L’Italia tra Francia e Germania, di A. Terrenzio.

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Un tema che genera divisioni e divergenze analitiche per il futuro del nostro Paese, riguarda il rapporto che esso ha con Francia e Germania.

Per osservatori come l’economista Giulio Sapelli, l’Italia dovrebbe trovare una partnership europea con la Francia per rompere l’egemonia teutonica, vero fardello dell’Europa (cit. “80 milioni di tedeschi incompatibili con l’idea d’Europa”). Di vitale importanza sarebbe la creazione di un asse Roma-Berlino-Mosca, che possa orientare verso Est la geopolitica europea, per liberarsi finalmente dalle maglie atlantiche.

Tuttavia, come vedremo, molte sono le contraddizioni e le incognite che riguardano entrambe le possibili partnership.

La Germania

La Germania vive una periodo di crisi di leadership politica che coincide con il tramonto del cancelliere Angela Merkel. Come sostenuto dal direttore di Limes, Lucio Caracciolo, la Germania e’ costretta a confrontarsi con il suo ruolo storico di guida dell’Europa, un ruolo che dalla fine della II GM ha sempre cercato di ignorare. E’ come se i tedeschi si fossero svegliati dopo un lungo letargo e decidere che ruolo assumere nel Continente.

Per la prima volta la Germania percepisce il ruolo ingombrante della tutela americana e operazioni come il raddoppio del gasdotto Nord-Stream, sono il segnale piu’ evidente di un suo riavvicinamento alla Russia.

Inoltre, il 22 gennaio scorso, Germania e Francia hanno dato vita ad Aquisgrana ad un asse “neocarolingio”, con la volonta’ di creare un direttorio europeo per una reciproca integrazione si ambito industriale e militare. Segnali appunto che mostrano una data insofferenza verso la Nato ed il controllo americano.

Tuttavia la Germania appare ancora restia a svolgere quel ruolo guida all’interno dell’Ue, per via dei sui interessi economici e finanziari che vedono quest’ultima come mera estensione del suo raggio di azione. La Germania di fatto e’ un “esportatore netto” con un surplus commerciale che supera l’8%.

Le politiche ordoliberiste e deflattive che i tedeschi impongono, sono gli ostacoli maggiori che pregiudicano una saldatura strategica con la Penisola. Le uscite dei vari Junker e l’ultima “sparata” del leader dell’ALDE Guy Verhofstadt, che ha dato del “burattino” al premier Conte, sono espressione della superficialità e del disprezzo che caratterizzano i leader politici del Nord-Europa. L’ostilita’ della Germania e della Kernel Europa verso i paesi “cicala”, accusati di inadempienza o di scarsa propensione al sacrificio, sono la causa diretta di quel malessere “populista” che ha avuto nel governo giallo-verde la sua massima espressione.

La riluttanza della Germania a voler adottare politiche redistributive ed espansive verso i paesi piu’ deboli e’ il principale limite alla realizzazione di un blocco comunitario solidale ed indipendente da ingerenze americane.

La Francia

La recentissima crisi diplomatica che ha visto il richiamo dell’ambasciatore francese da parte di Parigi, e’ stato l’evento che ha ufficializzato il conflitto tra Macron e l’esecutivo italiano. L’inquilino dell’Eliseo ha scelto l’Italia come “bersaglio” per un suo improbabile rilancio politico. L’escalation di provocazioni che hanno portato alla rottura con Roma, fanno parte di una precisa strategia per colpire il governo giallo-verde.

Come abbiamo accennato, la Francia viene comunque vista da diversi osservatori, come alleato naturale nell’UE per frenare l’egemonia tedesca. Un partnership con Parigi, al momento, appare davvero lontana, soprattutto con l’attuale capo dell’Eliseo intento ad isolare Roma in sede UE, ergendosi a baluardo contro i “nazionalismi”. L’aggressività dei francesi nei nostri riguardi, con lo shopping delle nostre aziende dell’agroalimentare e della moda, le diverse scaramucce ai confini con la Liguria, la mancata collaborazione sul tema dei flussi migratori nel Mediterraneo, non permettono attualmente una pacificazione coi cugini d’oltralpe. Aggressivita’, che dopo le accuse di ingerenza del nostro governo nella questione ‘gilet jaune’, non stenta a placarsi in Libia, dove, come ricorda Gian Micalessin, si gioca la vera partita franco-italiana. Il generale Khalifa Haftar e’ uomo fidato di Parigi e avanza verso il sud della Libia minacciando il pozzo di El Feel, da cui l’Eni estrae la maggior parte del suo petrolio e del suo gas. A Tripoli invece, Al Serraj e’ ostaggio delle proprie milizie. La Francia di Macron rischia davvero di strappare all’Italia quell’egemonia economica e quell’influenza politica nella sua ex-colonia, che nemmeno la guerra contro Gheddafi riusci’ a pregiudicare. A cio’ vanno aggiunte le visite da parte delle autorita’ francesi a Al Cairo, dove l’ENI, nelle prossimita’ delle acque egiziane, ha scoperto lo Zhoor, il piu’ grande giacimento petrolifero nel Mediterraneo.

Il cenno a tali elementi, basta a mostrare scetticismo verso i sostenitori di una tale alleanza.

Il quadro potrebbe cambiare, se nelle prossime elezioni europee, i sovranisti dovessero “fare il pieno”; a quel punto un’ Europa guidata da Salvini e dalla Le Pen, cambierebbe considerevolmente gli equilibri ed i rapporti tra i due paesi.

Marine Le Pen ha mostrato sensibilita’ verso i problemi che attanagliano l’Italia, come quelli relativi all’accoglienza ed i limiti di deficit pubblico imposti dall’UE. Ha espresso anche sostegno alle dichiarazioni di Di Maio riguardo lo sfruttamento coloniale della FranceAfrique, tramite il Franco Sefa, al quale la leader del RN vorrebbe porre fine.

A quel punto Francia ed Italia potrebbero davvero porre le basi per una collaborazione geopolitica ed economica, attraverso una “Lega Mediterranea” alla quale potrebbe unirsi anche la Spagna, che presto andra’ verso nuove elezioni, dopo la fine ingloriosa dell’”ultimo” premier di sinistra, Pedro Sanchez.

Un “bivio” impossibile?

Il patto siglato ad Aquisgrana ha palesato la volonta’ di francesi e tedeschi di creare un “direttorio” a due, escludendo di fatto l’Italia.

