QUATTRO PASSI CON BATTIATO, BERLINGUER, ADORNO E LE STUPIDE GALLINE TELEGUIDATE, O. Schena

merlino

Nella Lettera aperta all’Onorevole Dottor Marco Bella, pubblicata ieri, 18/6/2020, sulla mia pagina F., non ho trovato indicati gli autori. In essa viene precisato che quelli effettuati sono test di primo livello, e che non appena saranno stati effettuati “i test di conferma, seguiti sui composti candidati di maggior interesse, i dati saranno pubblicati su riviste peer review.” Qualcuno sa se questi test di conferma siano poi stati pubblicati?

INGLESISMI NELLA RICERCA

Ma “Is peer review a good idea?” (la revisione tra pari sarà una buona idea?)
L’interrogativo non appaia retorico senza dimenticare l’aforisma “publish or perish”. Questi inglesismi affliggono le comunità scientifiche d’ogni Paese. A me sembra normale e doveroso che ogni scienza sia aliena dal credere o ricercare verità assolute. In ogni scienza, infatti, la verità dovrebbe essere soltanto una tappa, destinata ad essere superata. Chi volesse, invece, andare a caccia di verità assolute, dovrebbe rivolgersi ad una fede.
Per quanto mi riguarda, ho sempre provato a dire la mia, sebbene con fatica e, per non pisciare troppo fuori dal vaso, soltanto sulle questioni del marxismo, del comunismo, del socialismo e dintorni, magari bistrattando, ma con riguardo, ci mancherebbe, alcuni personaggi, modello Zygmunt Bauman (qui l’ossimoro è nient’altro che un atto dovuto, perché, rovesciando quel che diceva di sé il Marchese del Grillo: “Bauman è Bauman e io non sono un cazzo”).
In realtà Bauman meriterebbe ben altro per le grossolane, oscene falsificazioni di Marx!

Questi personaggi, infatti, sono, veri e propri idola fori idolatrati da un vasto pubblico orfano, soprattutto a sinistra, dei suoi miti, di quei miti da un po’ di anni decisamente fuori moda, diciamo vintage, così non si offende nessuno. Tra gli orfani la nutrita schiera di coloro i quali, per dirla con Gaber-Luporini, erano “comunisti perché Berlinguer era una brava persona”. Definizione niente male per uno svenditore, reo confesso, del comunismo barattato con l’ombrello della Nato, e con la libertà in omaggio… la libertà, s’intende, di concimare i Balcani con l’uranio, e d’indossare la livrea dei servitori più fedeli dell’Impero del Bene.

Comunque io sul ponte sventolo Bandiera bianca”, e auguro a tutti una buona lettura dell’aforisma adorniano-gramsciano.
“E par malato tutto ciò che esiste”
“Minima moralia” – Adorno

(…)“Quando Hegel, nel colloquio con Goethe, sembra avvicinarsi a questa concezione, e difende la sua filosofia contro il platonismo goethiano, con l’argomento che essa <<non>> sarebbe <<altro, in fondo>>, <<che l’elaborazione regolata e metodica dello spirito di contraddizione che vive in ogni uomo, dono che si dimostra grande nella distinzione del vero dal falso>>, la formulazione a doppio fondo contiene maliziosamente, nella lode di ciò che <<vive in ogni uomo>>, la denuncia del senso comune, la cui determinazione più intima sarebbe proprio quella di non lasciarsi guidare dal senso comune, di contraddirlo sistematicamente. Il senso comune, la valutazione dei giusti rapporti, lo sguardo addestrato sul mercato, ed esperto nel corso del mondo, ha in comune con la dialettica la libertà dal dogma, dalla chiusura e dall’ostinazione. La sua sobrietà fornisce un momento ineliminabile del pensiero critico. Ma la rinuncia alla cieca caparbietà è, per altro verso, il suo nemico giurato. L’universalità dell’opinione, immediatamente concepita, come presente nella società qual è, ha necessariamente l’intesa per contenuto concreto. Non è un caso che, nel secolo decimonono, proprio il dogma decrepito e messo intimamente in crisi dall’illuminismo, si richiamasse al sano buon senso (…) Il senso delle proporzioni, infine, si richiama al principio che bisogna pensare nei rapporti di misura e negli ordini di grandezza realmente e saldamente sussistenti. Basta aver sentito dire una volta ad un rappresentante incallito di una cricca dominante:<<Ciò non ha importanza>>; basta osservare quando i borghesi parlano di esagerazione, isterismo, follia, per sapere proprio là dove è più pronto il richiamo alla ragione, si tratta sempre, in realtà, dell’apologia del suo contrario.(…)

Come Adorno nel suo “Minima moralia”, anche Antonio Gramsci, nei suoi “Quaderni”, scrive diverse pagine sul senso comune e sul buon senso.
Nella sua “Bandiera Bianca” Un incredibile, profetico Battiato, che non aveva ancora avuto l’incontro con Manlio Sgalambro, fortemente sospettato di comunismo, indossa i panni di Pasolini, e definisce, nel 1981, stupide galline poliziotti e studenti impegnati nelle loro risse quotidiane teleguidate.

L’EVIDENZA SCIENTIFICA, UNA DELLE TANTE ARROGANTI FALSITA’ (di GLG)

gianfranco

Effettivamente di questi tempi si moltiplicano le occasioni di irritazione. In genere dovute alla presunzione e arroganza di determinati settori, che sono continuamente sulla stampa, sugli schermi televisivi, ecc. In questa sede, mi riferisco alle continue sparate di pseudo-scienziati che tranciano di netto ogni discussione con l’ossessiva ripetizione di una sentenza: “l’evidenza scientifica ci dice che questo o quell’altro s’ha da fare”. Chiunque manifesti dubbi su tale “dichiarazione senz’appello” è tacciato da incolto, incivile, addirittura pericoloso per la convivenza sociale; più o meno quanto un criminale o uno psicopatico gravemente ammalato. Data la lunghezza che dovrebbe assumere questo scritto, preferisco qui soltanto citare un paio di “cosette” e poi semmai ne ridiscuterò in un mio video. E’ bene che le “cosette” restino scritte, poiché si tratta di due bei passi di Max Weber tratti da “La scienza come professione”. Ci si rinfranca nel leggere questo breve testo, chiara prova che l’essere umano sa anche essere intelligente (o almeno lo sapeva essere un secolo fa). E allora leggiamo insieme (sostituisco il maiuscolo al corsivo, che non mi salta fuori in FB):

<<<Un’opera d’arte veramente “compiuta” non viene mai superata, non invecchia mai; l’individuo può attribuirvi personalmente un significato di diverso valore; ma di un’opera realmente “compiuta” in senso artistico nessuno potrà mai dire che sia “superata” da un’altra pur essa “compiuta”. Viceversa, ognuno di noi sa che, nella scienza, il proprio lavoro dopo dieci, venti, cinquant’anni è invecchiato. E’ questo il destino o, meglio, è questo il SIGNIFICATO del lavoro scientifico, il quale, rispetto a tutti gli altri elementi della cultura di cui si può dire la stessa cosa, è ad esso assoggettato e affidato in senso assolutamente specifico: ogni lavoro scientifico “compiuto” comporta nuovi “problemi” e vuol invecchiare ed essere “superato”. A ciò deve rassegnarsi chiunque voglia servire la scienza, Senza dubbio vi sono opere scientifiche che possono conservare durevolmente la loro importanza come “mezzi di godimento” a causa delle loro qualità artistiche, oppure come mezzi per educare al lavoro [scientifico ovviamente; ndr]. Ma esser superati sul piano scientifico è – giova ripeterlo – non solo il nostro destino, di noi tutti, ma anche il nostro scopo. Non possiamo lavorare [scientificamente; ndr] senza sperare che altri si spingeranno più avanti di noi. In linea di principio, questo progresso tende all’infinito. E con ciò siam giunti al PROBLEMA DEL SIGNIFICATO (SINNPROBLEM) della scienza>>>.

E da qui inizia un discorso abbastanza lungo appunto su tale significato. Il passo comunque mi sembra assai chiaro e mostra qual è l’atteggiamento di “umiltà” di un vero scienziato, che non ciancia ogni secondo momento di “evidenza scientifica”. E andiamo all’altro bel passo:

<<<Che la scienza sia oggi una “professione” SPECIALIZZATA, posta al servizio della coscienza di sé e della conoscenza di situazioni di fatto, e non una grazia di visionari e profeti, dispensatrice di mezzi di salvazione e di rivelazioni, o un elemento della meditazione di saggi e filosofi sul significato del mondo, – è certamente un dato di fatto inseparabile dalla nostra situazione storica, al quale, se vogliamo restar fedeli a noi stessi, non possiamo sfuggire. E se di nuovo sorge in voi il Tolstoj a domandare: “se dunque non è la scienza a farlo, chi risponde allora alla domanda: che dobbiamo fare? E come dobbiamo regolare la nostra vita?”, oppure, nel linguaggio che testé abbiamo usato: “quale degli Dèi in lotta dobbiamo servire? O forse qualcun altro, e chi mai?”, bisogna dire che la risposta spetta a un profeta o a un redentore. Se questi non è fra noi o se il suo annuncio non è più creduto, non varrà certo a farlo scendere su questa terra il fatto che migliaia di professori tentino di rubargli il mestiere nelle loro aule, come piccoli profeti privilegiati o pagati dallo Stato. Ciò servirà soltanto a nascondere tutta l’enorme importanza e il significato del fatto decisivo, che cioè il profeta, che invocano tanti della nostra più giovane generazione, NON ESISTE. L’interesse di un uomo veramente “musicale” in senso religioso non sarà mai e poi mai soddisfatto, io credo, dall’espediente per cui si cerca di nascondergli con un surrogato, come sono tutti questi falsi profeti in cattedra, il fatto fondamentale che il destino gli impone di vivere in un’epoca senza Dio e senza profeti. La serietà del suo sentimento religioso dovrebbe, mi sembra, ribellarvisi.>>>.

