La fase multipolare e l’accentramento dei poteri. Di Luigi Longo

Multipolarismo imperfetto (2)

Multipolarismo imperfetto (2)

Multipolarismo imperfetto, dipinto di P. Audia.

[…] la legge è fatta esclusivamente per lo sfruttamento di coloro che non la capiscono, o ai quali la brutale necessità non permette di rispettarla. E chi vuole cavare la sua briciolina da questo sfruttamento, deve attenersi strettamente alla legge.

Bertolt Brecht*

 

 

La fase multipolare

 

 

La fase multipolare sta perdendo la sua mobilità oscillante e si sta avviando con più decisione verso la configurazione di alcune potenze mondiali che siano in grado di competere, nel lungo periodo, con l’attuale potenza mondiale egemone degli USA che dà segni di instabilità. Con l’inizio della fase multipolare è giunto al culmine anche l’ammirazione e l’emulazione del modello statunitense.

Gli antichi spesso usavano la metafora di tipo biologico “ciascun impero o stato aveva la sua gioventù, la sua maturità, la sua vecchiaia”(1); i contemporanei parlano di crisi caratterizzata dalla fase di transizione egemonica (crisi-caos) alla fase della nuova egemonia (nuovo ordine) da parte di un nuovo stato-potenza o del riproporsi in forme nuove del vecchio stato-potenza egemonico (2).

Le potenze mondiali sono la Russia e la Cina che potrebbero mettere in discussione il dominio unipolare degli USA per un mondo multipolare. Gli USA temono in particolare la Russia, sia per ragioni storiche ( è il principale successore dell’ex Unione Sovietica implosa nel 1990-1991 ed è la protagonista di quasi mezzo secolo di guerra fredda), sia per ragioni pratiche ( per il suo potenziale arsenale militare soprattutto nucleare), sia per ragioni teoriche ( vedi la grande scacchiera di Zbigniew Brzezinski), sia per ragioni politiche ( è portatrice di una visione differente di società).

Gli USA-NATO stanno preparando con la servitù volontaria degli stati europei << il più grande rafforzamento militare ai confini della Russia dai tempi della Seconda Guerra Mondiale[…] in Asia, il Pentagono manda navi, aerei e forze speciali nelle Filippine per minacciare la Cina. Gli USA circondano già la Cina con centinaia di basi militari che formano un arco dall’Australia, e attraversano l’Asia fino all’Afghanistan. Barack Obama questo lo chiama un “pivot” >> (3). Ciò è da leggere non come possibili eventi bellici su grande scala nel breve periodo, ma come mosse tattiche-strategiche perchè attraverso << […] una guerra minacciata e non agita si raggiungono diversi risultati: 1) il complesso scientifico-militare-industriale tira come se fosse in guerra con evidenti benefici economici interni anche in funzione dell’export (Obama toglie l’embargo al Vietnam ed invita tutti gli alleati a spendere di più per gli armamenti, apposta essendo il principale fornitore della merce e l’ultimo G7 tende a sdoganare la ripresa degli “investimenti statali” con tanto di paper IMF che riconsidera i meriti del neoliberismo e suggerisce un po’ di keynesismo giudizioso); 2) gli “alleati” riottosi, sono spinti a superare le proprie resistenze da una continua escalation delle tensioni e con ciò sottratti al dialogo col nemico e riportati nel recinto amico; 3) i nemici, sono costretti a competere nell’escalation degli investimenti militari e con ciò, rallentare il loro sviluppo economico (Cina) o rischiare di diventare una leadership che non dà benessere (Putin) e come tale, che perde consenso sociale e quindi, prima o poi, da cambiare. Poiché ogni potenza è formata da stratificazioni interne di diversi interessi, alcune parti del complesso militar industriale russo o cinese, potrebbero avere cieco interesse a seguire questa escalation poiché dà a loro, nel gioco del potere interno, più centralità e forza. Si notano quantità crescenti di minacciosi articoli, libri, dichiarazioni di militari o esperti occidentali che è evidente parlano alle loro controparti russe e cinesi, proprio per riscaldarle e dar loro materiale col quale allarmare le proprie leadership politiche. Ne consegue una possibile deduzione ipotetica: ogni parola in più spesa nell’aumentare l’isteria da guerra imminente, fa il gioco americano di alimentare l’escalation e con ciò, irrigidire le relazioni internazionali affinché il tempo rallenti, affinché i nemici siano paralizzati dallo sforzo di difesa e gli amici riottosi, congelati nel “o di qua o di là”. La guerra ibrida è calda nelle minacce e fredda nell’esito >> (4).

Gli USA hanno chiesto e ottenuto un aumento della << […] spesa militare dei Paesi europei che fanno parte della Nato [e] aumenterà quest’anno per la prima volta dopo quasi un decennio. Non sono stati diffusi dati ufficiali ma è certo – come ha affermato il segretario generale dell’Alleanza Atlantica Jens Stoltenberg – che le tensioni, non solo economiche, con la Russia di Vladimir Putin e la crisi dei migranti stanno facendo aumentare i problemi di sicurezza in tutto il continente. «Le previsioni per il 2016, sulla base dei dati preliminari che ci hanno fornito le Nazioni alleate, mostrano che ci sarà per la prima volta, dopo molti, molti anni, un incremento delle spese tra i Paesi europei», ha detto Stoltenberg in un’intervista al Financial Times. Una svolta ancora più significativa in vista del vertice che si terrà a luglio in Polonia per decidere i movimenti delle truppe Nato ai confini con la Russia […] Nel 2015 gli alleati europei nella Nato hanno speso per la difesa 253 miliardi di dollari contro i 618 miliardi spesi dagli Stati Uniti. Per rispettare l’accordo che prevede una spesa minima pari al 2% del Pil, i Paesi europei dovrebbero aumentare di 100 miliardi il loro budget militare annuale. Il loro contributo attuale si ferma infatti all’1,43% del prodotto interno lordo >> (5).

En passant: storicamente non esiste una Europa come soggetto politico autonomo << Nel corso dell’Ottocento, un secolo di pace (1815-1914) dopo venticinque anni di guerre ai tempi della Rivoluzione e dell’Impero, l’Europa si stabilizza con un ordine interno fondato sul fragile equilibrio diplomatico e militare fra stati in competizione economica. Il fallimento di Napoleone conferma un dato che sarà riconfermato nuovamente dal fallimento di Hitler: i paesi europei rifiutano una unificazione che preluda o prenda le forme di un impero egemonico. Il loro modello consiste in una organizzazione pluralistica di stati che dovrebbero coincidere con altrettante “identità nazionali”[…] >> (6) e << L’Unione Europea [a partire dal secondo dopoguerra con l’egemonia mondiale USA, mia specificazione] non sarebbe mai diventata tale se non fosse stata il progetto, pensato, finanziato e guidato segretamente dagli Stati Uniti, di uno Stato Federale europeo politicamente a loro legato, per non dire vassallo degli Usa, come è emerso da documenti alcuni venuti alla luce nel 1997, altri desecretati nel 2000 grazie a un ricercatore della Georgetown University di Washington, Joshua Paul. Un piano volutamente portato avanti sotto traccia e gradualmente dal dopoguerra a oggi, fino all’accordo economico transatlantico siglato nel 2007, mai ricordato […] concretizzatosi nel poco discusso e non ancora ratificato TTIP.

A rilanciare questa narrazione – già oggetto nel 2000 di un breve articolo del Telegraph di un giovane Ambrose Evans-Pritchard [ è stato] […] soprattutto […] un libro inglese divenuto un best seller (Christopher Brooker , Richard North, The Great Deception. A Secret History of the European Union, Continuum 2003 […] >> (7).

Non sto parlando di un mondo multipolare dove le relazioni sociali dei Paesi sono determinate dalla maggioranza delle popolazioni, no, sto parlando di un mondo multipolare dove le relazioni sociali dei Paesi sono determinate dalle strategie degli agenti dominanti del conflitto strategico mondiale (8).

Se leggiamo la storia mondiale divisa, nell’accezione lagrassiana, in tre grandi fasi, unipolare, multipolare e policentrica, dobbiamo ragionare sulle diverse strategie di dominio nelle diverse fasi: unipolare, dove prevale un dominio basato sul consenso e sulla “democrazia” ( rispetto formale della Costituzione); multipolare, dove prevale un dominio basato su una forte riduzione della democrazia e si preparano nuove forme di istituzioni per l’accentramento del potere-dominio ( modifica della Costituzione); policentrica, dove prevale la forza del dominio con annullamento della democrazia attraverso varie fasi di eccezione (sospensione della Costituzione).

La fase unipolare è caratterizzata dalla prevalenza delle varie sfere, economica, politica, istituzionale e culturale, con processi di crescita, di sviluppo e di allargamento della democrazia (il nuovo ordine con un centro di coordinamento mondiale dopo la fase policentrica).

Le fasi multipolare (caratterizzata dalla altalena della crisi d’epoca) e policentrica comportano una prevalenza delle varie sfere, politica, istituzionale e militare nella direzione di un accentramento istituzionale e territoriale del dominio (la formazione delle potenze mondiali e lo scontro decisivo per l’egemonia mondiale).

E’ importante, a mio avviso, capire il peso delle sfere sociali ( una sorta di fascio di luce che illumina l’insieme della formazione economico-sociale) e la costituzione degli agenti strategici egemoni (dominio), espressioni del potere degli agenti strategici delle varie sfere, che decidono le strategie politiche di un Paese e le relazioni nelle gerarchie di dominio nelle suddette fasi storiche mondiali. Da qui è possibile costruire la filiera del dominio delle relazioni mondiali con il centro di coordinamento ( fase unipolare), con le diverse potenze mondiali (fase multipolare) e con i blocchi determinatisi delle potenze mondiali nel conflitto per la egemonia mondiale (fase policentrica). Altrimenti, se così non fosse, si rischierebbe di ricadere sempre nella sfera economico-finanziaria (logica economicistica) delle relazioni sociali ( impresa, area di influenza economica, approntamento di infrastrutture, relazioni finanziarie, eccetera) che è importante come strumento non come decisione strategica determinante per un disegno egemonico soprattutto nelle fasi multipolare e policentrica.

Per esempio, è la logica economicistica che ha fatto dire allo storico Angelo Del Boca e alla leader del Front National francese, Marine Le Penn, che la responsabilità della distruzione della Libia è stata della Francia. Essi hanno visto i processi economico-finanziari della Francia ma non i processi strategici della potenza mondiale egemone USA.

 

 

L’accentramento dei poteri

 

 

E’ da tempo che i Paesi dell’Europa hanno messo mani alle loro Costituzioni intese come cornice formale dei fondamenti della società basata sul modo di produzione capitalistico ( tutto da ri-definire e ri-elaborare) (9). Lo hanno fatto non per consentire una profonda e reale partecipazione della maggioranza del popolo alle decisioni che regolano la vita di un Paese, ma lo hanno fatto su mandato della Commissione Europea (una istituzione che non rappresenta direttamente nè il Parlamento Europeo eletto dalle popolazioni europee nè il Consiglio Europeo) (10) a servizio delle strategie dei predominanti USA e dei subordinati europei gerarchicamente intesi ( la Germania, il maggiordomo della servitù, la Francia, eccetera).

Non leggerò le modifiche delle Costituzioni dei Paesi europei a partire dalla introduzione nei rispettivi ordinamenti delle politiche europee sul patto di bilancio europeo (Fiscal Compact), sul pareggio di bilancio e sulla riduzione del debito pubblico, leggerò, invece, brevemente, a partire dalla riforma della Costituzione italiana che sarà l’oggetto del referendum di Ottobre prossimo, la questione dell’accentramento dei poteri istituzionali e territoriali in funzione delle strategie USA (11). Brevemente: le suddette politiche europee, queste politiche europee!, recepite dai parlamenti nazionali, hanno realmente stravolto illegalmente le Costituzioni che, oltre a segnare un elevato degrado sociale nazionale ed europeo, hanno portato soprattutto nelle nazioni deboli ( esempio la Grecia, ma non solo) devastazione sociale, economica, politica e culturale. E’ la strategia del divide et impera degli USA, è l’americanizzazione delle costituzioni che passa attraverso i Trattati dell’EU ( dal Trattato che istituisce la Comunità europea dell’acciaio e del carbone al Trattato di Lisbona) e gli Accordi commerciali di nuova generazione tra USA e UE (TTIP). L’americanizzazione della vita materiale nazionale ed europea è già avvenuta e per dirla con Raimondo Luraghi, americanista, storico militare e combattente partigiano pluridecorato, << Gli Stati Uniti appaiono, nel mondo di oggi, una realtà onnipresente: non solo essi sono una delle superpotenze da cui dipende l’avvenire dell’umanità (e, invero, data la terrificante capacità distruttiva delle armi moderne, la sua stessa esistenza): ma le teorie scientifiche, i processi tecnologici, i condizionamenti culturali, i modelli di comportamento americani penetrano, per il bene come per il male, tutta la nostra vita, influenzandola assai più di quanto comunemente non appaia >> (12).

L’Italia è l’anello debole dei Paesi dell’UE, ma è fondamentale per la sua geografia, per il suo territorio, per le sue città dove sono localizzate le basi NATO-USA e le infrastrutture tecnologiche militari avanzate, funzionali alle strategie USA sia in Europa, sia nel Mediterraneo, sia nel vicino Medio Oriente. E’ questo ruolo determinante che i nostri sub-dominanti devono garantire ai pre-dominanti USA e mai come adesso nella storia della Repubblica italiana si è vista una perdita così pesante di sovranità e di democrazia sovrana (13). E’ questo l’obiettivo prioritario della riforma costituzionale cioè la codifica del rafforzamento del potere esecutivo su quello legislativo in modo da accelerare e restringere la catena del comando degli agenti sub-dominanti italiani in funzione delle strategie dei pre-dominanti statunitensi per gli scenari che si andranno a configurare nella fase multipolare. La nuova legge elettorale, le modifiche della Costituzione, l’elezione del Presidente della Repubblica, dei giudici della Corte Costituzionale e dei componenti del Consiglio Superiore della Magistratura, la revisione del Titolo V della Parte II della Costituzione, eccetera, vanno inquadrate nel ruolo che si configura all’Italia nella fase multipolare per cui il vero problema è quello della sovranità reale e della democrazia sovrana reale.

Per cui attardarsi sulla forma istituzionale senza collegarla alla sostanza è fuorviante e non fa capire, per esempio, perché un Presidente della Repubblica ha avallato l’invasione e la distruzione della Libia; così come attardarsi sul meccanismo del controllo e bilanciamento reciproco ( detto con chiarezza nella nostra bella lingua italiana anzichè “Check and balance”, in piena servitù linguistica!) dei poteri non fa capire che è una illusione storica, come ha chiarito molto bene Louis Althusser (14), perché il blocco sociale dei sub-agenti dominanti egemoni include tutti i poteri degli agenti dominanti di tutte le sfere della società, inclusa la Magistratura.

La cornice della Costituzione, che regola le relazioni e i rapporti sociali del Paese con la farsa delle categorie eterne, (per usare una categoria di Petr I. Stucka giurista e ministro della giustizia della rivoluzione russa), dei diritti e doveri tra rapporti sociali asimmetrici e lo scarto con la realtà materiale dei rapporti sociali, è cambiata da tempo, da molto tempo! nella sostanza; attardarsi a difendere la Costituzione nata dalla Resistenza è una offesa ai caduti della Resistenza che certamente non hanno combattuto e dato la vita per questa Costituzione ma l’hanno data per nuove relazioni sociali, per nuovi rapporti sociali, per un alto ideale di vita e di Nazione.

 

A questo punto, a comprova del suddetto ragionamento riporto una sintesi, con notarelle critiche, delle relazioni tenute dal nuovo presidente della Confindustria (che è luogo di costruzione della filiera del dominio attraverso l’intreccio inestricabile del potere privato-pubblico) e dal nuovo Ministro dello Sviluppo economico del Governo, relazioni tenute a Roma all’Assemblea del 26 maggio scorso.

Vincenzo Boccia ha precisato le linee strategiche della Confindustria:

 

  1. La fine della ideologia del “piccolo è bello”. << L’industria del futuro richiede dimensioni adeguate. Per questo dobbiamo crescere. Crescere deve diventare la nostra ossessione. Il nostro dovere, la nostra responsabilità verso il Paese. Ricordando a tutti, a partire da noi stessi, che “piccolo” non è bello in sé, ma è solo una fase della vita dell’impresa. Si nasce piccoli e poi si diventa grandi >> (pag.7).
  2. Il ripensare l’impresa con le nuove tecnologie digitali (innovazione 4.0), che vengono confuse con le stesse portate dalle precedenti tecnologie industriali, risultato di rivoluzioni scientifiche e tecnologiche, in termini di sviluppo e di salto dell’insieme delle relazioni nazionali e mondiali (15), e un timido tentativo di reazione al dominio delle banche. <<[…] lavoreremo affinché al programma “Elite” di Borsa Italiana partecipi un numero molto più ampio di imprese, un numero che deve passare da poche centinaia a diverse migliaia. Alle banche, però, vogliamo strappare una promessa. Quella di tornare dentro le imprese, a parlare con noi imprenditori. Nei nostri capannoni, non nei vostri uffici. Dovete vedere quello che produciamo, come lo produciamo e con quali persone. Venite a conoscere gli asset intangibili: per esempio, i rapporti con i clienti e i fornitori, il management, i brevetti, i marchi, la nostra reputazione, le relazioni con il territorio, le reti commerciali, i contratti di secondo livello che rilanciano la produttività. Sono elementi qualitativi che vanno valutati al pari delle voci quantitative del bilancio e voi dovete assumervi questo rischio e questa responsabilità >> ( pp.7-8).
  3. Lo sviluppo dell’impresa è pensato solo nei settori tradizionali del cosiddetto “made in Italy” tenendo fuori i settori della nuova ricerca scientifica e tecnologica e non pensando minimamente alle imprese strategiche del Paese. << Dimensione qualitativa significa anche statura internazionale: portare i nostri prodotti e i nostri servizi nel mondo, intercettando quella classe media che nei nuovi mercati si allarga e apprezza sempre di più il “bello e ben fatto” italiano. Per questo importante obiettivo dobbiamo mettere insieme tutti gli attori, pubblici e privati, in un progetto strategico per accompagnare il Made in Italy all’estero, rafforzando i servizi di assicurazione e di finanziamento. Sull’internazionalizzazione molto è stato fatto, andiamo avanti in questa direzione >> (pag.9).
  4. La produttività del Paese è pensata sempre e solo dal lato del costo del lavoro come se per una impresa fosse determinante il livello di sfruttamento, inteso nell’accezione marxiana, dei lavoratori e delle lavoratrici e non invece la sua capacità politica-strategica, la sua strategia di processo e di prodotto, la sua abilità di penetrazione nei mercati, il suo livello di R&S, il suo saper fare e creare reti territoriali, eccetera.<< La variabile decisiva per le nostre imprese è la produttività. E nell’andamento della produttività c’è la causa della lenta crescita Due numeri sono da tenere bene a mente: dal 2000 a oggi la produttività nell’intera economia è salita dell’1% in Italia, contro il 17% dei nostri maggiori partner europei. Nel manifatturiero i distacchi aumentano: +17% da noi, +33-34% in Germania e Spagna, +43% nel Regno Unito e +50% in Francia. Il nodo da sciogliere è qui. Siamo tutti chiamati in causa: la produttività, infatti, è il frutto delle azioni e dei comportamenti dell’intero Paese. Tutti, dunque, dobbiamo impegnarci allo spasimo per ristabilirne una tendenza adeguata alle nostre potenzialità e alle opportunità offerte dalle tecnologie e dai nuovi mercati. Su un punto, però, vogliamo subito fare chiarezza, per rispondere a chi sostiene che sia mancato lo stimolo dell’aumento del costo del lavoro a cercare maggiore efficienza e a innalzare il valore dei nostri prodotti. Al contrario, il costo del lavoro è aumentato più che in altre economie: nel manifatturiero, sempre dal 2000, è salito del 56% in Italia, rispetto al 58% di Francia e Spagna, il 55% del Regno Unito e il 36% della Germania. In base a questi numeri, dovremmo essere campioni di produttività. Consideriamo da sempre lo scambio “salario/produttività” una questione cruciale e crediamo che la contrattazione aziendale sia la sede dove realizzare questo scambio >> ( pp.9-10).
  5. L’attacco a quello che resta dello stato sociale e la privatizzazione, nonché la corporativizzazione sociale, dei servizi fondamentali per la tutela e la salute della popolazione. << I mutamenti sociali degli ultimi decenni sono evidenti a tutti: gli italiani sono sempre più anziani, i nuclei familiari più fragili, le esigenze di salute in aumento. Conciliare lavoro e vita privata è puro equilibrismo. Come sanno le colleghe imprenditrici sedute qui in sala, che lavorano e accudiscono i figli, tenendo le redini di casa e azienda. Spesso, sono più capaci di riconoscere nei collaboratori la loro stessa fatica e di intuirne le Alla luce di questi cambiamenti sociali, e consapevoli che lo Stato andrà via via restringendo il proprio raggio di azione nelle politiche sociali, il welfare aziendale ( corsivo mio) rappresenta per noi una grande sfida >> ( pag.13).
  6. La lettura economicistica della crisi attuale paragonata per analogia a quella della grande crisi del ’29, invece di leggere l’attuale crisi come crisi d’epoca che trova la sua analogia con la lunga crisi di fine secolo XIX (1873-1895), una lunga fase multipolare che sfociò nella fase policentrica mondiale con la prima grande guerra (16). << L’aumento delle disuguaglianze dentro i paesi avanzati è una delle cause ultime della crisi. La crescita globale non si consolida. Il Fondo Monetario Internazionale ha da poco abbassato ulteriormente le proprie stime. Gli esperti parlano di “stagnazione secolare”. È una diagnosi che riporta indietro le lancette dell’orologio a un’era che non vogliamo rivivere: gli anni Trenta e il mondo aveva davanti a sé scenari tetri. Lo stallo non è soltanto economico, è anche politico. Soprattutto politico. L’Europa sembra scricchiolare. Il prossimo 23 giugno il Regno Unito sceglierà se restare o meno all’interno dell’Unione europea. Se decidesse di no, sarebbe il primo paese a lasciare. Le conseguenze di questa scelta sono difficilmente immaginabili. In caso di “Brexit” a essere indebolita sarebbe la credibilità stessa del progetto europeo. Da quel momento in poi, ciascuno Stato potrebbe decidere di sfilarsi, se non ritenesse esaudite le proprie richieste. Un effetto domino da scongiurare. Oggi l’Europa ci appare fredda, astratta, capace soltanto di imporre sacrifici e rigore. Non era così meno di 25 anni fa. L’età di molti dei nostri figli. Nel 1992 Jacques Delors lavorava per far nascere il Mercato Unico e al Parlamento europeo affermava: “La nostra ambizione è sempre stata una società più accessibile per tutti. È con questo obiettivo che l’Europa rimarrà fedele al suo modello di società, alla sua tradizione di apertura e di generosità”. Quella era l’Europa per la quale ci siamo battuti. E quell’Europa esiste A ricordarcelo sono i migranti che, a centinaia di migliaia, fuggono dalle guerre e dalla miseria. Ai loro occhi l’Europa possiede quei valori che noi abbiamo dimenticato: stabilità, benessere, pace. La loro sofferenza risveglia in noi la memoria storica, che abbiamo smarrito nel corso delle generazioni. Papa Francesco, il Papa venuto da lontano, pochi giorni fa ha detto: “Sogno un’Europa in cui essere migrante non sia un delitto, bensì un invito a un maggior impegno con la dignità di tutto l’essere umano”. La libera circolazione è, anzitutto, delle persone. Schengen è una conquista di civiltà, rinunciarvi sarebbe imperdonabile. Dobbiamo, dunque, opporci con tutte le nostre forze alla costruzione di muri, che siano fatti di filo spinato o di posti di blocco, che siano fra la Serbia e l’Ungheria oppure fra l’Austria e l’Italia. Chiudere il Brennero è come bloccare un’arteria: causerebbe un infarto. Ricordando che, poco meno di trent’anni fa, noi in Europa i muri li abbattevamo! >> (pp.14-15).
  7. La riforma Costituzionale come accentramento dei poteri e delle istituzioni con le loro articolazioni territoriali ( il clero universitario regolare è già al lavoro per il loro accentramento) (17). << Molte e complesse, dunque, sono le azioni da intraprendere in seno all’Europa e in questo processo l’Italia deve poter giocare un ruolo all’altezza della sua storia e dell’Europa che sogniamo. Questo ci obbliga a essere responsabili e a proseguire con forza sulla strada delle riforme. Perché non può esistere un capitalismo moderno senza una democrazia moderna, senza Istituzioni moderne. Solo così possiamo tornare a essere un Paese autorevole, capace di dialogare alla pari con gli altri. A Bruxelles come in ogni sede Per noi le riforme non hanno un nome, ma un oggetto. Non conta chi le fa, ma come sono fatte. E se noi le condividiamo, le sosteniamo. Le riforme non sono patrimonio dei partiti, ma di tutti i cittadini. E quindi anche nostro. Appartengono alla nostra storia di Confindustria fin dagli

anni Novanta. Le riforme sono la strada obbligata per liberare il Paese dai veti delle minoranze e dai particolarismi, che hanno contribuito a soffocarlo nell’immobilismo. Le riforme possono inaugurare una grande stagione della responsabilità, nella quale chi governa sceglie e prende decisioni e il consenso si misura sui risultati. Confindustria si batte fin dal 2010 per superare il bicameralismo perfetto e riformare il Titolo V della Costituzione. Con soddisfazione, oggi, vediamo che questo traguardo è a portata di mano >> (pp.18-19).

