MAI PIU’ RESISTENZA, PERCHE’ POSSIAMO FARNE SENZA.

logo_25aprile

logo_25aprileLa resistenza al nazifascismo fu un episodio marginale del periodo di guerra benché non privo di atti di eroismo. Bisogna riportare le cose alla loro vera dimensione per rompere questo mito che, ora come ora, è divenuto il palco degli attuali traditori della nazione ed un esempio di mistificazione storica ad uso di una classe dirigente sicuramente peggiore di quella del ventennio. Le file dei ribelli si vanno ingrossando man mano che il regime si sbriciola, verso la fine del conflitto. Non prima. Tutti diventano antifascisti, pure i fascisti, quando è ormai chiaro che il fascismo non ha più scampo e nemmeno i tedeschi, in ritirata, potranno salvarlo. Nell’ultima ora fatale non si trova più un mussoliniano neanche a pagarlo. Le folle oceaniche nere si tingono di rosso e di bianco, i furbi salgono sul carro del vincitore, i codardi s’appuntano al petto medaglie al valore che non hanno mai guadagnato, non si risparmiano le pugnalate alle spalle ai fascisti ma anche tra chi dovrebbe combattere nello stesso “esercito”. La guerra è (in)civile e si commettono abusi ed ingiustizie da una parte e dall’altra. Tuttavia, come ricorderà Cossiga, la vera resistenza la fecero soprattutto i comunisti, non gli azionisti e nemmeno i cattolici, che poi si attribuirono ogni merito “democratizzando” il Paese per collocarlo sotto l’ombrello americano: “Il Partito Comunista ha quasi monopolizzato il comando della lotta partigiana anche in forme violente…ha monopolizzato il ricordo, e anche giustamente, perché la resistenza è stata almeno per l’80% comunista, e senza il Pci non ci sarebbe stata resistenza.” Ed ancora: “I massacri di fascisti, anche se già arresisi, di non fascisti e anche di antifascisti non comunisti erano perfettamente coerenti con una concezione della Resistenza come ‘guerra civile’, e ancora di più nella prospettiva di una continuazione della Resistenza come ‘guerra di classe’…Per i comunisti, non per il Partito comunista di Togliatti, la ‘resistenza’ fu non tanto una guerra patriottica quanto una guerra civile, premessa per la guerra di classe per la conquista proletaria del potere. Passare per le armi i fascisti, non solo durante la guerra ma anche quando essa finì, e perfino e talvolta prioritariamente altri antifascisti… quando contrastavano con i propri disegni,…, non è cosa che mi meraviglia; se io fossi stato o fossi comunista non mi avrebbe scandalizzato e non mi scandalizzerebbe neanche oggi”. Una chiarezza d’altri tempi…
I comunisti non lottavano per la democrazia ma per la rivoluzione proletaria e per la sovietizzazione del sistema. Volevano “fare come la Russia” ma furono sconfitti e costretti ad accettare, attraverso gli accordi internazionali di Yalta e i tatticismi del Partito Comunista, il passaggio al sistema parlamentare nel campo occidentale (non a caso le BR, anni dopo, si appoggeranno al sentimento della resistenza tradita per imbracciare nuovamente le armi e molte saranno le armi dei vecchi partigiani comunisti che, nascoste sottoterra, saranno letteralmente disseppellite dal passato, per ricomparire fisicamente nelle mani dei brigatisti). Sono stati gli stessi comunisti sopravvissuti a quegli eventi e divenuti artefici di miserandi voltafaccia nell’epoca successiva, a dover ammettere che inizialmente il loro obiettivo era: “nel 1944-45 di [fondare] uno Stato democratico aperto a successivi sviluppi e trasformazioni in senso socialista” (G. Napolitano) [1].
Proprio Napolitano, che militava nei Gruppi Universitari Fascisti, ci fa la predica sulla “Resistenza bellissima” quale processo di impegno democratico. Neanche per il cazzo.
Le bugie affastellatesi nel secolo scorso continuano ad ingombrare il presente. L’adesione morale alla Resistenza continua a trasformare la feccia in oro e a capovolgere il senso di fatti ed avvenimenti che andrebbero raccontati nella loro giusta versione per liberarsi dal fardello che ci impedisce di rialzare la testa. Scrive La Grassa: “L’antifascismo azionista – erede dei socialisti liberali, forse più ancora che dei liberalsocialisti – è stato il terreno fertile per le più gravi involuzioni della storia della Repubblica italiana sfociate in “mani pulite” e su cui ho già detto più volte ciò che penso. Questo antifascismo sta compiendo adesso un ulteriore salto di qualità, facendosi apertamente complottista ed eversore“. Occorre rivedere quel periodo storico, ripulirlo dalla propaganda e dai falsi moralismi di cui l’hanno rivestito gli antifascisti odierni per ragioni di consenso politico e schieramento internazionale. Dobbiamo mettere termine anche alla narrazione degli americani liberatori perché la loro è stata un’occupazione a suon di bombe, a causa della quale scontiamo ancora adesso pesanti conseguenze, con la militarizzazione del nostro territorio, invaso dalle basi di Washington, e ingerenze di ogni tipo negli apparati statali e in quelli istituzionali. Guarda caso, chi festeggia la Resistenza con immutata enfasi, chi ne esalta la leggenda trincerandosi dietro una spocchiosa superiorità etica, inesistente nei fatti e adulterante la realtà, è il miglior amico degli statunitensi.

[1] La citazione intera può essere rintracciata in un vecchio articolo apparso su questo sito a firma di A. Berlendis

La previsione di Brzezinski

scacchiera-politica

 

Gli Stati Uniti non sono più una potenza assoluta anche se mantengono il dominio del cielo, del mare e della terra. Per ora. Tuttavia, la supremazia americana si è indebolita, in virtù dell’emergere di nuovi player geopolitici che, almeno a livello regionale, iniziano a tenerle testa. Per un quindicennio, dall’implosione dell’URSS fino ai primi anni del XXI secolo, gli Usa hanno coltivato il sogno dell’impero e lo hanno giustificato con un apparato ideologico di mascheramento chiamato globalizzazione. La globalizzazione, benché si presentasse, teleologicamente, come un destino inevitabile per tutti i popoli che accedevano alla civiltà (economica, finanziaria, politica, culturale e sociale) era la proiezione di questa supremazia occidentale sullo scenario internazionale. La grande narrazione idealistica si è però sfilacciata con il venir meno del sostrato geopolitico sulla quale si basava: la suddetta egemonia americana. Qualcosa resiste ancora di quell’orizzonte mitico ma sono bagliori di illusioni. Nonostante le sovrastrutture ideologiche abbiano una loro “materialità” esse riflettono concreti rapporti di forza. Mutando questi anche quelle devono cambiare forma per aderire ai nuovi contenuti. L’unificazione di Stati, confini, abitudini, visioni, ecc. ecc. nel villaggio globale, si è scontrata con una realtà opposta che vede ora il moltiplicarsi delle sfide territoriali ai vari livelli.
Gli strateghi americani hanno preso coscienza della nuova situazione. Non i loro alleati (gli illusi) che restano attardati a recitare su un palcoscenico in disfacimento in cui da deuteragonisti tollerati rischiano di diventare comparse maltrattate.
Mentre in Europa, per esempio, si continua a discutere di principi superati (l’esportazione della democrazia, i diritti umani, le libertà civili, l’allargamento della famiglia comunitaria ad Est per infastidire i russi), gli Stati Uniti prendono l’iniziativa di riallineare l’architettura del potere globale. In questo grande gioco, gli espedienti del passato vengono accantonati e l’ingerenza dei prepotenti inizia a mostrarsi con un altro volto. Gli Usa non fingeranno più di non essere impero. Come ha scritto qualche tempo fa Thomas L. Friedman, giornalista del NYT, è arrivato il momento per la potenza prevalente di accantonare la causa della democrazia, come mezzo di persuasione verso amici e concorrenti, e passare a sistemi più determinati. Meno guanto di velluto e più pugno di ferro per conservare il potere.
In un articolo di qualche giorno fa anche Zbigniew Brzezinski ha sottolineato questi aspetti di riorientamento strategico statunitense nel mutato clima mondiale.
Scrive Brzezinski che l’epoca del dominio globale americano è sul viale del tramonto ma gli Usa sono ancora ancora l’entità politicamente, economicamente e militarmente più potente del planisfero. Occorre preservare questo vantaggio relativo. I rischi maggiori per Washington vengono dal protagonismo politico russo e da quello economico cinese. Impedire che questi due attori stringano un’alleanza è prioritario affinché non venga insidiato il suo primato. Così come essenziale è mantenere l’Europa lontana dall’influenza russa e cinese per impedire il saldamento di interessi geopolitici che sarebbero ferali per la casa Bianca. Secondo l’analista statunitense, occorre legare il destino di Bruxelles a quello del Medio-Oriente per prevenire passi sbagliati degli alleati in una fase di convulsioni generali. I giornali russi commentano questa intenzione di Brzezinski come “un tentativo di costruire un nuovo ordine mondiale in cui gli Stati Uniti, attraverso il Medio Oriente e l’Europa, sono in grado di prevenire la formazione di un’alleanza russo-cinese ed una qualsiasi triangolazione russo-cinese-europea”. Probabilmente è verosimile.
Sta di fatto che Brzezinski riconosce la fine di un’epoca storica. Nel giro di dieci o vent’anni la sfida geopolitica agli Usa verrà lanciata palesemente da Stati che li avranno avvicinati militarmente, tecnologicamente e finanziariamente. Brzezinski sostiene quello che La Grassa dice da tempo: “Attualmente, è la Russia lo sfidante principale ma nel lungo periodo potrebbe essere la Cina”. In ogni caso, nel prossimo periodo si scombineranno gli allineamenti tra i paesi, quelli “tradizionali e familiari con i quali siamo confortevolmente cresciuti” si dissolveranno. “The response needs to be shaped now”. L’America si sta attrezzando, la Russia e la Cina ci stanno provando.L’Europa non è ancora pervenuta.

COME E’ BUONO LEI … PROFESSOR ZINGALES

SudItaliabordello

 

Appena arrivato a casa mi è capitato di leggere un articolo del famoso economista Luigi Zingales. Ad un certo punto sono stato preso dal torpore e non so se mi sono addormentato e ho cominciato a sognare o se mi sono inventato tutto in una specie di dormiveglia. Mi sembrava di essere il simpatico Giandomenico Fracchia che aveva ottenuto, per chi sa quale motivo, di ricevere udienza proprio presso l’esimio professore. Naturalmente dopo che la segretaria, con aria un po’ snob, mi ebbe annunciato che potevo entrare io  mi avvicinai tutto tremante alla porta e la aprii. Mi approssimai all’enorme scrivania del luminare e mi sedetti, ovviamente, sulla consueta poltrona a sacco. Cercando di non scivolare all’indietro volsi lo sguardo in direzione del professore, che sembrava fissarmi, attraverso gli occhiali, con uno sguardo allo stesso tempo severo e penetrante ma non aggressivo come invece, di solito, era quello dello scalmanato direttore costruito ad immagine e somiglianza del grande  Gianni Agus. Tenevo in mano il ritaglio di giornale relativo all’articolo di Zingales e visto che lui continuava a fissarmi io provai a cominciare, balbettando, a parlare:

<<  Eccellenza, eminenza, santità, cioè … mi scusi … io avrei letto questo suo articolo e devo dire che lei ha proprio ragione; a questo referendum avevo già deciso di non andare a votare ma le sue parole mi hanno illuminato e mi hanno fatto capire tutto molto meglio. Posso leggere quello che mi ha più colpito ?>>

