare e che finì invece in un anno. Magari adesso non finirà così male, tuttavia ho la sensazione che in troppi (anche qui da noi) si sentano prossimi ad un completo rasserenarsi della situazione, ad un rilancio assai vivace “dopo” la grave crisi iniziata nel 2008; si stia attenti, questa non è affatto superata, è anzi più probabile che si resti almeno sul “grigio” (e speriamo non volga invece al nero).
Per non stancare il lettore, termino al momento qui, anche se si affollano le questioni sul “tappeto” (della storia) come nella mia testa. E’ impressionante il compito che dovremmo almeno iniziare ad assolvere, sia per il presente futuro immediato sia per il passato falsato da storici (ed economisti e politologi e sociologi) di una indecenza unica pur occupando ignobilmente le cattedre universitarie di tutti i paesi “occidentali”, da cui impartiscono lezioni di ignoranza ai giovani. E sono assunti e pagati proprio per compiere simile misfatto del tutto utile ai poteri dominanti di una bassezza mai prima riscontrata in questa parte di mondo. Mi rivolgo con insistenza a individui più giovani di me affinché si possano raggruppare alcuni nuclei di studiosi pronti al “riscatto” da simile vergogna, ma mi accorgo di continuare a predicare nel deserto. Guardate che il multipolarismo (come detto nel titolo) sembra proprio avanzare con una certa sicurezza; questo dovrebbe infonderci coraggio e determinazione. Invece si sta perdendo tempo.

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LA “VERA STORIA” SI SVOLGE COSI’

gianfranco

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articolo interessante, che tratta di argomenti più rilevanti di quelli di cui siamo spesso costretti a parlare, data anche la miseria del nostro paese (e della UE in genere). Intanto, si nota che gli stessi Stati Uniti sembrano sempre più propensi a lasciar perdere la “scusa” della lotta al “terrorismo”, da loro stessi ispirato e finanziato (tramite gli Stati ben noti, loro “alleati” succubi) per poi arrivare a porsi come i salvatori dallo stesso; a volte con gesti simbolici – atti alla credulità delle popolazioni del tutto sprovvedute in fatto di politica – quali, ad es., l’assassinio di Bin Laden, organizzato come una ripresa cinematografica. E sembra che ormai pure la Cina abbia superato l’altra “rappresentazione”, quella della supremazia commerciale e del finanziamento del debito pubblico americano (in questo è ormai seconda rispetto al Giappone), soltanto misure di primo approccio che devono lasciare il posto, avanzando il multipolarismo, al vero metodo per la conquista delle sfere di influenza, quello militare con potenziale futuro scontro bellico.
Come scrissi fin nel titolo di un mio libro, tutto torna ma diverso. Gli sciocchi pensano che ormai si vada verso l’esaurimento delle guerre in termini propri e si avrà infine soltanto lo scontro nel settore dell’informazione e della manipolazione dell’opinione, una sorta di lavorio psicologico di massa, accompagnato dalla crescente influenza culturale e ideologica di qualche potenza (e da questo punto di vista resterà a lungo quella Usa). Per cui magari qualcuno è convinto che la “svolta epocale” consista nel can can delle “femmine molestate” o nella lotta per i diritti degli omosessuali. Per fortuna degli Stati Uniti, oltre a Hollywood esiste anche il Pentagono e altri organismi che sanno bene dove si dovrà infine combattere per mantenere (o perdere) la supremazia. La Grecia “conquistò” culturalmente Roma (così si racconta, abbastanza superficialmente), che restò la dominatrice del mondo per secoli. Più di recente, la Francia ebbe grande influenza culturale quando però era ormai ridotta a potenza di secondo rango e perse infine ogni potere nelle sue zone di predominio: dall’Africa del nord all’Indocina, ecc. E non parliamo dell’Inghilterra. Le guerre non si combattono più con le lance e poi con le bombarde, siamo andati ben oltre. Resta però il fatto che la vera preminenza si conquista con le aree di influenza vere e proprie (che oggi non richiedono più pesante occupazione territoriale e amministrativa diretta, affidata invece a gruppi sociali asserviti interni ai paesi facenti parte di una di tali aree).
Verrà presto meno la ben nota fregnaccia del predominio dei soldi, di coloro che li possiedono e li manovrano nelle varie organizzazioni finanziarie mondiali. Vinceranno anche nel “commercio”, nella “ricchezza”, i paesi che sapranno organizzare meglio proprio la conquista delle “sfere d’influenza”, conquista attuata con adeguata preparazione bellica e infine la vittoria nel confronto diretto e aspro in quest’ambito. Certo, le guerre saranno combattute con nuove armi, che magari ricordano i film di fantascienza, ma i risultati non saranno precisamente quelli di tali film, saranno meno manifestamente orrorifici e assai più umilianti per i perdenti. Saranno quelli che subiamo noi europei dalla fine della seconda guerra mondiale ad opera dei predominanti “predatori” d’oltreatlantico. Con una lunga, ma inefficiente e vana, resistenza dell’Urss per circa mezzo secolo; una resistenza presa – ancora una volta per nostra inconsistenza (e proprio principalmente teorica) – per vera opposizione e alternativa alla supremazia statunitense, opposizione non a caso crollata nell’“espace d’un matin”. Ed effettivamente crollata senza bisogno di un vero scontro bellico, ma perché l’essenziale – e non l’avevamo compreso – si era alla fin fine giocato nello scontro del 1939-45. La storia ha di questi “ritardi”, non “paga mai il sabato”.
Come ci si rincoglionisce sulla finanza “dominatrice”, egualmente lo si fa per le “meraviglie” della tecnologia in mirabolante cambiamento ogni “due secondi”. No, le lotte per le “sfere d’influenza” – le vere artefici delle “svolte storiche” – sono più lente, procedono anche nei “fondali sottomarini” (non solo quelli reali, pure in senso figurato), hanno caratteri che non si osservano nelle urla e agitazioni di chi crede che cambiando “costumi e senso morale (etico)” si è stabilmente provocata una “svolta epocale”. Vi accorgerete sulla vostra pelle che cosa alla fine stabilisce senza mezzi termini tali “svolte”. Ed è da queste tragedie che prendono avvio nuove epoche di grandezza; perfino, a volte (non sempre), dello “spirito umano”, delle sue “filosofie”, dei nuovi modi di pensare il mondo e le finalità “ultime” della nostra esistenza (che non saranno mai le “ultime”, ne verranno poi altre).

