IL LAVORO NON E’ UN DIRITTO, E’ UNO STRESS

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Lavorare logora. Il lavoro non è un diritto ma uno stress, spesso mal retribuito e deprimente. Certo, dipende dall’attività svolta ma, come scriveva anche Carlo Marx, essere lavoratori produttivi è sempre una iattura. Anche Schopenhauer la pensava così e con lui tanti altri filosofi e intellettuali che facevano di tutto per sottrarvisi. Sicuramente, se la passano molto meglio i proprietari delle cedole o dei mezzi di produzione, gli amministratori delegati che ne dispongono attraverso manager, direttori, ingegneri, tecnici di alto livello ecc. ecc. fino ad arrivare all’operaio, strettamente esecutivo ed ignaro del processo complessivo, che generalmente se la prenda in quel posto da tutta la catena di comando. In verticale e, qualche volta, pure in orizzontale per l’inveterata abitudine delle direzioni aziendali di dividere le maestranze per ovvie ragioni di controllo sulla manodopera.

Così funzionano le relazioni produttive e riproduttive nel sistema capitalistico e non serve a niente affermare che il lavoro è un diritto, che nobilita l’uomo, che completa la personalità individuale, che rende felici ecc. ecc. perché anche senza questi edulcoramenti giuridici, filosofici o sociologici la realtà non muterebbe di un bullone; semmai il diritto e la giurisprudenza hanno proprio la funzione di coprire ideologicamente questi rapporti a dominanza che nessuna Costituzione formale avrà mai il potere di modificare. Difatti, pure i bambini sanno che la legge arriva sui fatti, sugli interessi e sulle consuetudini sociali come la nottola di Minerva a regolare rapporti di forza effettivamente operanti.

I lavoratori del braccio o anche quelli della mente non dispongono delle condizioni del loro lavoro mentre i capitalisti sì, qui sta il senso di un sistema che, tuttavia, non si esaurisce in tali rapporti nella sfera economica e chi conosce le teorie di Gianfranco La Grassa sa benissimo di cosa stiamo parlando. Quindi, del lavoro possiamo dire che è sì un diritto ma del capitalista, il quale quando lo compra, essendo quest’ultimo un fattore della produzione (anche se molto particolare) da combianarsi con gli altri, ha tutto il diritto di spremerlo per estrarne il pluslavoro nella forma di pulsvalore (ecco la sua particolarità), essendo lui il capitalista di un modo di produzione capitalistico (se fosse un diverso modo di produzione le cose andrebbero diversamente). Inoltre, occorre non dimenticare mai la differenza tra il lavoro come fonte del valore dei prodotti-merce e la forza lavoro  insita nella fisicità umana, venduta appunto come merce da chi è sprovvisto di ogni altra proprietà, in particolare di quella dei mezzi produttivi.

Poiché c’è ancora chi fa lo gnorri ritornando a Ricardo che non vedeva differenza tra lavoro e forza lavoro, noi ritorneremo a Marx, il quale grazie a siffatta distinzione riuscì a dimostrare l’origine del profitto capitalistico nel plusvalore, ottenuto “sfruttando” i lavoratori salariati pur se sul mercato, dove s’incontrano domanda e offerta di lavoro, si verifica uno scambio di equivalenti in media tra il salariato che offre la sua capacità lavorativa e il capitalista che l’acquista. Come scrive La Grassa, ad ogni modo, “non è affatto questa l’importanza di Marx nella storia del pensiero, duplicata, non a caso, dall’enorme influenza esercitata per oltre un secolo dalla sua teoria su un processo di rivolgimento sociale e politico. Il fulcro di questa teoria non è l’aver posto nel lavoro la fonte e la misura del valore dei prodotti, bensì il concetto di modo di produzione, in quanto appunto struttura dei rapporti che innerva la produzione sociale, struttura che ha conosciuto diverse forme storiche”.

Poi arriva Massimo Fini, filosofastro giornalaio de Il Fatto, che con una frasetta, “per Marx il lavoro è l’essenza del valore” (http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=43612), tenta di far coincidere marxismo e capitalismo che sarebbero due facce della stessa medaglia. Fini meriterebbe una medaglia in faccia per questa sua maniera barbara di mistificare i concetti, laddove Marx, con quella espressione, non vuole costruire “il mito del lavoro” o farne un valore in senso etico –  Fini, la cui malafede è evidente in questa proposizione “In epoca preindustriale il lavoro non è un valore”, dimostra così di voler con-fondere piano scientifico [il valore] e  pregiudizio moralistico [un valore] per fare i suoi porci comodi di intellettuale ingaggiato come finto oppositore della chiacchiera e della crapula da quello stesso circuito dominante che dice di combattere – come egli sostiene subdolamente, ma chiarire quale è la funzione del lavoro e della forza lavoro in una società specificamente capitalistica.