Il professore, forse, annuì impercettibilmente e io (cioè Fracchia) mi feci coraggio preparandomi a leggere le frasi che avevo trovato più interessanti ma non prima di aver, tutto contento, confermato di avere compreso, come avevo già avevo sentito dire da un amico, che non si vota su nuovi pozzi petroliferi, sul dilemma energia fossile o alternativa, né tantomeno sul giacimento di Tempa Rossa. E che, inoltre, non si vota neppure sulle trivelle. Si vota semplicemente per decidere se abrogare il rinnovo automatico delle concessioni sui pozzi già esistenti che sono localizzati entro le 12 miglia dalla nostra costa. Poi cominciai a leggere:

<< se il beneficio dell’estrazione di gas e petrolio è superiore ai costi (anche quelli imposti all’ambiente), l’estrazione continuerà sia che il referendum passi o che non passi. Viceversa se i costi per la comunità sono superiori ai benefici derivanti dall’estrazione, l’estrazione sarà sospesa sia che vinca il Sì o che vinca il No. L’unica differenza è chi si appropria del surplus. L’idea è molto semplice. Se la società concessionaria dei pozzi guadagna molto da un pozzo, sarà disposta a pagare la concessione fino all’intero valore del pozzo. Se questo valore è superiore alla somma dei costi imposti alla comunità dall’estrazione, il concessionario troverà sempre profittevole pagare per la concessione e continuare ad estrarre. Viceversa se la concessione viene automaticamente rinnovata, ma i danni imposti alla comunità sono superiori al valore del petrolio estratto, sarà la Regione a pagare il concessionario per bloccare l’estrazione e, dato che i costi sono superiori ai benefici, per evitare i costi ambientali la Regione sarà disposta a pagare abbastanza da compensare adeguatamente il concessionario. Il referendum è allora assolutamente inutile? No. La decisione influenzerà chi deve pagare chi. La vittoria del Sì costringerà i concessionari a pagare le Regioni per estrarre più combustibile fossile, mentre con la vittoria del No saranno le Regioni a dover pagare le società petrolifere per smettere di estrarre. La vostra decisione di voto, quindi, dipenderà da quale allocazione del surplus riteniate preferibile>>.

Questo “gioco” che apparentemente vede una contrapposizione tra “pubblico” e “privato” è, in realtà, osai dire all’esimio economista, una questione che riguarda gruppi di interesse che non conosco e rispetto ai quali  non mi pare opportuno prendere posizione. Il ragionamento che non mi fa parteggiare né per i privati investitori né per un ente, la Regione, che pretenderebbe di rappresentare le istanze della collettività era nato in me dopo aver letto alcuni testi di un certo La Grassa. Così, riassumendo, si espresse Fracchia rivolto a Zingales. Ma Giandomenico, preso da una assurda presunzione, si permise di chiedere chiarimenti al professore su una questione che un piccolo impiegato come lui non dovrebbe mai permettersi di considerare. Zingales aveva, infatti, scritto che

<< è utile ricordare il teorema di Ronald Coase (1910-2013), che valse nel 1991 il premio Nobel al mio compianto collega. Il teorema recita che – sotto alcune ipotesi – l’allocazione dei diritti di proprietà non influenza l’efficienza economica, ma solo la distribuzione del reddito>>.

In seguito alla supplica espressa da Fracchia allo scopo di ricevere chiarimenti  il professore intervenne in maniera sorprendentemente bonaria spiegando che la teoria dei costi di transazione implica la possibilità che gli stessi siano tali da impedire qualsiasi negoziazione tra le parti. In questo caso, l’esito referendario non avrà solo effetti redistributivi, ma può influire anche sull’efficienza del risultato finale. In particolare, se pensate che la ricchezza prodotta dai pozzi ecceda il danno ambientale, allora il rinnovo automatico delle concessioni – che assicura che l’estrazione continui – è auspicabile e dovete votare No. Se invece pensate che il danno ambientale – per esempio la subsidenza del fondale che porta ad un’erosione delle coste – ecceda i benefici, allora dovete votare Sì. Ma ovviamente se siete per il No conviene astenersi. Però, realisticamente, concluse l’economista, è più logico considerare che i costi di transazione non sono nulli, ma neanche infiniti. Per di più non sono neppure uguali tra le parti. Quindi, con alcuni passaggi, si può effettuare comunque una scelta ragionevole che dipenderà sempre in ultima istanza da una valutazione tecnica ottenuta confrontando e ponderando i possibili danni  ambientali con i rendimenti attesi dall’estrazione di gas e petrolio. Ma l’umile impiegato non era ancora soddisfatto, tanto che si permise di affermare di non capire come sia possibile che “l’allocazione dei diritti di proprietà” non influenzi “l’efficienza economica”. Ma la proprietà, o come dicevano alcuni, il potere di disposizione dei mezzi di produzione e di scambio non era risultato decisivo in Urss? Una proprietà statale con una centralizzazione di tutte le istanze di regolazione dell’economia e una pianificazione integrale, per quanto possibile, degli scambi e del funzionamento delle imprese, comprese quelle creditizie e finanziarie, non aveva portato il cosiddetto “socialismo reale” allo sfacelo? A questo punto accadde un fatto imprevisto perché la mia “aura psichica” da Fracchia si trasferì al professore così che senza più alcun riferimento all’articolo io e lui assieme cominciammo a citare Coase come un medium in catalessi. Ecco la prima citazione tratta da La natura dell’impresa:

<<Si può riassumere questa parte del ragionamento dicendo che il funzionamento di un mercato ha un costo e che, creando un’organizzazione e permettendo a una certa autorità (un “imprenditore”) di allocare le risorse, vengono risparmiati i costi del mercato. L’imprenditore deve svolgere la sua funzione a un costo più basso di quello che nasce dal ricorso al mercato, perché qualora egli non possa ottenere i fattori di produzione a un prezzo minore rispetto alle transazioni di mercato, è sempre possibile tornare a farvi ricorso>>.

Coase dopo una breve pausa continuò a parlare attraverso di noi:

<<… perché, se con l’organizzazione si possono eliminare certi costi e nei fatti ridurre il costo di produzione, si osservano ancora delle transazioni sul mercato? Perché una sola grande impresa non realizza tutta la produzione?>>.

Risposta:

<<Primo, quando un’ impresa si ingrandisce, ci possono essere rendimenti decrescenti della funzione imprenditoriale, cioè il costo di organizzare ulteriori transazioni all’interno dell’impresa può salire.[…] Secondo, può essere che, quando le transazioni organizzate aumentano, l’imprenditore  non si riveli in grado di collocare i fattori di produzione agli usi dove il loro valore è maggiore, cioè fallisca nel compito di fare il miglior uso dei fattori di produzione.  Ancora, si deve raggiungere un punto in cui la perdita per lo spreco di risorse è uguale ai costi del mercato o alla perdita che si avrebbe se la transazione fosse organizzata da un altro imprenditore. In ultimo, il prezzo di offerta di uno o più fattori di produzione potrebbe aumentare a causa del fatto che “gli altri vantaggi” di una piccola impresa sono maggiori di quelli di una grande impresa (qualche volta si sostiene che il prezzo di offerta del fattore “organizzazione” aumenta con l’aumentare della dimensione dell’impresa perché gli individui prediligono essere capi di un’attività modesta ma indipendente piuttosto che capi dipartimento in una grande impresa). […] Le prime due ragioni corrispondono più probabilmente all’espressione degli economisti: “rendimenti decrescenti dell’attività di management”>>.

A questo punto balzai fuori dal corpo (immaginario) di Zingales e mi vennero in mente alcune idee che pensatori importanti avevano riproposto più volte. Dissi così al professore, mentre Fracchia ormai dormiva, che il dispotismo (di fabbrica) di cui parlava Marx – il quale può essere applicato, in buona misura, anche a quella diversa organizzazione che è l’impresa – si sviluppa e mantiene solo in una condizione sociale di concorrenza e di conflitto generalizzato politico-strategico (nel modo inteso da La Grassa). Un potere statuale autoritario e/o dittatoriale non può sostituire il comando imprenditoriale ( rivolto alla competizione con l’esterno) di cui ha bisogno una organizzazione economico-produttiva per garantire l’efficienza e l’efficacia del lavoro. Come è pure da tener presente ciò che Hayek in qualche modo tiene fermo ovverosia che, fino a prova contraria, la società caratterizzata da un sistema economico coordinato dal meccanismo dei prezzi non è una organizzazione ma un organismo ( non inteso, però, in senso olistico-organicista) nella quale esso regola la destinazione delle risorse, mentre gli individui fanno previsioni e scelgono tra differenti alternative in un campo di “razionalità limitata”. Tutto questo discorso sviluppato da un punto di vista economicistico  deve, poi, essere corretto all’interno di una visione più complessiva (e declinata “politicamente”). E se non ho intenzione di paragonare l’”ordine spontaneo inconoscibile” di Hayek al “flusso squilibrante” di La Grassa mi pare comunque necessario ampliare i programmi di ricerca in tutte le direzioni possibili.

Improvvisamente mi sono infine svegliato con un forte mal di testa e mi sono accorto che avevo scritto al computer questo post. Adesso è meglio che vada a dormire.

Mauro Tozzato           12.04.2016

Il cannone di Draghi di G. Duchini

bce

 

La deflazione è ormai un fenomeno  storico nelle sue linee di fondo,  con una produzione sempre più a prezzi decrescenti effetto di un avvitarsi verso il basso dello sviluppo industriale per causa non ultima della rivoluzione tecnologica che riduce sempre più l’occupazione.

Questa corsa al ribasso dei prezzi è la chiave di lettura più convincente della sparizione dell’inflazione oltre alla naturale compressione della domanda con l’effetto del crescere della disoccupazione e della compressione dei salari degli occupati; come conseguenza ovvia  è impossibile che i prezzi possano salire.

Con il cannone di Draghi del Qe(Quantitative easing) puntato sull’economia europea avrà  un effetto  nullo. Si dice  che  l’obbiettivo della manovra sia quello di stimolare gli investimenti produttivi facilitando l’accesso al credito per le imprese e le famiglie. Ma difficilmente gli investimenti produttivi potranno ripartire per la semplice ragione che gli imprenditori non possono aumentare la capacità degli impianti se non trovano i clienti per i loro prodotti.

Draghi ha lanciato come una bomba l’offensiva alla bassa crescita ed alla deflazione con finale delle borse a sorpresa (il 10 /3/16): la borsa di Milano ha reagito subito passando dal +4% e sgonfiandosi subito nella chiusura a -0,5% e con Francoforte al -2,3%. Ciò a significare l’estrema volatività delle borse oltre alla misure illusorie di Draghi che continua a scambiare lucciole per lanterne.

La Bri(Banca dei regolamenti internazionali) è considerata la banca centrale delle banche centrali (circa 60) e con previsioni per il 2016 catastrofici. Il 2016 potrebbe essere peggiore del 2008. La Bce ha perso completamente il suo ruolo di banca centrale anzi non conta più ed i mercati non si fidano più e si rischia il caos.

Il rallentamento dei Bric (Brasile, Russia, India e Cina) nell’export, sta portando ad un calo della domanda dei paesi esportatori dei quali gli Usa e parte dell’Europa sono i leader (Germania, Italia, Francia).

A questo punto che cosa può fare la Fed nel caso che si profili un calo dell’occupazione e dei consumi in Usa (ma non solo) è al seguito delle dichiarazioni accomodanti di Yellen (presidente della Fed) su un possibile rinvio degli aumenti dei tassi di interessi e forse di una nuova importante immissione di liquidità. Nel caso che la Fed propendesse verso quest’ultima soluzione si avrebbe un impennata di volatività dei mercati finanziari con un sistema finanziario globale enorme accresciuto dalla liquidità della Bce.

