LE MENZOGNE DELLA GUERRA

obama

Gli intellettuali, i politici o i giornalisti
che dicono di lavorare per il bene
comune, dovrebbero darne una prova
concreta e suicidarsi.
Carl William Brown

 

L’informazione è disinformazione. Non è il quarto slogan del Partito orwelliano del romanzo 1984, ma la realtà della nostra epoca. La guerra in Siria, come tutte quelle precedenti, dall’Iraq all’Afghanistan, ha scatenato gli animal spirits della disinformatja che provano in tutti i modi ad assistere le bugie obamiane  e giustificare così l’intervento militare contro Damasco.  I “Ministeri della Verità” della coalizione occidentale elaborano piani, sempre più inverosimili, per spargere la menzogna e colpire gli Stati che si rifiutano di riallinearsi al New World Order di matrice washingtoniana.

Sembra davvero 1984 ed, invece, è il 2013. Ma non sempre una menzogna ripetuta mille volte diventa una verità, perché anche le fandonie bisogna saperle preparare e raccontare, altrimenti possono esploderti in faccia. Il mondo odierno, quello del multipolarismo geopolitico, almeno in alcune sue componenti, è più restio ad ingurgitare passivamente tutto quello che viene prodotto dall’industria delle falsificazioni made in Usa.

Il clima è cambiato, paesi emergenti o riemergenti si contendono il primato a livello regionale, mettendo in discussione i precedenti equilibri fondati sull’interessato arbitrato americano.  Gli Stati Uniti faticano a ricomporre le sfere del loro predominio e arretrando lasciano dietro di loro il caos, affinché nessuno possa approfittare di tale vuoto di potere. Prendono tempo per riorganizzarsi ma sono incapaci di “elaborare il lutto”, quello della perdita dell’egemonia assoluta dopo un ventennio di supremazia incontrastata, seguita alla vittoria sull’URSS.

Il gruppo di comando che gravita intorno ad Obama, di cui quest’ultimo è appunto espressione, sembra impreparato ad assolvere questo compito storico. La sua azione sui palcoscenici caldi del pianeta, in primis Medioriente e Mediterraneo – che sono tali perché si trovano al centro della prossima disputa policentrica per il primato mondiale – non ha raggiunto gli obiettivi agognati ed ha peggiorato il contesto generale, con ripercussioni in altre aree delicate.

Gli scricchiolii sul fronte siriano della cosiddetta comunità internazionale, a guida statunitense, ne sono la testimonianza lampante. Russia e Cina ostacolano palesemente lo strapotere Usa, molti partner, tradizionalmente soggetti alla volontà americana, si sono sfilati nascondendosi dietro all’ONU, mentre altri stanno facendo letteralmente il doppio gioco. Qui viene in evidenza il ruolo francese e tedesco. La Germania  è in “lotta” con la Francia per la prevalenza in Europa, Parigi e Berlino concorrono per diventare perno dell’UE. La prima, è politicamente forte ma economicamente più debole, la seconda viceversa. Parigi è disposta a cedere fette di sovranità (nuocendo anche agli altri aderenti) per ottenere “le deleghe” americane sul vecchio continente e rinsaldarsi finanziariamente. Berlino, offre invece, sinergie economiche, che costeranno carissime ai punti deboli dell’Unione (Italia, Spagna, Portogallo, Grecia) in cambio di una leadership politica, seppur condizionata dall’amministrazione Usa. In questa partita a due chi ci va di mezzo sono i restanti stati membri che saranno sacrificati per le mire di teutonici e transalpini. Alla faccia dell’Europa Unita. Qualcuno poi ci mette pure del suo, vedi l’Italia, che non avendo minimamente compreso la disputa in corso e la marginalizzazione economica e politica che ne sta conseguendo per essa, continua a tessere sbagli sulla stessa trama di vent’anni fa, senza spostarsi di una virgola dalle opinioni ed illusioni antecedenti.

Al momento pare che la Francia sia in vantaggio sulla Germania nell’accreditamento verso gli Usa, non a caso, Berlino viene sottoposta ad una campagna accusatoria, da una sponda all’altra dell’Oceano, per via delle sue scelte di eccessiva austerità che impedirebbero l’uscita dalla crisi. Forse, per questa ragione, essa ha tirato un brutto scherzo ad Obama in Siria.  Il Presidente americano aveva fondato il suo attacco sulle prove fornitegli da un’agenzia di spionaggio tedesca. Un dirigente di questo ente di sicurezza aveva rivelato di aver intercettato una comunicazione in cui un alto funzionario di Hezbollah parlava dello stato di panico di Assad il quale avrebbe dato ordine di usare il sarin contro i ribelli per ribaltare le sorti del conflitto (leggete qui ). La notizia era stata riportata anche dal New York Post. Ora, invece, i medesimi 007 smentiscono questa versione, affermando che dalle informazioni in loro possesso, raccolte dalla nave spia Oker che staziona al largo delle coste siriane, Assad non avrebbe mai chiesto ritorsioni con i gas letali. Anzi, costui avrebbe respinto le pressioni dei suoi generali che reclamavano attacchi chimici contro i nemici.

Infine, a conferma di ogni cosa, con la liberazione del giornalista italiano Domenico Quirico e dell’insegnante belga Pierre Piccinin, tenuti in ostaggio per mesi dai terroristi islamisti, la posizione del governo siriano si è rafforzata. I due hanno detto di aver origliato una conversazione dei loro carcerieri che smentirebbe l’utilizzo di armi chimiche da parte dell’esercito regolare siriano. Gli 11 stati volenterosi, tra cui il nostro, che al G20 avevano sottoscritto  una dichiarazione condivisa in condanna dei crimini contro l’umanità perpetrati dal regime, hanno preso l’ennesima cantonata. Qualcuno tornerà sui suoi passi ammettendo l’errore? Dubitiamo, ma siamo sicuri che non lo farà l’Italia, con i suoi  mezzi di “scomunicazione” che vedono eretici ovunque lo vogliano i padroni americani. L’altro ieri era otto 8 settembre e, putrtoppo, anche oggi. Nel Belpaese le lancette del tempo non vanno più avanti.

SIRIA: UNA TELEFONATA TI ACCORCIA LA VITA

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Il premio Nobel per la pace Barack Obama avrebbe raccolto prove inconfutabili circa l’uso di armi chimiche in Siria, in particolare gas sarin, da parte di Bashar al-Assad. Il mondo attende ancora di vederle ma, nel frattempo, la macchina bellica si è messa in moto.

Il presidente russo Vladimir Putin non ha creduto alla versione americana ed ha definito il segretario di Stato, Jonh Kerry, un bugiardo. Rispettabile ma bugiardo. Gli statunitensi pretendono una convergenza internazionale sulla questione siriana senza fornire ulteriori elementi a supporto delle loro tesi. Stragi e violazioni dei diritti umani sono innegabili, ma lì c’è un conflitto civile in corso che è stato esasperato da infiltrazioni esterne di milizie islamiche oltranziste, alle quali Usa, petro-monarchie del Golfo e stati dell’Africa del nord hanno fornito armi ed appoggio logistico.

Molte nazioni, sebbene amiche degli Usa, si sono sfilate perché hanno ritenuto insufficienti le spiegazioni della Casa Bianca. Solo la Francia si è fatta avanti, senza leggere nemmeno le carte, perché spera così di accreditarsi, dopo l’inaspettata defezione di Londra, quale referente unico di Washington in Europa. Lo schema è lo stesso della Libia. Più saranno gli scenari dove i cugini si sacrificheranno, accollandosi i rischi altrui, più acquisteranno credibilità Oltreatlantico.

