INFORMAZIONE COME SOLTANTO MANIPOLAZIONE, di GLG

gianfranco

Ecco altri esempi dell’infame manipolazione cui siamo soggetti mentre si pretende di informarci. Direi che il primo esempio è particolarmente disgustoso e mi piacerebbe poter essere io a condannare questi disgustosi mentitori, comminando loro la giusta pena.

http://blog.ilgiornale.it/rossi/2017/06/12/il-piccolo-omran-e-la-manipolazione-dei-media-una-storia-incredibile/

http://blog.ilgiornale.it/rossi/2017/06/16/bombe-usa-al-fosforo-colpa-degli-hacker-russi/

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Visto che ci sono, desidero ricordare un altro momento di infame menzogna, cui parteciparono quelli detti “di sinistra”. Anzi uno di loro era premier e partecipò ai misfatti degli Usa di Bill Clinton. Si tratta dell’aggressione alla Serbia con la scusa del genocidio dei kosovari, guidati dal criminale Thaci poi divenuto leader massimo del Kosovo cosiddetto indipendente. Ecco alcune notizie raccolte, ovviamente tempo dopo

“Nel corso dei primi cinque anni dalla fine del conflitto [avvenuto nel 1999] gruppi di etnia albanese distruggono oltre sessanta tra chiese e monasteri cristiani. Ma i fatti più gravi avvengono nel marzo 2004, quando gruppi di etnia albanese attaccano, in pochi giorni, più di trenta chiese e monasteri cristiani, uccidendo venti persone e incendiando decine di abitazioni di serbi.”

E ancora:

“Con la fine della guerra si giunge anche a fare un conto più credibile delle vittime della repressione serba ante guerram. Le monde diplomatique (marzo 2000) ricostruisce magistralmente il progressivo sgonfiarsi delle frottole occidentali riguardo alle vittime albanesi della repressione serba. Il conflitto è stato giustificato attraverso lo spauracchio del genocidio (che comporterebbe la volontà di sterminio del gruppo etnico albanese, cosa del tutto impropria nel quadro di uno scontro essenzialmente politico): si parla inizialmente di mezzo milione di vittime, poi di centomila, fino a scendere a qualche decina di migliaia. Si parla di fosse comuni, per la verità mai ritrovate. Il 15 novembre 1999, Il Tribunale Internazionale per i Crimini nella Ex Jugoslavia, in uno stato di forte imbarazzo, interrompe le ricerche dei cadaveri. Al momento ne ha rintracciati 2018, senza la possibilità di definire se siano o meno caduti prima dell’inizio conflitto, e se siano o meno albanesi. La motivazione ufficiale dell’interruzione delle ricerche è il ghiaccio che impedirebbe di sondare ulteriormente il terreno. In Kosovo, il 15 novembre 1999, il termometro segna in realtà +11° C. Il genocidio non è mai esistito, mentre la pulizia etnica violenta non smette di proseguire; chiunque siano i carnefici o le vittime.”

Altro documento ancora:
“Kosovo Italia Serbia, pro memoria 1999

Il 24 Marzo di nove anni or sono l’attacco aereo a Serbia, Montenegro e Kosovo Metohija vide l’Italia in prima fila per numero di aerei impiegati tra Tornado, ECR, AMX e F104 dell’Aeronautica Militare Italiana: 52, come da dichiarazione ufficiale dell’allora Presidente del Consiglio Massimo D’Alema. Il primo governo di coalizione guidato da un ex esponente del PCI si fece anche carico dell’assistenza a terra degli altri 263 cacciabombardieri della prima linea d’attacco della NATO. Con un provvedimento ad hoc, le Forze Armate italiane coprirono tutti gli oneri di spesa, dalla fornitura del carburante avio al munizionamento a guida laser da scaricare sul territorio della Repubblica Federale di Jugoslavia: 78 giorni di ininterrotti bombardamenti, in aperta violazione del diritto internazionale e, per quanto riguarda l’Italia, dell’articolo 11 della Costituzione.
Sui 1.378.000 abitanti del Kosovo Metohija, 461.000 erano cittadini di origine serba. Il censimento effettuato nel 2006 dall’UNMIK ne ha registrati come residenti meno di 100.000, perché gli altri sono stati cacciati dalle loro case, in presenza delle forze NATO appartenenti alla KFOR, ed ora vivono in estrema precarietà nei campi profughi sparsi in Serbia. Dei 55.000 che vivevano a Prishtina prima del 1999, ne rimangono 42. La stessa sorte è toccata a diverse migliaia di croati, rom, gorani (slavi di religione musulmana) ed agli albanesi considerati “collaborazionisti” – almeno a quelli non assassinati a sangue freddo dall’UCK, descritto come “senza alcun dubbio, un gruppo terroristico” da Robert Gelbard, inviato speciale del presidente Clinton nei Balcani. Gli schipetari hanno inoltre dato alle fiamme e saccheggiato 148 monasteri medievali e decine di migliaia di case, realizzando quella pulizia etnica che non era riuscita nemmeno a Mussolini quando si era impegnato a costruire una “Grande Albania”.
Il Kosovo è oggi privo di economia. Quel poco che consente la sopravvivenza della popolazione è basato quasi unicamente su traffici illegali. E tutto questo dopo avere ricevuto dall’Unione Europea due miliardi di euro in assistenza dal 1999 ad oggi. La bilancia commerciale parla chiaro: entrate da traffici vari (droga e armi soprattutto, ma anche automobili e marchi contraffatti) valgono per circa l’80%, gli aiuti internazionali per poco meno del 20%. Stando alle stime dell’Interpol, è dal Kosovo che passa l’80% del traffico di eroina del Vecchio Continente. Si parla di un volume d’affari totale pari a due miliardi di dollari e di un flusso mensile compreso tra le 4 e le 6 tonnellate di droga. E una buona fetta dei proventi rientra poi in Kosovo, finendo anche nelle casse dei principali partiti.
Secondo la Banca mondiale, il 40% della popolazione vive con meno di due dollari al giorno. Il Kosovo ha il Pil più basso d’Europa. La disoccupazione è stimata al 60%, l’analfabetismo è vicino al 10% tra gli uomini ed al 20% fra le donne, cifre dieci volte superiori alla media regionale.
Ogni 15 giorni, i Nuclei di Polizia Internazionale emettono provvedimenti di chiusura a carico di locali adibiti al traffico di stupefacenti e/o di armi, al riciclaggio di denaro sporco, alla prostituzione; nella sola Prishtina, i bordelli – assiduamente frequentati dai militari stranieri ivi operanti – si contano in diverse centinaia. Le bande criminali censite sono 2.417. Le armi, corte o lunghe, a disposizione delle stesse sono stimate in 400.000 circa.
Per contro, ferma qualsiasi precedente attività mineraria estrattiva, la produzione artigianale ed industriale è pressoché nulla, con una compressione rispetto al volume sviluppato nel 1999 pari al 92% in meno. Con conseguenza, fra le altre, che il tasso di disoccupazione permanente nella fascia d’età tra i 18 ed i 45 anni sfiora l’82%.
A fronte delle 32 tonnellate di uranio impoverito seminate dai proiettili dell’USAF, nella popolazione residente si è registrato, in sei anni, un incremento del 25% degli aborti spontanei, del 15% delle malformazioni nei feti, del 17% di leucemie e tumori ad ossa, cervello, reni, fegato e vie urinarie. Tra i soldati italiani della KFOR avvicendatisi nella regione, i decessi per cancro registrati al gennaio 2007 sono 52, mentre più di 300 sono quelli in cura nelle strutture sanitarie nazionali.”
“SONO ORMAI NUMEROSE LE TESTIMONIANZE rese alla stampa sul ruolo svolto da Stati Uniti e Gran Bretagna nel corso della missione in Kosovo dell’Organizzazione per la sicurezza e cooperazione in Europa (Osce), che tra fine novembre e fine marzo era incaricata di verificare il rispetto degli accordi Holbrooke-Milošević e favorire la pacificazione della provincia. Un ruolo manipolativo, come sostiene Ulisse nel quaderno speciale della nostra rivista 1, per arrivare all’attacco alla Jugoslavia. L’Osce è stata messa fuori gioco, suo malgrado. La diplomazia pure. Alcuni verificatori Osce già il 28 marzo a Skopje avevano dichiarato all’Agence France Presse di essere «amareggiati» per lo sviluppo della situazione. «Non eravamo assolutamente minacciati», hanno dichiarato, a sostegno della tesi che la permanenza della missione avrebbe evitato il peggio. Qualcuno ha anche denunciato la «confusione tra l’Osce e il Dipartimento di Stato americano». «Le cose sono andate male perché lo si è voluto», accusavano. Sempre secondo le testimonianze rese all’Afp, l’Uçk sarebbe stato «incitato» a tagliare le vie di comunicazione tra il Kosovo e Belgrado, operazione inaccettabile per le autorità jugoslave. Anche in questo caso, come già avvenuto in altre sedi, si punta il dito sulla componente principalmente militare della missione. Un altro verificatore rivela, sempre all’Afp: «Alla fine, il capomissione Walker prevedeva una catastrofe umanitaria; noi siamo andati in cerca di ipotetici profughi, ma non siamo riusciti a trovarne per giustificare la sua posizione».
Esattamente per gli stessi motivi, ovvero per l’ansia di giustificare con ragioni «umanitarie» i bombardamenti Nato, queste rivelazioni non trovano molta risonanza nell’opinione pubblica. Con la testimonianza resa a questa rivista da Ulisse, si scoperchia improvvisamente il vaso di Pandora. Il 22 aprile il quotidiano svizzero in lingua italiana Il Giornale del Popolo pubblica la testimonianza di alcuni verificatori elvetici, tra questi Pascal Neuffer, che accusano in modo circostanziato il vertice anglo-americano della missione di aver smaccatamente favorito l’Uçk e soprattutto di aver omesso il passaggio di informazioni che avrebbe evitato l’uccisione di 36 guerriglieri indipendentisti, intercettati dalla polizia serbamentre introducevano illegalmente armi dall’Albania. Dallo stesso articolo, a firma Sarah D’Adda, emergono il ruolo ambiguo del dipartimento chiamato «Fusion» e la discriminazione ai danni di verificatori schedati come filoserbi sulla base di rapporti troppo critici verso l’Uçk. Della testimonianza di Neuffer si occupa anche Michele Santoro nella puntata di Moby Dick del 6 maggio, ma i tempi televisivi non permettono l’approfondimento di alcuni spunti.”

