LA POLITICA (STRATEGIE PER IL CONFLITTO) AL CENTRO, di GLG

gianfranco

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PRIMA PARTE (e approccio al problema)

Tra un bel po’ di materiale in merito all’argomento che tratteròin questa prima parte, ho trascelto due scritti (di fonti diverse) che ritengo utile leggere. In ogni caso, svilupperò le mie considerazioni in merito al rapporto esistente tra nemici anche nel momento del loro scontro acuto (e talvolta definitivo). Gli articoli, scelti per esemplificare il problema, riguardano la seconda guerra mondiale e si rifanno soprattutto ai rapporti tra organizzazioni economiche (in particolare grandi imprese) di Usa e Germania in contatto piuttosto stretto fra loro. E’ però chiaro che i rapporti tra nemici, nello scontro decisivo per la vittoria di uno sull’altro, non sono solo quelli economici e riguardano tutto quanto sempreavviene in tale evenienza, in ogni epoca della storia umana. In effetti, l’interpretazione più banale di tale fatto è la volontà diuomini e gruppi del settore produttivo di perseguire il proprio profitto, fregandosene altamente degli interessi in gioco per il proprio paese. Allora, tale fenomeno sarebbe caratteristico soprattutto dell’epoca capitalistica e i capitalisti sarebbero individui immorali solo concentrati sui propri guadagni personali.

Anche se fosse così, si tratterebbe comunque di un fenomeno che induce a considerazioni un po’ più complesse di quelle dettate dalle convinzioni elementari di certi movimenti anticapitalisti. In effetti verrebbe in evidenza che il vero “internazionalismo” non è quello delle classi dominate (“proletari di tutto il mondo unitevi”) bensì riguarderebbe proprio la classe antagonistica (la “borghesia”) rispetto a quella dominata e sfruttata (la classe operaia), la quale generalmente non ha mai saputo opporsi allo scontro tra paesi capitalistici ed è sempre stata portata in guerracon l’inconsistente opposizione di deboli gruppi politici (rappresentanti ristrette parti della popolazione), facilmente messia tacere e spesso spazzati via. In realtà, la situazione è piuttosto differente.

Da sempre, in ogni epoca della storia umana, arriva il momento in cui si giunge all’urto aperto e definitivo tra gruppi al potere in certe aree territoriali, dove abitano consistenti insiemi umani unitiin dati sistemi di rapporti sociali di vario tipo e controllati in varia guisa da detti gruppi. Tali insiemi (divisi verticalmente in strati e orizzontalmente in più comparti) sono in genere almeno per quanto riguarda la loro parte attiva nelle dinamiche politiche deidiversi paesi (o aree) d’insediamento interessati a seguire i gruppi di potere in questione nel momento del loro acuto conflitto; salvo quando arriva la sconfitta di uno di questi, che dissolve a volte l’interesse dei subordinati al perdente e la frequente emersione fra essi di chi tenta di riorganizzarsi, a volte (non raramente) piegandosi al vincitore.

I gruppi predominanti in dati paesi o zone da essi controllati non possono non arrivare infine allo scontro per affermare la loro supremazia su aree ancora più estese. Non esiste se non nell’ipocrisia dei dominanti in epoche in cui vi è un certo equilibrio di forze tra gruppi di potere nelle varie zone alcuna possibilità di vera pace e di proficuo rapporto tra essi. In realtà, lo ripeto, la pace è solo un periodo di conflitti più sordi, non affidatiallo scontro armato tra i contendenti (se non in certe aree limitate)poiché si ammettono ancora margini di mediazione e di possibilità di reciproca convivenza, salvaguardando i propri principaliinteressi con accettati margini di soddisfazione per i contendenti.

Ad un certo punto si apre senza più rimedio il conflitto aperto, una bella guerra. Questo però richiede che, nella fase (spesso lunga) che la precede, vengano maturando le condizioni per una “alleanza” tra più contendenti, che devono alla fine costituire due blocchi relativamente uniti fra i quali può allora iniziare l’urto definitivo. Ogni “alleanza” ha sempre all’interno delle “disunioni”, che tuttavia si presentano del tutto minori e consentono lo scontro tra due nemici irriducibili e decisi a prevalere l’uno sull’altro.

Ebbene, arrivati a questo punto, nel mentre le “truppe” (in senso molto generale) dei contendenti si scontrano “sul terreno” (sempre detto in generale), vengono mantenuti canali vari di contatto tra di essi. Canali che poi ovviamente vengono allo scoperto quando una delle due “alleanze” tende a prevalere e quindi iniziano le trattative per la resa degli uni e la vittoria degli altri. Fino a quel momento, i contatti sono magari ridotti al minimo (ma non troppo) e sono tenuti rigorosamente segreti. E quasi sempre lo rimangono anche dopo la fine dello scontro acuto e senza quartiere (gli storici sono assai “inefficienti” a tal proposito; e sembrano pagati per esserlo).

Sempre per rifarsi alla seconda guerra mondiale, nulla conosciamo – e gli storici “contemporanei”, veri falsificatori del ramo che coltivano, non ricercano come appena detto un bel nulla e alterano anche quanto si può ragionevolmente supporre – dei rapporti intrattenuti tra Germania (in fase di supremazia nei primi anni) e Inghilterra (in fase di incombente sconfitta). Ci si è raccontata l’invereconda “storiella”, secondo cui la vittoria aerea della Raf sulla Lutwaffe nei cieli della Manica avrebbe salvato l’Inghilterra dalla definitiva “botta”, ormai sull’orlo della realizzazione. Il viaggio di Rudolf Hess in Inghilterra è stato completamente alterato nelle sue finalità; costui è stato arrestato,detenuto e poi condannato alla fine della guerra all’ergastolo. Nel 1987, a 93 anni, venne graziato e subito prima di uscire dal carcere muore; ufficialmente per suicidio, ma con il sospetto che sia stato invece ucciso in vista della scarcerazione poiché poteva magari dire cose “non gradite” sui motivi reali del suo viaggio in Inghilterra.

L’intelligenza, certo un po’ “sospettosa”, suggerisce accordi – quali e come fossero concretamente configurati è difficile supporlo nei particolari – che hanno fatto scegliere alla Germanial’attesa per la soluzione finale della guerra sul fronte occidentalein modo da potersi dedicare all’aggressione dell’Urss con la convinzione, rivelatasi erratissima, di disfarla in poco tempo. Tuttavia – e anche questo resta non detto – la resistenza vittoriosa di quel paese ha lasciato di stucco la dirigenza inglese e anche quella statunitense. Erano tutti convintissimi che l’Urss si sarebbe dissolta in poco tempo; vi è stato un netto mutamento della storia con quella vittoria e la sconfitta della Germania, logoratasi nell’impresa ritenuta di grande facilità. Aggiungiamo, come questione minore, che anche il carteggio tra Churchill e Mussolini – sequestrato a Dongo durante la cattura del Duce, seguita dalla sua fucilazione – non si è trovato; è assai facile supporre che lo stesso CLN abbia deciso di riconsegnarlo agli inglesi. E pure quello conteneva senz’altro molte “notiziole” interessanti e che farebbero valutare lo scontro tra potenze in quella guerra con occhi parzialmente diversi.

