CHI PARLA DI NAZISMO FINANZIARIO (E DI GERMANIA SFRUTTATRICE D’EUROPA) NON HA CAPITO NIENTE

europa

 

Tutti quelli che continuano a blaterare di dominio tedesco in Europa dovrebbero studiare attentamente l’ultimo numero di Limes, dedicato proprio a questo Paese e ai suoi rapporti con gli Usa. Sono questioni che noi di ConflittieStrategie segnaliamo da anni, sempre inascoltati perché vanno di moda le versioni semplicistiche, alimentate da intellettualucci da strapazzo o da esperti del piffero, sovrabbondanti nei media, che attribuiscono al “nazismo finanziario tedesco” le responsabilità del declino europeo.
I ferventi germanofobi, col tiro al tedesco, coprono le spalle agli Stati Uniti, veri carnefici del Vecchio Continente e di altre aree strategiche. Ma l’errore commesso da questi narratori di sciocchezze un tanto al chilo è doppio. Non solo viene additato, come causa della crisi politica europea, l’egoismo economico di un Paese che, al pari degli altri (e forse anche di più), viene guardato a vista da Washington e sconta pesanti ingerenze nei suoi affari, sino ai livelli più profondi dei suoi apparati di Stato, ma, ancor peggio, costoro individuano nella deriva finanziaria del modello occidentale il fulcro di tutti i mali del mondo. Questo è solo un altro modo per obnubilare i reali rapporti di forza a livello mondiale che discendono dalla supremazia americana in ogni campo. E’ più comodo parlare di mostro senza testa e senza patria, lobbies del denaro semidelinquenziali deterritorializzate, piuttosto che rivelare il nucleo politico-militare da cui si diramano le catene che tengono imprigionati i vari contesti nazionali.
I tedeschi, o meglio i governi berlinesi, hanno il torto di essersi messi a disposizione della Casa Bianca, come dipendenti principali del carrozzone unitario, anziché provare a guidare l’Europa verso la sua indispensabile autonomia. Ma questa sudditanza è caratteristica precipua anche di altri esecutivi che, al contrario della Germania, nemmeno tentano il necessario recupero di sovranità. In Europa esiste unicamente una concorrenza autolesionistica tra servi, per compiacere il padrone d’oltreatlantico, priva di qualsiasi aspirazione indipendentistica.
Di Limes, di cui parlavo poc’anzi, segnalo in particolari gli articoli di Caracciolo, Fabbri, Mini, Mainoldi e l’intervista, sempre di Fabbri, a G. Friedman. Il quadro che ne emerge è ancora quello di una Germania occupata dagli americani, con basi e strutture d’intelligence che vincolano i movimenti e rendono la sua sicurezza strategica dipendente dagli interessi Usa. Gli autori riportano di Generali teutonici che rispondono a Washington prima che ai loro referenti politici e di agenti crucchi direttamente agli ordini dei colleghi americani. Lo ricorda Fabbri: “Come capitato nel 2003, quando il servizio federale di informazioni (Bundesnachrichtendienst, BND) contribuì fattivamente all’invasione dell’Iraq che pure il cancelliere Schröder aveva osteggiato”. Sembra che i tedeschi siano messi persino peggio degli italiani, benché tentino, contrariamente a noi, di sottrarsi a questa stretta dipendenza per definire un proprio orizzonte d’influenza geopolitica. Come afferma Caracciolo: “La posta in gioco, per Washington, era e resta impedire l’emergere in Eurasia di una concentrazione di potere capace di contendere agli Usa il primato planetario”. Un simile risultato è ottenibile esclusivamente con un’alleanza europea, capeggiata da Berlino, che guardi finalmente ad est, verso la Russia. Gli americani si sono preparati a questa evenienza. Se la Germania dovesse concretamente smottare verso Mosca hanno pronta la contromossa, o meglio l’atto di guerra. Così descrive Mini il possibile scenario, che parte dagli ultimi eventi, effettivamente accaduti, e si protende verso avvenimenti immaginari ma molto verosimili (forse nel giro di 5-10 anni, con la realtà che supererà la fantasia, e non già nel 2018 come “fantastica” il Generale):

 

“…A partire dal maggio 2017 gli Stati Uniti accelerarono la sostituzione degli ordigni e lo spiegamento di F35 in Europa. Germania e Belgio erano fuori dallo sharing e gli altri paesi non avevano ancora gli F35 a doppia capacità. Francia e Regno Unito si opposero alla condivisione e gli Stati Uniti fecero sapere che ormai la difesa nucleare in Europa poggiava soltanto sulle loro spalle. Tuttavia si ritennero impossibilitati a impiegare le armi nucleari in Europa per i limiti imposti dal Trattato di non-proliferazione. Soltanto lo stato di guerra avrebbe consentito di superare tali limiti e l’amministrazione Trump dichiarò che non era propria intenzione aprire un confitto con la Russia.
Tuttavia, la Nato poteva aggirare anche questo apparente ostacolo e anzi serviva proprio a questo. Secondo l’articolo 5 del Trattato un attacco a un paese membro era considerato un attacco a tutta l’Alleanza. Bastava soltanto che l’attacco ci fosse o, meglio, che lo si credesse per creare lo stato di difesa collettiva e consentire la guerra.
Così le cosiddette esercitazioni Nato in Polonia e nei paesi baltici cominciarono a presentare problemi. Si verificarono due sconfinamenti di aerei americani in Estonia e uno russo in Polonia. La campagna della minaccia russa montò in tutta la Nato e gli Stati Uniti iniziarono a incrementare le proprie forze in Germania. Ci furono alcune proteste locali subito attribuite a formazioni neonaziste o a pacifisti ignoranti. Il Pentagono annunciò il «rafforzamento» dei rapporti di amicizia con la Germania riprendendo le esercitazioni Reforger. Proprio durante il periodo elettorale tedesco (settembre) furono rischierati in Germania 18 mila uomini e altre decine di migliaia erano in afflusso. Fu ricostituito il V corpo d’armata e
la 4 a divisione meccanizzata Usa fu dislocata nell’area di Francoforte sul Meno.
Alle truppe tedesche furono richieste «esercitazioni» nell’area dell’ex Germania orientale al confine con la Polonia che il Trattato di Mosca del 1990 aveva designato come area libera da forze esterne. Poi furono richieste dimostrazioni di forza congiunte con le unità polacche, ceche e slovacche ai confini con l’Ucraina.
In Germania non si capì subito la situazione che si stava determinando. Soltanto verso l’ottobre 2017 i tedeschi si resero conto che mentre le unità statunitensi affluivano in Germania e non si spostavano né in Polonia né nei Paesi baltici, quelle poche tedesche sotto comando nazionale e relativamente efficienti erano all’estero. Montarono ovviamente le proteste popolari in tutta la Germania. La cancelliera Merkel appena rieletta si rivolse alla Nato e il segretario generale Stoltenberg la rassicurò sulle intenzioni americane: se le unità affluite di recente (che ormai avevano fatto aumentare le forze americane a 120 mila uomini solo in Germania) non raggiungevano prontamente le zone di rischieramento previste in
Polonia e nelle repubbliche baltiche era a causa della «limitata capacità di trasporto tedesca». Stoltenberg invitò la Germania a incrementare i trasporti, ma allo stesso tempo scoraggiò il richiamo in patria delle forze tedesche. La tensione in Europa, disse, era molto alta e le fonti d’intelligence americane avevano individuato movimenti di truppe russe ai confini con la Bielorussia. La cancelliera, per nulla rassicurata, tentò un approccio diretto con gli americani e volò a Washington. Il 12 dicembre 2017 incontrò Trump e la dichiarazione congiunta fu di preoccupazione ma di rinnovo della grande intesa fra i due paesi. Tornata in patria, la cancelliera fu accolta da un parlamento freddissimo e da una piazza popolare incandescente. Le dimostrazioni in Germania contro i movimenti di truppe ai confini ucraini erano diventate violente e a esse si erano unite le analoghe dimostrazioni in Slovacchia e nella Repubblica Ceca.
La Russia sembrava inattiva, ma i comandanti delle Forze armate e lo stesso Putin alimentarono una campagna di propaganda antiamericana e denunciarono le ormai palesi e quotidiane violazioni del Trattato di Mosca. La delegazione russa alla Nato rientrò in patria rilasciando un comunicato di fuoco che denunciava il «piano efferato americano che per non coinvolgere il proprio continente in un confronto nucleare diretto sta costringendo i singoli paesi della Nato e in particolare Polonia, Estonia, Lettonia, Lituania e la stessa Germania a creare le condizioni di guerra con la Russia in modo da far scattare l’articolo 5 del Trattato Nato e l’annullamento del Trattato di non-proliferazione nucleare». Quest’ultima osservazione riacutizzò il dilemma nucleare tedesco facendo spostare l’attenzione dei parlamentari tedeschi e delle opposizioni di piazza sui siti di stoccaggio di ordigni nucleari in tutta Europa.
La Germania si trovava completamente dipendente dall’ombrello nucleare americano e nel contempo ospitava sul proprio territorio il maggior numero di militari americani al mondo. Tutto questo la qualificava come l’obiettivo più probabile di un attacco preventivo russo in Europa. Per evitarlo, in parlamento fu
avanzata l’ipotesi di uscire dalla Nato. Questa eventualità fu subito accolta dagli Stati Uniti come un affronto e dalla Nato come un tradimento. La popolazione tedesca la considerò invece come l’unica via d’uscita da una situazione di triplo ricatto: dalla minaccia russa, dalla morsa americana e dalla strategia della Nato ormai controllata dagli Stati antirussi e antieuropei. La base di Ramstein e il sito di Büchel furono circondati da dimostranti contrastati duramente sia dalle forze di polizia tedesca sia poi, in un caso di penetrazione, dai militari americani. Dimostrazioni analoghe si svolsero in Belgio con una pericolosa intrusione nel sito di Kleine Brogel. Altre dimostrazioni si ebbero in Italia, a Ghedi e in Sicilia. Gli Stati
Uniti e i vertici della Nato denunciarono la minaccia alla sicurezza dei loro siti e richiamarono la Germania al rispetto degli accordi bilaterali e dei trattati internazionali. L’amministrazione Usa aggiunse il solito aut aut trumpiano: «O ci pensate voi o ci pensiamo noi». L’effetto su tutto il governo e sulla popolazione fu esatta-
mente l’opposto di quello sperato. I tedeschi si convinsero che l’uscita dalla Nato era l’unica soluzione. E alla fine di febbraio 2018, la proposta fu presentata in Consiglio atlantico con l’invito agli altri paesi membri di seguirla.
Fu allora che iniziò una drammatica serie di attentati alle strutture e alle forze americane in Germania. A Berlino saltò un pub frequentato dai soldati americani. A Francoforte fu distrutto un convoglio ferroviario con materiali americani. Ad Amburgo s’incendiò un cargo di contractors. Nelle dimostrazioni di piazza aumentarono le presenze di gruppi neonazisti. Le emittenti radiotelevisive statunitensi in Germania attribuirono la responsabilità degli episodi a infiltrazioni russe e Washington accusò il governo tedesco di collusione. Le indagini della polizia tedesca sugli episodi violenti ormai diventati giornalieri portarono invece a individuare responsabilità degli stessi americani e di strutture tedesche a essi collegate. La popolazione era frastornata e la politica sospettosa. La cancelliera Merkel rivelò al parlamento che il rapporto FWD aveva in effetti messo in evidenza l’eventualità di una operazione statunitense in Germania e nella Nato del tipo Northwood, proposta dai militari nel 1962 per giustifcare la guerra e l’occupazione di Cuba. In particolare, l’operazione in Germania avrebbe dovuto comprendere sia attività terroristiche sia azioni coperte false fag contro le forze americane da attribuire alla Russia e alla Germania. La Northwood fu rigettata da un presidente cauto e lungimirante come Kennedy, disse la cancelliera, «oggi la leadership militare ha assunto atteggiamenti identici a quelli del 1962 ma l’America non ha un
presidente cauto o lungimirante». In una drammatica seduta del parlamento tedesco, l’8 maggio 2018 (anniversario della resa incondizionata delle Forze armate del Terzo Reich nel 1945), la cancelliera parafrasò parti del discorso di Hitler al Reichstag dell’11 dicembre 1941. Elencò tutti gli episodi di violazione americane, le provocazioni e l’arroganza nella considerazione delle esigenze di sicurezza della Germania e dell’intera Europa. Denunciò la connivenza di paesi cosiddetti alleati nelle provocazioni. Elencò tutte le iniziative tedesche per la costruzione europea e per la formazione di un esercito europeo. Enumerò costi e sacrifici tedeschi nel mantenimento delle forze alleate sul proprio territorio «anche quando la minaccia sovietica era scomparsa, credendo che ciò dovesse essere un contributo volontario e cosciente di un paese sovrano e non il debito permanente di una nazione debellata e sottomessa». Fra i continui applausi dei parlamentari, la cancelliera concluse con la frase che sarebbe diventata famosa e che avrebbe
procurato reazioni drammatiche da parte americana, ma che avrebbe unito il popolo tedesco sotto una nuova idea di sovranità, indipendenza e coscienza umana:
«L’11 dicembre 1941 un elenco di violazioni americane nei confronti della Germania portò alla formale dichiarazione di guerra del Terzo Reich agli Stati Uniti d’America. L’elenco di violazioni americane e dei contributi tedeschi alla sicurezza europea di oggi inducono invece a una formale dichiarazione di pace. Costi quel che costi, la Germania non si presterà alla guerra e cercherà più che mai la pace in Europa invitando gli altri paesi del continente a considerare che la pace non può provenire né dalla Russia né dalla Nato né dagli Stati Uniti di oggi». Com’era prevedibile la «dichiarazione di pace» fu presa per una dichiarazione di guerra e la Germania fu accusata di essersi proposta come leader di una nuova identità europea. Nessuno Stato europeo raccolse l’appello. Dopo due giorni di imbarazzati commenti e di veementi accuse da parte degli americani, la Germania richiamò in patria le truppe schierate in Polonia, Repubblica Ceca ed Estonia. Alcuni
generali tedeschi si dissero preoccupati di queste decisioni, ma furono subito dimissionati. L’elenco dei generali che per decenni avevano anteposto gli interessi americani a quelli tedeschi comparve su tutti i giornali.
Domenica 13 maggio 2018 un sommergibile russo in emersione davanti a Kaliningrad fu colpito da raffiche di cannone a cinque canne da 25 mm sparate da una coppia di F35 statunitensi e costretto all’immersione. I velivoli stealth (invisibili) erano sfuggiti ai radar del sommergibile e della difesa aerea russa e presi dall’entusiasmo si diressero verso la base navale sede del comando della Flotta russa del Baltico. Anche questa volta sfuggirono ai radar dei sistemi automatizzati contraerei, ma non sfuggirono agli occhi degli addetti alle vecchie postazioni contraeree che, al secondo beffardo passaggio, ne abbatterono uno. Gli americani s’indignarono, chiesero spiegazioni e fu loro risposto che siccome erano invisibili «non li avevano visti». Il Pentagono non colse l’ironia e il giorno dopo rispose con una salva di missili sulla base lanciati da un sommergibile nucleare schierato nel Baltico. La Russia avvertì la Lituania che una colonna di rinforzi diretti a Kaliningrad ne avrebbe attraversato il territorio. La Nato indusse la Lituania a negare il transito. Le truppe russe ignorarono il divieto e le colonne corazzate passarono lentamente per un paio di giorni protette da nugoli di elicotteri e cacciabombardieri che, a causa della lentezza dei convogli, così dissero, «dovevano» compiere lunghi giri su Vilnius. Sulla tangenziale sud della città i russi dislocarono distaccamenti di forze speciali ufficialmente per «dirigere il traffico». Tanto bastò per far tornare la memoria ai lituani. Il comando Nato Force Integration Units di Vilnius, creato per facilitare l’accesso di truppe Nato in Lituania, si mise in licenza.
Intanto in Germania le basi militari e gli accasermamenti delle forze americane e inglesi furono posti sotto sorveglianza dalla polizia tedesca per «proteggerli da attentati», ossia per controllarli. Le comunicazioni militari Usa furono sottoposte a radiodisturbi e il governo federale dichiarò la mobilitazione di 100 mila riservisti in tutto il paese. La misura non fu contestata da nessun tedesco, nemmeno dai pacifisti, che anzi svolsero un ruolo di fiancheggiamento della politica governativa creando presidi permanenti attorno a tutte le principali basi americane e inglesi.
Gli Stati Uniti s’irrigidirono ulteriormente, ma persero completamente la testa quando il Regno Unito annunciò l’anticipo alla fine di luglio del ritiro delle proprie forze dalla Germania previsto per il 2019. Le truppe americane assunsero il controllo di Berlino. I comandi militari tedeschi furono tagliati fuori da qualsiasi comunicazione. Nei principali Länder del Centro-Nord s’insediarono commissioni di controllo della sicurezza americane. Droni e pattugliatori aerei ed elicotteri iniziarono un servizio di sorveglianza continuo su molte città. I porti di Amburgo, Brema e Lubecca furono bloccati al traffico commerciale. Il comando navale di Rostock fu oscurato da attacchi di hacker e jammer satellitari. Le basi navali di Wilhelmshaven e Kiel furono bloccate e tutte le componenti tedesche destinate al supporto della fotta in Olanda, negli Stati Uniti e in altri Stati furono dichiarate «sospese» dai rispettivi paesi. Negli ultimi giorni di settembre, la mobilitazione militare e popolare in Germania crebbe ulteriormente trovando il sostegno anche esterno nei paesi nordici, nella stessa Francia e perfino in Gran Bretagna. I tedeschi non si rassegnavano e i maggiori partiti, oltre a decine di altre formazioni, sostennero la formazione di un movimento di resistenza nazionale.
Oggi 3 ottobre, anniversario della riunificazione del 1990 e festa nazionale mai veramente sentita dai tedeschi, la Nato è a pezzi, ma la presa statunitense non si è allentata. La Germania è definita il nuovo impero del Male e viene accusata di essere in combutta con la Russia. Di fatto, la Germania è di nuovo sotto occupazione militare. A Berlino dalle finestre del Marriott in ogni direzione da IngeBeisheim-Platz si vedono mezzi e velivoli militari di presidio e di pattuglia. Il traffco è inesistente, la gente non esce dalle case, come se sapesse cosa sta per succedere. La filodiffusione dell’albergo trasmette un valzer lento, un po’ triste.
L’incubo del decennio 1945-55 è tornato e, come allora, la Germania è sola. La differenza è che si trova in queste condizioni alla vigilia e non alla fine di una guerra devastante che comunque la vedrà come prima vittima dello scontro che si sta facendo sempre più globale, totale, finale. La Germania ha solo una conso-
lazione: in questa occasione ha trovato la vera unità e sovranità che le avevano fatto credere di avere acquisito nel 1990. Una consolazione importante anche per l’esempio di dignità dato al resto dell’Europa, ma piuttosto magra, perché forse domani la Germania, l’Europa e il mondo non ci saranno più. A meno che…”