L’accordo, che ricalca quello di Adenauer-De Gaulle stipulato nel ’63, rilancia l’idea di una Europa a guida franco-tedesca ponendo l’accento sulla collaborazione militare, nell’integrazione di progetti infrastrutturali e soprattutto nella collaborazione nucleare, tramite la partecipazione di Berlino alla Force de Frappe francese. Parigi si e’ anche impegnata nel sostenere l’ingresso della Germania come membro permanente delle Nazioni Unite. Secondo Lucio Caracciolo, direttore di Limes, la Germania sembra solo adesso essersi accorta della sua mancanza di visione strategica e la costituzione dell’”asse renano” e’ il segno di un suo risveglio geopolitico.

Tuttavia, come il passato ha piu’ volte mostrato, Francia e Germania insieme non sono mai andate lontano, e divergenze su temi fondamatali appaiono confermarlo: le necessita’ di Berlino di riavvicinamento alla Russia non sono gradite ad Emmanuel Macron, che ha mostrato la sua contrarieta’ al progetto del Nord Stream 2. Le accuse ai “troll russi” di fomentare le rivolte del “gilet jaune” hanno raffreddato le relazioni con Mosca. Inoltre il governo tedesco, si e’ opposto alla volonta’ del leader di En Marche, di applicare ulteriori riforme in senso neoliberista. Parigi, con le rivolte di piazza, allarma anche la Germania che teme per la sua tenuta sociale.

Una Europa tecnocratica a guida franco-tedesca, seppur mossa dalla volonta di emanciparsi dal controllo militare degli Usa, non puo’ rappresentare una alternativa credibile all’Europa euro-atlantica.

Dopo la Brexit, l’Italia ritorna ad essere un pivot essenziale per l’amministrazione americana, che ha deciso di puntare su essa per incrinare l’egemonia tedesca. Come ricordato su Eurasia da Cristiano Puglisi, il Tap (Trans-Adriatic pipiline) e l’Eastmed (in collaborazione con Israele), rappresentano progetti contrari agli omologhi tedeschi e sono anche la contropartita che il governo Conte deve offrire per il sostegno alla famosa “cabina di regia”, avallata da Donald Trump.

Il duopolio Merkel-Macron, appare come un tardivo colpo di coda delle vecchie e screditate élite neoliberali, per resistere all’avanzata dei “populisti”. Un “duopolio” che divide ulteriormente il continente europeo e lo priva di quella proiezione strategica fondamentale nell’epoca del multipolarismo.

In conclusione, ne’ Francia ne’ Germania, allo stato attuale, rappresentano partner affidabili per Il governo Conte. Solo un eventuale cambio delle dirigenze dei rispettivi paesi, che vedranno l’affermarsi di forze realmente sovraniste, potranno proporre una nuova agenda sia nel Mediterraneo in tema di sicurezza e flussi migratori, che in chiave strategica ed energetica verso Est. Diversamente gli Stati Uniti, resteranno gli unici beneficiari delle sterili “triangolazioni” tra Roma Parigi e Berlino.

Le potenzialità dell’asse

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La manovra è passata in Senato. Dentro ci sono “quota 100” per le pensioni ed il reddito di cittadinanza. Mancano i dettagli, ma pare che i fondi a disposizione per tali riforme non siano quelli annunciati. Vedremo in cosa si concretizzeranno le due iniziative del Governo che gli italiani considerano il “minimo sindacale”, dopo anni di vessazioni economiche ai loro danni. Bruxelles ha ottenuto i suoi tagli ed una vittoria politica che l’Esecutivo doveva evitare andando ad uno scontro ancor più duro, data la situazione di debolezza degli organismi europei. Tuttavia, è inaccettabile che autentici traditori della patria, ex Presidenti della Repubblica o del Consiglio, parlino di democrazia tradita e di dettatura dei provvedimenti da parte della Ue. Proprio loro che hanno fatto strame dell’Italia al fine di sottometterla ancor più pesantemente a voleri extra-nazionali, usando la democrazia come il cesso di casa, utile solo ai loro infimi bisogni. Il coro dei tromboni, che ha già affossato la Penisola, aggiunge inoltre che a causa delle scelte di Lega e 5S non ci sarà crescita ma ulteriore depressione dell’economia del Belpaese. In realtà, è la crisi globale che non si è conclusa, come abbiamo scritto tante volte. Tutte le economie capitalistiche sono in difficoltà, anche quelle che non appartengono all’area occidentale e che negli anni passati hanno avuto tassi di crescita a due cifre, come quella cinese. Il sistema globale è in sregolazione per l’assenza di un unico centro coordinatore, essendo ormai entrato il mondo in una stagione multipolare in cui far da se è più sicuro che andare al rimorchio della vecchia superpotenza. E’ una fase che La Grassa ha paragonato a quella del 1873-96: “si tratta di una sostanziale (lunga) stagnazione, non di un vero e proprio brusco tracollo economico-finanziario. Normalmente, si considera quel periodo storico come la fase di passaggio dal capitalismo di prevalente concorrenza a quello di prevalente mono(oligo)polio. Una fase non caratterizzata da troppo gravi sconvolgimenti (e arretramenti) economici, ma da ritmi di sviluppo estremamente bassi interrotti da inversioni di tendenza di non drammatiche dimensioni. Insomma, un’epoca il cui trend dovrebbe essere rappresentato graficamente da una linea quasi orizzontale”.
Da questa situazione non si esce con i palliativi ma si possono fare, certamente, più danni dando retta ai cialtroni dell’austerità, quelli che continuano a blaterare di pareggi di bilancio e parametri di sicurezza economica da non sforare, o altre amenità. Puntare su politiche espansive della domanda è l’unica per non annegare del tutto, ben sapendo però che, da un simile quadro di problemi, si viene fuori esclusivamente con azioni di immane coraggio politico, ovvero quelle in grado di ribaltare le ataviche abitudini di un’intera epoca storica. Occorre in sostanza partire da rinnovate partnership internazionali per rompere la gabbia d’acciaio in cui ci si trova confinati. Noi abbiamo parlato di nuovo asse Berlino-Roma-Mosca, ma si tratta di un’indicazione di massima che può e deve includere altre formazioni sociali che condividano una necessaria trasformazione degli assetti mondiali. Questi sono gli unici veri cambiamenti che possono riscrivere il destino dei Paesi nella transizione epocale in atto.’’’