In ogni caso, è solo ex post, quando i giochi si sono conclusi, che tutti si dedicano a descrivere il conflitto come sfida all’ultimo sangue (sul tipo dei western americani), con l’irriducibile volontà di vincere o morire. In realtà, durante lo scontro, si mantengono aperti vari canali di comunicazione per appurare le varie possibilità di risoluzione in base all’andamento della guerra lungo tutto il suo corso. Poi, quando uno dei contendenti prevale, sembra che i nemici siano stati permanentemente senza alcun contatto né possibile mediazione fra loro. Bisogna invece mettersi in testa che sempre – e dunque anche nell’epoca capitalistica, in cui la prepotente entrata in gioco della sfera economica (produttiva e finanziaria) ottunde la mente dei sedicenti studiosi e pensatori – la POLITICA, nel suo pregnante significato di strategie per la vittoria in un conflitto, prevale su tutto il resto, è quella che detta le regole per la conquista della supremazia di date potenze su altre. Non è il profitto a guidare le azioni “supreme” che imprimono un dato carattere ad una determinata fase storica; è la POLITICA nel senso appena detto.

Logico quindi che imprese americane e tedesche  (non certo quelle piccole, che tanto sono amate oggi dai “sismondiani di ritorno”) tenessero i contatti anche durante un conflitto delle proporzioni e violenza della “seconda guerra mondiale”. Esse davano ovviamente per scontato che quest’ultima stava sconvolgendo il quadro del cosiddetto “mercato mondiale”. Occorrevano quindi molte capacità inventive, ma anche di mediazione e compromesso, nel direzionare lo svolgimento dei processi produttivi e di smercio. Non si dovevano però perdere del tutto i vantaggi conquistatati con la collaborazione e intreccio in merito ad innovazioni produttive e tecnologiche e almantenimento di dati canali di vendita malgrado le difficoltà insorte con uno scontro di quella portata e violenza. E restavano in attesa di vedere quale dei contendenti sarebbe risultato vincente e quale perdente per indubbiamente poi modificare l’ordine della prevalenza all’interno di quell’interrelazione di interessi.

Di conseguenza, simili intrecci tra nemici – sul piano economico come anche in altre sfere e apparati – mostrano come nel conflitto, quando si fa aperto e irriducibile, diventa centrale il gioco delle strategie per vincere il confronto e assumere la supremazia rispetto all’avversario. Tutto il resto è continuo arrangiamento tra gli avversari per mantenere aperti più canali di comunicazione, indispensabili anche nello scontro più violento e senza quartiere che ad un certo punto viene affrontato da essi. I centri strategici del conflitto se ne stanno ben nascosti e conducono giochi di cui la stragrande maggioranza delle popolazioni, in sofferenza per la guerra aperta, deve restare ignara, pena lo scoprire le proprie carte migliori nella tensione a prevalere sul nemico. Quindi, come ribadiremo più avanti nella seconda parte, la POLITICA, nel suo significato più pregnante, riguarda appunto le strategie da mettere in opera per vincere. Essa permea l’intera struttura interrelazionale dei rapporti sociali: economici (nella sfera produttiva e finanziaria), ideologico-culturali, oltre a quelli detti più comunemente politici relativi allo Stato, partiti, associazione e lobbies varie e via dicendo. Insisteremo sul punto.

       

La politica al comando di GLG

gianfranco

 

“La politica al posto di comando”. Non è solo una parola d’ordine, bensì una oggettiva considerazione del posto occupato dall’azione di personaggi e gruppi politici da loro diretti nel susseguirsi degli eventi storici. Ovviamente essi agiscono nell’ambito di situazioni oggettive, che non sono semplicemente determinate dai loro propositi e delle quali devono invece tenere ben conto, analizzandole a fondo, se non vogliono semplicemente muoversi alla cieca essendo quasi sempre spazzati via. Coloro che sanno tener conto di quanto non può non influenzare ampiamente le loro modalità di intervento evitano d’essere semplicemente trascinati dal tranquillo o invece vorticoso mulinare degli accadimenti. Diciamo che sono come i surfisti che non possono determinare l’andamento delle onde, ma sanno in modo migliore o meno buono reggersi su di esse, ognuno cercando di arrivare primo alla meta; i peggiori (a volte “sfortunati”) sono travolti e cadono dentro quelle onde e allora non riescono più a raccapezzarsi di dove siano e di dove stiano andando. Il fatto è che oggi la politica è soltanto un comportamento da maneggioni di basso conio, che cercano di primeggiare nell’imbrogliare una massa di persone assolutamente ignare di quello che si svolge nell’ambito di quelle organizzazioni di inetti, che vengono chiamate partiti. La politica assume l’andamento della pubblicità e delle varie tecniche di marketing con cui le imprese cercano di influenzare i cosiddetti “gusti” dei consumatori per far loro preferire una marca rispetto alle altre nella più totale ignoranza di tali “soggetti passivi”, che poco o nulla conoscono delle qualità effettive dei prodotti che acquistano e dei processi lavorativi che li pongono in essere. E’ il male ormai secolare della sedicente “democrazia” elettorale, nel cui ambito non si svolge la vera politica, ma solo appunto campagne pubblicitarie di pura menzogna e falsificazione del reale. Ed è in quest’ambito che viene dato spazio a squallidi personaggi, denominati economisti (alla stessa stregua di altri, pochi, che hanno invece ben altra consapevolezza di quanto studiano con serietà), volgari affabulatori con la testa piena di grafici e tabelle, ignoranti delle reali situazioni e di come sia necessario compiere una serie di mosse strategiche in base ad uno studio attento sia degli svolgimenti reali oggettivi, che non possono essere soltanto resi statici e fissati in dati numerici (questi, al massimo, possono essere un coadiuvante, ma da considerarsi impreciso e non raramente ingannevole), sia delle (re)azioni degli avversari che rendono assai mobile e scivoloso il terreno su cui ci si confronta e ci si scontra per la supremazia. Una nuova epoca, non così miserabile come l’attuale, potrà aprirsi soltanto quando tornerà la vera politica e saranno messi ai ferri (possibilmente roventi) i politicanti odierni e quel putrido ceto intellettuale, che imperversa in ogni ambito di comunicazione e (falsa) informazione. Questi sedicenti intellettuali sono ignoranti e mentitori, venduti a coloro che usano semplicemente, in ogni ambito (dall’economico al politico e culturale), di modalità di inganno e rimbambimento dei “consumatori”. E i politicanti cercano solo i voti di questi ultimi; nessuna grandezza di visione, zero coerenza, dicono bianco e nero a 24 ore di distanza. Nessuno di loro crede in nulla salvo che nel poter vendere i propri “prodotti” ormai marci, che procurano sempre più gravi infezioni sociali. Altro che vaccino contro il morbillo e via dicendo. Un reale potentissimo disinfettante mirato contro politicanti e “intellettuali” di regime.