Considerazioni sulla sconfitta del FN (di A. Terrenzio)

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Le elezioni del 7 maggio scorso hanno decretato la sconfitta del FN.

Marine Le Pen si e’ dovuta arredere al “barrage” eretto dalle forze costituzionali con il candidato di En Marche, il “Partito unico della nazione”.

Diverse le considerazioni da prendere in esame, per comprendere i motivi che hanno portato alla sconfitta del movimento sovranista francese.

La vittoria di Emmanuel Macron era comunque molto probabile sin dall’inizio, dato che il quarantenne ex ministro del governo Hollande aveva chances di ottenere la maggioranza dei voti dei francesi.

La strategia della Le Pen, dopo la vittoria al primo turno, era quella di conquistare sia l’elettorato gollista che quello del partito di sinistra radicale “Insoumis”.

La leader del FN aveva incassato l’appoggio di Dupont Aignan, il gollista fuoriscito dall’UMP e con posizioni euroscettiche.

Melanchon invece aveva invitato gran parte del suo elettorato all’estensione. Malgrado cio’, Marine aveva invitato espressamente gli elettori di “Insoumis” ad appoggiarla al secondo turno contro il candidato dell’establishment.

Mentre la nipote Marion si era rivolta all’elettorato moderato, proponedo il FN come partito erede naturale del “Gollismo”.

Tuttavia la strategia del “doppio binario” si e’ rivelata perdente.

I tentennamenti mostrati riguardo tematiche ecomomiche come l’uscita dall’Euro, hanno evidenziato tutte le perplessita’ emerse durante il dibattito televisivo che hanno visto la Le Pen perdente nello scontro contro Macron.

Al netto di queste considerazioni, va comunque evidenziato che a pesare maggiormente per il FN e’ ancora il suo passato ingombrante.

Insomma, un fenomeno Trump era davvero poco pronosticabile, seppur potevano essere rintracciate delle similitudini sull’onda del populismo. Ma la Francia non e’ l’America.

Mentre prende vita il Partito Unico post-nazionale e Macron si prepara a raccogliere l’eredita’ del voto socialista e repubblicano, il Fronte sovranista non riesce a creare un’ entita’ unica antisistemica, a causa sia di limiti dell’elettore medio, ancora legato a vecchi schemi dx/sx, sia di errori programmatici commessi dal FN.

Come ricorda Francesco Boezi sul Giornale.it, l’errore principale di Froncoise Philippot, e’ stata l’idea di laicizzare il partito, scivolando su tematiche legate ai valori non negoziabili. Le esternazioni poco felici sul Papa hanno ottenuto l’effetto di disorientare l’elettorato cattolico e gli elettori tradizionali dell’UMP che al secondo turno non se la sono sentita di appoggiare la Le Pen.

 

Inoltre, come rileva su Le Figaro’ l’economista Jaques Sapir, la Francia appare una nazione quanto mai divisa, sul piano geografico, economico e sociale, segno di una differenza antropologica dell’elettore della Bretagna e quello di Parigi. Come in altre elezioni europee le grandi citta’ rimangono le roccaforti del mondialismo e della “societa’ aperta”, dove a trionfare sono i valori della liberalismo economico ed il buon senso delle persone “persone civili”.

In periferia, invece, i c.d. “perdenti della globalizzazione”, il ceto medio impoverito, gli “illetterati” e i bifolchi, disprezzati dai Bernard Henry Levi e dai Michele Serra di casa nostra, sono i naturali elettori del FN.

In più da rilevare un dato importante ignorato dai media mainstream: il 92% dei musulmani francesi ha votato Macron, dato significativo se si considera che esso equivale al 5% del voto totale e che tanto basto’ nel 2012 ad Hollande per battere Sarkozy.

Quella della Le Pen appare una corsa contro il tempo, dato che l’elettorato musulmano sara’ destinato a crescere demograficamente.

I vertici del FN gia’ sembrano correre ai ripari e si preparano a cambiare nome al partito nazionalista francese, proprio per scrollargli di dosso l’immagine del movimento “fascista” che nonostante l’opera di “diabolisation” di Marine Le Pen, ancora influenza gran parte dell’elettorato.

Il FN potrebbe presto trovarsi di fronte ad un bivio determinante: scegliere se radicalizzare la sua linea “ni droit ni gauche” o trasformarsi almeno nella forma, in un partito di “destra istituzionale”, proponendosi come formazione neo-gollista ed in grado di intercettare l’elettorato moderato e cattolico, senza il quale le ipotesi di diventare forza maggioritaria sono pressocche’ impossibili.

Dato il persistere dello spettro anti-fascista, in larga parte dell’elettorato, tutto lascia supporre che i vertici del FN andranno verso una “Fiuggi” francese.

Infine, cosa aspettarsi dal rampollo di Jaque Attali?

Anche se le elezioni legislative, che si terranno a giugno, saranno determinanti per l’operativita’ del neo-presidente, non e’ difficile immaginare un consolidamento del credo europeista con il consueto “cocktail” di buonismo umanitarista, liberalizzazioni e austerita’. Macron inoltre, ha gia’ fatto sapere di voler attaccare la Siria, restando Fedele alla tradizione dei “bombardamenti terapeutici” dei governi Sarkozy-Hollande.

Il neo-presidente ha avuto un incontro con la Merkel, molto probabilmente per assicurarsi quel ruolo da “comprimario” sul continente a spese italiane.

Infine, ultime considerazioni sul FN. Il movimento di Marine Le Pen resta il Partito indentitario piu’ forte d’Europa con 11 milioni di voti. Un francese su tre lo ha votato e rappresenta sicuramente un’ottima base dalla quale ripartire, correggendo gli errori di comunicazione e di programma che sono stati commessi durante la corsa alle presidenziali.

Potrebbe essere necessaria un’opera “gramsciana” di penetrazione di quadri dirigenti del FN nei corpi sociali e nella parte produttiva del Paese. Il “restyling” non deve essere un’operazione di immagine ma di sostanza, non deve snaturare il movimento riuscendo ad essere polo di aggregazione di un più vasto bacino di elettori, per arrivare a governare la Francia. Marine ed i vertici del partito sembrano averlo capito, e da cio’ si dovra’ ripartire.

NON ESISTE URGENZA MAGGIORE

gianfranco

 

 

Alla fine, malgrado vari timori, non c’è stata alcuna rivolta dei “grandi elettori” Usa. Solo due dei designati dall’elettorato nei vari States hanno abbandonato Trump, che quindi è il nuovo (mi sembra 46°) presidente. Anche le manifestazioni di piazza contro l’elezione, malgrado la pubblicità fatta come si trattasse di un nuovo sapone o profumo, non hanno visto impegnate masse imponenti, solo piccole schiere di sciamannati. Tuttavia, non termineranno qui le difficoltà del neoeletto. I nemici non si arrenderanno così facilmente. Difficile fare previsioni precise. Tuttavia, ci saranno manovre pericolose e sotterranee accompagnate da pressioni affinché, quanto meno, Trump cambi di un bel po’ le linee direttrici da lui pubblicamente sostenute e accompagnate dalla nomina di personaggi ben diversi dal solito establishment. I centri di potere che si servono dei democratici, e in particolare dei loro settori rappresentati da Obama e Clinton, continuano a puntare sulla Russia come nemico principale e più pericoloso e non desisteranno dal loro intento di creare aree di sommo disordine, conflittuale al massimo grado, tutt’intorno a tale paese.