Che cosa spingono i governanti a misure così apparentemente illusorie come può essere l’immissione della moneta a sostituire uno sviluppo economico fatto di innovazioni di prodotti, un quesito essenziale che va ricercato nel fatto “che non esiste alcuna oggettiva e deterministica deriva parassitaria della finanza; come essa non sia necessariamente padrona della situazione in ogni congiuntura;….Il capitale finanziario è in definitiva espressione sintetica – e solo in questo senso la impiego- per indicare i flussi conflittuali che scorrono nel reticolo di rapporti tra gruppi strategici in lotta per la preminenza con l’”arma” del denaro (nelle sue svariate forme), flussi che si condensano (cosificano) in apparati vari di grandi dimensioni attuanti operazioni particolari”. (cfr.G.La Grassa, “Finanza e Poteri).

 

Commento a “C’E’ TUTTO; E NON C’E’ NULLA”

Avviso

Il racconto è gradevole e “complicato”. E Franco Nova che conosco da tempo ci tiene sempre a ribadire che riguardo alla filosofia lui è meno di un dilettante e che le sue riflessioni in merito sono estemporanee e da non prendere troppo sul serio. Mi viene in mente che un pensatore importante come Lucio Colletti ha affermato di essere diventato marxista dopo aver letto Materialismo ed empiriocriticismo: a volte gli scritti e i pensieri dei “dilettanti” possono avere effetti dirompenti. Comunque dall’oscillazione tra l’essere e nulla che genera il movimento del divenire, dal flusso continuo inafferrabile del reale che l’intuizione immediata tenta, senza mai riuscirci, di cogliere, bisogna passare all’essere determinato (l’esserci hegeliano  o la sostanza aristotelica) e/o all’ipotesi determinata. La determinatezza qualitativa e le leggi che la regolano è pensata in Bergson a partire dalla necessità di rinunciare alla speranza di “toccare” il “vero” e l’”essere” per valorizzare gli aspetti pratici e utili della pratica conoscitiva. In Hegel, sulla base della lettura di Chiereghin, ci pare di vedere che l’andirivieni della riflessione viene superato finalmente dall’atto che pone un fondamento, per niente religioso e dommatico, il quale, come “qualcosa qualificato” permette di connettere, di legare, passato e futuro, di far interagire tra di loro i vari momenti, le varie “apparizioni”, del divenire. In questo modo l’immediato determinato, attraverso le relazioni con gli “altri”, sviluppa se stesso diventando ciò che già era (in potenza). La pura potenzialità inespressa e irrelata appare evidentemente come un semplice nulla ma poi succede che, quando questo “vuoto” si im-pone, la classe di dati percepibili (un aggregato in cui possono essere comprese anche le forme sociali) che corrisponde alle “apparenze fenomeniche” finalmente si concretizza di fronte a noi permettendoci, solo allora, di incominciare ad indagare questo nuovo fondamento che dovremo alla fine distruggere.

C’E’ TUTTO; E NON C’E’ NULLA

mano

 

di Franco Nova

Vide dei lumini lontani, fu incuriosito e si avviò quindi rapidamente per raggiungere il luogo. Non impiegò molto, era anzi strano come la notevole distanza fosse stata percorsa così presto; neanche avesse calzato i famosi stivali delle sette leghe. Arrivato però nel posto, dove erano sicuramente quelle luci tenui, nulla trovò se non l’oscurità più…scura. Vide però in distanza dei fuochi che ardevano e lo incuriosivano ancor di più. Si avviò a passi sempre più rapidi e ratto fu nel luogo avvistato, dove nulla c’era, nemmeno braci semispente, nemmeno mucchietti di cenere. Niente indicava che in quel luogo fosse stato acceso un qualsiasi falò.

Laggiù però in lontananza, sì proprio laggiù, uomini muniti di torce elettriche sicuramente stavano cercando qualcosa; le luci sembravano danzare. Era stanco, ma incuriosito; si mise quindi in marcia nuovamente. Questa volta, la distanza diminuiva con una lentezza esasperante; infine giunse a destinazione e quale fu la sua sorpresa nel non trovare nessuno. Il buio era sempre più fondo. Si accorse del perché: si apriva una galleria, di cui intuiva a mala pena l’entrata. E alla fine di quel lungo budello intravedeva tuttavia l’uscita, incredibilmente luminosa. Soffriva di claustrofobia, non gli erano mai piaciute le gallerie, tuttavia lo incuriosì ancora una volta il fatto che di qua fosse notte sempre più fonda, mentre tutto lasciava arguire che alla fine del tunnel si aprisse una giornata luminosa.

Si fece coraggio e s’incamminò. Fu vicino alla fine della galleria, in effetti l’apertura si era normalmente ingrandita alla vista, e chiaramente là fuori splendeva il Sole. Illuso! Sul limitare dell’uscita, ogni chiarore dileguò, fu nuovamente nel buio. Girandosi, si accorse pur nella notte così improvvisamente calata che davanti a lui esisteva soltanto una pianura deserta. Era stupefatto, incredulo, gli pareva tutto un sogno; non un incubo, nulla gli aveva procurato terrore, ma certamente era stanco, irritato di quell’inutile corsa per raggiungere delle luci mai trovate. Tastò il terreno con le mani al buio, sentì che almeno il terreno era erboso e fresco e si sedette. “Ahi” udì distintamente.

A questo punto gelò, una punta di paura s’impadronì di lui, si alzò di scatto e cercò di individuare su che cosa, o meglio su chi, si fosse seduto. Ritastò in basso, ma trovò sempre il terreno di prima. Si fece forza e chiese: “Chi ha detto ahi?”. “Sono stato io” rispose una bella voce sonora e pastosa. “Non la vedo, mi scusi”. “Non puoi certo vedermi”. Restò sorpreso ma ribatté cortesemente: “In effetti, è molto scuro qui, però la sento a qualche metro di distanza, come posso averle procurato dolore?”. Udì una sommessa risata: “Ho detto ahi solo per avvertirti della mia presenza, ma non puoi vedermi; e non certo perché è buio, semplicemente perché non sono”. A questo punto, si smarrì: “Che significa che lei non è; se non fosse, come potrebbe parlarmi?”. “Ti parlo perché in effetti sono ‘tutte le cose’, ma proprio per questo non sono ‘nulla’”.

Si sentì del tutto confuso: “E’ un rebus troppo grande per me, non si può essere nulla e, nel contempo, tutte le cose”. “Invece sì, ‘tutte le cose’ sono proprio ‘nulla’, perché dire ‘tutto’ in modo indistinto, indifferenziato, è come dire che non c’è ‘nulla’. Tu hai visto continuamente delle luci, ma non hai cercato di pensare veramente che cosa potessero essere, nemmeno ti sei soffermato sul piacere di cui avresti potuto godere nel raggiungerle e distinguerle; hai solo visto, proprio con il semplice senso apposito, che c’erano delle cose, ti ha mosso una generica curiosità; così, ogni volta non hai trovato ‘nulla’, perché in effetti è solo questo che tu hai concretamente cercato, pur credendo di cercare qualcosa”.

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Si svegliò di soprassalto e si mise a sedere sul letto. Era giorno, la sua disadorna stanza piena di luce, nulla si nascondeva ai suoi occhi. Non la guardò però distrattamente come al solito; girò lentamente gli occhi su ogni cosa che vedeva e sull’effetto che gli procurava quell’insieme di oggetti raffazzonati alla bell’e meglio. Pensò che per troppo tempo era vissuto in quella stanza senza accorgersi di quanto fosse spoglia, impersonale, fredda, straniante. “Adesso esco e compro una bella pianta fiorita e la metto su quel tavolo. E’ poco, ma è un inizio. Quando entrerò nella stanza, farò attenzione a quest’imbellimento, ne godrò, mi sembrerà d’essere meno solo”.

Si alzò, si vestì e si preparò ad uscire per tornare presto con il nuovo acquisto. Tuttavia, improvvisamente si bloccò e un pensiero diverso l’assalì. Il suo sogno, se qualcosa aveva voluto trasmettergli, non era certo l’idea di essere solo e in una stanza troppo povera e quasi priva d’arredo. Poteva anche imbellirla con qualcosa di fiorito; e tuttavia non avrebbe risolto il problema che la sua coscienza, nel sonno profondo, aveva sollevato. Intanto, era molto significativo che non si fosse mai posto espressamente quel problema; era dovuta intervenire la parziale sospensione di ogni specifica consapevolezza. Adesso gli sembrava più chiaro (appena un po’, invero) il senso di quel sogno. Egli cercava sempre di evitare qualsiasi fastidio, qualsiasi intoppo che intralciasse il suo cammino nella vita di tutti i giorni. Non voleva pensare a nulla, non intendeva desiderare nulla, aspirare a nulla; troppa fatica, che gli sembrava del tutto sprecata poiché – questa era la sua convinzione – non avrebbe mai risolto nulla anche impegnandosi, dandosi pena del tutto inutilmente.

Questo era probabilmente il Nulla di cui gli aveva parlato la voce uscita da un “signor Nessuno”, del tutto invisibile perché di fatto inesistente; aveva parlato solo la sua coscienza, approfittando dell’assenza di consapevolezza legata al sonno. Essa aveva evidentemente da rimproverargli questa sua completa inedia e disinteresse a tutto nel mentre era sveglio e viveva il suo quotidiano andare. Quel “Nessuno” gli aveva in sostanza ricordato che molte sono le vicende da affrontare invece di scansarle. Il Nulla era creato dal suo disinteresse per le molteplici contingenze che nella vita di ognuno tendono a presentarsi quasi in continuazione; e nemmeno ascoltava, se non per cortesia e con totale disattenzione, quanto gli veniva detto o chiesto dagli altri. Quindi, pur in presenza di quel Tutto rappresentato dalle vicende in cui incappiamo ogni secondo momento, vi era il Nulla del suo scartarle e volerle ignorare. Tutto e Nulla erano appunto compresenti, come gli aveva suggerito la voce di “Nessuno” mentre dormiva profondamente.

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Era proprio soltanto questo il significato del suo sogno? Cominciò a dubitarne; prima lentamente con incertezza, poi con sempre maggiore sicurezza. Anche se lui tendeva a disimpegnarsi, a non affrontare le mille questioni che si pongono sul tappeto ogni giorno, non poteva però evitare di prenderle minimamente in considerazione. Non le cancellava certamente; soltanto non le affrontava e non intendeva scontrarsi con esse. Non esisteva il Nulla, tutto era presente a lui come ad ogni altro individuo nelle sue stesse condizioni, nel suo stesso ambiente. In fondo, veniva a conoscenza delle varie eventualità che capitano nella vita; non farsene coinvolgere non era affatto annullarle. Il Nulla è nulla, non si vede, non si sente, non si tocca. Insomma si ha consapevolezza che non c’è cosa alcuna da poter prendere in considerazione; salvo ovviamente il fatto che non esiste nulla di cui prendere atto. Di conseguenza, il sogno non poteva voler inconsciamente trasmettergli un rimprovero per non aver preso di petto né risolto un bel nulla. Il signor “Nessuno” gli aveva espressamente indicato il problema: aveva in realtà “colto” tutte le vicende capitategli come un tutto indistinto, e per ciò stesso esse erano di fatto un bel nulla. Lui avrebbe piuttosto detto che formavano un ammasso informe, caotico, poco distinguibile nei suoi effettivi componenti. “Nessuno” aveva invece sostenuto che si trattava di un effettivo Nulla. Un bel rebus. Come districarlo?

Era necessario, forse, andare per gradi, non affrettarsi a trovare la soluzione. Innanzitutto, andava presa in esame la distinzione fra le varie cose, che di solito è connessa alla centralità dell’analisi nei processi di pensiero. Non si deve mai procedere ad una sorta di ammucchiata di ogni accadimento. I vari elementi presi in esame vanno poi correlati fra loro, creando così un sistema di relazioni in genere interattive. Questo era stato l’effettivo limite dell’intero suo vissuto. Prendeva atto di tutto quanto gli capitava nella sua esistenza quotidiana; come ogni altro essere vivente. Tuttavia, le diverse contingenze occorsegli erano state affastellate tutte insieme, al massimo ricordando l’ordine cronologico della loro sopravvenienza. Il significato della totalità è allora perso; egli aveva “visto” tutti gli avvenimenti in cui era incappato, senza mai trarne alcun senso complessivo, interrelazionale appunto. Si doveva dunque affermare che quel Tutto vissuto era nel contempo un Nulla. Quegli avvenimenti erano tutti presenti, ma era come se non si fossero mai verificati: tante gocce d’acqua in corsa separata su di una lastra di marmo, che mai si congiungono a formare un vero rivolo; e dunque evaporano e si essiccano in breve tempo.

