5 STELLE E STRISCE

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Il M5S ha scelto gli Stati Uniti. Il viaggio di Di Maio a Washington, per l’accreditamento con la superpotenza, non lascia adito a dubbi. Più perniciosi degli incontri al Dipartimento di Stato sono state però le dichiarazioni del candidato Premier di Grillo e quelle del responsabile del programma di politica estera dei pentastelluti, Manlio di Stefano. Entrambi hanno affermato che per l’Italia gli Usa sono il primo partner strategico e che la Penisola non intende mettere in discussione né la sua adesione alla Nato né gli accordi di permanenza delle basi americane sul suolo nazionale. Di Stefano si è micragnosamente aggrappato ai contratti sottoscritti dalle parti per giustificare la sua posizione. Un modo davvero vile di abdicare alle proprie responsabilità, in una fase in cui i rapporti di forza mondiali sono in forte rivisitazione per l’emergere di concorrenti degli Usa. Insomma, una resa incondizionata allo straniero, che occupa il Belpaese dalla fine della II guerra mondiale. Pacta sunt servanda ma se non c’è rispetto delle esigenze di tutti i contraenti è più che legittimo far decadere i patti. E’ tutta qui la forza riformatrice del partito di Grillo? Quella del duo Di Maio-Di Stefano è una visione davvero grama della geopolitica mondiale che definire conservatrice è persino poco. Si tratta di un approccio reazionario ai problemi globali mentre si appresta un’epoca di grandi mutamenti che rimette in discussione i vecchi equilibri planetari, quasi ovunque ma, evidentemente , non in Italia. Davvero strano che un partito come quello di Grillo, che pretende a piè sospinto rivoluzionare tutti i campi dell’esistenza umana (prendendo molte cantonate antiscientifiche) e della cultura nostrana, si dimostri così attaccato all’esistente sui temi cruciali della politica estera. A dir la verità, tra i 5 stelle ci sono anche correnti filo-russe, come quella di Petrocelli, ma mi pare che queste siano già state messe in minoranza. Mi auguro di sbagliare. La scelta di Di Maio Premier ha però effettivamente costituito un punto di svolta nell’agenda del partito, ormai accodatosi alla causa americana. Tuttavia, il multipolarismo costituisce il vero banco di prova del processo storico che stiamo vivendo e dobbiamo giudicare le varie compagini politiche soprattutto su questo argomento. Chi ostacola la Storia su questa prospettiva è sicuramente un nemico dell’Italia futura. Ciò non toglie che il M5S giochi oggettivamente, in questa convulsa congiuntura, un ruolo di disturbo di piani ancora più ferali, quelli dell’alleanza Renzi-Berlusconi, che rappresenta il peggio che ci potesse capitare, in quanto v’è certezza che l’obiettivo di quest’ultima sia esclusivamente di costituire un partito della nazione disponibile a servire qualsiasi gruppo sarà al comando negli Usa, anche a costo di distruggere l’Italia.