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E’ chiaro dove stanno i delinquenti? Che si permettono di accusare di fascismo, nazismo, o quanto meno di populismo e razzismo, ecc. chiunque denunci la loro criminalità. Si sciacquano sempre la bocca con il processo di Norimberga. Per loro ce ne vorrebbe uno con decine e decine, magari centinaia, di migliaia di condanne alle pene più dure e definitive. Rendiamocene almeno conto.

LA NEBBIA DIRADA IN CERTI MOMENTI, di GLG

gianfranco

http://www.ilgiornale.it/redirect/mondo/usa-abbattono-caccia-assad-cos-si-pu-allargare-guerra-siria-1410756.html

sempre più torna buono l’esempio della gazzella inseguita dal leone con il suo zigzagare apparentemente erratico. E’ evidente che Trump vuol dimostrare che di fatto combatte coloro che sono appoggiati dai russi (mentre è accusato d’aver avuto contatti con loro per l’elezione presidenziale); e finge di distinguere tra i “veri” terroristi – per condannare l’appoggio ai quali ha spinto Arabia Saudita e altri paesi arabi (alcuni musulmani sunniti) a rompere con il Qatar e a isolarlo (vorrei vedere quanto è realmente isolato!) – e le forze che si oppongono al “barbaro” Assad. Nessuna simpatia può dunque essere dichiarata (da parte di chi la pensa come me) per questo ambiguo presidente. La sua sorte mi è indifferente. Solo spero che resista a Obama-Clinton (e anche ai suoi colleghi di partito a lui contrari); ma lo spero semplicemente perché più dura il contrasto interno e più si avvantaggia la Russia e diventano nervosi e intrattabili i centri di potere nella UE e nei governi dei paesi europei.
Tuttavia, è indispensabile che nascano in questi paesi di antica civiltà – e dunque anche nel nostro – forze e schieramenti politici effettivamente indipendenti dalla subordinazione a qualsivoglia potenza straniera. Per raggiungere tale risultato è però indispensabile una qualche simpatia e alleanza, almeno di medio periodo, nei confronti della Russia (senza alcuna subordinazione ad essa) e contrasti sempre più decisi con gli Usa, indipendentemente dai gruppi di potere in forte urto in quel paese. Se ci si serve del tema dell’immigrazione selvaggia qui da noi per combattere le sedicenti “sinistre”, in quanto sono le più piatte e obbedienti serve degli Usa, la scelta può magari essere utile per un breve periodo. Non certo però facendone l’obiettivo fondamentale della lotta. Bisogna indicare qual è il centro della questione, cioè appunto la permanenza di un basso servilismo filo-statunitense da parte delle false “sinistre” nell’epoca ormai indirizzata ad un crescente multipolarismo con potenze (e subpotenze regionali) in competizione (per adesso anche mascherata da molte mediazioni e contatti) con gli Stati Uniti.
Tornerò (almeno spero) più lungamente sul problema. In ogni caso, bisogna cominciare a lavorare per la creazione di forze (e intanto almeno di una propaganda) indirizzate a chiarire le necessità di questa fase storica, al momento oscurate dall’opportunismo elettoralistico di tutti i partiti in campo. Se poi contro queste immonde “sinistre” si scagliano altre forze solo interessate al più bieco e ignorante anticomunismo, allora, per quanto mi riguarda, le mando al diavolo. Sono pure nettamente contrario a sentire dei venduti agli Usa attaccare gli avversari come fascisti o peggio; tuttavia, non accetto di affiancare i nostalgici del fascismo e quelli che sbavano contro i comunisti, che per loro – stupidi o in malafede – sono ancora i “sinistri” attuali. No, anche il comunismo (ed era già molto “deviato” rispetto alle origini) è durato fino alla seconda guerra mondiale o poco dopo. E qui in “occidente”, soprattutto con l’avvento del verminoso “eurocomunismo”, i sedicenti comunisti si sono addirittura sempre più schierati con gli Stati Uniti. Non erano semplicemente filo-capitalisti (e amici dei finanzieri). Questo è ancora una volta un sostanziale mascheramento fornito a dei meri traditori. La reale “mala azione”, compiuta da coloro che usurparono (solo fino al 1989-91) la denominazione di comunisti, era lo schieramento con gli Usa, preparato copertamente, sotto la direzione del Pci, a partire dalla fine anni ’60, inizio ’70; con momento saliente in un ben noto viaggio negli Usa nel ’78, poche settimane dopo il rapimento di Moro, molto probabilmente organizzato perché questi era in grado (con documenti in mano, spariti con la sua uccisione) di mettere in difficoltà i voltagabbana.
Comunque riparleremo spesso della presente fase storica.

SITUAZIONE DECISAMENTE DISPERANTE, di GLG

gianfranco

 

 

Non è che abbia particolare simpatia per Trump. In effetti, certe “sfuriate” (perché tali sembrano essere nel modo di manifestarsi) contro piccoli paesi detti “socialisti” (i cretini li chiamano addirittura “comunisti”) come Nord Corea e adesso anche Cuba (debolissima e ormai lontana dai “fasti”, quanto meno ideologici, di tanti anni fa) mi sembrano un po’ ridicole e non proprio comprensibili. Poco spiegabile pure l’accanimento contro l’Iran, che ha posizioni assai differenti (ad es. su Assad in Siria e sull’Isis) rispetto al Qatar, dichiarato Stato canaglia da altri paesi arabi, ma certamente su suggerimento, e anzi spinta, della nuova presidenza Usa. Nello stesso tempo questa ha posizioni assai variegate sulla Cina, che certamente non è, come spesso si favoleggia, in urto con la Corea del Nord. Lo stesso dicasi, nella sostanza, nei confronti della Russia, con cui Trump viene accusato, in piena malafede, d’aver fin troppo “flirtato”. Non si constata comunque una qualche coerenza nel comportamento di questo personaggio, che certamente non agisce in modo individuale e umorale. Tuttavia, è difficile comprendere bene chi rappresenta, dato che il “coro” contro di lui sembra generale.

E’ in ogni caso piuttosto evidente che il vecchio establishment (e lo ripeto: vecchio ma non superato) è rimasto sbilanciato dall’inaspettata sconfitta della propria rappresentante e sta accentuando la pressione per cacciare il vincente. I gruppi di vertice, tutti tesi ad abbattere quest’ultimo, non sono soltanto quelli democratici, ma anche, almeno in larga parte, i repubblicani. Mostrano tutti molta fretta di raggiungere lo scopo, sembrano preoccupati di una permanenza troppo lunga di Trump nella sua posizione di potere. Nel contempo, i vari gruppi che controllano la UE e i paesi europei sono pressoché tutti allineati con questo establishment del paese “padrone” e pur essi sono contrari alla durata della nuova presidenza. Direi che il tentativo in atto è quello di risolvere la situazione entro l’anno o almeno entro un anno; ma proprio come massimo limite e con preoccupazione apparentemente in veloce rafforzamento man mano che passa il tempo.

Insomma, non è facile capire cosa c’è dietro questo scontro effettivamente assai duro tra un fronte abbastanza ben individuabile – i democratici che puntavano tutti sulla Clinton, e quella cospicua quota dei repubblicani esplicitamente non favorevoli al neopresidente – e un altro che invece non lo è, almeno così mi sembra. In definitiva, Trump sarà forse il più debole, ma non proprio così facilmente eliminabile. Non è escluso che l’imprevedibilità delle sue mosse sia in definitiva ragionata e programmata per mettere in confusione e disorientare il preciso, e più compatto, fronte avversario. Faccio l’esempio della gazzella che fugge davanti al leone. Cerca in tutti i modi di cambiare la direzione di fuga, si mette insomma a zigzagare, nel modo più disordinato, casuale e difficilmente precisabile possibile; così crea incertezza e anche rabbia nell’inseguitore, che talvolta abbandona la caccia perché accusa stanchezza. In campo animale, il comportamento è dettato da quello che definiamo istinto (magari perché non capiamo bene da che cosa è determinato); nel nostro mondo, vi è il ragionamento, il calcolo delle conseguenze di improvvisi e apparentemente erratici mutamenti del comportamento e degli obiettivi posti, che a volte lo sono per pura finzione onde sviare l’avversario.

Ripeto che mi sembra piuttosto certa la necessità per gli anti-Trump di liquidarlo al più presto. Il fatto che si sia arrivati addirittura a parlare di un (vero o presunto) amante della moglie, di cui lui sarebbe informato (e tollerante), sta proprio a indicare non solo lo squallore di una lotta per null’affatto politica, ma anche una fretta di arrivare al successo, fretta che potrebbe risultare controproducente (in effetti, mi sembra che non si sia troppo insistito su questa vergognosa mossa). L’interessante è notare che tra i servi europei, si sta manifestando la stessa preoccupazione e desiderio di veloce liquidazione. Evidentemente, un cambio del fronte “padronale” al comando negli Stati Uniti, provocherebbe gravi sconquassi anche fra i servi. Si manifesta, fra l’altro, lo stesso livore verso il governo inglese; non perché ritenuto proprio vicino a Trump, ma perché in ogni caso indebolisce il fronte dei servi con l’uscita di quel paese dalla UE. Anche in tal caso, si arriva a mosse squallide come il dar ampia voce a poco sensate accuse verso la May perfino per l’incendio del grattacielo.