I centri, che hanno al momento prevalso con Trump, sembrano interessati a sistemi più morbidi con manovre temporanee (non si sa però con quali tempi) di accomodamento e sistemazione dei conflitti più acuti. Credo tuttavia che su un punto Trump non sarà diverso dagli “altri”: vorrà impedire un “asse” Berlino-Mosca e sarà disposto a una minore presa sulla UE solo però se la Germania resta in mani sicure; maggiore libertà di manovra per essa, ma a patto che domini l’Europa respingendo nel contempo relazioni troppo amichevoli con la Russia. Niente zona di libero scambio (TTIP), che renderebbe la Germania “appendice” (almeno economica) degli Usa più o meno al pari degli altri Stati europei, con la generale vittoria dei “cotonieri”. In realtà, per i centri che appoggiano Trump, la Germania deve crescere di potere ma solo in piena autonomia, e anche competitiva, rispetto alla Russia. Lo stesso governo italiano dovrà probabilmente assolvere compiti servili differenti da quelli imposti dai centri che si rappresentavano in Obama-Clinton. Questo rende per certi versi più incerta, e pur sempre pericolosa, la futura evoluzione degli eventi politici nel nostro paese. Vi si scontreranno, anche da noi, i circoli trumpiani e quelli obamian-clintoniani. A meno, lo ripeto, di un drastico revirement di Trump che addivenisse a compromessi con gli avversari, al momento irriducibili.

 

Mi dispiace molto apparire cinico e tuttavia non posso non ritenere il terribile attentato a Berlino come un qualcosa che forse – se si sarà capaci di intenderne la lezione – può salvare molte altre vite in futuro e dare l’avvio ad una svolta politica, che a mio avviso deve partire proprio dalla Germania in quanto più forte paese europeo. Metto qui di seguito una breve informazione – che solo apparentemente può sembrare una diversione – sui rapporti tra Turchia e Russia:

http://www.ilgiornale.it/news/politica/attentato-che-rafforza-patto-dacciaio-putin-ed-erdogan-1344339.html

Forse i rapporti tra Turchia e Russia non sono divenuti proprio così positivi. Tuttavia li indico per sostenere che, in ogni caso, questa è la via da seguire in futuro per i paesi europei. Essi dovranno però allora dotarsi di governi completamente diversi, anzi opposti, agli attuali; in buona parte ancora in mano o fortemente influenzati dalle idee delle “sinistre”. E il cambio di rotta non avverrà certo mai tramite l’ormai paralizzante “democrazia” elettoralistica. Dopo settant’anni di schiacciante predominio statunitense nel nostro continente, ma soprattutto dopo che queste “sinistre” (per null’affatto quelle di un tempo!) sono divenute, con il crollo del “socialismo reale”, le più infami forze del “tradimento” dei nostri interessi, occorre fare un repulisti massiccio delle stesse con una radicalità impossibile da raggiungere tramite quei meschinelli e miserabili che risultano “vincitori” negli insulsi “tornei” chiamati elezioni.

Per tornare alla Turchia, difficile fidarsi di un Erdogan, ma non è impossibile che si decida ad una politica almeno vicina a quella delineata nell’articolo sopra riportato. In ogni caso, questa è la politica che dovrebbero seguire i governi europei; non però quelli odierni, bensì – lo ripeto – quelli che potrebbero risultare da una violenta riscossa della nostra civiltà e cultura di lunga tradizione, schiacciando le deliranti “modernità” dei sedicenti “progressisti”. L’importante è non ricadere in negative e mortificanti campagne di tipo razziale. Questa massiccia invasione di “estranei” dovrebbe essere fermata, ma non certo perché arriverebbero da noi degli “inferiori”, dei “selvaggi”. Il problema è diverso. Che sia stata programmata o meno, l’attuale immissione sfrenata di “migranti” serve ai disperati governanti europei, in particolare appunto a quelli di sinistra, per continuare a devastare i nostri paesi a favore di estreme minoranze politico-economiche (e ideologiche) del tutto avulse dal nostro più vero tessuto sociale, oggi sottoposto a gravi lacerazioni da parte di questi miserabili vigliacchi, cui bisogna togliere ogni più piccolo potere. Ciò non si otterrà con il voto, ma con una terribile lezione storica che resti nei tempi a venire quale monito per chi giunge alle degenerazioni di quelle che vengono ancora chiamate sinistre, e per di più “progressiste”; mentre rappresentano al contrario l’arretramento e degrado mai prima vissuti in una qualsiasi altra epoca di decadenza. Non ci interessa la definizione di questa infezione ormai mortale; va semplicemente curata con l’asportazione chirurgica delle parti malate.

Se Trump non si atterrà – per decisione propria o perché costretto dalle forze che ancora lo contrastano – a quanto per ora appena delineato, l’importante è che in Europa si affermi una decisa svolta in grado di far arretrare ciò che in settant’anni di “liberazione” ha provocato la nostra così grave involuzione. E non vi è dubbio che il primo gradino della rinascita europea deve essere l’affermazione di nuove forze politiche in Germania – lo ripeto: non razziste in nessun senso, solo violente in modo adeguato alla gravità del disastro provocato soprattutto dalla presenza, negli ultimi 25 anni, di una sedicente “sinistra” – e la loro alleanza con la Russia. Un’alleanza per interesse, non per “affinità elettive”; tuttavia ormai indispensabile per opporsi alla potenza statunitense che forse, negli ultimi tempi, ha infine incontrato qualche intoppo. Non c’è nulla di definitivo; anzi siamo ancora ai vagiti di una nuova epoca, che potrebbe forse sorgere – purtroppo caratterizzata dai luttuosi eventi degli ultimi anni, del tipo di quello svoltosi ieri a Berlino – ma che potrebbe spegnersi se ancora si esita di fronte al falso pietismo cui le orrende “sinistre” (e la Chiesa di questo nuovo Papa che sa di falso ad anni-luce di distanza) vorrebbero indurre le genti europee. Si deve affermare la violenza annientatrice di questi “alieni”; bisogna convincersi che nulla hanno a che fare con quella definizione – la “sinistra progressista” – assolutamente usurpata. Da dove questa è arrivata ormai lo sappiamo (ma bisognerà farne un’analisi ancora migliore); per il momento, però, è urgente inviare gli “alieni” in luoghi dove non possano più nuocerci.

 

Un’ultima aggiunta di carattere personale. Non mi piace affatto la violenza per se stessa. Mai avuto scontri fisici con individui che mi rompevano solennemente le balle anche quando potevo facilmente dar loro una lezione memorabile. I momenti della socievolezza e tranquillità di rapporti sono agognati da tutte le persone sane di mente. Tuttavia, occorre anche la lucidità nell’analisi delle situazioni in cui si viene a vivere. Ci sono momenti, in cui non può né deve esserci falsa serenità, che conduce solo all’accettazione del degrado che un pattume sociale, formatosi in seguito al fallimento e quindi putrefazione di idee che furono un tempo di grande valore (almeno per me), sta provocando. Questo ammasso di sciagurati ha ritrovato temporaneo “splendore”, facendo pagare a tutti noi quelli che sono ormai degli autentici tradimenti; perché, pur di non accettare il fallimento e rifletterci con molta intelligenza onde venire a capo delle sue reali cause, simili miserabili si sono messi al servizio dei nostri gruppi dominanti di bassa levatura, i “cotonieri” sottomessi ad un potere straniero. E non semplicemente straniero rispetto all’Italia, ma pure rispetto a quell’Europa che alcuni di questi imperdonabili falliti hanno chiamato ad una unione soltanto capace di servire i falsi “liberatori” del 1945. I “padri dell’Europa” sono morti tutti o quasi. Hanno però lasciato una pesante eredità, di cui si sono impossessati dei venduti ancora peggiori di loro. Si levi infine in piedi una forza vendicatrice, che faccia giustizia. Non si tratterà di violenza per la violenza, non sarà una gioia di tipo sadico. Ci sarà sofferenza, vero dolore, ma coscienza che questi vili devono essere isolati da un consesso che si voglia civile. Speriamo che infine le nostre popolazioni – in fondo non marce come questi miserabili, solo disorientate e impotenti – trovino una guida: feroce, certamente, ma quel tanto che è necessario per liberarci da questo obbrobrio. Nessuna violenza superflua; nemmeno contro chi la pensa in modo diverso, ma è del tutto evidente la sua buona fede. Perché purtroppo ce ne sono ancora molti in questa condizione; e bisogna cercare d’essere giusti.

 

SUPPOSIZIONI PROVVISORIE, di GLG

gianfranco

Sarà molto difficile interpretare i fatti politici che andranno susseguendosi nell’epoca che sembra avanzare. Dico sembra perché non credo che si debbano anticipare desideri e speranze se non con molta cautela e attenzione a quando andrà svolgendosi. In ogni caso, già da tempo ho suggerito l’idea che il multipolarismo, sia pure con sinuosità, sarà tendenzialmente in crescita e comporterà molti improvvisi e imprevisti mutamenti di rotta; spesso non programmati nemmeno dai “potenti della terra”. Ho affermato altre volte che quest’epoca andrà assomigliando – sempre con il solito “mutatis mutandis” – a quella di fine ‘800 (circa un quarto di secolo di sostanziale stagnazione e di continui balletti, anche guerreschi, tra nazioni; e tali balletti continueranno anzi fino alla prima guerra mondiale, e oltre).

Per il momento, l’unica intenzione trumpiana che mi dispiace veramente è il voler rimettere in discussione l’accordo atomico con l’Iran. Tuttavia, anche in tal caso sappiamo troppo poco del perché un Obama lo abbia accettato. Senz’altro per un tentativo di accordo con settori islamici di cui servirsi; tuttavia, l’Iran sciita in Siria, ad es., non era certamente favorevole alle posizioni Usa anti-Assad. Bisogna sospendere i giudizi, troppo oscuro il perché di quell’accordo, apparentemente invece chiarissimo (e fortemente osteggiato da Israele, che adesso dovrebbe gioire); ma solo apparentemente, non proprio del tutto comprensibile e che infatti aveva destato qualche sorpresa.

Sembra invece abbastanza ben delineata l’ostilità tra Trump e l’attuale direzione della UE, che appare assai preoccupata per le sue sorti. Tutti i governanti europei, in linea con la UE, avevano accettato – ed essendo quasi “più realisti del re” – le sanzioni all’Urss appoggiando quindi i governanti ucraini, tutt’altro che legittimi come si vorrebbe sostenere. La Germania aveva per un po’ traccheggiato – e sembra che suoi importanti settori economici non siano d’accordo nel rispettare le sanzioni – ma poi si era allineata in modo particolarmente brusco e anti-russo. Adesso, tutti gli “europeisti” (di quel genere falso e pagato dagli Usa che ormai ben conosciamo) sono spiazzati e temono di non essere più sostenuti. Ricordiamoci, fra l’altro e per quanto riguarda proprio la UE, che questa vive di fatto come “accompagnamento” della Nato, anch’essa sotto “attenzione” di Trump, che vuole diminuirne il finanziamento. Cosa che implica necessariamente anche mutamenti politici e militari; perché la finanza è al servizio di date politiche. Se Trump vuole finanziare di meno l’organismo militare, significa che pensa diversamente sull’Europa proprio dal punto di vista della politica internazionale.

Avanzo solo una piccola e provvisoria ipotesi. L’atteggiamento troppo deciso delle precedenti Amministrazioni (lo stesso che avrebbe continuato a tenere la Clinton) ha destato in Europa importanti sintomi antieuropeisti, nel senso della netta ostilità a questo tipo di europeismo, annientatore di ogni autonomia nazionale in nome di una falsa unione che non era altro che l’essere succubi e prostrati davanti agli Stati Uniti. Proprio in questi giorni sono stati nominati due presidenti (Bulgaria e Moldavia) che guardano all’amicizia “verso est”. In Ungheria sappiamo chi c’è. In Austria siamo lì lì; in Francia e Germania non credo che le forze antieuropeiste possano ancora vincere, ma stanno ponendo forti basi per rivolgimenti un po’ più avanti. E se un domani certe forze dovessero vincere in Germania, è facile si formi un asse Berlino-Mosca, che è quanto di più temono gli americani (come messo in luce anche da Friedman, intelligente analista della situazione internazionale).