 

Carlo Calenda ha tracciato le linee guida del Governo, che si intrecciano e si completano con quelle della Confindustria, che si possono così sintetizzare:

  1. << Al populismo non si può dunque rispondere che rafforzando la nostra

capacità di reazione alle sfide globali. Per portare i nostri ideali nella realtà di un mondo più duro e difficile occorrono una governance forte e politiche più

orientate al realismo. Questo vale in particolare per la politica commerciale dell’Unione oggi paralizzata dalla incapacità degli stati membri di fronteggiare l’inquietudine dei propri cittadini. Dobbiamo invece spiegare che solo attraverso la costruzione di una alleanza economica tra paesi che accettano le stesse regole e standard elevati, potremo finalmente riprendere il timone della

globalizzazione. Di questo progetto l’accordo transatlantico, il TTIP, è l’asse

portante ( corsivo mio). Non possiamo perdere questa occasione >> (pp. 4-5).

  1. << Tra il populismo di chi strumentalizza le paure dei cittadini per rifiutare le sfide della modernità; e l’idealismo di chi non riesce ad affrontare la realtà per paura di perdere i propri ideali, esiste una diversa strada che dobbiamo percorrere: quella di una politica coraggiosa e assertiva e di istituzioni veloci

e reattive ( corsivo mio). Per questo il tema della riforma delle istituzioni è oggi così centrale: in Italia e in Europa ed è, in entrambi i casi, alla base di ogni seria politica sulla competitività. Sulla riforma dello Stato in Italia ci giochiamo una partita cruciale. Non possiamo più rimanere in balia dei veti locali quando si parla di infrastrutture fondamentali o avere processi legislativi infiniti ( corsivo mio). Affrontare così la competizione internazionale è impossibile! Il referendum serve per far diventare i cittadini, e non Renzi, padroni dell’Italia >> (pp.5-6).

  1. << Le iniziative che metteremo in campo possono essere ricondotte a due filoni: le politiche industriali attive e le politiche per la produttività totale dei fattori. Per quanto riguarda le prime i tre assi fondamentali di investimento saranno innovazione, internazionalizzazione e crescita dimensionale. L’innovazione avrà come perno il nuovo manifatturiero, quell’Industria 4.0 di

cui molto si parla ma che per ora ha prodotto poche iniziative concrete, e non

solo in Italia […] Sull’internazionalizzazione potenzieremo il piano straordinario per il Made in Italy [..]. Gli USA rimarranno il paese su cui investiremo di più. L’anno scorso è stato per le nostre esportazioni un anno record >> (pp.9-10).

  1. << Aumenterò poi l’impegno sull’attrazione di capitale di crescita e investimenti diretti esteri. Su questo punto desidero essere chiaro. Per me un’azienda è italiana quando opera in Italia.

La proprietà dell’impresa riguarda l’imprenditore, l’attività di impresa riguarda

anche la società. Io non devo difendere l’italianità delle imprese ma le

imprese italiane. Che è cosa ben diversa >> (pag.11).

 

Riporto, infine, un passo di Niccolò Macchiavelli perché, parafrasando Karl Marx, (18) sono sorpreso di trovare nelle cose più antiche le cose più recenti: << Considerato dunque tutte le cose di sopra discorse e pensando meco medesimo se al presente in Italia correvano tempi da onorare uno nuovo principe, e se ci era materia che desse l’occasione a uno prudente e virtuoso d’introdurvi forma che facessi onore a lui e bene alla università delli uomini di quella, mi pare concorrino tante cose in benefizio di uno principe nuovo che io non so qual mai tempo fussi più atto a questo. E se,come io dissi, era necessario, volendo vedere la virtù di Moisè, che il populo d’Isdrael fussi stiavo in Egitto, e a conoscere la grandezza dello animo di Ciro ch’è persi fussino oppressati da’ medi, e la eccellenza di Teseo che li ateniesi fussino dispersi, così, al presente, volendo conoscere la virtù di uno spirito italiano, era necessario che la Italia si riducessi ne’ termini presente e che la fussi più stiava che li ebrei, più serva ch’è persi, più dispersa che gli ateniesi: sanza capo, sanza ordine, battuta, spogliata, lacera, corsa, e avessi sopportato d’ogni sorte ruina.

E benché insino a qui si sia mostro qualche spiraculo in qualcuno da potere iudicare ch’è fussi ordinato da Dio per sua redenzione, tamen si è visto come di poi, nel più alto corso delle azioni sua, è stato da la fortuna reprobato in modo che, rimasa come sanza vita, aspetta quale possa essere quello che sani le sua ferite e ponga fine a’ sacchi […] Vedesi come la priega Iddio che li mandi qualcuno che la redima da queste crudeltà e insolenze barbare; vedesi ancora tutta pronta e disposta a seguire una bandiera pur che ci sia uno che la pigli >> (19).

Gianfranco La Grassa, nel suo scritto << Si contano gli alberi: e la foresta? >> (20), così concludeva << Il risanamento non è per nulla certo; e, se ci sarà, avrà tempi assai lunghi. Risalta in ogni caso con forte drammaticità l’assenza di una forza politica, che abbia almeno il proposito di iniziare una cura. D’altra parte, nessuna cura sarà mai apprestata se non si parte da un corretto ripensamento critico dell’esperienza “democratica”, che ha creato, dopo 70 anni, il deserto nei cuori e nei cervelli di una popolazione allo sbando >> già,[…] occorre un moderno principe sessuato gramsciano all’altezza dei tempi […].

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

*L’epigrafe riportata è tratta da Bertolt Brecht, Teatro. L’opera da tre soldi, Einaudi, Torino, 1978, Volume primo, pag. 481.

 

 

NOTE

 

 

1.Greg Woolf, Roma. Storia di un impero, Einaudi, Torino, 2014, pag. XIV; si veda anche Carlo M. Cipolla, Le tre rivoluzioni e altri saggi di storia economica e sociale, il Mulino, Bologna, 1989, pp.209-224.

2.Giovanni Arrighi, Beverly J. Silver, Caos e governo del mondo. Come cambiano le egemonie e gli equilibri planetari, Bruno Mondadori, Milano, 2003.

3.John Pilger, Mettere tutto a tacere nell’America che si prepara alla guerra in www.sakeritalia.it, 30 maggio 2016, pag.2. Si veda anche The Saker, La Russia si sta preparando alla terza guerra mondiale in www.sakeritalia.it, 29 maggio 2016; Manlio Dinucci, Escalation USA contro la Cina in il Manifesto del 1 giugno 2016.

4.Pierluigi Fagan, Termodinamica delle relazioni internazionali in www.megachip.globalist.it, 04/06/2016.

5.Luca Veronese, Nato, torna a crescere (dopo 10 anni) la spesa militare dei Paesi europei in il Sole 24 Ore del 31 maggio 2016.

6.Perry Anderson ed altri, a cura di, Storia d’Europa, Einaudi, Torino, 1993, Volume I, pag. XXVIII. Si veda anche di Ludwig Dehio, Equilibrio o egemonia. Considerazioni sopra un problema fondamentale della storia politica moderna, il Mulino, Bologna, 1988.

7.Maria Grazia Ardizzone, L’UE dalle origini al TTIP. Le operazioni segrete Usa per dar vita a uno Stato Federale Europeo in www.ariannaeditrice.it, 3 giugno 2016.

8.Gianfranco La Grassa, Navigazione a vista. Un porto in disuso e nuovi moli, Mimesis/Eterotopie, Milano-Udine, 2015.

9.Su questi temi si rimanda ad una vecchia lettura di Ugo Rescigno, tutta interna alla logica di un marxismo economicistico, Costituzione italiana e stato borghese, Savelli, Roma, 1975.

10.La Commissione Europea è << […] un gruppo o “collegio” di commissari, uno per ciascun paese […] è il braccio esecutivo politicamente indipendente dell’UE. E’ l’unico organo cui compete redigere le proposte di nuovi atti legislativi europei. Inoltre attua le decisioni del Parlamento Europeo e del Consiglio dell’UE [ ma non è un braccio politicamente indipendente dell’UE?, mia domanda ] >>. Il Consiglio Europeo è formato dai capi di Stato o di governo dei Paesi membri, il presidente della Commissione europea, l’Alto rappresentante per gli affari esteri e la politica di sicurezza. Sulle istituzioni europee e sul loro ruolo si rimanda a www.europa-eu/about-eu/institutions-bodies/index_it.htm .

11.La lettura terrà conto del referendum costituzionale di Ottobre 2016 (i testi, divisi in tre parti, della riforma costituzionale in www.camera.it, www.wikipedia.org, voce Referendum costituzionale del 2016 in Italia), della relazione del Presidente della Confindustria all’Assemblea del 26 maggio 2016 (www.confindutria.it ), della relazione del ministro Carlo Calenda all’Assemblea della Confindustria del 26 maggio 2016 (www.sviluppoeconomico.gov.it ) e della relazione annuale della Banca d’Italia del 31 maggio 2016 (www.bancaditalia.it ).

  1. Raimondo Luraghi, Gli Stati Uniti, Utet, Nuova storia universale dei popoli e delle civiltà, volume sedicesimo, Torino, 1974, pag. XXI.

13.Sul ruolo subordinato dell’UE agli USA, sulla perdita della sovranità nazionale e sul concetto di democrazia sovrana nella fase multipolare si veda Jacques Sapir, La Russia e il “mondo multipolare” in www.ariannaeditrice.it ,6/6/2016.

14.Louis Althusser, Montesquieu la politica e la storia, Savelli, Roma, 1974.

15.<< Rivoluzione comunal-contadina dei secoli XI-XIII, Rivoluzione Scientifica del secolo XVII, Rivoluzione Industriale dei secoli XVIII e XIX: la nostra società contemporanea è stata forgiata da queste tre rivoluzioni legate l’una all’altra da un filo che ex post appare ancor più logico addirittura quasi ineluttabile. Rivalutazione sociale del lavoro sia dipendente che manageriale, connubio della scienza e della tecnica, trionfo del metodo sperimentale e della misurazione quantitativa di precisione, applicazione della ricerca-tecnologica a fini produttivi, fede nella sostanziale bontà dello sviluppo tecnologico e nella libera circolazione delle conoscenze tecnologiche e scientifiche, concentrazione del lavoro e del capitale nella fabbrica, dipendenza dell’intero sistema economico da fonti di energia inanimata ( soprattutto petrolio e carbone): i caratteri dominanti delle nostre strutture mentali, culturali, sociali ed economiche sono il prodotto delle tre Rivoluzioni. Ma la traccia di quelle Rivoluzioni non si esaurisce in Europa. Le tre Rivoluzioni in questione segnarono le tappe di uno sviluppo che si impose via via al resto del mondo >> in Carlo M: Cipolla, op.cit., pag.417.

16.Gianfranco La Grassa è stato uno dei pochi studiosi a capire subito, con il suo paradigma del conflitto strategico, l’analogia dell’attuale crisi d’epoca con quella della lunga fase multipolare della Grande depressione di fine Ottocento.

17.Sul concetto di clero universitario regolare rinvio a Costanzo Preve, Il ritono del Clero. La questione degli intellettuali oggi, Editrice C.R.T., Pistoia1999, pp.27-30. Sulle nuove questioni che propongono l’accentramento territoriale e la riconfigurazione di nuove aree regionali si veda il “progetto Nord” inteso come una “regione multi-nodale del mondo” avanzato dalla Fondazione IRSO (fondata nel 1974 da Federico Butera, ha come partner le maggiori università italiane) in Paolo Perulli e Angelo Picchieri, La crisi italiana nel mondo globale. Economia e società del Nord, Einaudi, Torino, 2010.

18.Marx-Engels, Carteggio, Volume quinto (1867-1869), Editori Riuniti, Roma, 1972, pag.165.

19.Niccolò Macchiavelli, Il principe, a cura di Ugo Dotti, Feltrinelli, Milano, 2011 ( diciassettesima edizione), pp. 227-228.

  1. Gianfranco La Grassa, Si contano gli alberi: e la foresta? In www.conflittiestrategie.it, 8/6/2016.

Intervista a G. La Grassa:”Teoria della società, un nuovo inizio”. (a cura di M. Tozzato)

gianfranco

Sulle “deformità” nei nostri video.

La Grassa preferisce che io stia al suo fianco durante le video interviste. Succede, a volte, che un piccolo urto, magari causato dal passaggio dei gatti, provochi lo spostamento e, quindi il peggioramento dell’inquadratura. Se ci fosse assieme a noi una terza persona si andrebbe meglio. Ma in fondo, tanto per ridere o forse no, le “de-formità” di questi video potrebbero essere considerate una contestazione rispetto alla banalizzazione del mondo e delle cose che con l’avvento definitivo dell’”ultimo uomo” si è pienamente realizzata. Il brillante stile polemico di Petrosillo e la sua capacità di prendere a schiaffi il “politicamente corretto” come anche la critica teorica di La Grassa – che non usa le buone maniere nei confronti sia dell’economicismo e della retorica politica liberale sia di quelle posizioni nostalgiche, attardate, che pur di non staccarsi dal loro utilitarismo mascherato da socialismo preferiscono non guardare in faccia la realtà – esprimono entrambi, nel nostro blog, il rifiuto di allinearci allo “spirito del tempo”. Viviamo in una società in cui si da per assodata, come “verità incontrovertibile”, la proclamazione di una serie estesa di “diritti umani” nella forma che le grandi potenze hanno codificato nel periodo bipolare, quando è prevalsa la stabilità delle aree di influenza e l’egemonia Usa e occidentale. A questa “verità” assodata si affianca la tecnica come fatticità indiscutibile con lo scopo di semplificare e ridurre gli scopi a pura lotta per la supremazia da una parte e per il benessere materiale dall’altro. Non è, con questo, che voglia perorare fumose finalità alternative ma devo ribadire che la faccia dell’”ultimo uomo” per il quale i “grandi” problemi sono semplici da comprendere, che banalizza e omologa ogni cosa e che ride beffardamente di tutto, a patto di avere da mangiare e da bere a sufficienza, non mi piace proprio. Siano benvenuti i “lavori ben fatti” ma per favore non tralasciate anche qualche “spigasso” (scarabocchio) formale se tenta, magari non riuscendovi a volte, di proporre idee che aiutino a non afflosciare del tutto la nostra capacità di pensare-contro.

Mauro T.

OSSERVAZIONI, SOSTANZIALMENTE BANALI, ATTORNO ALLA CRISI DEI “CETI MEDI” CON UNA BREVISSIMA CONSIDERAZIONE SU ALCUNE TESI DI PIKETTY

Karl-Marx

 

Sul Sole 24 ore del 23.05.2016 Carlo Carboni ripropone la problematica dei ceti medi e delle trasformazioni che essi hanno subito in seguito alla crisi mondiale e alle dinamiche da essa  innescate nei paesi di prima industrializzazione e in quelli emergenti. La politica globale, osserva l’editorialista, sembra navigare

<< a vista tra crescente astensionismo ed emergenza di forze populiste che sfruttano le “grandi” paure sociali di questo inizio secolo, metabolizzate dal ventre molle dei ceti medi>>.

Anche il “grande spauracchio” Donald Trump sembrerebbe orientato verso una politica di protezione nei confronti del ceto medio, persino sbilanciandosi in favore di più tasse per i super-ricchi. La Clinton propone misure diverse sempre orientate in direzione di un recupero del loro ruolo sociale. Cameron, a sua volta, paventa l’ipotesi di Brexit come la causa di una totale disfatta per il  benessere delle middle classes britanniche. Sgravi Irpef e varie detrazioni vengono ipotizzate, in maniera irrealistica, anche dal nostro governo che invece fatica ancora a mantenere il bonus degli 80 euro da esso introdotto. Carboni pare temere soprattutto la deriva politico-culturale, con conseguenze destabilizzanti per il consenso dei governi liberali, che la crisi dei ceti medi comporta:

<<Lo scivolamento verso il basso dei ceti medi rende questi vulnerabili alla paura del globale e, di conseguenza, propensi al disincanto, all’individualismo cinico, al risentimento. Un mood che conduce o nella terra di nessuno, uno spazio dell’indifferenza e ignavia elettorale, o nella terra incendiaria di mercati politici assediati da forze populiste e astensioniste>>.

E i dati socioeconomici che stanno alla base del problema sono sempre più allarmanti perché negli Usa – se si adotta la classificazione di Lester Thurow – la somma della popolazione che sta sopra al 125% del reddito mediano e quella sotto, con il 75%, è ormai superiore alla classe di mezzo. Meglio andrebbe in Europa, dove Svezia e Italia presentano divari più contenuti tra i redditi del 10% più ricco e i redditi mediani. Il tecnological change avrebbe, poi, già oggi e ancor più in futuro un ruolo  devastante soprattutto con l’avvento dell’ “Industria 4.0”, ossia addirittura di una quarta rivoluzione industriale con una nuova ondata di progresso tecnico legata alle tecnologie industriali digitali nei processi manifatturieri. Alla base di questo nuovo modello produttivo ci sarebbe una rottura tecnologica caratterizzata dalla fusione tra il mondo reale degli impianti industriali e il mondo virtuale della cosiddetta “Internet of Things”. La riduzione dei ceti medi e della loro capacità di contribuzione fiscale avrebbe aggravato, tra l’altro, la possibilità di mantenere un sistema di welfare che risultava decisivo per il tenore di questi strati sociali oltre che per quelli a più basso reddito. L’autore dell’articolo accenna poi ad alcune problematiche sviluppate nel celebre best seller di Thomas Piketty(1). Nel cosiddetto “capitalismo patrimoniale”, fondato sull’accumulazione, da parte di pochi, di redditi costituiti da rendite improduttive, e cioè provenienti da beni ereditati piuttosto che da beni accumulati con il risparmio originato dai redditi da lavoro, il passato “divorerebbe” il futuro. Se il processo di crescita del prodotto netto, ovverosia del valore aggiunto, rallenta a causa di fattori esogeni (demografici o tecnologici) e la quota del  capitale – intesa come ricchezza soprattutto monetaria ma, comunque, sempre come patrimonio – cresce più rapidamente del reddito nazionale, i redditi da capitale assumono un’importanza sempre maggiore rispetto ai redditi da lavoro. Non solo aumenta la diseguaglianza, ma si innesta un circolo vizioso tra diseguaglianza e crescita. L’accesso ai gradi più elevati dell’istruzione è infatti costoso e le categorie più povere, ma oggi anche gran parte della “classe media”, ne vengono escluse, provocando un impoverimento del capitale umano.  L’approccio di Piketty, completamente opposto rispetto alla nostra analisi (La Grassa) che considera il capitale come rapporto sociale, continua a godere di larga considerazione tanto da trasformare il suo saggio più popolare – in una fase che viene vissuta come una sostanziale  rivincita dei fautori del modello liberale classico – in una sorta di testo “sacro” per quella che dopo la fine dei “quattro socialismi” (socialdemocrazia, socialismo liberale, socialismo riformista “evoluzionista” e comunismo) continua a essere denominata “sinistra”. Una “sinistra” che pone il suo baricentro ancora sul tema dell’eguaglianza riproponendo le tesi caldeggiate da Bobbio e dal primo Rawls. In un articolo di Maria Grazia Turri viene riportato questo passo del libro di Piketty:

<<l’imprenditore tende inevitabilmente a diventare un rentier sempre più dominante su coloro che non posseggono altro che il proprio lavoro, il capitale si riproduce più velocemente dell’aumento della produzione e il passato divora il futuro.>>

La studiosa così commenta poi le frasi di Piketty:

<<L’eguaglianza diventa così il parametro morale a cui fare riferimento e il suo contrario la disfunzione a cui porre rimedio, e viene denunciato il dato che le diseguaglianze economiche aumentano fino a poter risultare «incompatibili con i valori meritocratici e i principi di giustizia sociale su cui si fondano le moderne società democratiche» (p. 26). Per Piketty il “capitale” è uno strumento a disposizione degli esseri umani, ai quali compete unicamente la responsabilità del suo cattivo o buono utilizzo>>.

Mentre in Marx la separazione tra i capitalisti diventati rentier e il corpo lavorativo associato era vista come il risultato dello sviluppo di una relazione sociale tra classi – caratterizzate da una determinata maniera di confrontarsi con i mezzi di produzione in un determinato stadio della formazione della società – in questa visione economicistica e feticistica viene ancora riproposto il modello dell’individuo, o della classe di individui, che come soggetto pieno si rapporta immediatamente alle cose e solo secondariamente agli altri attori sociali. Secondo questa visione – in cui l’impostazione neoclassica non viene neanche scalfita – le scelte soggettive, magari di gruppi sociali omogenei, possono dare luogo a risultati molto diversi indipendentemente dalle dinamiche strutturali della formazione sociale a cui si fa riferimento.

Tornando all’articolo di Carboni annotiamo osservazioni riguardanti la minore incidenza del lavoro sul reddito nazionale con una relativa aumentata polarizzazione salariale (Atkinson) che vedrebbe una parte contenuta dell’ex-ceto medio avanzare verso “i più ricchi”, mentre la parte lower, più consistente, si troverebbe sul filo del rasoio della “deprivazione relativa”. Un concetto quest’ultimo,  anch’esso tra l’altro  utilizzato  da Piketty,  particolarmente ambiguo e quindi amato dai “sociologi” e  la cui assunzione principale consiste nella tesi che

<<lo stato di deprivazione (o soddisfazione) di una persona o di un gruppo è relativo, non è oggettivo. Le valutazioni di sé avvengono tramite il confronto. Se mi confronto con altri che stanno peggio di me, o con una situazione passata che reputo peggiore, allora non provo deprivazione>>(2).

Carboni annota poi la grave incidenza sulla domanda interna dell’indebolimento della classe media ma rileva anche l’importanza che una buona parte di essa (il ceto medio produttivo) ha avuto nello sviluppo di alcuni sistemi economici tra i quali spicca il “caso” italiano. Bagnasco, verso la fine degli anni settanta, aveva introdotto l’ipotesi  delle “Tre Italie”: la prima sarebbe stata quella della grande impresa del Nord-Ovest; la seconda quella del Centro Nord-Est con piccole imprese situate localmente ma orientate, seppure con elementi di dipendenza, verso una dimensione globale grazie alle loro capacità innovative e a forme socio-produttive particolari; la terza quella del Meridione, disaggregata, dipendente e con caratteristiche semicoloniali. Questo glorioso e idealizzato “ceto medio produttivo” – che sarebbe stato spazzato via dall’avvento della “società del rischio e dell’incertezza” affermatasi definitivamente con la grande depressione del XXI secolo –  dovrà, secondo l’editorialista, rinascere grazie ad un mix, anche culturale, che trarrà stimoli da una nuova mobilità sociale, da nuovi consumi, senso di appartenenza, uso di tecnologie e rivendicazioni di diritti e doveri di cittadinanza. Tutto questo comporterà, aggiungiamo noi, che nella migliore delle ipotesi assisteremo ad un lungo e “sanguinoso” travaglio in cui si incroceranno trasformazioni concrete come la de-professionalizzazione, in tempi digitali, dei ceti medi tradizionali e all’opposto, la massiccia adesione di quelli nuovi al know how scientifico e tecnologico.

(1) Thomas Piketty, Le Capital au XXIe siècle, Éditions du Seuil, 2013.

