UN PO’ DI STORIA RECENTE PER GLI IGNARI

gianfranco

1. Da qualche punto debbo cominciare questa mia breve (e fin troppo succinta) memoria della storia che abbiamo attraversato da molti decenni a questa parte. Intanto partirò da una premessa di tipo personale. Ho aderito al comunismo nel 1953. Mi trovai subito immerso nei dubbi e perplessità, direi perfino inopposizione, quando uscì l’articolo di Togliatti su Nuovi Argomenti nel 1956 con la “trovata” della “via italiana al socialismo”. In quell’anno fui contrario al XX Congresso del PCUS (tenutosi a febbraio) e poi ammirai l’intervento di Concetto Marchesi all’VIII Congresso del Pci (verso la fine del ‘56), in cui svillaneggiò Krusciov, il meschino ricostruttore delle vicende dello stalinismo in chiave puramente personalistica e come si trattasse del frutto di una psiche “disturbata” e tendenzialmente criminale; con metodo insomma del tutto simile a quello, criticato dai comunisti (almeno da quelli che conoscevano un po’ il marxismo), quando si parla di Hitler folle e “mostro”,ricostruendo la storia in base a simili fatue categorie interpretative. Ricordo che Togliatti andò a stringere la mano a Marchesi dopo l’intervento e ciò rinsaldò il mio atteggiamento critico di fronte a quello che ho sempre considerato l’opportunismo dell’allora segretario piciista. Nell’ottobre del ’56 fui senza esitazioni per l’intervento in Ungheria, non approvando però l’atteggiamento incerto dei sovietici (una prima mossa aggressiva frettolosa e poco giustificata, poi l’arresto dell’operazione, infine la repressione troppo brutale).

Accettai inoltre quel fatto per ragioni che oggi si direbbero “geopolitiche”. Ritenevo un disastro che si sbriciolasse il campo avverso a quello atlantico (guidato e comandato dagli Usa). Cominciai tuttavia a chiedermi quale “coincidenza” ci fosse tra il “socialismo” imparato sui testi marxisti e quello in atto. Si ammette sempre una discrepanza tra teoria e realizzazioni pratiche, tuttavia mi sembrava che fosse venuta in evidenza una distanza leggermente eccessiva. Fui poi disturbato dalcomportamento dei vertici del PCI (della “via italiana al socialismo”) nei confronti di chi traballò e fu preso da naturali dubbi, come ad es. Di Vittorio, di cui si dice che fu perquisito a casa e intimidito da parte di una sorta di “polizia interna” (che a mio avviso era giusto esistesse, ma non per agire con somma rozzezza e brutalità) mossa da quello che si riteneva allora una specie di “ministro dell’interno” del partito (lo stesso che nel 1978, in costanza di rapimento Moro, fece il viaggio, detto ridicolmente “culturale”, negli USA). E’, però, soltanto un “si dice”, mi raccomando, non prendetelo per sicuramente vero.  

L’anno successivo (’57), fui comunque sostanzialmente dalla parte del “gruppo antipartito” nel PCUS (Malenkov-Molotov-Scepilov-Kaganovič), perché Krusciov mi appariva un opportunista rozzo e furbastro. I quattro furono espulsi dal partito,dopo alterne vicende: iniziale maggioranza nella Direzione del partito e poi in minoranza nel successivo Comitato Centrale, convocato d’urgenza dal segretario e che, come sempre accade quando si passa ad un numero piuttosto consistente di “esseri umani”, era zeppo di tirapiedi silenziosi e conformisti. C mi allontanò ancor di più dalle posizioni del PCI, sempre allineato con Mosca e dunque ormai con la mediocrità del krusciovismo.

Da allora accentuai la mia critica al partito in quanto “revisionista” (pensavo ad una riedizione, “riveduta e scorretta”,del kautskismo) e mi avvicinai sempre più ai comunisti cinesi (allora non ancora divisi in “linea nera” di Liu-sciao-chi e “rossa” di Mao, divisione che avvenne nel ’66 con la rivoluzione culturale; è ovvio che le definizioni di “nera” e “rossa” erano di marca maoista). Quando nel ’60 si svolse a Mosca il Congresso degli 81 partiti comunisti (di tutto il mondo), si precisò la lontananza fra cinesi e russi e mi sentii viepiù consenziente con i primi. Infine vi fu la “crisi di Cuba” (ottobre 1962), su cui occorre un racconto a parte, data la somma di bugie raccontate. Nel 1963, si precisò con nettezza il dissidio ormai inconciliabile tra PCUS e PCC (in cui era ancora in auge Liu-sciao-chi) con il violento scambio di accuse contenute nelle lettere che si scambiarono i comitati centrali dei due partiti. Alle critiche al PCUS, i cinesi aggiunsero due importanti interventi (in specie il secondo) contro Togliatti e il PCI. Da allora ruppi in modo definitivo con il partito;per un bel po’ di tempo mi aggirai nella gruppistica (quella di tendenza m-l), da cui però mi allontanai nel corso degli anni ’70 (in specie dopo la morte di Mao nel settembre 1976).

Poiché ero però allievo del maggiore economista di tale partito (fra l’altro, l’unico citato assieme a Togliatti nel secondo degli interventi cinesi contro i comunisti italiani), in definitiva mantenni aperti i canali con esso e quindi ebbi modo di sapere molte “cosette”. In fondo ho avuto contatti amichevoli con membri dei vertici del PCI (sorprenderebbe sapere qualche “grosso” nome, che non posso fare), senza mai chiedere alcun favore ma solo notizie (assai interessanti e sovente non di dominio pubblico).Frequentai anche molto “Critica marxista”, fui pubblicato dagli Editori Riuniti, ecc. ecc. Tuttavia, ero nel contempo impegnato in tutto quell’ambaradan che fu detto “extraparlamentare”; vedevo come fumo negli occhi, perché ne rilevavo le ascendenze fondamentalmente anticomuniste (non solo antipiciiste), le correnti poi dette “operaiste” (e più tardi dell’“autonomia”) e fuipiù vicino ai cosiddetti emme-elle, ma certo con tanto sconcerto per la sclerosi e dogmatismo delle loro posizioni, salvo rarissimi casi.

2. Passarono gli anni, morì nel giugno ‘63 il “Papa buono” (il primo della “S.S. Trinità costituita da Giovanni XXIII, Kennedy e Krusciov), a novembre fu assassinato il presidente americano,nell’agosto ’64 morì Togliatti e in ottobre fu rimosso il leadersovietico. Si arrivò al fatidico ’68 (preceduto in Italia da un ’67 già turbolento) e anni successivi che, come ben si sa, furono definiti “anni di piombo” (quelli ’70 soprattutto) o del “terrorismo rosso”, mentre invece sono stati anni in cui quest’ultimo (indubbiamente messosi in moto dissennatamente) fu ampiamente infiltrato e sfruttato (insieme a quello, “secondario”, detto nero) per una serie di “giochi delittuosi” posti invece in atto dai vari Servizi dei paesi dei “due campi”. Venni a conoscenza abbastanza presto di quanto fosse falso il “racconto” che si stava facendo (e che continua ancor oggi!) di quel “terrorismo”. Ricordo intanto l’importante evento della repressione sovietica in Cecoslovacchianel 1968, che questa volta condannai, ma più che altro per critica al cosiddetto “socialimperialismo” Urss e senza aderire minimamente alle idee, anzi aborrite, di Dubcek e soci; idee invece condivise da assai deboli “antirevisionisti”, in particolaredai “manifestaioli” in Italia che mostrarono fin da allora di non essere migliori dei piciisti. Alla fine degli anni ’60 iniziarono “discreti” contatti tra PCI e “ambienti statunitensi”; prese insomma avvio il lento e molto coperto trasferimento del PCIverso ovest. In un certo senso, se si vuol fissare una data, si deve indicare il 1969; detto “per inciso”, in quell’anno Berlinguer divenne vicesegretario.

Sembravano allora maggioritari nel partito gli “amendoliani” (il cui n. 2 era Napolitano), corrente (pur se non riconosciuta formalmente in nome dell’unità del partito, che si pretendeva ancora leninista) cui apparteneva anche il mio Maestro, corrente cui si deve l’espulsione di quelli de “Il Manifesto”. Il gruppo amendoliano era considerato appunto l’avversario principale(quello più “revisionista”) nell’ambito del piciismo. In effetti,detto gruppo era sostanzialmente socialdemocratico, critico del socialismo di tipo sovietico; peraltro con critiche non del tuttoerrate a quello che era un semplice statalismo esasperato, ormaiincapace di promuovere un vero sviluppo. Vi era in esso unapropensione ormai piuttosto evidente verso il capitalismo; solo moderata da più che fumosi e mai seriamente attuati propositi di sedicenti “riforme di struttura” e di “programmazione democratica” al posto della pianificazione statalista, con idee poco chiare circa la pretesa superiorità delle imprese “pubbliche”rispetto alle “private”. Insomma, fu evidente la debolezza teorica(del “marxismo all’italiana”) e anche l’ambiguità della loro lineapolitica. Gli “amendoliani” (almeno nella maggior parte) eranocomunque contrari all’atlantismo (Usa) e quindi considerati tutto sommato filosovietici nell’ambito del PCI; furono dunque i più radicali avversari dei gruppuscoli extraparlamentari, cheoscillavano tra il filo-maoismo (e la rivoluzione culturale) e il dubcekismo opportunista e filo-occidentale (soprattutto apprezzato da quelli del Manifesto).

Nel 1972 venne eletto segretario Berlinguer con l’appoggio diun composito assembramento di cui fece parte l’ormai fu(almeno per me) amendoliano Napolitano e la sedicente sinistraingraiana, che aveva fili di collegamento con la gruppistica tramite i “manifestaioli”. Da allora, il cambio di casacca piciistaprocedette con più sicurezza e, nel contempo, prudenza; venne via via in evidenza l’“eurocomunismo”, l’ideologia che mascheravatale processo e cercava di dare dignità allo spostamento di camponello schieramento internazionale.

