Fu complotto esterno vile tradimento interno

MANI

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Qui in Italia si continua a blaterare di ruberie politiche della prima Repubblica mentre si assiste alla spettacolo penoso dei ciarlatani, furfanti, incompetenti che occupano la seconda. Sono stufo di veder classificati come ladri i personaggi e i partiti di un’epoca storica che rispetto alla odiernità erano persino elementi compartecipi di un’età dell’oro. Sono arcistufo di giornalisti servili che incensano quei magistrati che come iene voraci si accanirono su una nazione messa all’angolo dalle scelte di prepotenze straniere che occupavano e occupano il nostro territorio dalla fine del fascismo. Mani pulite non fu pulizia ma polizia di vindici che per scopi personali si unirono agli sbranatori della patria, nel mutato contesto internazionale all’indomani della caduta dell’URSS. Gli eroi a cui i pennivendoli vergano editoriali incensatori sono traditori che andrebbero puniti severamente. Con ciò non intendiamo rivendicare una inesistente onestà della vecchia partitocrazia ma semplicemente la sua superiorità rispetto ai sicofanti che si sono sostituiti ad essa. Del resto, come diceva Benedetto Croce in politica conta la bravura non la rettitudine individuale. Nessuno si farebbe operare da un medico buono ma non in grado. Perché dovremmo farci guidare da anime belle prive di spina dorsale? È intollerabile che la vita politica venga sottoposta alla logica della sbarra laddove l’agire politico, nelle sue profondità sostanziali, è arte di raggiungere grandi obiettivi senza alcuna trasparenza di intenzioni, al fine di sopravanzare gli avversari. La politica se ruba galline va disprezzata e ingabbiata, quando è invece strategia per potenziare la nazione deve godere di qualsiasi licenza e nessun leguleio o togato è autorizzato a mettere naso nei decisivi affari di Stato. D’altronde i commentatori più sciocchi o più prezzolati non sono adusi a intendere la maggiore viltà degli impostori che rispettando la legge (la sua forma e parvenza) distruggono interi popoli. Non sappiamo che farcene dei pubblicamente retti e corretti che sono storicamente rotti e corrotti. Peraltro, spesso non sono nemmeno la prima cosa, quanto piuttosto topi di bottega che si realizzano svuotando la credenza. Anche il fuorilegge può essere uno che pensa in grande o che non pensa proprio. Il loro apice carrieristico viene raggiunto esclusivamente quando possono accodarsi a soluzioni imposte altrove, possibilmente dall’estero. Si devono fare autorizzare per raccattare le briciole del loro Paese addentato dai grossi sciacalli mondiali.
Leggete quanto riporto in foto. Non sono le dichiarazioni di una volpe della precedente stagione politica eppure anche lui (Ugo Intini, già collaboratore di Craxi) ha chiaro il vulnus sul quale si fonda questa Italia da strapazzo in mano a dei pupazzi.

 

SOLIDARIETA’ MA ALLARGANDO IL DISCORSO, di GLG

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Indubbiamente, la figlia di Borsellino ha tutte le ragioni di sostenere quanto qui leggiamo e ad essa deve andare tutta la nostra solidarietà, assieme ad una considerazione sempre più bassa di questa magistratura. Non tanto di singoli magistrati perché sono convinto che ce ne siano moltissimi, probabilmente la maggioranza, che nulla hanno a che vedere con le aspre ma giuste affermazioni della Borsellino. Tuttavia, dobbiamo anche ricordare altri fatti incresciosi.
Primo fra tutti proprio “mani pulite”, operazione che si è voluta onorare al massimo grado ai funerali del procuratore capo di quel gruppo di magistrati. E anche in tal caso, sia chiaro che – a parte uno di quei magistrati, sulle cui specifiche funzioni in quell’occasione nutro molti sospetti – non credo che detti magistrati abbiano agito in malafede e soprattutto ponendo in opera delle scelte, non a caso definite “colpo di Stato” dai figli di Craxi; forse esagerando un po’, ma non poi troppo. In realtà, resto convinto che quei magistrati hanno avuto semplicemente il via libera e a loro sono stati forniti ampi indizi da parte di dati gruppi politici ed economici, italiani e stranieri; in primo luogo ambienti statunitensi che usarono ampiamente un mafioso sedicente “pentito”, Buscetta, secondo il ben consolidato ruolo sempre svolto da tale nostra organizzazione criminale in favore degli USA (ricordiamo almeno lo sbarco in Sicilia delle truppe di questo paese nel 1943).
Dalla fine della guerra, l’Italia è sempre appartenuta al “campo occidentale” centrato sugli USA; nel 1947, dopo che a gennaio De Gasperi andò a prendere ordini a Washington, venne buttato fuori dal governo di sedicente “unità nazionale” il Pci. Ciò consolidò un ben preciso regime, poi indubbiamente vincente alle votazioni del 18 aprile 1948. Con il 1963 (primo governo di centro-sinistra presieduto da Moro e basato sul ruolo fondamentale di Dc e Psi) si stabilizzò ulteriormente la posizione dell’Italia in subalternità rispetto agli Stati Uniti. Il centro-sinistra divenne ulteriormente robusto con l’ascesa di Craxi (statista di rilievo) alla direzione del Psi nel 1976. E’ indubbio, tuttavia, che il governo di centro-sinistra si permetteva a volte qualche “sgarbo” verso i predominanti “centrali” e i loro prediletti “alleati” israeliani, che tenevano sotto controllo il Medioriente; non scordiamoci che nel 1973 costoro abbatterono sopra Mestre l’aereo militare “Argo 16”, tanto per darci un chiaro avvertimento di tenere ben lontani i palestinesi di Arafat. Ovviamente il tutto è stato fatto passare per incidente e ancora oggi mai si è chiarito con nettezza e condannato quel crimine costato la vita a nostri connazionali. Altri “sgarbi” italiani (non tanti) vi furono; e ricorderò il ben noto episodio di “Sigonella”, gestito proprio da un deciso Craxi.
Nel frattempo, però, a partire dall’inizio anni ’70 (anzi direi dal 1969 all’incirca) si andò attuando – con tutta la cautela e mascheramento del caso, per non farsi abbandonare dalla “base” ancora largamente operaia – lo spostamento del Pci verso gli USA (e la Nato), con poi il “caso Moro” (1978) e il concomitante viaggio oltre atlantico di quello che fu definito da Kissinger “il mio comunista preferito”. Non si poteva ovviamente però creare una crisi di forte “trapasso” politico in Italia nel mentre sussisteva il sistema “bipolare”. Alla fine, per merito di uno “sfasciatore” come Gorbaciov, si dissolse nel 1989 il “campo socialista” e nel 1991 l’Urss. Andreotti fu “inspiegabilmente” cupo in quel periodo e non era evidentemente contento del “crollo del muro”. Craxi, altrettanto inspiegabilmente (e stavolta senza virgolette) esultò. Possibile che non abbia capito cosa si stava preparando? Forse si sentiva garantito da qualche “ambiente” (USA?) che poi invece mancò all’appello?
Comunque si poté dar via libera all’operazione giudiziaria che liquidò la “prima Repubblica” perseguendo soprattutto democristiani e socialisti (nessuno ricorda che, su oltre cento indagati e colpevolizzati, la stragrande maggioranza fu assolta; ad alcuni, ad es. l’ex Ministro Formica, processato per 14 anni, fu annientata la carriera politica ma anche fortemente “disturbata” la vita). La magistrata Parenti ingenuamente pensò che “mani pulite” valesse per tutti, anche per il “fu Pci” (divenuto Pds); e le fu tolto ogni incarico. Perché l’operazione – per scelta di coloro che usarono la magistratura come semplice strumento; e ribadisco che quei magistrati, salvo forse uno, probabilmente pensarono di fare solo il loro dovere – era stata decisa in “altro (e alto) loco” per creare un nuovo regime, formato dai post-piciisti e dai post-“sinistri” diccì, molto ma molto più sdraiato davanti all’ormai strapotere degli Stati Uniti, unica superpotenza rimasta. L’operazione non fu del tutto ben pensata, ma soprattutto pessimamente condotta dai post-piciisti, di una inettitudine politica incredibile. Fu obbligato a mettersi in campo Berlusconi. Anche questo è dimenticato: costui fu minacciato di rovina economica da uno sciocco pidiessino e tentò in tutti i modi di appoggiare un rappresentante politico, credendo per un momento di averlo trovato in Mario Segni dopo il patto tra costui e Maroni, durato “l’espace d’un matin”. In definitiva, è avvenuto ciò che ormai viviamo – una vera disgrazia – da un quarto di secolo ormai.
Ho voluto ricordare tutto questo, pur assai sinteticamente (ma ne abbiamo parlato non so quante volte), perché alla dovuta solidarietà nei confronti della figlia del magistrato Borsellino, più che giustamente indignata di fronte all’incredibile comportamento di una parte della magistratura (numericamente senz’altro minoritaria ma in posizioni di dirigenza), deve seguire la precisazione del ruolo svolto più di una volta dall’apparato giudiziario. E non si pensi sempre che si sia trattato di scorretto (e certamente “non legittimo”) comportamento di magistrati poco affidabili nella loro lotta alla mafia e altre consorterie simili. Dietro ci sta sicuramente qualche grave manovra, svolta dai soliti ambienti predominanti (italiani e stranieri, in specie americani), di cui la “criminalità” è puro strumento (come lo fu nell’assassinio di Enrico Mattei). Si vuol infine capire che non esiste potere senza una criminalità da combattere? E che è sempre strumento delle manipolazioni di questo potere, ma nel contempo il suo sostegno fondamentale; perché solo agendo contro di essa per la sicurezza dei cittadini, il potere si fa ben volere da questi ultimi e ne ottiene la fiducia.
Dove può mai esistere, ingenui che non siete altro, un potere che non abbia un “nemico” da combattere? O è quello esterno – nelle varie guerre che si combattono – o altrimenti deve sussistere all’interno. Anche certo “terrorismo” – che sia quello islamico o invece anarco-insurrezionalista o di qualsiasi altra origine e insorgenza – deve manifestarsi, con maggiore o minore vigore a seconda del bisogno, per essere combattuto e a volte represso nel sangue. Sia chiaro, non mi si fraintenda: esistono i criminali ed esiste il terrorismo o altra insorgenza pericolosa. Chi sta da quella parte, lo è perché ha fatto veramente quella scelta e su questa (o PER questa, quando si tratta di ideologie e forti credenze) ci campa. Tuttavia, non sarà mai veramente annientato dal potere perché altrimenti questo si trova sbandato, senza scopo. E in certi casi, soprattutto quando dati poteri sono in contrasto con altri per la supremazia, certa criminalità o certo terrorismo viene alimentato da alcuni di questi. Così come hanno fatto gli USA (quelli da me detti n. 1) finanziando, magari tramite paesi-satellite, Al Qaeda e l’Isis; e organizzando pure le sceneggiate di vittoria su queste organizzazioni del tipo dell’uccisione di Bin Laden, ecc. ecc.
Insomma avete capito. Mi sono allontanato dal punto di partenza, ho ampiamente dirottato. Torno però al punto di partenza. Bene ha fatto la Borsellino ad indignarsi e noi stiamo sicuramente dalla sua parte. Nel contempo, alziamo le orecchie. Si sta forse preparando qualche altra “mani pulite”. Sarà più difficile e non otterrà magari il successo della prima. Certi “poteri” (un tempo detti “forti”; e non solo italiani) sono assai preoccupati. I cosiddetti populisti sono a mio avviso ancora delle “mezze misure” (e anche meno), troppo condizionate e con scarsa capacità di penetrare nei veri “fortini” del “nemico”: il settore culturale, i mezzi di informazione, i Servizi, tutti ancora in mano a quest’ultimo, a quella che definisco “infezione”. Si continua a parlare inoltre di “destra” e “sinistra”. Ma tale distinzione non corrisponde più per nulla a quella storicamente rilevante per oltre un secolo. Piddini e forzaitalioti (la maggioranza di questi ultimi, quella ancora rincretinita dal “nano d’Arcore”) sono differenti eppur afferenti allo stesso marcio establishment europeo (e USA-Nato), che ha dominato fino a due-tre anni fa e che adesso traballa.
In ogni caso, si sta preparando una nuova stagione d’uso della magistratura quale strumento di un dato potere. Nel 1992-93 fu usata per abbattere uno schieramento dominante da decenni, ma per sostituirlo con uno ancora più servo dell’unico predominante rimasto dopo il crollo del bipolarismo. Adesso c’è la crescita del multipolarismo e una certa debolezza dei vecchi dominanti; sia nel paese ancora predominante (ovviamente gli USA) e sia nei suoi servi della UE. Questi, in Italia, vorrebbero di nuovo chiamare la magistratura (ripeto: una sua minoranza, ma agguerrita) per annientare il pericolo avversario; poiché al momento la “democrazia dell’urna” li sta sfavorendo. E non mi sembrano avere idee per la testa; salvo appunto il controllo di importanti apparati, che i loro avversari non hanno proprio la forza di portare sotto la loro influenza. E’ tutto sommato un “conflitto tra pigmei”, ma che occupano tutto il campo al momento disponibile. Per il momento mi fermo qui. Salutamme!