(2)Definizione, didattica, tratta da internet

Mauro Tozzato           31.05.2016

 

L’America in Sicilia di G. Duchini

Italia-USA-Bandiera

 

Questo breve saggio vuole ricordare come l’antifascismo americano diventato liberazione dal fascismo è intessuto di una storia poco conosciuta circa il ruolo degli Usa sulla Sicilia, definita “il ventre molle della potenza dell’Asse” (Germania, Italia, Giappone). E dove è stato possibile sperimentare un primo, se pur parziale, laboratorio politico italiano di una costruzione politica a dominanza Usa in Italia e dove si poteva rispecchiare una nuova cultura dell’antifascismo che poteva convivere con tutto e il contrario di tutto: la lotta alla mafia, la lotta al fascismo e contro ogni privilegio e corruzione… Un pressapochismo di una schifezza mai vista prima e dove “il tutto si tiene” in una sarabanda indescrivibile di attori e comparse dove i soggetti sono mescolati come “carne da macello” di una storia per certi aspetti tipicamente italiana e in un ordine logico che richiamò una fase politica dagli sviluppi inusitati che segnò l’inizio di una lenta e inesorabile limitazione di autonomia nazionale.

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Lo sbarco alleato in Sicilia avvenuto nel 1943 contribuì a segnare in modo irreversibile e definitivo la vittoria dell’America sull’intero conflitto. Facendo seguito alla dichiarazione di guerra dell’Italia alla Francia ed alla Gran Bretagna del 10 giugno 1940 iniziarono i bombardamenti inglesi in Sicilia cui seguirono quelli americani (gennaio 1943) che in modo indiscriminato rasero al suolo interi quartieri, chiese, scuole (si ricorda il bombardamento particolarmente cruento nei confronti di una scuola di Palermo dove rimasero uccisi circa 300 bambini). Tutte le città siciliane furono colpite, riportando danni materiali morti e feriti e dispersi. In particolare Messina non ancora pienamente ricostruita dal terremoto del 1908, furono sperimentate per la prima volta bombe incendiarie; in pratica una vita quotidiana costellata di allarme continuo di sirene lungo otto mesi di messa di fuoco e macerie.

Non solo tutto questo ma anche un progettino niente male allorché il professore Zuckerman docente di anatomia ed endocrinologia studiò gli effetti dei bombardamenti in Sicilia per potere effettuare una stima dettagliata degli effetti di una offensiva estesa e prolungata delle forze aree alleate: non come limitare i danni ma piuttosto per massimizzare l’efficacia dell’offensiva area contro i nemici che beninteso non erano altro che la stessa popolazione siciliana.

La notte del 10 luglio 1943 si cambiò radicalmente le sorti della Sicilia e dell’Italia intera. Sbarcarono in Sicilia 181 mila uomini con al seguito di 1800 cannoni, 600 carri armati e 14 mila automezzi. La pianificazione dell’operazione fu posta sotto il comando generale di Eisenhower (futuro presidente Usa) e dalla VII armata americana (con la guida di Patton) e la VIII armata britannica (con la guida di Mongomery).

Le truppe alleate conoscevano bene il territorio sia gli inglesi che gli americani. In particolare due importanti strutture americane l’OSS (Office of Strategic Service) e l’ONI (Office of Naval Intelligence) avevano raccolta una documentazione cospicua sulla realtà sociale siciliana (grazie al contributo dato dalla mafia italiana presente in Usa) e successivamente con l’occupazione del territorio siculo con l’AMGOT (Allied Military Government of Occupied Territory)

La liberazione dell’Italia significò anzitutto il risveglio della principale organizzazione criminale presente sul territorio nazionale quale era appunto la mafia. Si parlò di risveglio perché il prefetto Mori (dalla fine degli anni venti) su mandato dal governo fascista per contenere e risolvere possibilmente la situazione era riuscito quasi a debellare e comunque a rendere “dormiente” l’intera struttura mafiosa presente sull’isola.

La mafia si presentò nella versione più appariscente e più inusuale. Ci sono varie versioni le più disparate su come si entrò in contatto con la mafia. In particolare, Il ritorno di Don Calò a Villalba(suo paese natio) per riorganizzare una politica alternativa al fascismo con una nomina di sindaci notoriamente legati alla mafia e per siglare un patto di fiducia e di collaborazione fu nominato ufficialmente sindaco di Villalba.

I cambiamenti introdotti all’interno dell’organizzazione statale con il contributo essenziale della mafia furono evidenti e rappresentarono il salto in avanti per un cambiamento epocale che trasformò completamente l’idea stessa del carattere mafioso; da una mafia locale e contadina post-unitaria, con una interruzione durante il fascismo, fino alla veicolata esplosione nel periodo dell’occupazione alleata dove elementi mafiosi si infiltrarono nella nuova pubblica amministrazione fino a diventare un tutt’uno e ricoprire incarichi pubblici per dirigere ed organizzare la borsa nera, con i referenti più importanti della mafia che si potevano trovare nel giro di Vito Genovese.

Si stabilì un connubio di traffico illecito di commercio di generi alimentari dove vagoni interi di derrate dovevano partire dalla stazione di Villalba muniti di regolari documenti rilasciati dall’AMGOT e dove veniva presa in consegna da Genovese (noto mafioso) e rivenduta nel mercato.

Ma immediatamente dopo lo sbarco degli alleati ed il conseguente risveglio della mafia si scatenò uno spirito siciliano separatista ed indipendentista, una sorta di doppio binario riservato agli americani nella speranza che o l’uno (mafia) o l’altro (separatismo) si potesse portare a compimento una occupazione e aggiudicarsi un primo tassello Usa sul suolo italiano e a garanzia di una futura memoria; nell’uno o nell’altro caso i fili di una prima dominanza americana rimanevano ben saldi e ogni dipendenza risultava garantita. Da rilevare che nel separatismo siciliano riuscirono a mescolarsi elementi più o meno puri di indipendentismo con elementi di dubbia provenienza a metà tra mafia e brigantaggio una rimescolanza le cui finalità ultime risultavano essere tutte d’Oltre Atlantico. A dimostrazione di come tali personaggi erano guidati consapevolmente e sapientemente etero diretti fu nelle dichiarazioni che più volte espressero che volevano diventare il 49 (quarantanovesimo) stellone americano.

L’artefice principale del separatismo fu Finocchiaro Aprile che a ridosso dello sbarco americano diffuse un appello al popolo attraverso un primo movimento per l’indipendenza siciliana (MIS) grazie ad una alleanza con la rinascente mafia rappresentata da Lucio Tasca e da don Calò Vizzini e Antonio Canepa agente segreto dell’Intelligence britannica e che insieme al Tasca e diedero forza alle rivendicazioni indipendentistiche che culminò con un Memoriale con cui venivano informati i governi degli Usa e dell’Inghilterra circa l’aspirazione del popolo a diventare uno stato sovrano.

La risposta da parte degli alleati fu diplomatica perché tesa ad assumere una posizione di ambiguità con il nascente stato italiano. Da un lato si concedeva ogni appoggio ai separatisti con le nomine nei comuni, dall’altro i separatisti venivano esclusi dagli alleati dai posti di responsabilità negli enti od uffici di nuova istituzione oltre nella designazione dei prefetti.

Ma gli alleati per la loro naturale ambiguità e nella premessa di operare su due campi avversi alle vicende siciliane, mollarono dopo appena alcuni mesi il separatismo con un messaggio del generale Eisenhower con il quale si rivolse direttamente al popolo italiano e non già a quello siciliano e a nome dei governi degli Usa e della Gran Bretagna.

Tutto ciò portò ad indicare una verità nascosta e coltivata nel segreto delle cancellerie Usa che riguardava la massiccia presenza di mafiosi italiani presenti sul territorio americano e che aveva le loro radici in una Sicilia consanguinea in cui gli gli interessi americani venivano traslati in quelli dei mafiosi per renderli più fruibili all’attenzione del popolo siciliano.

Questo processo di appoggio al separatismo fu aiutato dalla mafia in accordo con gli americani che la ritenevano l’interlocutore principale e per certi aspetti superiore ai nascenti (1944) partiti dell’arco costituzionale (DC,PC,PSI,Pri…). Ma si arrivò a punto che ciò non era più possibile continuare su quella falsariga per cui si cominciò a pensare che era più prevalente l’interesse americano su quella area ed il cambio fu repentino ed improvviso.

Nell’approdo alla clandestinità dei separatisti, facendo seguito al completo isolamento prodottosi per il prevalente appoggio americano all’amministrazione del Governo italiano, si formò la prima formazione clandestina dell’Evis (Esercito volontario per l’indipendenza della Sicilia) e si trovò subito a dover fronteggiare l’esercito Italiano con conseguente arresto di Finocchiaro Aprile ed uccisione di un altro leader Canepa e con i prolungamenti della banda Giuliano fino agli anni ’50.

Ma la “cambia di casacca” è una costante del costume siciliano e non solo. Avendo abbandonato l’idea del separatismo rimaneva la carta riservata dell’Autonomia Siciliana, un risultato quanto meno convincente da giocare su un piano di trattativa con lo Stato italiano e vissuto dai i separatisti come valore residuale, una sorta di contentino riservato a coloro che fino a quel momento furono aiutati a perorare la causa del separatismo.

Quando c’erano uomini come Antonio Pesenti…(di G. La Grassa e G. Petrosillo)

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pesNel 1947, a due anni dalla fine della II guerra mondiale, l’Italia era ancora un Paese annichilito che cercava di rimettere insieme quel che restava della nazione e del suo popolo. La Costituente, eletta nel giugno del ’46, si era data questo compito di ricostruzione istituzionale, attraverso la redazione di una nuova costituzione, in una situazione di mancanza di sovranità politica e di forte contrapposizione tra i partiti dell’assemblea, i quali avevano visioni diverse del processo democratico da attuare e preferenze di collocazione mondiale non collimanti. Per la verità, alcuni di quei partiti, in particolare quello comunista, nonostante la svolta di Salerno del ’44 avesse dimostrato una disponibilità a compromessi tattici inimmaginabili, considerava l’instaurazione del comunismo, e non la democrazia, quale sua priorità. L’Urss era il modello e Stalin la guida.  La Costituente era anche competente in materia di ratifica degli accordi internazionali. Dopo Yalta, gli spazi per le scelte autonome dell’Italia erano ristretti e quasi inesistenti, tuttavia, i rappresentanti italiani, per quanto coscienti di essere incasellati nel campo occidentale a dominazione statunitense, si preoccupavano di trovare soluzioni che non precludessero allo Stato qualsiasi opportunità di farsi posto nello scenario internazionale con le proprie esigenze; compatibilmente col contesto sfavorevole in cui l’Italia agiva da nazione sconfitta e occupata dai vincitori.

Della Costituente, eletto nelle file del PCI, faceva parte Antonio Pesenti che, come molti di voi sapranno, è stato mentore e maestro di Gianfranco La Grassa. Il professore veronese era stato sottosegretario delle finanze nel II governo Badoglio e Ministro delle finanze nel II governo Bonomi. Le questioni economiche erano dunque il suo campo specifico ed i suoi contribuiti alla Costituente (ma anche quelli successivi da parlamentare della Repubblica) furono soprattutto in tale materia. Fu pure vice-Presidente dell’IRI dal ’46 al ’47. Proprio tra il ’47 ed il ’48, come scrivevo all’inizio, Pesenti, di fronte alla necessità di riconoscimento da parte italiana di alcuni importantissimi trattati internazionali, non mancò di avanzare riflessioni e riserve, avendo come punto di riferimento imprescindibile l’interesse nazionale. Sì, all’epoca, anche i comunisti, consideravano strategico questo principio che oggi appare in disuso tra gli epigoni smemorati di una organizzazione ormai ripudiata anche nei suoi slanci storici più elevati. Anzi, alcune dichiarazioni dell’Economista veneto potrebbero sposarsi perfettamente con le situazioni odierne. Difficilmente sentirete, ai nostri tempi, un deputato o senatore italiano esprimersi con uguale consapevolezza dei temi e padronanza delle questioni, per esempio su accordi commerciali in corso di approvazione (penso al TTIP) che, probabilmente, procureranno danni gravissimi al sistema economico e finanziario nostrano, con la compiacenza di tutta la classe dirigente attuale.

Come riporta Domenicantonio Fausto nel libro “Saggi di storia dell’economia finanziaria”, testo edito da Franco Angeli nel 2015, il 15 marzo del 1947, intervenendo all’Assemblea Costituente “nella discussione sulla partecipazione dell’Italia agli accordi firmati a Bretton Woods”, Pesenti dichiara: “è da  escludere qualsiasi convenienza a rifiutare l’invito ad accedere agli Accordi in parola” ma è indispensabile che l’Assemblea “dimostri al Paese di avere piena e precisa coscienza del carattere e dell’importanza degli Accordi di Bretton Woods, nel loro aspetto di strumento internazionale e della posizione che verrà ad avere il nostro Paese in seno ai nuovi organismi economici internazionali”. Il 2 luglio del 1948 Pesenti, parlando in Parlamento, si oppone alla ratifica di una serie di accordi economici dietro i quali si erge la volontà statunitense “di sancire il suo predominio nel mondo” con l’imposizione di tali atti, quasi unilaterali. Ancora, qualche giorno dopo, nel respingere come relatore di minoranza la ratifica di un accordo di cooperazione economica tra Italia e Stati Uniti, rivolgendosi alla maggioranza parlamentare, sostiene: “Voi avete scelto un blocco, e precisamente il blocco americano. Più che un sacco di farina, mi pare che aver scelto la ratifica, il blocco americano, significa aver scelto la trappola in cui c’è forse un pezzetto di formaggio, ma che si deve chiudere e che impedirà al nostro Paese la possibilità di sviluppo autonomo, e di correre libero nel mondo”. Qualche anno più tardi, nel 1950, inserendosi nel dibattito sul disegno di legge del Governo per l’esecuzione dell’Accordo sulle tariffe doganali e sul commercio siglato a Ginevra nel 1947, Pesenti lamenta l’assenza di una linea coerente di politica economica dell’Esecutivo che si ritorce contro l’interesse nazionale e impedisce all’Italia di fare affari con il mondo socialista, escluso dai trattati. Dopo l’istituzione del mercato comune europeo, scrive ancora Fausto, Pesenti esprime l’avviso che: “Bisogna trattare, uscire dalla Guerra Fredda, che fallisce in ogni campo, anche nel campo economico, senza restare legati, senza rinchiuderci nel mercato comune, che limita la nostra libertà di fronte agli altri Paesi capitalistici”.

Antonio Pesenti non ha dubbi circa il fatto che dietro questi “patti leonini” e svantaggiosi per l’Europa agisca sempre la longa manus statunitense. Anche quando tali iniziative sembrano di diretta emanazione europea. Esattamente come accade anche nella nostra epoca in cui gli Usa premono per trattati con i quali legare l’Ue alla loro causa geopolitica, estromettendo la Russia o la Cina. L’ingerenza statunitense negli affari italiani è una preoccupazione costante per Pesenti. Infatti, in occasione della discussione dei bilanci dei ministeri finanziari per l’esercizio ’53-’54 dichiara che: “Il governo ha eseguito gli ordini di coloro che veramente comandano nel nostro Paese, cioè dei grandi gruppi monopolistici, e purtroppo non solo di questi, ma anche gli ordini di stranieri di oltre Atlantico. Questo appare un po’ in tutti gli aspetti della politica del tesoro, nella politica della spesa diretta, in quella del credito, dei rapporti con l’estero e nella politica fiscale”.

Se pensate agli ex compagni del Pci di Pesenti, quelli ancora viventi, come Giorgio Napolitano, immancabilmente schierati dalla parte degli Usa, dell’Unione Europea e delle intese commerciali tra le due entità politiche, le quali ieri come oggi, sono il risultato della prepotenza americana e delle sue ingerenze (anche militari) nel Vecchio Continente, viene una certa nostalgia per i politici di quella antica stagione, almeno cento spanne sopra i servi odierni.

I corifei della sottomissione dell’Europa e dell’Italia a Washington non vanno più in là delle dichiarazioni di circostanza che non contengono nessuna argomentazione politica. Sul TTIP ecco cosa è riuscito a dire Napolitano: “Guardiamo insieme con fiducia ad un rinnovato partenariato transatlantico per il commercio e gli investimenti, futura molla di crescita, di lavoro e di occupazione”.  Questo megafono incantato che ripete banalità sesquipedali passa per un grande uomo delle istituzioni, colui che avrebbe salvato l’Italia dalla sua peggiore crisi di credibilità internazionale. Ecco come siamo ridotti.

Eppure lo iugulamento americano dell’Italia è un fatto che solo un cieco o un complice potrebbe negare. Qualche giorno fa, il sociologo Francesco Alberoni, ha sintetizzato come stanno realmente le cose su Il Giornale: “Il presidente degli Stati Uniti … È il presidente di una nazione imperiale che pensa solo ad espandere il suo dominio in tutte le direzioni e a sostenere i suoi interessi schiacciando coloro che li ostacolano. Che cosa si aspetta il seguace italiano da Hillary Clinton? Che smetta la guerra fredda con la Russia, tolga le sanzioni, faccia un trattato commerciale favorevole all’Italia, ci liberi dall’Isis e crei un Nordafrica pacificato e amico? Ad Hillary Clinton queste cose non interessano, non ci sono nel suo programma che è rivolto agli americani, non a noi. E lo stesso è per Donald Trump. Dobbiamo abituarci a capire che gli Usa …sono la nazione che vuole il potere assoluto e imporre dovunque i suoi interessi”. Evidentemente, la cosa non dispiace a Napolitano e ai suoi compari (non più compagni da un pezzo che disonorano la grande tradizione comunista), artefici dello sfacelo che ci circonda.

Ora vi proponiamo un ricordo di Antonio Pesenti, scritto da La Grassa, in occasione delle commemorazioni per il centenario della nascita.

G.P.

Questo è il mio intervento per il centenario della nascita del mio Maestro Antonio Pesenti, in onore del quale fu tenuto nel 2010 un Convegno all’Università di Pisa, dove egli insegnò per una decina d’anni (tutti gli anni ’60), passando poi a Roma negli ultimissimi anni del suo insegnamento, prima della morte prematura. Nel 1973 presi a Pisa l’incarico di Economia politica che era stato suo (la sua cattedra era quella di Scienza delle Finanze), dove rimasi fino al 1981. Non potei partecipare al Convegno in questione e allora inviai questo scritto che fu letto da un collega. Fu in seguito ripreso da “Le Reti di Dedalus” (Rivista online del Sindacato Nazionale Scrittori).

ANTONIO PESENTI (1910-73) COME PENSATORE MARXISTA

1. Antonio Pesenti non è stato affatto soltanto un pensatore e non “nacque” marxista. Fu innanzitutto, fin da giovane, fortemente interessato alla politica; e tenuto conto dell’epoca in cui fu giovane, la sua scelta politica dovette essere radicale. Egli divenne, fin dalla sua prima scelta, antifascista. All’inizio optò per l’orientamento repubblicano e poi socialista. Per quanto ricordo, solo in carcere si orientò in senso comunista e quindi marxista; poiché a quel tempo, e per alcuni decenni successivi, era assai raro trovare chi fosse comunista senza essere marxista.

Spero che qualcun altro tracci una più completa biografia del Maestro, perché la sua vita è del tutto esemplare per capire chi furono i comunisti e i marxisti. Qui non posso dilungarmi su questi tratti fondamentale del suo percorso umano e politico, perché fin troppo c’è da dire sul suo pensiero teorico, che sarò obbligato a soltanto sunteggiare. Tuttavia, va sempre tenuto presente che Pesenti non fu semplicemente un “pensatore”; uno che formula idee nel chiuso di una stanza, in solitario colloquio con se stesso o anche con l’Umanità in generale. Pesenti fu anzitutto uomo d’azione, impegnato fino all’ultimo nell’attività del partito che scelse durante i suoi anni di carcere (1935-43). Fu in pratica sempre, nel dopoguerra, parlamentare comunista (senatore dal 1953); fu Ministro delle Finanze nel provvisorio Governo di Unità Nazionale (primo e secondo Governo Bonomi), membro della Consulta Nazionale e poi dell’Assemblea Costituente. Successivamente, divenne il principale economista del suo partito (all’opposizione) ed eccezionale esperto di questioni finanziarie, sulle quali fece anche magistrali interventi nella sua qualità di parlamentare.

Solo alla fine, passato all’Università di Roma (dove abitava), decise di dedicarsi pressoché esclusivamente a studi e insegnamento, ma la sua scelta fu purtroppo di breve durata. Visse nemmeno 63 anni, ma la sua esistenza fu di un’intensità tale da superare o almeno eguagliare in opere e attività quella di un qualsiasi altro individuo longevo. Trattare dunque Pesenti quale mero pensatore sarebbe veramente tagliare, della sua multiforme personalità, una fetta: importante ma connessa con mille fili ad un’attività pratica (e politica) di rara qualità. Quindi, cercherò di porre in luce alcune sue fondamentali categorie teoriche – elaborazioni del marxismo – ma non potrò non fare spesso riferimento alla fase storica in cui queste sono calate.

Il pensiero di Pesenti è quello di uno scienziato, ma di formazione appunto marxista; per cui mai interessato a semplici elucubrazioni d’ordine “universale”, sempre invece legato alla congiuntura politica con le sue peculiarità d’ordine sociale. Per Pesenti vale quanto scrisse mirabilmente Max Weber ne La scienza come professione: “Ognuno di noi sa che, nella scienza, il proprio lavoro dopo dieci, venti, cinquanta anni è invecchiato. E’ questo il destino, o meglio, è questo il significato del lavoro scientifico, il quale, rispetto a tutti gli altri elementi della cultura di cui si può dire la stessa cosa, è ad esso assoggettato e affidato in senso assolutamente specifico: ogni lavoro scientifico ‘compiuto’ comporta nuovi ‘problemi’ e vuol invecchiare ed essere ‘superato’. A ciò deve rassegnarsi chiunque voglia servire la scienza”.

2. Il pensiero di Pesenti – come quello di un qualsiasi serio studioso, mai avulso, lo ripeto, dall’attività pratica nelle diverse concrete congiunture storiche – potrebbe essere suddiviso in varie fasi di sviluppo, con cambiamenti di fase in fase. Tuttavia, sarebbe impresa qui impossibile seguire tutte le diverse “varianti”. Diciamo intanto che, per quanto riguarda le linee generali e solidificate del suo pensiero, queste sono state definitivamente consegnate nell’ultima edizione (1970) del suo Manuale di Economia Politica, che ha conosciuto, a partire dagli anni ’50 (seconda metà, se non ricordo male), più edizioni con aggiunte e importanti rielaborazioni. Si tratta comunque dell’esposizione, per quanto non piatta né scevra di ripensamenti personali, di quello che potrebbe essere definito il “marxismo della tradizione”, che è stato in qualche modo “canonizzato” da Kautsky; e poi certo sviluppato – con varie “eresie” interne, fra le quali rilevantissima, anche per i suoi effetti politici caratterizzanti gran parte del XX secolo, è quella di Lenin, cui Pesenti si rifà abbondantemente – da molte generazioni di marxisti.

Tuttavia, il farsi del pensiero di Pesenti si riscontra meglio, considerando soprattutto uno spartiacque cruciale collocato in ogni caso negli anni ’50. Per certi versi, in modo più tradizionale e forse più banale, ci si potrebbe riferire alla ben nota cesura avvenuta con il XX Congresso del Pcus (1956) e la relazione Kruscev che diede inizio al processo denominato “destalinizzazione”. A mio avviso, tuttavia, è forse più visibile il mutamento provocato dal cosiddetto boom dell’economia italiana, diciamo soprattutto fra il 1958 e il 1962-63; processo tutt’altro che semplicemente economico poiché provocò il passaggio dell’Italia da paese agrario-industriale a industrial-agrario, con la trasformazione del “contadino” in “operaio”; assai visibile soprattutto nella forte emigrazione dal sud all’area industrializzata del nord, allora collocata per la massima parte sull’asse Torino-Milano (e, in misura minore, Genova). A questa trasformazione, legata specialmente all’emigrazione, va però aggiunta quella, alla lunga perfino più rilevante, dello sviluppo di un’area piccolo e medio-imprenditoriale – il cosiddetto “ceto medio produttivo”, oggi ricompreso nel “lavoro autonomo” o “popolo delle partite Iva”, qualche volta detto ancora “artigianato”, e via dicendo – nel cosiddetto “nord-est”, in Emilia, ecc.

Degli anni fino al 1956 è da ricordare l’importanza della rivista “Critica economica”, voluta e diretta da Pesenti che vi scrisse molti articoli, alcuni di notevole rilevanza teorica; e la sua partecipazione, credo sostanziale, alla stesura del mirabile corso di lezioni, tenuto all’Istituto di Studi Comunisti tra il dicembre 1955 e l’aprile 1956, sull’analisi dell’economia politica. Una vera perla, oggi dimenticata e che andrebbe ripubblicata e rivisitata con autentico spirito scientifico poiché è veramente uno dei punti alti del marxismo italiano. Si tratta di un corso di lezioni per null’affatto scolastico e puramente didattico, ma invece fucina (o cantiere) di molte elaborazioni, sia pure condensate ed esposte nella forma (ma solo forma) dell’insegnamento. Certo vi si trova soprattutto il ragionamento su questioni economiche, ma si va oltre questo impianto; e comunque se ne fa un “grimaldello” per affrontare i problemi reali, ovviamente relativi alla realtà di quella fase storica.

