UNA “MARX RENAISSANCE”?

Karl-Marx

“Ripubblico un primo documento di dieci anni fa (forse altri seguiranno, vedremo). Molti lettori del blog tanto non lo conoscono e in teoria nessuno di quelli di FB (dove poi lo inserirò) poiché vi sono entrato nel 2009. Credo che si possa notare qualche “sbavatura” rispetto a quanto sostengo adesso, ma assai poco. In dieci anni, mi sembra proprio che gli eventi abbiano in buona parte confermato le mie idee di allora, che ne sono uscite per almeno quattro quinti rafforzate. Spero di non annoiare nessuno; in ogni caso, ritengo di dover ricordare qualche volta quanto dicevo non so quanto tempo fa (potrei andare anche all’altro secolo). Grazie dell’attenzione.”

1.Questioni preliminari

 

Ho letto che in Germania, attualmente, Il Manifesto del partito comunista (1848) è venduto tanto quanto la Bibbia. Sento anche di storici che ricominciano ad affermare l’importanza di Marx per la loro disciplina. Insomma, da più parti si sostiene che sarebbe in atto una sorta di Marx renaissance. Potrei esserne soddisfatto, data la mia impostazione teorica di base, ma ammetto di avere molti dubbi in proposito. Anche perché, almeno in campo economico, mi sembra che si rivolgano fin troppi complimenti al pensatore di Treviri in quanto avrebbe anticipato, previsto, la cosiddetta globalizzazione odierna. A parte che non penso ad un qualsiasi studioso, per quanto interessato alla trasformazione sociale così come lo fu il suddetto, in grado di fare il profeta, credo che la globalizzazione di cui tanto si parla sia semplicemente l’estendersi sempre più generalizzato della produzione di merci, l’intensificarsi e l’infittirsi della rete degli scambi mercantili a livello mondiale, una volta dissoltosi, dopo il 1989, quel tipo di società tradizionalmente definita “socialismo reale”.

In realtà, Marx non fu semplicemente il teorico di una società, detta capitalistica, fondata sul generalizzarsi della produzione per il mercato. Da questo punto di vista, fu ampiamente anticipato dall’economia classica, anzi prima ancora dai mercantilisti. Marx non studia in senso proprio il capitalismo, in quanto società costituita da un complesso di rapporti di diversi tipi fra loro variamente articolati. Egli formula soprattutto il concetto di modo di produzione capitalistico, inteso quale forma storicamente specifica di rapporti sociali che influenza e dà coloritura particolare a tutto l’insieme societario nell’epoca moderna; e che sostiene, regge, orienta e imprime impulso allo sviluppo delle forze produttive nell’ambito di detto insieme, estremamente dinamico da questo punto di vista.

La teoria del valore (lavoro incorporato) che Marx riprende dai classici (Smith e Ricardo), trasformandola radicalmente onde mettere in evidenza tutta la tematica del plusvalore (pluslavoro) in quanto profitto capitalistico – tema su cui non mi diffondo, non essendo mia intenzione tenere una sorta di lezione di economia politica – era per lui strumento teorico atto a cogliere la continua riproduzione del rapporto “essenziale” del modo di produzione capitalistico, decisivo dunque per comprendere il movimento peculiare dell’intera società capitalistica. Tale rapporto era, per Marx, quello tra proprietà dei mezzi di produzione e lavoro salariato, cioè forza (capacità) lavorativa venduta come merce da chi altro non possedeva se non il suo cervello e/o il suo braccio. La teorica del valore e plusvalore spiegava come, ad ogni ciclo della produzione capitalistica, veniva riprodotto tale rapporto con il costante accrescimento del lato proprietario (grazie al profitto/plusvalore), mentre il lavoro salariato poteva vedere certo aumentare il suo tenore di vita (salario reale) ma sempre nell’ambito di una non proprietà, dunque un non controllo, dei mezzi necessari all’attività produttiva.

Da qui nacque il cosiddetto socialismo scientifico, cioè la convinzione che la dinamica intrinseca al modo di produzione capitalistico, indagata appunto con metodo scientifico, conducesse l’intera società (formazione sociale) capitalistica alla sua trasformazione (transizione) ad una nuova forma di rapporti di tipo comunistico. Ed è su questo punto che il pensiero di Marx si saldò con la prassi comunista; lo scienziato, cioè, non avrebbe potuto che porsi nella prospettiva della trasformazione rivoluzionaria del capitalismo, essendo questa – secondo quanto si presumeva ormai accertato in sede di teoria – del tutto necessitata in base alla direzione assunta dalla riproduzione del rapporto fondamentale del modo di produzione capitalistico (non dell’intero capitalismo, in quanto insieme sociale variamente strutturato). Ed è su questo punto che invece – secondo la mia opinione, anch’essa fondata su una pretesa scientifica, cioè su ipotesi formulate seguendo certe regole di analisi e argomentazione – il marxismo è stato nella sostanza invalidato. L’invalidazione, perfino restando ai semplici precetti popperiani, decreta la scientificità del marxismo; ma dichiarare troppo affrettatamente una Marx renaissance mi sembra assai problematico. Comunque a tutto questo ho dedicato molti anni di studio che si sono, momentaneamente, conclusi con il mio ultimo libro: Gli strateghi del capitale, Manifestolibri 2006; cui va aggiunto, quale corollario, un opuscolo: La teoria come pratica (politica), Società editrice apuana 2006.

2.Uno schizzo della teoria marxista originaria

 

Quanto appena sostenuto implica intanto una breve considerazione: Marx non ha affermato una semplice estensione – a livello sempre più globale – della produzione capitalistica di merci. Egli pensava, più precisamente e con ben altro spirito di previsione, che il rapporto “essenziale” del modo di produzione capitalistico – tra capitale (proprietà dei mezzi produttivi) e forza lavoro (salariata) venduta come merce – si sarebbe esteso, dal primo paese in cui tale modo di produzione aveva raggiunto la sua “classicità” (Inghilterra), al resto del mondo. La globalizzazione, di cui parlava Marx, non riguardava il mero mercato, bensì la riproduzione di un rapporto di forma storicamente determinata, il cui movimento endogeno preparava le condizioni sociali di una trasformazione rivoluzionaria del capitalismo in comunismo. Il primo passo da compiere è allora comprendere, pur del tutto schematicamente, la dinamica del suddetto rapporto.

Data la tirannia dello spazio, sarò estremamente sommario e apodittico. Come già rilevato, in Marx, e nel marxismo “classico”, il comunismo non ha pressoché nulla di semplicemente utopico. Nel fondatore della teoria tuttavia, al contrario dell’uso invalso successivamente, in particolare negli ultimi decenni di prosperità del marxismo (dopo la seconda guerra mondiale), l’idea della necessità, più ancora che mera possibilità, del comunismo non dipendeva dall’utilizzazione della teoria del valore (lavoro) e del plusvalore (pluslavoro). Il fatto che le classi lavoratrici salariate (il soggetto pensato come rivoluzionario in direzione del suddetto comunismo, passando per un primo stadio socialistico) siano sfruttate – si estragga cioè da loro, pur nel rispetto formale dell’equivalenza realizzata in media nello scambio mercantile, il pluslavoro/plusvalore che costituisce la sostanza dei redditi dei gruppi proprietari dominanti – non attribuisce, di per se stesso, a tali classi un carattere rivoluzionario. Ed infatti Marx era ben conscio che tutte le classi sfruttate nelle società precapitalistiche non avevano mai posseduto la capacità di trasformarle l’una nell’altra (ad es., dallo schiavismo al feudalesimo, o da questo al capitalismo, ecc.).