Accettando tale dipendenza volontaria dall’alleato più forte, del vecchio grandeur francese resta soltanto l’involucro, mentre lo spirito nazionalistico di un tempo evapora insieme ai suoi antichi fasti. Tuttavia, non si sottovaluti il ruolo tedesco in questa ed altre vicende di contorno.

E’ vero che Berlino ha negato il proprio apporto militare in caso d’inizio delle ostilità, ma è altresì certo che è stata l’agenzia di spionaggio BND a confermare le “supposizioni” statunitensi. La presunta intercettazione dell’alto funzionario di Hezbollah – il quale parlava dello stato di panico in cui era sprofondato Assad, con i ribelli alle porte di Damasco, da cui sarebbe scaturita la decisione del governo di ricorrere al sarin per respingere i nemici- è stata effettuata, per l’appunto, dalla citata centrale d’intelligence teutonica. L’intercettazione della comunicazione sarebbe avvenuta su una nave tedesca, equipaggiata con apparecchiature sofisticatissime di sorveglianza, situata al largo della costa mediterranea della Siria.  A detta di Gerard Schindler,  spia della Merkel, Assad sperava, con una simile rappresaglia, di ricacciare indietro i terroristi che avevano conquistato avamposti nel sobborgo della Capitale. L’ intelligence crucca ha anche ribadito che, dagli indizi analizzati, l’impiego del gas sarin risulterebbe inequivocabile. Questa convinzione, sulla quale nutriamo molti dubbi, non chiarisce però le concrete responsabilità del massacro. A parere dei servizi russi, sarebbero stati gli antigovernativi ad inscenare la carneficina, in concomitanza con l’ingresso nel Paese degli ispettori dell’ONU chiamati dallo stesso Assad.

Fin qui le presunte prove schiaccianti. Se una telefonata captata è sufficiente a giustificare un bombardamento contro uno Stato sovrano vuol dire che gli Usa hanno perso letteralmente la bussola. Una telefonata può accorciare la vita di migliaia di civili inermi.  Questo sì che sarebbe uno sterminio vergognoso commesso proprio da chi, quotidianamente, si sciacqua la bocca con la civiltà.

 

IL MISTERO DEGLI ESTERI DEL CAVALIER POMPETTA

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boninoParliamo di Emma Bonino, anche se avremmo voluto non farlo perché è una gran perdita di tempo, come coi referenda.

La donna che visse due volte, non essendo esistita mai – prima come compagna con le idee confuse, poi come estremista liberale senza ideali – è il vero Cavalier pompetta della nostra Repubblica.  Fu lei a farsi immortalare dalle macchine fotografiche mentre praticava un aborto clandestino, con una pompa a mano da bicicletta. Si accaniva sui feti per poi gettarli nella spazzatura. Voleva affermare un principio universale, la libertà delle donne di essere padrone del proprio destino, riuscì soltanto a farci capire quanto il femminismo fosse l’altra faccia del maschilismo, quella priva di barba ma non d’idiozia. Non siamo contro l’aborto ma il cinismo ha un limite e la signora, che “bonino” non sta per niente, lo ha spesso oltrepassato, ieri come oggi.

Il vento radicale è cambiato spesso negli anni, soffiando da una posizione all’altra dello schieramento politico. Emma c’era sempre e sempre a favore di corrente, insieme al suo mentore Pannella. A proposito, quest’ultimo, come il Barone di Munchausen, si è fatto crescere il codino, non per sollevarsi da terra ma per sottolineare una sua caratteristica: il codinismo, appunto. Pannella, tuttavia, a modo suo è un idealista perché non sa che farsene degli incarichi ministeriali, lui vuole essere semplicemente adorato come un profeta. Calatosi nella parte, come un povero cristo si è fabbricato il suo personale martirio. Il devoto alla “marja” va urlando in giro di essere silenziato dal sistema e ciò, secondo lui, sarebbe sufficiente a dimostrare la santità delle sue proposte e l’ingiusta persecuzione nei suoi confronti. A Marco non passa per l’anticamera del cervello che se persino i potentati che lo coccolano respingono i suoi quesiti allora vuol proprio dire che sono autentiche baggianate.

I radicali, dopo tante dure battaglie civili, una più inutile dell’altra, un giorno pensarono di mettere su casa, anche se a modo loro. Scarseggiando i voti, mancavano anche i denari. Urgeva, dunque, una soluzione. Decisero di trovarsi un luogo con tutti i comfort per sistemarsi, diciamo una stanza dei giochi dove fare baldoria tra una bevuta di piscio e uno spino.  Finalmente, trovarono un cantuccio presso il gruppo Bilderberg. Quest’ultimo garantì all’organizzazione un approdo ideologico certo, un salario sicuro e qualche ruolo onorevole. Da allora i radicali, pur continuando a non prendere nemmeno un seggio, dispongono delle risorse necessarie a sopravvivere e fare pressione sugli alti livelli istituzionali.

I radicali, insomma, sono le nostre Femen ante litteram, le nostre Pussy Riot all’amatriciana; come queste s’abbeverano alle fonti dell’élite mondialista, prendono lezioni da Soros (e non solo quelle) e frequentano i circoli à la page (libera traduzione: alla paga) dove si istruisce la futura classe dei provocatori antinazionali.

Attualmente, come tutti sanno, Emma Bonino è membro del governo Letta. Nessuno si è accorto della sua presenza. Tutte le pratiche internazionali sulla sua scrivania, che costituiscono altrettanti problemi per l’Italia, dai Marò detenuti in India agli scenari infuocati del Mediterraneo e del Medioriente, restano inevase. Emma tace e scontenta. Il suo dicastero è stato ribattezzato il Mistero degli Esteri, anche se è ingiusto addossarle ogni colpa, essendosi “indistinta” al pari dei predecessori, da vent’anni in qua.

Il destino però ha voluto darle un’occasione di redenzione, in concomitanza con l’annuncio di Obama di voler colpire la Siria. Gli Usa hanno accusato Assad di aver usato gas sarin contro la popolazione. Gli indizi raccolti dalla Casa Bianca sono fallaci, al limite dell’impostura, come quelli fabbricati per l’invasione dell’Iraq.

La Pasionaria Nostra avrebbe potuto riabilitarsi accodandosi a quanti si sono rifiutati di entrare in guerra per tali inequivocabili motivazioni. Ed, invece, si è appellata alle formalità, alle astrattezze del diritto. Ci vuole il consenso dell’Onu, ha detto. Come se un voto delle Nazioni Unite avesse il potere di trasformare una menzogna in una verità. Secondo raziocinio, le prove resteranno false, con o senza l’avvallo della comunità internazionale. La Bonino non vede la contraddizione, noi, in cambio, vediamo benissimo il metro col quale si è fin qui regolata per denunciare i vari massacri nel mondo: un occhio a Washington e l’altro alla carriera. Comunque, prendersela con lei è come sparare sulla croce rossa ed, in realtà, siamo molto più arrabbiati con chi “ce l’ha messa”.

SENATORI A SVISTA

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Riguardo alla nomina di quattro nuovi Senatori a vita da parte del Presidente Napolitano vorrei sviluppare un ragionamento, al contempo etico-politico e politico-istituzionale, entrando tanto nel merito della questione che nell’opportunità della designazione. Il Capo dello Stato, secondo quanto previsto dalla Carta, all’art. 61, “può nominare senatori a vita cinque cittadini che hanno illustrato la Patria per altissimi meriti nel campo sociale, scientifico, artistico e letterario.” Giorgio Napolitano, nell’investitura di dette personalità, ha piegato fortemente il bastone a suo piacimento, secondo precisi calcoli politici.  Durante il suo primo mandato aveva incaricato Mario Monti per requisiti che stiamo ancora cercando nel suo curricolo. Il rettore della Bocconi non viene ricordato nell’Accademia per alcuna grande opera d’intelletto ed ha l’unica virtù, se di virtù si tratta, di aver ricoperto ruoli apicali in organismi internazionali dove l’ascesa ai massimi vertici è fortemente caratterizzata da strettissime amicizie nel bel mondo finanziario e istituzionale che conta. Un po’ poco per elevarlo sullo scranno perpetuo di Palazzo Madama. Dunque, nonostante l’assenza di valevoli attributi, Mario Monti si è trovato proiettato in Parlamento per un’astuzia del Quirinale il quale, con tale atto, intendeva rassicurare il Professore circa l’immunità di cui avrebbe goduto una volta nominato Premier, dopo le dimissioni coatte di S. B.