3. Nel 1967 vi fu il colpo di Stato dei colonnelli in Grecia (e venne ucciso in Bolivia il Che Guevara, altro argomento su cui occorrerebbe un discorso a parte). Tale colpo di mano militare fuchiaramente appoggiato dagli USA (nella sua politica “ufficiale”), mentre vide ovviamente contrario lo schieramento sovietico e l’insieme dei partiti comunisti occidentali. Quel regime non fu mai ben saldo, pur se si parlò di contatti con ambienti destri in Italia e qualcuno ebbe paura di eventi simili pure da noi (il cui unico risultato in definitiva fu il gustoso film di Monicelli Vogliamo i colonnelli). Nel 1973 il regime militare greco entrò in piena crisi e l’anno successivo ebbe termine; con l’instaurazione, però, di una “democrazia” apertamente filo-occidentale, di fatto filo-atlantica e proUsa, quindi avversaria del campo detto socialista. E questo era comunque il reale scopo perseguito dagli Usa con il colpo di Stato.

Le posizioni tra il 1967 e il ’74 nel nostro campo capitalistico sembravano molto chiare e nette: gli Usa per i colonnelli, l’Europa tiepida, in certi casi perfino antipatizzante ma senza troppo irritare il perno del campo stesso; i comunisti, orientati ad est”, decisamente avversari dei militari. La politica è però sempre assai meno limpida delle sue apparenze e delle declamazioni in pubblico”. Dati “ambienti statunitensi” (diciamo così, la qual cosa è in fondo sufficientemente corretta) si rendevano conto delladebolezza del regime greco e quindi tramavano sotto traccia purecon l’opposizione “democratica” greca per preparare l’eventuale cambio di regime come poi avvenne. In queste trattative entrava pure una parte dei comunisti greci, la minoranza, mentre la maggioranza restava ostile e vicina all’Urss. La parte minoritaria costituì il partito comunista dell’interno, che si collegò con il nascente “eurocomunismo”, il cui centro direttivo si trovava nella parte ormai maggioritaria del PCI. Fu durante quel periodo che si accentuarono (almeno così si può arguire) i contatti tra i suddetti“ambienti statunitensi” e date correnti del PCI e, tramite queste,con il partito comunista greco dell’interno; colloqui non irrilevanti per quanto avvenne poi in Grecia nel 1974: caduta del regime, vittoria elettorale di Nuova Democrazia, partito appena fondato da Konstantinos Karamanlis, governo “democratico” (conservatore) che iniziò il suo iter filo-Nato.

In quegli anni, fra l’altro, ebbi modo di venire coinvolto di striscio nella vicenda. Nel 1971 avrei dovuto andare proprio in quel paese e incontrare qualcuno che apparteneva ai “comunisti dell’interno” (i futuri “eurocomunisti” con il PCI). Purtroppo, ho come soli testimoni le mie orecchie e la mia vista; non posso provare per conto di chi ci dovevo andare e chi dovevo incontrare. Da questa vicenda trassi però in seguito idee piuttosto precise su ciò che stava accadendo con i cambiamenti di campo in atto. Alla fine rifiutai di recarmi in Grecia perché mi sembrava troppo pericoloso, ma tutto sommato – come appunto capii meglio un po’ dopo – sarei stato protetto abbastanza (e proprio da certi “ambienti” USA) anche se certamente i colonnelli avrebbero masticato amaro e potevano quindi farmi qualche scherzo tipo “incidente” o qualcosa del genere.

In ogni caso, per quanto all’inizio assai sorpreso della proposta fattami di andare “laggiù” (io ero ben conosciuto come comunista e quindi certo non favorevole a quel regime), pian piano afferraipoi cosa stava avvenendo in certi ambienti dell’“opposizione” in Italia. Di più non posso chiarire, ma ebbi prove discrete di quanto sto raccontando circa gli spostamenti di “campo” in quel periodo.Non compresi comunque subito che aveva preso avvio, tra fine anni ’60 e inizio 70, lo spostamento di almeno alcune frange della “destra” (amendoliana), che permisero l’ascesa a posizioni di comando nel PCI di coloro che furono fondamentali per il suo lento orientarsi verso l’atlantismo, sempre però assai ambiguo almeno fino all’accettazione della Nato, anche questa iniziata fin dal 1972, ma molto ambigua e “mascherata” per alcuni anni.

4. Ancora più rilevanti per comprendere dati fatti riguardanti il “comunismo” italiano (ma anche più in generale) – accaduti inquegli anni, che sono pure fondamentali per meglio valutare il nostro presente, a partire dal periodo susseguente al crollo dell’Urss, alla truffaldina operazione “mani pulite”, ecc. ecc. – furono gli eventi svoltisi nello stesso periodo in Cile. Cerchiamo di essere ordinati, cosa non tanto facile data la somma di eventi, tra cui si deve trascegliere tacendone una buona parte. Se non vado errato – ma certamente ricerche storiche finalmente oneste sarebbero necessarie – nella seconda metà degli anni ’60 vi fu notevole corresponsione di interessi tra settori Dc (con Moro in testa) e il presidente democristiano cileno Eduardo Frei. Gli accordi portarono fra l’altro alla nascita di un’agenzia stampa (con sede a Roma), che si espanse a tutto il Sud America, poi ai tre continenti del Terzo Mondo ed infine su scala globale, autonomizzandosi rispetto all’originario contesto (oggi non esiste più già da tempo). Ciò introdusse anche correnti imprenditoriali italiane in Cile e altri paesi sudamericani, ma non penso proprio che questo abbia infastidito più che tanto gli USA.

Nel 1970, Allende vince le presidenziali in Cile. Frei, da allora, si sposta nettamente verso gli Stati Uniti e certamente non si oppose (penso proprio il contrario) alla preparazione del colpo di Stato di Pinochet dell’11 settembre 1973. Credo non debba esservi nemmeno dubbio che la scelta di Frei abbia determinato frizioni con settori non irrilevanti della Dc italiana e con Moro in particolare. Nello stesso tempo, come già era avvenuto in Grecia, vi furono sicuramente “ambienti statunitensi” che non parteciparono alla preparazione del colpo di Stato, sempre per il principio che è sempre necessario esistano soluzioni di ricambio per l’eventualità della non riuscita di determinati progetti più “radicali”. Indubbiamente, la storia successiva dimostrò che il colpo di Stato di Pinochet fu più solido di quelli dei colonnelli greci, durò sedici e non sette anni. Tuttavia, non credo proprio che abbiano mai cessato di sussistere i suddetti ambigui ambienti negli USA; sempre pronti all’eventuale sostituzione di determinati progetti con altri di tipo detto (ridicolmente) “democratico”.

Il PCI – o meglio certi settori dello stesso, ormai a noi ben noti, già in azione con i comunisti greci (dell’interno) durante il regime dei colonnelli – si mosse in questa situazione che ancora una volta si presentò chiara nella sua ufficialità: condanna del colpo di stato da parte del partito italiano (assieme a tutti gli altri partiticomunisti), contrarietà anche di altre forze politiche nostrane (ed europee, contrarietà molto ben contenuta), appoggio smaccato a Pinochet da parte degli Stati Uniti, apparentemente in tutti i loro ambienti poiché è ovvio che le “forze di riserva” si tengano sempre ben coperte e tramino in gran segreto per l’eventualità di diverse soluzioni future. Subito dopo il colpo di Stato, esce in tre puntate (su Rinascita) un lungo articolo di Berlinguer (ricordo: segretario dal 1972 per la convergenza dei settori ex amendoliani,di cui già detto, e anche della sedicente corrente di sinistra, ecc. sul suo nome), in cui si condanna ufficialmente il colpo di Stato, si accusano dello stesso gli USA; però…..

Il però era unapparentemente togliattiana valutazione intrisa di realpolitik, che taluni vollero assimilare alla scelta di Palmiro nella famosa “svolta di Salerno” del 1944, necessitata dai patti di Yalta e dal voler evitare la stessa sorte che toccò ai comunisti greci; sorte, lo si scorda sempre, che si compì per essi nel 1949 dopo aver avuto perfino il sopravvento in dati periodi, almeno fino al 1947. Anno in cui si ebbe la rottura tra Jugoslavia e URSS e l’uscita della prima dal Cominform; evento da cui conseguìl’impossibilità di adeguati aiuti (soprattutto dell’URSS) ai compagni greci poiché gli jugoslavi (geograficamente vicini a quel paese) li impedirono. Ci fu poi la sostituzione di Markos (notevole capo militare) con il molle Zachariadis al comando delle truppe comuniste greche con risultati complessivamentecatastrofici: annientamento di vasti settori di queste ultime e uccisione di decine di migliaia di militanti.

Berlinguer, con buon senso” (appunto tra virgolette), ricordò che comunque l’Italia era parte del campo capitalistico (l’“occidente”) strutturato attorno ad un’alleanza militare, la Nato, controllata dagli Stati Uniti. Per evitare che anche l’Italia corressepericoli di tipo cileno, bisognava secondo il suo parere almeno in parte “abbozzare” e accettare realisticamente la nostra posizione atlantica. In un certo senso, si può dire che da qui parte, o almeno si rinforza, l’idea del cosiddetto eurocomunismo, da ritenersi in qualche modo il successore, riveduto e (s)corretto, dell’invenzionetogliattiana denominata “via italiana al socialismo”. Qui si pensa meno in termini italiani, nazionali, e invece più europei. Sembròun allargamento di visione prospettica; in realtà, significò che il Pci, sfruttando la sua posizione di maggiore partito comunista d’occidente (e il più radicato tra le masse popolari” del proprio paese, chiara impostazione ideologica del problema), si candidò a far da organo di collegamento e traino di tutte le frazioni interne ai partiti comunisti occidentali primi fra tutti quelli francese e spagnolo, ma con ramificazioni minori pure verso i partiti comunisti orientali (dunque pure in Polonia, Cecoslovacchia, Ungheria, Romania, paesi “socialisti” in genere) frazioni ormai preoccupate dell’evidente (salvo che per alcuni “frastornati”) indebolimento dell’Unione Sovietica (soprattutto dovuto allastruttura sociale interna, non tanto quale potenza militare) e che dunque si prepararono cautamente al cambio di campo.