SEMPRE VERITA’ PARZIALI, di GLG

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“Quando finì la guerra fredda, l’Italia si ritrovò in braghe di tela con gli ex alleati furiosi per i rospi che gli erano stati fatti inghiottire da una classe politica sclerotica e avida. L’operazione Tangentopoli fu lanciata come castigo di Dio dal Fbi, così com’è raccontato in The Italian Guillotine (La ghigliottina italiana) autori Stanton H. Burnett e Luca Mantovani. Il libro non è stato mai tradotto, chissà perché. Ma chi lo ha letto sa perché sia stato incenerito il principio di una democrazia liberale non eterodiretta, vietata col pretesto che alcuni politici rubano”. Guzzanti

 

E’ già qualcosa, ma mai un’informazione esatta ed esauriente. Nessuno vuol dire sino in fondo quanto è accaduto; magari anche in sintesi, ma con verità effettiva. Non sono in grado di sapere se all’origine di “mani pulite” ci fosse l’FBI. Per me è lo stesso se ci fosse stata la CIA o qualsiasi altro corpo “segreto” degli Usa. Il fatto decisivo è che comunque l’operazione proviene da oltreatlantico (almeno da certi “ambienti” di laggiù, diciamo). E ci si è serviti di “soffiate” del mafioso siciliano (ben noto) Buscetta; rivelazioni vere o alterate per i bisogni degli “operatori” statunitensi? In Italia vi era nel pool di “mani pulite” uno che era anche entrato in magistratura con un concorso abbastanza “chiacchierato”. In ogni caso, era in contatto con esponenti dei Servizi americani. A parte queste quisquilie, ci si deve domandare perché è stato distrutto il ceto politico governativo della prima Repubblica (il grosso della DC e del PSI, salvo pochi individui tipo Amato), salvando invece i post-piciisti (ormai avevano cambiato di nome) e la sinistra DC; esattamente quello schieramento che nel ’78 non volle salvare Moro, mentre invece si erano dati da fare in tal senso Craxi e gli altri democristiani (quelli bersagliati dalla magistratura).

E chiedetevi anche come mai, proprio dopo pochissime settimane dal rapimento di tale personaggio assai importante nella politica italiana, il n. 2 del Pci partì alla volta degli Usa per una visita definita (comicamente) “culturale”. Lo stesso Kissinger parlò del suo “comunista preferito”; pensate che un politico del suo calibro faccia simili dichiarazioni in merito a chi crede sia ancora dalla parte dell’Urss nel mondo bipolare d’allora? E questo politico ex-piciista è lo stesso che si recò nel 2010 negli Usa – o poco prima o poco dopo Fini (non ricordo bene) che, come ben si sa, abbandonò i suoi “alleati” – per discutere con le massime autorità del paese nostro “padrone”. Ed è facile intuire che si parlò anche della necessità di far cadere Berlusconi, il quale nel maggio 2011, evidentemente intimorito da “qualcosa”, si recò a Deauville a omaggiare Obama e a fargli capire che si sottometteva ai voleri della nuova strategia americana (seguita a quella di più diretto intervento aggressivo utilizzata da Bill Clinton e George Bush).