Poiché il compito di Monti sarebbe stato infame ed al limite della sopportazione generale, come svelò post-factum, anche uno dei suoi Ministri, Andrea Riccardi, (“…il governo di Monti si è comportato con un sadismo politico servile alla Merkel e alla Germania come nessuno mai prima aveva fatto in Italia… Più Monti assumeva provvedimenti lacrime e sangue, più esodati la Fornero creava, più saliva la protesta e la sofferenza delle classi più deboli, più a Palazzo Chigi erano soddisfatti perché proprio quella era la dimostrazione lampante di credibilità verso la signoraMerkel. Cioè, più legnate riuscivano a dare al Paese e più pensavano di essere forti in Europa… ll tutto mentre il benessere personale del senatore a vita Mario Monti non ne ha mai sofferto, ovviamente.” Ipse dixit.), Napolitano, con siffatta mossa preventiva, infondeva dall’esterno il coraggio necessario al “Grigio” che ardimento non avrebbe mai trovato in se stesso, mettendolo al riparo dai “revanchismi” della popolazione e da quelli degli altri poteri dello Stato ai quali avrebbe sottratto risorse, con le sue iniziative lacrime e sangue, per compiacere una serqua di potentati esteri. Possiamo ben dire che all’epoca abbiamo assistito ad un golpe bianco nel pieno rispetto della legalità ma non della sovranità popolare e dell’indipendenza decisionale nazionale.

Qualche giorno fa Re Giorgio, così ribattezzato dal N.Y.T., ci ha rimesso lo zampino con un’altra infornata, vita natural durante, che lascia molto perplessi, per essere eufemistici.

In un momento delicato per il governo Letta che rischia di vedersi mancare i numeri se B. deciderà di rompere l’alleanza dopo il voto sfavorevole sulla sua decadenza, il Capo dello Stato, ha pregiato della “livrea” senatoriale quattro personalità (Claudio Abbado, Elena Cattaneo, Renzo Piano e Carlo Rubbia) di elevato spessore scientifico che però, in passato, hanno lavorato a stretto contatto con alcuni partiti di sinistra (Rubbia con Pecoraro Scanio, su un progetto velleitario, sull’energia solare,  denominato Archimede) o che si sono espressi contro il leader del PDL e la sua organizzazione (tutti gli altri).

I tempi e le modalità di quest’ultima mossa sono stati fin troppo sospetti per non accendere atroci dubbi. Senatori a svista, a voler essere buoni. Inoltre, c’erano in giro altri luminari, ugualmente degni e molto meno smaccatamente schierati a sinistra o avverso B., che non sono stati nemmeno presi in considerazione. Et pour cause. Oppure, se si fosse voluto preservare una logica bipartisan, la medesima che tiene in piedi anche questo strano Gabinetto, si sarebbe potuto bilanciare la scelta identificando altri dotti, non così afflitti dal male dell’antiberlusconismo come quelli cooptati. Penso, verbi gratia, ad Antonio Zichichi, cattolico e di simpatie centro-destrorse, che vale, almeno, quanto Elena Cattaneo.

Così non è stato, proprio perché il gesto del Presidente è paragonabile ad una manovra finalizzata ad evitare nuove elezioni in caso di tracollo dell’attuale maggioranza allargata. Fin qui, dunque, le valutazioni politiche.

Passiamo ora a quelle etico-politiche che sono anche più gravi. Non capisco perché la politica debba essere messa in mano a chiunque, anche se scienziato plurinsignito, artista pluridecorato o letterato pluripremiato. C’è chi nutre l’idea balzana che essendo il mestiere parlamentare pienamente squalificato, soltanto chi si è distinto in altri settori distanti da quello possa ormai salvarlo da impareggiabile declino. Chi lo pensa si sbaglia perché dall’attuale inadeguatezza si passerebbe al dilettantismo. Per non dire di quei cialtroni che intendono sostituire il realismo politico con la santa onestà che è la vera anticamera di tutte le imperizie del mondo. Seguendo queste improbabili strade, come da noi nei tempi recenti, si è aggravata la degenerazione degli organi elettivi ed esecutivi e si è messa a repentaglio la medesima tenuta dell’impalcatura statale. Se vogliamo gratificare i nostri illustri sapienti diamo loro una medaglia, una onorificenza ed un premio in danaro, ma che c’entra nominarli Senatori, o ancor peggio, Presidenti del Consiglio? Eppure, le lezioni di Benedetto Croce e di Vilfredo Pareto restano ineguagliabili sul tema. Il secondo confutava l’ubbia che fossero gli onesti a saper decidere sempre per il meglio, in riferimento agli affari pubblici, semplicemente attenendosi a molteplici esempi della storia contraddicenti tale stolta congettura( vedi nota 1), il primo demoliva il pregiudizio della superiorità dei tecnici e degli ottimati in politica, mantenendosi sul buon senso e sulle imprescindibili abilità, inassimilabili a quelle di altri campi, da possedere per occuparsi del buon andamento della polis  (vedi nota 2). Evidentemente non le hanno apprese i nostri rappresentanti elettivi, a partire dal rappresentante in Capo. Come diceva Erasmo, non si può insegnare la grammatica ai cavalli. Tutt’al più li si può nominare senatori.