L’in sé rivoluzionario della classe dei lavoratori salariati era considerato certo – l’ho già detto, ma è bene ribadirlo – in base al concetto di modo di produzione capitalistico, inteso quale intreccio di rapporti di produzione e forze produttive. Nell’ambito dei primi, si supponeva – anzi, Marx la dava per scontata, per necessaria – questa dinamica: in un primo tempo la proprietà dell’artigiano e del piccolo conduttore contadino veniva, mediante i processi dell’accumulazione originaria del capitale (vedi il mirabile, e ultrachiaro, settimo e ultimo paragrafo del cap. XXIV del I libro de Il Capitale), trasformata in proprietà (privata) capitalistica, con i capitalisti (anche organizzatori della produzione), da una parte, e i lavoratori salariati (espropriati dei mezzi di produzione), dall’altra. In un secondo tempo, iniziava pure la crescente espropriazione fra capitalisti a causa della reciproca concorrenza con fallimento dei molti e il successo dei pochi. Si verificava cioè la centralizzazione (monopolistica) dei capitali che, a questo punto, portava ad un numero sempre più ristretto di capitalisti proprietari di azioni (rentier, proprietari finanziari) avulsi dai processi produttivi, da una parte, e alla gran massa dei lavoratori (salariati) del braccio e della mente (“il manovale” e “l’ingegnere”), dall’altra.

Tra questi ultimi esistevano contraddizioni secondarie, mentre quella principale correva tra loro e i proprietari ormai “assenteisti”, una nuova classe sostanzialmente signorile, pur se avrebbe goduto principalmente di rendite finanziarie, legate alla proprietà azionaria e alle speculazioni borsistiche; meno importanti, pur se cospicue, sarebbero invece state quelle da proprietà immobiliare (fra cui quella terriera), che comunque non avrebbero avuto più nulla a che vedere con quelle di tipo feudale. La rivoluzione sarebbe divenuta a questo punto incombente, e il soggetto della rivoluzione sarebbe esistito appunto nella figura di queste classi del lavoro salariato, sia intellettuale (le potenze mentali della produzione) che manuale, classi che non avrebbero agognato solo utopicamente il comunismo, poiché i loro stessi interessi le avrebbero spinte in tale direzione, alla realizzazione di una effettiva cooperazione tra tutti i lavoratori (produttori), mentre lo sfruttamento sarebbe apparso senza più veli, una autentica spoliazione di chi produceva con il suo lavoro da parte di superflue sanguisughe.

Naturalmente, le classi proprietarie non sarebbero state immediatamente e facilmente espropriate dai produttori cooperanti, poiché esse, per la vischiosità tipica dei processi storici, avrebbero mantenuto ancora per un certo tempo una superiorità (egemonia) culturale, ma soprattutto politica, controllando lo Stato in quanto strumento di dominio; a questo punto esercitato sempre più in modo violento, repressivo e coercitivo. Nessuna concessione, in Marx, a tesi di democratico affermarsi delle masse salariate in semplici elezioni, al loro pacifico movimento che avrebbe imposto, con la sola forza del numero (e della “giusta” rivendicazione di non essere più spogliati dei frutti del proprio lavoro), la loro prevalenza, ormai armoniosa, fondata sulla solidarietà e sulla programmazione coordinata delle loro attività senza più la competizione legata al mercato, ecc. No, sarebbe stato invece necessario passare per un periodo di acuta rivoluzione onde abbattere il potere dei capitalisti finanziari, distruggere la “macchina statale” al loro servizio e costruire, provvisoriamente e per un periodo di semplice transizione, uno Stato di “dittatura proletaria” (cioè al servizio dell’insieme dei lavoratori); uno Stato “in via di deperimento”, man mano che sarebbe prevalso lo spirito solidale e cooperativo dei produttori contro quello di pura rapina e sfruttamento dei redditieri e finanzieri.

E veniamo all’altro lato del modo di produzione, alle forze produttive. Con la centralizzazione monopolistica dei capitali si sarebbe attenuata la competizione tra capitalisti (oggi diremmo tra imprese) con affievolimento della spinta allo sviluppo. Ancora una volta, però, il marxismo (di Marx) non si rifaceva semplicemente a questo aspetto solo economico, legato alla monopolizzazione del capitale, ma ancor più a quello sociale relativo appunto al formarsi del ristretto gruppo di capitalisti finanziari, proprietari di azioni e disinteressati al vero e proprio processo produttivo. Sarebbe stata l’estraneità alla produzione, il loro essere dediti ad operazioni finanziarie, al gioco speculativo di Borsa, al lancio come al fallimento delle società per azioni a seconda delle loro convenienze in mero guadagno di denaro, a rendere questi rentier del tutto esiziali per l’ulteriore sviluppo delle forze produttive.

La loro reciproca competizione sarebbe stata soltanto tesa a depredarsi l’un l’altro; ma, alternativamente e quando ciò fosse stato loro necessario, essi si sarebbero uniti in una lotta contro l’insieme dei lavoratori per costringerli a produrre di più, onde potersi così appropriare di quote maggiori di pluslavoro/plusvalore. Sarebbe così divenuto sempre più chiaro al popolo che la ragnatela costituita dall’intricato intreccio dei loro rapporti proprietari – mantenuta e difesa dal potere del loro Stato, dall’esercizio sempre più frequente di violenza, sia contro i lavoratori che fra loro, con il corteggio delle continue guerre, rivolte, conseguenti massacri, ecc. – avrebbe dovuto essere strappata e distrutta, abbattendo intanto il potere che essi avevano nello Stato e negli apparati culturali (nelle “sovrastrutture” politico-ideologiche); e sarebbero perciò scoppiate sempre più spesso, e con estensione sempre maggiore, rivoluzioni contro di essi.

Abbattuta, stracciata, questa ragnatela, instauratisi nuovi rapporti di proprietà e di potere (della collettività dei produttori), le forze produttive avrebbero ricominciato a svilupparsi e ci si sarebbe avviati allora verso quell’obiettivo del comunismo sintetizzato dall’espressione: “da ognuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni”. Senza più, o con sempre meno, competizione e violenza sopraffattrice, e rafforzandosi invece lo spirito di cooperazione e di armonico (equilibrato) coordinamento della produzione secondo le decisioni prese di comune accordo, i bisogni della popolazione sarebbero cresciuti – con esaltazione soprattutto del loro aspetto ideale e culturale rispetto a quello esclusivamente materiale – in misura correlata al programmato sviluppo delle forze produttive, senza le forzature, capitalistiche, del consumismo odierno.

Come il lettore si renderà conto, in tutto quanto ho finora scritto non vi è nulla o quasi di “bel sogno”, di facile utopia. I comunisti e marxisti sono infatti sempre stati persone eminentemente pratiche, concrete, contrarie ai semplici buoni sentimenti; hanno sempre tenuto conto che gli uomini non sono necessariamente generosi, altruisti, pronti a sacrificarsi per gli altri, ecc. Hanno pensato che la società, la formazione sociale, arrivata alla sua epoca capitalistica, si sarebbe sviluppata secondo modalità tali da creare i presupposti di una organizzazione cooperativa di tipo, nella sua fase finale, comunistico.

