L'OPINIONE GENERALE

“Non c’è alcuna opinione, per quanto assurda, che gli uomini non abbiano esitato a far propria non appena si è arrivati a convincerli che tale opinione è universalmente accettata. L'esempio fa effetto sia sul loro pensiero, sia sul loro agire. Essi sono pecore che vanno dietro al montone ovunque le conduca: è per loro più facile morire che pensare. E’ assai curioso che l’universalità di una opinione abbia per loro tanto peso, dal momento che essi possono pur vedere su di sé quanto si accettino opinioni senza giudizio e solo in forza dell’esempio. Ma in realtà non lo vedono, perché manca loro ogni conoscenza di sé. Solo i migliori dicono, con Platone, i molti hanno molte opinioni [Repubblica, IX, 576, c], cioè il vulgus ha molte frottole in testa e, se si volesse tenerne conto, si avrebbe un gran da fare. L'universalità di un'opinione, parlando seriamente, non costituisce né una prova né un motivo che la rende probabile. Coloro che lo affermano devono ammettere: 1) che la distanza nel tempo priva quella universalità della sua forza probante: altrimenti dovrebbero riportare in vigore tutti gli antichi errori che un tempo erano universalmente considerati verità: per esempio dovrebbero ripristinare il sistema tolemaico oppure nei paesi protestanti il cattolicesimo 2) che la distanza nello spazio produce lo stesso effetto: altrimenti l'universalità di opinione fra chi professa il buddhismo, il cristianesimo e l'islamismo li metterà in imbarazzo. Ciò che così si chiama opinione generale è a ben guardare l'opinione di due o tre persone; e ce ne convinceremmo se potessimo osservare come si forma una tale opinione universalmente valida. Troveremmo allora che furono in un primo momento due o tre persone ad avere supposto o presentato e affermato [o imposto, ndr] tali opinioni, e che si fu così benevoli verso di loro da credere che le avessero davvero esaminate a fondo: il pregiudizio che costoro fossero sufficientemente capaci indusse dapprima alcuni ad accettare anch'essi l'opinione: a questi credettero a loro volta molti altri, ai quali la pigrizia suggerì di credere subito piuttosto che fare faticosi controlli. Così crebbe di giorno in giorno il novero di tali accoliti pigri e creduloni: infatti, una volta che l'opinione ebbe dalla sua un buon numero di voci, quelli che vennero dopo l'attribuirono al fatto che essa aveva potuto guadagnare a sé quelle voci solo per la fondatezza delle sue ragioni. I rimanenti, per non passare per teste irrequiete che si ribellano contro opinioni universalmente accettate e per saputelli che vogliono essere più intelligenti del mondo intero, furono costretti ad ammettere ciò che era già da tutti considerato giusto. A questo punto il consenso divenne un obbligo. D'ora in poi i pochi che sono capaci di giudizio sono costretti a tacere e a poter parlare è solo chi è del tutto incapace di avere opinioni e giudizi propri, ed è la semplice eco di opinioni altrui: tuttavia, proprio costoro sono difensori tanto più zelanti e intolleranti di quelle opinioni. Infatti, in colui che la pensa diversamente, essi odiano non tanto l'opinione diversa che egli professa, quanto l'audacia di voler giudicare da sè, cosa che essi stessi non provano mai a fare, e in cuor loro ne sono consapevoli. Insomma: a esser capaci di pensare sono pochissimi, ma opinioni vogliono averne tutti: che cos'altro rimane se non accoglierle belle e fatte da altri anziché formarsele per conto proprio? Poichè questo è ciò che accade, quanto può valere ancora la voce di cento milioni di persone? Tanto quanto un fatto storico che si trova in cento storiografi, ma poi si verifica che tutti si sono trscritti l’un l’altro, per cui alla fine, tutto si riconduce all’affermazione di uno solo… "io lo dico, tu lo dici, ma alla fine lo dice anche quello:/dopo che lo si è detto tante volte, altro non vedi se non ciò che è stato detto" (Goethe, dalla Farbenlehre)”. Arthur Schopenhauer

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Cos’altro vogliamo aggiungere se non che questo accadeva prima che si affermassero i grandi mezzi di comunicazione? All’epoca non c’erano Berlusconi e Murdoch eppure i meccanismi di formazione della pubblica opinione (o opinione generale come la chiama Schopenhauer) non erano così dissimili da quelli di oggi. Due o tre individui (appartenenti a drappelli di decisori o al circuito mediatico dominante) apparecchiano un'ipotesi che diviene una convinzione, la impongono facendo leva sulla loro autorità ed ecco che il pubblico segue pedissequamente la corrente di questo pensiero, formandosi delle opinioni che ritiene partorite dal suo cervello. Ma sono cibi socialmente precotti che vengono riscaldati nel microonde della soggettività. Crediamo di star cucinando qualcosa mentre veniamo cotti a puntino. Cosa ne dicono gli urlatori di sinistra che attribuiscono a B. il disonore di aver ridotto gli italiani ad un popolo di ingrifati e lobotomizzati senza visioni personali? Ancora il semiologo Umberto Eco, qualche giorno fa, parlava di educare il nostro popolo per renderlo aderente a valori più democratici e progressisti. Cioè alle sue opinioni sul mondo che, a mio modo di vedere, sono altrettanto confuse, sbagliate e per di più fin troppo accordate a quelle dei poteri forti che infestano la nazione, dalle banche ai padroni delle ferriere. Detto questo, forse è il caso di farsi un'opinione diversa di tali imbonitori chiamati impropriamente professori.

Ps. Umberto Eco, anche facendo un gran balzo, non supererà mai l'unghia del piede di Althusser. Il filosofo piemontese si è fatto bello sostenendo in una intervista a Il Manifesto  che quando lui parlò per la prima volta di strutturalismo fu aspramente attaccato da Althusser il quale in seguito, smentendosi puerilmente, avrebbe tentato un innesto dello stesso strutturalismo sul marxismo. Dubito che il pensatore di Birmandreis si sia mai occupato di Eco e, soprattutto, so che mai accettò in vita di essere incasellato in detta corrente. E' vero che non è possibile giudicare un intellettuale dall'idea che egli ha di sè stesso, ma non è nemmeno corretto attribuirgli l'appartenenza ad apparati concettuali che ha sempre respinto. 