Evidentemente, chi sta dietro a Trump (smettiamo di pensare che sia un individuo isolato e che pensa solo di testa sua) ha deciso che il modo migliore per non arrivare a un simile risultato sia quello di lasciare spazio a forze autonomiste europee con cui giungere, una ad una, ad accordi non così “generali” e poco favorevoli a noi come, per fare un esempio, il TTIP; ma soprattutto come la massiccia e penetrante presa militare della Nato. Pure il FMI va forse rivisto (ecco l’atteggiamento un po’ smarrito della Lagarde). E probabilmente saranno disorientati anche quei furfantoni che appoggiano l’invasione degli immigrati, rispondente ad interessi americani e a quelli dei loro servi europei senza dignità. Da una parte, si metteva a dura prova la nostra struttura sociale, con forti dissidi interni, lotta tra stupidi buonisti e “progressisti” (e fautori di un cristianesimo proprio tipico del nuovo Papa, anche lui non a caso spiazzato) e settori popolari danneggiati pesantemente dall’arrivo di masse non integrabili se non con lunghi periodi di tempo e limitazione degli arrivi. E questo era nell’interesse americano. Dall’altra parte, i servi europei di tale progetto degli ambienti americani, fin qui alla guida del paese, intendono procurarsi così masse di manovra per difenderli dalla possibilità d’essere scalzati dal governo. Abbiamo già capito, dalle reazioni negli Usa, come questi fottuti “politicamente corretti” siano cattivi e pronti a tutto pur di non perdere le loro posizioni di potere.

Bene, adesso abbiamo l’occasione – dovuta proprio al cambiamento strategico statunitense, che sembra possibile nei prossimi anni – di iniziare una lotta a fondo contro questi distruttori d’ogni nostra cultura e civilizzazione pur di mantenere il predominio nell’influenza dell’opinione pubblica, del tutto essenziale ai gruppi politici ed economici che i cosiddetti intellettuali servono spudoratamente. Dobbiamo approfittare dell’occasione. Nel mentre gli Stati Uniti, e di riflesso anche la Russia, dovranno riadattare loro reciproche strategie internazionali, cerchiamo di porre nella dovuta luce l’orrore del “politicamente corretto”, la falsità e vergogna (morale e intellettuale) dei suoi sostenitori. Sollecitiamo un vero ripudio nei loro confronti; chiariamo che non sono più parte di noi, non sono del nostro stesso genere. Non usiamo tante mezze misure. Guardate come hanno reagito negli Usa; ricordatevi che d’ora in avanti non c’è posto per tutti: o noi o loro in una lotta che temo non conoscerà pietà.

CIO’ CHE E’ NON APPARE, CIO’ CHE APPARE NON E’, di GLG

gianfranco

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L’unica cosa che appare pressoché sicura è che Renzi, appena rientrato dagli Usa e dopo il duetto con Obama, ha l’appoggio di quest’ultimo per entrambe le posizioni prese. Tuttavia, sappiamo che in merito ai due problemi, gli Stati Uniti sono decisamente contrari all’austerità e alla rigida posizione della UE (e soprattutto della Germania) in merito – così come si era già riscontrato all’epoca della grave crisi greca – e manifestano una dura contrapposizione alla Russia sia per l’Ucraina che per la Siria; per cui, sono favorevoli alle (anzi sono promotori delle) sanzioni economiche verso Mosca, considerata l’aggressore, esattamente come espresso dalla Merkel (“Chiediamo la fine degli attacchi. Non solo abbiamo detto che potremmo imporre sanzioni alla Siria, ma anche sanzioni contro tutti gli alleati della Siria. Questo si applica alla Russia).

Se fossimo affetti da quel rozzo economicismo attribuito, sbagliando di grosso, a Marx, potremmo dire che Renzi è spinto all’attenuazione del suo atteggiamento anti-russo dalla situazione difficile in cui verrebbero a trovarsi alcuni settori produttivi italiani che esportano in Russia. Troppo semplice a mio avviso. Non c’è un solo attore sulla scena politica mondiale che dica effettivamente quel che pensa e il cui gioco persegua gli scopi apparentemente voluti. Questo è abbastanza normale in politica e in ogni tempo; tuttavia, in periodi come questi, data la sempre accentuata subordinazione alla potenza predominante, le manovre dei paesi europei hanno un superiore tasso di ambiguità e autentico inganno.

La Merkel, cioè l’attuale governo tedesco, non ha evidentemente gli strumenti e le pedine giusti per essere meno dipendente dagli Usa; nemmeno ha, però, governanti con una vera personalità e chiarezza di intenti e di visione internazionale. La Germania ha comunque apertamente osteggiato il TTIP (voluto dagli americani) e, all’inizio, sembrava non proprio soddisfatta delle sanzioni alla Russia; ben 15 sue grandi imprese (fra cui la Siemens) si incontrarono segretamente con i russi per aggirarle (e poi fecero in modo che un giornale rivelasse il tutto). Oggi invece tale paese sembra prendere una posizione eccessivamente dura verso quel paese. Il governo italiano ha invece appoggiato il TTIP; e tuttavia, dopo la sfacciata sottomissione a Obama, Renzi si lancia in dichiarazioni non eccessivamente rigide in merito alle sanzioni anti-russe che, mi sembra, dovrebbero essere sospese (in tutto?) da gennaio. Gli Stati Uniti hanno più volte manifestato il loro malcontento per l’atteggiamento tedesco in generale e, con il loro appoggio a politiche economiche meno austere, intendono contrastare il predominio tedesco in Europa. Nel contempo, chiudono un occhio di fronte al blando atteggiamento italiano verso la Russia. Qualcuno si porrà qualche domanda o si è al contrario così “ingenui” da pensare che Renzi, subito dopo la manifestazione di aperta sottomissione agli Usa e dopo aver ricevuto da questi uno speciale riconoscimento, si metta a fare l’indipendente?

Tornando alla politica tedesca, quel governo accetta d’essere piuttosto miope e sgradevole, passibile di malcontenti e critiche anche da parte di altri paesi europei, pur di mettere in condizioni di grande difficoltà l’Italia. Il nostro paese non rappresenta affatto per i tedeschi un antagonista credibile rispetto al loro desiderio di supremazia in Europa; l’Italia è semplicemente una succube pedina del vero predominante, in grado di imporre la sua volontà anche alla Germania, che s’inchina quindi nel prendere alcune rilevanti decisioni di politica estera nel senso voluto dagli Usa, ponendo tuttavia qualche intralcio alla piena subordinazione europea in altri ambiti. In fondo, per fare un esempio, il TTIP non è solo una manovra economica; ricorda invece quella politica voluta dall’Inghilterra nell’800 (utilizzando le teorie ricardiane del libero commercio internazionale, allora avversate da List) per ostacolare la crescita di potenza della Prussia (cioè Germania dal 1871) e soprattutto della loro ex colonia, appunto gli Stati Uniti, che si liberarono da ogni dipendenza con una bella guerra civile costata oltre un milione di morti.

Il gioco contorto, che si sta oggi giocando in una situazione in cui altre potenze iniziano ad infastidire seriamente gli attuali predominanti, è assai complicato e nascosto nei suoi reali intenti. Vediamo se si riesce a capirci qualcosa. Bisogna però liberarsi di ogni semplicismo interpretativo e capire che, in situazioni così intricate come l’odierna, la politica assume in pieno tutta la sua doppiezza e si carica di menzogne e di falsi obiettivi, che ritardano la resa dei conti finale perché è indispensabile arrivare ad un mutamento profondo della situazione “sul campo” prima di affrontarla. Oggi gli Stati Uniti sono ancora troppo forti e le altre potenze – non più semplicemente “in nuce” tuttavia – devono fare e rifare le loro mosse per portarsi verso una “angolazione d’incidenza” tale da poter infine tentare di scalzarli dalla loro posizione di preminenza. Chi non capisce questo (o finge di non capire), sostiene che Renzi sta facendo almeno una cosa buona. No, è invece pessima, ha avuto il consenso di farla proprio dal suo padrone. Vediamo un po’.

Intanto, riporto questo bell’articolo: qui. Foa capisce che Renzi sta giocando a favore degli Usa al fine di scalzare la Germania da quella posizione – la prima in Europa, pur restando però pur sempre nella sfera d’influenza americana – dalla quale essa, rafforzandosi con l’indebolimento delle più servili pedine filoamericane (del tipo del governo italiano), potrebbe poi tentare un graduale spostamento dei suoi rapporti verso est (Russia in specie). Dobbiamo però a questo punto compiere un lungo détour.

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Torniamo alla seconda guerra mondiale. Per una serie di fattori, che dovranno completamente essere storicamente ristudiati e rivisti, si uscì da quel sanguinoso confronto con il totale ridimensionamento di Inghilterra, Francia e naturalmente Germania, paesi ormai succubi della sfera d’influenza degli Usa, che finanziarono anche ampiamente quei settori sedicenti antifascisti e falsi europeisti, in realtà completamente piegati alla subordinazione a quel paese. Per gli eventi della guerra – ma soprattutto per la lungimirante politica seguita negli anni trenta dal gruppo dirigente staliniano, politica da riconsiderare nei suoi intenti pretesi “socialistici” e comunque da difendere contro la meschinità di chi è oggi ancora bestialmente anticomunista (o stupidamente trotzkista), incapace di comprendere che quella politica non fu nei fatti, e per somma fortuna, di “costruzione del socialismo”, e tuttavia estremamente efficace per le sorti del paese – l’Urss emerse quale seconda potenza mondiale e contraltare appunto degli Stati Uniti, conquistando una sua sfera d’influenza in Europa; tuttavia, nei paesi meno sviluppati di quest’area. Inoltre, il distacco della Jugoslavia dal campo “socialista” (nulla del genere, uso solo l’etichetta di allora) indebolì la posizione sovietica proprio nel suo fronte principale di antagonismo con il più potente avversario.

Sia chiaro che gli Stati Uniti lanciarono le atomiche sul Giappone per dare un preciso segnale all’Urss, che nemmeno osasse rispondere per le rime alle azioni di loro rafforzamento nelle varie aree mondiali (e invece i sovietici osarono più volte). Vi fu la liquidazione pressoché immediata dell’influenza inglese in India (che storici “ammaestrati” ci hanno ammannito come successo “pacifico” del gandhismo); poi quella appena più tarda (dopo una bella guerra in Corea per bloccare l’influenza della vittoria dei comunisti in Cina nel ’49) del colonialismo francese in Indocina, con la sconfitta di Dien-bien-phu nel 1954, cui non furono per nulla estranei gli Usa, che ne approfittarono per stabilire il loro predominio su metà Vietnam. E ancor prima, nel ’47, ci fu appunto la “strana” defezione della Jugoslavia dal Cominform, che favorì, fra l’altro, la sconfitta dei comunisti di Markos in Grecia nel ’49. Senza questa defezione, non ci sarebbe probabilmente stata la sconfitta greca. Inutile raccontare storielle; e quante invece ne sono state propalate di completamente false.

La sconfitta di Markos fu presa quale piena conferma della linea togliattiana seguita dal Pci, che pure era stato l’anima di quella Resistenza, fatta passare per “liberazione” mentre i suoi intendimenti erano assai diversi. Capiamoci bene: penso fosse impossibile, in Italia, porre in atto un processo di trasformazione sociale, scontrandosi con l’esercito Alleato, che aveva già dimostrato le sue capacità di violenza durante lo sbarco in Sicilia (altro che “liberatori”!). Tuttavia, si andò ben oltre l’accettazione delle inoppugnabili necessità tattiche. Ci si piegò di fatto alla piena ripresa del predominio delle vecchie classi dirigenti, quelle che avevano già mostrato l’8 settembre del ’43 le loro predisposizioni nettamente antinazionali e servili verso chi poteva mantenerle in vita quali ceti sociali subordinati allo straniero. Se volete, un po’ come i proprietari delle piantagioni di cotone nel sud degli Usa a metà ottocento, servili verso l’Inghilterra per interessi propri (esportazione del cotone all’industria inglese, che vedeva come fumo negli occhi la competizione dell’industria americana del nord). Sappiamo come finì; bene in quel caso per i settori settentrionali, che schiacciarono i subordinati agli inglesi e diedero inizio a quello sviluppo che, dopo 80 anni, portò al completo predominio del loro paese nel mondo “occidentale”, e oltre.

In Italia, nel 1945, vinsero ben altri, che si piegarono in pieno allo straniero americano. Questo diede impulso pure ad un annacquamento completo delle tesi che avrebbero dovuto essere quelle tipiche del Pci, annacquamento poi ulteriormente favorito dal XX Congresso del Pcus con l’impropria destalinizzazione. Si manteneva solo, almeno in superficie, una certa predisposizione per l’industria pubblica. Tuttavia, anche qui, si dimentica troppo facilmente, io credo, che questa era stata messa in piedi dal fascismo e rafforzata nel dopoguerra da determinati settori della Dc (contrastati da altri legati a quella privata, a quella piegata allo straniero americano), che la rafforzarono nel ’48 con la Finmeccanica, nel ’53 con l’Eni (di Mattei), nel ’62-’63 con l’Enel (in compartecipazione con il Psi). Indubbiamente, ampi settori del Pci – favoriti da quella veramente incredibile degenerazione subita dal pensiero di Marx, per cui la proprietà statale era vista come proprietà socialista dei mezzi produttivi – favorirono tali settori industriali; non però per il loro interesse strategico, proprio perché il solo formalmente “pubblico” veniva propagandato come un primo passo in direzione di una diversa società, salvandosi così l’anima presso la propria base, cui si poteva raccontare che non tutto era stato abbandonato dopo la “svolta di Salerno” e, più tardi, con la presa d’atto della sconfitta di Markos.