Chiariamo alcune “questioncelle” di GLG

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CHIARIAMO ALCUNE QUESTIONCELLE, di GLG

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Non sono in verimolto interessato alle considerazioni in tema di banche, operazioni di borsa o comunque speculative. L’articolo che riporto mi sembra informato e ben argomentato, ma ammetto di averlo letto senza una spasmodica attenzione. Mi hanno colpito alcune cose. Si insiste nel dire (non tutti per la verità l’hanno detto, ma si era sostenuto questo all’epoca) che la crisi iniziata da ormai un decennio ricorda quella del 1929. Sinceramente non mi sembra si sia verificato nulla di così disastroso; almeno a leggere i racconti (tanti in verità) di quell’evento che ha determinato anche profonde revisioni della teoria economica (oggi bellamente ignorate) e certamente della politica economica (anche queste ormai lettera morta). Mi sorprende che nessuno sembra più ricordare la “grande depressione” del 1873-95/96, da me invece citata ormai decine e decine di volte. Una lunga crisi con alterni momenti di alleviamento e di appesantimento che si sono susseguiti per un quarto di secolo e che, una volta superata non proprio in modo travolgente e senza vari strascichi, fu infine seguita da una crisi di Borsa non tanto inferiore a quella del ’29 e che partì sempre da Wall Street. Era il 1907 e quella “scossa” fu seguita da un periodo non esaltante che si concluse con il ben più drammatico “sommovimento” rappresentato dalla prima guerra mondiale. Dopo vi furono altri problemi (gravi soprattutto nella sconfitta Germania; ma anche in Italia ce ne furono, se non erro). Negli Usa ci fu ad un certo punto un vero nuovo boom che precipitò improvvisamente nel ’29. E anche la nuova crisi, un po’ risollevata dal forte intervento statale (quanto meno negli Usa e in Germania, ma anche l’Italia dell’autarchia e dell’IRI mi sembra in quella linea), si trascinò in fondo fino all’altro violento scossone della seconda guerra mondiale.

In definitiva, potremmo ben concludere che dagli anni ’70 del XIX secolo e per tutta la prima metà del XX ci furono profondi sconvolgimenti; e non tutti economici come appena considerato (anzi!). Ho insistito più volte nel dire che il periodo considerato è precisamente quello del declino dell’Inghilterra (la cui supremazia durò per buona parte dell’800, in particolare dopo il “Congresso di Vienna del 1815) e della crescita via via irresistibile del multipolarismo con poi l’accentuazione del vero policentrismo acuto risoltosi in violenti scontri bellici. Non parliamo allora delle difficoltà manifestatesi a partire dal 2007-8 come di una crisi tipo ’29 (non mi sembra proprio ci sia statofinora nulla del genere). Nello stesso tempo, miopi sono stati quelli che fino a poco tempo fa (alcuni ancora) parlavano di crisi ormai superata. In realtà, l’articolo messo all’inizio mostra, saggiamente a mio avviso, che siamo sempre in “mare mosso”. Tuttavia, questo non dipende da “mostruosi” andamenti finanziari, certo esistenti ma in fondo inevitabili in una situazione di crescente incertezza provocata dalla rottura di ogni equilibrio (quello preteso dagli economisti liberisti esaltati dalla globalizzazione del mercato) in seguito al manifestarsi del multipolarismo nei primi anni del nuovo secolo, dopo circa un decennio di forte predominanza statunitense seguita al crollo del sistema bipolare.

Tale processo è andato via via accentuandosi e ne sono nati non solo i problemi finanziari, ed economici in genere, ma anche la contrapposizione abbastanza acuta apertasi nell’“occidente” (più sviluppato) all’interno di determinati settori politici preminenti per moltissimi decenni e che sono stati pervasi dalla credenza nelle superlative virtù della “democrazia all’americana”, credenza dura a morire e strenuamente difesa da ceti politici e intellettuali (gli ormai sfatti “semicolti”) non ancora smascherati dai sedicenti “populisti”. Tale falsa democrazia è sempre stata caratterizzata daun’alternanza di partiti e movimenti poco differenti tra loro, cui si adeguarono anche i comunisti(specie italiani e francesi, gli unici dotati di una qualche forza nell’Europa occidentale) dopo un periodo di maggiore contrapposizione all’establishment dominante (favorita pure dalla presenza del sistema detto “socialista”, attraversato da contrasti e infine autoliquidatosi).

Oggi, invece, proprio il multipolarismo crescente – fase del tutto differente da quella bipolareaffermatasi dopo il 1945, quando si concluse la precedente epoca multipolare e policentrica durata parecchi decenni e punteggiata da due scontri bellici di grande portata sta determinando sia negli Stati Uniti che in Europa una contrapposizione più acuta tra schieramenti che pensano, in modo piuttosto incerto e confuso, a nuove strategie per affrontare l’attuale disordine mondiale. In definitiva dunque, l’attuale crisi perdurerà, strisciante e tormentosa, anche nei prossimi anni;dobbiamo seguirla attentamente ed essere pronti al possibile ripetersi degli eventi precipitati con la crisi del 1907 e i drammatici decenni successivi. Eventi sempre possibili anche nei tempi odierni, ma non ancora vicini. La lotta per una nuova supremazia tra più potenze è già iniziata; i tempi della storia non sono però quelli dell’elettronica o dei robot.

Un’ultima considerazione sulla “simpatica” analogia con cui finisce l’articolo sopra riportato fra questa possibile più grave crisi finanziaria e la bomba atomica (il suo materiale fissile), che una politica troppo miope potrebbe rivelarsi incapace di disinnescare. Proprio se si fa un simile paragone, se ne deve trarre la logica conclusione che quello finanziario non è l’aspetto decisivodelle crisi più acute. La bomba atomica – sganciata su due città giapponesi quando non ve n’era affatto bisogno per concludere la guerra ormai pienamente vinta – non poteva essere disinnescatadalla politica poiché si stava già aprendo il confronto tra i due principali vincenti nella guerra; quel confronto che fu poi definito “guerra fredda”. La bomba serviva precisamente ad avvertire l’Urss, ancora priva dellatomica (l’ebbe solo nel 1949), che non si sognasse di prendersi tutta la Germania com’era in grado di fare se non avesse preferito appunto non accentuare il suo ormai evidente contrasto con l’“occidente capitalistico”. La politica di quest’ultimo (cioè degli Usa che ne erano i controllori) innescò e fece esplodere la bomba proprio per ottenere un successo in tema di sfere d’influenza da mantenere in opposizione ai sovietici. Quindi, la politica comanda le armi così come comanda la finanza; e ogni altro aspetto della società umana fin dai suoi primordi. Anche la religione, che è il più rilevante fattore culturale e ideologico di lunghissima durata, si adatta spesso, malgrado diverse apparenze, ai conflitti tra i vari gruppi dominanti per l’affermazione di una supremazia (anche di quella predicata con “tanto amore e umanità”).