Negli anni ’60, dopo il boom e la prima crisi ad esso posteriore, molti cambiamenti intervengono e il pensiero di Pesenti si “aggiusta” in concomitanza con gli avvenimenti di quegli anni, sfociando in due fra i suoi interventi di maggior rilievo, entrambi nel 1970 (o dintorni): Le tendenze dell’economia internazionale, relazione al Convegno organizzato dall’Istituto Gramsci-Cespe su “Il capitalismo italiano e l’economia internazionale”; e Validità attuale de L’imperialismo nel supplemento ad un numero di “Critica marxista”, in pratica un quaderno dedicato al centenario della nascita di Lenin, in cui era pure contenuto un notevole saggio di Sereni sulla formazione economico-sociale, che diede inizio all’importante dibattito (internazionale) su tale tema tenutosi nel 1972-73 sulla stessa rivista.

3. Dividerò in parti, divisione certo assai artificiale, i contributi di Pesenti (e ne tratterò soltanto alcuni, particolarmente chiari e rappresentativi del suo pensiero). Innanzitutto, egli difese una serie di categorie prettamente storico-teoriche marxiane, non però con atteggiamento di pedante ossequio. Fra le questioni forse minori, quella relativa alle “leggi” dell’impoverimento assoluto e relativo del lavoro salariato. Quello relativo non poneva forse, all’epoca, particolari problemi, trattandosi della divisione del prodotto tra profitto e salario (in una visione teorica semplificata della società del capitale). Più problematico l’impoverimento assoluto, che alcuni marxisti dogmatici interpretavano in senso stretto come diminuzione del tenore di vita (e quindi del salario reale e del potere d’acquisto), cosa assai poco sostenibile, tenuto conto che lo stesso Marx, nella sua polemica con il “cittadino Weston” (in Salario, prezzo e profitto) aveva chiarito che il valore della merce forza lavoro era composto di una parte di carattere quasi naturale, biologica, e di una parte (crescente) legata allo sviluppo delle forze produttive della società e quindi al tenore di vita medio sociale.

Pesenti sostenne infatti che l’impoverimento era assoluto nel senso che i bisogni legati allo sviluppo sociale crescono più rapidamente del salario reale, per cui questo non riesce a tutto soddisfare; il lavoratore sacrifica perciò certi consumi essenziali pur di sopperire ai molteplici bisogni che via via divengono parte dello stesso valore della forza lavoro. Questo fatto fu però da lui legato soprattutto alle trasformazioni del capitalismo da concorrenziale in monopolistico. Le grandi imprese oligopolistiche, più che alla concorrenza sui prezzi che sono rigidi all’in giù nella nuova forma di mercato, si dedicano ad una competizione sul piano dei prodotti, inducendo quindi nuovi bisogni nei consumatori[1], la gran parte dei quali è costituita da chi offre (forza)lavoro remunerato con salario (il prezzo di questa merce particolare).

L’impoverimento assoluto è quindi in un certo senso pur esso “relativo”; non però rispetto alla classe antagonista, bensì alla stessa classe lavoratrice considerata nel tempo storico e quindi anche nella sua crescente organizzazione e capacità di lotta di fase in fase. Nel capitalismo monopolistico conta, ancor più che in quello concorrenziale, la lotta del lavoro salariato, organizzato in sindacati e partiti, per accrescere la propria remunerazione (era del resto su questo piano che il fondatore del marxismo polemizzava con Weston); tuttavia, è altrettanto importante la competizione interoligopolistica per i prodotti e per la loro affermazione in un mercato, in cui i prezzi sono appunto rigidi all’in giù. La lotta dei lavoratori accresce i salari reali (il loro potere d’acquisto) e, tuttavia, la competizione tra grandi imprese contribuisce largamente a indurre quell’aumento dei bisogni che fa si che tali salari siano in ritardo rispetto a quest’ultimo; processo da cui deriva appunto l’assoluto impoverimento in una versione quindi un po’ differente da quella elaborata da Marx e che certi marxisti scolastici avevano decisamente peggiorata.

Non c’è però solo l’impoverimento assoluto, ma anche quello relativo, che ha il significato di una modificazione nella distribuzione del prodotto, sempre più a favore (dunque percentualmente) del profitto in rapporto al salario (nei suoi termini reali ovviamente). La spiegazione di questo processo (tendenziale) è data usualmente con riferimento all’andamento della produttività del lavoro che cresce più rapidamente del salario reale. Anche Pesenti si rifà a questa considerazione come si rileva nel passo appena citato in nota. In definitiva, l’impoverimento relativo non è altro che il risultato dei metodi di accrescimento del plusvalore relativo (mezzi essenzialmente tecnologici o di organizzazione del lavoro; in definitiva, innovazioni di processo, non quelle di prodotto che rientrano più specificamente nel novero del conflitto interoligopolistico appena sopra considerato).

Tuttavia, proprio perché il capitalismo monopolistico è trattato da Pesenti nelle sue modalità di trasformazione in quello monopolistico di Stato, cioè di stretta integrazione tra capitale e Stato, si assiste ad un altro marchingegno per trasferire reddito dai salari ai profitti: le manovre sulla moneta (effettuate dal centro del sistema bancario) tese a provocare una lenta inflazione[2] che erode i salari reali. Qui però si è in presenza di una “forma mista”. In effetti, vi è impoverimento relativo, ma anche assoluto; addirittura con la riduzione del potere d’acquisto di un salario dato. Si tratta insomma di una manovra che riduce, talvolta annulla, gli effetti della lotta dei lavoratori per l’innalzamento delle retribuzioni, con una sottile mistificazione possibile, e ampiamente sfruttata dagli ideologi (in specie economisti) del capitale. Ogni volta che la lotta per i salari ottiene un successo, si può subito correlarla ad un effetto inflazionistico, in modo da dichiarare l’inanità di certi sforzi, che comporterebbero l’effetto negativo della svalutazione monetaria.

Ci troviamo comunque di fronte a due nodi principali ed essenziali non della sola elaborazione pesentiana, ma di grande rilevanza per la “linea politica” del Pci, e in genere dei comunisti nei paesi a capitalismo avanzato: a) la trasformazione del capitalismo da concorrenziale in monopolistico, ma ormai un monopolismo di Stato[3]; b) i profondi mutamenti della struttura dei rapporti nelle società caratterizzate da quest’ultimo e, appunto, dall’alto grado dello sviluppo capitalistico.

4. E’ bene affrontare per primo il secondo punto, perché su questo si nota bene lo spartiacque rappresentato – nel pensiero di Pesenti – dal boom italiano e dal passaggio alla netta prevalenza dell’industria nella struttura del nostro capitalismo; processo che non fu, appunto, di carattere solo economico. Questo passaggio – come del resto è accaduto in tutti i paesi della “seconda ondata di industrializzazione” (alla prima appartiene di fatto la sola Inghilterra) – si verifica mediante il decisivo intervento dello Stato per mobilizzare (e concentrare) tutte le risorse della società; il che ha favorito, assieme ad un rapido sviluppo, anche la centralizzazione dei capitali. Di conseguenza, il passaggio dalla prevalente agricoltura alla prevalente industria avviene nell’ambito di un capitalismo già monopolistico e con caratteri di incipiente passaggio a quello “di Stato”. Oltre ad essere un processo di impetuosa modificazione “di classe”; dai contadini agli operai o ai piccoli produttori (apparentemente) indipendenti, in realtà subordinati soprattutto all’apparato finanziario che, in Italia, era in gran parte statale (IRI).

Al contrario di quanto possono pensare “le varie concezioni riformistiche piccolo-borghesi e socialdemocratiche”, il monopolio non è semplice sovrastruttura della società, quindi politicamente correggibile, ma “struttura necessaria e propria del capitalismo giunto nello stadio odierno” (sempre nello stesso articolo); una struttura quindi ormai ineliminabile in regime capitalistico. Il capitale monopolistico sfrutterebbe il complesso della società, ma nel contempo rallenterebbe lo sviluppo delle forze produttive e quindi l’accrescimento possibile della ricchezza prodotta. Compare qui la duplice tesi del marxismo della tradizione. Innanzitutto, il capitale è barriera a se stesso[4], al suo sviluppo e quindi allo sviluppo delle forze produttive della società. Esso arricchisce se stesso, ma ostacolando le potenzialità insite nel progresso scientifico e tecnologico che potrebbe andare a vantaggio di tutta la società[5]. In secondo luogo, il monopolio accentua quella tendenza – sulla cui base Marx fondava la formazione del “soggetto rivoluzionario” affossatore del capitalismo – alla polarizzazione della società: da una parte un pugno di capitalisti sempre più ricchi e progressivamente parassitari, dall’altra, il lavoratore collettivo cooperativo (“dall’ingegnere all’ultimo manovale”; si veda il marxiano Capitolo VI inedito).

Certamente, si verifica anche, come controtendenza, un accrescimento dei ceti medi, “cuscinetto” tra la classe sfruttatrice e quella sfruttata; ma questi ceti vivrebbero del plusvalore creato dal suddetto lavoratore collettivo, e la loro crescita non impedirebbe dunque, in ultima analisi, l’acuirsi dello scontro di classe affrettato dallo sfruttamento che il capitalismo monopolistico (e tanto più con il controllo e uso dello Stato) impone al complesso della società[6]. Di conseguenza, in quella fase di sviluppo del capitalismo italiano (precedente il boom), si pensa che il processo sia tendenzialmente indirizzato ad una polarizzazione sociale e ad una semplificazione dello scontro di classe con oggettivo rafforzamento della spinta delle “grandi masse” verso soluzioni socialistiche; fra l’altro irrobustita dalla presenza di un “campo socialista” che si supponeva in crescita impetuosa e in grado di superare, in breve tempo, il campo avverso quanto a produzione complessiva[7].

Ben diversi sono al proposito gli scritti, sopra citati, degli anni ’70. Non viene abbandonato l’ottimismo circa le future, e nemmeno lontanissime, prospettive del socialismo. Permane la fiducia, appena attenuata, nello sviluppo dei paesi socialisti, cui si aggiunge la considerazione – nient’affatto terzomondista però – della lotta antimperialista e di liberazione nazionale che sembra in accentuazione nelle aree meno sviluppate del globo. Tuttavia, si ha un importante mutamento d’accento con riguardo al problema della struttura sociale nel capitalismo avanzato e, in particolare, in quello italiano. Lo sviluppo dei ceti medi è troppo imponente e appare irreversibile. Inoltre non si tratta solo di ceti delle “libere professioni”, il cui lavoro è spesso utile ma improduttivo (in termini marxiani, che riguardano la produzione di plusvalore; questi ceti sarebbero quindi “mantenuti” dal plusvalore della classe produttiva). Si sviluppa il ceto dei tecnici ed esperti, che prestano lavoro nelle grandi imprese oligopolistiche e negli apparati di ricerca; importante è poi il cosiddetto ceto medio produttivo (piccolo-media imprenditoria, il lavoro detto “autonomo”, ecc.), in genere originatosi dalla trasformazione della classe contadina (ad esempio nel nord-est) o di quella operaia, una parte della quale si stacca dalla grande impresa e costituisce attorno ad essa una cintura di piccole imprese fornitrici di beni e servizi per il suo ciclo produttivo (in senso lato, ivi compresa la distribuzione e commercializzazione dei prodotti); tipico il caso della Fiat e dell’economia piemontese (quindi del nord-ovest).

La lotta di classe non va polarizzandosi a causa della presunta formazione delle due classi fondamentali: la borghesia monopolistica (in genere proprietaria di pacchetti azionari e, quindi, gruppo sociale sempre più ristretto e di prevalente carattere finanziario) e la classe operaia (dalla direzione fino al lavoro esecutivo) sempre più allargata; con strati intermedi (soprattutto professioni “liberali”) che non potevano, alla lunga, impedire il radicalizzarsi dello scontro e la crescita dell’esigenza socialista nella maggioranza della popolazione, esigenza favorita dalla presenza del campo socialista, ritenuto in vigoroso sviluppo e in fase di progressivo allargamento e prevalenza rispetto a quello capitalistico.

Già negli anni ’50 era stata avanzata la tesi della “via italiana al socialismo”, che tuttavia, prima del boom, si confondeva con quella abbastanza tradizionale della crescita, appunto, del “lavoratore collettivo” contro una borghesia sempre più ristretta e tendenzialmente parassitaria, nel mentre il monopolio era visto come prevalente attutirsi della spinta propulsiva del capitalismo, quella che Schumpeter attribuiva all’imprenditore innovatore, figura ritenuta centrale nel capitalismo di concorrenza[8]. Dopo il boom, il ceto medio produttivo non può più essere ritenuto un fenomeno residuale (come il superato artigianato dei mestieri, tipico di un mondo di prevalente campagna o di piccola urbanizzazione). La “via italiana al socialismo” deve essere pensata in un nuovo contesto, e si arricchisce quindi di quelle tesi passate alla storia come riforme di struttura. Ma andiamo per gradi.

5. Innanzitutto mi piace riportare alcuni brani iniziali dell’intervento di Pesenti (già citato) al Convegno (Istituto Gramsci-Cespe) sul capitalismo italiano e l’economia internazionale: “Il nostro Convegno si apre in un momento in cui si ripetono nel sistema imperialistico andamenti e fenomeni che sono stati caratteristici nella preparazione della ‘grande crisi’. Questo giudizio…..trae origine dal riconoscimento che si è accresciuta la generale instabilità del sistema, che trova una sua manifestazione nella instabilità monetaria, nella guerra dei saggi di interesse e nei rapidi movimenti internazionali di capitale a breve termine. Tale fenomeno non è che l’espressione più appariscente dell’acuirsi di tutta una serie di contraddizioni, che sono proprie dello sviluppo capitalistico nella fase imperialistica…..Si sono acuite le contraddizioni di fondo, e ciò ha portato a imponenti modificazioni quantitative e qualitative dell’imperialismo odierno come sistema mondiale e come struttura produttiva, sulle quali è necessario riflettere perché si riproducono…processi simili a quelli che si sono verificati nel decennio 1920-30…..ma essi non sono necessariamente destinati agli stessi sviluppi perché è mutata la situazione generale dell’imperialismo……La crescente instabilità del sistema, e l’aperta minaccia di una crisi economica generale, trae in primo luogo origine dalla rapidamente crescente internazionalizzazione dell’economia capitalistica, che non ha composto, bensì esteso a tutto il sistema le contraddizioni tipiche dello sviluppo capitalistico”[9].

Fatta la debita differenza che il campo avverso è oggi “imploso”, e il capitalismo è divenuto un vero sistema mondiale, non si può non notare come i toni di queste righe assomiglino a molte affermazioni di certi attuali critici anticapitalistici, che continuano imperterriti da sempre a parlare di contraddizioni crescenti e insolubili in questo sistema sociale. I brani appena riportati creano dunque una duplice sensazione: di modernità di quanto scritto da Pesenti; e di un notevole dejà vu nelle affermazioni odierne dei suddetti critici. A vantaggio delle affermazioni pesentiane di quarant’anni fa sta una serie di decise critiche di teorie allora (e non solo allora) “di moda”, che tuttavia sono tributarie di tesi di molti decenni prima[10]. Pesenti ne individua piuttosto correttamente la radice. Innanzitutto, vi è la critica del terzomondismo, i cui punti basilari affondano nel pensiero della Luxemburg (cui si contrappose decisamente Lenin) per cui non esiste possibilità di riproduzione del capitale in un’area a puro modo di produzione capitalistico. Solo le aree precapitalistiche garantirebbero tale riproduzione. La vittoria delle lotte di liberazione nel Terzo Mondo avrebbe dunque creato le condizioni del propagarsi della rivoluzione proletaria mondiale.

La seconda decisa critica, anche questa motivata da quella di Lenin a Hobson e soprattutto a Kautsky, investe la trattazione dell’imperialismo in quanto semplice politica seguita da alcuni ambienti particolarmente reazionari della borghesia; politica che sarebbe stato possibile correggere senza troppo sconvolgere, mediante movimenti di rivoluzionamento, i meccanismi della riproduzione del modo di produzione capitalistico. Vi è poi la contrapposizione, sempre affine a quella di Lenin nei confronti di Hilferding, rispetto a chi pensa la struttura imperialistica del capitale quale mera sovrastruttura finanziaria, anch’essa di possibile correzione mediante controllo – senza bisogno di rivoluzioni sociali radicali – del centro dell’apparato che manovra il capitale monetario, piegandolo ai bisogni produttivi della società tutta e non a quelli del profitto di pochi capitalisti fondamentalmente rentier, poiché sarebbero in sostanza questi a perseguire lo sfruttamento dell’intera popolazione mondiale. Come non avvertire che questi spunti critici potrebbero essere oggi rivolti, almeno in parte, a coloro che imprecano contro i “cattivi” finanzieri che non rispettano l’“etica negli affari”, o magari contro il “signoraggio” e altre sconsolanti banalità dispensate a piene mani nel corso della presente crisi mondiale?

Fin qui siamo tutto sommato alla ripetizione di molte tesi della tradizione marxista, rivisitate ne L’imperialismo di Lenin. Negli anni ’30 e ’40 vi furono più sostanziosi attacchi alle concezioni anticapitalistiche del marxismo. Attacchi che nascevano dalla nuova struttura del capitalismo americano in via di affermarsi in sede mondiale. Lenin, nel criticare Hilferding, aveva sostenuto che il capitale finanziario era in realtà simbiosi di capitale bancario e industriale. Tuttavia, anch’egli, in questa stretta unione, vedeva la predominanza del primo. Erano soprattutto i banchieri a sedere nei Consigli di Amministrazione delle imprese industriali a garanzia dei crediti (e non di gestione ordinaria, ma per investimenti di lunga durata in capitale fisso) a queste concessi. Tale era soprattutto la struttura del capitale monopolistico tedesco. Quello statunitense, ormai prevalente già nel primo dopoguerra, si era formato con la preminenza di grandi corporations, nelle quali primeggiava l’autofinanziamento rispetto al ricorso al credito.

Pesenti sostenne che la categoria del capitalismo finanziario nell’accezione leniniana sussisteva pur sempre, pur se nell’ambito della simbiosi prevaleva adesso il capitale industriale su quello bancario; sovente, sono infatti le grandi imprese industriali a crearsi le “proprie” banche oltre ad autofinanziarsi grazie ai profitti di monopolio, sui cui torneremo più avanti. E del resto, anche per quanto riguarda il credito, questo è in realtà raccolto spesso con i prestiti obbligazionari, sottoscritti da banche ma pure, in quote rilevanti, per conto dei piccoli risparmiatori. E gli stessi aumenti di capitale, per la parte di azioni in mano a questi ultimi, sono da assimilarsi sostanzialmente ad una sorta di credito, solo a “tasso variabile” (i dividendi distribuiti), per cui dette azioni sono solo formalmente, giuridicamente, titoli di proprietà giacché non attribuiscono alcun potere di disposizione né di controllo reale sull’impresa. Qui è utile una digressione di notevole importanza.

6. Nel 1932 esce un testo importante come The Modern Corporation and Private Property di Berle e Means. In esso certamente si parla della tipica struttura della grande impresa americana, basata più sul managerialismo che sulla proprietà. Tuttavia, il testo diffondeva l’idea di una “democrazia economica” a causa della capillare distribuzione della proprietà azionaria caratteristica di questa struttura societaria. I liberali crederono confutata la tesi marxista della centralizzazione monopolistica dei capitali e, dunque, del potere capitalistico. I marxisti risposero, e Pesenti riprende in pieno tali tesi, che anzi proprio questa struttura – in cui un piccolo pacchetto “di comando” consente il controllo dell’impresa e perciò di una quantità di capitale molto superiore a quello posseduto dal ristretto gruppo di azionisti proprietari di quel pacchetto – dimostra come il potere capitalistico si sia accresciuto in misura assai considerevole, mentre si è certo allargata la quota della popolazione che non solo crea il plusvalore (nel caso del lavoro salariato), ma mette i suoi risparmi, indubbiamente dovuti all’innalzamento del tenore di vita complessivo, a disposizione di un pugno di capitalisti, sottoponendolo dunque ai rischi dell’attività imprenditoriale svolta e guidata da altri[11].

In Fase di transizione (testo del 1956 già citato) Pesenti associa, nelle sue critiche alle tesi “democratiche” di Berle e Means, anche Burnham. In testi successivi, mi sembra che tale nome manchi. Non va fatta in realtà confusione tra La rivoluzione manageriale (1941), ben noto testo di quest’ultimo, e il libro del 1932. In entrambi si parla certo di apparato manageriale divenuto fondamentale nella struttura della grande impresa americana (che verrà ancora studiata a fondo da Chandler, ecc.). In Burnham, tuttavia, non si sviluppano tesi sulla “democrazia economica”; si mette in pieno rilievo il mutamento intervenuto con l’affermarsi del capitalismo statunitense, in cui la proprietà non ha più il ruolo centrale considerato da Marx nella sua analisi del capitalismo inglese (quello prettamente borghese). I manager, infatti, controllano le grandi imprese, perfino non avendo proprietà azionaria (spesso nemmeno il piccolo pacchetto di comando); essi sono più vicini al ruolo di strateghi dell’azione imprenditoriale piuttosto che alla vecchia idea del gruppo proprietario che, nella fase di accentramento dei capitali, diventa via via un insieme di capitalisti dediti soprattutto ai giochi finanziari e disinteressati alla specifica attività aziendale[12].

Certamente, anche Burnham presenta aspetti criticabili; tuttavia, intuisce la politicità della direzione imprenditoriale, e non la semplice proprietà (potere di controllo) dei mezzi produttivi, quale carattere decisivo degli agenti del capitale. Aver rigettato, assieme alle tesi di Berle e Means (che hanno poi trovato abbastanza a lungo ampio seguito presso gli apologeti della democrazia capitalistica), anche quelle di Burnham è stato senz’altro un grosso limite del marxismo, più o meno in tutte le sue versioni. Non si poteva pretendere che il Nostro, contrariamente agli altri studiosi di tale orientamento, afferrasse fino in fondo l’intuizione del sociologo ed economista ex trotzkista divenuto, già all’epoca de La rivoluzione manageriale, fortemente reazionario. Pesenti comunque, come già rilevato, non associa più Burnham a Berle e Means nei testi di fine anni ‘60.

D’altronde il Maestro, di cui si sta trattando, approfondisce un altro punto rilevante della struttura capitalistica arrivata alla fase di centralizzazione monopolistica dell’industria, fase in cui si trova l’Italia soprattutto dopo il boom di fine anni ’50-primi ’60. L’accentramento oligopolistico non significa minimamente scomparsa delle medie e piccole dimensioni imprenditoriali; esse vengono subordinate nell’ambito di un’articolazione assai complessa, in cui le grandi imprese hanno, oggettivamente, la possibilità di accrescere i loro profitti. Vediamo sia pur succintamente il problema; del tutto cruciale per la stessa politica di quegli anni. Non si tratta di mero gusto per la scienza, ma di analisi scientifica che sta alla base di scelte politiche.

7. In Marx, prescindendo adesso dalle complicazioni sorte con il ben noto problema della trasformazione (dei valori in prezzi di produzione), il prezzo di una merce sta in stretta relazione con il suo valore quale lavoro incorporato, che è dato dalla somma di C (valore dei mezzi di produzione) + V (valore della merce forza lavoro) +PV (plusvalore, cioè pluslavoro in forma di valore). A causa della concorrenza tra più unità produttive (imprese), e del continuo aumento della produttività del lavoro soprattutto per nuove tecnologie (oltre alle innovazioni organizzative), il valore e dunque il prezzo di una merce tende a scendere; tuttavia, è in ogni dato periodo una media dei “costi” (in tempi di lavoro) sostenuti dalle varie imprese che producono quella certa merce, una media appunto tendente verso il basso, verso i tempi di lavoro minori ottenuti dalle imprese più innovative, che estromettono tendenzialmente le altre nell’ambito della serrata competizione che contraddistingue il capitalismo concorrenziale.