In questo caso, però, il Nulla è formato dagli stessi elementi (gli eventi vissuti) che danno vita al Tutto; manca solo l’interrelazione sistemica tra di essi, quella che dà un senso al loro insieme, in qualche modo li compatta e ne forma un unico fascio. E’ allora necessario separare gli elementi costitutivi per via di analisi proprio per ritrovare poi il reale significato del loro intrecciarsi e interagire. L’analisi è sussidiaria alla sintesi; ma si tratta di una sussidiarietà sostanziale, non aggirabile tentando di arrivare d’un balzo solo al significato complessivo del Tutto. Senz’altro interessante, si disse il “nostro”; eppure qualcosa manca. Possibile che tra Tutto e Nulla, che debbono essere la stessa cosa pur essendo diversi – a detta del signor “Nessuno” a noi ben noto – ci sia soltanto la mancanza della sintesi tra i loro componenti analitici? A, B, C,…….., N sono appunto componenti del Tutto e del Nulla. Il Tutto però è anche A-B-C-…..-N, dove il trait d’union dà il significato complessivo. Ciò è molto realistico e probabilmente corretto, ma allora Tutto e Nulla sono diversi perché il trattino che unisce (cioè la relazione tra gli elementi costitutivi) è qualcosa di aggiuntivo, è un elemento in più; e di natura differente dagli altri. In definitiva, il Tutto ha un componente in più rispetto al Nulla; e che po’ po’ di componente! Attribuisce il significato complessivo al Tutto. E allora, come la mettiamo? Non riusciva proprio a venire a capo di quel maledetto sogno.

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Esisteva, forse, una sola soluzione, che però gli ripugnava un poco; anche se non comprendeva perché gli producesse tale effetto. Tutto e Nulla sono proprio lo stesso medesimo “insieme”, lo stesso “complesso” di costituenti. Il Nulla è allora esistente tanto quanto il Tutto; semplicemente non è conosciuto. E’ esistente, così come esiste il Tutto, tuttavia non si vede, non si sente, non si tocca, ecc. La sua esistenza non è esattamente la stessa del Tutto; in questo consiste la loro differenza. L’esistenza del Tutto è quella “normalmente” detta reale, in definitiva empirica, verificabile con i sensi. Sì, certamente, ai sensi si può aggiungere il concetto di quel trait d’union che attribuisce il già più volte ricordato significato complessivo agli elementi individuati tramite attenzione analitica. Io vedo Giacomo seduto al tavolo; e questo è “vero”, è sicuramente così, esiste sul serio. Appena più in là vedo Giovanni seduto ad un altro tavolo; e anche questo esiste realmente. Posso pensare al puro caso della loro compresenza (ma del caso si può spesso trovare il senso) oppure attribuisco quest’ultima ad una determinata congiuntura, di cui cerco di chiarire le motivazioni, ecc. In ogni modo, tutti i componenti di quel particolare insieme sono esistenti e visibili; al massimo debbo scoprirne, per via di ragionamenti e collegamenti vari, la relazione, il trait d’union. Questo è appunto il Tutto, nella sua “reale” (sensibile e concettuale) esistenza.

Il Nulla è altrettanto esistente, ma non visibile, non coglibile con i sensi. E nemmeno bastano i semplici collegamenti concettuali. Posso soltanto formulare varie ipotesi senza però mai poterle verificare nella realtà sensibile. Tuttavia, nemmeno è credibile attribuire a questo Nulla, almeno non per sola Ragione, una sorta di presenzialità divina, cui assegno poi tutte le varie qualità che una simile “realtà” dovrebbe avere secondo ciò che io desidero da lei. No, non è questo. Quello che chiamo Nulla è semplicemente una realtà che si manifesta, al livello dei sensi, secondo certi effetti da noi vissuti. Non sono effetti esistenti da sempre – come sarebbe se pensassi il Nulla quale divinità – né prevedibili nel loro completo, esaustivo, effettuarsi durante lo scorrere della nostra vita. Le visioni di Giacomo e Giovanni ai tavoli sono effetti di questa realtà; e così pure lo è il significato concettuale che assegno alla loro compresenza. Quando cominciano a muoversi e magari ad interagire fra loro e con me, si manifesteranno via via mille piccoli effetti che non erano previsti né prevedibili; pur se magari, alla fine del brevissimo periodo del nostro incontro, rileverò che mi sono abbastanza ben orientato circa quanto sarebbe accaduto fra noi.

Dobbiamo allora ammettere che il Nulla non è ciò che normalmente noi crediamo sia. Non è affatto una sorta di vuoto assoluto; anzi è pieno di componenti come il Tutto. Semplicemente essi hanno esistenza diversa. Il Tutto è la compresenza di n elementi conosciuti e possibilmente distinti analiticamente (dove l’analisi procede con partizione dell’insieme secondo criteri determinati in anticipo); elementi conosciuti tramite i sensi accompagnati dall’elaborazione concettuale e riuniti fra loro in una data interrelazione sistemica. Il Nulla è l’ipotesi – non verificabile empiricamente – tramite cui immaginiamo una realtà non conoscibile con certezza (o, detto meglio, tramite esperimenti nel campo dell’empirico), ma i cui effetti supposti sono proprio quel numero n di elementi di cui sopra detto con la loro specifica interrelazione nel Tutto. Sussiste però una differenza.

Si tratta, in definitiva, della differenza tra presente e futuro; dove per presente non dobbiamo intendere il solito “attimo fuggente”, bensì intervalli temporali di lunghezza diversa a seconda degli ambiti di “realtà” da noi presi in considerazione. Il Tutto esiste nel presente; nel senso che noi pensiamo (“costruiamo” via ipotesi) una data “realtà”, i cui effetti ci sembrano coincidere – e di fatto spesso coincidono come Giacomo e Giovanni seduti ai rispettivi tavoli (quanto alla loro relazione bisogna attendere i movimenti futuri di entrambi) – con quelli da noi rilevati empiricamente. Poi, man mano che si entra nel futuro, con tempi di varia ampiezza, sempre quella “realtà” costruita si dimostra insoddisfacente a spiegare quanto noi avvertiamo con i sensi ed elaboriamo concettualmente a partire da questi.

Allora la vera realtà è il Nulla che sempre si distende nel futuro. Nell’intervallo temporale pensato come presente noi “costruiamo” il Tutto a seconda delle sensazioni empiriche da noi rilevate e accompagnate da una serie (lineare o ramificata) di argomentazioni dette logiche. Questa “costruzione” ha elementi indubitabili (Giacomo e Giovanni ai tavoli) e correlazioni meno certe; in ogni caso è un Tutto che ci si presenta con l’intera sua consistenza sensoriale. Poi, il tempo passa e questo Tutto diventa assai più incerto, si va sgretolando o comunque vi si aprono crepe e vi si insinuano nuove problematiche. Ed è il Nulla, pur esso esistente e nient’affatto vuoto, che si fa presente in modo sempre più assillante fino ad annullare certezze o a modificare comunque ampiamente le nostre stesse percezioni. Anche i sensi “sentono” diversamente; almeno così noi crediamo.

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Che fosse infine questo il senso di quanto gli aveva detto il signor “Nessuno” nel sogno? Doveva ripensare la sua vita, così com’essa si era sempre svolta. In effetti, dovette ammettere che non si era mai soffermato sul futuro e sulla possibilità che questo modificasse la percezione ch’egli aveva di questa sua vita; e dunque, infine, provocasse il mutamento più o meno radicale della stessa. Aveva sempre vissuto nel presente (il Tutto) e, di conseguenza, non si era mai praticamente accorto dei cambiamenti. Beh, per la verità, qualche volta aveva avuto tale sensazione e ne era rimasto sempre insoddisfatto; ma erano state labili percezioni del tutto passeggere. Il sogno gli suggeriva, forse gli imponeva, un mutamento di “passo”; doveva vivere con più ampi orizzonti, con una qualche lungimiranza. Questo il rimprovero della sua coscienza….. incosciente. Doveva accettarlo? Si prese tempo.

Uscì di casa, tutto ben rasato e profumato come dovesse andare all’incontro con qualche persona interessante (non certo del suo sesso, perché era piuttosto “demodé” come gusti). Andò al solito bar, vide fuori del suo ingresso il solito “barbone” cui diede un euro, entrò e consumò i soliti cappuccio e brioche. Ovviamente, nessun significato nuovo si presentò a lui mentre ripeteva la sua abitudinaria giornata. Essendo uscito ad un’ora insolitamente tarda rispetto agli altri giorni, si avvide, appena appena, di incontri un po’ diversi dal solito; niente però di particolare. Così pure quando andò dal giornalaio, scambiò le usuali due parole con alcune persone conosciute ormai da chissà quanto tempo. Insomma, come tutti i giorni. Infine decise di prendere l’autobus per una località molto vicina, in cui si trovava un delizioso laghetto dalle acque blu (beh, nelle giornate serene, ovviamente).

Vi arrivò, vi era pochissima gente e così si sistemò al suo tavolo abituale sulla veranda del locale che “serviva” quel minuscolo lago. Ordinò birra e anche un buon tramezzino con uova e tonno, poiché quel lungo rimuginare gli stava facendo sentire un discreto vuoto nello stomaco. Alzò gli occhi al cielo quando glielo portarono dato che non si era ricordato che su quel tramezzino veniva messo sempre un bel pizzico di pepe; gli piaceva ma gli faceva male. Tuttavia, per una volta….. In fondo era una giornata speciale; aveva pensato quasi tanto quanto in tutto il resto della sua monotona vita. Era veramente stufo di tanti ragionamenti; aveva dato fondo ad ogni risorsa di intelligenza che aveva depositato nel suo cervello a poco a poco durante quasi cinquant’anni di superflua permanenza su questa terra, così tanto popolata da gente assai poco diversa da lui.

Senza tanto pensarci sopra decise che non avrebbe dato seguito ai più o meno impliciti suggerimenti del “signor Nessuno”. Avrebbe rifatto sogni del genere? Ne dubitava, era il primo in così tanto tempo di vita. Comunque, fosse anche accaduto, sarebbe rimasto sordo ai richiami inconsci della coscienza. Lui viveva bene così, sempre nel presente, quindi – se aveva ben capito la lezione – nel Tutto. Del Nulla non sapeva che farsene. D’accordo, sarebbe intervenuto mutando i dati della situazione presente. E allora? Tanto poi avrebbe ripetuto i soliti gesti di tutti i giorni, pronunciato le stesse frasi senza senso alcuno, e così si sarebbe ripreso in carico il Tutto. La “sonnolenza” giornaliera è così piacevole, figuriamoci se vale la pena di “svegliarsi”. Basta, basta, si sonnecchi anche in pieno giorno senza cercare alcuna novità. Va bene, poi capitano egualmente e, a volte, sono anche poco piacevoli. Ci passiamo sopra e ritorniamo sempre all’abitudinario.

Vide qualcosa che si muoveva nell’acqua azzurra (il tempo era buono). Aguzzò lo sguardo e si avvide che erano due trote che saltellavano nell’acqua e sembrava quasi che giocassero fra loro rincorrendosi. Fu sorpreso, non sapeva che nel lago ci fossero pesci. Interpellò la cameriera e chiese spiegazione del fatto. Era molto semplice: a poche decine di metri vi era un allevamento di trote; quando un certo numero d’esse era ben cresciuto, aprivano una piccola chiusa e così passavano di qua. Scivolavano dentro anche quelle non ancora abbastanza “adulte” (diciamo così), ma non era certo un problema. In genere, erano proprio le più grosse a farsi strada per prime (come nella vita degli uomini, concluse il nostro). Pensò che questa era una novità (e piacevole) che si era introdotta nel suo normale Tutto presente. Perfetto, adesso faceva parte di quest’ultimo; e non meditiamo su altro. Pienamente soddisfatto, così com’era pienamente inutile al mondo, si accomodò meglio sulla sedia e continuò a seguire il saltellio delle trote.