PS http://www.ilgiornale.it/redirect/mondo/taiwan-adesso-lancia-l-allarme-cina-pronta-ad-attaccarci-1486342.html

Magari, sarebbe veramente ora! Anche perché vorrei vedere la reazione degli Usa, in pieno conflitto interno. E intanto la Corea del nord è passata in secondo piano in poco tempo; ma potrà tornare “in auge” altrettanto velocemente. Tipico, proprio tipico di questi tempi di completa incertezza; nemmeno i “grandi” fanno previsioni certe e sanno prendere decisioni tassative e con lungimiranza.

IL GIOCO CONTINUA, di GLG

gianfranco

 

 

La Cina sarebbe stata scoperta qualche tempo fa e duramente accusata dagli Usa di aver dato petrolio al Nord Corea, infrangendo l’embargo. La commedia dunque continua. I dirigenti cinesi hanno negato l’addebito di Trump, ma nessuno può credere che essi siano fuori di testa. Tali sarebbero se contribuissero a strangolare la Corea del nord. Diventerebbe meno lungo il periodo entro cui le due Coree si riunificheranno, formando una vera potenza con la forza economico-industriale di una e quella dell’armamento piuttosto potente dell’altra. E come avete sentito, il sedicente dittatore nordcoreano, nel suo discorso di fine anno, è stato distensivo verso il Sud e ha parlato senza mezzi termini di “nazione coreana”. E’ questo che preoccuperà a tempo debito gli Stati Uniti, altro che la “follia” del “dittatore”. Alla lunga, come detto più volte, credo che si avranno nel Pacifico almeno le potenze di Cina, Corea (unita) e Giappone, che per allora si sarà riarmato. E gli Stati Uniti non si faranno certo estromettere da quell’area (da essi oggi dominata) senza battersi con tenacia e accanimento per mantenere la loro influenza, che sarà comunque ridimensionata nettamente rispetto a quella odierna. Non mi azzardo a presumere cosa accadrà dell’India, che forse cercherà spazi verso sud e sud-est e dovrà comunque confliggere con il Pakistan (e ovviamente non correrà buon sangue con la Cina). E’ certo che questi paesi non si metteranno ognuno contro tutti; assisteremo a molti “giri di valzer” tra di essi. In ogni caso, nel momento attuale, la Cina ha interesse a ritardare il rafforzamento militare nordcoreano (che un giorno avvantaggerà una potenza concorrente in quell’area); e da questo punto di vista essa dunque non finge nell’avere qualche interesse simile a quello statunitense. Non però fino al punto di veder scomparire quel paese, magari inghiottito prima del tempo dalla Corea del sud, ancora lontana dal potersi affrancare dalla dipendenza rispetto agli Usa. Gli ambienti statunitensi – anche quelli che si esprimono in Trump – non possono non sapere questo.