Costui, pertanto, intende buttare a mare un pensiero interamente scientifico, seppur oggi in larga parte superato, per far largo al suo racconto interamente demenziale che non verrà mai oltrepassato perché le scemenze sono sempre uguali nei secoli dei secoli e, al più, si affiancano nel tempo le une alle altre per formare un’unica catena di ridicole narrazioni pauperistiche e pezzenti buone per tutte le annate decadenti.  Tornando al nostro ragionamento sul lavoro come diritto del capitalista allo “sfruttamento” dobbiamo ribadire che questo non implica affatto che l’operaio debba subire in silenzio le condizioni imposte dallo Stato, dalla Fabbrica, dalla Banca ecc. ecc. sulla sua erogazione di energia fisica e mentale, infatti, possiamo dire che suo è il diritto di contrattare e di ottenere condizioni di esecuzione delle mansioni adeguate al grado di sviluppo economico e sociale dell’epoca e della civiltà in cui vive, sia sotto il profilo salariale sia sotto il profilo ambientale, ed in ogni ambito occupazionale.

Il suo, dunque, è un diritto alla negoziazione, alla resistenza, alla lotta sindacale o allo sciopero per una retribuzione più elevata e per condizioni di esecuzione della propria prestazione maggiormente favorevoli alla sua tenuta fisica e psicologica. Ma dire che il lavoro è un diritto tout court non significa assolutamente nulla, è uno slogan, è menzogna, è pura ideologia consolatoria smentita dalle cricostanze e dagli eventi. Su ciò avrebbe ragione la Ministra del Welfare Elsa Fornero, la quale, tuttavia, ha fatto questa sparata non con intenti demistificatori ma vessatori, volendo accampare il diritto di procedere ancor più speditamente con le sue norme contro i ceti deboli che lei, ed il governo del quale fa parte, stanno letteralmente martoriando in nome dell’Ue, dei mercati, della Grande Finanza, dell’Industria Decotta.

Massimo Fini, che è un necrofago intellettuale, si è lanciato come uno sciacallo sulla carcassa costituzionale del lavoro come diritto, già sbrandellata dalla Fornero, per riprendere i suoi sragionamenti passatisti contro la modernità ed il progresso: “In epoca preindustriale il lavoro non è un valore. Tanto che è nobile chi non lavora e artigiani e contadini lavorano per quanto gli basta. Il resto è vita. Non che artigiani e contadini non amassero il proprio mestiere …certamente lo amavano di più di un ragazzo dei call-center, di un impiegato, di un operaio che, a differenza del contadino e dell’artigiano, fanno un lavoro spersonalizzato e parcellizzato, ma non erano disposti a sacrificargli più di quanto è necessario al fabbisogno essenziale. Perché il vero valore, per quel mondo, era il Tempo. Il Tempo presente, da vivere ‘qui e ora’ e non con l’ansia della ‘partita doppia’ del mercante che disegna ipotetiche strategie sul futuro. Questa disposizione psicologica verso il lavoro era determinata dal fatto che in epoca preindustriale, come ho già avuto modo di scrivere, non esisteva la disoccupazione. Per la semplice ragione che ognuno, artigiano o contadino che fosse, viveva sul suo e del suo. E non doveva andare a pietire un’occupazione qualsiasi da quella bestia moderna chiamata imprenditore”.

Vorrei vedere queste statistiche preindustraili sull’occupazione di cui Fini dispone e che gli fanno dire che all’epoca non ci fosse disoccupazione. Tralasciamo anche le dichiarazioni spiritistiche di questo filosofo, un po’ psicologo un po’ “metempsicotico”, il quale sa per certo che i contadini amavano il loro lavoro più di un ragazzo dei call center, ma come può costui asserire che in quei tempi remoti non ci fosse nulla da pietire essendo la vita stessa dei dominati di proprietà dei Signori? Come può parlare della nostra schiavitù salariale derubricando a pinzellacchera la schiavitù delle catene vere e proprie dei servi della gleba? Si metta l’anima in pace il sig. Fini. Il capitalismo costituisce un progresso rispetto al sistema feudale, così come quello feudale costituiva un avanzamento rispetto al sistema schiavistico.

Indietro non si torna e non si tornerà, non almeno per dare seguito alle sue facili romanticherie di intellettuale con teoresi demodè ma à la page e alla paga (copyright di La Grassa). Di spiritosi come lui sono piene le fasi storiche, ogni tempo ha avuto i suoi cenciosi mendicanti di successo che predicavano le fughe nel passato per darsi le arie e le aure da grandi profeti e mettere qualcosa di “valore” nella bisaccia, brutta fuori e piena d’oro dentro.  Tanto per gradire e a sostegno di quanto già riportato, estrapolo da un Saggio di La Grassa della fine degli anni ’60, “Sul capitale monopolistico e sulle cosiddette ‘riforme di struttura’” una parte attinente al tema: “…l’ottica è sempre la stessa; è l’ottica di coloro che parlano di progresso sociale con lo sguardo rivolto a forme sociali storicamente superate. Il populismo russo intendeva lottare contro il capitalismo, che si andava sviluppando in Russia recuperando certe forme economico-sociali tipiche della società feudale. Nella risposta di Lenin erano contenute due essenziali affermazioni: a) innanzitutto, il modo di produzione capitalistico era ormai dominante e andava ‘plasmando’ tutte le altre forme economico-sociali ereditate dalla società precedente; il tentativo di opporsi a queste trasformazioni era del tutto donchisciottesco e non poteva sortire effetto alcuno, salvo quello di procurare qualche intralcio allo sviluppo capitalistico; b) in secondo luogo il capitalismo rappresentava un progresso rispetto ai modi di produzione precedenti e il suo rapporto era quindi positivo in relazione alle forme economico-sociali superate. La rivoluzione doveva procedere oltre il capitalismo, ma non tentare di ripristinare (cosa del resto oggettivamente impossibile) alcune forme della struttura sociale in via di superamento”.

