La “pietas” per i soldati italiani morti a Nassiriya
e la realtà della guerra

Piero Bernocchi (Fonte: lettera a "Liberazione" pubblicata il 1º maggio) (noi da fonte Giovanetalpa)

La litania patriottarda dell’Italietta che va in guerra ma vorrebbe immortali i suoi guerrieri è ripartita dopo l’uccisione dei tre militari italiani a Nassiriya (del romeno se ne fregano, perché, ricorda Gigi Sullo, ne muoiono tanti nei cantieri edili). E nel coro melodrammatico le voci del centrosinistra e del centrodestra sono pressoché indistinguibili. «Tragedia nazionale di tutto un popolo», «Un lutto che colpisce e unisce tutta l’Italia», «L’immenso dolore che unisce il Paese», «Piangere tutti insieme i nostri soldati» sono frasi dei leaders dell’Unione che, oltre a segnare la differenza tra la tragica “serietà” bellica dell’imperialismo Usa (69 soldati Usa uccisi negli ultimi 20 giorni: ve lo vedete Bush che invoca la tragedia nazionale?) e il pagliaccesco militarismo nostrano, si subordinano di fatto alla scandalosa tesi della “missione di pace”. Lo stesso avvenne per la strage di carabinieri tre anni fa. Ma da allora c’è stato un enorme salto di qualità nella guerra: in media cento morti, in prevalenza civili, al giorno, lo sterminio di Fallujah, la distruzione delle moschee e la guerra civile immanente, la vistosa crescita della resistenza armata irachena con (cifre Usa) circa 150 azioni al giorno. Chi può ancora fingere che le truppe italiane non siano pienamente corresponsabili di una guerra sempre più cruenta? Perché dunque la morte dei tre militari (in guerra ci si va ad ammazzare e ad essere ammazzati) dovrebbe essere una “tragedia nazionale”, provocare “un immenso dolore”, se non dei familiari (e il cui dolore naturalmente comprendo e rispetto), “unire tutta l’Italia”, la cui maggioranza, invece, la guerra non l’ha mai voluta? Semplice “pietas”? Ma perché tale “pietas” non scatta mai per le decine di migliaia di civili massacrati in Iraq? Per i cittadini di Fallujah barbaramente sterminati con il fosforo? Per i torturati di Abu Ghraib e delle altre infami carceri Usa? Perché la morte di un italiano o “occidentale” dovrebbe pesare come un macigno e quella di migliaia di iracheni essere leggera come piuma? A me pare che ci sia dell’altro, come già per la “prima” Nassiriya e per il mercenario italiano ucciso. Buona parte del centrosinistra asseconda l’idea funesta degli “italiani brava gente”, in Iraq non a fare i guerrieri, ma a svolgere un “mestiere”, scelto magari per pagare la casa, sistemare i familiari, e in definitiva con l’intento di “aiutare le popolazioni”, in Iraq come in Afghanistan. Di lì ad essere resi martiri o eroi, suscitando il cordoglio nazionale, il passo è breve. Ma, e mi dispiace dirlo dopo – addirittura – Cossiga, «essi, a differenza dei resistenti iracheni, non sono né martiri né eroi, perché non la morte, ma la causa, fa degli uomini martiri ed eroi»; e perché «le nostre sono truppe di occupazione e invasione che hanno ucciso numerosi resistenti iracheni che difendevano l’indipendenza del loro Paese». Già, la resistenza irachena, tabù anche per i leader del centrosinistra che pure stavolta ripetono la giaculatoria del “terrorismo”, mentre tutta la stampa internazionale, Usa in primis, parla di “insorti”, “resistenti”, “guerriglieri, “combattenti” ecc… Anche un’azione bellica, certo spietata come sempre in guerra, che uccide tre militari delle forze di occupazione (non i pacifici turisti del Mar Rosso), è terrorismo? Ci si rende conto della gravità ideologica e politica di questo disconoscimento del diritto alla resistenza, sanzionato nei secoli dall’umanità? Tutto quanto ho scritto qui, è quasi ovvietà fuori dai sempre più soffocanti confini italici. Ma da noi oramai fa scandalo, come ogni frase, slogan, scritta sui muri, e persino fischio “non allineato”. E non sto parlando del “10, 100, 1000 Nassiriya”, sul quale negli ultimi giorni sono stato ossessionato da giornalisti sempre più carnefici/vittime di un meccanismo massmediatico micidiale. Quello è uno slogan dannoso, è sbagliato esaltare stragi (anche se, nella logica della resistenza irachena, legittime come azioni di guerra). Ma il processo “ai violenti” si allarga a tutto: bruciare una bandiera (errore, perché scarica su un intero popolo le responsabilità dei governi), gridare uno slogan, una scritta sui muri, e persino fischiare una Letizia Moratti sono atti considerati ben più gravi che buttare il fosforo a Fallujah, massacrare migliaia di civili, torturare e rapire resistenti. Si vuole stroncare, chiedendo la complicità al centrosinistra, qualsiasi pensiero “non conforme “ e “non allineato”: si vuole imporre che la guerra si chiami pace, la sopraffazione giustizia, il dominio libertà. E chi non ci sta, come mi hanno urlato in Tv Buttiglione e Magdi Allam, o in galera o isolato dal consesso umano come lebbroso moderno. E’ strano se in tale contesto avanzo dubbi sulla volontà della maggioranza del centrosinistra di ritirare subito TUTTE le truppe, senza sostituirle con presunti “ricostruttori” (ma de che?), e se, conseguentemente, invito il movimento anti-guerra a prevedere il miglior utilizzo, di massa e unitario, delle due imminenti scadenze del 2 giugno, parata del bellicismo italico, e del voto alle Camere per il rinnovo del finanziamento delle missioni militari, ivi compresa quella afghana, non più accettabile di quella irachena?

L’ITALIA? AGLI STRANIERI!

Le vicende del risiko bancario, delle scalate tentate e di quelle riuscite, nonchè di quelle in programma, mostrano quanto l’Italia sia divenuta preda di appetiti famelici da parte di chi, come il vecchio establishment, ha bisogno di risorse immediate per riparare alla perdite economiche di questi anni, ma anche da parte di una certa finanza straniera (a dominanza euroamericana) che ha capito che il "Bel Paese" è praticamente in (s)vendita. In realtà il ruolo di provincia (euro)americana dell’Italia diviene sempre più evidente, non si sente quasi più nessuno dire cose fuori dal coro e quando lo si fa  si tira fuori l’italianità da preservare contro lo straniero invasore, non prima di essersi ovviamente assicurati l’appoggio di altri gruppi e banche che certo non sono italiani. Come dire, ci sono stranieri meno stranieri a seconda che si collochino pro o contro i poteri forti attualmente dominanti, per alcuni di questi "falsi fratelli" si avviano semplificate procedure di naturalizzazione. Basta guardare agli  isterismi manifestatisi con la fusione tra Albertis e Autostrade che hanno scatenato le ire di alcuni politici di centro-sinistra, i quali hanno gridato allo scandalo per la perdita di un’altra proprietà italiana. Questi stessi politici avevano attaccato Fazio per la sua poca lungimiranza (e scarso senso del libero mercato) quando il governatore voleva impedire la  scalata di Antonveneta e BNL da parte degli olandesi (Abn Amro) e spagnoli (Bilbao).

In realtà il fumo negli occhi di questi mesi e la gran parte delle operazioni messe in atto, sono da considerarsi azioni preparatorie per il grande colpo. Certamente il boccone più prelibato sono le Generali. Il triangolo della finanza  italiana potrà consolidarsi attraverso un blocco di potere  che partirà dalla fusione tra Capitalia e Intesa, e si indirizzerà a Generali e Mediobanca. Quest’ultima è la chiave di volta per scardinare il chiavistello delle assicurazioni citate. Chi riuscirà a completare l’operazione si aggiudicherà risorse finanziarie adeguate per attivare ulteriori strategie d’attacco. Speriamo che la partita si chiuda presto, perchè in ogni caso, il popolo italiano non ne otterrà alcun vantaggio, anzi le annunciate manovre sul debito pubblico fanno proprendere per un ulteriore stretta della cinghia.