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Qui

Mi dispiace per Trump, ma l’Isis è stata sconfitta in Siria soprattutto per merito della Russia. Indubbiamente si può ammettere che quelli da me definiti Usa n. 2 non siano i responsabili della politica attuata invece dalla coppia Obama-Hillary Clinton, che liquidò l’ormai sfruttata Al Qaeda (assassinando il suo capo figurativo, Bin Laden) e alimentò il “Califfato” tramite Arabia Saudita e Qatar. Al Qaeda oggi esiste abbastanza marginalmente e l’Isis si rafforza forse verso ovest, ma in Siria e tutto sommato anche in Irak è ormai battuta nettamente. Mi sembra che Putin, nella sua “lunga chiacchierata”, abbia fatto qualche concessione tattica a Trump, ma abbia anche ricordato che gli Usa dovevano ritirarsi pure dall’Afghanistan e per il momento sono sempre lì, anche se ormai con chiaro insuccesso. In ogni caso, l’eventuale abbandono totale della Siria avverrebbe per l’ammissione (ovviamente nient’affatto esplicita) non certo della vittoria sull’Isis, bensì del sostanziale fallimento dell’ “operazione” tesa al rovesciamento di Assad e al controllo statunitense di quell’area.

Adesso la partita sembra spostarsi in Libia (e aree limitrofe), dove molti sono i paesi “occidentali” in gioco; e pure i russi stanno cercando spazi di manovra, ad es. con Aftar. Tuttavia, tenendo conto del continuo zigzagare di Trump, non diamo ancora per conclusa sicuramente la vicenda siriana. Oltre a tutto, c’è ancora il problema dei curdi e delle zone da essi occupate e che sono guardate con ingordigia soprattutto dalla Turchia. In ogni caso, ribadiamo che l’Isis non è stata sconfitta dagli Stati Uniti; semmai essi se ne sono ampiamente serviti per una serie di compiti sporchi da portare a termine. Poi però lo si è combattuto come “il Male; proprio perché quelli che si pongono come rappresentanti del Bene devono avere il Male da perseguire e quindi lo creano a bella posta per ingannare i popoli creduloni.

E questo apre il discorso a che cos’è la politica e perché è essa a sempre guidare tutte le fondamentali mosse dei diversi contendenti. Questo sarà sempre il contenzioso aperto con tutti i sostenitori della prevalenza dell’economia (e della finanza in specie); mentre altri si gettano sulla rilevanza preminente di fattori ideologico-culturali. Si tratta di uno scontro che non cesserà mai;perché i gruppi dominanti in ogni data epoca storica si sforzano di impedire alle forze contrapposte,in nascita per scalzarli, di afferrare dove sta l’“essenza” del problema. Tutto questo però solo ritarda la fine di questi dominanti ormai putridi, che non hanno più futuro; anche perché, utilizzando ceti intellettuali privi di intelletto per diffondere “la Menzogna”, alla fine ingannano loro stessi e non sanno più come ben agire.

 

Gli attacchi economici al Governo sono politici

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Degli allarmi di Draghi, sulla tenuta del sistema economico italiano, occorre disinteressarsi. Costui è stato tra i primi svenditori dell’Italia, dopo la famosa crociera sul Britannia, allorché la finanza angloamericana decise di uccidere il nostro Paese, in seguito al cambiamento del quadro di rapporti di forza, che da bipolare divenne unipolare, col crollo dell’Urss. Le parole di Cossiga, al proposito, furono inequivocabili (qui) ( https://m.youtube.com/watch?v=pb0lM-mAW6g). Il Presidente Bce, all’epoca al vertice della Banca d’Italia, non ha mai denunciato l’ex Capo di Stato sardo, il quale, da buon filo-americano, con agganci ad un certo livello internazionale, poté permettersi un simile affondo contro l’ex Goldman Sachs (peraltro da lui indicato a Berlusconi per la candidatura a governatore della massima istituzione bancaria nazionale), essendo custode di segreti che avrebbero interrotto all’istante la carriera dell’euroburocrate romano.
Mario Draghi, ricopre un ruolo tecnico ma, da sempre, è una pedina politica di quell’establishment mondiale, influenzato da Washington, il quale si trova adesso in grande difficoltà, dopo la vittoria di Trump (terminale di un diverso concetto di dominanza a stellestrisce). Tutti gli attacchi provenienti da Bruxelles verso l’Esecutivo nostrano sono pertanto politici, anche se ammantati di tecnicalità economico-finanziaria. Essi scaturiscono da una visione dell’Ue elaborata dagli apparati statunitensi in una precedente fase storica. Sin dagli albori, il progetto unitario europeo è stato sponsorizzato e condizionato da Oltreatlantico, come de-scritto in molti documenti dell’intelligence Usa, venuti alla luce solo recentemente. Oggi però, in virtù di mutamenti strategici nella nazione predominante, il disegno europeo, e chi l’ha gestito in questi lustri, vengono considerati inadatti agli sviluppi globali in atto. I “parvenus” alla Casa Bianca hanno idee differenti sugli assetti generali da adottare. Per Trump e i suoi uomini il formato attuale non garantisce le mutate esigenze statunitensi, in un clima irrimediabilmente multipolare. L’intento di sottomissione continentale non è cambiato, tuttavia, non si può fingere che il mondo sia sempre lo stesso. I predecessori, restii ad accettare il vento sfavorevole, si erano infilati in un cul de sac, procurando arretramenti sullo schacchiere globale, con la loro geopolitica del caos. Ciò richiede una calibratura oggettiva degli obiettivi strategici da sposare, anche “zigzagando”, tra una posizione e l’altra, per chiarirsi le idee. Lo spauracchio per Washington, comune a chi c’era e a chi c’è, resta immancabilmente quello di una superiorità regionale di Berlino (che non è quella solo economica di cui si blatera presentemente). Quest’ultima, in ipotetico avvicinamento a Mosca, produrrebbe una supremazia ultracontinentale di portata incontrollabile da parte di soggetti esterni. Sarebbe la fine dell’impero americano che avrebbe come unica possibilità di ristabilimento della propria preminenza l’invasione militare dell’Europa. Impensabile senza scatenare un conflitto mondiale. Di fronte a detti rischi, coltivare pretese unilaterali irrealistiche è, dunque, controproducente. Ecco allora che Trump e soci si trovano a dover rimescolare le carte, in attesa di scoprire geometrie storiche e geostrategiche più fattibili, adatte a rallentare il processo di erosione del potere americano sulla scena globale.
In quest’ottica va vista la benevolenza trumpiana verso il populismo italiano. Le cose devono cambiare perché il predominio statunitense si mantenga intatto ma sotto forme coercitive innovative, diverse da quelle abituali, a questo punto esauste e consumate dagli eventi. Come ha dichiarato Bannon, l’Italia è il laboratorio di questa svolta “neoamericana”, spacciata per originalità nostrana da estendere a tutta l’Ue, in sinergia con la riconfigurazione del potere Usa. Occorre accelerare questo trapasso, non per favorire i piani americani, ma per sbarazzarsi di una sudditanza atavica ancor più limitante che ci marginalizza come paese inserito nell’area atlantica e come membro Ue. Nelle contraddizioni tra gli yankee forse troveremo la nostra strada (triangolando, in un prossimo futuro, con Berlino e Mosca) e le energie per riappropriarci del nostro destino. Da laboratorio per gli esperimenti altrui a fucina di sovranità per noi stessi e per tutta l’Europa. Non possiamo sicuramente aspettarci che siano Lega e 5S a determinare una simile svolta ma ogni passo che ci allontana dall’orizzonte dei “democratici”, in tutte le salse euroamericane, è una speranza che si accende per il domani.