(1)    “….Gli storici lodano il tempo passato; ma quando si tratta di testimoniare sul tempo in cui vivono la scena cambia e sono piuttosto portati ad oscurarne spesso le tinte. In ogni caso, se crediamo alle testimonianze dei contemporanei, è impossibile ammettere che siano i buoni costumi dei popoli, e ancora meno dei loro capitani, che abbiano assicurato le vittorie. Ecco, per esempio, la ritirata dei diecimila; ciò che li salva, è la loro perfetta disciplina, la loro obbedienza agli strateghi; quanto ai loro costumi, lasciano molto a desiderare. Vedete ciò che accade quando gli strateghi decidono d’allontanare tutte le bocche inutili; i soldati sono costretti ad obbedire, «eccetto alcuni che sottraggono o un giovinetto o una bella donna ai quali sono attaccati». Quanto a Senofonte, i suoi costumi possono essere stati i più casti, ma il suo linguaggio non è tale nel Convito; e se si fosse astenuto da questo genere di letteratura, il mondo non vi avrebbe perduto nulla. Val meglio non parlare dei costumi di Filippo il Macedone e delle persone che l’attorniavano. Allorché la battaglia di Cheronea abbatté la potenza ateniese e asservì la Grecia, non si può veramente dire che fu la castità che riportò la vittoria. Filippo, oltre le concubine senza numero, prendeva donne dovunque ne trovava. Né le cause della sua morte possono onestamente raccontarsi. Passiamo rapidamente sui costumi dei valenti capitani, come Demetrio Poliorcete (il conquistatore di città), perché il meno che si possa dire è che furono infami. Alcibiade era pure lontano, molto lontano, dall’avere buoni costumi; tuttavia, se egli avesse comandato in Sicilia, al posto di quell’onesto ed imbecille Nicia, forse Atene avrebbe evitato un disastro irreparabile. I bacchettoni ateniesi che intentarono un’azione penale ad Alcibiade, sotto pretesto della mutilazione delle Erme, furono probabilmente la causa della rovina della loro patria. Più tardi ad Egospotami, se i generali greci avessero seguito il consiglio di Alcibiade, avrebbero salvato la flotta ateniese e la loro città. I generali avevano forse costumi migliori di Alcibiade — ciò non era veramente difficile — ma, quanto all’arte della guerra, gli erano molto inferiori e si fecero battere vergognosamente. Se passiamo ai romani, ci è difficile scorgere virtuisti nei cittadini che, ai giuochi Floreali, facevano comparire sulla scena cortigiane interamente nude. Un giorno che Catone di Utica — il virtuoso Catone — assisteva ai giuochi Floreali, il popolo non osava, in sua presenza, domandare che le mime si spogliassero dei loro vestiti. Un amico avendo fatto osservare ciò a Catone, questi lasciò il teatro onde permettere al popolo di godere lo spettacolo abituale. Se Catone fosse stato un virtuista, sarebbe rimasto al teatro per impedire quello scandalo; ma Catone era solamente un uomo di costumi austeri adstricti continentia mores. I complici di Catilina avevano cattivissimi costumi; si sarebbe soddisfatti poter dire che erano vili; disgraziatamente la verità è il contrario. Sallustio ci narra come caddero nella battaglia di Fiesole. «Ma fu quando la battaglia finì che si poté veramente vedere quale audacia, quale forza d’animo vi fosse nell’esercito di Catilina. Perché ciascuno, dopo la sua morte, copriva con il corpo il luogo che aveva occupato durante la pugna. Un piccolo numero solamente, che era stato disperso dalla coorte pretoriana, era caduto un poco diversamente, ma tutti erano stati feriti davanti.» Non è sicuro che tutti i virtuisti avrebbero fatto altrettanto…Napoleone I non era casto; i suoi marescialli, i suoi generali e i suoi soldati, ancora meno. Essi riportarono tuttavia molte vittorie e, in quanto alla disfatta che ebbero in Russia, sarebbe difficile di vedervi un trionfo dei buoni costumi sui cattivi. Maurizio di Sassonia, che salvò la Francia dalla invasione straniera, era un grande capitano, ma aveva costumi molto cattivi. Sarebbe stato meglio per la Francia che egli fosse stato virtuista e che si fosse fatto battere a Fontenoy? Nelson, il vincitore di Trafalgar, era lontano dall’esser molto casto. I suoi amori con Lady Hamiltonsono conosciuti. Invece del Nelson, sarebbe stato meglio per l’Inghilterra, avere un ammiraglio virtuista, ma che avesse perduto le battaglie navali d’Aboukir e di Trafalgar?”

(2)    “L’ideale che canta nell’anima di tutti gli imbecilli e prende forma nelle non cantate prose delle loro invettive e declamazioni e utopie, è quello di una sorta di areopago, composto di onest’uomini, ai quali dovrebbero affidarsi gli affari del proprio paese. Entrerebbero in quel consesso chimici, fisici, poeti, matematici, medici, padri di famiglia, [Professori] e via dicendo, che avrebbero tutti per fondamentali requisiti la bontà delle intenzioni e il personale disinteresse, e, insieme con ciò, la conoscenza e l’abilità in qualche ramo dell’attività umana, che non sia peraltro la politica propriamente detta: questa invece dovrebbe, nel suo senso buono, essere la risultante di un incrocio tra l’onestà e la competenza, come si dice, tecnica. Quale sorta di politica farebbe codesta accolta di onesti uomini tecnici, per fortuna non ci è dato sperimentare [la nostra generazione, purtroppo, lo ha sperimentato], perché non mai la storia ha attuato quell’ideale e nessuna voglia mostra di attuarlo. Tutt’al più, qualche volta, episodicamente, ha per breve tempo fatto salire al potere in quissimile di quelle elette compagnie, o ha messo a capo degli Stati uomini e da tutti amati e venerati per la loro probità e candidezza e ingegno scientifico e dottrina; ma subito poi li ha rovesciati, aggiungendo alle loro alte qualifiche quella, non so se del pari alta, d’inettitudine”.

IL RE MUORE

BERLUSCONI FERITO DA LANCIO OGGETTO E NON DA UN PUGNO

 

La parabola politica di Berlusconi si sta concludendo nel peggiore dei modi ed il suo comportamento di fronte all’inevitabile destino va sempre più ricalcando quello del Re Bérenger I, ne “il Re muore”, di Eugene Ionesco. Nemmeno sull’orlo dell’abisso, prima di precipitare nel vuoto, costui riesce ad avere uno scatto d’orgoglio per uscire di scena con dignità. Non ha frasi memorabili da consegnare alla storia, non ci sono azioni mirabili da associare al suo titolo nobiliare, se non tante rese e poca resa, capitoli di una esistenza piena di capitolazioni. La sua immagine, come quella del protagonista della commedia di Ionesco, sarà conservata in una memoria senza ricordi di un reame in cui non c’era più niente di anormale perché l’anormalità era diventata la norma.

E’ un prigioniero politico che si comporta come un profugo. Ancora s’illude che quelli che lo hanno privato del passaporto e che lo faranno decadere dal Parlamento possano garantirgli un minimo di agibilità politica o, almeno, una ritirata onorevole. Tentenna, tenendo in piedi un governo palesemente dannoso per il Paese (che non è il suo regno), perché qualcuno gli mostra un’acciughina davanti agli occhi ed anche ora che questo tranello si è manifestato in tutta la sua sordidezza, con la nomina di quattro senatori a vita a lui avversi (la truppa cammellata di Re Giorgio segue, a secoli di distanza, Incitatus, il cavallo di Caligola) continua ad oscillare per timore di vedersi sottratte le imprese ed il patrimonio.

Lo costringeranno a togliersi di mezzo con il supplemento del marchio dell’infamia, perché così saranno certi che il lazzarone giammai si rialzerà o potrà tramandare la sua eredità politica in dono ad altri. E’ proprio come Bérenger che “non è più un re, è un porco sgozzato” piagnucolante e penoso, il quale dietro di sé ha lasciato il deserto perché “non ha pensato ai successori. Dopo di lui, il diluvio. Peggio del diluvio, dopo di lui, il nulla. Un ingrato, un egoista”.

Le poche cose da lui fatte vengono seppellite dalle troppe cose sfatte, al pari di Re Bérenger al quale la prima moglie Marguerite rammenta che: “… decine d’anni fa o tre giorni fa, il vostro impero era fiorente. In tre giorni, avete perso le guerre che avevate vinte. Quelle che avevate perse, le avete riperse. Da quando i raccolti sono marciti e il deserto ha invaso il nostro continente, la vegetazione è andata a rinverdire i paesi vicini che erano deserti sino a giovedì scorso. I razzi che volete lanciare non partono più. Oppure si sganciano, e subito si spiaccicano in terra con un rumore soffocato”.

Ormai B. (Berlusconi- Bérenger) è un’ ombra sulla quale sta calando l’oscurità. I primi a prendere commiato da lui sono quelli che più lo avevano riverito, servito, ossequiato, quando era all’apice della carriera, per ricavarne privilegi e prebende. Sono gli stessi che anticipano la fuga senza voltarsi indietro perché la storia deve andare avanti, almeno quella della loro professione. E’ il mestiere del traditore che non conosce la disoccupazione.

B. ha vissuto come ha scelto, ha governato come non ha saputo ed è politicamente morto come non ha voluto, per una sua sragione di Stato. Il suo nome resterà scolpito, insieme a quello dei suoi detrattori, “nell’immensità trasparente del vuoto” di una Italia, da vent’anni in qua, attraversata soltanto dai fantasmi.