QUALCHE IPOCRISIA (E IDIOZIA) IN MENO, di GLG

gianfranco

La prima è che in politica non ci può essere verità; nemmeno nel comportamento individuale, che implica una serie di relazioni tali da poterci talvolta mettere in serie difficoltà. Detto in generale: tra Stati, tra partiti, tra associazioni varie e, appunto, tra individui, corrono continuamente dei conflitti e dunque delle situazioni che è necessario nascondere o alterare per salvaguardarsi da danni a volte irreparabili. La vita interrelazionale (tra paesi, gruppi sociali, ecc.) è sempre conflittuale. Solo Robinson, ma una volta naufragato e finito sull’isoletta, sembra dover fare i conti soltanto con la “natura”. Quando però arriva Venerdì, non ha veri conflitti semplicemente perché riesce a farlo suo servo o schiavo addirittura. E costui accetta (nel romanzo di Defoe) di essere il “fedele” servitore. In realtà, un vero Robinson (non romanzato) non avrebbe mai potuto dormire sonni tranquilli, né distrarsi durante la giornata (soprattutto se avesse dovuto consegnare al servo qualche arma o strumento appuntito per aiutarlo a cacciare la selvaggina o pescare); il pericolo di morte o di essere comunque sopraffatto sarebbe stato incombente in ogni momento. Quindi, come ben si vede, nel conflitto non sempre si è l’aggressore; a volte ci si deve difendere. In ogni caso, anche per semplice difesa, è necessario nascondere le proprie mosse e intenzioni. E quando le mosse sono necessariamente eseguite senza mascheramento, si cerca allora di alterarne il significato e nasconderne le finalità effettive. Infine va detto che a volte si aggredisce per primi per evitare che sia l’avversario a scegliere il momento più adatto all’attacco. Sia che ci si difenda sia che si aggredisca, non si è mai sinceri sulle proprie intenzioni, sulle mosse che verranno compiute; altrimenti tutto “va a patrasso”. Quindi la si smetta con le litanie sulla verità; soprattutto quando si ha a che fare con la politica. E tanto più si tratta di alta politica – non quella di questi miserabili politicanti odierni, in modo del tutto speciale nel nostro disastrato paese governato da meri furfanti di mezza tacca; e con anche ceti dirigenti nella sfera economica che sono quanto di peggio si possa immaginare – tanto più non c’è, perché non ci deve essere, verità, sincerità e tutte le altre fesserie su cui un “popolino” molto ignorante continua a cianciare. Se i tuoi “governanti” fossero sinceri e buoni (simili coglionerie lasciale dire ai preti e al Papa, che sanno bene di raccontare storielle), tu, caro popolo, saresti comunque fottuto e sempre sottomesso e vessato da altri. Il grave è trovarsi in tale situazione proprio con gli attuali governanti, mentitori, ipocriti e pure mentecatti, inetti, farabutti da trivio, gentaglia che dovrebbe essere gettata al macero.

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Una seconda verità è quella relativa all’errore madornale di definire ladroni determinati politici (quasi tutti, in definitiva). Naturalmente, essi vengono esplicitamente dipinti così soltanto quando vanno in disgrazia per vari motivi, su cui adesso non mi soffermo; fin che sono in auge e riescono a mantenere il potere, non ha grande rilevanza se sono o non sono considerati ladroni, nessuno oserà toccarli. Nemmeno la magistratura tipo quella di “mani pulite” si muoverebbe; e se anche essa facesse qualche tentativo in tal senso, il tutto alla fine si risolverebbe nel nulla e nella dimenticanza da parte della stragrande maggioranza della popolazione. Tuttavia, queste considerazioni non bastano. Quando si ha a che fare con personaggi “di Stato” di effettivo valore, bisogna avere il buon senso di comprendere che costoro rischiano nella loro attività. In particolari contingenze pure la vita, ma questo è più raro e riguarda situazioni di scontro e di possibili rivolgimenti politici effettivamente assai acuti. Nella maggioranza dei casi, i pericoli sono minori, ma comportano comunque la caduta in disgrazia dei personaggi in questione, la necessità di ritirarsi dalla politica e talvolta anche di espatriare e andare a vivere altrove; un altrove che per quanto riguarda i politici di un certo valore non è quasi mai ignoto, a meno che non si tratti di capi “terroristi” (ma anch’essi vengono infine scovati). In ogni caso, è indispensabile per chi si trovi in situazioni del genere avere a disposizione una notevole quantità di fondi, altrimenti si resta alla mercé del nemico che ti ha già sconfitto e messo in condizioni di netta inferiorità. Ad es. un personaggio come Trump è uomo d’affari e ricco di per suo. Se andiamo però a personaggi soltanto politici (pensiamo, facendo esempi a casaccio, a Putin o al premier cinese o a Erdogan o magari Maduro, e via dicendo; e perfino al nostro Craxi dei tempi passati), questi devono essere in grado di filare alla chetichella se fosse necessario. E devono già sapere bene dove andare e quali “correnti” e apparati di quegli Stati (e i loro dirigenti) li possono meglio proteggere; e non certo perché sono amati e rispettati da costoro. Chi cade in disgrazia e deve magari “allontanarsi”, ha necessità d’avere a disposizione molti fondi per ungere un bel po’ di ruote. Anche in tal caso, perciò, la si smetta di essere così ignoranti e bestioni con il cervello foderato di prosciutto. Sempre che vogliamo avere alla direzione dei nostri paesi uomini “con i coglioni”. Se invece ci si accontenta di fantozziane “merdacce” come quelle che ci governano da alcuni decenni, allora è giusto protestare ogni volta che simili nullità si appropriano di fondi pubblici o comunque commettono gravi imbrogli.
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STATI E POLITICA, di GLG

gianfranco

 

 

Desidero precisare intanto, molto sommariamente però, che ritengo di evidenza assoluta la non esistenza di un potere sovranazionale, di cui tutti gli Stati sarebbero strumenti. Se così fosse, esisterebbe un ottimo coordinamento internazionale e non si assisterebbe a questo disordine conflittuale crescente (anche interno a singoli Stati come oggi nel più potente d’essi, gli Usa). Gli Stati, quali concreti sistemi di apparati variamente configurati a seconda della storia di singoli paesi, sono certo strumenti, ma di centri di potere che hanno ancora un carattere di tipologia nazionale (e, lo ripeto, all’interno di un singolo paese esistono pure gruppi in competizione fra loro, con capacità differenti di formare attorno a sé dei “blocchi sociali”, assai diversi dalle “classi” come pensato in altri tempi). Oggi, il conflitto tra più gruppi di potere – conflitti tra i quali sempre più prevarrà alla lunga quello tra paesi, anch’essi alla fine costretti ad allearsi a gruppi per meglio confliggere – tenderà a rendere necessaria la resa dei conti come nel secolo XX (nella prima metà essenzialmente).

C’è ancora tempo, ma per capire il mondo è oggi necessario tentare di capire il multipolarismo crescente, che comporta un disordine tale (con continui mutamenti di mosse, anche contraddittorie fra loro, dei vari “attori”) da rendere non a caso estremamente difficili le spiegazioni del comportamento di questi ultimi; e dunque le concomitanti previsioni sugli assetti mondiali in formazione in non brevi periodi di tempo. Per il momento tali assetti mostrano una notevole labilità e mutano rapidamente. Si cerca di avanzare previsioni su orientamenti definiti in termini molto generali e a maglie assai larghe. Per questo fanno ridere coloro (in primo luogo gli economisti, ormai volgari tecnici) che, con grafici e tabelle e statistiche illustrate come qualcosa di assolutamente preciso mentre sono passibili di errori marchiani, ci dicono in modo pressoché certo (magari con le opportune percentuali di probabilità, pur esse fissate con grande prosopopea) l’evoluzione per anni e anni a venire. Bisogna mettere in primo piano la POLITICA quale insieme di strategie di conflitto, quindi sempre mutevoli proprio perché ogni “attore” in lotta deve modificare le mosse in base a quelle degli altri. E in questa lotta, lo ricordo ancora, gli Stati – intesi non come mistica unità di un popolo o di una “classe”, ecc. ma quale effettivo complesso di apparati strutturati secondo specifiche modalità “storiche” – diventano fondamentali strumenti di lotta.

PROCEDIAMO LENTAMENTE, MA PROCEDIAMO di Gianfranco La Grassa

Avvertenza. Questo è un saggio prevalentemente teorico è sarebbe da sito più che da blog. Per vari motivi, lo si deve mettere intanto nel blog.

 

1. I neoliberisti puri o quasi, che sono oggi tantissimi (perfino molti che chiedono talvolta l’intervento dello Stato per interessi specifici), sono convinti che il libero mercato – e le sue pretese leggi, che A. Smith compendiò nell’impersonalità e ineludibilità della “mano invisibile” – regolino ferramente ed oggettivamente il movimento del sistema economico. Altri, i “critici” che “più critici non si può”, affermano il primato assoluto (o quasi) del potere politico e delle sue manovre tese a guidare l’economia verso la realizzazione delle decisioni prese da determinati gruppi dominanti in modo preciso e consapevole. Ognuna delle due posizioni estremizzate coglie “verità parziali”, assai carenti. Nemmeno, credo, si può semplicisticamente sostenere che la “verità sta nel mezzo”: un po’ di questo e un po’ di quello.