Beh, pensateci un po’ e riuscirete a capire quale manovra sia stata “mani pulite” e quale processo abbia messo in moto: la caduta della prima Repubblica e il tentativo di mandare al potere i post-piciisti e la “sinistra” Dc (divenuta infine la “Margherita”), che insieme daranno vita all’“Ulivo” con Prodi (andreattiano, non andreottiano!) uomo appunto di quella corrente democristiana. Prodi sostituirà Dini (governo pseudo-tecnico per non andare subito ad elezioni dopo aver fatto cadere il governo Berlusconi a fine ’94) nel 1996; e sarà a sua volta sostituito dopo due anni dal post-piciista D’Alema per garantire ancora di più la “fedeltà” agli Usa durante l’aggressione alla Serbia del ’99.

Tornando per un momento a “mani pulite”, la magistrata Tiziana Parenti, addetta alle indagini sulle tangenti al Pci, fu poi bloccata e non poté andare fino in fondo; ma aveva comunque già scoperto alcune cosette interessanti malgrado i silenzi di Greganti. E la tangente cospicua di Gardini fu seguita fino alle Botteghe Oscure n. 4, sede del Pci. Anzi si arrivò al piano quarto, quello della Direzione del partito, ma si disse che non si era potuta individuare concretamente la persona che aveva ricevuto il malloppo. E Di Pietro ebbe il coraggio di dichiarare che “la giustizia deve perseguire una persona fisica perché non può porre sotto accusa un partito”. Comunque sia, il Pci ricevette, nella sua propria sede centrale, il miliardo di Gardini; quindi era “tangentaro” esattamente come i partiti annientati dall’indagine. Non si distrussero solo singoli dirigenti (Andreotti, Craxi e via dicendo), ma si misero fuori gioco proprio Dc (salvo la sua sinistra) e il Psi (salvo Amato e un’assai piccola parte).

Traete da soli le conclusioni; non ci vuole molta fantasia. Tutto è chiaro e dovrebbe essere ricordato ad ogni piè sospinto; mentre invece si fanno solo mezze rivelazioni, del tutto imprecise e che consentono di far dimenticare a gente dalla scarsa memoria quale sporca manovra fu messa in atto – solo dopo che il sedicente socialismo crollò assieme alla potenza sovietica  – per rendere l’Italia ancora più succube degli Stati Uniti. Eravamo già loro sudditi con democristiani e socialisti; con i piciisti siamo divenuti delle semplici ciabatte da indossare e mollare a piacimento. Ricordiamocelo. Dagli anni ’70 non esistevano più reali comunisti, nemmeno riformisti (o revisionisti come li chiamavamo noi); o, se volete, i comunisti erano ormai un’infima minoranza. Il partito, che così continuò a chiamarsi fino alla fine del polo “socialista”, era un’accolita di autentici trasformisti, vendutisi al miglior offerente. Alla fine, passeranno alla storia per quello che sono stati, che sono e che continueranno ad essere, in sempre più accelerata degenerazione e marcescenza.

ROMPERE CON LA DEMOCRAZIA

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La magistratura non è un potere ma un ordine dello Stato. Così la pensava anche Cossiga, uno che la sapeva lunga in materia e che giudicava con disprezzo lo sconfinamento di campo dei giudici nella vita politica.

Con Tangentopoli i magistrati hanno, invece, decretato la morte della I Repubblica e condizionato pesantemente l’attività della II, con risultati devastanti, fino ai nostri giorni. Sono stati i togati ad aver facilitato, agli inizi degli anni ’90, il golpe di Palazzo che ha spazzato via democristiani e socialisti, tenendo in piedi gli ex comunisti e i cattolici di sinistra. Quest’ultimi hanno preso il controllo delle istituzioni, sia civili che “morali” (producendo varie distorsioni culturali), del Paese approfittando del nuovo clima internazionale post guerra fredda. Con l’implosione dell’Impero Sovietico gli Usa hanno esteso il loro dominio all’Europa dell’ex Patto di Varsavia spostando la prima linea del fronte antirusso alle porte di Mosca. Le classi dirigenti nostrane che avevano fatto da argine al socialismo realizzato, giostrando con le contraddizioni del bipolarismo imperfetto Usa-Urss per tenere d’occhio l’autonomia e il benessere nazionale, furono ritenute inadatte a gestire la mutata situazione dei rapporti di forza, ormai totalmente sbilanciata a favore di Washington e del suo ordine unipolare.

Chi non è capace di leggere l’azione di Mani pulite in quest’ottica mondiale non è in grado di comprendere la portata di quella finta rivoluzione che ha ridotto l’Italia ad un concorrente di serie B del panorama occidentale. L’importanza strategica del Belpaese per i predominanti Usa non è mutata ma è cambiato il prezzo al quale la sua subordinazione viene assicurata dai servi che ora l’amministrano, senza badare al suo presente e al suo futuro.

Non contiamo più nulla all’estero e in Europa non perché non vi siano i margini per recuperare spazi d’azione, anzi l’aprirsi di una recente fase multipolare suggerirebbe il contrario, ma perché abbiamo al potere gente priva di spina dorsale e completamente dedita alla cessione di sovranità, per accreditarsi verso i padroni-predoni stranieri.

In assenza di una politica forte è allora ancora la magistratura a condizionare gli scenari istituzionali, colpendo sia in ambito parlamentare che economico. E’ quest’ultima a frenare con le sue indagini ad orologeria la penetrazione delle nostre imprese di punta sui mercati esteri, qualora vengano toccati gli interessi degli Stati che ci sovrastano, ed è quest’ultima ad entrare a gamba tesa nella bagarre politica per influenzare gli esiti di governo, al fine di garantirsi privilegi di casta e rispondere ad ordini sovranazionali. C’è da dire che essendo i partiti e gli uomini di partito tutti ricattabili – per via di quel passato in cui hanno aderito alla sceneggiata moralizzatrice giudiziaria, pur avendo l’anima sporca e preservandola sempre tale, con successive malversazioni e ruberie di Stato a scopo personale o, al massimo, categoriale – diventa agevole colpirli con indagini, avvisi di garanzia e arresti volti a condizionare gli equilibri politici con la costante vidimazione dei nostri “protettori” extraterritoriali. Ora ci stanno provando anche con Renzi, dopo che lo stesso si è avvantaggiato di speculari sistemi per screditare avversari e amici-nemici interni al Pd. Un circolo vizioso che non accenna ad esaurirsi da quasi vent’anni, con grande nocumento per le prospettive del Belpaese, sia geopolitiche che interne. I pochi elementi non implicati nel disastro in atto (penso ai 5 Stelle) hanno, tuttavia, sposato, con un’enfasi settaria e persecutoria, le deleterie logiche giustizialistiche e moralistiche alla base di tutti i nostri guai, dimostrando di non essere all’altezza del compito di liberare la Penisola dai suoi carnefici. Aderendo, inoltre, a sciocchezze ambientalistiche e complottistiche di ogni tipo, propalate apposta per frenare il nostro sviluppo economico, i grillini sbarrano il passo all’innovazione di cui avremmo bisogno in svariati campi scientifici ed industriali.

Stesso ragionamento vale anche per i cosiddetti populisti (Lega e FdI) i quali non riescono a slegarsi dai famigerati richiami democratici che producono solo lagne e piagnistei, provando di non essere poi così cattivi come sembrano e come, invece, dovrebbero, laddove si tratta proprio di rompere la gabbia d’acciaio della democrazia in stile americano e la sua scimmiottatura europeistica, per restituire all’Italia un proprio stile originale, adeguato ad evadere dalla sua sudditanza agli Usa-Ue e per rispondere a quelle istanze liberatorie che potrebbero rilanciarla sul teatro internazionale.

Finché non apparirà all’orizzonte una forza nazionale capace di respingere democrazia, falsi miti di pace e solidarismo ed idiozie ecologistiche non usciremo dal burrone storico in cui siamo tristemente piombati. Eppure l’avvento di una forza così fatta e risoluta è la nostra unica speranza.