LA LEGA UNIVERSALE DELL’ETICA SBAGLIATA

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Per essere sicuri che chi vi illumina su certi temi – come politica, società, economia – non stia tentando di prendersi gioco di voi, di tendervi un raggiro, contate pure quante volte costui infila nel discorso le parole, etica, principi, solidarietà, equità ecc. ecc. Se non è un prete di professione siete certamente in presenza di un truffatore che vuole sfilarvi il portafogli, di un uomo politico che vuole il vostro voto o di un affarista che punta ai vostri risparmi per i suoi traffici. Di solito, chi non pratica certi valori li cita e chi non li cita cerca di metterli in pratica. Non sempre, ma spesso è così. Non è un caso che i fanatici dell’eticità verbale siano, soprattutto, quelli in cerca di una credibilità di facciata adatta a mascherare “i trucchi del mestiere” e proseguire allegramente sulla “cattiva strada”.

Immaginate di dover chieder aiuto a qualcuno per un problema concreto e costui, anziché attivarsi per darvi una mano, vi tiene, su due piedi, una lezione di amicizia ed amore per il prossimo. Il prossimo ce l’ha davanti ma non lo vede se non per farsene beffe ed innalzare la sua coscienza arcobaleno sulla scala dei buoni propositi universali, facili da disattendere proprio perché irraggiungibili. Hai fame e loro ti declinano le qualità del pane senza dartene un pezzetto. In tale modo funzionano le cose da noi, diciamo in tutto l’Occidente civilizzato, dove il partito del bene a chilometri illimitati (e costi addebitati alla collettività) ha scalzato col buonismo querulo la mera buona azione, facendo dell’infatuazione per le differenze (di genere, di pelle, ecc. ecc.)  la via maestra per l’indifferenza generalizzata.

C’è sempre una piccolo gruppo di diseredati o di oppressi da coccolare e al quale garantire quote di riserva per migliorare il mondo. Proteggendo gli ultimi sperano di fregare tutti, ultimi non esclusi. A servirsi di costoro sono alcune maggioranze rumorose e indignate che adottano la tirannia delle minoranze (nelle quali, e non si capisce perché, ci mettono pure le donne, come scriveva Tom Wolfe ne Il falò delle vanità) per imporre la propria visione agli altri, i quali se tentano di sfuggire a questo assolutismo ideologico, privo di passioni reali,  diventano nell’ordine: 1) antidemocratici, 2) razzisti, 3) sessisti, 4) reazionari, 5) depravati.

Questo imbroglio si è tanto diffuso che ormai non c’è associazione, organizzazione, amministrazione, corporazione, sindacato, istituto o fondazione che non abbia il suo codice etico e il suo vademecum per l’armonia sociale.  Persino la finanza e le banche hanno incorporato il gene dell’etica nel loro patrimonio spirituale (quello materiale continuano ad amministrarlo alla vecchia maniera), cosicché adesso ci assicurano che per loro la beneficienza viene anche prima dei profitti, anzi questi sarebbero un mezzo per concretare quella. Le banche si sarebbero trasformate in Onlus senza fino di lucro e noi dovremmo crederci. Cioè dovremmo berci la fandonia, per citare un caso esemplare, che il magnate americano Soros ha fatto i soldi, speculando su qualsiasi cosa,  non per arricchirsi e condizionare i governi con i suoi quattrini ma per promuovere la «società aperta» e la pace incondizionata. Siamo in presenza di un fenomeno nuovo ed incredibile che avrebbe costretto Marx a riscrivere tutto il Capitale: l’accumulazione capitalistica per l’altruismo.

Senza voler fare i moralisti, sappiamo perfettamente che compito di una banca è, tra gli altri, quello di creare prodotti finanziari da vendere sul mercato con un guadagno, di fare denaro dal denaro, e, pertanto, nessuno si aspetta qualcosa di diverso da ciò. Le banche sono imprese come le altre che da dati input esitano dati output. Immorale è, semmai, far credere che non ci siano azzardi nei business che propongono. Si può essere “fortunati” (gli  insider traders e i loro amici lo sono molto) e aumentare il gruzzolo investito, “sfortunati” e rimpicciolirlo, ingenui e vederlo sparire dopo che si sono ricevute rassicurazioni in senso contrario. Se le informazioni sono, non dico trasparenti, ma abbastanza chiare ed il rischio è, non dico equamente distribuito, ma almeno proporzionato, tra istituto e cliente, l’operazione è accettabile ed ognuno  può assumersi le proprie responsabilità.

Ad ogni modo, sappiamo benissimo che, nel 2008, la sfera finanziaria è entrata in fibrillazione per via della crisi globale, dipendente da fattori che vanno oltre quelli puramente economici. Da quel momento, molte attività appartenenti a quel campo, che precedentemente risultavano facilmente gestibili, sono diventate ingovernabili. Questo è avvenuto non per la mancanza di moralità dei singoli banchieri ed operatori del settore, ma per un fatto strutturale ed intrinseco al funzionamento del sistema nella sua generalità.

Come ci insegna l’economista Gianfranco La Grassa: “La finanza è indispensabile – soprattutto in epoche di grandi cambiamenti e trasformazioni – poiché nel capitalismo la gran parte di ciò che è prodotto è merce e si deve scambiare mediante denaro. Senza quest’ultimo non solo non ci sono scambi, ma nemmeno investimenti e innovazioni, e neppure avanzata ricerca scientifico-tecnica; soprattutto non c’è la potenza, termine entro cui ricomprendo tutta l’attività politica, nel senso più lato possibile, senza la quale non ci si sviluppa né ci si difende dalla crisi e dall’arretramento di posizioni di fronte ai competitori. Quando però c’è necessità di un dato mezzo, chi lo possiede ne approfitterà, in specie quando i bisogni d’esso aumentano (appunto nelle epoche di trasformazione); e approfittarne significa credere ad un certo punto di poter fare denaro tramite denaro, inventare trucchi, imbrogli, creare le famose “bolle speculative”, ecc. La “distorsione” del sistema è intrinseca al funzionamento specifico d’esso. Il settore che manovra denaro tende ad autonomizzarsi rispetto al resto, ha le sue imprese, ecc; quindi chi dirige queste ultime agisce come se tutto il mondo fosse solo quello della finanza”. Lo ripeto: inutile lamentarsi, chiedendo allora nuove regole, una nuova etica, ecc. Più semplicemente, vanno messi “a regime” gli apparati finanziari; ma ciò avverrà fino alla prossima trasformazione con nuove grandi esigenze di mezzi monetari. La “storia” si ripeterà quindi con le solite modalità (anche se i subprime e i derivati sostituiscono altre precedenti forme di “malaffare” e saranno sostituiti, la prossima volta, da qualcosa d’altro)”.

Meglio la situazione non potrebbe essere esplicitata e la lezione appresa dovrebbe aiutarci a non  cadere nelle trappole disseminate sul cammino della consapevolezza dalla LUM (Lega Universale Moralisti).