Qui in Europa, si sono mostrati tutto sommato soddisfatti della vittoria di Trump quelli che vengono definiti “populisti” (prima erano “fascisti” o perfino “nazisti”; e talvolta così sono ancora chiamati). Si tratta di presunte “destre” – oggi “destra” e “sinistra” non hanno proprio più il significato che ci si ostina a voler loro attribuire per semplificarsi i compiti della lotta politica, incapace di porsi in linea con la nuova “epoca” in fase di apertura – per il momento in difficoltà dopo un breve periodo in cui sembravano avere il vento in poppa. O tali partiti politici riadattano velocemente e con energia i loro obiettivi, le loro mosse politiche, le alleanze stipulate fra formazioni che si guardano con sospetto (invero non irragionevole); o deperiranno e al massimo vivacchieranno senza troppo infastidire chi comanda. Ribadisco che uno dei motivi della debolezza di tali forze è la loro testarda subordinazione all’ideologia della “democrazia” elettorale; basata scioccamente sull’affermazione “ogni testa un voto” per poi trovare sempre nuove formule di tipo maggioritario (o di un proporzionale “impuro”) in nome della governabilità, cioè del predominio di una parte della popolazione votante anche inferiore al 50%; e senza minimamente tener conto che se l’astensionismo cresce, come sta avvenendo da decenni, ciò significa che quote sempre più consistenti di “teste” non avvertono alcuna preferenza per dei politicanti cialtroni in aumento esponenziale.

Piuttosto interessante, e intelligente a quanto sembra, il comportamento del governo russo. Lasciamo da parte la balla dell’aver influenzato, anzi aiutato in modo decisivo, l’elezione di Trump. Una simile accusa, che mette in dubbio la “fedeltà” nazionale di comunque rilevanti centri di potere statunitensi, serve per i fini di quell’establishment che puntava sul caos per creare un terreno “acquitrinoso” tutto intorno al vero antagonista degli Usa. In realtà, il vertice russo sembra aver capito che lo scontro in atto oltre atlantico riduce l’efficacia della strategia americana avversa al proprio paese e offre spazi e tempi più ampi al suo rafforzamento. Ambigua mi sembra invece la politica cinese, che non è affatto, come si racconta, in alleanza con quella russa. Forse ci saranno alcuni accordi, tipici di ogni situazione multipolare, in cui si nota sempre una serie di balletti fra paesi vari. Tuttavia, credo che Putin sappia di doversi guardare le spalle; e lo scontro in corso negli Stati Uniti offre possibilità anche in questa direzione. Più perdura, meglio è per i russi. Per un più acconcio giudizio sulle posizioni cinesi, mi sembra necessario attendere ancora.

Se l’Europa continua con questo tran tran, il suo servaggio si acuirà e sarà sempre più appiattito verso una parte durante lo scontro multipolare in accentuazione nel prossimo futuro. E l’appiattimento aprirà la strada al decadimento e degrado europei sempre più accelerati e devastanti. Sarà la fine di ogni nostro apporto positivo al futuro del mondo. Saremo un enorme pantano, con l’incrocio di un gran numero di correnti fangose per null’affatto amalgamate; e con piccoli gruppi di orrendi rospi che gracideranno ossequienti in direzione ovest, mentre più ampi raggruppamenti di mollicci ranocchi d’ogni colore s’infastidiranno vicendevolmente e impediranno ogni e qualsiasi ordine nel loro movimento differenziato alla superficie di una melma sempre più putrida e maleodorante.

Oltre questa previsione è difficile andare; a meno che non si veda avanzare, non so però da quale direzione, un deciso gruppo di armati con ottimi strumenti, che stabilisca alleanze diverse (più verso est che verso ovest) e usi metodi di adeguata e metodica disinfestazione nei confronti dei rospi gracidanti e dei ranocchi riuniti intorno a questi

CONTRO CHI DOBBIAMO VERAMENTE VACCINARCI

gianfranco

 

Se debbo essere sincero, trovandomi in periodo (ormai lungo) in cui viaggio troppo raramente (d’altronde viaggerei volentieri se stessi meglio, con tutte le persone che sarebbero da incontrare), non sapevo nulla dello sciopero di ieri, venerdì. Intanto, però rilevo già da anni che gli organi d’informazione non riferiscono quasi più nulla su simili eventi. Un tempo erano in prima pagina, adesso sembrano fatti (quelli minori, al massimo furti e qualche lite paesana) di cronaca nera o di gossip. Ieri sera, non sapendo che fare e non avendo sonno (come al solito), ho guardato “Linea notte”.
Una delle notizie di più vivo interesse – comunque date oltre mezzanotte e sempre con minore impatto rispetto alla solita Botteri che illustra l’odio del popolo americano per Trump e il possibile, e sperabile, suo impeachment – era il “terribile disagio” provocato da minuscole sigle sindacali. C’erano soprattutto due chiari (uno in particolare) “progressisti” e “politicamente corretti”, insomma due fottuti “sinistri”. Uno dei due faceva appello alla logica, per cui era del tutto insensato pensare alla possibilità di privatizzazione di certi trasporti; perché, a quanto ho capito, questo era uno dei principali motivi dello sciopero (mai comunque indicati con chiarezza e magari invitando qualcuno degli organizzatori sindacali). Invece, figuriamoci, il governo – di quei farabutti “sinistri” che hanno privatizzato a man bassa dagli anni ’90 del secolo scorso – difende l’interesse generale, non quello di incapaci imprenditori privati, la peggiore imprenditoria mai esistita in questo paese.
Il “loico” continuava a ripetere: è inaudito che piccole sigle sindacali mettano in disordine generale l’intero paese (poi però si sosteneva che il reale disagio si è avuto a Roma e, ovviamente, era anche colpa della Raggi oltre che dei “minuscoli” sindacati). Poi c’era un altro vecchiaccio, con una faccia da schiaffi che, ancor più “logicamente”, diceva: è mai possibile che magari questi “pochi” chiudano quattro passaggi a livello e mettano in ginocchio il paese? Un personaggio, che era indicato quale scrittore, si è permesso – molto timidamente, e lo capisco pure e lo giustifico essendo in quella compagnia – di obiettare che le sigle sindacali saranno state anche minuscole ma, se veramente avevano messo in crisi il paese, dovevano avere un buon seguito. Il che significherebbe, se tutto ciò è correttamente riferito, che i sindacati “ufficiali” sono ormai, e sarebbe anche ora, piuttosto sputtanati. Si tratta di organismi con vertici ben pagati, pienamente partecipi del furfantesco potere “sinistro” al comando in Italia. Da un quarto di secolo rompono solo i coglioni ai lavoratori; non sanno difenderli minimamente (salvo che con qualche mossa solo di facciata per non sputtanarsi del tutto).
Non capisco proprio perché alcuni, perfino degli amici (beh, forse un po’ falsi), continuano a dirmi e a pensare che sono troppo cattivo o comunque esagerato quando rivelo loro, ma non scrivo (non almeno ancora), la sorte che riserverei a questi “logici”. Io ritengo di essere molto umano, e perciò molto preoccupato per questa società che vede tutta l’informazione, ogni organo del potere (economico, politico, culturale), ecc. in mano ai risultati di una evidente degenerazione genetica. E siamo arrivati al punto che parlano e decidono solo questi “abnormi”. Altra voce non si sente o è del tutto flebile, salvo qualche lamentela di poveri torturati e distrutti nella loro vita da costoro; per cui di fatto chi li sente dice: sì certo poveretti, si capisce il loro rancore per le vicende vissute, ma non è giustificato perché queste che si vedono sullo schermo sono personcine pulite, azzimate, parlano bene (quasi, basta lasciar perdere il congiuntivo).
No, invece si tratta di “deviati”, di “infetti”. Stiamo attenti, perché sono portatori di malattie che non lasciano scampo; o sono mortali o provocano mutazioni genetiche degradanti, al 100%. Questo è quindi l’unico caso in cui è giustificata l’obbligatorietà del vaccino. Tuttavia, è mia impressione che alla lunga non ci si possa accontentare della creazione di anticorpi. Non basta difendersi, bisogna infine eliminare l’infezione e dunque i suoi germi portatori. Opera lunga e che sarà sempre più difficoltosa quanto più tempo si lascia passare. Fra l’altro, è molto grave vedere gli anticorpi che sembrano solo avere invertito la posizione delle parti malate: a destra ciò che nei germi dell’infezione è a sinistra, e viceversa.

IL NOSTRO MODO DI “PROGREDIRE”, di GLG

gianfranco

http://www.liberoquotidiano.it/news/esteri/12412762/nuova-bomba-atomica-arsenale-mondiale-apocalisse-nucleare.html