S’intensificarono, tramite alcuni “ambasciatori”, i rapporti tra Pci e i suddetti ambienti statunitensi (quelli delle “soluzioni alternative”), che culmineranno nel 1978, chiudendo solo la prima fase, con il viaggio dell’alto esponente del Pci negli Usa; un viaggio ridicolmente e inutilmente presentato (salvo forse che per la “base”, costituita dai soliti credenti) come culturale, mentre si ebbero molti riservati incontri ben più significativi e coinvolgenti. Riparleremo più avanti di questo viaggio, avvenuto in fortuita coincidenza con il rapimento Moro; fortuita in quanto coincidenza temporale, non ne sono invece sicuro quale rapporto causa/effetto.Le mene “atlantiche” del Pci non avrebbero avuto senso senza l’avvio di quello che fu il “compromesso storico” con la Dc, un compromesso tutt’altro che scevro di antagonismo e di insinuante tentativo piciista di arrivare un giorno a sostituirla come bastione di un regime solidamente pro-occidentale (cioè pro-Usa), nella sostanza meno ambiguo di Dc e Psi verso l’est europeo, gli arabi, ecc. (pur se, ufficialmente, il Pci restò a lungo vicino a personaggi come Arafat, ecc.). Comunque, è tutto da ricostruire storicamente, non come fatto da storici “di sinistra” cui deve andare tutto il nostro disprezzo.

In ogni caso, non mi sembra che la Dc sia rimasta complessivamente tranquilla. Credo che i settori più favorevoliall’avvicinamento del PCI agli statunitensi (e dunque al “compromesso storico”) fossero in sostanza guidati da Cossiga(comunque questi ne fu un esponente assai importante). Costui, dopo “mani pulite”, sembrò prendere negli anni ‘90 posizioni di contrasto con gli USA. Lui stesso rivelò che, quando nella stampa americana s’iniziò a fare troppo spesso il suo nome in merito a quell’operazione giudiziaria, ottenne infine il silenzio minacciando di fare cenno ai contatti tra Stati Uniti e mafia siciliana per favorire la costruzione della base a Comiso con una “opportuna” azione tesa a mitigare la contrarietà dei partiti del cosiddetto arco costituzionale. Non credo siano serviti tanto questi ricatti quanto i rapporti con “amici” statunitensi che zittirono quelli che lo importunavano. Non a caso, ben dopo “mani pulite”, nel ’99, Cossiga (per sua stessa ammissione) fu al centro delle operazioni trasformistiche che portarono al governo D’Alema, giudicato il migliore per un “corretto” comportamento italiano di appoggio incondizionato all’aggressione clintoniana alla Jugoslavia.

5. Tornando indietro agli anni ‘70, credo che Moro avesse una buona conoscenza dei fatti e fosse molto sospettoso e prudente nei confronti dell’avvicinamento (conflittuale, e non lo si prenda per bisticcio di parole) tra PCI e certi ambienti democristiani, pureloro pronti a notevoli mutamenti di prospettiva su pressione di certi “ambienti” statunitensi. Per quanto posso capire, il dirigente diccì – poi rapito e ucciso; e la si smetta di dire dalle BR – fosse in ciò seguito da Fanfani, mentre Andreotti come al solito si “destreggiò”; pagò più tardi, ma anche da “mani pulite” in poi sopportò in silenzio e con pazienza che passasse la buriana, garantendo una segretezza (di quanto avvenuto negli anni ’70) che infine lo premiò, cosa non accaduta ad altri (ad es. a Craxi, che era stato a suo tempo favorevole a contatti tali da almeno cercare di salvare Moro). All’inizio degli anni ’70, il PSI faceva già da lungo tempo parte del cosiddetto centro-sinistra al governo, ma fu solo dopo il ’76 (ascesa di Craxi, ecc.) che si mise in più accesa competizione con il PCI; e anche la direzione del partito socialistaprese atto, secondo la mia opinione, delle pericolose manovre del“nuovo” PCI di avvicinamento agli USA.

Nel ’76 vi fu però (sempre fortuita coincidenza?) la vittoria decisiva dell’antifascismo del tradimento, che falsa tutto il significato della Resistenza, divenuta lotta di liberazione in pieno appoggio agli Alleati”, i nostri “liberatori”. Balle mostruose, se si pensa che, come ammise Cossiga (anche se poi ritrattò e negò), l’80% di quell’evento storico limitato di fatto, nella sua vera rilevanza, al nord Italia (o poco più) quale autentica lotta partigiana e non chiacchiere dei savoiardi e badogliani, poi di fatto avallate almeno parzialmente dall’eccessiva “prudenza” togliattiana fu guidato dai comunisti. Naturalmente, ci sono molti misteri da spiegare, a partire dalla frettolosa fucilazione di Mussolini con sparizione, almeno così si continua a dire, di importanti carteggi. La scusa fu che, altrimenti, gli Alleati lo avrebbero salvato. Proprio così? Soprattutto gli inglesi e Churchill lo volevano salvo? Non è che certi “comunisti”, magari, eseguendo gli ordini del comando del CLN (con aperta tendenza al compromesso togliattiano dei dirigenti comunisti in quel comando) fecero un favore agli “Alleati”, ma soprattutto agli inglesi, consegnando carteggi tra Mussolini e il premier inglese? Mah!

Resta il fatto che né Moro né Craxi si opposero (c’è da dire: “et pour cause”?) al totale travisamento della Resistenza; non lo potevano, d’altronde, giacché ridimensionava il ruolo dei comunisti, fatto che pensavano ad essi favorevole (sbagliando di grosso!). Furono fin troppo morbidi anche quando ci si prodigònel dileggio del “fanfascismo”, nelle vignette di Craxi in camicia nera e orbace, ecc. E si trattava di un chiaro sintomo di come il nuovo (falso) antifascismo volesse sfruttare i meriti passati, approfittando di un ceto intellettuale infame che obnubilò ogni effettiva memoria storica, per accusare di fascismo chiunque intralciasse il “compromesso storico”, cioè la riabilitazione atlantica del PCI. L’antifascismo del tradimento – lanciato fra l’altro con Repubblica”, giornale non a caso uscito proprio nel 1976 – fece dimenticare l’infamia di badogliani e savoiardi, fu patrocinato anzi da ambienti repubblicani, dichiaratisi semmai eredi di “Giustizia e Libertà” (che ebbe uomini insigni, sia chiaro, non i miserabili allignanti in quel giornalaccio), ben foraggiati dai “cotonieri” italiani, in particolare dalla Fiat e dagli eredi degli ambienti industriali italiani fascistoni fino al 25 luglio ’43 – effettiva caduta del “fascismo” al “Gran Consiglio” diretto da Achille Grandi con arresto di Mussolini e sua “custodia” al Gran Sasso, da cui fu liberato dai tedeschi scesi in Italia dopo il voltafaccia settembrino del Re e di Badoglio – per poi voltare rapidamente gabbana e innamorarsi dei “liberatori” (si dice chealcuni ambienti “industriali” abbiano iniziato segrete trattative con i già chiari vincitori della guerra già a fine ’42).

Quell’antifascismo del tradimento attaccò appunto i settori che più sospettavano e temevano il compromesso storico”, ma che commisero l’errore di non prenderlo di petto con molta energia, cosa che alla fine li perdette. E li attaccò esattamente come fa oggi; chiunque si oppone alle sue losche trame, all’asservimento totale del paese agli Usa, è immediatamente tacciato di fascismo. Va dichiarato senza mezzi termini che questo antifascismo è da quarant’anni il veleno responsabile dellosbriciolamento politico, sociale e culturale d’Italia. Ha apportato danni, putrefazione, viltà estrema, servilismo. E’ veramente il più grande pericolo degenerativo che sta correndo il nostro paesedall’Unità ad oggi. O lo si ferma o si è perduti per molti e moltianni. Non lo si ferma, però, con l’altrettanto meschino e antistorico anticomunismo dell’attuale “destra”, con il liberismo d’accatto; non ci siamo proprio. Occorre ben altra forza politica, che ancora non appare minimamente in formazione; soprattutto perché tre quarti di secolo di “democrazia” (del tutto falsa e imbelle) hanno istupidito anche gran parte della popolazione, perfino le masse più popolari.

6. Dobbiamo fermarci un momento a pensare e analizzare, sempre via ipotesi, quanto stava avvenendo nel campo “socialista” centrato sull’Urss. Devo tralasciare tutta la questione del decisivodissidio sovietico-cinese in cui s’inserì, nei primi anni ’70, l’azione Kissinger-Nixon, non raggiungendo grandi successi per gli ostacoli frapposti a quello che, io penso, verrà infine rivalutato come un non banale presidente americano, fatto fuori dall’FBI con il Watergate (su indicazione di ben precisi centri statunitensi portatori di altra strategia). Qui mi limito a considerare brevemente le difficoltà interne dell’Urss, che non potevano non riverberarsi sui paesi dell’area ad essa sottomessa.

Con la liquidazione di Krusciov (1964) si mise termine ad una serie di operazioni sconnesse e contraddittorie, che rappresentavano un grosso pericolo per la seconda superpotenza mondiale; sia per quanto concerne la coesione all’interno sia per il possibile sgretolamento della sua sfera d’influenza esterna.Tuttavia, si congelò la situazione sociale e politica, si dichiarò una soltanto formale e decrepita ortodossia ideologica, ormai priva di presa. Si cercò di tenere saldo un blocco sociale (ed è già tanto forse definirlo così) formato dai vertici del partito – con gli alti dirigenti dei grandi Kombinat, nominati da detti vertici politici per meriti di fedeltà, non certo per capacità direttive managerialie dagli strati inferiori, esecutivi, dei lavoratori salariati trattati ancora, del tutto stancamente, da Classe Operaia, il presunto soggetto operativo nella “costruzione” del socialismo (primo stadio) e poi comunismo. Il famoso principio marxista del socialismo, “a ciascuno secondo il suo lavoro”, venne interpretato in senso meramente quantitativo, in quanto durata e pesantezza del lavoro; non per la qualità, così come intendeva Marx che – oltre al fatto di pensare tale classe formata, insieme, “dal primo dirigente all’ultimo giornaliero” – aveva fatto distinzione tra lavoro semplice e complesso, un’ora del quale valeva quale multiplo dell’ora del primo. Vi erano operai delle mansioni inferiori che prendevano un salario (pur sempre basso) non inferiore a quello di molti quadri intermedi (o anche medio-alti, salvo i “boss” legati al partito) e perfino a quello di ricercatori in importanti centri di elaborazione scientifica e tecnica.