Il sistema capitalistico è molto complesso, composto di tanti pezzi articolati tra loro, ma non coordinati da un superiore centro che “tutto vede e provvede”. La sfera economica “superficiale” di detto sistema è generalmente costituita da una rete mercantile in cui operano unità “produttive” – in senso lato, nel senso che pongono in essere beni e servizi, oggetti materiali (di consumo e di produzione) come flussi finanziari, ecc. – denominate imprese. Il sistema complessivo, tuttora definito capitalistico, è un insieme di più sfere sociali (distinte nettamente solo in teoria, ma che comunque hanno loro caratteri particolari: un apparato statale non è confondibile con un’impresa, ecc.). Tale insieme, nel mondo odierno, è considerato appunto capitalistico senza molte specificazioni; tuttavia, sia in senso storico-temporale sia in riferimento allo spazio geografico-sociale, culturale, ecc. ha conosciuto (tra XIX e XX secolo, ad esempio) e conosce, nelle differenti aree odierne, differenziazioni considerevoli.

L’impresa, considerata una unità economica per eccellenza, è in realtà operante in due ambiti differenti pur se intrecciati. E’ ripiegata all’interno di se stessa per assicurare appunto la sua unità; vi è poi l’intreccio interattivo delle varie unità costitutivo del famoso “mercato”, quello dotato di presunte leggi inattaccabili e cui bisogna piegarsi. Tali leggi si possono sfruttare entro certi limiti – parlo dell’opinione di un neoliberista – riconoscendo però prima di tutto la loro oggettiva, quasi naturale, ineluttabilità. Non è possibile, ad es., evitare sulla Terra la gravità, ma la si utilizza per ottenere risultati utili. La stessa impostazione del problema varrebbe appunto per quanto concerne il mercato. In quest’ultimo, le imprese non cooperano salvo che non sia vantaggioso unirsi in gruppo per meglio competere con altri gruppi. E l’eliminazione di molte di esse, talvolta di interi settori in cui operano diverse imprese, non è sempre un guaio per l’“organismo” sociale, tutt’altro; si pensi alla prevalenza delle imprese “innovatrici”, o anche semplicemente di quelle con costi minori grazie a più oculate organizzazioni. Si pensi al costituirsi di interamente nuovi settori produttivi in base a quelle che vengono definite “rivoluzioni industriali”.

L’unità interna dell’impresa è in realtà granulosa, è segmentata e stratificata in numerose “sub-unità”, tenute insieme in modo più o meno cogente od elastico a seconda delle contingenze. L’insieme va coordinato da un “nucleo centrale” che costituisce l’organo dirigente, variamente strutturato; individuale non lo è ormai più nelle imprese di dimensioni considerevoli, anche se un nome può fungere da rappresentante del gruppo di vertice. In genere, quest’ultimo è formato da un certo numero di individui “costretti” a cooperare affinché non si dissolva l’unità dell’impresa. Il “nucleo” dirigente non ha però mai solo funzioni di coordinamento interno. I suoi “ordini” vengono pure inviati alle sottounità che costituiscono la delimitazione di quell’unità imprenditoriale verso l’esterno; spesso anzi le decisioni dei dirigenti – le quali, in tal caso, non assumono certo la veste degli ordini – sono direttamente “inoltrate” verso l’esterno (l’ambiente), ignorando la “membrana” che delimita la “cellula imprenditoriale”. Che le funzioni coordinatrici, rivolte all’interno, e quelle dirette di fatto a mantenere l’unità imprenditoriale nei confronti del suo “ambiente” (detto appunto mercato), siano espletate dal medesimo gruppo di persone oppure no, non ha soverchia importanza. Nelle grandi imprese c’è solitamente una divisione di compiti tra chi ha compiti interni e chi invece esterni. Decisiva è, tuttavia, la distinzione funzionale, non personale. Perché all’esterno non si agisce con le medesime modalità delle operazioni di coordinamento interno delle diverse parti di cui l’impresa è costituita.

 

2. Le teorie dominanti vedono nell’impresa la cellula operativa per l’accrescimento della ricchezza e del benessere dei cittadini/consumatori; anche perché la concorrenza in base agli stimoli provenienti dal mercato (con le sue “leggi” ineludibili) migliora la produttività, spinge all’innovazione (di prodotto e di processo), abbassa i costi e, dandosi certe condizioni, i prezzi. In termini macroeconomici, è ammissibile il prodursi di un eccesso di offerta rispetto alla domanda, per cui occorre l’azione “correttiva” dello Stato (tramite la spesa pubblica) onde sopperire a tale discrepanza. Nessun dubbio comunque sul fatto che l’economia debba funzionare in base alle attività (anche innovatrici) delle imprese e alla loro concorrenza (interazione conflittuale) nel mercato; l’intervento della spesa statale non mira affatto ad alterare il funzionamento di quest’ultimo e delle imprese in esso. Le teorie “critiche” puntano sul fine del profitto come centrale ed essenziale per l’impresa, il che entrerebbe in contrasto, in date contingenze, con il benessere della collettività. Da qui molte teorie riformiste, tutte sempre convinte di poter contemperare le esigenze del capitalismo e quelle della “collettività” (indistinta, in quanto massa di lavoratori e consumatori).

Il marxismo si pone in un altro “universo” rispetto a simili teorie. Esso considera la funzione progressiva espletata dal capitalismo, inteso però come sistema di più unità produttive in mano ai proprietari dei mezzi di produzione, viste soprattutto come unità di trasformazione e, appunto, di sviluppo delle forze produttive, compreso il progresso tecnico; quindi considerando prevalentemente le innovazioni di processo e non tanto quelle di prodotto. Lo sviluppo è accompagnato dalle crisi economiche, intrinseche allo stesso (non eventi dovuti ad errori o imperfezioni del meccanismo), su cui i marxisti di “seconda generazione” hanno insistito, in pratica dissolvendo l’elemento centrale della teoria di Marx. Questa metteva soprattutto in luce, a parte lo sviluppo economico a sbalzi (senza pensare ad alcun “crollo” del sistema, aberrante conclusione di pseudo-marxisti presi per troppo tempo sul serio), l’enuclearsi della base sociale essenziale – il lavoratore collettivo cooperativo, unità di potenze mentali e di capacità esecutiva – della transizione ad una diversa formazione sociale: il socialismo, prima, e poi il comunismo. Essendo sbagliata (ma non irrealistica o utopica) la previsione circa la dinamica sociale comportante la nascita di tale lavoratore collettivo, ne risultò errata anche quella del comunismo.

In ogni caso, nessuna delle varie teorie qui accennate ha mai messo in dubbio che la razionalità centrale nel capitalismo è quella della produzione a mezzo dell’impiego minimo possibile di mezzi produttivi (ivi compresa la forza lavoro considerata in questa veste) per ottenere un dato risultato. Ci sono state diverse variazioni sul tema, ma hanno solo creato una teoria più confusa e complicata, riducendo una scienza comunque sociale ad un insieme di tecniche, o aziendali o di sedicente politica economica, di maggiore o minore successo: del tutto temporaneo e in condizioni date, che mutano spesso in periodi storici nemmeno troppo lunghi. Tutto ciò ha soltanto sbriciolato, polverizzato, la teoria, diminuendone la portata conoscitiva; in effetti, la teoria si è autoconsunta. Parlare delle chiacchiere odierne degli economisti come di una scienza è il sintomo preciso del degrado inarrestabile del pensiero in quest’epoca di totale appiattimento culturale, fatto passare comicamente come innalzamento della “cultura delle masse” (in realtà del loro abbrutimento, che non so come definire poiché dirlo bestiale è piuttosto razzistico nei confronti delle bestie).