3.Il contrasto crescente tra la teoria e la realtà storica

 

Senza grande consapevolezza dei rivoluzionari, dei comunisti, il modello marxista di pensiero (scientifico, non utopico) cominciò a incrinarsi proprio durante il periodo della crescente centralizzazione monopolistica del capitale: tra fine ottocento e primi novecento. La formazione di grandi imprese (produttive e finanziarie) non portava affatto alla sostanziale unificazione, o almeno sempre più stretta cooperazione, di tutti i lavoratori, sia di carattere direttivo che esecutivo; e fra gli uni e gli altri andò crescendo una vasta gamma intermedia con stratificazioni gerarchiche e di saperi piuttosto notevoli. Così pure, nell’apparato dirigente – soprattutto a causa del moltiplicarsi delle branche e settori produttivi, conseguente all’importanza assunta dalle innovazioni di prodotto (e poi di fonti di energia), poco considerate dal marxismo tradizionale, tutto concentrato su quelle di processo (tecnologiche) rilevanti ai fini dell’accrescimento del plusvalore (relativo) – non si andava verso una sostanziale sintesi dei saperi produttivi, e della scienza applicata alla tecnica, con l’emergere del (previsto da Marx) general intellect; si espanse al contrario un cospicuo strato manageriale, di vari livelli, e si costituì una comunità scientifica sempre più frammentata al suo interno a causa di un crescente e sempre più sminuzzato specialismo.

Il complesso dei lavoratori, pensato quale soggetto oggettivamente interessato alla rivoluzione, si ridusse di fatto alla sola classe operaia in senso stretto, alle “tute blu”, agli operai di fabbrica, i quali indubbiamente, per una intera epoca storica, crebbero di numero e di forza (in specie sindacale). Questa classe divenne, per il marxismo in quanto ideologia elaborata soprattutto da Kautsky, il “soggetto rivoluzionario” per eccellenza; gli altri lavoratori, in particolare quelli in possesso della scienza e della tecnica, delle “potenze mentali della produzione”, furono considerati specialisti borghesi; fondamentali per la produzione anche dopo una eventuale rivoluzione mirante al comunismo, ma che dovevano in tal caso – secondo quanto sostenne con grande spirito pratico Lenin – essere strettamente controllati e agire sotto “la guardia” degli “operai armati” e del loro Stato. Ovviamente, questo mutamento (inavvertito) di soggetto rivoluzionario, rispetto alle origini, comportava gravi problemi con riguardo a quella egemonia, anche culturale e ideologica oltre che politica, che ogni precedente classe rivoluzionaria – nei passaggi da una formazione sociale all’altra; ad es. la borghesia nella transizione dal feudalesimo al capitalismo – ha sempre conquistato ed ampiamente esercitato, e che non può certo essere trattata quale condizione di scarsa importanza ai fini del successo o meno della trasformazione sociale.

Da questa difficoltà è in fondo nata tutta la teoria dell’avanguardia in quanto fusione, meglio ancora sintesi, imbricazione, stretto intreccio, tra gli “intellettuali borghesi giunti alla comprensione del movimento della società nel suo insieme” (Manifesto comunista del 1848) e gli strati più coscienti, ma sempre poco numerosi, della classe operaia in senso stretto. Non mi dilungo in proposito perché si dovrebbero scrivere parecchi volumi, ma è ben nota la fine fatta dalle rivoluzioni guidate da simili avanguardie; e con questa brutta fine è andato perso anche il nocciolo razionale della teoria in oggetto: senza direzione e organizzazione, senza conoscenza del campo del conflitto e degli obiettivi che la lunga opera di trasformazione dovrebbe raggiungere per affermarsi stabilmente e irreversibilmente, ecc., non c’è movimento di massa che tenga e ogni mutamento radicale resta effettivamente un “bel sogno”.

La verità è che la storia del novecento ha bisogno di essere riscritta in gran parte con una metodologia che si ispiri, almeno parzialmente, alla considerazione delle strutture sociali che fu tipica del marxismo. Secondo la mia opinione, è stato perso – ma da tutti, non dai soli marxisti – un fondamentale passaggio di forma storica dei rapporti sociali, avvenuto nell’epoca detta dell’imperialismo, in cui furono poste le premesse per una trasformazione del capitalismo. Mancano attualmente i concetti per afferrare questo passaggio che indicherò allora, pur con imprecisione teorica (cioè approssimativamente), come transizione dalla società dominata dalla vecchia borghesia proprietaria (dei mezzi produttivi e dei capitali finanziari) a quella, di tipo americano, dei funzionari del capitale, che poi, nel corso del mezzo secolo susseguente alla seconda guerra mondiale, ha sconfitto il “socialismo reale” e si è rimondializzata sotto il predominio degli USA.

Ed è precisamente a questo punto che i marxisti e comunisti non hanno capito più niente. Per loro, la fine della borghesia proprietaria (e finanziaria) avrebbe dovuto significare l’affermarsi della rivoluzione proletaria (e della classe operaia) contro un capitalismo ormai morente, stagnante, incapace sia di sviluppo che di democrazia, pur solo formale. Strano destino: i paesi capitalistici occidentali si sono sviluppati impetuosamente, anche attraverso crisi (minori, dette non a caso recessioni), mentre il “socialismo” – affermatosi sempre in paesi arretrati, con grandi masse contadine e pressoché privi del “soggetto rivoluzionario” per eccellenza, la classe operaia – è entrato in fase di ristagno, di putrefazione ed è infine crollato in modo inverecondo senza nemmeno un piccolo sussulto di resistenza; anzi, dove si è risvegliato, lo ha fatto con strutture di nuovo capitalismo selvaggio, estremamente duro e autoritario, che indubbiamente va ponendo le basi per un affrontamento generale nei confronti del paese al momento predominante (USA), ma non certo sulla base di una lotta per il comunismo, non certo fondandosi sul potere dei proletari, che invece sono eminentemente “schiavizzati” (assai più che nei capitalismi del Welfare) e non hanno alcuna difesa; debbono solo lavorare, e ancora lavorare, per le “magnifiche sorti e progressive” delle loro classi capitalistiche dominanti (spesso lo stesso establishment che si autoproclamava comunista), dotate di un potere accentratore di particolare forza, durezza e ferocia.

4.Un ripensamento globale

 

Arrivati a questo punto, il vecchio marxismo e comunismo non servono assolutamente più a nulla. In effetti, è ormai urgente ripensare tutto; si può anche ripartire, secondo me, da Marx, ma allora rivoltandolo in lungo e in largo. Non una semplice renaissance, bensì una radicale ristrutturazione dell’intera intelaiatura teorica. Perché il problema è proprio capire come mai l’indubbia fine di una certa forma di società – il capitalismo borghese, analizzato da Marx sul modello inglese, è tramontato – non ha portato in primo piano il supposto soggetto rivoluzionario, la classe operaia (o proletariato, espressione sempre usata come fosse sinonimo della precedente). Se non si pone al centro della comprensione scientifica, e della conseguente attività pratica (politica), il problema in oggetto, che ha visto il totale disorientamento e dissolvimento delle capacità analitiche e pratico-teoriche del marxismo, ci si dovrà allora risolvere a trattare Marx quale personaggio di notevolissima statura, consegnandolo però alla pura storia del pensiero.