Occorrerà vedere come il nuovo governo si collocherà rispetto alle situzioni anzidette, anche se i nomi che circolano e le politiche che si preparano non lasciano adito a dubbi. Cercheremo di capire come il Presidente operaio della nostra Camera riuscirà a conciliare il suo pseudo-comunismo con il ruolo istituzionale che s’appresta a svolgere. Ma già la sua condanna del 25 Aprile contro "gli intolleranti" che bruciavano le bandiere israeliane in piazza è un buon inizio codino della scelta operata dal "leader maximo" in favore del Politically Correct (P.C.).

LA RESISTENZA E IL TERRORE

Quello che è accaduto ieri a Nassiriya ha scatenato un’ondata di cordoglio da parte del ceto chierico-mediatico italiano, oltrechè di quello politico. Da destra a sinistra si sono levate parole di lutto e di dolore per le famiglie dei soldati che hanno perso i propri figli in una guerra di "pace". Non ci sentiamo di essere pasoliniani in questo, per quanto siano i figli più sfortunati del sud Italia a dover scegliere professioni sporche (del resto anche noi siamo del sud ma non ci siamo arruolati) quando dall’altra parte lotta e resiste un popolo di disperati che ha patito per motivi pretestuosi e infondati due guerre sanguinose; inframmezzate da un embargo criminale che ha reso le loro condizioni di vita miserrime. Anzi, pasolinianamente parlando, questa volta i disperati sono proprio in Iraq. Certo è difficile dire a queste famiglie che i propri figli non sono eroi, quanto piuttosto salariati emigrati in Iraq per strappare paghe più cospicue, al servizio di padroni aventi sede oltreatlantico. Ma questa è la verità e non la si può negare con giri di parole. Questi figli d’Italia stanno garantendo, con la loro opera, il predominio geo-politico americano, la politica espansionistica di uno Stato assassino impegnato su così tanti fronti che ogni giorno deve fare la conta dei nemici e degli amici. Questo si chiama servilismo e, per quanto le responsabilità maggiori ricadano sui vertici dell’establishment italiano, questi soldati sono gli esecutori armati di piani di guerra atroci, che non potranno mai fare di loro degli eroi.

La resistenza irachena,  certamente composita al suo interno, deve essre sostenuta a tutti i costi contro le mire egemoniche statunitensi che puntano a controllare dall’Iraq tutta l’area medio-orientale per meglio minacciare gli Stati non allineati, i quali saranno dichiarati, di volta in volta e secondo convenienza geo-strategica, antidemocratici, canaglia, barbarici ecc.

Quindi a noi non importa da chi è composta la resistenza irachena, quali potrebbero essere i suoi obiettivi futuri, quali sono le forze islamiche che l’infiltrano. A noi interessa porre un freno all’espansionismo americano che, hic et nunc, costituisce la punta avanzata di un imperialismo sanguinoso e criminale. E’ una questione di priorità, per cui non possiamo permetterci di confondere i buoni sentimenti con la Politica, un morto è un morto, ma si può morire anche stando dalla parte del torto.

Domande(di Gianfranco La Grassa)
 
Dato il clima che si sta sempre più creando in occasioni come queste, non faccio commenti particolari agli ultimi, certo luttuosi, avvenimenti a Nassirya. Mi limito a tre piccole notazioni: 
1) La madre di uno dei militari italiani uccisi dichiara, piangendo, che è comunque orgogliosa della morte fatta da suo figlio (immagino "in adempimento del suo dovere"). Mi sembra di essere tornato ragazzino, ho sentito ancora frasi come queste, e mi provocano un certo "disagio" (che sia perché mi riportano alla giovinezza?).
2) Rutelli e Fassino dichiarano che non vi sarà disimpegno dell’Italia, la quale non si farà certo dettare il suo calendario dal "terrorismo". Solo – essi affermano – muterà la natura militare della "occupazione" (pardon, della presenza) italiana in Irak; essa avrà scopi di assistenza civile. Forse anche qualcun altro – che tutti i sinistri aspiravano a buttare giù -ha sempre sostenuto questa tesi: che non si trattava di una missione di guerra, ma di pace; e contro le minacce del terrorismo. Forse ho capito male; i sinistri  sono prevalentemente juventini o interisti, e volevano quindi, semplicemente, buttare giù il sostanziale presidente del Milan.
3) Prodi ha invece dichiarato che non cambiano i programmi dell’Unione; del resto, ha aggiunto, anche il Governo ancora in carica ha affermato che le truppe italiane verranno ritirate entro dicembre. Non ho quindi capito bene la differenza tra i suddetti programmi unionisti e quelli dei precedenti governanti. Eppure c’è stata battaglia "all’ultimo voto" e con una percentuale di votanti da record. Non sarà mica il caso di pensare che forse ci sono davvero molti "coglioni"? Ovviamente, non da una parte sola, anzi equamente distribuiti. Ma è solo un interrogativo che mi sono posto.
 
glg


(“Il Popolo al Potere” di Costanzo Preve, edizioni Arianna)

Scrivere la recensione per un testo di Costanzo Preve non è sicuramente un compito semplice. Preve è un filosofo nel senso antico della parola, capace di assaltare con coraggio ed antiaccademicamente le barricate innalzate a difesa delle torri d’avorio dove si sono arroccate le discipline scientifiche post-moderne, la cui pretesa scientificità è una mera mistura di autoreferenzialità specialistica e di linguaggi complessi. Preve, invece, insegue, anche in questo saggio, gli “universali”, fondando il proprio tentativo di comprensione del reale sul percorso veritativo che conduce al bene, contro i formalismi tipici (dalla democrazia delegata, ai diritti umani, alla guerra giusta) dell’ideologia di legittimazione dell’esistente capitalistico.

Il saggio in questione parte proprio con un’inversione filologica “non autorizzata” che dirotta la semantica del concetto di Democrazia: dal “potere del popolo” al “popolo al potere”. Tale operazione si rende indispensabile perché la stessa Democrazia è divenuta un mero “fantasma di legittimazione” che si definisce per sottrazione, che crea nemici per riempire il suo involucro formale: dal comunismo al fascismo fino all’integralismo islamico dei nostri giorni.

In realtà quella che il “Clero” mediatico di giornalisti e intellettuali allineati si ostina a chiamare Democrazia è, piuttosto, una oligarchia poggiante su una rete di mercati finanziari che domina il mondo attraverso una serie di apparati ideologici i quali, ingurgitata la soggettività sociale,  l’hanno resa incapace di guardare oltre la datità del reale.

Il popolo così inteso, un esercito di monadi rinchiuse nel proprio “privato sociale” che non partecipa alla vita activa della polis (se non mediatamente) vedrà sempre preclusa la propria possibilità di accesso al potere. Al contrario il popolo che si educa alla Democrazia è il popolo plurale di comunità liberamente organizzate che non delegano a terzi il proprio destino.

La Democrazia è, dunque, per Preve un processo dinamico che non ha nulla a che vedere con la ritualità elettoralistica del voto a scadenze prefissate. Il popolo che alle elezioni si reca alle urne per scegliere tra due mali, sebbene diversamente graduati, è già rinchiuso in una logica identitaria da stadio, che trova il suo climax nei caroselli post-voto.

Ma questo c’entra davvero qualcosa con la Demokrazia? Se la Democrazia è un processo di partecipazione diffusa di un tipo umano non riducibile al profilo sociologico dell’uomo-ultrà, è ovvio che oggi abbiamo sepolto la polis con tutti i greci. La Democrazia liberale dei nostri giorni è una mera risorsa simbolica nelle mani di lestofanti che la agitano come fosse un’arma mortale.

Per quanto non è tornando al modello di Democrazia ateniese che potremo recuperare il suo significato reale (questa è irrimediabilmente persa nell’irreversibilità del tempo storico) tuttavia, la Democrazia dei greci resta un modello insostituibile al quale ispirarsi, essa si realizza nell’ambito di un processo di educazione del popolo chiamato a decidere direttamente della propria comunità, in contrasto con la Democrazia della delega, occidentalocentrica e guerrafondaia.