Questo insegnamento, per esempio, dovrebbe essere efficace a demolire le sciocchezze messe in giro dagli imbonitori dell’etica, i quali per rifarsi una verginità – in un momento in cui gli occhi della pubblica opinione si fanno minacciosi per le fregature patite – ci impacchettano la abituale iniziativa equae solidale, sperando di strapparci qualche lacrimuccia e portarci a dimenticare le frodi subite.  Ci prova dal 2008 Banca Intesa, sotto mentite spoglie, con la Fondazione Etica (guidata da Gitti, genero di Bazoli), si chiama proprio così perché la spudoratezza non ha limiti. Dal suo sito apprendiamo che:

“Fondazione Etica è un nome non facile: rischia di farci apparire presuntuosi o, forse, semplicemente ingenui. Di ciò siamo consapevoli. Da parte nostra, riteniamo “etica” una parola coraggiosa di cui occorre riappropriarsi: gli abusi di cui è stata, spesso, oggetto nel linguaggio comune, non devono sminuire la portata del suo valore. Il nome, in certo senso, è anche, di per sé, un programma: riportare l’etica alla base di ogni attività politica, economica, ed, in generale, pubblica. Quella di cui parliamo è…l’etica come comportamento collettivo, come norma comune per la convivenza all’interno di una comunità di persone, sia essa Azienda, Partito, Banca o Stato. L’etica dell’individuo non può bastare se l’Azienda per cui lavora o la Banca che dirige non perseguono anch’esse comportamenti etici. Né sarà sufficiente, in tal senso, che l’Azienda e la Banca sottoscrivano enunciazioni di principi etici generici, da esibire sulla carta ma da contraddire praticamente nella ricerca esasperata di profitti e di successi continui. Non c’è da inventare nulla: la Costituzione è, di per sé, uno strumento formidabile di etica pubblica per il cittadino e le comunità in cui vive. Intendiamo ripartire da lì, lavorando per la sua diffusione e piena applicazione, non guardando più ad essa con la testa rivolta al passato, ma come ad una Costituzione “rinnovatrice, progressiva, che mira alla trasformazione, che apre le vie verso l’avvenire” (Piero Calamandrei, 1955). Una Costituzione strumento di futuro”.

Parliamo del giro di Giovanni Bazoli e della sua Banca coinvolta in tutte le manovre sistemiche, sia finanziarie che politiche, della I e della II Repubblica. Corrado Passera ne è stato per anni Amministratore Delegato,  prima di essere cooptato da Monti nel suo governo. Chi fa politica ha bisogno di soldi e chi fa affari ha bisogno di appoggi, quindi non occorre sorprendersi quando siffatte sovrapposizioni vengono allo scoperto, al  pari dei reciproci favori. Insomma, in questa ennesima (af)fondazione c’è tutto il mix micidiale del politicamente corretto intercontinentale, al quale va ad aggiungersi una indigesta specialità nostrana: l’attaccamento imperituro alla Costituzione, che più la tirano su e più la spingono giù, pur essendo già stata sepolta dagli eventi e dai mutamenti irreversibili del contesto sociale nazionale. Altro che etica, questi qui non hanno rispetto nemmeno della (Carta) “morta”.

LA CONGIURA DEI RADICALCHIC

diavolo

Voi intellettuali vi atteggiate tanto, parlate così sofistici, state sempre ad analizzà, a criticà, a giudicà, ma la verità è che non ce state a capì più un cazzo, ma da mò…” Questo è il giudizio inappellabile messo in bocca al coatto romano arricchito, interpretato da Ennio Fantastichini, nel film Ferie D’Agosto del regista Paolo Virzì, che risponde senza alcun metus al professore di sinistra, rappresentato da Silvio Orlando, dalla cui voce aveva appena sentito la solita rampogna sulle regole e sulla moralità pubblica, calpestate dai bestioni un po’ di destra e un po’ berlusconiani, colpevoli di aver portato il Paese sull’orlo del baratro. L’immagine perfetta dell’Italia intortata in contraddizioni superficiali di quest’ultimo ventennio di rintontimento politico e ideologico.

Tuttavia, è ormai molto lontana la soggezione piscologica degli ignoranti da una certa intellighenzia progressista e pseudomarxista, emergente, per esempio, in un’altra pellicola italiana girata negli anni ’70, la Classe operaia va in paradiso, di Elio Petri, che narra le vicende del manovale comunista, Lulù Massa (Gian Maria Volontè), il quale resta impressionato dal linguaggio forbito degli studenti “che non si capisce un cazzo di quel che dicono, ma proprio per questo parlano bene e sembrano saperne più di tutti”. Oggi, finalmente, anche il popolo rozzo e  beota ha smesso di credere ai ciarlatani della cattedra, troppo raffinati per essere veri e troppi umani per essere migliori (anzi, sono i peggiori di tutti perché frappongono tra loro ed il resto della società una insopportabile spocchia mascherata da superiorità etica), preferendo cascare in nuovi tranelli che almeno non lo costringano a vivere col vocabolario in mano.

Ma gli stessi intellò di ieri, sbugiardati dalla storia e dagli eventi, che proprio non ne vogliono sapere di scendere dal pero per non rinunciare ai vantaggi acquisiti, dopo aver definitivamente perso il soggetto della loro personalissima rivoluzione, stranamente troppo aderente all’oggetto dei loro desideri di ascesa sociale, si ritrovano a discettare di grandi tematiche, discernibili unicamente dalla torre d’avorio su si sono innalzati, in ristretti circoli di facoltosi profeti dell’apocalisse laica. Vorrebbero emancipare la collettività vendendole ancora fumo, certo non più quello nero delle fabbriche e della retorica operaistica bensì quello depurato e inodore di una nuova stagione umanitaria.

Sono all’ultima spiaggia, anche se si tratta dello sciccoso litorale di Capalbio dove puntualmente s’incontrano senza mai scontrarsi. Più mettono al centro dell’universo questioni di lana caprina e più si ritrovano a maneggiare  la merda che si accalca nella squallida periferia della sragionevolezza. Ecologia, decrescita, moralità, civismo, dirittumanesimo, sono problematiche totalmente neutralizzate da un’epoca storica in cui tutto è possibile perché niente ha veramente valore. Eccetto i soldi con cui gli editori pagano i loro soliloqui. Il nocciolo del politicamente corretto sta tutto qui, abbiamo tutta la libertà di spingerci fino ai confini della libertà proprio perché questa è già stata confinata in un recinto.

Poiché il mondo è globalizzato, perlomeno nella sciatteria filosofica e teoretica, le stesse problematiche fasulle vengono rilanciate da un punto all’altro dell’Atlantico. A dir la verità qualcuno cerca ancora di darsi un contegno ed una dignità, ma è ormai difficile capire se lo fa per onestà intellettuale o per invidia verso quei colleghi che saturano la scena mediatica prendendosi le prime pagine dei giornali e l’attenzione della televisione. Ultimamente, è stato Noam Chomsky, apprezzato linguista e studioso competente, il quale pure in passato ha preso qualche brutta cantonata (vedi appello contro l’Iran di alcuni anni fa) ad attaccare un altro chiacchierone a bischero sciolto, guru del movimento occupy Wall Street e disoccupy your brain, Slavoj Žižek.

Noam Chomsky, docente al Massachusetts Institute of Technology, linguista e icona della sinistra yankees, ha denunciato il jargon-ridden (gergo eccessivo), negli studi culturali di ispirazione francese che è preminente nelle  discipline umanistiche, anche negli Usa. Poi è andato dritto al punto: “Io non sono interessato alle pose, usando termini di fantasia come i polisillabi e fingendo di avere una teoria quando non si ha nessuna teoria di sorta…Non c’è nessuna teoria in nessuna di queste cose, almeno non nel senso che intende chiunque abbia familiarità con le scienze o qualsiasi altro campo serio d’analisi. Il suo obiettivo è Žižek “… un esempio estremo di ciò. Io non vedo niente di quello che dice”. Slavoj Žižek è una celebrità nei circoli accademici e non si comprende proprio il motivo di questo successo, o meglio lo si capisce se si esce dalla sfera scientifica e si entra in quella dello spettacolo. Come dare torto Chomsky in questo frangente? Come si può arrivare a mescolare  Marx con Freud e chissà chi altro? Conosciamo bene questa moda anche in Italia dove impazzano giovani filosofi che si definiscono neomarxisti senza aver studiato una pagina una del grande pensatore di Treviri.
Il Chronicle of Higher Education ha soprannominato Žižek “l’Elvis della teoria culturale”, forse  doveva essere un complimento ma la stonatura è fin troppo evidente.