Come ho già detto, riservo i commenti (eventualmente) ad altra occasione perché dovrei dilungarmi molto. Intanto si leggano i passi riportati, che mi sembrano già sufficientemente chiari nel condannare ogni certezza indiscussa (e indiscutibile da parte dei “profani”, che non hanno nemmeno una cattedra di materie scientifiche) come essa si manifesta, con somma arroganza, nella frase: “l’evidenza scientifica obbliga a questo e a quel comportamento, senza alcuna obiezione o dubbi in proposito”.

MARX NON ERA UN FILOSOFO

Karl-Marx

 

I filosofi non sanno più interpretare il mondo, soprattutto se quest’ultimo si trasforma sotto i loro occhi. Ma ancor peggio essi si servono di Marx, un Marx inventato ed inesistente nella realtà, per dare sfogo ai loro deliri, contorti e sospetti. Pochi filosofi hanno davvero capito il pensiero di Marx. Qualcuno c’è stato in passato, come Althusser, ma è merce rarissima. Innanzitutto, il filosofo pretende di mettere Marx alla sua stessa bassezza filosofica. E’ un errore grave perché Marx non era un filosofo, checché ne dicano i parolai che non l’hanno letto mai, essendosi al massimo concentrati sui Manoscritti economico-filosofici del ’44. In secondo luogo, un filosofo, disarmato teoricamente, si lascia abbagliare dalle fantasmagorie della cosalità sistemica, quelle in cui la fenomenicità capitalistica si svela in tutta la sua evidenza distorcente. Un bel disastro compiuto da uomini che hanno la pretesa di saper guardare oltre l’evidenza o di pensare altrimenti. Poiché i filosofi non afferrano la profondità del rapporto sociale capitalistico non possono che venire abbagliati dalle proiezioni che si stagliano dalla superficie dei mercati, dei consumi e delle reazioni umane nell’ambiente sociale (da loro chiamato impropriamente natura). Per questo parlano soltanto, in una accezione negativa ma non ragionata, di globalizzazione (accecamento determinato dall’estensione del mercato), consumismo (accecamento proveniente dalla disponibilità sovrabbondante delle merci), alienazione (accecamento che danno i sentimenti al cospetto dei cambiamenti). I filosofi la fanno tanto lunga, coi discorsi e con le parole, ma non scorgono nulla ad un palmo del loro naso. Sono scarsi teoricamente e colmano i vuoti analitici coi polisillabi che non aggiungono nulla, se non confusione, alla comprensione dell’evoluzione sociale. Su queste basi irrealistiche gli insegnamenti di Marx vengono disattivati e si fanno passi indietro di secoli sulla strada della comprensione del mondo. Marx non è colui che ha previsto la globalizzazione e i suoi effetti apparentemente deteritorializzanti. Per questo bastava “un classico” come Smith. Non è nemmeno lo scopritore dell’alienazione, cioè di quel processo che depaupera l’anima dell’uomo per adattarlo alla macchina capitalistica. La vita non è un romanzo di Urania anche se i filosofi assomigliano sempre di più a narratori di fantascienza. Marx ha fatto due scoperte essenziali, una conseguenza dell’altra, ha colto due dinamiche contraddittorie che avrebbero portato il capitalismo ad autofagocitarsi facendo emergere un modo di ri-produzione comunistico. Lo spossessamento dei mezzi di produzione alla massa dei produttori e la loro appropriazione e concentrazione nelle mani di pochi individui avrebbe determinato una potente divaricazione sociale e la formazione di due classi irriducibili in lotta tra loro. Tuttavia, ad un certo punto dello sviluppo capitalistico la classe inizialmente espropriata (delle macchine e dei saperi) accresciuta negli effettivi e nella consapevolezza del suo ruolo (grazie all’unificazione di potenze mentali e manuali nella produzione) si sarebbe ritrovata padrona dell’intero ciclo produttivo, con i capitalisti ridotti a meri speculatori di borsa:

“Ad un certo grado del loro sviluppo le forze produttive materiali della società entrano in contraddizione con i rapporti di produzione esistenti o, per usare un termine giuridico, con i rapporti di proprietà nel cui ambito si erano mosse fino a quel momento. Da che erano forme di sviluppo delle forze produttive questi rapporti si tramutano in vincoli che frenano tali forze. Si arriva quindi ad un’epoca di rivoluzione sociale. Cambiando la base economica viene ad essere sovvertita più o meno rapidamente tutta l’enorme sovrastruttura. Nell’osservare tali rivolgimenti bisogna sempre distinguere tra il rivolgimento materiale, che si verifica nelle condizioni economiche di produzione, e che va constatato scrupolosamente alla maniera delle scienze naturali, e le forme giuridiche, politiche, religiose, artistiche o filosofiche, in breve ideologiche, in cui gli uomini si rendono coscienti di questo conflitto e si battono per risolverlo. Come non si può giudicare un individuo dall’idea che si è formato di sé, così non si può giudicare una di queste epoche di rivolgimento in base alla coscienza che essa ha di se stessa; questa coscienza infatti va piuttosto spiegata partendo dalle contraddizioni della vita materiale, dal conflitto che esiste tra le forze produttive della società e i rapporti di produzione. Una formazione sociale non scompare mai finché non si siano sviluppate tutte le forze produttive che essa è capace di creare, così come non si arriva mai a nuovi e più evoluti rapporti di produzione prima che le loro condizioni materiali di esistenza si siano schiuse nel grembo stesso della vecchia società…I rapporti di produzione borghesi sono l’ultima forma antagonistica del processo sociale di produzione, antagonistica non nel senso di un antagonismo individuale ma in quello di un antagonismo che nasce dalle condizioni sociali di vita degli individui; nello stesso tempo però le forze produttive che si sviluppano in seno alla società borghese creano anche le condizioni materiali per il superamento di tale antagonismo. Con questa formazione sociale si conclude quindi la preistoria della società umana”. ( Marx, Prefazione a Per la critica dell’economia politica).

Come ben sappiamo, questa previsione di Marx non si è avverata. Lo stesso sistema capitalistico non esiste più in quelle circostanze storiche in cui Marx lo aveva studiato. Il capitalismo americano, divenuto dominante, a partire dal XX secolo, è strutturalmente diverso da quello inglese ottocentesco, benché possa esteriormente richiamarsi ad alcune formule e forme d’antan. Questi profondi mutamenti sono sfuggiti ai filosofi che destoricizzano il capitalismo, o meglio i capitalismi, per relegarli in un passato eterno, sempre uguale a se stesso, che può solo “avanzare” nel presente di degenerazione in degenerazione. A cominciare da quella del loro cervello. Per tali motivi li sentirete blaterare di capitalismo assoluto, di dominio della società del denaro, di smarrimento della natura umana, di alienazione, di consumismo estraniante. Sono tutti concetti degenerativi e privi di tempo che non devono confrontarsi con la realtà in mutamento dei rapporti sociali ma che, ovviamente, nulla possono dirci dei nostri tempi cangianti.

VACCINATEVI E RIFIUTATE I MITI ANTISCIENTIFICI, SONO UN’ARMA PER DEPRIMERE LA NAZIONE

pensiero

 

