POSIZIONI DA ASSUMERE (a cura di GLG 15 set. 11)

 

Ritengo utile inserire anche questo nuovo articolo del Gen. Laporta (apparso su Italiaoggi), perché si tratta di posizioni largamente condivisibili; anzi credo che il blog le abbia da sempre sostenute. Poi, volendo, si potrebbero fare molti commenti (di tipo sostanzialmente positivo). Tuttavia, ho già più volte espresso le mie (e nostre) posizioni e lo farò ancora con sempre maggiore nettezza, data la situazione ormai da “ultima spiaggia” che stiamo vivendo in questo paese al naufragio, avviato al completo asservimento (e non solo ai “padroni” d’oltreatlantico, in specie quelli citati espressamente da Laporta: “i Clinton, il petulante Obama”). Intanto, però, anche articoli così netti e decisi, perfino violenti nella loro precisione di contenuti, vanno da noi valorizzati.

 

GLG

 

 

Nel ’93 venne eliminato Barre (desertificando il suo paese). Oggi nel mirino c’è Gheddafi

Le trappole Usa in Somalia e Libia

La sola differenza è che il Cav non ha fatto la fine di Craxi

di Piero Laporta

 

L’11 settembre 2001 in tanti dichiarammo: «Siamo tutti americani». Oggi la rapina alla Libia cancella ogni residua autorità morale degli Stati Uniti quale leader delle democrazie mondiali.

Il massacro di 50mila libici, le mutilazioni di altrettanti disgraziati, la metà dei quali bambini, le distruzioni di scuole, case e ospedali sono crimini contro l’umanità dei quali Hussein Barack Obama, Nicolas Sarkozy e David Cameron non risponderanno davanti a un tribunale internazionale.

Essi sono tuttavia infamati dal giudizio inappellabile della storia.

Non è questione di complotto ebraico o altre scemate di tal fatta: questo 11 settembre reca la certezza che nella civiltà occidentale dimorano un cuore nero e un cervello diabolici, che se ne fregano di nazioni, religioni e popoli, che manipolano le immagini e le comunicazioni, adulterano le politiche, trogolano col fondamentalismo islamico, ricattano (come noi italiani sappiamo bene) per scatenare una guerra umanitaria per l’interesse finanziario d’una cerchia di gran lunga meno rispettabile dei banditi da strada, i quali almeno rischiano la propria ghirba.

Tutte le ombre, tantissime, rimaste dopo le inchieste del Congresso sull’11 settembre 2001, viste oggi insieme con le forzature, gli inganni, le complicità e le foto taroccate della rapina alla Libia, portano univocamente a concludere che, nell’establishment statunitense, convivono due anime: una idealista, democratica, profondamente legata ai valori fondanti del 1776; l’altra banditesca, stragista, sanguinaria e senza scrupoli.

Sul massacro dell’11 settembre 2001 e sui commoventi eroismi della splendida gente newyorkese e dei suoi pompieri, aleggia uno spettro nero che, grazie alla Libia, ha dovuto svelarsi più di quanto avrebbe desiderato. Noi italiani lo sapevamo più dei newyorkesi e dei libici, sin dal 1993 quando, con l’abbattimento del dittatore somalo Siad Barre, avemmo un’anticipazione delle tecniche umanitarie di queste ore. Non abbiamo imparato nulla. Dov’è la democrazia in Somalia?

Distrutto, Bettino Craxi, il migliore alleato di Siad Barre, l’esercito italiano fu inviato a contrastare la primavera somala con un braccio legato e la stampa nazionale filoamericana ostile ai nostri soldati, come ben sa Giuliano Ferrara. Oggi il Somaliland è nel caos ma col petrolio saldamente in mano alle compagnie americane, francesi e inglesi che pagano gli straccioni delle corti islamiche e i pirati del mar Rosso: un pizzo è più conveniente delle royalty che avrebbe preteso il legittimo dittatore Siad Barre.

La Somalia fu assassinata dalla banda Clinton e l’11 settembre 2001 seguì all’inerzia di ben due mandati di Bill Clinton contro al Qaeda. Libia e Somalia muoiono grazie alle tossine Clinton che infettano anche gli Usa e le democrazie. Per ora la differenza è che Silvio Berlusconi non fa la fine di Bettino Craxi, non basta tuttavia per commemorare questo 11 Settembre con l’animo di dieci anni fa.

Il popolo americano e i suoi caduti sono una cosa; i Clinton, il petulante Obama, i loro sicari e i loro manutengoli sono tutt’altro.

 

 

 

CHI DORME, CHI SORNACCHIA E CHI STA SVEGLIO

Ci risiamo. Dopo un buon comunicato – tardivo, discutibile, nemmeno del tutto condivisibile ma se non altro accettabile – di condanna all’intervento Nato e di appello alla salvaguardia della popolazione libica dalle violenze dei ribelli, Rifondazione torna a concentrarsi grottescamente sul Giro di Padania. Sia chiaro, non ho nessun intento provocatorio né tanto meno mi interessa innescare un dibattito in un’area che considero ormai da molto tempo sepolta sotto le macerie lasciate non solo da Bertinotti, ma – come abbiamo più volte ripetuto in questo sito – anche e soprattutto da decenni di progressivo slittamento berlingueriano, trasformazione pseudo-culturale ingraiana e trasformismo occhettiano, sino al netto passaggio di campo da parte di larghe fasce del vecchio PCI, dalle ragioni sovietiche alle ragioni atlantiche. Lasciamo perdere anche tutta la più ampia vicenda teorica di un dibattito vecchio, noioso e stantio che ormai ha ridotto Marx ad un profeta indù, ad un santone new-age buono per tutte le stagioni o ad un rimedio “sentimentale” contro la depressione e la frustrazione personale. Tuttavia, dinnanzi ad eventi internazionali di tale impatto come quelli innescati dai fermenti nel Nord Africa e in parte del Medio Oriente, e alle relative ripercussioni geopolitiche e geostrategiche in termini di cosiddetto balance of power, sembra davvero assurdo che diverse decine di militanti in passato impegnati “contro la guerra”, in questi mesi non soltanto abbiano latitato nelle strade anche dopo le numerose operazioni militari della Nato in Libia, ma siano persino scesi in piazza, inizialmente, a sostegno di quelle stesse legioni di mercenari e tagliagole che richiesero a gran voce i bombardamenti “umanitari” sul proprio (?) Paese.

Negli ultimi giorni, il Giro di Padania – evento ai più totalmente sconosciuto e a malapena nominato nei rotocalchi nazionali – è diventato il cavallo di battaglia delle lotte politiche dei militanti di Rifondazione, pronti a brandire – incredibilmente – il tricolore, la bandiera nazionale, il simbolo di quel patriottismo che, fino a poco tempo fa, diversi “compagni” di partito, in un cartellone per un evento nel modenese, definivano, citando a braccio, “l’ultimo rifugio delle canaglie”. Non prendiamoci in giro. Dice benissimo Costanzo Preve, quando afferma che questo volgare ed artificiale patriottismo riscoperto a sinistra in funzione anti-leghista è quanto di più grottesco e contraddittorio possa esser proposto. Sappiamo bene quali sono le derive e le tendenze attuali di questo ambiente: residuati di trotzkismo e di luxemburghismo, nostalgie demo-operaiste, un po’ di femminismo di condimento, qualche citazione da Marx (da Engels no, perché “non ci va”), un po’ di Lenin per fare i “duri” e niente più. Nulla a che fare col Lenin “concreto” di “Imperialismo, fase suprema…”, con la questione nazionale di Stalin, con le riflessioni di Georgij Dimitrov, con la liberazione nazionale di Ho Chi Minh o col Fronte Unito di Mao Zedong. Tanto più perché tale pseudo-patriottismo decade non appena vi sia da ragionare in termini reali di resistenza nazionale, di sovranità, di indipendenza, allorquando, cioè, si richiede una maggiore capacità di analisi politica nazionale ed internazionale, per comprendere il contesto complessivo, in funzione del fondamentale criterio di relatività dei conflitti. Il tricolore brandito come un’arma di propaganda contro la Lega Nord, viene immediatamente riposto nello sgabuzzino non appena si ricomincia a parlare di “fronte democratico” anti-B., non appena si ricercano accordi “tattici” con il Partito Democratico, con i “popoli” – viola o non viola – di Repubblica, di De Benedetti, di Montezemolo, e in generale con tutti quei settori politicizzati del capitalismo finanziario italiano maggiormente responsabili nell’opera di svendita del nostro settore industriale strategico e nella drammatica distruzione delle basilari garanzie sociali in tema di lavoro e previdenza sociale, dove per basilari si intendono le garanzie fondamentali del diritto al rispetto del contratto nazionale, del diritto al riposo, del diritto alla sicurezza sul posto di lavoro, del diritto ad una pensione dignitosa e del diritto all’assistenza sociale. Non certo le perverse logiche clientelari del “settore pubblico” o i residui di una vergognosa era assistenzialista e consociativa, che gli ultimi burocrati dei sindacati parassitari ancora si ostinano a voler disperatamente e inutilmente blindare come la sabbia in una scatola bucata.

D’altronde, si sa. In questo ambiente politico, la sentenza è facile, lo slogan viene naturale: Gheddafi è “un dittatore”, Assad “uguale”, “le masse” chiedono “giustizia”, “i popoli sono fortissimi”, “cacciamo Berlusconi”, “evviva Santoro”. Ecco che, dunque, dinnanzi alla situazione libica il tifo che, da sinistra, è arrivato a favore dei ribelli, ha squarciato il velo sulla più completa incapacità di osservazione, sul qualunquismo e sulla demagogia a buon mercato: un atteggiamento indisponente ed odioso, neanche più minimamente paragonabile alla “svista” – ben più comprensibile e legittima – di quella “vecchia generazione” che credeva, a suo tempo, di sostenere e costruire il “comunismo”, mentre in realtà si trattava di ben altro, di un mutamento storico e strategico che di fronte ad una spaventosa “accumulazione originaria” e ad una sempre più forte polarizzazione imperialista occidentale, seppe reagire con una adeguata risposta di potenza da Est, capace di innescare un effetto a catena in vaste aree del pianeta a lungo compresse o marginalizzate. Si trattò di un processo con enormi pregi e anche con grandi difetti, ma fu comunque qualcosa di diverso (e di ben più concreto tenore) rispetto a quanto prefigurato attraverso il filtro dell’ideologia.

A differenza di allora, stavolta è tutto molto più chiaro. La fase è quella di un unipolarismo alla frutta, la nuova era – per nulla dominata dai fantomatici ed inesistenti crismi del “libero mercato” e della “globalizzazione”, buoni solo per inutili astrazioni teoriche con cui i friedmaniani amano eccitarsi – è una delle peggiori e più barbariche in termini di aggressività neo-coloniale, a partire dalla prima invasione dell’Iraq nel 1991 e dalla caduta del governo socialista afghano nel 1992, che hanno sprigionato un’inaudita instabilità internazionale ed una delle più losche e criminali collusioni tra centro imperialista (Usa) ed ascari periferici (curdi iracheni, mujaheddin bosniaci e albanesi, monarchia saudita, separatisti ceceni, salafiti siriani, indipendentisti tibetani, wahabiti libici e così via…).

Dinnanzi ad un’operazione mediatica così infame e vergognosa, tutta volta alla demonizzazione di Mohammar Gheddafi e della Jamāhīriyya libica, a fini di invasione e conquista, non c’erano dubbi su quali fossero le reali intenzioni delle potenze occidentali, frettolosamente precipitatesi a prendere in mano la risoluzione n. 1973, per piegarla ed adattarla artificiosamente ai propri piani di invasione militare. E invece la sinistra di casa nostra ha atteso, ha gridato alla cacciata del “dittatore”, alla “libertà dei popoli oppressi”, unendosi di fatto al coro degli Stati Uniti, della Gran Bretagna e della Francia, che incassano e ringraziano per il sostegno alla loro “impresa” in pieno stile neo-vittoriano.