Con l’oligopolio si sostiene che i prezzi sono “fatti” dalle grandi imprese e sono rigidi all’in giù; tesi valida per alcuni decenni dopo la guerra, quando si supponeva che ormai le innovazioni di processo (e ancor più di prodotto) fossero di portata relativamente modesta; tesi non più sostenibile in presenza di grandi svolte innovative come quelle dell’elettronica e informatica, delle biotecnologie e altre ancora, forse ancora più rivoluzionarie del motore a scoppio, dell’elettricità, della chimica, ecc. Comunque, nel 1970 si pensava diversamente. Se i prezzi sono fatti dagli oligopoli e tenuti ad un certo livello – in presenza logicamente di tendenziale non belligeranza e accordo tra le grandi imprese – essi sono fissati in base ai costi di una cintura di medie e piccole imprese esistenti nei vari settori produttivi, dotate di tecnologie meno avanzate, con minori economie di scala (interne), ecc.[13]

In realtà, molte piccole imprese erano fornitrici di parti complementari del bene prodotto dalle grandi (che esplicavano dunque, in parte, funzioni di montaggio e poi lancio e distribuzione del bene completo). Tuttavia, si considerava che esistesse un buon numero di imprese da considerarsi “marginali” per la produzione in quel dato settore merceologico; e che esse fossero tenute in vita dalle più grandi attraverso una fissazione dei prezzi al livello dei loro costi più alti, di modo che le imprese oligopolistiche potessero godere di un extraprofitto, cioè di un profitto di monopolio. Oggi, lo ripeto, tali considerazioni, con il senno del poi, sono piuttosto opinabili; le piccole imprese hanno motivazioni diverse e il loro sviluppo, la loro “numerosità”, ecc. non dipendono soltanto dagli “artifici” posti in essere dalle grandi imprese, soprattutto non rispondono a motivazioni d’ordine esclusivamente economico, tanto meno relative alla sola formazione dei prezzi di mercato.

Poco si capirebbe di quelle teorizzazioni, di cui Pesenti fu valido rappresentante, se si pensa al solito studioso, chiuso nella sua cameretta, tutto intento a pensare un mondo che brulica e si agita tutto intorno. In realtà come ricordato sopra, il boom determina uno spartiacque sia nell’assetto sociale sia nel pensiero di chi sta elaborando una teoria anche per la politica, per di più una politica che si trova all’opposizione non semplicemente di un governo, bensì di un determinato sistema di rapporti sociali. Negli anni ’50 era ancora possibile, come visto, attenersi alla considerazione di una prevalente tendenza alla polarizzazione sociale tra capitale e lavoro (sottinteso: salariato), cioè tra le due classi fondamentali (e antagoniste) del modello marxista “classico”. Gli strati sociali intermedi, cuscinetto tra queste due classi, erano fondamentalmente trattati come residui di questa predominante tendenza alla polarizzazione. Se tali strati tendono a permanere, ciò dipenderebbe dalla intromissione di altri elementi “impuri”; ad esempio politici, tesi magari a smorzare e ritardare l’antagonismo sociale per ostacolare la presa del potere, pacifica e per via elettorale, da parte dell’organismo rappresentante il lavoro salariato, in specie quello operaio.

La trasformazione sociale italiana a cavallo tra anni ’50 e ’60 comporta uno scossone definitivo a queste tesi. La crescita di quelli che furono definiti “ceti medi produttivi” (di cui il nucleo essenziale è appunto rappresentato dalle piccolo-medie dimensioni imprenditoriali) non è fenomeno residuale, non è un rallentamento “artificiale” di un processo storicamente ineluttabile; è invece il portato oggettivo di una differente dinamica, tipica dei capitalismi arrivati ad un alto grado di sviluppo, caratterizzato dalla struttura monopolistica dei mercati e quindi da una diversa formazione dei prezzi, non più affidata alla semplice concorrenza. Le imprese oligopolistiche sono attive nel fissare certi prezzi, e riescono almeno in parte ad imporre quelli che danno loro profitti di monopolio, favorendo nel contempo la nascita di una miriade di imprese con cicli produttivi caratterizzati da un certo numero di livelli tecnico-organizzativi dei processi lavorativi, con costi differenziati e la cui diversificazione tendeva ad essere mantenuta; e il prezzo si stabiliva quindi in base ai costi delle imprese marginali.

A questo punto, diventava evidente la stabile, strutturale, permanenza dei ceti medi, anche di quelli di carattere imprenditoriale e produttivo. La trattazione teorica della nuova struttura del capitalismo avanzato doveva adeguarsi. Si considerava pur sempre nella sostanza valida l’affermazione leniniana secondo cui si era in pieno stadio imperialistico; si riteneva corretta l’indicazione che quest’ultimo era soprattutto caratterizzato dalla formazione del monopolio. Tuttavia, in un paese a sviluppo industriale avanzato si manifestava “qualcosa” in più. La politica di opposizione non poteva più limitarsi a conquistare soprattutto i ceti operai o le “masse lavoratrici” (quelle del lavoro salariato ai più bassi livelli esecutivi). Diventava imprescindibile la questione dei “ceti medi”. Questo era il significato cruciale del mutamento teorico intervenuto[14].

8. Ancor prima della seconda guerra mondiale, erano andate sviluppandosi – soprattutto in autori sovietici (come Varga) e francesi – le tesi di un ulteriore stadio, quello del capitalismo monopolistico di Stato[15]. Tuttavia, in un primo tempo si intendevano segnalare pressoché esclusivamente con simile definizione gli “interventi indiretti nel processo produttivo (premi, sussidi di varie forme) o di consumo (pensioni, etc.), con l’uso di strumenti fiscali, finanziari, creditizi, monetari”; interventi che “stimolano il processo di riproduzione capitalistico, ma non ne mutano le leggi, le caratteristiche, il tipo di sviluppo e quindi sono destinati a raggiungere presto o tardi il limite della loro efficacia. Ciò vale anche per il più importante strumento, la ‘moneta manovrata’” (ibid.)[16]. Ben diversi sono “gli interventi con imprese produttive di proprietà statale” (ibid.).

Già Engels aveva parlato di capitalismo di Stato, pensato quale ultimo gradino di sviluppo del modo di produzione capitalistico, oltre il quale non poteva ormai che sussistere il passaggio al “socialismo” (quale primo livello o stadio del modo di produzione comunistico). Un paio di decenni dopo, Hilferding, nel suo Il capitale finanziario, aveva parlato della possibilità di un graduale passaggio a tale primo stadio socialistico mediante il controllo centrale, cioè statale (di uno Stato in mano a nuove forze politiche, espressione delle masse lavoratrici), dell’apparato finanziario; e, tramite questo, di quello produttivo. D’altronde – dopo la Rivoluzione d’Ottobre e l’infine obbligata scelta della “costruzione del socialismo in un paese solo” a causa del fallimento rivoluzionario nei paesi a capitalismo maggiormente sviluppato – il socialismo fu di fatto identificato con la proprietà statale dei mezzi produttivi: una proprietà ipso facto considerata “collettiva”[17].

Nel nostro paese, dopo la seconda guerra mondiale, era certo illusorio anche solo il pensare ad una costruzione socialistica “come in Urss”; vi ostavano i patti di Yalta ed altri motivi ancora. Il primo tra questi fu proprio il definitivo passaggio, tra anni ’50 e ’60, ad una fase avanzata di sviluppo capitalistico, caratterizzato dalla netta prevalenza dell’industria sull’agricoltura e dall’ancora non massiccio, ma già considerevole, progresso del settore dei servizi. Perfino nella situazione russa del 1917 – malgrado si sostenesse la centralità della direzione da parte della classe operaia, direzione esercitata in realtà dal partito ritenuto semplice avanguardia della stessa – la rivoluzione sovietica era stata realizzata grazie alla messa in movimento e all’appoggio delle masse contadine, particolarmente arretrate socialmente e con livelli di vita quasi primitivi.

Nell’Italia degli anni’60, alcuni movimenti immaginarono che gli operai fossero pronti alla rivoluzione; in realtà, si trattava di un periodo di lotte acute, che hanno quasi sempre contraddistinto storicamente, in molti paesi, la fase di passaggio dal contadino all’operaio, con migrazione dalla campagna alla città (da noi, in particolare, dal sud al nord)[18]. Sempre ricordando la formula del mutatis mutandis, era in realtà possibile pensare che, nella nostra realtà, il posto delle masse contadine russe – interessate alla rivoluzione sovietica soprattutto per il possesso della terra, non certo per particolare spirito comunistico – fosse occupato dai ceti medi; soprattutto, appunto, da quelli produttivi tenendo conto che, al massiccio fenomeno migratorio del contadino meridionale verso la città (operaia) settentrionale, si accompagnava l’altrettanto massiccio fenomeno della trasformazione del contadino settentrionale (“ricco” in relazione al suo corrispettivo del sud) in piccolo imprenditore, spesso riunito in varie forme cooperative. Tale fenomeno fu egualmente rilevante sia nelle zone “bianche” di Lombardia e Veneto[19] che in quelle “rosse” dell’Emilia-Romagna. Ne discendeva la logica conclusione dell’alleanza operai-ceti medi produttivi; una sorta di aggiornamento dell’alleanza operai-contadini, passando da un paese (la Russia) ad appena iniziale sviluppo capitalistico (e pochissimo industrializzato) ad un paese che aveva ormai “superato il muro del suono” di questo tipo di sviluppo[20].

9. Entriamo nel vivo di tale questione e, dunque, dell’elaborazione teorica di Pesenti mirata a risolverla; un’elaborazione quindi legata alla fase storica in cui egli visse con forte impegno politico, e sempre dal punto di vista di una possibile trasformazione del sistema sociale, essendo però dati una non modificabile collocazione internazionale del paese e il tipo di governo allora esistente[21]. Nel 1956 (intervista di Togliatti a Nuovi Argomenti) fu varata, se così si può dire, la “via italiana al socialismo”; più o meno in quel contesto si cominciò a parlare di “riforme di struttura”. Il contenuto di quello che divenne il punto centrale del progetto politico comunista non era all’inizio ben definito (ovviamente è la mia interpretazione).

Come già sopra considerato, prima della trasformazione legata al boom, i ceti medi venivano ancora considerati residuo, alimentato in specie da scelte politiche, rispetto alla tendenziale polarizzazione sociale crescente; mentre dopo la trasformazione in oggetto, i ceti medi (produttivi, si insistette continuamente su questa specificazione) divennero componente strutturale della società italiana. Alla “questione meridionale” – non risolta, ma comunque profondamente mutata con la migrazione contadina verso le città industriali del nord – si doveva aggiungere di fatto una questione settentrionale (allora non la si definì proprio così) derivante dalla struttura del capitalismo industriale (avanzato) arrivato alla fase del capitalismo monopolistico, per di più con l’aggiunta “di Stato”, che in Italia – con l’Iri e, nel dopoguerra, con l’Eni e l’Enel – significava diretto intervento dell’apparato pubblico nella proprietà di imprese produttive.

La prima considerazione, fatta sopra, è che si doveva costruire un blocco sociale costituito dall’alleanza tra operai e ceti medi (insisto: produttivi, in sostanza piccolo-imprenditoriali). Questi ultimi andavano incoraggiati – e ciò richiedeva l’intervento pubblico, in particolare sotto forma di finanziamenti e regimi giuridici speciali e favorevoli – alla cooperazione con lo scopo di ovviare alle minori dimensioni comportanti svantaggi in tema di “economie di scala”, di possibilità di ricerca tecnologica e di prodotto, ecc. Tuttavia, tale alleanza non era certo favorita, come quella operai-contadini nella Russia del ’17, dalle particolari condizioni di arretratezza, di dissoluzione delle istituzioni del governo centrale (la “Duma borghese” non riuscì a sopperire al crollo del potere autocratico zarista). Lì fu possibile una “guerra di movimento”, in cui vi era bisogno di relativamente poche “truppe”, molto mobili, e di una direzione non pletorica con forti capacità tattiche e strategiche adeguate a quel tipo di conflitto.

Da noi, era prevedibile una lunga “guerra di posizione”, logorante, che si pensava di condurre dentro e attraverso le istituzioni, ma che doveva avere svolgimento capillare nel territorio: tramite appunto il blocco tra operai e ceti medi produttivi. Occorreva però una direzione; e non soltanto quella politica, bensì anche nella struttura economico-produttiva. Non si poteva fare a meno – così si pensò almeno – della grande impresa moderna e tecnologicamente avanzata[22] in quello che si presentava come un lungo e tortuoso confronto. Tuttavia, la grande impresa era prettamente capitalistica, sia pure della nuova fase, quella imperialistica, che per il marxista Pesenti era solo uno stadio del modo di produzione capitalistico giunto, nella sua opinione (anche in ciò del tutto in linea con il marxismo tradizionale), alla fase della maturità e senescenza. In un mondo bipolare – in cui, dopo le illusioni create dal primo sputnik, ecc., era evidente la ripresa di forza mondiale del capitalismo statunitense, centro del campo capitalistico, mentre venivano sempre più alla luce le “crepe” dell’Urss e del campo “socialista” – non si poteva più, come negli anni ’50, rifugiarsi nei grandi successi e nell’avanzata impetuosa di quella parte di mondo; quest’ultima appariva invece sempre più lontana anche alle “masse” occidentali, che avevano già iniziato la loro ascesa verso un migliore tenore di vita (che intellettuali ben pasciuti denominavano con disprezzo “consumismo”).

D’altra parte, erano in voga allora le teorizzazioni (di Galbraith soprattutto) circa la tecnostruttura, carattere ormai acquisito dalle grandi imprese oligopolistiche[23]. Questa non va confusa con l’apparato manageriale di burnhamiana memoria, che in qualche modo metteva in luce il carattere strategico degli attori imprenditoriali nel conflitto intercapitalistico. La tesi della “tecnostruttura” prendeva certamente in considerazione la nuova complessa organizzazione della corporation americana, divisa in dipartimenti e poi in divisioni[24]. Essa nasconde tuttavia il predominio degli agenti del capitale dietro esigenze puramente tecniche che, sia pure in modo più articolato e aderente alla realtà empirica (il che non è sempre un punto a favore), si rifanno al calcolo razionale del massimo risultato (o minimo sforzo). Le strategie effettive tese al predominio di mercato (e con larghi interessi in direzione del potere politico e del predominio sociale tout court) sono lasciate in ombra; e vengono perciò criticate da Pesenti come da ogni altro marxista.

10. Il capitalismo italiano aveva una sua particolare strutturazione – in parte ereditata dal fascismo e con le “aggiunte” (e che aggiunte!) di Eni ed Enel – in cui circa la metà della produzione industriale, in particolare quella delle grandi imprese, era in mano pubblica; e così pure la parte fondamentale dell’apparato bancario. Sembrò quindi che il deus ex machina della situazione fosse proprio il diverso uso dell’apparato economico statale, cioè di quelle imprese produttive che segnalavano il cambiamento intervenuto nella struttura e funzioni pubbliche nella fase del capitalismo monopolistico di Stato; ma soprattutto nella peculiare situazione italiana, in cui tale forma capitalistica era già caratterizzata ampiamente dalla proprietà di così gran parte delle istituzioni economico-produttive di un capitalismo avanzato.

Cruciale questo illuminante passo di Pesenti (sempre in Validità attuale de l’Imperialismo): “dal punto di vista economico, per contrastare il meccanismo della riproduzione capitalistica e modificarlo, ossia per modificare il tipo di sviluppo, non vi è che un solo modo [corsivo mio]: estendere la proprietà statale dei mezzi di produzione, ossia accrescere, fino a farlo diventare determinante, il peso delle imprese produttive statali. Naturalmente questo ragionamento che è economico, di logica economica, per attuarsi concretamente esige un salto qualitativo politico, cioè nei rapporti di forza, tra le classi, la creazione di un nuovo blocco storico di potere [corsivo mio], di una ‘nuova maggioranza’ che attui ciò che noi italiani chiamiamo le ‘riforme di struttura’”.

Si noti la gradualità dello stesso linguaggio – “modificare”, “accrescere fino a farlo diventare”, ecc., sia pure con l’accenno al “salto qualitativo” e ai “rapporti di forza” – l’esistenza di “un solo modo”, specialmente l’indicazione di un “nuovo blocco di potere” (non viene usato il termine gramsciano di blocco sociale) attraverso una “nuova maggioranza”[25]. Non credo proprio che fosse anticipata l’idea del “compromesso storico”, nemmeno in senso specifico quella di un “eurocomunismo” (con occidentalizzazione della prospettiva del Pci); non fu messo in discussione il legame con il campo “socialista” (e l’Urss), di cui si continuava a criticare la scarsa democraticità e non certo la proprietà statale dei mezzi di produzione[26] (ancora identificata di fatto con il socialismo, mentre già era iniziata in Francia, con Bettelheim e la scuola althusseriana, la vivace critica di tale concezione). Era invece in vigore da tempo la tesi della “programmazione democratica” al posto della pianificazione; ma tale tesi apparteneva allo stesso ordine di accettazione di una lenta progressione verso la transizione socialistica, accettazione in un certo senso obbligata dall’ordine internazionale allora esistente.

Per realizzare il progetto in questione era certo necessario un “salto qualitativo nella maggioranza” da conquistare elettoralmente. Senza però l’illusione del famoso 50%+1 dei voti, bensì in accordo (e nel contempo lotta) con lo schieramento ancora avverso, la cui resistenza a simile accordo andava gradualmente vinta con un “blocco di potere” (pezzi di forze politiche al momento contrapposte, ma che sarebbero dovute andare progressivamente avvicinandosi) in grado di ricevere l’appoggio di base da parte degli operai e dei ceti medi produttivi. Il modello era quello delle “regioni rosse”, dove non a caso esisteva nel Pci una maggioranza di tipo “migliorista”, riformista e nel contempo la più filosovietica (si pensi bene a questo connubio, su cui non posso qui diffondermi, ma del tutto implicato da quanto già scritto finora). Tuttavia – non dimenticando mai il contesto mondiale allora esistente – era indispensabile promuovere una via economica al rinsaldamento di questo vagheggiato nuovo “blocco di potere” con la sua base di massa; una via decisamente coadiuvata, ma non forzata né imposta, dalla politica. Data la mancata critica a quella che Althusser definì più tardi la coppia ideologica “pubblico/privato”, data la persistente sostanziale assimilazione della proprietà statale a quella collettiva dei mezzi di produzione, la chiave di volta del progetto era l’utilizzazione del grande apparato pubblico dell’economia, ivi comprese le imprese produttive (e finanziarie)[27].

Sintetizzando: il “blocco di potere”, di graduale formazione, doveva dunque essere basato sull’alleanza tra classe operaia e ceti medi produttivi, con forti impulsi ricevuti in sede economica dall’industria pubblica (tecnologicamente ed organizzativamente avanzata), a tale compito indirizzata – non con la coercizione pianificata, bensì mediante una più morbida “programmazione democratica” – da una “nuova maggioranza” costruita con pezzi vari di forze politiche interessate a modificare (tramite importanti “riforme”) la struttura del capitalismo monopolistico italiano. Per realizzare tale obiettivo, bisognava tuttavia sottrarre spazi al potere del capitalismo monopolistico di Stato, facendo delle imprese produttive pubbliche – ritenute troppo dipendenti dall’influenza di quelle private – delle concorrenti di queste ultime con l’attuazione di una politica di “servizio” utile alla collettività nazionale, soprattutto alle masse popolari italiane. A questo tendeva l’elaborazione teorica di Pesenti, non certo interessato a semplici disquisizioni dottrinali relative ad una maggiore o minore aderenza ai principi del marxismo-leninismo; pur se la gran parte delle sue formulazioni prendeva spunto da quest’ultimo, perfino interpretato a volte con stretta ortodossia.

11. Negli ultimi anni ’60, ivi compresi gli anni della “contestazione”, vennero invitati all’Istituto di Economia (della Facoltà di Giurisprudenza) di Pisa importanti uomini del settore pubblico dell’economia, fra cui ricordo bene Petrilli. Soprattutto importante a mio avviso fu il seminario tenuto da Marcello Colitti, alto dirigente dell’Eni (un uomo che era stato vicino a Mattei prima del presunto “incidente”). Per quanto ne so, non credo esista di quell’evento traccia scritta; solo la mia memoria, che non è evidentemente perfetta dopo tanti anni. Non ricordo certo le domande degli studenti né grandi interventi; fui tuttavia molto attento nel seguire l’intensa discussione tra il mio Maestro e il dirigente della più importante azienda pubblica italiana (che si era laureato in Giurisprudenza a Parma nel 1954 sostenendo la tesi proprio con Pesenti). Ne presi anche alcuni appunti, ma confesso che non sono nemmeno per me oggi facilmente decifrabili.

Nel complesso, tuttavia, si delineò, mi sembra abbastanza bene, una differenza di vedute che era in realtà qualcosa di più: netta divergenza di idee e di impostazione dei problemi. Da una parte, si sosteneva la possibilità (direi necessità) di utilizzare le imprese pubbliche in funzione antimonopolio (sottinteso: privato). Decisivo a tal fine diveniva l’appoggio a tali imprese da parte di una politica di “riforme di struttura”. Era piuttosto evidente che di fatto sarebbe stato necessario mettere l’industria statale al servizio dell’alleanza tra i raggruppamenti sociali fondamentali della popolazione: operai e ceti medi produttivi, appunto. L’appoggio andava quindi in effetti tradotto in robusto orientamento – nelle intenzioni senza aperta coercizione, ma certo con una buona dose di potere di imposizione – del sistema dell’economia pubblica da parte della sfera politica dello Stato.

Dalla parte del manager pubblico, mi sembrava visibile (se mi sbaglio, mi scuso con lui) la sorpresa di fronte ad una prospettiva che gli appariva evidentemente “bizzarra”. Una grande impresa pubblica agisce come ogni altra impresa delle sue dimensioni, a prescindere dalla forma giuridica della proprietà, sempre che sia ben gestita con criteri di efficienza (ed efficacia “strategica”). Essa, evidentemente, è in grado di stabilire accordi oligopolistici – quelli considerati negativi da varie teorie della formazione dei prezzi in tale regime, formulate soprattutto in sede di critica della società capitalistica – oppure sviluppa una forte azione concorrenziale, in specie quando deve farsi strada in un mercato dominato da altre grandi aziende di quel settore.

Quest’ultima era di fatto la posizione dell’Eni nei confronti delle famose “sette sorelle”. La concorrenza – a livello internazionale e non certo nazionale – era indispensabile allo sviluppo dell’azienda pubblica, ma esattamente la stessa cosa sarebbe valsa se fosse stata un’impresa privata. Regime concorrenziale o (mono)oligopolistico non sono stadi di sviluppo del capitale, così come non dipendono dal regime proprietario (se inteso in senso giuridico) delle imprese, a qualsiasi livello della loro dimensionalità. Accordo “monopolistico” o competizione detta “concorrenziale” – termine invero molto soft, dato che si tratta spesso di acuto conflitto strategico – dipendono dalla configurazione del cosiddetto “mercato mondiale”, influenzato in realtà dalla politica degli Stati in base alla differente collocazione di questi nei reciproci rapporti di forza; dipendono, in definitiva, dalla stabilità di tale configurazione o dal prodursi di eventi (economici e politici) che l’alterano e rimettono in moto una lotta prima relativamente sopita.

In quella fase storica (non che oggi sia poi così diverso), l’Eni – più che sottostare a certe direzioni non semplicemente politiche, ma in certa qual guisa ideologiche e partitiche, quelle che hanno giocato un ruolo negativo nella sedicente “costruzione socialistica”, non semplicemente bloccata da “incrostazioni burocratiche” (sovrastrutturali), com’era già allora visibile (basta appunto leggere le analisi di marxisti francesi dell’epoca) – aveva, lei, bisogno di orientare la politica, cioè l’azione dello Stato, per affermarsi su scala internazionale contro imprese già saldamente installate e che avevano alle spalle apparati statali assai robusti[28].

Mi sembra evidente che le due “visioni prospettiche” non coincidevano per nulla. Tentare, nel mondo bipolare di allora, di piegare le imprese produttive statali ad una politica che contrastasse il capitalismo monopolistico di Stato, correttamente considerato da Pesenti ormai struttura e non mera sovrastruttura della società, per arrivare al “nuovo blocco di potere” – con forze politiche nettamente schierate nel campo dominato, anche tramite la Nato, dagli Stati Uniti – mediante graduale formazione di un’alleanza tra operai e ceti medi produttivi, non può non essere considerato, certo con il senno del poi, un escamotage per non abbandonare la prospettiva di un almeno graduale passaggio al “socialismo”, non scoraggiando ulteriormente i propri seguaci, che di delusioni ne avevano già patite abbastanza.

In definitiva, si voleva mantenere un almeno “amichevole collegamento” con il “campo socialistico” (ancora lontano dal crollo), nel mentre si manteneva in piedi la prospettiva socialista (secondo la “via italiana”) con progressiva attuazione di “riforme di struttura”, accettando le forme democratiche di quel campo capitalistico, configurato in base ai rapporti di forza già considerati. Il tutto sarebbe dovuto confluire in una “programmazione”, non imposta centralmente e d’imperio, che avrebbe dovuto incontrare il gradimento sia dei ceti operai che di quelli piccolo-imprenditoriali. La Storia ha preso un’altra strada, che esula da questo scritto[29].