La Democrazia antica era una Democrazia comunitaria che non poggiava sulla separazione liberale tra proprietà e libertà di poter dire qualsiasi sciocchezza, (purchè la sciocchezza resti sempre tale e non si traduca in azione criminale). La democrazia greca era, al contrario, sostanzialista e poteva dividersi solo tra le aporie di un “discorso giusto” e quelle di un “discorso ingiusto”. La stessa libertà democratica non poteva che definirsi esclusivamente insieme alla nozione e alla pratica di bene politico.

Cos’è recuperabile di tale concezione per noi moderni? Innanzitutto il modus operandi, la processualità del metodo democratico che vive nel suo stesso movimento verso il bene, nel suo andare incontro agli ultimi. La Democrazia così come la viviamo oggi è solo una declinazione di slogan ad uso e consumo di popoli tifanti  e plebi assetate di sangue. Ma, il vero spazio democratico è definibile come l’estensione di un processo educativo comunitario, laddove il popolo agisce collettivamente per il bene della propria collettività. La Democrazia diviene, in tal maniera, una manifestazione pratica e concreta di prevalenza del popolo nella  gestione della res pubblica che non ha nulla a che vedere con forme di governo o di Stato. La Democrazia, così esplicitata, non è semplicemente una forma di disciplinamento di soggetti neutralizzati in “cerimonie pubbliche di autorappresentazione estatica” direzionati dai dominanti a proprio piacimento.

Preve conclude il suo saggio (che certo non si esaurisce nell’epitome da noi fatta) con una presa di posizione forte e coerente: “Noi non viviamo in una Democrazia ed è bene non credere a tutti coloro che vogliono rassicurarci, dicendo che in fondo, viviamo in una Democrazia, sia pure limitata, minacciata, imperfetta, migliorabile ecc.”. L’autore auspica, comunque, l’avvento di una Democrazia diversa dall’attuale che non solo è possibile ma addirittura necessaria. La Democrazia è necessaria “Perché solo la pratica comunitaria della Democrazia può influire su quel decisivo livello dell’identità umana che è la socializzazione pacifica e razionale”. Se Preve ha dunque ragione, e noi lo crediamo, l’opera di educazione al processo democratico non può che partire dalla consapevolezza che quello che oggi chiamiamo Democrazia sia solo un simulacro celante i giochi strategici delle oligarchie dominanti.


GLI STRATEGHI DEL CAPITALE

Gianfranco la Grassa è sicuramente tra i pensatori più innovativi del pensiero marxista, e, insieme al filosofo Costanzo Preve (che ha ultimamente pubblicato un interessante saggio dal titolo “Il Potere del Popolo” Arianna ed.), si è impegnato nella decostruzione di quelle categorie marxiane (o meglio, dell’uso che ne ha fatto la marxologia ufficiale) arenatesi sulle sponde dello storicismo e dell’economicismo. La Grassa individua quale fattore dominante, di dinamicità estrema, del modo di produzione capitalistico, il conflitto strategico interdominanti, allontanandosi così dalla pletora di teorizzazioni sul conflitto Capitale/lavoro(quale contraddizione “ossea” alla base della futura dissoluzione sistemica) e sulla Classe Operaia (con annessi scivolamenti ipersoggettivistici e moltitudinari, laddove l’incapacità della stessa di fare la rivoluzione è divenuta inequivocabile con la dissoluzione dell’URSS) quale formazione intermodale per il passaggio ad una società non capitalistica.

Pubblichiamo la recensione al libro di Edoardo De Marchi per il Manifesto del 28 marzo, invitandovi, ovviamente, a comprarlo.

Gli strateghi del capitale», un saggio del filosofo Gianfranco La Grassa, con un occhio fisso sui risvolti politici della dimensione teorica

EDOARDO DE MARCHI
Nel panorama teorico-politico dell’ultimo ventennio Gianfranco La Grassa, pur occupandosi dei problemi più generali delle dinamiche capitalistiche, lo ha sempre fatto con l’occhio attento ai risvolti politici della dimensione teorica. Nella consapevolezza che la tradizione marxista era una formazione ideologica irrevocabilmente datata, egli ha però sempre considerato il proprio percorso all’interno del marxismo come una garanzia da fughe frettolose e regressive. Scostandosi dalla linea interpretativa del «capitalismo lavorativo» sostenuta negli anni ’80 mira oggi a porre in primo piano la conflittualità intercapitalistica. Gli strateghi del capitale (manifestolibri, pp. 191, * 18) sintetizza tali recenti sviluppi, evidenziando i presupposti teorici e le conseguenze della svolta, che pur mantiene la critica già rivolta alla visione marxiana relativa ai limiti storici del capitalismo. Secondo La Grassa, Marx vedeva infatti una spaccatura della società fra una classe di rentier e l’insieme di coloro che creano la ricchezza come conseguenza dello sviluppo capitalistico. Un insieme costellato da contraddizioni e diversità di interessi, comunque minori rispetto al crescente antagonismo nei confronti dei rentier. Di contro ad essi si sarebbe formato un lavoratore collettivo, il «soggetto rivoluzionario» della trasformazione in direzione del comunismo. La tesi di La Grassa ai tempi del capitalismo lavorativo sottolineava l’erroneità di tale previsione sostenendo che il veicolo dei rapporti capitalistici entro l’impresa non era più costituito dalla proprietà quanto invece dalla piramide burocratica aziendale, il principale agente dell’estrazione di plusvalore. Tale posizione viene oggi ridimensionata. Per la Grassa, il capitalismo non ignora certo la necessità di massimizzare il profitto, ma non la considera come fondamentale e la subordina come mezzo ad altri fini strategici. Sarebbe tuttavia riduttivo pensare all’innovazione (organizzativa e tecnologica) come strumento per minimizzare il costo di riproduzione della forza-lavoro e massimizzare per contro l’estrazione di plusvalore relativo. Piuttosto, l’innovazione «promuove l’apertura di interamente nuovi spazi economico-sociali, e culturali, in cui si precipitano colossali investimenti, con il periodico rinfocolarsi della competizione intercapitalistica (tra dominanti), che sgretola il monopolio pur nell’ambito di una crescita delle dimensioni imprenditoriali». La continua apertura di nuovi spazi economici costringe i gruppi capitalistici a un’incessante lotta per la supremazia, acquistando posizioni di predominio strategico attraverso le alleanze e/o la lotta, escludendo gli avversari dall’accesso a determinati settori, oppure fiaccandoli e costringendoli ad accettare accordi in una collocazione subordinata. La razionalità strategica con cui vengono gestiti tali conflitti e gli apparati in cui essa si incarna sono sovraordinati alla razionalità tecnico-strumentale e agli apparati che reperiscono le risorse, i quali rappresentano in definitiva strumenti in vista di un fine più alto e complesso. Una volta acquisito che la molla dello sviluppo capitalistico non è il conflitto tra dominati e dominanti, ma quello interno a questi ultimi per la supremazia e che non è mai stato in atto un processo oggettivo che determina la formazione del lavoratore collettivo di marxiana memoria, quali conseguenze ne derivano nel ripensamento delle tradizioni politiche e delle strategie del movimento operaio? Per rispondere a tale interrogativo, l’autore torna a Lenin, o meglio a quella che La Grassa considera la vera nuova acquisizione leniniana, pur se mai portata al livello della esplicita teorizzazione, ossia una concezione della rivoluzione anticapitalistica in cui la classe operaia perde il suo posto decisivo e quasi esclusivo. Pur mantenendosi all’interno della distinzione tradizionale tra classe in sé e per sé e non disdegnando in certi casi spiegazioni ad hoc come quella dell’aristocrazia operaia, Lenin mise di fatto in discussione la centralità del soggetto della trasformazione pensato dal marxismo sostenendo con chiarezza che la classe operaia, lasciata alla sua spontaneità, non aveva consapevolezza dei suoi compiti rivoluzionari, prerogativa piuttosto del partito come avanguardia. Se tale risposta alla lunga non ha dato gli esiti sperati, ciò non deve far tornare indietro rispetto all’acquisizione decisiva: la contraddizione capitale/lavoro, lasciata a se stessa, è semplicemente capace di lotte redistributive, ma non di rivoluzionare l’assetto dei rapporti di produzione capitalistici. Il passo successivo, mai fatto da Lenin, consiste nel riconoscimento che quella trasformazione non è necessitata da alcuna legge storica, in quanto non intrinseca alla dinamica della formazione sociale capitalistica. Ciò non significa che non esistano le possibilità di una svolta rivoluzionaria, ma che le situazioni di crisi non si configurano come processi indirizzati ad uno sbocco anticapitalistico. L’ineguaglianza dello sviluppo capitalistico provoca infatti congiunture storiche di forte crisi, soprattutto nelle situazioni in cui si addensano le contraddizioni tra gruppi dominanti; crisi che ne portano in primo piano la divaricazione tra pochi gruppi privilegiati e la maggioranza della popolazione, ma non è detto che questa percepisca le radici delle proprie difficoltà e ne tragga adeguate conseguenze. Nella molteplicità di giochi possibili e di risultati la scelta rivoluzionaria «è effettivamente soggettiva e chi la compie non rappresenta alcuna avanguardia di una classe sociale cui il processo storico avrebbe affidato compiti specifici (e salvifici)», cosi che la ricerca di un’alternativa al capitalismo mantiene il carattere di una scommessa dall’esito aperto.