I° MAGGIO DI PENA

Un museo delle cere, un'esposizione di mummie, una necropoli di scapigliati, un cimitero di debosciati, una foresta di pietrificati, un'agorà di ossificati, un assembramento di invertebrati, un essiccatoio per sindacalizzati. I morti dei secoli passati vengono a sotterrare i vivi, il corteo delle tenebre progressiste ha preso la testa della civiltà e sta per staccargliela per sempre da Piazza San Giovanni. Decollato. Primo maggio di festa funesta, primo maggio di noia manifesta. Storia, Patria, Lavoro, ovvero tutto ciò che non c'è a causa di rapinatori di futuro organizzati e coalizzati, talvolta fintamente divorziati, che si fanno chiamare sindacati. E quest'anno niente retorica su pace, amore e fantasia che la guerra in Libia si è portata tutto via. Ci sarebbe restato male Napolitano e tutto il circondario libertario che speculando sul mondo operaio è diventato miliardario. Come ogni anno si alternano sul palco gli attachés della fatica altrui che gridano viva il proletariato senza aver mai lavorato.  Precari di tutto il mondo unitevi ma per bastonare questi chiacchieroni maggiolini. Primo maggio di litania cantata sui diritti anelati dai giovani, dalle donne, dai disoccupati, ma tuttavia negati proprio da quei confederati che li hanno stracciati per garantire il posto ai propri associati inamidati. E, soprattutto, anche in questa 22° edizione nessuna lesina su parole come libertà e democrazia che la televisione e Berlusconi hanno ridotto a porcheria. Resistenti del XXI secolo che salgono sulle montagne di carognate della sinistreria per dare sfogo alla propria isteria. Militonti della vigliaccheria che tra un canto partigiano e una bevuta alla birreria fanno la rivoluzione della scioccheria. E così sia. Infine, gran coro campestre del popolo rupestre: chi non salta Berlusconi è! Vero, chi salta non è né Cavaliere né Fantino. Trattasi semplicemente di cretino. Zombies del primo maggio "concertato" ve lo siete proprio guadagnato  quest'orizzonte politicamente necrotizzato. Perchè allora tutto questo danzare e vocalizzare a squarcia gola? Il lutto richiede silenzio. Abbiate almeno rispetto per i cadaveri, cioè per voi stessi.

TACCHINI E SOMARI

Anche le bombe sono intelligenti se paragonate alla nostra classe dirigente. Gli ordigni sbagliano di qualche metro, i nostri governanti di qualche secolo. Le prime si fanno sentire senza troppe chiacchiere, i secondi fiatano a vanvera strozzando la verità con una fraseologia ipocrita e vergognosa. Così ci tocca pure raccogliere lo sdegno del Ministro degli Esteri Frattini, un’aquila della diplomazia che del pennuto ha solo il cervello, il quale in barba a qualsiasi principio democratico si dice seccato per un eventuale voto del parlamento sui raid dei jet italiani contro la Libia. Tutto previsto dalla risoluzione ONU 1973 afferma Frattini, mentre il Ministro della Difesa La Russa, un altro strano animale con la raucedine dei felini e la sveltezza di mente dei somari, prega la stampa di non chiamare bombardamenti gli interventi chirurgici che i nostri piloti stanno per compiere sul Paese Nordafricano. In pratica, noi italiani mandiamo i chirurghi nell’aria e i soldati nelle sale operatorie. Sarà per questo che le guerre ci vengono male. Ma La Russa non demorde e ribadisce: “Continuare a parlare di bombardamenti a me sembra fuorviante, e tanto più lo è il desumere, dall’improprio utilizzo di questo termine approssimativo un sostanziale cambio di strategia delle nostre forze”. Letterale signori e non vi sforzate di capire. La formula è bertinottiana, cioè del Bertinotti  interpretato da Corrado Guzzanti che alla fine di ogni sproloquio affermava tra gli applausi del pubblico rintontito dalle parole: “ho detto un mare di cazzate, non so neanche quel che sto dicendo”. Appunto, Egregio Ministro, tutte cazzate sesquipedali che soltanto il "coniglio" dei ministri poteva asseverare.  Eppure i dioscuri ministeriali ripetono alla pubblica opinione che l’Italia ha un ruolo decisivo in questo conflitto per la libertà dei popoli del mediterraneo e che da ciò trarremo grandi vantaggi al momento della ricostruzione. Nel frattempo però le nostre imprese si lamentano per i contratti già firmati con i libici e sepolti sotto i bombardamenti occidentali e per gli investimenti e le opportunità incenerite. Lo ha rammentato ieri Alfredo Cestari, presidente della camera di commercio ItalAfrica Centrale. Per noi italiani si parla di un crollo del giro d’affari nell’area del 50-70%. Ma i due ribadiscono che in questo conflitto ci stiamo comportando correttamente e che il consiglio dei ribelli ne terrà conto. Frattanto che aspettiamo la ricompensa dagli scalmanati di Bengasi eterodiretti dai francesi, i cugini-serpenti si prendono tutta la Libia firmando con gli insorti un memorandum d’intesa per lo sfruttamento dei giacimenti petroliferi. L’Eni verrà estromessa dai pozzi più redditizi quando appena qualche mese fa le imprese d’oltralpe non riuscivano nemmeno a piazzare una pompa di benzina nella zona. Le rodomontate di Frattini e di La Russa segnalano in che mani abbiamo messo la nostra politica estera e quella della difesa. Da poveri italiani, come diceva il Generale De Gualle, rischiamo di diventare italiani poveri, come sanno i nostri concittadini. E tutto questo per lanciare la carriera ad un tacchino travestito da rapace e ad un equide camuffato da felino. Che un Paese sia diventato forte e rispettato per i gloglottii e per i ragli di presunti uomini di Stato non si è mai visto da nessuna parte. E nemmeno questa volta si vedrà.