In un sistema industriale in crescita, è ormai dimostrato che gli operai, se si considerano tali solo quelli svolgenti mansioni prevalentemente esecutive o addirittura manuali (non l’associazione dei produttori di cui parlava Marx), diminuiscono di peso perfino numericamente, per non parlare del loro contributo ad una industrializzazione sempre più sofisticata. Crescono invece rapidamente gli strati intermedi (i “ceti medi”), e non soltanto in ambito strettamente produttivo. Ed infine, dato l’evidente fallimento totale di una cogente pianificazione – dall’alto e dall’esterno delle diverse unità produttive, che non vengono affatto a formare un tutto unico, compatto, omogeneo – diventa fondamentale lo strato manageriale: e non semplicemente tecnico, bensì specificamente dotato in senso strategico. L’Urss, durante il ventennio brezneviano, cristallizzò la pratica legata alla vecchiaideologia “rivoluzionaria” e andò incontro a “rendimenti decrescenti” con accelerazione esponenziale, mascherata solo dalla forza (in specie militare) raggiunta in passato e da una soloapparente unità del PCUS.

Fu infine l’insieme, sempre più ampio e massiccio pur se frastagliato, degli strati sociali intermedi – ignorati per sclerosi ideologica e politica, pure responsabile del forte indebolimento economico e dunque di una effettiva stagnazione, ecc.a scardinare l’ordinamento sovietico e a creare nel contempo lo sfacelo sociale che distrusse l’Urss. Basta con la favola del “grande” presidente Reagan (attore scadente pur se interprete infilm niente male, in specie western), che avrebbe stroncato il bastione del “socialismo” (chiamato, dagli ignoranti di tutti gli schieramenti, comunismo), obbligandolo ad un surplus di spese militari. Il crollo, una vera e propria implosione, fu dovuto inveceal collasso del sistema complessivo, con una direzione politicalegata a impostazioni superate e incapace di comprendere i processi di trasformazione di quella formazione sociale, definita del tutto impropriamente socialista. Alla morte di Breznev (1982), vi fu già un primo sussulto pre-distruttivo con l’elezione a segretario del partito di Jurij Andropov, che però morì nel 1984. Il pendolo tornò a segnare l’ora di uno stretto collaboratore di Breznev, Černenko, che si spense dopo sei mesi di segretariato (marzo 1985). Venne in auge allora Gorbaciov che restò fino alla dissoluzione dell’Urss (1991), liquidò l’intero campo “socialista” euro-orientale, organizzando fra l’altro il colpo di Stato (passato per rivolta popolare) di Iliescu in Romania. Questo più che mediocre personaggio, assurto indegnamente alla direzione dell’URSS, cercò perfino di creare zizzania in Cina, dove le sue mene (con alcuni ambienti interni al PCC e al segretario del partito, subito destituito) furono assai velocemente stroncate. Dopo, la situazione precipitò in URSS con Eltsin che dissolse l’Unione sovietica alla fine del 1991. Formatasi la Russia, assai più debole e con la perdita di alcune “Repubbliche”, le sorti cominciarono a risalire molto lentamente con Primakov, ma ormai da posizioni compromesse. Infine, la ripresa di quel paese si rinsaldò con Putin. Questa è già storia dei nostri giorni e dunque tornerò adesso indietro.

7. Dopo la cacciata di Krusciov nel 1964, l’Urss tornò solo apparentemente compatta e unitaria. In essa, per i motivi sociali sopra accennati, permanevano correnti sotterranee di opposizione, anche dentro lo stesso PCUS. Correnti che, in qualche modo, erano perfino in buon rapporto con l’eurocomunismo o eranocomunque interessate a compromessi con l’occidente, anche a prezzi molto bassi, talvolta di svendita. Esse furono a lungostrettamente controllate, ma la loro opera corrosiva cresceva lentamente ed in modo coperto e cauto; soprattutto tenevano contatti con le corrispondenti frazioni dei partiti comunisti euro-orientali, infarcite dei soliti opportunisti che annusavano i mutamenti di atmosfera (pur tenuti molto segreti) e si preparavano ad ogni evenienza. Le frazioni maggioritarie – e solo apparentemente padrone assolute dei partiti: dal PCUS a quelli dei “satelliti” non avevano capacità manovriere di grande rilievo per le carenze politico-ideologiche già accennate; esse usavano la forza e conducevano tramite la parte più fedele dei Servizi e di altri apparati addetti ad operazioni varie anche all’esteromanovre segrete e deformate in guisa da non farne afferrare con facilità gli scopi realmente perseguiti.

Dette manovre miravano certamente a colpire e mettere in difficoltà le trame degli interessati a cedimenti compromissori più o meno gravi con l’occidente capitalistico. Lo facevano, tuttavia, in modo assai contorto, giungendo perfino a promuovere esse stesse pericolosi compromessi con gli USA e i paesi del campo capitalistico mediante mosse morbide e prudenti, alternate a scelte improntate ad estrema durezza (anche militare). Inoltre, cercavanoprioritariamente di scompaginare le correnti compromissorie interne all’Urss e al “suo campo”, ma si rivolgevano pure all’esterno di quest’ultimo, imbastendo più o meno cauti e coperti rapporti con frazioni interne di alcuni partiti comunisti euro-occidentali ormai schierati in senso atlantico”; frazioni rimaste fedeli al presunto socialismo e quindi nettamente contrarieall’eurocomunismo, ma soprattutto a chi aveva preso il sopravvento nel Pci, il principale di questi partiti, conducendolo asempre più invischianti (e conosciuti dai Servizi dell’est) rapporti con gli USA e trasformandolo perciò nei fatti in una vera centrale di cospirazione antisovietica. In tale opera da voltagabbana, le frazioni ormai nettamente maggioritarie nel PCI sfruttarono pure il dissidio russo-cinese e, solo parzialmente, la fronda “gruppuscolare” fintasi quasi maoista; ad es. quella del Manifesto, che salvo lodevoli ma rare eccezioni, era la più“corrotta” fra coloro che si richiamavano, impudicamente e senza arrossire, al comunismo. Da qui gli eventi italiani degli anni ’70, degli anni detti “di piombo”.

8. Nel ’68, il gruppo – composto in prevalenza, se ricordo bene, da cattolici divenuti comunisti (ma pure da comunisti “laici”), comunque tutti “ragazzi” in gamba – facente capo ad una rivista di orientamento marxista-leninista, Lavoro politico (una dellepubblicazioni apprezzabili di quell’area), entrò nel Pcd’I (m-l), quello che pubblicava Nuova Unità e che di fatto era in stretto collegamento con le Edizioni Oriente, nate a Milano nel ’63 con il principale compito, almeno per quanto io abbia potuto constatare, di diffondere le pubblicazioni della “Guozi Shudian”, casa editrice cinese in lingue estere, dalla quale provenivano le più importanti pubblicazioni dei comunisti di quel paese, appunto tradotte in italiano. Tralascio i rapporti da me intrattenuti con quest’area, conclusisi con una discussione (pubblica), polemica, tenutasi a Padova alla fine del maggio ’68 (proprio il 31), subito dopo la quale (ma non a causa della quale, sia chiaro) me ne andai a passare piacevolmente circa quattro mesi a Londra.

Quando tornai in autunno, trovai il Pcd’I (m-l) in scissione, con formazione della cosiddetta “linea rossa”, l’imbarazzante (perché un po’ ridicola) nascita di una Nuova nuova Unità, di “Nuove Edizioni Oriente”, e via dicendo. Il gruppo di Lavoro politico fu attivo nella scissione e nella nascita di questa “linea rossa”; vaperò affermato con la massima nettezza che tale gruppo si attenne, nel suo complesso, alla più assoluta legalità senza sfizi di lotte d’altro genere. E’ però vero che una parte minoritaria d’esso (con nomi poi divenuti noti) uscì sia dalla rivista sia soprattutto dal Pcd’I (anzi dai due Pcd’I ormai); e, per quanto ne so, andò a Milano dove nel ’69 fondò, immagino assieme ad altri, il “Collettivo politico metropolitano”, che gettò fuori un opuscolo programmatico non irrilevante. Da tale organismo, mi sembra proprio chiaro, nacquero le future BR. Mi dispiace di non trovare più quell’opuscolo (qualcuno certamente lo avrà) e la risposta che ne diedi, certo a circolazione assai più ridotta e totalmente ignorata, che purtroppo non trovo più. Tuttavia, la mia rispostaconteneva una serie di obiezioni a quel “programma”, che a me sembra si siano rivelate con il tempo sensate.

Ricordo bene, ricordo male? Quel che ricordo di quello scritto da me criticato è la formulazione di due previsioni fondamentali, entrambe errate e foriere di sviluppi molto negativi. Innanzitutto, quella di un non troppo lontano scoppio della guerra tra “imperialismo” (USA) e “socialimperialismo” (URSS); per cui bisognava, “leninisticamente”, giocare sulle contraddizioni tra i due nemici, confidando nella tenuta della Cina maoista, di cui per la verità nessuno (per quanto ne so) immaginava la brusca svolta subito dopo la morte del “grande timoniere”. Ovviamente, mi sembra chiaro, l’idea centrale era un recondito riferimento alla “Rivoluzione d’ottobre”, avvenuta appunto verso la fine della prima guerra mondiale e nel da Lenin definito “anello debole della catena imperialistica”, in cui crollò il regime zarista; l’Italia sarebbe stata il nuovo “anello debole” in questa prevista terza guerra mondiale. La seconda previsione, su cui però ho ricordi più imprecisi, è quella di un probabile o almeno possibile colpo di Stato in Italia; il che, credo, scontasse l’impressione ricevuta da quello verificatosi nel 1967 in Grecia. Devo dire che, ancora nei primi anni ’70, in molti “giocavamo” un po’ troppo con questo timore.