AL-GAZALI E LA TEOLOGIA “PENSANTE”. CONTRO I FONDAMENTALISMI ANTITETICI E SOLIDALI DELL’OCCIDENTE E DELL’ISLAM.

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Gli attentati che ripetutamente si sono verificati in Europa ad opera dei fondamentalisti musulmani alimentano la manipolazione mediatica, le chiacchiere allarmistiche, i richiami al ritorno ai “valori fondativi” dell’occidente e il livore e il risentimento nei confronti della tradizione arabo-islamica. Gli islamisti intelligenti e anche in grado di pensare politicamente con la propria testa si oppongono, senza essere più di tanto recepiti dal grosso pubblico, alle semplificazioni e alle volgarizzazioni dei cattivi divulgatori dei temi proposti dalle grandi culture mediorientali e semitiche. Da una parte ci sarebbe l’occidente con la sua scienza avanzata, la sua razionalità e la sua “dottrina” dei diritti umani – la grande ideologia che copre il compimento del nichilismo in occidente – dall’altra parte si assisterebbe all’avanzare dell’oscurantismo, del fideismo, dell’intolleranza e del fanatismo violento. A volte, per fortuna, l’attenzione viene rivolta anche a problematiche e a questioni sociali e culturali più serie con il contributo di studiosi di grande valore. Nell’introduzione al suo commento alla Surah della caverna, ad esempio, il prof. Campanini ritorna su quello che viene simbolicamente ritenuto un momento cruciale all’interno del pensiero e della cultura islamica: la polemica tra Al-Gazali e Ibn Rushd (Averroè) si svolge proprio nel periodo che conclude l’età aurea della civiltà musulmana costellata da successi politici e da grandi realizzazione non solo in campo filosofico ma anche architettonico, artistico e scientifico (ad esempio nella medicina). Pur non condividendo le semplificazioni di certi presuntuosi “piccoli maestri” il grande islamista affronta di petto alcune tesi estreme:

<< Si è anche detto che la originalità teoretica musulmana sia stata« uccisa » proprio da al-Ghazali e dalla sua penetrante confutazione della filosofia in nome di un fidente abbandono alla Rivelazione e alla illuminazione (ilham).[…] Ciò che sembra essere mancata in terra di Islàm, escluse poche figure di pensatori come Ibn Rushd o Ibn Khaldùn, è una riflessione consapevole sui modi e i limiti della conoscenza>>.

Nonostante questa valutazione egli è ben lontano dal sottovalutare la statura di pensatore di Al- Gazali e l’importanza della sua presa di distanza dalla tradizione aristotelica: un elemento che gli ha permesso di sviluppare importanti elementi di originalità. Difatti Campanini ricorda dapprima che

<<per quanto riguarda, in generale, l’atteggiamento dei musulmani verso la filosofia, è da ricordare che nel pensiero islamico col termine di « filosofi » (falasifah) si intendono esclusivamente quei pensatori che esplicitamente assunsero come referenti ideali le grandi figure della Grecia classica>>.

Ma è anche vero che un altro modo di recepire la tradizione filosofica si è però sviluppato all’interno del pensiero più propriamente teologico:

<<Basterebbe ricordare i mu’ taziliti, i cui libri sono intrisi di filosofia greca; oppure lo stesso Al-Gazàlì, per esempio nella sua dottrina della conoscenza. Nel Munqidh min ad-dalàl, si potrebbe dire addirittura che Al-Gazàlì assuma presupposti « cartesiani », affermando che è vero ciò che si presenta con immediata, intuitiva evidenza: « Pare a me », egli scrive, « che la scienza certa sia quella in cui l’oggetto del conoscere è appreso in modo tale che non vi sia in esso alcun dubbio » . L’assenso dipende da, e consegue immediatamente alla comprensione: innamà at-tasdìq bad al-fahm . Per questo, le scienze dimostrative, come la matematica, attingono un alto grado di certezza. Tuttavia, l’intelletto è sempre inferiore al compito di conoscere Dio; cosicché deve sempre essere integrato e innalzato dalla fede e dal « gusto » mistico >>.

Seppure in un modo del tutto specifico, e in parziale contrasto con la scolastica aristotelica, non mi pare che questo approccio sia così lontano dalla filosofia cristiana medievale che si proponeva di sistematizzare organicamente un rapporto di sostegno reciproco tra fede e ragione nel quale le verità terrene venivano comunque garantite e custodite dalla Rivelazione. In realtà Al-Gazali – oltre ad aver dimostrato in alcuni suoi scritti una grande predisposizione per il pensiero logico – può essere considerato anche uno dei padri fondatori di quella tradizione teologico-politica che ha trovato il suo culmine, durante il XX secolo, nelle grandi elaborazioni di Leo Strauss, Walter Benjamin e Ernst Bloch e nella “decostruzione finale” e nel “nichilismo politico compiuto” di Carl Schmitt.

Vi propongo, a questo proposito, una lunga, ma necessaria, citazione da La bilancia dell’azione – cap.XXXII -Torino, 2005 – di Abu Hamid Al-Gazali (a cura di Massimo Campanini).

<<Alcuni pretendono che il termine “dottrina” (madhab) sia un nome comune (ism mustarak) che implica tre accezioni: a) un’opinione per cui ci si schiera fanaticamente durante dibattiti o dispute; b) un’idea cui si aderisce grazie all’insegnamento o all’esortazione; c) una conclusione cui l’uomo è giunto personalmente per mezzo della riflessione speculativa. […] Nel primo caso, la dottrina corrisponde al modello tramandato dai padri e dagli antenati, alle opinioni dei maestri e agli usi e costumi dei paesi in cui si è nati. In questa circostanza, la dottrina varia a seconda dei paesi, delle regioni e anche dei maestri. A chi fosse nato in territori in cui dominano i Mu’taziliti o gli As’ariti o i Safi’iti o i Hanafiti, fin da bambino sarebbe instillata una fiducia fanatica in queste dottrine, insieme alla volontà di difenderle e al disprezzo per le opinioni contrarie. […] Lo stesso accade relativamente al reciproco aiuto che si danno i membri di una tribù. Il fondamento di questo atteggiamento fanatico è il desiderio di primeggiare, seducendo il volgo. Ora, il volgo non si fa prendere dall’entusiasmo se non v’è qualche legame di solidarietà che lo vincoli. E siccome sono le differenti posizioni riguardo ai dettagli della religione a costituire questo legame, la gente comune si divide in sètte. I mali della gelosia e del dissenso si fanno strada; il fanatismo si accresce; la volontà di sopraffarsi reciprocamente si rafforza. In certi luoghi, se le dottrine si confondono e se i capi risultano incapaci di farsi seguire, dispongono le cose in modo tale da far apparire le opposizioni e il fanatismo come una necessità, opponendo la bandiera nera alla bandiera rossa. Alcuni dicono:”E’ la nera da seguire!”; ma gli altri:”E’ la rossa!”. In tal modo i capi riescono a trascinare dietro di sé le masse, proprio grazie alle rivalità che hanno suscitato. Il volgo pensa che si tratti di questioni importanti, ma sono i capi a sapere come poter realizzare i propri obiettivi. […] Un uomo condizionato da credenze ereditarie e fanatismi è un corrotto, che rinuncia ad emendarsi. Tutto ciò che gli viene detto, e che non corrisponde a quanto già crede, non lo convincerà, ché anzi egli vuole non farsi convincere, cercando piuttosto di respingere le proposte che gli vengono fatte. E anche se decidesse di prestare ascolto e di dedicare qualche sforzo a comprendere, dubiterebbe di quanto ha compreso. E come potrebbe essere altrimenti, visto che il suo fine era proprio quello di rifiutarsi di capire? Con tipi siffatti, l’unica strada da seguire è di non prestargli attenzione e di lasciarli nel loro brodo, ché non sono i primi ciechi la cui cecità ha portato alla perdizione. Questa è la prima categoria di persone. La seconda categoria, assai più numerosa, contengono coloro che ritengono che la dottrina sia unica e che corrisponda a un credo particolare, applicabile, per educazione o per esortazione, a tutti gli individui, a prescindere dalle differenze. […] I componenti della prima categoria concordano con quelli della seconda sul fatto che, se si domanda:”La dottrina è unica o triplice?”, bisogna rispondere che è unica di necessità, e non triplice. […] Tutti infatti concordano nel proclamare che la dottrina è unica e, analogamente, si danno la mano a schierarsi in modo fanatico a pro delle credenze dei loro padri, dei loro maestri o dei loro concittadini. E se anche qualcuno ti spiegasse l’opinione cui aderisce, non ne trarresti vantaggio, visto che l’opinione di qualcun altro è in grado di contestare la prima, e visto che nessuno è capace di operare miracoli per far pendere il piatto della bilancia a proprio favore. Astieniti quindi dal rivolgere troppa attenzione alle dottrine, e cerca la verità col tuo autonomo raziocinio, per essere tra coloro che posseggono la vera dottrina. Non essere cieco; non farti guidare inconsapevolmente da chi pretende di indicarti una strada, mentre mill’altri, intorno a te, ti ammoniscono che ti sei perduto e ti sei smarrito imboccando una via sbagliata. Ti accorgerai troppo tardi che la guida ti ha mal consigliato, mentre la sola salvezza sta nell’indipendenza di giudizio. Ha recitato un poeta: “Accogli ciò che vedi, ma respingi ciò che hai udito soltanto. Se sorge il Sole, che t’importa di Saturno?(1)”. Se anche queste parole non fossero sufficienti a farti dubitare delle credenze ereditarie, ti sollecitino almeno a ricercare e ti consentano di trar giovamento dalla ricerca. Ché i dubbi menano alla verità, e chi non dubita non ragiona, e chi non ragiona non vede, e chi non vede rimane nell’oscurità e nell’errore>>.

Che ne pensi Schopenhauer? Ti saresti aspettato che il servo prediletto di Allah sapesse anche pensare oltre che credere?

Comunque, per concludere, noi confidiamo che il califfo “mal guidato” e i suoi accoliti, come anche i mestatori e fomentatori dell’odio anti islamico alla Magdi Cristiano Allam, nel giorno del giudizio finale saranno severamente puniti dai profeti Isa e Muhammad – siano sempre Benedetti i loro Nomi – assieme ai loro complici, che tirano le fila da dietro le quinte in questo velenoso conflitto strategico globale nel quale si incontrano vettori di potenza variamente dislocati.

Mauro Tozzato 31.03.2016

UNO SPUNTO STORICO DI UN “NON STORICO”, di GLG

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1. In effetti, non sono uno storico anche se a volte affronto determinati momenti della nostra storia, in specie del secolo scorso, e mi piacerebbe molto che altri, ben più preparati al riguardo, approfondissero le questioni da me sollevate con tanta imperizia. Desidero qui punteggiare alcuni problemi, prendendo avvio da quanto avvenne in Germania negli anni ’30, quando venne a termine la Repubblica di Weimar, frutto della sconfitta subita dal paese nella prima guerra mondiale. Se la memoria non m’inganna, alcuni dei problemi cui accennerò sono affrontati secondo la direzione da me scelta quasi soltanto nel “Behemoth” di Franz Neumann, autore socialdemocratico di indubbio valore.