Non posso ovviamente ripetere in questa sede tutta l’analisi, condotta nei miei lavori sopra citati, mirante a formulare ipotesi intorno al tipo di società oggi esistente, dopo il tramonto del capitalismo borghese; tramonto che, a mio avviso, un Lukàcs comprese piuttosto bene nella sua, prima osannata e poi vituperata, Distruzione della ragione. La sua comprensione fu però assai poco strutturale e molto ideologico-culturale, per cui anch’egli pensò, come tutti i marxisti (me compreso per tanti anni!), che al declino della borghesia facesse seguito l’imputridimento della società, la stagnazione delle forze produttive, con ascesa della classe operaia che avrebbe iniziato l’opera di trasformazione (transizione) in una società di tipo socialistico e comunistico. Invece, dopo una lunga fase di trapasso, caratterizzata dall’epoca dell’imperialismo e dalla lotta tra le grandi potenze successiva alla fine della supremazia mondiale inglese, ascesero a paese centrale gli Stati Uniti, portatori di quella forma sociale che, in assenza di concetti più precisi, ho definito società dei funzionari del capitale e che ha una struttura sempre fondata sul mercato e l’impresa (e la competizione interimprenditoriale), ma che comunque presenta caratteri ben diversi da quelli supposti da Marx quando si convinse che la classe lavoratrice salariata (“dall’ingegnere all’ultimo manovale”) si sarebbe sostanzialmente unificata – e in tutto il mondo (il tanto vagheggiato e mai realizzatosi internazionalismo proletario; che non poteva realizzarsi proprio per ragioni strutturali) – diventando il soggetto della trasformazione comunistica.

Quella che si è chiamata per oltre un secolo lotta di classe diventa quindi molto più complessa e variegata, poiché la società (dei funzionari del capitale) non si divide in due con gli antagonisti Capitale e Lavoro in singolar tenzone. Proprio per questo, ritengo sempre valida – pur non parlando più di avanguardie – la necessità dell’organizzazione, fortemente strutturata, che deve saper formulare le strategie più appropriate per la lotta contro i gruppi dominanti in questa società, analizzata in una visione globale, che richiede non la semplice utilizzazione del concetto di modo di produzione – in grado soltanto di cogliere la dinamica dei rapporti sociali di produzione in direzione della divisione tra proprietà dei mezzi produttivi e forza lavoro venduta come merce (con tutte le altre conclusioni che ne conseguono) – ma il necessario complemento di strumentazioni teoriche di tipo geopolitico (nel cui ambito va situata la geoeconomia), tenendo conto della stratificazione sociale a livello mondiale, dei meccanismi economici come di quelli politici e culturali, della rilevanza di motivazioni d’ordine nazionale, etnico, religioso, e via dicendo.

La teorizzazione marxista tradizionale è in genere affetta da economicismo; d’altra parte è facile slittare verso quelle soltanto politicistiche e/o culturalistiche. Le teorie fanno parte della pratica; sono comunque apparati che hanno validità ove, almeno potenzialmente, consentano di indirizzare certe strategie d’azione in modo utile a possibili interventi nel “mondo” (in questo caso, quello della società nella nostra epoca storica). In certi casi, la fedeltà ai “principi”, cioè magari a formulazioni concettuali di un tempo che fu, possono facilmente trasformarsi in spessa coltre ideologica, in mera ripetizione di uno schema ossificato, ineffettuale.

Di pochi “principi” resto convinto; e, primo fra tutti, quella che per me resta una più che sensata intuizione di Lenin e di Mao: l’attività trasformatrice consegue i suoi successi soprattutto laddove si sono fortemente indeboliti, per esplosive contraddizioni interne, i gruppi sociali dominanti. Le principali  rivoluzioni del novecento, quelle che hanno comunque prodotto effetti di radicale mutamento, pur se non certo in direzione del socialismo e comunismo, si sono verificate durante i grandi scontri mondiali interdominanti o come conseguenza del forte indebolimento del sistema capitalistico nella fase in cui si è andata affermando la nuova centralità egemonica statunitense. La lotta tra agenti capitalistici, tra i “loro” Stati, i “loro” sistemi culturali: questo provoca stabilizzazione o invece mutevolezza dei rapporti di forza tra di essi, che vanno analizzati nell’insieme delle sfere sociali: economiche (produttive e finanziarie), politiche, ideologico-culturali. Chi presuppone che quelle economiche siano sempre le preminenti, che gli apparati finanziari – decisivi ai fini delle strategie di lotta per la supremazia tra i vari gruppi dei suddetti agenti – siano ormai sempre puri parassiti succhiatori di mero plusvalore “operaio”, ecc. è ormai piuttosto incapace di comprendere i movimenti della formazione mondiale da ormai oltre un secolo; per non parlare della fase odierna. Non si lavora sui microchips con falce e martello; e non si lavora sulle contraddizioni della società capitalistica degli ultimi cent’anni con il marxismo tradizionale.

E’ comunque necessario un punto di partenza; e per chi si propone una radicale e inesausta critica di questa società, quest’ultimo non può che essere la contraddizione da ritenersi principale, cioè quella che oggi rende instabile e abbastanza disgregata la formazione sociale mondiale senza però che si verifichino ancora reali sconvolgimenti dei rapporti di forza; e che è tuttavia anche quella che potrebbe provocare tali sconvolgimenti, ove si verificassero perfino piccoli spostamenti degli equilibri attuali, soprattutto se arrivassero a sommarsi nella stessa direzione. Oggi esiste un chiaro predominio centrale USA, ancor più forte di quello inglese nella prima metà dell’ottocento. C’è chi ha paura che, lavorando nella direzione dell’erosione di simile predominio, si potrebbero favorire gli altri capitalismi. Sento ancora qualcuno convinto addirittura che il vero sommovimento rivoluzionario possa infine realizzarsi proprio nel capitalismo più avanzato, appunto quello statunitense predominante. Questo è il triste effetto di un marxismo scolastico, ridotto alla teoria del plusvalore e dello sfruttamento, capace di utilizzare solo il concetto – ormai decrepito e veramente intralciante il corretto pensare – di modo di produzione. Quest’ultimo è del tutto insufficiente, proprio perché non è la contraddizione capitale/lavoro che smuoverà gli attuali equilibri mondiali, che incrinerà la preminenza ancora schiacciante degli USA.

Occorrono pensatori e politici nuovi, non scolastici e dottrinari, che mettano in primo piano il problema di questa preminenza centrale, e promuovano, in primo luogo, l’attività di resistenza (e possibile contrattacco) ad essa, che lavorino a sgretolarla. Non si tratta affatto di appoggiare, rendendosene “servitori”, altri capitalismi; che, in tutto il mondo, sono comunque ormai formazioni sociali di funzionari del capitale, anche se con modulazioni economiche, politico-istituzionali, culturali, assai differenti, che vanno studiate con serietà e non con schemi ideologici preconcetti, vecchi di un secolo e mezzo.

Occorre aria fresca e una nuova mentalità. E’ difficile creare al momento una nuova sintesi quale fu, centocinquant’anni fa, il pensiero di Marx. Cominciamo intanto a prendere pezzi di marxismo, di geopolitica e strategia, di storia, e naturalmente di filosofia; e iniziamo a costruire qualcosa, partendo da una precisa “stella polare”: occorre intaccare la predominanza centrale statunitense, partendo dall’Italia e dall’Europa, poiché è qui che “pestiamo la terra”. Il resto non segue automaticamente; ma non ci sarà nessun seguito continuando a puntare sullo “sfruttamento” (estorsione di plusvalore), sulla “classe operaia” in quanto “classe universale” che “liberando se stessa libera l’intera umanità”, e altre vecchie formulazioni consimili. E se crediamo di cavarcela con i movimenti, con il gandhismo, con l’ambientalismo, con “l’altra metà del cielo”, ho la nettissima sensazione che si otterranno soltanto risultati assai effimeri e di semplice superficie.