 

RAPINATORI DI SPERANZE

Con l’arresto di Massimo Ciancimino, figlio di Don Vito ex sindaco mafioso di Palermo, i coristi da prima serata delle procure e i magistrati che amano la fama più della giustizia, sono scivolati sulla stessa buccia di banana piazzata per far capitombolare il Bananone di Arcore e i suoi compari, un po’ picciotti ed un po’ pupari.

Per sbucciare Silvio e tutto il suo impero mediatico costoro si sono inventati, complici alcuni loschi pentiti come Spatuzza, che le stragi e la strategia delinquenziale di Cosa Nostra agli inizi degli anni ’90 servivano a preparare il terreno all’ascesa politica di Al Tappone. Ma la cosa non sta in piedi per ragioni che possiamo spiegare brevemente. Assodato che, se pur non si può parlare di vera e propria trattativa, tra Stato e mafia si stabilì almeno  una tacita intesa, questa deve essere stata necessariamente gestita da chi allora aveva in mano la direzione del Paese, cioè Ciampi (e prima di lui Amato) da Palazzo Chigi e Scalfaro dal Quirinale. Due nomi che sono i terminali di un sistema marcio il quale poteva sopravvivere soltanto abdicando alle sue funzioni e svendendo la sua autorità. Ma oggi lorsignori non ricordano nulla e tra mezze verità appena sussurrate ed omissioni palesi tentano di pararsi il culo per proteggere se stessi ed i poteri internazionali che imposero il regime change. E’ notorio che la criminalità organizzata non interviene mai negli affari politici di alto livello se non direttamente interpellata, oppure quando la situazione non permette l’equilibrata coesistenza degli interessi di ciascuno. Nel clima rivoluzionario di quel periodo, con gli assetti mondiali della Guerra Fredda oramai saltati, i boss hanno contribuito ad un cambiamento storico palingenetico accettando una riconfigurazione del loro ruolo e un diverso rapporti con i vertici dello Stato. I loro referenti politici del passato erano stati tolti di mezzo, dunque occorreva ritessere una trama di rapporti e di intese coi sopravvissuti. Del resto, i parenti siciliani d'oltreoceano dovevano aver  spiegato loro quel che stava per accadere. La cancellazione del 41 bis da parte del Governo Ciampi fu l’obolo che quella classe dirigente versò alla Mafia per ricalibrare il contesto e resistere alla tempesta evenemenziale. Ma dietro quella concessione vi era un segnale che il trasmittente faceva passare dalla Sicilia per garantirsi l’amplificazione del messaggio sull’altra sponda dell’Atlantico. L’unico giornalista che si è preso la briga di calendarizzare quei fatti e di dimostrare che le ipotesi dei togati non sono nemmeno verosimili è stato Davide Giacalone di cui segnaliamo gli articoli sul tema reperibili sul suo sito (www.davidegiacalone.it). Con questi presupposti ed indizi ricaviamo una storia del tutto diversa da quella ufficiale su quel periodo che se non interpretata correttamente, cioè alla luce degli avvenimenti geopolitici, diventa la solita narrazione da propinare agli studenti delle scuole medie superiori per appassionarli agli eroi dell’antimafia e ai falsi padri della patria. Su queste basi mendaci è nata la II Repubblica figlia della forca giustizialista e dell’horror vacui strategico-politico. Finché tutta questa merda non verrà a galla quella italiana resterà una transizione interminabile. Abbiamo avuto un passato non esaltante ed ora ci stiamo consumando in un presente di vigliaccheria e idiozia senza fine. Con queste peculiarità nel nostro futuro c’è solo il cimitero. A meno che qualcuno, compattando un diverso blocco sociale meno impastoiato di identitarismo di destra e di sinistra, non riesca finalmente  a dare una lezione  a questi rapinatori di speranze che hanno usurpato la vita pubblica rovinando le nostre esistenze. Non c'è bisogno di un colpo di Stato, come invocato da qualche invecchiato e rincitrullito professore di sinistra, per ora sarebbe sufficiente bel un colpo allo Stato per scuoterlo dal suo torpore e sgombrarlo dalle puttane di partito e dagli svenditori di sovranità nazionale per esigenze di carriera.