In Grecia il 60% dei bambini non ha copertura vaccinale, a causa dei tagli alla sanità pubblica. La mortalità infantile è raddoppiata negli ultimi anni proprio per via dell’austerità e della crisi economica che non risparmiano nessuno.
In Italia, un decreto del Governo, vorrebbe imporre per legge 12 vaccinazioni per i soggetti ricompresi nella fascia di età 0-16 anni. Inutile dire che tra la prima e la seconda situazione c’è poco da scegliere. Meglio l’obbligatorietà della scarsità. In Grecia, inoltre, mancano anche gli antitumorali e gli ospedali non riescono a curare i cittadini per mancanza di fondi, farmaci e apparecchiature. Un disastro completo. Nel Belpaese, per fortuna, non siamo ancora a questo punto (anche se potremmo arrivarci) ma c’è in giro troppa gente, con la pancia piena e la testa vuota, che insegue cure alternative e rifiuta la profilassi (termine che deriva proprio dal greco e che significa prevenire in anticipo) vaccinale ricorrendo ad argomenti “paragnostici”. Purtroppo, anche chi dovrebbe dare l’esempio, come i politici, è vittima dell’irragionevolezza che fa espandere le paure sociali. Tra questi ci sono i rappresentanti 5 Stelle, il cui capo, Beppe Grillo, si è distinto, in passato, per aver preso posizioni stregonesche contro la medicina e la scienza. Il comico genovese insultava un luminare dell’oncologia come Veronesi chiamandolo Cancronesi ed andava raccontando, nei suoi suoi spettacoli, che con i tumori si poteva convivere anche senza curarsi, come facevano i giapponesi. Ma noi non siamo né ellenici, né nipponici. Fortunatamente, non siamo nemmeno ortotteri con un cervello minuscolo. Ancora mi chiedo come gli elettori possano farsi infettare dal virus grillino, un bacillo (contro il quale non esiste ancora vaccino) che si mangia la massa cerebrale e rincoglionisce le persone portandole ad accettare sciocchezze inenarrabili: che la rete sia il futuro della democrazia, che il vegetarianesimo e le altre pratiche naturistiche ci mettano al riparo dalle malattie, che sole e vento siano fonti alternative, che l’agricoltura biodinamica sia efficace ecc. ecc.
Uno dei pretesti usati da questi sciamani per negare validità ai vaccini è quello degli effetti collaterali, primo fra tutti l’autismo. E’ una balla sesquipedale. Come riporta il prof. Burioni, nel suo libro “Il vaccino non è un’opinione”, la correlazione vaccinazioni e autismo è falsa: “Uno studio del 1988, eseguito su soli 12 (dodici) pazienti, aveva indicato un rapporto tra la vaccinazione contro morbillo, parotite e rosolia e l’insorgenza dell’autismo. In seguito si è capito che lo studio era completamente inventato dal ricercatore, che in questa storia aveva interessi economici personali, avendo depositato un brevetto per un vaccino alternativo ed essendo in combutta con avvocati di pochi scrupoli. La truffa scientifica è risultata talmente evidente e grossolana che il medico in questione è stato addirittura radiato dall’albo”.
Gli antivaccinisti hanno una storia lunga. Esistono da quando sono stati inventati i vaccini. Sempre Burioni scrive che nel corso dell’Ottocento sono nate “vere e proprie anti-vaccination societies” che diffondevano spauracchi, come oggi. “Dissero che era ripugnante infettare le persone con materiale proveniente da animali, che non si doveva vaccinare perché nella Bibbia la vaccinazione non era menzionata e quindi bisognava sicuramente evitarla. Alcuni furono molto più geniali e fantasiosi: così come oggi ci sono in giro personaggi pronti ad affermare che vaccinare causa terribili conseguenze, a quei tempi si fecero avanti delle menti “illuminate”, che, facendo finta di avere capito tutto, sostenevano che iniettare del materiale da un animale a un uomo avrebbe contaminato irrimediabilmente l’uomo vaccinato e che negli anni gli sarebbero spuntate corna, zoccoli, coda e via dicendo, diventando infine simile alla mucca dalla quale proveniva il fluido inoculato”.
Grillini ante-litteram ai quali non sono ancora spuntate le antenne ma che credono di sconfiggere i malanni facendo le corna. A questo siamo ancora nel 2000, allo scongiuro come medicamento. Costoro credono pure di essere saggi e riflessivi ed invece sono solo dei cretini che alimentano un ingiustificato terrore pubblico. Se danneggiassero esclusivamente loro stessi ci sarebbe poco da ridire e molto da ridere ma poiché sono un pericolo per tutta la collettività vanno assolutamente fermati. Con ciò non voglio sostenere che vaccinarsi non comporti dei rischi, questi ci sono ma sono infinitesimali. I vaccini dell’infanzia sono tra i più sicuri, eppure sono quelli finiti sotto accusa in queste settimane. Afferma ancora Burioni:” i vaccini in questione non causano nessuna malattia grave (quindi niente autismo, niente cancro, niente sclerosi multipla, niente di niente, anche se gli antivaccinisti ne dicono di tutti i colori). L’unico serio problema che può essere provocato da una vaccinazione di questo tipo è l’anafilassi, che consiste in una violentissima reazione del sistema immune contro una sostanza estranea, tanto violenta che può portare alla morte. Attenzione, però: l’anafilassi è rarissima meno di un caso su un milione di vaccinazioni) e comunque se c’è un medico nei dintorni si risolve in genere senza danni, solo con un brutto spavento. Siccome avviene entro pochi minuti dalla somministrazione del vaccino, per evitare conseguenze è sufficiente, eseguita la vaccinazione, rimanere una mezz’ora nella sala d’aspetto del medico, in modo che nella sfortunata eventualità le cure siano tempestive. Grazie a questo semplice accorgimento le anafilassi si risolvono sempre in modo positivo“.
Sono intervento sul tema, pur non essendo un esperto, perché vorrei aprirvi gli occhi non soltanto sui vaccini ma su tutte quelle panzane (queste so riconoscerle) che vengono diffuse ad arte per far regredire uno Stato o mantenerlo in una condizione di subordinazione. E’ interesse di vari poteri, soprattutto esteri, quello di generare preoccupazioni irrazionali tra i cittadini al fine di impedire gli ammodernamenti tecnologici e industriali, grazie ai quali una nazione può rilanciarsi economicamente e politicamente. I gruppi che si organizzano per dire no a tutto (spesso infiltrati da governi e finanziatori stranieri), no agli inceneritori, no ai gasdotti, no all’alta velocità, no al nucleare ecc. ecc., fondandosi su miti antiscientifici e su riti apotropaici di squadra, subiscono una manipolazione ideologica che nasce quasi sempre, e subdolamente, in quei paesi predominanti intenti a conservare il primato mondiale in ogni campo. I loro sforzi per creare un mondo migliore, anche se c’è la buona fede, finiscono per generare più povertà e arretratezza, a svantaggio della nazione e a favore dei suoi competitors.
II pentastelluti sono emersi apposta per predicare questa decrescita che ci distruggerà. Chi ci sia dietro non lo so e non lo sanno nemmeno gli sprovveduti militanti, ma il capogrillo onnisciente sa tutto.

CONSIDERAZIONI SPARSE DI UN COMUNISTA NON DORMIENTE

gianfranco

1. Sono un comunista che non sente per nulla il bisogno di battersi il petto con sensi di colpa e che quindi non rinnega proprio nulla di quanto ha pensato e fatto. Semplicemente, ho cercato d’essere attento ai processi storici vissuti, a quanto essi mi hanno insegnato. E ne ho tratto determinate conclusioni. Quando vedo altri ancora attardati su idee che mi sembrano proprio dell’epoca dei dinosauri, sono sempre incerto tra il considerarli degli ingenui o degli autentici “falsari” del pensiero. Comunque, dirò un po’ disordinatamente quanto mi viene in mente.

Prendo le mosse da un fatto del tutto particolare. Sono rimasto tempo fa sorpreso nel sentir dire che in “Stato e rivoluzione” di Lenin c’è dell’utopismo. Io non l’ho mai notato. Un certo dottrinarismo proprio nel citare una marea di testi di Marx ed Engels, ma l’utopismo non lo vedo. E non lo vedo in “Che cosa sono gli amici del popolo”, nel “Che fare”, nell’“Imperialismo”, nella “Rivoluzione proletaria e il rinnegato Kautsky”, ne “L’imposta in natura”; sto citando testi che vanno dai suoi 23 anni fino alla fine della sua vita. Non parliamo di “Materialismo ed empiriocriticismo”, dove si constata una notevole rigidità positivistica (un po’ alla Engels, diciamo). Nella sua lettura della “Scienza della logica” di Hegel (di cui gli mancava la terza parte, quella sul “Concetto”) interpreta la dialettica come una semplice interazione universale. E alcuni filosofi (fra cui Preve) mi avevano confermato che questa non è la dialettica hegeliana, semmai la classica logica che si usa anche nel campo delle scienze naturali.

Inoltre, Lenin parlava non solo ai contadini, ma era ottimo oratore per le masse popolari, che sapeva “infiammare”. Tuttavia, è più che noto che considerava la stessa “classe operaia” come limitata, se non guidata, alla semplice lotta tradunionistica (sindacale, redistributiva). Aveva distinto tra “classe in sé” e “classe per sé” (quella dotata di coscienza) dove però la coscienza era portata “dall’esterno”, dalla da lui definita “avanguardia della classe”, cioè il partito, che era formato “da una parte degli ideologi borghesi che sono riusciti a giungere alla intelligenza teorica del movimento storico nel suo insieme” (questa è frase di Marx ne “Il Manifesto” del 1848) con alcuni, pochi, elementi operai di levatura ben superiore alla media. E, detto francamente, nel partito bolscevico il 90% e più dei dirigenti apparteneva al primo strato; gli altri facevano parte della “base” che obbediva, ammettiamolo infine. Questa percentuale era caratteristica di tutti i partiti comunisti del mondo, perfino di quelli che vollero essere “di massa” come il Pci. E’ chiaro dove sta la “classe rivoluzionaria”? E’ la portatrice d’acqua come il famoso Astrua nei confronti di Fausto Coppi. Ci si guardi bene dall’irridere simile funzione; Coppi aveva bisogno di Astrua, eccome! Però questi sono i ruoli e le funzioni dei differenti personaggi.