Del resto, prendendo una delle sue citazioni a caso, noi avremmo lasciato cadere il paragone con “The Pelvis” ed avremmo avanzato quello più realistico con Pozzi-Ginori (quelli dei water): “Il gabinetto anglosassone acquista il suo significato solo attraverso la sua relazione differenziale con i gabinetti francesi e tedeschi. Abbiamo una tale moltitudine di tipi di gabinetti, perché c’è un eccesso traumatico che ognuno di loro cerca di accomodare.” Rimanendo alla tazza, mai sentito una stronzata più grossa. Ma l’America è la patria dell’esagerazione e le cacate europee vengono accumulate insieme a tutta l’altra cianfrusaglia autoctona che serve allo show ma non alla conoscenza. Il dramma è che certi eccessi oltreatlantici diventano cessi amplificati ritornando da noi come merce d’importazione alla quale gli statunitensi hanno aggiunto il packaging. Dunque, in conclusione, ci ritroviamo a che fare con la stessa merda ma con i bagni culturali spostati in fondo a sinistra.

 

 

LA FINE DI UN OMUNCOLO

silvio

Per tutto c’è un tempo ed un’occasione propizia. Con il treno passa anche la chance. Berlusconi ha perso troppe volte l’opportunità di dire agli italiani come stavano realmente le cose e di agire di conseguenza.

Ha anteposto le sue paure alle angosce generali, la sua pelle al corpo collettivo, i suoi profitti alla ricchezza nazionale, l’amore per i figli a quello per il suo Paese.

Aveva tutto il diritto di difendersi dalla persecuzione dei suoi aguzzini, ma, come uomo di Stato, aveva il dovere di farlo su un piano più elevato. Poteva volteggiare come un’aquila ed ha svolazzato a mezza altezza come una quaglia.

Cattivo marito o un buon padre di famiglia, non saremo noi a stigmatizzare la sua condotta nel focolare domestico. Tanti potenti sono stati empi e laidi, deboli con se stessi, fiacchi nel pentimento, ma forti con lo spirito della loro epoca e irreprensibili coi loro simili.

Nessuno si sognerebbe di giudicare uno statista per i suoi vizi privati finché dimostra le sue virtù pubbliche. Non è, ovviamente, il caso di Berlusconi che avrebbe potuto ma non ha saputo e voluto per mancanza di fegato e di coscienza.

Egli non può credere di essere diventato uno statista perché la sua vita famigliare è un disastro. Nella sfera pubblica ha fallito su tutta linea, creando false aspettative e disattendendo ogni speranza. Gli eventi lo avevano investito di un compito grandioso, così monumentale da poterne fare carne per una statua di marmo con le braccia in croce.

Non era attrezzato al sacrificio in nome dell’Italia pur avendo declamato, a chiacchiere, il suo immenso amore per la nazione. Si era esercitato alla finzione con un esercito di sgualdrine immaginando che la Repubblica potesse diventare un’altra delle sue battone. Ora che è stato punito afferma che vuol resistere e non vuol mollare per una coerenza che non ha mai dimostrato in passato. Denuncia le trame e le spoliazioni contro Roma da parte degli eserciti stranieri con la complicità di sciacalli nostrani.

Queste frasi dette da lui sembrano ormai lo scherzo dell’asino che vola. E non si illuda che sia la Storia, prima o poi, a restituirgli ciò che la malagiustizia gli ha tolto. Quest’ultima si accanisce con chi non si piega, la prima si dimentica di chi si piega. Decada lui e i suoi filistei, pro e contro.

 

DESTRA E SINISTRA SONO DUE PUNTI NELLO SPAZIO SOCIALE DAI QUALI PASSA UN SOLO RETTO, IL NOSTRO

SudItaliabordello

Il gabinetto Letta è la continuazione di quello Monti con altri dementi o delinquenti. Fate voi che tanto una opzione non esclude l’altra e tutte e due fanno una certezza.

I sistemi per percuotere la popolazione sono stati edulcorati ma le finalità e i principi guida non sono mutati: occorre fare dell’Italia un’appendice geografica, priva di peso internazionale e di forza decisionale, a disposizione delle potenze occidentali e dei loro disegni mondiali.

Persino i partiti che lo sostengono sono gli stessi di ieri, anche se più deviati e sbandati di prima, così come intonsa persiste quella suprema volontà quirinalizia che ha sancito la nascita e la sussistenza di questo e di quell’altro esecutivo, beffandosi della fantomatica democrazia, del voto degli elettori e della tanto declamata sacralità costituzionale.

E’ ormai una corsa ad ostacoli per raggiungere un equilibrio centrista dopo l’esaurimento di una lunga fase di personalismo, pro e contro Berlusconi, che ha sfilacciato il tessuto connettivo della società italiana portandoci sull’orlo dell’abisso, una metafora usurata per segnalare l’assenza di segni vitali della Penisola. Adesso, pretenderebbero di chiudere il buco nero ideologico che hanno alimentato per decenni e che rischia di risucchiarli tutti con una mera manovra di palazzo studiata a tavolino tra filibustieri e farabutti di Stato. Vent’anni di surrogazione della politica con moralismo, oltranzismo etico, ubbie democraticistiche, servilismo volontario alla causa europeistica e atlantica, spettacolarizzazione televisiva,  vuotezza di contenuti programmatici, assenza di visione globale, incapacità ed incompetenza organizzativa non possono essere nascosti sotto il tappeto.

Da tempo sosteniamo che destra e sinistra sono due sfumature della stessa presa per i fondelli,  due punti nello spazio sociale dai quali passa un solo retto, il nostro.  Non c’è più dubbio che sia così, tanto che costoro non hanno timore di allearsi alla luce del sole – pur costruendosi intorno fossati di distinzioni fantasmagoriche e muretti di differenziazioni evanescenti – inaugurando compagini allargate di servizio al Paese, che provano a completare il servizio ai nostri danni. Si tratta di accelerare sulla svendita dei tesori pubblici che passa, necessariamente, da un’ulteriore debilitazione della sovranità nazionale e dalla dismissione della sua dignità deliberativa.

 

Diluendo le decisioni, smontando pezzo per pezzo le strutture industriali della nazione, delegando all’esterno i propri doveri e abusando dei loro diritti, annunciando salassi economici per legittimare più modeste ma ripetute ferite allo Stato sociale, in maniera da garantirsi un dissanguamento lento e costante, sperano di guadagnare tempo per la propria sopravvivenza e ugualmente raggiungere quei risultati devastanti che sono stati imposti dai loro padroni internazionali.

 

Per dimostrarvi che questa tattica di terrorismo psicologico sulla popolazione è sempre in atto riporto una notizia fresca fresca. Vogliono ancora impoverirci mettendo mano alle pensioni. Quest’ennesimo annuncio sconvolgente, dopo aver concretizzato una delle riforme più severe d’Europa sulla previdenza sociale, serve a spaventare il volgo, a dissimulare una fucilata al petto per rendere più accettabile un’altra gambizzazione. Naturalmente, stanno cercando di giustificare l’operazione ricorrendo ai sempiterni stratagemmi che fanno andare in brodo di giuggiole gli azionisti dell’equità sociale e i missionari del livellamento censuale. In pratica, propongono di alzare le pensioni minime a 750 euro creando un fondo comune per l’equità previdenziale alimentato da chi percepisce pensioni elevate MA ANCHE DAI CONTRIBUTI VERSATI DAI LAVORATORI.  E’ palesemente una trappola per succhiarci altra linfa. Se ne sta occupando il pluripensionato aureo Giuliano Amato, un impunito della Prima Repubblica che dopo averci regalato l’euro vorrebbe costringerci alla neuro.