Francamente, mi sembra qualcosa di “normale”. Malgrado i paventati pericoli (ma più che altro perché serviva alla propaganda da una parte e dall’altra), il mondo detto bipolare (1945-91) era scevro da reali pericoli di guerra. Oggi, la situazione è diversa perché in effetti vi sono più “poli” in crescita, anche se quelli per il momento in piena evidenza sono gli Usa, ancora in netto vantaggio, e poi Russia e Cina. Francamente, India e Brasile mi sembrano piuttosto lontani dal costituire veri “poli” con la necessità di creare attorno a loro determinate sfere d’influenza. Starei attento a non ricominciare con la solfa dell’imperialismo. Diciamo che siamo, come ho sostenuto più volte, in “multipolarismo” con una precisa direzione: il “policentrismo” conflittuale acuto, che poi richiede, al di là della stessa volontà dei contendenti, un regolamento di conti. Secondo la mia opinione ci vorrà ancora un bel po’ di tempo per trovarci in una situazione simile; quindi non credo proprio vi siano vicini pericoli di guerre troppo violente e generalizzate. Certo vi saranno molti conflitti minori (o anche di una qualche acutezza), alternati a periodi di trattative in cui rinascono – presso gli ignari e per l’attività propagandistica condotta dai vari contendenti e dai loro “alleati” (i paesi a loro subordinati) – speranze di pace, poi debitamente deluse in continuazione.
Nessuno vuole ammettere una verità ormai assodata da millenni di storia della società umana. Non vi è cattiveria congenita, non ci sono “mostri” o personaggi che improvvisamente impazziscono. Si pensi a come anche nel secolo scorso si è creata la favola di Hitler quale “mostro” o “folle”; e anche Stalin era più o meno nella stessa situazione per tutti gli imbroglioni o i minorati mentali. Nemmeno i vertici politici statunitensi, i più grandi massacratori della storia, sono da considerarsi in tal modo, se non per semplificazioni giornalistiche e, appunto, propagandistiche. Anche il più bellicista e aggressivo è pronto ad addivenire, se è possibile, a più miti consigli. Solo che, nello squilibrio venutosi a creare con lo sviluppo diseguale delle diverse realtà sociali o nazionali o d’altro genere ancora, si arriva sovente al punto in cui non c’è via d’uscita se non la virulenta resa dei conti. E allora è ovvio che, soprattutto a partire da un certo grado di multipolarismo, si acceleri pure la preparazione delle armi necessarie, che il progresso tecnologico rende sempre più potenti, ma che comunque vengono poi adattate alle finalità da conseguire.
Nessuno ragiona nei termini: “Muoia Sansone con tutti i filistei”; malgrado molti imbroglioni o ignoranti lo ripetano continuamente. Bisogna vincere, sopraffare l’avversario ed un simile fine comporta comunque morti e distruzioni in quantità spaventose; non però l’annientamento globale, bensì la supremazia di qualcuno e l’avvento di un nuovo “ordine” con (di solito diverso) “centro regolatore” del mondo. E da lì si riparte con i soliti propositi di pace universale, ci si ripete che sarà l’ultima volta, che la terribile lezione è stata imparata, e tante altre chiacchiere. Non false da parte di tutti; anzi molto spesso sincere, nutrite di vera buona volontà. Solo che l’evolversi della società umana comporta intensi squilibri, diseguaglianze, invidie, sensazione di essere stati turlupinati o addirittura sottomessi a chi non merita affatto rispetto e obbedienza. E si ricomincia.

In genere, prima di arrivare a scontri con abbondante uso delle armi, e appunto delle più potenti e moderne, si cerca di condizionare in altro modo coloro che vengono sentiti quali avversari infidi e che potrebbero passare all’azione di forte disturbo. Siccome ognuno pensa che sia l’altro a poter iniziare le ostilità, ci si prende avanti, si cerca insomma di precederlo in modo da metterlo in difficoltà. Oggi, con le nuove invenzioni delle tecnologie elettroniche e informatiche, sono queste ad essere usate nella fase di avvicinamento a più decisivi scontri. Cito qui un altro articolo abbastanza significativo al riguardo:
http://www.ilgiornale.it/redirect/mondo/ecco-nuovo-malware-russo-che-pu-bloccare-interi-stati-1409517.html
Come ben si vede, anche in questo tipo di azione di fatto aggressiva si tende a coinvolgere la popolazione nel suo complesso, non ci si limita alle truppe in aperto scontro bellico. E’ del resto dalla seconda guerra mondiale che ciò avviene in modo massiccio. Intendiamoci bene. Qualsiasi guerra non passa come una carezza sulle popolazioni. Esse alla fin fine devono subirne di tutti i colori; e soprattutto quelle dello schieramento perdente. Tuttavia, da quando il conflitto si combatte ampiamente e con crescente acutezza non semplicemente sul terreno bensì nello spazio aereo, la situazione per le popolazioni (dei vincenti come dei perdenti alla fine del confronto) si è fatta molto sgradevole (usando un eufemismo). Tuttavia, anche nella seconda guerra mondiale, le popolazioni colpite lo erano soprattutto in base a pesanti bombardamenti dell’aviazione (ivi compreso l’uso delle due atomiche da parte degli Stati Uniti). Prima l’invenzione di missili a sempre maggior gittata e ormai da tempo l’enorme avanzamento in campo elettronico renderanno vulnerabili tutte le popolazioni, anche la statunitense che è stata quella risparmiata nel XX secolo. La guerra diverrà sempre più effettivamente generale e generalmente dannosa per tutti.
La si smetta tuttavia di pensare sempre che alla fine l’umanità si distruggerà. Tutto potrebbe accadere, ma sarebbe un evento largamente fortuito (come, sembra, l’estinzione dei dinosauri). Insisto nel sostenere che l’essere umano non ha particolare cattiveria e volontà di annientamento, tali da condurre pure all’autoannientamento di ogni forma di relazione sociale e addirittura di vita. Nemmeno credo esista una particolare predisposizione all’aggressività, alla crudeltà, alla ferocia. Neppure l’ambizione sfrenata di singoli individui è la causa decisiva dei conflitti (questa spiegazione è forse la più rozza e banale). Dobbiamo sopravvivere e non possiamo non “nutrirci” di altri per ottenere questo risultato. Non sono cattivi e feroci gli animali che devono reciprocamente mangiarsi per sopravvivere. Noi abbiamo avuto in dote quella che chiamiamo ragione, pensiero, capacità di riflessione sulla realtà (mai veramente conosciuta ma sempre studiata e supposta per curiosità e spinta alla sopravvivenza), che conduce a continue modificazione delle nostre forme relazionali e di esistenza in collettività. Il nostro modo di “nutrirci” è quindi molto particolare e “produce” quella che chiamiamo storia. E’ sempre evolutiva, nel senso di continue modificazioni; crediamo che esse ci possano condurre verso il meglio, e lo chiamiamo progresso; ma è semplicemente una continua trasformazione delle nostre forme di esistenza (sociale) e quindi di “nutrizione”.

Ritengo in effetti particolarmente fastidiosa la retorica di gran parte dei sedicenti pensatori che – alcuni senz’altro in buona fede, i più però con ipocrisia e perfetta malafede – ci stonano la testa con le possibilità di addivenire a forme di convivenza pacifiche, di comunità di intenti e altre speranze di vario genere. A mio avviso si tratta appunto o di bugie o di ingenua tendenza all’eliminazione (o decisiva attenuazione) di ciò che noi uomini, e solo noi fra tutti gli esseri viventi, definiamo “male”; in contrapposizione appunto al “bene”, che ci si affanna continuamente a predicare. Ritengo del tutto utile, anzi necessario, che ci si sforzi in definitiva in direzione del bene. Così come sono convinto sia del tutto ragionevole e vantaggioso cercare di evitare gli scontri bellici di primaria grandezza, senza dubbio eminentemente micidiali.
Sono queste tendenze a condurre spesso alle maggiori trasformazioni legate al nostro specifico modo di “nutrirci” utilizzando il pensiero, la ragione o come la si voglia definire. Tuttavia, è bene essere anche consapevoli che alla fine queste tendenze – nell’ambito di una realtà non mai adeguatamente, e meno che mai esaustivamente, conosciuta e squilibrante in massimo grado – condurranno allo scontro tra gruppi sociali variamente strutturati (ivi comprese le nazioni dell’epoca moderna con quella “mitica realtà” da noi elevata a rappresentazione del “tutto” che chiamiamo Stato). Tendenzialmente, ogni gruppo è convinto d’essere “il bene”, contrastato da altri, i nemici, che sono “il male”. Di conseguenza vi è la spinta accelerata a fornirsi degli strumenti atti a far prevalere “il bene”; e si ha il cosiddetto “progresso”, che è soltanto quello tecnologico, ma non può essere sconsideratamente svalutato.
L’importante è essere consapevoli di che tipo di “progresso” si tratta e di ciò a cui serve, di ciò a cui conduce, di ciò che comporta sovente in termini di sofferenza, distruzioni, morte “in massa”, ecc. Poi, passata solo temporaneamente la tempesta, quelle “innovazioni” sono in grado di migliorare le nostre condizioni di vita, “di nutrimento”, in periodi di tranquillità e relativa pace. Basta non ricominciare a chiacchierare su speranze di grande elevazione del nostro spirito, della nostra tendenza al “bene” comune, che è comune solo a fasi alterne e per gruppi che si scrutano e sospettano vicendevolmente, pronti a ri-darsele di santa ragione per……il bene comune, appunto.
Beh, voi capite che il discorso potrebbe continuare a lungo; ed infatti non si può non riprenderlo di tempo in tempo. Per il momento fermiamoci qui.

CENTROSINISTRA E CENTRODESTRA: STESSA BASSEZZA, di GLG

gianfranco

Inutili discorsi troppo complicati sulla funzione svolta dal “neobadoglio”. Qui la cosa mi sembra più banale. Berlusconi, per i suoi interessi personali, ha avuto a mio avviso una funzione tutto sommato positiva dal 2003 (visita di Putin in agosto in Sardegna mentre tornava da Algeria e Libia e accordi vari certo non manifesti) fino al 2009-10. Poi con Obama le cose sono cominciate a cambiare e nel maggio 2011 a Deauville c’è stata la “resa” (certamente ha avuto paura di qualcosa di molto concreto che non conosciamo, possiamo solo supporlo all’ingrosso). Da allora il “nano” ha avuto una funzione nettamente negativa, tradendo tutto e tutti (a partire da Gheddafi) e si è sempre comportato a doppio binario per raggiungere il massimo risultato di indebolire l’opposizione ai principali servi degli Usa. Ha sempre finto. Sapeva bene cos’era la manovra dello spread, le intenzioni del principale agente degli americani quando ha voluto mettere Monti al suo posto. Ha sempre giocato la carta della parziale denuncia delle soperchierie e della sostanziale accettazione di ogni decisione presa da questo agente su ordine Usa. Ha così squinternato ogni possibile vera opposizione. E gli altri sono stati a brontolare, a denunciare talvolta, ma mai con chiarezza, le nefandezze che l’abietto nanetto compiva (si pensi, come esempio preclaro, a cosa ha combinato alle comunali di Roma, presentando Marchini e facendo perdere il ballottaggio alla Meloni in favore del piddino Giachetti). Adesso, si è presentato con gli “alleati” alle comunali; e questi scialbi e sbiaditi opportunisti si gonfiano il petto e dicono che uniti si può vincere. Certo, è vero in termini di puro conteggio voti, ma l’infame non sarà mai veramente unito a loro, scombinerà sempre i giochi. Adesso vi è maggiore incertezza solo perché non si è risolto un grave contrasto interno all’establishment Usa. Prima o poi dovrà essere superato altrimenti la potenza preminente si appannerà molto. E il berlusca attenderà sempre ordini per creare le situazioni “migliori” a favore di chi lo comanda, pena gravi danni per lui, che ormai è legato mani e piedi ai nemici. I suoi “alleati” sanno bene tutto, ma siccome pure loro cercano semplicemente voti e cadreghini, continuano a tergiversare e cercano di approfittare dei momenti meno sfavorevoli per averne qualcuno in più. Insomma, tutti aspirano a immergersi nell’immondizia della “democrazia” all’americana. E allora occorre un comune grande rogo, solo il fuoco può ripulire l’ambiente da centrosinistra e centrodestra. Come recita il ben noto detto romano: “er mejo c’ha la rogna”. Inutile perdere tempo a distinguere; tutti avviati ad un’unica sorte. Se qualcuno vuole veramente tirarsi fuori dal liquame, ha una carta semplicissima da giocare: esplicitare che il “nano” è un infido giocatore su due tavoli. Lo si deve sputtanare, tirargli “idealmente” una nuova statuetta in faccia e cacciarlo a pedate da ogni possibile alleanza. Chi non lo fa, crepi con lui. Mille volte meno peggio un arrogante come Renzi (o qualcuno di simile) piuttosto che il solito traditore e voltafaccia, ruolo ricoperto da secoli in Italia. E chi segue un essere così ignobile, è ancor più ignobile, si vende per molto meno, per interessi assai più bassi. Berlusconi ha ricchezze e “palazzi” da difendere. I suoi miserabili “alleati” solo “villette a schiera”, un po’ di milioncini e qualche seggiolina negli ambienti riservati ai servi che più servi non si può.

