LE COMUNALI

gianfranco

L’affluenza definitiva alle comunali in Italia (eccetto Sicilia e Friuli Venezia Giulia) è stata del 60,07%. Alle precedenti comunali fu del 66,85%. In Sicilia: a Palermo il 52% di votanti (“grande vittoria” di Orlando, sul tipo di quella di Macron), a Trapani il 58. Friuli-Venezia Giulia: in provincia di Udine si è recato alle urne il 54,95% per cento dei votanti. L’affluenza più alta in Fvg si è registrata in provincia di Trieste con il 58,33%. Segue la provincia di Gorizia con il 57,08%, Udine e, ultima, quella di Pordenone con il 54,13%.
Ieri sera, i soliti bugiardi delle trasmissioni TV davano con grande e gradita meraviglia la cifra complessiva del 68,1%. E commentavano circa la tenuta, perfino un leggero aumento, dei votanti da parte di questa “responsabile” popolazione italiana. In realtà, essa non è ancora giunta alla comprensione di quella francese in merito alla nausea che provocano le forze politiche (per cui laggiù è andato a votare solo il 49% della massa elettorale complessiva), ma insomma qualche segnale non negativo esiste pure in Italia. E si cerca di nasconderlo, così come si inneggia al risultato francese quasi fosse la rinascita della marea “europeista”. Quando sarà infine possibile liberarsi di questi mentitori in totale malafede?
Altra notazione importante. La vittoria è spettata alle coalizioni in cui le liste civiche hanno avuto successoni. Faccio l’esempio del mio paesello (circa 40.000 abitanti; ho visto che non è un caso speciale, anzi piuttosto generale). Il sindaco (centro-destra) è stato eletto al primo turno con il 51% e rotti dei voti (e questo, certamente, è stato un caso raro). Se si guarda ai partiti, si ha F.I. al 17,5%, la Lega al 13, Fdi all’1,4. Un buon 20% spetta a ben tre liste civiche. Lo stesso andamento nello schieramento di centro-sinistra, che ha avuto il 30% dei voti; il Pd il 18% e il resto ad altre due liste civiche. Per certi versi, non ha tutti i torti Grillo quando dice che le comunali, condotte in questo modo a suon di liste civiche, possono illudere il centrodestra e il centrosinistra, che ormai si ritengono di nuovo in sella e in piena rinascita.
Un altro netto “slittamento” si è prodotto, mostrando come questi politicanti siano proprio dei meschini in cerca di posticini e basta. Ho sempre parlato male dei semicolti di “sinistra”; e non me ne pento. Debbo però far notare con più decisione che la sedicente “destra” è allo stesso livello. Vedo che gli “alleati” del traditore di tutto e di tutti, del doppiogiochista dal 2011, sono di levatura assai scadente. Facevano gli amici del Front National lepenista. Adesso, di fronte all’insuccesso di tale schieramento, scappano e tornano a lisciare il pelo a chi li ha sempre presi in giro. Dichiarano che il centro-destra unito può vincere. Già, lasciando piena libertà di gioco al traditore a tutti i livelli e a seconda dei suoi interessi. Essi cessano ogni minimo brontolio e s’inchinano ad uno che tre-quattro giorni fa ha dichiarato la sua preferenza per Draghi premier. Che meraviglia! A questo punto, meglio tenersi Renzi o chi per esso. Ma fra doppiogiochisti s’intendono. Draghi è quello della riunione sul panfilo Britannia (1992), del favoreggiamento alla svendita della Telecom ai “capitani coraggiosi” bresciani (1999), della Goldman Sachs e via dicendo. Per un “nano”, che si è inchinato sei anni fa a Obama, non ci può infatti essere migliore premier di qualcuno della sua stessa pasta.
Comunque, la situazione si va logorando, l’astensionismo cresce, la gente è sempre più stanca anche se ancora non riesce ad orientarsi. E del resto verso chi si dovrebbe dirigere dato il deserto esistente nel ceto sedicente politico, nel settore dell’informazione, in quello di chi sostiene di fare cultura. Ormai lo schifo è gigantesco, c’è una degenerazione a ritmo accelerato. E continuano a presentarsi in campo miserabili che vorrebbero essere considerati la novità. In realtà, cercano soltanto di mettersi in mostra in minuscoli movimentini, il solito trampolino di lancio per quei nuovi arrivisti e opportunisti che lì si fanno le ossa; poi passeranno ai più tradizionali partiti in grado di assicurare loro il posticino in Parlamento o in vari apparati e organismi controllati dai vetusti e corrotti gruppi di potere. Niente di nuovo sotto il Sole; è il continuo ripetersi della bassezza dei più. Solo in rari momenti brillano alcune minoranze che fanno una bella piazza pulita. Allora i voltagabbana affluiscono copiosi e si hanno i soliti “Piazzale Loreto”. Però le cose cambiano anche se gli onesti avvertono in bocca un certo sapore amaro; però cambiano, comunque cambiano. E qualche soddisfazione, per un breve periodo di tempo, si diffonde tra molti.

Considerazioni sulla sconfitta del FN (di A. Terrenzio)

lepen

 

 

Le elezioni del 7 maggio scorso hanno decretato la sconfitta del FN.

Marine Le Pen si e’ dovuta arredere al “barrage” eretto dalle forze costituzionali con il candidato di En Marche, il “Partito unico della nazione”.

Diverse le considerazioni da prendere in esame, per comprendere i motivi che hanno portato alla sconfitta del movimento sovranista francese.

La vittoria di Emmanuel Macron era comunque molto probabile sin dall’inizio, dato che il quarantenne ex ministro del governo Hollande aveva chances di ottenere la maggioranza dei voti dei francesi.

La strategia della Le Pen, dopo la vittoria al primo turno, era quella di conquistare sia l’elettorato gollista che quello del partito di sinistra radicale “Insoumis”.

La leader del FN aveva incassato l’appoggio di Dupont Aignan, il gollista fuoriscito dall’UMP e con posizioni euroscettiche.

Melanchon invece aveva invitato gran parte del suo elettorato all’estensione. Malgrado cio’, Marine aveva invitato espressamente gli elettori di “Insoumis” ad appoggiarla al secondo turno contro il candidato dell’establishment.

Mentre la nipote Marion si era rivolta all’elettorato moderato, proponedo il FN come partito erede naturale del “Gollismo”.

Tuttavia la strategia del “doppio binario” si e’ rivelata perdente.

I tentennamenti mostrati riguardo tematiche ecomomiche come l’uscita dall’Euro, hanno evidenziato tutte le perplessita’ emerse durante il dibattito televisivo che hanno visto la Le Pen perdente nello scontro contro Macron.

Al netto di queste considerazioni, va comunque evidenziato che a pesare maggiormente per il FN e’ ancora il suo passato ingombrante.

Insomma, un fenomeno Trump era davvero poco pronosticabile, seppur potevano essere rintracciate delle similitudini sull’onda del populismo. Ma la Francia non e’ l’America.

Mentre prende vita il Partito Unico post-nazionale e Macron si prepara a raccogliere l’eredita’ del voto socialista e repubblicano, il Fronte sovranista non riesce a creare un’ entita’ unica antisistemica, a causa sia di limiti dell’elettore medio, ancora legato a vecchi schemi dx/sx, sia di errori programmatici commessi dal FN.

Come ricorda Francesco Boezi sul Giornale.it, l’errore principale di Froncoise Philippot, e’ stata l’idea di laicizzare il partito, scivolando su tematiche legate ai valori non negoziabili. Le esternazioni poco felici sul Papa hanno ottenuto l’effetto di disorientare l’elettorato cattolico e gli elettori tradizionali dell’UMP che al secondo turno non se la sono sentita di appoggiare la Le Pen.

 

Inoltre, come rileva su Le Figaro’ l’economista Jaques Sapir, la Francia appare una nazione quanto mai divisa, sul piano geografico, economico e sociale, segno di una differenza antropologica dell’elettore della Bretagna e quello di Parigi. Come in altre elezioni europee le grandi citta’ rimangono le roccaforti del mondialismo e della “societa’ aperta”, dove a trionfare sono i valori della liberalismo economico ed il buon senso delle persone “persone civili”.

In periferia, invece, i c.d. “perdenti della globalizzazione”, il ceto medio impoverito, gli “illetterati” e i bifolchi, disprezzati dai Bernard Henry Levi e dai Michele Serra di casa nostra, sono i naturali elettori del FN.

In più da rilevare un dato importante ignorato dai media mainstream: il 92% dei musulmani francesi ha votato Macron, dato significativo se si considera che esso equivale al 5% del voto totale e che tanto basto’ nel 2012 ad Hollande per battere Sarkozy.

Quella della Le Pen appare una corsa contro il tempo, dato che l’elettorato musulmano sara’ destinato a crescere demograficamente.

I vertici del FN gia’ sembrano correre ai ripari e si preparano a cambiare nome al partito nazionalista francese, proprio per scrollargli di dosso l’immagine del movimento “fascista” che nonostante l’opera di “diabolisation” di Marine Le Pen, ancora influenza gran parte dell’elettorato.