il manifesto
28 Marzo 2006

"VIVA L’ITALIA" (di Gianfranco La Grassa)

Il centrosinistra (in particolare Rutelli e Letta, ma gli altri mugugnano e non prendono decisa posizione) è offeso per la fusione – “senza nemmeno avvertirli” – tra Autostrade (Benetton) e il gruppo spagnolo Abertis, che porterà al primo gruppo mondiale in fatto di autostrade. I suddetti politici esprimono “serie perplessità” e “pesanti riserve”, e “vorranno vedere bene i conti”. Per quale sostanziale motivo? C’è da stropicciarsi gli occhi nel leggerlo: per la difesa dell’italianità di pezzi del nostro sistema finanziario e “industriale” (le Autostrade come industria? Mah, le opinioni possono essere tante).

Sembra impossibile che la memoria sia così corta. Gli stessi personaggi – con alle spalle il “piccolo establishment” (costituito dai 15 proprietari del patto di sindacato della RCS) e i suoi precisi addentellati nelle Procure – hanno attaccato per mesi (non secoli fa, ma l’anno scorso) Fazio, pubblicato le intercettazioni delle sue telefonate, trattato da semidelinquente, perché si ostinava, in nome di un allora definito gretto provincialismo, a difendere l’italianità di Antonveneta e BNL di fronte alle scalate degli olandesi (Abn Amro) e spagnoli (Bilbao; spagnoli come l’Abertis). Adesso l’italianità torna in campo anche per questi campioni del “centrosinistra” e i loro mandanti.

In realtà, al di là della pochezza e miserabilità dei “furbetti del quartierino”, i motivi di fondo dell’attacco a Fazio & C. furono: a) il tentativo di scalata al Corriere (santuario del piccolo establishment); b) come messo in luce da Tronchetti in una intervista concessa a fine battaglia, i veri obiettivi “ultimi” della scalata erano Telecom e Fiat; c) è ora del tutto chiaro che gli effettivi (e definitivi) obiettivi ultimi di tante battaglie finanziarie di questi mesi in Italia (con pesante intervento della finanza euroamericana) sono Mediobanca in quanto chiave che apre la porta delle Generali. E questa battaglia è ben lungi dall’essersi conclusa, pur se sono cambiati i protagonisti (quelli “in prima linea”; per quanto concerne i “più coperti”, sarebbe tutto da vedere).

I tre sopra elencati sono comunque i motivi di fondo che misero “il pepe al culo” del nostro meschino gruppo di comando finanziario-industriale, spingendolo infine a prendere aperta posizione per il centrosinistra con il noto editto Mieli sul Corriere, che tanta sfiga ha portato a tale schieramento politico, in chiaro vantaggio a un mese dalle elezioni e che già pregustava una vittoria tale da creare un bel regime (dopo il duo De Benedetti-Scalfari, bisognerebbe dare la patente di iettatore a Mieli). E’ ovvio che il gruppo economico-finanziario per il momento al comando (ma non proprio unito) cerca un legame privilegiato con forze politiche e sindacali che, nel loro complesso, assicurino un compromesso con il “mondo del lavoro”, aiutino a scremare il cosiddetto ceto medio (in realtà il lavoro denominato “autonomo”) onde ottenere lauti finanziamenti pubblici, diretti e indiretti. Economia e politica stanno ricreando di fatto – ovviamente mutatis mutandis, perché nulla si ripete pari pari – una situazione che ricorda quella della marcia e putrefatta Repubblica di Weimar, fortemente influenzata (negativamente) dalla finanza americana ma con i socialdemocratici in appoggio; e il “già marxista” Hilferding fu Ministro delle Finanze nel 1923 (periodo della grande inflazione in Germania) e nel 1928-29 (inizio della grande crisi mondiale).

Detto questo, rilevo che nella fusione “autostradale” la Abertis ha certo un notevole potere (ma non si può ancora dire se sarà o meno prevalente). Inoltre, in appoggio ai Benetton sta Profumo, Ad di Unicredit e messosi ben bene in evidenza – assieme a Bazoli, Passera e altri finanzieri – quale elettore di Prodi alle “primarie”. La recente fusione di questa banca con la tedesca Hvb è stata esaltata proprio dai settori di centrosinistra che adesso esprimono forti riserve sull’operazione di cui stiamo parlando. Voglio ricordare, sempre “in nome dell’italianità”, che nella fusione tra Unicredit e Hvb, mentre tutti ne parlano come si trattasse di una incorporazione della seconda da parte della prima, il principale azionista è in realtà la società assicurativa tedesca Munich Re, un autentico gigante finanziario del ramo. Poche balle: tutti tirano in ballo o il grande valore dell’italianità, o il suo gretto provincialismo e chiusura nazionalistica, a seconda di interessi che non hanno nulla a che vedere con quelli della stragrande maggioranza della popolazione. Il ceto politico italiano è, “trasversalmente”, implicato in questo camaleontico gioco di sfacciati interessi monopolistici e finanziari del tutto estranei ai popoli, dell’Italia come dell’Europa.

Se possibile, dovremmo cercare di considerare un po’ meglio per chi stiamo lavorando, o almeno chi stiamo appoggiando, spesso in nome di un fantomatico “meno peggio”, che proprio non esiste. Ovviamente, chi lavora, fa affari, ecc. non può non avere contatti con questo pur corrotto ambiente politico ed economico; siamo uomini di mondo (come diceva Totò, “abbiamo fatto tre anni di militare a Cuneo”) e lo capiamo. Tuttavia, sarebbe bene prendere atto che la situazione può magari marcire ancora per anni, ma più durerà e più sarà doloroso uscirne; almeno se ne tenga conto e si valuti attentamente quanto malsana essa sia.  

OH CHE BEL CASTELLO (di Gianfranco La Grassa)

Il Governatore della Banca d’Italia, Draghi – già vicepresidente della società americana d’asset management Goldman Sachs, consulente del Bilbao nella nota scalata alla BNL, società d’appoggio del patto di sindacato della RCS nel risiko bancario del 2005, garante della “completa affidabilità” della Parmalat pochi mesi prima dell’altrettanto noto crac – è stato nominato presidente del Financial Stability Forum, subentrando a Roger Ferguson, attuale vicepresidente del board della Federal Reserve statunitense. Il suddetto Financial Forum “promuove forme di cooperazione e coordinamento [dirette di fatto dagli USA; ndr] fra le autorità nazionali e internazionali di vigilanza sui mercati finanziari, e sovrintende alle azioni necessarie ad assicurare la stabilità bancaria e finanziaria internazionale, ottimizzare il funzionamento dei mercati e ridurre i rischi sistemici”. Di tale Forum “sono membri le autorità nazionali che hanno competenze nel settore della stabilità e supervisione finanziaria”; e inoltre il FMI, la Banca Mondiale, la Banca dei Regolamenti internazionali, la Banca Centrale Europea, l’OCSE; tutti organismi più che influenzati dalla preponderanza politica e finanziaria statunitense.