North Stream2: il conflitto si sposta dentro la UE (2) – di Piergiorgio Rosso

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Nel precedente articolo informavamo dell’intenzione della Commissione Europea di cambiare il diritto applicabile ai gasdotti transnazionali per permettere alla Commissione stessa di determinare le condizioni contrattuali applicabili al commercio di gas naturale trasportato in quegli stessi gasdotti. Con lo scopo di controllare direttamente quantità e prezzi del gas naturale trasportato da Gazprom attraverso il North Stream2 (NS2) a favore di Polonia e Ucraina. Col rischio – per ora per fortuna del tutto ipotetico e teorico – di estensione di tale intervento della Commissione sul regime contrattuale vigente nei gasdotti transnazionali di interesse nazionale italiano (dalla Libia, Tunisia, Russia e – nel prossimo futuro – Azerbaijan).

Il nuovo governo dovrà affrontare la questione non sappiamo precisamente quando, ma sicuramente in tempi brevi perché la vicenda NS2 ha subito in questi giorni una significativa accelerazione.

Il 7 giugno u.s. la Svezia ha rilasciato a Gazprom le autorizzazioni al passaggio ed alla gestione del gasdotto nella sua Zona Economica Esclusiva (ZEE) per un tratto di circa 510 km. Ora manca all’appello solo la Danimarca che potrebbe aderire alle preoccupazioni esternate dagli USA sul rischio che il gasdotto russo potrebbe essere dotato di stazioni di ascolto sottomarino mettendo a rischio la sicurezza delle navi NATO. Ridicolo … (i tubi del NS1 già ci sono in fondo al mare Baltico …) ma tant’è. Gazprom ha fatto sapere che nel caso la Danimarca non concedesse l’autorizzazione è allo studio un cambiamento di percorso in acque internazionali.

Siamo stati recentemente in Germania a Greifswald dove l’attuale NS1 opera da anni e dove dovrebbe “atterrare” anche l’NS2 per constatare lo stato dei lavori. La movimentazione degli spezzoni di tubi da preparare, saldare e depositare in mare è continua ed il deposito dei pezzi occupa un’intera valletta vicino al porto di Sassnitz (vedi foto).

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Siamo pertanto portati a credere che la costruzione del NS2 non si fermerà facilmente, troppo avanzata la preparazione dei materiali e la fase autorizzativa è ormai quasi alla fine. Sia Gazprom che il portavoce del Cremlino Dimitry Peskov infatti hanno confermato che i lavori di deposizione del gasdotto nel mare della ZEE svedese cominceranno entro fine anno.

In questo contesto il Presidente ucraino Petro Poroschenko ha giocato la sua ultima carta, annunciando di essere al lavoro per creare un – non meglio definito – consorzio di imprese europee disponibili a gestire i gasdotti ucraini evitando così la costruzione del NS2. L’iniziativa avrebbe – ca va sans dire – l’appoggio degli USA. Poroschenko starebbe “attivamente negoziando con la Germania” su questa proposta.

E’ evidente che le pressioni su A. Merkel affinché fermi il gasdotto NS2 stanno raggiungendo l’acme, contando sulle difficoltà che l’attuale coalizione di governo tedesco ha su vari fronti: immigrazione, riforma dell’eurozona, dazi commerciali, insolite ispezioni in Deutsche Bank.

Si rinforza a nostro parere l’ipotesi secondo cui la via d’uscitache i tedeschi stanno esaminando prevede la costruzione del NS2 ma con una diversa regolazione dei gasdotti transnazionali, affidata ad organismi dell’UE.

Con conseguenze per ora inimmaginabili per i nostri interessi nazionali.

BASTA CON I MENTITORI E I TRADITORI DI SEMPRE: I “SINISTRI” (di GLG)

gianfranco

 