FAVOREVOLE AL NUCLEARE

Il governo ha deciso di rinunciare al suo programma nucleare e lo ha fatto inserendo nella moratoria prevista nel decreto legge omnibus, la cancellazione di tutte le norme con le quali si sarebbero dovute avviare le procedure per la realizzazione di impianti nucleari nel Paese. E’ un grave errore politico ed un immane danno economico che pagheremo a caro prezzo, tanto più che il PDL ha raccolto l’infatuazione sinistrosa per le energie rinnovabili le quali sopravvivono al mercato solo grazie ai sovvenzionamenti pubblici. Butteremo quattrini dalla finestra per finanziare non un programma di sviluppo energetico ma un’ideologia vacua sostenuta da intellettuali falliti o fuori posto (essendo tutto fuorché scienziati) e speculatori senza scrupoli che si attaccano alla mammella statale per moltiplicare i loro profitti. Il Ministro dell’ Inviluppo economico o dello smantellamento industriale Paolo Romani è già d’accordo sulla nuova linea ecocompatibile dell’Esecutivo mentre quello della Gioventù Bruciata Giorgia Meloni, notoriamente una navigata del campo eneregetico ed affini, gli ha fatto “eco e compatibilità” affermando che “La scelta di oggi sul nucleare dimostra la totale libertà di un governo capace di prendere importanti decisioni su base politica, senza farsi influenzare dagli interessi economici contingenti. La capacità di tornare sui propri passi e valutare strade diverse non vuol dire non avere le idee chiare, ma essere responsabili e lavorare onestamente per il bene della nazione. Soprattutto quando in ballo ci sono scelte destinate ad avere conseguenze sulle generazioni future”. La Meloni sarà corta di gambe ma è lunga di lingua e con le sue boutade da sbarazzina supergiovane riesce a far divertire i suoi coetanei delle scuole elementari, molto meno le persone serie. Eppure esperti e scienziati, quelli che sanno fare il loro mestiere e non vanno in cerca del consenso facile per ottenere soldi dai contribuenti, hanno dimostrato che il solare è stato un fallimento e l’eolico quasi un flop. Qualcuno continuerà a storcere il naso per le mie citazioni da Franco Battaglia ma vorrei che fossero smentiti i suoi dati e non crocefisso l’uomo. Per esempio: “Qualche buontempone ama ripetere che il nucleare è economicamente non conveniente. Facciamo i conti della serva (assumendo, per comodità di calcolo, che il kWh sia quotato 10 centesimi alla Borsa elettrica): un reattore nucleare Epr (del tipo di quelli che stanno costruendo in Francia o Finlandia) richiede un impegno economico di 5 miliardi di euro, ma alla fine della sua vita certificata avrà prodotto 1000 miliardi di kWh elettrici, con un ricavo di 100 miliardi di euro. Gli stessi 5 miliardi, impegnati in impianti fotovoltaici, produrranno, nell'arco di vita di questi impianti, 30 miliardi di kWh elettrici, con un ricavo di 3 miliardi di euro, cioè con una perdita secca di 2 miliardi di euro. Solo così si spiega come mai il kWh elettrico, che alla Borsa elettrica è quotato meno di 10 centesimi, è remunerato 48 centesimi a chi lo produce da impianti fotovoltaici. A me sorge spontanea questa domanda: ma alla Corte dei Conti c'è qualcuno che li fa i conti?” La stessa domanda sorge "involontariamente" anche a me e non mi fanno cambiare idea i cori degli ultras ecocretini e grilloscemi ai quali scatta la “viulenza” verbale non appena sentono pronunciare la parola atomo. Ma in Italia purtroppo i folli e i profeti dell’apocalisse prevalgono sui ragionevoli e sui sani di mente che vogliono confrontarsi col proprio tempo senza farsi prendere dal panico. Panico che viene sobillato ad arte da un altro professionista del ramo, tale Antonio Di Pietro, alchimista delle Procure, che ha tappezzato le città coi suoi manifesti pieni di funghi atomici e di teschi. All’inizio pensavo si trattasse del sostegno dell’IDV alla campagna elettorale di Piero Fassino, detto mucchio d’ossa, prossimo Re delle urne cinerarie di Torino. A questo punto B. può anche tornarsene a casa dopo aver fatto strame della sua agenda politica in tutte le sfere sociali. B. si è rimangiato la parola data agli elettori e non ha mantenuto nemmeno una promessa fatta al popolo. A noi dei suoi festini privati e dei molleggiamenti sul lettone di Putin non è mai importato niente ma se il bunga bunga diventa l’unica idea che gli frulla nella testa ha sbagliato letteralmente carriera. È meglio darsi al porno e fare concorrenza a Rocco Siffredi piuttosto che affaticarsi nel lavoro istituzionale. Certo i depravati non mancano nemmeno in Parlamento tanto che c'è da augurarsi una migrazione di massa dalla politica all'erotismo spinto, ma nutriamo ancora la speranza che le aule parlamentari tornino a svolgere il loro compito e non divengano ufficialmente il set per un film senza plot di Riccardo Schicchi.  