L’altro ieri da Washington (riunione FMI) Draghi ha annunciato una “forte ripresa” per l’Italia e la revisione al rialzo della stima di crescita per il 2006: 1,2%. Questo nuovo Governo è come il “mago Casanova”: neanche si è insediato che già fa aumentare il PIL. Per il trimestre gennaio-marzo, i dati parlano di un aumento della produzione industriale dell’8%. Quali sono stati i settori “trainanti” (semplicemente con il più alto tasso di sviluppo)? L’informatica e telecomunicazioni, le biotecnologie, ecc.? Nossignori, pelli e calzature (quelle calzature che due-tre mesi fa erano date per morte, in crisi di sfacelo come la maglieria o l’industria laniera di Biella, sottoposte alla concorrenza asiatica).

Ultima piacevolezza: l’articolo di fondo di Padoa-Schioppa sul Corriere di ieri. Da goderselo interamente, allo stesso livello di goduria dell’articolo di Biagi (sempre in prima pagina, in fondo a destra). Quello che qualcuno vorrebbe come decisivo ministro economico, altri come presidente (o almeno importante e “autorevole” membro) del Consiglio di Europa, sfornava possibili ricette per accontentare tutti, ma proprio tutti, i politici e i cittadini italiani. E finiva con la “saggia” ingiunzione di passare infine dalla politics alla policy; detto in termini molto volgari, italiani, e per ciò stesso inattuabili (solo l’inglese “afferra la realtà” e quindi consente di trasformarla in meglio): passare dal fare politica (da politicanti) agli “alti” indirizzi programmatici. Un altro “mago Casanova”, che per il suo illusionismo usa le parole invece che le mani.

“Questa è l’Italia, bellezza” avrebbe detto Bogey; di “destra” o di “sinistra”.   

Un articolo interessante su Prodi e sulle corrispondenze di amorosi sensi con i peggiori capitalisti italiani e stranieri.

Il passato pesante di  Romano Prodi
(di Leila) 

Un passato pesante : CIA, Bilderberg, Bolkestein, OGM, Israele, relazioni con la NATO, colpo di stato contro Chavez. Povera sinistra !

Cosa hanno scelto gli italiani, la peste o il colera ?
di Leila
 
Per mettere fine al regno di Berlusconi, la sinistra antiliberista (n.d.tr. : sic !) italiana ha plebiscitato (con le votazioni primarie) l’ex presidente della Commissione Europea,  Romano Prodi ed ha accettato di affidargli la missione di guidare l’opposizione alle elezioni legislative del 9 e 10 aprile 2006.  Romano Prodi è uno dei mistificatori dell’Europa sociale. È il più alto responsabile della strategia di Lisbona adottata nel 2000, per una durata di dieci anni.  Questa strategia ha accentuato il carattere neoliberista dell’Unione Europea e ha sottoposto alla più alta competitività e alle « leggi » del mercato le politiche sociali (istruzione, pensioni, ecc.) e ambientali.  Il leader della sinistra italiana ha proposto e sostenuto il progetto della « direttiva sui servizi », la cosiddetta Bolkestein, dal nome del liberalissimo ex Commissario Europeo Olandese, che aveva elaborato questo testo.  Nel 2003, quando il signor Prodi era a capo della Commissione Europea, ha rimosso la moratoria sugli OGM, autorizzando con ciò la commercializzazione e la coltivazione delle piante transgeniche. 
Ha qualificato come « molto ragguardevole » il progetto di « riforma » sull’assicurazione-malattie del governo francese, un progetto che aggrava in modo considerevole le ineguaglianze in materia di accesso alle cure.  È stato uno dei promotori del Trattato Costituzionale Europeo. Questo Trattato ha l’obiettivo di incidere nel marmo le politiche ultraliberiste. Il signor Romano Prodi e altri ultraliberisti hanno posto la libera concorrenza al di sopra del progresso sociale, lasciando la porta aperta al  dumping sociale e fiscale. Costoro hanno pianificato una guerra economica permanente, senza fine, posizionando i cittadini europei nelle condizioni di stato di allerta continuo. Hanno voluto fare dell’Europa una giungla dove il monopolio della violenza (economica o di altra natura) non appartiene, e ne’ può appartenere, che al più forte. Essendo un cattolico convinto, il leader della sinistra laica pensa che le religioni devono giocare un ruolo importante nello sviluppo dell’Unione Europea.  Prodi ha istituito il GOPA (Group of policy advisers to the president – Gruppo dei consiglieri politici del Presidente), un organismo incaricato in particolare delle questioni religiose e del quale la maggior parte dei membri sono cattolici praticanti. 
In una lettera indirizzata a « La Repubblica », Romano Prodi si rammarica per l’assenza di riferimenti alle radici cristiane nella nuova Costituzione Europea, quindi collegandosi alle posizioni papali, di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI : "La domanda comune di tutte le Chiese di un riconoscimento esplicito nel preambolo della Costituzione del ruolo storico del cristianesimo non è stata accettata. Io penso che questo aspetto rappresenta veramente un anello mancante"…"Oggi, l’Unione Europea vede alle sue frontiere orientali la Russia, l’Ucraina, e la Bielorussia, e a sud-est la Turchia; con l’ingresso di Cipro e di Malta, l’Unione Europea è in contatto diretto con il Medio Oriente. In presenza di questa nuova situazione geografica, l’Europa ha una nuova responsabilità internazionale, in quello che concerne il diritto, la giustizia, la pace, ma questa responsabilità non potrà essere esercitata se la questione della sua identità, con il riconoscimento delle sue radici cristiane, non diverrà dirimente"…"Le religioni presenti storicamente in Europa, in particolare il cristianesimo (…) possono apportare un contributo essenziale, in quanto fattori di integrazione e di fraternità, elementi culturali  che superano e trascendono il significato etnico di patria, e quindi contribuiscono ad una nuova stagione dell’europeismo e alla vocazione universale dell’Europa"… "La nuova Europa porta in sé i valori che hanno fecondato per due millenni l’essenza del pensiero e del modo di vivere, di cui il mondo intero è stato beneficiario. Il cristianesimo occupa un posto privilegiato fra questi valori": questo ha dichiarato Prodi. Il libro bianco della Commissione sui principi del governo, che il cantore dell’ultraliberismo ha presentato nel 2001, è uno strumento ideologico per una politica dello Stato minimo, uno Stato dove l’amministrazione pubblica ha per missione non più quella di servire l’insieme della società, ma di fornire beni e servizi ad interessi settoriali e a clienti-consumatori, con il rischio di aggravare le ineguaglianze fra i cittadini e le regioni Europee. 
La sinistra antiliberista italiana ha dimenticato che il signor Romano Prodi :
·        è appartenuto a quella rete stay-behind, una rete che sta nel retroscena, messa in piedi dagli americani dopo la seconda guerra mondiale per combattere l’influenza comunista. 
·        è stato membro del comitato di direzione del Gruppo Bilderberg, l’architetto della mondializzazione liberale : « Qualcosa deve rimpiazzare i governi e il potere privato mi sembra l’entità adeguata per farlo », ha dichiarato David Rockefeller, fondatore del Bilderberg
·        era d’accordo per consegnare alla CIA informazioni confidenziali su cittadini europei che si recavano negli Stati Uniti,
·        si è felicitato per il colpo di stato militare del 2002 contro il Presidente  Hugo Chavez, un presidente eletto democraticamente e il cui governo ha lanciato tutta una serie di riforme sociali in modo che il Venezuela possa divenire un paese più giusto e meno denso di ineguaglianze,
·        ha condannato il 59% dei cittadini europei che hanno posto Israele alla testa dei paesi che minacciano la pace. Per Prodi i sondaggi "mostrano l’esistenza continua di un pregiudizio che deve essere condannato" e "nella misura in cui questo potrebbe indicare un pregiudizio più profondo e più generale nei riguardi del mondo ebraico, il nostro disgusto è ancora più radicale", non ha mai mancato un’occasione per promuovere la lingua inglese e di imporla come lingua unica dei negoziati per l’allargamento europeo.

E la lista sarebbe lunga… Cosa pensano i cittadini della sinistra antiliberista italiana, membri o no di un partito, di un sindacato, o di un’associazione, e che come noi si battano, senza molto contare, per mettere in scacco i principi neoliberisti che Romano Prodi e i suoi accoliti ci predicano come ineluttabili? Si sentono, o no, traditi?