12. Mi sembrano risultare evidenti, dalla pur scarna e certo manchevole ricostruzione fattane[30], alcuni punti centrali. Intanto, il teorico Pesenti non può essere scisso dall’uomo pratico. Non ho nemmeno accennato, perché non competeva a questo scritto, all’enorme produzione di discorsi, articoli, discussioni, ecc. su argomenti finanziari e di politica economica. Tuttavia, al di la di questioni eminentemente pratiche, legate alla contingenza, vi era in lui una più generale stretta connessione tra le formulazioni teoriche – improntate alla concezione marxista (e del marxismo-leninismo), ma sempre attente alle necessarie innovazioni da apportare ad essa – e l’attività politica, intesa nel suo più alto senso di partecipazione all’elaborazione e discussione (anche a livello internazionale) di una linea d’intervento nella fase storica in cui si trovò ad operare (riprendendo il titolo di un libro di Sweezy del 1953, tradotto da noi nel 1962, possiamo dire: The Present as History).

Allora non si pensava alla politica senza un forte appoggio sulla teoria, intesa come scientifica “astrazione determinata” nell’analisi delle vicende legate ad uno scontro di portata complessiva, con forti valenze ideologiche; intendendo, però, per ideologia non il consapevole svisamento del “reale”, bensì la sua interpretazione a partire da una presa di posizione nel conflitto sociale, che sempre si rinnova e si svolge in modo tortuoso ed ondivago. Pesenti apparteneva ad una generazione di grandi economisti marxisti (che non cito per non far torto a qualcuno), ed è stato uno dei primi a dover “abbandonare il campo” (per causa di forza maggiore) quando aveva ancora molto da spendere in energie intellettuali. Egli sparì in un momento cruciale, all’inizio di un decennio passato alla storia come “anni di piombo”, con il “cambio di marcia” nel Pci (segreteria Berlinguer a partire dal 1972), ecc. Impossibile immaginare quali sarebbero potuti essere i suoi apporti teorici nella nuova fase storica.

In ogni caso, per quanto riguarda un periodo decisivo della storia italiana, e mondiale, e del suo “riflesso” nella teoria – certo dal punto di vista della scelta marxista – Antonio Pesenti resta un riferimento importante. Si tende a dimenticare quella generazione, almeno quella di orientamento marxista; non so se è scelta consapevole (e allora colpevole) oppure se ciò dipende dall’insipienza del pensiero attuale, e dal ripiegare della politica sul piccolo cabotaggio e la polemica “personalizzata”. In ogni caso, qualora si volesse scrivere un’autentica storia del pensiero, non solo “economico” – e se si avrà l’accortezza di connetterlo costantemente alle vicende storiche nel loro multiforme aspetto – si “inciamperà” sempre nell’opera di Pesenti, di cui ho tracciato qui volutamente, per ragioni di spazio e tempo, solo poche ma spero essenziali linee di sviluppo: troncato da un evento superiore a tutto il resto. Ovviamente, mi riferisco ai singoli individui, non alla Storia che continua a svolgersi imperterrita e indifferente; se la memoria non la vivifica, essa ci consegna solo cenere che ricopre il tutto rendendolo invisibile.

[1] “Il pacchetto dei consumi viene modificato dal capitalismo e con maggiore potenza oggi dal capitalismo monopolistico che fa largo uso della pubblicità…… Il pacchetto di consumo include una sempre crescente quantità di merci industriali e a consumo continuato (radio, elettrodomestici, ecc.). Ciò comporta un accrescimento del valore della forza lavoro e del consumo della massa della popolazione, anche se questo accrescimento è enormemente inferiore all’aumento della produttività del lavoro” (Fase di transizione in “Critica economica”, n. 5 del 1956).

[2] “La moneta manovrata, ossia la lenta inflazione che spoglia i ‘risparmiatori’, riduce i salari reali trasferendo alla categoria profitti una quota di redditi da lavoro” (vedi articolo citato alla nota precedente).

[3] “E l’insieme di questi legami permette l’uso dello Stato quale strumento coordinatore e conservatore della attuale struttura sociale. E’chiaro che il capitalista come classe dirigente agisce in modo diverso dal capitalista come singolo, come capitano cioè di industria La sua visione non è aziendale, è politica, cioè considera i suoi interessi nell’insieme della società. Se lo Stato cessa di essere per lui solo il poliziotto…..per diventare…..il papà Natale dispensatore di doni attraverso tariffe doganali, premi e sussidi, crediti di favore, questo intervento pone problemi di economia sociale: di equilibrio tra settori economici e di equilibrio tra le classi. Equilibrio non vuol dire che i piatti della bilancia debbano stare allo stesso livello……ma la necessità di spostare il fulcro, di trovare il punto e quindi di fare considerazioni di economia sociale, contro la ‘spontaneità’ e la non ingerenza che si affermava nel passato. E lo stesso capitalismo giunge alla forma di ‘capitalismo di Stato’ cioè alla proprietà statale di certi mezzi di produzione o di servizi essenziali” in Fase di transizione, già citato.

[4] “il vero limite della produzione capitalistica è il capitale stesso”; Marx, Il Capitale, vol. III, cap. XV.

[5] A cavallo tra anni ’50 e ’60 (all’incirca), compaiono analisi marxiste dell’automazione (non quella elettronica, ma ancora meccanica), in cui si vede in questi sviluppi un’oggettiva necessità di superamento del capitalismo e di passaggio al socialismo per l’impossibilità del primo di sfruttare tali progressi tecnologici, che eliminavano forza lavoro e dunque avrebbero esaurito la fonte del plusvalore.

[6] “L’insieme di questi legami permette una subordinazione di tutti i ceti sociali al capitale monopolistico; questa subordinazione avviene in forma subdola, ma per questo più profonda, per la coercizione che esercitano rapporti economici oggettivi e necessari” (sempre in Fase di transizione; scritto, lo ricordo, del 1956).

[7] Erano i tempi in cui si sosteneva che in vent’anni l’Urss avrebbe superato come Pil gli Stati Uniti, e la Cina avrebbe sorpassato l’Inghilterra. Complessivamente il campo socialista avrebbe prodotto oltre il 50% della produzione mondiale. La “via al socialismo” sarebbe allora stata in discesa, sempre più facile e percorribile in modo pacifico e senza scosse, in una sorta di resa dei capitalisti di fronte all’evidente superiorità del nemico.

[8] Lo stesso economista austriaco (nato in Moravia) in Capitalismo, socialismo e democrazia (1942) vede nella grande impresa prevalere l’aspetto della burocrazia con tendenziale spegnimento della spinta innovativa del vecchio capitano d’industria. Assai più realistico circa i cambiamenti intervenuti con l’avvento del capitalismo della grande impresa (soprattutto della grande corporation americana) è Burnham nella sua Rivoluzione manageriale (1941), autore sottovalutato, come vedremo, da Pesenti e, in genere, dal marxismo, con grave danno circa l’aggiornamento dell’elaborazione teorica.

[9] Si veda, più avanti, anche: “Gli squilibri, secondo noi, hanno raggiunto una tale intensità e si sono così generalizzati che non sarà possibile impedire lo scoppio di crisi settoriali e particolari ripetentesi con maggior frequenza e quindi il sostanziale fallimento di interventi e di controlli, che in ogni caso non potranno mai, senza un salto qualitativo rivoluzionario, rimuovere le cause di fondo, cioè inerenti al sistema, che generano lo sviluppo squilibrato”.

[10] Nel primo volume (pubblicato dagli Editori Riuniti) contenente gli atti del Convegno, le critiche di Pesenti qui riportate si trovano a pag. 52. In Validità attuale de l’Imperialismo (più o meno dello stesso anno) sono ulteriormente sviluppate le critiche alle tesi dei “luxemburghiani” del dopoguerra con riferimento al neocoloniasmo nel Terzo Mondo.

[11] Più o meno è quanto accade quando si parla di democrazia perché si è così “benevolenti” da voler associare i dipendenti all’azienda, sostituendo parte dei salari con gli utili aziendali, sulla cui distribuzione gli “strati bassi” del lavoro hanno ben scarsa visibilità e controllo.

[12] Burnham, semmai, è da considerarsi quale contraltare delle tesi esposte in quegli anni da Schumpeter in Capitalismo, socialismo e democrazia (già citato), in cui questi sostiene la progressiva burocratizzazione della grande impresa e lo spegnimento della spinta propulsiva dell’imprenditore innovatore, pensato dunque come “capitano d’industria”, secondo la vecchia tipologia del capitalismo. Decisamente più moderno, e alla fin fine più acuto conoscitore del capitalismo statunitense, è Burnham che individua invece nella “rivoluzione manageriale” il carattere della nuova fase di sviluppo capitalistico.

[13] “Abbiamo, come si sa, la coesistenza d’imprese con tecniche diverse e con diverso grado di produttività del lavoro, abbiamo ancora che non è possibile per una impresa passare da una dimensione e da una tecnica all’altra, per la diversa quantità di capitale iniziale che è necessario e per gli ostacoli inerenti alla struttura monopolistica del mercato. Questa differenza persistente della produttività del lavoro e quindi nei rapporti c+v+pl, permette la permanenza dei differenti saggi di profitto, la permanenza cioè di profitti di monopolio”. E ancora: “il prezzo è fatto dalle imprese guida in modo da non ridurre il prezzo di mercato al di sotto di quello che è il costo, compreso in esso un profitto minimo, delle imprese minori e meno efficienti”. Entrambi i passi sono citati dalla relazione al Convegno sul capitalismo italiano e l’economia internazionale.

[14] Sarebbe interessante, non però in questa sede, considerare il sostanziale fallimento, salvo che in poche regioni, del tentativo di conquistare i ceti medi produttivi, il netto ripiegamento su quelli di certi servizi pubblici, soprattutto di carattere “culturale”, con cambiamento netto di tutte le prospettive formulate e progettate in quei tempi ormai lontani. Non è un caso che la politica, discendente dalle tesi elaborate da Pesenti, fosse quella della tendenza definita “migliorista” (al cui vertice stava il gruppo detto amendoliano); mentre poi, nel partito, vinsero le tendenze “centriste” (Berlinguer) coadiuvate, e infine superate, da quelle considerate di sinistra, facenti capo a settori detti ingraiani, cui poi si aggiunsero via via quelle raggruppate attorno al Manifesto, quelle provenienti dall’“operaismo” sessantottino, ecc. ecc.

[15] “Se si tiene presente la definizione leninista che l’imperialismo è lo ‘stadio monopolistico del capitalismo’ […..] si è detto che il capitalismo monopolistico di Stato è l’ultimo stadio dell’imperialismo”, il quale “da fenomeno sovrastrutturale, di ‘organizzazione’ del capitale finanziario, è divenuto una componente necessaria della struttura dell’odierno capitalismo, per poter assicurare la ‘riproduzione’ capitalistica nel suo insieme.”; in Validità attuale de l’Imperialismo, cit. Si veda anche la relazione sul capitalismo italiano, ecc. già citata: “diventa così sempre più difficile il processo di riproduzione capitalistico nel suo insieme e questo spiega l’estendersi e il consolidarsi del capitalismo monopolistico di Stato, che acquista così un nuovo carattere e diventa parte essenziale dell’odierna struttura capitalistica”.

[16] Si è già considerato il problema di tale “moneta manovrata” che provoca lenta inflazione e quindi una erosione dei salari reali a favore dei profitti.

[17] Tralascio qui tutto il dibattito intorno a questo decisivo problema (non solo teorico), che ha caratterizzato le critiche di parte marxista al “socialismo reale”; in particolare quelle della scuola althusseriana (Charles Bettelheim in testa).

[18] Gli anni ’70 furono già anni di involuzione di questa prospettiva, con tutti i ben noti pesanti effetti (gli anni detti “di piombo”). La “marcia dei 40.000 quadri” della Fiat nel 1980 segnala non tanto la sconfitta della Classe (come pensano tutti “i nostalgici”), bensì il punto di passaggio alla sua “maturità” (senza giudizio di valore!) di raggruppamento sociale inserito nella riproduzione capitalistica e interessato alla distribuzione del prodotto nazionale e quindi al miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro.

[19] Da qui risulta evidente il fenomeno leghista su cui non mi soffermo. Rilevo solo, di passaggio, che l’attecchire, per quanto iniziale, di tale fenomeno nelle zone dette “rosse” dipende dal fatto che, pur con la lentezza dei processi storici, va sbiadendo sempre più l’impostazione del problema che fu alla base della teorizzazione di Pesenti e che lo tenne sempre legato, forse con qualche perplessità, alla corrente definita “migliorista”.

[20] Sempre tenendo ben presente che non si trattava di “fare come in Russia”; nessun pensiero radicale di tipo rivoluzionario, solo un graduale spostamento di rapporti di forza in vista del desiderato, e creduto possibile, passaggio ad una prospettiva socialistica.

[21] Ricordo, en passant, l’accesa polemica del 1963 tra PC cinese e quello italiano, con reciproche accuse di revisionismo (dal primo al secondo) e di estremismo (in senso inverso). Vi furono due scritti cinesi in particolare: Sulle divergenze tra il compagno Togliatti e noi e, decisamente più rilevante, Ancora sulle divergenze….ecc. In essi, l’unico ad essere espressamente citato per nome, oltre a Togliatti, fu appunto il Nostro. Questo è un preciso sintomo dell’importanza teorico-politica di Pesenti. Duole rilevare che il suo pensiero, come momento alto di una polemica (con i ben noti risvolti politici di estensione mondiale), sia stato assai più correttamente valutato nella lontana Cina che qui da noi.

[22] Credo di poter veramente su questi punti citare al minimo gli scritti di Pesenti, perché discussi molto con lui su questi problemi. Per quanto è possibile ad un singolo individuo, evito di interpolare le mie opinioni nell’interpretazione delle sue; interpretazione sempre fallibile ovviamente, ma forse meno di quanto non lo siano quelle degli scritti di un autore.

[23] “Sono le modificazioni del capitalismo intervenute negli ultimi cinquant’anni tali da dar ragione a coloro che affermano che non ci troviamo più nel capitalismo, bensì in una struttura diversa, che tende ad una ‘tecnostruttura’?” (Validità attuale de l’Imperialismo, cit. La risposta di Pesenti, lunga e argomentata, è recisamente negativa.

[24] Non posso qui considerare gli studi più o meno contemporanei di Alfred Chandler sulla grande impresa americana (1962), a mio avviso più interessanti e centrati di quelli sulla “tecnostruttura” (1967); né quelli della scuola neoistituzionalista che prendono lo spunto da analisi di Coase (’37) e si sviluppano più tardi (dopo la morte di Pesenti) con Williamson, ecc. Devo ovviamente effettuare molti tagli.

[25] Se qualcuno pensa che si tratti di una mia troppo capziosa interpretazione, dico che discussi a quel tempo con il Maestro di questo articolo, soprattutto di questo passaggio chiave, e non credo che i miei ricordi siano tanto cattivi; ogni parola di questo passo era soppesata a dovere.

[26]  Si veda nella relazione sul capitalismo italiano, ecc., già citato: “Si può anche dire, pensando all’uno o all’altro modello di paese socialista, che non è quel ‘socialismo’ che noi vogliamo e criticare la soffocante sovrastruttura burocratica che si industria ad ostacolare la piena corrispondenza tra la struttura economica socialista e la sovrastruttura politica e sociale [corsivo mio]. Ma non si può pensare un ritorno al passato, a una struttura economica e sociale superata dalla storia […..] nonostante errori, ritardi e se si vuole anche colpe e misfatti, le leggi proprie del sistema socialista e del suo sviluppo economico e sociale si impongono ed assicurano non solo l’enorme superiorità del socialismo [sic!; nota mia], ma anche che tutti i ritardi saranno, nello sviluppo, superati”. Tali affermazioni, pur tenendo conto dell’anno (1970), lasciano certo un po’ sorpresi; non si può non constatarne l’arretratezza se si pensa che nello stesso anno usciva Calcul économique et formes de proprieté di Bettelheim. Sostenere che la struttura dell’Urss (e degli altri paesi dell’area) era irreversibilmente socialista mentre la sovrastruttura aveva subito deformazioni burocratiche è tesi molto simile a quella del trotzkismo, in parte giustificabile negli anni ’30 e ’40. In questo caso, la posizione presa era evidentemente di tipo solo politico e già allora veramente “superata dalla storia”.

[27] Sarebbe stato bene non dimenticare che gran parte di quell’apparato si era formato in epoca fascista. Sarebbe quindi stata almeno necessaria una riconsiderazione di quel periodo, senza certamente abbandonare l’antifascismo.

[28] E’ ben noto come Mattei si vantasse, e non in segreto, di finanziare tutti i partiti; lamentandosi, se non ricordo male, perché avvertiva la carenza di maggiore decisionalità e capacità politica. Di fronte a certi moralismi (ipocriti) che oggi tentano ancora di danneggiare la stessa Eni e, recentemente, anche la Finmeccanica, non si può non ammirare una figura come Mattei, al di là di accordi o meno su impostazioni politico-ideologiche.

[29] Pur se non posso non dire, e mi si scusi se appaio presuntuoso, che capii, almeno nell’insieme, che lo sviluppo degli eventi, ovviamente non profetizzabili, sarebbe stato assai diverso. Lo capii meglio in quella discussione e poi lo approfondii a Parigi con Bettelheim circa due anni dopo.

3 L’unico punto rilevante che ho saltato mi sembra essere una senza dubbio interessante discussione tra Pesenti e Napoleoni (e altri) su “Rinascita” (primi anni ’70) intorno al problema della trasformazione. Il motivo di questo “vuoto” è  banale; non riesco al momento a ritrovare gli articoli. D’altra parte, ho scelto di scartare tale argomento, che esula completamente dai problemi che ho cercato qui di esporre.

BREVI ANNOTAZIONI SU THE OBAMA DOCTRINE

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(CON  ALCUNE CITAZIONI DA LA GRASSA IN APPENDICE)

 

Nel numero della rivista settimanale Internazionale del 6/12 maggio è riportato, mi pare integralmente, in traduzione italiana un lungo articolo del  giornalista di The Atlantic Jeffrey Goldberg, che è uscito con il titolo “The Obama doctrine” in originale sulla rivista d’oltreoceano. Nei numerosi colloqui che Goldberg ha avuto con il presidente Usa sono stati affrontati in particolare i temi riguardanti la politica estera e le strategie che hanno caratterizzato la gestione obamiana delle problematiche derivate dallo sviluppo di situazioni di crisi politico-militare in quasi tutto il globo negli ultimi anni. Jacopo Zanchini, vicedirettore di Internazionale, in un commento al suddetto articolo afferma che quella di Obama è stata una politica estera nuova, più multilaterale e meno “bellicista” e ripropone sinteticamente, dandone un giudizio positivo, un recente discorso di Obama con riferimento alla storia e ai problemi europei:

<<“Forse avete bisogno di qualcuno che venga da fuori, che non sia europeo, per ricordarvi la grandezza di quello che siete riusciti a fare”, ha detto solennemente Obama ad Hannover il 25 aprile ai leader del vecchio continente, lodando l’unione di tanti paesi e tante culture come una “delle più importanti conquiste politiche ed economiche dei tempi moderni”, dicendo che un’Europa unita e forte è “una necessità per il mondo”, invitando gli europei a non dimenticare di essere “gli eredi di una battaglia per la libertà” e prendendo apertamente posizione contro Brexit, l’eventuale uscita della Gran Bretagna dall’Unione>>.

Per Zanchini queste parole di Obama rappresenterebbero una novità anche se ciò che è emerso negli ultimi mesi –  riguardo agli impulsi provenienti dagli Usa tesi a favorire la nascita delle comunità europee tramite la presa di contatto e l’appoggio ai principali esponenti politici del vecchio continente negli anni del dopoguerra e fino alla nascita della Ue – sembra mostrare proprio il contrario. Abbiamo ampiamente commentato in questo blog le nuove prospettive che la comprensione dell’atteggiamento favorevole degli  Stati Uniti nei confronti dell’unità europea ha aperto per una corretta lettura della politica internazionale dal 1945 a oggi. E quando  il giornalista di Internazionale ricorda come alcuni presidenti e alti diplomatici Usa abbiano usato espressioni sprezzanti e manifestato l’esistenza di reali situazioni di conflitto e di disaccordo con gli alleati europei, noi non possiamo che convenire, prendendo atto della contrarietà che ogni posizione assunta in maniera indipendente e autonoma dai governi del vecchio continente ha prodotto presso i vertici direttivi strategici della potenza predominante. Zanchini insiste poi ancora sull’importanza del presunto superamento dell” “unilateralismo” americano e del “ridimensionamento non solo dell’impegno militare, ma anche della retorica e della hybris della più grande potenza del mondo” ed esalta come grandi successi la creazione di nuove relazioni diplomatiche con Cuba e l’accordo sul nucleare con l’Iran citando anche il presidente Usa che rivolgendosi a Goldberg ha detto:

<<La competizione tra sauditi e iraniani, che ha contribuito ad alimentare guerre e caos in Siria, Iraq e Yemen, ci impone di chiedere ai nostri alleati così come agli iraniani di trovare un modo efficace per istituire una sorta di pace fredda>>.

E riguardo al nodo cruciale rappresentato dalla situazione in Siria, Obama avrebbe affermato di aver violato quello che lui stesso avrebbe chiamato, ironicamente, “il manuale delle regole di Washington”:

<<“A Washington c’è un manuale di regole che il presidente è tenuto a seguire, scritto dalle persone più influenti in politica estera”, spiega. “E il manuale prevede le risposte a diversi eventi, e queste risposte tendono a essere militari (…). Nel pieno di una sfida internazionale come quella della Siria, chi non segue il manuale delle regole viene giudicato severamente, anche se ci sono buoni motivi per non applicarlo”. E aggiunge: “Trovo poco intelligente l’idea che appena c’è un problema mandiamo i nostri militari a imporre l’ordine. Semplicemente, non lo possiamo fare”>>.

L’”illuminato” presidente Usa, secondo Zanchini, avrebbe finalmente compreso che gli Stati Uniti possono essere la guida del mondo “senza esserne il gendarme”, che devono invitare gli alleati in tutto il mondo ad agire con loro, soprattutto sul terreno negoziale, e ad assumersi le proprie responsabilità, senza aspettare che siano gli americani a risolvere i problemi di tutti (e in particolare degli europei). E, citando Ivan Krastev:

<<La famosa massima di Obama ‘non fare cazzate’ in realtà è il principio fondante della politica estera dei paesi europei già da molti anni. Obama sta solo esplicitando qualcosa di cui siamo consapevoli da tempo: la politica estera degli Stati Uniti si sta facendo sempre più prudente, sempre più europea>>.

Concludendo il suo commento il vicedirettore di Internazionale ammette, infine, che la strategia obamiana nonostante i suoi “meriti” ha prodotto una situazione globale particolarmente caotica con gravi problemi irrisolti:

<<la Libia, il fallimento della primavera araba, il nuovo interventismo della Russia, l’ascesa del gruppo Stato islamico e il conflitto siriano – oltre all’Iraq e all’Afghanistan, ereditati dal suo predecessore>>.

Un altro interessante commento alla “dottrina Obama” si può trovare sul sito https://thebottomup.it in un articolo di Valerio Vignoli (03.05.2016). Dopo aver ricordato che Obama ha negato che l’Isis sia “una minaccia esistenziale alla sicurezza degli Stati Uniti” e definito la guerra in Siria “a mess”, un “casino”, l’autore passa a definire la politica estera del presidente Usa sulla base del discorso da lui tenuto  all’accademia militare di West Point nel maggio del 2014. I punti fondamentali sarebbero questi:

1)Enfasi sulla diplomazia e il multilateralismo. Si sarebbe declinata negli storici accordi con Cuba e Iran, nella ricerca di coalizioni il più estese possibili, nelle operazioni in Libia (?) e nel mancato intervento in Siria nel 2013; 2)Riluttanza nel dispiegamento di truppe militari compensata da un drastico incremento nell’uso dei droni da parte dell’esercito USA; 3) Pragmatismo. In particolare riguardo al fatto che gli Stati Uniti non possano essere più il “poliziotto del mondo”. Ne sono derivati incentivi all’Europa a far fronte alle proprie problematiche ma anche ai paesi mediorientali – compresa Israele – a sbrigare le loro delicate faccende da soli, trovando nuovi equilibri. Ma pragmatismo anche nel collaborare con Vladimir Putin per sbloccare la situazione nel complicatissimo teatro siriano; 4)Razionalità nella formulazione delle decisioni (1);5)Incremento dell’attenzione verso la Cina e l’estremo oriente. Questo nuovo orientamento sarebbe ben rappresentato dalla strategia del “pivot to Asia”(2);6)Decremento dell’impegno in Medio Oriente. Dettato parzialmente anche dal raggiungimento dell’autosufficienza energetica grazie anche allo shale gas e agli investimenti sulle rinnovabili. Si è concretizzato nell’abbandono sostanziale delle missioni in Iraq e Afghanistan e nell’ atteggiamento cauto in Siria.