QUi

Continuo ad insistere che la questione migranti deve essere inquadrata quale effetto della politica degli Usa del precedente establishment e dei loro sicari europei: Francia e Inghilterra in particolare. Tutti i mascalzoni di “sinistra” insistono che Germania, ma anche Francia e Inghilterra hanno più migranti di noi. Certamente, sono arrivati dalle colonie francesi e inglesi (parlando le rispettive lingue) in decenni di migrazione da quei paesi. E la Germania pure ha accolto in specie turchi, ma nel corso di molti anni. Qui si parla dello sconvolgimento provocato dai criminali “occidentali” con le loro aggressioni del 2011; in particolare alla Libia (dove la Francia ha abbondantemente danneggiato i nostri interessi) e alla Siria. In questo caso utilizzando l’Isis, finanziato da Arabia Saudita e Qatar con dietro sempre gli Usa del “premio Nobel per la pace”. E quindi, in tal caso si constata con chiarezza come non debbano essere accettati nemmeno i profughi politici, che sono gli aggressori del legittimo governo di Assad e portatori di terrorismo in Europa.
E comunque, questo flusso migratorio è stato provocato in appena sette anni; e con accoglimenti di una vergogna infinita, fatta solo per far guadagnare soldi a veri banditi, fra cui le ONG e le associazioni “caritatevoli”. Infine, va denunciata un’altra mistificazione di questi malfattori della “sinistra”, che invadono tutti i media. Stanno blaterando a tutto spiano che è contraddittorio per Salvini avere simpatia per il gruppo di Visegrad e per l’Austria (e per il bavarese ministro tedesco dell’interno) poiché tali paesi non vogliono ricevere migranti e quindi sarebbero in contrasto con i nostri interessi di non accoglimento. Ballisti spudorati. Certo che questi paesi non vogliono accogliere e fanno bene perché propongono precisamente che non ci sia accoglimento in Europa, che si impediscano le azioni criminose degli scafisti e delle ONG. E questo interesse a bloccare ogni e qualsiasi raccolta in mare dei migranti e a respingerli nei loro paesi è comune appunto all’Italia, a Visegrad, all’Austria e ora anche ai paesi baltici. Ribadisco che senza l’eliminazione del bubbone detto “sinistra” e la cacciata integrale dei suoi miserabili intellettuali, giornalisti, conduttori, da ogni organo di informazione, non si otterrà alcun risultato.
Basta inseguire i risultati elettorali. Occorre isolare e sbattere anche in galera gli “untori”, che allignano in quella parte politica ormai degenerata in tutta Europa, ma in particolare qui da noi; perché qui si tratta degli eredi dei traditori piciisti quando, già all’inizio degli anni ’70, iniziarono la “migrazione” verso l’atlantismo, cioè gli Stati Uniti. E un’ultima cosa, su cui torneremo con ben maggiore energia. Non sono esistiti in Italia gli “anni di piombo” in quanto anni del “terrorismo rosso”. Si trattava di gente strumentalizzata appunto da chi stava cambiando campo, dai traditori insomma, che ne hanno combinate di tutti i colori. I coglioni delle Br e di altri gruppetti similari hanno la colpa di non avere denunciato come, in seguito ai loro marchiani errori, siano caduti nelle reti dei banditi in fase di passaggio al settore atlantico e verso il “compromesso storico” con altri (i diccì di “sinistra”) della loro stessa pasta; sono questi torbidi gruppi dirigenti ad avere infiltrato una quantità incredibile di agenti provocatori nelle fila di sprovveduti “rivoluzionari”, fatti passare per i delinquenti provocatori appunto del “terrorismo rosso”. No, erano gli agenti infiltrati che ormai manovravano anche degli ingenui per addossare loro i crimini di chi lavorava al sovvertimento dell’ordine internazionale. E tutto per il “bene” della “sinistra” che, dopo il crollo dell’Urss e di altri paesi di quel campo, venne spinta con “mani pulite” – e annientando il legittimo quadro politico della “prima Repubblica” – verso la costituzione di un nuovo regime più vergognosamente servo degli Stati Uniti. Per fortuna non gli è andato tutto a fagiolo e oggi pian piano i nodi stanno venendo al pettine. Speriamo in un grande tsunami liberatorio.

Un governo del cambiamento? di A. Terrenzio

europa

 

 

Nel giro di una settimana l’Italia si è ritrovata dalla formazione dell’ennesimo governo tecnico ad uno cosiddetto populista, spauracchio delle burocrazie europee.

Il PdC Giuseppe Conte ha pronunciato il discorso per ottenere la fiducia dal Governo.

“Metteremo fine al business dell’immigrazione che è cresciuto a dismisura sotto il mantello della finta solidarietà. Se populismo è attitudine a ascoltare i bisogni della gente, allora lo rivendichiamo con orgoglio”, queste in sintesi le parole dell’”avvocato del popolo” che ha citato le riflessioni di Dostoevskij tratte dalle pagine di Puskin.

I punti forti del contratto di governo sono: 1)L’introduzione di un “salario minimo” e del “reddito di cittadinanza” per permettere a chi si ritrovi senza lavoro, livelli di  vita dignitosa.

2) L’introduzione della Flat tax, per permettere il rilancio del nostro Paese attraverso un sistema di tassazione equa. L’obiettivo di ridurre il Debito Pubblico, attraverso la crescita e non attraverso un piano di austerity che negli ultimi anni ha contribuito a farlo lievitare.

3) Porre fine al business dell’immigrazione cresciuto a dismisura sotto il mantello della finta solidarietà” Partendo dal “superamento del Regolamento di Dublino al fine di ottenere l’effettivo rispetto del principio di ripartizione delle responsabilità e realizzare sistemi automatici di ricollocamento obbligatorio dei richiedenti asilo” con un “sistema dell’accoglienza, assicurando trasparenza sull’utilizzo dei fondi pubblici ed eliminando ogni forma di infiltrazione della criminalità organizzata”, offrendo l’assist al neo MdI Matteo Salvini che ha fatto sapere che per i migranti la pacchia e’ finita.

Ma ora veniamo ai temi più strategici.

 

L’Italia e il Gruppo di Visegrad

 

Non appena ottenuto l’incarico, il neo/governo col con il MdI Matteo Salvini si è subito messo all’opera inviando messaggi netti e forti a Bruxelles: esplicita richiesta di collaborazione da parte dell’UE, che ha abbandonato la Penisola nella gestione dei flussi migratori.

Salvini ha ricevuto l’endorsment del Premier Austriaco Sebastian Kurz, che ha fatto sapere di considerare l’Italia “un alleato forte” sulla questione delle migrazioni. Sostegno incassato anche dal Belgio. Ma soprattutto dal premier Victor Orban, con il quale il leader del carroccio ha intrattenuto un lungo colloquio telefonico. Matteo Salvini ha più volte espresso solidarietà verso il premier ungherese in materia di sicurezza e arresto dei flussi. Una sintonia tra i due che li ha visti uniti anche contro lo speculatore filantropo George Soros. Quest’ultimo, dopo aver visto chiudere le sue Ong in Ungheria, alcuni giorni fa ha avvisato del pericolo populista in corso in Italia con il nuovo Governo.

L’Italia quindi sembra decisa ad unirsi ai Paesi del Gruppo di Visegrad, guidato dal Premier Orban, assurto a leader antiprogressista dell’Europa Orientale.

La partecipazione dell’Italia a tale blocco di Paesi, darebbe un peso determinante nel cambiamento delle politiche migratorie del Mediterraneo e rappresenta una novità assoluta se paragonate alle politiche antinazionali ed autolesionistiche dei governi che lo hanno preceduto.

La musica sembra essere davvero cambiata se segnali di distensione sembrano arrivare anche da Parigi e Berlino. Ora che il fronte sovranista italiano alza la voce, la Merkel ammette che l’UE ha sbagliato a lasciare da sola l’Italia nelle questione migratoria.

Dichiarazioni ipocrite e tardive quelle della leader delle CDU che palesano lo stato di difficoltà della Germania.

 

Usa vs Germania

 

E veniamo adesso al tema centrale della questione.

Diversi osservatori hanno notato che dietro il repentino cambio di rotta di Sergio Mattarella, nel ridare l’incarico all’avvocato Giuseppe Conte, ci sia l’intercessione americana.

Non è un segreto per nessuno che gli Stati Uniti abbiano deciso di fare guerra all’Europa ed in particolare alla Germania. Il potere economico e finanziario assunto da quest’ultima è qualcosa fortemente temuto dagli “hauks” di Washington, ragion per cui gli Usa hanno deciso di colpire la Germania con i dazi su acciaio e alluminio e stanno ostacolando la formazione del gasdotto Nord stream che collegherebbe quest’ultima alla Russia. Inoltre le agenzie di rating americane hanno declassando i titoli  Deutche Bank a pochi gradini dalla spazzatura. In tale quadro le elezioni italiane sono state l’assist alla dirigenza Trump per colpire la Germania attraverso la formazione di un governo fortemente ostile ad essa.