La Garrota

 

 

Venti anni fa furono necessari i fuochi d’artificio per ottenere la defenestrazione di un intero ceto politico in gran parte screditato, l’indebolimento irrimediabile di una classe dirigente nazionale e l’integrazione subordinata e asservita supinamente al sistema di dominio atlantico. La mitologia europeista e globalista, il moralismo giudiziario furono l’efficace collante ideologico propinato da strateghi afflitti da eccessiva sicumera circa l’esito vittorioso della battaglia. In questi ultimi anni la tattica è cambiata: una moral suasion, un continuo logoramento e un progressivo accerchiamento sino a convincere e costringere il reietto stesso, in un primo momento riottoso, ultimamente pateticamente rassegnato, a portare in prima persona la croce nella speranza che, al capolinea, sia una sua controfigura a salirci. Un pathirion  dove il portatore assume le sembianze del ladrone e del Giuda, piuttosto che del Cristo, laddove i veri sofferenti e crocefissi saranno i ceti che, nemmeno presenti alla processione, in qualche maniera tengono sù questo paese e vorrebbero preservargli una qualche parvenza di sovranità.

Non so se, al loro patimento, si aggiungerà la beffa che l’indice che li indicherà al ludibrio sarà quello del reietto, loro ex condottiero.

Vedremo!

Alla attuale sagacia tattica dei nostri, presumibilmente eterodiretta, fa difetto, però, la scarsa presa, ormai, del collante ideologico di allora e l’esistenza non dico di un gruppo dirigente, ma nemmeno di una qualche personalità di qualche spessore in grado di raccogliere, con un minimo di presentabilità, le schegge impazzite e annichilite da vent’anni di antiberlusconismo.

È la carta residua che consente la sopravvivenza momentanea del cavaliere reietto; la sua corte si sta di nuovo affollando di personaggi i quali non hanno nemmeno più bisogno di mimetizzarsi e paiono destinati a raccogliere in qualche maniera le redini.

Al reietto, probabilmente, sarà graziosamente concesso di scegliersi i propri carnefici a condizione che lo stesso sacrifichi i propri paladini e le schiere di complemento; forse potrà evitare il supplizio acrobatico, uno spettacolo concesso solitamente volentieri alla plebe, di sputarsi con disprezzo, non fosse altro che per la scarsa agilità, consentita dall’età ormai avanzata e che gli impedisce di tracciare la balistica e incrociare con successo la traiettoria della propria gelatina in aere.

I fedeli ad oltranza patiranno un po’ di disorientamento; ma nell’incertezza, con il voto ad una stessa persona, non corrono il rischio di sbagliare e potranno sostenere una delle sue due parti: quella fittizia o quella reale; potranno, così, ancora bearsi per un momento.

Più civile, certamente, lo spettacolo di un clown che di un gladiatore; siamo, perdiana, nel ventunesimo secolo, per di più dalla parte politicamente corretta e pacifista.

Non a caso D’Alema, lo stratega delle mille sconfitte, accortosi  di aver afferrato ancora una volta l’ombra dell’avversario, annusando i pericoli di isolamento,  rievocava e auspicava, or sono tre settimane, quello spirito di venti anni fa necessario ad affrontare una crisi dalle sembianze simili ad allora, ma lamentava la frammentazione e lo scarso radicamento delle rappresentanze sociali attuali e vagheggiava il sostegno aperto di movimenti in realtà parodistici e bisognosi, oltre misura, di essere fomentati.

Il clou delle manovre e del dibattito è di queste ore e verte, ovviamente, sull’attacco speculativo, sul debito, sulla finanziaria, sulle privatizzazioni e liberalizzazioni necessarie, secondo gli apologeti, a risollevare le sorti del paese. Non siamo, però, ancora agli atti conclusivi.

Saranno, comunque, gli argomenti centrali dell’articolo.

Occorrerà prima sottolineare, però, alcune novità emerse sin dall’inverno scorso nel dibattito politico, utili ad evidenziare lo sforzo della moltitudine antinazionale, talmente comprensiva, ormai, da includere il reietto stesso, di abbozzare un progetto politico capace di erodere il consenso residuo riservato al cavaliere e di recuperare il sostegno dei ceti intermedi, compresi quelli riformatori e produttivi.

Già da questo inverno la discussione sui ceti medi produttivi, sulle liberalizzazioni e sulle privatizzazioni necessarie a rilanciare il paese aveva tentato di superare i proclami ideologici ed entrare nel merito.

Aveva iniziato il PD nella sua assemblea programmatica ma con esiti alquanto incerti; aveva proseguito la Confindustria di Marcegaglia rivendicando orgogliosamente, con qualche approssimazione di troppo, la pari dignità di ogni singolo associato, a prescindere dalle dimensioni della propria azienda, il ruolo della piccola/media industria nel paese, la funzione di sostegno svolta da Confindustria per essa, il rifiuto del sostegno pubblico alle attività imprenditoriali, l’accettazione piena delle sfide del mercato e delle linee guida della Comunità Europea nelle politiche di bilancio pur sollecitando una riconsiderazione degli obbiettivi  che non sacrificasse la crescita, una apertura esplicita delle attività pubbliche, comprese le attività di servizio locali, all’iniziativa privata.

Man mano che si profilava, si potrebbe dire preconizzava, la dimensione dell’attacco politico e speculativo, maturava l’incredibile iniziativa delle “parti sociali” (Confindustria, Associazione bancaria, sindacati confederali e, infine, qualche altra decina di organizzazioni) di un primo documento in cui si stigmatizza: “Il mercato non sembra riconoscere la solidità dei fondamentali dell’Italia. Siamo consapevoli che la fase che stiamo attraversando dipende solo in parte dalle condizioni di fondo dell’economia italiana ed è connessa a un problema europeo di fragilità dei Paesi periferici. …”e quindi: “occorre ricreare immediatamente nel nostro Paese condizioni per ripristinare la normalità sui mercati finanziari con un immediato recupero di credibilità nei confronti degli investitori” , ribadita con un altro documento simile, il quattro agosto, una settimana dopo.

L’attacco, quindi, è in gran parte pretestuoso, ma facciamone propri gli obbiettivi; questo il senso dell’appello. L’accettazione trionfale della disfatta. Non proprio una “frattinata”, ma quasi; all’aspetto giulivo è subentrato quello melodrammatico.

Parallelamente la stampa ha tentato un approccio più analitico ai problemi, forse comprendendo la difficoltà di coesione rispetto a vent’anni fa e la necessità, quindi, di condurre una battaglia politica più aperta e motivata.

Tra le tante testate all’opera, le più emblematiche: “il sole 24 ore” pubblica un vero e proprio manifesto programmatico in nove punti, “il corriere” apre con una serie di editoriali con cui si spinge sulle privatizzazioni-liberalizzazioni, con qualche cautela, qua e là, sui rischi di eccessive aperture all’estero e si critica il carattere composito della coalizione di centrodestra, “il sussidiario.net” argomenta con buona sagacia sulle ragioni positive di questa politica liberale; autentico sentimento di comprensione e pena umana suscita Sallusti, direttore de “il giornale”, costretto a vere e proprie acrobazie nel far rientrare nel programma del polo le imposizioni altrui sino a dissolvere le truppe incaricate della resistenza nell’orda degli invasori. Saranno, queste ultime, ben mimetizzate nella massa, ma hanno dimenticato di abbassare i vessilli; cosicché è facile individuare il loro cambio di direzione.

Il “consiglio di Bengasi”, del resto, deve essere ben infiltrato anche nel governo di Silvihalmmar (di Porto Cervo) Berlusconidejhad, visto che almeno un paio di provvedimenti iniziali della finanziaria poi modificati, il primo, quello del quadruplicamento ed oltre dell’imposta di bollo sul conto titoli, il secondo, quello della drastica riduzione delle detrazioni sulle spese sanitarie e ristrutturazione edilizia lanciava due messaggi precisi, rispettivamente, alle categorie dei risparmiatori e dei liberi professionisti: abbandonate l’acquisto di titoli pubblici agli uni; di fronte a cotanto salasso potrete almeno evadere le tasse ancora di più, agli altri.

Due indicazioni perfettamente complementari agli attacchi esterni.

Non sono un teorico delle cospirazioni onniscienti e onnipotenti, né della riduzione di ogni ambito della conflittualità economica, ideologica e politica al complotto di un’unica mente strategica.

Si va per tentativi, test e colpi di mano.

Si usa la diplomazia spartitoria, l’infiltrazione o la forza militare per imporre o pilotare processi politici e svolte radicali, stroncare sul nascere alleanze alternative. La guerra in Libia, le primavere arabe secondo convenienza, le scaramucce di avvertimento in Corea e in Pakistan sono parte integrante di questa strategia.