6.Alcuni punti fermi

 

In definitiva, concludendo, penso sia possibile affermare che lo sviluppo del capitalismo non è andato affatto nella direzione prevista da Marx e mai ridiscussa, nei suoi principi teorici di fondo, da alcun marxista. Inoltre, sospetto che vi sia stato quel passaggio storico, cui ho accennato, dal capitalismo borghese a quello dei funzionari del capitale, che non è stato colto; e la cui non comprensione pone gravi limiti all’azione tesa a trasformare il nostro mondo attuale. Il marxismo può ancora essere utile nella sua metodologia improntata ad una analisi di tipo strutturale; nella sua formulazione originaria è però stato, a mio avviso, ampiamente invalidato, e non ha dunque senso per me un qualsiasi “ritorno a Marx”. Quanto al comunismo, ho la nettissima impressione che sia assimilabile, nella sua probabilità, alla generazione della vita secondo le ipotesi di Jacques Monod (ne Il caso e la necessità); ma si tratta di una mia impressione, non più che questo. Sono comunque fermamente contrario a quei credenti, per fortuna ormai pochissimi, che vorrebbero imporre agli altri la loro fede, sostenendo che è suffragata dalla scienza e dalle presunte leggi del materialismo storico.

Sono tuttavia convinto che secondo Marx e il migliore marxismo – non certo quello, ad es., dei “sessantottini”; né quello sindacale, ecc. – il comunismo volesse e dovesse esaltare l’individualità, non avvilirla né soffocarla. Non si predicava un egualitarismo grigio, conformistico, piatto, buono per portare in primo piano i mediocri, privi di ogni idea propria, annientando invece le qualità di spicco, come purtroppo accadde nel “socialismo reale” (e in molti partiti comunisti). A ciascuno secondo il suo lavoro non significava, per Marx, far soltanto riferimento alla quantità, al tempo di lavoro, ma anche alla sua creatività e originalità. Altrimenti non nasce mai il nuovo, tutto continua in una routine mortificante che, alla fine, provocherà la rivolta contro “l’uomo medio”, quello di cui vorrei ci si ricordasse sempre la definizione datane da Pasolini, tramite il personaggio del regista interpretato da Orson Welles, nel suo forse più bel gioiello cinematografico: La ricotta da Rogopag.

Nemmeno però si può accettare il tipo di competitività che regna nella nostra società, nel capitalismo borghese e ancor più in quello dei funzionari del capitale: una lotta fondata sulla sopraffazione, la coercizione, l’inganno, la menzogna, l’ipocrisia, il raggiro, e chi più ne ha più ne metta; e molto spesso, ovviamente, sull’uccisione (di massa), le guerre e distruzioni immani, le torture, ecc. Ribadisco quanto detto con riferimento alla società dei funzionari del capitale: il carattere decisivo dei ruoli dominanti (capitalistici) non è la proprietà (privata) dei mezzi produttivi, che è semmai scudo protettivo nella conduzione delle strategie di lotta per la supremazia (nelle varie sfere sociali) tra le diverse frazioni di questi ruoli. Tuttavia, non è facile scindere la proprietà in questione dall’esercizio delle funzioni del conflitto strategico comportanti gli effetti deleteri appena considerati. E nemmeno è facile scindere la produzione di merci dall’autonomizzazione di una sfera finanziaria e del controllo del denaro; con tutto quello che ne consegue in termini di direzioni di impiego dei mezzi finanziari ai fini della lotta per il dominio (o, se piace di più, l’egemonia).

D’altra parte, non possiamo adeguarci supinamente alle selvagge abitudini contratte dall’umanità in millenni di storia soltanto per salvaguardare la pura e semplice libertà individuale. Comunque, tronchiamo qui; tanto da discutere ce ne sarà sempre. Però, per favore, non facciamo in questa particolare fase storica fughe in avanti; non discutiamo ossessivamente della libertà – e soprattutto di quest’ultima in quanto legata alla proprietà e alla produzione di merci – o magari della “costruzione del socialismo” secondo nuove modalità (escogitate solo a tavolino, data la situazione delle forze che desidererebbero una trasformazione realmente radicale); tutto questo nel mentre continua il predominio (o egemonia) mondiale degli USA, e la contestazione d’esso è ostacolata da mille compromessi, da indecisioni e debolezze.

 

marzo 2006

 

 

MAI PIU’ RESISTENZA, PERCHE’ POSSIAMO FARNE SENZA.

logo_25aprile

logo_25aprileLa resistenza al nazifascismo fu un episodio marginale del periodo di guerra benché non privo di atti di eroismo. Bisogna riportare le cose alla loro vera dimensione per rompere questo mito che, ora come ora, è divenuto il palco degli attuali traditori della nazione ed un esempio di mistificazione storica ad uso di una classe dirigente sicuramente peggiore di quella del ventennio. Le file dei ribelli si vanno ingrossando man mano che il regime si sbriciola, verso la fine del conflitto. Non prima. Tutti diventano antifascisti, pure i fascisti, quando è ormai chiaro che il fascismo non ha più scampo e nemmeno i tedeschi, in ritirata, potranno salvarlo. Nell’ultima ora fatale non si trova più un mussoliniano neanche a pagarlo. Le folle oceaniche nere si tingono di rosso e di bianco, i furbi salgono sul carro del vincitore, i codardi s’appuntano al petto medaglie al valore che non hanno mai guadagnato, non si risparmiano le pugnalate alle spalle ai fascisti ma anche tra chi dovrebbe combattere nello stesso “esercito”. La guerra è (in)civile e si commettono abusi ed ingiustizie da una parte e dall’altra. Tuttavia, come ricorderà Cossiga, la vera resistenza la fecero soprattutto i comunisti, non gli azionisti e nemmeno i cattolici, che poi si attribuirono ogni merito “democratizzando” il Paese per collocarlo sotto l’ombrello americano: “Il Partito Comunista ha quasi monopolizzato il comando della lotta partigiana anche in forme violente…ha monopolizzato il ricordo, e anche giustamente, perché la resistenza è stata almeno per l’80% comunista, e senza il Pci non ci sarebbe stata resistenza.” Ed ancora: “I massacri di fascisti, anche se già arresisi, di non fascisti e anche di antifascisti non comunisti erano perfettamente coerenti con una concezione della Resistenza come ‘guerra civile’, e ancora di più nella prospettiva di una continuazione della Resistenza come ‘guerra di classe’…Per i comunisti, non per il Partito comunista di Togliatti, la ‘resistenza’ fu non tanto una guerra patriottica quanto una guerra civile, premessa per la guerra di classe per la conquista proletaria del potere. Passare per le armi i fascisti, non solo durante la guerra ma anche quando essa finì, e perfino e talvolta prioritariamente altri antifascisti… quando contrastavano con i propri disegni,…, non è cosa che mi meraviglia; se io fossi stato o fossi comunista non mi avrebbe scandalizzato e non mi scandalizzerebbe neanche oggi”. Una chiarezza d’altri tempi…
I comunisti non lottavano per la democrazia ma per la rivoluzione proletaria e per la sovietizzazione del sistema. Volevano “fare come la Russia” ma furono sconfitti e costretti ad accettare, attraverso gli accordi internazionali di Yalta e i tatticismi del Partito Comunista, il passaggio al sistema parlamentare nel campo occidentale (non a caso le BR, anni dopo, si appoggeranno al sentimento della resistenza tradita per imbracciare nuovamente le armi e molte saranno le armi dei vecchi partigiani comunisti che, nascoste sottoterra, saranno letteralmente disseppellite dal passato, per ricomparire fisicamente nelle mani dei brigatisti). Sono stati gli stessi comunisti sopravvissuti a quegli eventi e divenuti artefici di miserandi voltafaccia nell’epoca successiva, a dover ammettere che inizialmente il loro obiettivo era: “nel 1944-45 di [fondare] uno Stato democratico aperto a successivi sviluppi e trasformazioni in senso socialista” (G. Napolitano) [1].
Proprio Napolitano, che militava nei Gruppi Universitari Fascisti, ci fa la predica sulla “Resistenza bellissima” quale processo di impegno democratico. Neanche per il cazzo.
Le bugie affastellatesi nel secolo scorso continuano ad ingombrare il presente. L’adesione morale alla Resistenza continua a trasformare la feccia in oro e a capovolgere il senso di fatti ed avvenimenti che andrebbero raccontati nella loro giusta versione per liberarsi dal fardello che ci impedisce di rialzare la testa. Scrive La Grassa: “L’antifascismo azionista – erede dei socialisti liberali, forse più ancora che dei liberalsocialisti – è stato il terreno fertile per le più gravi involuzioni della storia della Repubblica italiana sfociate in “mani pulite” e su cui ho già detto più volte ciò che penso. Questo antifascismo sta compiendo adesso un ulteriore salto di qualità, facendosi apertamente complottista ed eversore“. Occorre rivedere quel periodo storico, ripulirlo dalla propaganda e dai falsi moralismi di cui l’hanno rivestito gli antifascisti odierni per ragioni di consenso politico e schieramento internazionale. Dobbiamo mettere termine anche alla narrazione degli americani liberatori perché la loro è stata un’occupazione a suon di bombe, a causa della quale scontiamo ancora adesso pesanti conseguenze, con la militarizzazione del nostro territorio, invaso dalle basi di Washington, e ingerenze di ogni tipo negli apparati statali e in quelli istituzionali. Guarda caso, chi festeggia la Resistenza con immutata enfasi, chi ne esalta la leggenda trincerandosi dietro una spocchiosa superiorità etica, inesistente nei fatti e adulterante la realtà, è il miglior amico degli statunitensi.