Il problema decisivo è di capire dov’è il fulcro del dominio capitalistico, che non è differente, nella sostanza, da quello esistente in formazioni sociali differenti. Non si tratta però di ignorare, o di sottovalutare, la razionalità appena considerata, che è quella definita “economica” in senso lato, senza esclusivo riferimento alla sfera della società più specificamente economica, sia produttiva sia finanziaria. Questa è la razionalità del minimax, cioè del minimo dei mezzi (per realizzare un obiettivo) o del massimo risultato conseguito con dati mezzi. Si tratta senza dubbio della principale, spesso dell’esclusiva, razionalità impiegata nell’esercizio di una singola attività; con riferimento al “soggetto” rappresentato dall’impresa, è la razionalità applicata prevalentemente al suo interno, nella sua gestione, nel coordinamento delle sue sottounità e reparti, nell’organizzazione del personale in essa impiegato (secondo date strutture gerarchiche).

Che la razionalità del minimo mezzo abbia delle limitazioni, che le gerarchie siano a volte molto flessibili ed elastiche, non cambia affatto la sostanza del problema. L’attività dell’impresa è retta da questa razionalità (più o meno deformata da vari intralci: mancanza di conoscenza, azione delle imprese concorrenti, ecc.). Le stesse ricerche svolte in merito all’ambiente esterno (mercato in primis) – numero e consistenza dei concorrenti, capacità di assorbimento di quei dati prodotti da parte di strati vari di consumatori (divisi per livelli di reddito, abitudini di consumo, ecc.) e via dicendo – partono sempre dal presupposto che ogni soggetto si comporti dando la prevalenza a comportamenti razionali di tale tipologia, pur se poi si ammettono varie deviazioni dagli stessi; ma sono deviazioni rispetto a quel “modello di razionalità”, che resta quindi come “baricentro” dell’attività dei vari “soggetti” (anche gruppi di individui).

Non ho nessuna intenzione di mettermi a discettare sulla “natura umana”, discorsi che non mi competono. Per quel poco che so di storia, tuttavia, mi sembra che i “soggetti” (individui come anche gruppi più o meno numerosi degli stessi, variamente organizzati al loro interno) abbiano nel contempo finalità razionali diverse da quelle del minimax (che possono ben essere studiate con il ricorso alle “robinsonate”): finalità di conflitto, più o meno acuto, sempre però teso a prevalere in un qualche modo ed in una qualche misura. Gli elementi di cooperazione – più spesso mere alleanze – sono funzionali ad un simile conflitto teso alla supremazia. Così pure il coordinamento e organizzazione delle forze di un dato gruppo (anche di un’impresa dunque) sono finalizzati a questo scopo “superiore” (senza caricare di valore, positivo o negativo, tale termine; semplicemente è fine sovraordinato rispetto agli altri). A parità di ogni altra condizione, non vi è dubbio che è utile risparmiare in mezzi per conseguire un obiettivo; le forze restano più integre e disponibili per il futuro. Ha però poco senso risparmiare in mezzi se ciò comporta impossibilità di vincere in una competizione, se si apre così la strada alla supremazia di altri.

 

3. Una piccola digressione è tutto sommato utile oltre che preziosa per le sue indicazioni. Non i soli marxisti hanno spesso insistito sul fatto che il fine del capitalista è il massimo profitto. Se questo non può essere conseguito, per varie limitazioni poste alla razionalità del minimax, si tratterà comunque di un profitto “adeguato”, di un profitto calcolato su più lunghi periodi di tempo, e via modificando l’ipotesi originaria per apparire più concreti e aderenti all’empiria. In realtà, si stanno aggiungendo specificazioni teoricamente non molto consistenti. L’adeguatezza del profitto, il lungo periodo di tempo su cui calcolarlo, ecc. sono mascheramenti del fatto essenziale: il profitto è un mezzo per acquisire maggiore forza in vista dell’obiettivo principale, la ricerca della vittoria finale e della conquista della supremazia: definitiva o provvisoria, completa o parziale, con alleanze e/o compromessi temporanei o intransigenza radicale, ecc.

Forse pure Marx si è lasciato parzialmente obnubilare da quell’obiettivo (profitto) che è solo un mezzo per altra e ben più rilevante finalità. Egli tuttavia non voleva mettere in luce la sete di guadagno del capitalista; non so quante volte affermò che questi non è un avaro, non è il “mercante di Venezia”, non accumula per accumulare, falsa interpretazione del suo pensiero da parte degli epigoni (purtroppo in essa cadde pure Lenin, che però si liberò presto di simile condizionamento). Il punto centrale – per chi avesse voluto capire l’analisi del “Nostro” e la funzione della teoria del valore (e plusvalore) – non è tanto la “scoperta” della differenza tra lavoro (“sostanza” e misura del valore) e forza-lavoro (fonte del lavoro come valore) ridotta a merce nell’ambito dei rapporti di produzione capitalistici. L’acquisizione decisiva del pensiero marxiano (di cui fa testo proprio il paragrafo sul feticismo della merce, che alcuni superficiali commentatori hanno confuso con l’alienazione) è lo svelamento dell’inganno rappresentato dalla “libertà borghese” (capitalistica), fondata sull’eguaglianza dei possessori di merci, essendo merce anche la forza lavoro venduta come qualsiasi altra merce posseduta da ogni libero venditore di merci.

La cessione delle merci – che significa di fatto scambio fra esse con l’intermediazione del denaro, “merce” accettata “universalmente” in questa sua funzione – sottostà, tuttavia, a date “leggi”, che vengono contrabbandate per “naturali”, quindi per inesorabili e ineludibili. Se esse portano alle crisi, bisogna rassegnarvisi come ad un’eruzione vulcanica, ad un terre(mare)moto. In questo senso la merce è un feticcio, sembra impartire dall’alto i suoi “superiori” ordini agli uomini, ma solo nella storica formazione sociale dello scambio generalizzato. Gli individui, in quanto scambiano merci, non si alienano nei loro prodotti; devono piegarsi a “leggi” effettivamente esistenti, essendo dato un certo ordinamento della società, un assetto storicamente specifico dei rapporti sociali di produzione.

La teoria del valore marxiana svela che la libertà e l’eguaglianza dei possessori di merci nascondono una diseguaglianza reale, decisiva: quella implicata dalla proprietà (potere di disporre) dei mezzi di produzione. Da qui non nasce semplicemente lo “sfruttamento” – che in Marx è solo la differenza tra il valore creato dal lavoro erogato dalla forza lavoro e il valore dei mezzi di sussistenza (storico-sociale) necessari al possessore di quest’ultima per mantenerla in buona attività e venderla (“liberamente”) come merce – bensì proprio la disparità di forza, la diseguaglianza quanto a mezzi atti a partecipare al conflitto per la supremazia in società. Questa diseguaglianza riguardo ai mezzi (alla proprietà di quelli di produzione) stabilisce innanzitutto la prevalenza della classe dei proprietari (capitalisti) sui semplici, per quanto liberi, possessori di mera forza lavorativa (in quanto merce fra le altre), che costituiscono la “classe operaia” (poi divenuta, in linguaggio più sindacale, lavoro salariato e infine lavoro dipendente). La diseguaglianza relativa alla proprietà dei mezzi di produzione concerne però anche la “classe” capitalistica, i cui membri sono in perenne lotta per la preminenza nella società, che non è semplice predominio di una classe, ma semmai di frazioni della stessa in fasi diverse della storia del capitalismo.