L’Italia si è trovata in mezzo ad una guerra che ha visto protagonisti ambienti americani contro quelli tedeschi. Sospetto è stato l’aumento dello spread in poche ore per creare il clima propizio alla formazione dell’ennesimo governo tecnico, prono ai diktat delle Troika. E a questo punto che sono intervenuti gli americani, che comprando i bond italiani hanno permesso che il clima diventasse favorevole alla formazione del governo Di Maio/Salvini.

In tale quadro più di un osservatore ha ritenuto “provvidenziale” l’intervento americano.

Di certo c’è che le misure di austerità stanno portando l’Europa verso una pericolosa spaccatura. Se la Germania e l’Europa baltica, non saranno disponibili ad una revisione dei trattati ci sarà una radicalizzazione dello scontro che non farà altro che favorire il dominante d’oltreoceano.

Seppur in controtendenza alla vulgata corrente, che vede la Germania come male continentale, non si può evitare di sottolineare come l’atteggiamento della politica tedesca, (si pensi all’imbecillità di certe dichiarazioni di politici tedeschi) abbia favorito il clima necessario a una ostilità antitedesca.

Berlino deve cambiare rotta per contrastare gli Usa, con una Merkel troppo prona al vecchio establishment statunitense e fortemente antirussa (vedere le recenti dichiarazioni contro la Crimea annessa a  Mosca).

Da par suo, invece, il governo italiano richiede la cancellazione delle sanzioni alla Russia, la creazione di un Asse Roma-Budapest in materia migranti ed il ritiro delle truppe dall’Afghanistan in contesti regionali dove non abbiamo interesse a dispiegare risorse e forze militari. Sono buoni segnali, tutti ancora da riscontrare.

Il Governo Conte dovra’ sfruttare tutte le “sponde” in campo internazionale per far recuperare posizioni alla penisola. Dovrà chiedere maggiore flessibilità e farsi promotore di politiche basate sulla crescita, cercando un’intesa con i tedeschi che al momento appare lontana, ma al tempo stesso cercare di “erodere” l’alleanza atlantica, astenendosi dal partecipare ad azioni militari che vadano contro i nostri interessi.

Recuperare peso politico all’interno dell’UE, riportare un po’ d’ordine nel Paese, difendere il “made in Italy”, dare finalmente voce a quel “popolo degli abissi” dimenticato e disprezzato  dalle classi sub-politiche e dalla stampa cortigiana ad esse legata, sono elementi che fanno ben sperare.

LA POLITICA (STRATEGIE PER IL CONFLITTO) AL CENTRO, di GLG

gianfranco

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PRIMA PARTE (e approccio al problema)

Tra un bel po’ di materiale in merito all’argomento che tratteròin questa prima parte, ho trascelto due scritti (di fonti diverse) che ritengo utile leggere. In ogni caso, svilupperò le mie considerazioni in merito al rapporto esistente tra nemici anche nel momento del loro scontro acuto (e talvolta definitivo). Gli articoli, scelti per esemplificare il problema, riguardano la seconda guerra mondiale e si rifanno soprattutto ai rapporti tra organizzazioni economiche (in particolare grandi imprese) di Usa e Germania in contatto piuttosto stretto fra loro. E’ però chiaro che i rapporti tra nemici, nello scontro decisivo per la vittoria di uno sull’altro, non sono solo quelli economici e riguardano tutto quanto sempreavviene in tale evenienza, in ogni epoca della storia umana. In effetti, l’interpretazione più banale di tale fatto è la volontà diuomini e gruppi del settore produttivo di perseguire il proprio profitto, fregandosene altamente degli interessi in gioco per il proprio paese. Allora, tale fenomeno sarebbe caratteristico soprattutto dell’epoca capitalistica e i capitalisti sarebbero individui immorali solo concentrati sui propri guadagni personali.

Anche se fosse così, si tratterebbe comunque di un fenomeno che induce a considerazioni un po’ più complesse di quelle dettate dalle convinzioni elementari di certi movimenti anticapitalisti. In effetti verrebbe in evidenza che il vero “internazionalismo” non è quello delle classi dominate (“proletari di tutto il mondo unitevi”) bensì riguarderebbe proprio la classe antagonistica (la “borghesia”) rispetto a quella dominata e sfruttata (la classe operaia), la quale generalmente non ha mai saputo opporsi allo scontro tra paesi capitalistici ed è sempre stata portata in guerracon l’inconsistente opposizione di deboli gruppi politici (rappresentanti ristrette parti della popolazione), facilmente messia tacere e spesso spazzati via. In realtà, la situazione è piuttosto differente.

Da sempre, in ogni epoca della storia umana, arriva il momento in cui si giunge all’urto aperto e definitivo tra gruppi al potere in certe aree territoriali, dove abitano consistenti insiemi umani unitiin dati sistemi di rapporti sociali di vario tipo e controllati in varia guisa da detti gruppi. Tali insiemi (divisi verticalmente in strati e orizzontalmente in più comparti) sono in genere almeno per quanto riguarda la loro parte attiva nelle dinamiche politiche deidiversi paesi (o aree) d’insediamento interessati a seguire i gruppi di potere in questione nel momento del loro acuto conflitto; salvo quando arriva la sconfitta di uno di questi, che dissolve a volte l’interesse dei subordinati al perdente e la frequente emersione fra essi di chi tenta di riorganizzarsi, a volte (non raramente) piegandosi al vincitore.

I gruppi predominanti in dati paesi o zone da essi controllati non possono non arrivare infine allo scontro per affermare la loro supremazia su aree ancora più estese. Non esiste se non nell’ipocrisia dei dominanti in epoche in cui vi è un certo equilibrio di forze tra gruppi di potere nelle varie zone alcuna possibilità di vera pace e di proficuo rapporto tra essi. In realtà, lo ripeto, la pace è solo un periodo di conflitti più sordi, non affidatiallo scontro armato tra i contendenti (se non in certe aree limitate)poiché si ammettono ancora margini di mediazione e di possibilità di reciproca convivenza, salvaguardando i propri principaliinteressi con accettati margini di soddisfazione per i contendenti.