Il FN potrebbe presto trovarsi di fronte ad un bivio determinante: scegliere se radicalizzare la sua linea “ni droit ni gauche” o trasformarsi almeno nella forma, in un partito di “destra istituzionale”, proponendosi come formazione neo-gollista ed in grado di intercettare l’elettorato moderato e cattolico, senza il quale le ipotesi di diventare forza maggioritaria sono pressocche’ impossibili.

Dato il persistere dello spettro anti-fascista, in larga parte dell’elettorato, tutto lascia supporre che i vertici del FN andranno verso una “Fiuggi” francese.

Infine, cosa aspettarsi dal rampollo di Jaque Attali?

Anche se le elezioni legislative, che si terranno a giugno, saranno determinanti per l’operativita’ del neo-presidente, non e’ difficile immaginare un consolidamento del credo europeista con il consueto “cocktail” di buonismo umanitarista, liberalizzazioni e austerita’. Macron inoltre, ha gia’ fatto sapere di voler attaccare la Siria, restando Fedele alla tradizione dei “bombardamenti terapeutici” dei governi Sarkozy-Hollande.

Il neo-presidente ha avuto un incontro con la Merkel, molto probabilmente per assicurarsi quel ruolo da “comprimario” sul continente a spese italiane.

Infine, ultime considerazioni sul FN. Il movimento di Marine Le Pen resta il Partito indentitario piu’ forte d’Europa con 11 milioni di voti. Un francese su tre lo ha votato e rappresenta sicuramente un’ottima base dalla quale ripartire, correggendo gli errori di comunicazione e di programma che sono stati commessi durante la corsa alle presidenziali.

Potrebbe essere necessaria un’opera “gramsciana” di penetrazione di quadri dirigenti del FN nei corpi sociali e nella parte produttiva del Paese. Il “restyling” non deve essere un’operazione di immagine ma di sostanza, non deve snaturare il movimento riuscendo ad essere polo di aggregazione di un più vasto bacino di elettori, per arrivare a governare la Francia. Marine ed i vertici del partito sembrano averlo capito, e da cio’ si dovra’ ripartire.

QUALCHE COSETTA ANCORA, di GLG

gianfranco

 

 

L’astensione in Francia (comprese le schede bianche) è stata del 31,7%. Se aggiungiamo le nulle (2,2) – di cui ben si sa che buona parte è annullata volontariamente e non per errori di compilazione scheda – rileviamo che un buon terzo di elettori non si sono espressi. In fondo Macron ha avuto il 43 e qualcosa; insomma nemmeno metà dell’elettorato, anzi ben lontano dalla metà. E questo risultato è stato raggiunto sull’ormai cadavere dell’orientamento tenuto fino a pochissimi anni fa; socialisti (detti “sinistra”) e finti gollisti (detti “destra”) sono o annientati o in piena “anoressia”. Il trionfalismo dei “vincitori” – e di tutti gli “europeisti” di questo continente – o è legato a vera stupidità (e cecità) o a consapevolezza delle difficoltà estreme di una situazione, dalla quale loro stessi non sanno uscire se non con “escamotages” del tipo Macron.

Nel 2008 iniziò la crisi che attanaglia il mondo intero, malgrado l’ancora buon sviluppo di certi paesi (metti la Cina), abbastanza indietro rispetto a Usa, Europa e Russia quanto a livello di sviluppo e rapporto tra industria e “campagna”; quindi con potenzialità, una volta iniziata la crescita, di più alto incremento del Pil (che adesso in Cina è infatti ben al di sotto dei tassi d’aumento di anni fa). Senza avere a disposizione nutritissimi uffici studi con “specialisti” d’economia (tanto specialisti che non vedono oltre il loro naso), ebbi la netta sensazione di qualcosa di molto diverso dalle crisi (“recessioni”) precedenti. Pensai quasi subito a quella di fine ‘800, un quarto di secolo di stagnazione nel clima della seconda rivoluzione industriale, che modificò nettamente la struttura produttiva dei paesi capitalistici avanzati. Misi in correlazione il “multipolarismo” crescente di allora (con Usa, Germania e Giappone in avanzata come potenze mentre arretrava, in senso relativo, l’Inghilterra) con quello avviatosi all’inizio del secolo XXI (Russia in ripresa dopo il crollo dell’Urss e Cina in avanzamento; non invece troppa considerazione per i BRICS). Nessun pericolo (al momento) di nuovi ’29, ma difficoltà crescenti e forti avanzamenti tecnologici e di nuove produzioni (altro che la finanza tuttofare e tuttopotere!).

Rimanere attratti dai “numeri” dell’economia (che in ogni caso non danno grandi speranze per il futuro nonostante la montagna di chiacchiere su momentanee e gracili riprese in alcuni paesi) significa restare alla superficie. Ho insistito fin da allora, proprio con l’esempio di fine ‘800, che il problema decisivo (il famoso sommovimento delle falde tettoniche che provoca i terremoti) è il crescente disordine e scoordinamento susseguente appunto al multipolarismo. Nell’800 era ridondante la teoria del commercio internazionale (dei costi comparati) di Ricardo, economista certo di grande rilievo e che occupa notevole spazio nelle varie “storie del pensiero economico”. Tuttavia, le potenze in crescita (appunto multipolare) seguirono le teorie del più modesto List (spesso dimenticato e comunque non apprezzato a dovere dagli economisti, che hanno un loro modo di pensare assai lontano dai problemi reali) e utilizzarono il protezionismo. Guai, però, se si rimane ancorati alla sola economia. Quelle potenze divennero tali perché “ottemperarono” (detto scherzosamente) alla quinta caratteristica leniniana dell’imperialismo: lotta acuta e spesso cruenta per la redistribuzione delle sfere d’influenza nel mondo.

Dopo un lungo predominio post-seconda guerra mondiale di teorie d’origine keynesiana – su cui pure ci sarebbe molto da discutere a partire dalla crisi del ’29, il cui superamento definitivo non fu affatto dovuto alla spesa pubblica (domanda dello Stato in sostituzione di quella privata in decelerazione con crescita del risparmio), che ebbe effetti solo per un paio d’anni o poco più, mentre fu risolutivo il definitivo scontro tra le potenze per la supremazia mondiale, da cui uscirono gli Usa quale “regolatore centrale” del campo capitalistico, area di cruciale importanza e alla fine prevalente sul mai esistito “socialismo” – si riaffermò il (neo)liberismo, tutto trionfante con le tesi della globalizzazione mercantile (nuova versione di quelle liberistiche ottocentesche), che addirittura “impazzirono” dopo il crollo del mondo bipolare. Tutto il mondo un unico mercato: e tutti in pieno sviluppo con questo respirare a pieni polmoni la libertà negli scambi. Questo pensarono gli “imbecilloni”.

Su questa base, e con accettazione (assai ben pagata) della piena subordinazione al predominio statunitense, si sono formate le dirigenze dell’indecente UE e dei paesi ad essa aderenti. Ed è finita la tradizionale differenza tra destra e sinistra. Le nuove forze dette di “sinistra” sono alla fine diventate più liberiste di alcuni spezzoni detti di “destra”; i quali, poiché non liberisti, sono subito stati definiti fascisti e oggi populisti (senza mai però dimenticare anche il precedente termine, che è sempre sulla bocca di un “antifascismo” da salotto “buono”, intellettualmente raffinato). Una massa non indifferente di servi (che più servi non ne sono mai esistiti) con a disposizione molto denaro e potere; e dunque seguiti da stuoli di intellettuali e altre marionette del genere per rincoglionire a suon di spettacoli e “farse” di tutti generi (compresa quella della “democrazia” del voto) popolazioni che, con lo scorrere delle generazioni, hanno sempre più perso un qualsiasi orientamento. C’è malcontento diffuso e crescente, ma praticamente ineffettuale al momento.

Gli Usa più congeniali a questi servi – perché più “generosi” nell’elargire loro i vari compensi – sono stati quelli delle presidenze Bill Clinton, Bush e Obama. C’è stata – ancora non è passata – la paura con l’elezione di Trump, che ha mutato la strategia del caos dell’epoca Obama (con la Clinton al seguito, anzi ancora più determinata in tal senso) con quella del neopresidente, consigliato dai suoi “padrini” a tentarne una dell’imprevedibilità (non ricordo dove ho trovato questa definizione, che mi sembra abbastanza buona anche se necessita di più ampia analisi). Oggi, per quanto con qualche residua diffidenza, i servi sembrano abbastanza convinti che Trump non li vorrà sostituire con altri. Tuttavia, in alcuni paesi, le vecchie forze politiche assurte a nuovo servitorame dopo il crollo dell’Urss (tipico il caso dell’Italia con i post-piciisti portati sugli altari con la sporca operazione detta “mani pulite”) sono in piena crisi. In Italia sono già state sostituite mantenendo in piedi il Pd e consegnandolo nelle mani di un simil-democristiano (ma di ben bassa caratura); in Francia vi è stato un crollo altrettanto manifesto di tali vecchie forze e la loro sostituzione, invero assai rapida, con l’attuale “bamboccione”. Il quale gioca con forza la carta dell’accentuazione del neoliberismo, dell’europeismo più spinto e della globalizzazione più estrema; ma credo dovrà ripiegare su adattamenti di una certa moderazione perché più consoni a godere dell’appoggio della nuova strategia americana, se questa non sarà messa in discussione e mutata così come in anni ormai remoti lo fu – con metodi “energici” – la politica kennediana verso l’Urss di Krusciov e quella nixoniana verso la Cina di Mao.