Insomma, siamo alle solite, c’è sempre qualche populista che finge di russare dinanzi alla realtà mentre aspetta che siano  gli altri ad addormentarsi per davvero. Calato il buio sull’intelletto collettivo questi rapinatori d’avvenire si mettono in coda agli sportelli del sistema per incassare il proprio dividendo. Il mondo sprofonda nel sonno della ragione e costoro s’illuminano d’argenteria.

MONTI E LA B ZONA

L'allenatore_nel_pallone_-_Vai_Aristoteles!

L’Italia del pallone è finita completamente nel pallone, come ogni altra cosa in questo Stivale, il quale ormai dà calci a sé stesso provocandosi ogni tipo di autogoal politico, economico e sociale. Spente le luci sul football si riaccendono i riflettori sulla squadra di pallonisti, tecnicamente scarsa e del tutto inadatta al compito, che sta portando il Paese nella serie B del mondo sviluppato. I fuoriclasse della cattedra si stanno dimostrando dei veri brocchi anche in quei ruoli in cui avrebbero dovuto eccellere. Come nel Calcio, non basta mettere insieme tanti presunti campioni (per ora solo d’immodestia e di furbizia) per vincere, soprattutto se si tratta di giocatori sopravvalutati con l’unico merito di avere alle spalle un potente procuratore come il Presidente della Repubblica. Il catenaccio dei palloni gonfiati sui conti pubblici spompati e la melina sui provvedimenti per la crescita non hanno arginato il contropiede dello spread e dei mercati che proseguono palleggiandoci sulla faccia e mettendoci in ginocchio. Le finte e le controfinte del Governo Monti nei diversi vertici europei servono più che altro ad ubriacare gli spettatori italiani, i quali stanno pagando salatissimo il biglietto di questa partita truccata che i tecnici hanno venduto agli allibratori internazionali e agli alligatori finanziari il giorno stesso del loro insediamento. Si fanno beffe del pubblico e dei cittadini chiedendo anche una integrazione sul prezzo per assistere a questo spettacolo penoso. Ci tassano anche la vista pur essendo inguardabili nelle loro performances governative. Proprio subito dopo la vittoria con la Germania, con i connazionali distratti dalle imprese degli azzurri e dall’altro Mario, quello sbruffoncello ma non di governo, venivano annunciati ulteriori rincari sulle bollette del gas e della luce.  Un’ altra punizione finita sotto il “sette” nasale degli italiani. Vi ricordate quando Monti, il trainer di questo gabinetto di ronzini, promise, grazie alle liberalizzazioni, un aumento del 10-11% del PIL? Affermazioni che contenevano lo stesso livello di velleità di quelle di un altro “Allenatore nel pallone”, tale Oronzo Canà alias Lino Banfi, tecnico della Longobarda, che garantiva di conquistare lo scudetto con la tattica del 5-5-5, la famigerata “B zona” (http://www.youtube.com/watch?v=2UtEN3XLW30). I giornali invece di ridicolizzare Oronzo-Mario per questa variante della B zona applicata all’economia nazionale s’inginocchiarono a Mister Monti-Canà il quale, da quel primo tempo, non ha più smesso di sproloquiare dando numeri a capocchia e regalando le partite alle banche. Da allora non si registra nemmeno una vittoria della Longobarda-Italia preparata da Monti e derisa dal resto del pianeta, eppure quotidiani e televisioni parlano di costui quasi fosse il barone Nils Liedholm dei bei tempi del Milan e della Roma. A poco vale anche indicare disperatamente la posizione dell’Italia nella classifica europea e mondiale, oramai disastrosa, il circo mediatico-giornalistico continua a ripetere che ci salveremo pur perdendo punti di Pil e accrescendo i punti di penalizzazione sui conti pubblici. Nel frattempo si annuncia pure, sul mercato irreparabile di ottobre, una nuova stangata fiscale (aumento di 2 punti dell’Iva) che sarà ancora più drastica qualora la spending review non porterà nelle casse pubbliche almeno 5 mld che potrebbero divenire anche 10 se Bondi riuscirà a far digerire ai partiti le cosiddette misure antisprechi nel settore della spesa pubblica. Un balletto di cifre che sembra l’azione di una inconcludente squadra carioca la quale gira e rigira su un fazzoletto di campo senza mai raggiungere la porta. Del resto, quando si considerò la possibilità di rivolgersi ad un aristotelico ed aristocratico governo dei migliori per affondare definitivamente la patria non ci si riferiva alle prescrizioni e alle idee del filoso greco, quanto alle prestazioni di tanti Aristoteles, stranieri alla dinamica del gioco politico ma ben inseriti nelle agenzie forestiere di sciacallaggio planetario, le cui gambe brasileire non potevano che essere troppo fragili per il pantano nostrano. Per questo il Presidente, al fine di completare l’opera di retrocessione, si decise a chiamare alla guida della selezione un commissario tecnico che la riportasse velocemente nella serie inferiore. Oronzo Canà era indisponile e ci si rivolse a O’ ronzino Monti che prese tutti noi per i coglioni (http://www.youtube.com/watch?v=NZC6Kerlo88).