Detto per inciso, io sono rimasto vicino al Pci dal 1953 al ’63; poi mi spostai verso le “Edizioni Oriente” (dirette da Mario Geymonat, figlio di Ludovico) e verso quel gruppo che poi divenne il Pcd’I (m-l). Ho partecipato alla scissione degli m-l tra “linea rossa” (Mao) e “nera” (Liu-sciao-chi) all’epoca (1966) della “Rivoluzione culturale” in Cina e infine, nel ’68, ero già per i fatti miei, ma sempre abbastanza vicino per tre-quattro anni agli m-l mentre ho senza cessa diffidato (termine assai moderato) degli “operaisti” e poi di “Lotta Continua” (essendo a Pisa in quegli anni, e fino all’inizio anni ’80, ne ho visto la nascita dalla frattura in tre tronconi del “Potere operaio” pisano, che aveva come dirigenti Sofri e Cazzaniga).

Venendo a Marx, noto che nel 1845 aveva 27 anni. Francamente voler mettere sullo stesso piano gli scritti di quei primi anni di studioso con quelli scritti poi fino ai 65 (età della morte) mi sembra azzardato e non semplicemente poco filologico. Quanto all’errore (di previsione, che però significa quindi errore nell’ipotizzare gli elementi fondamentali di una determinata dinamica delle strutture sociali), non lo svaluto né condanno minimamente. Anzi ho ripetuto più volte che l’errore è decisivo per l’evoluzione del pensiero umano e per la prassi in uso nella società di ogni data fase storica. Il detto “sbagliando s’impara” è uno di quelli che più apprezzo e seguo. Perfino “desidero” sbagliare. Solo che tutti noi tendiamo a perseverare nell’errore (altro detto ben noto: “errare è umano, perseverare è diabolico”). E’ molto naturale in noi, anche nei geni come Marx.

Qui non posso diffondermi su quanto ho spiegato infinite volte: i seguaci avevano in fondo già capito che non si andava formando il corpo dei “produttori associati” (fondamento imprescindibile della cosiddetta proprietà, cioè potere di disposizione, collettiva dei mezzi di produzione), tanto è vero che i dirigenti (non proprietari!) vennero presi per “specialisti borghesi” (cioè collocati nella classe antagonista, nemica). La “classe operaia” divenne solo quella sbrigativamente detta delle “tute blu”, quella cui Lenin assegnò correttamente una mentalità solo tradunionistica, ricorrendo ad una tipica “ipotesi ad hoc”, quella del “partito-avanguardia”, che però era semplicemente (anche nel PC cinese di Mao) una effettiva élite di rivoluzionari di professione, in possesso delle varie capacità strategiche per la guida delle masse in specifiche condizioni di disordine e dissoluzione delle istituzioni del precedente potere (tipo ciò che avvenne nel 1917 nella Russia zarista). Solo che non si prese atto che così facendo si invalidava di fatto la teoria marxiana, che andava quindi decisamente riaffrontata e riformulata. La cosiddetta proprietà collettiva dei mezzi di produzione divenne semplicemente proprietà statale (e con la fusione/confusione di partito e Stato). Da ciò fenomeni grandiosi come la velocissima industrializzazione dell’Urss, divenuta a lungo seconda potenza mondiale, e poi le successive involuzioni e i disastri fino alla miserevole fine del 1989-91. In Cina resiste al momento, perché si è dato discreto spazio e sviluppo alle forme del mercato e dell’impresa (che non hanno nulla a che vedere con il socialismo; quanto al comunismo, chiedo un po’ di decenza).

Questo il punto in cui siamo e, secondo la mia opinione, è possibile constatare dov’era l’errore di Marx (a parte la “falsificazione storica”); e usarlo per rimettere in moto il cervello e pensare qualcosa di nuovo, ammettendo che è pur sempre qualcosa di transitorio, perché si manterrà per un buon periodo di tempo allo stato di continuo ripensamento e, dunque, “ribollimento” di idee. Le epoche di transizione sono ineliminabili. Se tuttavia uno insiste ancora a pensare la vecchia disposizione delle “classi” – per di più con l’impoverimento radicale della lotta tra borghesia e proletariato (o classe operaia) a mero scontro capitale/lavoro, tipico concetto da sindacalista – è per me fuori di ogni e qualsiasi possibilità d’essere preso in considerazione; si perde solo tempo a discutere con costui. Quanto al “principio speranza”, non l’ho mai nutrito, mi è sempre sembrato un’assurdità. Comunque, male non fa, è per me una di quelle cose inutili di cui tuttavia è piena la vita. D’altra parte, io spero sempre di non morire l’indomani. Finora è andata bene; arriverà però il momento della parola fine anche su questa speranza. E siccome ricordo ben 60 anni e passa di storia, devo dire che la speranza di comunismo si è già assottigliata quasi del tutto. Della candela iniziale, siamo adesso ad un moccolo di sì e no un centimetro con una fiammella che ormai non ce la fa più a reggere. Io gli ho semplicemente dato una piccolissima (ma proprio piccola) soffiata e l’ho spenta. Non mi sento turbato dal fatto che altri non facciano lo stesso. C’è anche il detto: “chi vivrà, vedrà”.

2. Mi sembra chiaro che io non sono favorevole alle credenze. So che ci sono, non pretendo di abolirle, ma non le coltivo. Magari, chissà, ne avrò coltivate alcune tanto tempo fa. Adesso le uniche credenze che ho sono di non credere. Posso tuttavia cascarci ancora senza accorgermene. Appunto, senza accorgermene; appena me ne accorgo, corro ai ripari. Non sono mai stato religioso, non sono mai riuscito a pormi il problema di Dio con annessi e connessi (in un certo senso non sono né credente né ateo né agnostico; mai posto il problema, tutto lì). Tuttavia, diciamo che ritengo fortunati quelli che credono di avere una (diversa) vita eterna in un altro mondo, senza il peso del corpo, e possibilmente (se non si è dannati) in letizia continua. Che senso ha essere convinti che con la nostra morte tutto finisce per noi per poi credere che, tuttavia, in un futuro lontano ci potrà essere il comunismo, vissuto come società “giusta” (e Marx non lo descriveva affatto in questi termini! Non era un utopista favoleggiante). Io penso che ci sarà sempre il giusto e l’ingiusto, il buono e il cattivo, il sincero e il mentitore, il socievole e l’asociale e via dicendo. E i contrari saranno sempre imbricati insieme in ogni individuo, in ogni gruppo sociale, in ogni Stato, ecc. Anzi, uno (individuo, gruppo sociale, Stato ecc.) crede di stare agendo bene, e all’improvviso un “altro” gli getta in faccia che è ingiusto, ingannatore, malintenzionato ecc. ecc. E lo aggredisce per ristabilire la giustizia, il bene, l’equità e altre balle varie; almeno a livello di analisi e studio, lasciamole perdere! Cerchiamo di capire – sapendo che incorreremo sempre in errori che dovremo correggere indefinitamente – in quale fase storica viviamo, quali sono i contrasti tipici d’essa e soprattutto i principali fra essi. E rendiamoci conto che siamo in un’epoca di transizione, in cui continuiamo a servirci di impostazioni teorico-ideologiche (vanno sempre insieme con varia proporzione nella combinazione) di una vecchiezza preoccupante. “It’s a long way to Tipperary, it’s a long way to go”. Avviamoci verso “Tipperary”, cioè la nuova epoca, senza però sapere quando ci giungeremo. Sappiamo solo che troveremo ancora giusti e ingiusti, amici e nemici, alleati e traditori, benevoli e carogne. Non però nel semplice senso che Bepi è buono e Toni è cattivo; sono entrambi un po’ di tutto, sono cioè vivi e veri, non delle macchiette per imbonire il “poppolo”. Basta con questa mania di credere; liberatevi dei sogni. Ciò non implica per nulla affatto evitare le scelte e anche battersi per esse; tuttavia, senza tante utopie e non sostenendo, in modo manicheo, che noi siamo il buono e lottiamo contro il cattivo. Crediamo che sia meglio trovarsi in una determinata situazione piuttosto che in un’altra (e altri crederanno il contrario e ci verranno addosso; e allora via con il combattimento). Sempre così, non sarà mai finita, mai la mortifera società della “giustizia” e dell’armonica convivenza.

3. Possibile che non si capisca una cosa così elementare. C’è chi crede fermamente di avere un’altra vita, eterna, quindi che mai finirà nel nulla. E lo crede per sé, non per i propri discendenti. Invece ci sono i comunisti che credono di finire nel nulla (cosa che credo anch’io) e però sono convinti che chissà fra quanto ci sarà la società dei giusti e degli eguali. Molto altruisti, certo, pensano ai loro eredi; e chissà fra quanto. Allora diciamo che questi sono di serie A perché pensano agli altri, fra qualche secolo. I primi sono di serie B, egoisti, pensano al loro individuale benessere per tutta l’eternità. Io non appartengo né all’uno né all’altro tipo. Temo proprio che andrò nel nulla; ma del comunismo fra secoli non me ne sbatte un …… ecc. ecc.