[1] La citazione intera può essere rintracciata in un vecchio articolo apparso su questo sito a firma di A. Berlendis

La previsione di Brzezinski

scacchiera-politica

 

Gli Stati Uniti non sono più una potenza assoluta anche se mantengono il dominio del cielo, del mare e della terra. Per ora. Tuttavia, la supremazia americana si è indebolita, in virtù dell’emergere di nuovi player geopolitici che, almeno a livello regionale, iniziano a tenerle testa. Per un quindicennio, dall’implosione dell’URSS fino ai primi anni del XXI secolo, gli Usa hanno coltivato il sogno dell’impero e lo hanno giustificato con un apparato ideologico di mascheramento chiamato globalizzazione. La globalizzazione, benché si presentasse, teleologicamente, come un destino inevitabile per tutti i popoli che accedevano alla civiltà (economica, finanziaria, politica, culturale e sociale) era la proiezione di questa supremazia occidentale sullo scenario internazionale. La grande narrazione idealistica si è però sfilacciata con il venir meno del sostrato geopolitico sulla quale si basava: la suddetta egemonia americana. Qualcosa resiste ancora di quell’orizzonte mitico ma sono bagliori di illusioni. Nonostante le sovrastrutture ideologiche abbiano una loro “materialità” esse riflettono concreti rapporti di forza. Mutando questi anche quelle devono cambiare forma per aderire ai nuovi contenuti. L’unificazione di Stati, confini, abitudini, visioni, ecc. ecc. nel villaggio globale, si è scontrata con una realtà opposta che vede ora il moltiplicarsi delle sfide territoriali ai vari livelli.
Gli strateghi americani hanno preso coscienza della nuova situazione. Non i loro alleati (gli illusi) che restano attardati a recitare su un palcoscenico in disfacimento in cui da deuteragonisti tollerati rischiano di diventare comparse maltrattate.
Mentre in Europa, per esempio, si continua a discutere di principi superati (l’esportazione della democrazia, i diritti umani, le libertà civili, l’allargamento della famiglia comunitaria ad Est per infastidire i russi), gli Stati Uniti prendono l’iniziativa di riallineare l’architettura del potere globale. In questo grande gioco, gli espedienti del passato vengono accantonati e l’ingerenza dei prepotenti inizia a mostrarsi con un altro volto. Gli Usa non fingeranno più di non essere impero. Come ha scritto qualche tempo fa Thomas L. Friedman, giornalista del NYT, è arrivato il momento per la potenza prevalente di accantonare la causa della democrazia, come mezzo di persuasione verso amici e concorrenti, e passare a sistemi più determinati. Meno guanto di velluto e più pugno di ferro per conservare il potere.
In un articolo di qualche giorno fa anche Zbigniew Brzezinski ha sottolineato questi aspetti di riorientamento strategico statunitense nel mutato clima mondiale.
Scrive Brzezinski che l’epoca del dominio globale americano è sul viale del tramonto ma gli Usa sono ancora ancora l’entità politicamente, economicamente e militarmente più potente del planisfero. Occorre preservare questo vantaggio relativo. I rischi maggiori per Washington vengono dal protagonismo politico russo e da quello economico cinese. Impedire che questi due attori stringano un’alleanza è prioritario affinché non venga insidiato il suo primato. Così come essenziale è mantenere l’Europa lontana dall’influenza russa e cinese per impedire il saldamento di interessi geopolitici che sarebbero ferali per la casa Bianca. Secondo l’analista statunitense, occorre legare il destino di Bruxelles a quello del Medio-Oriente per prevenire passi sbagliati degli alleati in una fase di convulsioni generali. I giornali russi commentano questa intenzione di Brzezinski come “un tentativo di costruire un nuovo ordine mondiale in cui gli Stati Uniti, attraverso il Medio Oriente e l’Europa, sono in grado di prevenire la formazione di un’alleanza russo-cinese ed una qualsiasi triangolazione russo-cinese-europea”. Probabilmente è verosimile.
Sta di fatto che Brzezinski riconosce la fine di un’epoca storica. Nel giro di dieci o vent’anni la sfida geopolitica agli Usa verrà lanciata palesemente da Stati che li avranno avvicinati militarmente, tecnologicamente e finanziariamente. Brzezinski sostiene quello che La Grassa dice da tempo: “Attualmente, è la Russia lo sfidante principale ma nel lungo periodo potrebbe essere la Cina”. In ogni caso, nel prossimo periodo si scombineranno gli allineamenti tra i paesi, quelli “tradizionali e familiari con i quali siamo confortevolmente cresciuti” si dissolveranno. “The response needs to be shaped now”. L’America si sta attrezzando, la Russia e la Cina ci stanno provando.L’Europa non è ancora pervenuta.

COME E’ BUONO LEI … PROFESSOR ZINGALES

SudItaliabordello

 

Appena arrivato a casa mi è capitato di leggere un articolo del famoso economista Luigi Zingales. Ad un certo punto sono stato preso dal torpore e non so se mi sono addormentato e ho cominciato a sognare o se mi sono inventato tutto in una specie di dormiveglia. Mi sembrava di essere il simpatico Giandomenico Fracchia che aveva ottenuto, per chi sa quale motivo, di ricevere udienza proprio presso l’esimio professore. Naturalmente dopo che la segretaria, con aria un po’ snob, mi ebbe annunciato che potevo entrare io  mi avvicinai tutto tremante alla porta e la aprii. Mi approssimai all’enorme scrivania del luminare e mi sedetti, ovviamente, sulla consueta poltrona a sacco. Cercando di non scivolare all’indietro volsi lo sguardo in direzione del professore, che sembrava fissarmi, attraverso gli occhiali, con uno sguardo allo stesso tempo severo e penetrante ma non aggressivo come invece, di solito, era quello dello scalmanato direttore costruito ad immagine e somiglianza del grande  Gianni Agus. Tenevo in mano il ritaglio di giornale relativo all’articolo di Zingales e visto che lui continuava a fissarmi io provai a cominciare, balbettando, a parlare:

<<  Eccellenza, eminenza, santità, cioè … mi scusi … io avrei letto questo suo articolo e devo dire che lei ha proprio ragione; a questo referendum avevo già deciso di non andare a votare ma le sue parole mi hanno illuminato e mi hanno fatto capire tutto molto meglio. Posso leggere quello che mi ha più colpito ?>>

Il professore, forse, annuì impercettibilmente e io (cioè Fracchia) mi feci coraggio preparandomi a leggere le frasi che avevo trovato più interessanti ma non prima di aver, tutto contento, confermato di avere compreso, come avevo già avevo sentito dire da un amico, che non si vota su nuovi pozzi petroliferi, sul dilemma energia fossile o alternativa, né tantomeno sul giacimento di Tempa Rossa. E che, inoltre, non si vota neppure sulle trivelle. Si vota semplicemente per decidere se abrogare il rinnovo automatico delle concessioni sui pozzi già esistenti che sono localizzati entro le 12 miglia dalla nostra costa. Poi cominciai a leggere:

<< se il beneficio dell’estrazione di gas e petrolio è superiore ai costi (anche quelli imposti all’ambiente), l’estrazione continuerà sia che il referendum passi o che non passi. Viceversa se i costi per la comunità sono superiori ai benefici derivanti dall’estrazione, l’estrazione sarà sospesa sia che vinca il Sì o che vinca il No. L’unica differenza è chi si appropria del surplus. L’idea è molto semplice. Se la società concessionaria dei pozzi guadagna molto da un pozzo, sarà disposta a pagare la concessione fino all’intero valore del pozzo. Se questo valore è superiore alla somma dei costi imposti alla comunità dall’estrazione, il concessionario troverà sempre profittevole pagare per la concessione e continuare ad estrarre. Viceversa se la concessione viene automaticamente rinnovata, ma i danni imposti alla comunità sono superiori al valore del petrolio estratto, sarà la Regione a pagare il concessionario per bloccare l’estrazione e, dato che i costi sono superiori ai benefici, per evitare i costi ambientali la Regione sarà disposta a pagare abbastanza da compensare adeguatamente il concessionario. Il referendum è allora assolutamente inutile? No. La decisione influenzerà chi deve pagare chi. La vittoria del Sì costringerà i concessionari a pagare le Regioni per estrarre più combustibile fossile, mentre con la vittoria del No saranno le Regioni a dover pagare le società petrolifere per smettere di estrarre. La vostra decisione di voto, quindi, dipenderà da quale allocazione del surplus riteniate preferibile>>.

Questo “gioco” che apparentemente vede una contrapposizione tra “pubblico” e “privato” è, in realtà, osai dire all’esimio economista, una questione che riguarda gruppi di interesse che non conosco e rispetto ai quali  non mi pare opportuno prendere posizione. Il ragionamento che non mi fa parteggiare né per i privati investitori né per un ente, la Regione, che pretenderebbe di rappresentare le istanze della collettività era nato in me dopo aver letto alcuni testi di un certo La Grassa. Così, riassumendo, si espresse Fracchia rivolto a Zingales. Ma Giandomenico, preso da una assurda presunzione, si permise di chiedere chiarimenti al professore su una questione che un piccolo impiegato come lui non dovrebbe mai permettersi di considerare. Zingales aveva, infatti, scritto che

<< è utile ricordare il teorema di Ronald Coase (1910-2013), che valse nel 1991 il premio Nobel al mio compianto collega. Il teorema recita che – sotto alcune ipotesi – l’allocazione dei diritti di proprietà non influenza l’efficienza economica, ma solo la distribuzione del reddito>>.

In seguito alla supplica espressa da Fracchia allo scopo di ricevere chiarimenti  il professore intervenne in maniera sorprendentemente bonaria spiegando che la teoria dei costi di transazione implica la possibilità che gli stessi siano tali da impedire qualsiasi negoziazione tra le parti. In questo caso, l’esito referendario non avrà solo effetti redistributivi, ma può influire anche sull’efficienza del risultato finale. In particolare, se pensate che la ricchezza prodotta dai pozzi ecceda il danno ambientale, allora il rinnovo automatico delle concessioni – che assicura che l’estrazione continui – è auspicabile e dovete votare No. Se invece pensate che il danno ambientale – per esempio la subsidenza del fondale che porta ad un’erosione delle coste – ecceda i benefici, allora dovete votare Sì. Ma ovviamente se siete per il No conviene astenersi. Però, realisticamente, concluse l’economista, è più logico considerare che i costi di transazione non sono nulli, ma neanche infiniti. Per di più non sono neppure uguali tra le parti. Quindi, con alcuni passaggi, si può effettuare comunque una scelta ragionevole che dipenderà sempre in ultima istanza da una valutazione tecnica ottenuta confrontando e ponderando i possibili danni  ambientali con i rendimenti attesi dall’estrazione di gas e petrolio. Ma l’umile impiegato non era ancora soddisfatto, tanto che si permise di affermare di non capire come sia possibile che “l’allocazione dei diritti di proprietà” non influenzi “l’efficienza economica”. Ma la proprietà, o come dicevano alcuni, il potere di disposizione dei mezzi di produzione e di scambio non era risultato decisivo in Urss? Una proprietà statale con una centralizzazione di tutte le istanze di regolazione dell’economia e una pianificazione integrale, per quanto possibile, degli scambi e del funzionamento delle imprese, comprese quelle creditizie e finanziarie, non aveva portato il cosiddetto “socialismo reale” allo sfacelo? A questo punto accadde un fatto imprevisto perché la mia “aura psichica” da Fracchia si trasferì al professore così che senza più alcun riferimento all’articolo io e lui assieme cominciammo a citare Coase come un medium in catalessi. Ecco la prima citazione tratta da La natura dell’impresa:

<<Si può riassumere questa parte del ragionamento dicendo che il funzionamento di un mercato ha un costo e che, creando un’organizzazione e permettendo a una certa autorità (un “imprenditore”) di allocare le risorse, vengono risparmiati i costi del mercato. L’imprenditore deve svolgere la sua funzione a un costo più basso di quello che nasce dal ricorso al mercato, perché qualora egli non possa ottenere i fattori di produzione a un prezzo minore rispetto alle transazioni di mercato, è sempre possibile tornare a farvi ricorso>>.

Coase dopo una breve pausa continuò a parlare attraverso di noi:

<<… perché, se con l’organizzazione si possono eliminare certi costi e nei fatti ridurre il costo di produzione, si osservano ancora delle transazioni sul mercato? Perché una sola grande impresa non realizza tutta la produzione?>>.

Risposta:

<<Primo, quando un’ impresa si ingrandisce, ci possono essere rendimenti decrescenti della funzione imprenditoriale, cioè il costo di organizzare ulteriori transazioni all’interno dell’impresa può salire.[…] Secondo, può essere che, quando le transazioni organizzate aumentano, l’imprenditore  non si riveli in grado di collocare i fattori di produzione agli usi dove il loro valore è maggiore, cioè fallisca nel compito di fare il miglior uso dei fattori di produzione.  Ancora, si deve raggiungere un punto in cui la perdita per lo spreco di risorse è uguale ai costi del mercato o alla perdita che si avrebbe se la transazione fosse organizzata da un altro imprenditore. In ultimo, il prezzo di offerta di uno o più fattori di produzione potrebbe aumentare a causa del fatto che “gli altri vantaggi” di una piccola impresa sono maggiori di quelli di una grande impresa (qualche volta si sostiene che il prezzo di offerta del fattore “organizzazione” aumenta con l’aumentare della dimensione dell’impresa perché gli individui prediligono essere capi di un’attività modesta ma indipendente piuttosto che capi dipartimento in una grande impresa). […] Le prime due ragioni corrispondono più probabilmente all’espressione degli economisti: “rendimenti decrescenti dell’attività di management”>>.