In ogni caso, fui subito comunque molto contrario e critico dell’idea di entrare in clandestinità prima ancora che l’evento si producesse. Ricordo bene che ero addirittura stupefatto di simili intenzioni. Si poteva capire l’attuazione di preparativi per l’eventualità, preparativi di vario tipo e soprattutto organizzativi; e, se volete, anche in riferimento alla creazione di alcuni “depositi d’armi”. Tuttavia, che si proponesse l’entrata in clandestinità anticipando le mosse “dell’avversario” mi sembrava una trovata balzana, per non dire di più. Dove la mia contrarietà si espresse ancora più netta e senza esitazioni fu sulla previsione di una guerra tra le due superpotenze (con i loro alleati/subordinati al seguito) con il ripetersi di un quadro simile a quello che permise l’“ottobre bolscevico”.

Non ero ancora stato a Parigi da Bettelheim (lo feci nel 1970-71). Tuttavia, ero già ben convinto dell’ingrippamento dell’Unione Sovietica, messo in luce a partire dal XX Congresso (1956) e aggravatosi negli anni successivi. Ricordo vivacipolemiche con coloro che insistevano addirittura sulla superiorità del “socialimperialismo” in quanto “capitalismo di Stato”, pensato quale gradino superiore (e ultimo o supremo) della società capitalistica, con riferimento un po’ scolastico ad una vecchia impostazione del marxismo d’antan. Ho succintamente accennato sopra ai motivi dell’indebolimento dell’Urss (per non parlare dei paesi “socialisti” euro-orientali, in netta difficoltà); li avrei approfonditi ben di più a Parigi, con anche una qualche informazione sulla solo apparente coesione di quei paesi, percorsi dalle correnti che condussero al crollo dell’89 (“campo socialista” europeo) e del ’91 con dissoluzione dell’URSS dopo qualche anno di “agonia” gorbacioviana, scambiata (non da me!) per ripresa del “socialismo”. Nel ’69-’70 non avevo quelle informazioni né avevo approfondito con Bettelheim la corrosa struttura sociale sovietica.Tuttavia ero già convinto della stasi di quel paese e dunque dell’improbabilità, per me pressoché assoluta, di uno scontro mondiale tra le due superpotenze; in realtà, ne esisteva ormai una sola di effettiva, gli USA.  

9. Arriviamo quindi al punto cruciale per quanto concerne la storia italiana di quell’epoca infelice e con il quale interromperò, almeno per adesso, questo racconto. Le direzioni dei partiti comunisti dei paesi euro-orientali avevano la sensazione di pericolo per opposizioni interne, ma soprattutto perché consapevoli di un’Unione Sovietica meno forte di quanto sembrava a prima vista. La rottura con la Cina – in continuo aggravamento, che non terminò nemmeno con la svolta post-maoista del 1976, subito dopo la morte di Mao con arresto della cosiddetta “banda dei quattro (fra cui la moglie di Mao) – rendeva i pericoli ancora maggiori. E bisogna ben dire che la politica Kissinger-Nixon di “apertura” ai cinesi e a una possibile pace in Vietnam – politica non certo fiorita all’improvviso nel 1972 con il viaggio nixoniano a Pechino, poiché occorreva prepararla, senza pubblicità, prima che apparisse alla luce del giorno – rendeva il pericolo ancora più grave. Diciamo pure che gli ostacoli frappostidall’interno al presidente statunitense, e poi la sua eliminazione tramite il “Watergate, diedero al “campo socialista” un periodo di respiro, consentendo fra l’altro all’Urss una stretta alleanza con ilVietnam, dove esisteva una minoritaria, ma forte, corrente filo-cinese nel partito comunista, sconfitta appunto dopo gli approcci tra Cina e Usa, che diedero un loro contributo a possibili sbocchi della guerra in Vietnam con gli accordi di pace di Parigi (gennaio 1973), finiti però male anche (e direi soprattutto) a causa delle difficoltà di Nixon. Quegli accordi condussero comunque al ritiro di buona parte delle truppe statunitensi dal Vietnam del sud; il che alla fine favorì la vittoria dei nordvietnamiti e la loro conquista di Saigon nell’aprile 1975. Il Vietnam riunito si schierò infineapertamente con l’Urss ed entrò in conflitto (perfino una breve guerra di un mese nel 1979) con i cinesi.

Ripeto che tali avvenimenti diedero solo una boccata d’ossigeno al “campo socialista” europeo centrato sull’Urss; e proprio grazie alla miopia di quegli ambienti statunitensi che misero in moto la manovra contro Nixon (con l’azione del Fbi, ecc.). In ogni caso, non si può pensare che i partiti comunisti euro-orientali non avvertissero che cosa stava avvenendo. Immagino che anche importanti settori del partito comunista sovietico (anzi maggioritari nel periodo brezneviano) stessero in allerta ben conoscendo l’azione corrosiva di quelle correnti più tardi (1985) responsabili della nomina di Gorbaciov a segretario del partito. E’ ovvio che la storia avrebbe avuto ben altro andamento se in Urss si fosse compresa la necessità di smantellare quella struttura politica che cristallizzava una situazione non più confacente alla “composizione sociale” ormai in formazione nel paese.

Fra l’altro, si sarebbero dovuti regolare, in qualche modo, i conti con la Jugoslavia (avamposto più importante di quanto nonsi creda, anche durante la direzione titoista, di varie manovre di “infiltrazione” nel blocco sovietico provenienti da “occidente”), accomodare i rapporti pure con la Romania (costretta a rapporti amichevoli con la Cina proprio dall’atteggiamento ostiledell’Urss, sfociato poi apertamente nell’aiuto fornito al colpo di Stato di Iliescu contro Ceausescu durante la “gestione” gorbacioviana). Meno importante l’attrito con l’Albania, comunque anch’essa schierata con la Cina, pur essendo invece critica nei confronti del maoismo; e ne fanno prova gli aiuti datida Enver Hoxha alle frazioni di cosiddetta “linea nera” nei vari, pur irrilevanti, gruppuscoli m-l, soprattutto nei paesi euro-occidentali, Italia compresa.

La posizione di debolezza dell’Urss, accompagnata dalla presenza di correnti filo-occidentali nei paesi europei “socialisti”, rendeva in ogni caso più fastidiosa la presenza nei paesi europei della NATO di partiti comunisti (rilevanti comunque solo in Francia e ancor più in Italia) con tendenza a “sbandare” (ma così nettamente soltanto nel nostro paese) in senso dichiaratoriformista, in realtà di sostanziale accettazione della formazione sociale esistente in occidente, quella che veniva ritenuta “il capitalismo” in aperto antagonismo con il socialismo”; non mi soffermo sulla questione di detta schematica contrapposizione, a tutt’oggi non risolta da politici (e storici) incompetenti e faziosi.

Una Unione Sovietica forte – con il suo “campo” (sfera d’influenza) ben controllato, con un migliore sistema di alleanze (o di non inimicizia) con Cina, Jugoslavia, ecc. – avrebbe determinato un diverso andamento degli eventi storici; per quanto ci riguarda, sarebbero stati meno forti, e immagino menodeterminanti, quegli influssi che invece si produssero negli anni ’70, i cosiddetti “anni di piombo”, in cui si è posto in forte risaltoil dichiarato “terrorismo rosso” (e anche nero in certi casi) per coprire le mene internazionali condotte in varia guisa in quegli anni.

La situazione era invece quella appena delineata: l’Urss apparentemente molto forte, ma in posizione di sostanziale stallo rispetto agli anni della grande ascesa (soprattutto gli anni ’30), della vittoria nella seconda guerra mondiale, dell’allargamento del “campo socialista”, ecc. Nei paesi euroorientali, i partiti comunisti (i loro vertici ovviamente) erano consapevoli delle difficoltà esistenti soprattutto al loro interno, ma comunque aggravate da quanto avveniva, sia pure in modo poco appariscente, nel paese centrale del sistema. Vi fu la succitata boccata d’ossigeno quando si pose in mora la politica nixoniana verso la Cina (e anche il Vietnam), si verificò la creduta grande vittoria dei nordvietnamiti contro il gigante statunitense el’altrettanto sopravvalutata crisi interna statunitense a causa di quella guerra, ecc.

Un conto sono i “movimenti” che si credono sulla cresta dell’onda e blaterano di vittorie sull’imperialismo, in via di presunto indebolimento. Un altro sono i vertici politici delle varie organizzazioni che conoscono la POLITICA (le strategie del conflitto), sanno come questa deve essere condotta, sono ben informati circa le mosse segrete di cui quella vera si sostanzia; e di cui, invece, i poveri “giovinotti” di detti movimenti nemmeno avevano il più blando sentore. O forse sarebbe meglio dire che alcuni ne avevano un qualche sentore, ma secondo quanto avevano deciso di far sapere (e far credere) loro i vari “Servizi”, che sono una delle nervature cruciali di detta POLITICA, quella seria e non fatta di dissennate valutazioni degli effettivi rapporti di forza esistenti.

In nessun momento degli anni ’70, i partiti comunisti, sia all’est che all’ovest, crederono a ciò che magari sostenevanoufficialmente. All’est è probabile che si comprendessero le proprie debolezze e i pericoli che si correvano. E all’ovest forse pure. L’eurocomunismo, cioè in definitiva il suo nucleo centrale, il PCI(con i vertici in mano alla nuova maggioranza), non defletté certamente mai dal suo cauto, coperto, spostamento verso l’atlantismo. Tuttavia, credo che sia rimasta molto in ombra – per il solito motivo che la storia la raccontano i vincitori – l’esistenza,soprattutto proprio in Italia, di frazioni del tutto minoritarie, ma non proprio inconsistenti, in opposizione (anche all’interno di quel partito) a simili approcci verso gli Usa e l’occidente in genere. Non credo però ci fosse una effettiva consapevolezza delle manovre eurocomuniste. Purtroppo, la visione ideologica del tempo faceva credere che la lotta nell’ambito del movimentocomunista fosse una sorta di ripresa dello scontro tra “neokautskismo” (neorevisionismo) e neoleninismo (in buona parte identificato con il maoismo); un errore non decisivo ma comunque rilevante per far prevalere gli ambienti più opportunisti e miserabili del PCI e dei partiti consimili in altri paesi europei.