Si indeboliscono o si annettono con strumenti politici ed economici i centri strategici suscettibili di essere il veicolo e lo strumento di scelte più autonome. Da un paio di anni, infatti, la forza e il prestigio di ENI e Finmeccanica appaiono chiaramente ridimensionati, lasciandole esposte agli attacchi speculativi, a possibili acquisizioni estere, americane nella fattispecie o alla loro liquidazione, una volta acquisite tecnologie e portafogli.

I predatori e gli sciacalli sono ormai numerosi, con una loro gerarchia e qualche licenza operativa.

Così come avviene in natura, gli sciacalli spesso rischiano quando si avvicinano troppo alla preda in presenza del predatore più grosso; spesso riescono a strappare qualche boccone più fresco, ma rischiano di essere azzannati rabbiosamente.

Il recente attacco speculativo alla Francia è forse l’avvertimento del grande predatore a non forzare troppo la mano, giusto per far presente che una guerra si fa, possibilmente, soprattutto per raccogliere periodicamente un bottino, non per radere al suolo un paese e raccoglierne i resti e le ceneri.

Mancano ancora i commensalisti, i più graditi dai grandi predatori; gli animali che si nutrono dei fastidiosi residui di cibo depositati tra le fauci, sul corpo e nelle vicinanze dei dominanti. Pare il ruolo auspicato e programmato dalla grande potenza al nostro paese ed accettato di buon grado da buona parte della classe dirigente nostrana.

L’Italia è solo una pedina e un luogo dello scacchiere; una volta sistemata, toccherà a qualche preda più grossa, magari amica, nella attuale contingenza, del grande predatore.

È quanto preconizzano da tempo, con lucidità, Sapir e Chauprade in Francia sul conto dell’Europa, dell’euro e del loro paese guidato da Sarkozy.

Riguardo alla situazione, in particolare del nostro paese, quello che colpisce è la estrema varietà e complessità delle variabili e degli strumenti disponibili o condizionabili, direttamente proporzionale al livello di frammentazione dei blocchi sociali e degli apparati statali.

In questo quadro va inserita l’analisi della legge finanziaria, ma anche di altri provvedimenti collaterali come il decreto sulla crescita.

Il provvedimento è il frutto certamente di un attacco esterno maturato in questi ultimi mesi e assecondato chiaramente da consistenti forze interne; sconta, però, il fatto di una spesa pubblica che è un elemento di freno e subordinazione del paese per il carattere di collante parassitario piuttosto che per la sua entità.

Ha scelto come vessillo la lotta ai costi della politica; un modo per dirottare l’avversione popolare su un aspetto tanto odioso quanto secondario del carattere parassitario della spesa pubblica e per ridurre alla ragione e all’ordine le componenti corporative più marginali al sistema di potere.

Sicuramente, nei prossimi mesi, subirà ulteriori pesanti ritocchi legati al conflitto in corso e alla morsa che si sta stringendo intorno al paese, ma entro direttive ampiamente tracciate.

La prima parte, quella di efficacia immediata, riguarda l’incremento significativo della tassazione sotto varie forme. I ticket sanitari e il prelievo oltre i novanta mila euro di reddito costituiscono la prima tranche; la drastica riduzione delle detrazioni fiscali, con la scandalosa eccezione degli incentivi esorbitanti alle installazioni fotovoltaiche ed eoliche, la seconda. Se la prima costituisce un classico esempio di prelievo forzoso con l’aggravante di incrementare, nel caso dei ticket, i costi amministrativi del servizio sanitario, la seconda, oltre ad incrementare il livello di tassazione, con la riduzione delle detrazioni delle spese sanitarie e ristrutturazione edilizia, costituirà un aperto incentivo all’evasione in settori dove il recupero fiscale è maggiormente compatibile con le capacità di reddito e l’economia delle categorie professionali interessate. Un segnale preciso, quindi, a determinati settori del ceto medio costituito, nello stesso tempo, da precarietà e privilegio abusivo.

Un discorso a parte meriteranno le future destinazioni del cinque e otto per mille, tanto importanti dal punto di vista della costituzione dei blocchi sociali quanto impossibili da valutare in anticipo, perché frutto di una contrattazione con singoli gruppi di associazioni ed istituti dalle finalità le più disparate. Mancano le forze, nel blog, per una analisi dettagliata di questo universo importante per la stabilità della formazione sociale.

La seconda parte riguarda il taglio delle spese.

Su questo l’amministrazione statale ha due strade agevoli da percorrere: quella del taglio agli indennizzi e ai servizi alla persona e alle spese per investimento ed ammortamento di strutture ed infrastrutture. Sulla prima esistono delle sacche in cui il cumulo di indennizzi e servizi creano delle figure privilegiate, ampiamente sostenute da associazioni lobbistiche e dal buonismo perbenista. L’uso demagogico di queste situazioni, se non contrastato da organizzazioni serie, potrà servire a colpire gli interventi essenziali. Sulla seconda, la finanziaria prevede una drastica riduzione degli accantonamenti e incremento dei prelievi, una pratica già diffusa nelle aziende pubbliche a scapito degli investimenti e della gestione corrente.

Molto più problematico dal punto di vista politico ed organizzativo è l’intervento sulle strutture fisse assistenziali come i centri di internamento, ad esempio gli istituti per i minori. Sono centri molto spesso luogo di pratiche scandalose tese più a garantire la riproduzione degli apparati burocratici e il finanziamento dei centri promotori che condizioni di effettiva assistenza, ma molto ben sostenuti dalle lobby. Di questo, nella finanziaria, infatti, non c’è traccia anche se i risparmi sarebbero significativi.

La finanziaria si dilunga voluttuosamente, spesso a ragione, sul taglio delle spese, sulla razionalizzazione dei flussi, sull’introduzione di parametri di costo rigidi (spending review) e sulla riorganizzazione del personale.

In realtà si tratta di discussioni che si trascinano da trenta anni e risorte improvvisamente sulla base dell’attuale emergenza. La finanziaria ha pubblicato delle tabelle con riduzioni dei costi per singoli ministeri, affidando agli stessi la responsabilità della riorganizzazione, in mancanza della quale procederà al taglio lineare del finanziamento.

Chi conosce un minimo di gestione aziendale ed amministrativa pubblica sa che, se non si decidono e modificano livelli e quantità di controlli, mansioni e gerarchie, legate ai processi di informatizzazione, non si semplifica e razionalizza e, quindi, non si risparmia; tanto più che l’ossatura del sindacato del pubblico impiego è costituita, non dalla massa degli impiegati, ma proprio da quei quadri intermedi che dovrebbero essere il principale oggetto di ridimensionamento e riorganizzazione. È una componente che è riuscita a ritardare di quindici anni la riorganizzazione di aziende pubbliche a gestione privatistica, come le Poste; figurarsi il potere deterrente che può avere in una organizzazione statale classica.

Un piano articolato di riorganizzazione costringerebbe le parti interessate, compresi i sindacati, a trattare su dati concreti e a escogitare modalità operative in grado di attenuare e sdrammatizzare le conseguenze sul personale, come avvenuto in Germania.

Le stesse procedure di semplificazione sono propedeutiche alla eventuale liberalizzazione di tutti quei ceti professionali autonomi che prosperano sulla farraginosità e la complessità delle normative e delle procedure e sulla molteplicità dei punti di accesso all’amministrazione (fisco, giustizia civile, pratiche di concessioni, registrazione di atti). Gli stessi tagli agli enti locali sono deleteri soprattutto perché non si interviene sulle spese fisse di amministrazione e si finisce con il tagliare i servizi alla persona.

Tutto lascia presagire che alla fine il proposito si concluderà in uno scontro sotterraneo su gruppi di interesse marginali.

L’abusato cavallo di battaglia della lotta all’evasione fiscale, che ha trovato nella Marcegaglia un ulteriore e inaspettato alfiere entusiasta, non potrà certo colpire quei settori che fanno dell’evasione un puro strumento di sussistenza della propria attività e, dietro questo scudo, ometterà il recupero sull’evasione di tipo speculativo e parassitario; si risolverà in un ulteriore drenaggio di risorse costituito da uno stillicidio di accertamenti fiscali su irregolarità per lo più formali e sulla riscossione di sanzioni usuraie e penali spropositate  sui singoli malcapitati.