La diseguaglianza in questione, pur scoperta dalla scienza (marxiana), non ha però immediato significato sociale e politico. Credere che basti rivelare agli operai (ai salariati) che non sono eguali ai proprietari dei mezzi produttivi, e che devono sottostare a “leggi” di mercato nient’affatto “naturali” ed ineluttabili, per farli ribellare, significa essere qualcosa di peggio che ingenui. Solo quando, in occasione delle crisi, le condizioni di vita di una maggioranza peggiorano relativamente a quelle della fase storica precedente, si possono avere fenomeni ribellistici, ma non certo di consapevolezza rivoluzionaria. Si cerca di ripristinare le precedenti condizioni di vita, non di possedere collettivamente i mezzi di produzione. Un possesso, di cui mai si sono comprese le condizioni effettive al di là di vaghe declamazioni ideologiche; un possesso che, una volta stabilito nelle sue forme legali, è risultato essere la semplice proprietà statale, caratterizzata quindi dalla reale capacità di disposizione e controllo da parte di chi deteneva il potere nello (e dello) Stato e nelle organizzazioni (ad es. un partito) che servivano ad esercitarlo.

La ribellione per ripristinare le precedenti condizioni di vita porta più spesso alimento alla lotta tra frazioni della “classe” dominante. E assai frequentemente, coloro che hanno blaterato intorno al possesso collettivo dei mezzi produttivi si sono trovati alleati delle frazioni dominanti della fase storica precedente la crisi, quelle frazioni che rappresentano il passato, la “reazione”, sovente la subordinazione rispetto a frazioni dominanti di altre formazioni particolari in lotta per la supremazia mondiale (viene a qualcuno in testa un qualche riferimento ai fatti odierni?). La teoria originaria di Marx era in grado di sfuggire a quest’uso (improprio) – ma, appunto, solo in sede teorica – grazie a quanto già sostenuto più sopra e da me ripetuto mille volte negli ultimi 15-20 anni.

Detta teoria conteneva la predizione, non immaginaria all’epoca in cui fu formulata, di una dinamica del modo (in particolare dei rapporti) di produzione in direzione del condensarsi di due poli contrapposti nella formazione sociale: il raggruppamento dei produttori in collettivi cooperativi di lavoro (della mente e del braccio) in costante crescita e il gruppo sempre più ristretto dei proprietari ormai ridotti a meri rentier, privi di qualsiasi ruolo fattivo nell’ambito della produzione. Alla fin fine, anche nel pensiero di Marx assunse posizione centrale la razionalità del minimax, della “economicità”. L’uso di tale razionalità era compito del capitalista (proprietario) nelle prime fasi del capitalismo; in questo consisteva la sua funzione utile, che poi, secondo la previsione marxiana, sarebbe andata persa e riassorbita completamente nel lavoratore collettivo cooperativo, pensato appunto quale base sociale oggettiva della transizione ad altra formazione sociale.

La previsione non si realizzò perché era sbagliata l’idea della centralità di quel tipo di razionalità. Essa è invece semplicemente un mezzo per il fine della supremazia; ma quest’ultima – e la razionalità delle mosse (strategie) che a tal fine si dirigono – non sono in diretta relazione causale con la razionalità di quella che può essere definita efficienza economica. Certo, si deve tenere conto dei mezzi che si hanno a disposizione, del loro migliore uso possibile, dell’utilità della loro accumulazione, ma la “visione di lungo periodo” è appunto quella che comprende come detto accumulo non è solo questione interna all’organizzazione, e coordinamento delle parti, di ogni “soggetto” agente (e anche l’impresa è tale), ma dipende ancor più dalla vittoria o sconfitta nella lotta per la supremazia in un determinato campo d’azione (che nella sfera economica è, genericamente parlando, il mercato).

La vittoria o sconfitta (o il compromesso, in genere temporaneo, o l’alleanza o addirittura la cooperazione subordinate allo scopo principale, ecc.) non dipendono esclusivamente dai mezzi a disposizione; anzi, la maggiore disponibilità di mezzi può essere il risultato di una vittoria, non la sua causa. D’altra parte, talvolta chi vince non acquisisce nuovi mezzi, ma distrugge quelli dell’avversario indebolendolo. In ogni caso il conflitto, e le strategie per condurlo, sono retti da una razionalità di tipo ben diverso da quella meramente calcolistica del minimo mezzo o massimo risultato. Il “massimo”, nel conflitto, non è lo stesso massimo che impegna le menti degli economisti o dei contabili. E la via per conseguire tale “massimo” (strategico) non è quella del maggior “risparmio” possibile di mezzi in vista di un dato risultato economico (ad es. il profitto, ma non solo) da realizzare.

 

4. Possiamo allora tornare al discorso principale. Nel passaggio dalle formazioni precapitalistiche a quella capitalistica (passaggio compiuto reiterate volte nel tempo storico e con modalità spesso dissimili da formazione particolare a formazione particolare), si ebbe in linea generale la crescita di importanza della sfera economica (produttiva e finanziaria, tenendo presente che merce e denaro sono consustanziali) nella lotta tra frazioni dominanti per la supremazia sociale. Attraverso processi storici differenziati – in cui uno dei più decisivi è stato la liberazione dei dominati da condizioni servili e la loro trasformazione in salariati, in liberi possessori di merce forza lavoro, senza di cui non sarebbe mai esistito il capitale (in quanto rapporto sociale e non semplice insieme di cose) – si sono andate formando nuove classi dominanti, la borghesia mercantile e poi (fondamentale e nettamente prevalente) quella industriale, dall’artigianato medievale e dalla trasformazione delle classi precedentemente dominanti, ecc.

Per una lunga epoca, caratterizzata dalle manifatture e successivamente da unità produttive industriali di dimensioni relativamente modeste e assai numerose, apparve essenziale la competizione (concorrenza) fra le stesse in base alle innovazioni (soprattutto di processo) e all’organizzazione produttiva. Innovazioni e organizzazione erano compito della funzione direttiva che spettava a chi possedeva i “capitali”, considerati in tal caso nella loro banale veste di proprietà dei mezzi produttivi (e di denaro per acquistarli). In realtà, rilevante era anche allora la “direzione strategica” nell’ambito di questa concorrenza, ma essa sfumava, era coperta, dall’assillo che sembrava preminente: ridurre costi e dunque prezzi per battere i concorrenti. E la riduzione dei costi appartiene appunto alle innovazioni e all’organizzazione, che implicano l’attività del capitalista soprattutto indirizzata alla sfera interna della propria unità produttiva. Non diversamente andavano le cose per quanto riguarda quelle unità “produttive” del mezzo di scambio “universale”, il denaro, e che erano dedite alle varie operazioni concernenti quest’ultimo (“la finanza”, la bestia nera di tutti i superficiali economisti).

Il mercato sembrava dominare la situazione, con le sue leggi oggettive e tassative; l’unico modo di sopravvivere e di prevalere sugli altri era battere gli avversari nell’economizzare le risorse per produrre le merci ad un costo minore, in modo da poterle vendere a prezzi inferiori a quello che, in ogni dato “istante”, era il “normale” vigente nel mercato stesso. Il fine del capitalista era considerato semplicemente nella figura del massimo profitto (pur con tutte le limitazioni che si vogliano individuare con riferimento alla razionalità del minimax); era però del tutto naturale trarne la conseguenza che, perseguendo il suo interesse, il capitalista faceva pure gli interessi degli individui in quanto consumatori.