A questo punto balzai fuori dal corpo (immaginario) di Zingales e mi vennero in mente alcune idee che pensatori importanti avevano riproposto più volte. Dissi così al professore, mentre Fracchia ormai dormiva, che il dispotismo (di fabbrica) di cui parlava Marx – il quale può essere applicato, in buona misura, anche a quella diversa organizzazione che è l’impresa – si sviluppa e mantiene solo in una condizione sociale di concorrenza e di conflitto generalizzato politico-strategico (nel modo inteso da La Grassa). Un potere statuale autoritario e/o dittatoriale non può sostituire il comando imprenditoriale ( rivolto alla competizione con l’esterno) di cui ha bisogno una organizzazione economico-produttiva per garantire l’efficienza e l’efficacia del lavoro. Come è pure da tener presente ciò che Hayek in qualche modo tiene fermo ovverosia che, fino a prova contraria, la società caratterizzata da un sistema economico coordinato dal meccanismo dei prezzi non è una organizzazione ma un organismo ( non inteso, però, in senso olistico-organicista) nella quale esso regola la destinazione delle risorse, mentre gli individui fanno previsioni e scelgono tra differenti alternative in un campo di “razionalità limitata”. Tutto questo discorso sviluppato da un punto di vista economicistico  deve, poi, essere corretto all’interno di una visione più complessiva (e declinata “politicamente”). E se non ho intenzione di paragonare l’”ordine spontaneo inconoscibile” di Hayek al “flusso squilibrante” di La Grassa mi pare comunque necessario ampliare i programmi di ricerca in tutte le direzioni possibili.

Improvvisamente mi sono infine svegliato con un forte mal di testa e mi sono accorto che avevo scritto al computer questo post. Adesso è meglio che vada a dormire.

Mauro Tozzato           12.04.2016

Il cannone di Draghi di G. Duchini

bce

 

La deflazione è ormai un fenomeno  storico nelle sue linee di fondo,  con una produzione sempre più a prezzi decrescenti effetto di un avvitarsi verso il basso dello sviluppo industriale per causa non ultima della rivoluzione tecnologica che riduce sempre più l’occupazione.

Questa corsa al ribasso dei prezzi è la chiave di lettura più convincente della sparizione dell’inflazione oltre alla naturale compressione della domanda con l’effetto del crescere della disoccupazione e della compressione dei salari degli occupati; come conseguenza ovvia  è impossibile che i prezzi possano salire.

Con il cannone di Draghi del Qe(Quantitative easing) puntato sull’economia europea avrà  un effetto  nullo. Si dice  che  l’obbiettivo della manovra sia quello di stimolare gli investimenti produttivi facilitando l’accesso al credito per le imprese e le famiglie. Ma difficilmente gli investimenti produttivi potranno ripartire per la semplice ragione che gli imprenditori non possono aumentare la capacità degli impianti se non trovano i clienti per i loro prodotti.

Draghi ha lanciato come una bomba l’offensiva alla bassa crescita ed alla deflazione con finale delle borse a sorpresa (il 10 /3/16): la borsa di Milano ha reagito subito passando dal +4% e sgonfiandosi subito nella chiusura a -0,5% e con Francoforte al -2,3%. Ciò a significare l’estrema volatività delle borse oltre alla misure illusorie di Draghi che continua a scambiare lucciole per lanterne.

La Bri(Banca dei regolamenti internazionali) è considerata la banca centrale delle banche centrali (circa 60) e con previsioni per il 2016 catastrofici. Il 2016 potrebbe essere peggiore del 2008. La Bce ha perso completamente il suo ruolo di banca centrale anzi non conta più ed i mercati non si fidano più e si rischia il caos.

Il rallentamento dei Bric (Brasile, Russia, India e Cina) nell’export, sta portando ad un calo della domanda dei paesi esportatori dei quali gli Usa e parte dell’Europa sono i leader (Germania, Italia, Francia).

A questo punto che cosa può fare la Fed nel caso che si profili un calo dell’occupazione e dei consumi in Usa (ma non solo) è al seguito delle dichiarazioni accomodanti di Yellen (presidente della Fed) su un possibile rinvio degli aumenti dei tassi di interessi e forse di una nuova importante immissione di liquidità. Nel caso che la Fed propendesse verso quest’ultima soluzione si avrebbe un impennata di volatività dei mercati finanziari con un sistema finanziario globale enorme accresciuto dalla liquidità della Bce.

Che cosa spingono i governanti a misure così apparentemente illusorie come può essere l’immissione della moneta a sostituire uno sviluppo economico fatto di innovazioni di prodotti, un quesito essenziale che va ricercato nel fatto “che non esiste alcuna oggettiva e deterministica deriva parassitaria della finanza; come essa non sia necessariamente padrona della situazione in ogni congiuntura;….Il capitale finanziario è in definitiva espressione sintetica – e solo in questo senso la impiego- per indicare i flussi conflittuali che scorrono nel reticolo di rapporti tra gruppi strategici in lotta per la preminenza con l’”arma” del denaro (nelle sue svariate forme), flussi che si condensano (cosificano) in apparati vari di grandi dimensioni attuanti operazioni particolari”. (cfr.G.La Grassa, “Finanza e Poteri).

 

Commento a “C’E’ TUTTO; E NON C’E’ NULLA”

Avviso

Il racconto è gradevole e “complicato”. E Franco Nova che conosco da tempo ci tiene sempre a ribadire che riguardo alla filosofia lui è meno di un dilettante e che le sue riflessioni in merito sono estemporanee e da non prendere troppo sul serio. Mi viene in mente che un pensatore importante come Lucio Colletti ha affermato di essere diventato marxista dopo aver letto Materialismo ed empiriocriticismo: a volte gli scritti e i pensieri dei “dilettanti” possono avere effetti dirompenti. Comunque dall’oscillazione tra l’essere e nulla che genera il movimento del divenire, dal flusso continuo inafferrabile del reale che l’intuizione immediata tenta, senza mai riuscirci, di cogliere, bisogna passare all’essere determinato (l’esserci hegeliano  o la sostanza aristotelica) e/o all’ipotesi determinata. La determinatezza qualitativa e le leggi che la regolano è pensata in Bergson a partire dalla necessità di rinunciare alla speranza di “toccare” il “vero” e l’”essere” per valorizzare gli aspetti pratici e utili della pratica conoscitiva. In Hegel, sulla base della lettura di Chiereghin, ci pare di vedere che l’andirivieni della riflessione viene superato finalmente dall’atto che pone un fondamento, per niente religioso e dommatico, il quale, come “qualcosa qualificato” permette di connettere, di legare, passato e futuro, di far interagire tra di loro i vari momenti, le varie “apparizioni”, del divenire. In questo modo l’immediato determinato, attraverso le relazioni con gli “altri”, sviluppa se stesso diventando ciò che già era (in potenza). La pura potenzialità inespressa e irrelata appare evidentemente come un semplice nulla ma poi succede che, quando questo “vuoto” si im-pone, la classe di dati percepibili (un aggregato in cui possono essere comprese anche le forme sociali) che corrisponde alle “apparenze fenomeniche” finalmente si concretizza di fronte a noi permettendoci, solo allora, di incominciare ad indagare questo nuovo fondamento che dovremo alla fine distruggere.

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