C'EST TOUJOURS LA MÊME MERDE

Nell’epoca bipolare, quando USA ed URSS rappresentavano le due indiscusse superpotenze mondiali, (sebbene la seconda fosse sempre un gradino e qualcosa in più sotto la prima), le singole scelte dei paesi che gravitavano nell’orbita di tali giganti subivano pesanti condizionamenti dettati dagli equilibri della geopolitica dei blocchi contrapposti. Nel campo capitalistico esisteva un frame ideologico e materiale non oltrepassabile entro il quale, tuttavia, ciascuna nazione aveva dei margini per giostrare a vantaggio dei propri interessi tattici interni. Strategicamente tutto era invece più o meno fissato, le divisioni dicotomiche e sedimentate della disputa capitalismo-socialismo non dovevano essere messe in causa dagli Stati subdominanti che potevano provare con circospezione ad allargarsi nelle zone d’ombra della scacchiera mondiale, quelle lasciate semi-incustodite dai titanici concorrenti dell’ovest e dell’est.  Fu sostanzialmente in quel clima che l’Italia poté elaborare, grazie ad una classe dirigente filo-occidentale ma consapevole del proprio ruolo storico, una politica estera autonoma benché obliterata dal suo controllore atlantico. In questo contesto, il gruppo dirigente democristiano-socialista si orientò verso quegli spazi considerati congiunturalmente secondari o non principali nell’ottica della Guerra Fredda dai padroni d’oltreoceano, vedi il Mediterraneo ed il versante arabo. La stessa penetrazione internazionale della Penisola veniva invece ostacolata o bloccata se diventava eccessivamente contigua col mondo al di là del Muro. Qualcosa era permesso anche qui, soprattutto in campo economico e industriale, si pensi agli affari della Fiat agnelliana o a quelli di De Benedetti, ma in quanto si trattava di esportare meramente tecnologia non avanzata o dei settori maturi e, in ogni caso, non direttamente convertibile in utilizzi militari. Allorché, invece si toccavano settori di punta come quello energetico arrivava lo stop di Washington che non intendeva dare vantaggi al proprio nemico epocale. Chi non ascoltava o si discostava dai dettami della Casa Bianca riceveva sonore lezioni e poteva anche pagare con la vita la sua visione non allineata allo scenario costituito. La vicenda tragica del Presidente dell’Eni Enrico Mattei ci offre un saggio dello spirito di quei tempi. Con la dissoluzione dell’Unione Sovietica l’Impero americano è diventato l’unico gendarme del pianeta ed ha tentato di allargare la sua egemonia anche in quelle aree antecedentemente preclusegli dalla presenza del regime sovietico. Questo cambiamento è stato espresso nella letteratura politica americana con le teoresi sulla fine della storia, della globalizzazione, dell'unificazione culturale o con i vaneggiamenti neocon sul nuovo secolo americano (e ben sintetizzata in quelle parole riportate in un mio precedente articolo, apparso su questo sito, proferite da un analista politico dell’entourage di Bush jr. “. Noi siamo un impero. E mentre agiamo, creiamo la nostra realtà. E mentre voi giudiziosamente studiate quella realtà, noi agiamo di nuovo, producendo nuove realtà, che voi potrete studiare. Noi siamo gli attori della storia. E a voi, a tutti voi, resta di studiarla”). Ciò è stato concretamente possibile finché gli Stati Uniti hanno rappresentato il centro regolatore e creatore delle politiche planetarie ma questo stato di esclusività è durato relativamente poco. Dalle macerie del socialismo reale è riemersa la Potenza russa liberatasi del fardello ideologico comunistico e riorganizzatasi in una formazione sociale di tipo capitalistico anche se non assimilabile al modello occidentale dei funzionari del capitale. Ma dalle apparenti secche del panorama di fine novecento sono affiorati anche altri Stati come la Cina, l’India o il Brasile, i quali pur prefigurandosi come poli egemonici regionali, hanno posto gli Usa di fronte ad una realtà ben diversa da quella percepita fino a quel momento. I mutamenti di cui stiamo parlando sono in corso ed anzi ci troviamo in una fase di lenta transizione che sarà ancora lunga e che sicuramente sfocerà in un’epoca policentrica di grandi conflitti tra formazioni particolari (nazioni) rientranti nella formazione globale mondiale. Gli sprovveduti decisori nostrani, tanto di destra che di sinistra, sembrano non avvedersi dell’aria che tira e continuano a segare le scarne fortune sulle quali sono seduti. L’Italia dispone di pochi gioielli sui quali contare per veicolare i suoi interessi strategici, e penso all’Eni, a Finmeccanica, all’Enel e qualcos’altro di meno rilevante, ma sta facendo di tutto per depotenziare le sue aziende all’avanguardia togliendo a queste il terreno da sotto i piedi al fine di assecondare sedicenti alleati e falsi amici. L’attuale governo, sostenuto dai drappelli dirigenziali di tali società e da spezzoni responsabili degli apparati di Stato, aveva indirizzato favorevolmente la politica estera nazionale stringendo accordi con i regimi dell’Africa del Nord e con la Russia. Questo patrimonio è stato praticamente disperso in poco tempo e alle prime avvisaglie revansciste degli statunitensi, i quali hanno sempre temuto un avvicinamento del Belpaese alla Russia, i buoi sono tornati nella stalla. Ancora ieri La Repubblica stigmatizzava l'operato del governo Berlusconi reo di aver fatto infuriare Washington sull’agenda energetica e sulla diplomazia aperta ai regimi canaglia invisi alla Comunità Internazionale. Il giornale di De Benedetti rivela anche che in seno al PDL molti uomini di cui B. si fidava (vedi Tremonti) manifestavano agli ambasciatori stellestrisce apprensioni per l’appiattimento del Premier su posizioni acriticamente filo-russe, condividendo con gli americani opinioni su questioni delicate e fondamentali per la nostra sicurezza nazionale. Il pomo della discordia tra noi e l’Amministrazione USA, come rivelato da molti cables resi noti da Wikileaks, era il gasdotto South-Stream. Gli statunitensi consideravano e considerano questo progetto come un colpo assestato all’Europa e alla sua speranza di affrancarsi dal giogo russo. Per fermare questa intesa Washington fece giungere i suoi malumori a Palazzo Chigi già nel 2008 chiedendo un cambio ai vertici dell’Azienda di San Donato. Siffatto change pare sia arrivato in questi giorni con la nomina di Recchi (ex dirigente della General Eletric) a presidente dell'ente. Adesso, il fatto che un governo straniero faccia pressioni su un altro esecutivo sovrano per ottenere ragione dei suoi interessi e delle sue inquietudini come andrebbe considerato? Perché un accordo liberamente firmato tra due aziende energetiche come Gazprom ed ENI dovrebbe costituire un vulnus alla civiltà e alla democrazia mentre un’ingerenza bella e buona può passare per una legittima apprensione di un popolo amico sul nostro destino? Gli unici a doversi inquietare per i fatti di casa dovremmo essere noi e non i feluchei, i Segretari e Sottosegretari di Stato che parlano male o non parlano per niente l'italiano. I managers delle nostre società a partecipazione statale vengono convocati da governi stranieri, sono costretti a cambiare strategie industriali, partners commerciali e persino luoghi di espansione mercantile ma, secondo La Repubblica, un rischio potenziale di dipendenza vale molto di più di una subordinazione conclamata ed imposta con le minacce e i complotti. Dall’articolo in questione di Andrea Greco riapprendiamo per
tanto, dopo averlo denunciato qualche mese fa, che il Sottosegretario R. Jeffrey ha ordinato a Scaroni, Ad di Eni, di smarcarsi da Mosca, lasciare l’Iran e ridurre le iniziative non concordate con i colleghi occidentali. Inoltre, tanto a quest’ultimo che a Frattini o al medesimo Tremonti i rappresentanti statunitensi facevano intendere di gradire un controaltare a B., esageratamente autoreferenziale, poco controllabile, nonchè eccessivamente amico di Putin e del circolo di dittatori che ruotavano intorno alla leadership dello Zar di Leningrado. Costoro anziché declinare l'invito assecondavano le suggestioni dei loro interlocutori lasciandosi andare a giudizi negativi sull’operato del gabinetto di cui erano e sono parte integrante. Da queste bassezze si comprende la maggiore miseria di questi governanti che, contrariamente ai loro predecessori DC-PSI operanti in un quadro di relazioni internazionali ben più angusto, rinunciano a pensare il futuro, a tracciare le possibili  traiettorie geopolitiche dell’Italia nel policentrismo a venire, predisponendosi al vile tradimento al primo accenno di rampogna transatlantica rovesciatagli in faccia dallo Zio Sam. Quanto agli altri, quelli di sinistra, portatori insani della fiaccola della libertà a spese del loro popolo, cavalcano ancora  i mugugni della Casa Bianca con le stesse intenzioni di ieri allorchè contribuirono alla caduta degli "Dei" della I Repubblica, assecondando un golpe giudiziario eterodiretto dall'esterno. Da costoro non c’era da aspettarsi di più. Come ha scritto G. la Grassa in un saggio inedito che sarà a breve pubblicato “I rinnegati, una volta preso l’aire, non si arrestano, non svoltano, procedono imperterriti con progressione esponenziale. Ogni traditore non può più tradire il suo tradimento; può attenuarlo, mascherarsi, fingere, ma sempre rinnegato e traditore è obbligato a restare (per motivi politici e forse anche psicologici)”. Nient’altro da aggiungere alla solita merda.
 