CHE ESALTANTI ELEZIONI! di GLG

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Se non sbaglio, nella maggior parte dei referendum, in cui si chiede un parere agli elettori, quando non si supera il 50% dei voti espressi la consultazione viene considerata nulla, perché evidentemente il disinteresse per essa è decisamente maggioritario. E in questo tipo di “democrazia” si contano appunto le teste (raramente pensanti) che esprimono la loro convinzione. Sembrerebbe quindi atteggiamento serio e responsabile non tenere conto delle elezioni in Sicilia (46% degli elettori al voto) e ad Ostia (due terzi di astenuti). Invece, pur manifestando qualche preoccupazione per questo fatto, si sta assistendo da due giorni (e si continuerà ancora, siamone sicuri) a intense e “dotte” disquisizioni sui vincitori e i perdenti. Tra l’altro, ormai da tempo immemorabile non vengono riportati i voti bianchi e nulli. Credo si tratti di cifre molto modeste, comunque era bene fornirle.
In ogni caso, la disaffezione degli elettori è manifesta. Tuttavia, osservando (in Sicilia) la discrepanza tra voti per il candidato presidente e la somma delle liste che lo appoggiavano (i “5 stelle” ne avevano una sola, la loro), si constaterebbe che una somma ragguardevole di voti espressi sulle liste di “centro-sinistra” si sarebbe riversata sul pur perdente candidato “grillino”. Nel “centro-destra”, invece, liste e candidato (vincente) andrebbero di pari passo. Molti giornalisti e commentatori ne hanno concluso che probabilmente anche gran parte della enorme massa di astenuti sono “sinistri” del tutto malcontenti dei loro rappresentanti ufficiali. Può certo essere. Tuttavia, la questione centrale è la disaffezione crescente verso questo ceto politico, scadente come mai si è verificato nel nostro paese; e del resto sembra di poco migliore (cioè meno peggiore) in tutta Europa, sintomo di una decadenza veramente preoccupante e che non si sa se sia rimediabile o meno, comunque non in tempi brevi.
Non starei a trarne indicazioni di breve momento, soprattutto relative alle prossime elezioni. Poche considerazioni, tanto per dire qualcosa. Le difficoltà di Renzi sembrano accresciute, ma starei attento a considerarlo ormai fuori gioco o quasi. L’aver incontrato pochi giorni fa Obama (notiziola ritenuta di poco conto) mostra che il leader piddino gioca sulla possibilità che il vecchio establishment americano riesca a far fuori infine Trump; e lui allora apparirà come un “fedele nei secoli”. Si continua a far finta che siamo indipendenti e invece, come ha detto Bannon con sincerità legata ad una nuova strategia, noi (e non solo noi) siamo un “protettorato” del paese ancora predominante. Chi vincerà alla fine nel contrasto acuto che laggiù si è aperto riconoscerà quali dovranno essere i migliori governanti nei “protettorati”. D’accordo: Bannon ha anche affermato che gli Usa non hanno più vero interesse a questi protettorati; ma qui ha detto una piccola bugia, volendo in realtà significare che una eventuale vittoria e permanenza del neopresidente richiederà buoni rimaneggiamenti nel personale politico europeo (e italiano in specie). Mentre si affrancheranno probabilmente in tempi medi Giappone e Corea del Sud, andando in tal caso ad accrescere il multipolarismo nel sistema delle relazioni internazionali.
Tornando a noi, ci saranno forse maggiori difficoltà per le possibili soluzioni governative in Italia se le prossime elezioni si faranno presto e andranno a finire come indicato dalle attuali previsioni, che potrebbero però cambiare, anche se non in senso diametralmente opposto. Al Pd non sembra conveniente restare attaccato a coloro che stanno alla sua “sinistra”, malgrado questa speri in un minimo di rinascita se avrà tra le sue fila Grasso. Non è escluso che a Renzi si prospetti la necessità di non porsi quale premier per favorire un qualche accordo al fine di varare il famoso governo raffazzonato “per il bene del paese”. Anche Pd e F.I., da soli, dubito però che ce la faranno a costituire una maggioranza. E del resto Toti (figura rilevante nel secondo partito) non sembra favorevole a liquidare la Lega, che del resto, dati i numeri dei parlamentari, sarà probabilmente necessaria alla costituzione del suddetto governo. Nemmeno Berlusconi, immagino, sarebbe credibile come premier; dovranno trovare un compromesso. Forse qualche “tecnico” (tipo Draghi), ma non necessariamente.
Sia chiaro che, per quanto mi riguarda, penso male di tutte le attuali formazioni politiche. Tuttavia, spero fallisca l’attuale campagna concentrica – e veramente esasperata perché si avverte che il suo fallimento renderebbe più deboli Pd e “centro-destra”, rendendo quindi più complicato e comunque precario un loro accordo – condotta da F.I. e “centro-sinistra” contro i “5 stelle”. In questa situazione – finché non si capisce che le elezioni non risolvono i nostri problemi – è allora bene che questi ultimi, pur limitati e piuttosto inetti (e anche un po’ ridicoli), restino in sella e rendano numericamente difficile il cosiddetto “inciucio”. Anche perché – dopo tutte le chiacchiere sul “nano” quale argine al populismo e destra “estrema”, ecc. – vedere che Pd e F.I. non bastano e che bisogna trascinarsi dietro Lega (e quindi anche FdI) creerebbe un forte malumore in settori non indifferenti del partito di Renzi; e anche dall’altra parte, molti elettori leghisti e fratellitalioti non sarebbero molto soddisfatti. Insomma, si creerebbe una situazione interessante; soltanto, però, se i pentastellati resisteranno all’attacco concentrico. Oltre che pasticcioni, sono pur essi fondamentalmente legati alla politica estera di sottomissione sostanziale agli Stati Uniti (chiunque comanderà in questo paese); ma l’importante, nel breve periodo, è che non vada in porto il disgustoso e pestilenziale “mercanteggiamento” tra sedicenti “sinistri” e “destri”.
L’Italia deve restare in questa situazione di disagio dovuto al malgoverno con crescente disaffezione della popolazione verso gli attuali politicanti. Non ci sarà la stessa astensione delle elezioni siciliane e ostiensi, ma l’importante è che questa si attesti alle elezioni politiche intorno al 40% almeno. Sarà soprattutto dovuta a elettori “di sinistra”? Questo lo vedremo. Certamente, non mi convince chi si illude su formazioni come “Casa Pound”. Non c’entra nulla il populismo o il fascismo, accuse di puro comodo e solo irritanti per la loro malafede. Il problema è che occorrono nuove idee trascinanti e poi la nascita di organizzazioni politiche, che sappiano cavalcare il malcontento senza manovrine e ideuzze per raccogliere un po’ di voti e inviare qualche loro caporione a prendersi quel bel gruzzolo con cui sono retribuiti i parlamentari. Occorre ben altro “orientamento”. Per il momento, però, non si constata la nascita di vere nuove organizzazioni “di sfondamento”. Quindi, speriamo semplicemente che continui ad aggrovigliarsi la situazione politica, rendendo vani i tentativi di una tranquilla governabilità da parte dei maneggioni attuali ai danni della popolazione italiana. Deve crearsi una crescente ingovernabilità; questa la speranza per gli anni a noi più prossimi. E poi speriamo…..

PS Ho sentito da poco in TV le dichiarazioni di Berlusconi secondo cui “hanno vinto i moderati”. Lega e FdI si sentono tali? Il “nano” vuol mettere il cappello sulla vittoria e precostituirsi la posizione di decisivo intrallazzatore per garantire il prossimo governo italiano, dandosi da fare anche in sede europea per rendersi sempre più ben accetto all’interno del “partito popolare” del continente quale argine nei confronti del populismo e delle “destre estreme”.