In ogni caso, si nota benissimo che l’esaltazione dell’europeismo è attuata da coloro che di questo vivono con ormai notevole preoccupazione, con l’ammissione che così com’è non va bene, che deve essere cambiato, ma non tornando all’autonomia della nazioni, invece “tutti insieme”, con il grande “amore reciproco” (assai velenoso) caratteristico dei rapporti interni alla UE da quando è nata. Insomma, i terrorizzati dalla prospettiva di perdere gli appannaggi americani per il loro bieco servilismo (e ancora nient’affatto sicuri che la nuova strategia Usa non richieda il loro ricambio con servi più capaci e furbi) ammettono che non tutto va bene, che si deve cambiare, ma non hanno in realtà nessuna idea di come cambiare. Cercano solo di convincere popolazioni, confuse e impaurite dalla crisi e dall’impoverimento di vasti strati, che stanno “intensamente pensando” ad un ricambio per renderli prosperi e felici. Non troveranno un bel nulla. L’incapacità riguarda però pure i loro oppositori; ne ho già parlato in precedenti scritti, nei video, non ci torno adesso salvo ricordare il loro più grande errore: credere ancora al voto. Ne riparleremo in seguito; dovremo anzi riparlarne in continuazione ormai.

Mettiamoci in testa che è veramente finita un’epoca e siamo al passaggio in un’altra che ancora non conosciamo bene; almeno non vedo nessuno in grado di dire qualcosa di sensato in merito. Sia chiaro che nemmeno io – di vecchia generazione come sono – so come districarmi dal cumulo di eventi contrapposti che si verificano. Tuttavia, lo ammetto e sostengo che il compito dei “veci” è di pensare meglio i caratteri dell’epoca ormai trapassata e di mettere in luce, per quanto possibile, gli errori commessi, il cumulo di credenze ideologiche ormai dissoltesi portando allo sfacelo culturale odierno. Nuove generazioni devono avanzare infine. Non urlando di entusiasmo per finti rinnovatori come questo Macron o altri dello stesso genere; ma nemmeno inveendo contro di lui con parole d’ordine ammuffite quant’altre mai. Perché allora questi giovincelli mostrano di essere ormai intossicati da quel veleno e non riusciranno mai a capire i connotati della nuova epoca; saranno solo capaci di impadronirsi delle innovazioni tecniche, che non sono quelle utili a ricostruire un tessuto sociale più vivibile e adatto a resistere nel futuro ormai dietro l’angolo.

Ricordiamoci comunque una cosetta ancora. Quando si verificano questi trapassi d’epoca, sembra – ai più coscienti di quanto sta avvenendo – che tutto stia crollando, che sia quasi la fine del mondo. In genere, almeno finora, non è mai accaduto. Un’epoca passa, una tormentosa transizione viene compiuta e infine ci si trova in una sorta di “nuova era”, in cui i più vecchi si sentono certamente assai a disagio. Tuttavia, il mondo non è finito e ricomincia un altro e diverso ciclo che poi terminerà come tutti gli altri già trascorsi. Mettiamoci in questa prospettiva. Macron è un’episodio di questa brutta fine di un’epoca, che del resto ha vissuto una pessima transizione soprattutto nell’ultimo mezzo secolo. Purtroppo vedere ancora in TV e leggere sui giornali simili vermiciattoli, assistere ancora impotenti allo spettacolo (come ho già detto altrove, da freaks) che stanno recitando, è penoso e richiede uno stomaco a prova di bomba. Non ci si può far nulla, bisogna accettare la traversata in questo cumulo di spazzatura. E così sia.

 

PS Un’ultima proprio piccola notazione. Oggi in “Libero” mi sembrava di notare una notevole nausea per l’elezione in Francia. Invece “Il Giornale” non riusciva a nascondere un’intima soddisfazione e a titoli di scatola predicava: “di sola destra non si vince”. E il “nano” si è affrettato a dichiarare: “felice per Macron, l’UE ora deve cambiare”. Come vedete, questa “destra” cosiddetta moderata italiana, ancora influenzata da un essere miserrimo come costui, è perfino peggiore, più laida e disgustosa, di quella francese rappresentata alle elezioni da Fillon. E quegli emeriti sciocchi dei suoi “alleati”, che blaterano contro la Ue, contro l’euro, ecc. non hanno saputo denunciarlo una volta per tutte, tirandogli addosso una “ideale” statuetta che non solo lo sfregiasse, ma lo eliminasse infine dalla scena politica. Ha perfino altri coglioni di italiani dietro a lui. Questi non sono meno peggiori dei semicolti; anzi questo inverecondo personaggio è decisamente più odioso di un Renzi, che dice apertamente quello che è e che vuole; mentre il nanetto si maschera, si nasconde da ormai sei anni (era il maggio del 2011 quando andava a inchinarsi a Obama a Deauville durante il G20). E’ in definitiva un Gano di Maganza che attende la sua “Roncisvalle” alle prossime elezioni. Ma chi non l’ha smascherato e denunciato è colpevole pure lui. Punto e basta con tutta questa genia solo interessata a giocherellare per avere un po’ di voti e andare a muffire in Parlamento.

Interessante – per certificare lo schifo dei giochetti tra questi miserabili che impestano il ceto politico italiano – il possibile accordo tra Pd e pentastellati sulla legge elettorale. Dire chi è il peggiore in Italia (ma non solo qui come abbiamo visto) è in pratica al momento impossibile. Avanti con il pattume! Riporto da ultimo un articolo di Foa che è di assai utile lettura:

 

http://blog.ilgiornale.it/foa/2017/05/07/macron-presidente-non-illudetevi-sara-un-nuovo-hollande/

 

 

 

 

QUELLO CHE CI DICONO LE PRESIDENZIALI FRANCESI

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Marine Le Pen si è classificata seconda nel primo turno della corsa all’Eliseo, alle spalle del filo-europeista Emmanuel Macron. I due se la vedranno al ballottaggio ma il capo del Front National sembra avere poche speranze. L’élite politica e finanziaria francese, collegata a quella mondialista di matrice statunitense, ha già scelto il suo uomo, anzi lo ha addirittura creato, quasi da zero, intuendo con grande anticipo che Hollande, figlio prediletto dell’establishment e dell’internazionale atlantica, stava dilapidando i consensi suoi e del suo partito. Così, per evitare il classico bagno di sangue elettorale che avrebbe travolto le forze di sistema queste ultime hanno tirato fuori un coniglio dal cilindro. Infatti, nelle recenti presidenziali i socialisti sono precipitati al loro minimo storico, dopo una gestione del Paese vergognosa, in linea con quella di altri governi europei che si ispirano alle stesse malsane idee di sinistra e politicamente corrette. Il dato più sconvolgente, che starà facendo rivoltare nelle tomba il Generale De Gualle, è l’appoggio dell’escluso Fillon, e di altri sedicenti gaullisti, al giovane bankster cresciuto alla corte dei Rothschild ma politicamente prodotto nei laboratori dei poteri globali. Il movimento di cui Macron è alla testa, En Marche!, ricorda, persino nel nome, i gruppi della galassia sorosiana, finanziati dall’estero ed incaricati di destabilizzare gli Stati in cui s’infiltrano, per favorire l’ingerenza statunitense. Macron sta per realizzare una specie di rivoluzione colorata ma molto più raffinata. Chi siano i burattinai alle sue spalle è abbastanza evidente. Otre all’endorsement di Fillon e del socialista Hamon, Macron potrà contare anche sul tacito contributo degli altri candidati perdenti i quali, sicuramente, non daranno indicazione di voto per la Le Pen, descritta come una pericolosa populista e xenofoba. Mi riferisco, in particolare, a Melenchon, candidato di estrema sinistra, attestatosi ad un lusinghiero 19%, che farà valere una pregiudiziale ideologica, benché le sue posizioni sui destini dell’Ue non siano distanti da quelle del FN. L’unica eccezione alla linea Maginot, innalzata contro il FN, quella di Dupont-Aignan, dell’estrema destra sovranista, il cui bacino di voti (4,7% secondo i numeri di questa tornata) è l’habitat naturale della Le Pen. Ma questi spiccioli non saranno sufficienti a spezzare il fronte dei conformisti, per quanto esista una vana speranza che l’elettorato arrabbiato non segua le indicazioni dei leader e si riversi sull’unica componente realmente avversa ai nucli dominanti che però non rappresenta un autentico contropotere, in quanto ancora incantata dalle sirene democratiche.
Ovviamente, tutto il circo barnum comunitario sta esaltando Macron il quale ha ridato speranza agli ideali unitari che rendono, e non da oggi ma dalla sua fondazione, il continente una succursale di Washington. Il partito unico europeista è finalmente visibile, come non mai, da destra a sinistra, passando anche per il centro. In Italia, dal Pd a Forza Italia, si sono tutti schierati con il futuro Presidente dei ricchi, escludendo Salvini e Meloni. Non basta ciò per far capire ai due che devono stare lontani dall’accolita berlusconiana, fucina di tradimenti e di traditori da più di vent’anni? Se Lega e Fdi accetteranno l’ennesimo bacio di giuda finiranno malissimo e se lo saranno meritato, ormai il ruolo di stampella dei prepotenti e corrotti di Berlusconi è così evidente che chi va con lui deve essere considerato, al pari suo, un nemico del popolo italiano. In ogni caso, ci vogliono ben altro che le elezioni per terremotare l’asse europeistico proUsa che domina il Vecchio Continente. Se non sorgono forze e uomini disponibili ad utilizzare altri mezzi, di una certa virulenza, come dice La Grassa, le nostre prospettive di liberazione dal giogo statunitense saranno inesistenti. Le elezioni sono il loro gioco, un gioco in cui il banco, in una maniera o nell’altra, vince sempre.