E poi basta con questo comunismo d’accatto. Marx pensava che le condizioni sociali di base per la trasformazione del capitalismo (tramite appunto la formazione del corpo dei produttori associati) fosse già in atto mentre stava scrivendo “Il Capitale”. Io parlo di errore, ma logicamente con il senno di poi. Marx era realistico, vedeva lo sviluppo industriale (di fabbrica!) nell’Inghilterra (dove viveva e andava tutti i giorni per ore e ore al British Museum; altro che partecipare alle riunioni politiche a cianciare del meraviglioso futuro come un sessantottardo “ante litteram”). L’Inghilterra era il suo “laboratorio” e in quello vedeva ciò che poi non si è realizzato; e già ne avevano preso consapevolezza Kautsky e ancor più Lenin, che parlava apertamente dei dirigenti salariati come di specialisti borghesi e negli operai di fabbrica vedeva solo la “classe in sé”, al massimo capace di “coscienza tradunionistica”. La coscienza rivoluzionaria era portata dall’esterno, cioè dal partito in quanto avanguardia della classe; formata in gran parte dagli “intellettuali borghesi giunti alla comprensione del processo storico nel suo insieme” (frase comunque scritta da Marx nel ben noto pamphlet che è il “Manifesto” del ’48) unitisi ad alcuni (ben pochi) operai di particolare intelligenza, che comunque mai hanno occupato i primi posti nella dirigenza dei partiti (sia socialdemocratici che comunisti, della II come della III Internazionale). Alcuni sono stati figli di operai o contadini, come lo sono alcuni imprenditori capitalisti particolarmente duri e severi verso i compagni del loro padre. La nascita non è poi la condizione sociale vissuta e procacciata ai figli dai padri.

Marx era convinto che i processi in atto nel capitalismo del suo tempo (leggersi la parte finale del cap. XXIV del primo libro de Il Capitale) costituivano già le basi della prima fase, il socialismo, per il cui perfezionamento occorreva solo l’abbattimento dello Stato borghese difensore della proprietà privata dei mezzi di produzione da parte di ormai parassiti, proprietà che doveva andare collettivamente appunto al corpo dei produttori associati (“dal primo dirigente all’ultimo giornaliero”, III libro de Il Capitale). A questo punto, mentre nel capitalismo stavano, secondo il suo parere, formandosi barriere allo sviluppo delle forze produttive, queste sarebbero state abbattute con la rivoluzione proletaria che si impadroniva appunto dello Stato. E allora sarebbe esploso uno sviluppo gigantesco della produzione che avrebbe messo fine alla scarsità dei beni e avrebbe realizzato concretamente il principio comunistico: “a ciascun secondo i suoi bisogni”. Ognuno sarebbe andato nei magazzini, negli spacci o che so io a prendersi tutto quello che gli occorreva senza più prezzi (indice di scarsità); e quindi senza moneta né buoni lavoro (che ci sarebbero stati ancora nella prima fase socialistica, in cui ad ognuno doveva essere dato soltanto “secondo il suo lavoro”). Visione chiara e precisa, totalmente falsificata dalla storia.

Nel socialismo reale del XX secolo non si sviluppavano più le forze produttive (quanto meno dalla seconda metà degli anni ’50) mentre il mondo capitalistico era in piena crescita e con la terza rivoluzione industriale alle porte. Chi vuole ancora sognare, lo faccia pure. In Marx vi era, al contrario, una previsione basata sulla concretezza e materialità dei rapporti sociali e della loro trasformazione. Il comunismo da voi fantasticato è immaterialità pura. Allora perché non credere all’anima che s’invola dopo la morte? Visto che ci assicura la vita eterna. Voi non assicurate nulla di concreto, di materialmente esistente sulla terra, esattamente come le religioni. Solo che dite a tutti: morirete, non c’è nulla dopo voi, ma i vostri successori, di qui a qualche secolo, acc….. come staranno bene con il comunismo. E’ chiaro che cosa le masse hanno nuovamente scelto: le religioni dell’al di là. Al di qua ci siete voi con la vostra tristezza e malinconia per le speranze perse e cui vi aggrappate con quella che ad un “esterno” appare disperazione.

4. Non dileggio nessuno, resto solo basito per l’incomprensione continua di quanto vo’ dicendo. Allora:

a) Il comunismo è finito, morto e sepolto. E’ finito nel ’17 perché da allora tutte le rivoluzioni, guidate da partiti che si dicevano comunisti, sono state fatte dalle sedicenti avanguardie (partiti) con al seguito i contadini. Dove c’erano le masse operaie, chi ha tentato la rivoluzione (Luxemburg, ecc. in Germania) è stato massacrato ed eliminato in pochi mesi (per non dire giorni). Il socialismo detto reale non aveva nulla a che vedere con quello che pensava Marx (ma in fondo, prima del ’17, anche Lenin). Non c’era la proprietà collettiva dei mezzi di produzione, solo quella statale e di uno Stato/partito in cui un ristrettissimo gruppo dirigente comandava al 100%; e chi non seguiva quella balla del “centralismo democratico” era espulso (anche dalla vita se possibile). L’Urss si è sviluppata sotto la potente direzione del gruppo al cui vertice stava Stalin (era comunismo? Non vi viene da ridere?). La Cina si è rimessa dallo sconquasso del “balzo in avanti” (anni ’50) e della “rivoluzione culturale” (anni ’60) con Deng e uno sviluppo comandato dal centro ma affidato a imprese. Le 3000 imprese statali decotte dell’epoca di Mao sono state, con intelligenza e tempi adeguati, liquidate e trasformate in imprese che si sono affidate sempre più a “leggi mercantili”, pur con processo di trasformazione controllato e guidato, ma non certo dai “produttori associati”, invece da manager di buone capacità, quelli che Lenin chiamava specialisti borghesi. Quindi fine della balla della transizione al comunismo.

b) Le velleità anticapitaliste raccontate dai sopravvissuti della passata stagione non hanno nulla a che vedere con quanto pensava e credeva di aver visto Marx, con analisi oggettiva della società inglese della sua epoca. Siamo entrati in un’altra epoca in cui finalmente le masse popolari (sempre più segmentate e stratificate e in cui i veri operai sono una minoranza ….. sempre minore) si dedicano, e al momento con scarsa efficacia (e ciò preoccupa anche me!), a difendere le proprie condizioni di vita e di lavoro in peggioramento. Lo Stato sociale viene progressivamente intaccato. Sono assolutamente d’accordo nella difesa di queste condizioni di vita e di lavoro nonché dello Stato sociale. Basta che non mi si racconti che questa è lotta anticapitalista nel senso in cui la s’intendeva quando i comunisti sapevano che cos’era il marxismo. Difendiamoci e diciamo quello che esiste oggi, non inventiamoci fantasie che dividono e irritano chiunque ancora si ricordi effettivamente dei comunisti d’antan.

c) Viviamo dunque un’epoca di transizione; e solo per fare una similitudine, ma molto all’ingrosso, ho ricordato spesso quella tra il Congresso di Vienna (1814-15), momento della piena Restaurazione, e il 1848 che apre una nuova epoca, in cui appunto Marx pensa in un certo modo al “Movimento operaio”, modo fallito e smentito proprio dalla Rivoluzione del 1917. Finita miseramente l’epoca delle presunte rivoluzioni proletarie, finita quella dell’altrettanto presunta lotta rivoluzionaria nelle “campagne” contro le “città” (paesi capitalistici sviluppati), ho proposto di essere finalmente un po’ realisti e di dedicarsi all’analisi di fase, cioè per qualche decennio a dir tanto, senza mettersi ancora una volta a sciorinare ricette per abbattere ….. quale capitalismo? Parliamo indifferentemente di capitalismo riferendoci a quello vissuto all’epoca di Marx, a quello delle due guerre mondiali, a quello emerso con lo strapotere degli Stati Uniti. Siamo molto ignoranti (me compreso, sia chiaro) e continuiamo a straparlare senza un minimo di cognizione su nulla. Allora riprendiamo da quelle che sono adesso le contraddizioni più acute. Ci sono quelle tra etnie e quelle tra religioni in primo piano. Ho avanzato l’ipotesi che queste vengano però accentuate e sfruttate nell’ambito della tendenza degli Usa a voler dominare incontrastati il mondo, mentre si vanno sviluppando potenze che via via dovrebbero contrastarli con crescente forza.

d) Non sostengo che la lotta tra Stati ha preso definitivamente il posto di quella tra classi o tra dominanti e dominati (e già questa distinzione è frutto di mancanza d’analisi dei rapporti sociali). Le classi sono tramontate perché si basavano – e qui do a Marx piena ragione – sulla proprietà o meno dei mezzi di produzione. Questa caratteristica fa oggi ridere se la si vuole usare per definire ancora i rapporti sociali di un capitalismo del tipo statunitense (da me detto “dei funzionari del capitale”, dizione che non ricopre quella di “capitalismo dei manager”, anche se tende a ricomprenderla). Lasciamo stare le classi e seguiamo meglio l’evolversi delle modificazioni strutturali dell’odierna formazione sociale. Intanto però – quindi per questa fase storica che non so quanto durerà, ma è certamente transitoria – teniamo conto di questa lotta multipolare tra Stati/potenza che usano le etnie, le religioni, ecc., cercando di orientarle per quanto possibile ai loro scopi; ma certamente con notevoli perdite di controllo, che sono a mio avviso messe in conto.