BOMBA O NON BOMBA LORO (FORSE) ARRIVERANNO A TRIPOLI

(sulle note della omonima canzone di Venditti)

Partirono in tanti ed erano volenterosi,

i diritti umani in tasca e il petrolio nella testa

e fu a Tripoli che scoppiò la prima bomba

tra una casba ed una tenda di periferia

e bomba o non bomba (forse) arriveranno a Tripoli, malgrado il Rais

A Bengasi incontrarono un pugno di ribelli

vivevano sdraiati al ciglio della strada

e poi gli dissero andate pure avanti per la democrazia

Che noi dal cielo vi spianeremo la via

ma bomba o non bomba (forse) arriveranno a Tripoli, malgrado il Rais

A Agedabia gli andò incontro un vecchio

lo sguardo profondo e un cartello in inglese al collo

gli disse ragazzi qui ci stanno facendo il culo

da tutte le parti arriva la polizia a cammello

ma bomba o non bomba loro (forse) arriveranno a Tripoli, malgrado il Rais

A Brega dormirono a casa di un insorto

la faccia giusta e il narghilè in mano

gli disse no, compagni, amici, dovete fare di più

ci manca l’addestramento e poi noi non abbiamo gli elmetti

ma bomba o non bomba loro (forse) arriveranno a Tripoli, malgrado il Rais

A Misurata poi ci fu l'apoteosi

il capo tribù, la banda e le bandiere in mano

gli dissero la strada è bloccata e non vi lasceranno passare

ma sia ben chiaro che noi, noi siamo tutti con voi

e bomba o non bomba voi (forse) arriverete a Tripoli, malgrado il Rais

Parlamentarono a lungo e poi ci fu un gran discorso

il generale francese si sentì Napoleone

e la fanfara poi intonò le prime note

e si trovarono proprio in faccia alle porte della Capitale

e bomba o non bomba loro (forse) entreranno a Tripoli, malgrado il Rais

La gente li amava, e questo è l'importante

regalarono cioccolata e sigarette vere

ma poi restarono senza armi e munizioni

facendo ridere pure amazzoni del deserto e cavalle berbere

che senza le bombe loro si son fermati a Parigi, malgrado il Rais

DEMOCRAZIAAAAAAAAAAAAA!!!

Leggendo gli articoli dei sostenitori ad oltranza della Democrazia e della Costituzione mi è venuta in mente una poesia di E.L. Masters che ho già citato altre volte ma che qui ripropongo perché emblematica ed esplicativa di quello che significa oggi questo termine rispetto a ciò che intedevano i greci qualche millennio fa. Così recita l’epitaffio del poeta del Kansas : “Ogni sindaco prima di me, sin dove arriva la memoria era stato accusato di essere un demagogo sognatore, oppure un ladro o un truffatore tuttavia io presi quel posto con un certa speranza, intendendo rendere tutto più bello, dare alla gente il dovuto, far sì che i grossi delinquenti si mettessero in riga. Come già una volta il Ledger stava tentando di vendere la sua terra per un parco, ma io lo impedii. Poi allontanai a bastonate sul muso lo schifoso maiale dal trogolo. Che accadde? Bene scoppiò un'ondata di criminalità sulle pagine del Ledger! Quanti rapinatori, giocatori d'azzardo, fuorilegge ubriaconi, e luoghi del vizio! La chiesa cominciò a chiacchierare, la corte mi si mise contro. Sporcarono il mio nome e quello della città mi uccisero per averla vinta. E questo è un gioco da banditi, amici miei, che si chiama democrazia!” Ricordo questi versi semplicemente per sostenere che a prescindere dall’etimologia delle parole e da quello che è stato il loro senso in altre ere umane, nella nostra modernità il concetto di democrazia non corrisponde più al suo contenuto “classico”, per dirla con Althusser. Aggiungerò pure che, a mio parere, aveva visto giusto già Lenin agli inizi del ‘900 allorché ebbe a dire che la democrazia è il migliore involucro della dittatura del capitale, ovvero di quel sistema, solo apparentemente ugualitario e partecipativo, attraverso il quale un ristretto regime di potenti, con la finzione delle elezioni,  si fa legittimare allo sfruttamento e all'oppressione di tutto il popolo. Ancor più cogente per la fase è la definizione che ne dà il mio maestro, l’economista Gianfranco La Grassa, il quale definisce la democrazia come un “complesso sistema di mediazioni tra i vari gruppi di pressione o lobbies o massonerie, ecc”, al quale partecipano anche i rappresentanti della medesima classe lavoratrice (i sindacati) “che sono ormai guidati da gruppi di professionisti della politica, così come questa è intesa nei paesi a capitalismo avanzato; una politica che, quando definita democratica, è appunto un estenuante complesso di mediazioni, implicanti grande dispersione di tempo, per la messa in opera di pesi e contrappesi nel campo del potere e dei reciproci rapporti di forza tra lobbies. Una politica di contrattazione che certamente ogni gruppo di pressione, per non perdere la propria base elettorale o comunque di consenso e unione degli aderenti, conduce in modo tale da conseguire anche determinati vantaggi per questi ultimi con riguardo alla distribuzione del reddito prodotto; più in generale, relativamente alle condizioni di vita e di lavoro”. La democrazia dunque, intesa nella sua accezione contemporanea altro non è che “una sorta di clearing house, una stanza di compensazione, dove oltre a versare soldi, i vari gruppi di pressione – dirigenti dei diversi raggruppamenti e ceti sociali e professionali – ‘ammassano’ il loro potere e poi se lo redistribuiscono a seconda di varie contingenze più o meno favorevoli, con un continuo braccio di ferro, in cui però – poiché la forma deve essere quella ‘democratica’ – il “guanto di velluto” va tolto in rare occasioni onde non mostrare in piena luce il ‘pugno di ferro’. Se pertanto la democrazia è l'applicazione di questo principio in ogni sfera sociale (politica, economica, culturale), non ha più alcun senso citare i greci e lo spirito dei loro tempi che è irrimediabilmente perduto in un passato destinato a non tornare mai più. Ancor meno valore ha poi scomodare, come fanno  volentieri i grandi pensatori di Repubblica o del Corriere,  Socrate o Platone per arrivare alla conclusione che B. fa uso privato della cosa pubblica e uso pubblico di quelle cosette private. Il problema è sistemico e se viene personalizzato in questa maniera si finisce per confondere ulteriormente le acque. Morto il Cavaliere nero si farà forse un Papa rosso. Bene o male (dipende dai gusti politici di ognuno), siete sicuri che poi cambierà qualcosa? Secondo me la situazione potrebbe anche peggiorare, e di parecchio, perché già il fatto di far credere ad un’intera collettività che tutti i mali del mondo dipendano da un solo uomo è un’azione mistificatoria che deve nascondere qualche sporco trucchetto come, per esempio, un istinto e una foia appropriativa ben più vorace. Isomma, chi dice tanto ha intenzione di fregarci il doppio. Sarà per questo che i poteri banco-industriali interni e quelli politici esteri assommano al disprezzo per B. una strana ed acritica propensione verso i suoi acerrimi nemici di centro-sinistra? Oppure si vuole sostenere che quest’ultimi sono i buoni mentre l’altro è l’unico cattivo su questa terra? Ma non  dicono proprio questi strani utopisti ben collocati socialmente che il Denaro ed il Potere disgregano le istituzioni? Si può dunque negare che i rivali di B., per giunta coalizzati, abbiano persino più potere e denaro di lui? Credo che ci sia qualcosa da rivedere nelle posizioni di costoro, andando da Atene ad Arcore si finisce per perdere il filo del discorso.