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AUGURIAMOCI L’ALLEANZA LEGA – 5 STELLE

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Gli attacchi della magistratura a Lega e M5S sono un avvertimento per le prossime elezioni. Che ai due partiti non venga in testa di mettersi insieme per governare il Paese, ricorrendo a patti di qualche genere, atti a garantire una sintesi originale delle loro posizioni differenziate ma convergenti sull’analisi che la rovina dell’Italia ha come cause principali l’Ue e il “consociativismo” Pd-FI.
Alla Lega sono stati sequestrati i conti correnti per vicende vecchie di dieci fa, riguardanti la gestione Bossi. Probabilmente, saranno dissequestrati in tempo per il vivo della campagna elettorale ma l’ammonimento è stato consegnato al “buon senso” di Salvini e compagni. Ai 5Stelle, invece, il tribunale di Palermo ha contestato la correttezza delle “regionarie” siciliane, entrando a gamba tesa nelle questioni di un organismo privato che è pur sempre libero di decidere chi candidare e con quali strumenti. Effettivamente, un’alleanza elettorale (complicatissima) o post-elettorale (più ragionevole) tra Salvini e Grillo (a legge elettorale invariata) avrebbe, quanto meno, il merito di sparigliare le carte ed impedire il ricoagulamento del famigerato partito della Nazione, a guida Renzi con la desistenza di Berlusconi o dei suoi vari prestanome, che tanti danni ha già procurato al Belpaese. Secondo quanto riporta il faccendiere Bisignani, su Il Tempo, ci sarebbero poteri interni ed esterni che gradirebbero questa soluzione innovativa per far uscire Roma dalla pericolosa morta gora in cui sta soffocando. Meglio l’azzardo della riproposizione di un risultato scontato che ha già dimostrato, nel recente passato, di fare molto male allo Stato e alle sue istituzioni, generando crisi in ogni comparto sociale. I soggetti a cui fa riferimento Bisignani sono: la Russia, il Vaticano e quel che resta di Mediobanca. Si tratta però di poteri articolati, per cui bisognerebbe capire quali settori in particolare starebbero lavorando all’intesa (soprattutto, con riferimento a quelli autoctoni sempre abbastanza infidi e doppiogiochisti). Sono drappelli convintamente “revisionisti” che puntano a modificare alle basi gli assetti statali italiani o opportunisti che intendono far fallire l’operazione “novità”, al massimo puntando a rifare il trucco ad un panorama politico ampiamente screditamento da destra a sinistra? C’è già da segnalare che il M5S, blindando alla figura di Premier il più moderato dei suoi attivisti, Luigi di Maio – uno che dichiara solennemente di voler rimanere nella Nato e che si siede volentieri al tavolo con finanzieri e banchieri filoamericani – dimostra di preferire una soluzione “conformista”, il che vuol dire maggiormente orientata a sinistra. Una riproposizione del vecchio sfacelo a protagonisti mutati, con il Pd che si accontenta di svolgere una funzione stabilizzatrice riconoscendo la (momentanea) leadership ai grillini (facilmente condizionabili nelle camere di compensazione del potere, in cui i pentastelluti possono essere rapidamente disorientati). Da par suo, il leader della Lega, nonostante dichiarazioni roboanti, non riesce a staccarsi dal Cavaliere di Arcore e a denunciare il ruolo di staffa del sistema giocato da quest’ultimo, sin dalle sue dimissioni del 2011, concordate con Napolitano (il che la dice lunga anche sulle sue intenzioni attuali). Se il leghista non svolta radicalmente sarà fagocitato e questa volta sarà davvero la fine della Lega. C’è da augurarsi, invece, che i processi oggettivi finiscano per costringere M5S e Lega ad organizzarsi congiuntamente per non essere stritolati dai comuni nemici che si presentano come amici. Non cambieranno il Paese perché sono sostanzialmente incompetenti ma, se non altro, metteranno fine ai sogni di strapotere di Renzi (e del suo sodale Berlusconi) che costituiscono il vero incubo dell’Italia.

VITALIZI, IL VERO OBIETTIVO SONO I CITTADINI

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La Camera ha approvato la proposta di legge Ricchetti sul taglio ai vitalizi dei parlamentari che lede i diritti acquisiti, cioè si applica anche agli eletti cessati dal mandato che già percepiscono l’assegno. L’odio, meritatissimo, contro i nullafacenti delle istituzioni elettive ha offuscato la vista al popolo, il quale non si rende conto che presto verrà bastonato con gli stessi metodi. Naturalmente, dietro l’iniziativa, spacciata per una battaglia di moralità, contro una classe di privilegiati, ci sono i peggiori partiti della storia nazionale, in primis Pd e M5S (ma l’Aula è tutta compiacente perché il qualunquismo anticasta porta voti), che stanno litigando per attribuirsi la paternità del “grande” risultato. Non tarderanno, c’è da scommetterci il culo, a giocare allo scaricabarile allorché provvedimenti similari saranno presi, scatenando la rabbia generale, per togliere garanzie ad altri settori sociali. Allora, ma solo allora, la pdl Ricchetti resterà orfana, nonostante porti il nome di un deputato del Partito Democratico.
Come volevasi dimostrare, sin da ieri, i principali quotidiani discutevano, portandosi avanti con le loro idee “brillanti”, della possibilità di generalizzare la ratio della norma, senza risparmiare nessuno. Ha scritto Macioce su Il Giornale: “Questa riforma dei vitalizi rischia infatti di mettere in discussione le storie di ieri. Non quelle grandi, di popoli e nazioni, ma quelle quotidiane, personali, di casa, lavoro e vecchiaia. Molto dipende dai giudici, quelli vestiti di ermellino, quelli a guardia della Costituzione. Se l’alta corte, infatti, conferma che i «diritti acquisiti» non sono sacri e inviolabili, allora tutto il passato torna in gioco. Non solo la pensione dei D’Alema e dei Fini o di Cicciolina. Si rompe un tabù e può accadere che chi ha versato poco e ogni mese riceve molto non può più resistere dietro un «quel che è fatto è fatto». Il passato ritorna in gioco. Tutto torna in discussione. Le pensioni d’oro? Un po’ troppo d’oro. Quelli che sono andati in pensione con il retributivo? Vediamo. La reversibilità? Dipende. … non c’è più nulla di scontato e sicuro. In fondo, se non si fa qualcosa, il destino dell’Inps è segnato, questo sistema non regge: i giovani guadagnano troppo poco per pagare le pensioni ai vecchi. È il grande dilemma del nostro welfare. Che fare? La crepa nel muro dei diritti acquisiti non risolve tutto, ma crea spazi di fantasia. Non ci sono più paletti, gli spazi di intervento si ampliano, si getta lo sguardo su soldi ritenuti intoccabili. Qualcuno magari si mette lì e ridisegna, più di Dini e più della Fornero, il sistema previdenziale. Con un grande vantaggio, però: la prospettiva è molto più ampia. Non c’è sulla mappa solo un pezzetto di ieri e quel futuro che chi verrà domani dovrà scontare. La prossima volta si può giocare sul passato, territorio inesplorato. Non pagheranno solo quelli che non sono ancora arrivati a riva, ma anche chi si sentiva su una spiaggia sicura. L’incertezza non ha più ripari generazionali. Si esagera? Forse. Ma tra quelli che ieri a Montecitorio hanno votato sì qualcuno ci starà pensando. Oggi a noi, domani a voi. La vendetta è un piatto che si consuma freddo”.
Cari imbecilli, state danzando intorno alle vostre bare. Il “campo inesplorato” siete voi, verrete sbranati dai lupi che si sono rasati un po’ di pelo per tendervi un agguato. Con questa sedicente riforma saranno giustificati i colpi che vi assesteranno con lo scopo di privarvi delle ultime sicurezze sociali ancora in piedi.
Anche Il Foglio, con un intervento di Luciano Capone, si augura che questo “principio sacrosanto, se deve valere per gli eletti, a maggior ragione dovrebbe valere per tutti gli altri cittadini”. Ed eccovi serviti, ma la pietanza cotta a puntino siete ancora voi.
Questo Paese, incapace di crescere e di svilupparsi, a causa di una classe dirigente inetta e servile ad interessi stranieri, ha deciso di ricorrere all’autofagia. Sta divorando i suoi organi perché non ha più occhi per guardare lontano, testa per immaginare il futuro e mani per afferrare il presente. Possibile che l’Italia deve annegare nelle sue lacrime?