Ancora sull’Ue e la Germania

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Nell’ultimo articolo pubblicato su questo sito, riprendendo un intervento di Becchi-Sacchetti su Libero, ho scritto che l’Ue è un prodotto americano e che l’euro è stata la contropartita da far pagare ai tedeschi per l’unificazione delle due Germanie. E’ una lettura storica ampiamente confermata, sia dai critici dell’Ue che dai suoi sostenitori, come Mario Monti. Becchi-Sacchetti, il giorno seguente, sempre su Libero, hanno persino rovesciato questo dato storico affermando che “l’Ue e l’euro sono stati fondati per affermare la supremazia della Germania sugli altri stati membri”. Questa cosa non sta né in cielo, né in terra. Successivamente, Sacchetti sulla sua pagina social ha scritto che il sottoscritto non avrebbe capito la portata dello scontro in atto tra Germania ed Usa in Europa. Solo che lo stesso studioso ritiene la Germania… uno dei leader di questo progetto americano di sottomissione dell’Ue. Allora dove sarebbe lo scontro? Secondo Sacchetti nel fatto che i tedeschi “stanno esagerando con la loro intransigenza… mettendo a rischio la prosecuzione” del progetto medesimo. Quindi la Germania ci metterebbe persino troppo zelo nell’esecuzione di questi ordini statunitensi andando oltre la volontà del “padrone” (ammettendo ma non concedendo che l’esagerazione sia una concreta categoria politica) oppure, penso io, coltiva la recondita intenzione di fare effettivamente fallire questo programma di subordinazione. Però Sacchetti afferma anche che il servo zelante può permettersi di respingere il TTIP “perché va contro i suoi interessi commerciali nell’UE”. E torniamo alla mia seconda ipotesi. Dobbiamo deciderci, o il servo serve oppure non serve, almeno non così bene come dovrebbe, con o senza esagerazione. E se non vuol servire si prepara ad un’altra “fase”. In secondo luogo, la prospettiva di Sacchetti è ciecamente economicistica. Difatti, se casca l’euro che, ricordiamolo fu la contropartita per l’unificazione tedesca, voluta da Usa e Francia, non è detto che caschi l’Ue (ci sono paesi che sono nell’Ue senza avere l’euro) ed anche se implodesse l’Unione per “frammentazione monetaria” (cosa tutta da dimostrare) c’è sempre la Nato (il vero problema di un’Europa potenza geopolitica e non più terreno passivo di scontro dell’era multipolare) a sbarrare il passo alla Russia o ad altri. I tedeschi digerirono l’euro consapevoli del fatto che sarebbe stato usato contro di loro. Senza la moneta unica probabilmente avrebbero corso di più, anche negli intenti egemonici . Purtroppo, chi ragiona economicisticamente perde questi passaggi fondamentali. Termino col dire che, certamente, la Germania è la parte più importante dei piani americani (lo ha detto chiaramente George Friedman di Stratfor) ma è anche la nazione più difficile da sottomettere perché si piega ma fino ad un certo punto alla grammatica unipolare statunitense. La Germania riesce ancora a coltivare i suoi autonomi interessi (purtroppo pure a scapito degli altri membri comunitari) pur evitando attriti diretti con gli Usa dai quali uscirebbe oggi con le ossa rotte. La Francia ne coltiva sempre meno (e quelli che coltiva sono tutti a nostro discapito, come ha scritto giustamente Alvi su Il Foglio: “L’Italia è un paese ricco, con enormi patrimoni e resta una grande potenza manifatturiera. Manca uno stato che coordini i nostri interessi strategici. Almeno dai tempi di Craxi, di cui si può dire tutto tranne che non avesse una sua politica. Non abbiamo multinazionali e non proteggiamo le nostre aziende. In ogni caso, sarei più preoccupato di ciò che fanno in Italia i francesi piuttosto che gli arabi, i cinesi o i russi: sono più ostili anche dei tedeschi….L’Europa ha funzionato finché non è diventata una struttura troppo allargata e complicata. Se vogliamo dirla tutta l’ideale europeo presupporrebbe un approccio non subalterno alla globalizzazione e la fine della dipendenza americana, compresa la Nato. Ma la politica non ha a che fare tanto con gli ideali e chi se ne fa vanto è spesso il più farabutto. L’euro è stato solo un’ipocrisia. Esistono delle nazioni con i loro interessi”). L’Italia ormai non ne coltiva proprio per niente di interessi autonomi. I veri servi sciocchi sono da ricercarsi un po’ a Parigi e tanti a Roma, non di certo a Berlino.

ALLA MINESTRA MEGLIO LA FINESTRA!

europaflagMorto un Rais si fa un Emiro. Così la Jena Ridens di Francia è riuscita a consegnare al Qatar, che agisce per conto della Casa Bianca più e meglio di Parigi, le fortune della Jamaria. Per il piccoletto alticcio dell’Eliseo, l’asse Roma-Mosca, operante sinergicamente attraverso le conglomerate del settore energetico, Eni-Gazprom, in Libia, era motivo di compressione della sua levatura politica e della proiezione geopolitica transalpina, costituendo una sfida diretta ai suoi interessi economici internazionali. Kalifa al Thani, signore feudale del Qatar, dopo aver ammesso la presenza di centinaia di uomini sul suolo della quarta sponda, passa ora all’incasso pretendendo di guidare la forza multinazionale che avrà il compito di addestrare gli apparati di sicurezza del Paese nordafricano, ricomporre le relazioni tribali e godere delle sue ampie ricchezze. Queste sono le ragioni per cui il CNT – già delegittimato da Akim Belhaj, comandante militare di Tripoli al servizio dei qatariani – ha immediatamente estromesso la Russia dalla ricostruzione libica, relegando il suo alleato italiano ad un ruolo marginale rispetto ai privilegi accordati da Gheddafi in 40 anni di rapporti bilaterali quasi esclusivi. Con la crisi che corre lungo la schiena della Penisola si tratta di un colpo durissimo poiché in una botta sola abbiamo perso un giro d’affari di una quarantina di miliardi di euro, pari al costo di una finanziaria (sborsandone qualche milione per aggredire un alleato tra i migliori rimastici), nonchè qualsiasi punto di riferimento nello spazio mediterraneo. Dov’era quell’UE che ci cuoce a puntino per il debito pubblico mentre alcuni suoi membri ci derubavano della cassa? Naturalmente ad asseverare le mire egemoniche francesi (dietro le quali viaggiano quelle americane ed inglesi) e la sua azione espansionistica, perché il cervello politico della Comunità Europea ha le sinapsi oltre le alpi, attivate da impulsi elettrici provenienti d’oltreatlantico. Se a ciò aggiungiamo che il cuore economico-industriale di quest’Europa socialmente deforme, si trova a Berlino, per scarto e rimanenza di deiezioni, di detta de-costruzione comunitaria noi costituiamo il vasino. Vogliamo ancora farci cacare sulla testa o farci prendere per il nasino? A questa minestra indigesta preferisco la finestra!