Il marxismo, malgrado tutti gli aggiustamenti possibili, non ha mai capito sino in fondo – sino ai marx-keynesiani alla Baran-Sweezy – che si dovevano considerare i lavoratori salariati anche come consumatori. Li ha sempre trattati quasi soltanto nella loro condizione di sfruttati, cioè di fornitori di pluslavoro in forma di plusvalore (in definitiva profitto). Il “sottoconsumo” era vizio esplicito dei luxemburghiani, ma è stata malattia più generalizzata dell’intero marxismo “ortodosso”, sia pure talvolta in sottofondo. Mai i comunisti (marxisti) hanno veramente compreso la capacità del capitalismo (imprenditoriale e non meramente proprietario) di elevare, sia pure come trend e passando per fasi (cicli) di crisi (talvolta assai gravi), il tenore di vita dell’intera popolazione (anche degli strati più bassi) nelle formazioni capitalistiche. Le presunte “sacche di miseria” – i famosi barboni che mangiavano nei cassonetti, elemento demenziale di propaganda da parte di comunisti “antidiluviani”, che pronosticavano in pieni anni ’70 del ‘900 l’impoverimento crescente degli Stati Uniti; e del resto anche adesso che cosa si sostiene? – si alternavano alle lamentazioni contro il “consumismo” indotto dall’immorale capitalismo; da cui deriva tutta l’idiozia di chi crede di combatterlo e vincerlo inscenando gazzarre contro il progresso e lo sviluppo.

Alla faccia di questi arcaici personaggi, il capitalismo ha innalzato le condizioni di vita di una popolazione moltiplicatasi a dismisura. Il suo successo è stato spesso (tanto spesso) ottenuto con mezzi criminali, e tendenzialmente sempre più criminali; ma parlare oggi alle popolazioni dei capitalismi avanzati di sfruttamento può sollevare soltanto ondate di ilarità. Era del tutto ovvio che, di fronte a marxisti intestarditisi sulle tesi più caduche e infelici formulate in pieno ‘800 da un pensatore per quell’epoca rivoluzionario, prevalesse la teoria economica dei dominanti, con le sue tesi dell’imprenditore quale organizzatore dei fattori di produzione e innovatore, in grado di accrescere continuamente l’efficienza produttiva (razionalità del minimax) e di soddisfare quindi in misura crescente i bisogni di popolazioni in netto aumento.

Con la centralizzazione dei capitali – anche questa vista in modo distorto dal comunismo e marxismo, ma ho già scritto molto in passato a tale proposito – il capitalista è sempre più divenuto imprenditore. L’unità produttiva capitalistica, in quanto ormai impresa (e mai Marx usò tale termine, per il semplice motivo che non ne aveva nemmeno il sospetto né il concetto!), non ha visto affatto accentuarsi la dicotomia tra lavoratori salariati “sfruttati” – sia della mente che del braccio, in crescita numerica e in tendenziale “fusione” in quanto lavoratore collettivo cooperativo – e i capitalisti/proprietari divenuti semplici redditieri, possessori di capitali monetari (a questi essendo di fatto assimilati quelli in azioni e titoli in genere). L’impresa è un corpo “sociale” assai complesso (e complicato in stratificazioni diverse), in cui tende a prevalere il coordinamento delle parti relativamente autonome e dedite a compiti in via di crescente differenziazione “specialistica”. Al suo interno funziona, ma in modo non omogeneo e “lineare”, la razionalità del minimo mezzo tesa al conseguimento di scopi diversificati e pur convergenti verso quello complessivo del successo aziendale. Diventa sempre più evidente il suo “rivolgersi” all’ambiente esterno (il mercato), tanto che nei vertici acquistano peso tendenzialmente prevalente i dirigenti dei settori a ciò adibiti (ad es. il marketing).

 

5. La classe dominante muta abito; non si tratta affatto dei semplici proprietari ormai redditieri, bensì dei vertici organizzatori e coordinatori, che si concentrano sempre più sull’azione verso l’esterno. Possono essere anche proprietari o invece solo manager; in ogni caso l’interesse del gruppo al vertice dell’impresa (anche di quella attiva nella finanza) non è quello del semplice rentier, ma del “condottiero”. In questo senso il borghese proprietario si è andato trasformando in un soggetto – sempre meno (anzi quasi mai da ormai un secolo o giù di lì) un individuo, bensì un gruppo di comando – che espleta la funzione capitalistica (dal capitalismo borghese a quello dei funzionari del capitale, come da me affermato più volte).

I più lucidi nell’individuare la mutata funzione dell’imprenditore (il suddetto gruppo di comando), che assume qualità di stratega del capitale (sempre ricordando che si tratta di rapporto sociale e non di cosa), mi sembrano essere stati Burnham e l’austriaco Kurt Rothschild. Del primo si è detto più volte in passato; del secondo, forse oggi piuttosto dimenticato, ricordo che in un saggio di vecchia data (non riesco più a reperirlo) sostenne intelligentemente, in riferimento alla teoria dell’oligopolio, la maggiore utilità della lettura di Von Clausewitz rispetto ai saggi degli economisti. Tuttavia, entrambi hanno prestato prevalente attenzione alla sfera economica (produttiva e finanziaria) della società.

Il nucleo dirigente dell’impresa invia i suoi “ordini” verso la “membrana” della “cellula” in questione (complessamente articolata al suo interno); e da qui tali ordini esondano all’esterno allargandosi a macchia d’olio ed impregnando anzitutto l’“ambiente” denominato mercato. Già da questa prima considerazione, si dovrebbe afferrare la crescente rilevanza assunta dalla razionalità strategica, alle cui esigenze va sottomettendosi progressivamente quella del minimo mezzo (efficienza economica, applicata soprattutto all’interno). Le “leggi” del mercato – non “naturali” ed eternamente oggettive, bensì di carattere prettamente storico, portato di una precisa “epoca della produzione sociale” (qui Marx aveva completamente ragione!) – non vengono, finché perdura quest’epoca, semplicemente annullate dalla superiore attività strategica del gruppo di comando. Più o meno come il pensiero non annulla le leggi biologiche (che lo possono invece bloccare o distruggere in casi estremi); tuttavia, credere che il pensiero derivi da tali leggi, a queste si pieghi supinamente, assumendo un comportamento puramente passivo di semplice adattamento ad esse, è rinunciare alle prerogative dell’essere (sociale) dell’umanità.

Come la cultura alla fine sovrasta la “natura biologica”, così pure, nello sviluppo capitalistico, la razionalità strategica si pone ad un superiore livello rispetto a quello della pura economicità, delle “leggi del mercato” cui si piega il liberista; e, tutto sommato, anche lo statalista “keynesiano”, che assume semplicemente le vesti di colui che intende supplire a certe carenze del mercato stesso dal lato della sua alimentazione in termini di domanda; mai da quello di mutamenti strutturali effettivi. Lo Stato è solo visto quale erogatore di spesa (dunque di domanda complessiva), non come potere che, tramite applicazione al massimo livello della razionalità strategica, mira al mutamento dei rapporti di forza tra vari gruppi di comando.

Non basta quindi prestare attenzione all’attività strategica di tali gruppi al vertice delle unità imprenditoriali, attività che impregna, imbeve, via via il tessuto del mercato. Quest’ultimo diventa sempre più spugnoso; allora l’attività strategica esonda pure da esso e si allarga verso le altre sfere della società: quella politica e quella ideologico-culturale. Anche in tal caso, si faccia ben attenzione. Non si verifica mai alcuna semplice fusione delle diverse sfere; esse restano nella loro relativa autonomia (su ciò Althusser disse cose molto interessanti; credo da recuperare in diverso contesto). Ed è per questa loro autonomia che è necessario promuovere ancora molti studi sullo Stato, sui suoi apparati, sulla politica in generale; e pure sugli apparati ideologici, che non unirei a quelli dello Stato (com’è nella dizione “apparati ideologici di Stato”), ma tratterei invece nella loro autonomia culturale. Per dirla con Gramsci, analizzerei a fondo l’egemonia (culturale) corazzata di coercizione (da parte dello Stato), mantenendo una distinzione tra i due ambiti, eppur sapendo dov’è “l’elemento d’ultima istanza”: nel potere, manovrato secondo razionalità strategica per modificare i rapporti di forza tra gruppi di comando e conquistare la supremazia.