Ora che sotto l’occhio del ciclone finirà ancora una volta la Siria – ultimo baluardo della stagione del socialismo panarabo rimasto in piedi in Medio Oriente – sarà curioso vedere quali saranno le posizioni della sinistra italiana: da una parte l’amicizia di Diliberto e del PdCI con il Partito Comunista Siriano di Ammar Baghdash, ricompreso nel fronte unito patriottico della coalizione che sostiene Bashar al Assad, dall’altra Sinistra Comunista (cioè la corrente bordighista di Rifondazione guidata da Gianluigi Pegolo) che pochi mesi fa pubblicò un articolo di Franco Ferrari (anch’egli PRC) dall’inconfondibile titolo a scopo denigratorio “Stalinista e antisemita, l’amico siriano di Diliberto”.

Nel mezzo, incertezza, fermenti contrastanti e la presumibile previsione che si possa ripetere un altro scenario di piazza, simile a quello che lo scorso febbraio vide un migliaio di militanti riconducibili al PRC, al PCL di Marco Ferrano e a Sinistra Critica di Franco Turigliatto, assaltare l’Ambasciata Libica, per sostituire, a scopo dimostrativo, la bandiera della Gran Jamāhīriyya Araba di Libia popolare e socialista con la bandiera, precedente al 1969, della monarchia libica di Re Idris, utilizzata dai ribelli. Nemmeno più la vecchia e semplice vulgata della “repubblica” come “conquista progressiva” della modernità, sembra reggere dinnanzi a tanta idiozia collettiva. Se un giorno dovessero scendere in piazza dei cinghiali, possiamo star sicuri che certi personaggi non esiterebbero a sostenerli nella caccia al “cacciatore cattivo”.

È ormai chiaro il dna di certe frange che tornano utili per tutte le stagioni, e sono ormai preventivabili tutti i complici silenzi o l’assenza di giudizio dinnanzi ai temi centrali della nostra epoca storica. Se la vulgata della globalizzazione lanciata dall’idealismo dell’era Clinton è una delle più colossali mitologie astratte degli ultimi anni, è senz’altro vero che ormai il pianeta è interamente conosciuto, sul piano geografico e politico, da tutti i soggetti internazionali, e che – a differenza di qualche secolo fa – tutti sono costantemente al corrente di quanto accade nei più remoti angoli della Terra. Da almeno tre secoli, cioè dal definitivo completamente delle rotte navali delle potenze marittime europee, è stato innescato un processo storico che – al di là dei suoi aspetti più catastrofici – ha comunque imposto la “globalità” come criterio di analisi della società. Fu anche per questo che Marx ritenne evidentemente impossibile studiare il capitalismo “monocentrico” britannico della sua epoca in astratto da quanto avveniva nel resto del mondo o indipendentemente dai traffici commerciali mondiali e dai domini coloniali di Londra in India, in Cina o nel Sud Est Asiatico. Senza un’adeguata comprensione delle dinamiche globali, appare davvero assurdo pensare di poter comprendere le questioni interne, specie in un Paese subalterno e sub-dominante come è il nostro nell’alveo dell’alleanza nord-atlantica.

Invece, si resta indietro. Ci si aggrappa ad una dialettica capitale-lavoro già di per sé mal posta, e male interpretata, non solo anacronistica ma addirittura eterodossa rispetto a quanto esposto da Marx, soprattutto in virtù di un diverso concetto di “classe operaia” (combinata e non meramente esecutiva o moralisticamente “umile e oppressa”). Paradossalmente è stata la Teoria delle Tre Rappresentanze fissata dall’ex presidente della Repubblica Popolare Cinese Jiang Zemin, a provare a ripescare questa impostazione, adattandola al contesto cinese degli anni Novanta-Duemila, e mettendo assolutamente in chiaro il carattere avanguardistico del Partito Comunista Cinese come rappresentante delle forze nazionali produttive più avanzate (comprese quelle “private” o “di mercato”), delle forze culturali più avanzate del Paese e degli interessi della stragrande maggioranza della popolazione.

Senza alcuna pretesa di rifondare alcunché, soprattutto qualcosa di puramente astratto e di a-storico, la Cina – piaccia o non piaccia – ha imboccato una sua direzione storica, partita dal marxismo e giunta ad una logica dimensione decisamente concreta e nazionale, che nessuno può in qualche maniera pretendere di schernire dall’esterno con giudizi superficiali. Non è un caso che i principali denigratori del gigante asiatico si annidino proprio tra i settori della sinistra radicale, chiaramente intenti a lanciare strali su quello che, dalla loro ottica storica completamente distorta ed idealista, continuano a ritenere una restaurazione capitalista o un rinnegamento borghese. Non è possibile dialogare con simili personaggi, che sarebbero pronti a spogliare intere popolazioni faticosamente uscite da epoche di inaudita sofferenza, delle loro conquiste sociali e tecniche, per soddisfare il proprio perverso gusto di colonizzatori latenti, di imperialisti interiori, ed il loro falso candore “rivoluzionario” che, dalla comoda poltrona di casa, vorrebbe ricreare un “romantico” quadretto di “guerriglia e ribellione”, ispirato al poverello assisano o al subcomandante Marcos.

PUNTI DI SVOLTA

(di Giellegi 5 sett. ’11)

 

1. Ci sono avvenimenti che rappresentano punti di svolta. Sia chiaro che non è necessario riguardino aree strategiche nel mondo, nemmeno devono essere in ogni caso eventi di maggiore drammaticità e portata rispetto ad altri. Sono semplicemente significativi, indicano con una certa esattezza il carattere di una situazione complessiva, al di là delle singole particolarità. La guerra d’aggressione alla Libia mi sembra avere proprio tale carattere. E’ stata preceduta da eventi meno rilevanti (perché implicavano la mera riverniciatura di regimi che sono rimasti più o meno quello che erano), del tipo della Tunisia e dell’Egitto; eventi, tutti, che hanno però segnato una svolta negli affari internazionali fin dall’inizio del 2011, e tutti direzionati grosso modo nello stesso senso.

Ovviamente, i fatti verificatisi erano già in gestazione e se ne erano avuti sintomi premonitori. Cito alla rinfusa: scontro Obama-McChrystal per il cambio di strategia in Afghanistan e sostituzione del secondo con Petraeus (significativo oggi il suo passaggio alla Cia, che non sembrava troppo allineata ad Obama e in sordo conflitto con l’Fbi); assassinio di Bin Laden, per nulla in fuga né nascosto “sui monti”, atto che segna un discrimine rispetto alla “lotta al terrorismo” (islamico) voluta dalla precedente Amministrazione (e strategia); elezione di Karzai (favorevole a questa svolta) invalidata per brogli, ma poi convalidata per il prevalere della nuova strategia che mira a certi mutamenti nella guerra in Afghanistan contro i talebani; ecc. ecc.

Che negli Usa ci siano due “fazioni”, con strategie (o quanto meno tattiche) decisamente differenziate appare sempre più chiaro. Non altrettanto chiaro è tuttavia il loro dispiegarsi complessivo perché non sembra proprio che la “nuova” abbia conseguito al momento una supremazia netta e schiacciante; dunque essa non appare nella sua “purezza”, ma invece confusa e intrecciata spesso con l’altra, con alterne vicende e compromessi vari. Vi sono forzature e magari ritorni all’indietro, non sempre decifrabili se non a posteriori. Ad es. adesso Sarkozy – l’uomo che si è assunto il compito di primo sicario degli Usa contro la Libia – minaccia azioni dello stesso tipo contro l’Iran e la Siria. Stavolta è un bluff o l’inizio di nuove manovre come quelle libiche? E’ azione diretta magari solo contro l’Iran, lasciando maggiori margini sulla Siria per non irrigidire troppo Mosca? O si sonda la resistenza e solidità di quest’ultima e le sue divisioni interne? Mah, molto difficile fornire una interpretazione in una precisa direzione. Dobbiamo lasciare aperte più prospettive. Del resto, siamo sicuri che irrigidimenti e ammorbidimenti non corrispondano proprio alla tattica che ho definito della “liquidità”? Un liquido può farsi strada secondo diversi canalicoli di scorrimento, è più problematico e rischioso incanalarlo troppo strettamente.

Sulla Libia, abbiamo però ora un verdetto quasi definitivo. E’ stata aggredita dietro copertura di una Risoluzione Onu, cui Russia e Cina potevano opporsi con il veto ed invece si sono soltanto astenute. E’ sembrata un’esitazione, ma il seguito degli eventi sembra dover far cambiare opinione. E’ stata solo tattica di attesa per vedere le modalità di svolgimento della decisione statunitense e i suoi risultati. La Risoluzione iniziale (quella che voleva portare l’avallo della fantomatica “Comunità internazionale” all’aggressione della Nato, con i sicari ben noti e dietro di loro il vero mandante, gli Usa) è stata del tutto stracciata in modo inverecondo. A questo punto, non una voce – a parte quella di Chavez, che ha ben capito come la sorte di Gheddafi possa prefigurare la sua – si è alzata per condannare l’obbrobrio. Putin ha parlato di Crociata, ma durante la visita ad una fabbrica per lasciare impregiudicato l’ambito diplomatico. La Cina sta già facendo affari con i “ribelli”, i quali hanno il solo compito di coprire l’occupazione del paese da parte degli aggressori; e minacciano di morte Gheddafi cosicché, se verrà ucciso, sarà stata una loro decisione, mentre se si giungerà ad un compromesso (pur sempre di sconfitta), si fregeranno di umanità gli effettivi occupanti.

Nel mentre avveniva lo scempio, il Governo russo (quindi proprio Putin) disdiceva un accordo con la BP (inglese) per stilarlo con l’americana Exxon (per i giacimenti in Siberia). L’accordo è con la russa Rosneft, ma è ovvio che questa ha poco contato nelle trattative rispetto al suo Governo. D’altronde, a queste ultime hanno ovviamente partecipato le autorità governative statunitensi; ma in tal caso credo che la Exxon abbia avuto buona voce in capitolo al contrario della sua corrispondente russa. Prendiamo questo accordo semplicemente quale sintomo: la situazione è ormai tale che per il Governo russo è decisamente più utile trattare direttamente con la potenza centrale che con i suoi “tirapiedi” in Europa (sia pure sotto forma di imprese importanti come la BP). E questo varrà probabilmente pure nei rapporti con l’Italia, mostratasi come al suo solito pronta al tradimento di qualsiasi impegno, perfino a detrimento dei suoi interessi.

In ogni caso direi che, anche prima dell’epilogo proprio finale, l’evento libico consente di trarre una serie di conclusioni; da mantenersi certo a livello di ipotesi di lavoro, ma con notevoli punti di forza piuttosto realistici.

 

2. La situazione, in quest’“anno di (dis)grazia 2011”, assomiglia vagamente a quella della prima parte dell’epoca dell’imperialismo (ultimi tre decenni del XIX secolo). Inutile ricordare, noiosamente, che la storia non si ripete, perché nessuno di noi riesce comunque ad immaginare il futuro se non si rifà a qualche esperienza passata. Sappiamo che quest’ultima non si ripeterà proprio secondo le medesime modalità; e tuttavia capire il passato ci serve a proporre qualche previsione di larga massima. Altrimenti, smettiamo di pensare e “agiamo”, cioè muoviamoci come ciechi (ma diventati improvvisamente ciechi e non ancora abituati alla cecità) e agitiamoci solo scompostamente. Già quando ci si trovò di fronte – senza che gli economisti e i politici se ne fossero accorti, a parte l’acclamato Roubini, molto limitato dal suo economicismo – alla crisi del 2008, e cominciò a palesarsi che non si trattava della solita “recessione”, scrissi pressoché subito circa la sensazione di trovarsi in una crisi di lunga stagnazione del tipo 1873-96. Quella crisi era caratterizzata dal relativo declino dell’Inghilterra (la cui Borsa mantenne però posizione centrale fino alla prima guerra mondiale; la grande crisi del 1907 iniziò da lì a differenza di quella del 1929, scoppiata appunto a New York) e dall’ascesa degli Stati Uniti (dopo la guerra di secessione), della Prussia divenuta Germania (in concomitanza con la schiacciante vittoria sulla Francia di “Napoleone il piccolo”), del Giappone (che assegnerà una batosta alla Russia nel 1905, evento non irrilevante nel rendere tale paese l’“anello debole” della catena imperialista, dove scoppiò la rivoluzione presunta proletaria).