DALLE STELLE ALLO STALLO

PRESS CONFERENCE OF ITALIAN PRIME MINISTER MARIO MONTI

Mario Monti annega in un fiume di parole facendo affogare l’Italia in un mare di lacrime e sangue. Dall’ultimo vertice europeo non è emersa alcuna novità, come del resto era prevedibile. Il nostro Premier cerca di mescolare l’acqua fresca con l’aria fritta ma sotto il suo loden non c’è assolutamente nulla di concreto.  Afferma con la sicumera dei bluffatori che con gli eurobond si mette un freno allo spread, ovvero che con l’inutile si può limitare l’inessenziale. E’ la sua maniera per dare rilevanza a quel fattore che lo ha portato in sella all’Esecutivo e che ora potrebbe ritorcerglisi contro. Ma la sua mano invisibile è debole ed i suoi trucchi da professore preso dal mazzo non ci evitano di alzarci dal tavolo dei big europei in braghe di tela.  Noi tutti sappiamo che fino a qualche mese fa, Berlusconi governando, il differenziale tra titoli di stato tedeschi e italiani era materia confinata nei cunicoli dell’economica e non della politica la quale ancora tentava di occuparsi di questioni molto più importanti e strategiche. Con l’avvento dei tecnici, e c’era d’aspettarselo, si è alzato lo stile ma sono cadute le braccia, la Politica con la maiuscola è finita dietro alla lavagna e la classe dirigente si è riempita di saccenti cervellotici che prendono lezioni dai mercati per bacchettare sulle mani i connazionali. L’Italia ha un serio problema di differenziale ma questo non riguarda la forbice tra titoli di Stato quanto piuttosto l’incapacità di ripartire uniformemente la velocità, come nella meccanica delle auto, tra potenzialità economiche e prospettive politiche del paese (i dati rilasciati ieri da Confindustria sono un vero bollettino di guerra che conta morti e feriti soprattutto tra i ceti deboli dello Stivale). Poiché questo anello di congiunzione tra il motore e le ruote non funziona più siamo incapaci di cambiare marcia e di svoltare dal tracciato che ci ha condotti in un vicolo economicamente cieco e politicamente muto. La segnaletica della Storia, al contrario di quella finanziaria, non viene riportata dalle mappe abituali, perché i suoi percorsi sono spesso da costruire e nei momenti di difficoltà e di perdita di punti di riferimento ti invoglia a lanciarti sulla strada meno battuta.  Certo, ci vuole coraggio per avventurarsi su vie sconosciute ed insidiose ma non c’è alternativa se si vuole provare a smettere di girare a vuoto sull’orlo di un abisso, mentre i bassi giri del propulsore e i forti giri di testa potrebbero condurti a saltare di sotto. Come abbiamo ripetuto tante volte, questa crisi è sistemica nel senso che dipende innanzitutto dall’esaurimento di un equilibrio monopolare, sullo scacchiere internazionale, consolidatosi a partire dal ‘89. Gli Usa, all’indomani della caduta dell’Urss, hanno esteso il loro raggio egemonico sui Paesi dell’ex rivale sovietico e sono entrati di prepotenza in tutti gli altri scenari regionali per stabilizzare il proprio dominio geopolitico. La situazione è però mutata piuttosto rapidamente ed ora quegli assetti sono nuovamente in discussione, in virtù dell’emergere e del riemergere di nazioni ed aree che si affacciano sullo scenario globale con i propri interessi e le proprie strategie d’azione. Con queste trasformazioni anche i meccanismi economici che reggevano il precedente ordine mondiale si stanno riconfigurando facendo saltare regole consolidate ed appartenenze acquisite all’interno di sfere d’influenza che si sfilacciano o si riallacciano per riconformarsi drasticamente. Tali processi di aggregazione o disaggregazione geostrategica sono segnalati sul davanti della scena sociale dalla débâcle finanziaria ma non si esauriscono in essa. Come ha scritto recentemente Gianfranco La Grassa: “La finanza è la maschera dell’azione da compiersi contro il “nemico”; è il guantone che copre il pugno usato per stenderlo al tappeto. Solo un inesperto crederebbe che, in un incontro di pugilato, vince chi ha il guantone più efficace; di un ottimo pugile non si dice che possiede il guantone che picchia duro, cha ha il guantone da KO, bensì che ha il pugno a tal uopo adatto. Così come la finanza, pure il governo Monti è una maschera per coprire lo sfacelo cui deve essere sottoposta la (non) politica italiana – in realtà assente dall’inizio degli anni ’90, dalla truffaldina operazione denominata “mani pulite”, del resto anch’essa solo strumento di ben altre bande in azione da oltreatlantico con l’appoggio dei “cotonieri” confindustriali italiani guidati dalla Fiat – al fine di fare tabula rasa di una poltiglia maleodorante che ha impestato e distrutto il cervello degli italiani in vent’anni”.