IL TRIANGOLO ONNIPOTENTE

occhio massonico - msn live sidusL’ultima stangata da 54 miliardi di euro varata dal Governo non è a saldo ma ad anticipo di quel che l’Europa vuole ancora “strozzinare” all’Italia. E questo accade perché abbiamo un Esecutivo economicamente iugulato da Berlino e politicamente commissariato da Parigi e da Londra E’ lo stesso Tremonti ad affermare che è più importante il voto del Parlamento tedesco delle decisioni prese nelle sedi comunitarie. Così come determinanti, inappellabili ed ovviamente non collegiali, sono state le mosse di Sarkozy e Cameron (con dietro la Casa Bianca) per buttarci fuori dalla Libia ed allungare le mani sull’oro di Tripoli. In teoria ed in pratica l’Ue non esiste anche se produce una mole di provvedimenti ridondanti, pari solo alla sua inutilità, mentre contano i rapporti di forza, gli equilibri ed i patti segreti imposti dal triangolo Germania-Francia-Inghilterra, con al centro l’occhio onnipotente di Washington. L’Italia è stata estromessa da tutto ed ora paga le conseguenze della sua debolezza sia sul teatro estero che sullo scenario interno. Stiamo assistendo ad una estorsione che ci lascia senza aree d’influenza e che ci fa precipitare tra i paesi pezzenti della comunità continentale. Il risultato di questa azione a tenaglia sullo Stivale è un accrescimento del nostro caos politico che rischia di farci collassare definitivamente. Se siamo stati calpestati dal tallone di ferro della speculazione è proprio perché non siamo stati capaci di erigere una linea fortificata a protezione delle nostre prerogative nazionali mentre ognuno cercava, al contempo, di scaricare la crisi sul vicino. E ci siamo incredibilmente aperti alle razzie dei nostri falsi partners europei e atlantici in un momento delicatissimo in cui occorreva una diversa tempra per farsi rispettare. Era già accaduto agli inizi degli anni ’90 con le conseguenze che conosciamo, dalla svalutazione della lira all’esproprio delle imprese pubbliche. A questo punto anche se a Roma non ci fosse alcun gabinetto a tenere le redini della fase le cose non potrebbero andare peggio di così. Ma questo bordello non preoccupa la nostra classe dirigente, abituata com’è a tollerare  le attività venatorie del Premier e gli uccellamenti del gerente dell’opposizione. Entrambi si perdono nella selva oscura mondiale, chi ad infilzare giovenche chi a smacchiare i pettirossi. Su queste facezie da  stalla e da gabbia non si costruisce il futuro del paese ma lo si espone al ludibrio generale e alla generale derisione. Questa pericolosa assenza di argini politici sta determinando la straripamento di alcuni poteri dello Stato come la magistratura (mai realmente rientrata nei ranghi da tangentopoli in poi), la quale sta mandando a processo le istituzioni e i vertici delle aziende strategiche facendo un favore a chi intende sottometterci e ridurci all’impotenza. Egualmente imprudente è però mettere nelle mani di faccendieri domenicali e mezze calzette imprenditoriali importanti contratti in settori sensibili, dagli armamenti all’energia. Uno come Tarantini, tanto per fare un esempio, non può arrivare fino a Finmeccanica offrendo, a destra e a manca, animatrici notturne. Chi cercava di aiutarlo a fare il salto di qualità forse non aveva ben presente la differenza tra commerciare in donne ben carrozzate e piazzare corazzate. L’impazzimento è dunque generalizzato ma come spesso accade nei manicomi si finisce col credere che i veri matti stiano al di là del palazzo, tra la gente che protesta per il carovita e le imprese che si lamentano delle tasse. Se qualcuno pensa di rimediare a tutti questi malanni con patrimoniali, riduzione della spesa pubblica, balzelli ed altre amenità economicistiche si sbaglia di grosso. Se non viene ripensata l’agenda politica del Paese, se non si capovolgono le relazioni internazionali che al momento ci collocano su una china perdente e disfattista, se non viene siglato un patto con gli italiani, finalizzato sì a qualche sacrificio ma in cambio di una difesa strenua dell’autonomia nazionale, più niente potrà risollevarci. Possono gli attuali schieramenti partitici offrire tutto questo ad un popolo arrabbiato ma anche troppo distratto? No, non possono perché in quasi quattro lustri di seconda Repubblica, tra connivenze dirette con gli usurpatori (dalla Grande Finanza e Industria Decotta nostrane alle Centrali di potere statunitensi) e piccole operazioni d’autodeterminazione abortite sul nascere, la situazione è completamente marcita. Nessuna manovra economica ci restituirà la sovranità perduta. Qui o si volta rapidamente pagina oppure si resta a versare lacrime amare dinanzi all’ennesima pagina nera della storia italiana.

MENU’ ALL’OCCIDENTALE

In Italia i servi sono una trascurabile maggioranza. Trascurabile per quel che dice ma molto dannosa per quel che fa. Per questo è molto apprezzata dai nostri alleati stranieri. Il partito trasversale dei camerieri non ha alcun talento internazionale, non assume mai decisioni autonome, non ha una propria agenda politica ma si allarga istituzionalmente quanto più si dimostra incapace di scegliere e di decidere con la propria testa. Marginale in campo estero dove prende piatti in faccia da tutti è incompetente in politica interna dove trova sempre l’intesa bipartizan quando si tratta di pelare gli italiani. Il capolavoro degli ultimi tempi è stata però la “portata” libica. Quest’ultima era per noi una prelibatezza, un assaggio esclusivo delle specialità del mediterraneo. Oggi è diventata un rancio da soldataglia indigesto e disgustoso. La porta del Resort Mezzaluna ci è  stata sbattuta sul naso dai francesi, dagli inglesi, dagli americani e dalla  Nato. Siamo entrati, imboccati come i bambini, in una coalizione di ingordi volenterosi che prometteva un buffet di democrazia e di diritti civili ad un popolo per nulla affamato, se non altro rispetto agli standard del suo continente. Adesso i libici non sono certo più liberi e democratici di prima ma in compenso subiscono un embargo che ne deprime l’economia e lo sviluppo, oltre a tonnellate di bombe sul cranio che ne riducono in polpette a migliaia. Loro poveri ma liberi, almeno a parole. E noi gabbati e a digiuno, nella sostanza. Bel menù all’occidentale. Si toglie il pane alla gente svuotandole la pancia per riempirle il cervello di intingoli sciapiti e illusori. Ed ancor peggio, si butta dalla finestra una minestra italian style per servire French fries che piacciono molto ad Obama e a Sarkozy ma non al bongustaio italiano. Il panafricanismo in salsa gheddafiana aveva per noi il sapore degli affari e la sapidità delle intese politiche, invece questa sbobba ribelle sa di cibo andato a male. Una fregatura pagata salata. Da Tripoli ci fanno sapere che non siamo più clienti desiderati ed accompagnano malamente l’Eni all’uscita. Da adesso in poi i frequentatori migliori e ben trattati saranno yenkees, mandarini e oligarchi dell’est, i quali dimostrano di gradire il nero di seppia che si estrae dal sottosuolo dello Stato africano. E mentre nella Capitale libica si iniziano a degustare gli involtini primavera bagnati da vodka e Kvas, a Bengasi si desina col roast beef cucinato all’inglese, mandato giù con vini e spumanti francesi. La pizza e la pasta ormai la danno solo ai topi e ai conigli, simpatici ma inaffidabili  animaletti ai quali ci paragonano. Il conto alla fine lo pagheremo comunque noi che eravamo i padroni della cucina e adesso siamo i capponi finiti in pentola. Ma Frattini, il nostro capo dicastero degli esteri, con quella sua solita stizza da primo chef della classe dice che a lui la cosa non interessa. E’ superiore a qualsiasi formica cinese che finisce nella marmellata. A quelle altezze vertiginose gli girerà sicuramente la testa tanto da dichiarare che da lì si va via perché lo abbiamo voluto e non perché Gheddafi ce lo ha imposto. Povero Ministro degli Affari suoi, credeva di essere un Maître à penser ed invece è un misero Maître di sala. Però bisogna riconoscerglielo, nessuno sa ingoiare con tale coerenza i rospi vivi. Pur di non ammettere gli errori sarebbe capace di farsi arrostire dai quei cannibali del CNT e di ringraziarli pure per gli avanzi lasciati al nostro Paese.

LA RUSSIA (trad. di G.P.)

a cura di Annette Ciattoni, edizioni SEDES, 10 octobre 2007. Con contributi di C. Bayou, P. Marchand, Y. Richard, P. Thorez, P. Verluise, Y. Veyret
IL LIBRO IN ALCUNE FRASI
 
A seguito del crollo dell’URSS, la Russia, che ha perso la sua espansione esterna di "repubbliche sorelle" e che ha vissuto una forte instabilità interna, è ora di ritorno sulla scena internazionale. Come i Russi organizzano e gestiscono un territorio immenso in uno spazio impegnativo? Come si ripartiscono? Di quali vantaggi questo Stato-continente dispone per ritrovare uno statuto di grande potenza? Quali dinamiche influiscono su uno spazio ancora segnato dalla eredità di molti decenni di sovietizzazione? L’obiettivo di questo libro che riunisce molti specialisti è di fornire le risposte a queste domande. Propone anche elementi nuovi ed approfondimenti originali per comprendere le sfide che questa nuova Russia deve affrontare.
 