Una differenza notevole, rispetto a quell’epoca, è rappresentata dall’assenza della crescita di un movimento simile a quello “operaio” organizzato, poi “infistolatosi” con lo scontro interimperialistico aperto (1914-18) – e con la rivoluzione trasferita ad oriente tra le masse contadine – ma che nella prima fase imperialistica (ultimi decenni dell’ottocento, appunto) ebbe certo una notevole rilevanza. In questa odierna fase storica, da me definita multipolare in quanto semplice inizio di un “percorso” verso l’effettivo policentrismo (si tratterebbe in tal caso di una “seconda epoca” dell’imperialismo), non è tuttavia l’assenza di un movimento del genere a segnare la maggiore differenza, bensì la gracilità delle potenze in crescita, malgrado le convinzioni di chi guarda tutto con la mera lente dell’economicismo. Ci si è convinti che esistesse il BRIC quale solido contraltare agli Usa. Mi sembra che tale gruppo di paesi abbia ormai mostrato d’essere abbondantemente “sbrindellato”.

Del resto, non ho mai fatto grande affidamento sull’India che funzionerà principalmente da alleato del paese predominante ancora largamente centrale. Anche il Brasile mi sembra cominci a manifestare una sua predisposizione a compromessi, che temo lo condurranno ad essere un sottile, e magari non supino (anzi una subpotenza), alleato dello stesso paese quando – dopo aver sistemato (non definitivamente, ma accettabilmente per un dato periodo storico) i suoi affari in Asia, Africa ed Europa – rimetterà mano al “riordino del giardino di casa”. E qui mi riallaccio a quanto già rilevato: Chavez è molto preoccupato perché sente la sorte di Gheddafi come quella che potrebbe toccare a lui entro un lasso di tempo non “secolare”. Restano Cina e Russia. Sono molto d’accordo con un bel commento, a mio avviso lucido e calzante, di Red sul blog in relazione al carattere di alta efficienza capitalistica del primo paese e di una forte difficoltà del secondo a liberarsi dei caratteri di scarsa capacità imprenditoriale, che già manifestarono in periodo sovietico le dirigenze dei grandi Kombinat (come si diceva allora).

Siamo tuttavia soltanto all’efficienza economica, alla razionalità del minimax (e non è per caso che ho intrapreso un lungo lavoro teorico al proposito, così poco capito pure da una parte dei collaboratori del blog; e guardate che non lo dico polemicamente, ma come semplice constatazione). Manca in noi la capacità di afferrare un tipo di analisi sociale, che vada oltre l’invecchiato e ormai insostenibile marxismo d’antan, e che tuttavia abbia le stesse capacità d’analisi strutturale di quella teoria fino ad un secolo fa e anche meno. Questo blog non è un partito di tipo leninista con il suo bel “centralismo democratico”, che garantiva, anzi imponeva, unitarietà di indirizzo. Ci sono posizioni largamente convergenti su certi temi, ma non su altri che non sono al momento in evidenza per la grave vecchiezza e incapacità di ammodernarsi dimostrata dai “vecchi babbioni” del “comunismo” e “marxismo”, ormai perfettamente reazionari e di cui liberarsi senza esitazioni, senza più alcuna interlocuzione con loro; perché ogni interlocuzione del genere implica un ulteriore ritardo d’analisi.

I lettori del blog, abbastanza attenti ma non troppo, ci hanno preso spesso per dei cultori di geopolitica. La mia “pentalogia” (i cinque libri usciti tra il 2006 e il 2011), gli scritti teorici inseriti nel blog e sito (fra cui rilevanti sono “Panorama teorico” e “Il capitale è un rapporto sociale”), non sono stati compresi come il faticoso percorso d’uscita dal vecchio marxismo, cercando di non perderne la valenza strutturale (analisi dei rapporti sociali). Non è colpa mia se generazioni di marxisti soltanto capaci di ripetere vecchi schemi, infingardi e nemici di ogni rinnovamento categoriale e concettuale, hanno condotto in una situazione d’impasse da cui non si uscirà tanto presto. Ho avvertito mille volte che si è ancora al “flogisto”, ma soprattutto per colpa dei ritardatari che continuano a credere di avere in mano il “passepartout” per capire le “contraddizioni” dell’epoca.

Per loro basta che ci siano contraddizioni. Che tutta la vita, individuale come dei popoli, sia continua contraddizione, che lo squilibrio sia immanente e permanente, che ogni squilibrio porti con sé il conflitto giacché i portatori dei processi oggettivi avvertono soggettivamente tale squilibrio come un tentativo del “nemico” di far loro le scarpe, ecc., ecc. è totalmente ignorato. Non si sente il bisogno di capire come si deve approfondire la teoria di questo conflitto permanente onde seguirne i mutamenti storici; ci si accontenta di ripetere stoltamente che ci sono contraddizioni e che queste porteranno il capitalismo alla fine. Dobbiamo liberarci di queste palle di piombo al piede.

A causa della provenienza del “nucleo iniziale” del blog, siamo stati fin troppo tempo a dare retta agli idioti e meschini imbroglioni che costituiscono solo piccole bande di possibili sicari (per bassa manovalanza) dei dominanti; perché i “comunisti” e i “marxisti” odierni sono ormai soltanto questo. Ci sono persone in buona fede? Bene, allora si stacchino da queste bande e ricomincino a pensare. Siamo stati obbligati a seguire soprattutto la politica delle varie potenze perché da simile scontro nascono alcune direttrici di movimento della “realtà globale”, che poi si riflettono su quella più specificamente sociale, soprattutto nei paesi del capitalismo “occidentale” tipo l’Italia.

 

3. Perché ho dovuto dirottare momentaneamente dal percorso principale del mio discorso? Perché non si è afferrato che determinate impostazioni del blog, almeno per quanto mi riguarda, sono nella presente fase obbligate. Non ci s’inventa una nuova “lotta di classe” senza prima aver capito che non esiste più quel “movimento operaio” in ascesa durante la prima fase della prima epoca dell’imperialismo (oggi preferirei dire policentrismo, per marcare che l’imperialismo è stata solo una singolarità storico-specifica di quella situazione ricorsiva che è appunto il conflitto policentrico). Quel “movimento operaio” è entrato già in crisi nel 1914-18; e si è tuttavia continuato a predicarlo ancora per quasi un secolo. Lo scuotimento rivoluzionario si è spostato verso oriente, prima, e poi più generalmente nel cosiddetto “terzo mondo”. Hanno allora preso piede teorie terzomondiste, che non hanno compreso la peculiarità della situazione verificatasi nel mondo bipolare, in cui il conflitto tra “i due poli” ha appunto favorito il cosiddetto movimento delle “masse” dei paesi sottosviluppati, cioè i tentativi di indipendenza (non molto riusciti a giudicare dall’oggi) di classi dominanti, in formazione e ascesa già finita da un pezzo, molto diverse dalle nostre borghesie, ma che hanno svolto per un certo periodo storico una funzione progressiva come queste ultime nella prima metà dell’800 in Inghilterra e poi Europa. I tentativi di questi gruppi dominanti arabi, in rafforzamento durante il bipolarismo per la particolare funzione svolta dall’Urss, sono però nel complesso falliti.

Ho appoggiato con convinzione Nasser, Ben Bella (e, tutto sommato, pure Boumedienne) e anche il primo Gheddafi, e altri; e non certo perché seguissi le varie scuole critiche (in modo errato e superficiale) del capitalismo nella sua configurazione globale di allora. Parlo delle teorie della “dipendenza” (Gunder Frank, ecc.), dell’economia-mondo (Wallerstein, ecc.), dello scambio ineguale (Emmanuel, ecc.) e altre; per non parlare di quelle in voga in Italia (e pure Francia) mutevoli come gli abiti alla moda. Visto il totale fallimento di quelle tesi (che mi onoro di avere criticato senza mezzi termini), sono alla fine stato costretto a “simpatizzare” almeno politicamente, nell’ultima fase storica, anche con movimenti religiosi, ad es. quelli del fondamentalismo islamico, per ragioni appunto “geopolitiche” al momento cogenti; insomma perché sono favorevole a qualsiasi processo che indebolisca l’attuale “Inghilterra” (gli Stati Uniti) nel suo ancora robusto predominio. E se noto ora, grazie alla crisi libica, segni di ambiguità in tali movimenti religiosi, sono comunque pronto a rivedere tale simpatia (del tutto interessata). Attendo a pie’ fermo gli eventi affinché mostrino quale piega essi prenderanno; al momento, sembra piuttosto “brutta”, quanto meno con una differenziazione interna ai religiosi islamici. Non sono però loro a guidare i “giochi” principali che scuotono il globo.

Nella recentissima conferenza dei 60 (o 57 o quanti sono), riuniti a Parigi per decidere come utilizzare l’occupazione della Libia da parte di puri mercenari, i “vincitori” si sa bene quali erano (Usa e i suoi sicari più prossimi e fin dai primi giorni); ultimi sono arrivati quelli che già sapevano di essere in ritardo, ma che possono pur sempre contare su buone potenzialità per dividersi le spoglie in qualità di concorrenti/alleati (a seconda delle contingenze specifiche di quest’epoca di caos). Parlo soprattutto di Cina e Russia, fra le ultime a riconoscere i mercenari portati al potere dagli Usa, con i loro scherani privilegiati Francia e Inghilterra. Non credo che a parte forniture (ben pagate) di petrolio la Cina possa pretendere gran voce in capitolo. La Russia non ha nemmeno bisogno di questa materia energetica (semmai era altro il progetto che nutriva con Italia e Libia prima del tracollo), ma tenta di contenere le spinte sulla Siria che la getterebbero completamente fuori dal Mediterraneo e “oltre” (verso est); senza poi considerare che è bene per tale paese non lasciare la Cina ad intrallazzare troppo con gli Usa, tenuto conto dei contenziosi che potrebbero aprirsi in Siberia e Centro Asia.

Non pretendo di sapere quanto avverrà in futuro (e non tanto lontano) né che non si possano tenere ipotesi “di riserva”. Per il momento, noto che certe considerazioni leniniane (non tutte, per carità, l’epoca è molto diversa) sono da mantenersi ferme. Non ci sono gruppi dominanti “buoni” o “meno cattivi” di altri. Tutto dipende dai rapporti di forza tra loro intercorrenti. Se russi o cinesi fossero al primo posto, oggi occupato dagli Usa senza alcuna insidia da parte di altri, dovrebbero essere loro l’oggetto principale della nostra (impotente) inimicizia. Sono tutti “banditi” o “predoni”. Quando uno di loro – oggi, necessariamente data la maggiore forza, gli Stati Uniti – azzanna una preda, il problema dei “minori” è come partecipare al banchetto o evitare che i “posti a tavola”, imbanditi dai pericolosi avversari, si trovino troppo vicini alle proprie frontiere. Questo è tutto il loro interesse. Perfettamente ovvio e “naturale”, se si tiene conto che si tratta di gruppi dominanti non certo interessati a discorsi di giustizia, di interessi dei “popoli” e altre fanfaluche del genere. Basta saperlo, averne consapevolezza; il guaio nasce quando ci si illude che qualcuno serva alla difesa dei “più deboli”. Tutti i dominanti approvano che questi ultimi soccombano; l’importante è per essi vedere come ciò avviene in base ai rischi che corrono i loro interessi. Tuttavia, se uno di loro (Usa) è decisamente avvantaggiato e ha ormai “ucciso” la preda, meglio contrattare con lui qualche posizione buona, o anche solo meno cattiva, per il futuro.

Sperando che qualche cretino non si metta a sostenere che io indoro il vecchio colonialismo, faccio notare che a fine ottocento avevamo certo a che fare con veri “negrieri”, con razzisti e feroci predoni imperialisti. Tuttavia, nessuno può negare l’esistenza di autentiche ideologie (non ideali, solo ideologie): superiorità o di razza o di cultura o di incivilimento o di organizzazione sociale, ecc. Inoltre, gli inglesi hanno messo in piedi colonie ben organizzate e ordinate (massacrando senz’altro a man bassa chi si opponeva al loro ordine). Oggi, i nuovi colonialisti – perché non esiste più il sedicente neocolonialismo del mondo bipolare, ma ormai un vero nuovo colonialismo, duro e inflessibile e massacratore come quello dei “tempi andati” – non hanno alcuna “forte” e convinta ideologia e, in genere, sfoggiano solo la prepotenza e il fottersi l’un l’altro a spese dei popoli più deboli. Essi massacrano solo per affermare che nessuno deve opporsi ai loro interessi. Inoltre, disorganizzano, balcanizzano, distruggono ogni ordine civile e sociale nelle terre occupate. Il caos è il loro credo, certo ammantato di pseudo-ideologia, ma appena una “verniciatina”.