Se il massimo che il Governo italiano riesce a produrre in questa drammatica fase è una manovra anti-spread ci ritroveremo faccia a faccia col tappeto in men che non si dica. Per restare alla metafora della boxe utilizzata precedentemente, immaginate che l’Italia sia un pugilatore il quale finge di mettersi in guardia proprio mentre gli arriva sul volto un dritto micidiale. La fisica politica non risponde alle stesse leggi fallaci dell’economia. Così’ mentre gli Stati Uniti costruiscono un vero scudo stellare in Europa, col quale ci domineranno per decenni, noi ci rallegriamo per un misero ombrellino anti-spread che non serve a nulla. E’ il caso di dirlo:  a loro le stelle a noi lo stallo.

Barbarie o indipendenza nazionale?

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Quando una ciurmaglia politica di tromboni, allenatasi tutta la vita a preannunciare temporali mondiali se solo non si fosse seguita la corrente dei tempi moderni da essa incarnata pedissequamente – della globalizzazione, dell’integrazione internazionale, della libera concorrenza – continua a sostenere, insostenibilmente, che abbandonando l’attuale direzione si finisce in una tempesta epocale ancor più tremenda, proprio mentre siamo nel bel mezzo di un diluvio universale, vuol dire che l’acqua ha invaso le sue cabine cerebrali.

I nostri politicanti pluviali, la cui intelligenza strategica è circumnavigabile con un canotto, sostengono che un’uscita dall’euro sarebbe la catastrofe mentre ancora non riescono a dimostrarci che invece l’entrata sia stata un’estasi. Probabilmente, l’attracco alla Lira non sarebbe sufficiente come scialuppa di salvataggio ma costituirebbe, ad ogni modo, un segnale della reversibilità di questo naufragio che ha origini geopolitiche prima ancora che economiche.  Insomma, un atto di piccolo cabotaggio monetario al quale dovrebbe seguire un vero e proprio sabotaggio politico degli attuali assetti europei.

Tale è infatti il senso da dare ad un eventuale rientro nel porto più sicuro della vecchia moneta, ovvero che il bastimento Italiano non accetta di affondare contro i suoi stessi interessi, che non si fa imporre dalle compagnie atlantiche rotte e mappe per attraversare il mare ingrossato di questa fase per colare a picco sui fondali della Storia. L’Italia non ha alcuna intenzione di farsi saccheggiare dai corsari della finanza e dai pirati industriali della nazioni concorrenti esclusivamente per tenere fede alle ideologie internazionali e ai dogmi professorali.

Proprio dalla Germania e dai suoi pensatori possiamo ancora imparare molto, anche se ultimamente il tiro al tedesco pare sia diventato lo sport più praticato in Italia, secondo soltanto al calcio alla nostra dignità nazionale. Ci dispiace che in questa trappola del crauto avvelenato siano caduti anche economisti non conformisti come Emiliano Brancaccio, pure lui convinto, erroneamente, che sia in corso una “egemonizzazione tedesca attraverso la quale si vorrebbe fare dell’Unione europea una sorta di ‘grande Germania’ “. Il citato progetto è, purtroppo, più velleitario che fattibile poiché sarebbe comunque da preferire all’attuale sottomissione di tutta l’area continentale europea agli Usa. Sarebbe ora di piantarla di paventare imminenti pericoli crucchi per nascondere alla vista i concreti rapporti di sudditanza, effettivamente realizzati ed operanti, favorevoli non a Berlino ma a Washington.  Fossi teutonico e valutate le forze in campo mi comporterei da panzer con i partners viciniori che non accettano la mia leadership preferendo quella di una Amministrazione d’oltreoceano estranea e prepotente, la quale fa unicamente i suoi interessi benché accompagnandoli con un linguaggio d’inclusione universale.  Per questo gli italiani, che non riescono mai ad essere loro stessi, se proprio devono vestire gli altrui panni, siano più tedeschi che americani, poichè in questa specifica congiuntura risulterebbe meno deleterio per noi.