Tuttavia, siamo proprio sicuri che Mattei sia stato poi eliminato soltanto da settori Dc in combutta con le “sette sorelle”? E siamo sicuri che, appena un po’ più tardi, Felice Ippolito (fra l’altro vicino al Pci) sia stato arrestato e perseguitato – insomma messo in condizioni di non più proseguire la sua opera a favore dell’energia nucleare, sempre per il fine dell’indipendenza energetica del paese – dai soliti ambienti diccì? Siamo sicuri che non abbiano dato ampia mano quei settori piciisti che poi prenderanno in mano il partito negli anni ’70, porteranno ai vari viaggi di loro esponenti negli Usa con infine l’aperto cambio di campo alla caduta del “socialismo reale”? Questi settori, l’abbiamo visto, sono diventati i veri servi degli Stati Uniti, hanno pestato perfino un filoamericano come Berlusconi perché costui, immagino per suoi interessi, ha per qualche anno flirtato con la Russia di Putin, favorendo un nuovo rafforzamento dell’Eni e cambiando a tal fine il suo massimo dirigente (Mincato di cui prese il posto Scaroni) nel 2005 per mandare a buon fine gli accordi con la Gazprom circa il Southstream, progetto oggi decaduto mentre ha ancora pieno vigore, guarda caso, il suo ramo nord, diretto dal tedesco Schroeder (noto dirigente socialdemocratico, cancelliere tra il 1998 e il 2005), che nell’ormai lontano ottobre 2009 s’incontrò con Putin e Berlusconi in Russia.

Mi scuso per un nuovo inciso che devo fare. Metto due link che mi auguro si leggano.

Qui

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In uno si parla di possibili e sospette cointeressenze di Berlusconi per l’affare Southstream. Nel primo, si mette in luce come quell’incontro del 2009 non fu solo per l’energia e vi fu anche quello strettamente privato tra l’italiano e Putin. Perché m’interessa? Perché sono convinto che questo viaggio, quasi segreto e senza presenze diplomatiche, sia servito all’allora premier italiano per chiedere aiuto a Putin poiché sentiva approssimarsi la bufera, che poi si abbatté su di lui in specie nel 2010 e seguenti. Non poté trovare appoggio alcuno dei russi (e non per mancanza della loro volontà di aiutarlo), e questo deve spingerci a una breve riflessione. Evidentemente, Putin avrà chiesto al suo interlocutore se era in grado di minimamente controllare i Servizi italiani. E’ facile intuire la risposta, dato ciò che è l’Intelligence italiana, totalmente dipendente dall’americana. Quindi, è pure facile immaginarsi l’allargarsi delle braccia del leader russo. E nel 2011, come già sappiamo, l’allora premier italiano cedette del tutto a Obama a Deauville, tradendo pure Gheddafi e ogni altro.

Tornando indietro, rilevo che l’Urss sembrò tener testa agli Usa per un lungo periodo di tempo. Senza dubbio era stata creata una grande potenza, grazie alla politica degli anni ’30. Tuttavia, permaneva pur sempre, anche con Stalin, l’equivoco della costruzione socialistica e, dunque, della classe operaia e delle masse popolari quali veri “eroi della storia” e soggetti antagonisti e trasformatori della società capitalistica, trattata come sempre eguale a se stessa pur se ormai rappresentata dagli Stati Uniti e non più dall’Inghilterra, il “laboratorio” del pensiero di Marx (per sua stessa indicazione). Quest’equivoco faceva da sfondo e da ispiratore dei vari partiti comunisti, in primo luogo di quello sovietico. Il partito comunista – in quanto pretesa avanguardia della classe in questione – doveva detenere tutte le leve del potere secondo una struttura organizzativa fortemente centralizzata e sempre pronta al combattimento sotto la direzione del capo e di un ristretto vertice di comando, all’interno del quale si regolavano i conti quando necessario, ma in modo che la base non ne venisse troppo turbata; chi veniva battuto era apertamente indicato quale traditore e venduto al nemico oppure affetto da “culto della personalità” o un sostanziale inetto.

Tuttavia, il vertice del partito manteneva ancora il suo riferimento ideologico alla base operaia e contadina, comunque a quella popolare dei livelli più bassi; per cui venivano di fatto stritolati tra questo vertice ristretto e questa base proprio quegli strati sociali intermedi, che invece la storia della società moderna, fortemente industrializzata e innovativa in termini tecnologici, ha dimostrato in veloce crescita a detrimento di quelli “alti” e “bassi”. Arrivati dunque, e con rapidità straordinaria (dieci anni al posto di un secolo, così per dire) a un notevole e più moderno livello di industrializzazione, tale vertice si è “perso” d’orientamento e non ha saputo aggiornarsi. Tuttavia, prima che ciò avvenisse, nel ’49 l’Urss giungeva pur essa alla bomba atomica e poi a quella all’idrogeno. Si creò allora il cosiddetto “equilibrio del terrore”, in effetti un mondo bipolare. Tutto sembrò bloccarsi nel cosiddetto “primo mondo”, mentre le due potenze si scontravano e producevano squilibri nel “terzo”, dove d’altronde andavano sviluppandosi le “lotte di liberazione nazionale”, con risultati pur essi da riconsiderare storicamente nel loro complesso. Anche perché molti di quei risultati, che pure per un periodo storico non brevissimo sono sembrati sfavorevoli al predominio statunitense, sono stati dovuti proprio alla ormai decisiva, e vittoriosa, sostituzione di quest’ultimo al vecchio colonialismo di tipo inglese e francese.

Malgrado la forte crescita di potenza – ripeto che nascondeva l’incapacità di ristrutturare all’interno i rapporti tra gruppi sociali formatisi con l’industrializzazione a tappe forzate – l’Urss entrò di fatto nel suo non subito notato declino. Dopo il XX Congresso del partito (febbraio 1956), la deriva fu sempre più incisiva. Tra colpi di qua e di là si arrivò al ventennio brezneviano, cruciale e da ri-studiare; comunque di stasi produttiva e sociale. Un vero blocco – nascosto dalla potenza precedentemente raggiunta – che ha preparato l’implosione. In altra sede, cercherò di riprendere il discorso sulla relazione tra il conflitto che investe le diverse “costellazioni di potere” (così indico gli Stati e le nazioni) e quello inerente alla loro struttura sociale interna. Resta il fatto che l’Urss sembrava dotata della capacità di opporsi alla prepotenza statunitense, in apparente declino (importante al proposito il ritiro dal Vietnam), mentre invece lo era proprio il paese sovietico. Oggi possiamo capire meglio quello che alcuni settori “comunisti” sostenevano fin dall’inizio degli anni ’70 (e a questi mi onoro di aver appartenuto): l’Urss era già in discesa, bloccata dalla rigidità delle sue strutture sociali interne, dall’incapacità politica del vertice direttivo (dello Stato e del partito) di imprimerle un nuovo slancio.

Alcuni hanno creduto che lo scombinato e disarticolato sviluppo in Cina, tra la fine degli anni ’50 e la morte di Mao (settembre 1976) potesse sostituire quello dell’Urss a fini anti-americani. In definitiva, detto sviluppo, fattosi nel post-maoismo più “ordinato” e per null’affatto indirizzato ad una qualsiasi costruzione “socialistica”, ha pur esso alimentato le sempre più evidenti difficoltà dell’Urss nel tenere il passo con la potenza avversaria. Non ci fu bisogno di alcuna resa dei conti tra potenze – com’era sempre avvenuto in passato nel passaggio dal policentrismo al predominio di una di esse – poiché fu sufficiente l’impossibilità della dirigenza sovietica di affrontare la fine miseranda perfino della visione ideologica, che aveva retto il sedicente scontro tra campo capitalistico e quello preteso, ormai ridicolmente, socialista. Di conseguenza, si verificò l’improvvisa e rapida fine dell’Urss e l’entrata nell’attuale fase di transizione ad una diversa epoca, di cui è impossibile prevedere gli effettivi caratteri poiché si è ancora impigliati nei vecchi scontri tra ideologie ormai morte e che non ci si decide a seppellire.

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Torniamo adesso alle contingenze odierne. Diciamo intanto che il crollo dell’Urss (1991) ha creato l’impressione dell’affermarsi di una nuova epoca nella sostanza monocentrica (come grosso modo si può ritenere fosse quella tra il 1815 e la guerra franco-prussiana del 1870-71, dominata tutto sommato dall’Inghilterra). Tuttavia, già con l’avvio del XXI secolo, credo si possa dire che si è andati più che altro verso un multipolarismo sia pure imperfetto poiché gli Usa restano, in ogni caso, nettamente superiori alle altre potenze in avanzata: in primo luogo, la Russia, in un certo senso rinata dalle ceneri dell’Urss, e la Cina; India e Brasile le considererei nettamente inferiori.

In tale situazione, diciamo che l’Amministrazione statunitense ha in un primo tempo usato direttamente i muscoli nel tentativo di mettere ordine definitivo al loro primato mondiale. Successivamente, e con l’Amministrazione democratica obamiana, si è posta in atto una strategia del caos, dando spazio a subordinati di rilievo (vedi, ad es., Inghilterra e Francia nel caso della Libia) o a scontri interni tra diversi schieramenti politici e/o etnici (vedi Irak o anche Siria, ecc.). E si sono sfruttati inoltre contrasti apertamente anti-russi come in Ucraina, ecc. ecc. Non scordiamoci infine l’utilizzazione del cosiddetto estremismo islamico (con caratterizzazioni terroristiche), del resto già sperimentato mediante Al Qaeda, poi con l’Isis che sembra pur esso oggi in fase di decadenza, anche se non possiamo al momento dire l’ultima parola.

E’ semplicemente da ricordare che una simile strategia deve mettere in conto la possibilità di eventi sfuggiti di mano, in ogni caso non programmati nel loro effettivo svolgimento. Tuttavia, quando si creano numerose zone di caos, soprattutto attorno a quello che si ritiene l’avversario più pericoloso in prospettiva (e secondo me non vi è dubbio che per gli Usa si tratti della Russia), è piuttosto evidente che di tale situazione soffre di più proprio la potenza in crescita, ma ancora ben lungi dall’avere raggiunto il rivale quanto a forza complessiva: in particolare quella economica e militare. Gli Stati Uniti agiscono comunque lontano dai loro confini e potendo intervenire con le loro forze armate (in specie marittime e aeree) in tutte le zone del mondo. La Russia è già costretta entro una sfera d’influenza ben più limitata, tutt’attorno a se stessa. E’ inoltre obbligata ad una serie di tatticismi, perfino facendo finta di credere all’atteggiamento benevolo (tipo l’ultimo italiano in merito alle sanzioni) di chi è invece nettamente manovrato dal “nemico”. E anche sapendo, perché sono convinto che Putin se ne renda ben conto, il perché di questa permessa, anzi comandata, benevolenza.

Ribadisco quanto detto più volte. L’Asia è più sicuramente sotto il controllo statunitense. La Cina è senz’altro un antagonista potenziale, ma ha da risolvere ancora alcuni problemini interni (a cui la Russia, proprio grazie al crollo sovietico, ha già ovviato almeno in buona parte). Dovrà pure fare bene i conti con tutto ciò che ha intorno, a partire dall’India, anch’essa in crescita. Perfino quel paese, che un tempo era sembrato simbolo della sconfitta americana, il Vietnam, è di fatto oggi sotto l’influenza del momentaneo perdente; certamente è avverso alla Cina. Non scordiamoci il Giappone e pure la Corea del sud, ecc., tutti sostanzialmente allineati con gli Stati Uniti.

D’accordo, anche la Russia è fondamentalmente contenuta nei suoi confini; tutti i paesi est europei non le sono amici, deve sempre fare attenzione a certe forze esistenti nelle Repubbliche centroasiatiche. E’ costretta a utilizzare notevoli risorse per non perdere influenza in zone come la Siria; la Turchia è a volte nemica, a volte sembra ammorbidire le sue posizioni, ma non credo ci sia da fidarsi. Forse va un po’ meglio con l’Iran, ma sempre “cum grano salis”; e così pure con l’Egitto, che non vedrei affatto così “irritato” verso gli Stati Uniti come si vuol far credere. Non mettiamoci però adesso a fare il conto delle difficoltà russe. L’importante è che non si creda troppo facilmente agli insuccessi delle mosse americane in questa primissima parte del secolo. Ci si accorgerà presto quanto poco avveduto sia un simile giudizio; tanti “fallimenti” (presunti) e, ciononostante, una presa degli Usa sull’Europa – zona d’influenza cruciale per il loro predominio mondiale – tuttora assai efficace. Appaiono correnti di simpatia per la Russia in alcune forze europee; anche in Italia ad esempio. E dove sono situate? Qui da noi in ambienti di quel centro-destra, il cui uomo sempre principale (e che i suoi “alleati” non hanno il coraggio né decisa intenzione di scaricare) sta giocando una partita assai sporca, perché la sua opposizione al governo è in definitiva tesa a situarsi in una posizione più vantaggiosa per lui quando infine si farà avanti, senza più veli, il progetto di un governo di “unità nazionale”, che in realtà renderà questa nazione ancora più succube degli Stati Uniti.