Infatti, se proprio vogliamo trovare uno straccio di ideologia, debole e sbiadita, si tratta della “democrazia” (sempre meno si capisce cos’è nel loro cervello malato che dunque, per fortuna, la sputtana; questa è l’unica nota positiva) o dei “diritti umanitari”, ancora più squalificati poiché si stermina allegramente il più debole in loro nome. Inoltre, non si cerca più l’ordine e l’organizzazione; ormai interessano appunto soltanto il caos, lo sfacelo, la confusione massima, da cui trarre lo spunto per affermare il potere di chi ha più mezzi (fra cui pure i “soldi”) per mettere in azione bande feroci, selvagge, dotate di maggiore “potere di fuoco” e di attitudine all’assassinio individuale e di massa.

 

4. Quando parlo di banditi, canaglie, predoni, ecc. vorrei si capisse che non manifesto né sfogo il “malumore” per determinati gruppi dominanti che, nel loro reciproco conflitto, pongono in essere determinate strategie nell’attuare la politica estera di certi paesi tesi all’espansione delle proprie sfere di influenza e/o a contrastare quelle degli altri, quando queste mettono in pericolo la loro sicurezza. Semplicemente, non accetto nessuna correità nei confronti di quelli che, in quanto gruppi dominanti (e non perché qualcuno sia più o meno ingiusto, più o meno cattivo, più o meno immorale, o non so quali altri balordi termini usare), svolgono date funzioni e ruoli che competono loro in questa particolare qualifica. Come detto più volte, il riconoscere l’oggettività di dati processi – che, in forme sempre nuove, rinverdiscono principi di predominio e supremazia esistiti in tutta la storia della società umana, nella sua evoluzione secondo svariate formazioni sociali – non significa assolvere i portatori soggettivi di questi processi. Per questo li indico con i termini sopra usati, pienamente conscio che tali portatori ricoprono ruoli antichi e che sempre si rinnovano nella storia. Quindi non hanno per me particolare colpevolezza se non quella di farsi “soggetti” di tali oggettività storiche.

Mi ripeto. La mia ipotesi è che siamo nella prima fase di un’epoca che si avvierà, ma in tempi lunghi, verso un nuovo policentrismo (quello che fu detto in passato “imperialismo”, termine di possibile uso nel linguaggio polemico corrente), acutamente conflittuale. In tale fase, un polo è ancora nettamente più forte degli altri – gli antagonisti – che sono soltanto in fase di crescita, ma non dotati al momento di poteri sufficienti a contrastare il primo e predominante. A mio avviso, siamo usciti (forse, malgrado tutto, non ci siamo mai entrati, nemmeno dopo la dissoluzione dell’Urss nel 1991) dal monocentrismo. Del resto, nemmeno l’Inghilterra costituì veramente il centro unico predominante nell’800. Diciamo che ogni monocentrismo, per ragioni precise legate allo squilibrio sempre immanente in tutti i sistemi complessi, è imperfetto. In ogni modo, questo è un problema di carattere prettamente teorico da trattarsi altrove.

L’importante è tenere fermo che siamo in uscita verso il policentrismo (attraverso la transizione del multipolarismo) ma lontani ancora da esso e quindi con i poli antagonisti degli Usa – per non parlare dei loro sicari e lacchè – del tutto incapaci di opporre una vera strategia complessiva di contrasto. Per il momento i vari “predoni” e “banditi” (ricordo: termini più asettici di quanto non sembri a prima vista) si accomodano alla “tavola mondiale”, ogni volta che gli Usa azzannano una “preda” con decisione irreversibile e non opponibile, per aggiustarsi come possono nell’ottenere qualche “brandello di carne”. Solo quando i predominanti centrali compiono mosse d’assaggio, manovre diversive ma senza spingere a fondo, gli altri poli, ancora impreparati al vero ruolo di antagonisti, reagiscono con maggior vigore; sapendo però fin dove arrivare per non trovarsi implicati in scontri irrimediabili con i “banditi per eccellenza” (i primi), dai quali non uscirebbero certo vincitori.

Non intendo qui affrontare nemmeno un altro discorso che richiede uno sviluppo a parte. Si tratta dell’agitazione su dominanti e dominati, portata avanti da farabutti che si “colorano” variamente (in Italia sono viola); alcuni pretendono addirittura di chiamarsi ancora comunisti e magari fanno perfino finta di dar lezione di “marxismo”. In tal caso, il termine non è asettico: farabutti vuol dire gentaglia a livello criminale, mascalzoni e scarafaggi della peggiore specie. Come chiarito in molte occasioni, la risposta data a questi vermi e traditori da fucilazione è stata, in questo povero paese, quella denominata “berlusconiana”. Una risposta “autoimmunitaria”, di un organismo ormai malato perché si tratta di una società pienamente subordinata allo straniero, di un territorio attraversato da una guerra per bande. Solo una vasta operazione chirurgica, con eliminazione in massa del “popolo viola” (una massa di ceti parassiti, di lavoratori in genere pensionati e subornati, di immondo ceto semicolto dello spettacolo e giornalismo “di sinistra”), con i loro complici “comunisti” (individui degenerati e nemmeno più solo reazionari, ma molto peggiori), potrebbe salvare questa Italia, ormai ridotta a Protettorato con un plenipotenziario, di cui non si può dire quello che è realmente.

Lasciando appunto perdere questi discorsi, destinati ad “altri luoghi”, è bene qui porre in evidenza che, data la situazione esistente in sede “globale”, è indispensabile effettuare scelte da “stomaco forte”. Malgrado tutto (fino ad un certo punto ovviamente, da valutare con giudizio), bisogna appoggiare – certo per quel che vale questo nostro appoggio, quello di una zanzara – determinati gruppi dominanti, situati in paesi “oggettivamente” in linea di contrasto con i nostri predominanti centrali, gli Usa, i “padroni” attuali. Sarà però da prestare debita attenzione alla reale politica svolta da tali paesi, perché dire che sono in linea di oggettivo conflitto con gli Usa non chiarisce affatto il loro possibile comportamento in tempi più brevi (o meno lunghi). Se siamo, molto approssimativamente e con importanti differenze storiche, nella prima fase di un’epoca tendente al policentrismo, dobbiamo sapere che le giravolte degli antagonisti dell’attuale “Inghilterra” (gli Stati Uniti) saranno innumerevoli. Inoltre, alcuni di loro, per crescere di potenza, potrebbero trovare conveniente scontrarsi intanto con alcuni altri della loro stessa forza (e magari più vicini), favorendo quindi, almeno nel medio periodo, i predominanti maggiori.

Già questa crisi di Libia ci ha fatto assistere a comportamenti di una meschinità notevole, pur accettando l’idea che ognuno si attenga agli interessi del suo paese (interessi del suo gruppo dominante strategicamente prevalente, che a volte hanno un buon parallelismo, a volte no, con quelli del paese). Ci sarà modo in futuro di studiare questi vari comportamenti. Per il momento, molto brevemente, ribadisco quanto detto più sopra: poco mi convince il cosiddetto BRIC, visto come un blocco quasi unico. Brasile e India avranno probabilmente la loro “individualità” di potenze in ascesa, ma temo che a lungo agiranno con contrasti magari robusti, alternati però ad accordi consistenti, nei confronti degli Usa, in merito sia alla configurazione che andrà assumendo il Sud America sia ad un certo “ordine” nel sud-est asiatico, credo non proprio favorevole alla Cina.

Russia e Cina devono tuttora assestarsi meglio quali formazioni sociali, dopo lo “sviluppo” di rivoluzioni che si pretesero “proletarie” e avanguardie della Classe indicata quale successore della borghesia (quest’ultima ha trovato da circa un secolo il successore, che non è certo la classe operaia). Inoltre, si dà troppa rilevanza all’efficienza economica del sistema cinese (l’efficienza del minimax, già da me più volte analizzata e di cui ho mostrato l’importanza, ma pure i limiti se la si usa come principale criterio di misura della forza, per di più relativa alla sola sfera economica). Quanto alla Russia, sembra molto meno efficiente in tal senso, ma ha il vantaggio di aver attraversato una crisi maggiore legata all’eccessivo centralismo, che tende ad entrare in contrasto con la competizione tra più gruppi caratterizzati dalle loro particolari tendenze strategiche; contrasto alla lunga pericoloso per le tensioni sociali in possibile acutizzazione. In ogni caso, tutto da seguire attentamente.

L’epoca in cui entriamo presenta ormai notevoli diversità rispetto al passato. E’ possibile, e utile come già detto, il riferimento all’epoca dell’imperialismo, anche con riguardo alla lunga crisi di stagnazione che andremo attraversando; e che, come quella di allora, non riguarda l’intero capitalismo mondiale, ma l’area d’esso a più alto avanzamento (questo accadde anche nel 1873-96). In ogni caso, è d’obbligo valutare pure le differenze storiche specifiche di “questo oggi” rispetto a “quell’ieri”. Ne riparleremo ormai a lungo.

 

PS http://www.ilgiornale.it/interni/manovra_equa_lho_raddrizzata_io/05-09-2011/articolo-id=543782-page=0-comments=1

 

http://finanza.economia.virgilio.it/

 

http://www.adnkronos.com/IGN/News/Economia/Trichet-Ue-dovrbbe-poter-imporre-misure-bilancio_312418297576.html

 

Non penso a mosse studiate a tavolino, anzi nell’insieme la situazione in Italia è simile a quella di altre zone in cui la strategia americana punta al caos, allo sfilacciamento, come mezzo di ulteriore dominazione e subordinazione ai suoi ordini. In ogni caso, avevo previsto – spero i lettori ricorderanno – che il premier si sarebbe affrettato a correggere la manovra (addossata soprattutto a Tremonti, con appoggio della Lega) in modo da poter tirare avanti ancora quale ormai mera copertura della suddetta subordinazione agli Usa (del caos).

Tale correzione non ferma al momento le manovre contro la stabilità europea, e italiana in particolare, come dimostra la “volatilità” (chiamiamola così) delle Borse. Ultima ciliegina, la dichiarazione di Trichet ancora al timone dell’organo centrale finanziario della struttura UE, vera longa manus della nostra subordinazione agli Usa, funzione che sarà non certo indebolita dal cambio della guardia con l’ex Vicepresidente della Goldman Sachs. Si vorrebbe ormai bypassare completamente l’autonomia dei vari Stati europei in modo da estendere il “Protettorato” ai vari paesi europei principali, i cui governi attuali non mi sembrano molto adeguati alla “resistenza”.

Paolo Scaroni si fa Stato e Francesco Forte rimuove la guerra (a cura di Luigi Longo)



Pongo all’attenzione una intervista rilasciata da Paolo Scaroni al “Corriere della Sera” del 24 Agosto 2011 e due articoli di Francesco Forte apparsi su “Il Giornale” del 24 agosto 2011 e del 26 agosto del 2009 che si allegano alla presente riflessione.

1.Nell’intervista rilasciata da Paolo Scaroni sorprende la responsabilità politica nazionale di un amministratore delegato di una impresa di livello internazionale come l’ENI nell’affrontare la questione libica in riferimento all’approvvigionamento del petrolio e del gas e più in generale degli interessi italiani che, sempre secondo lo stesso Paolo Scaroni, non sono compromessi soprattutto a causa della lunga presenza ( “a prescindere” ) dell’Italia in Libia.

Dà una lettura prettamente economicistica della questione sostituendosi a qualsiasi azione politica ( del governo italiano) e non tenendo conto del conflitto politico scaturito dall’aggressione alla Libia voluta nella sostanza dagli USA ed eseguita in primis da Francia e Inghilterra con copertura formale e sostanziale della NATO. Eppure Paolo Scaroni sa che il libero mercato è una concreta apparenza e dietro l’apparenza del mercato gli investimenti, le conquiste territoriali, le risorse, il dominio si attuano con altri mezzi e in ultima ratio con la guerra che produce morte violenta tra la popolazione e la distruzione di città e di territori. O forse vuole suggerire all’Italia di accelerare il superamento dell’impasse di una politica servile senza rappresentanti sicuri e affidabili per la potenza dominante USA con cui andare a cercare di salvare qualcosa o << di avere un ruolo speciale>> (1) nel mutato scenario libico ( e non solo) la cui incertezza e confusione non fa presagire cose buone per l’Italia.