La grande coalizione

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Angelo Panebianco è un noto politologo  che ha probabilmente perso lo “smalto” necessario per essere ancora un saggista “alla moda” ma soprattutto è uno dei tanti corifei dei poteri dominanti che quando scrive su un quotidiano di grande diffusione e prestigio ha il preciso compito di raccontare alle masse, soprattutto quelle “semicolte”, ciò che è necessario in relazione alle finalità che certe elitè si prefiggono. Francamente, anche se a volte è inevitabile, risulta del tutto inutile prendersela con questi personaggi; essi fanno il loro mestiere, un mestiere servile ma ben remunerato. Riallacciandomi all’intervento di La Grassa di qualche giorno fa credo si possa senz’altro considerare, tra gli scenari che si possono prevedere per le elezioni politiche del 2018, quello che vede lo strutturarsi di quattro ( o molto difficilmente cinque) gruppi in lotta per accaparrarsi i voti e quindi i posti in parlamento. Berlusconi continua a tessere la tela per costruire una alleanza con FDI, la Lega ed eventuali forze similari di destra mentre il Movimento 5 Stelle continuerà a presentarsi da solo. Tutto ciò nella prospettiva, che possiamo dare per quasi certa, la quale prevede una nuova legge elettorale con la possibilità per i partiti di coalizzarsi ma senza premi di maggioranza per quella vincente. Nel “centrosinistra” il PD dovrà presentarsi da solo, anche se in questo modo alcune forze di centro ( Alfano, Casini e altri), che potrebbero risultare molto utili nel panorama postelettorale, rischiano di non raggiungere un quorum accettabile. Sicuramente Renzi e Berlusconi stanno cercando una soluzione per questo nonostante che anche l’alternativa di aggregare la lista di centro a quella di destra appaia poco praticabile perché risulterebbe inaccettabile per il “popolo” della Lega e di Fratelli d’Italia che già sentono, a livello immediato e quasi “di pancia”, che Berlusconi si sta preparando a “fregarli”.  Il Movimento dei Democratici Progressisti si presenterà assieme a (coalizzata con)  Sinistra Italiana che potrebbe inserire nelle sua lista anche qualche esponente di residuali gruppetti ormai in dissoluzione tra i quali spicca per “in-fauste glorie” passate Rifondazione Comunista. Questa alleanza di “sinistra” spera di assorbire almeno una parte dei voti “di protesta” che nelle passate tornate elettorali si sono orientati verso i pentastellati. Naturalmente le tre maggiori “forze” politiche: Movimento 5 stelle, Pd e coalizione di destra, durante la campagna elettorale digrigneranno i denti e cercheranno di differenziare, vendendo fumo, le loro proposte programmatiche il più possibile per far credere alla gente di avere delle “idee” e addirittura un progetto. Alla fine i vincitori diranno naturalmente che la situazione è difficile, anche se non disperata, e che bisognerà essere pragmatici e tener conto del contesto internazionale. E in un certo senso è proprio così perché un cambiamento di direzione nella politica italiana potrebbe essere causato solo da importanti nuove dinamiche globali e/o dall’accentuarsi della crisi europea e mondiale. Che cosa può scrivere  il professor Panebianco sul Corriere della Sera (12.03.2017) in un contesto simile ? Può soltanto negare ciò che ormai appare evidente a tanti, a troppi:

<< Tra tutte le idee balzane che circolano sul dopo elezioni, la più balzana di tutte è quella che immagina la formazione di una «grande coalizione» (sic) fra Forza Italia e Partito democratico (più cespugli vari) imposta dalla forza dei numeri, dal fatto che potrebbe essere l’unica combinazione di governo in grado di fermare i Cinque Stelle. In sostanza, secondo questo brillante ragionamento, Partito democratico e Forza Italia dovrebbero fare più o meno come i «ladri di Pisa», nemici di giorno e complici di notte. Botte da orbi in campagna elettorale, e poi un accordo di governo a elezioni avvenute imposto dalla necessità. Il tutto favorito dal fatto che con la proporzionale si torna all’epoca in cui le coalizioni di governo si formano dopo il voto, mai prima. L’idea è assurda per tre ragioni. Per formare una «grande coalizione» occorre, prima di tutto, che i partiti coinvolti rappresentino, insieme, almeno il settanta o l’ottanta per cento del Parlamento. Tenuto conto della frammentazione in atto, l’ipotizzata grande coalizione, nella più rosea delle ipotesi, non potrebbe superare di molto la soglia del cinquanta per cento. La seconda ragione è che una grande coalizione può durare solo se i partiti che le danno vita sono organizzazioni solide, coese e con un forte insediamento sociale. Ciò è necessario perché i leader possano imporre ai propri seguaci un’alleanza di governo «innaturale» che, inevitabilmente, diffonde malumori e risentimenti fra militanti ed elettori. Occorrono partiti forti (come la Cdu e la Spd tedesche) o, in subordine, un assetto costituzionale (il semi-presidenzialismo francese) che costringa a tali innaturali connubi. In mancanza di queste condizioni la grande coalizione non può funzionare>>.

Ma il Pd “renziano” o “orlandiano” si presenta come un partito “moderato” che pensa di poter aiutare l’Italia dando prima di tutto supporto alle imprese e chiedendo sacrifici ai lavoratori e ai pensionati perché nel “lungo periodo” (nel quale, come ricordava Keynes, alla fine siamo tutti morti) ne trarrebbero anche loro un giovamento. E Forza Italia ha ormai assunto un ruolo e una immagine che, nonostante le sceneggiate elettorali che verranno presentate ai “grulli”, rende assolutamente non-innaturale   la “grande coalizione”. Lasciamo perdere poi la fregnaccia che per governare ci vorrebbe il settanta-ottanta per cento mentre ci sembra che si possa aggiungere anche un’altra bella considerazione. Il Mov. Dem. Progressisti  in cambio di qualche piccolo contentino, tipo dei provvedimenti di sostegno “vagamente” sociale per i meno abbienti,  potrebbe diventare un utile supporto “esterno” per un “grande centro” alla cui guida ci fosse saldamente il PD. E per quanto riguarda le presunte differenze programmatiche persino il sociologo Giuseppe De Rita in un articolo (Corriere – 13.03.2017) si dimostra piuttosto scettico:

<<In primo luogo perché anche il termine «programma» è invecchiato quasi quanto «riforma». In secondo luogo perché i programmi si riducono spesso ad elenchi di parole programmatiche, avvertite ormai dai più come stanche ed inerti. In terzo luogo perché i cittadini non amano più i grandi quadri di sintesi del presente e di previsioni di futuro, perché ne vedono i rischi di retorica intenzionalità a lungo termine, mentre avvertono la diffusa esigenza di interventi specifici. E infine perché non disponiamo di una generale interpretazione politica del periodo che stiamo attraversando, cui obbligatoriamente ogni programma deve ispirarsi. Chi ha visto e scritto i tanti, troppi piani del passato (per la ricostruzione post-bellica, per il riscatto del Mezzogiorno, per la crescita del sistema scolastico, per lo sviluppo dell’agricoltura, per il sostegno alla competitività dell’industria, ecc.) sa che ognuno di essi poggiava su una valutazione politica della dinamica socioeconomica del periodo in cui venivano redatti e pubblicati. Come si declina oggi quel riferimento? Un po’ tutti, da sinistra a destra e viceversa, sembrano affascinati dal riferimento alla centralità della lotta alla povertà e alle crescenti diseguaglianze sociali; così tutti si lanciano a definire la platea dei potenziali destinatari di tale lotta: selezionandone i livelli e i territori; inventando formule mediaticamente prensili (salario o lavoro di cittadinanza); stendendo tabelle e infografiche per far capire cosa si intende fare; mettendo a fuoco le risorse finanziarie e le strutture organizzative necessarie >>.

In un quadro generale comune di ricerca delle condizioni per sostenere il tenore di vita della “gran massa” della popolazione si tratterà quindi, per ogni forza politica, di cercare di accattivarsi la “benevolenza” di alcuni gruppi sociali rispetto a altri e quindi di rafforzare e incrementare le proprie quote politico-elettorali di mercato.

UN PO’ DI RETORICA, MA CUM JUICIO, di GLG

gianfranco

 

http://blog.ilgiornale.it/foa/2017/01/09/grillo-ha-deciso-di-suicidarsi-chiedetevi-a-chi-conviene/

 

a parte che in effetti bisogna domandarsi a che gioco gioca Grillo – e se gioca proprio lui o si adegua, perché non può fare diversamente, al gioco di “altri” al momento non precisamente noti – mi sembra che cominci in parte a delinearsi la possibile nuova strategia americana, quella dei centri in appoggio a Trump. Non è ancora chiaro perché sussiste e si incattivisce l’incredibile ostracismo dei centri avversi, mai manifestatosi in questi termini negli Usa ancor prima che un neopresidente s’insedi; in altri casi, semmai, si è pensato successivamente a come accopparlo o farlo dimettere con qualche watergate. In questo momento, sembra quasi che gli “obamian-clintoniani” (indichiamoli provvisoriamente così) cerchino il massimo della provocazione al fine di far reagire scompostamente gli avversari e avere motivi per appellarsi ad una repressione che salvi la nazione. Comunque, per ora non stanno ottenendo successo. Ne vedremo probabilmente ancora delle belle, a meno che le mosse degli “uscenti” non siano soltanto dei “colpi di coda”; impossibile al momento sapere qual è l’effettiva situazione.