La suddetta Repubblica di Weimar era in quegli anni (caratterizzati dalla “grande crisi” del ’29) ormai corrotta e marcescente; e appariva preda delle manovre del grande capitale finanziario. Il 1933 è indicato “ufficialmente” come l’anno di uscita dalla crisi in questione; negli Stati Uniti la situazione sarebbe stata risolta – è quanto si sostiene pressoché unanimemente e senza ulteriori approfondimenti critici – dal “New Deal” di Roosevelt (eletto a fine ’32 e insediatosi appunto nel gennaio di quell’anno), una serie di misure di politica economica attuate tramite forte spesa statale (in deficit di bilancio) e costruzione di infrastrutture di notevole importanza; politica che è stata di fatto sistematizzata teoricamente da Keynes nel suo testo più famoso (1936). Il “New Deal” prese termine nel ’37, ottenne successi iniziali ragguardevoli in termini di occupazione e crescita economica. Tuttavia, ci si scorda che, già nel ’35 e soprattutto ’36 e ’37, si ha una fase di sostanziale stagnazione che perdura fino allo scoppio della seconda guerra mondiale.

Quest’ultima fu la vera causa della risoluzione della crisi; e l’alta spesa legata ai bisogni bellici ne sarebbe stata solo motivo occasionale e risolutivo per pochi anni dopo la guerra, se da questa non si fosse usciti con un mondo bipolare e, nel cosiddetto campo capitalistico, con un predominio pressoché assoluto degli Stati Uniti, che faranno da regolatori di un ampio sistema di relazioni tra paesi ad alto stato di avanzamento economico e tecnico, tutti però nettamente subordinati (anche attraverso la Nato, che nasce nel ’49) alla superpotenza d’oltreatlantico. Torniamo però al 1933 e alla Germania che in quell’anno attraversò uno dei peggiori momenti della crisi. Non scordiamoci del resto che il paese fu in grave situazione nel dopoguerra fino al ’23; poi si ebbe un periodo di relativa stabilizzazione (ma non certo di adeguata crescita economica) e infine sopraggiunse lo choc del ’29 che non fu ben sopportato.

Da parte marxista, ma non solo, l’instabilità della Germania di Weimar fu quasi sempre attribuita al predominio pervasivo del capitale finanziario; soprattutto sotto l’influenza di un testo di Hilferding del 1910 (“Il capitale finanziario”), di indiscussa rilevanza in molti ambiti e a mio avviso assai sopravvalutato (ancora oggi). L’autore socialdemocratico austriaco si rifaceva al predominio del capitale bancario, poiché per lui finanziario significava in sostanza bancario. Si sostiene che il suo testo abbia influenzato decisamente il Lenin degli studi sull’imperialismo, scordandosi che quest’ultimo parlava almeno del capitale finanziario quale “simbiosi” di bancario e industriale pur dando molta importanza, ma non certo esclusiva, al primo. Detto per inciso, le tesi hilferdinghiane sembrano molto in voga anche oggi, e non certo solo presso i pochi marxisti rimasti. Soprassediamo tuttavia sulla discussione di questo errore di prima grandezza.

Credo si possa dire che la crisi del ’29, pur non essendone affatto la causa primaria (questa fu essenzialmente politica), ebbe influssi negativi sul definitivo sfacelo della Repubblica tedesca e sulla presa del potere da parte nazista. E’ qui che però non mi sembra ci siano analisi sufficientemente obiettive del successo hitleriano. Neumann, se ricordo bene, prese atto che certi teorici nazisti ripresero perfino le tesi di Hilferding di vent’anni prima, critiche verso il capitale finanziario e la corruzione che questo avrebbe indotto; mentre invece i socialdemocratici degli anni ’20 e ‘30 erano ben coinvolti nel marciume di quella forma politica e sociale giunta allo sfascio nel ’33. Bisogna dire con estrema franchezza che i nazisti non rappresentavano la finanza, bensì l’industria (i Krupp, i von Thyssen, ecc.); e che fra la presa del potere all’inizio del ’33 e il Congresso di Norimberga dell’autunno ’34 (un anno e mezzo o poco più) si esercitò un forte impulso all’uscita dalla crisi. E non semplicemente incrementando l’industria bellica, anche questa è una semplificazione “di parte”. Inutile raccontarsi frottole. Non si vince con la semplice ideologia o il solo uso della violenza; è necessario individuare correttamente le contraddizioni (in specie quelle tra gruppi di élite dominanti) presenti nella società, contraddizioni che coinvolgono pesantemente, in date congiunture storiche, le più larghe masse popolari.

Nel mentre i nazisti davano forte impulso allo sviluppo germanico, in Francia si ebbe il fin troppo glorificato “Fronte popolare”, che mise in luce tutte le debolezze delle strutture sociali e politiche del paese. Perfino sul piano della tanto decantata “unità antifascista” ci si accorge facilmente di quanta retorica si sia usata a tal proposito, tenuto conto dello scarsissimo aiuto che quel governo francese (certo durato dal ’36 al ’38, quindi poco), e le forze che quell’“unità” avrebbe dovuto mobilitare, portarono alla “propria” parte nella guerra civile spagnola di quegli anni. Tanta superficiale e perfino infantile esaltazione in film, in scritti letterari, ecc., ma poco di effettivamente utile ed efficace nella concreta guerra civile spagnola.

Il vero fatto è che non ci fu quel prorompente entusiasmo popolare di cui si favoleggiò a lungo (per l’impegno fantasioso di gran parte del ceto artistico e intellettuale); e le forze antifasciste “alleate” si dedicarono, come al solito, a quella micragnosa alchimia politicante interessata alla suddivisione degli spazi di potere. In realtà, quella impropria alleanza (una pagina da scordare proprio per i comunisti) preparò la debolezza francese, manifestatasi sia al momento dei “Patti di Monaco” (del ’38) sia, ancor più, poco dopo con la subitanea sconfitta subita ad opera della Wehrmacht. Non parliamo poi del successivo non indifferente appoggio fornito da larghi settori sociali medi francesi (anche piccolissimo-borghesi) alla Repubblica di Vichy, come messo lucidamente in scena nel notevole film documentario di Marcel Ophüls, “Le chagrin et la pitié” (1969), duecentocinquanta minuti di impietosa demistificazione della retorica antifascista (e gollista) di una Francia tutta “resistente” di fronte al nazismo.

E’ appunto ora di riscrivere un po’ la storia per afferrare meglio la futilità degli appelli antifascisti, “antirazzisti” (il buonismo dell’integrazione con chiunque) e di tutte le altre demagogiche operazioni della “sinistra” odierna, che ulula ancora contro il cosiddetto “parassitismo” finanziario, cioè bancario (non tutta la “sinistra”, per la verità, alcuni debbono invece piegarsi), portando nel contempo a fondo la privatizzazione dell’industria di Stato e mantenendone solo ancora alcuni “brandelli” in quanto canale di possibili finanziamenti. Il tutto accompagnato da fenomeni di corruzione assai più gravi e meschini di quelli della prima Repubblica.

2. Non insisto oltre perché quanto scritto fin qui mi serviva soprattutto a far meglio comprendere le conclusioni cui sono ormai giunto, e non senza molti pensamenti e ripensamenti. Conclusioni, d’altronde, che mancano ancora di molti tasselli, appunto di riconsiderazione storica, in grado di meglio guidare nelle prese di posizione future quando, si spera, quest’epoca, a mio avviso di vera transizione verso qualcosa di non ancora definito, sarà giunta alla “decantazione” di nuove forme dei rapporti: sia tra paesi vari sia tra raggruppamenti sociali e forze politiche all’interno dei paesi stessi.

Dell’epoca ormai passata da tempo, anche se ancora non se ne prende atto in modo adeguato, tengo ben fermo il giudizio positivo sulla Rivoluzione d’ottobre e dunque su una serie di effetti e risultati che ne sono conseguiti. Tuttavia, non la considero più una rivoluzione “proletaria”, una sorta di avvio in direzione della società “socialista”, primo gradino di quella “comunista”. Tale convinzione è stata un vero abbaglio legato alla crescita del cosiddetto movimento operaio. Ho già spiegato più volte i motivi, per null’affatto utopistici, per cui Marx aveva pensato alla classe operaia (“dal dirigente all’ultimo giornaliero”, cioè dalle alte funzioni direttive a quelle soltanto esecutive nell’ambito dei processi di produzione) quale motore di una grandiosa e definitiva trasformazione sociale. I dirigenti del successivo movimento operaio, divisosi assai presto in correnti riformiste e rivoluzionarie, avevano di fatto trasformato la concezione marxiana di classe operaia riducendo quest’ultima al solo lavoro esecutivo (e di fatto manuale) nelle fabbriche.

Lenin ebbe chiara visione che tale classe, “in sé”, non aveva coscienza dei suoi compiti rivoluzionari. Si prendano questi passi del suo “Che fare” (1902), assai netti in proposito:

 

“La storia di tutti i paesi attesta che la classe operaia con le sue sole forze è in grado di elaborare soltanto una coscienza tradunionista, cioè la convinzione della necessità di unirsi in sindacati, di condurre la lotta contro i padroni, di reclamare dal governo questa o quella legge necessaria agli operai. La dottrina del socialismo [il marxismo; ndr] è sorta da quelle teorie filosofiche, storiche, economiche che furono elaborate dai rappresentanti colti delle classi possidenti, gli intellettuali. Per la loro posizione sociale, gli stessi fondatori del socialismo scientifico contemporaneo, Marx ed Engels, erano degli intellettuali borghesi [………] La coscienza politica di classe può essere portata all’operaio solo dall’esterno, cioè dall’esterno della lotta economica, dall’esterno della sfera dei rapporti tra operai e padroni. Il solo campo dal quale è possibile attingere questa coscienza è il campo dei rapporti di tutte le classi e di tutti gli strati della popolazione con lo Stato e con il governo, il campo dei rapporti reciproci di tutte le classi”.

 

In Marx le classi antagoniste (e protagoniste di una gigantesca lotta durante la preparazione della transizione alla formazione sociale prima socialista e poi comunista) sono solo due, fondate sulla proprietà (potere di disposizione) o non proprietà dei mezzi indispensabili al processo di produzione: borghesia (classe capitalistica) e proletariato (classe operaia, considerata nel suo aspetto di complesso dei produttori, direttivi ed esecutivi, che hanno da vendere come merce soltanto la propria capacità lavorativa, cioè la forza lavoro). Lenin ha in pratica ragione in quanto scrive, ma non si accorge – e non ce ne siamo accorti nemmeno noi per un secolo – che il partito, quale “avanguardia” della classe in sé rivoluzionaria e inconsapevole di esserlo, è soltanto una bella invenzione, utile a fini rivoluzionari, per raggiungere tuttavia risultati assai diversi dall’agognato socialismo.

La rivoluzione russa è stata essenzialmente contadina e ha avuto un seguito in paesi con struttura sociale simile e soggetti ad una subordinazione o coloniale o comunque con forti aspetti di dipendenza dai paesi arrivati ad una più avanzata fase capitalistica, quelli in cui esisteva la vera classe operaia (non i produttori associati, “dall’ingegnere all’ultimo manovale”) del tutto inconsapevole, appunto, d’essere caricata di compiti di transizione a socialismo e comunismo. Questo metteva in crisi proprio la concezione leniniana d’imperialismo, critica di quella kautskiana che lo faceva coincidere con il colonialismo. Per Lenin, l’imperialismo era solo la catena che legava i paesi capitalistici in una reciproca lotta per le sfere d’influenza; catena che poteva essere rotta rivoluzionariamente nell’anello debole. Quest’ultimo, nel corso della prima guerra mondiale con i suoi eventi traumatici, coincise di fatto con la Russia; ed è qui che, a mio avviso del tutto giustamente, Lenin avviò la rivoluzione cogliendo il momento favorevole. Solo che pensò nei termini di semplice detonatore della rivoluzione proletaria nei paesi in cui ancora la classe operaia si manteneva largamente su posizioni tradunioniste. Quella rivoluzione dilagò invece nei paesi a dipendenza coloniale o simil-tale.