Fu in ogni caso del tutto impossibile formare un fronte in qualche misura comune al di là delle divergenze, non solo ideologiche ma pure politiche – tra tutti quelli che si opponevanoai piciisti degli anni ’70 e seguenti: chi perché appunto neoleninista, chi invece sostanzialmente socialdemocratico (ad es. gli “amendoliani”) ma comunque relativamente favorevole ad una ostpolitik e chi, come fu un po’ più tardi Craxi, semplicemente antagonista della supremazia del PCI sulla “sinistra” e sospettoso del “compromesso storico”, una buona leva per l’avanzata di tale partito, ormai degenerato, lungo la via di una politica filo-occidentale con tutto ciò che comportò più tardi. Tale divisione fra gli oppositori a quel PCI favorì, infatti, quel che accadde in seguito con il viaggio “culturale” di Napolitano negli USA nel 1978; e soprattutto dopo la fine del “socialismo reale” e dell’Urss. Quanto appena ricordato può forse in parte spiegare anche l’azione di certi Servizi orientali (io penso soprattutto a quelli della DDR e della Cecoslovacchia) per mettere comunque delle “zeppe” tra i piedi del PCI nel suo spostamento a ovest. E tra queste, almeno a mio avviso, ci fu anche un almeno iniziale appoggio alla poco assennata “lotta clandestina” (non solo delle BR), poi ampiamente sfruttata, come già detto, nell’ambito di una conflittualità tra est e ovest, ecc. ecc.

10. Mi fermerei per il momento a questo punto per non allungare eccessivamente il mio “racconto”. Tuttavia sia chiaro che bisognerà riflettere a lungo su quanto è poi accaduto dopo la “caduta del muro” e la dissoluzione dell’URSS. In particolare in Italia, dove si è verificato un vero rovesciamento dei precedenti assetti politici tramite quella viscida manovra giudiziaria (“mani pulite”), che si prolunga ancor oggi in una continua invasione della politica da parte della sedicente “giustizia” e della “Legge”. Di questo abbiamo parlato comunque più volte nei nostri interventi; così come stiamo seguendo i netti mutamenti della politica internazionale, in cui cresce il “multipolarismo” e si accentua un dissidio politico all’interno degli USA forse più acuto che in passato e che mi sembra delineare un certo declino di quel paese, pur ancora il più potente economicamente, militarmente e anche in termini di avanzamento tecnologico.

Siamo tuttavia a mio avviso in un’epoca di “transizione” ad altra, cui dovremo faticosamente riadattarci abbandonando vecchie convinzioni senza lasciarci trasportare in visioni avveniristiche, che nemmeno la fantascienza ha avuto il coraggio di predire con tanta improntitudine e “falsa coscienza”. Lancio un ultimo avvertimento: la storia di tutto il ‘900 è stata gravemente falsificata e distorta da politicanti e storici attivi soprattutto negli ultimi decenni e che si qualificano come “sinistra”. Le nostre popolazioni non sanno un bel nulla di ciò che è stato il nostro passato. Per “risaperlo” e valutarlo adeguatamente dobbiamo rovesciare il predominio di questi falsificatori, che stanno provocando una vera crisi di cultura, di tradizioni di cui nondobbiamo per nulla vergognarci; insomma ci stanno conducendo ad una crisi della nostra civiltà. Reagiamo.

 

 

I “deficitenti”

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Il popolo è diventato (o è sempre stato) un pollo da spennare e da mettere in pentola a fuoco lento. Ma se lo chef è scarso la pietanza risulta davvero insopportabile. Questo governo, come tanti altri del passato, non è in grado di affrontare di petto ( a proposito di pollame) la situazione e fa pagare alla gente la sua mancanza di visione. Abbiamo detto che stiamo vivendo una crisi lenta ma eccezionale, oltre la quale non si va senza proporre soluzioni originali e rivoluzionarie. Invece, tutta la capacità di Giuseppi e soci si riassume con la tassazione di merendine e sigarette. Inoltre, per non saper nient’altro fare provano a distrarci con le solite storiette sulle discriminazioni contro qualcuno, in quest’epoca di razzismo e machismo che vedono soltanto loro.
Qui crolla tutto l’edificio e costoro provano a tenere in piedi i muri attaccandoli ai quadri. Ormai è un manicomio di sciocchezze proferite sia da chi gestisce l’Esecutivo che da chi siede in Parlamento. Inoltre, quelli tra loro che stanno fuori dai cancelli del Palazzo andrebbero persino rinchiusi per come parlano. Pensate a Grillo che, dopo aver virato su Renzi, nonostante anni d’insulti, adesso propone di togliere il voto agli anziani. Con Giuseppi che commenta la notizia come se fosse pure una cosa seria. A questo punto passiamo al voto differenziato e facciamoli eleggere, di volta in volta, da qualche categoria specifica, individuata all’occorrenza tra quelle meno ostili. Una volta i disabili, un’altra gli autisti, un’altra i baristi. Alla fine non resterà che il gruppo degli alcolizzati ad eleggere simili ubriachi. Bisogna sbarazzarsi di questa marmaglia che ha deciso di dare al Paese il colpo di grazia con questa specie di scherzi. Ma c’è veramente poco da ridere.
La crisi impazza ed è probabilmente la più critica dal 1929. Per venire fuori da quel disastro ci vollero colpi di genio e non battute da scemi sugli immigrati che ci pagano le pensioni e che fanno bene alla nostra economia raccogliendo pomodori.
All’epoca c’erano personaggi come Keynes che non avevano timore a teorizzare cose come la seguente, stimolate da una pesantissima emergenza:

“Se il Tesoro dovesse riempire vecchie bottiglie con banconote, sotterrarle a profondità adeguate in miniere di carbone in disuso, riversare nelle miniere rifiuti urbani fino alla superficie, e lasciare poi alla libera iniziativa, sulla base dei consolidati principi di laissez faire, il compito di dissotterrare le banconote (dopo aver indetto una gara per le concessioni di sfruttamento di quel territorio), la disoccupazione non aumenterebbe più e, con l’aiuto delle successive spendite, il reddito reale e la ricchezza della comunità sarebbero probabilmente molto più elevati di quanto si darebbe altrimenti. Certamente, sarebbe più sensato costruire case o altro. Ma, se ci sono difficoltà politiche o pratiche nel farlo, quel che si è detto sopra sarebbe meglio che niente.”

Il problema, invece, per i grandi economisti e politici dei nostri sventurati tempi è il deficit da controllare perché lo Stato deve agire come un buon padre di famiglia, anche se da quando ci sono loro questo genitore bonario è diventato una canaglia. Ma sono appunto dei “deficitenti” che non sanno nulla dello Stato e di quanto fu fatto in passato di fronte a drammatiche problematiche dello stesso tipo.
La manovra che hanno proposto fa letteralmente schifo e non risolverà nulla, accelerando semmai le pene di questo povero Paese. Stanno pure litigando sulle scemenze che hanno scritto. Per quanto ancora sopporteranno gli italiani simili sicofanti attaccati alle poltrone? Ieri costoro si accoltellavano tra loro, adesso si sono alleati per pugnalare alla schiena tutta la nazione.

La solita Italia crocevia di spie.

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C’è una spy story che coinvolge il governo. Vedrete che non verrà fuori niente, o molto poco, come conviene in questi frangenti, ma improvvisamente qualcuno potrebbe essere costretto a fare un passo indietro o ad eclissarsi. Ricordate Di Pietro che da un giorno all’altro sciolse i suoi ranghi? Si saprà “il giusto” e magari anche “sofisticato” abbastanza per non dare l’impressione che l’Italia sia un crocevia di spioni, come effettivamente è. Un fatto però è chiaro. Il Russiagate è stato (ed è) un complottone, nemmeno tanto raffinato, ordito dal vecchio establishment statunitense contro Trump. Le classi politiche europee (e le intelligence continentali) hanno aiutato le gemelle americane, dalle quali dipendono, ad organizzare questa messinscena perché temono di essere derubricate dalla gestione del potere qualora il clima internazionale dovesse mutare o, addirittura, subire un bouleversement. Se la rivoluzione trumpiana riesce a dovere per loro non ci sarà più spazio e nuovi lacchè saranno accreditati nei paesi satelliti dell’iperpotenza mondiale, la quale muta la sua visione perché ormai percepisce un relativo declino. Ovviamente, i meno compromessi riusciranno in qualche modo a riciclarsi. È una vecchia storia. Agli inizi degli anni ‘90 le cose furono fatte in grande stile perché si chiudeva un’intera epoca di straordinaria unicità. Dc e Psi furono spazzati via da un golpe giudiziario in cui dietro ogni magistrato c’era una barba finta che imbeccava o addirittura erano quest’ultime a travestirsi da togati, come si è poi saputo ma mai abbastanza pubblicizzato. Democristiani e socialisti esaurirono la loro funzione quando cadde il muro di Berlino. Essendo ormai inutilizzabili per la nuova fase furono convinti con le buone e con le cattive a farsi da parte. Non siamo ancora a quei livelli e a quello snodo storico ma qualcosa di simile potrebbe avvenire in Europa col mutamento di strategia in atto oltreoceano. I figliocci nazionali dei Clinton e degli Obama potrebbero vedersela brutta, soprattutto perché si sono scoperti troppo in questi anni. Ci tenevano a servire e riverire, senza alcuna decenza. Passare per stuoini degli yankee li esaltava persino. Il clima però non è più lo stesso e come dicevano i latini simul stabunt vel simul cadent. Trump e chi lo appoggia non sono ancora usciti vincitori dalla contesa coi precedenti dominanti statunitensi. Ma se la partita si chiudesse a favore dei primi molte teste cadranno in America ed in Europa. Qui da noi in molti si sono prestati all’azione di disturbo dell’ascesa del tycoon newyorkese, mettendo a disposizione i servizi (a dir il vero ampiamente infiltrati dalla CIA) per varie macchinazioni. Trump non ha gradito, comincia a chiedere il conto o almeno minaccia di farlo. Chissà cosa passa nella testa dei bulletti che si sono inchinati quando tutto filava liscio mentre ora appaiono a disagio. Altre capriole potrebbero non bastare a salvarli nonostante l’aria da sempiterni “rodomonti”

Società o barbarie.