La Germania non è un paese di M…erkel (le cui scelte sono spesso discutibili e sbagliate), poiché esiste ancora in essa una forte dialettica geopolitica che, anche grazie ai socialdemocratici, garantisce il confronto delle posizioni sulle alleanze internazionali, mai univoche o unidirezionali come, ad esempio, accade all’Italia, il vero paese di M. (che in questo caso non sta per Monti). Dicevo che dai tedeschi possiamo prendere ed apprendere molto, a cominciare dalle teorie economiche di uno di loro,  Friederich List (Reutlingen, 6 agosto 1789 – Kufstein, 30 novembre 1846). Quest’ultimo viene solitamente ricordato per il contributo teorico in tema di “industria nascente” e per avere invocato il protezionismo in difesa degli interessi nazionali contro l’ideologia del libero scambio, all’epoca propugnata da un’Inghilterra dominante per mare e per terra. Il merito principale di List (andarsi a leggere il libro di La Grassa, Finanza e Poteri, edito dal Manifesto) è quello di avere elaborato una teoria relativa ad una specifica fase dello sviluppo capitalistico. La sua concettualizzazione fu in grado di rappresentare efficacemente la contraddizione di quel particolare periodo, e cioè l’asimmetria nella distribuzione del potere tra i Paesi già nel pieno della loro rivoluzione industriale e quelli che invece l’avevano da meno tempo avviata. List individuerà nel processo di unificazione per mezzo del commercio internazionale un’opportunità ed un pericolo. Proprio come per la globalizzazione di oggi. Per l’economista tedesco è l’indipendenza dell’industria avanzata che garantisce ad un popolo la possibilità d’inserirsi da protagonista, respingendo le imposizioni esterne, nei meccanismi della produzione della ricchezza del commercio internazionale. Nella nostra epoca globalizzata la protezione delle prerogative nazionali è di vitale importanza nelle contrapposizioni tra stati e aree che si confrontano per l’egemonia mondiale. Traslando List nell’attualità della nostra situazione possiamo affermare che la prosperità di un paese dipende dalla sua capacità di garantirsi quell’autonomia, politica ed economica, che lo mette al livello delle altre potenze mondiali. Naturalmente, in questo contesto le alleanze tra entità statuali che condividono obiettivi simili e convergenti sono fondamentali, soprattutto in un periodo di accesa rivalità geopolitica (multipolarismo, policentrismo) sulla scacchiera mondiale. Sotto questo aspetto non si può dire che sia la Germania quella potenza predominante che schiaccia le varie potenze regionali e le diverse potenzialità europee.  Per dette ragioni l’insegnamento di List, mutatis mutandis, torna attualissimo, occorre infatti:  “Conservare, sviluppare e perfezionare la nazionalità: questo, perciò, è l’obbiettivo principale cui devono essere indirizzati gli sforzi di una nazione: una tendenza del genere non è errata, né egoistica, ma sensata…”. E a chi parla acriticamente di globalizzazione, quasi si trattasse di un processo oramai realizzato, perfetto ed equilibrato, laddove emergono vieppiù antinomie irrimediabili, sotto forma di crisi economiche E di attriti politico-militari, tuttavia coperti dalla soggezione e dalla menzogna di classi dirigenti deboli come la nostra, risponderemo con List che: “Un’unione universale originata dalla potenza politica e dalla ricchezza preponderante di una sola nazione, basata cioè sulla sottomissione e sulla dipendenza di tutte le altre, avrebbe per risultato l’annientamento di tutte le particolarità nazionali e di ogni emulazione fra i popoli. Una unificazione su queste basi sarebbe contraria agli interessi ed ai sentimenti di tutte quelle nazioni che si sentono chiamate all’indipendenza ed al raggiungimento di un alto grado di ricchezza e di importanza politica; non sarebbe che la ripetizione di quanto è già avvenuto nella storia con l’Impero romano; con la differenza che questa volta accadrebbe con l’aiuto del commercio e dell’industria, invece che delle armi; ciò non di meno, ricondurrebbe i popoli alla barbarie”.

Barbarie o indipendenza nazionale? E’ questa dunque la domanda del secolo.

STATICITA’ E DINAMISMO: LA GRASSA CONTRO FINI

MASSIMO FINI

Massimo Fini è davvero incorreggibile, quando si convince di qualcosa tira dritto come un treno anche se di fronte c’è una galleria sbarrata dove si infrangeranno con un gran frastuono lui e le sue ubbie. Morirà come è vissuto: tanto rumore per niente. Forse è proprio questa sua sicumera ed il romanticismo delle sue idee nient’affatto esiziali per il sistema che gli consentono di occupare, con la sua faccia segnata da una selvaggia bohème giovanile, il grosso dei talkshow nazionali. Ecco l’ultima affermazione con la quale l’intellettuale della decrescita vorrebbe dimostrare che la nostra società è giunta alla fine del suo sviluppo, a causa di limiti intrisici al suo modello o modo di riproduzione:

Claude Lévi-Strauss, filosofo e antropologo francese, divide le società in “fredde” e “calde”. Le prime sono tendenzialmente statiche e privilegiano l’equilibrio e l’armonia a scapito dell’efficienza economica e tecnologica. Le seconde, cui appartiene la nostra, sono dinamiche e scelgono l’efficienza e lo sviluppo economico a danno però dell’equilibrio, dato che “producono entropia, disordine, conflitti sociali e lotte politiche, tutte cose contro le quali i primitivi si premuniscono e forse in modo più cosciente e sistematico di quanto non supponiamo”. Non esistono quindi “culture inferiori” e “culture superiori”. Si tratta semplicemente di società diverse che partono da presupposti diversi, ognuna delle quali sviluppa soltanto alcune delle potenzialità, e non altre, presenti nella natura umana. Comunque sia il guaio delle società dinamiche è che alla lunga finiscono fatalmente per essere strozzate dal loro stesso dinamismo e per fallire proprio in quell’economia su cui hanno puntato tutto, marginalizzando le altre esigenze umane. Queste società infatti non solo non possono fare marcia indietro, ma non possono nemmeno mantenere la velocità acquisita, devono sempre aumentarla. Quando questo non è più possibile il nastro si riavvolge all’indietro con rapidità supersonica consumando in pochissimo tempo ciò che era stato acquisito in secoli di trionfale avanzata. Questo è il rischio che corriamo noi, oggi”.

A parte il fatto che qualsiasi società corre sempre il rischio di decadere come tutte le cose umane, a Fini faccio una domanda semplice: ma le sue meravigliose società statiche, in armonia con il tempo e la natura, dove sono finite? Non ne vedo tante in giro eccetto qualche clan nomade del deserto o qualche tribù sperduta in angoli remoti della foresta amazzonica. Pochi nuclei di persone che vivranno forse felici e spensierati ma molto meno comodamente di lui e di me e con una media esistenziale al di sotto della sua e della mia. Certo, c’è il vantaggio che tali “primitivi” riescano a sottrarsi all’età del rincoglionimento perché nemmeno ci arrivano, ma un uomo sciocco come Fini è sempre meglio di uno morto, almeno secondo lo sciocco stesso poiché la stupidità s’aggrappa alla vita meglio di una cozza allo scoglio. Se poi Fini fa invece riferimento, come già in altre occasioni, alle società precapitalistiche, contadine e pastorali, siamo nell’ambito della fantascienza sociale a ritroso, per cui nemmeno ci inoltriamo in detta letteratura da pensatori spensierati che entrano nella diatriba politica ed economica epocale armati di sogni e di visioni favolistiche. Comunque, le collettività equilibrate di cui Fini parla (e che sono un parto della sua fantasia squilibrata o eccezioni per indagini antropologiche e archeologiche) non mi sembra abbiano avuto cicli più lunghi di sussitenza rispetto a quelle occidentali, almeno dacché le prime hanno impattato con la nostra cultura che non è né superiore né inferiore ma molto più dinamica, adattabile, flessibile e sempre meglio armata.  Dunque, sono soccombute (mi si passi l’arcaismo almeno verbale, mi si spari se indietreggio sul piano sociale) perché il dinamismo implica una migliore conformabilità al mutamento storico e ambientale mentre la staticità e l’equilibro, che non esistono in natura e nemmeno nelle costruzioni umane, se non come effetto ottico di una vista superficiale, portano ovviamente ad una quiete identificabile con la morte e con l’assenza di qualsiasi segno vitale. Ma qui Fini ovviamente confonde la staticità con lo stato di calma apparente che, tuttavia, non è mai definitivamente fissato  come può sembrare a chi inforca occhiali contraffatti con una immagine stampata direttamente sulle lenti. Afferma La Grassa nel suo ultimo libro in uscita per la Mimesis:

 “L’attività degli individui (nei gruppi), dei gruppi sociali (nelle formazioni particolari), di queste ultime (con i loro Stati, con gli organismi detti internazionali, ecc.) nel mondo, tende sempre a cristallizzare la “realtà” (una specifica realtà) in un dato equilibrio, perché ogni azione, sempre preceduta da un progetto e dalla fissazione degli obiettivi da realizzare, ha bisogno di procedere in una situazione di stabilità. Noi perseguiamo quindi i nostri scopi, agendo in una serie successiva di “stati di quiete”, da noi posti e aggiornati via via in periodi successivi; in certi casi molto brevi, ad esempio nella vita individuale di tutti i giorni, altre volte assai lunghi, anche riguardanti intere fasi o epoche storiche. Gli ordinamenti giuridici, le Costituzioni, ecc. appartengono a questa, necessitata, modalità d’azione. Eguale affermazione va fatta per la formazione degli Stati moderni (il termine stato è molto appropriato), per la rete di apparati creati secondo una determinata architettura che varia da paese a paese, da un periodo storico all’altro. La fondazione di un’impresa nella sfera economica corrisponde allo stesso bisogno. L’azione di più giocatori, che è movimento, esige tuttavia il contrario di quest’ultimo: si cerca quindi di stabilire uno stato di quiete, che è il campo dell’azione. Così come le squadre di calcio, sport di chiaro movimento, hanno bisogno del campo di gioco che è uno stato di quiete. I costumi, le consuetudini, l’abitudine, la morale in particolare, appartengono alla stessa modalità d’azione in un campo che noi crediamo di poter stabilire in quanto stato di quiete. Insomma, la cultura di una data formazione sociale è questo stato di quiete, quasi sempre rappresentante un forte ostacolo al cambiamento, a tutto vantaggio degli individui (in un gruppo), dei gruppi (in una formazione particolare), di una formazione particolare (in un contesto globale più vasto), che hanno consolidato quello stato di quiete perché in esso giocano in posizione di vantaggio rispetto agli altri attori. La lotta che periodicamente si acuisce, poiché nuovi “soggetti” (attori) intendono rovesciare la preminenza dei precedenti, si sviluppa appunto attorno agli stati di quiete, duraturi da più o meno tempo.”