Leila

   UNA SINISTRA STORIA PER IL POPOLO DI SINISTRA (di Gianluca Amodio)

non annuncio canti di pace/non mi interessano i fiori dello stile/mangio ogni giorno mille notizie amare/che definiscono il mondo in cui vivo

Dal film "Terra em transe" di Glauber Rocha

[Premettiamo che con l’utilizzo della terminologia "popolo di sinistra" intendiamo riferirci principalmente a quella "moltitudine comunista", di partito e di movimento, che ha partecipato alle ultime elezioni compromettendosi con lo schieramento dell’unione]

E’ da qualche giorno che la Corte di Cassazione ha certificato il risultato elettorale. Nonostante qualche altra probabile mossa oppositiva futura del centro-destra, l’esito delle votazioni politiche è destinato, seppur di misura ed in ritardo, a rinsaldare e rispecchiare le speranze ed i desideri dello storico popolo di sinistra che acclama: <via dal governo della nazione l’oscena destra berlusconiana che ha prodotto uno sfascio in tutti i campi della vita pubblica, dalla morale all’economia!>.

Dopo che i preventivati e tanto attesi festeggiamenti post-elettorali sono stati quasi del tutto rovinati sia a ridosso della chiusura delle urne, sia durante il giorno successivo, quando l’effettiva ripartizione dei seggi ha evidenziato l’esigua differenza quantitativa che definirà i giochi parlamentari, finalmente il predetto popolo di sinistra, in ragione delle valutazioni della Cassazione, ha potuto rivendicare pienamente la propria vittoria politica, affermando: <ormai è certo, la maggioranza è nostra; pazienza se i voti di distacco risultano essere pochi per legiferare tranquillamente e sostenere senza problemi il governo. L’importante è che il bastardo abbia perso… col cavolo che i nostri accetteranno la sua grande coalizione. E comunque, quelli che sono stati eletti lo hanno voluto loro, dunque che presenzino i lavori delle camere per votare… che lavorino!>. Non abbiamo dubbi circa l’andamento del pensiero politico dei militanti di sinistra; purtroppo, le frasi virgolettate non rappresentano una nostra finzione caricaturale, quanto piuttosto la fedele registrazione dei discorsi che si odono o di molte parole scritte in circolazione, da cui traspaiono sia una spaventosa inconsapevolezza tra la militanza di base riguardo ai provvedimenti che il governo dovrà in ogni caso prendere per affrontare le tare strutturali italiane, sia l’assoluta inesistenza di una pur minima analisi articolata intorno al rapporto tattico-strategico intercorrente tra l’azione dei partiti al governo e gli interessi dei centri decisionali del capitalismo italiano. In effetti, quello del popolo di sinistra e  dei suoi comportamenti strandard – dall’ambito prettamente elettorale a quello più ampio di tipo culturale – è un fenomeno italiano a sé stante, tanto datato quanto anomalo, la cui esistenza è reale e non è da sottovalutare per niente, specie se si vuole comprendere almeno parzialmente l’odierna – ma la storia è lunga (Cfr. C. Preve, L’ideologia Italiana) – incapacità soggettiva di pensare e praticare dalle nostre parti una seria e diffusa politica comunista anticapitalistica. A riprova dell’anomalia in oggetto e dell’assenza di una valida (op)posizione critica, basterebbe accennare alla evidente incomprensione, talvolta vera e propria ignoranza, dei militanti di sinistra riguardo a quanto accaduto durante il decennio 1992-2001 in sede economica; se ci si prende il fastidio di andare a vedere cosa è successo e per opera di chi (Cfr. M. Badiale-M. Bontempelli, Il mistero della sinistra), si scopre facilmente che i medesimi personaggi attualmente osannati ed entusiasticamente supportati dal voto del popolo di sinistra – il quale li considera alla stregua di veri difensori delle sorti democratiche italiane, i soli capaci di far progredire il "sistema-paese" – sono in realtà giusto coloro che hanno prodotto il cosiddetto sfascio presente, addebitato esclusivamente invece all’altra parte politica, sempre più definita con categorie simili a quelle in uso presso i demonologi. 