2. I due interventi di Francesco Forte riguardano sia la costruzione di relazioni con la Libia in una logica di timida autonomia e di interesse nazionale avviata nel 2008 dal governo Berlusconi, sia la rottura delle relazioni con la Libia per riallinearsi alle nuove strategie mondiali ( in particolare nel Mediterraneo- Medio Oriente) degli USA del presidente Barack Obama soprattutto in funzione anti Russia.

E’ sorprendente la rimozione ( che in psicoanalisi è il ritiro psichico di fronte a sentimenti di dispiacere troppo intensi) che Francesco Forte fa della guerra in Libia dove l’Italia, secondo lui, può tranquillamente riprendere il suo piano di sviluppo e ricostruire le sue nuove relazioni come se nulla fosse successo.

Forse il dispiacere per il ruolo che l’Italia ha avuto e continuerà ad avere in Libia e nel Mediterraneo, anche contro i suoi stessi interessi nazionali, impedisce a Francesco Forte di analizzare una realtà ben diversa che è quella di una nazione servile.

Nella prima metà del 1500 così scriveva Etienne de La Boètie << E’ il popolo che si fa servo e si taglia la gola; che, potendo scegliere fra essere soggetto o essere libero, rifiuta la libertà e sceglie il giogo; che accetta il suo male, anzi lo cerca …>> (2).

 

  1. Ennio Caretto, La Nato adesso aiuti un popolo diviso a diventare nazione, intervista al generale Anthony Zinni in “Corriere della Sera” del 24/08/2011, p.10.
  2. Etienne de La Boètie, Discorso sulla servitù volontaria, La Vita Felice, Milano, 2007, p.25

http://www.corriere.it/economia/11_agosto_24/scaroni-ponte-dell-eni-con-i-ribelli-sergio-bocconi_c36f4374-ce14-11e0-8a66-993e65ed8a4d.shtml

http://www.ilgiornale.it/interni/sicurezza_petrolio_e_mercato_ecco_laffaire_libia/26-08-2009/articolo-id=377159-page=0-comments=1

http://www.ilgiornale.it/esteri/gli_interessi_italiani_proteggere_libia_valgono_manovra/atletica-x/24-08-2011/articolo-id=541600-page=0-comments=1

 

 

I rapporti con Gheddafi tra schizofrenia, menzogne e geopolitica

 

I titoli entusiastici con cui i principali organi d’informazione hanno riportato la presunta, imminente caduta dell’ultraquarantennale regime di Tripoli si inseriscono perfettamente nella tradizionale disomogeneità che ha caratterizzato la natura dei rapporti intrattenuti da Stati Uniti ed Europa con il colonnello Muhammar Gheddafi.

Nell’arco degli ultimi vent’anni a Gheddafi è stata attribuita la responsabilità dell’azione terroristica del 5 aprile 1986 alla discoteca La Belle di Berlino, dell’attentato del 21 dicembre 1988 al Boeing 747 esploso sui cieli di Lockerbie di quello che il 19 settembre 1989 colpì il DC 10 francese mentre sorvolava il deserto del Téneré in Niger.

Tali azioni, pur rientranti in una lotta combattuta a suon di azioni poco ortodosse commesse da entrambi gli schieramenti (furono americani i missili che piovvero sul palazzo residenziale di Tripoli il 15 aprile del 1986), valsero a Gheddafi il titolo di mandante supremo del terrorismo internazionale oltre all’embargo commerciale alla Libia.

Su Gheddafi pesava l’appoggio alla causa palestinese, la nazionalizzazione dei campi della British Petroleum (1971) e degli impianti petroliferi della OXY (1972) e l’aver sfidato apertamente la lobby petrolifera.

La Libia subì l’isolamento internazionale fino al 2003, quando Gheddafi tornò nelle grazie dei governanti europei risarcendo i parenti delle vittime degli attentati degli anni ’80 e aprendo l’economia libica agli investitori stranieri.

Nel settembre 2003 il Capo del Governo spagnolo José Maria Aznar fu il primo a rompere gli indugi recandosi a Tripoli per farsi garante degli interessi degli investitori iberici che si accingevano a far affluire corpose iniezioni di denaro e capitali in Libia.

Il 25 settembre dell’anno seguente fu il turno di Tony Blair, che atterrò a Tripoli per sovraintendere a una concessione petrolifera del valore di 200 milioni di dollari che il regime di Gheddafi aveva accordato alla Royal Dutch Shell.

Nell’aprile del 2004 Gheddafi raggiunse Bruxelles dove incontrò il Presidente della Commissione Europea Romano Prodi, il quale considerò fieramente l’evento come “Il risultato di cinque anni di discussioni tra me e Gheddafi”.

Sei mesi dopo Silvio Berlusconi presenziò  all’inaugurazione di un oleodotto italo – libico , nel corso della quale non esitò a descrivere Gheddafi come “Grande amico di tutta l’Italia”, riferendosi evidentemente agli affari che l’ENI aveva concluso in Libia in relazione allo sfruttamento del giacimento Western Desert e al potenziamento del gasdotto Greenstream che garantiva l’afflusso annuale di 8 miliardi di metri cubi di gas ai terminali siciliani.

Nell’ottobre dello stesso anno il Cancelliere tedesco Gerhard Schroeder raggiunse Gheddafi per partecipare alle trattative che si conclusero con l’assegnazione dei diritti di trivellazione di alcune aree del deserto libico alla compagnia Wintershall.

Gheddafi era conscio del fatto che concedendo qualche apertura alle pesanti pressioni internazionali si sarebbe visto riconosciuto quel ruolo di interlocutore credibile capace di attirare quegli investimenti di cui la Libia aveva urgente bisogno.

Gli fu sufficiente annunciare lo smantellamento dell’arsenale biologico di cui disponeva e rinunciare pubblicamente allo sviluppo dell’energia nucleare per favorire l’archiviazione generale delle colpe che gli erano state attribuite in passato.

L’Italia, i cui interessi in Libia risalgono al 1911, ha sempre mantenuto uno stretto legame con il regime di Muhammar Gheddafi.

Furono libici i fondi che nel 1976 furono versati nelle casse di una FIAT regolarmente bisognosa di liquidità per mantenersi attiva sul mercato italiano e internazionale.

I dati risalenti ai primi mesi del 2011 rivelavano invece che la Libia era il quinto tra i paesi fornitori dell’Italia coprendo oltre il 4% delle importazioni totali, mentre il mercato italiano costituiva circa il 17% delle importazioni libiche, con un interscambio complessivo stimato nel 2010 di circa 12 miliardi di euro.

La Libia era il primo fornitore di greggio e il terzo fornitore di gas per l’Italia, così come quest’ultima era il terzo Paese investitore tra quelli europei (petrolio escluso) e il quinto a livello mondiale.

L’importanza che il mercato libico rivestiva per il nostro Paese era dimostrata anche dalla presenza stabile in Libia di un numero esorbitante di aziende italiane.

Fin dai tempi di Enrico Mattei l’ENI fu una delle principali compagnie estrattive di petrolio e gas operanti in Libia e aveva ottenuto da Gheddafi i diritti di sfruttamento dei giacimenti fino al 2045.

La Libyan Investment Authority possedeva il 2% circa di Finmeccanica, con la quale era stata sviluppata una cooperazione paritetica altamente strategica inerente il settore dei trasporti, dell’aerospazio e dell’energia.

Ansaldo Sts, AgustaWestland e Selex, società controllate da Finmeccanica, si erano aggiudicate contratti per un giro di affari che superava il miliardo di euro nel potenziamento del sistema ferroviario e nell’elicotteristica.

Impregilo aveva vinto i bandi relativi alla costruzione di tre poli universitari e alla realizzazione di numerose opere infrastrutturali a Tripoli e Misurata.

La Libyan Investment Authority e la Central Bank of Libya avevano acquisito quote del colosso finanziario Unicredit sufficienti per collocarsi al primo posto tra gli azionisti.

Aziende come Alitalia, Telecom, Anas ed Edison avevano anch’esse ottenuto ricchi contratti in Libia.

Come è noto, non era solo il governo di Roma a mantenere cospicui rapporti diplomatici e commerciali con Tripoli, ma anche quelli di quasi tutti i principali paesi europei.

Gli stessi Stati Uniti si erano gettati alle spalle le vecchie tensioni favorendo una distensione dei rapporti culminata con una lettera in cui il Presidente George W. Bush auspicava una “Normalizzazione dei legami politici, economici, commerciali e culturali” con il regime di Gheddafi.

La Libia rimaneva, alla prova dei fatti, un paese non indebitato e detentore di vaste riserve valutarie che necessitava della modernizzazione delle infrastrutture.

Era in possesso insomma di tutte le credenziali per attirare gli interessi dei grandi paesi industrializzati.

Il punto nodale rimane però il petrolio.

La Libia, collocandosi al nono posto tra i paesi produttori, detiene riserve petrolifere stimate in 36 miliardi di barili.

Il fatto poi che gran parte dei giacimenti si situi a poco più di 1500 metri di profondità rende particolarmente economiche le operazioni estrattive.

Se l’ENI era riuscita ad attestarsi su posizioni di dominio, un ruolo comunque rilevante in Libia erano riuscite a ritagliarselo le aziende Total (Francia), Repsol (Spagna) e OMV (Austria).

Le compagnie europee avevano quindi guadagnato cospicue posizioni di vantaggio rispetto alle proprie concorrenti statunitensi, condizionate dall’embargo disposto a suo tempo dal Presidente Ronald Reagan nei riguardi della Libia.

Non è tuttavia unicamente il petrolio l’argomento che sta alla base della recente campagna di discredito ripristinata nei confronti di Gheddafi da quegli stessi paesi che fino a pochi mesi prima non avevano esitato a concludere affari più che redditizi con il regime di Tripoli.

Le ragioni dell’attacco della NATO alla Libia preliminarmente approvato in sede ONU e ammantato da false e ipocrite considerazioni di natura umanitaria vertono sul riassetto degli equilibri che reggono quella particolare regione scossa da consistenti tumulti popolari.

Agli storici dissidi tra la Tripolitania e la Cirenaica sono andati a sovrapporsi le tensioni interne al regime, spaccato in due fazioni che si contendevano il predominio.

Dalle frizioni interne alla Libia è scaturito un conflitto a bassa intensità che molti osservatori hanno istantaneamente accostato a quelli tunisino ed egiziano ignorando le enormi differenze che attestavano la particolarità specifica dell’affaire libico.

A differenza di Tunisia ed Egitto, la rivolta di Libia apparve fin dall’inizio scarsamente omogenea e rivelò il reale gradimento popolare di cui godeva il regime di Gheddafi.

I bombardamenti targati NATO giunsero sulla Libia per evitare che Gheddafi assestasse il colpo definitivo alle tribù che avevano animato la rivolta.

Tribù salutate entusiasticamente come forze democratiche dai principali organi informativi occidentali mentre si accingevano a sventolare antichi vessilli inneggianti alla monarchia filo britannica di Re Idris abbattuta proprio da Gheddafi.

Tribù che una volta decaduto il minimo comun denominatore che ha reso possibile la loro coesione costituito dalla condivisa ostilità nei confronti di Gheddafi riprenderanno a combattersi tra loro innescando una guerra civile affine a quelle che hanno martoriato per interi decenni le popolazioni dell’Africa nera.

Tribù che uno studio condotto dall’accademia militare di West Point nel dicembre del 2007 riguardante il segmento spaziale che da Bengasi, passando per Darna, si estende fino a Tobruk  ha rivelato esser parzialmente composte da un numero esorbitante di terroristi che avevano combattuto in Afghanistan e in Iraq contro le medesime forze d’occupazione da cui hanno recentemente ricevuto forniture di armi ed equipaggiamenti.

Tribù gravitanti attorno al nucleo etnico Harabi, pesantemente legato alle frange integraliste direttamente coinvolte nella guerriglia sudanese, i cui principali esponenti sono l’attuale Segretario del Consiglio Nazionale Libico Mustafa Abdul Jalil e Comandante dell’Esercito Nazionale di Liberazione Libico Abdul Fatah Younis, ucciso alla fine di luglio.