UNA LEZIONE DI STORIA E LO SDEGNO PER LE PAROLE DI ASOR ROSA

Fissate bene nella mente queste parole poiché in esse c’è lo spirito della nostra epoca imperiale. Ma non solo della nostra, qui vi è proprio tutto, il passato come anche il destino del mondo, l’esegesi della Storia precedente e di quella che verrà. Mettete da parte i bei discorsi sulla democrazia, i diritti civili, la modernità, la libera scelta popolare, il voto, la preferenza, l’uguaglianza, il libero arbitrio, il rispetto per le comunità e tutte le altre baggianate con le quali ci condiscono un mondo immaginario che non aderisce alla vita concreta. Volete sapere come vanno le cose nel XXI secolo, come andranno nel XXX secolo e come sono andate ancor prima che la presente generazione arrivasse a calcare il palcoscenico dell’umanità? Abbeveratevi a questa fonte strategica. Si tratta della dichiarazione di uno spin doctor dell’entourage di Bush Junior ad un giornalista del NYT e ripresa in un articolo di Lucio Caracciolo su La Repubblica di ieri: “La gente come lei vive in quella che noi chiamiamo la comunità basata sulla realtà”. Dove ci si illude che le soluzioni emergano dal giudizioso studio di una realtà comprensibile. Oggi il mondo non funziona più così. Noi siamo un impero. E mentre agiamo, creiamo la nostra realtà. E mentre voi giudiziosamente studiate quella realtà, noi agiamo di nuovo, producendo nuove realtà, che voi potrete studiare. Noi siamo gli attori della storia. E a voi, a tutti voi, resta di studiarla”. Ma costoro, scrittorucoli da barzelletta e storici idealisti della domenica oppure semplici pennivendoli prezzolati e manieristi degli eventi non si sforzano nemmeno di comprendere ex-post la verità molteplice degli avvenimenti, dei fatti, delle circostanze. No, niente di tutto questo perché a lorsignori della parola a pagamento e del concetto in saldo interessa la comodità di convinzioni ossificate ed immobili che poi edulcorano con vacua originalità, idee mitopoietiche così innovative e rivoluzionarie che si adattano prima ancora di essere partorite dal cervello al potere e alla sua struttura. Spiegatevi con questa chiave di lettura le guerre del nostro maledetto tempo, quelle in Iraq, Afghanistan, Libia e forse domani in Siria, in Iran, in Corea, in Bielorussia ecc. ecc. Viene voglia di prendere a schiaffi in faccia i volenterosi della Comunità internazionale e a calci nel culo gli obbrobriosi politici nostrani che si sono messi in fila dietro la menzogna ed il pretesto guerrafondaio e davanti all'onestà e alla sincerità per giustificare i bombardamenti su Tripoli, per colpire Gheddafi, per sostenere i ribelli, per fare la festa al popolo italiano. Agli uomini di destra e a quelli di sinistra, ai centristi ed agli indecisi, ai piccoli statisti e agli alti papaveri, ai grigi burocrati ed ai portaborse, ai depravati e agli invertebrati, ai costituzionalisti e a principi del diritto, ai camerieri di governo e alla puttane di Stato, agli imbonitori venduti e agli utopisti rincretiniti, a tutta questa marmaglia dedichiamo tale lezione di consapevolezza che ci fa aprire gli occhi e ci rende insensibili ai loro riti istituzionali feriali e festivi. A proposito di questi mercanti di libertà e di progresso che sono contenti di vendere al popolo la loro chincaglieria democratica solo quando il prezzo risulta abbastanza alto per le loro carriere accademiche o giornalistiche, sapete chi ha invocato un bel colpo di Stato per sbarazzarsi di Berlusconi? L’esimio professor Asor Rosa, gran sacerdote della sinistra e sciamano della Costituzione che ha lanciato un appello “alle forze sane dello Stato perché evitino la crisi verticale della democrazia… ciò cui io penso è una prova di forza che, con l’autorevolezza e le ragioni… scenda dal­­l’alto, instaura quello che io defini­rei un normale “stato di emergenza”, si avvale più che di manifestanti generosi, dei carabinieri e della polizia di Stato, congela le Camere, sospende tutte le immunità parlamentari…”. Guardateli per bene in faccia questi intellettuali pacifisti e liberaldemocratici  i quali fino a ieri ci riempivano la testa parlandoci di sacralità della Suprema Legge dello Stato e di inviolabilità della Carta Fondamentale della Repubblica e che ora invocano le armi per abbattere il Premier. Non ho mai visto un dittatore presentarsi alle elezioni, vincerle o perderle, ed accettare in ogni caso il responso delle urne. Non ho mai visto un despota ancora in carica finire alla sbarra ed essere processato come un normale cittadino dai magistrati. Non ho mai visto un satrapo farsi attaccare e sputtanare dai giornali senza chiuderli e mandare in galera i suoi coraggiosi giornalisti. Non ho mai visto un tiranno lasciarsi insultare dalle piazze dell’opposizione e restare a guardare senza inviare l’esercito a sparare sulla folla e sugli avversari politici. Non ho visto nulla di tutto questo in Italia ma ho sentito un pensatore di sinistra invocare il sostegno degli apparati coercitivi dello Stato per abbattere un Presidente eletto dal popolo. In quale articolo della costituzione è scritto tutto ciò prof. Asor Rosa? Si vergogni di quello che ha detto e vada via da questo paese che, nonostante la sua voglia di golpe, sarà ancora una nazione nelle mani degli italiani!