LE COMUNALI

gianfranco

L’affluenza definitiva alle comunali in Italia (eccetto Sicilia e Friuli Venezia Giulia) è stata del 60,07%. Alle precedenti comunali fu del 66,85%. In Sicilia: a Palermo il 52% di votanti (“grande vittoria” di Orlando, sul tipo di quella di Macron), a Trapani il 58. Friuli-Venezia Giulia: in provincia di Udine si è recato alle urne il 54,95% per cento dei votanti. L’affluenza più alta in Fvg si è registrata in provincia di Trieste con il 58,33%. Segue la provincia di Gorizia con il 57,08%, Udine e, ultima, quella di Pordenone con il 54,13%.
Ieri sera, i soliti bugiardi delle trasmissioni TV davano con grande e gradita meraviglia la cifra complessiva del 68,1%. E commentavano circa la tenuta, perfino un leggero aumento, dei votanti da parte di questa “responsabile” popolazione italiana. In realtà, essa non è ancora giunta alla comprensione di quella francese in merito alla nausea che provocano le forze politiche (per cui laggiù è andato a votare solo il 49% della massa elettorale complessiva), ma insomma qualche segnale non negativo esiste pure in Italia. E si cerca di nasconderlo, così come si inneggia al risultato francese quasi fosse la rinascita della marea “europeista”. Quando sarà infine possibile liberarsi di questi mentitori in totale malafede?
Altra notazione importante. La vittoria è spettata alle coalizioni in cui le liste civiche hanno avuto successoni. Faccio l’esempio del mio paesello (circa 40.000 abitanti; ho visto che non è un caso speciale, anzi piuttosto generale). Il sindaco (centro-destra) è stato eletto al primo turno con il 51% e rotti dei voti (e questo, certamente, è stato un caso raro). Se si guarda ai partiti, si ha F.I. al 17,5%, la Lega al 13, Fdi all’1,4. Un buon 20% spetta a ben tre liste civiche. Lo stesso andamento nello schieramento di centro-sinistra, che ha avuto il 30% dei voti; il Pd il 18% e il resto ad altre due liste civiche. Per certi versi, non ha tutti i torti Grillo quando dice che le comunali, condotte in questo modo a suon di liste civiche, possono illudere il centrodestra e il centrosinistra, che ormai si ritengono di nuovo in sella e in piena rinascita.
Un altro netto “slittamento” si è prodotto, mostrando come questi politicanti siano proprio dei meschini in cerca di posticini e basta. Ho sempre parlato male dei semicolti di “sinistra”; e non me ne pento. Debbo però far notare con più decisione che la sedicente “destra” è allo stesso livello. Vedo che gli “alleati” del traditore di tutto e di tutti, del doppiogiochista dal 2011, sono di levatura assai scadente. Facevano gli amici del Front National lepenista. Adesso, di fronte all’insuccesso di tale schieramento, scappano e tornano a lisciare il pelo a chi li ha sempre presi in giro. Dichiarano che il centro-destra unito può vincere. Già, lasciando piena libertà di gioco al traditore a tutti i livelli e a seconda dei suoi interessi. Essi cessano ogni minimo brontolio e s’inchinano ad uno che tre-quattro giorni fa ha dichiarato la sua preferenza per Draghi premier. Che meraviglia! A questo punto, meglio tenersi Renzi o chi per esso. Ma fra doppiogiochisti s’intendono. Draghi è quello della riunione sul panfilo Britannia (1992), del favoreggiamento alla svendita della Telecom ai “capitani coraggiosi” bresciani (1999), della Goldman Sachs e via dicendo. Per un “nano”, che si è inchinato sei anni fa a Obama, non ci può infatti essere migliore premier di qualcuno della sua stessa pasta.
Comunque, la situazione si va logorando, l’astensionismo cresce, la gente è sempre più stanca anche se ancora non riesce ad orientarsi. E del resto verso chi si dovrebbe dirigere dato il deserto esistente nel ceto sedicente politico, nel settore dell’informazione, in quello di chi sostiene di fare cultura. Ormai lo schifo è gigantesco, c’è una degenerazione a ritmo accelerato. E continuano a presentarsi in campo miserabili che vorrebbero essere considerati la novità. In realtà, cercano soltanto di mettersi in mostra in minuscoli movimentini, il solito trampolino di lancio per quei nuovi arrivisti e opportunisti che lì si fanno le ossa; poi passeranno ai più tradizionali partiti in grado di assicurare loro il posticino in Parlamento o in vari apparati e organismi controllati dai vetusti e corrotti gruppi di potere. Niente di nuovo sotto il Sole; è il continuo ripetersi della bassezza dei più. Solo in rari momenti brillano alcune minoranze che fanno una bella piazza pulita. Allora i voltagabbana affluiscono copiosi e si hanno i soliti “Piazzale Loreto”. Però le cose cambiano anche se gli onesti avvertono in bocca un certo sapore amaro; però cambiano, comunque cambiano. E qualche soddisfazione, per un breve periodo di tempo, si diffonde tra molti.

QUANDO SI CAPIRA’ L’ABIEZIONE IN CUI SIAMO CADUTI? di GLG

gianfranco

Ribadisco la furfanteria e, per me, vera delinquenza (sia pure da suburbio) dei vari politicanti e informatori facenti tutti parte dell’establishment padronale americano e di quello servile europeo, presi alla sprovvista dalla brexit, dalla vittoria di Trump; e che hanno dovuto correre ai ripari in Francia inventandosi un tirapiedi di conclamata futilità e piattume intellettivo dopo la crisi verticale delle “destre” e “sinistre”, che hanno devastato pure quel paese per decenni. Due mesi fa i laburisti erano quasi nella stessa situazione dei socialisti di Hollande in Francia. E avevano già allora pronti tutti i loro “infantili” programmini adatti a prendere in giro soprattutto i più giovani, dementi e ignoranti. Padroni americani e servi europei (per inciso ricordo che il “nano d’Arcore” ha proposto come premier in Italia uno dei peggiori di questi: Draghi, presente a tutte le operazioni di smantellamento dell’industria pubblica italiana, dirigente nella Goldman Sachs, Governatore della Banca d’Italia, ricopertasi di infinite “disattenzioni”, e poi di quella europea per riconosciuta “adesione” alle manovre dell’establishment americano, quello di prima di Trump) sono corsi ai ripari precipitosamente con operazioni “terroristiche” ben congegnate e probabilmente sottovalutate (o ci sono altri motivi?) dal Governo inglese. Tuttavia, la May ha pur sempre poco meno di 60 parlamentari in più dei laburisti. Una grande, immensa sconfitta, non c’è che dire. Sembra quasi che sia la premier inglese ad essere nella situazione di Hollande in Francia. Pensate la malafede di questi banditi travestiti da informatori e servi dell’ancora in piedi gruppo di potere Obama-Clinton.
Tuttavia, ribadisco che né Trump né la May e nemmeno quelli che sono stati indicati come populisti (prima erano fascisti) in Francia, in Germania e in Italia, ecc. sono il rimedio a questa infezione che affligge Usa ed Europa ed è ben più lunga e mortifera della peste nera di metà secolo XIV. Adesso arriveranno le elezioni in Francia (già da dopodomani), poi in Germania e forse, infine, in Italia. Francamente mi auguro che si manifesti anche qui l’inadeguatezza dei sedicenti populisti. Continuano a pestare sul terrorismo islamico come fosse fenomeno autonomo e non creato esattamente come quello di Bin Laden, ma più grave solo perché la situazione degli infami al comando nel padronato Usa e nel servitorame UE è assai più debole e compromessa di 10-15 anni fa. Dovranno sorgere vendicatori del tipo dei “Quattro cavalieri dell’Apocalisse” o non ci libereremo di questa muffa cancerogena che continuiamo a indicare quale “sinistra” (la peggiore nel momento attuale) e “destra” (poco meno dannosa). Da una parte, autentici ruffiani e marci d’abiezione, dall’altra inetti che non capiscono o fanno finta di non capire per raccogliere i voti di popolazioni disabituate, da un lungo periodo di crescita del benessere (e dell’idiozia e incultura dilaganti), a pensare e capire la drammaticità crescente della “storia che avanza a grandi passi”. “Tutti insieme appassionatamente”, questi squallidi aspirano a qualche cadreghino parlamentare e a qualche posticino di cosiddetto sottogoverno in organismi pubblici o anche in banche, ecc. Chissà quando infine si leverà l’urlo risanatore “a morte”; “Dall’Alpi alle Piramidi [beh, basta la Sicilia], dal Manzanarre al Reno [magari qui estendiamolo fino a Kiev]”.
Quel giorno, se arriverà, inizierà la rinascita della nostra civiltà annientata da questi laidi devastatori. Sia chiaro che so benissimo esserci una notevole quantità di individui che capiscono e vogliono cambiare. Purtroppo, settant’anni di potere ai “porci” (e gli ultimi venticinque di una bassezza mai prima riscontrata) hanno relegato i consapevoli in questi luoghi condannati al chiacchiericcio inconcludente. Gli altri – ivi compresi gli “ultrarivoluzionari, gli “anticapitalisti” da rotocalco, tutti riccamente vendutisi agli “alieni” – riempiono ogni spazio utile a obnubilare la mente dei più deboli…. appunto di mente.