D’altra parte, se lo schifo che noi proviamo per lo schieramento di centro-destra è elevatissimo – di tipo epidermico, per intenderci -, cerchiamo ancora di mantenere in vita il discernimento politico basato sull’adozione della ragione, invece che sulla classificazione dei fenomeni in base alla simpatia o antipatia. Di conseguenza, ci mettiamo alla prova  articolando qualche ragionamento. A tale fine, riteniamo inevitabile che qualunque individuo razionale che voglia parlare degli accadimenti politici degli ultimi anni, debba ammettere preliminarmente che il ceto politico che ha occupato i posti di comando dal 1992-93 fino alle elezioni del 2001, deliberando dunque in sede governativa e legislativa ed indirizzando in tal modo le dinamiche socio-economiche italiane, è stato quello oggi rintracciabile tra i dirigenti dei differenti gruppi che formano il centro-sinistra. Bene, un’ammissione del genere, una mera  constatazione, dovrebbe essere propedeutica all’assunzione di ogni posizione o scelta politica, ed invece proprio questa basilare operazione mentale di riconoscimento viene decisamente negata dall’onesto popolo di sinistra. Non ci è dato sapere quale sia la motivazione profonda determinante un comportamento di questo tipo; probabilmente, la sua individuazione pertiene agli psicologi sociali osservatori delle dinamiche politiche collettive. Tuttavia, una cosa è certa: la moltitudine delle libere singolarità con diversi riferimenti ideali e letterari si ricompone e si muove all’unisono, specie in occasione della ricorrenza elettorale; si ricompatta insomma alla maniera di un vero popolo istituzionalmente responsabile: decide di far fronte comune e di appoggiare il futuro governo dell’Unione…per salvare il paese!  Giunti a questo folle punto – una vera e propria calamità per chi si ostina a ragionare politicamente cercando di adottare seri canoni critici – vogliamo solo brevemente ricordare il contenuto storico che il metodo(?!) seguito dalla sinistra intera ha rimosso completamente. Non possiamo che iniziare la nostra sintetica rassegna se non richiamando sommessamente un aspetto contraddittorio, a tratti comico: dopo le inchieste giudiziarie sulle tangenti ai politici avviate a partire dal ’92 principalmente dalla procura di Milano, per non pochi anni la lotta politica di sinistra si è svolta intorno all’idea per cui la dirigenza proveniente dal disciolto P.C.I. era moralmente superiore a quella degli altri partiti, in particolare ai corrotti e fin troppo mondani socialisti; piccolo paradosso iniziale: G. Amato, ex collaboratore di ferro di Craxi, è non da oggi uno dei personaggi più influenti nei Democratici di Sinistra, strenuo fiancheggiatore di D’Alema nelle note sortite di stampo riformistico. La ragione di questo avvicinamento? Stando alle apparenze, si dovrebbe riscontrarla nella riallocazione ideologica compiuta a livello europeo dal partito dei D.S. verso la metà degli anni ’90, quando si straparlava di socialismo e, come detto, Amato era per l’appunto una personalità socialista di spicco. Tuttavia, la ragione essenziale va vista nella capacità dimostrata da questo politico nel gestire da presidente del consiglio una delle situazioni più caotiche per il sistema capitalistico italiano dal dopoguerra, i cui sintomi più visibili furono l’uscita della lira dalla rigidità dei cambi imposta dal Sistema Monetario Europeo nel settembra ’92 e la mole del debito pubblico in continuo rialzo, ben oltre il rispetto dei parametri fissati in ambito europeo. Alla fine, gli effetti della svalutazione monetaria decisa formalmente in autonomia dalla Banca d’Italia – in effetti in piena sintonia con il governo – produssero una immediata ripresa produttiva, come da tradizione, riportando i saggi di profitto celermente verso l’alto; nel frattempo però, la manovra finanziaria adottata dal socialista Amato, la quale nel complesso raggiungeva la strabiliante cifra di oltre 90 000 miliardi di lire, rappresentò una formidabile scure in capo a tutti i settori pubblici, tanto che la si potrebbe ritenere il punto di inizio – ma anche di non ritorno – della fine del ruolo attivo dello stato in campo economico. Si è detto della rilevanza assunta all’epoca, in occasione delle forti turbolenze valutarie, dalla  banca centrale italiana; è bene precisare però che il governatore che presiedeva l’istituto nel ’92, C. A. Ciampi, attuale presidente della repubblica,  nel 1993 formerà un governo "tecnico" che troverà un largo consenso, dal PDS a tutti i centristi. In inevitabile continuità con il "risanamento" della finanza pubblica, fu apprestata una ingente manovra finanziaria per ben altri 70 000 miliardi di lire. Tuttavia, i provvedimenti che la memoria del popolo di sinistra dovrebbe riportare in superficie sono altri due: dapprima il cosiddetto "accordo di luglio", vero e proprio modello di riferimento per le relazioni industriali di natura triangolare e concertativa. Ancora oggi sostanzialmente operativo, esso pose le basi per quel graduale e consistente impoverimento relativo che ha coinvolto i ceti a reddito medio-basso italiani fino ad oggi: fu introdotto, contando sul convinto assenso della solita triplice confederale, il meccanismo dell’indicizzazione salariale agganciata all’inflazione programmata in ragione delle stime economiche prodotte dal governo. Con buona pace dell’economista E. Tarantelli, vero ideatore e fautore del marchingegno, il tentato furto avrebbe dovuto essere del tutto evidente ai lavoratori, ed in effetti qualche sommovimento si verificò – come d’altronde aveva preso il volo qualche bullone diretto alla CGIL di B. Trentin l’anno precedente a causa dell’abolizione della scala mobile residua – . Tuttavia, l’atavico ed onnipresente senso di responsabilità dei compagni di provenienza "picciista" continuò a fare breccia, anche se in quell’occasione l’interesse nazionale dai "comunisti italiani" storicamente tanto acclamato e difeso (Cfr. C. Preve, L’deologia italiana) aveva ormai perduto ogni colorazione tendente al rosso, assumendo finalmente le definitive grigie sembianze della neutralità tecnica-tecnocratica. L’altro elemento che dovrebbe sovvenire criticamente alla mente dei sinistroidi, è il piano di privatizzazioni delle banche di proprietà pubblica, portato a compimento proprio durante il governo Ciampi, quando la Comit ed il Credito Italiano, fino ad allora in dote all’Iri, furono poste sul libero mercato, con la duplice intenzione di accrescere la borsa valori nostrana, tradizionalmente piccola e stagnante, e di permettere ad alcuni grandi gruppi capitalistici italiani di gestire e movimentare ingenti disponibilità finanziarie, ottenendo finanziamenti a debito oppure investendo attivamente nelle quote privatizzate. Un particolare che ci preme sottolineare è la stretta vicinanza, oltreché la reciproca identità di interessi, di tre personaggi politici attivissimi durante tutto il ’93 nel dirigere la suddetta operazione di privatizzazione: Ciampi, lo si è detto, fungeva da presidente del consiglio; poi vi era Romano Prodi, fresco di nomina a capo dell’Iri, una carica dipendente dalla volontà del governo; infine, alla presidenza del comitato ministeriale appositamente creato per effettuare le privatizzazioni si trovava M. Draghi, che oggi dirige la Banca d’Italia. Non vi è alcun dubbio che all’epoca si produsse una forte sinergia e si verificò una piena convergenza di interessi e di vedute tra l’attuale governatore della Banca centrale (all’epoca nei ranghi del ministero del tesoro) e il futuro presidente del consiglio Prodi (vero e proprio liquidatore nei primi anni ’90 delle proprietà  dell’Iri), non dimenticando l’abile regia di C.A. Ciampi, la cui carriera storica ha attraversato appieno i vertici dei più rilevanti apparati statali, dalla Banca d’Italia alla presidenza della repubblica, passando per la presidenza del consiglio ed il ministero del tesoro. Dunque, non vi dovrebbero essere incertezze di alcun tipo circa la rilevanza del contributo che simili personaggi, grazie alle forze politiche retrostanti – l’odierno centro sinistra – hanno fornito alla riconfigurazione degli assetti capitalistici italiani… e visto quanto accaduto in passato, il futuro dovrebbe essere per lo meno da lezione… invece, il popolo di sinistra pare proprio ostinarsi nel non considerarli "solamente" alla stregua di agenti capitalistici, seppur di tipo particolare, "politico-strategico" (Cfr. La Grassa, Discussione sugli agenti strategici). In definitiva, il ruolo da essi svolto è quello di una grande borghesia di stato (Cfr. G. Fullin, Della "Borghesia di Stato") che ha gestito una importante quanto delicata fase di transizione dell’accumulazione capitalistica italiana, muovendosi in proprio e rispondendo personalmente dei rischi relativi all’azione di governo, ed è questo, ci pare, il senso che si deve attribuire alla partecipazione diretta, in prima persona, dei cosiddetti tecnici al gioco politico. Certamente, questo spezzone di borghesia pubblica – che dal vertice osservato si espande scendendo piramidalmente  ricoprendo tutti i gradi dei diversi organigrammi politici e sindacali – ha negoziato il riassestamento delle condizioni (ri)produttive sistemiche con i maggiori gruppi capitalistici operanti in quanto aziende private, non foss’altro che per ottimizzare l’allocazione delle attività pubbliche in via di privatizzazione.  