Volete quindi capire infine che ciò che dico lo dico con perfetta coscienza della sua assoluta transitorietà? L’unica cosa di cui sono convinto è che tale transitorietà è necessaria, che voler predicare teorie generali e presunte definitive – e per di più quelle di millant’anni fa, decrepite e orrorifiche – è solo frutto di mentalità dogmatica, che cerca sicurezza perché non si è capaci di vivere nella dura fatica di un nuovo pensare, sapendo che stiamo rimuginando cose labili e passeggere; eppure utili come passi di transizione in un’epoca di completo subbuglio, in cui tutte le precedenti certezze sono terribilmente sconsolanti. Si perde tempo e si rincoglioniscono ancor più i giovani, che già questa scuola merdosa in mano alle “sinistre” umanitarie (solo perché ipocrite) sta riducendo ad analfabeti. Non sto pensando ad alcuna teoria generale da proporre in alternativa al marxismo.

Si può infine essere capiti?

5. L’insegnamento di Marx, che non a caso non intendo dimenticare, è di aver analizzato la società del suo tempo (e nel suo “reparto” da lui ritenuto il più avanzato, l’Inghilterra, dove fra l’altro ha vissuto a lungo). E non l’ha analizzata da pasticcione eclettico come tanti intellettuali “rivoluzionari”. Dopo aver liquidato la sua precedente ideologia in quel mare di appunti (che lui non aveva alcuna intenzione di editare perché gli erano appunto serviti per spazzare via le sue superate concezioni) pubblicato ben dopo la sua morte come “Ideologia tedesca”, egli si è dedicato con grande pazienza allo studio dell’economia politica (classica) inglese, di cui restano altre migliaia di pagine poi raccolte e pubblicate da Kautsky e infine risistemate come “Teorie sul plusvalore”. Egli interpreta la realtà inglese del suo tempo utilizzando proprio quella teoria, cui apporta una “piccola” variante: la distinzione tra lavoro (fonte del valore di un prodotto) e forza lavoro, in quanto energia (manuale e intellettuale) contenuta nella corporeità umana e che ha essa stessa valore in base al lavoro speso per produrre quanto necessario alla sua sussistenza e riproduzione (non certo in senso biologico, bensì storico-sociale). Da questa “piccola” (detto in senso ironico evidentemente) variazione derivano tutte le migliaia di pagine de “Il Capitale” e altre opere (però minori). Solo che il “nostro” ne trae determinate conclusioni in un certo senso necessitate dall’applicazione di QUELLA teoria a QUELLA determinata realtà che egli vedeva come tipica dell’Inghilterra; e che per lui annunciava quanto sarebbe avvenuto in breve in tutto il mondo, allargandosi a macchia d’olio. Qui s’inserisce quello che definisco “errore” dopo ben un secolo di sfrenata ideologia “operaia”, che ha nei fatti abbandonato Marx in più di un punto pur credendo di restargli sempre fedele.

In realtà, l’“errore” non è stato di Marx, ma dei suoi successori che, con tutta tranquillità, hanno riconosciuto (di fatto ma non in teoria) la non formazione del corpo dei produttori associati (“dal primo dirigente all’ultimo giornaliero”, dall’ingegnere all’ultimo manovale); hanno dunque separato i dirigenti dai veri e propri operai di fabbrica. Soltanto questi sono stati considerati la “classe rivoluzionaria”, provocando un corto circuito immane. I soli operai di fabbrica (senza nemmeno l’unione con i dirigenti, in un certo i possessori delle “potenze mentali della produzione”) non avevano alcuna capacità egemonica e di direzione di una profonda trasformazione (rivoluzionaria) della società capitalistica. E Lenin lo riconobbe apertamente quando affermò che la classe operaia (così ristretta) giungeva al massimo ad una considerazione tradunionistica (sindacale) dei problemi intrinseci allo sviluppo del capitalismo; sostenne però che essa rimaneva “in sé” il perno della futura rivoluzione.

Per fortuna, egli (dopo il ’17), e più tardi Mao, ecc., ripiegarono sui contadini e realizzarono delle rivoluzioni, da cui non è certo nata alcuna società socialista e tanto meno comunista. Tuttavia, io sto dalla parte di quelle rivoluzioni, che adesso hanno però dato tutto quello che potevano dare; e ciò che ne è risultato non ha più nessun significato anticapitalistico come lo agognano ancora i comunisti residuati. Accortomi di tutto questo bailamme, ne ho semplicemente preso atto, ho cercato di coerentizzare sempre meglio quanto teorizzato da Marx in modo da capire dove si è creata la “frattura”, che gli ha impedito una corretta previsione della dinamica capitalistica successiva così diversa da quella inglese (borghese) della sua epoca. E ho tenuto proprio conto dell’insegnamento fondamentale di Marx, sto cioè cercando di analizzare la società nella sua fase storica attuale.

Per il momento, anche a causa (io credo) degli enormi ritardi accumulati in senso puramente ideologico (e quasi “mistico”) con cui mi scontro, si tratta di un’analisi “in progress” con tutte le incertezze del caso. Questo comunque ho fatto, in completa fedeltà all’insegnamento marxiano. Continuare a declinare mille volte il termine comunismo o anche solo anticapitalismo, non fa fare un solo passo avanti nell’analisi della fase attuale e delle diverse formazioni sociali esistenti in varie aree mondiali. Io vivo qui e di fatto sono influenzato, nell’analisi, dalla società detta “occidentale”. Anche perché la stessa teoria di Marx, da cui pur sempre parto, è “occidentale”, prende le mosse dall’idea che qui fosse il centro del futuro sviluppo della società, che il capitalismo si sarebbe da qui allargato a tutto il mondo uniformandolo.

Diciamolo pure: Marx era convinto che la vera civiltà progressiva fosse la nostra, le altre erano solo in ritardo, addirittura ormai statiche. Io non la penso così, ma la teoria utilizzata nell’analisi si rifà a Marx, nutrito di quelle idee. Lo so e quindi mi rendo conto dei miei limiti. Solo per questo, tuttavia, non perché ho abbandonato l’intento di abbattere il capitalismo, un’ossessione di nessun significato conoscitivo. Analizzo, come posso, la società del mio tempo e della mia area mondiale. Sono convinto che siamo in transizione verso una nuova epoca storica non ancora ben prevedibile. Non è conoscibile in modo più esaustivo soltanto perché lo si vuole. I desideri restano tali; e assai poco realistici. Quello che non si vede, non si deve dire. Atteniamoci a quanto sembra (SEMBRA) abbastanza realistico.

5 bis. mi interessano gli studi condotti con un apparato teorico alle spalle e non semplicemente intrisi di empirismo sociologico spicciolo. Bene o male io ho un apparato teorico che è di fatto quello di Marx, con la variazione: dalla centralità della proprietà (non in senso giuridico) dei mezzi di produzione (che comporta un ben preciso indirizzo dato all’analisi dei conflitti nella società nella fase storica del capitalismo; per Marx quello inglese) alla centralità del conflitto di strategie per la supremazia, che implica una diversa analisi delle lotte in corso nel capitalismo d’ultima fase (ultima finora). Certamente la variazione apportata implica drastici rimaneggiamenti dell’apparato teorico marxiano; e rimaneggiamenti in corso d’opera, non “precipitati” nella pretesa di una teoria generale della trasformazioni sociali come si trova ne “Il Capitale”. Tuttavia, un certo apparato teorico esiste, mentre certi sociologi si limitano alla rilevazione empirica di date fattualità. Studi a volte interessanti, utili, ma qualcosa di diverso da ciò che cerco io.

PRENDIAMO UNA VACANZA (7 luglio ’11)

Per oggi è meglio che mi dedichi a certi ricordi (attualizzati ovviamente). La guerra di Libia procede creando disgusto per le menzogne, le arroganze e prepotenze con annessa ottusità; quella propria di assassini ottenebrati, solo pronti ad uccidere. L’hanno fatto con Bin Laden, adesso vorrebbero ripetere il colpo. I delinquenti da trivio del sedicente Consiglio di Bengasi, manichini mossi da criminali anglo-francesi al servizio di quelli ancor più truci al comando negli Usa, recitano la comica sceneggiata dell’apprestamento di squadre pronte a eseguire il compito, mentre è ormai noto (non alla “popolazione”, questo è chiaro) che vi sono gruppi di “assassini specializzati” inglesi e francesi già in territorio libico per studiare il colpaccio (non facile come quello effettuato in Pakistan dai loro simili statunitensi).

Non parliamo della manovra finanziaria da dementi totali in preda al cupio dissolvi, che colpiscono a man bassa salvo che la cosiddetta casta. Il governo è ormai in stato agonico e se ne dovrebbe andare il più velocemente possibile. Quanto al premier, è ormai spento e senza un’idea purchessia dal dicembre dell’anno scorso (quando non si avviò verso elezioni anticipate per non irritare i suoi “amici”/padroni statunitensi e il loro principale rappresentante in Italia). Il problema grave è che l’alternativa è comunque quella di un governo di piena e totale subordinazione agli Usa, alla Ue, alla Nato e a chiunque abbia bisogno di calpestarci e tenerci sotto stretta sudditanza. Tuttavia, ormai questo governo di sbandati totali, portati al precipizio da Tremonti (che sa bene quel che vogliono i suoi “mandanti”), è votato alla morte. Evidentemente, se il decesso viene ancora rinviato è perché gli stessi Usa (e il loro rappresentante italiano) manovrano per orientare nel modo “migliore” (per loro e malissimo per noi) la transizione al pieno servaggio del paese e all’impoverimento, io credo, di circa tre quarti della popolazione. La preoccupazione (loro) è che qualcosa sfugga di mano e si crei un caos eccessivo, con ingovernabilità accentuata e conseguente necessità di un intervento d’ordine che si vorrebbe invece evitare (affinché non si corrano gli stessi rischi esistenti al momento in Egitto, dove la situazione non è per nulla sotto pieno controllo).