Copertina: http://www.diploweb.com/images/geographierussiesedes.pdf
 
Introduzione di A. Ciattoni
 
La nostra scelta ha riguardato volontariamente alcuni temi generali ma inevitabili per comprendere la Russia d’oggi nei suoi cambiamenti, nelle sue difficoltà ma anche nelle sue potenzialità. Paese più grande del pianeta con più di 17 milioni di km2, che si prolunga su 11 fusi orari, la Russia è nata dallo smembramento dell’URSS, un impero immenso, risultato di un’espansione territoriale cominciata nel xv secolo. È anche l’erede di una superpotenza mondiale, guida di un mondo socialista di fronte all’altra superpotenza, gli Stati Uniti, alla testa del mondo liberale. Il cammino è dunque stato difficile per questo paese oggi iscritto in nuove frontiere ed alla ricerca dello status perduto di grande potenza. La Russia ha attraversato, a seguito della caduta del regime sovietico nel 1991, una grave crisi politica, demografica, economica e sociale. Il passaggio da un’economia pianificata, che funziona in complementarità con tutte le repubbliche che costituiscono la Federazione, e con i paesi dell’Europa dell’Est, ad un’economia liberale, aperta, concorrenziale non è stato realizzato senza disaccordi, senza eccessi. Inoltre l’apprendistato della democrazia si è accompagnato a difficoltà politiche. Il potere centrale, a partire dal 1998, ha poco a poco ripreso in mano la situazione dopo un periodo d’indebolimento. La Russia è ora impegnata a percorrere una via nuova, con importanti vantaggi, il cui immenso potenziale di risorse del suo territorio ed il suo ritorno sulla scena internazionale sono reali. Le ricchezze favolose in petrolio e gas naturale sono le basi della geopolitica russa, i mezzi del suo ritorno sulla scena internazionale. Gazprom è uno Stato nello Stato. Per comprendere ciò che la Russia è al giorno d’oggi, vi proponiamo un’analisi in cinque capitoli. Tenuto conto delle difficoltà che hanno potuto incontrare e che incontrano gli uomini per controllare il loro territorio e i cambiamenti in corso nell’organizzazione spaziale della Russia, un primo capitolo presenta i caratteri dell’ambiente intorno ai temi della immensità e del freddo (Y. Veyret, A. Ciattoni). Il secondo tema presenta il popolamento e le città della Russia (P. Thorez). Le varie crisi infatti hanno influito sulla ripartizione della popolazione; hanno in particolare invertito i flussi migratori interni; la politica autorevole di popolamento delle regioni orientali è stata abbandonata. I Russi delle vecchie repubbliche si sono diretti verso le grandi città della Russia dell’Ovest. Il controllo del territorio costituisce il terzo aspetto dello studio a partire da una presa in considerazione dell’eredità dell’ex-URSS (P. Marchand). Il quarto tema ci rinvia alla geopolitica della Russia, le cui risorse in gas diventano indispensabili per l’Europa (P. Verluise et C. Bayou). Grazie all’energia, la Russia ritrova un’influenza esterna che aveva perso con la caduta del regime sovietico. Infine, l’ultimo aspetto fa il punto sulle evoluzioni regionali (Y. Richard); una nuova organizzazione del territorio russo deriva dagli sconvolgimenti politici e socioeconomici. Un’importante bibliografia è proposta alla fine di ogni capitolo per approfondire la questione.
 
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LA FRANCIA DI RITORNO NELL’ORDINE INTEGRATO DELLA NATO?

Pierre Verluise, specialista di géopolitica (fonte diploweb.com, trad. di G.P.)

 

L’11 settembre 2007, il ministro della difesa Hervé Morin ha cominciato pubblicamente a riflettere sul possibile ritorno della Francia nella struttura militare integrata della Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico (NATO). Presa di posizione che annullerebbe la decisione presa dal generale di Gaulle nel marzo 1966. Lasciando la struttura militare integrata della NATO, la Francia intendeva allora affermare il principio dell’ordine nazionale delle sue forze fino al loro inserimento eventuale sotto l’ordine NATO ma solo in caso di conflitto. Il generale Gaulle desiderava così impedire ogni possibilità d’impegno automatico delle forze francesi senza una preliminare decisione politica nazionale. Come sono arrivate le autorità francesi a rompere questo tabù? Creata nel 1949 per coinvolgere gli Stati Uniti nella difesa dell’Europa occidentale di fronte alla minaccia sovietica, la NATO è un puro prodotto della guerra fredda. Quaranta anni più tardi si verifica la caduta della cortina di ferro, nel 1989. Se, nel 1990, la fine della guerra fredda è stata un successo per la NATO, molti esperti si sono rapidamente interrogati sulla sua perennità. Per ragioni diverse, si trovano allora a Washington, ma anche a Parigi ed a Mosca, dei sostenitori della chiusura di questa esperienza. Mentre il Patto di Varsavia è scomparso, occorre constatare che la NATO è, non soltanto sopravvissuta alla guerra fredda ma ha saputo fare del dopo-guerra fredda un momento per estendersi considerevolmente in Europa. Per cominciare, la Germania è stata riunificata nel 1990 nel quadro della NATO, contrariamente a ciò che desiderava l’Unione della repubbliche socialiste sovietiche (URSS). Il gioco degli Stati Uniti consiste allora nel rompere l’ordine derivato dalla seconda guerra mondiale. Una Germania riunificata nella NATO firma la sconfitta dell’URSS come potenza vittoriosa del 1945. La scomparsa della repubblica democratica della Germania (RDT), finestra del comunismo in Europa, simbolizza la rovina di quest’ideologia. Senza parlare dell’implosione dell’URSS, l’8 dicembre 1991.

Le posizioni difese da Parigi all’inizio degli anni 1990

Solo Stato membro della NATO a non partecipare alla struttura militare integrata, dal 1966, la Francia considera, all’inizio degli anni ’90, che l’alleanza atlantica non è più giustificata, poiché il nemico potenziale ad Est è scomparso. François Géré spiega così la posizione difesa da Parigi: "La concezione francese del futuro dell’alleanza obbedisce innanzitutto ad una logica cartesiana: un’alleanza non sopravvive alle ragioni che la hanno fatta sorgere. Largo dunque alla messa in sicurezza dell’Europa da parte degli europei”. Esiste un progetto francese, relativamente ambizioso, quale la visione di un’Europa forte la cui estensione geografica sarebbe diversa da quella della NATO in corso d’allargamento. Ma sembra che nessuno ci senta da quest’orecchio. Né la volontà politica, né le risorse finanziarie, né i mezzi militari sono disponibili per quest’appuntamento con i tempi nuovi. Questo progetto francese è radicalmente opposto a quello degli Stati Uniti.  Giorgio-Henri Soutou ha scritto: "(…) la prima reazione di François Mitterrand fu di tentare di rallentare la riunificazione tedesca, che ai suoi occhi comprometteva lo statuto della Francia in Europa." Contava per ciò in particolare sul processo detto “4+2” per il quale si designava un negoziato tra i quattro e le due “Germanie”. Nel febbraio 1990, pensava che con il 4+2 la riunificazione avrebbe richiesto anni. D’altra parte, cercò inizialmente di inserire la riunificazione nella costruzione di una Grande Europa che includesse l’URSS: egli disse a Gorbatchev a Kiev il 6 dicembre 1989:  “Ci deve essere riunificazione ma nel quadro di una grande Europa”. Da qui il 31 dicembre seguiva la sua proposta per una confederazione europea che comprendesse l’URSS; con lo stesso spirito, voleva sviluppare le strutture di sicurezza in Europa tra i due patti per definire la riunificazione, cosa che perveniva al concetto di Casa Comune di Gorbatchev, come già detto nel maggio 90 a Mosca. Questa grande Europa sarebbe stata facilitata, nello spirito del presidente della repubblica, dalla fine del comunismo sovietico di tipo classico e con la comparsa in URSS ed in Europa dell’Est di un comunismo riformato compatibile con il socialismo democratico dell’Europa occidentale. È con questo spirito che nel suo discorso di Valladolid, nell’ottobre 1989, esortava i popoli dell’Europa orientale a non respingere “i valori del socialismo”. Questa grande Europa avrebbe d’altra parte permesso alla Francia di inquadrare la riunificazione tedesca in un accordo discreto con l’URSS; Parigi avrebbe potuto così mantenere il suo ruolo internazionale nella nuova situazione, secondo la concezione globale ricordata più su, con l’URSS riformata che aiutava la Francia a controbilanciare il peso della Germania e degli Stati Uniti. Ovviamente, questo progetto non ha suscitato un entusiasmo nei vecchi satelliti dell’URSS. Occorre rilevare, d’altra parte, che il trattato di Maastricht (1992) non fonda soltanto la moneta unica ma anche la politica estera e di sicurezza comune. L’articolo 17 impedisce alla PESC di essere incompatibile con gli interessi della NATO. In altre parole, la speranza francese di condurre l’Europa comunitaria a liberarsi dal quadro della NATO incontra delle difficoltà.