 

IL PAROLIERE DEL TAVOLIERE

Prima o poi doveva accadere. C’è sempre un momento in cui la poesia diventa prosa e la prosa una presa per i fondelli che viene svelata come tale dalla medesima prosaicità degli eventi. Così Nichi Vendola, dopo averne parlato tanto in termini elogiativi e favolistici ha incontrato finalmente il popolo ma, come spesso accade a chi idealizza il mondo e i suoi attori, non ha riconosciuto chi aveva di fronte.

Moltitudini incazzate per la riforma sanitaria voluta dal Re della macchia mediterranea hanno protestato platealmente contro il Governatore Nicola I il quale sta sforbiciando i piccoli ospedali del territorio regionale dopo aver battuto i suoi avversari politici proprio ergendosi a paladino del nosocomio sotto casa. Quest’ultimo non ha ben capito chi fossero quegli scalmanati che lo minacciavano, non in versi altisonanti ma facendogli gestacci volgari, così ha chiesto agli uomini del suo entourage “Chi sono costoro e cosa hanno da sbraitare nei confronti della mia umile ma celestiale persona?, Che pretende da me questa marmaglia esagitata con prole al seguito?” Tanto ha domandato il Donchisciotte della Mancina ai suoi fidi scudieri. “Ma Nostro Sire si tratta di…ehm… dovrebbe essere il…stiamo parlando del…è proprio il popolo, maestà!!!”, hanno replicato perplessi i suoi staffieri. Nichi sbigottito ha dunque urlato: “non è possibile! Il popolo non è questo, il popolo è un apostrofo rosa tra le parole Nichi e Vendola, il popolo è una bandiera rossa, anzi che dico, migliaia di bandiere rosse su piazze di letizia e festosità, il popolo è un quadro di Pellizza da Volpedo, è un inciso tra le parole gioia e rivoluzione, una canzone di Giovanna Marini, un testo di Bertolt Brecht, un discorso di Berlinguer, un vangelo secondo Marx, un racconto di Nanni Balestrini, un gemito di uguaglianza, un vagito di solidarietà, un afflato di comunità, una lirica di emozioni, un sonetto di liberazioni.” “Ma no, Sua Comunistità- hanno ancora spiegato i lacchè regali- è davvero esso, in carne, ossa ed arrabbiatura”. “Non diciamo amenità – ha ribattuto di nuovo il Signore della circollocuzione – il popolo mi ama, mi adora ed io sono il suo protettore e prosatore. Ho già fatto tanto per esso, ho camminato scalzo da Santoro e da Vespa, ho farfugliato parole audaci per consolarlo dai suoi mali quotidiani, mi sono preso la briga di farlo conoscere agli altri sovrani, soprattutto d’oltreatlantico. Adesso, pertanto, com’è possibile tanta ingratitudine?”. Nichi, poverino, si è denudato da solo, come su quella spiaggia di Capo Rizzuto alla fine degli anni ’70, ed ora che la gente lo vede senza veli ha smesso di credere alle sue promesse condite di bei paroloni e troppe finzioni. Vendola, data la situazione, rischia grosso e potrebbe perdere persino lo scettro e il trono di tutte le Puglie. Pare, infatti, che una coalizione di volenterosi stia già preparando dei bombardamenti a tappeto per imporre una no fly zone sul suo regno. La collettività pugliese maltrattata da Nichi che si è rifiutato di ricevere i suoi sudditi accompagnati dai Vassalli comunali non intende tollerare oltre questa mancanza di democrazia e di dialogo, nonché la degradazione del diritto alle cure e alla salute. Gli insorti stanno marciando verso Bari e non si fermeranno finché non avranno avuto la testa del Monarca di Terlizzi. Si profila già uno sembramento della regione in tre parti, Daunia, Peucezia e Messapia. I ribelli mirano a tagliare i rifornimenti di voti al Presidente e ad appropriarsi degli impianti eolici e solari fatti installare copiosamente da costui in ossequio alla sua fisima per le energie rinnovabili. Raggiunti questi obiettivi a Nichi verrà spenta la luce e buonanotte al paroliere del Tavoliere. Chi di amore popolare ferisce, di odio popolare perisce.

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