Comunque passiamo alla “vacanza”.

 

1. Quando divenni comunista nei primissimi anni ’50, i “compagni” che incontrai erano pienamente innamorati di qualsiasi processo riguardasse la modernizzazione del paese, il suo sviluppo, il progresso scientifico e tecnologico. Si commettevano anzi molte ingenuità in proposito. Non ci si scordi che erano ancora gli anni del lissenkismo, anni in cui si credeva di poter abolire certe leggi genetiche tramite la semplice selezione di specie adattabili a qualsiasi evenienza (i famosi aranceti che avrebbero dovuto crescere in Siberia). Si trattava solo del caso estremo di una troppo ingenua fede nel progresso e nel dominio incontrastato della ragione (scientifica).

Dall’altra parte, vi era comunque l’attacco dei settori più retrivi degli “organismi” (Chiesa in primo luogo) che “amministrano” la(e) religione(i), tesi a diffondere timori per ogni forma di modernizzazione e sviluppo; perché quest’ultimo stava conducendo alla fine della società agraria (e di quello che Marx definiva “idiotismo rurale”), all’industrialismo e all’inurbamento con i vasti fenomeni di trasformazione della struttura sociale che si accompagnavano al completo rivoluzionamento della mentalità e dei costumi abituali, ecc. Già in quegli anni iniziò però l’opera più sottile di settori strettamente legati al “grande capitale monopolistico” (come si diceva allora): ad es. il Club di Roma, emanazione della Trilateral (che è come dire oggi Gruppo Bilderberg). Questi si ubriacavano di modernizzazione, soprattutto in tema di costumi, diffondendo però timori per i “limiti dello sviluppo”, per le distruzioni ambientali, il poco rispetto per la Natura (pronta a “ribellarsi”). Non fu difficile mettere in luce che si trattava di gruppi manovrati dagli Usa, i quali predicavano bene (e razzolavano male); diffondevano solo ciò che era utile al loro predominio. Tutti gli altri paesi sarebbero dovuti restare legati alle produzioni più moderne americane senza alcun intento di effettiva competizione (salvo che negli inganni ideologici relativi al “libero mercato”).

In fondo cambiano le forme, ma la sostanza di quanto sostengono i predominanti è sempre la stessa. Nel XIX secolo – quello della ragione positivistica tutto sommato trionfante, malgrado le varie reazioni “romantiche” – la teoria ricardiana del commercio internazionale “dimostrava”, in nome della competizione globale mercantile con reciproco vantaggio di tutti i concorrenti, che al “Portogallo” conveniva specializzarsi in produzione di vino mentre i manufatti tessili (industriali) dovevano rimanere appannaggio dell’Inghilterra. Non poteva a quell’epoca venire in mente alcun esaurimento di fonti naturali (salvo forse sporadici accenni), catastrofi o altro; meglio spingere i beoti all’adorazione delle oggettive leggi del mercato per sostenere la convenienza “globale” di un accentuato sviluppo industriale del paese mondialmente predominante in quell’epoca.

Nel XX secolo – in particolare dopo la seconda guerra mondiale con un ormai piuttosto numeroso insieme di paesi industrializzati e dediti allo sviluppo (sia capitalistico sia, in competizione non solo economica, “socialistico”) – alla “dimostrazione” di una convenienza reciproca a specializzarsi in settori diversi (quelli più avanzati e strategici in mano agli Usa, ovviamente) si è ritenuto utile aggiungere la paura delle catastrofi procurate dall’“eccesso” di industrialismo e di progresso scientifico-tecnico, dall’esaurimento delle fonti naturali, ecc. Il Pci fu all’avanguardia nel rintuzzare simili tesi, mettendone con una certa energia in luce, negli anni ’50 e primi ’60, la radice statunitense. Non era però il solo; tutto sommato, i socialisti (socialdemocratici in senso proprio), e più in generale quella che era la reale sinistra progressista, agirono di complemento, salvo eccezioni relativamente rare, fino agli anni ’70. Dal punto di vista editoriale, alle Edizioni Rinascita e poi Editori Riuniti (del Pci) si affiancavano quelle di Comunità (finanziate dal grande industriale illuminato Adriano Olivetti), che erano di tradizione appunto socialdemocratica.

La polemica, certo aspra e senza tante mediazioni, tra comunisti e sinistra progressista verteva soprattutto sul significato della “democrazia” (limitatamente “borghese” per noi comunisti) e sulla conseguente necessità di differenti metodi di accumulazione delle forze al fine di rovesciare gli assetti di potere instaurati in Italia con il predominio statunitense (e la Nato, ecc.). La “via italiana al socialismo” fu non a caso presa per un escamotage togliattiano (il “regime di doppia verità”) per ingannare il “popolo” sulle reali intenzioni dei comunisti protesi alla conquista “violenta” del potere. Per inciso, dico che fui sempre contro il togliattismo, che mai lo presi per un mascheramento considerandolo invece una pretta deriva “revisionista”; a partire dal 1956 ero quindi già “maturo” per aderire più tardi (1963) alle posizioni denominate filocinesi, quando la rottura interna al sedicente comunismo si manifestò apertamente. Ma questo non ha adesso importanza.

 

2. Non è qui possibile, per ragioni di tempo e di spazio necessari ad un’ampia riflessione, indicare (almeno iniziare a farlo) i motivi “strutturali” (relativi alla formazione dei gruppi sociali e della loro articolazione interattiva, formazione e interazione interessate da tumultuose modificazioni) di quanto avvenuto con il famoso ’68, preso per un fenomeno fortemente progressivo, ma che lo fu invece solo parzialmente conducendo ad un processo di sdoppiamento tra il conflitto per la modernizzazione dei costumi, da una parte, e il progressivo annullamento della capacità di analisi sociale, accompagnatosi all’appiattimento della riflessione teorica e alla deriva della lotta politica. Quest’ultima era prima piuttosto netta e ben definita nelle sue diversità progettuali, programmatiche, mentre poi procedette verso l’annebbiamento personalistico e al massimo moralistico, in cui si sono enucleate, proprio solo in base alla differenziazione di mentalità e modernizzazione dei costumi (in specie, e quasi esclusivamente, sessuali), le due etichettature di “destra” e “sinistra”.

Prima del ’68, la sinistra era considerata dai comunisti solo una corrente della politica borghese, quella appunto più modernizzatrice, detta “riformista”; ma non certo esclusivamente sul piano dei costumi e della mentalità “corrente”, bensì con riguardo a mutamenti dei rapporti di forza interni a settori politici (in quanto centri strategici) in stretta connessione con quelli economici, dove la lotta si accentrava sul diverso peso da dare alle nuove e più decisive branche industriali o invece a quelle “mature” e “ritardatarie”. Nel mondo bipolare, all’interno del campo detto “capitalistico” la predominanza statunitense era tale che non era nemmeno possibile accennare a reali affrancamenti dei paesi capitalisticamente “avanzati”. Senza tensione effettiva al multipolarismo – come quello affermatosi a partire dagli ultimi decenni del XIX secolo in concomitanza con il lento declino della centralità inglese – non aveva più senso una reale distinzione tra la corrente riformista e quella conservatrice, interne al predominio delle classi borghesi capitalistiche. Destra e sinistra, rimanendo fenomeni detti “culturali” (come se la cultura si limitasse ai costumi, soprattutto sessuali), perdevano viepiù di significato.

E’ venuto più generalmente a cadere ogni riferimento al riformismo progressista e al conservatorismo in merito alla trasformazione complessiva delle economie dei paesi a maggior sviluppo capitalistico con crescente predominanza dell’industria e dei servizi ad essa connessi. Nel secondo dopoguerra, nel campo detto capitalistico, l’industria era generalmente affermata, salvo il caso italiano dove la reale trasformazione da paese agrario/industriale in industriale/agrario si è avuta con il boom (1958-63); da lì è poi partito l’ulteriore sviluppo dei servizi che ha posto infine su un piano “moderno” la posizione dell’agricoltura, ormai sempre più una sorta di branca dell’industria. Nel campo specificamente capitalistico non vi è però mai stata in tutto il periodo una lotta del tipo di quella tra neoricardiani e listiani nel XIX secolo. Anche sotto il predominio “keynesiano”, che valeva soprattutto sul piano interno, il commercio internazionale è stato fondamentalmente liberista; al vertice gli Usa, con molto maggiori possibilità di sviluppare i settori strategici dell’ultima fase dell’industrializzazione (la cosiddetta “terza rivoluzione industriale”); mentre in Europa e in Giappone (in Italia non ne parliamo) tali settori rimanevano relativamente asfittici (comunque sempre legati al predominante “carro americano”), mentre conoscevano maggiore rigoglio i settori “maturi”, quelli delle passate fasi dell’industrializzazione (ma “nuovi” soprattutto per il nostro paese).