Dopo questo schematico inquadramento Vignoli – “laureato in Relazioni Internazionali e commentatore politico per diletto” come si può leggere su Twitter – pone in maniera articolata la questione fondamentale della possibilità che l’attuale politica estera e le sue direttive strategiche possano proseguire anche con i successori del presidente in carica. Egli ripropone una tesi non nuova in maniera sintetica e chiara. La politica obamiana può in un certo senso

<<essere definita anti-americana poiché mette in discussione tutti i fondamenti teorici liberali (e liberisti) del cosiddetto “eccezionalismo” a stelle e strisce e la narrativa circa una missione messianica degli Stati Uniti nel mondo come faro di civiltà. Da quando è uscita definitivamente dal suo guscio isolazionista, ovvero dalla fine della seconda guerra mondiale, la politica estera americana si è posta l’obiettivo di esportare – e talvolta imporre con la forza – il proprio modello politico, economico e culturale, in antitesi a quello sovietico>>.

In effetti, come più volte ricordato su questo nostro blog, pare abbastanza evidente che – a partire dalla caduta del comunismo storico novecentesco e in modo particolare con le guerre balcaniche in Bosnia e nel Kosovo – l’ideologia della “pace democratica” imposta con le armi e quindi dell’interventismo (internazionalismo) “liberale” e “umanitario” ha accompagnato l’illusione Usa di avere ormai il completo predominio nel panorama globale, a fronte di una crisi ormai evidente dell’assetto mondiale che prima di sfociare nella nuova grande depressione – in cui siamo tuttora immersi – ha trovato le sue radici in una tensione multipolare generata da una nuova fase di forte “sviluppo ineguale” su scala planetaria. Il momento di svolta in questa tendenza si è verificato con la sconfitta dei  falchi neoconservatori e dell’amministrazione di George W. Bush in seguito alla loro scelta totalmente unilaterale (ricordiamo in proposito il veto “inutile” della Francia nel Consiglio di Sicurezza dell’Onu) di invadere per la seconda volta l’Iraq di Saddam Hussein. La posizione obamiana, segnala ancora Vignoli, è stata anche collegata a una visione teorica  (neo)realistica delle relazioni internazionali (3) a partire dalla quale sarebbe possibile arrivare ad interessanti accostamenti (con qualche dubbio da parte nostra):

<<Le esperienze realiste nella storia recente degli USA si contano sulle dita di una mano. La più celebre è quella di Richard Nixon e del suo segretario di stato Henry Kissinger che aveva portato alla distensione con l’Unione Sovietica di Breznev e all’apertura alla Cina di Mao. Insomma si tratta con tutti se è funzionale agli obiettivi prestabiliti come ha fatto Obama con la Russia di Putin in Siria, con l’Iran di Rohani riguardo al programma nucleare, con la Cuba di Raul Castro per il disgelo. Si passa dal sostegno delle proteste di piazza Thahir in Egitto ad un sostanziale silenzio per quanto riguarda il regime militare di Al Sisi – nonostante pare che Obama privatamente consideri il generale un “paranoico”. Si fa ricorso all’azione militare solo con una strategia chiara e limitata, come ha fatto George H. W. Bush nella prima guerra del golfo>>. Ciò nonostante la possibilità che l’attuale strategia internazionale degli Usa prosegua anche dopo l’avvicendamento alla casa bianca non appare particolarmente fondata e non solo per le diverse posizioni manifestate dai due possibili successori, Hillary Clinton e Donald Trump, ma anche per le forti pressioni che alcune importanti elité strategiche statunitensi portano avanti per cambiare la maniera di gestire la caotica situazione attuale. Però Vignoli osserva opportunamente che la popolazione statunitense ha storicamente attitudini significativamente più isolazioniste rispetto ai propri leader e questa tendenza sembra in drastica crescita. Nel dicembre 2013 il prestigioso istituto di statistica Pew Research avrebbe rilevato che per la prima volta  dal 1963 la maggioranza degli americani è d’accordo sul fatto che il loro paese debba “pensare ai propri affari” a livello internazionale. In conclusione

<<se si va a considerare l’eventualità di un impegno specifico a stelle e strisce nelle zone calde del pianeta il quadro non cambia. Nel 2011 ben il 63% dell’opinione pubblica USA era convinta che il governo non avesse la responsabilità di agire in Libia e per il 51% la motivazione era che le forze militari erano già fin troppo impegnate. Altrettanto relativamente bassa si è mantenuta dal 2012 la percentuale di chi sosteneva un’operazione in Siria con addirittura una inequivocabile opposizione del 63% degli intervistati ai raid aerei nel settembre 2013, quando Obama stava seriamente prendendo in considerazione la possibilità di sferrare un attacco diretto contro il regime di Assad. E, infine, nel 2014 ben il 56% degli americani riteneva che il paese non dovesse lasciarsi troppo coinvolgere nella crisi ucraina>>.

Chiudo qui il post lasciando in sospeso questioni che andranno ulteriormente sviluppate prendendo in considerazione altre valutazioni di personalità politiche ed esperti in queste materie. A questo proposito aggiungo una breve (ma non troppo)  appendice di citazioni di La Grassa risalenti a due interventi su questo blog del 11 e del 17 settembre 2012 che, nonostante siano passati quasi quattro anni, aiutano ancora  ad inquadrare “teoricamente” l’attuale situazione globale.

 

Appendice

<<Nel febbraio 2007, il gen. Petraeus fu nominato comandante delle truppe in Irak e vi applicò, con successo a quanto sembra, la strategia del divide et impera (tra sunniti e sciiti) con tendenza al caos e mantenimento di enclaves decisive per una sorta di “controllo a zona”. Nel giugno 2010 detto generale sostituì McChrystal (critico della politica di Obama) in Afghanistan, indice di un attrito tra fautori della vecchia e della nuova strategia americana; chiara mi sembra l’intenzione di espandere quest’ultima al contesto globale (con propositi di ritiro delle truppe pure dall’Afghanistan dopo l’Irak), intenzione che sembra incontrare resistenze, non credo sopite, in dati ambienti politici e militari statunitensi. Petraeus è poi divenuto capo (attuale) della Cia, probabilmente la più vicina ai gruppi obamiani, mentre forse l’Fbi subisce pure altre influenze. Le divisioni, come ricordato all’inizio, non mettono in discussione la necessità che gli Usa mantengano la supremazia mondiale; per cui tali divisioni sono come quelle che si manifestarono ad es. all’epoca dello scandalo Watergate (dopo l’apertura Nixon-Kissinger alla Cina e al Vietnam del Nord), con molti arzigogoli e compromessi e un sostanziale zigzagare. Magari poi si usano metodi di lotta traumatici, ma ciò non cancella le giravolte; per cui gli Usa devono acconciarsi ad alcune ritirate, a sconfitte, che però alla lunga appaiono magari in luce diversa (ad es. la “sconfitta” subita in Vietnam). Il mutamento strategico di cui stiamo parlando, pur con aspetti che potrebbero apparire in futuro più involuti, segnala comunque che gli Stati Uniti hanno dovuto prendere atto di un loro predominio non incontrastato così come avevano pensato, dopo il crollo dell’Urss, per un periodo di tempo tutto sommato breve>>.

 

Si tratta di [A.d.r.] <<una strategia comportante mutamenti rilevanti, ancora in larga misura coperti, “annebbiati”, per non lasciar capire dove in effetti ci si sta indirizzando. A dire il vero, nemmeno sembrano esistere disegni ben precisi e perseguiti senza mai deviare. Tutto il contrario; si tratta della strategia del “liquido”. Immaginate un’area pavimentata con lastre di marmo solcate da canalicoli che s’incrociano formando una rete. Il pavimento deve essere appena leggermente inclinato verso la parte dell’area che è l’obiettivo finale (mettiamo sia la Russia). Si comincia a versare il liquido – non acqua che scorre troppo velocemente e sfugge più facilmente ad ogni controllo, qualcosa di un po’ oleoso e vischioso come può essere appunto una strategia d’attacco implicante l’uso di “sicari” relativamente inetti che, lo si mette in conto, creeranno dati fastidi con la loro improntitudine – nella parte appena un po’ più alta della pavimentazione, in genere la più lontana da quella rappresentante l’“obiettivo”. Il liquido scorre e, per conto suo e malgrado la vischiosità, prenderebbe vie traverse e canali svariati che potrebbero mettere in difficoltà l’agente strategico, rendendo del tutto inutili i suoi desideri e sforzi di imprimergli una data direzione. Detto agente colloca – soprattutto nei punti di snodo dei canalicoli intersecantisi in rete, e decidendo volta per volta – dei sassolini che cercano (perché non si è mai sicuri al 100%) di ostruire uno o più d’essi in modo da dirigere il liquido verso altri, preferiti perché sembrano più confacenti ai bisogni e alla capacità d’intervento dello stratega, pur se magari ritardano l’avvicinamento del liquido alla zona/obiettivo. Ci si può eventualmente aiutare con degli stecchetti rigidi per raschiare e rigare certi canalicoli (magari nel loro fondo si è accumulata un po’ di sabbia che rischia di far impantanare il liquido o di spingerlo in altro alveo) in modo da meglio instradare il liquido (strategia) lungo la via ritenuta più appropriata – per modalità e/o tempi, ecc. a seconda dei casi – al raggiungimento del “punto finale” mirato fin dall’inizio. Quel punto finale è infatti l’unica scelta decisa in anticipo, mentre i canalicoli utilizzati per raggiungerlo dipendono dalla contingenza del verificarsi di vari eventi nel percorso (tempo storico) di avvicinamento. E’ abbastanza chiaro? E’ appunto nella zona a ovest della Russia che si sta soprattutto sviluppando questa strategia “liquida” da parte degli Usa di Obama. La Russia deve essere considerata il “punto finale” che il “liquido” dovrà raggiungere.

 

<<Ho fatto, e abbastanza a caso, alcuni esempi per evidenziare le predisposizioni di chi sa usare le strategie, sia pure a volte con giochi assai rischiosi. Non si tratta di complotti e di fissazione di progetti precisi in tutte le loro mosse, calcolate al 100% e con date fisse per la loro attuazione. Ci si serve di determinate informazioni, ottenute da Servizi efficienti tramite canali opportunamente coltivati con il possibile nemico, così come dovrebbe essere accaduto con l’attacco dei giapponesi; oppure si tessono trame definite solo per tratti grossolani, prevedendo che dal caos creato emergerà qualche evento traumatico da sfruttare per meglio rifinirle, come potrebbe essere invece il caso della Libia (e un domani magari pure dell’Egitto, ecc.). Tuttavia, scegliendo questa seconda opzione, si verificano spesso disguidi poiché i calcoli – sia pure, lo ripeto, di larga massima – non hanno magari tenuto conto in modo adeguato del magma venutosi a formare: o per l’incapacità dei “sicari” utilizzati, non volendo intervenire subito direttamente, o perché questi ultimi hanno superato i limiti del mandato assegnato nel maldestro tentativo di accaparrarsi qualche vantaggioso supplemento d’affare e qualche aggiunta d’influenza, non preventivati dal “mandante” e tanto meno da esso concedibili>>.

 

<<La fase storica non vede in atto alcuna rivoluzione o lotta radicale “dal basso”. Ed è ora di dire con franchezza che, anche tra le sedicenti masse diseredate dei paesi ancora sottosviluppati, emergono con sempre maggiore chiarezza gruppi dominanti, di particolare durezza, molto abili nello sfruttare le loro masse, del tutto docili ai comandi dei “superiori” in nome soprattutto dello spirito religioso. Queste masse, quando si agitano e si rivoltano, vanno esaltate? A seconda della direzione presa dal movimento. Chiunque si sia inebriato delle presunte “rivolte delle masse” nella “primavera araba” è da considerare un reazionario della stessa pasta di coloro che guardarono con favore alla Vandea o ai contadini (poveri) delle “armate bianche” o anche ai marinai di Kronstadt. Se si tratta delle “masse” (ben dirette) all’assalto della Bastiglia o del Palazzo d’Inverno, ecc., l’opinione diventa positiva. Questo, però, per chi è schierato sulle mie stesse posizioni; chi appoggia oggi gli Stati Uniti – sia quelli di prima sia quelli odierni – la penserà ovviamente in modo opposto. In ogni caso, sia chiaro che non mi sogno di dire che i vandeani erano soltanto massa di manovra di preti e nobili mentre chi assaltava la Bastiglia era il popolo cosciente che indicava il radioso futuro della “liberté, égalité, fraternité”; e non vengo a raccontare che la presa del Palazzo d’Inverno ha aperto la strada verso il comunismo, poi tradito per alcuni già da Stalin, per altri da Krusciov, per altri ancora da Gorbaciov. Parlando del presente, ho apertamente condannato il massacro di Gheddafi e la rivolta libica senza bisogno d’inventarmi che il Colonnello era un altro “Leone del Deserto”, un campione di lotta antimperialista. E via dicendo.  La situazione creatasi con le “rivolte arabe” (in dati paesi e non in altri) sta sfuggendo di mano? O si tratta di processi almeno in parte messi in conto e che verranno sfruttati secondo decisioni al momento non facilmente prevedibili? O si tratta di difficoltà che nascono – come già accadde per la strategia Kissinger-Nixon all’epoca del Vietnam – dalla contrapposizione tra gruppi dominanti statunitensi con diversi punti di vista di politica estera? Non scioglierei adesso i vari dubbi e non sceglierei precipitosamente questa o quella ipotesi. Pur se penso che gli strateghi statunitensi non siano rimasti troppo sorpresi, né tanto meno scontenti, per lo svolgersi di eventi in grado di favorire buona parte delle loro aspettative di più lungo periodo (non invece le esplosioni e andamenti erratici di breve momento, però con tutta probabilità preventivati). Attenderei i prossimi mesi e forse anche qualcosa di più; soprattutto credo che, come minimo, ci si debba astenere dal trarre affrettate conclusioni fino all’elezione presidenziale negli Stati Uniti. Sono comunque convinto si possa emettere qualche giudizio meno provvisorio, pur sempre ipotetico, in merito agli intendimenti di quei centri attivi nell’impostare la strategia americana degli ultimi tre-quattro anni. La Russia sembra essere considerata, da questi centri strategici, come nemico principale, almeno potenzialmente e nel medio periodo. A est ci si impegna più direttamente con una serie di alleanze (cui partecipa perfino un paese ex “socialista” come il Vietnam) per creare il cordone intorno alla Cina (di cui ho parlato in altro pezzo) e spingerla eventualmente verso il suo ovest (continentale). A “ovest” – nell’area della Nato, che s’intende rafforzare e non indebolire come sostengono alcuni imbroglioni, servitorelli pro-Usa – si opera, in modo contorto e perfino mascherato, per l’ulteriore, e più spinto, annullamento di ogni vocazione autonomista dei paesi europei; a partire dai più deboli e squinternati d’essi, fra cui vi è purtroppo anche il nostro>>.

 

 

 

 

(1)<<Più che un risoluto “commander in chief” Obama è sembrato un policymaker attento a valutare tutte le opinioni dei suoi collaboratori e, solo dopo una lunga riflessione, a compiere le sue scelte. Questa razionalità, insieme alla ritrosia nei confronti dei “boots on the ground”[truppe sul terreno.N.d.r.], si può riassumere nel principio “don’t do stupid things”>>. Dall’articolo di Vignoli.

 

(2)<<“Asian pivot”, il perno sull’Asia, è in sintesi lo spostamento del focus della politica estera dal medio all’estremo oriente>>. Da Internet.

 

(3) Secondo Kenneth Waltz questo approccio porterebbe a vedere nell’assenza di un’autorità superiore la causa scatenante dell’anarchia tra gli stati, che agiscono in maniera razionale per garantirsi la sopravvivenza. [Parafrasi di un passo dell’articolo di Vignoli]

 

Mauro Tozzato           16.05.2016

UNA “MARX RENAISSANCE”?

Karl-Marx

“Ripubblico un primo documento di dieci anni fa (forse altri seguiranno, vedremo). Molti lettori del blog tanto non lo conoscono e in teoria nessuno di quelli di FB (dove poi lo inserirò) poiché vi sono entrato nel 2009. Credo che si possa notare qualche “sbavatura” rispetto a quanto sostengo adesso, ma assai poco. In dieci anni, mi sembra proprio che gli eventi abbiano in buona parte confermato le mie idee di allora, che ne sono uscite per almeno quattro quinti rafforzate. Spero di non annoiare nessuno; in ogni caso, ritengo di dover ricordare qualche volta quanto dicevo non so quanto tempo fa (potrei andare anche all’altro secolo). Grazie dell’attenzione.”

1.Questioni preliminari

 

Ho letto che in Germania, attualmente, Il Manifesto del partito comunista (1848) è venduto tanto quanto la Bibbia. Sento anche di storici che ricominciano ad affermare l’importanza di Marx per la loro disciplina. Insomma, da più parti si sostiene che sarebbe in atto una sorta di Marx renaissance. Potrei esserne soddisfatto, data la mia impostazione teorica di base, ma ammetto di avere molti dubbi in proposito. Anche perché, almeno in campo economico, mi sembra che si rivolgano fin troppi complimenti al pensatore di Treviri in quanto avrebbe anticipato, previsto, la cosiddetta globalizzazione odierna. A parte che non penso ad un qualsiasi studioso, per quanto interessato alla trasformazione sociale così come lo fu il suddetto, in grado di fare il profeta, credo che la globalizzazione di cui tanto si parla sia semplicemente l’estendersi sempre più generalizzato della produzione di merci, l’intensificarsi e l’infittirsi della rete degli scambi mercantili a livello mondiale, una volta dissoltosi, dopo il 1989, quel tipo di società tradizionalmente definita “socialismo reale”.

In realtà, Marx non fu semplicemente il teorico di una società, detta capitalistica, fondata sul generalizzarsi della produzione per il mercato. Da questo punto di vista, fu ampiamente anticipato dall’economia classica, anzi prima ancora dai mercantilisti. Marx non studia in senso proprio il capitalismo, in quanto società costituita da un complesso di rapporti di diversi tipi fra loro variamente articolati. Egli formula soprattutto il concetto di modo di produzione capitalistico, inteso quale forma storicamente specifica di rapporti sociali che influenza e dà coloritura particolare a tutto l’insieme societario nell’epoca moderna; e che sostiene, regge, orienta e imprime impulso allo sviluppo delle forze produttive nell’ambito di detto insieme, estremamente dinamico da questo punto di vista.

La teoria del valore (lavoro incorporato) che Marx riprende dai classici (Smith e Ricardo), trasformandola radicalmente onde mettere in evidenza tutta la tematica del plusvalore (pluslavoro) in quanto profitto capitalistico – tema su cui non mi diffondo, non essendo mia intenzione tenere una sorta di lezione di economia politica – era per lui strumento teorico atto a cogliere la continua riproduzione del rapporto “essenziale” del modo di produzione capitalistico, decisivo dunque per comprendere il movimento peculiare dell’intera società capitalistica. Tale rapporto era, per Marx, quello tra proprietà dei mezzi di produzione e lavoro salariato, cioè forza (capacità) lavorativa venduta come merce da chi altro non possedeva se non il suo cervello e/o il suo braccio. La teorica del valore e plusvalore spiegava come, ad ogni ciclo della produzione capitalistica, veniva riprodotto tale rapporto con il costante accrescimento del lato proprietario (grazie al profitto/plusvalore), mentre il lavoro salariato poteva vedere certo aumentare il suo tenore di vita (salario reale) ma sempre nell’ambito di una non proprietà, dunque un non controllo, dei mezzi necessari all’attività produttiva.

Da qui nacque il cosiddetto socialismo scientifico, cioè la convinzione che la dinamica intrinseca al modo di produzione capitalistico, indagata appunto con metodo scientifico, conducesse l’intera società (formazione sociale) capitalistica alla sua trasformazione (transizione) ad una nuova forma di rapporti di tipo comunistico. Ed è su questo punto che il pensiero di Marx si saldò con la prassi comunista; lo scienziato, cioè, non avrebbe potuto che porsi nella prospettiva della trasformazione rivoluzionaria del capitalismo, essendo questa – secondo quanto si presumeva ormai accertato in sede di teoria – del tutto necessitata in base alla direzione assunta dalla riproduzione del rapporto fondamentale del modo di produzione capitalistico (non dell’intero capitalismo, in quanto insieme sociale variamente strutturato). Ed è su questo punto che invece – secondo la mia opinione, anch’essa fondata su una pretesa scientifica, cioè su ipotesi formulate seguendo certe regole di analisi e argomentazione – il marxismo è stato nella sostanza invalidato. L’invalidazione, perfino restando ai semplici precetti popperiani, decreta la scientificità del marxismo; ma dichiarare troppo affrettatamente una Marx renaissance mi sembra assai problematico. Comunque a tutto questo ho dedicato molti anni di studio che si sono, momentaneamente, conclusi con il mio ultimo libro: Gli strateghi del capitale, Manifestolibri 2006; cui va aggiunto, quale corollario, un opuscolo: La teoria come pratica (politica), Società editrice apuana 2006.

2.Uno schizzo della teoria marxista originaria

 

Quanto appena sostenuto implica intanto una breve considerazione: Marx non ha affermato una semplice estensione – a livello sempre più globale – della produzione capitalistica di merci. Egli pensava, più precisamente e con ben altro spirito di previsione, che il rapporto “essenziale” del modo di produzione capitalistico – tra capitale (proprietà dei mezzi produttivi) e forza lavoro (salariata) venduta come merce – si sarebbe esteso, dal primo paese in cui tale modo di produzione aveva raggiunto la sua “classicità” (Inghilterra), al resto del mondo. La globalizzazione, di cui parlava Marx, non riguardava il mero mercato, bensì la riproduzione di un rapporto di forma storicamente determinata, il cui movimento endogeno preparava le condizioni sociali di una trasformazione rivoluzionaria del capitalismo in comunismo. Il primo passo da compiere è allora comprendere, pur del tutto schematicamente, la dinamica del suddetto rapporto.

Data la tirannia dello spazio, sarò estremamente sommario e apodittico. Come già rilevato, in Marx, e nel marxismo “classico”, il comunismo non ha pressoché nulla di semplicemente utopico. Nel fondatore della teoria tuttavia, al contrario dell’uso invalso successivamente, in particolare negli ultimi decenni di prosperità del marxismo (dopo la seconda guerra mondiale), l’idea della necessità, più ancora che mera possibilità, del comunismo non dipendeva dall’utilizzazione della teoria del valore (lavoro) e del plusvalore (pluslavoro). Il fatto che le classi lavoratrici salariate (il soggetto pensato come rivoluzionario in direzione del suddetto comunismo, passando per un primo stadio socialistico) siano sfruttate – si estragga cioè da loro, pur nel rispetto formale dell’equivalenza realizzata in media nello scambio mercantile, il pluslavoro/plusvalore che costituisce la sostanza dei redditi dei gruppi proprietari dominanti – non attribuisce, di per se stesso, a tali classi un carattere rivoluzionario. Ed infatti Marx era ben conscio che tutte le classi sfruttate nelle società precapitalistiche non avevano mai posseduto la capacità di trasformarle l’una nell’altra (ad es., dallo schiavismo al feudalesimo, o da questo al capitalismo, ecc.).

L’in sé rivoluzionario della classe dei lavoratori salariati era considerato certo – l’ho già detto, ma è bene ribadirlo – in base al concetto di modo di produzione capitalistico, inteso quale intreccio di rapporti di produzione e forze produttive. Nell’ambito dei primi, si supponeva – anzi, Marx la dava per scontata, per necessaria – questa dinamica: in un primo tempo la proprietà dell’artigiano e del piccolo conduttore contadino veniva, mediante i processi dell’accumulazione originaria del capitale (vedi il mirabile, e ultrachiaro, settimo e ultimo paragrafo del cap. XXIV del I libro de Il Capitale), trasformata in proprietà (privata) capitalistica, con i capitalisti (anche organizzatori della produzione), da una parte, e i lavoratori salariati (espropriati dei mezzi di produzione), dall’altra. In un secondo tempo, iniziava pure la crescente espropriazione fra capitalisti a causa della reciproca concorrenza con fallimento dei molti e il successo dei pochi. Si verificava cioè la centralizzazione (monopolistica) dei capitali che, a questo punto, portava ad un numero sempre più ristretto di capitalisti proprietari di azioni (rentier, proprietari finanziari) avulsi dai processi produttivi, da una parte, e alla gran massa dei lavoratori (salariati) del braccio e della mente (“il manovale” e “l’ingegnere”), dall’altra.