L’unico motivo di mia perplessità è quando nell’articolo si mostra troppa fiducia sulla presunta nuova consapevolezza del popolo (che è fra l’altro, lo ricordo ancora, un concetto molto astratto poiché il popolo non esiste in quanto entità unitaria e sintesi coerente di un coacervo di vari gruppi sociali). Inoltre, i “popoli” (presi in questo concetto) hanno ottenuto risultati concreti (ma mai, alla fine, quelli desiderati e perseguiti) solo quando diretti da organizzazioni politiche fortemente strutturate, che sono giunte in quella determinata congiuntura storica a una notevole consapevolezza degli obiettivi di possibile realizzazione e hanno ben individuato le “linee di crisi”, e dunque di debolezza, dei gruppi fino ad allora dominanti. E tali organizzazioni, che si pongono su posizioni dette “populiste”, inneggiano al popolo, lo allisciano e cercano di esaltarne gli intenti migliori; sanno però i limiti di questa tattica, che va sostanziata con ben altra strategia fondata sulla durezza e decisione, assistita da una rara lucidità circa i compiti non proprio “populisti” da assolvere. Perché, nel momento in cui si mettono in moto radicali cambiamenti dei gruppi in posizione di supremazia in quella data società, una parte del “popolo”, che seguiva quelli vecchi “in uscita”, li abbandona e finge di stare con i nuovi. E’ il momento della massima attenzione da parte di questi ultimi, dello smascheramento più netto possibile dei voltagabbana e opportunisti; è indispensabile eliminarli con estremo rigore quando li si scopre. Altrimenti, il cambiamento alla fine abortisce e il “popolo” torna con i vecchi predominanti; o quanto meno si “riadatta” a loro.

Se vogliamo fare un po’ di retorica – che fa parte del bagaglio di freddi e lucidi gruppi dirigenti – niente da dire. Non dedichiamoci però a certe “sviolinate”, credendoci veramente; perché ci si rimette perfino la pelle quando si commettono simili svarioni di ingenuità. Si sta aprendo un’epoca in cui sono in difficoltà i “politicamente corretti”, i buonisti, i portatori di “nuove morali” assai “moderne”? Non lo so e non credo lo sappiano in molti. Se e quando venisse un tale momento, bisogna fare “tabula rasa” di questi maledetti fottuti che ci hanno fregato decenni di vita e di reale progresso, non il loro basato solo sul degrado più totale di ogni effettivo senso di umanità. Mi raccomando: testa fredda e ricordarsi che “pietà l’è morta”. Ci si rilegga sempre la meraviglia dei discorsi di Bruto e Marc’Antonio (soprattutto questo, superlativo per la sua capacità di “populismo”) nell’immortale “Giulio Cesare” di Shakespeare; c’è tutto ciò che basta per capire la volubilità degli umori “popolari” e l’abilità di chi sa come orientarli. S’impari da questi grandi artisti. I politici esercitano un altro mestiere ed è lecito che ci propinino, senza esagerare, anche un po’ di retorica; ma poi devono colpire duro e non lasciare in piedi l’avversario, non appena questo si sia realmente indebolito.

 

OHI CHE BEL CASINO, DIRON DIRON DIRONDINO, di GLG

gianfranco

 

Le opposizioni hanno mostrato tutta la loro debolezza sia alla Camera che al Senato, senza alcun coordinamento minimale; e per di più con discorsi di ben diversa incisività. Dire se questo governo durerà o meno è difficile. Sarà però deciso dall’establishment, da quello che poco appare, non certo da chi urla facendosi forte dell’indubbio malcontento che serpeggia in gran parte della popolazione, ivi compreso il ceto medio e quello piccolo-imprenditoriale, che non vivranno anni futuri facili. Sempre più appare chiaro che tale malcontento non sa bene dove indirizzarsi; e soprattutto che in effetti non sussiste nessun partito in grado di raccoglierlo veramente.

Nessuno poi dice una “verità”, che ammetto non essere del tutto chiara nei suoi contorni precisi, ma che comunque non può non essere tenuta in considerazione da chi capisce qualcosa di politica; e soprattutto si rende conto del livello di subordinazione agli Usa, a cui sono scesi negli ultimi anni il ceto grande industriale italiano (compreso quello dell’industria “pubblica”, che ha avuto qualche momento felice in questo paese) e quello politico. Quest’ultimo, dopo il ricambio seguito a “mani pulite”, è giunto all’asservimento più degradante che, tuttavia, si è ulteriormente accentuato negli ultimi cinque anni. Indubbiamente si dovrà meglio comprendere quale sarà la strada seguita dalla nuova Amministrazione americana dopo il 20 gennaio p.v.