Potrà sembrare retorica; basterebbe vedere le modalità di recupero delle tasse sulle rivalutazioni catastali effettuate con colpevole ritardo dalle amministrazioni e sanzionate, paradossalmente, gravosamente ai contribuenti; tipico esempio di “sportello amico”.

Uno stillicidio destinato ad irretire buona parte della popolazione.

Di sportello unico per il cittadino e per le imprese si parla da trenta anni; solo a maggio il Governo ha inserito qualcosa nel “decreto sviluppo” a titolo sperimentale in alcune zone; senza alcuno esito operativo al momento.

Una riorganizzazione efficace richiede un ceto politico forte e un sindacato serio di tipo confederale; due requisiti di là da venire.

In realtà il bersaglio grosso dell’attacco è costituito non dalla spesa pubblica, oggetto di speculazioni gravose per il paese quanto contingenti, ma dal patrimonio industriale residuo e da quello dei servizi, entrambi pubblici o convenzionati; non cesserà sino a quando non si riuscirà ad ottenerne la liquidazione e il controllo strategico oppure di lucrare qualche rendita a seconda del livello di importanza dell’attività.

All’interno di questa dinamica si formano le collusioni, anche se segnati da conflitti, tra i gruppi strategici dominanti, soprattutto stranieri e i gruppi di interesse locali o subordinati.

Gli articoli di Ugo Arrigo sul “sussidiario” e di diversi editorialisti sul “corriere” assumono un preciso significato in questa ottica.

Arrigo parte da una affermazione simil-lagrassiana: “Poiché per privatizzazione si intende il passaggio dalla proprietà pubblica a quella privata di imprese, immobili o altri attivi patrimoniali, bisogna sfatare in primo luogo l’assunto, molto caro sia alla sinistra radicale che alla destra colbertista, che pubblico sia sempre bello e buono e privato il suo esatto opposto. Pubblico e privato identificano solo la proprietà di strumenti di produzione, mentre nulla rivelano sull’uso effettivo che di essi viene fatto.”, ma per concludere che le privatizzazioni sono comunque preferibili e necessarie a patto che vi siano “adeguati sistemi di regolazione del mercato”.

A parte il fatto che gli “adeguati sistemi di regolazione” dipendono, come tutti i sistemi di regolazione sociale, dal conflitto di interessi, anche, nella fattispecie, dal tipo di servizio o prodotto offerto e dal fatto che l’erogazione comporti o meno l’utilizzo di una rete esclusiva.

In quest’ultimo caso, come potrebbero essere le reti del gas, elettriche, rete telefonica fissa, rete idrica, parlare di concorrenza risulta in gran parte pretestuoso, ininfluente dal punto di vista dei benefici e mira al puro trasferimento di ricchezza da un soggetto all’altro.

Tutto dipende dal tipo di rapporto tra committenti ed esecutori e dagli imput conseguenti; di esempi, nel bene e nel male, ce ne sono a iosa.

In Italia, tra l’altro, i livelli di privatizzazione e liberalizzazione sono elevati e i servizi sono erogati, spesso, sulla base della sola convenienza. Il servizio postale, ad esempio, è completamente liberalizzato e le aziende private lo forniscono, ma solo dove trovano convenienza, cioè nelle zone ad alta densità demografica e produttiva e per particolari servizi. Non forniscono, quindi, un servizio universale.

L’accademico si spinge ad affermare che l’origine dei capitali, nazionale o estera, è ininfluente sul ruolo svolto; sottolinea, inoltre, a sproposito che, storicamente, le aziende pubbliche non sono mai esempio di efficienza e convenienza economica.

I fattori su cui glissa,  però, sono dirimenti.

I paesi europei di una certa rilevanza che hanno privatizzato, hanno, a loro volta, in qualche maniera mantenuto il controllo delle aziende e delle attività, a prescindere dal carattere privato o pubblico dei capitali; sono riusciti a privatizzare solo dopo aver avviato la riorganizzazione delle aziende, cosa ancora lungi dal verificarsi in Italia in maniera coerente.

Parlare di mercati, riguardo ad alcuni servizi e prodotti strategici, significa parlare di mercati europei e, quindi, di reciprocità delle condizioni di accesso.

Notoriamente le condizioni di accesso sono diverse, la Comunità Europea emana delle direttive deboli e diversamente applicate nei vari paesi e gli accessi dipendono in gran parte dal peso politico e dalle attività lobbistiche negli stati e nella Comunità Europea.

Sono essenziali i programmi di investimento strategici e di lungo periodo.

Manca una analisi seria del bacino di mercato di riferimento dei servizi; una cosa, ad esempio, è il bacino di mercato dei servizi postali olandese, con alti volumi di traffico rispetto alla popolazione in un paese facile da percorrere, altra cosa sono le caratteristiche italiane (Sarà un argomento da approfondire in tutti gli aspetti, non solo quelli di mercato, per di più solo postale).

Manca una analisi seria delle reali possibilità di reperimento di capitali nazionali privati nella gestione di attività strategiche o di una qualche rilevanza. Gli esempi di Telecom, del Treno ITALO e di tantissimi altri rivelano il ruolo pressoché di copertura e di prestanome dell’imprenditoria italica.

Il nostro, infatti, indica le privatizzazioni degli anni ’90 come un esempio luminoso, anche se, bontà sua, parziale da seguire.

In gran parte degli ambiti, le immediate convenienze di mercato sono solo uno dei fattori che determinano le scelte strategiche di queste attività; lo diventano solo per quei paesi ricattabili e senza alcuna ambizione di sovranità e peso politico.

Il problema è che si scambia il mercato con una gestione efficiente e mirata agli obbiettivi delle risorse interne delle attività. Su questo sia le aziende private, specie quelle grandi, sia quelle pubbliche hanno parecchi punti in comune, soprattutto nel male.

In queste condizioni, in un paese dal peso politico aleatorio, senza una strategia e accecato dalla mitologia europeista e liberista, si rischia di creare la terra di nessuno.

Che sia questo il destino più o meno consapevole scelto dalla maggior parte della classe dirigente nazionale lo rileva il fatto che gran parte del dibattito si è spostato sul futuro delle aziende locali e minori di servizio, le uniche in cui i centri privati di potere possono assumere un ruolo autonomo e fornire,  forse, capitali e risorse.

Si da ormai quasi completamente per assodata la cessione delle grandi aziende e dei grandi servizi strategici.

La stessa attenzione enfatica riservata ai ceti medi produttivi e alla piccola e media industria, contrapposta al ruolo della grande, rivela in realtà il carattere del tutto subalterno e condizionato dalle scelte strategiche di centri strategici americani e mitteleuropei che si vuole riservare ad essi e al paese.

Una attenzione pelosa ma interessata anch’essa da attriti e conflitti.

La proposta avanzata da Enrico Letta e altri del PD e dell’area di centro di costituire due /tre grosse aziende fornitrici di servizi nel centro-nord Italia, del tutto irrazionale dal punto di vista della gestione, diventa comprensibile nell’ottica di una cessione a grandi investitori; non a caso è stata accolta gelidamente da Confindustria e da gran parte degli altri “liberalizzatori”.

In realtà il problema della spesa e delle risorse pubbliche, soprattutto in un paese in cui il capitale privato ha connotati in gran parte fragili, frammentati e parassitari, assume un valore strategico sia per la destinazione delle risorse che per la composizione dei blocchi sociali necessari a realizzare una strategia nazionale e sovranista e la scomposizione dei blocchi avversi. Ridurlo a un mero problema contabile, significa esporre ulteriormente il paese al ricatto e alla svendita.

 

Collateralmente alla finanziaria, il Governo Berlusconi ha riesumato la valenza del “decreto sviluppo” di maggio scorso.

Già confrontandolo con gli analoghi provvedimenti, molto più dirigisti e orientati, di Francia e Germania, anch’essi ispirati alle direttive della Comunità Europea, se ne rileva la pochezza. Oltre al credito di imposta per  le imprese orientate al reinvestimento c’è poco altro se non la attenzione riservata a due settori importanti ma non proprio strategici: il turismo e l’edilizia, con il secondo che produce già più di un terzo dell’attività industriale e che, notoriamente, poggia i realizzi sulle rendite più che sull’attività produttiva. Dovrebbe essere uno dei settori da cui trasferire risorse, spesso in realtà immobilizzate, verso i settori strategici; invece lo si alimenta ulteriormente.