Nemmeno mi porrei dal punto di vista di una causalità diretta e unidirezionale tra razionalità strategica applicata nell’azione dai gruppi di comando imprenditoriali e quella esplicata dai correlativi gruppi nella sfera politica (statale in primis) e ideologico-culturale. Lo Stato esisteva già assai prima che si formasse il capitalismo imprenditoriale (dei funzionari del capitale); inoltre esso è la condensazione in apparati (con specifiche strutture organizzative, che svolgono particolari funzioni) dei flussi di energia promanante dai gruppi in lotta nella formazione sociale (nelle sue varie sfere) per conquistare la supremazia. Di conseguenza, non stabilirei, in specie arrivati alla nuova formazione sociale del capitale (lo ripeto: in quanto rapporto e non cosa), relazioni di determinazione causale semplicistiche e fuorvianti. Al fine di indagare la mutevole conformazione e l’intreccio storico-specifico di tali relazioni diventa decisiva la ben nota “analisi concreta della situazione concreta”, cioè l’analisi di fase. Ogni teoria della società deve limitare le sue generalizzazioni agli elementi ritenuti più decisivi e caratterizzanti le varie formazioni nella loro evoluzione e mutamento in successive epoche storiche. Non deve cercare di irrigidire la loro struttura in una serie di relazioni sistemiche sempre eguali e date una volta per tutte.

Si abbia coscienza che la struttura è puramente teorica, è la fissazione statica di una continua trasformazione dinamica. Impossibile rappresentarsi quest’ultima in tutte le sue infinite variabili e in ogni istante. E’ indispensabile, se si vuol agire, tenere fermo il campo d’azione per periodi di tempo di durata diversa in base a determinate esigenze (una battaglia è altra cosa dalla guerra, un’azione politica quotidiana differisce completamente dalla disposizione delle forze in lotta per intere fasi storiche, ecc.). In ogni caso, è necessario stabilizzare il campo della lotta e analizzarne le caratteristiche. Per questo si attribuiscono strutture e interrelazioni tra le parti elementari delle stesse (anche le parti vengono variamente divise e hanno diversa ampiezza e consistenza in base a specifiche esigenze). Guai però credere che la stabilizzazione, per una prassi di lotta (foss’anche solo teorico-ideologica), sia la riproduzione della “realtà”; si irrigidisce solo la teoria, si dimentica la necessità di mutamenti di fase, e ci si vota alla sconfitta o all’agitazione scomposta e ineffettuale, che è prodromo dell’inazione per esaurimento di ogni energia.

 

6. Quindi, per concludere del tutto provvisoriamente, è indispensabile cogliere l’aspetto decisivo e generale della formazione capitalistica, che del resto è lo stesso di ogni formazione sociale storicamente esistita: l’esplicarsi della razionalità strategica nel conflitto per la supremazia. Una volta chiarito il punto focale, senza lasciarsi più irretire dagli ambiti della lotta in cui funziona principalmente il principio del massimo risultato per un dato sforzo (costo) o del minimo di quest’ultimo per un dato risultato, che sarebbe così il principale obiettivo alla cui realizzazione si dedicherebbe l’immaginario corpo sociale lavorativo in mutua cooperazione – insomma, una volta preso atto che l’elemento decisivo, e null’affatto solo primordiale, “preistorico”, dell’azione umana è il conflitto per la supremazia – si tratta di cogliere, nell’analisi di fase, il peculiare svolgimento di tale conflitto e quali ambiti (sfere sociali) esso investe e con quale diversa intensità.

Marx affermò (cito a memoria): la fame è fame, ma quella soddisfatta con carne cruda, lacerata dalle proprie unghie, esprime bisogni tutt’affatto diversi da quella che si sazia con carne cotta mangiata con coltello e forchetta. Diciamo allora: il conflitto è conflitto, e mira sempre alla supremazia, ma quello che si esplica con clava o con arco e frecce è diverso da quello condotto con armi molto più raffinate e potenti; e se viene usata pure la strategia “non armata”, ma comunque sempre sostenuta da un determinato assetto di potere (da una determinata articolazione dei rapporti di forza tra gruppi sociali e/o tra paesi diversi), il conflitto esprime “bisogni” di predominio via via differenziati.

Tornando al punto di partenza, teniamo ben conto che ci troviamo in un sistema di possibile classificazione generale come capitalismo, in base agli elementi che catturano primieramente la nostra attenzione nella sfera economica (divisa in produttiva e finanziaria per il duplice aspetto assunto dalla cosa prodotta come merce): mercato e impresa. Tuttavia, non possiamo più limitarci a questi elementi, non dobbiamo considerare la formazione sociale come il mero prolungamento degli effetti della sfera economica nelle altre. Intanto, tali effetti non sono quelli della razionalità del minimax, bensì quelli delle strategie per il conflitto in vista dell’assunzione della preminenza. Inoltre, nella sopra rilevata esondazione degli ordini dei gruppi di comando dalle imprese al mercato e dal mercato alle altre sfere sociali – con trasformazione, allora, di questi “ordini” in mosse strategiche – non si ha semplice spandimento del potere in cerchi concentrici alla guisa di una macchia d’olio, che riguarderebbe una superficie bidimensionale. No, i cerchi si incontrano con altre onde del potere, spesso perfino più forti, dando così vita a “concrescenze” tridimensionali che corrugano variamente il territorio (sociale) e all’interno delle quali sono intrecciati (non fusi) i vari ambiti economici, politici, ideologico-culturali.

Altro che le semplificazioni neoliberiste intorno alle virtù taumaturgiche del “libero mercato”. Nemmeno però le sciocchezze circa la semplice predominanza prevaricatrice (e “tuttofare”) del potere: politico o finanziario (dei “malefici banchieri”). Si tratta in ogni caso di idee infantili, di idee di cervelli non più abituati all’analisi scientifica che, dietro le generalizzazioni indispensabili, nutre sempre un pensiero complesso e articolato. Perché solo dalla complessità, che inizialmente provoca certo indecisioni e titubanze analitiche, possono poi nascere “intuizioni” nuove in grado di ristrutturare il vecchio sapere e di aprirlo a ulteriori prospettive, prima ignote perché non si inforcavano altri occhiali. Oggi ci sono pochi scienziati (parlo delle scienze della società); e invece folte schiere di tecnici convinti di tutto imbragare in tabelle e formule, in modellistica senz’altro utile ma limitata all’esistente, al già “scoperto”. L’ignoto resterà per sempre tale.

D’altronde, i “critici critici”, semplici disadattati e scontenti della situazione (dorata) in cui vivono, gente in preda allo spleen, alla noia di una vita ben pasciuta, cercano di trovare in un unico punto il Male del mondo: il Capitale, le Banche, il Progresso, la Natura Violata, il Personaggio Diabolico, lo Stato Padrone; e…. scusate ma la mia fantasia non riesce a cogliere tutte le farneticazioni della ormai debordante schiera degli idioti, che tutto semplificano, degradando il pensiero a secrezione di “stronzate”, frutto di una cultura (non a caso di massa!) che dimostra come il poco sia immensamente più dannoso del niente. Petrolini irrideva i “cretini con lampi di imbecillità”. Ebbene, oggi ci sono solo cretini, i lampi si sono spenti. Il grande comico romano non potrebbe vivere ai giorni nostri; si suiciderebbe poiché è impossibile esercitare la satira nei confronti dei mentecatti.

E adesso, al lavoro serio!

 

Finito il 19 luglio ‘11