Forse qualcosa apparirà fra poco meno oscuro. Senza dubbio, bisogna attendere anche le elezioni presidenziali americane e, in particolare, il futuro gennaio (alla fine) quando la nuova Amministrazione potrà entrare in piena attività. Tuttavia, non si creda che cambierà in toto la strategia americana. L’Europa resta il centro di gravità della necessità del caos. Si deve impedire nel modo più assoluto che alcune forze europee, certamente per i loro interessi in gioco, si orientino ad una minore dipendenza nei confronti della potenza preminente e aprano qualche canale di troppo in direzione est, cioè con la Russia.

Per il momento, gli Stati Uniti sembra accettino di restare ancorati alla prospettiva di appoggiare l’attuale loro principale servo in Italia. Non direi che ha avuto una vera investitura con il suo recente viaggio a Washington (anche perché Obama, così tanto sorridente e amichevole, è in scadenza), ma forse per il momento si punta a che questo “bamboccione fiorentino” resti premier. Qual è invece il punto debole statunitense in Europa? Nessuno sembra volerlo vedere, ma è la Germania. Quello che sono il governo tedesco e soprattutto la Merkel non è facile da capire; probabilmente hanno veramente poco coraggio e non si metteranno contro gli Stati Uniti, salvo che per alcune questioni economiche; mica di poco conto però, perché non lo è affatto il TTIP, malgrado alcuni vorrebbero sottovalutarne gli effetti se fosse approvato. E nemmeno è di così poco conto che le maggiori imprese industriali tedesche abbiano dimostrato chiaramente di voler aggirare le sanzioni anti-russe.

Il problema centrale è però, almeno credo, che la Germania ha difficoltà grosse, si sente stretta in questa Unione Europea così com’è. Molti critici, proprio in questa Italia di servi, dicono che la vuol dominare, e di questo si servono per darle addosso, per sollecitare sentimenti antitedeschi. Indipendentemente da quello che possono pensare la Merkel & C., la Germania avrà sempre più la necessità di risorgere quale vera potenza, come non lo è più dalla seconda guerra mondiale. Ci vorrà senz’altro del tempo (settant’anni di accettazione della sconfitta e subordinazione sono tanti), ma si farà di nuovo vivo il revanscismo, la volontà di rinascita vera, che non può essere solo economica. L’economia è l’ancella – certo fondamentale nelle società dell’epoca moderna – per la conquista di quelle sfere d’influenza senza le quali un paese resta dipendente da altri. I liberali, che vedono solo il mercato – quindi l’economia è l’unico vero loro idolo – pensano nei termini del “libero commercio internazionale”. Già una volta, tanto tempo fa, la Germania (e allora assieme agli Usa) si accorse che così non era. E non lo sarà nemmeno durante questo secolo. L’economia è solo un’arma importante per affermare un proprio predominio. Ci sono però anche altri settori decisivi: la creazione di una rete di associazioni “amichevoli” in altri paesi, la corruzione di ambiti politici in essi. E, dietro a tutto, una buona potenza militare. E se non la si possiede in misura sufficiente, occorre una giusta politica delle alleanze con “qualcun altro”.

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La Germania, dunque, potrebbe non compiere più quello sbaglio decisivo che commise nel 1941 aggredendo l’Urss. Allora pensava che fosse il paese del comunismo. Non lo era, ma non è questo adesso il problema che ci interessa. Con la sua ultima dura posizione a favore delle sanzioni anti-russe, in realtà volute dagli Stati Uniti, sembra quasi che il governo tedesco ripercorra, in tono certamente minore e in ben altre condizioni storiche, l’errata via di un tempo. O comunque sembra che non sia minimamente in grado di comprendere i suoi veri interessi perché totalmente succube della potenza ancora prevalente. Forse però – non se ne può ancora essere sicuri – non è esattamente così. Credo che sottovalutiamo il nostro paese; cioè sottovalutiamo il grado di vergognoso servilismo a cui sono giunti i nostri gruppi detti dirigenti. Lo sono gli industriali – da paragonare in pieno ai “cotonieri” del sud degli Usa prima della guerra civile (o di secessione) – e lo sono i politici, che hanno superato di mille lunghezze quelli della prima Repubblica.

Con simile servilismo al suo più alto livello, non solo l’Italia sta degradando anche economicamente (salvo appunto alcuni settori di “cotonieri”), ma è anche diventata la pedina fondamentale per le manovre statunitensi. Sia verso altre aree – ad es. nordafricane, mediorientali, sudorientali, ecc. – sia nei confronti proprio della UE. Non è un caso che molti, ergendosi da falsi quali sono a “duri” critici di questa Unione Europea, sanno semplicemente proporre una revisione delle sue strutture, nel corso della quale, se avvenisse, l’Europa diverrebbe ancora di più sfera d’influenza statunitense. Ecco allora che questi bugiardi strillano contro la Germania perché vuole “comandare” in Europa; e, nel perseguire tale scopo, attacca l’Italia, la vuol mettere sempre più in difficoltà per indebolirla. La realtà vera è che la vuole indebolire perché serva sempre meno efficacemente da pedina degli Stati Uniti.

Come si comportano infatti gli americani? Da una parte, criticano la Germania fingendosi quasi keynesiani e ponendosi contro l’austerità; invitano ad un certo allentamento dei limiti posti al debito pubblico, ecc. Dall’altra, approfittano di un possibile errore del governo tedesco – che allora si presenterebbe come un riflesso di paura di fronte alla prospettiva di tensioni eccessive con gli Usa, conducendo a quella decisione di diventare “più realisti del re” in tema di sanzioni anti-russe – e danno al governo italiano il permesso (forse perfino l’ordine) di essere più longanimi su questo problema. Intanto, non mollano affatto la presa, soprattutto approfittando degli atteggiamenti antirussi di certi paesi est-europei. E Putin viene spinto ad amichevoli comportamenti nei confronti degli italiani (così benevoli in tema di anti-sanzioni!), con ciò favorendo l’azione del servo dei servi filo-americani e rischiando invece qualche tensione con i tedeschi.

Tuttavia, nutro una speranza: che il governo tedesco, magari tramite i suoi settori industriali, comunichi alla Russia che questo gioco è obbligato dalla situazione in cui si trova comunque la Germania, situata saldamente nella sfera d’influenza americana. Mi augurerei che si faccia capire come il problema centrale in questo momento sia di mettere in crisi il governo italiano, ormai diventato la principale arma di manovra degli Stati Uniti per bloccare ogni e qualsiasi slittamento dell’Europa – dove in alcuni paesi si stanno sviluppando forze forse favorevoli ad autentici rapporti con la Russia, non solo in tema di anti-sanzioni economiche, ma proprio di politica estera più aperta nei suoi confronti – verso posizioni più complesse e, diciamo, “articolate”, tendenti a una maggiore autonomia. E che, inoltre, darebbero fastidio ai “prepotenti” anche in termini militari nell’ambito della Nato.

Ovviamente, non so se sia proprio così o se invece il governo tedesco ha scelto per il momento di rinunciare ad ogni minima mossa autonoma. Settant’anni di predominio statunitense (meno lungo nell’Europa dell’est, dove però è più forte il sentimento anti-russo) hanno senza dubbio creato pesanti forme di dipendenza anche nei termini delle strutture e comandi militari, degli altri apparati di sicurezza, dei Servizi, ecc. nei più importanti paesi europei. E figuriamoci cosa ha provocato in Germania.

Comunque, è certo che la situazione si è andata configurando in modo da rendere facile il gioco antitedesco. Il nostro paese è sfavorito dalle prese di posizione della Germania; e gli italiani ci vanno di mezzo tutti insieme e dunque facilmente possono nutrire antipatia crescente nei confronti di tale paese. Una situazione veramente fastidiosa, in cui si rende più difficile smascherare i veri nostri nemici. Al primo posto stanno i prepotenti d’oltreatlantico e tutti i loro subordinati in Italia e negli altri paesi europei; anche i fintoni che giocano all’anti-europeismo, ma in funzione semplicemente antitedesca. Non dobbiamo scordarci che oggi, tra questi succubi e servitori, i peggiori, quelli da combattere senza sosta, stanno in Italia; e non sono ancora stati adeguatamente smascherati per quello che rappresentano di estremamente pericoloso. L’Italia è veramente il paese cardine delle manovre americane per impedire ogni altra influenza, diversa dalla loro, in Europa. Per il momento, finisco qui; ma solo per il momento.

VOGLIAMO DIRLO FUORI DAI DENTI? di GLG

gianfranco

Qui

La verità non è quella raccontata da questo sfegatato liberista filo-USA. Nella primavera del 2011 il vile “nano” ufficializzò al G8 il suo totale asservimento ad Obama, tradì Gheddafi, accettò in pieno l’aggressione già in atto alla Libia e si prestò poi a tutte le mene americane e del loro rappresentante italiano (il “viaggiatore” del 1978 negli Stati Uniti), che iniziarono proprio in quella primavera-estate per sostituirlo comunque al più presto (ci si ricordi che sappiamo ormai da tempo come Monti fu a quel tempo contattato e di fatto convinto per il successivo premierato verso fine anno). Evidentemente la Germania era al corrente di queste trame e cercò di indebolire l’Italia. Lo fece senza logicamente chiarire gli effettivi motivi per cui assumeva quell’atteggiamento; usò un metodo non direttamente politico, bensì economico. In effetti, era ormai chiaro fin da allora che il nostro paese, pur se da sempre vassallo degli Stati Uniti, ha superato negli ultimi anni ogni record di servilismo. La Germania della CDU e SPD non brilla certo per autonomia, ma l’Italia è una spina nel fianco per qualsiasi paese che non sia una vera colonia americana. E così la Germania ci dà ogni tanto delle belle stilettate, non chiarendo però mai i reali motivi di tale atteggiamento; il che è negativo, crea sentimenti antitedeschi e basta.

Tuttavia, per chi capisce un po’ la questione, quel paese cerca in realtà di indebolire tutti quei paesi (anche con la Grecia fu così) che sono suscettibili d’essere pure basi operative degli Usa. Così, lo ripeto, la Germania ci mise in difficoltà usando quel sistema, che senza dubbio non fa capire i reali motivi politici dell’ostilità tedesca. Noi dobbiamo però invece comprenderli; non per giustificare i tedeschi, semplicemente per mutare del tutto la nostra politica di asservimento agli USA. Adesso questi ultimi usano gli stessi metodi economici utilizzati allora dai tedeschi contro di noi – montagne di titoli tossici e in pratica inesigibili – per mettere in difficoltà la Deutsche Bank e, tramite essa, il governo. Malgrado le apparenze – e la supina politica della Merkel verso l’immigrazione, altra arma usata dagli Stati Uniti contro l’Europa – la Germania non è del tutto tranquilla come serva; è bene prendersi in anticipo e metterla sull’avviso con qualche crisi. Il paese teutonico usò quell’arma 5 anni fa contro l’accentuarsi del prostrarsi italiano davanti al predominio americano; adesso, la stessa arma viene usata per avvertirla che nessuno scherzo è ammesso e che ci si dia da fare onde fermare ogni movimento alternativo, subito accusato di populismo, revanscismo, perfino nazismo.

Personalmente, non manifesto “attuali” simpatie filo-tedesche poiché non viene presa alcuna posizione netta e chiara contro gli arroganti predoni statunitensi, che forse credono di avere ancora a che fare con la conquista del West e lo sterminio degli indiani. Tuttavia, mi disgustano i giornalisti (e giornali) di questo nostro paese, pieno zeppo di servi filo-statunitensi. La Germania dei diccì e “sinistra” (socialdemocratica) va denunciata per la sua incapacità di assumere finalmente in modo scoperto una diversa politica estera, aperta verso est. Ci sono incontri tra ambienti (anche grande-industriali) tedeschi e quelli russi, ma sempre contorti, in parte mascherati e depotenziati. Tuttavia, in Germania sono convinto che avverranno a medio periodo fatti rilevanti antistatunitensi. L’Italia è terribilmente indietro rispetto a simile prospettiva. Anche chi morde appena un poco il freno, si sfoga contro i tedeschi e, qualche rara volta, accenna assai timidamente agli atteggiamenti padronali americani. Adesso basta. Gli Usa siano dichiarati i più grandi nemici dell’intera umanità; bisogna coalizzarsi contro di loro, espellerli dall’Europa. E’ indispensabile iniziare a battersi per l’eliminazione di tutti i servi aperti degli USA, criticando aspramente anche quelli che mordono il freno, senza però azzannare; appunto gli attuali vertici tedeschi. Bisogna favorire, per quanto si può, il formarsi progressivo di un reale asse Berlino-Mosca e preparare la nostra adesione ad esso, spazzando via “sinistre” e “destre” berlusconiane. E chi fa il “timido” come Lega o FdI torni all’ovile a belare. Abbiamo bisogno di lupi.