PADRONATO IN CONFLITTO, SERVI DA ELIMINARE, di GLG

gianfranco

Ci sono servi e servi. Li chiamiamo così con giusto (e doveroso) disprezzo, ma è necessario distinguere fra loro. Così come bisogna capire a volte il livello di consapevolezza dei padroni e, soprattutto, il legame creato con i servi e le diverse modalità nel far loro osservare l’obbedienza. A volte si lasciano perfino margini (limitati) di libertà e, in ogni caso, anche i servi più servi (perfino gli schiavi del mondo che fu) possono ritagliarsi piccoli spazi di movimento per conseguire condizioni a volte meno opprimenti e con minori svantaggi. In ogni caso, tra padronato e servitù vengono sempre a stabilirsi particolari strutture relazionali, la cui messa in discussione rischia di creare malumori pure tra i servi, qualche fenomeno di disobbedienza, sordi brontolii, e via dicendo. E’ ovvio che fenomeni del genere – a meno che non si verifichino gli eccezionali casi della ribellione contro lo stesso legame servile – accadono quando si creano dissidi fra i padroni. Allora tra i servi si diffonde la paura di essere sostituiti da altri; e possono schierarsi con quei padroni, che promettono loro di tenerli a servizio e pagarli un po’ meglio se li aiutano a sbaragliare i nuovi padroni.
Tutto questo per cercare di spiegare cosa potrebbe accadere tra i padroni statunitensi e i vari gruppi di servi europei appartenenti a diversi livelli nella gerarchia della dipendenza. Intanto, come già sappiamo, la servitù di mezza (e più) Europa, quella decisamente più forte e sviluppata, si stabilì già a partire dalla fine della seconda guerra mondiale, che vide apertamente sconfitte Germania e Italia ma battute di fatto (pur ufficialmente vincitrici) anche Inghilterra e Francia. E dopo il 1989-91 (crollo dei paesi “socialisti” dell’Europa orientale e dell’Urss, quindi fine del mondo detto bipolare) pure la parte est-europea fu asservita alla Nato, cioè agli Usa. Tralascio la “nobile funzione” dei “padri dell’Europa unita”, sdraiatisi ai piedi degli americani per motivi molto poco ideali, perché la loro opera sarebbe stata inutile (e sarebbero oggi disprezzati come meritano e non onorati dai loro successori sempre più abietti) se la guerra non avesse avuto quell’esito.
La prima cosa che sarà da studiare nel futuro è dunque il mutamento del mondo dal 1945 ad oggi, con le due fasi così nettamente distinte (almeno nelle apparenze) tra quella data e l’inizio degli anni ’90 e poi la successiva che viviamo tuttora. In quest’ultima, si ebbe all’inizio la sensazione che si ristabilisse una netta posizione di monocentrismo americano, sul tipo di quello inglese di gran parte dell’800. La sensazione durò in fondo poco. Malgrado ancor oggi si possa dire che la potenza statunitense è decisamente superiore alle altre, credo proprio si debba parlare ormai di multipolarismo (non perfetto però e soprattutto ancora lontano dal policentrismo conflittuale acuto e “generale”). Con Bill Clinton a George Bush si inseguì il tentativo di ripristinare con aggressioni più dirette un completo predominio mondiale; sempre senza però affrontare direttamente il problema delle potenze in crescita (Cina e nuovamente la Russia, erede indebolita dell’Urss ma in fase di nuovo rafforzamento). Sintomatico che si trattasse di presidenti appartenenti ai due partiti rivali statunitensi; a dimostrazione che non risiede tanto in questa “bipartizione” il reale contrasto tra fazioni opposte. La strategia aggressiva non risultò comunque convincente e si passò con Obama alla strategia (o tattica) del caos, che sembrava più confacente alla nuova situazione mondiale – con le potenze in crescita ancora lontane dal poter seriamente impensierire gli Usa – e che alla fine non ha evidentemente fatto ottenere risultati ritenuti soddisfacenti.
Con la nuova presidenza insediatasi a gennaio sembrava si volesse tentare qualcosa di più radicalmente innovativo. La sensazione è però che si stiano presentando scontri più acuti e scoperti, non proprio riconducibili alla contrapposizione – tipica di una democrazia fasulla come quella elettorale – tra i due classici e storici partiti Usa. Non è che in passato non si siano presentati contrasti di notevole acutezza, ma dipendevano da dati assetti di potere con in campo due gruppi relativamente ristretti e sempre in qualche collegamento (anche se magari indiretto e ben mascherato) con la criminalità caratterizzante il “nuovo” paese, “scoperto” verso l’entrata nell’epoca moderna (1492) e venuto ad effettiva esistenza nella fase della rivoluzione industriale che apre all’epoca contemporanea; un paese tuttavia avviato ad essere una grande (la più grande) potenza dopo il sanguinoso regolamento di conti interno del 1861-65.
Se andiamo al periodo del mondo detto bipolare – la configurazione internazionale seguita alla seconda guerra mondiale – vi sono stati almeno due momenti in cui le ostilità tra due gruppi di potere contrapposti negli Usa (perfino all’interno dello stesso partito) esplosero con atti di alta drammaticità. Vi fu l’assassinio di Kennedy (1963), seguito a certe segrete aperture del presidente americano nei confronti di Kruscev (proprio per accelerare le difficoltà interne all’Urss), non accettate dagli “altri” e che costrinsero Kennedy alla “ritirata”, nascosta dietro l’apparente (e bugiarda) non conoscenza della presenza dei missili sovietici a Cuba; un passo indietro evidentemente non bastevole per l’establishment statunitense, probabilmente guidato dal vicepresidente Johnson (che poi occupò il posto resosi vacante). Una decina d’anni dopo vi fu l’eliminazione – non con l’uccisione, ma certamente con metodo assai “brusco” – di Nixon quando questi aprì alla Cina (quella di Mao addirittura), sempre con lo stesso intento di indebolire l’Urss e addivenire ad una “giusta” pace in Indocina (con gli accordi del gennaio 1973 a Parigi), che salvava molti interessi americani e avrebbe reso più difficile il prevalere della fazione filosovietica nel PC nordvietnamita, infine padrone dell’intero potere in tutto il Vietnam.
Anche allora i conflitti negli Stati Uniti erano legati alla politica internazionale (con effetti su quella interna) tentata dai presidenti in carica (con dietro precisi gruppi di potere, sia politici che economici) e avversata da altri gruppi che riuscirono a prevalere nelle due occasioni appena ricordate. Tuttavia, si finse invece che Kennedy fosse stato ucciso da uno spostato e piuttosto fuori di senno, a sua volta eliminato da uno che voleva vendicare l’assassinato. E contro Nixon si giocò la carta di uno scandalo interno per spionaggio nei confronti del partito avversario; il tutto preparato tramite una “gola profonda” che si rivelò essere (nel 2005) Mark Felt, vicedirettore dell’FBI all’epoca del watergate. Adesso, il contrasto è decisamente più acuto, ma soprattutto al di fuori degli schemi consueti di scontri legati a gruppi di potere interni ai due partiti, che recitano la commedia del democratico confronto di programmi per la “delizia” della popolazione sempre credulona (non solo negli Usa). Si arriva addirittura a presumere la connivenza di Trump con un avversario della portata della Russia, potenza in crescita di tipo multipolare. Quindi, si fa sospettare il possibile tradimento della fedeltà nazionale da parte della più alta carica del paese. Volendo sorridere, ma non troppo, si potrebbe ricordare il divertente (non soltanto) film di Joe Dante “La seconda guerra civile americana” (1997). In ogni caso, uno scontro pericoloso assai.
Se si è arrivati ad un punto di simile contrasto è evidente che vi è qualcosa di nuovo e di più difficilmente risolvibile negli Stati Uniti. In fondo, la “guerra fredda” con l’Urss (che non fu mai, e mai avrebbe potuto essere, vera guerra) ha di fatto consentito agli Stati Uniti una effettiva crescente preminenza mondiale; favorita pure dalla sostituzione di importanti domini coloniali tipo quello inglese in India, quello francese in Indocina, ecc. Naturalmente, si è giocato sulla sostanziale menzogna della vittoria del “pacifista” Gandhi, di un finto “neutralista” in Vietnam (anche se metà di questo paese venne conquistata nel 1954 dai comunisti, quelli che abbiamo creduto, e che si sono sinceramente creduti, tali per molti decenni). Senza dubbio l’India di Nehru come l’Egitto di Nasser e altri paesi ancora hanno fatto parte del “mondo non allineato”, che credo abbia avuto una reale funzione per un bel po’ di tempo. Tuttavia, la storia si è incaricata di dimostrare che si trattava di una fase transitoria con elementi di debolezza tali da favorire la transizione al predominio statunitense; e ciò si è verificato puntualmente malgrado gli errori (per me sono stati tali) compiuti da coloro che hanno assassinato Kennedy e liquidato Nixon, errori che hanno comportato soltanto un ritardo nel verificarsi di eventi inevitabili.