Il fatto, inoltre, che l’addestramento delle milizie islamiche che hanno sconvolto il Sudan, provocato la dura repressione del governo di Khartoum che ha a sua volta funto da trampolino di lancio per l’emissione di un mandato di cattura nei confronti del Generale Omar Hassan Al Bashir e per la secessione del Sudan del Sud, sia stato svolto da Israele conferisce un fattore determinante nel minare la presunta spontaneità che numerosi osservatori hanno sostenuto essere alla base delle rivolte.

Tribù che contribuiranno a scatenare quella geopolitica del caos propugnata dagli Stati Uniti perché funzionale ai loro interessi strategici, che nel caso specifico coincidono con la destabilizzazione di un turbolento paese ricco di petrolio mantenuto sufficientemente saldo da Muhammar Gheddafi per quattro decenni consecutivi.

Il reale punto di svolta nell’economia della guerra civile libico è però coinciso con la richiesta avanzata dal Presidente venezuelano Hugo Chavez relativa al rimpatrio dell’oro depositato nei forzieri di Londra, per adempiere il quale la Gran Bretagna si è vista costretta ad intervenire molto più massicciamente di quanto non avesse fatto finora a sostegno dei ribelli.

Nell’arco del suo lungo mandato Gheddafi aveva accumulato corpose riserve auree (si tratta di quasi 150 tonnellate di metallo) di cui la Gran Bretagna ha attualmente urgente bisogno per far fronte alla mossa di Chavez che ha fatto lievitare cospicuamente il valore all’oncia del metallo giallo.

Il Primo Ministro David Cameron ha quindi deciso di sciogliere le ultime riserve relative e di insinuare la diretta presenza britannica nel conflitto, scelta obbligata dettata dalla necessità di ottenere l’oro necessario da restituire al Venezuela evitando di sospingere alle stelle il valore della materia prima in questione e di esporre il paese al reale rischio di fallimento.

Malgrado ciò, l’intraprendenza degli aggressori europei finirà inesorabilmente per urtare contro uno nuova Suez (crisi del 1956) predisposta ancora una volta dagli Stati Uniti al fine di mandare in frantumi i loro ultimi residui colonialisti.

L’installazione di nuove basi nel cuore del Maghreb atte a rafforzare il contingente Africom si congiungerà con il rafforzamento della guerriglia islamica addestrata da Israele dando vita a una sinergia capace di proiettare l’influenza statunitense verso sud, nelle zone interessate dalla penetrazione cinese.

Mentre il paese finirà  per trasformarsi in una nuova Somalia affacciata sul Mediterraneo, il saccheggio delle ricchezze naturali libiche procederà senza intoppi.

Intanto la demonizzazione del “tiranno” Gheddafi procede senza soste, con scomuniche e anatemi pronunciati da quegli stessi soggetti che in altre non lontane fasi politiche non avevano scorto alcun problema nel trattare con Tripoli e nel ricevere Gheddafi con gli onori normalmente riservati ai grandi leader.

Dopo le menzogne sui bombardamenti sulla folla che secondo numerose fonti erano stati eseguiti dall’esercito libico su ordine del regime di Tripoli e prontamente smentite dai rilevamenti satellitari russi si era passati alle montature relative alle fantomatiche fosse comuni in cui le forze governative avrebbero sepolto i corpi dei “manifestanti” preliminarmente trucidati.

Come Niculae Ceausescu era stato additato come responsabile del falso carnaio di Timisoara per mezzo di cadaveri debitamente disseppelliti e agitati dai suoi oppositori come vittime del regime, Muhammar Gheddafi è stato condannato senza appello come responsabile delle stragi di Tripoli con l’ausilio di un’analoga metodologia mistificatoria.

Gheddafi, in sostanza, non è più il credibile interlocutore di qualche anno fa ma è tornato ad essere il vecchio terrorista della discoteca La Belle, del Boeing di Lockerbie e del DC 10 sul deserto del Téneré che in procinto di cadere – malgrado siano mesi che la sua fine è reiteratamente stata data come imminente – avrebbe ordinato alle forze rimastegli fedeli di aprire il fuoco sui bambini.

Questa la versione dei ribelli, ripresa e riportata da tutti i principali quotidiani e telegiornali europei e statunitensi che ogni giorno di più dimostrano di aver ereditato il testimone di propugnatori della retorica di guerra che fin dai tempi delle Guerre Puniche ha regolarmente distorto la realtà con le più colossali menzogne e mistificazioni.

 

 

CHE NOIA! SIAMO SEMPRE ALL’8 SETTEMBRE

 

 

1. Il 26 agosto su “Libero” vi era un articolo della Maglie in cui si parlava della guerra libica come stolta, condotta da Sarkò e Cameron, che ci costerà un mucchio di soldi e forse ce ne farà perdere molti in affari andati in fumo. Ma per fortuna, dice la signora, Berlusca ci sta mettendo una pezza ricevendo il traditore di Gheddafi, che adesso guida il presunto governicchio dei “ribelli” (cioè degli “ascari” della Nato e quindi degli Usa di Obama). Il “Giornale” fa molto peggio, raccontando, fra l’altro una bugia colossale: “L’Italia [badoglian-savoiarda, nota mia] mette al sicuro gli affari con Tripoli”. Non si dice che l’Italia era l’unica in Europa ad avere rapporti lucrosi in Libia, assieme alla Russia di Putin, mentre adesso dovrà cedere la più gran parte delle sue “postazioni” (che non riguardavano solo gas e petrolio, ma infrastrutture, costruzioni edilizie, trasporti, aviazione libica e armamenti vari, ecc.) a banditi, comunque più attrezzati e non puramente traditori come Berlusconi; lui, appunto, è Badoglio mentre “altri” sono i Savoia.

Che dire di questa gentaglia e gentucola, politica e giornalistica, di “destra”? Non è differente dalla “opposizione”, che è sempre stata, anche quando Berlusconi sembrava permettersi qualche “libertà”, al servizio degli Usa, guidata dall’uomo che già andò in quel paese nel 1978 a fare ciò che ormai sappiamo per sommi ed essenziali capi. Pochi giorni fa, in un articolo incredibilmente tolto subito di mezzo, Feltri si era permesso sul “Giornale” di criticare abbastanza nettamente questa impresa libica, affermando che però il Cavaliere, “poverino”, non voleva iniziarla ed era stato costretto da Napolitano. Si era scordato di chiarire che quest’ultimo conta in campo internazionale soltanto come fiduciario degli Usa di Obama (cioè di Brzezinsky, che vorrebbe proseguire la linea Kissinger in mutate condizioni storiche).

Napolitano è stato semplicemente la “seconda linea d’attacco” a Berlusconi, per conto degli americani, dopo che la “prima linea” (Fini) si era spesa, apparentemente bruciandosi; invece conseguendo quello che si voleva ottenere, malgrado la stupidità dei berluscones, che speravano di respingere il suo attacco mai nominando i suoi ispiratori (Nancy Pelosi e John Kerry, obamiani di ferro) e sputtanandolo con questioni “immobiliari”. Cretini patentati; Fini se ne è fatto un baffo ed oggi gongola nel vedere l’avversario con l’acqua alla gola, fare manovre che lo riducono verso il 20% di voti (dopo essere stato anche oltre il 30, e non avendo potuto indire allora elezioni per i veti posti dal “plenipotenziario” addetto al governo, quello reale, dell’Italia, ormai “Protettorato” statunitense) mentre viene guidato in “guerra” come un pirla qualsiasi da Frattini (di gran lunga inferiore, come stile e intelletto, a Galeazzo Ciano, che già non era certo un genio), da La Russa (un comico di scarso talento) e, al di sopra di tutti appunto, dalla “seconda linea d’attacco” che lo ha steso al tappeto (non per sua forza propria, ma come “luce riflessa” di Obama).

Ieri, domenica 28, Ferrara (già citato nel pezzo di Giuseppe G.) dice cose di una crudezza incredibile su questa guerra di massacri e menzogne. Mente anche lui in merito a Irak e, attualmente, Siria, mostrando semplicemente che è in Italia “portavoce” di quella che chiamo “vecchia” strategia americana (l’“asiatica”, basata sulla commedia della lotta al “terrorismo” islamico, che la “nuova” cerca di chiudere per conseguire altri obiettivi in Europa e accerchiando la Russia, da cui provengono reazioni assai deboli e inconsistenti).

 

2. Potremmo indicare al disprezzo la “sensibilità morale” di questi giornalisti o ironizzare sulle cazzate intorno alla “messa al sicuro” degli interessi italiani, ormai in completa disfatta e che saranno decurtati di ben oltre la metà (andremo vicini all’80-90%). Potremmo più in generale – in tal caso dicendo peste e corna anche di tutti gli altri paesi che sembravano “mettersi in proprio” (in testa Russia e Cina) – ricordare come si sia andati ben oltre la Risoluzione dell’Onu che stabiliva solo una no fly zone per impedire all’aviazione libica (ridicolaggine assoluta) di bombardare Bengasi in “rivolta” (covo di tutte le mene dei colonialisti e dei loro “ascari” da mesi e mesi). Era vietato l’intervento di truppe straniere. Sono arrivati a bombardare Tripoli, ad occuparla sbarcando truppe speciali, ecc. Hanno rinverdito selvaggiamente i nefasti dell’uranio impoverito (del Kosovo e altri posti) lanciando bombe al fosforo e quelle che rompono i timpani, e altre atrocità del genere. Non quindi assassini soltanto, ma torturatori efferati, sterminatori di massa con metodi più criminali di camere a gas e forni crematori, che uccidevano con una certa immediatezza, non con le terribili sofferenze di queste armi (del resto già alla fine della guerra, con il lancio dell’atomica, si era palesato quali fossero i nuovi assassini, ancor più potenti e globali dei nazisti). L’Urss avrebbe come minimo convocato d’urgenza il CdS dell’Onu e denunciato il completo stravolgimento della precedente risoluzione.

Non ci interessa soltanto la semplice morale né il semplice diritto, entrambi comunque stravolti da questi delinquenti appartenenti ad un “altro mondo”, che per noi è quello degli “alieni”. La vergogna, per l’Italia, è la fine di una presunta (ma invece possibile) autonomia. Oggi si capisce meglio – ma questo blog lo aveva sospettato e detto da tempo – che quest’ultima non dipendeva certo dal coraggio (del tutto inesistente) del Cavaliere, ma dalla strategia “asiatica” della precedente Amministrazione statunitense. Esistevano margini di manovra, che l’attuale strategia (quella appunto di un Brzezinski, un nome rappresentativo di dati centri di potere) abolisce mettendo KO il premier. Le imprese dei settori strategici (non perché pubbliche, l’abbiamo chiarito mille volte) sono ormai alla frutta; gli stessi loro vertici intrallazzano con i “nuovi padroni” per ritagliarsi minimi spazi, che daranno anche qualche frutto economico alle singole aziende (i famosi “profitti”), sacrificando però il loro significato politico complessivo nell’ambito di una competizione mondiale. Verrà quindi danneggiato e indebolito l’insieme del sistema economico-produttivo del paese, che diverrà dipendente e solo complementare a quello del paese predominante (ricordo sempre l’esempio dei “cotonieri” del sud degli Usa prima della batosta inflitta loro nel 1861-65).

Gli accordi tra Eni e Gazprom – patrocinati soprattutto dopo la sosta di Putin in Sardegna da Berlusconi nell’estate 2003, mentre tornava da Libia e Algeria – avevano messo in piedi la concreta, anzi ad un certo punto da considerarsi certa, possibilità di costruire il Southstream, un gasdotto che sarebbe sfociato infine a Otranto, con una portata notevolissima, con un assai probabile congiungimento con gasdotti dai paesi nordafricani (erano interessate la Noc libica e la Sonatrach algerina). Veniva attribuita, con una simile realizzazione, una posizione di potere notevole all’Italia nel rifornire buona parte dell’Europa. La UE fu non a caso subito contraria, si mise in continuazione di traverso, appoggiò semmai il Nabucco, gasdotto in mano agli americani. Essa ha posto continui ostacoli all’Eni, l’ha visibilmente “perseguitata” e infastidita per ritardare il progetto, per indebolirla, per smembrarla, ecc. Tutto, fino ad un paio d’anni fa, sembrava inutile, salvo provocare perdite di tempo. Poi tutto è improvvisamente mutato.