Tutto il dibattito sulla efficienza della spesa pubblica, a prescindere dagli obbiettivi e dalla strategie, serve in realtà ad aggregare figure diverse, magari anche parzialmente alternative al ceto semicolto di lagrassiana memoria, ad attività secondarie, ma a rendita garantita e a riproporre un diverso blocco sociale subalterno. I conflitti, per tanto, sono destinati, comunque ad acuirsi.

Il malcontento generato da queste scelte esiste; corre, però, seriamente il rischio di essere raccolto da espressioni politiche addirittura peggiori delle attuali e le recenti elezioni amministrative hanno lanciato segnali inquietanti.

È un processo ancora fragile, in formazione e allo stato nascente; può essere, quindi, ancora contrastato e qualche remora a proseguire nella svendita esiste anche in alcune delle alte sfere.

L’unanimismo del tavolo delle trentasei associazioni si scioglierà ben presto con la prosecuzione degli attacchi politici e speculativi e con la necessità di adottare una qualche scelta discriminatoria pesante.

Lo stesso fatto che il dibattito abbia dismesso il carattere delle crociate e abbia assunto aspetti più pragmatici potrà fornirci nuovi spunti di dibattito e battaglia politica.

Non a caso i giornalisti, con la inesorabile eccezione degli eurosinistri, ormai si chiedono sempre più spesso e lo chiedono agli intervistati se le tempeste speculative sono il frutto esclusivo delle leggi di mercato o sono influenzate anche dalle strategie politiche in conflitto.
Il collare della garrota si sta stringendo, il suo punzone comincia a premere, le mani che la muovono sono sempre meno invisibili.

 

http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-libera/2011/7/28/INCHIESTA-3-Treni-e-poste-la-lezione-di-Olanda-e-Inghilterra/5/197231/

 

http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2011-07-16/nove-impegni-crescita-081016.shtml?uuid=AaNvVcoD&fromSearch

Il sacco d’Italia

I recenti attacchi speculativi che hanno preso di mira l’Italia segnano una perfetta soluzione di continuità rispetto a ciò che accadde nei primi anni ’90, nei mesi a cavallo tra la disintegrazione della Prima Repubblica e l’ascesa dei sedicenti “tecnici”.

Tempi in cui l’allora direttore della CIA William Webster ebbe a sottolineare pubblicamente che dal momento che l’Unione Sovietica era crollata, “Gli alleati politici e militari dell’America sono ora i suoi rivali economici”.

Tra le righe di tale affermazione si celava un non troppo velato vaticinio rispetto a ciò che sarebbe accaduto all’Italia, un paese politicamente instabile e privo di solidità strutturale dotato però di un ingente patrimonio industriale.

La profezia si avverò infatti nel 1992, anno in cui i verificarono gli attentati che stroncarono le vite di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino (e rispettive scorte), imperversò l’improvviso vortice giudiziario scatenato dal pool milanese di “Mani Pulite” che risucchiò tra le proprie spire un’intera classe politica nata, cresciuta ed invecchiata all’ombra del Muro di Berlino, la conseguente privatizzazione – che sarebbe più appropriato definire svendita – dell’intero patrimonio industriale e bancario di stato e il violentissimo attacco alla lira.

 

Tangentopoli

 

Il 17 febbraio 1992 l’arresto della pedina Mario Chiesa innescò un impressionante effetto domino, una reazione a catena di politici, imprenditori, faccendieri e uomini d’affari che si decisero improvvisamente a vuotare il sacco.

Emerse un desolante ma arcinoto quadro fatto di clientelismi, tangenti, bustarelle, connivenze, contiguità e quant’altro che portò alla decapitazione e al conseguente disfacimento dei due storici partiti di governo, Democrazia Cristiana (DC) e Partito Socialista Italiano (PSI), crollati sotto i colpi di un’agguerritissima magistratura (con il procuratore Antonio Di Pietro in prima linea) sponsorizzata dalla consueta stampa (“La Repubblica”, “La Stampa”, “Corriere della Sera”) di riferimento dei poteri forti che monitoravano il corso degli eventi.

Nel frattempo, una congrega di rinnegati del comunismo e di transfughi della DC (Romano Prodi, Oscar Luigi Scalfaro ecc.) si attrezzava di tutto punto per “traghettare”, come Caronte, il paese in vista delle nuove elezioni, che in quel momento pareva dovessero celebrare il loro attesissimo successo.

 

Gli attentati

 

Il 23 maggio 1992 Giovanni Falcone saltò per aria assieme a sua moglie e agli uomini della sua scorta nei pressi di Capaci e cinquantasette giorni dopo la stessa sorte toccò a Paolo Borsellino, anch’egli in compagnia della scorta.

Entrambi avevano processato e fatto incarcerare il braccio armato di “Cosa Nostra”, ma stavano anche risalendo le vie impervie destinate ad approdare agli storici intrecci che sono sempre intercorsi tra mafia e settori dello stato, dell’economia, della finanza e che hanno costantemente e pesantemente influenzato la storia politica d’Italia.

La mafia ha sempre svolto un ruolo attivo nel determinare gli equilibri politici italiani fin dal giorno in cui gli Stati Uniti si erano serviti dell’appoggio logistico fornito dai “picciotti” locali per agevolare lo sbarco alleato in Sicilia avvenuto nel luglio del 1943.

Da quel momento in poi la mafia è sempre stata regolare interlocutrice per i governi di qualsiasi colore ed è più volte scesa in capo per risolvere a modo suo questioni suscettibili di intaccare gli interessi di alti esponenti delle istituzioni (come nel caso degli omicidi del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa e di Mino Pecorelli).

Nella logica bipolare della Guerra Fredda la mafia (come Gladio) ha indossato le vesti di bastione dell’atlantismo utile a sventare i pericoli di slittamento “rosso” in Italia.

A questo specifico fattore si deve il supporto fornito dalla politica ai suoi adepti  e il regolare coinvolgimento dell’intera organizzazione nei vari progetti di colpo di stato (golpe Borghese, piano Solo) tentati in Italia.

Una volta caduta l’Unione Sovietica, la mafia ha indubbiamente visto restringere la propria sfera di “competenze”, pur rimanendo un solido e fido alleato atlantico.

 

Il Britannia

 

Il 2 giugno 1992 il panfilo Britannia intento a trasportare la regina Elisabetta II e una nutrita schiera di finanzieri angloamericani (rappresentanti di Barclays, della Baring & Co., della Warburg, ecc.), gettò l’ancora al largo di Civitavecchia per permettere al gotha dell’industria e della finanza pubblica italiana di salire a bordo.

Salirono Beniamino Andreatta (ENI) e Riccardo Gallo (IRI), Mario Draghi (Direttore Generale del Tesoro) e Giovanni Bazoli (Ambroveneto), oltre ad altri illustri uomini d’affari.

Fatto più unico che raro che alti rappresentanti dell’industria e della finanza pubblica italiana si ritrovassero  a bordo del panfilo di Sua Maestà la Regina d’Inghilterra a discutere coi loro potenziali acquirenti dei destini da riservare all’ingente patrimonio di stato, stimato in decine e decine di miliardi di dollari.

E’ obiettivamente presumibile che la trattativa si concluse con un accordo, dal momento che nell’arco di pochi anni la finanza anglosassone ebbe modo di mettere le mani sul 48% delle aziende italiane, come IRI, Enel, ENI, Telecom, Comit, Buitoni, Locatelli, Ferrarelle, Perugina, Galbani, Negroni.

I pochi giornali che si degnarono di sottrarre qualche angusto spazio a Tangentopoli per dedicarlo all’operazione in questione non esitarono comunque ad addurre deboli e inconsistenti legittimazioni all’operazione.

Furono tirati in ballo l’elevato debito pubblico e la necessità di aprire le frontiere ai mercati, ovvero motivazioni prive di alcun fondamento che non tardarono a rivelarsi come tali.

La privatizzazione delle aziende pubbliche consentì infatti all’erario di incassare la cifra di 198.000 miliardi di lire (8% del debito) a fronte dei 2.500.000 miliardi di lire di debito e comportò un’accentramento di potere in mano a sparute oligarchie che andarono a formare veri e propri cartelli, destinati inesorabilmente a distruggere la concorrenza.