E’ del tutto evidente la necessità che in Italia, dato il suo abituale ritardo, venga condotta un’indagine particolare per capirne i mutamenti di struttura sociale (quella che un tempo si definiva “analisi di classe”) e la particolare arretratezza culturale, che rende il paese sempre debole in fatto di penetrazione di una mentalità e cultura scientifiche. In un certo senso, va ripreso, in una fase di industrializzazione ormai predominante, il programma di ripensamento critico che fu di Gramsci nell’Italia pre-guerra. In ogni caso, siamo dentro un’area più vasta (l’“occidente” capitalistico), in cui ancor oggi – in una situazione internazionale comunque in netto mutamento – prevale una specie di neoricardismo, l’idea che si debba restare entro l’ambito della “libera competitività globale” (puramente economica). Il sistema produttivo assume perciò aspetto piramidale, ha un carattere simile a quello tradizionalmente definito, almeno in campo marxista, “ultraimperialistico” o di “capitalismo organizzato”.

In realtà, non si tratta affatto di organizzazione, come l’attuale crisi sta dimostrando, ma solo di subordinazione politica al centro statunitense che decide – utilizzando organismi vari fra cui quelli comunitari europei (e la BCE, in cui è ormai ben piazzato un suo “agente”) – come deve “disporsi” la presunta competitività: i settori nuovi e strategici negli Usa e solo subordinatamente in Europa e Giappone; quelli “maturi” soprattutto verso le “periferie” (dell’area capitalistica avanzata, ovviamente). Le apparenti “eccezioni” – ad es. Chrysler-Fiat – appartengono a questo quadro complessivo poiché la loro funzione è diversa; si tratta di industrie “mature” fatte crescere al “centro” (ma assai ben “decentrate”) con altre finalità (non tutte scoperte e chiare).

Non mi lancio adesso in analisi piuttosto lunghe e difficili. Dico solo che la cultura risente di simile situazione, venutasi a creare per complessi percorsi storici post seconda guerra mondiale, ma in parte orientati dai predominanti. Essa è poi del tutto specifica in Italia, dove esiste una struttura del cosiddetto “ceto medio” diversa che altrove. Il passaggio “ritardatario” alla fase di avanzata industrializzazione, tutta compiuta nell’ambito del sistema unipolare dominato dagli Usa – ben diverso il processo negli altri paesi avanzati europei, che divennero prevalentemente industriali nel periodo del conflitto policentrico – ha comportato la formazione della (sedicente) “classe” operaia secondo modalità differenti: la trasformazione è stata accelerata, ma l’assimilazione di detta “classe” alla riproduzione capitalistica è stata meno “perfetta”. E tuttavia, essa è stata nel complesso sconfitta prima dell’assimilazione in questione, il che comporta modificazioni non indifferenti per quanto riguarda il problema del “riformismo” (socialdemocrazia).

Qualcosa di analogo riguarda gli altrettanto sedicenti “ceti medi produttivi” (come sappiamo, un concetto-ripostiglio). Mentre l’industrializzazione (il boom) portava contadini dal sud al nord per formare le “avanguardie” operaie, essa provocava nelle aree del nord la trasformazione del contadino in “artigiano” (piccolo produttore industriale). Si è venuta quindi creando una sorta di “dualismo” (economico e ancor più sociale) del tutto differente da quello tradizionale nord-sud. Un dualismo non riconosciuto, non risolto dalla politica dei “ceti medi” che fu l’“ossessione” di tutti i partiti della prima Repubblica, con il Pci buon ultimo arrivato a prenderli in considerazione. La crisi “dualistica” – in piena sconfitta sostanziale della “classe” operaia – ha provocato poi il fenomeno leghista, con tutte le sue ristrettezze di visione, la sua incultura strategica, la mancanza di senso nazionale.

Intendiamoci bene; un certo risentimento antimeridionale non è del tutto ingiustificato. Ma doveva essere superato da una forza politica nazionale con capacità di sintesi, in grado quindi di capire veramente sia la sconfitta della “classe” operaia prima della sua assimilazione nella riproduzione capitalistica (assimilazione ormai avvenuta, sia chiaro, ma appunto sulla base di una sconfitta), sia la particolare formazione dei “ceti medi produttivi” al nord (sempre dalla massa contadina), anch’essi in definitiva non vincitori malgrado l’arricchimento e un certo potere conquistato. Appunto, però, senza una visione politica complessiva, con l’illusione di un’integrazione verso il nord Europa, mai avvenuta e che rende i nostri “piccoli imprenditori” i lavoranti per conto di chi ha una più ampia visione dei problemi mondiali, pur essendo comunque, come tutti gli europei, ormai succube della predominanza “centrale”, sempre più pericolosa per le nostre sorti di medio-lungo periodo.

 

3. Questo sostanziale fallimento delle “classi” decisive nel sistema produttivo ha lasciato intero spazio alle bande grande-capitalistiche del tipo più parassitario, di carattere vetero-industriale e finanziario (iugulatorio, vessatorio). Le quali non possono, per ragioni “strutturali”, avere una visione complessiva nazionale. Per questo le ho sempre paragonate agli Junker prussiani, ma soprattutto ai “cotonieri” del sud degli Usa a metà ‘800. Abbiamo sulle spalle gruppi di sanguisughe, dotati però di grandi mezzi a causa dei loro legami “servili” (da servi di lusso) con il capitalismo statunitense. Con questi mezzi, “succhiati” agli sconfitti o non vincitori (operai e ceti medi produttivi), hanno totalmente disfatto e infine controllato i deboli conati (molto appariscenti, ma privi di reale sostanza) del ’68 e movimenti successivi: in Europa, ma in modo appunto del tutto specifico e molto più “penetrante” nel nostro paese.

Così si è formato questo ceto intellettuale mostruoso, capace di assorbire – alla guisa della Cosa di Carpenter – ogni corrente culturale (perfino il marxismo, con la sola difficoltà di “digerire” il leninismo), “ricacandole” tutte in un tripudio di “libertà sessuali” e di “costume” e di arretratezza scientifica e produttiva. Una cultura che è improprio definire “umanistica”, poiché l’Uomo è ridotto ad ombra di un “androide” (non però simpatico come quello di “Guerre stellari”). Si tratta di un “primitivo”, che si spaventa alla “caduta del fulmine”, che fugge a gambe levate, che abdica alla conoscenza. Siamo così passati dall’ingenuità ultrapositivistica dei primordi del movimento operaio – che, nella ritardataria Italia, significano partito comunista degli anni ’50 e ’60, dove però si svilupparono fin da subito anche le correnti promosse dai Galvano Della Volpe, dai Cesare Luporini, dai Ludovico Geymonat, ecc. nient’affatto “ingenui positivisti” – al sentimento pregalileiano dei “raffinati” intellettuali da “salotto”, pagati dall’industria e finanza sanguisughe già ricordate, che sanno bene dove vogliono arrivare, chi vogliono continuare a servire per godere dei riconoscimenti dei predominanti centrali.

Si sarà notato che non sono intervenuto sul nucleare, che non interverrei sugli OGM e altri argomenti del genere. Quello che mi ha respinto non è semplicemente il cupo antiscientismo dei critici – tutti mossi da interessi precisi esattamente come i sostenitori del nucleare o delle altre innovazioni energetiche, biotecnologiche, ecc. – ma appunto lo spirito complessivo di crociata contro tutto ciò che è nuovo, che provoca nella sua novità errori o deviazioni. Mi ha disgustato sentire cianciare nello stesso modo in cui si discuteva dei “disastri” aerei negli anni ’50 (si pensava a quel mezzo di trasporto come al più pericoloso perché gli incidenti avevano molto maggiore risonanza, ma sappiamo ormai che è il più sicuro). Ho vissuto tutta la vita sentendo annunciare catastrofi, glaciazioni secolari e poi subito dopo surriscaldamenti e crescita del livello dei mari altrettanto secolari; e via con tutte le altre “maledizioni” terrene e divine. Ho addirittura sperimentato personalmente l’oscurantismo. Nel 1950 già si trovava la penicillina. Ma se ne aveva timore; quindi fui curato per la mia broncopolmonite ancora con i sulfamidici che, da allora, hanno provocato l’indebolimento dell’apparato intestinale, il mio punto debole.

Quindi, mando al diavolo tutti quelli che manifestano fisime da trogloditi e scimmioni. Non voglio prendere in modo preconcetto posizione a favore di ogni (a volte presunto) progresso tecnico. Tuttavia, disprezzo nel modo più completo coloro che, in modo altrettanto preconcetto e irragionevole, urlano contro le innovazioni non appena accade un incidente, magari a volte una catastrofe. Sono particolarmente sensibile a tale problema poiché è il sintomo della terribile, autentica, catastrofe culturale legata all’unipolarismo dell’“occidente” capitalistico e al solito ritardo delle trasformazioni sociali in Italia; ritardo accompagnato da una insipienza sesquipedale delle “classi” dirigenti – perpetuamente mignatte e al servizio altrui – le quali corrompono il tessuto politico e culturale creando escrescenze e bubboni pestilenziali paurosi.

Non c’è altro da fare che reimpostare, “gramscianamente”, il lavoro teorico-storico-sociale relativamente alla nuova epoca che sta attraversando questo disgraziato “stivale”; almeno servisse a prendere a calci i coglioni che imperversano nel paese, impestandolo da Colfrancui a Zagarolo a Canicattì!