La durata di questo governo dipende anche dalle vicende che si andranno sviluppando in politica estera se vi saranno rilevanti mutamenti nella strategia statunitense, che sembra al momento intenzionata a migliorare i rapporti con la Russia e ad inasprirli con la Cina. Tutto sommato, però, tale atteggiamento mira ad impedire una saldatura tra i due paesi, che non sono per nulla particolarmente amici (non lo furono nemmeno durante la presunta esistenza del “campo socialista”, figuriamoci ora); e tuttavia, sono stati costretti negli ultimi anni ad alcune mosse di riavvicinamento per la politica dei Bush e degli Obama (che sarebbe proseguita con la Clinton). Adesso, bisognerà aspettare come minimo l’andamento degli eventi nel prossimo anno. D’altronde, gli Usa (anche quelli di Trump) non vorranno affatto che si sviluppino in Europa rapporti troppo amichevoli con la Russia; e soprattutto saranno osteggiati quelli tra Berlino e Mosca. Da questo punto di vista, l’Italietta continua ad essere un “territorio” (poiché chiamarla nazione sarebbe un insulto all’intelligenza) del tutto fondamentale per creare caos in Europa, cercando di avvantaggiare quelle forze (l’ultima e la peggiore quella guidata da Renzi) che si battono affinché non si crei mai una politica di importanti paesi europei minimamente indipendente dagli Usa.

Quindi, il governo Gentiloni è a tempo; ma questo tempo verrà deciso anche in base agli sviluppi della politica estera americana, sulla quale dobbiamo mantenere una doverosa incertezza. Credo che invece sia un po’ più sicura la via, lungo la quale i manigoldi della politica italiana vorranno avviarsi. Il Pd è in fase di sfascio, e assomma brutte figure su brutte figure. Del tutto scombiccherato è pure il centrodestra, dove Berlusconi continua nella sua malefica ambigua condotta, mentre i suoi due “alleati” brontolano ma non sanno in definitiva che pesci prendere. Inoltre, si capisce bene che non c’è nemmeno un grande accordo tra Lega e FdI e la prima è inoltre abbastanza rotta pure al suo interno. Del partito (ma è un partito?) dei “grillini” è difficile dire qualcosa di sensato, dato che sono in grande confusione. L’unica considerazione possibile è che raccolgono i favori di quelli che non ne possono più dei politicanti di questo paesello da operetta. Benissimo, ma occorre che sorga qualche movimento in grado di capitalizzare tale rabbia inconsulta e di recuperare pure quella degli elettori degli altri schieramenti d’opposizione.

Non so vedere nulla di serio all’orizzonte. Quindi, la linea che verrà seguita il prossimo anno (e se non basta il 2017 si userà anche il successivo) sfocerà alla fine, dopo aver sfasciato il paese, nell’arrivo dei “salvatori”: quelli che hanno già parlato da tempo di “partito della nazione”. Ritornerà Renzi (o un suo successore ma chiaramente orientato da quanto accadrà negli Usa) e ad esso si uniranno i forzaitalioti (sostituendo quei brani di Pd e di “sinistra alternativa” in via di disgregazione) e forse perfino pezzi di Lega (tipo i “bossiani” e non solo). Dei seguaci dei “5 stelle” è difficile dire qualcosa poiché la confusione sarà ancora maggiore di adesso, così come l’incazzamento per l’ulteriore degrado del quadro politico italiano. I “salvatori” in questione ci butteranno definitivamente nel burrone dove dovremo stare …. non so quanto tempo; e si affretteranno ad allinearsi alla strategia che decideranno di seguire gli Stati Uniti, dove si profilano delle divisioni da seguire con tanta attenzione e con sempre maggiore difficoltà nell’afferrarle.

Insomma, un bel “periodino” in cui non ci divertiremo per nulla. Seguiamo gli eventi e prepariamoci al peggio. Si vorrà, “timidamente”, cominciare ad incontrarsi e a discutere sul da farsi?

Tutti rognosi.

GRILLO

Non sono intervenuto su tutto il casino che stanno facendo per Roma, la Raggi e via dicendo. Credo di aver sempre dimostrato poca simpatia per i “grillini”, soprattutto perché non li ritenevo una reale alternativa e li ho sempre visti pasticciare. Il loro moralismo era fastidioso e, quando poi hanno preso come campione dello stesso un personaggio come Berlinguer, ho capito che non sanno nemmeno quello che dicono, non conoscono il nostro passato né un po’ di storia qualsiasi. Gente senza alcuna preparazione, solo agitatori di bassa lega. Tuttavia, è chiaro che questo battage attuale contro di loro è condotto dalle due più sporche formazioni politiche, il PD e F.I. Vogliono soltanto accaparrarsi quel buon gruzzolo di voti che il “movimento 5 stelle” ha raggranellato. Si tratta quindi di un gioco che di politico non ha nulla, è solo manifestazione dell’ormai infimo livello a cui sono giunti tutti questi partiti del Nulla. Si dimostra ogni giorno di più che cosa è stato ottenuto con l’altrettanto sporca manovra di “Mani pulite”: un paese prono allo straniero (Stati Uniti in testa) e ormai lanciato verso un baratro in cui precipiteremo rovinosamente.

Il Pd è passato attraverso i D’Alema, Bersani e i più giovani loro seguaci, tutti eredi di quella parte del PCI che si è accasato con gli Usa e l’atlantismo già negli anni ’70, avendo come segretario appunto il “moralista”. Adesso Renzi non ha fatto altro che trarne la logica conclusione di cancellare del tutto il ricordo del vecchio “marchio” comunista, già in fase di sbiancamento con Togliatti. Lo ha fatto tanto bene che perfino i berlusconiani hanno avuto simpatia per lui e i suoi accoliti (maschi e femmine). Poi, snobbati, stanno facendo critica livorosa contro il governo, ma con continui messaggi che, se finalmente Renzi concedesse loro un po’ di attenzione, si addolcirebbero nuovamente. Quanto a quelli che avrebbero infine dovuto rappresentare l’opposizione, hanno dimostrato di non avere nessuna spina dorsale. Le sciocchezze dette da Salvini da Vespa fanno capire perché tipi del genere mai hanno avuto il coraggio, nemmeno dopo il tradimento di Berlusconi alle comunali di Roma, di dire chi era costui e come ormai fosse mani e piedi legato agli Usa e quindi sempre pronto a fare da supporto al governo attuale, malgrado una serie di manovre di mascheratura.