N.B. Sarebbe molto utile ripensare, al di fuori della propaganda degli stupidi storici di questo dopoguerra, la per me balorda aggressione nazista dell’Urss (1941) invece di dedicarsi alla sconfitta totale dell’Inghilterra. Sarebbe stata resa vana l’invasione statunitense dell’Europa con l’occupazione della sua metà più avanzata nel 1945; e poi dell’intero continente dopo il crollo dell’Urss nel 1991. Forse in Asia le cose sarebbero andate egualmente come sono andate. Qui da noi no; e la presa tedesca sull’Europa non sarebbe stata così totale e non contrastata come quella che da settant’anni viviamo nei confronti degli Stati Uniti. Senza dubbio, la storia non si fa con i “se”. Non si tratta però di ripensare come sarebbero potute andare le vicende europee; è semplicemente necessario imparare dagli errori del passato per non ripeterli. Nessuna competizione tra Germania e Russia, anzi temporanea alleanza in funzione anti-USA. Non più l’asse Roma-Berlino-Tokio, bensì Berlino-Mosca (senza tanto stravedere per Pechino, cercando comunque di neutralizzare la Cina o quanto meno di non farla alleare con gli Stati Uniti) e con successiva adesione Parigi-Roma. E Londra fuori dai piedi, se ne vada pure con i suoi “cugini”. Sì, so bene quanto sia difficile tutto ciò e di tempi non brevi; però si deve dire fuori dai denti.

UNA CONTRADDIZIONE PARALIZZANTE

gianfranco

http://www.ilgiornale.it/news/politica/basta-critiche-alleuropa-re-giorgio-bacchetta-matteo-1309979.html

Non ci si deve fare ingannare. Non c’è differenza tra l’ex presdelarep e l’attuale mediocrissimo capo del governo di un’Italia sempre più miserevole e meschina. Renzi tenta con qualche finta sparata autonomista (non certo dai veri predominanti, gli Stati Uniti) di rifarsi un minimo di verginità. Napolitano gioca sull’altro versante: non creare troppi dubbi sull’attuale UE, organo di quella predominanza nel nostro continente, vero braccio collaterale della Nato. L’unica critica ammessa, anche in forme abbastanza accese, è quella contro la Germania. Questa viene spesso criticata anche dagli Stati Uniti con motivazioni contraddittorie. A volte le si rimprovera aspramente la politica d’austerità con toni semikeynesiani: tale politica bloccherebbe l’uscita (del tutto provvisoria) dalla crisi tramite un allentamento dei cordoni dalla borsa per favorire una certa crescita della domanda (la solita tesi dell’economia neoclassica che tutto parte da quest’ultima); mentre il problema europeo, ma italiano in specie, è l’incapacità di alimentare i settori cosiddetti strategici, dall’energia all’elettronica all’aerospaziale e altro, necessari a mettere in moto pure la produzione di avanzati apparati tecnologici da usare in caso di belligeranza, che diventerà problema impellente nel medio periodo. Dall’altra parte, lo pseudo-keynesismo sparisce e si torna al puro liberismo quando si pretenderebbe l’approvazione (disapprovata in particolare dalla Germania) del TTIP, che metterebbe appunto in ulteriore ginocchio i suddetti settori strategici lasciandoli tutti agli Usa, oggi in grande vantaggio in essi. Ad un livello del tutto diverso, ma con gli stessi intenti, si ripropone la polemica ottocentesca tra i fautori del ricardiano libero commercio internazionale (tesi favorevole alla continuazione del predominio inglese) e quelli del protezionismo listiano, che allora vinsero negli Usa (anche tramite la sanguinosissima guerra civile o di secessione del ’61-’65) e nella Germania. La vittoria delle tesi di List nelle due potenze emergenti favorì il declino inglese, ne fu una delle cause. Impariamo dal passato.

L’unica vera critica da muovere ai tedeschi è di non riuscire ad avere una coerente politica di alternativa rispetto al predominio statunitense; una politica che sappia trascinare altri paesi europei invece di creare diffidenze e ostilità. Forse la Merkel è troppo ricattabile per certo suo passato, ma credo meno all’eccessiva importanza di singole persone. Temo che 70 anni di predominio incontrastato degli Usa – favorito da vergognosi “padri dell’Europa unita”, tutti strapagati dalla potenza d’oltreoceano – abbiano creato una serie di apparati decisivi, fra cui quelli militari e dei Servizi, organizzati dai predominanti e infarciti di personale a loro fedele. E non vi è dubbio che, da questo punto di vista, proprio l’Italia sia uno dei paesi più succubi degli americani. La Germania non sa uscire dalla politica dei “due forni”: tentativo di aggirare certe manovre soffocanti degli Usa e nel contempo mostrarsi a questi fedele, mollando però schiaffoni ai paesi come l’Italia che ne sono divenuti – dopo il crollo del “socialismo” e dell’Urss e l’eliminazione della prima Repubblica con l’affidamento del filo-americanismo ai più viscidi e obbedienti servi: “sinistra diccì” e “piciisti” voltagabbana – una mera base logistica. Così facendo, però, i tedeschi s’inimicano anche le popolazioni, favorendo la polemica antitedesca dei più colonizzati. Come usciremo dalla contraddizione?

Ancora sull’Ue e la Germania

europa

Nell’ultimo articolo pubblicato su questo sito, riprendendo un intervento di Becchi-Sacchetti su Libero, ho scritto che l’Ue è un prodotto americano e che l’euro è stata la contropartita da far pagare ai tedeschi per l’unificazione delle due Germanie. E’ una lettura storica ampiamente confermata, sia dai critici dell’Ue che dai suoi sostenitori, come Mario Monti. Becchi-Sacchetti, il giorno seguente, sempre su Libero, hanno persino rovesciato questo dato storico affermando che “l’Ue e l’euro sono stati fondati per affermare la supremazia della Germania sugli altri stati membri”. Questa cosa non sta né in cielo, né in terra. Successivamente, Sacchetti sulla sua pagina social ha scritto che il sottoscritto non avrebbe capito la portata dello scontro in atto tra Germania ed Usa in Europa. Solo che lo stesso studioso ritiene la Germania… uno dei leader di questo progetto americano di sottomissione dell’Ue. Allora dove sarebbe lo scontro? Secondo Sacchetti nel fatto che i tedeschi “stanno esagerando con la loro intransigenza… mettendo a rischio la prosecuzione” del progetto medesimo. Quindi la Germania ci metterebbe persino troppo zelo nell’esecuzione di questi ordini statunitensi andando oltre la volontà del “padrone” (ammettendo ma non concedendo che l’esagerazione sia una concreta categoria politica) oppure, penso io, coltiva la recondita intenzione di fare effettivamente fallire questo programma di subordinazione. Però Sacchetti afferma anche che il servo zelante può permettersi di respingere il TTIP “perché va contro i suoi interessi commerciali nell’UE”. E torniamo alla mia seconda ipotesi. Dobbiamo deciderci, o il servo serve oppure non serve, almeno non così bene come dovrebbe, con o senza esagerazione. E se non vuol servire si prepara ad un’altra “fase”. In secondo luogo, la prospettiva di Sacchetti è ciecamente economicistica. Difatti, se casca l’euro che, ricordiamolo fu la contropartita per l’unificazione tedesca, voluta da Usa e Francia, non è detto che caschi l’Ue (ci sono paesi che sono nell’Ue senza avere l’euro) ed anche se implodesse l’Unione per “frammentazione monetaria” (cosa tutta da dimostrare) c’è sempre la Nato (il vero problema di un’Europa potenza geopolitica e non più terreno passivo di scontro dell’era multipolare) a sbarrare il passo alla Russia o ad altri. I tedeschi digerirono l’euro consapevoli del fatto che sarebbe stato usato contro di loro. Senza la moneta unica probabilmente avrebbero corso di più, anche negli intenti egemonici . Purtroppo, chi ragiona economicisticamente perde questi passaggi fondamentali. Termino col dire che, certamente, la Germania è la parte più importante dei piani americani (lo ha detto chiaramente George Friedman di Stratfor) ma è anche la nazione più difficile da sottomettere perché si piega ma fino ad un certo punto alla grammatica unipolare statunitense. La Germania riesce ancora a coltivare i suoi autonomi interessi (purtroppo pure a scapito degli altri membri comunitari) pur evitando attriti diretti con gli Usa dai quali uscirebbe oggi con le ossa rotte. La Francia ne coltiva sempre meno (e quelli che coltiva sono tutti a nostro discapito, come ha scritto giustamente Alvi su Il Foglio: “L’Italia è un paese ricco, con enormi patrimoni e resta una grande potenza manifatturiera. Manca uno stato che coordini i nostri interessi strategici. Almeno dai tempi di Craxi, di cui si può dire tutto tranne che non avesse una sua politica. Non abbiamo multinazionali e non proteggiamo le nostre aziende. In ogni caso, sarei più preoccupato di ciò che fanno in Italia i francesi piuttosto che gli arabi, i cinesi o i russi: sono più ostili anche dei tedeschi….L’Europa ha funzionato finché non è diventata una struttura troppo allargata e complicata. Se vogliamo dirla tutta l’ideale europeo presupporrebbe un approccio non subalterno alla globalizzazione e la fine della dipendenza americana, compresa la Nato. Ma la politica non ha a che fare tanto con gli ideali e chi se ne fa vanto è spesso il più farabutto. L’euro è stato solo un’ipocrisia. Esistono delle nazioni con i loro interessi”). L’Italia ormai non ne coltiva proprio per niente di interessi autonomi. I veri servi sciocchi sono da ricercarsi un po’ a Parigi e tanti a Roma, non di certo a Berlino.