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Giuseppi ha gettato la maschera e ora vediamo bene il suo volto. Non era l’avvocato del popolo (e chi mai crederebbe ad un difensore d’ufficio delle masse che pagano sempre e sempre col sangue?) ma un membro di quel popolo di avvocati dello studio associato “poteri forti” sulla via del Palazzo. Caratteristica di questi esseri è la metamorfosi. Si presentano sempre come leoni ma un raglio finisce per tradirli. Quando ci si accorge dell’imbroglio è ormai troppo tardi. E allora costoro devono alzare il tiro e parlare di grandi ideali mentre violano i semplici patti. La teoria di Giuseppi è adesso l’umanesimo ma la pratica è una tortura brussellese ai danni dei cittadini. Come scrive Nicolás Gómez Dávila “il crimine che si tenta di commettere è, a volte, così orribile che il pretesto della nazione non basta ed è necessario invocare l’umanità.” Conte è persino scontato nel suo ricorso a tali trucchi ideologici.
Direi che ci vuole addirittura un Balzac per descrivere simili personaggi che hanno l’abilità dei “rettili” e corretti, di quelli che rispettando le voci del Codice o della Costituzione riescono a produrre, non essendo punibili di alcun reato, qualsiasi delitto. Non ricordo chi, ma qualche mente acuta disse anche che i grandi crimini si commettono proprio senza violare le leggi. Il caso è chiuso ma il caos è oramai aperto per l’Italia che già navigava in acque perigliose.
Giuseppi e la sua maggioranza la porteranno molto per le lunghe perché hanno un solo obiettivo, evitare di scomparire a causa del voto degli italiani. C’è un disprezzo reciproco tra elettori e governo che danneggerà tutto il Paese perché gli interessi di quest’ultimo non sono menomamente presi in considerazione dalla sua classe di (s)governo. Eppure il momento storico che stiamo vivendo è di instabilità profonda perché sono in atto transizioni che sfigureranno e riconfiguraranno non solo il mondo geopolitico ma la nostra stessa cultura occidentale. Quest’ultimo punto è anche più dolente. Assistiamo a decadimenti di ogni genere, a degenerazioni di tutti i tipi che ci vengono presentati come progressi sulla strada della civiltà. I diritti elargiti a qualsiasi minoranza, presuntamente reietta, stanno schiacciando i doveri di ciascuno. Nessuno è veramente responsabilizzato di niente ma tutti sono ritenuti responsabili di qualcosa, di un pensiero recondito, di una frase maldestra, di una psicologia nera. È questa l’epoca del terrore politicamente corretto che punisce le intenzioni e processa le parole. Abbattere questo Leviatano richiederà forza e decisione, dovranno scorrere lacrime e sangue. Bisognerà picchiare sulle teste, come affermava Lenin, perché la ragione si faccia largo nei cervelli, è questo l’unico “ mezzo di battere una classe detta dirigente e i suoi rappresentanti politici e culturali ormai infetti, da annientare entro un periodo di tempo non troppo lungo altrimenti sopraggiungerà la morte della nostra società”.
Società o barbarie, tertium non datur.

Ci vorrebbero nuovi bolscevichi, di GLG

gianfranco

 

nemmeno io seguo tutti i particolari tecnici che m’interessano meno. Si capisce però la dannosità del “green new deal” annunciato da Conte in linea con i “gretini” pentastellati. Probabilmente il PD (in specie renziano) segue al momento perché era decisivo non andare ad elezioni che avrebbero dato una bella botta ai due partiti dello s-governo; in particolare ai pentastellati (che si sarebbero ulteriormente dimezzati anche rispetto alle europee) e ai renziani che avrebbero perso la maggioranza dei parlamentari del loro partito. Invece, vogliono restare per fare l’intera abbuffata delle centinaia di nomine (all’inizio del prossimo anno) nelle imprese e apparati pubblici, eliminare ogni tentativo di anche minimi cambiamenti alla RAI (mai avvenuti del resto) e rinsaldare il controllo di tutti gli organi di informazione (compresi i giornali già amici), dei Servizi, degli alti gradi militari e delle forze dell’ordine, ecc. Parlano di democrazia e di lotta ai “terribili” pericoli di fascismo; e intanto si inghiottono tutti i posti da cui si diffondono informazioni e poteri; in pieno accordo con i vomitevoli “cotonieri” della Confindustria e di gente come Prodi, Letta, Monti, tutti riuniti a Cernobbio a tramare per essere accettati nella UE come servi di chi comanda e concederà loro qualche “benevolenza”. Anche il commissario italiano nominato dalla “Ursula” tal dei tali è uno di quelli con la schiena più curva davanti ai dominanti europei (da buon “figlio di papà” che si “agitò” nel ’68). Poi, se tali cialtroni resistono, possono eleggere anche il loro presdelarep; magari chi “si liberò” di circa una trentina di imprese pubbliche quando fu presidente dell’IRI, essendo bloccato da Craxi nel tentativo di svendere la SME a De Benedetti.
Sia chiaro che io sono favorevole a chi vuol far tacere certi oppositori. Tuttavia, si dovrebbero oggi far tacere i bassi servitori di coloro che stanno distruggendo un tessuto sociale ed una cultura, una lunga tradizione d’alto livello, pur di continuare ad esistere quale puro putridume e infezione della nostra civiltà. Inutile che queste solo chiassose opposizioni affermino che i marci e sfatti dureranno poco. Hanno l’appoggio dei loro padroni, in Italia ma soprattutto laddove il nostro paese è trattato da puro lacchè. Oggi si farà il governo che rappresenta la malattia mortale del paese; e durerà con l’appoggio dei cosiddetti “mercati” (salvo la forse incipiente crisi, che sarebbe la benvenuta) e di tutti gli infami detti “poteri forti”. Non sono forti, sono invece purtroppo deboli e malati anche coloro che a questi “appestati” si oppongono. Occorre la nascita di forze politiche che non usino l’“aspirina” per combattere una “polmonite” all’ultimo stadio.

Intanto dobbiamo sentire quell’ignorante “nano” (malgrado tutti i soldi che ha fatto grazie all’appoggio di politici della prima Repubblica) che straparla di due “forze comuniste” al governo, a cui tuttavia promette opposizione del tutto morbida. Se lo possono comprare quando vogliono con qualche piccola concessione. C’è poi chi con altrettanto grande stupidità e ignoranza ha detto che siamo “come in URSS”. Coglioni, magari! Forse l’URSS stava al servizio di Germania e Francia? E dico apertamente che ci vorrebbe in questo paese di smollacchioni gente come i “bolscevichi”. Qui di gentaglia simile a quella che, dagli zaristi ai menscevichi, è stata spazzata via ce n’è a bizzeffe. Sia chiaro, per quelli che mai capiscono quanto si sta dicendo in realtà, che parlo di “bolscevichi” come giusto mezzo di battere una classe detta dirigente e i suoi rappresentanti politici e culturali ormai infetti, da annientare entro un periodo di tempo non troppo lungo altrimenti sopraggiungerà la morte della nostra società. Gli obiettivi, però, non possono essere più quelli dell’epoca che fu: si studi finalmente la storia del ‘900, falsificata ogni oltre limite da un ceto intellettuale da mettere a tacere al 90% almeno. Come diceva un corridore toscano dei miei tempi: “gli è tutto da rifare”.

Due parole su una squallida crisi

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Le dimissioni “del” Conte, nomina sunt consequentia rerum, aprono ufficialmente la crisi di Governo e rimettono la questione nelle mani del Capo dello Stato. Quest’ultimo, che è uomo di un establishment in decadenza, messo alle corde dai problemi dei suoi riferimenti esteri, cercherà una soluzione che escluda le consultazioni popolari.
Il sedicente avvocato del popolo ha dimostrato di essere solo un leguleio legato ai riti del Palazzo e alle preoccupazioni personali. Il suo discorso livoroso e formalistico è stato molto al di sotto delle frasi cotte e magiate di Salvini, con tanto di invocazione dell’Immacolata Concezione. Secondo voi il popolo cosa ha capito e chi? Gli appelli alla Madonna del leader leghista sono estremamente fastidiosi ma lo sono certamente di più i pretesti di quanti si fissano alla “procedura”, democratica o costituzionale, per non essere giudicati dall’elettorato, in un momento politico per loro sfavorevolissimo. La paura del voto invadeva ieri i banchi di Palazzo Madama e tutta l’aula olezzava delle conseguenze di questa mancanza di coraggio. La politica, quella alta, non ha mai fatto capolino nell’aula sorda e grigia dove si lotta per la sopravvivenza partitica, non di certo per quella del Paese. Ed è questo che bisogna evidenziare, si cerca un compromesso tra elementi fino a poco fa irriducibili ad una intesa per evitare di tornare alle urne. A questi non interessano le cosiddette “incombenze” improcrastinabili dello Stato, importa frenare l’ascesa della Lega che oggi gode dell’appoggio della gente ormai intollerante al buonismo d’accatto degli umanitaristi ipocriti. Ma il retroscena di questa crisi è ancora più pesante ed ingombrante, per quanto consapevoli o meno siano i nostri illustri parlamentari. La matrice del caos risiede nello scombussolamento internazionale, nello scontro tra visioni contrapposte che si combattono negli USA e ricadono sul Vecchio Continente. È in atto una battaglia strategica che sposta i rapporti di forza mondiali, riconfigura gli spazi egemonici e produce narrazioni ideologiche dirimenti. I nostri politici sono in completa balìa degli eventi e si schierano secondo sottomissioni antiche o emergenti senza comprendere la posta in palio dell’incipiente multipolarismo. Nulla sarà più come prima perché le situazioni sono in irrimediabile evoluzione. Loro si preoccupano del posto ma è il nostro posto in Europa e nel mondo che è in gioco nonostante le resistenze di chi vorrebbe un panorama fossilizzato.

Ps il circolo giornalistico nel commentare le vicende di ieri ha dimostrato tutta la sua faziosità. Non ha capito un bel nulla e si sta arrovellando nel cercare giustificazioni al prossimo pateracchio piuttosto che analizzare gli avvenimenti. Bisogna far piazza pulita di tutta questa demenza senile, occorre sgomberare il potere vetusto, oltre che dai luoghi dello Stato, anche dalle tv, giornali, editoria, università ecc ecc, le cariatidi che parlano a vanvera, per il loro culo, devono essere annientate. Chi inizierà questa opera buona e giusta, coi giusti metodi energici (che mancano a Salvini e soci), manderà il segnale che l’Italia è davvero pronta per il futuro che si sta “presentando”. In mancanza le nostre sofferenze saranno lunghe e atroci.