La NATO attua due allargamenti

Nel 1999, la crisi del Kosovo vede la NATO intervenire tramite un’offensiva aerea che intende forzare le autorità di Belgrado a cessare la repressione degli Albanesi del Kosovo. Molte volte, gli Stati Uniti danno l’impressione – attraverso le operazioni della NATO – di cercare il terreno migliore per contrastare la Russia sul suo territorio. Quest’operazione aerea è controversa, in particolare sul piano giuridico. Tuttavia la NATO resta alla fine degli anni ‘90 un elemento determinante dell’architettura di sicurezza europea, mentre l’OSCE non è riuscita ad imporsi, contrariamente al volere di Parigi e Mosca. Ne è testimonianza l’allargamento della NATO a paesi usciti dal blocco dell’Est. Fin dal 12 marzo 1999, si verifica un evento inimmaginabile appena quindici anni prima. Nonostante l’opposizione virulenta della Russia post-sovietica, tre paesi rinvenienti dal blocco dell’Est s’integrano nell’alleanza militare ostile all’URSS: la NATO. Si tratta della Polonia, della Repubblica Ceca e dell’Ungheria. Che gli Stati Uniti possano imporlo a Mosca testimonia dei rapporti di forza post-guerra fredda appena dieci anni dopo la caduta del muro. E Washington non si ferma lì. Nel 2004 si verifica un vero big bang geopolitico. La NATO si apre, il 29 marzo 2004, a sette paesi precedentemente comunisti: l’Estonia, la Lettonia, la Lituania, la Slovacchia, la Romania, la Bulgaria e Slovenia. Così, non soltanto gli Stati Uniti si permettono di integrare nell’alleanza militare da loro dominata vecchi satelliti dell’URSS ma osano integrare tre vecchie repubbliche sovietiche. Sotto diversi aspetti, si tratta di una vera rivoluzione. La zona franca russa di Kaliningrad si trova così "circondata" da due stati membri della NATO, la Polonia a sud e la Lituania a nord. Catherine Durandin nota che: "L’integrazione nella NATO, secondo il calendario che va da Madrid nel 1997 a Praga nel novembre 2002, ha seguito una logica pilotata, in ultima analisi, cioè in occasione del vertice di Praga del 2002, agli obiettivi principali della dottrina di sicurezza degli Stati Uniti." Così Washington, che spazza via le sue riserve precedenti all’indirizzo di candidati giudicati ancora troppo poco avanzati nella loro ristrutturazione militare, decide un big bang d’integrazione, con sette nuovi membri, per il vertice della NATO di Praga. Il tempo della NATO va più veloce e spinge, per precederlo, il tempo dell’Europa (comunitaria – PV). La logica degli Stati Uniti risponde al bisogno di controllo dello spazio del Sud-Est europeo, con gli alleati bulgari e rumeni, in una strategia di conseguimento di spazi aerei e di basi per le future operazioni in Iraq, in Medio Oriente, e come ponte verso il Caspio e l’Asia centrale. Queste basi dovrebbero essere punti d’appoggio, relè di allerta, relè di proiezione di forze militari. I nuovi partner degli Stati Uniti hanno potuto “prendere questa possibilità storica”, quest’opportunità straordinaria di un’integrazione nella NATO, in un momento, durante l’anno 2002, quando le relazioni tra Mosca e Washington potevano essere considerate buone, se non interdipendenti nella guerra contro il terrorismo.

La prova nel 2003

Fin dal 2003, il mercato alla guerra in Iraq è l’occasione di una nuova dimostrazione dell’attrattiva degli Stati Uniti. Gli stati membri o candidati alla NATO e/o all’Ue manifestano il loro sostegno alla strategia di Washington con "La lettera degli otto paesi dell’Europa per un fronte unito in Iraq", il 30 gennaio 2003 e "La Dichiarazione dei paesi del gruppo di Vilnius", il 5 febbraio 2003." La Francia e la Germania, appoggiate alla Russia di V. Poutine, non suscitano  l’entusiasmo degli stati membri o candidati all’Ue per la loro critica della strategia statunitense, tuttavia in gran parte fondata. Come immaginare, nondimeno, che i vecchi paesi satelliti diventati membri o candidati alla NATO possano vedere benevolmente una posizione sostenuta da Mosca? Un altro danno concomitante, il presidente J. Chirac “ferisce” i paesi candidati all’Ue, deteriorando l’immagine della Francia nell’Europa baltica, centrale ed orientale. Dopo la crisi diplomatica del 2003 e nella prospettiva dell’allargamento del 2004, Guy Millière scrive: "(…) l’allargamento appare all’entourage di Bush (fils – PV) come una prospettiva eccellente." Poiché si sa bene fra i candidati all’Ue che hanno subito il giogo sovietico, che se questo giogo è finito, non è certamente per merito della Germania e della Francia, ma grazie agli Stati Uniti e alla politica di riarmo materiale e morale degli anni Reagan. (…) l’allargamento dunque integrerà nella Ue, si pensa da parte americana, i paesi per i quali non c’è difesa credibile che in rapporto stretto con gli Stati Uniti. Si potrebbero suonare i rintocchi delle speranze francesi: fare dell’Europa un sostituto alla potenza che la Francia non ha più da decenni e pretendere con ciò di pesare sugli affari del mondo da una posizione di rivalità con gli americani (…) l’allargamento dell’Ue potrebbe servire, dal punto di vista dei partigiani della dottrina Bush, ad isolare e circoscrivere il pericolo che incarna, in Francia, l’ossessione anti-americana e le nostalgie di grandezza”. L’adesione dei paesi dell’Europa baltica, centrale ed orientale alla NATO nel 1999 o nel 2004 segna simbolicamente la predominanza degli Stati Uniti in Europa. Occorre ammettere con Ronald Hatto ed Odette Tomescu che "la penetrazione americana in Europa centrale ed orientale non dipende soltanto dalla sola volontà di Washington, ma che si basa anche sulle attese dei paesi ex sovietici”. L’allineamento relativo di molti di questi paesi deriva da una fascinazione per l’America e dal timore di un ritorno prepotente della Russia. La ricettività delle società interessate facilita il gioco di Washington. Dagli anni ‘90, molti giovani diplomatici ed uomini di Stato est-europei si sono formati nelle università americane, e gli Usa danno il senso del loro impegno con le basi militari a vantaggio dei nuovi membri della NATO, in particolare in Polonia, Romania, Bulgaria e forse Ungheria. Ciò permette loro, allo stesso tempo, di avvicinare le truppe americane agli "archi di instabilità" e di consolidare il loro primato in uno spazio chiave del pianeta. Per Ronald Hatto ed Odette Tomescu: "(…) la strategia del primato americano tende ad evitare un’integrazione troppo accurata dell’Ue." Lo scopo non è di impedire l’integrazione come tale, ma piuttosto assicurarsi che un certo grado di divisione persista tra i suoi membri. Fino ad un certo punto, l’installazione di elementi di un sistema anti-missile in Polonia ed in Repubblica Ceca potrebbe iscriversi in questo processo."

Una nuova configurazione

Probabilmente più che mai, gli Stati Uniti dispongono dal 2004 di strumenti e di mezzi per avere sott’occhio il funzionamento delle istituzioni europee. In un certo modo, gli ultimi adeguamenti governativi realizzati nel secondo semestre 2004 sulle relazioni tra la politica estera e di sicurezza comune e la NATO nel progetto di trattato costituzionale ne sono un esempio. Gli ultimi arbitrati tra governi degli stati membri prevedevano di fare della NATO "la base" e "l’istanza" della messa in opera della difesa collettiva degli stati membri della NATO, cioè della grande maggioranza dei membri dell’Ue. Ciò palesa uno stato d’animo complessivo. Il risultato negativo del referendum francese del 29 maggio 2005 – ed il ritiro del testo – non toglie nulla a questo stato d’animo. Con tale arretramento, il rappresentante permanente della Francia alla NATO dal 2001 al 2005, Benoît di Aboville, deve convenire che: "Era una visione troppo lineare quella di pensare che dopo la fine della guerra fredda la NATO si sarebbe sciolta da sé”. La Francia si trova dunque forzata a riconsiderare completamente il suo approccio alla NATO. La ridefinizione delle relazioni tra la Francia e la NATO sono il risultato secondario dei cambiamenti geopolitici dell’Europa dal 1989. Come non immaginare la soddisfazione dei dirigenti americani dopo le parole del presidente della repubblica francese, Jacques Chirac, che dichiarava nel 2004 al vertice della NATO ad Istanbul: "La Francia concepisce i suoi impegni nell’Unione europea e nell’alleanza come perfettamente compatibili." Non esiste, non può esistere, un’opposizione tra la NATO e l’Unione europea. Ecco un effetto collaterale della caduta della cortina di ferro. I dirigenti francesi – gradualmente e penosamente – sono stati obbligati a sanzionare il lutto del loro obiettivo iniziale… e ad avvicinarsi, abbastanza maldestramente, alla NATO a partire dal 1995. La Francia reintegra allora il Comitato militare, la più alta autorità militare dell’alleanza, che riunisce i capi di stato maggiore degli eserciti degli Stati membri. Nel 2004, la Francia partecipa in particolare alle istanze intergovernative seguenti all’alleanza: Consiglio Nord-Atlantico, Comitato militare e stato maggiore internazionale. Tuttavia, ancora a questa data, "la Francia non partecipa al funzionamento della struttura militare integrata ma dispone di compiti militari o di ufficiali di collegamento presso i principali stati maggiori (SACEUR, SACLANT, ordini regionali e locali…) per tenere conto delle necessità di coordinamento e d’interoperabilità necessarie ad un’eventuale implicazione delle forze francesi nelle operazioni di difesa collettiva o di gestione di crisi. Nel 2004, la Francia conta 170 persone nei posti di comando della NATO. Cifra che occorre comparare con i 2.805 americani, 2.212 tedeschi, 1.216 italiani, 632 Turchi, 405 spagnoli… Gli allargamenti della NATO e dell’Unione europea non sono dunque giochi a somma zero. La natura di configurazione geopolitica è cambiata. L’integrazione di 12 nuovi Stati membri ha parzialmente modificato l’Unione europea e la sua relazione con la NATO. Poco dopo l’allargamento del 2004, C. Durandin pone pubblicamente i nuovi dati del problema: "Il dibattito è lanciato. Evitiamo almeno le contraddizioni; cessiamo da parte francese di porci come polo di costruzione di un’Europa potente avente come obiettivo quello di pesare contro gli Stati Uniti proseguendo in modo ambivalente affermando la complementarità e la non concorrenza tra la NATO e la difesa europea. Siamo coerenti e cessiamo di spingerci in avanti tanto come europei contro Washington tanto come europei/occidentali con gli Stati Uniti. Quest’ambivalenza può generare soltanto una distanza che indebolisce, mentre sfide e responsabilità comuni si pongono alle società sviluppate, alle nazioni conquistatrici che si affermeranno successivamente nel mondo”.