Tuttavia, fare la voce grossa serve al neopresidente pure ai fini della contesa interna con gli avversari (attivi non solo fra i democratici), che gli stanno portando un attacco di particolare virulenza. In definitiva, per sintetizzare, la Cina ha interesse a rallentare l’armamento nordcoreano in vista del futuro; non però fino al punto di indebolire pesantemente l’assetto di potere del paese, creando così una situazione che favorirebbe sia il sud sia, in fondo, gli Stati Uniti finché resteranno predominanti nell’area. Questi ultimi alzano la voce per dimostrarsi i veri difensori dei sudcoreani, di cui si cerca di ritardare (o forse si spera perfino di impedire) un loro magari “parallelo” riarmo (con la scusa del pericolo a nord) e, in un periodo più lungo, una riunificazione coreana del tipo di quella sopra prospettata. Nello stesso tempo, la rigidità americana verso il Nord Corea (e quindi verso chiunque fornisca aiuto a tale paese) serve anche nei confronti del Giappone, che freme per potersi infine riarmare e a tal fine prende come scusa l’inesistente pericolo rappresentato da quel paese, dichiarato in mano ad un dittatore pazzo e feroce; in definitiva, la solita riedizione del “nuovo Hitler” dopo Milosevic, dopo Saddam Hussein, ecc. ecc. (sono così tanti che è meglio soprassedere).

Per inciso, ricordo che il Giappone degli ultimi decenni del secolo scorso si illuse di poter progressivamente conquistare il primato nel mondo (ed esportò ingenti capitali negli Usa soprattutto per investimenti immobiliari) grazie all’“avanzata” strepitosa dell’industria automobilistica, tipica della seconda rivoluzione industriale pur se con netti ammodernamenti definiti toyotismo (od ohnismo dal nome dell’ing. Ohno artefice della “qualità totale” proprio alla Toyota). Anche alcuni intelligentoni, che si professavano marxisti e molto “rivoluzionari” (i soliti “operaisti” e affini), videro nel Giappone la nazione dominatrice nel futuro secolo XXI oltre a inchinarsi ammirati di fronte al “robogate”, al “Lam”, ecc. della Fiat, allora considerata portatrice di innovazioni similari a quelle dell’industria giapponese (quanto tempo è passato da allora!). In pochissimi anni (già nel 1992-93) il Giappone entrò in piena stagnazione per almeno un dodicennio, fu battuto nell’avanzamento della terza rivoluzione industriale con i suoi nuovi settori strategici, importantissimi nei settori militari e dell’informazione. Tutti i suoi investimenti (soprattutto appunto quelli immobiliari) negli Usa furono liquidati in breve tempo; e con notevoli perdite, com’è ovvio (della Fiat e delle sue “grandi novità” tecnologiche non si parla più da gran tempo). Gli sciocchi profeti di cui sopra non si rassegnarono e si buttarono sulla Cina come dominatrice del XXI secolo. Tale paese non farà certo una brutta fine, il Giappone tornerà a riprendersi abbastanza bene, ma non ci sarà alcun dominatore mondiale in questo secolo per un bel po’ di tempo e fino a quando, eventualmente, una nuova serie di conflitti “a tutto campo” non avrà deciso circa la supremazia di “qualcuno”.