Tra questi ultimi esistevano contraddizioni secondarie, mentre quella principale correva tra loro e i proprietari ormai “assenteisti”, una nuova classe sostanzialmente signorile, pur se avrebbe goduto principalmente di rendite finanziarie, legate alla proprietà azionaria e alle speculazioni borsistiche; meno importanti, pur se cospicue, sarebbero invece state quelle da proprietà immobiliare (fra cui quella terriera), che comunque non avrebbero avuto più nulla a che vedere con quelle di tipo feudale. La rivoluzione sarebbe divenuta a questo punto incombente, e il soggetto della rivoluzione sarebbe esistito appunto nella figura di queste classi del lavoro salariato, sia intellettuale (le potenze mentali della produzione) che manuale, classi che non avrebbero agognato solo utopicamente il comunismo, poiché i loro stessi interessi le avrebbero spinte in tale direzione, alla realizzazione di una effettiva cooperazione tra tutti i lavoratori (produttori), mentre lo sfruttamento sarebbe apparso senza più veli, una autentica spoliazione di chi produceva con il suo lavoro da parte di superflue sanguisughe.

Naturalmente, le classi proprietarie non sarebbero state immediatamente e facilmente espropriate dai produttori cooperanti, poiché esse, per la vischiosità tipica dei processi storici, avrebbero mantenuto ancora per un certo tempo una superiorità (egemonia) culturale, ma soprattutto politica, controllando lo Stato in quanto strumento di dominio; a questo punto esercitato sempre più in modo violento, repressivo e coercitivo. Nessuna concessione, in Marx, a tesi di democratico affermarsi delle masse salariate in semplici elezioni, al loro pacifico movimento che avrebbe imposto, con la sola forza del numero (e della “giusta” rivendicazione di non essere più spogliati dei frutti del proprio lavoro), la loro prevalenza, ormai armoniosa, fondata sulla solidarietà e sulla programmazione coordinata delle loro attività senza più la competizione legata al mercato, ecc. No, sarebbe stato invece necessario passare per un periodo di acuta rivoluzione onde abbattere il potere dei capitalisti finanziari, distruggere la “macchina statale” al loro servizio e costruire, provvisoriamente e per un periodo di semplice transizione, uno Stato di “dittatura proletaria” (cioè al servizio dell’insieme dei lavoratori); uno Stato “in via di deperimento”, man mano che sarebbe prevalso lo spirito solidale e cooperativo dei produttori contro quello di pura rapina e sfruttamento dei redditieri e finanzieri.

E veniamo all’altro lato del modo di produzione, alle forze produttive. Con la centralizzazione monopolistica dei capitali si sarebbe attenuata la competizione tra capitalisti (oggi diremmo tra imprese) con affievolimento della spinta allo sviluppo. Ancora una volta, però, il marxismo (di Marx) non si rifaceva semplicemente a questo aspetto solo economico, legato alla monopolizzazione del capitale, ma ancor più a quello sociale relativo appunto al formarsi del ristretto gruppo di capitalisti finanziari, proprietari di azioni e disinteressati al vero e proprio processo produttivo. Sarebbe stata l’estraneità alla produzione, il loro essere dediti ad operazioni finanziarie, al gioco speculativo di Borsa, al lancio come al fallimento delle società per azioni a seconda delle loro convenienze in mero guadagno di denaro, a rendere questi rentier del tutto esiziali per l’ulteriore sviluppo delle forze produttive.

La loro reciproca competizione sarebbe stata soltanto tesa a depredarsi l’un l’altro; ma, alternativamente e quando ciò fosse stato loro necessario, essi si sarebbero uniti in una lotta contro l’insieme dei lavoratori per costringerli a produrre di più, onde potersi così appropriare di quote maggiori di pluslavoro/plusvalore. Sarebbe così divenuto sempre più chiaro al popolo che la ragnatela costituita dall’intricato intreccio dei loro rapporti proprietari – mantenuta e difesa dal potere del loro Stato, dall’esercizio sempre più frequente di violenza, sia contro i lavoratori che fra loro, con il corteggio delle continue guerre, rivolte, conseguenti massacri, ecc. – avrebbe dovuto essere strappata e distrutta, abbattendo intanto il potere che essi avevano nello Stato e negli apparati culturali (nelle “sovrastrutture” politico-ideologiche); e sarebbero perciò scoppiate sempre più spesso, e con estensione sempre maggiore, rivoluzioni contro di essi.

Abbattuta, stracciata, questa ragnatela, instauratisi nuovi rapporti di proprietà e di potere (della collettività dei produttori), le forze produttive avrebbero ricominciato a svilupparsi e ci si sarebbe avviati allora verso quell’obiettivo del comunismo sintetizzato dall’espressione: “da ognuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni”. Senza più, o con sempre meno, competizione e violenza sopraffattrice, e rafforzandosi invece lo spirito di cooperazione e di armonico (equilibrato) coordinamento della produzione secondo le decisioni prese di comune accordo, i bisogni della popolazione sarebbero cresciuti – con esaltazione soprattutto del loro aspetto ideale e culturale rispetto a quello esclusivamente materiale – in misura correlata al programmato sviluppo delle forze produttive, senza le forzature, capitalistiche, del consumismo odierno.

Come il lettore si renderà conto, in tutto quanto ho finora scritto non vi è nulla o quasi di “bel sogno”, di facile utopia. I comunisti e marxisti sono infatti sempre stati persone eminentemente pratiche, concrete, contrarie ai semplici buoni sentimenti; hanno sempre tenuto conto che gli uomini non sono necessariamente generosi, altruisti, pronti a sacrificarsi per gli altri, ecc. Hanno pensato che la società, la formazione sociale, arrivata alla sua epoca capitalistica, si sarebbe sviluppata secondo modalità tali da creare i presupposti di una organizzazione cooperativa di tipo, nella sua fase finale, comunistico.

3.Il contrasto crescente tra la teoria e la realtà storica

 

Senza grande consapevolezza dei rivoluzionari, dei comunisti, il modello marxista di pensiero (scientifico, non utopico) cominciò a incrinarsi proprio durante il periodo della crescente centralizzazione monopolistica del capitale: tra fine ottocento e primi novecento. La formazione di grandi imprese (produttive e finanziarie) non portava affatto alla sostanziale unificazione, o almeno sempre più stretta cooperazione, di tutti i lavoratori, sia di carattere direttivo che esecutivo; e fra gli uni e gli altri andò crescendo una vasta gamma intermedia con stratificazioni gerarchiche e di saperi piuttosto notevoli. Così pure, nell’apparato dirigente – soprattutto a causa del moltiplicarsi delle branche e settori produttivi, conseguente all’importanza assunta dalle innovazioni di prodotto (e poi di fonti di energia), poco considerate dal marxismo tradizionale, tutto concentrato su quelle di processo (tecnologiche) rilevanti ai fini dell’accrescimento del plusvalore (relativo) – non si andava verso una sostanziale sintesi dei saperi produttivi, e della scienza applicata alla tecnica, con l’emergere del (previsto da Marx) general intellect; si espanse al contrario un cospicuo strato manageriale, di vari livelli, e si costituì una comunità scientifica sempre più frammentata al suo interno a causa di un crescente e sempre più sminuzzato specialismo.

Il complesso dei lavoratori, pensato quale soggetto oggettivamente interessato alla rivoluzione, si ridusse di fatto alla sola classe operaia in senso stretto, alle “tute blu”, agli operai di fabbrica, i quali indubbiamente, per una intera epoca storica, crebbero di numero e di forza (in specie sindacale). Questa classe divenne, per il marxismo in quanto ideologia elaborata soprattutto da Kautsky, il “soggetto rivoluzionario” per eccellenza; gli altri lavoratori, in particolare quelli in possesso della scienza e della tecnica, delle “potenze mentali della produzione”, furono considerati specialisti borghesi; fondamentali per la produzione anche dopo una eventuale rivoluzione mirante al comunismo, ma che dovevano in tal caso – secondo quanto sostenne con grande spirito pratico Lenin – essere strettamente controllati e agire sotto “la guardia” degli “operai armati” e del loro Stato. Ovviamente, questo mutamento (inavvertito) di soggetto rivoluzionario, rispetto alle origini, comportava gravi problemi con riguardo a quella egemonia, anche culturale e ideologica oltre che politica, che ogni precedente classe rivoluzionaria – nei passaggi da una formazione sociale all’altra; ad es. la borghesia nella transizione dal feudalesimo al capitalismo – ha sempre conquistato ed ampiamente esercitato, e che non può certo essere trattata quale condizione di scarsa importanza ai fini del successo o meno della trasformazione sociale.

Da questa difficoltà è in fondo nata tutta la teoria dell’avanguardia in quanto fusione, meglio ancora sintesi, imbricazione, stretto intreccio, tra gli “intellettuali borghesi giunti alla comprensione del movimento della società nel suo insieme” (Manifesto comunista del 1848) e gli strati più coscienti, ma sempre poco numerosi, della classe operaia in senso stretto. Non mi dilungo in proposito perché si dovrebbero scrivere parecchi volumi, ma è ben nota la fine fatta dalle rivoluzioni guidate da simili avanguardie; e con questa brutta fine è andato perso anche il nocciolo razionale della teoria in oggetto: senza direzione e organizzazione, senza conoscenza del campo del conflitto e degli obiettivi che la lunga opera di trasformazione dovrebbe raggiungere per affermarsi stabilmente e irreversibilmente, ecc., non c’è movimento di massa che tenga e ogni mutamento radicale resta effettivamente un “bel sogno”.

La verità è che la storia del novecento ha bisogno di essere riscritta in gran parte con una metodologia che si ispiri, almeno parzialmente, alla considerazione delle strutture sociali che fu tipica del marxismo. Secondo la mia opinione, è stato perso – ma da tutti, non dai soli marxisti – un fondamentale passaggio di forma storica dei rapporti sociali, avvenuto nell’epoca detta dell’imperialismo, in cui furono poste le premesse per una trasformazione del capitalismo. Mancano attualmente i concetti per afferrare questo passaggio che indicherò allora, pur con imprecisione teorica (cioè approssimativamente), come transizione dalla società dominata dalla vecchia borghesia proprietaria (dei mezzi produttivi e dei capitali finanziari) a quella, di tipo americano, dei funzionari del capitale, che poi, nel corso del mezzo secolo susseguente alla seconda guerra mondiale, ha sconfitto il “socialismo reale” e si è rimondializzata sotto il predominio degli USA.

Ed è precisamente a questo punto che i marxisti e comunisti non hanno capito più niente. Per loro, la fine della borghesia proprietaria (e finanziaria) avrebbe dovuto significare l’affermarsi della rivoluzione proletaria (e della classe operaia) contro un capitalismo ormai morente, stagnante, incapace sia di sviluppo che di democrazia, pur solo formale. Strano destino: i paesi capitalistici occidentali si sono sviluppati impetuosamente, anche attraverso crisi (minori, dette non a caso recessioni), mentre il “socialismo” – affermatosi sempre in paesi arretrati, con grandi masse contadine e pressoché privi del “soggetto rivoluzionario” per eccellenza, la classe operaia – è entrato in fase di ristagno, di putrefazione ed è infine crollato in modo inverecondo senza nemmeno un piccolo sussulto di resistenza; anzi, dove si è risvegliato, lo ha fatto con strutture di nuovo capitalismo selvaggio, estremamente duro e autoritario, che indubbiamente va ponendo le basi per un affrontamento generale nei confronti del paese al momento predominante (USA), ma non certo sulla base di una lotta per il comunismo, non certo fondandosi sul potere dei proletari, che invece sono eminentemente “schiavizzati” (assai più che nei capitalismi del Welfare) e non hanno alcuna difesa; debbono solo lavorare, e ancora lavorare, per le “magnifiche sorti e progressive” delle loro classi capitalistiche dominanti (spesso lo stesso establishment che si autoproclamava comunista), dotate di un potere accentratore di particolare forza, durezza e ferocia.

4.Un ripensamento globale

 

Arrivati a questo punto, il vecchio marxismo e comunismo non servono assolutamente più a nulla. In effetti, è ormai urgente ripensare tutto; si può anche ripartire, secondo me, da Marx, ma allora rivoltandolo in lungo e in largo. Non una semplice renaissance, bensì una radicale ristrutturazione dell’intera intelaiatura teorica. Perché il problema è proprio capire come mai l’indubbia fine di una certa forma di società – il capitalismo borghese, analizzato da Marx sul modello inglese, è tramontato – non ha portato in primo piano il supposto soggetto rivoluzionario, la classe operaia (o proletariato, espressione sempre usata come fosse sinonimo della precedente). Se non si pone al centro della comprensione scientifica, e della conseguente attività pratica (politica), il problema in oggetto, che ha visto il totale disorientamento e dissolvimento delle capacità analitiche e pratico-teoriche del marxismo, ci si dovrà allora risolvere a trattare Marx quale personaggio di notevolissima statura, consegnandolo però alla pura storia del pensiero.

Non posso ovviamente ripetere in questa sede tutta l’analisi, condotta nei miei lavori sopra citati, mirante a formulare ipotesi intorno al tipo di società oggi esistente, dopo il tramonto del capitalismo borghese; tramonto che, a mio avviso, un Lukàcs comprese piuttosto bene nella sua, prima osannata e poi vituperata, Distruzione della ragione. La sua comprensione fu però assai poco strutturale e molto ideologico-culturale, per cui anch’egli pensò, come tutti i marxisti (me compreso per tanti anni!), che al declino della borghesia facesse seguito l’imputridimento della società, la stagnazione delle forze produttive, con ascesa della classe operaia che avrebbe iniziato l’opera di trasformazione (transizione) in una società di tipo socialistico e comunistico. Invece, dopo una lunga fase di trapasso, caratterizzata dall’epoca dell’imperialismo e dalla lotta tra le grandi potenze successiva alla fine della supremazia mondiale inglese, ascesero a paese centrale gli Stati Uniti, portatori di quella forma sociale che, in assenza di concetti più precisi, ho definito società dei funzionari del capitale e che ha una struttura sempre fondata sul mercato e l’impresa (e la competizione interimprenditoriale), ma che comunque presenta caratteri ben diversi da quelli supposti da Marx quando si convinse che la classe lavoratrice salariata (“dall’ingegnere all’ultimo manovale”) si sarebbe sostanzialmente unificata – e in tutto il mondo (il tanto vagheggiato e mai realizzatosi internazionalismo proletario; che non poteva realizzarsi proprio per ragioni strutturali) – diventando il soggetto della trasformazione comunistica.

Quella che si è chiamata per oltre un secolo lotta di classe diventa quindi molto più complessa e variegata, poiché la società (dei funzionari del capitale) non si divide in due con gli antagonisti Capitale e Lavoro in singolar tenzone. Proprio per questo, ritengo sempre valida – pur non parlando più di avanguardie – la necessità dell’organizzazione, fortemente strutturata, che deve saper formulare le strategie più appropriate per la lotta contro i gruppi dominanti in questa società, analizzata in una visione globale, che richiede non la semplice utilizzazione del concetto di modo di produzione – in grado soltanto di cogliere la dinamica dei rapporti sociali di produzione in direzione della divisione tra proprietà dei mezzi produttivi e forza lavoro venduta come merce (con tutte le altre conclusioni che ne conseguono) – ma il necessario complemento di strumentazioni teoriche di tipo geopolitico (nel cui ambito va situata la geoeconomia), tenendo conto della stratificazione sociale a livello mondiale, dei meccanismi economici come di quelli politici e culturali, della rilevanza di motivazioni d’ordine nazionale, etnico, religioso, e via dicendo.

La teorizzazione marxista tradizionale è in genere affetta da economicismo; d’altra parte è facile slittare verso quelle soltanto politicistiche e/o culturalistiche. Le teorie fanno parte della pratica; sono comunque apparati che hanno validità ove, almeno potenzialmente, consentano di indirizzare certe strategie d’azione in modo utile a possibili interventi nel “mondo” (in questo caso, quello della società nella nostra epoca storica). In certi casi, la fedeltà ai “principi”, cioè magari a formulazioni concettuali di un tempo che fu, possono facilmente trasformarsi in spessa coltre ideologica, in mera ripetizione di uno schema ossificato, ineffettuale.

Di pochi “principi” resto convinto; e, primo fra tutti, quella che per me resta una più che sensata intuizione di Lenin e di Mao: l’attività trasformatrice consegue i suoi successi soprattutto laddove si sono fortemente indeboliti, per esplosive contraddizioni interne, i gruppi sociali dominanti. Le principali  rivoluzioni del novecento, quelle che hanno comunque prodotto effetti di radicale mutamento, pur se non certo in direzione del socialismo e comunismo, si sono verificate durante i grandi scontri mondiali interdominanti o come conseguenza del forte indebolimento del sistema capitalistico nella fase in cui si è andata affermando la nuova centralità egemonica statunitense. La lotta tra agenti capitalistici, tra i “loro” Stati, i “loro” sistemi culturali: questo provoca stabilizzazione o invece mutevolezza dei rapporti di forza tra di essi, che vanno analizzati nell’insieme delle sfere sociali: economiche (produttive e finanziarie), politiche, ideologico-culturali. Chi presuppone che quelle economiche siano sempre le preminenti, che gli apparati finanziari – decisivi ai fini delle strategie di lotta per la supremazia tra i vari gruppi dei suddetti agenti – siano ormai sempre puri parassiti succhiatori di mero plusvalore “operaio”, ecc. è ormai piuttosto incapace di comprendere i movimenti della formazione mondiale da ormai oltre un secolo; per non parlare della fase odierna. Non si lavora sui microchips con falce e martello; e non si lavora sulle contraddizioni della società capitalistica degli ultimi cent’anni con il marxismo tradizionale.

E’ comunque necessario un punto di partenza; e per chi si propone una radicale e inesausta critica di questa società, quest’ultimo non può che essere la contraddizione da ritenersi principale, cioè quella che oggi rende instabile e abbastanza disgregata la formazione sociale mondiale senza però che si verifichino ancora reali sconvolgimenti dei rapporti di forza; e che è tuttavia anche quella che potrebbe provocare tali sconvolgimenti, ove si verificassero perfino piccoli spostamenti degli equilibri attuali, soprattutto se arrivassero a sommarsi nella stessa direzione. Oggi esiste un chiaro predominio centrale USA, ancor più forte di quello inglese nella prima metà dell’ottocento. C’è chi ha paura che, lavorando nella direzione dell’erosione di simile predominio, si potrebbero favorire gli altri capitalismi. Sento ancora qualcuno convinto addirittura che il vero sommovimento rivoluzionario possa infine realizzarsi proprio nel capitalismo più avanzato, appunto quello statunitense predominante. Questo è il triste effetto di un marxismo scolastico, ridotto alla teoria del plusvalore e dello sfruttamento, capace di utilizzare solo il concetto – ormai decrepito e veramente intralciante il corretto pensare – di modo di produzione. Quest’ultimo è del tutto insufficiente, proprio perché non è la contraddizione capitale/lavoro che smuoverà gli attuali equilibri mondiali, che incrinerà la preminenza ancora schiacciante degli USA.

Occorrono pensatori e politici nuovi, non scolastici e dottrinari, che mettano in primo piano il problema di questa preminenza centrale, e promuovano, in primo luogo, l’attività di resistenza (e possibile contrattacco) ad essa, che lavorino a sgretolarla. Non si tratta affatto di appoggiare, rendendosene “servitori”, altri capitalismi; che, in tutto il mondo, sono comunque ormai formazioni sociali di funzionari del capitale, anche se con modulazioni economiche, politico-istituzionali, culturali, assai differenti, che vanno studiate con serietà e non con schemi ideologici preconcetti, vecchi di un secolo e mezzo.

Occorre aria fresca e una nuova mentalità. E’ difficile creare al momento una nuova sintesi quale fu, centocinquant’anni fa, il pensiero di Marx. Cominciamo intanto a prendere pezzi di marxismo, di geopolitica e strategia, di storia, e naturalmente di filosofia; e iniziamo a costruire qualcosa, partendo da una precisa “stella polare”: occorre intaccare la predominanza centrale statunitense, partendo dall’Italia e dall’Europa, poiché è qui che “pestiamo la terra”. Il resto non segue automaticamente; ma non ci sarà nessun seguito continuando a puntare sullo “sfruttamento” (estorsione di plusvalore), sulla “classe operaia” in quanto “classe universale” che “liberando se stessa libera l’intera umanità”, e altre vecchie formulazioni consimili. E se crediamo di cavarcela con i movimenti, con il gandhismo, con l’ambientalismo, con “l’altra metà del cielo”, ho la nettissima sensazione che si otterranno soltanto risultati assai effimeri e di semplice superficie.

6.Alcuni punti fermi

 

In definitiva, concludendo, penso sia possibile affermare che lo sviluppo del capitalismo non è andato affatto nella direzione prevista da Marx e mai ridiscussa, nei suoi principi teorici di fondo, da alcun marxista. Inoltre, sospetto che vi sia stato quel passaggio storico, cui ho accennato, dal capitalismo borghese a quello dei funzionari del capitale, che non è stato colto; e la cui non comprensione pone gravi limiti all’azione tesa a trasformare il nostro mondo attuale. Il marxismo può ancora essere utile nella sua metodologia improntata ad una analisi di tipo strutturale; nella sua formulazione originaria è però stato, a mio avviso, ampiamente invalidato, e non ha dunque senso per me un qualsiasi “ritorno a Marx”. Quanto al comunismo, ho la nettissima impressione che sia assimilabile, nella sua probabilità, alla generazione della vita secondo le ipotesi di Jacques Monod (ne Il caso e la necessità); ma si tratta di una mia impressione, non più che questo. Sono comunque fermamente contrario a quei credenti, per fortuna ormai pochissimi, che vorrebbero imporre agli altri la loro fede, sostenendo che è suffragata dalla scienza e dalle presunte leggi del materialismo storico.

Sono tuttavia convinto che secondo Marx e il migliore marxismo – non certo quello, ad es., dei “sessantottini”; né quello sindacale, ecc. – il comunismo volesse e dovesse esaltare l’individualità, non avvilirla né soffocarla. Non si predicava un egualitarismo grigio, conformistico, piatto, buono per portare in primo piano i mediocri, privi di ogni idea propria, annientando invece le qualità di spicco, come purtroppo accadde nel “socialismo reale” (e in molti partiti comunisti). A ciascuno secondo il suo lavoro non significava, per Marx, far soltanto riferimento alla quantità, al tempo di lavoro, ma anche alla sua creatività e originalità. Altrimenti non nasce mai il nuovo, tutto continua in una routine mortificante che, alla fine, provocherà la rivolta contro “l’uomo medio”, quello di cui vorrei ci si ricordasse sempre la definizione datane da Pasolini, tramite il personaggio del regista interpretato da Orson Welles, nel suo forse più bel gioiello cinematografico: La ricotta da Rogopag.

Nemmeno però si può accettare il tipo di competitività che regna nella nostra società, nel capitalismo borghese e ancor più in quello dei funzionari del capitale: una lotta fondata sulla sopraffazione, la coercizione, l’inganno, la menzogna, l’ipocrisia, il raggiro, e chi più ne ha più ne metta; e molto spesso, ovviamente, sull’uccisione (di massa), le guerre e distruzioni immani, le torture, ecc. Ribadisco quanto detto con riferimento alla società dei funzionari del capitale: il carattere decisivo dei ruoli dominanti (capitalistici) non è la proprietà (privata) dei mezzi produttivi, che è semmai scudo protettivo nella conduzione delle strategie di lotta per la supremazia (nelle varie sfere sociali) tra le diverse frazioni di questi ruoli. Tuttavia, non è facile scindere la proprietà in questione dall’esercizio delle funzioni del conflitto strategico comportanti gli effetti deleteri appena considerati. E nemmeno è facile scindere la produzione di merci dall’autonomizzazione di una sfera finanziaria e del controllo del denaro; con tutto quello che ne consegue in termini di direzioni di impiego dei mezzi finanziari ai fini della lotta per il dominio (o, se piace di più, l’egemonia).

D’altra parte, non possiamo adeguarci supinamente alle selvagge abitudini contratte dall’umanità in millenni di storia soltanto per salvaguardare la pura e semplice libertà individuale. Comunque, tronchiamo qui; tanto da discutere ce ne sarà sempre. Però, per favore, non facciamo in questa particolare fase storica fughe in avanti; non discutiamo ossessivamente della libertà – e soprattutto di quest’ultima in quanto legata alla proprietà e alla produzione di merci – o magari della “costruzione del socialismo” secondo nuove modalità (escogitate solo a tavolino, data la situazione delle forze che desidererebbero una trasformazione realmente radicale); tutto questo nel mentre continua il predominio (o egemonia) mondiale degli USA, e la contestazione d’esso è ostacolata da mille compromessi, da indecisioni e debolezze.

 

marzo 2006

 

 

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