Il cambiamento geopolitico dell’Europa conduce ad un nuovo approccio

Dopo il vertice di Riga del novembre 2006, François Géré dimostra che la Francia è diventata un membro importante della NATO. "Trasposizione del vertice di Praga del 2002, la Francia ed il Regno Unito ottengono nel 2005 l‘etichetta di nazioni quadro della componente aerea (della NATO – PV). "A tale scopo, l’aviazione realizza una struttura di comando atta a condurre 250 uscite aeree quotidiane. Le alte autorità francesi danno mandato all’esercito di terra di realizzare uno stato maggiore multinazionale per la NATO che prenda quartiere nella fortezza Vauban di Lille. La marina nazionale mette in servizio bastimenti di proiezione e di comando, le BPC, che potranno essere destinate alle NRF(Risposte di forza). (…) notiamo che le nostre forze restano sotto ordine nazionale fino alla loro assegnazione ad una NRF; passano allora sotto ordine della NATO. Quanto ai soldati francesi inseriti nelle strutture della NATO, restano sotto la responsabilità diretta del capo di stato maggiore delle armate. Ma, la nostra politica di difesa ha saputo apprezzare ciò che è essenziale nella sua relazione alla NATO. Nel settore strategico della guerra elettronica, ed è poco conosciuto, il nostro paese accoglie a varie riprese le campagne Embow e Mace dedicate all’autoprotezione degli aeromobili. Nel marzo 2005 gli aerei di informazioni elettroniche francesi (in particolare Gabriel ed Awacs) hanno partecipato alle esercitazioni della Nato Trial Hammer (organizzate sui cieli della Francia e della Germania) quindi Spartan Hammer in Grecia nel novembre 2006. Oggi (dicembre 2006), le forze francesi sono impegnate in Kosovo, ma soprattutto in Afghanistan. Là, l’apparato francese comprende più di un migliaio di soldati e molti caccia-bombardieri Mirage 2000 D, ha ricevuto alla fine del 2006 l‘appoggio di due elicotteri EC-725 Resco dell’aviazione, delle macchine molto recenti concepite per le missioni speciali in zone ostili. In breve, non è possibile dire che la Francia, membro dell’alleanza atlantica, non fa parte della NATO”. Dal 1 aprile al 31 luglio 2007 si è svolta una missione poco conosciuta ma significativa. L’aviazione francese ha garantito la protezione del cielo degli stati baltici, nel quadro della NATO. Per la prima volta dal 1966, non è più Parigi ma il comando della NATO che può dare direttamente ad un pilota francese un ordine di tiro contro un aeromobile. Tenuto conto di quello che è recentemente accaduto con i caccia russi che hanno violato lo spazio aereo degli stati baltici, ciascuno comprende che questa situazione poteva tradursi in un ordine dato dalla NATO ad un aeromobile francese contro tale incursione. Per chi conosce allo stesso tempo la cronistoria delle relazioni tra la Francia e la NATO dal 1966 e quella delle relazioni tra la Francia e la Russia, si tratta di un momento interessante. Alla fine di quest’operazione e poco prima della presa di posizione pubblica del ministro della difesa citata in introduzione, una relazione della commissione degli affari esteri del senato dedicata alle sfide dell’evoluzione della NATO testimonia nel mese di luglio 2007 di un mutamento d’animo. "Le evoluzioni future della NATO interessano direttamente la Francia alla stregua di tutti gli altri alleati." Quindi essa avrebbe interesse a definire più chiaramente il ruolo che intende svolgere nell’alleanza negli anni a venire. A questo titolo, il volontarismo francese al servizio del rafforzamento della politica europea di sicurezza e di difesa non deve essere esclusivamente di un realismo necessario, tenendo conto delle concezioni e del livello d’ambizione dei nostri partner della NATO nelle loro politiche di sicurezza. Per essere maggiormente inserita nella NATO, la Francia non deve dissipare le ambiguità di alcune delle sue posizioni e chiarire il suo progetto per un’organizzazione che funge da quadro ad una parte considerevole dei suoi impegni militari? (…) occorre dunque, per la Francia, definire chiaramente ciò che attende dall’alleanza atlantica, proporre un’articolazione coerente e credibile tra questa e la difesa europea, e darsi i mezzi per promuovere le sue idee in un’organizzazione in cui il suo ruolo politico non sembra all’altezza del suo contributo militare. Durante l’esame nella commissione, Josselin De Rohan ha convenuto che “gli Stati Uniti detenevano le chiavi del futuro del PESD." Tuttavia si è interrogato sull’interesse che avrebbe Washington a lasciare prendere corpo alla PESD, perchè un’Europa più autonoma rischia di essere meno predisposta a conciliarsi con i desiderata degli Stati Uniti. La situazione è, infatti, complessa. Benoît d’Aboville, rileva che: "(…) il problema della relazione tra la NATO e l’Ue è anzitutto quello della cooperazione diretta tra l’Ue e gli Stati Uniti." Ciò implica che questi riconoscano politicamente il suo ruolo internazionale autonomo, un passo che non hanno ancora osato fare finora perché pensano, a torto, che la NATO potrebbe essere indebolita. La rifondazione della relazione transatlantica passa necessariamente da ciò. I risultati per lo meno mitigati della strategia americana in Iraq porteranno forse il successore di G.W. Bush ad una migliore predisposizione. Ancora, occorrerebbe che gli europei avessero una posizione comune da far valere.

Una parte difficile per Parigi

Quanto ai francesi, rimane loro da negoziare meglio rispetto agli anni ‘90 il loro nuovo riavvicinamento con la NATO. Infatti, la Francia ha dichiarato sotto il governo di Alain Juppé (1995 – 1997) di avere l’intenzione di ritornare nell’ordine integrato della NATO. Poco dopo, Parigi ha posto una condizione al suo ritorno: ottenere un grande comando, ad esempio quello dell’Europa del Sud. Dinanzi al rifiuto degli Stati Uniti, Parigi ha cambiato di nuovo la sua posizione e ha chiesto un grande comando per un paese europeo, ad esempio l’Italia o la Spagna poiché la sfida è l’Europa del Sud. Ma Roma e Madrid si affrettate a dichiarare che non vogliono di tale onore. Concludendo, le aspirazioni francesi fanno un buco nell’acqua. L’ambasciatore Jacques Jessel ha formulato l’osservazione seguente: "Un diplomatico debuttante lo sa: se si avvia un negoziato avendo un’esigenza essenziale, occorre formularla prima di assumere un impegno di cui costituisce la condizione sine qua non! La domanda francese di un comando dovrebbe essere abbordata in occasione di negoziati discreti con gli Stati Uniti. Poiché la Francia ha avuto ruoli importanti nella NATO prima di lasciare l’ordine integrato, era logico che Parigi formulasse tale domanda. In compenso, era prevedibile che Washington rifiutasse il comando dell’Europa del Sud, perché include quello del VI flotta americana che gli Stati Uniti non possono ovviamente porre sotto un’autorità straniera. Parigi avrebbe probabilmente potuto ottenere un altro posto, ma non in questo modo incoerente. Non si poteva farlo fallire meglio. Nel settembre 2007, Laurent Zecchini ha scritto: "Parigi pone fin d’ora due condizioni principali. Un ritorno della Francia nella struttura militare integrata dell’alleanza (Atlantica – PV) può prevedersi soltanto parallelamente a proiezioni sostanziali dell’Europa nella sua politica di difesa. E, in secondo luogo, la NATO deve intraprendere un rinnovamento profondo, che passa per un nuovo concetto strategico (…) il ragionamento è il seguente: se la Francia cessa di essere un partner difficile, i suoi partner europei dell’alleanza cesseranno forse di rallentare i progressi della difesa europea.” Quali saranno i fattori d’inerzia? Le rappresentazioni della Francia ereditate della sua posizione precedente saranno difficili da superare? Quale sarà il gioco della Russia? Come la prossima presidenza degli Stati Uniti concepirà le relazioni nella NATO? Nessuno può dire quali saranno i risultati della politica europea di sicurezza e di difesa nel 2025, ma si tratta senza alcuno dubbio di un affare da seguire.

 

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