Non c’è attualmente alcun pericolo di conflitto nucleare. Siamo nel pieno delle manovre e contromanovre, degli avvicinamenti e allontanamenti fra i vari paesi divenuti potenze o almeno subpotenze regionali. In questo momento è di nuovo in atto un tentativo di sfruttare dissidenze e disagi interni all’Iran – alimentati dall’esterno e soprattutto dai soliti Usa – per depotenziarlo e indebolire così quel paese che è di fatto un aiuto alla Russia almeno nel caso della difesa della Siria. Si comincia a capire meglio la mossa di Trump relativa a Gerusalemme capitale di Israele. Mossa simbolica dato che non ha cambiato molto ciò che era già nei fatti, ma che è stato un segnale lanciato nella direzione del paese ebraico; così come l’annullamento dell’accordo nucleare con l’Iran. Israele non ha certo gran che aiutato l’Isis come ha fatto l’Arabia Saudita, adesso però ritiratasi da quell’appoggio di cui ha invece accusato il Qatar, con cui prima collaborava. Tuttavia, l’Arabia Saudita manifesta tuttora avversità ad Assad (e quindi all’Iran e agli hezbollah), mentre Israele, accanito nemico dell’Iran, si mostra più moderato verso il governo siriano (non crediamoci comunque troppo).

La Russia si è offerta poco tempo fa come mediatrice nel conflitto (assai meno acuto di quanto mostrato “ufficialmente”) tra Usa e Nord Corea. Non credo che il paese eurasiatico abbia intenzione di impegnarsi a fondo in simile operazione. E’ in fondo una mossa diversiva, tutto sommato un gesto d’attenzione verso la Cina, con la quale vi è una collaborazione non di fondo e che durerà fin quando la Cina, com’è d’altronde probabile, si concentrerà sull’area asiatica e non avrà mire eccessive verso il “suo” ovest. Malgrado la Russia sia considerata, certo a ragione, un paese eurasiatico, ho la netta sensazione che la sua massima attenzione sarà concentrata verso l’area europea e quella mediorientale. In quest’ultima non credo con grandi mire oltre la Siria; semmai manterrà rapporti “equilibrati” con Iran e Turchia, che sembrano avere maggiori chances e intenzioni d’influenza in quell’area. La Russia svolge anche delle azioni nell’area africana nord-occidentale; ad esempio verso la Libia, in particolare quella di Tobruk guidata dal gen. Haftar e che di fatto non riconosce quella di Sarraj (Tripoli) appoggiata dall’ONU (e dalla Nato) e sotto l’influenza statunitense e “occidentale” in genere.

Non penso tuttavia che la Russia abbia particolari energie da spendere attualmente in aree piuttosto lontane dai suoi confini. Probabilmente si concentrerà nei prossimi anni a nord (Artico), ma soprattutto ad ovest verso l’Europa. Qui la situazione è molto complessa. Nei suoi paesi orientali si stanno almeno al momento affermando forze che poco riconoscono la supremazia dell’asse franco-tedesco, del resto meno unito d’un tempo sia per la necessità manifestatasi in Francia di creare ex novo una forza sostitutiva di quelle tradizionali (“socialista” e sedicente gollista) in crisi disastrosa sia per l’indebolimento del governo tedesco. D’altronde, tali paesi (in particolare Polonia e Romania) sono particolarmente ostili alla Russia. La migliore soluzione per un reale indebolimento in Europa del potere statunitense – oggi certo in qualche difficoltà per i contrasti interni al paese e per la crescente piattezza e inettitudine delle forze al governo nella nostra area, ancora però legate alle prospettive del precedente establishment americano – dovrà a mio avviso passare per l’affermarsi, soprattutto in Germania e Italia, di forze non certo “populiste” come quelle così definite (anzi le si passa spesso per addirittura fasciste) da parte di squallidi organismi autodefinitisi “antifascisti”, bensì di altre capaci certo di violenze paragonabili a quelle del 1922 in Italia e del 1933 in Germania, ma con intendimenti del tutto diversi. In particolare, sarebbe necessario che l’eventuale drastico rivolgimento nei due suddetti paesi fosse indirizzato, pur senza rinunciare per nulla alla propria autonomia, ad una forte alleanza con la Russia, alleanza che riesca infine a influenzare in modo decisivo l’area europea. Si tratta di un’operazione di speciale difficoltà e contro la quale gli Usa, in tutte le loro componenti predominanti e dunque con strategie differenti, agiranno in continuazione. Ed è tuttavia l’operazione decisiva per ribaltare gli attuali rapporti di forza. Quanto meno nella nostra area, ma in fondo anche in un più ampio ambito mondiale.