NIENTE AMMAZZA COME UNA DEMOCRAZIA

liberta

I crimini contro l’umanità sono del nazismo e del comunismo. Sta scritto sui giornali liberali e su quelli (a)varia(ta)mente democratici. Quanti ne avrà uccisi Stalin? Miliardi! E Hitler? Fantastilioni, ma 6 milioni di ebrei in particolare. Qui conta il dato parziale (peraltro discutibile come afferma, ad esempio, lo storico Eric Hobsbawm che parla di 4 milioni) perché gli altri poveri ammazzati dal fuhrer, come zingari, comunisti, omosessuali ecc. ecc. non valgono proprio come i primi e, spesso, passano in secondo piano nel bilancio finale dei morti. Lo dico con tutto il rispetto possibile per il popolo ebraico che è stato vittima di sopraffazioni ignobili ed è tutt’ora perseguitato da strumentalizzazioni non meno abiette. Ma al pari di altre stirpi non altrettanto compatite dalla famigerata Comunità Internazionale. Però, con buona pace del grande Totò, nemmeno la morte livella e non è la somma che fa il totale, a quanto pare. Eviteremmo di essere sarcastici su un tema così serio se non dovessimo assistere quotidianamente alla demonizzazione del nemico e all’accumulazione di falsità sempre più intollerabile pur di coprire i propri orrori e su di essi costruire il mito dell’asse del bene o della Civiltà superiore.
In ogni caso, tutte le strade del sangue portano necessariamente ad un dittatore o presunto tale. Così ci raccontano la storia dei genocidi e degli stermini di massa gli onesti democratici, i quali non farebbero male ad una mosca ma sognano ogni notte di schiacciare Mosca o Pechino. Ed, invece, sono tutte balle! Il capitalismo e le sue democrazie liberali sono andati ben oltre Stalin, Hitler e Pol Pot messi insieme. “Abbondandis in abbondandum”. Nemmeno i campi di concentramento o i gulag, queste immense vergogne dove l’umanità ha dimostrato la malvagità di cui è capace, sono un’invenzione dell’Imbianchino o di Koba il terribile. Come riportato da M. Zezima nel libro Salvate il Soldato Potere: “«Durante la guerra contro i boeri (1899-1902), il Regno Unito aveva usato campi di concentramento simili per internarvi gli elementi ostili della popolazione sudafricana. Lo stesso fecero Spagna e Stati Uniti nelle Filippine» scrive lo storico Michael Adams, rilevando come simili precedenti fossero stati presi a modello dal regime nazista.
In realtà, dice Ward Churchill, docente al Center for Studies in Ethnicities and Race in America dell’Università del Colorado (con sede a Boulder), la politica tedesca traeva ispirazione da esempi ancora più remoti.
Hitler aveva ben presente il trattamento riservato agli indigeni d’America, specie in Canada e negli Stati Uniti, e prese a modello quelle procedure per ciò che definiva “politica dello spazio vitale”. In pratica, il Führer fece sua l’idea della “conquista dell’Ovest”, con la conseguente deportazione dei residenti all’arrivo degli invasori, che condusse all’insediamento del ceppo anglosassone nelle terre americane come esempio per la sua espansione a est verso la Russia, dislocando, deportando e/o liquidando la popolazione per farsi spazio e sostituirla con quella che riteneva una razza superiore. Hitler era pienamente consapevole di come la sua politica ricalcasse le precedenti esperienze della popolazione anglo-americana nelle regioni a nord del Rio Grande”.
Non occorre andare a rivangare troppo nel passato per scoprire le atrocità commesse dai governi e dai popoli liberi ed, anzi, possiamo anche soffermarci al periodo della II GM per avere un saggio di come si sono comportati i sedicenti buoni nella lotta contro i cattivi. Piuttosto, l’unica certezza è che nemmeno nel futuro avremo un miglioramento della situazione poiché, parafrasando Cioran, l’ora del crimine non [sempre] suona nello stesso momento per tutti i popoli e ciò spiega il permanere della storia.
Innanzitutto, a qualche americano era venuto il dubbio che i propri capi non fossero propriamente degli stinchi di santo. Di fronte ad ordini bestiali e cruenti, che andavano ben oltre l’intenzione di sottomettere il nemico, la convinzione di trovarsi dalla parte dei giusti poteva vacillare. Tra questi il ministro della Guerra statunitense Henry Stimson, che dopo i bombardamenti incendiari contro il Giappone, nel 1945, disse : «E terrificante che non si siano sollevate proteste per i bombardamenti aerei con cui abbiamo colpito il Giappone causando un numero eccezionale di vittime. C’è qualcosa di sbagliato in un paese dove nessuno protesta…perché non voglio che gli Stati Uniti si guadagnino la reputazione di avere superato Hitler in atrocità”. Il suo dubbio si tramuterà in certezza poco dopo, quando Truman farà sganciare due atomiche su Hiroshima e Nagasaki. Facendo centinaia di migliaia di morti? Macché, per Truman “avere sganciato le bombe ha salvato milioni di vite”. Churchill lo superò dando letteralmente i numeri: 12000000. Goebbels in confronto a questi due era un dilettante.
I giapponesi hanno ricevuto dagli statunitensi un trattamento davvero speciale perché considerati addirittura subumani. Sembra strano ma la patria del politicamente corretto antirazzista non esitava a schiacciare i musi gialli come fossero zanzare. Un altro brano tratto dal testo di Zezima: “Il Giappone, per passare da paese primitivo abitato da scimmie e traditori ad affidabile baluardo anticomunista, doveva ovviamente pagare un prezzo esorbitante. Anche quando stava per essere sganciata la seconda atomica su Nagasaki (9 agosto 1945) e la vittoria era ormai una questione formale, le attività della “buona guerra” continuarono immutate. Sedici avieri americani venivano sommariamente giustiziati in Giappone, mentre gli Stati Uniti si accingevano a preparare ciò che il generale Henry “Hap” Arnold definiva «il finale più clamoroso possibile». Il New York Daily del 15 agosto 1945 precisò senza esitazioni la collocazione temporale delle ultime incursioni: «Quasi 400 bombardieri B-29 Superfortezza volante hanno attaccato 12 ore dopo che il messaggio della capitolazione nipponica era già diretto a Washington, distruggendo i bersagli prestabiliti». Realizzando il suo sogno di colpire Tokyo con un’incursione di mille aerei, la notte del 14 agosto Arnold inviò in missione 1104 velivoli che bombardarono la capitale giapponese senza riportare perdite. Queste le parole di Leonard Dietz, uno dei piloti che parteciparono al finale di “Hap” Arnold: Ricordo di avere guardato in basso (eravamo a 700 metri di altezza) ma non riuscivo a vedere niente perché Tokyo era già rasa al suolo, come se una mano gigantesca fosse uscita dal cielo stritolando tutto a terra. Sembrava che fosse caduta una bomba atomica. Prima che gli aerei di Arnold tornassero alle basi, Truman annunciò la resa incondizionata del Giappone. Come può una nazione che si suppone combatta dalla parte del bene in una presunta guerra giusta permettere impunemente un massacro così premeditato? La risposta a questa domanda fornita da Time, prendendo spunto dalla battaglia di Iwo Jima (in cui la rivista definiva i marines «roditori da sterminio»), è alquanto eloquente: «Il normale giapponese irragionevole è ignorante. Forse è umano. Niente […] lo indica»….
I bombardamenti incendiari sul Giappone che dovevano preparare il terreno allo sganciamento dell’atomica distribuirono “250 tonnellate di bombe ogni 1600 metri quadrati distrussero il 40 percento della superficie di una lista di 66 città (incluse Hiroshima e Nagasaki) da radere al suolo. Le aree da colpire erano perlopiù residenziali (87,4 percento).163 Si ritiene che nell’arco di sei ore si sia conseguito il record assoluto, nella storia dell’umanità, di persone decedute a causa del fuoco. A terra, la temperatura raggiunse i 980 gradi; le fiamme dell’inferno così scatenato erano visibili a una distanza di 320 chilometri. A causa dell’intenso calore, i canali ribollivano, i metalli fondevano e gli esseri umani esplodevano. Nel maggio 1945, il 75 percento delle bombe sganciate sul Giappone erano incendiarie. Acclamata dalla rivista Time (e da altre testate simili, ci si compiaceva nel precisare che «attizzate a dovere, le città nipponiche bruciavano come foglie d’autunno»), la spedizione di LeMay fece un totale di circa 672mila vittime.164 Radio Tokyo definì la tattica del generale statunitense “bombardamenti di sterminio” e la stampa giapponese dichiarò:
Con le incursioni incendiarie l’America ha rivelato il suo carattere barbarico […] È stato un tentativo di genocidio di donne e bambini […] L’azione degli americani è resa ancora più spregevole dalla palese falsità del loro continuo appello all’umanità e all’idealismo […] Nessuno pensa che una guerra sia scevra da atti di brutalità, ma sugli americani ricade la responsabilità di averla resa sistematicamente e inutilmente un orrore indiscriminato per vittime innocenti”.

Dall’altro lato dell’Oceano, in Europa, davano man forte gli inglesi che, di comune accordo con gli Usa, decisero di radere al suolo Dresda perché piena di profughi (quando i profughi eravamo noi europei non interessava a nessuno della nostra salvezza) e quindi di maggiore impatto psicologico per i futuri avversari: ” Una nota interna della RAF si esprimeva in questi termini: Dresda, la settima città tedesca per grandezza, appena più piccola di Manchester, è l’area edificata di gran lunga più ampia ancora immune da bombe in territorio nemico. Nel mezzo dell’inverno, con i profughi che si riversano a ovest e le truppe da far riposare, le case sono tenute in grande considerazione non solo per il riparo che offrono […] ma anche perché possono alloggiare i servizi amministrativi trasferiti da altre zone […] L’attacco si propone di colpire il nemico dove più gli farà male […] e al contempo di dimostrare ai russi, quando arriveranno, che cos’è capace di fare il Comando bombardieri. Da parte degli Alleati non ci furono mai dubbi su chi sarebbero state le vittime del bombardamento di Dresda. Brian S. Blades, motorista di bordo su uno dei 460 Lancaster della squadriglia australiana, scrisse che, mentre venivano impartite le istruzioni per l’operazione, aveva udito espressioni quali «obiettivo ancora non colpito […] i servizi segreti riferiscono che migliaia di profughi provenienti da altre regioni si raccolgono in città».” (cit. da Salvate il soldato potere). Tra il 13 ed il 14 febbraio 1945, nel mattatoio tedesco morirono forse 250.000 persone (secondo Adenauer). Inutilmente, perché la Germania era ormai in ginocchio e il Cancelliere rinchiuso nel suo bunker ad attendere simile fine.
Gli angloamericani sono stati anche i precursori dei fanatici islamici e dell’Isis per quanto riguarda la capacità di distruggere le opere d’arte, annientare gli animali e poi ancora le persone. Nessuna pietà per niente e per nessuno. Dresda infatti “era nota per le porcellane e l’architettura barocca e rococò. Nelle sue gallerie d’arte erano conservati capolavori di Vermeer, Rembrandt, Rubens e Botticelli. Nel Grosser Garten vi era poi un famosissimo zoo, allora diretto da un celebre domatore di animali, Otto Sailer-Jackson. Ma la sera del 13 febbraio tutto ciò non contava nulla. Usando lo stadio della città come punto di riferimento, più di duemila Lancaster inglesi e “fortezze volanti” americane lasciarono cadere grappoli di ordigni a benzina ogni 40 metri quadrati. L’enorme incendio che si scatenò coprì 20 chilometri di ampiezza emettendo una nube di fumo alta 5 chilometri. Nelle 18 ore seguenti furono sganciate bombe normali al di sopra di questa letale miscela. Venticinque minuti dopo il bombardamento, i venti che soffiavano a 240 chilometri all’ora risucchiarono ogni cosa al centro della tempesta di fuoco. L’aria si era ovviamente surriscaldata e tendeva verso l’alto, di conseguenza l’incendio perse gran parte del suo ossigeno creando vortici infiammati che l’aspiravano direttamente dai polmoni umani. Il 70 percento delle vittime di Dresda morì per soffocamento o avvelenamento da gas tossici, che colorarono i corpi di rosso e verde. Il calore eccessivo sciolse alcuni cadaveri sui pavimenti, come appiccicosa gomma da masticare, o li ridusse a carcasse abbrustolite di 90 centimetri. In seguito, gli addetti alla pulizia del luogo dovettero indossare stivali di gomma per “guadare” il “brodo umano” raccoltosi negli scantinati. In altri casi, l’aria surriscaldata aveva scagliato le vittime verso l’alto, facendole ripiombare a terra, a pezzettini, anche a 25 chilometri di distanza. Come già detto, si presume che il bombardamento incendiario di Dresda abbia provocato più di 100mila vittime, in gran parte civili.”
La scia di sangue lasciata dietro di se dagli angloamericani è lunghissima ma queste estrapolazioni bastano ed avanzano per dire che i buoni in una guerra non esistono. Non esistono liberatori e chi si ostina a chiamarli tali o è un servo o uno sciocco. In Europa, non dobbiamo nulla agli americani e prima che arrivassero loro, a decidere del nostro destino, “eravamo addirittura europei”. Con qualche dittatura ma molta meno ipocrisia. Infatti, continuiamo a fare le guerre ma al loro rimorchio e con la faccia tosta di negarle.

Giorgio Gaber: L’America (prosa) – 1976/1977

A noi, ci hanno insegnato tutto gli americani, se non c’erano gli americani, a quest’ora noi….eravamo europei. Vecchi pesanti, sempre pensierosi, cogli abiti grigi, e i taxi ancora neri.
Non c’è popolo che sia pieno di spunti nuovi, come gli americani. E generosi, gli americani non prendono mai, danno danno.
Non c’è popolo più buono degli americani. I tedeschi sono cattivi, e per questo che le guerre gli vengono male, ma non stanno mai fermi, ci riprovano, c’hanno il diavolo che li spinge, dai dai. Intanto Dio, fa il tifo per gli americani, e secondo me ci influisce eh, non è mica uno scalmanato qualsiasi Dio, ci influisce, e il diavolo si incazza, stupido, prende sempre i cavalli cattivi. Già, ma non può tenere per gli americani, per loro le guerre sono una missione, non le fanno mica per prendere, tz tz tz, per dare, c’è sempre un premio per chi perde la guerra, quasi quasi conviene. Congratulazioni, lei ha perso ancora, e giù camion di caffè, a loro gli basta regalare.
Una volta gli invasori si prendevano tutto del popolo vinto, donne religione scienza, cultura, loro no, non sono capaci. Uno vince la guerra conquista l’Europa, trova lì, una lampada liberty, che fa? Il saccheggio è ammesso, la fa sua.
Nooooooo civilizzano loro, è una passione, e te ne mettono lì una al quarzo, tutto bianco. E l’Europa, con le sue lucine colorate, i suoi fiumi, le sue tradizioni, i violini, i valzer. Aaaaah.
E poi luci e neon e colori e vita e poi ponti autostrade grattacieli aerei. Chewin gum, non c’è popolo più stupido degli americani.
La cultura, non li ha mai intaccati….volutamente, si perché hanno ragione di diffidare della nostra cultura, vecchia elaborata contorta. Certo, più semplicità più immediatezza, loro, creano così, come cagare.
Non c’è popolo più creativo degli americani, ogni anno ti buttano lì un film, bello anche, bellissimo, ma guai, se manca quel minimo di superficialità necessaria, sotto sotto c’è sempre l’western, anche nei manicomi riescono a metterci gli indiani, e questa è coerenza eh.
Gli americani hanno le idee chiare sui buoni e sui cattivi, chiarissime. Non per teoria, per esperienza, i buoni sono loro. E ti regalano scatole di sigari, cassette di wiskey, navi sapone libertà computer abiti usati squali….
A me l’America non mi fa niente bene, troppa libertà, bisogna che glielo dica al dottore, a me l’America, mi fa venir voglia di un dittatore uuuuhh. (si schiaffeggia) Si di un dittatore, almeno si vede, si riconosce.
Non ho mai visto qualcosa che sgretola l’individuo come quella libertà lì, nemmeno una malattia ti mangia così bene dal di dentro.
Come sono geniali gli americani, te lo mettono lì. La libertà è alla portata di tutti, come la chitarra, ognuno suona come vuole, e tutti suonano come vuole la libertà.

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