Ad un certo punto (sempre intorno ai due anni fa), sembrava che perfino la Turchia, inizialmente ultrafavorevole al Nabucco, avesse spostato la sua posizione quanto meno verso una neutralità che di fatto favoriva il Southstream. Posizione abbandonata dopo il voltafaccia compiuto da tale paese in seguito alle “sommosse e guerre” nordafricane, che implicano, nell’ambito della nuova strategia “obamiana”, un nuovo ruolo turco, come conseguenza di una diversa politica verso l’islamismo: chiusura della stagione della “lotta al terrorismo” (chiusura sancita con l’assassinio, vero o presunto, di Bin Laden, tranquillamente rifugiato da oltre cinque anni in una villa, dove non viveva certo da braccato, semmai da “sottilmente” protetto da chi doveva servirsene per la strategia fondata sulla “lotta al terrorismo” dopo l’11 settembre 2001) e parziali alleanze, caso per caso, con settori islamici (anche in contrasto con Israele, se necessario), spostando così il baricentro strategico verso ovest (rispetto al precedente situato nel Pakistan-Afghanistan). Considereremo meglio (via ipotesi ovviamente) tale mutamento strategico in altro momento. Qui mettiamo solo l’accento sulla fine di ogni minima autonomia italiana, sull’annientamento delle posizioni conquistate nei confronti di una rabbiosa UE, ecc.

 

3. Raccontare che si sono messi al sicuro gli affari d’Italia a Tripoli è una menzogna di personale politico (e giornalistico) vile e traditore come nelle migliori tradizioni d’Italia (nella prima come nella seconda guerra mondiale e sempre). Il danno, fra l’altro, non è stato solo per l’Eni, ma per migliaia di imprese (fra medie e piccole), molte delle quali (in particolare piccole) erano riuscite a rimettersi dalla crisi grazie agli affari apertisi in Libia; adesso sono di nuovo “a terra”. Questi politicanti (e giornalisti) badoglian-savoiardi, traditori per loro “intima natura”, hanno accusato in anni ormai lontani i comunisti di essere al servizio dello straniero sotto forma dell’Urss, mentre loro erano gli autentici traditori che aprirono le porte ai “liberatori”, ai massacratori yankees, ai distruttori delle nostre città mediante barbari bombardamenti a tappeto. Tuttavia, la menzogna più assurda di questi anticomunisti settari e faziosi è l’accusa a chi rinnegò il comunismo, quando ormai si era inchinato agli Usa e al filo-atlantismo (già durante la segreteria Berlinguer), di essere ancora comunista; mentre, tra i voltagabbana, una grossa quota è rappresentata da coloro che nemmeno sono banali fautori dello statalismo (del resto sostenuto da fior di keynesiani da sempre schierati coerentemente con l’“occidente”), bensì dei perfetti neoliberisti.

In realtà, i “cacasotto” berlusconiani hanno voluto difendersi da tali settori ormai vendutisi allo straniero (statunitense), con le sue ramificazioni nei sedicenti “poteri forti” italiani, cercando di trattarli ancora da comunisti pur di non dire apertamente che “mani pulite” fu voluta e patrocinata dagli ambienti clintoniani. Si è arrivati all’assurdo che un Berlusconi fece aperture ai “successori” dell’Urss, ai russi, nel mentre la “sinistra” (il cui zoccolo duro è stato sempre l’ex piciismo) sbavava impotente nel tentativo di distruggerlo per conto di ambienti “democratici” degli Usa. Questi imbrogli e falsità, queste menzogne ignobili, hanno creato quel clima totalmente malsano di assenza di ogni ragionamento politico in Italia, con gli esiti mefitici che si constatano adesso e con l’incapacità di difendersi dall’attacco “finale” del “premio Nobel per la pace” (un guerrafondaio fra i più subdoli e accaniti del periodo successivo al 1945).

Contro i cretini che ci accusavano di filo-berlusconismo, rivendico la giustezza delle prese di posizione del blog in merito a certe scelte del premier, comportanti vantaggi per il “sistema-Italia”. L’ha fatto per suoi interessi? Più che probabile; solo chi si comporta come il “marito che si taglia i c…. per fare dispetto alla moglie” protesta per questo, pur quando vengono soddisfatti anche interessi italiani. Gli imbroglioncelli di piccola, meschina, taglia, che giocavano agli antimperialisti, alle lotte delle “masse lavoratrici” contro il capitale, ecc. hanno mostrato la loro vera natura di parassiti che desiderano continuare a vivere a spese del corpo produttivo italiano. Oggi, la situazione è però mutata. Per salvarsi, il premier ha tutto “svenduto”, si è piegato al “plenipotenziario” di Obama nel nostro paese, si è messo al seguito di ignobili opportunisti che del resto mirano a sostituirlo quanto prima (anche all’interno del suo partito), non ha più opposto la menoma resistenza nell’essere trascinato nella sporca guerra denunciata perfino da Ferrara, copre di fatto le mene dei banditi che seguono Inghilterra e Francia nell’opera di sicariato per conto degli Usa (di Obama). Egli sembra solo in attesa che si trovi con chi sostituirlo; compito non semplice dopo che la “sinistra” di tradimento ha creato, pur di combatterlo, il Personaggio che rappresenta il Male, il Mostro.

A questo punto, quindi, basta con la copertura, e dunque basta con Berlusconi. Meglio che se ne vada prima che poi. Non certo perché verrà avanti una forza politica di “salvezza nazionale”; anzi i sostituti dimostreranno la loro natura di sanguisughe, disposte alla distruzione delle potenzialità produttive e strategiche del nostro paese. Non è tuttavia accettabile che i sedicenti “poteri forti” (i “cotonieri” d’Italia), assieme ai vari “badoglian-savoiardi” adusi al tradimento, annientino completamente ogni autonomia sotto copertura di chi ancora inganna una certa quota di popolazione, fingendo d’essere quello che non è. In ogni caso, a parte questi problemi – per la cui soluzione ovviamente noi contiamo meno di una bicicletta (senza cariche esplosive) lanciata contro un carro armato – dobbiamo invece sforzarci di capire fino in fondo le “due strategie” degli “imperiali” e le debolezze (e/o correità) di altri paesi, anche potenze in nuce, in un’epoca che comunque si avvia al multipolarismo (ma con tempi lunghi come quelli di fine ‘800). E dobbiamo comprendere la pessima situazione esistente nel nostro paese, dove le “due strategie” suddette si riflettono in due differenti modalità di essere servi dei “padroni” d’oltreatlantico.

 

PS del 30 agosto. Vorrei si guardasse nel blog di un due, massimo tre, settimane fa (non ricordo dove e mi sembra in un commento, mi scuso per la scarsa memoria dei dettagli). Scrivevo che, alla fin fine, Berlusconi si sarebbe riservato la bella figura di salvare patrimoni e tasse aggiuntive; non invece il toglimento delle indicizzazioni su pensioni tutt’altro che da nababbi e delle imposte su presunte rendite (modesti interessi sul risparmio in titoli di strati medi e medio-bassi). Guardate i titoloni dei giornali detti ancora “di destra”, che si ricoprono di ridicolo e anche di altro “materiale” poco pregiato, di odore sconveniente. Comunque, l’abbiamo azzeccata per l’ennesima volta. Qui, ormai, lo lasciano sopravvivere dato il suo piatto servilismo verso la nuova strategia statunitense e il dissolvimento di ogni rapporto utile con Russia, Libia, ecc. Amen!

Reciproche ipocrisie

 

“L’ipocrisia dei pacifisti: urla su Saddam e silenzio su Gheddafi”. Così recita Giuliano Ferrara sul “Giornale”.

Il Giuliano nazionale, termine inteso non nell’accezione di “colui che persegue l’interesse del proprio paese”, è risentito; forse perché tradito nelle proprie aspettative di purezza dei propri antagonisti, avversari inventati ad arte per il teatrino mediatico.

Perché i pacifisti si oppongono alle guerre di Bush e non a quelle di Obama? Ma come! Peste e corna sulla guerra a Saddam, invasore di stati, gasificatore di curdi, torturatore e macellaio aspirante bombarolo atomico; silenzio sul figliol prodigo Gheddafi, anche lui torturatore, stragista, dittatore; “sua sponte”, tuttavia, tornato a miti consigli.

Giuliano Ferrara non coglie esplicitamente, o finge di non cogliere, il motivo nell’infatuazione dei pacifisti per Obama; ottenebra le menti e impedisce loro la discesa in campo contro ogni evento bellico e li induce ad essere pelosamente selettivi.

Non lo coglie, o non vuole, perché lui stesso è infatuato; di Bush, cioè dello schieramento opposto della potenza dominante, anche questo attivamente impegnato nelle mire di dominio. Non si comprenderebbe la sua capacità analitica nell’individuare le nefandezze dell’intervento in Libia direttamente proporzionale alla sua acquiescenza sull’intervento in Iraq. Le menzogne hanno preparato e accompagnato sia l’una che l’altra campagna militare; l’esito rischia, purtroppo, di essere simile, come simile rischia di essere la fine degli amici ormai inutili alla causa. Sull’affidabilità dei salvacondotti concessi dai liberatori occidentali ci sarebbe da ricamare parecchio: Gheddafi lo ha capito in tempo e potrà scegliersi, quanto meno, una fine meno umiliante; Saddam lo ha compreso con già il cappio al collo. L’intervento in Iraq, il primo più che il secondo, è stato preparato, senza dubbio, mediaticamente e diplomaticamente molto meglio e con la necessaria perfidia. Su questo gli Stati Uniti hanno cercato di costruire la propria legittimazione. Il riconoscimento imperiale, allora, non è mancato.

Si è indotto Saddam ad occupare il Kuwait, i fotomontaggi decisamente più accurati, le etichette dei bussolotti al fosgene in parte cancellate per oscurarne provenienza di fabbrica e reali pluriutilizzatori.

Ferrara, da scaltro giornalista e non solo qual’è, dovrebbe avere tutti gli strumenti per cogliere simili sottigliezze.

Si scaglia, invece, comunque a ragione, sull’episodio più smaccato, opera dello schieramento atlantico a lui avverso, individuando il bersaglio più innocuo per i dominanti, ma deleterio per un reale movimento per la pace, l’indipendenza e sovranità nazionale.

Non mi pare che il movimento pacifista riesca ad influire più di tanto vista la regolare costanza e non chalance con cui l’Italia si impegna in guerre odiose, costose e perfettamente inutili dal punto di vista degli interessi del paese.

Individua gli artefici dell’ultima nefandezza in Francia e Gran Bretagna; non saranno il burattino quale appare il Bel Paese, disposto a trafiggersi con gioia per le cause peggiori e controproducenti per il proprio interesse; sono tuttalpiù dei gladiatori cui è concesso combattere solo nell’arena, nel confine ben delimitato dall’Imperatore; la volta che dovessero decidere qualche predazione non autorizzata, sarebbero pronte le falangi. Ai due è già capitato a Suez e in Africa.

Ma a tanta protervia, non corrisponde il coraggio della verità; tra le nefandezze, altrimenti, Ferrara aggiungerebbe le centinaia di missili partiti da navi ed aerei americani, l’intervento delle monarchie arabe agli ordini diretti degli Stati Uniti, l’attività di intelligence e infiltrazione militare in un paese sovrano.

A ben vedere più che le nefandezze, Giulianone sembra additare al ludibrio sprovvedutezza e impazienza.

Pare essere più una ricandidatura dell’Italia a miglior alleato atlantico che un sussulto di dignità nazionale.

Le occasioni per alzare la voce, negli anni recenti, non sono mancate: ENI, South-Stream, Finmeccanica, asse Algeria-Libia-Italia-Turchia-Russia. Sono esattamente gli anni in cui Ferrara si è eclissato e ha abbandonato il proprio mecenate; l’anno del suo riavvicinamento ha coinciso con il  declassamento dell’”Unto” a cagnolino, reso fedele  dalle minacce e dalle bastonate piuttosto che dal libero convincimento; per questo ancora più pericoloso.

I tempi sono cambiati; l’imperatore non ha risorse ed eserciti sufficienti a coprire tutto lo scacchiere; è alla ricerca di prefetti e vassalli disposti a sostenerlo in cambio di terre e bottino. Corre, certamente, il rischio di veder aumentate progressivamente le pretese e di concedere terreni sempre più vicini al cuore dell’impero; ha scompaginato, intanto, gli avversari, e procrastinato il proprio dominio. I Romani ci riuscirono per tre secoli. Gli Stati Uniti hanno appena iniziato cinque anni fa e hanno provveduto alla nomina del loro primo imperatore straniero. Ai posteri la sentenza.