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Oggi è invece altrettanto inevitabile che la storia ci condurrà, fra un tempo non predicibile nella sua lunghezza (ma non certo secolare), ad un reale multipolarismo, prodromo del policentrismo acuto. Gli Usa sono ancora molto potenti, più di tutti gli altri, militarmente hanno una superiorità rispetto agli altri paesi perfino superiore a quella goduta nei confronti dell’Urss. Ciononostante, il paese preminente ha dimostrato, pur dopo il clamoroso crollo dell’avversario di mezzo secolo, di non saper instaurare il monocentrismo come fece l’Inghilterra per alcuni decenni dopo il Congresso di Vienna del 1814-15. Russia e Cina hanno imparato dagli errori clamorosi del “socialismo reale” e hanno attualmente configurazioni del rapporti sociali meno rigide (soprattutto quelle russe), che quindi consentono una strutturazione degli apparati politici dotata al momento di una forza minore rispetto a quella dell’Urss, ma assai meno fragile. Questo rende più “nevrotici” i comportamenti statunitensi e creano nel contempo forti tensioni interne, che non sono solo tra gruppi di potere ma anche tra strati e raggruppamenti sociali forse in divaricazione. La divisione politico-elettorale manifestatasi tra le due coste (pacifica e atlantica), da una parte, e la parte centrale del paese, dall’altra, mette in mostra forse qualcosa di rilevante per il futuro.
Tuttavia, non vi è dubbio che la situazione sia tutt’altro che chiara. La prima parte appena indicata è quella più avanzata degli Stati Uniti, industrialmente e tecnologicamente, mentre la seconda appare in qualche “ritardo”. Come già l’Inghilterra nell’800, la prima parte è dunque favorevole al libero scambio, che la favorisce. Nel XIX secolo l’atteggiamento inglese provocò la reazione protezionistica del nord degli Usa in fase di forte industrializzazione (con successivo regolamento sanguinoso dei conti tra Unione e Confederazione); nonché quella simile della Prussia/Germania per lo stesso motivo. Anche ammesso che, negli Stati Uniti odierni, l’altra parte (più arretrata) sia meno favorevole al liberismo (da cui la presunta tendenza isolazionista dei gruppi trumpiani), è evidente che la potenza preminente del paese non può essere messa in discussione da nessuno, tanto meno da coloro che si rappresentano nel neopresidente, ancora poco solidi nella loro presa sui nodi centrali del potere (sia economico sia politico e culturale). Da qui deriva la linea zigzagante finora seguita da Trump. Deve combattere, e tentare di battere, i centri di potere degli avversari (che hanno appunto maggior seguito nelle zone più dinamiche del paese, quelle in fondo decisive al fine di consentirne la supremazia), ma non può indebolire la complessiva potenza statunitense, pena una decadenza che travolgerebbe anche i suoi centri di potere ancora poco forti (almeno così sembra).
Difficile in questa fase prevedere come evolverà il confronto negli Stati Uniti e quale ne sarà il risultato definitivo. La soluzione apparentemente più probabile è la non riuscita dei tentativi dei gruppi trumpiani; tuttavia, è bene non lanciarsi in previsioni troppo sicure. L’unica cosa che sembra piuttosto chiara (anche qui sempre con una qualche percentuale di incertezza, non però troppo alta) è il netto e deciso schieramento dei servi della UE e dei governi “europeisti” con l’establishment americano che ha sempre prevalso fino ad ora, malgrado i cambiamenti di presidenza tra un partito e l’altro. I gruppi dominanti europei preferiscono quindi il “libero scambio” perché appaiono strutturalmente legati, in qualità appunto di servi, al precedente e ancora forte establishment statunitense; per favorirlo cercano di ostacolare l’avanzata del multipolarismo e non intendono quindi dare corda al rafforzamento di altre potenze e soprattutto, data anche l’area in cui ci troviamo, di quella russa. Per i loro interessi – data anche l’inferiorità industriale e tecnologica rispetto agli Usa – non rifiutano di commerciare con la Russia, ma fanno di tutto per isolarla politicamente e aiutare i suoi nemici (tipo quelli al governo in Ucraina).
Dobbiamo comunque stare attenti a non esagerare dando esclusiva o prevalente importanza ai fattori economici. Essere fautori del libero scambio cela in realtà – dietro la solita solfa del benessere generale affidandosi alla “legge” del mercato – altri aspetti ancora più rilevanti e di autentico contrasto rispetto al ruolo che potrebbero giocare forze autenticamente europeiste, nel senso di favorevoli a non distruggere le nostre tradizioni, la nostra cultura, il nostro modo di vivere e perfino di pensare. Il processo messo in moto dall’ondivaga strategia americana nel continente africano e in altre zone sud-orientali dell’area confinante con i nostri paesi – processo di cui in questo momento l’aspetto più visibile (ma non il più rilevante) è il flusso migratorio che tanto eccita gli animi – viene oggi sfruttato soprattutto dai settori politici che si pretendono “union-europeisti”. In realtà, il fine è esattamente opposto. Tali settori tentano in realtà di far entrare in totale disfacimento le strutture socio-politico-culturali dei paesi europei.
I finti europeisti non hanno più nessuna valida strategia di sviluppo e rinascita del continente (che non è solo economica come insisto in continuazione). Sono ormai finiti come gruppi capaci di un qualsivoglia progresso e avanzamento. L’unico modo di mantenere il loro potere è distruggere il tessuto sociale dei vari paesi europei, creare una vera babele di abitudini, costumi, modi di vita e di pensare, lingue, religioni, correnti culturali e chi più ne ha più ne metta. Solo nella babele questi inetti e assai più che dannosi gruppi di potere (autentici nemici che distruggono il nostro futuro) possono sperare di continuare a tenere le loro postazioni privilegiate. Da autentici bugiardi, e pure assai peggio, quali sono, essi cianciano di integrazione (e in ciò sono coadiuvati anche dalla Chiesa cattolica sotto il nuovo Papa), ma quello che vogliono è invece la disintegrazione; altro modo per tenere il potere, con la loro ormai manifesta incapacità di governare facendo prosperare la maggioranza della popolazione, non esiste.
Sia chiaro a scanso di equivoci: la disintegrazione in questione non è effetto ineluttabile delle migrazioni. Per usare un linguaggio figurato, la pioggia calma e costante inzuppa bene il terreno, che è in grado di assorbire e diventa così più morbido. Se invece diluvia a scroscio, l’acqua cade irruente e tempestosa, cresce la marea di fango e si vanno formando innumerevoli rivoli che scorrono all’impazzata divenendo tanti torrentelli dai letti casuali e cangianti. E il danno non si ferma qui. Oltre ai vergognosi guadagni di delinquenziali organizzazioni prese per benefattrici e “umanitarie”, ci si disinteressa altamente dei veri fattori di ordinata ricezione degli estranei: centri di accoglienza ben organizzati, condizioni di vita che impediscano la penetrazione di organismi atti al reclutamento criminale o alla creazione di reti di mendicanti. Si favorisce l’ingaggio per lavori del tutto non regolamentati e pagati in modo infimo. Si distruggono posti di lavoro per i veri cittadini dei paesi invasi e si sprecano risorse che andrebbero indirizzate alle prestazioni lavorative adatte ad un forte sviluppo tecnologico, che viene quindi frenato, anzi deviato e inaridito. E via dicendo. Qui sta l’intento disgregativo dei servi europei dell’establishment americano (prevalente fino ad Obama). Una reale cancrena per i nostri paesi. Si dovrebbe sapere come si cura simile malattia, non certo con panni morbidi e zuppi di disinfettanti inutili. Il bisturi è l’arma decisiva; incidere e asportare.