 

L’attacco alla lira

 

Nei giorni successivi alla riunione sul Britannia si insediò il governo presieduto da Giuliano Amato.

In puntuale corrispondenza dell’insediamento, l’agenzia di rating Moody’s decise di retrocedere drasticamente l’Italia in forza dei mancati tagli di bilancio e dell’ostinata politica assistenziale portata avanti dai passati governi.

Questa scelta improvvisa fu varata di punto in bianco nonostante i dati relativi al deficit fossero pressoché inalterati da un paio d’anni.

Amato corse immediatamente ai ripari, disponendo di colpo un cospicuo innalzamento dei tassi di interesse sui buoni del tesoro per evitare che i mercati si interrogassero, riflessivi come sono, sull’instabilità italiana e si abbandonassero alle più rapaci operazioni speculative.

All’epoca il dollaro galleggiava ai minimi storici sul marco tedesco mentre la lira arrancava nella disperata rincorsa ai parametri fissati dal Sistema Monetario Europeo (SME).

In questo desolante contesto, il governo Amato e Bankitalia decisero di comune accordo di accedere al credito illimitato concesso momentaneamente dalla Bundesbank, allo scopo di difendere la lira dalle torve manovre speculative internazionali senza ricorrere alla svalutazione.

La corpose iniezioni di denaro parvero però non frenare la pericolosissima inerzia innescatasi, cosa che spinse la Germania a chiudere i rubinetti finanziari abbandonando così la lira al suo destino.

La svalutazione si rivelò ben presto l’ultima carta da giocare e infatti la lira subì in breve tempo un deprezzamento del 7% e fu costretta ad uscire dallo SME.

Nei quattro anni successivi la valuta italiana fu svalutata del 30% rispetto al dollaro.

Dietro la colossale manovra speculativa si celavano i soliti noti della finanza internazionale, ovvero il gruppo Rotschild, le banche d’affari Goldman Sachs e Merrill Lynch e soprattutto il magnate popperiano George Soros, il quale usufruì del fiume di denaro anticipatogli dalla Goldman Sachs per l’acquisto all’estero di lire deprezzate da rivendere poi in Italia alla massima quotazione.

Si trattò di una tecnica consolidata cui il facoltoso uomo d’affari in questione ha ripetutamente fatto ricorso negli anni, quella di orchestrare crisi valutarie per mezzo dei propri ingenti fondi al fine di acquistare in dollari i capitali a prezzi  minorati.

Della svalutazione della lira non beneficiarono tuttavia solo George Soros e le banche d’affari anglosassoni, ma tanti altri operatori della finanza che ebbero così la possibilità di approfittare dell’allora vantaggiosissima situazione di cambio lira – dollaro per accaparrarsi gran parte del patrimonio bancario e industriale di stato a prezzi oscenamente bassi.

 

Conclusioni

 

Le ricostruzioni dei fatti rese dai principali organi di informazione e le indagini condotte dalla magistratura  sono tutte incardinate sulla tesi che non sia esistito alcun filo conduttore tra gli eventi destabilizzanti di cui è stato oggetto il paese.

Giornalisti e intellettuali assai in voga tentano ancora oggi di leggere la “stagione” di Tangentopoli come una semplice campagna giudiziaria volta a smantellare il sistema endemicamente corrotto che attanagliava l’Italia e attribuire gli attentati del 1992 all’esclusiva smania sanguinaria dei corleonesi assecondata da qualche settore, rigorosamente “deviato”, dello stato.

Della crociera del Britannia non si è invece mai parlato seriamente, quasi si trattasse di cronaca locale di quart’ordine.

Tuttavia, nel corso di un’intervista resa al quotidiano romano “Il Tempo” il 6 dicembre 1996, l’ex Ministro dell’Interno Vincenzo Scotti spiegò che nel febbraio 1992 i servizi segreti e il capo della polizia Vincenzo Parisi avevano redatto e fatto pervenire sulla sua scrivania un rapporto in cui erano sommariamente elencate e descritte le modalità di un imminente piano di destabilizzazione politico, sociale ed economico dell’Italia, orchestrato da svariate forze internazionali in combutta con alcune potenti lobby finanziarie.

Il piano in questione, secondo quanto affermato da Scotti, comprendeva attacchi diretti di varia natura ad alti rappresentanti delle istituzioni e al patrimonio industriale e bancario di stato.

Sbalorditivo come ogni singola tessera si inserisca perfettamente nel mosaico indicato da Scotti.

Una classe politica completamente screditata e conseguentemente sepolta sotto la campagna giudiziaria “Mani Pulite” portata avanti da una magistratura che ha agito con modalità decisamente discutibili e una tempistica assai sospetta e sotto la clamorosa impotenza dimostrata nei confronti della mafia, che mai come allora era parsa tanto potente.

Le colossali inadeguatezza della classe politica italiana portarono all’inevitabile esautorazione degli esponenti del cosiddetto “pentapartito” (DC, PLI, PSI, PSDI, PRI) retto sull’asse DC – PSI e alla loro sostituzione con i trasformisti del comunismo, che hanno a loro volta dato vita a governi i cui incarichi di punta sono regolarmente stati affidati a quegli stessi tecnocrati presenti alla crociera sul Britannia e ad altri ben noti elementi come Romano Prodi (ex senior advisor della Goldman Sachs), Carlo Azeglio Ciampi (lo strenuo “difensore” della lira), Tommaso Padoa Schioppa (membro attivo, oggi defunto, di Eurolandia) e Giuliano Amato (“dottor sottile”), personaggi sul cui operato e sulle cui “amicizie” urgerebbe più che mai far ampia luce.

Malgrado i risultati prodotti da questa linea politica siano sotto gli occhi di tutti, i tecnici (Mario Draghi in primis)  continuano attualmente a godere di una popolarità e di un gradimento tanto invidiabile quanto discutibile.

Qualche riflessione al riguardo è stato fatta da Bettino Craxi, in un passo che è opportuno riportare per intero:  “Sarebbe interessante riuscire a ricostruire, almeno in parte limitata, la lista dei maggiori soggetti, internazionali e nazionali, che parteciparono allora alla grande manovra speculativa.

E’ evidente che nelle acque della speculazione si mossero a proprio agio anche astuti squali della finanza italiana e forse anche banche nazionali, presumibilmente tutti bene informati di dove si sarebbe andati a finire.

Secondo notizie di stampa, uno degli operatori internazionali sarebbe stato il solito Soros, finanziere americano di larghe vedute e di grandi possibilità, quello che ebbe a dire che l’Italia era un “Boccone ghiotto”.

Speculando contro la lira, sempre secondo queste notizie, avrebbero realizzato in quattro e quattr’otto utili intorno ai 280 milioni di dollari, con un investimento di 50 milioni (…).

Tutto questo naturalmente  è finito di corsa in cavalleria. Nessuno si è mai preoccupato di ricostruire la stravagante e singolarissima vicenda, e di chiederne conto agli autori che, con la loro condotta inadeguata, furono responsabili di un autentico disastro finanziario.

Alcuni di loro appartengono semmai al gruppo di quanti vediamo sempre, ancora oggi, candidati a tutto e circondati da aureole di olimpica sacralità.

Un brutto vezzo di un “Bel Paese”.

Uno di loro, che di quella assurda e inspiegabile strategia della sconfitta fu il principale responsabile [Ciampi], fu poco dopo persino premiato con la carica di presidente del Consiglio e ancora oggi è nientemeno che il ministro del Tesoro, che pontifica sul risanamento delle finanze pubbliche che, almeno in quel caso, certo non secondario, ha contribuito non poco a dilapidare.

Ma, come vediamo, quello che succede in Italia non succederebbe in nessuna democrazia e in nessuna società industriale avanzata del mondo”.

Craxi è scappato ad Hammamet per non finire in galera, ma i suoi rilievi vanno valutati con il metro della realtà e la realtà non si discosta di molto dalla sua sommaria descrizione.

Tuttavia i crimini commessi da noti esponenti del suo partito (e di altri partiti) hanno assolto quei politici che non avevano ricoperto alcun incarico di governo e conferito alla sedicente “sinistra” un prestigio assolutamente immeritato.

L’analisi delle responsabilità politiche ha così ceduto il campo al giudizio moralistico sulle virtù di alcuni e sui vizi degli altri.

Tutto il resto è relegato in secondo piano.