Ad un certo punto si apre senza più rimedio il conflitto aperto, una bella guerra. Questo però richiede che, nella fase (spesso lunga) che la precede, vengano maturando le condizioni per una “alleanza” tra più contendenti, che devono alla fine costituire due blocchi relativamente uniti fra i quali può allora iniziare l’urto definitivo. Ogni “alleanza” ha sempre all’interno delle “disunioni”, che tuttavia si presentano del tutto minori e consentono lo scontro tra due nemici irriducibili e decisi a prevalere l’uno sull’altro.

Ebbene, arrivati a questo punto, nel mentre le “truppe” (in senso molto generale) dei contendenti si scontrano “sul terreno” (sempre detto in generale), vengono mantenuti canali vari di contatto tra di essi. Canali che poi ovviamente vengono allo scoperto quando una delle due “alleanze” tende a prevalere e quindi iniziano le trattative per la resa degli uni e la vittoria degli altri. Fino a quel momento, i contatti sono magari ridotti al minimo (ma non troppo) e sono tenuti rigorosamente segreti. E quasi sempre lo rimangono anche dopo la fine dello scontro acuto e senza quartiere (gli storici sono assai “inefficienti” a tal proposito; e sembrano pagati per esserlo).

Sempre per rifarsi alla seconda guerra mondiale, nulla conosciamo – e gli storici “contemporanei”, veri falsificatori del ramo che coltivano, non ricercano come appena detto un bel nulla e alterano anche quanto si può ragionevolmente supporre – dei rapporti intrattenuti tra Germania (in fase di supremazia nei primi anni) e Inghilterra (in fase di incombente sconfitta). Ci si è raccontata l’invereconda “storiella”, secondo cui la vittoria aerea della Raf sulla Lutwaffe nei cieli della Manica avrebbe salvato l’Inghilterra dalla definitiva “botta”, ormai sull’orlo della realizzazione. Il viaggio di Rudolf Hess in Inghilterra è stato completamente alterato nelle sue finalità; costui è stato arrestato,detenuto e poi condannato alla fine della guerra all’ergastolo. Nel 1987, a 93 anni, venne graziato e subito prima di uscire dal carcere muore; ufficialmente per suicidio, ma con il sospetto che sia stato invece ucciso in vista della scarcerazione poiché poteva magari dire cose “non gradite” sui motivi reali del suo viaggio in Inghilterra.

L’intelligenza, certo un po’ “sospettosa”, suggerisce accordi – quali e come fossero concretamente configurati è difficile supporlo nei particolari – che hanno fatto scegliere alla Germanial’attesa per la soluzione finale della guerra sul fronte occidentalein modo da potersi dedicare all’aggressione dell’Urss con la convinzione, rivelatasi erratissima, di disfarla in poco tempo. Tuttavia – e anche questo resta non detto – la resistenza vittoriosa di quel paese ha lasciato di stucco la dirigenza inglese e anche quella statunitense. Erano tutti convintissimi che l’Urss si sarebbe dissolta in poco tempo; vi è stato un netto mutamento della storia con quella vittoria e la sconfitta della Germania, logoratasi nell’impresa ritenuta di grande facilità. Aggiungiamo, come questione minore, che anche il carteggio tra Churchill e Mussolini – sequestrato a Dongo durante la cattura del Duce, seguita dalla sua fucilazione – non si è trovato; è assai facile supporre che lo stesso CLN abbia deciso di riconsegnarlo agli inglesi. E pure quello conteneva senz’altro molte “notiziole” interessanti e che farebbero valutare lo scontro tra potenze in quella guerra con occhi parzialmente diversi.

In ogni caso, è solo ex post, quando i giochi si sono conclusi, che tutti si dedicano a descrivere il conflitto come sfida all’ultimo sangue (sul tipo dei western americani), con l’irriducibile volontà di vincere o morire. In realtà, durante lo scontro, si mantengono aperti vari canali di comunicazione per appurare le varie possibilità di risoluzione in base all’andamento della guerra lungo tutto il suo corso. Poi, quando uno dei contendenti prevale, sembra che i nemici siano stati permanentemente senza alcun contatto né possibile mediazione fra loro. Bisogna invece mettersi in testa che sempre – e dunque anche nell’epoca capitalistica, in cui la prepotente entrata in gioco della sfera economica (produttiva e finanziaria) ottunde la mente dei sedicenti studiosi e pensatori – la POLITICA, nel suo pregnante significato di strategie per la vittoria in un conflitto, prevale su tutto il resto, è quella che detta le regole per la conquista della supremazia di date potenze su altre. Non è il profitto a guidare le azioni “supreme” che imprimono un dato carattere ad una determinata fase storica; è la POLITICA nel senso appena detto.

Logico quindi che imprese americane e tedesche  (non certo quelle piccole, che tanto sono amate oggi dai “sismondiani di ritorno”) tenessero i contatti anche durante un conflitto delle proporzioni e violenza della “seconda guerra mondiale”. Esse davano ovviamente per scontato che quest’ultima stava sconvolgendo il quadro del cosiddetto “mercato mondiale”. Occorrevano quindi molte capacità inventive, ma anche di mediazione e compromesso, nel direzionare lo svolgimento dei processi produttivi e di smercio. Non si dovevano però perdere del tutto i vantaggi conquistatati con la collaborazione e intreccio in merito ad innovazioni produttive e tecnologiche e almantenimento di dati canali di vendita malgrado le difficoltà insorte con uno scontro di quella portata e violenza. E restavano in attesa di vedere quale dei contendenti sarebbe risultato vincente e quale perdente per indubbiamente poi modificare l’ordine della prevalenza all’interno di quell’interrelazione di interessi.

Di conseguenza, simili intrecci tra nemici – sul piano economico come anche in altre sfere e apparati – mostrano come nel conflitto, quando si fa aperto e irriducibile, diventa centrale il gioco delle strategie per vincere il confronto e assumere la supremazia rispetto all’avversario. Tutto il resto è continuo arrangiamento tra gli avversari per mantenere aperti più canali di comunicazione, indispensabili anche nello scontro più violento e senza quartiere che ad un certo punto viene affrontato da essi. I centri strategici del conflitto se ne stanno ben nascosti e conducono giochi di cui la stragrande maggioranza delle popolazioni, in sofferenza per la guerra aperta, deve restare ignara, pena lo scoprire le proprie carte migliori nella tensione a prevalere sul nemico. Quindi, come ribadiremo più avanti nella seconda parte, la POLITICA, nel suo significato più pregnante, riguarda appunto le strategie da mettere in opera per vincere. Essa permea l’intera struttura interrelazionale dei rapporti sociali: economici (nella sfera produttiva e finanziaria), ideologico-culturali, oltre a quelli detti più comunemente politici relativi allo Stato, partiti, associazione e lobbies varie e via dicendo. Insisteremo sul punto.

       

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