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Simili devastazioni in certi paesi come il nostro (e pure in altri), sono stati favoriti dagli esiti politico-ideologici di ciò che fu il movimento del ’68, assai ambiguo ma che comunque aveva magari in origine intenzioni non negative. Tuttavia, i gruppi dirigenti di quel movimento hanno alla fine ceduto all’ambizione di “apparire e contare”, in realtà servendo pedissequamente i peggiori rappresentanti dei ceti dominanti servili e proni ai predominanti americani; e simili pseudo-rivoluzionari, divenuti semplici distruttori del tessuto sociale e culturale di antichi paesi come i nostri, hanno fortemente contribuito a creare manipoli di loro ancora più dannosi eredi con il compito di attuare l’immane disintegrazione in corso di svolgimento negli ultimi decenni, ma acceleratasi esponenzialmente negli ultimi anni.
E’ evidente che siamo in emergenza e attualmente – dopo settant’anni di indebolimento mentale e caratteriale – non esistono anticorpi adeguati. Sono portato a credere che il diffondersi di questa che è vera anticultura di tipo dissolutivo della nostra civilizzazione condurrà infine ad un reazione. Tuttavia, ciò non è sicuro e al momento non ci siamo proprio. I gruppi e gruppetti di volenterosi autonomisti, sovranisti, e non so come altro chiamarli – diciamo che sono comunque e positivamente antagonisti del “politicamente corretto” del ciarpame impadronitosi del potere europeo servendo gli Usa – hanno magari buone intenzioni, ma mi sembra abbiano raggiunto il massimo cui potevano aspirare continuando a subire l’egemonia “cultural-elettoralistica” degli avversari. C’è bisogno di una svolta radicale, e purtroppo in direzione di una violenza pur lucida e ben mirata. Ripeto che siamo in condizioni di vasta devastazione e degrado, che tuttavia – lo si capisca – non si combatte ponendo al primo posto i suoi meri effetti: terrorismo e invasione disorganizzata e scomposta di molti stranieri, dotati di loro tradizioni e civiltà, ma tanto lontane dalle nostre che il tempo dell’assorbimento dovrebbe essere di molti decenni e non di pochi anni.
Comunque, lo ripeto, sono effetti. La causa risiede negli incapaci e meschini ceti dirigenti – che non dirigono in effetti alcunché, semplicemente impongono e devastano imponendo – attorno a cui si sono raggruppati tutti i falliti dei sogni di cambiamento “rivoluzionario”. C’è gente che ha creduto in chissà quali effetti della lotta operaia (non dei marxiani “produttori associati”, già una semplificazione invecchiata da oltre un secolo); delusione massima. Si sono buttati sul terzomondismo, i “dannati della terra” in rivolta contro l’imperialismo (anche questo un termine adatto ad un secolo e passa fa, non certo al tipo di predominio esercitato dagli Usa); altra delusione. Ormai abbiamo una marea di autentici imbecilli (anche dotati di intelligenza, ma cretini per “partito preso”). Costoro hanno perciò prodotto, per “naturale” selezione a partire dal fallimento del tutto incompreso delle vecchie speranze, un ceto politico e intellettuale diretto da autentici furfanti. Si sta verificando – certo nelle forme diverse che sempre caratterizzano i “ritorni” nella storia dell’umanità, che non è come le altre specie animali sempre stabili nei loro “standard” – qualcosa che ricorda l’epoca intercorrente tra il Congresso della “Restaurazione” (a Vienna dopo la definitiva sconfitta della Francia napoleonica) e gli ultimi decenni del XIX secolo con gli eventi bellici che portano in primo piano Stati Uniti e Germania (e appena dopo il Giappone), la seconda rivoluzione industriale concomitante alla “grande stagnazione” di un quarto di secolo, poi seguita da ben altri eventi “non stagnanti” ma semplicemente tragici.
In quel periodo ottocentesco, durato almeno mezzo secolo, si ebbe la massima confusione e babele di posizioni svariate: poi si arrivò ad una decantazione, la cui migliore interpretazione (checché se ne dica) fu quella indicata come divisione tra borghesia e proletariato, tra classe capitalistica e classe operaia; cui seguì la crescita del sedicente “movimento operaio” (I Internazionale nel 1864 e II, quella di gran lunga più rilevante, nel 1889). Già fin da subito si alterò, come ho chiarito ormai da tanto tempo, la concezione della “classe operaia” (ripeto: non più il complesso dei “produttori associati”, dei salariati venditori di merce forza lavoro di tutti i tipi e gerarchie). Ne è seguito un vero secolo di fraintendimenti, di false rivoluzioni “proletarie”, contrastate da altre rivoluzioni di carattere prettamente nazionalistico. Quel conflitto ha solo comportato e favorito la vittoria e affermazione di una potenza detta ancora capitalistica, gli Stati Uniti, che in realtà hanno ben poco a che vedere con il capitalismo definito sia dai marxisti che dai liberal-liberisti, rimasti in definitiva a quello inglese: quello dell’“accumulazione originaria”, della transizione dal feudalesimo (o semitale) all’epoca moderna, della prima rivoluzione industriale, ecc.
Senza nemmeno aver ben compreso quella prima fase “intermedia” tra due epoche caratterizzate da formazioni sociali differenti, senza nemmeno una corretta interpretazione dei fenomeni drammatici e sconvolgenti del XX secolo, ci troviamo in un’altra epoca che attende nuove decantazioni sociali. Immagino che avverranno (forse già iniziano in questi anni) in quello che abbiamo sempre indicato genericamente come ceto(i) medi(o), raggruppamento sociale che si è ingrossato mentre retrocedeva la vera e propria classe operaia (in specie di fabbrica). Un ceto che è in parte ancora salariato (venditore di merce forza lavoro, concetto ormai vecchio e inservibile per afferrare i movimenti della società), in parte detto “autonomo”, anche piccolo-imprenditoriale, ecc. E mentre non si fa nulla per analizzare realmente la società attuale, imperversano gli imbecilli delusi (di cui sopra) guidati dai delinquenziali politicanti e intellettuali, sempre di cui sopra.
Insisto nell’invitare i giovani (quelli ancora dotati di senno e con una cultura alle spalle, quella cultura che gli insegnanti facenti parte dei delusi “fu rivoluzionari” non insegnano più, disfacendo secoli di storia della nostra civiltà) a ricominciare tutto da capo. Bisogna conoscere il passato, averne memoria, ma deve essere infine reinterpretato da storici non dementi come quelli degli ultimi settant’anni. Bisogna dare un calcio in c… a tutti gli anticomunisti e antifascisti viscerali, senza però seguire più i nostalgici di quelle decrepite ideologie. E tuttavia con la consapevolezza che i nemici più acerrimi si annidano fra i liberal-liberisti. Liberiamoci di loro e delle loro ingannevoli “libertà”. E ci si prepari ad altri metodi più proficui di lotta.

PS Avevo già finito il pezzo ed è arrivata la “bomba” della indicazione del Qatar quale effettivo “Stato canaglia”, che finanzia il terrorismo islamico. E chi ha rotto – l’Arabia saudita poi seguita dagli Emirati, dall’Egitto – ha pur essa finanziato l’Isis e le varie fazioni, riciclatesi e cambiatesi spesso di nome, che hanno tentato di rovesciare Assad, combinando comunque un bel casino in Siria, cui ha messo una pezza (ma solo una pezza al momento) la Russia. Recentemente, però, Trump è stato in Arabia saudita e siglato vari accordi (fra cui 110 miliardi di dollari in armi); e ciò ha evidentemente cambiato la posizione di tale paese. Tuttavia, l’attacco al Qatar si apparenta a quello all’Iran (invece appoggiato da Obama), che è sempre stato (assieme agli Hezbollah) dalla parte di Assad (almeno all’apparenza). Il casino è grande, la confusione massima. Si verifica una rottura interna ai sunniti (fra l’altro quelli al governo in Irak combattono contro il Califfato che li ha aggrediti). E nel contempo, i centri trumpiani accentuano il conflitto con gli sciiti; proprio quando viene rieletto presidente in Iran un “moderato” considerato abbastanza filo-occidentale (almeno rispetto ad Ahmadinejad). Evidentemente Rouhani è legato all’establishment americano antitrumpiano ed è vicino ai servi della UE e dei governi europei. Adesso comincia a chiarirsi meglio la recente “ossessione anti-inglese” dei terroristi (gli attentati non hanno nulla di casuale, sono organizzati e “ispirati”). La May non era favorevole alla brexit, ma alla fine ha condotto questa politica. Non mi sembra del tutto favorevole a Trump, ma comunque almeno “in attesa” di capire meglio con chi schierarsi. Mentre il leader laburista (tipico appartenente alla “sinistra”, che ha la leadership del servilismo europeo) è dalla parte del vecchio establishment americano e quindi dei suoi servi europei. I centri trumpiani hanno dimostrato ancora un volta la loro necessità di effettuare una politica a zigzag (di larga imprevedibilità) per scompigliare il fronte avversario, per il momento ancora più forte nei vari centri di potere (con bipartitismo; basta vedere quanti repubblicani antitrumpiani ci sono). Situazione in aperto movimento, fase storica sempre più “in transizione”. Che vogliono fare i “nostri” sovranisti? Discutere di leggi elettorali per avere qualche seggio in Parlamento?

E ADESSO SI VUOL CAPIRE? di GLG

gianfranco

Adesso spero che la si smetta di parlare di pazzi o comunque esaltati, quasi isolati o al massimo con collegamenti minimali fra loro. E anche la si smetta con lo Stato islamico, il Califfato, il figlio di Bin Laden che ha ricostituito Al Qaeda; e altre cazzate varie. E nemmeno ci si racconti che l’Italia si è salvata finora per la bravura dei nostri Servizi, inefficienti soprattutto perché ampiamente contaminati dagli Usa. Indubbiamente è un intrigo piuttosto complesso, messo in moto in particolare dai gruppi di potere rappresentati da Obama; con però molti punti di convergenza tra ambienti strategici legati ad entrambi i partiti americani. Operazioni cruciali – condotte in specie dopo il 2011, in un certo senso con intendimenti diversi e relativamente indipendenti – sono state il colpo di Stato in Ucraina e il tentativo di abbattere Assad dopo aver dissestato tutti gli equilibri in quell’area con la criminale messa in moto di presunte rivolte popolari nella cosiddetta “primavera araba”. In Siria la manovra non è al momento riuscita, ma si è ridotto il paese a un colabrodo. La Russia ha reagito con qualche efficacia anche se non mi sembra abbia contrastato simili manovre a tutto campo e in profondità. Tuttavia, il disfacimento di strutture sociali in Nord Africa e Medio Oriente ha provocato pure l’enorme flusso migratorio verso l’Europa. Di questo processo i centri strategici in azione con Obama e con gli ambienti della UE stanno approfittando, mediante l’appoggio delle “sinistre” per le quali l’“europeismo”, distruttore della società europea e delle tradizioni dei suoi vari paesi, è l’“ultima spiaggia” al fine di mantenere quel vasto potere di cui si sono impadronite dopo il 1989-91.
Difficile capire cosa vorrebbe (e potrebbe) fare adesso Trump; soprattutto con i contrasti interni e gli squallidi servi europei tutti schierati a favore del vecchio establishment Usa, per riportare al comando quei padroni che poi sarebbero certo riconoscenti. Purtroppo, al momento, i cosiddetti “antieuropeisti” (in realtà favorevoli all’Europa delle nazioni) e sovranisti, ecc. ecc. sono tutt’altro che lucidi. E del resto, nessuno lo è al momento. Tuttavia, è irritante vedere che ancora non si capisce la necessità di uscire dallo stupido gioco elettorale con cui i nostri “uccisori” avranno facilitati tutti i loro progetti. Devono essere combattuti con altri mezzi; lo si vuole infine capire? Perché combatterli nei loro abominevoli piani significa non fermarsi al “suffragio universale” di chi, senza nemmeno avere la più pallida idea di quali infami abbia di fronte, va a “sprecare” un pezzo di carta convinto di aver fatto il “suo dovere”. Ben altro è il dovere di chi sa che ha ormai puntata contro la pistola di questi esseri abietti; lo ripeto, sono all’“ultima spiaggia” e quindi difenderanno i loro privilegi in tutti i modi. L’assassino di Budrio, dopo mesi di ricerca, è ancora introvabile. E’ un’ottima metafora di come i popoli europei, in forte caduta di tutti i generi (e in specie culturale, di civiltà, ecc.), non sanno individuare i loro uccisori; anzi nemmeno sentono le pallottole mortali penetrare nei loro corpi, simili come sensibilità a quelli degli zombi.

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