Alcuni si fanno impressionare dalla presenza della Cina, con i suoi vasti investimenti fuori della sua più specifica area di pertinenza: sia in Africa, sia anche in Europa (e, in specie, credo proprio nel nostro paese). Si tratta del solito ottuso economicismo, tipico sia dei liberali che degli ambienti detti di “sinistra” e di cui furono pure responsabili dei “marxisti” che poco hanno letto e studiato le principali opere di Marx. La Cina, anzi, dovrà proprio stare attenta a non ripetere l’errore dei giapponesi anni ’70-’80, che pensarono di “comprarsi” gli Usa e sono oggi abbastanza in ritardo circa le possibilità di ridivenire un competitore per la supremazia mondiale. Quel tipo di investimenti ha importanza in quanto strumento per arricchirsi e avere maggiori risorse da dedicare al proprio irrobustimento complessivo, non escluso quello bellico, di cui mai va sottovaluta la rilevanza decisiva. La potenza deve però essere poi indirizzata all’ampliamento della propria area d’influenza, dove questa forza acquisita si ramifica tramite una rete di contatti particolari con settori dei paesi soggetti a detta influenza: settori culturali e anche (e ancor più) di controllo degli apparati di potere nella sfera politica e dell’informazione e manipolazione della “opinione pubblica”. E le aree d’influenza devono allargarsi a partire da quella di pertinenza del proprio paese e pian piano diffondersi tutt’intorno, se ci si riesce, a macchia d’olio.

Penso che i dirigenti cinesi lo sappiano e proprio per questo non siano così sciocchi da indebolire in questo momento la Corea del Nord. Guai se non ne avessero consapevolezza; rischierebbero un tracollo non eguale, ma con qualche somiglianza rispetto a quello dell’Urss con il suo “campo socialista” (1989-91), che essa non riusciva ad influenzare adeguatamente, essendosi fra l’altro cristallizzatasi nelle sue strutture sociali interne. La Russia mi sembra l’abbia capito bene; e non penso che dedicherà la maggior parte delle sue energie e risorse per la conquista di importanti zone in Medioriente e meno che meno in Africa (del nord). Qui essa ha sviluppato una serie di manovre per non farsi espellere del tutto e mantenere rapporti il più possibile meno ostili con alcune subpotenze della zona (in primis, appunto, Iran e Turchia). Gli Usa sono attraversati da robusti contrasti interni. Obama voleva forse giocare la carta della divisione tra islamici; Trump sembra ripreferire l’alleanza con Israele. Comunque, nulla di ancora definitivo. La Russia dovrà comunque operare principalmente sul fronte europeo.

E si ritorna appunto all’esigenza che in Germania e Italia ci siano rivolgimenti di notevole portata. Non dimentico la Francia; e tuttavia, in questo paese alcuni recenti avvenimenti – radicale sostituzione di vecchi partiti con quello solo apparentemente nuovo di Macron; debolezza assai manifesta di organizzazioni che volevano presentarsi come nettamente alternative – rendono il terreno particolarmente scivoloso per effettive novità. In ogni caso, non si deve ripensare alla semplice ripetizione del passato. Se tali rivolgimenti germanico-italici potranno svilupparsi, avranno alcuni caratteri violenti, ma dovranno perseguire finalità del tutto diverse da quelle di un tempo ormai lontanissimo: alleanza con la Russia e progressiva drastica riduzione della predominante influenza statunitense. Qui, nella nostra area europea, si giocherà la vera partita mondiale malgrado tutte le chiacchiere sulla prevalente importanza acquisita dallo scacchiere asiatico. E sarà una partita difficilissima e con tante incognite e “dolori”.

Direi di fermarmi qui; tanto si tratta di un’analisi che dovrà tenere in continuazione gli occhi puntati su una situazione in rapida e confusa evoluzione, con incessanti svolte e fenomeni che al momento lasceranno perplessi; come ad esempio l’atteggiamento di Bannon nello scontro interno agli Stati Uniti, che non credo debba essere immediatamente giudicato. E così accadrà di molti altri eventi nel corso dei prossimi mesi e anni. Occorrerà sempre molta cautela e ponderazione; poca fretta nel valutare gli eventi e invece rapidità nel mutare giudizi e previsioni a seconda delle svariate giravolte cui dovremo assistere.

 

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