Nonostante la morfina di fiducia che di tanto in tanto viene iniettata in una collettività depressa e repressa come la nostra, sparando dati a casaccio su una impossibile ripresa del Belpaese (la quale non è più tanto impedita da una generale  congiuntura sfavorevole essendo, soprattutto, il risultato diretto di una congiura antinazionale) la loro azione liquidatoria del benessere pubblico non conosce sosta. Del resto, non hanno alternative, o recitano la commedia fino in fondo oppure rischiano di finire davanti ai plotoni di esecuzione della Storia. Non ci sarà però sempre uno spread a salvarli e man mano che la situazione si farà più grave la loro fantasia apparirà per quel che realmente è: un raggiro ai danni della comunità.

Al pari, se sperano di coprire quattro lustri di malgoverno, equamente suddivisi tra cdx e csx (almeno nelle volte che si sono avvicendati al potere), riproponendo un intruglio di moderatismo, solidarismo interclassista e interraziale, senso di responsabilità, dottorismo bocconiano, supremazia dirittocivilistica ed altre amenità del genere, a fronte di una disperazione e depauperazione collettiva inarrestabile, il palcoscenico sotto i loro piedi finirà per incendiarsi svelando gli sporchi giochetti dietro le quinte. Speriamo che accada presto ma non dobbiamo illuderci. Senza una scintilla sapientemente alimentata proseguiranno le docce fredde. O ci armiamo di volontà politica critica e implacabile contro i traditori antinazionali o ci attrezziamo per il peggio che non potremo comunque evitare. Il disastro incombe ed il tempo stringe.

IL BAGNO DI SANGUE ED IL BAGNO DI UMILTA’

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La strategia internazionale di Obama è stata disastrosa, ciò a detta degli esperti diplomatici e dei vertici militari e d’intelligence statunitensi. Dal Mediterraneo al Medioriente, dall’Afghanistan all’Iran, dalla Siria all’Egitto, passando per la Libia e per le altre dittature arabo-africane, gli Usa hanno perso terreno e credibilità.

Se prima erano instabilità ed incertezza a regnare su quegli scenari, sempre ribollenti e mai addomesticati del tutto, adesso sono disordine e guerra civile a farla da padroni.

Tuttavia, anche se è vero che gli States perdono posizioni e sono costretti a rimodulare i loro piani, ridimensionando aspettative ed incrementando i tatticismi, non c’è nessuno che se ne avvantaggi realmente. Semplicemente, si ampliano le terre di nessuno e di ognuno, in attesa che il flusso della storia torni a solidificarsi e ricompattarsi intorno ad emergenti o riemergenti luoghi d’influenza e blocchi di potere. L’unica certezza è che la morfologia dei rapporti di forza mondiali non sarà più la stessa ed affioreranno, viepiù, nuovi attori pronti a fare le loro mosse sulla scacchiera globale, erodendo egemonia ai vecchi azionisti della globalizzazione e della supremazia occidentale.

I paesi antagonisti di Washington sono ormai consapevoli che l’unipolarismo è stato consegnato ai fogli stracciati del calendario, che le placche continentali sono in movimento e che vanno ristrutturandosi gli orizzonti di dominanza, da un capo all’altro del pianeta, ma da qui a governare, secondo progettualità definite e disegni chiari, tali processi ce ne passerà ancora molto. Siamo alla deriva, o almeno ci sembra di esserlo, perché non esiste più un punto fisso ed un centro di regolazione evidente.

La crisi economica generale rappresenta l’effetto epidermico di questa situazione e, pertanto, non giungerà a soluzione (per un altro lungo periodo come quello intercorso dalla fine della II G.M. sino al termine della Guerra Fredda) finché non rinasceranno quei poli geopolitici in grado di stabilizzare il campo di battaglia ed organizzare i vari fronti.  I problemi maggiori ricadranno su quelle formazioni sociali che per miopia, mancanza di coraggio e scarsa visione politica, non sapranno autonomizzarsi e riposizionarsi sul palcoscenico dell’orbe in costante trasformazione.

Ovviamente, parliamo in primis dell’Italia che da collettività satellite dell’alleanza atlantica è diventata una mera “residentura” degli affari statunitensi in Europa. Questa sudditanza fuori corso storico deprimerà la nostra già labile sovranità e ci condurrà ad essere terreno di scontri conto terzi, conflitti per interposta potenza dei quali pagheremo (lo stiamo già vedendo) le conseguenze peggiori.

Inutile ribadire che la responsabilità oggettiva di questo sfacelo ricade su una classe dirigente inutile ed incompetente che anziché mettere al centro della sua agenda politica la decadenza italiana e la maniera di evitarla si è concentrata sulla decadenza del cavaliere dai ranghi parlamentari e sulle altre cattive maniere costituzionali degli altri corpi dello Stato. La statura della nostra élite istituzionale corrisponde esattamente a queste sue bassezze moralistiche ed antipolitiche.

Inoltre, con lo scombussolamento degli equilibri geopolitici, inizia anche a saltare l’impalcatura ideologica che aveva caratterizzato la passata fase storica e che aveva consentito agli Usa di far metabolizzare agli altri popoli qualsiasi sua azione, più o meno criminale, con scarse conseguenze per la sua immagine e poche disapprovazioni al suo modello culturale. Per gli occidentali diventa sempre più complicato far funzionare quella corrispondenza tra sovrastruttura identitaria e prassi politica che fino a ieri non veniva quasi mai messa in discussione. Pare che l’ età dell’impunità e dell’acriticità si sia affievolita.

Per questo molti governi non allineati, di fronte alle improbabili dichiarazioni dell’Amministrazione americana, rispetto, per esempio, a marchiani errori commessi nelle pratiche di esportazione della democrazia, con un eccesso di violenza e d’inganno, non esitano più a distanziarsi o a deridere i giochetti verbali degli yankees.

Non da ultimo i giri di parole usati dai leader di Washington per non chiamare col nome corretto il recente golpe in Egitto. Come ha scritto l’analista investigativo Pepe Escobar, si è trattato di un bagno di sangue che non è un bagno di sangue, unicamente perché dietro ai militari egiziani c’erano e ci sono i finanziamenti di Obama. In altre circostanze gli Usa avrebbero cavalcato la neolingua con più prosopopea senza rischiare d’incorrere in contestazioni, si sarebbero lasciati andare senza troppi veli ai soliti frasari al contempo vacui e pirotecnici per impressionare partner suggestionabili. Da qualche annetto ci mettono maggiore circospezione perché le macchie di ridicolo sulla loro reputazione non vanno via così agevolmente come prima.

Un capitolo di un libro di Michael Farquhar, dedicato alle grandi truffe che hanno cambiato la storia, si intitola “Dieci esempi eccellenti di moderna doppiezza americana”. Qui possiamo trovare le origini di alcune locuzioni usate dagli americani per edulcorare i loro terribili comportamenti:

Danno collaterale: uccisione di civili innocenti

Ricercati ufficialmente morti: assassinio

Scissione energetica: esplosione nucleare

Rappresaglie aeree protettive di durata limitata: bombardamento di villaggi

Artiglieria intemperante: bombe finite per errore su scuole o ospedali

Difesa attiva: invasione

Potremmo proseguire con altre definizioni come guerra umanitaria al posto di invasione unilaterale ecc. ecc., in ogni caso arriveremmo agli ultimi fatti del Cairo dove il bagno di sangue non è un bagno di sangue esclusivamente perché qualcuno dalle parti della Casa Bianca non vuole prendere atto delle necessità di fare un bel bagno di umiltà e di realismo geopolitico.

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