A Ferrara ci accomuna, forse, il desiderio di sconfitta dell’attuale leadership americana; mi pare che tutto finisca lì.

Forse perché noi del blog non siamo pacifisti, ma nemmeno interventisti comunque e per conto terzi.

http://www.ilgiornale.it/interni/lipocrisia_pacifisti_urla_saddam_e_silenzio_gheddafi/28-08-2011/articolo-id=542405-page=0-comments=1#1

I RIFIUTI NON SANGUINANO

gheddafi-2 http://www.facebook.com/video/video.php?v=1734194575200&oid=161489193883207&comments

I ribelli sono entrati a Tripoli mentre dovrebbero essere tutti davanti ad una corte penale o, meglio ancora, di fronte ad un plotone d’esecuzione a pagare con il sangue il loro tradimento, anche se dubito che i rifiuti, benché puzzino come i cadaveri, possano mai sanguinare. Questa non è una guerra civile perché i cosiddetti insorti sono quattro selvaggi e morti di fame, manovrati dalla Nato e dai Volenterosi che ne hanno appoggiato l’offensiva con raid aerei, truppe di terra (sono convinto che ci sono anche queste, anche se la risoluzione dell’Onu non le ha mai autorizzate) e la copertura compiacente dei mezzi d’informazione e degli organismi internazionali. L’Italia, il Paese che prima dell’inizio delle ostilità era il più grande investitore sul suolo libico, ha passato armi al CNT senza interpellare i suoi cittadini ed ha bombardato un territorio sul quale faceva ottimi affari per assecondare le mire egemoniche di americani, francesi ed inglesi. Il governo Berlusconi, con l’appoggio dell’opposizione, sta in sostanza colpendo i propri interessi nazionali dimostrando di preferire la sudditanza all’abbondanza, il grembiulino della sguattera allo scudo dell’armigero, il cappello del servitore all’elmo del guerriero, l’ombrello dell’occidente alla spada della sovranità. La Libia era parte del nostro spazio vitale economico e politico nell’area mediterranea, la porta grazie alla quale avremmo potuto avere accesso alla prosperità di Bengodi e non alla disgrazia e alla ignominia di Bengasi. Noi la stiamo consegnando, in ossequio ad astrazioni democraticistiche e dichiarazioni di principi pseudomorali, ai nostri diretti concorrenti geopolitici che ci ricambiano con una pacca sulle spalle ed un bel calcio nel sedere. Abbiamo staccato cambiali di promesse nei confronti di un popolo che credeva nella nostra solidità etica e non abbiamo coperto il conto dei nostri giuramenti. La nostra parola non vale più nulla, così come la nostra affidabilità mondiale. Siamo debitori non paganti di relazioni d’amicizia e non sappiamo nemmeno tutelare i nostri averi. Meritiamo l’interdizione storica. E’ giusto che per noi venga nominato un tutore legale. Il tribunale del predominio si è già riunito. I candidati sono tre, lo Zio Applepie, il cugino Camembert ed il nonno Pudding. Speriamo che tutta la nostra classe dirigente si strozzi con le briciole che costoro le metteranno in bocca. In ogni caso a digerire male saranno solo gli italiani. Buona pennichella popolo!

COCKTAIL DI SERVILISMO

siriaIn questi ultimi mesi, dopo le rivolte che hanno infiammato il Maghreb, la dorsale mediterranea fino alla Libia e il Vicino-oriente con il coinvolgimento della Siria, abbiamo imparato quanto possono essere oscurantiste le masse che occupano piazze e strade. Per la verità, eravamo già stati indotti, tanto da trapassate reazioni vandeane che da contemporanee torture cinesi su giovani pechinesi, a dubitare degli intrugli popolari sceccherati con la diet coke e la pepsi cola. Poi è venuta l’era dei soft drink arcobaleno, di quelli al sapor di fiore, e, da ultimo, di quelli ai generi alimentari frullati con la libertà e la democrazia che costituiscono l’ultimo aggiornamento dei beveroni “imperiali” nel nuovo menù multicentrico mondiale. Ultimamente, il Bloody Mary è scorso “a frottole” (ma non a cascate) per le vie cittadine arabe e africane, tuttavia i media mainstream hanno amplificato la portata del liquido versato che ha coinvolto ristretti settori di popolazione (manovrati da barman locali di catene straniere e prestanomi alcolizzati sul libro paga di gangsters occidentali), per giustificare campagne di disintossicazione umanitarie e militari che altrimenti sarebbero stati inaccettabili, per il diritto internazionale e per il principio di non ingerenza nelle liquefazioni altrui. Con ciò non si vuole affatto affermare che non esistano contraddizioni in tali alambicchi territoriali, anzi è proprio agendo sulle preferenze religiose, tribali o castali oppure sulle differenze di censo e di classe, che si provocano quelle risse tra connazionali utili a far barcollare regimi poco inclini alla remissività filo-atlantica. Ma da qui a sostenere che una ebbrezza civilizzatrice stia attraversando le vene di dette aree ce ne vuole. Lo si è visto in Egitto ed in Tunisia, lo si vedrà presto anche in Libia dove al momento le operazioni belliche vanno in aceto, mentre si tratta “sottobancone” con quello che appena qualche mese fa veniva considerato un accanito etilista di potere. Le sinistre europee, a causa della sbornia rinveniente dalle loro abitudini alcolemiche social-utopistiche e progressistico-elitario-etiliche, sono state le prime a vedere doppio, a credere alla favola della caduta delle dittature africane e arabe, all’immersione dei vecchi sultanati, alla ebollizione delle satrapie famigliari le quali, per aver soffocato il loro tessuto sociale, sarebbero ora vittime di un’asfissia epocale che non fa passare l’aroma nuovo della globalizzazione. Soltanto gruppi dirigenti e uomini senza conoscenza della storia e dei rapporti di forza che muovono le singole formazioni sociali, nell’ambito di una fase di distillazione multipolaristica e pre-policentrica, potevano avvinazzarsi di cotanta ingenuità, ammesso (ma poco concesso) che d’ingenuità si debba parlare. In realtà, la sinistra col suo armamentario idealistico  consunto ed invecchiato male, è diventata la botte ideologica del gendarme planetario, per usare un linguaggio post-sessantottino caro a lorsignori narcotizzati. I danni provocati dai sinceri progressisti, troppo ciarlieri e servili per essere credibili, non si limitano ovviamente alla politica estera ma devastano i Paesi dall’interno, nelle scelte governative, nelle opzioni industriali ed economiche, nell’intreccio dei poteri che arraffano e speculano, ricalcando circostanze da campi di cotone, con punte parossistiche di svendita ed autosfruttamento come in Italia. Questo perché qui da noi il tradimento degli ideali di quel partito sopravvissuto, sotto mentite spoglie, alla fine del dualismo geopolitico Usa-Urss è stato il risultato, non di un’analisi approssimativa del percorso fatto nella precedente fase storica, ma di un passaggio volontario con stoviglie e divise negli spacci dei vincitori statunitensi. Da costoro dunque non abbiamo da aspettarci nulla se non altro vilipendio e vituperio contro la propria terra, sacrificata sull’altare di bicchierate oligarchiche e di brindisi suggellatori di intese con spugne oceaniche. Come ci libera di questi alticci camerieri senza orizzonti e visione del mondo? Come si potranno fermare i contrabbandieri di futuro che ci vogliono incatenati ad una condizione di dipendenza per poter continuare a fare i loro meschini affarucci con la potenza dominante? In America ci volle una guerra civile per mettere a tacere i cotonieri del sud in combutta con sua maestà la regina, ma l’impresa fu necessaria per costruire un grande Potenza. Per noialtri chissà. Per ora armiamoci di idee, prospettive  e proposte che dovranno incendiare come un torcibudella i loro stomaci delicati. Facciamogli salire al cervello il nostro cocktail-bomba per metterli di fronte al bicchiere vuoto delle loro menzogne. Col kvas che crederemo ancora alle loro fandonie annaquate da promesse irrealizzabili. Lo ribadiamo pane al pane e vino al vino.

SOLO CHI E’ LIBERO E’ VIVO

Le dichiarazioni di Berlusconi riportate dal Corsera, subito smentite dall’interessato ma altrettanto prontamente riconfermate dalla redazione del quotidiano di via Solferino, lasciano attoniti per l’ingenuità e per la vigliaccheria di cui sono zeppe. Il Premier, secondo voci del suo entourage, avrebbe detto di sentirsi minacciato da Gheddafi il quale vorrebbe farlo fuori. Il nostro Presidente del Consiglio non poteva attendersi un odio minore da un ex-alleato, accolto in Italia come un esotico compagno di merende e immediatamente scaricato alle prime avances della Comunità Internazionale. I due sembravano vitelloni in gita per il Mediterraneo a caccia di affari e di puledre, principi azzurri avanti con l’età ma  ancora a cavallo della Storia, condottieri vicini alla pensione accompagnati da amazzoni delle dune ed avvenenti signorine buonasera, giusto per non farsi mancare nulla, dal deserto alle Alpi. Lo “sceicco” ed il cavaliere condividevano tende e prebende, contratti e photo opportunities, parole sdolcinate e intese cordiali, manifestazioni d’amore ed indirizzi di politica estera. Gli italiani tolleravano i loro eccessi in quanto, pur occupando quest’ultimi il davanti della scena, erano solo collaterali agli investimenti reciproci e alla reciproca prosperità economica che andava a vantaggio dei due popoli. Poi d’emblée, dalle strette di mano e dalle pacche sulle spalle si è passati agli sganassoni a tradimento e alla negazione di qualsiasi simpatia. Così non si fa, in amicizia come in amore, ed anche quando ci si separa bisognerebbe mantenere un po’ di dignità e di rispetto. Pertanto, c’è poco da sorprendersi se ora l’amante ingannato mediti la tremenda vendetta. “Sono in pericolo di vita, e purtroppo non solo io ma anche i miei figli”, ha affermato B. dimenticando che Gheddafi ha già perso figli e nipoti per il suo voltafaccia, ed ancora, “A Tripoli c’erano manifesti giganti che mi ritraevano con Gheddafi mentre ci stringevamo la mano. Lui ha preso il nostro intervento militare come un tradimento”. Non è che lui l’ha presa così e che proprio il Premier si è comportato come un gran bastardo, come un infido sciupalleati che ha scaricato il libico focoso per farsi ingroppare da uno scipito inglese e da uno svampito francese. Doveva pensarci bene, sia perché questo abbandono sta danneggiando tutta la nazione, sia perché la nostra reputazione sprofonda definitivamente nel mare nostrum dal quale difficilmente la vedremo mai più risalire. Purtuttavia, la parte più grave delle parole di B. è quella in cui egli afferma che “a suo tempo avevo messo in guardia i nostri partner internazionali e anche in patria avevo spiegato che l’operazione non sarebbe stata facile e che ci avrebbe potuto danneggiare. Poi, davanti alle pressioni degli Stati Uniti, alla presa di posizione di Napolitano e al voto del nostro Parlamento, che potevo fare? Non sono io a decidere. Ma vai a spiegarlo a chi è abituato a comandare come Gheddafi. Le regole della democrazia non le capisce”. Il rais forse non capirà la democrazia ma B. non capisce assolutamente niente, è sempre stato un politico dai bassi istinti che per contrappasso ora prende percosse sullo scroto dai suoi ministri, dalla Nato e dai volenterosi, tutti vogliosi di afferrarlo alle spalle. Se non è lui a decidere, se non è lui ad indicare l’agenda al suo governo, se non è lui che si fa sentire sulla platea mondiale per tutelare gli interessi nostrani chi dovrebbe farlo allora? Com’è possibile che sia il Presidente della Repubblica, al quale la Costituzione non affida il compito di sceverare la direzione della politica estera, a decidere di entrare in una guerra che ci danneggia? Dato che B. si è sempre considerato un fervente liberale vorremmo ricordargli le parole di Benedetto Croce il quale sosteneva: “solo chi è libero è veramente vivo”. Lui, sotto questo aspetto, è già morto e sepolto, e non c’è nemmeno da attendere i sicari di Gheddafi, costoro sono gente seria e pietosa che non ha alcuna intenzione di accanirsi e di infierire su una carcassa politica.

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