In tal senso, ovvero nello svolgimento dell’azione spartitoria – che risulterà di corto respiro, tatticamente fallimentare -, si è ben distinto proprio quel ceto politico che non più di quindici anni fa si autoproclamava  comunista – nonostante molti da tempo lo definissero più appropriatamente solo "picciista" -, col quale il popolo di sinistra ha continuato a mantenere una relazione ambigua contraddistinta da "sofferti" avvicinamenti e successivi allontanamenti: <alla fine sono pur sempre stati dei compagni, anche se oggi sbagliano…> – a tal proposito, per visualizzare la suddetta ambivalenza è significativa l’immagine del festoso abbraccio collettivo, popolare e democratico che ricorre durante le marce per la pace nel mondo, frequentate con puntuale regolarità anche da chi ha condotto l’Italia in guerra, posizionandola attivamente nei ranghi della Nato! Comunque, abbandonando i vergognosi cieli della pace perpetua intesa esclusivamente in senso noumenico e passando al viscido terreno degli affari terreni, vogliamo solo brevemente richiamare le vicende della privatizzazione della Telecom e l’ingarbugliato reticolo di interessi politici ed economici che ha avuto seguito, di cui la militanza di base o ignora l’esistenza oppure è colpevolmente dimentica: la storia inizia quando l’imprenditore Colaninno, allora a capo dell’Olivetti, in compagnia del capitalista finanziario Gnutti, responsabile dei movimenti della finanziaria Hopa, ricevettero in dono dal governo D’Alema il complesso industriale Telecom, di lì a poco comunque passato di mano e giunto in quota alla Pirelli. Per l’occasione – una vera e propria iniziazione capitalistica per chi aveva avuto la colpa di essere stato comunista, ma ormai era teso solo ad introdursi nelle stanze del capitalismo (do you remember Mr. Cuccia & D’Alema together?) -, gli imprenditori partecipanti alla spartizione del bottino furono qualificati come "capitani coraggiosi". Chissà come però, dopo qualche anno, a riprova dell’assenza di codardia, che nel frattempo non aveva di certo impedito l’incasso della cessione Telecom lautamente valutata, uno degli impavidi di cui sopra, il finanziere politicamente ubiquo Gnutti, lo si ritroverà al centro del campo di relazioni imbastite affinché la Banca Nazionale del Lavoro, altro istituto ex statale, non addivenisse sotto il controllo di qualche gruppo bancario straniero. In vista di tale finalità era massicciamente intervenuto il gruppo assicurativo Unipol, riconducibile in tutto e per tutto a quelle brave persone che non sono altro i Democratici di Sinistra. L’esito finale di questo tentativo posto in essere per arginare l’arrivo dei dominanti stranieri non ha avuto riscontri positivi, e se non sono approdati i capitali del Banco di Bilbao, alla fine sono giunti improvvisamente ma con successo quelli francesi di BNP-Paribas. Si è tanto discusso della validità del piano industriale presentato da Unipol, della sostanziale convenienza che sarebbe scaturita dalla creazione di un grande ed omogeneo polo bancario-assicurativo, mai sorto in Italia in precedenza per degli storici veti incrociati. Comunque, oltre ai discorsi basati sulle previsioni riguardanti la ipotetica redditività attesa, una cosa ci appare indubitabile: i dirigenti della sinistra sono completamente immersi nel processo di creazione del valore a livello strategico politico-finanziario, ovvero in un ambito "alto", difficilmente scrutabile, le cui dinamiche di movimento e di potere sono talmente astruse che solo la lettura di qualche verbale giudiziario – o del contenuto di qualche telefonata scientemente pervenuta alla stampa, del tipo "Fassino & Consorte" – può permettere l’emissione di un giudizio preciso.  Ancora un particolare, a chiusura dell’insieme di vicende cui si è accennato: il suddetto finanziere Gnutti, all’epoca dei fatti, si trovava casualmente a ricoprire contemporaneamente la carica di membro del consiglio di amministrazione sia in Unipol che nel Monte dei Paschi di Siena, banca sulla quale è futile aggiungere qualcosa. In poche parole, l’ex "capitano coraggioso", divenuto in seguito un mero capitano di ventura, assurto in odio per il caso Unipol proprio ai moralisti di sinistra cui è apparso un rappresentante dell’oscena speculazione, alla fine si deve constatare che ben frequentava entrambe le casseforti istituzionali dei fautori-campioni del progresso nazionale. Ci sembra allora giusto ed inevitabile, giunti a questo punto del discorso, rilevare la presenza di un enorme cortocircuito politico – e la definizione è di quelle gentili! – che attraversa l’intero popolo di sinistra e che non riteniamo assolutamente addebitabile ad una nostra errata valutazione o, peggio ancora, ad un nostro pregiudizio ultra radicato: da una parte, come chiunque potrebbe facilmente accertare tramite un mero scambio di parole, i militanti di sinistra perseverano nel pensare i provvedimenti presi dagli agenti capitalistici pubblici come delle azioni prodotte in  difesa dell’interesse generale, tradizionalmente contrapposto a quello dei singoli capitalisti ( stato Vs mercato); dall’altra parte, i sinistroidi sono pur costretti ad ammettere il carattere particolare – nel senso "partigiano" e mercantile – del profitto tratto da alcuni destinatari dei medesimi provvedimenti di privatizzazione, in sintesi da parte degli accaparratori dei beni posti in vendita dai differenti governi. Si riscontra insomma che le considerazioni del popolo di sinistra sull’azione statale in ambito economico sono sospese tra l’inevitabile contingenza di interessi particolari e l’irrinunciabile permanenza dell’interesse pubblico a supporto dell’agire statuale, espellendo del tutto dalla riflessione ogni possibile analisi che veda l’organizzazione statale al di là del suo ruolo di regolatore ciclico, e che quindi la riconosca  quale puntuale elemento necessario ad imprimere lo sviluppo al processo accumulativo capitalistico.   Riconosciamo, d’altronde, che la persistenza nella cultura di sinistra (compresa quella estrema) di questo tipo di contraddizione oppositiva incentrata sul contrasto particolare/generale è atavica, presente finanche durante periodi passati ben più duri nella pratica e molto più proficui ed onesti nella ricerca teorica. Per cui, sarebbe assurdo aspettarsi una seria e diffusa analisi di questa problematica al giorno d’oggi, vista l’esiguità delle forze in circolazione. Dal canto nostro, ci limitiamo a rilevare che l’opposizione particolare/generale intorno al ruolo assunto dall’organizzazione statale deve essere giocata senza remore in relazione alle dinamiche strutturali presenti sia in una formazione sociale capitalistica, sia rispetto alla sua  radicale ridefinizione in una eventuale formazione sociale di transizione (Cfr. C. Preve, Note sul maoismo). Probabilmente, abbiamo ampliato eccessivamente lo spettro della discussione, ma tramite il richiamo all’ardua tematica dello stato ci apprestiamo a porre un interrogativo sì retorico, ma essenziale per la prosecuzione dei nostri pensieri: cosa onestamente può attendersi il popolo di sinistra da un’azione di governo unitaria, ovvero da una cogestione istituzionale degli apparati statali esercitata in questo momento storico? Difficile dirlo!In effetti, a noi basta ed avanza la rassegna dei misfatti compiuti nel passato per non desiderarne di simili nel futuro.  Giusto a proposito della nostra sintetica e parziale ricostruzione degli eventi passati, vogliamo precisare che l’enfasi posta nello scritto in relazione al processo di privatizzazione non deve essere confusa con una nostra accettazione acritica delle categorie "proprietà pubblica" e "statalizzazione". In breve: tanto è stato di matrice capitalistica l’Iri delle origini fasciste quanto quello dei successivi anni repubblicani, e naturalmente lo stesso vale per le "gloriose" nazionalizzazioni degli anni ’60!   Piuttosto, abbiamo sottolineato la continuità del fenomeno solo perché l’attuale "sinistra radicale" – leggi P.R.C. – non fa altro che blaterare contro il ciclo(ne) privatistico neoliberistico, ma poi, in deficit assoluto di coerenza, si presenta nella stessa coalizione di governo che pragmaticamente, senza fanfara ideologica made in Usa, ha privatizzato a più non posso, dopo aver notevolmente peggiorato il tenore di vita dei lavoratori appartenenti ai ceti medio-bassi, ed in quest’ultimo caso la responsabilità del P.R.C. è anche diretta: vedi, ad esempio, il "pacchetto Treu"!).  Il passato prossimo, dicevamo, dovrebbe risultare ai nostri occhi abbastanza nitido, ma il popolo di sinistra non la pensa allo stesso modo, e dal campo dell’epistéme ci fa ripiombare in quello della magmatica doxa. Opinione per opinione, proviamo allora a volgere lo sguardo dalla scienza del passato verso l’arte del futuro politico che attende i militanti di sinistra: siamo alla fine di aprile, il governo nei migliori dei casi diverrà operativo dopo metà maggio, dopo di che la compagine ministeriale, qualunque sia la sua composizione, dovrà in tutta fretta (entro settembre) occuparsi di redigere il Dpef, approntando molto probabilmente in contemporanea una manovra finanziaria correttiva 2006 che potrebbe ammontare a più di 7 miliardi di euro. Naturalmente, entro dicembre la finanziaria 2007 dovrà pur trovare forma e sostanza… Insomma, il governo, in poco meno di un anno, dovrà attuare tagli alle spese ed aumentare la fiscalità (quale?!). Ipotizzando un andamento della produzione basso e costante – le ultime stime dell’ Fmi sono di 1,2% di Pil per il 2006, e di poco più per l’anno seguente -, il rapporto disavanzo/produzione nazionale tenderà verso il 4% per il 2006 ed il 4,3% nel 2007, sempre ben oltre i canonici parametri di Maastricht, e questo non potrà che produrre tensioni e pressioni sul governo sia in sede tecnocratica europea che in ambito internazionale in occasione delle valutazioni promosse dalle agenzie di rating sulla sostenibilità-solvibilità del debito pubblico. A tale riguardo, evidenziamo che se nel 1992 il debito pubblico incideva sul Pil per il 108,6%, il prossimo anno si stima che si attesterà intorno al 107%. Pensiamo che la serie numerica riportata sia decisamente impressionante se considerata alla luce delle inevitabili incombenze governative future; quindi, ci chiediamo da quale capitolo di spesa e da quale dicastero ministeriale potrà prendere vigore una prassi riformistica come quella sbandierata durante la campagna elettorale dai massimi rappresentanti del popolo di sinistra. Ci sembra proprio che tiri una brutta aria, come quella del ’96, satura di sacrifici, i quali come da copione verranno non imposti…ma concertati! Dieci anni fa lo spauracchio fu l’entrata nell’eurozona, domani sarà quello di uscirne coercitivamente. All’epoca, grazie ai partiti di sinistra e al connesso popolo di militanti, la già citata "legge Treu" introdusse massicce dosi di flessibilità, ma poi è intervenuta la legge Biagi – Requiescant In Pace – ed il centro sinistra l’ha assunta come modello negativo portatore di precarietà. Ecco!, forse questo è un terreno sul quale il popolo di sinistra potrà farsi valere, ottenendo una probabile e meritoria conquista sociale: l’abrogazione dell’indecente "legge 30" ripristinerà  la contrattualistica precedente, notoriamente avversa ad ogni pratica di sfruttamento del lavoro. I lavoratori ringrazieranno!

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