Ne è derivato comunque un autentico mutamento del mondo, un completo rivolgimento nei rapporti internazionali tra paesi vari con nuove forme di dipendenza (si pensi a quella europea, e italiana, dagli Usa) e con nascita di nuove potenze (tipo Urss) poi crollate miseramente proprio perché inseguivano impropriamente finalità impossibili da raggiungere. E via dicendo, non insisto qui perché c’è un’analisi quasi tutta da fare. Ne derivano tuttavia già oggi alcuni insegnamenti, pur ancora in forma rozza e di primo approccio, onde non incorrere in ulteriori errori del tipo dell’alleanza “antinazifascista” degli anni ’30 del secolo scorso, dove i pretesi comunisti – in gran parte legati sinceramente alla credenza di poter rivoluzionare il mondo nel senso di allargare l’area della “costruzione del socialismo” – si allearono con l’espressione politica (socialdemocratica) di quella “classe” operaia, di cui Lenin aveva compreso l’incapacità di andare oltre la lotta per una diversa distribuzione del reddito prodotto capitalisticamente. L’unico effettivo risultato di quell’alleanza – pur favorita dai “simmetricamente” contrapposti errori compiuti da fascisti e nazisti – è stato di aver offerto su un piatto d’oro alla formazione sociale del capitalismo di tipologia statunitense l’occasione di una netta vittoria storica che, temo, peserà ancora per un buon periodo di tempo.

3. Venendo ai giorni nostri, non si commetta più l’errore di dar qualsiasi credito a organizzazioni politiche che si dichiarano di “sinistra”, progressiste, antifasciste, ecc. attaccando gli avversari dichiarati di “destra” e per ciò stesso automaticamente fascisti o quasi tali. Oggi l’antifascismo è la via maestra di tutti i migliori servi della predominanza statunitense in Europa e, in modo del tutto particolare, in Italia. Di conseguenza tale antifascismo – e il progressismo, il continuo cedimento ad ipocrisie “buoniste”, ecc. – è del tutto negativo e va combattuto con una certa radicalità. Fino a quando non lo si farà, non si supererà l’impasse venuta a crearsi dopo il crollo del mondo bipolare (con la dimostrata impossibilità di una effettiva costruzione socialistica), che ha condotto quelle forze, un tempo legate o vicine all’Urss, su posizioni particolarmente piegate al servilismo verso la superpotenza Usa; e dopo un lungo periodo di gestazione del tradimento, iniziato ben prima dell’implosione “socialistica” (per il Pci, ad es., ho parlato più volte di fine anni ’60, inizio ’70).

Se c’è una critica assai netta da condurre nei confronti delle forze dette di “destra” è che sono singolarmente deboli e ancora indecise nel loro schierarsi nettamente contro la preponderanza statunitense e nel prendere una via decisamente favorevole allo spostamento di alleanze internazionali verso, soprattutto, la Russia. Va anche detto, tuttavia, che tale paese non sembra aver del tutto superato il drastico indebolimento subito in seguito al fallimento globale del “socialismo” d’impronta sovietica. In ogni caso, anche le forze di “destra” sembrano fortemente invischiate nella ricerca di supremazie elettorali sulla base dell’accettazione di una “democrazia” simile a quella in uso negli Stati Uniti, che funziona per una serie di condizioni particolari su cui qui non mi soffermo; e che comunque non garantiscono altro che il suddetto predominio di tale paese esportatore di una simile democrazia con metodi fondati sulla sua potenza d’insieme.

In conclusione, allora, non si prendano più in considerazione quelle forze, ormai ridotte all’osso, che ancora continuino con la tiritera della lotta di classe, del socialismo e comunismo. Non esiste la “Classe Operaia”; mai esistita, solo operai di fabbrica, capaci un tempo di difendere e migliorare – e giustamente, sia chiaro – le loro condizioni di lavoro e di reddito, senza intenti rivoluzionari, nemmeno nelle condizioni di una certa intensità della lotta durante i primi periodi di trasformazione del sistema socio-economico dall’agricoltura all’industria, e quindi della condizione sociale di contadino in quella di operaio. Nella presente fase storica neppure questa lotta tradunionistica (di cui parlò Lenin) ha più grande impulso e vigore. La situazione complessiva è tale da rendere necessaria – per l’attuale periodo storico; dunque in attesa che l’epoca di transizione volga verso forme sociali meno fluide e opache di quelle odierne – una speciale attenzione alla situazione internazionale, cioè alle relazioni intercorrenti tra l’unica superpotenza rimasta e altre che sembrano comunque in crescita, pur con varie difficoltà e ritardi non indifferenti.

Indubbiamente, si notano pure, nei vari paesi, gruppi sociali e organismi politici con differenti obiettivi perseguiti. In genere, si tratta però di differenze interne a quelle che potremmo definire forze dominanti. Nella potenza ancora preminente – e, in un certo grado, in quelle che si stanno progressivamente rafforzando in senso ad essa antagonistico – le divergenze tattiche o anche strategiche vertono soltanto sui metodi e forme da impiegare per conseguire scopi comunque non alternativi fra loro. Negli Usa, ad es., nessuno mette in discussione il tentativo di restare il primo paese in termini di forte influenza mondiale complessiva. E così pure avviene, mi sembra almeno, in Russia e probabilmente in Cina o altri paesi che mirano ad una reale autonomia e potenza propulsiva propria. Nei paesi da definirsi subpotenze (regionali in definitiva), e ancor più (e peggio) in quelli incapaci di vera autonomia (soprattutto, oggi, rispetto agli Stati Uniti), vi è soltanto conflitto per attribuirsi la migliore considerazione possibile, e il massimo aiuto, da parte del paese predominante.

In ogni caso, dunque, sia che ci si batta per una maggiore autonomia e crescita della propria forza sia che si cerchi semplicemente di essere i “migliori servi” (i più graditi ai “padroni”), la politica interna ai vari Stati è sempre influenzata nettamente da quella esterna, “internazionale”. Per questo, ha oggi una notevole vitalità la geopolitica. Non sono un patito di tale disciplina, anzi mantengo un attaccamento al marxismo precisamente sul punto dell’importanza maggiore da attribuire alla struttura sociale dei vari paesi; tuttavia, devo prendere atto che è ormai obsoleta – e per molti versi era una grave semplificazione fin dall’inizio – la divisione dicotomica stabilita da Marx (e peggiorata dai suoi successori) in borghesia e proletariato, con riferimento decisivo alla sfera sociale produttiva. Oggi, e anzi già da lungo tempo, tale divisione in “classi” non ha più molto senso. Nell’epoca di transizione in cui ci troviamo, è sciocco voler scimmiottare quella teoria con improbabili nuove dicotomie. Non c’è ancora alcuna effettiva decantazione sociale che ci consenta un minimo di orientamento non dipendente da categorie teoriche ormai superate. Per questo ci si deve limitare, certo provvisoriamente, al contrasto tra Stati, alle loro relazioni complesse e in fase di complicazione a causa del tendenziale (lento e tortuoso) avviarsi del multipolarismo; e si deve prestare la massima attenzione alle forze dominanti interne ai vari paesi (autonomi e non, con diversi gradi di dipendenza fra loro) e ai loro obiettivi, spesso confusi più o meno come le nostre idee in merito.

4. Venendo più specificamente al nostro povero paesello, bisogna ben dire che, pur non essendo mai stato (per ragioni oggettive) una vera potenza, ha avuto una sua notevole forza economica (è arrivato ad acquisire la quinta o sesta posizione industriale nel mondo) ed anche una qualche dignità, pur spesso vacillante, durante la prima Repubblica. E’ inutile pensare che, dopo la guerra e tenuto conto dei patti di Yalta, l’Italia potesse avere reale autonomia o passare sotto l’influenza dell’Urss o anche soltanto mantenere la posizione della Jugoslavia dopo la sua rottura con il Cominform (istituito nel 1947 come sostituto del Comintern cessato nel ’43), da cui quel paese uscì nel ’48. Eravamo destinati all’atlantismo e nel ’47 il Pci fu buttato fuori dal governo di unità nazionale. E dopo la creazione della Nato è indubbio che la presa statunitense sull’Europa occidentale si accrebbe. Ciononostante, pur servili come sempre, i governanti italiani della prima Repubblica non raggiunsero lo sconcio dei successivi (dopo la “sporca” operazione detta “mani pulite”) con in testa proprio gli eredi del vecchio Pci, già in fase di voltafaccia (pur segreto) a partire dalla fine degli anni ’60 (tuttavia con forti settori ancora filo-Urss per tutti gli anni ’70, malgrado le critiche rivolte a questo paese per l’assenza di “democrazia”).

Con il governo attuale, del “bamboccio fiorentino”, abbiamo invece raggiunto un alto livello di vergognosa dipendenza dai “padroni” americani. Uno dei sintomi di tale abiezione è stato lo smantellamento di gran parte del settore pubblico dell’economia. Non ci s’illuda oggi con l’affidamento delle imprese pubbliche al controllo della Cassa Depositi e Prestiti. Imprese come Eni e Finmeccanica non hanno più quella forza e autonomia d’un tempo. Ho chiarito in altra occasione che non deve intendersi il “pubblico” come destinato a curare gli interessi generali d’una società nazionale. Un’impresa pubblica deve agire da impresa proprio come quella privata. Bisogna però riandare alla storia della costituzione del settore economico “pubblico” italiano, con il salvataggio statale delle grandi banche di interesse nazionale nel ’33 e la costituzione dell’IRI, preso in mano dopo la guerra dalla Dc e rafforzato proprio con Finmeccanica (’48), Eni (’53) e infine Enel (’62, fase d’avvio del governo di centro-sinistra).

Di fatto, per queste ragioni storiche il settore “pubblico” è stato fortemente legato all’andamento delle vicende governative democristiane (e poi pure socialiste), che hanno svolto certe politiche (ad es. mediorientali) non del tutto “ortodosse” in termini “atlantici”. Al contrario, l’industria privata italiana è stata sempre il nucleo forte del “disinteresse nazionale”; già a partire dalla seconda guerra mondiale, in cui l’8 settembre ’43 fu largamente preparato dai contatti di questi settori industriali con il “nemico” (soprattutto gli Usa). Negli anni ’70, i settori industriali in questione strinsero patti con la Dc di “sinistra” e settori del Pci (quelli divenuti dirigenti nel partito). Come momenti significativi di detta “svolta” ricordo il patto Agnelli-Lama sulla scala mobile e il lancio di “Repubblica” – organo degli interessi di tali ambienti industriali – che divenne giornale assai influente (mentre in precedenza aveva notevole rilevanza “Il Giorno”, finanziato dall’Eni e “voce” del settore pubblico). Potrei anche ricordare, come fatto altre volte, il rapimento e uccisione di Moro e il concomitante viaggio di Napolitano negli Usa (1978). Comunque, l’essenziale è che negli anni ’70 inizia il declino dell’industria pubblica, in continua perdita di forza rispetto a quella privata; e, guarda caso, si accelera quel voltafaccia del Pci che, certamente, dovette attendere il crollo del “campo socialista” europeo per perfezionarsi.

Proprio per le ragioni storiche appena ricordate, un’inversione del processo di nostra avvilente sudditanza richiederebbe un forte interessamento dello Stato alle vicende anche economiche; tuttavia, come semplice supporto di politiche assai vigorose in senso indipendentistico. Un nuovo rafforzamento, e allargamento, del settore imprenditoriale pubblico sarebbe rilevante anche perché, appunto per le suddette ragioni storiche, è in esso che si sono sviluppate importanti iniziative in settori strategici. Queste ultime andrebbero quindi irrobustite e ampliate, tenuto proprio conto della tradizionale arrendevolezza del mondo imprenditoriale privato ad interessi stranieri, alla sua quasi vocazione di “tradire” continuamente quelli nazionali.