In definitiva. I grillini hanno dimostrato quello che sono. Gli altri sono solo avvoltoi che sperano nella loro morte. E’ tutta una genia che occupa la sfera politica, ma di politico non ha nulla. Non parliamo del ceto imprenditoriale italiano che ha dimostrato a Cernobbio tutta la sua nullità. Non è poi un caso che escano in Italia, ad opera degli intellettuali pagati da costoro, appelli per il TTIP. Abbiamo ai vertici dell’intera società italiana solo dei venduti e manipolatori da quattro soldi. Eppure sembrano ancora bastare per tenere sotto le scarpe una popolazione sfatta come la nostra. Ci potremo mai risollevare da simile vergogna? Non certo se si va ancora in cerca di voti e basta.

LA FINE DEL GRILLISMO ALLA PROVA DEI FATTI

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Sventolare l’onestà in politica è segnale di mediocrità. E’ la meschinità innalzata a supremo scopo dell’agire sociale. E’ l’incompetenza che si organizza in partito e fa terra bruciata della capacità e dell’abilità, qualità indispensabili per esercitare l’arte di governo. Questo non significa che debba essere la disonestà il principio guida delle scelte da compiere nella gestione della cosa pubblica. Come scriveva Benedetto Croce, “l’onestà politica non è altro che la capacità politica: come l’onestà del medico e del chirurgo è la sua capacità di medico e di chirurgo, che non rovina e assassina la gente con la propria insipienza condita di buone intenzioni e di svariate e teoriche conoscenze”. Per questo il moralismo in politica sfocia spesso e volentieri nell’imbecillità (è sempre Croce ad affermarlo) che si ritorce contro chi lo persegue ciecamente e contro la stessa collettività, presa in mezzo sia dai cattivi che dai buoni. Esso è una manifestazione d’ingenuità di fronte a situazioni di decadenza delle strutture istituzionali di un Paese che, per essere invertite, richiederebbero astuzia e creatività, non vincoli comportamentali. Peraltro, l’onestà urlata non è mai veramente praticata e si schianta facilmente contro il muro della realtà. E’ proprio quello che sta accadendo al Movimento 5 stelle che pensava di risolvere i drammi italiani ricorrendo alle grandi pulizie di Stato ma che sta andando, invece, a sbattere la testa sulla muraglia di finti valori da esso stesso innalzata per distinguersi dai ladri e dai farabutti del vecchio sistema. Ma non conosco nemmeno un mascalzone che non sia stato inizialmente animato da buone intenzioni le quali, non a caso, lastricano le vie dell’inferno. Inoltre, mettendosi all’inseguimento di questa integrità morale il M5S è caduto in tutte le trappole tese sul suo cammino dall’ideologia dominante la quale crea continuamente falsi miti globali per deviare o distrarre le potenziali opposizioni al suo ordine egemonico. Non c’è, infatti, leggenda metropolitana nella quale il grillino medio non creda. Dall’ambientalismo irragionevole all’antiscientismo insensato, fattori dai quali discendono numerose altre contraddizioni. E poi c’è la questione più grave di tutte, la grande narrazione della trasparenza in politica, quella trasparenza assurta a mito fondativo del grillismo, sulla quale l’attuale sindaco di Roma, Virginia Raggi, è caduta dopo 5 minuti di incarico. E non poteva essere altrimenti perché i grillini hanno equivocato la natura stessa della politica. Che cos’è infatti la politica se non esercizio di mosse tattiche e strategie (da tenere coperte) per il raggiungimento di determinati obiettivi ritenuti decisivi. Non esiste una strategia che possa essere dichiarata ufficialmente perché, diversamente, si forniscono elementi ai propri concorrenti per farsi battere. Di fatti, la politica esiste in quanto ci sono visioni differenti del mondo, di cui sono portatori i gruppi sociali che si confrontano con l’intento di affermare le proprie idee, che confliggono per emergere e dominare sugli avversari portatori di indirizzi e progetti diversi. Afferma in proposito l’economista veneto G. la Grassa: <<“le mosse della politica mirano al successo nell’ambito di uno scontro tra le varie élites, la segretezza è d’obbligo; e ogni venir meno della stessa o è una di queste mosse o è lo sgretolamento della “copertura” (lo sbucciarsi della “corteccia”) dovuto ad un acuirsi del combattimento tra due o più “attori”>>. E Ancora: <<[La Politica] è un “gioco” complesso di mosse e contromosse, in cui i soggetti in azione devono tenere conto sia della situazione esistente nel campo del confronto, sia delle mosse degli avversari. E tale gioco – pur se soggiacente, ma non sempre, a date regole “di massima” – richiede in ogni caso l’uso dell’inganno, del raggiro, del far credere ciò che non è, della finzione di attuare determinate decisioni mentre se ne realizzano altre, ecc. In definitiva, è un gioco in cui la segretezza è decisiva; e in cui, dunque, è assai rilevante lo spionaggio e la messa in opera di “quinte colonne” tra le fila dell’avversario. Bisogna saper stabilire le giuste alleanze e saperle usare, perfino tradendole in molti casi; e, logicamente, punendo duramente i traditori, gli infiltrati, gli spioni. Insomma, è la famosa “politica sporca” di cui parla, e correttamente, il volgo>>. I grillini sono figli di un comico e non arrivano a comprendere queste cose elementari. La politica non farebbe per loro ma essendo ormai quella italiana sola una commedia anche con le loro buffonate si può arrivare a governare e a stare sul palcoscenico nazionale. Con i pessimi risultati di Roma che non resteranno isolati.

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