Note veloci, di GLG

gianfranco

Note veloci:
1) non credo avremo elezioni a breve. Il tentativo, portato avanti da tutti – salvo Lega e FdI – sarà un governo di scopo con la scusa della manovra finanziaria e della riduzione dei parlamentari. La UE fornirà condiscendenza a questo governo di suoi sudditi e gli consentirà di evitare l’aumento dell’IVA. Così inizierà il battage pubblicitario: la Lega irresponsabile ci portava all’aumento di 541 euro ad anno per famiglia. Non circa 500 (e più) o magari almeno 540; no, proprio 541(pensate dove siamo arrivati come demenza). Ma la UE, nostra “paladina”, ha consentito al “buon governo” di evitare la “catastrofe”. Questo ci sentiremo ripetere fino alla noia.

2) Avevo detto fin dal primo giorno che l’attacco di Aftar a Tripoli non mirava affatto a conquistarla, ma a dar vita ad un conflitto a bassissima intensità (in tutti questi mesi, con i combattimenti e i “terribili” bombardamenti dell’aviazione di Tobruk, non abbiamo nemmeno toccato i 1000 morti). Non c’è alcuna guerra civile, ma solo manovre – non autonome dei due contendenti, ma in netto collegamento con i giochi di altri paesi; quelli stessi che hanno massacrato la Libia di Gheddafi portando allo sconquasso attuale – tese a ridefinire le varie sfere di influenza. E i criminali della migrazione a suon di migliaia di dollari a migrante (scafisti, ONG, centri di accoglienza, compresi quelli di una Chiesa deturpata dalla bassa pratica falso-umanitarista bergogliana) servono ai politicanti, giornalisti, degenerati intellettuali per salvarsi dall’ormai evidente collasso di tutta la loro impalcatura che, a partire da 50 anni fa, ci ha condotto all’imminente fine di un’intera civiltà. E si ricordi che i migranti sono comunque NON LIBICI e dunque non fuggono da alcuna presunta (e non esistente) guerra civile in quel paese.

3) In tutti i sensi, quindi, abbiamo a che fare con schifosi mentitori. Questi infami – che imperversano in TV e in ogni dove si pratica una finta cultura (compresi i disgustosi premi letterari) – non rubacchiano per le strade, non spacciano solo droga (su questo punto, si constata pure la bassa funzione della Lega & C. che pongono al centro i reati degli immigrati), ma sono i devastatori di un’intera storia di secoli e secoli. Chi ruba e spaccia (e anche stupra) vada in galera, ma chi annienta una civiltà deve sparire dalla faccia della terra. La Lega & C. servono a ben poco. O arrivano i veri annientatori dei bastardi oppure, entro qualche decennio, l’“occidente” sarà “cotto” a dovere. Bisogna ripulire l’Europa (partendo dall’Italia) dalla feccia dei “quartieri alti”. Dove sono gli spazzini o, se preferite, gli “operatori ecologici”? I fetenti pensano alla CO2 e allo scioglimento dei ghiacciai e degli iceberg. Pensiamo ai “miasmi” che emettono questi veri devastatori della specie umana. Questi ci uccidono, eliminiamo chi li emette.

Le potenzialità dell’asse

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La manovra è passata in Senato. Dentro ci sono “quota 100” per le pensioni ed il reddito di cittadinanza. Mancano i dettagli, ma pare che i fondi a disposizione per tali riforme non siano quelli annunciati. Vedremo in cosa si concretizzeranno le due iniziative del Governo che gli italiani considerano il “minimo sindacale”, dopo anni di vessazioni economiche ai loro danni. Bruxelles ha ottenuto i suoi tagli ed una vittoria politica che l’Esecutivo doveva evitare andando ad uno scontro ancor più duro, data la situazione di debolezza degli organismi europei. Tuttavia, è inaccettabile che autentici traditori della patria, ex Presidenti della Repubblica o del Consiglio, parlino di democrazia tradita e di dettatura dei provvedimenti da parte della Ue. Proprio loro che hanno fatto strame dell’Italia al fine di sottometterla ancor più pesantemente a voleri extra-nazionali, usando la democrazia come il cesso di casa, utile solo ai loro infimi bisogni. Il coro dei tromboni, che ha già affossato la Penisola, aggiunge inoltre che a causa delle scelte di Lega e 5S non ci sarà crescita ma ulteriore depressione dell’economia del Belpaese. In realtà, è la crisi globale che non si è conclusa, come abbiamo scritto tante volte. Tutte le economie capitalistiche sono in difficoltà, anche quelle che non appartengono all’area occidentale e che negli anni passati hanno avuto tassi di crescita a due cifre, come quella cinese. Il sistema globale è in sregolazione per l’assenza di un unico centro coordinatore, essendo ormai entrato il mondo in una stagione multipolare in cui far da se è più sicuro che andare al rimorchio della vecchia superpotenza. E’ una fase che La Grassa ha paragonato a quella del 1873-96: “si tratta di una sostanziale (lunga) stagnazione, non di un vero e proprio brusco tracollo economico-finanziario. Normalmente, si considera quel periodo storico come la fase di passaggio dal capitalismo di prevalente concorrenza a quello di prevalente mono(oligo)polio. Una fase non caratterizzata da troppo gravi sconvolgimenti (e arretramenti) economici, ma da ritmi di sviluppo estremamente bassi interrotti da inversioni di tendenza di non drammatiche dimensioni. Insomma, un’epoca il cui trend dovrebbe essere rappresentato graficamente da una linea quasi orizzontale”.
Da questa situazione non si esce con i palliativi ma si possono fare, certamente, più danni dando retta ai cialtroni dell’austerità, quelli che continuano a blaterare di pareggi di bilancio e parametri di sicurezza economica da non sforare, o altre amenità. Puntare su politiche espansive della domanda è l’unica per non annegare del tutto, ben sapendo però che, da un simile quadro di problemi, si viene fuori esclusivamente con azioni di immane coraggio politico, ovvero quelle in grado di ribaltare le ataviche abitudini di un’intera epoca storica. Occorre in sostanza partire da rinnovate partnership internazionali per rompere la gabbia d’acciaio in cui ci si trova confinati. Noi abbiamo parlato di nuovo asse Berlino-Roma-Mosca, ma si tratta di un’indicazione di massima che può e deve includere altre formazioni sociali che condividano una necessaria trasformazione degli assetti mondiali. Questi sono gli unici veri cambiamenti che possono riscrivere il destino dei Paesi nella transizione epocale in atto.’’’

Hanno calato le brache, di GLG

gianfranco

E’ inutile raccontarsela e continuare ad alternare la voce grossa con la finta noncuranza sui decimali per la spesa in deficit. Chiunque abbia cervello capisce che il governo, dopo aver detto che non avrebbe fatto un passo indietro rispetto al 2,4% (e con toni via via più irritati e ponendo il 2,1 per l’anno prossimo), ha ceduto abbassando di poco meno di mezzo punto il deficit che adesso è sotto quello previsto per il 2019. Venire a raccontare che ciò è dovuto a migliori calcoli (dei “tecnici”) circa le spese per i due “pilastri” dei due governativi può convincere solo chi non sa che, quando si calano le braghe, si cerca sempre di dire che ciò rientra nei calcoli. Balle. Il problema non è il reddito di sedicente cittadinanza o la quota 100. Il problema è l’austerità o una politica espansiva del tipo di un “piccolo e striminzito” New Deal. E del resto alla UE non basta, pretendono una ulteriore riduzione della spesa di 3,4 miliardi, il che equivale, mi sembra, ad un altro 0,4% circa; quindi si andrebbe perfino sotto il deficit previsto per il 2020. E alla fin fine si tratta lo Stato come il famoso “padre di famiglia” che certamente, se prende “N” euro al mese, deve cercare di contenere le spese famigliari entro quella cifra. E qui bisognerebbe citare, come fece Keynes, la “Favola delle api” di Mandeville. Quella che è una virtù (privata) per il singolo individuo (con un dato reddito a disposizione) si rivela un vizio per la collettività e per chi (lo Stato con i suoi governanti) pretende di rappresentarla e di agire per il suo bene. Siamo tornati al liberismo di prima degli anni ’30 del secolo scorso. Se questa è la concezione della UE, non c’è da riformarla per un bel nulla, solo da programmare un drastico “rovesciamento del tavolo” in tema di relazioni internazionali e di ricerca di nuovi alleati; al limite, per il momento, pure gli Usa, ma solo se i vertici espressi da Trump appoggiano senza più esitazioni l’Italia contro gli attuali vertici europei (espressione di due partiti, popolari e socialisti; in pieno sfacelo, i secondi, o in forte ripiego, i primi), che erano nei fatti emanazione del vecchio establishment americano. Ed è inutile protestare perché si concede alla Francia un 3,4 di deficit e quindi si usano due pesi e due misure. Poi non si sa rispondere ai cialtroni (i nostri giornalisti e politicanti piddini e forzaitalioti), che tirano fuori il più basso debito pubblico francese. Il 100%, non così incredibilmente inferiore al 132 italiano. E poi il Giappone ha il 250% circa e la Cina arriva a quasi il 300%. Ma pure gli Usa sono ad alto livello. E con risparmi dei cittadini nettamente inferiori a quelli nostri. Infine ci si ricordi che una spesa espansiva – tenendo conto che le crisi odierne (dagli inizi dell’800) sono di eccesso di offerta rispetto alla domanda – lascia a lato il tema del debito pubblico. Il problema centrale è appunto come riconquistare una propria autonomia di manovra e, secondariamente, cambiare alleanze per trovare chi ti viene incontro con rapporti “bilaterali” favorevoli; dando ovviamente qualcosa in cambio, cioè appoggi per le politiche internazionali (non solo economiche) dell’“alleato”. Con le forze politiche che abbiamo oggi in Italia, tutto da ridere!

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