Fra le condizioni senza dubbio necessarie ad un consolidamento del suddetto settore – ma in vista di una politica internazionale del tutto opposta a quella seguita più o meno sempre dall’Italia, e ancor più dopo la fine della prima Repubblica – vi dovrebbe essere una forte spinta impressa alla ricerca scientifico-tecnica (fra l’altro trattenendo fior di giovani scienziati che fuggono in altri paesi) e alle principali e moderne innovazioni, soprattutto di prodotto. Occorrerebbe un management industriale di prima qualità e coraggioso (diciamo pure sul tipo di Mattei); non solo quindi aziendalmente capace ma soprattutto aduso a seguire direzioni strategiche adeguate allo scopo competitivo con i settori avanzati di altri paesi sviluppati, ivi compresi gli Usa. Un management inoltre ben collegato con gruppi di agenti politici decisi a rafforzare quel sistema di apparati cui si dà il nome di Stato. Bisognerebbe arrivare all’indebolimento dei settori privati, infidi, meno tramite aperte e ulteriori nazionalizzazioni (da riservare appunto ai settori strategici) quanto invece attraverso misure combinate di facilitazioni e ostacoli frapposti alle loro iniziative imprenditoriali tali da spostare il centro di gravità degli sbocchi commerciali (e anche degli investimenti) verso le aree meno soggette all’influenza Usa.

Non meno rilevante diventa l’obiettivo decisivo della spesa pubblica. Non va lesa quella diretta a fini sociali con la scusa di diminuire la fiscalizzazione (che va ridotta, lasciando però perdere gli obblighi europei in tema di debito pubblico, deficit di bilancio, ecc.). Nemmeno, tuttavia, va esaltata la spesa pubblica in sé come fanno alcuni “residuati” di tipo “keynesiano”; non mi pronuncio se tale definizione si attagli loro o meno. Va comunque abbandonata la solita solfa del New Deal che risolse la crisi del ’29-’33; poiché, come già rilevato, solo la guerra ottenne simile “successo”. Basta con il “racconto” dello sviluppo trainato dalla domanda (pubblica se quella privata è carente). Ritengo ci si debba rassegnare a un periodo non breve di scarsa crescita del “benedetto” Pil, poiché le difficoltà sono insite nel crescente multipolarismo, con la progressiva fine di ogni centro in grado di regolare almeno parzialmente e temporaneamente la dinamica del sistema economico. Adesso, pian piano, crescono di numero coloro che sostengono quanto affermai fin dal 2008: l’attuale crisi assomiglia alla lunga stagnazione di fine ‘800 (non scevra da crescite contenute e differenziate da area ad area, da paese a paese)

Il compito assillante non è la crescita (del Pil appunto) quanto invece lo sviluppo, nel senso del mutamento strutturale del paese secondo la finalità strategica di una superiore capacità competitiva, in grado di conseguire in tempi non lontani ottimi successi sul piano internazionale, inserendosi a pieno titolo nella tendenza al multipolarismo. Quindi, non la spesa per la spesa al fine di aumentare la domanda; bensì una spesa ben qualificata nella direzione della forte spinta (precisamente “pubblica”) al rafforzamento dei settori d’avanguardia. Sarebbe però necessario spazzare via l’attuale mediocrissimo e servile personale definito (impropriamente) politico. Al potere dovrebbe andare – e senza tanti complimenti e perdite di tempo “democratiche”, cioè sempre alla ricerca di voti d’opinione da chi opinioni ne ha poche e non sa nemmeno organizzare la propria vita privata – un solido gruppo assai deciso ad incrementare la politica proiettata verso l’estero, la potenza diretta al conflitto per le sfere d’influenza, che fa da battistrada alla competizione di tipo detto economico (perché ci si scorda di quanta politica occorra per vincere nei “mercati”).

E’ evidente la necessità di risanare completamente una serie di apparati di Stato: in primo luogo i Servizi e subito dopo quelli militari e polizieschi, che non devono più dipendere così strettamente da organismi legati alla supremazia mondiale degli Stati Uniti. Bisogna poi avere le idee chiare sul problema degli istituti finanziari. Non so se in buona o cattiva fede, sciocchi e mediocri economisti si affannano a descriverci la loro negatività, cercando di convincerci che siamo comandati da una “cattiva” massoneria internazionale di finanzieri. La finanza è puro strumento in un sistema fondato sulla generalizzazione degli scambi mercantili che esigono il loro duplicato nella circolazione del denaro. Tuttavia, laddove il governo e gli apparati statali sono in mano a gruppi politici scadenti e puramente dipendenti da altri Stati (in Italia, dagli Usa), è evidente che la finanza (sia nazionale che internazionale, tipo FMI o BCE e via dicendo) viene lasciata con le mani libere purché assicuri, tramite vari giri e rigiri estremamente difficili da seguire, la disponibilità di mezzi al fine di dare mance e mancette a dati settori sociali (cercando di dividerli e metterli in contrasto fra loro) e di corrompere alcuni gruppi di faccendieri (interni ed esteri) sempre al fine di galleggiare al potere, che è solo un potere derivato, in ultima analisi, da quello dei “padroni” d’oltreoceano. E sempre, va da sé, le disponibilità finanziarie servono ad ottenere qualche successo nella questua dei voti necessari al suddetto galleggiamento.

5. Credo sia inutile continuare a lungo con l’elenco di queste necessità; e dei falsi obiettivi che si pongono invece i pessimi governi di paesi dipendenti come il nostro. Le conclusioni sono facili da trarre per qualsiasi lettore attento. Sarebbe urgente imboccare una strada del tutto diversa da quella seguita in Italia (ed Europa) dalla fine della seconda guerra mondiale. Non esiste più il mondo bipolare, dove comunque il polo detto “socialista” non era aperto a nessuna prospettiva futura di nuova formazione sociale adatta ad una diversa epoca. Eppure si continua con tutti i vecchi ideologismi e le sclerotizzate impostazioni della cosiddetta scienza sociale come se nulla fosse accaduto. Certe tesi sono ormai logore e producono solo effetti negativi. Inoltre, la storia non ci viene raccontata con un minimo di rimozione di reiterate menzogne o magari anche di oneste speranze deluse. Abbiamo una lunga strada davanti a noi per rinnovarci almeno un po’.

Due sono comunque gli ostacoli maggiori, dal punto di vista politico e ideologico. Innanzitutto, la credenza del governo voluto dal popolo, che viene chiamato ogni tanto – e senza sapere nulla della politica vera e propria che si sta sviluppando nel mondo e nel proprio paese – ad esprimere dei giudizi su forze politiche che, logicamente in una simile situazione, sono andate deteriorandosi sempre più giungendo oggi ad un livello di disfacimento tale da distruggere l’organizzazione sociale (e la stessa cultura) della nostra area europea. Gli Stati Uniti, a partire dal regolamento dei conti interno del 1861-65, sono via via divenuti la prima potenza mondiale. Inoltre, sono una nazione di assai recente formazione; e fin dall’inizio è stata un coacervo di nazionalità, etnie, culture, diverse e spesso in feroce contrasto fra loro (ancora adesso non mi sembra ci sia un vero amalgama). In tale situazione (di potenza e di miscuglio), quel tipo di (falsa) democrazia non danneggia la politica; non sempre svolta da personale eccelso, ma pur sempre supportata da una forza pressoché unica. Tanto più che metà elettorato non vota e vi sono due partiti non molto differenti e che hanno visioni strategico-tattiche non troppo diversificate e con un obiettivo comune: mantenere la preminenza mondiale del proprio paese.

Qui – in un’Europa succube appunto degli Usa; in particolare nel nostro paese ridotto a loro base geografica operativa – voler scimmiottare la “democrazia” americana ha condotto ad un degrado e ad una insipienza politica di cui si ha difficilmente ricordo in altre epoche. Si possono anche mantenere le votazioni, ma bisognerebbe trovare una formulazione istituzionale adeguata per cui si tratterebbe effettivamente di sondaggi d’opinione, mentre si mette in funzione un organismo governativo capace di compattezza e di visione più ampia dei problemi che si porrebbero mutando il nostro atteggiamento di subordinazione, con apertura ad altre potenze in crescita nella situazione di tendenziale multipolarismo.

Il secondo ostacolo che deve essere superato riguarda la politica interna, soprattutto con riferimento al conflitto cosiddetto sociale. Secondo me, va mantenuto un accettabile livello di svolgimento di quest’ultimo, senza troppo ledere l’intenzione dei maggioritari gruppi sociali – potremmo definirli “non decisori” invece che dominati e tanto meno oppressi o sfruttati, definizioni assolutamente ridicole oggi – di difendere e migliorare, ai limiti del possibile, la loro situazione di reddito, di lavoro, ecc. Deve tuttavia essere superata senza più nostalgie la vecchia vocazione ad una lotta per la trasformazione radicale della società in un’epoca di transizione come questa, in cui non è per nulla chiaro a quali decantazioni arriveremo in tema di strutturazione di nuovi strati sociali, quelli che un tempo si definivano “classi”. In modo fra l’altro improprio perché in quella definizione ci si rifaceva, piaccia o meno, al marxismo; e in tale teoria le classi erano precisamente stabilite in base alla proprietà o non proprietà dei mezzi di produzione ed erano quindi fondamentalmente due, entrambe situate nella sfera economica (produttiva) della società e nettamente, irriducibilmente, antagoniste fra loro (anche magari solo “in potenza”).

Quell’epoca è tramontata da un bel po’ e mantenerne, sia pure in forma edulcorata (e chiaramente peggiorata) gli sfizi ideologici, è esiziale. Per alcuni decenni – finché durerà la transizione – dovremo abituarci a dare la massima importanza alla politica internazionale, in cui la si smetta con le balle delle massonerie transnazionali che tutto comanderebbero. Gli Stati nazionali esistono pienamente; solo che alcuni mantengono un grado sufficiente di autonomia e altri sono in mano a governi soggetti al predominio altrui; con una vera filiera di livelli di subordinazione e con un principale paese predominante, gli Stati Uniti. In questa fase storica è stolto (e reazionario) continuare a parlare di lotta anticapitalistica, anche perché in questa dizione diventiamo tutti dei volgari economicisti. Non esiste IL CAPITALISMO; solo le forme generali dell’impresa e del mercato (assai diversamente organizzate nei differenti paesi e aree mondiali), che sono quelle enucleatesi nella fase di transizione dalla società feudale a quella borghese e che hanno poi conosciuto, nel  secolo XX, molteplici modificazioni nelle varie formazioni sociali da esse caratterizzate.

Ci si rassegni oggi – provvisoriamente ma “essenzialmente” – a tener conto del formarsi delle diverse articolazioni internazionali tra i vari Stati, con differenti livelli di maggiore o minore autonomia o invece di subordinazione rispetto ad uno Stato “centrale”. E si lotti essenzialmente per il multipolarismo. Si tenga ben conto della legittimità della lotta dei “non decisori” per migliori condizioni di vita. Tuttavia, e diciamo pure purtroppo, tale legittimità ha limiti ben precisi posti dall’obiettivo principale che si pone sul piano internazionale. E anche all’interno dei vari paesi – differenziati in base a gradi diversi di autonomia o subordinazione – diventa decisiva la lotta tra gruppi politici più o meno indipendentisti o invece servili nei confronti di quella potenza (gli Usa) che oggi è il punto di riferimento obbligato per l’azione degli Stati.

Chiunque voglia oggi porre in primo piano la lotta tra strati sociali (non classi, basta inganni) o qualsiasi altra lotta sociale – solo però se e quando con ciò si ostacoli l’azione di rafforzamento di dati Stati in direzione della propria autonomia, con conseguente accentuarsi del multipolarismo – va contrastato senza esitazioni, non tenendo in gran conto l’“opinione pubblica” più o meno frastornata da gruppi politici succubi del paese “centrale”. E’ necessario si capisca qual è la scelta cruciale nella presente fase storica, che non penso sia eterna bensì di transizione; tuttavia non breve.

 

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