 Ancora più interessante è quest’altro passaggio un po’ più complicato ma assolutamente esplicativo di ciò che vogliamo far assimilare:

“In campo sociale, l’equilibrio (sempre apparente e celante le spinte e vibrazioni squilibranti) è generalmente favorito dalla vittoria di un gruppo di decisori – che non è affatto detto debba essere stato in origine un gruppo dominante, anzi può avere rovesciato quest’ultimo – alla fine di un periodo di forte accentuazione delle suddette spinte, periodo che indico come policentrico, quale fu ad esempio l’epoca detta dell’imperialismo. In ogni caso, solo la vittoria di un gruppo di decisori nella lotta per la supremazia tende a stabilire il presunto equilibrio; per il semplice motivo che le varie forze squilibranti si dispongono secondo una serie di spinte che si integrano reciprocamente. Faccio notare che sto parlando in tal caso di integrazione, non di mera compensazione.  Immaginiamo che in un grande recipiente (il mondo) si versino alcune grosse pietre che, pur urtandosi e “contrapponendosi”, stabiliscono un certo equilibrio (simile a quello che si forma quando una formazione particolare è predominante nel mondo). Vi si versi una serie di piccole pietre, che si sistemeranno nei vuoti esistenti tra le pietre più grosse. Anche queste minori pietre eserciteranno pressioni e forze sul resto, se non altro perché gli spazi vuoti si vanno restringendo e le superfici di contatto e frizione si accrescono; tali pietre più piccole, tuttavia, trovano infine i loro equilibri “subordinandosi” alla pressione superiore dei pietroni. Infine, si rovesci del pietrisco fine fine nel recipiente. Accadrà l’identico fenomeno precedente, i sassolini si sistemeranno tra le pietre più piccole, eserciteranno la loro pressione e frizione, ma in definitiva si sistemeranno e integreranno con il resto, “subordinandosi”, però, nel corso di tale integrazione. Tutte le pressioni e frizioni sembrano sparite, annullate, l’armonica integrazione sembra ormai assestata stabilmente. Niente di tutto questo. Il tempo e i fattori esterni (”atmosferici”) disgregano alcuni pietroni e anche pietre, ma portano pure progressivamente a nuove aggregazioni mediante fusione dei frantumi con ingrandimento di nuovi pietroni e pietre; e il fenomeno interesserà in vario grado anche il pietrisco. Gli equilibri stabilitisi svaniscono; così pure, l’integrazione tra i vari ordini di grandezza delle pietre mostra la sua transitorietà e sostanziale labilità di fronte alle spinte squilibranti, si producono allora frane nell’insieme e vanno creandosi nuove configurazioni del pietrame nel recipiente (mondo). Si entra insomma in un’epoca di mutamento. L’equilibrio apparente è venuto meno, ma semplicemente perché i processi temporali (storici) hanno annullato le forze di integrazione che attenuavano quelle squilibranti, incessanti e sempre attive malgrado sembrassero dissolte nell’illusoria armonia del “tutto”. Tale armonia, in realtà, era proprio il semplice apparire temporaneo di un equilibrio nel bel mezzo del flusso continuo squilibrante”.

Fini è padronissimo di trastullarsi col suo pensiero retrò ma noi lo siamo altrettanto quando facciamo avanzare un retropensiero sospettoso, poiché con le sue fanfaluche oniriche si fa ospitare in televisione, pubblica testi con la grande editoria nazionale ed avvelena i pozzi di una reale comprensione della fase storica, che anziché passare dal setaccio della teoria scientifica rigorosa si perde nei meandri dei sentimentalismi primordiali dove chi sogna un mondo migliore si risveglia costantemente in uno peggiore, contribuendo anche al suo deterioramento.

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Ps: Leggendo ultimamente il romanzo di Balzac, La cugina Bette, ho capito dove Berlusconi ha imparato lo stile parlamentare del vecchio porco di Stato che insegue le gonnelle fino a ottant’anni. I francesi ci sono cugini e precorritori, come sempre. Il puttanaio descritto dal grande romanziere francese a metà ottocento è irraggiungibile da cento Cavalieri nostrani. Ma noi abbiamo lasciato che Sarkozy ed il resto dei pudichi governanti europei ridesse di noi. Tutta colpa di questa sinistra semi-colta che anziché leggere i classici si butta nelle pagine di Baricco. Che ignoranza!

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